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Lettera a Luis Héctor Álvarez Álvarez

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO

Novembre – Dicembre 2012

“Quasi tutti gli uomini preferiscono negare la verità
prima di affrontarla.”

Tyrion Lannister a Jon Snow.

“Se non ha niente da temere, un codardo non si distingue in niente da un coraggioso. E tutti facciamo il nostro dovere quando questo non ci costa niente. In questi momenti, seguire il sentiero dell’onore ci sembra molto semplice. Ma nella vita di ogni uomo, presto o tardi, arriva un giorno in cui non è semplice, in cui bisogna scegliere.”

Maestre Aemon Targaryen a Jon Snow.

Per: Luis Héctor Álvarez Álvarez.
In qualche luogo del Messico (spero).

Da: Subcomandante Insurgente Marcos.

Chiapas, Messico

 Signor Álvarez… 

Errr… Permetta un momento, signor Álvarez, questa parte è per spiegare da dove vengono le epigrafi: 

Le citazioni sono dal libro: Canción de Hielo y Fuego. Tomo I: Juego de Tronos. 1996. George R.R. Martin. La serie televisiva Games of Thrones, che prende il nome dal primo tomo della saga, non è niente male (Peter Hayden Dinklage, che dà volto e voce a Tyrion Lannister, emerge, paradossalmente, sopra gli altri attori ed attrici; Jon Snow è interpretato da Kit Harington, ed il Maestre Aemon Targaryen da Peter Vaughan) e le prime due stagioni si possono acquistare a modico prezzo dal vostro rivenditore preferito (dite sì alla pirateria).

Il dvd che ho visto è stato un regalo involontario del commercio informale nell’Eje Central, México D.F., (cioè, qualcuno l’ha comprato lì e me l’ha mandato)… ops, il governo di “sinistra” del DF mi applicherà l’articolo 362 (…) (sarebbero l’invidia di Gustavo Díaz Ordaz… oh, oh, quell’articolo è stato proposto nel 2002 dall’allora capo di governo del DF, Andrés Manuel López Obrador, ed approvato dall’ALDF di maggioranza perredista… mmh… questa parte non mettetela… non andate a dire che sono al servizio della destra… sapete che mi ha sempre molto preoccupato quello che si dice di me.)

L’immagine è un po’ pixellata, ma si vede e si sente bene. Buon prezzo, mi dicono; in ogni caso più economico che pagare HBO, e senza l’ansia di dover aspettare una settimana per sapere cos’è successo al piccolo Bran (Isaac Hempstead Wright), o all’abbagliante Daenerys Targaryen (Emilia Clarke). 

Tuttavia, io raccomanderei di leggere anche i libri – sì, lo so che la moda del sessennio non è leggere libri e che è più economico il gel per capelli – ma il vantaggio è che si può fare un corso di filosofia pratica (ah, i paradossi) con i dialoghi di Tyrion Lannister (che, come mi dicono, è una proiezione letteraria del signor George R. R. Martin). Un altro vantaggio è che si possono “spoileare” (o come si dice) a mansalva nei vostri blog preferiti. Anche se vi attirerete l’inimicizia di molt@, i vostri punti, (sebbene negativi) nel postare saliranno in maniera apprezzabile. Questo sì, non abusate, perché se vi capitasse di dire che in “Danza de Dragones”… ok… ok…ok… sto zitto… diciamo no allo spoil.

 Prego.

Distintamente,
Marquitos Spoil.

Ora sì:

Signor Álvarez Álvarez:

La presente non è solo per riaffermare quello che il silenzio moltitudinario del 21 dicembre deve aver detto chiaro a lei, alla classe politica ed al governo di Azione Nazionale, in generale, e a Felipe Calderón Hinojosa in particolare:

Avete fallito.

Oh, nessun dramma. Altri governi c’avevano già tentato prima… e continueranno a tentare.

Ma, signor Álvarez, Non deve cercare in noi il suo fallimento, neppure nella poca professionalità del suo per nulla intelligente servizio di intelligenza (benché ora sappia che sono stati e sono degli svergognati). A chi è venuto in mente che uno zapatista, chiunque di noi, entrerebbe in un governo di criminali per chiedere aiuto se fosse malato? Chi può pensare razionalmente che gli zapatisti sono insorti per denaro?

Solo la mentalità da conquistatore demodé (il cui miglior esempio è Diego Fernández de Cevallos) che inculcano nel suo partito politico, Azione Nazionale, è riuscita a darvela a bere.

E non ci voleva intelligenza, ma solo leggere i giornali o ascoltare i giornalisti di prima: gli imbroglioni che si sono presentati da lei come “amici vicini al Sup Marcos”, sono gli stessi che avevano inscenato la resa e la “consegna delle armi” al nefasto Croquetas Albores nel 1998, fingendo di essere zapatisti, e che sono noti truffatori che non ingannano più nessuno… beh, lei sì. Quanto le hanno chiesto? La differenza è che il Croquetas sapeva che era una pantomima e pagò per questa (e perché i media mostrassero lo stabilimento balneare del Jataté, alla periferia di Ocosingo, come se fosse “nella selva lacandona”), e lei non solo l’hanno ingannata, ma l’hanno perfino messa in un libro.

E come se non bastasse, lei invita alla presentazione di quel libro Felipe Calderón Hinojosa, ubriaco di sangue e alcool, che non solo ha balbettato incoerenze, ma ha anche dato ai media la versione stenografica. Indubbiamente i media sono costati il doppio: non per pubblicarla, ma per non pubblicarla, dato che rendeva palese lo stato di ebbrezza di chi proferiva quelle parole. Credo che ora sia chiaro che Felipe Calderón Hinojosa ha mentito fino all’ultimo minuto, e che è un’invenzione sfacciata ciò che riferisce nella sua ultima relazione di governo. L’unico avvicinamento che il suo governo ha avuto con “rappresentanti e comandi dell’EZLN” è stato quello dei suoi eserciti, poliziotti, giudici e paramilitari.

Ma, bene, ora sa, signor Álvarez, ciò che significa essere disprezzato per quello che impone il calendario implacabile.

Come gli indigeni, gli anziani sono disprezzati. E come simbolo del disprezzo, ecco le monetine dell’elemosina, o, nel suo caso, l’affronto dell’inganno, l’insulto di essere ignorato, lo scherno alle sue spalle.

Ma c’è una differenza, una piccola differenza, ma di quelle che fanno girare la ruota della storia: mentre lei pagava (con soldi non suoi) per essere deriso (facendo perfino un libro); noi, indigeni e zapatisti, punivamo il suo disprezzo col nostro silenzioso e lungo camminare.

Perché sappiamo che le vendono anche l’idea che sarà ricordato per la sua lotta per la democrazia (in realtà, la sua lotta per il potere, ma là in alto usano distorcere entrambi i termini). Anche se poco, potrebbe essere ricordato per essere stato complice (o funzionario, è la stessa cosa) del governo più criminale che, da Porfirio Díaz, questo paese ha subito.

E qua, in terre indigene zapatiste, potrebbe essere ricordato come parte di un altro governo che ha cercato di farci arrendere (o comprarci, è la stessa cosa) e, com’è stato evidente col roboante silenzio di San Cristóbal de Las Casas, Altamirano, Las Margaritas, Palenque e Ocosingo, un altro che ha fallito.

Perché la classe politica e chi vive della sua stupidità, dovranno estinguersi senza che nessuno gli prsenti il conto (semmai, solo per ringraziare di non disturbare più), e non saranno nient’altro che un numero in più nella lunga lista dei sedotti dal sogno di essere “storici”.

E guardi che non mettiamo in discussione la sua moralità. E’ risaputo che ogni banda di criminali, come quella che lei ha servito in questi anni, cerca chi gli dia un volto gentile e buono, affinché, con quel volto come alibi, nasconda la sua identità predatrice.

Credo che già lei lo sappia signor Álvarez. In quel sopra di tutto lo spettro politico, tutti sono uguali. Anche se qualche ingenuo non lo scopre fino a che non subisce l’ingiustizia sulla propria pelle, mentre la ignorava quando quell’ingiustizia veniva distribuita quotidianamente in altre geografie vicine o lontane.

I suoi compagni di partito che hanno lucrato col sangue degli innocenti, ed ora lamentano che sul mercato c’è stato chi ha pagato-incassato di più, tutti, non sono altro che una banda di criminali che ha fatto e fa grottesche contorsioni all’insensato ritmo che i media impongono.

E’ orgoglioso di aver fatto parte di una squadra con un delinquente come Javier Lozano Alarcón, che ha dovuto nascondersi nel Senato per non essere chiamato a fare i conti con la giustizia? Si sente bene per essere stato compagno di Juan Francisco Molinar Horcasitas, un criminale con le mani macchiate del sangue di neonati?

Benché a volte i paradossi siano comici, altri sono tragici.

Il suo partito politico, Azione Nazionale, è stato uno di quelli che dall’alba del 1994 hanno capeggiato le grida isteriche contro di noi, chiedendo che ci annichilissero, perché minacciavamo di sprofondare il paese in un bagno di sangue. Ed è risultato che siete stati voi, fatti governo, ad estendere il terrore, l’angoscia, la distruzione e la morte in tutti gli angoli del nostro già malconcio paese.

E cosa mi dice di quando i membri del suo partito nel Congresso (insieme a quelli del PRI e del PRD) hanno votato contro gli Accordi di San Andrés per i quali lei ha lavorato, avvertendo che quegli accordi significavano la frammentazione del paese. Ed è il suo partito, signor Álvarez, che consegna una Nazione in pezzi.

Ma si consoli, signor Álvarez, l’affanno dei suoi di passare alla storia sarà ricompensato. Avranno una riga, sì, tra i truffati dai burloni.

Ed anche nelle pagine dei libri di storia e geografia, nelle scuole zapatiste, in un paragrafo si leggerà:

“Il malgoverno di Felipe Calderón Hinojosa è conosciuto come quello che ha portato la morte assurda in tutti gli angoli del Messico, ha dato ingiustizia a vittime e carnefici e lasciato, quale sanguinoso omaggio al crimine fatto co-governo, il suo monumento. Se Porfirio Díaz ha lasciato L’Angelo dell’Indipendenza, Felipe Calderón ha lasciato la Stele di Luce. Senza volerlo, entrambi hanno annunciato la fine di un mondo, anche se hanno indugiato, indugeranno, a capirlo”.

Le suggerisco di aggiungere un epilogo al suo libro. Qualcosa come: “Devo ammettere che si può essere un pessimo alunno delle comunità indigene zapatiste. Tuttavia dico, dopo aver ascoltato il loro rombante silenzio, che ho imparato la cosa principale: che non importa che usiamo bombe, pallottole, scudi, botte, bugie, progetti, denaro, che compriamo i media affinché gridino falsità e tacciano verità, il risultato è sempre lo stesso: gli zapatisti non cedono, non si vendono, non si arrendono e… sorpresa!… non spariscono”.

Perché la storia, signor Álvarez, continuerà a ripetersi una ed un’altra volta: riappariranno ribelli in tutti gli angoli e, forse, con loro, appariranno i loro Mario Benedetti, i loro Mario Payeras, i loro Omar Cabezas, i loro Carlos Montemayor. E forse gli Eduardo Galeano di quelle piogge le presenteranno il conto.

E ci saranno anche finestre, con o senza cornici.

E voi, signor Álvarez, continuerete ad affacciarvi, a guardarci senza vederci, e senza rendervi conto che, in quell’affacciarsi al mondo a venire, siete irrimediabilmente fuori.

Credo che non l’abbia messo nel suo libro, ma ricordi che una volta le dissi che noi zapatisti valiamo molto, ma non abbiamo prezzo. E “non bisogna confondere valore e prezzo” (no, questo non l’ha detto Karl Marx, ma Juan Manuel Serrat).

Tuttavia, signor Álvarez, in ricordo dei momenti di dignità che lei ha avuto, e dei quali sono stato testimone quando ha lavorato nella Commissione di Concordia e Pacificazione, può ancora cambiare tutto questo:

Lasci il suo partito e ciò che rappresenta, abbandoni quella classe politica che non ha fatto altro che trasformarsi in un parassita insaziabile. Lei è di Chihuahua. Vada sulla Sierra Tarahumara, chieda di vsitare una delle comunità rarámuris. Forse non le permetteranno di restare, non c’è più l’affettuoso Ronco per chiederglielo. Ma forse le permetterebbero di restare qualche giorno. Lì, con loro, imparerà la cosa fondamentale del cuore indigeno, della lotta e speranza dei popoli originari del Messico. Dopo tutto, non si intitola così il suo libro?

Vada signor Álvarez Álvarez, in quello o qualunque villaggio indigeno che lo accolga dopo aver rinunciato a quello che ora è. Lì sarà rispettato (e non mal tollerato) per la sua età, e, soprattutto, imparerà che, per i popoli indios del Messico, “dignità” è una parola che si coniuga al presente da più di 500 anni… e quelli che mancano.

Vada, forse è questo il giorno in cui bisogna scegliere. E nel suo caso non è affatto semplice, perché si tratta di scegliere tra un mondo o un altro. Non si faccia fermare o mal consigliare dall’età. Ci guardi, abbiamo più di 500 anni ed ancora impariamo.

Se non lo fa, almeno avrà conosciuto da sé stesso la verità racchiusa nelle 17 sillabe dell’Haiku di Mario Benedetti:

“Chi lo direbbe, 
i deboli davvero 
non si arrendono mai” 

D’accordo. Salute e, ha sentito?… ci sono poche cose / tanto assordanti / quanto il silenzio” (sì, anche Haiku ed anche di Mario Benedetti).

Dalle montagne del Sudest Messicano. 
Subcomandante Insurgente Marcos 
Messico, Dicembre 2012

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2012/12/30/carta-a-luis-hector-alvarez-alvarez/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO

29 Dicembre 2012 

A chi di competenza là sopra: 

Credete di stare dalla parte del vincente… 

quindi, oltre che traditori, siete idioti.
Tyrion Lannister nella Canción de Hielo y Fuego. Tomo II:
“Choque de Reyes”. George R.R. Martin.

 

” — Un lettore vive mille vite prima di morire — disse Jojen —.
Quello che non legge ne vive solo una

Jojen Reed nella Canción de Hielo y Fuego. Tomo V: “Danza de
Dragones”. George R.R. Martin. (Jojen Reed apparirà

nella terza stagione della serie HBO “Games of Thrones”. Il
personaggio sarà interpretato da Thomas Brodie-Sangster. Nota
di Marquitos Spoil).

 

– Se uno si disegna un bersaglio sul petto 

– disse Tyrion dopo essersi seduto e bere un sorso di vino – 

deve essere cosciente che presto o tardi gli lanceranno delle frecce.

– E’ necessario che si prendano gioco di noi di quando in quando,

Lord Mormont – replicò Tyrion girandosi di spalle -.

Altrimenti, cominceremo a prenderci troppo sul serio.

Tyrion Lannister ai comandanti della Guardia de la Noche. In “Canción
de Hielo y Fuego
”, Tomo I: “Juego de Tronos”.

 

“Basta con i belli / meglio brutto e gioioso / che bello e bavoso ”
Botellita de Jerez.

Signore e signori? 

Quando abbiamo letto la notizia abbiamo pensato ad un pesce d’aprile il 28 dicembre, ma ci siamo accorti che era datata 24 dello stesso mese. 

Dunque, on vi conosciamo? Mmh… mmh… vediamo: 

Enrique Peña Nieto. Non è nato ad Atlacomulco, Stato di México? Non è parente di Alfredo Del Mazo y Arturo “manos largas” Montiel? 

Non è quello che, colluso col governo municipale perredista di Texcoco, ha ordinato lo sgombero dei floricoltori e la cattura del dirigente del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra, Ignacio del Valle, nel maggio del 2006? 

Non è quello che ha scatenato il suo cane da caccia e delinquente, Wilfrido Robledo Madrid, per attaccare il villaggio di San Salvador Atenco ordinando ai suoi poliziotti l’aggressione sessuale contro le donne? Non è l’assassino intellettuale di Javier Cortés ed Alexis Benhumea? Non è stata la Corte Suprema di Giustizia della Nazione a dichiarare che i 3 livelli di governo (attenzione: governo federale: PAN; governo statale: PRI; governo municipale: PRD) hanno commesso violazioni gravi delle garanzie individuali della popolazione? 

Non è quello caduto nel tragico ridicolo col caso della bambina Paulette, più noto come “il caso del materasso assassino?”. 

Non è quello che si è vantato della violenza della polizia a San Salvador Atenco e col suo atteggiamento superbo, dimenticando di trovarsi di fronte a dei giovani manifestanti e non ad un set televisivo, dal suo posto di comando nel bagno della Ibero, ha ordinato di calunniare i manifestanti facendo esplodere così poi il movimento giovanile-studentesco conosciuto come #yosoy132? 

Non è quello che, come primo atto di governo, ed ora colluso col governo perredista del DF, ha ordinato la repressione contro le manifestazioni del 1° dicembre di questo anno che sono finite con la detenzione, tortura e carcerazione di innocenti? 

Non è quello che non ha letto bene il teleprompter (suggeritore elettronico – n.d.t.)che l’accompagna ancora prima del colpo di Stato mediatico del 1° luglio 2012? 

Non è quello che ora vuole nascondersi dietro le gonne dalla presunta parentela del reiterato defunto, come se si trattasse di una pessima telenovela? 

Sentite, e già che parliamo di telenovelas, quale sarà la moda del sessennio? Dico, con Echeverría furono le camiciole stile guayaberas; con López Portillo, le acque fresche; con De la Madrid, il grigio topo; con Salinas de Gortari, il prozac; con Zedillo, le brutte barzellette; con Fox, le trovate; con Calderón, il sangue… e con Peña Nietoe? “Veri amori”? Voiiiiii… già. 

Ma, scusate, proseguiamo con la nostra non conoscenza: 

Emilio Chuayffet Chemor. Non è stato il capo di Enrique Peña Niet ed il suo “maestro”? Non è stato Segretario di Governo con Ernesto Zedillo? Non è l’ubriacone che, nel 1996, disse alla Cocopa che il governo federale accettava la sua iniziativa di legge e nei postumi della sbronza ritrattò? Non è stato uno dei responsabili intellettuali del massacro di Acteal nel dicembre del 1997? Non è stato quello che voleva imporre la moda del “ciuffo civettuolo” tra i priisti e l’unico che l’ha assecondato fu il suo allora pupillo Enrique Peña Nieto?

Pedro Joaquín Coldwell. Non era commissario governativo per la pace in Chiapas quando è avvenuto il massacro di Acteal ed è rimasto in silenzio continuando a pagare per non fare niente? 

Rosario Robles Berlanga. Non era a capo del governo del DF per il PRD? Non si è vantata della repressione che la sua polizia ha usato molte volte contro i giovani studenti della UNAM nello sciopero del 1999-2000? Non è quella che, presiedendo il PRD, ha venduto in tutti i sensi il suo partito? Non è ora l’incaricata di contendere ai Bejarano il corporativismo nel DF ed in tutta la repubblica? 

Alfonso Navarrete Prida. Non è quello che prima ha occultato il regolamento di conti del crimine organizzato finito con l’omicidio di Enrique Salinas de Gortari (psss, ve la passate pesante tra di voi ehi?) e poi ha esonerato Arturo “manos largas” Montiel? 

Miguel Ángel Osorio Chong. Non è stato accusato di deviare fondi governativi al PRI? Su di lui non è stata aperta presso la Procura l’indagine numero PGR/SIEDO/UEIDORPIFAM/185/2010 per vincoli con l’organizzazione criminale “Los Zetas“? (Ah, cambiamento di strategia nella lotta al narcotraffico?) 

(Ops, vedo ora che su uno dei fratelli della sottosegretaria della Migrazione, Popolazione e Affari Religiosi, della Segreteria di Governo a carico del signor Osorio Chong, non pende una ma diverse indagini – varie di esse col timbro “cancellata per decesso dell’indiziato”, e poi un altro timbro di “non è sempre morto “, e poi un altro di “sembra che sì è davvero morto”, e così… mmh… per 18 volte. L’ultimo timbro di “dopo questo c’è il condannato” è del 21 dicembre 2012, ed una nota scritta a mano dice “pendente attivazione in corso, aspettare indicazioni della CSG”.… mmh… cosa vorranno dire queste iniziali? Hanno cambiato nome alla Procura? Insomma, avvisate il tampiqueño? no?). 

Chiaro, mi direte che non comandano queste persone, che in realtà è Carlos Salinas de Gortari a dettare a Enrique Peña Nieto quello che si deve fare (ah!, che cosa sarebbe di questo paese se non si fosse inventato il teleprompter?).

Ok, ok, ok. Carlos Salinas de Gortari. Non è quello che ha saccheggiato come nessun altro le ricchezze nazionali durante il suo mandato? (sì, lo so che tutti sono ladri, ma diciamo che ci sono dilettanti e professionisti). Non è quello che ha devastato la campagna messicana con le sue riforme dell’articolo 27 della Costituzione? Non è quello al quale hanno rovinato il brindisi dell’anno nuovo all’alba del 1994? Non è quello che ha visto crollare i suoi sogni dittatoriali per qualche fucile di legno? Non è quello che ha fatto assassinare Luis Donaldo Colosio Murrieta? Non è quello caduto nel ridicolo col suo sciopero della fame nel 1995? Non è quello che, lo scorso 21 dicembre, chiedeva frenetico al telefono rosso: “cosa dicono?, cosa?” mentre un brivido gli scendeva lungo la schiena quando gli hanno risposto: “niente, sono in assoluto silenzio”? 

Tutt@ voi, non siete quelli che hanno sempre scelto la violenza invece del dialogo dialogo? 

Quelli che ricorrono sempre alla forza quando non hanno la ragione? 

Quelli che hanno fatto scuola di corruzione e viltà in tutti i partiti politici? 

Non siete quelli che si sono rifiutati di applicare gli Accordi di San Andrés che significherebbero il riconoscimento costituzionale dei diritti e della cultura indigeni, e la farebbero finita con gli abusi mascherati da miniere, acquedotti, dighe, stabilimenti balneari, strade, centri abitati? 

Non siete voi quelli che, insieme ai vostri compagni della classe politica, somigliate a quegli addetti alla sicurezza nei grandi edifici che tentano di convincere gli inquilini dei piani superiori che non corrono pericolo mentre fanno esplodere con la dinamite i piani di sotto, il pianterreno e la cantina? C’è qualcuno che gli crede? 

Voi, che tante volte mi avete ammazzato, dichiarato morto, estinto, defunto, andato, cadavere, scomparso, sconfitto, vinto, arreso, comprato, annichilito, pensate che qualcuno vi crederà quando sarà vero che, come nell’amore, in corpo ed anima mi consegnerò alla morte e sarà solo un po’ più di terra nella terra? 

Se avete risposto “no” a qualcuna delle domande, allora avete ragione: non vi conosciamo. 

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Subcomandante Insurgente Marcos.
Messico, Dicembre 2012

 

P.S. CHE RIBADISCE – Lo so che lo sapete, ma conviene ricordarlo: non abbiamo paura di voi. E non siamo gli unici. 

P.S. CHE, GENEROSA, OFFRE AI MALGOVERNI UN MANUALE DI 10 PUNTI (attenzione: di facile lettura, niente paura), PER IDENTIFICARE UNO ZAPATISTA E SAPERE SE SI PUO’ DIRE O NO CHE “SI HANNO CONTATTI CON L’EZLN”:

1.- Se chiede soldi o progetti ad uno qualsiasi dei tre livelli di governo, NON E’ ZAPATISTA.
2.- Se stabilisce un canale di comunicazione diretto senza annunciarlo prima pubblicamente, NON E’ ZAPATISTA.
3.- Se chiede di parlare o parla direttamente con qualcuno dei tre livelli di governo senza annunciarlo prima pubblicamente, NON E’ ZAPATISTA.
4.- Se chiede una carica, nomina, benefit, premi, ecc., NON E’ ZAPATISTA.
5.- Se ha paura, NON E’ ZAPATISTA.
6.- Se si vende, arrende o tentenna, NON E’ ZAPATISTA.
7.- Se si prende molto sul serio, NON E’ ZAPATISTA.
8.- Se quando lo si vede non fa venire i brividi, NON E’ ZAPATISTA,
9.- Se non dà la sensazione di dire molto di più con quello che non dice, NON E’ ZAPATISTA.
10.- Se è un fantasma di quelli che svaniscono, NON E’ ZAPATISTA.
 

P.S. CHE SI SCUSA – Oh, lo so che vi aspettavate qualcosa di più serio e formale. Ma, non è lo stile e il tono di questa missiva la miglior “prova in vita” di una foto o un video, perfino della firma? 

LA P.S. CONSEGNA UN HAIKU DI MARIO BENDETTI AL SUPMARCOS: “non voglio vederti / per il resto dell’anno / ovvero fino a martedì”.

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Ascolta l’audio che accompagna questo scritto: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2012/12/30/no-los-conocemos/

Basta con i belli”. dei Botellita de Jerez, gruppo formato da Sergio Arau, Armando Vega Gil e Francisco Barrios El Mastuerzo. Ancora governatore dello Stato del Messico, nel febbraio del 2011, Enrique Peña Nieto cancellò violentemente un concerto dei Botellita de Jerez. I Botellos, che portano la penitenza nel nome, non si sono dati per vinti e vanno avanti. Chi come noi è uscito da uno stampo ammaccato, si unisce alla loro battaglia: basta con i belli, “meglio brutto e gioioso, che bello e bavoso”.

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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L’EZLN ANNUNCIA I SUOI PROSSIMI PASSI

COMUNICATO DEL COMITaTO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDANCIA GENERALE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO

30 DICEMBRE 2012

AL POPOLO DEL MESSICO:

AI POPOLI E GOVERNI DEL MONDO:

FRATELLI E SORELLE:

COMPAGNI E COMPAGNE:

LO SCORSO 21 DICEMBRE 2012, ALLE PRIME ORE DELL’ALBA, IN DECINE DI MGLIAIA DI INDIGENI ZAPATISTI CI SIAMO MOBILITATI ED ABBIAMO PRESO, PACIFICAMENTE E IN SILENZIO, CINQUE CAPOLUOGHI MUNICIPALI NELLO STATO SUDORIENTALE MESSICANO DEL CHIAPAS.

NELLE CITTÀ DI PALENQUE, ALTAMIRANO, LAS MARGARITAS, OCOSINGO E SAN CRISTOBAL DE LAS CASAS, VI ABBIAMO GUARDATO ED ABBIAMO GUARDATO NOI STESSI IN SILENZIO.

IL NOSTRO NON E’ UN MESSAGGIO DI RASSEGNAZIONE.

NON E’ DI GUERRA, DI MORTE E DISTRUZIONE.

IL NOSTRO E’ UN MESSAGGIO DI LOTTA E RESISTENZA.

DOPO IL COLPO DI STATO MEDIATICO CHE HA ASSURTO AL POTERE ESECUTIVO FEDERALE L’IGNORANZA MAL DISSIMULATA E PEGGIO CAMUFFATA, CI SIAMO PRESENTATI PER FAR SAPERE CHE SE LORO NON SE NE SONO MAI ANDATI, NEMMENO NOI.

SEI ANNI FA, UN SEGMENTO DELLA CLASSE POLITICA E INTELLETTUALE HA CERCATO IL RESPONSABILE DELLA SUA SCONFITTA. A QUEL TEMPO NOI, IN CITTÀ E NELLE COMUNITÀ, LOTTAVAMO PER LA GIUSTIZIA PER UN ATENCO CHE NON ERA ALLORA DI MODA.

ALLORA, PRIMA CI HANNO CALUNNIATO E POI HANNO VOLUTO ZITTIRCI.

INCAPACI E DISONESTI PER VEDERE CHE IN SE STESSI AVEVANO ED HANNO IL GERME DELLA LORO ROVINA, HANNO TENTATO DI FARCI SPARIRE CON LA BUGIA ED IL SILENZIO COMPLICE.

SEI ANNI DOPO, DUE COSE SONO CHIARE:

LORO NON HANNO BISOGNO DI NOI PER FALLIRE.

NOI NON ABBIAMO BISOGNO DI LORO PER SOPRAVVIVERE.

NOI, CHE NON CE NE SIAMO MAI ANDATI BENCHÉ SI SIANO IMPEGNATI A FARLO CREDERE I MEDIA DI TUTTO LO SPETTRO, RISORGIAMO COME INDIGENI ZAPATISTI QUALI SIAMO E SAREMO.

IN QUESTI ANNI SIAMO DIVENTATI PIU’ FORTI ED ABBIAMO MIGLIORATO SIGNIFICATIVAMENTE LE NOSTRE CONDIZIONI DI VITA. IL NOSTRO LIVELLO DI VITA È SUPERIORE A QUELLO DELLE COMUNITÀ INDIGENE VICINE AI GOVERNI DI TURNO, CHE RICEVONO LE ELEMOSINE E LE DISSIPANO IN ALCOOL ED OGGETTI INUTILI.

LE NOSTRE ABITAZIONI MIGLIORANO SENZA DANNEGGIARE LA NATURA IMPONENDOLE PERCORSI CHE LE SONO ALIENI.

NEI NOSTRI VILLAGGI, LA TERRA CHE PRIMA SERVIVA AD INGRASSARE IL BESTIAME DEGLI ALLEVATORI E DEI PROPRIETARI TERRIERI, ORA È PER IL MAIS, I FAGIOLI ED I VEGETALI CHE IMBANDISCONO LE NOSTRE TAVOLE.

IL NOSTRO LAVORO HA LA DUPLICE SODDISFAZIONE DI FORNIRCI IL NECESSARIO PER VIVERE ONESTAMENTE E DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA COLLETTIVA DELLE NOSTRE COMUNITÀ.

I NOSTRI BAMBINI E LE NOSTRE BAMBINE FREQUENTANO UNA SCUOLA CHE INSEGNA LORO LA PROPRIA STORIA, QUELLA DELLA LORO PATRIA E QUELLA DEL MONDO, COSì COME LE SCIENZE E LE TECNICHE NECESSARIE PER CRESCERE SENZA SMETTERE DI ESSERE INDIGENI.

LE DONNE INDIGENE ZAPATISTE NON SONO VENDUTE COME MERCE.

GLI INDIGENI PRIISTI VENGONO NEI NOSTRI OSPEDALI, CLINICHE E LABORATORI PERCHÉ IN QUELLI DEL GOVERNO NON CI SONO MEDICINE, NÉ APPARECCHIATURE, NÉ MEDICI, NÉ PERSONALE QUALIFICATO.

LA NOSTRA CULTURA FIORISCE, NON ISOLATA MA ARRICCHITA DAL CONTATTO CON LE CULTURE DI ALTRI POPOLI DEL MESSICO E DEL MONDO.

GOVERNIAMO E CI GOVERNIAMO DA NOI STESSI, CERCANDO SEMPRE L’ACCORDO PRIMA DELLO SCONTRO .

TUTTO QUESTO È STATO OTTENUTO NON SOLO SENZA IL GOVERNO, LA CLASSE POLITICA ED I MEDIA CHE LI ACCOMPAGNANO, MA ANCHE RESISTENDO AI LORO ATTACCHI DI OGNI GENERE.

ABBIAMO DIMOSTRATO, ANCORA UNA VOLTA, CHE SIAMO QUELLI CHE SIAMO.

CON IL NOSTRO SILENZIO CI SIAMO PRESENTATI.

ORA CON LA NOSTRA PAROLA ANNUNCIAMO CHE:

PRIMO.– RIAFFERMEREMO E CONSOLIDEREMO LA NOSTRA APPARTENENZA AL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO, SPAZIO DI INCONTRO CON I POPOLI ORIGINARI DEL NOSTRO PAESE.

SECONDO.– RIPRENDEREMO IL CONTATTO CON I NOSTRI COMPAGNI E COMPAGNE ADERENTI ALLA SESTA DICHIARAZIONE DELLA SELVA LACANDONA IN MESSICO E NEL MONDO.

TERZO.– CERCHEREMO DI COSTRUIRE I PONTI NECESSARI VERSO I MOVIMENTI SOCIALI CHE SONO SORTI E NASCERANNO, NON PER GUIDARE O SOSTITUIRE, MA PER IMPARARE DA LORO, DALLA LORO STORIA, DALLE LORO STRADE E DESTINAZIONI.

PER QUESTO ABBIAMO OTTENUTO L’APPOGGIO DI INDIVIDUI E GRUPPI IN DIVERSE PARTI DEL MESSICO, FORMATI COME SQUADRE DI APPOGGIO DELLE COMMISSIONI SESTA E INTERNAZIONALE DELL’EZLN, IN MODO CHE DIVENTINO CINGHIE DI COMUNICAZIONE TRA LE BASI DI APPOGGIO ZAPATISTE E GLI INDIVIDUI, GRUPPI E COLLETTIVI ADERENTI ALLA SESTA DICHIARAZIONE, IN MESSICO E NEL MONDO, CHE ANCORA MANTENGONO LA CONVINZIONE E L’IMPEGNO DELLA COSTRUZIONE DI UN’ALTERNATIVA NON ISTITUZIONALE DI SINISTRA.

QUARTO.– PROSEGUIRÀ LA NOSTRA DISTANZA CRITICA DALLA CLASSE POLITICA MESSICANA CHE, NEL SUO INSIEME, NON HA FATTO ALTRO CHE ARRICCHIRSI A COSTO DEI BISOGNI E DELLE SPERANZE DELLA GENTE UMILE E SEMPLICE.

QUINTO.– RISPETTO AI MALGOVERNI FEDERALI, STATALI E MUNICIPALI, ESECUTIVI, LEGISLATIVI E GIUDIZIARI, E MEDIA CHE LI ACCOMPAGNANO, DICIAMO QUANTO SEGUE:

I MALGOVERNI DI TUTTO LO SPETTRO POLITICO, SENZA ECCEZIONE ALCUNA, HANNO FATTO IL POSSIBILE PER DISTRUGGERCI, PER COMPRARCI, PER FARCI ARRENDERE. PRI, PAN, PRD, PVEM, PT, CC ED IL FUTURO PARTITO DI RN, CI HANNO ATTACCATI MILITARMENTE, POLITICAMENTE, SOCIALMENTE ED IDEOLOGICAMENTE.

I GRANDI MEZZI DI COMUNICAZIONE HANNO CERCATO DI FARCI SPARIRE PRIMA CON LA CALUNNIA SERVILE ED OPPORTUNISTA, POI CON IL SILENZIO SCALTRO E COMPLICE. COLORO AI QUALI SI SONO ASSERVITI E DEL CUI DENARO SI SONO AMMANTATI ORA NON CI SONO PIU’. E QUELLI CHE ORA LI SOSTITUISCONO NON DURERANNO PIÙ DEI LORO PREDECESSORI.

COM’E’ STATO EVIDENTE IL 21 DICEMBRE 2012, TUTTI HANNO FALLITO.

RESTA DUNQUE AL GOVERNO FEDERALE, ESECUTIVO, LEGISLATIVO E GIUDIZIARIO, DECIDERE SE RICADERE NELLA POLITICA CONTRAINSURGENTE CHE HA OTTENUTO SOLO UNA DEBOLE VISIBILITA’ SOSTENUTA GOFFAMENTE A LIVELLO MEDIATICO, O RICONOSCERE E RISPETTARE I SUOI IMPEGNI ELEVANDO A RANGO COSTITUZIONALE I DIRITTI E LA CULTURA INDIGENI, COME STABILITO DAglI “ACCORDI DI SAN ANDRÉS”, FIRMATI DAL GOVERNO FEdERALE NEL 1996, GUIDATO ALLORA DALLO STESSO PARTITO ORA AL GOVERNO.

RESTA AL GOVERNO STATALE DECIDERE SE CONTINUARE LA STRATEGIA DISONESTA E VILE DEL SUO PREDECESSORE, CHE OLTRE AD ESSERE CORROTTO E BUGIARDO HA UTILIZZATO DENARO DEL POPOLO DEL CHIAPAS PER L’ARRICCHIMENTO PROPRIO E DEI SUOI COMPLICI, E SI E’ DEDICATO A COMPRARE SFACCIATAMENTE VOCI E PENNE SUI MEDIA, MENTRE SPROFONDAVA IL POPOLO DEL CHIAPAS NELLA MISERIA, E CONTEMPORANEAMENTE USAVA POLIZIOTTI E PARAMILITARI PER TENTARE DI FRENARE L’AVANZATA ORGANIZZATIVA DEI POPOLI ZAPATISTI; O, INVECE, CON VERITÀ E GIUSTIZIA, ACCETTARE E RISPETTARE LA NOSTRA ESISTENZA E CONFACERSI ALL’IDEA CHE FIORISCA UNA NUOVA FORMA DI VITA SOCIALE IN TERRITORIO ZAPATISTA, CHIAPAS, MESSICO. FIORITURA CHE ATTRAE L’ATTENZIONE DI PERSONE ONESTE IN TUTTO IL PIANETA.

STA AI GOVERNI MUNICIPALI DECIDERE SE CONTINUARE A FARSI ESTORCERE DENARO DALLE ORGANIZZAZIONI ANTIZAPATISTE O SUPPOSTAMENTE “ZAPATISTE” PER AGGREDIRE LE NOSTRE COMUNITÀ; O INVECE USARE QUESTI SOLDI PER MIGLIORARE LE CONDIZIONI DI VITA DeI LORO GOVERNATI.

STA AL POPOLO DEL MESSICO CHE SI ORGANIZZA IN FORME DI LOTTA ELETTORALE E RESISTE, DECIDERE SE CONTINUARE A VEDERE IN NOI I NEMICI O RIVALI SUI QUALI SCARICARE LA PROPRIA FRUSTRAZIONE PER LE FRODI E LE AGGRESSIONI CHE, ALLA FINE, TUTTI SUBIAMO, E SE NELLA SUA LOTTA PER IL POTERE CONTINUARE AD ALLEARSI CON I NOSTRI PERSECUTORI; O RICONOSCERE FINALMENTE IN NOI UN ALTRO MODO DI FARE POLITICA.

SESTO.– NEI PROSSIMI GIORNI L’EZLN, ATTRAVERSO LE SUE COMMISSIONI SESTA E INTERNAZIONALE, FARÀ CONOSCERE UNA SERIE DI INIZIATIVE, DI CARATTERE CIVILE E PACIFICO, PER CONTINUARE A CAMMINARE INSIEME AGLI ALTRI POPOLI ORIGINARI DEL MESSICO E DI TUTTO IL CONTINENTE, E INSIEME A CHI, IN MESSICO E NEL MONDO INTERO, RESISTE E LOTTA IN BASSO E A SINISTRA.

FRATELLI E SORELLE:
COMPAGNI E COMPAGNE:

PRIMA ABBIAMO AVUTO LA FORTUNA DI UN’ATTENZIONE ONESTA E NOBILE DI MOLTI MEZZI DI COMUNICAZIONE. NE SIAMO STATI GRATI. MA QUESTO E’ STATO COMPLETAMENTE CANCELLATO DAL COMPORTAMETO SUCCESSIVO.

CHI PUNTAVA SUL FATTO CHE ESISTEVAMO SOLO MEDIATICAMENTE E CHE, CON L’ACCERCHIAMENTO DI MENZOGNE E SILENZIO, SAREMMO SPARITI, SI E’ SBAGLIATO.

QUANDO NON C’ERANO TELECAMERE, MICROFONI, PENNE, ORECCHI ED OCCHI, NOI ESISTEVAMO.

QUANDO CI CALUNNIAVANO, NOI ESISTEVAMO.

QUANDO CI SILENZIAVANO, NOI ESISTEVAMO.

E SIAMO QUI, ESISTIAMO.

IL NOSTRO CAMMINARE, COM’È STATO DIMOSTRATO, NON DIPENDE DALL’IMPATTO MEDIATICO, MA DALLA COMPRENSIONE DEL MONDO E DELLE SUE PARTI, DALLA SAGGEZZA INDIGENA CHE REGGE I NOSTRI PASSI, DALLA FORZA INDISTRUTTIBILE CHE DÀ LA DIGNITÀ IN BASSO E A SINISTRA.

A PARTIRE DA ADESSO, LA NOSTRA PAROLA COMINCERÀ AD ESSERE SELETTIVA NEI DESTINATARI E, SALVO IN DETERMINATE OCCASIONI, POTRÀ ESSERE COMPRESA SOLO DA CHI HA CAMMINATO CON NOI E CAMMINA, SENZA ARRENDERSI ALLE MODE MEDIATICHE E CONGIUNTURALI.

QUA, CON NON POCHI ERRORI E MOLTE DIFFICOLTÀ, UN ALTRO MODO DI FARE POLITICA È GIÀ REALTÀ.

POCHI, MOLTO POCHI, AVRANNO IL PRIVILEGIO DI CONOSCERLA ED IMPARARE DA ESSA DIRETTAMENTE.

19 ANNI FA VI SORPRENDEMMO PRENDENDO COL FUOCO E COL SANGUE LE VOSTRE CITTA’. ORA L’ABBIAMO FATTO DI NUOVO, SENZA ARMI, SENZA MORTE, SENZA DISTRUZIONE.

CI DIFFERENZIAMO COSÌ DA CHI, DURANTE I SUOI GOVERNI, DISTRIBUISCE LA MORTE TRA SUOI GOVERNATI.

SIAMO GLI STESSI DI 500 ANNI FA, DI 44 ANNI FA, DI 30 ANNI FA, DI 20 ANNI FA, DI SOLO QUALCHE GIORNO FA.

SIAMO GLI ZAPATISTI, I PIÙ PICCOLI, QUELLI CHE VIVONO, LOTTANO E MUOIONO NELL’ULTIMO ANGOLO DELLA PATRIA, QUELLI CHE NON TENTENNANO, QUELLI CHE NON SI VENDONO, QUELLI CHE NON SI ARRENDONO.

FRATELLI E SORELLE:
COMPAGNI E COMPAGNE:

SIAMO GLI ZAPATISTI, RICEVETE IL NOSTRO ABBRACCIO.

DEMOCRAZIA!

LIBERTA’!

GIUSTIZIA!

Dalle montagne del Sudest Messicano.
Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comando Generale
dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico. Dicembre 2012 – Gennaio 2013

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2012/12/30/el-ezln-anuncia-sus-pasos-siguientes-comunicado-del-30-de-diciembre-del-2012/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Contrainsurgencia e resistenza zapatista

Neil Harvey* 

I cortei silenziosi di migliaia di zapatisti in cinque città del Chiapas, il 21 dicembre, hanno ricordato alla società due cose: la capacità organizzativa dell’EZLN e la sua validità politica. Contrariamente a quelli che dicevano che lo zapatismo era cosa del passato, i circa 40 mila indigeni che hanno partecipato alle mobilitazioni hanno dimostrato il fallimento della strategia contrainsurgente che i diversi governi hanno applicato negli ultimi 18 anni. La marcia ha dimostrato inoltre il rinnovamento delle basi del movimento, con la partecipazione di nuovi quadri di giovani uomini e donne che sono cresciuti in questi anni e, nonostante tutte le aggressioni contro le loro comunità autonome, mantengono vive le loro domande. Come in altre occasioni, gli zapatisti hanno scelto un giorno fuori dal calendario dei partiti politici per realizzare queste manifestazioni. Al contrario, hanno celebrato l’inizio di una nuova era maya e nello stesso tempo hanno affermato l’attualità e la validità delle lotte dei popoli indigeni per i loro diritti collettivi e l’autonomia.

Sebbene la mobilitazione dimostri un’altra volta la loro capacità organizzativa, non bisogna dimenticare le conseguenze delle aggressioni contro di loro in questi 18 anni. Lo zapatismo ha dovuto difendersi dall’Esercito Messicano e dai diversi gruppi paramilitari, i quali, all’interno di una politica contrainsurgente implementata dal gennaio 1995, hanno cercato di logorare le basi di appoggio e creare le condizioni favorevoli per generare divisioni all’interno delle comunità e seminare la paura. Anche l’alto grado di organizzazione che gli zapatisti hanno dimostrato il 21 dicembre è stato manifestato quasi in due decenni di resistenza per non cadere nelle provocazioni dei loro oppositori e così continuare a costruire alternative autonome.

Pertanto, è preoccupante che i gruppi paramilitari continuino ad operare nello stato. Durante il 2012 le cinque Giunte di Buon Governo (JBG) zapatiste hanno diffuso molte denunce di aggressioni di gruppi armati che cercano di sottrarre terre o rubare i prodotti del lavoro delle comunità. Un esempio recente è l’aggressione di membri del gruppo Desarrollo, Paz y Justicia contro la comunità Nuevo Poblado Comandante Abel, nel municipio autonomo La Dignidad (ufficialmente, Sabanilla) nella zona nord del Chiapas.

Secondo il Rapporto della Carovana di Solidarietà e Documentazione al Nuevo Poblado Comandante Abel (www.sipaz. org/images/stories/boletines/Informe_Caravana_.pdf), il 6 settembre circa 55 aggressori armati sono arrivati nella comunità sparando per aggredire gli zapatisti. Il gruppo invasore ha costruito il suo accampamento e le trincee sulle rive di un fiume dove si erano posizionati per minacciarli con le armi. In pochi giorni, il numero di questo gruppo è cresciuto a 150 elementi che hanno preso la metà dei 147 ettari della comunità. Gli osservatori della carovana hanno verificato che le pallottole avevano colpito le pareti della scuola autonoma ed i negozi cooperativi. Invece di affrontare gli aggressori, la maggioranza delle basi di appoggio zapatiste sono uscite al villaggio e, dopo avere camminato in montagna per tre giorni, hanno trovato rifugio in un’altra comunità, San Marcos. Durante questo lasso di tempo, le donne ed i bambini hanno sofferto malattie e fame, mentre gli zapatisti rimasti nella comunità non sono riusciti a raggiungere le milpas. Una situazione simile è stata vissuta da quattro famiglie che hanno dovuto lasciare la comunità Unión Hidalgo a causa delle minacce di un gruppo di priisti. Storie come queste erano molto comuni negli anni ’90, soprattutto durante le settimane dopo l’offensiva militare del 9 febbraio 1995, ordinata dall’allora presidente Ernesto Zedillo. Il fatto che queste aggressioni avvengano ancora frequentemente deve richiamare l’attenzione affinché si intraprendano azioni per fermarla e mettere in pratica gli Accordi di San Andrés.

Bisogna segnalare che uno dei risultati delle JBG è stata la creazione di meccanismi autonomi per risolvere i conflitti. Vari studi sull’autonomia zapatista hanno documentato l’importanza di questi spazi affinché i gruppi non zapatisti possano risolvere dispute senza costi e con persone della stessa comunità e posizione socioeconomica. Anche gli zapatisti riconoscono la necessità dell’accesso alla terra di altre famiglie che non fanno parte dell’organizzazione. Un esempio è la fondazione del nuovo villaggio Nuevo Poblado Comandante Abel nel maggio del 2012, quando la comunità di San Patricio decise di ricollocarsi in una proprietà diversa e così evitare maggiori conflitti. Come spiega un comunicato della JBG di Roberto Barrios (11 settembre) la decisione del ricollocamento è stata presa affinché anche loro avessero la loro parte perché anche loro hanno diritto alla vita (enlacezapatista.org.mx).

Tuttavia, come abbiamo detto, le aggressioni continuano a causa degli interessi politici che cercano di logorare le basi di appoggio zapatiste. Ciò nonostante, la resistenza prosegue, come dicono i membri della JBG nella zona nord: quella che ci fa il malgoverno volendo invadere, è la sua maniera di guerra ed usura per farci arrendere. Non abbandoneremo la nostra lotta e non ci arrendiamo; loro pensano di sì, ma non ci arrendiamo. La nostra lotta è per la terra e per la nazione. (Rapporto della Carovana di Solidarietà e Documentazione).

Gli zapatisti, non accettando l’assistenzialismo del governo, hanno dimostrato che è possibile mettere in pratica molti progetti autonomi che rispondano alle necessità sociali, economiche e politiche delle comunità. Per questo i governi hanno tentato di reprimere, ridurre, dividere, cooptare o, davanti all’impossibilità di tutto questo, semplicemente ignorare la loro presenza. Di fronte a questa realtà, le recenti marce dimostrano la vitalità dell’autonomia indigena che, nonostante le aggressioni, continua ad essere un’alternativa con ampio sostegno popolare in Chiapas, in Messico, ed un esempio per il mondo. http://www.jornada.unam.mx/2012/12/31/politica/012a1pol?partner=rss

*Professore-ricercatore dell’Università Statale del Nuovo Messico, autore del libro La ribellione in Chiapas. 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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EZLN: fine e principio

Luis Linares Zapata/ I

 Proprio quando si trastullava nell’illusione di assurgere a personaggio di prestigio mondiale, Carlos Salinas ricevette il colpo che distrusse la sua immagine gonfiata. Là, lontano, apparve l’EZLN, in quella rustica San Cristóbal de las Casas, così folcloristica, e nel truculento mercato di Ococingo, nelle sconosciute Margaritas ed in altre località remote.

Di sorpresa, un’accozzaglia di indios si era sollevata in armi all’alba dal primo giorno del ’94. Gli eventi che seguirono durante quell’anno finirono per abbattere le sue pretese di signorotto globale. E, insieme a lui, cadde il miraggio da trasformare il paese per inserirlo, di soppiatto, nel primo mondo. Quello che in effetti divenne fu un fallimento che oggi ancora si paga.

Da allora Salinas iniziò il suo esilio perseguitato dalla furia dei suoi conterranei e terrorizzato di finire in prigione per i suoi soprusi. Ancora oggi subisce le conseguenze di quella terribile catena di eventi senza che si plachino i suoi sogni di potere.

Sono trascorsi 19 lunghi e pesanti anni affinché un contingente di indigeni del Chiapas, ora in perfetto ordine, in pace e cresciuti di numero, facesse atto di presenza sulla scena nazionale. L’eloquente messaggio, anche se ignorato o sottovalutato, avrà gravi conseguenze sulla vita organizzata, politica e culturale del paese.

Ora, come allora, le basi dell’esercito zapatista, con la sua sola presenza e silenzio, mettono in crisi non solo due amministrazioni di priisti che hanno molto in comune, ma tutta la struttura che li racchiude. Entrambe si innestano all’interno dello stesso modello, condividono perfino collaboratori e pretese di grandezza. Hanno di fronte a sé quell’enorme vuoto che forma la disuguaglianza, la povertà e l’emarginazione, una pesante zavorra per lo sviluppo con giustizia.

Tre sessenni sono trascorsi dalla sua irruzione violenta e le promesse del suo riscatto, le successive crisi di coscienza (tra alcuni funzionari), gli oblii che sanno di criminale negligenza, tradimenti di firmatari, malversazioni di fondi, scoordinamento degli enti, intemperanza del conservatorismo, feroce razzismo di molti ed altre varie cause, hanno portato a rivivere le vecchie e dolorose immagini tristemente note. Lì ci sono quelle migliaia di persone: i dimenticati, i deprivati, quelli che sono rimasti al margine delle fatue storielle dei predetti e, sfortunatamente, fugaci successi messicani.

Così sono apparsi gli zapatisti dando dimostrazione palpabile di umile forza, memoria viva e costanza delle loro richieste. La truffa di Salinas di entrare nel primo mondo, a partire da quell’alba lontana, è crollata senza speranza. Sono crollate le false illusioni di far parte di una generazione di vincitori di classe mondiale. Pazze aspirazioni che cinicamente hanno sparso i complici di quel priismo decadente e corrotto, e che con zelo patriottico hanno diffuso i suoi molti diffusori a contratto.

Nello stesso modo appaiono, in nutrite file, nell’attuale momento dell’insediamento. E l’hanno fatto pochi giorni dopo che Peña Nieto dichiarasse, con entusiasmo, che una nuova era cominciava per il Chiapas e per il Messico. La smentita non può essere più drammatica. Nello stesso modo in cui la sua ribellione mutò il trionfalismo di Salinas, la sua marcia silenziosa oggi apre, di nuovo, la visione dei tanti Messico che procedono simultanei, paralleli, senza toccarsi, selvaggiamente differenti. Gli scenari di speranze prefabbricate, ma senza basi reali, sono sgretolati dall’ostinata realtà.

L’immediata dichiarazione di essere diversi da arte del segretario di Governo (Osorio Chong) per calmare le inquietudini, poco cambierà l’inerzia di una continuità già in piena marcia. Le figure mascherate con i passamontagna sono passate quasi inosservate nello spazio pubblico. La copertura è stata, come ci si aspettava, di portata limitata. I cocciuti indigeni sono tornati nell’oscuro angolo del paese da dove, senza dubbio, tenteranno di nuovo di partecipare alla marcia e orientamento del paese. Il modello economico e di governo semplicemente non li prende in considerazione. Per le cupole e la plutocrazia autoritaria sono un fastidioso gruppo di esseri prescindibili.

Il timido riferimento che si fa nel Patto per il Messico a tale insieme umano rimarrà, come tante altre cose che dovrebbero essere priorità, nell’archivio dei sospesi storici. Il malaticcio governatore del Chiapas appena insediato, passerà ad occupare, come hanno fatto altrettanti simulatori che l’hanno preceduto, il triste posto riservato alla marmaglia locale.

La Federazione tornerà a destinare considerevoli risorse con l’intenzione di placare ire e volontà di cambiamento. Ma la già enorme macchina di mediazione creata in Chiapas assorbirà questo ed altro ancora, come ha fatto negli ultimi 19 malriusciti anni di imminenti salvazioni. Questa volta, purtroppo, non sarà diverso. Gli insegnamenti dei Sabinas, Albores o Mendiguchía si sono impregnati nelle cleptoburocrazie locali come destino manifesto, tanto radicate quanto indelebili. http://www.jornada.unam.mx/2012/12/26/opinion/015a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Le profezie dei Maya zapatisti

26 dicembre 2012

di CITLALI ROVIROSA-MADRAZO*

 Quando le popolazioni indigene Maya del sud-est del Messico lanciarono una rivoluzione nel 1994, non avevano certo in mente la “fine del mondo”. Se c’era, nell’immaginazione zapatista, una data che evocava un giorno del giudizio, questo poteva essere il primo gennaio 1994, data di inaugurazione dell’Accordo nordamericano di libero commercio (Nafta).

Per gli zapatisti, l’imposizione della globalizzazione economica è stata a dir poco una “condanna a morte”, perché hanno capito che questo avrebbe comportato implicazioni letali per la terra e le antiche tradizioni dei Maya. In quel freddo giorno d’inverno, armati di bastoni, pietre e pochissime armi da fuoco, i ribelli Maya dell’Ejercito Zapatista de Liberación Nacional (EZLN) hanno inaugurato una nuova era. Ma nuovo non significa migliore: l’insurrezione non ha ottenuto che la Costituzione messicana riconoscesse pienamente i popoli indigeni come soggetti con personalità giuridica.

In effetti, le ripercussioni a lungo termine sia della globalizzazione economica che della rivolta Maya, vennero chiaramente previste dagli zapatisti, che hanno previsto non la fine del mondo, ma il collasso dell’economia capitalista occidentale. Inoltre, le previsioni zapatiste avevano un certo significato di “profezia” – con tutte le connotazioni che la parola ha: nel senso di “insegnamento” e di “predire” o “anticipare”. Quando l’EZLN ha indicato, nella Prima Dichiarazione della Selva Lacandona, che l’era dei partiti politici era finita, questo non significava solo profetizzare modi alternativi di fare politica – invocando la democrazia diretta (basata, tra l’altro, sulle antiche tradizioni maya, e differente dalla democrazia rappresentativa), ma significava, in realtà, anticipare il collasso di una serie di istituzioni politiche della modernità occidentale.

Nel 1999 e nel 2007 il portavoce dei ribelli Maya, il Subcomandante Marcos, ha anticipato il collasso dei sistemi finanziari e bancari. In effetti, l’EZLN aveva previsto niente di meno che la scomparsa di Lehman Brothers: “Le imprese e gli stati crolleranno nel giro di pochi minuti, non a causa delle tempeste di rivoluzioni proletarie, ma per l’urto di uragani finanziari”. Non erano queste parole palesemente profetiche?

Se non altro, la profezia Maya zapatista poteva essere l’annuncio della fine di un mito: una consapevolezza echeggiata dal movimento Occupy anni dopo. E se i miti si stavano sbriciolando, il Nafta ha segnato l’inizio di una nuova serie di crisi, e gli zapatisti sono stati i primi a capire veramente questo, insieme con la frantumazione delle promesse della modernità.

Per il governo messicano, il Nafta aveva rappresentato il legittimo accesso al futuro, il diritto ad entrare nel club d’élite del mondo emergente delle potenze multinazionali, ma, per gli zapatisti, il Nafta ha significato l’inizio di un’ennesima lunga guerra contro la voracità coloniale e neocoloniale. Per alcuni, i Maya rappresentano una fonte di delusione apocalittica e “una cosa del passato” utile al solo consumo turistico. Ma, affermando che Maya oggi sono estinti, come fanno in molti, non solo mostrano una grottesca ignoranza e un atteggiamento conformista, ma compiono una manovra retorica per convalidare il loro sfruttamento, convenientemente trasformandoli in manodopera a basso costo per servire l’industria turistica miliardaria.

Oggi le sfide abbondano: dalle compagnie minerarie insaziabili più a nord dei Maya, dove gli Huicholes Wixárika lottano contro le compagnie minerarie canadesi, al posizionamento dei paesi emergenti, Cina e Russia, nella disputa egemonica per l’industria turistica, nella penisola dello Yucatan e nella “Riviera Maya”. Ciò che sembra imminente è la battaglia per miniere e turismo, e per l’accesso esclusivo al monopolio e all’eredità della cultura materiale (siti archeologici) e della cultura immateriale (astronomica, botanica e linguistica), con il tentativo di imporre la brevettabilità del patrimonio maya, compreso la sua preziosa, complessa e unica scrittura geroglifica – insieme alla genetica, a brevetti sulla ricca biodiversità della regione, un fenomeno ormai comunemente noto come “biopirateria”.

Più a sud, notevoli sforzi sono stati fatti negli ultimi anni per migliorare la situazione dei Maya del Chiapas – con la più recente introduzione di piani di gestione per affrontare la povertà, nel quadro degli obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite. Ma ci sono serie preoccupazioni circa la loro efficienza e la legittimità, anche perché il governo non è riuscito a rispettare le disposizioni nazionali e internazionali riguardanti l’obbligo di consultare gli indigeni Maya sul destino delle risorse naturali nella loro terra.

Mentre l’investimento federale per le popolazioni indigene è più che raddoppiato negli ultimi anni, il suo impatto, in termini di riduzione della povertà, è stato trascurabile nelle comunità indigene. Un recente rapporto del Consejo Nacional de Evaluación de la Política de Desarrollo Social (Coneval) ha dimostrato che, mentre la povertà estrema e moderata nel 2010 riguardava il 46,2% della popolazione totale, il suo impatto sulla popolazione indigena era del 79,3%.

Se l’antica civiltà Maya è perita a causa di una catastrofe climatica (come un numero crescente di scienziati tendenzialmente è d’accordo sia avvenuto), la conservazione dei Maya di oggi sta nel proteggere le loro risorse naturali da catastrofi climatiche artificiali, provocata dallo sfruttamento e dalla privatizzazione della loro terra di proprietà comune. Nessuna “fine del mondo” in vista, allora, solo quella dei Maya di oggi, che continuano a far parte di una grande civiltà che si rifiuta di morire.

* Articolo pubblicato sul sito del quotidiano britannico The Guardian (http://www.guardian.co.uk/) venerdì 21 dicembre 2012.

* L’autrice, Citlali Rovirosa-Madrazo, sociologa messicana, è docente alla School of Government and International Affairs alla Durham University, in Gran Bretagna. In Italia è stato pubblicato da Laterza, nel 2011, “Vite che non possiamo permetterci. Conversazioni con Citlali Rovirosa-Madrazo” di Zygmunt Bauman.

(Traduzione http://www.democraziakmzero.org)

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La nuova era.

La nuova era

24 dicembre 2012

di GUSTAVO ESTEVA *

E l’orchestra continuò a suonare.  Il naufragio del Titanic era inevitabile. Ignorarlo era insensato. Ma la banda continuò a suonare.

La sequenza del primo giorno è una illustrazione palese di questo particolare tipo di cecità. Ha mostrato il divario che si è aperto tra le classi politiche e le persone, e ha anche rivelato il suo pericoloso distacco dalla realtà, il modo irresponsabile e miope nel quale occuparsi di interessi mafiosi a breve termine mafioso implica ignorare la gravità della crisi economica, sociale e politica in cui ci troviamo.

Il discorso sul paese (il Messico, ndt) che si fa attualmente mostra i peggiori sintomi dell’autoritarismo populista che viene edificato ad ogni costo. Esso è concepito come un trionfo irresponsabile dell’ottimismo sulla realtà, con l’evidente intenzione di generalizzare questa cecità. La banda continuerà a suonare fino a quando gli strumenti e musicisti si inabisseranno con la nave.

E ‘ particolarmente difficile non sentire il fragore del crollo, che si osserva in tutto il mondo ed è molto bruscamente precipitato in Messico. Coloro che hanno scalato i dispositivi del potere politico, tuttavia, persisteranno in questa sordità interessata… il più a lungo possibile, per il tempo in cui potranno farlo.

Ma noialtri non possiamo continuare a chiudere le orecchie. Abbiamo bisogno di reagire.

Odio dire “ce l’aveva detto”, ma ce lo aveva detto, il subcomandante Marcos, qualche anno fa. In varie occasioni gli zapatisti ci hanno avvertito di quello che sarebbe successo se non avessimo reagito. Non abbiamo reagito. E’ successo. Hanno descritto in diverse circostanze in disastro in cui ci troviamo oggi. Hanno anticipato, prima di chiunque altro, la serie di crisi che si sono succedute e la distruzione che avrebbero provocato nelle classi politiche, nel paese stesso, nel tessuto sociale… Hanno aperto con forza e lucidità possibilità di cambiamento, senza dogmatismi o imposizioni. Non ne abbiamo approfittato.

Il nuovo appello dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln) deve essere ascoltato da coloro che tentano, dal basso, di resistere all’orrore dominante e di creare un’altra possibilità. Spero lo possano ascoltare coloro che ancora nutrono la fantasia che un colpo di urna elettorale potrebbe essere sufficiente a porre rimedio a tutto, coloro che solo possono pensare e organizzarsi nel quadro dei partiti politici e delle istituzioni e continuano a credere che anticapitalismo sia una brutta parola.

E’ utile mostrare ancora una volta che il re è nudo. Potranno azzardarsi a vederlo e a dirlo ad alta voce anche coloro che credono che sia possibile continuare a negarlo.

Ma, mentre è ormai inevitabile ascoltare lo strepito del crollo del mondo che muore, anche perché il rumore investe tutto e lo si soffre quotidianamente nella propria carne, non accade lo stesso con il frastuono del mondo che risorge. Per ascoltarlo c’è bisogno di altre orecchie.

Non siamo alle prese con una variante di quello che conosciamo. Vi è un altro giro di valzer, una curva su un percorso familiare. È una novità radicale. Le sue profonde radici nel passato non si dedicano a riprodurlo o a realizzare, ancora peggio, il tentativo impossibile di tornare indietro. E’ qualcosa di diverso.

Come è risltato evidente venerdì scorso (quando 40 mila zapatisti hanno riempito le piazze di cinque città del Chiapas, nel giorno della fine di un’era del calendario maya, ndt) , il nuovo mondo si costruisce con la speranza, la gioia e la festa, a partire dalla disciplina che si impara in un proprio ordine, autonomo. Solo così, dalla disciplina organica, quella che si tesse dal basso per propria volontà, è possibile proporsi l’eliminazione del potere e delle autorità coercitive, la condizione in cui viene utilizzata la posizione gerarchica oer imporre una azione.

In tempi bui come questi è una benedizione sapere che contiamo su di loro. Come hanno detto da tempo Chomsky, Wallerstein, Gonzalez Casanova e molti altri, l’iniziativa politica degli zapatisti  è la più radicale del mondo e probabilmente la più importante. Lo è stata ieri, in quella notte del primo gennaio 1994 che ha scatenato un’ondata di movimenti anti-sistemici in tutto il mondo e ci ha svegliati. Continua ad esserlo oggi, quando ancora sono fonte di ispirazione per fare che occorre.

E’ arrivata la fine di un’era. Le prove si accumulano tutti i giorni. Niente può impedire la sua conclusione. Ma prenderà una forma apocalittica, aggravando l’immensa distruzione naturale, sociale e culturale che ha caratterizzato la sua agonia, a meno che non siamo in grado di resistere a un simile orrore. E in tali circostanze, l’unica maniera valida ed efficace di resistere consiste nel creare un’alternativa. Dobbiamo farlo. Ciascuno nel suo luogo e a modo suo. Abbiamo bisogno di dissolvere i rapporti economici e politici che ci intrappolano nel vecchio mondo, coscienti che la crescente dignità di ogni uomo e di ogni donna e di ogni rapporto umano sfida necessariamente tutti i sistemi esistenti. Di questo si tratta oggi.

* Da La Jornada di Città del Messico, lunedì 24 dicembre 2012. Tradotto da DKm0. Gigi Sullo

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Los de abajo

Marcia del silenzio e della dignità

Gloria Muñoz Ramírez

L’EZLN è tornato a parlare in silenzio. I fatti: gli zapatisti hanno realizzato la dimostrazione di forza più grande dei quasi 19 anni da quando si sono fatti conoscere. Si sono radunati in cinque capoluoghi municipali: San Cristóbal de Las Casas, Las Margaritas, Ocosingo, Palenque ed Altamirano, quattro di esse prese il 1º gennaio 1994. In tutte le piazze hanno sfilato in commovente silenzio. Non una parola è uscita dalle loro labbra. Di fronte alle presidenze municipali hanno collocat un palco sul quale hanno sfilato tutti col pugno alzato. Nello stesso pomeriggio sono tornati nei caracoles ai quali appartengono. E poi hanno reso nota la loro parola: È il suono del vostro mondo che crolla. È il nostro che risorge.

I simboli sono molti, perché hano scelto l’ultimo giorno del ciclo maya, quello che doveva essere la fine del mondo per molti e per altri l’inizio di una nuova era, il cambiamento di pelle, il rinnovamento. Durante questi 19 anni il percorso della lotta zapatista è stato pieno di simbolismi e profezie, e questa occasione non fa eccezione.

Dall’annuncio che il Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) avrebbe fatto conoscere la sua parola, l’aspettativa per il contenuto del suo messaggio è andato crescendo. Questo venerdì, tuttavia, quello che si è sentito sono stati i loro passi, il loro camminare silenzioso in cinque piazze, il loro passo degno e ribelle per le strade, il loro pugno alzato, la loro moltitudinaria ed emblematica presenza col volto coperto che, benché non sia un’immagine nuova, continua ad essere impressionante.

Forza, disciplina, ordine straordinario, dignità, interezza, coesione. Non è poco. Sono 19 anni nei quali un’infinità di volte sono stati dati per morti, per divisi ed isolati. Ed ancora una volta escono a dire “siamo qui”. La volta precedente è stato il 7 maggio 2011, in accompagnamento al Movimento per la Pace. In quell’occasione furono in più di 20 mila a manifestare. Oggi sono stati, come minimo, 40 mila. La più grande mobilitazione di tutta la loro storia.

Hanno detto la loro parola, o l’inizio della stessa. L’iniziativa politica più recente è stato il Festival della Degna Rabbia, al quale invitarono lotte e movimenti del Messico e del mondo, nel dicembre del 2008.

Questo venerdì non si sono presentati i membri del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, come fecero nel maggio del 2011. Fu l’ultima volta che si videro Tacho, Zebedeo, Esther, Hortencia, David ed il resto del comando generale, ad eccezione del subcomandante Marcos, che fino ad ora si è tenuto lontano dalla scena pubblica. http://www.jornada.unam.mx/2012/12/22/opinion/017o1pol

losylasdeabajo@yahoo.com.mx. – http://desinformemonos.org

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 22 dicembre 2012

Rebeldía viva

Caduta e rinascita nel mondo maya zapatista

Luis Hernández Navarro

Non può riapparire ciò che non se n’è mai andato. Ciò che questo 21 dicembre hanno fatto i ribelli zapatisti Maya occupando pacificamente e in silenzio cinque città del Chiapas non è stato riapparire, ma riaffermare la loro esistenza.

L’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, ndt) è qui da oltre 28 anni. Non se n’è mai andato. Per dieci anni è cresciuto sotto l’erba; da più di 18 anni si è fatto conoscere pubblicamente. Da allora ha parlato e osservato il silenzio ad intermittenza, ma mai ha smesso di agire. In un’occasione o l’altra è stata decretata la sua scomparsa o irrilevanza, ma sempre è risorto con forza e con un messaggio.

Quest’inizio del nuovo ciclo dei Maya non ha fatto eccezione. Più di 40 mila “bases de apoyo” (zapatisti civili, distinti dai militari dell’EZLN, ndt) zapatiste hanno marciato sotto la pioggia in cinque città del Chiapas: 20 mila a San Cristóbal, 8000 a Palenque, 8000 a Las Margaritas, 6000 ad Ocosingo, e almeno 5000 altri ad Altamirano. È la più grande mobilitazione dall’emersione dei ribelli nel sud-est del Messico.

L’entità della protesta è un segno che la sua forza interna, lungi dal diminuire nel corso degli anni, è cresciuta. Si tratta di un indicatore del fatto che la strategia anti-insurrezionale, condotta da vari governi, non ha avuto successo. Dimostra che il suo progetto è una genuina espressione del mondo Maya, ma anche di moltissimi contadini poveri meticci (i messicani sono indigeni “puri” o “meticci”, con radici anche spagnole, ndt) in Chiapas.

L’EZLN non ha mai abbandonato la scena nazionale. Guidato dalla sua agenda politica, fedele alla sua coerenza etica e con la forza dello stato contro di esso, ha rafforzato le sue forme di governo autonome, tenuto in vita la sua autorità politica tra i popoli indigeni del paese e attive le reti di solidarietà internazionale. Il fatto che non sia apparso pubblicamente non significa che non sia presente in molte lotte importanti nel paese.

Nelle cinque Giunte di Buon Governo che esistono in Chiapas e nei municipi autonomi le autorità delle bases de apoyo governano se stesse, esercitano la giustizia e risolvono conflitti sul possesso della terra. Nei loro territori, i ribelli hanno fatto funzionare i loro sistemi sanitari e di istruzione al di fuori dei governi statali e federali, organizzato la produzione e la commercializzazione e mantenuto in piedi la loro struttura militare. Hanno risolto con successo la sfida del cambio generazionale nei loro comandi. Come non bastasse, hanno affrontato con efficacia le minacce del narcotraffico, l’insicurezza pubblica e la migrazione. (…)

Gli zapatisti hanno marciato questo 21 dicembre in ordine, con dignità, disciplina e coesione, e in silenzio; un silenzio che si è sentito forte. Allo stesso modo in cui hanno dovuto coprire il loro volto per essere visti, ora hanno interrotto la parola per essere ascoltati. È un silenzio che esprime una feconda capacità di proporre altri orizzonti di trasformazione sociale, una grande potenza. Un silenzio che comunica volontà di resistenza di fronte alla potenza: chi resta in silenzio è ingovernabile, diceva Ivan Illich.

Un ciclo di lotta politica in Messico si è chiuso questo primo dicembre (giorno dell’insediamento del nuovo presidente messicano, Pena Nieto, di destra, accusato di brogli elettorali, ndt), un altro si è aperto. L’EZLN ha molto da dire nella mappa emergente delle lotte sociali che ha cominciato a prendere forma nel paese. La sua mobilitazione può influire in modo rilevante.

(…) Nell’ultimo anno e mezzo sono nati movimenti sociali che sfidano il potere restando fuori dai partiti politici. Non si sentono rappresentati da nessuno di essi. Il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, #YoSoy132, comunità in lotta contro l’insicurezza pubblica e la devastazione ambientale, le proteste degli studenti in difesa della scuola pubblica, tra gli altri, si muovono su sentieri diversi da quelli della politica istituzionale. La simpatia per gli zapatisti da parte di queste forze è reale.

Ma al di là della congiuntura, le marce del 13 Baktun Maya (il ciclo che appunto finiva, secondo il calendario Maya, il 21 dicembre 2012, ndt) sono un nuovo Ya Basta! simile a quello che gli zapatisti pronunciarono nel gennaio 1994, e una versione rinnovata del “Mai più un Messico senza di noi!” formulato nel mese di ottobre del 1996, e che apre nuovi orizzonti. Non chiedono nulla, non domandano nulla. Essi mostrano il potere del silenzio. Annunciano che un mondo crolla e un altro rinasce. http://www.jornada.unam.mx/2012/12/22/politica/004a1pol

(Traduzione a cura di Gigi Sullo – http://www.democraziakmzero.it)

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La Jornada – Sabato 22 dicembre 2012

 

Rebeldía viva

Si mobilitano più di 40 mila zapatisti in 5 regioni del Chiapas

In silenzio, occupano l piazze centrali di Ocosingo, San Cristóbal de Las Casas, Palenque, Altamirano e Las Margaritas. Poi, ordinatamente, spariscono

Hermann Bellinghausen. Inviato. Ocosingo, Chis., 21 dicembre. Più di 40 mila basi di appoggio zapatiste hanno sfilato silenziosamente questa mattina in cinque città del Chiapas, nella mobilitazione più numerosa di questa organizzazione dall’insurrezione armata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) il primo gennaio 1994.

Provenienti dai cinque caracoles zapatisti nella selva Lacandona, gli Altos e la zona nord, i popoli maya ribelli (tzeltales, tzotziles, choles, tojolabales, mames e zoques) del Chiapas hanno occupato le piazze centrali di Ocosingo, San Cristóbal de Las Casas, Palenque, Altamirano e Las Margaritas. Ovunque, in assoluto silenzio.

Alle 6:30, circa 6 mila indigeni zapatisti, in maggioranza giovani, si sono radunati nelle vicinanze dell’Università della Selva, vicino al sito archeologico di Toniná. Da lì si sono diretti al parco centrale di Ocosingo, dove sono rimasti per tre ore di fronte all’edificio del municipio che 19 anni fa gli insorti ed i miliziani dell’EZLN presero con le armi dichiarando guerra al governo messicano.

In quest’occasione l’azione è stata civile e pacifica e gli unici che hanno parlato sono stati i pugni della mano sinistra alzati di tutti gli zapatisti che hanno sfilato ordinatamente su un palco installato all’uopo. Verso le 10:30 gli ultimi manifestanti hanno lasciato la piazza per tornare nella selva.

Allo stesso modo, nelle altre piazze menzionate, gli zapatisti hanno installato palchi sui quali sono saliti col pugno alzato tutti i partecipanti alla mobilitazione, in una sfilata di impressionante silenzio.

A San Cristóbal de Las Casas hanno sfilato circa 20 mila uomini e donne zapatisti. Secondo le fonti, a Las Margartas si sono radunati almeno 7 mila indigeni, e 8 mia a Palenque. Di Altamirano non si conoscono i numeri. Secondo la testimonianza di un autotrasportatore della zona di Ocosingo, dal caracol di La Garrucha potevano partire più del doppio dagli indigeni che sono arrivati ad Ocosingo, ma non c’erano veicoli sufficienti, per cui sono state trasportate solo 6 mila persone.

Nelle scorse settimane, il portale elettronico di Enlace Zapatista aveva annunciato la parola del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, Comando Generale dell’EZLN, e delle commissioni Sesta e Sesta Internazionale. Si pensa che presto si potranno conoscere i loro comunicati, ma ancora non se ne sa nulla.

Nella data in cui molti sprovveduti credevano alla fine del mondo, secondo l’interpretazione opportunista delle profezie (in realtà, calcoli matematici) degli antichi maya, le comunità basi di appoggio dell’EZLN, appartenenti ai popoli maya contemporanei che nelle loro lingue si definiscono uomini veritieri, col volto coperto hanno realizzato una potente dimostrazione di forza e disciplina, perfettamente in riga sotto una costante pioggia (inusuale in quest’epoca dell’anno) che ha accompagnato le mobilitazioni per tutta la mattina nelle diverse località.

Abili nell’apparire all’improvviso, gli indigeni ribelli sono spariti altrettanto rapidamente e silenziosamente così come erano arrivati all’alba in questa città che, a vent’anni dalla traumatica irruzione qui dell’EZLN a capodanno del 1994, li ha accolti con un poco di spavento e curiosità, senza nessuna manifestazione di rifiuto. Sotto i portici del comune che oggi ha sospeso le sue attività, decine di abitanti di Ocosingo sono accorsi per fotografare con cellulari e macchine fotografiche lo spettacolare concentramento di incappucciati che ha riempito il parco come al gioco del Tetris, avanzando tra le siepi in un ordine che sembrava coreografia, per salire sul palco, installato velocemente il mattino presto, alzare il pugno e dire, silenziosamente, siamo qui. Ancora una volta. http://www.jornada.unam.mx/2012/12/22/politica/002n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario IndigenoComando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
21 dicembre 2012

A chi di dovere:

Lo avete sentito?
E’ il suono del vostro mondo che crolla, ed è quello del nostro che risorge.
Il giorno in cui fece giorno, fu notte;
e sarà notte il giorno in cui farà giorno.

DEMOCRAZIA
LIBERTA’
GIUSTIZIA

Dalle montagne del Sud-Est Messicano
per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
SUBCOMANDANTE MARCOS

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Messico
Gli ultimi Maya, a 15 anni dalla strage di Acteal
 
Il mondo non finisce il 21 dicembre 2012. Ma il giorno dopo ricorre il quindicesimo anniversario di una barbara strage dimenticata, quella di Acteal. Ne furono vittima 45 indigeni tzotziles (e quindi Maya) del Chiapas, nel Sud-est messicano. Riuniti in preghiera, chiedevano pace, libertad, justicia y dignidad, ma furono crivellati di colpidi Luca Martinelli e Giulio Sensi | L’Altreconomia
http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=3813

Quando vi sveglierete il 22 dicembre, finalmente consapevoli che il mondo “non finiva quel giorno” (cit.), cioè che nessun Maya ha mai detto che il 21 dicembre 2012 la vita degli esseri umani sarebbe scomparsa dal Pianeta, ricordatevi degli ultimi Maya. Quelli che vivono nel Sud-est messicano, e la fine del mondo l’hanno già vista, oltre che annunciata: non era il 21 ma il 22 dicembre, di quindici anni fa.

Il 22 dicembre del 1997 la furia dei gruppi paramilitari si scagliò sulla piccola comunità di Acteal, nella zona degli Altos del Chiapas. Era in corso una “guerra di bassa intensità”: da una parte l’esercito messicano e gruppi paramilitari, dall’altra l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), l’esercito indigeno che nel gennaio del 1994 si era sollevato in armi per chiedere dignidad, justicia y libertad per le comunità indigene del Chiapas.

Le vittime del massacro di Acteal, 45 indigeni assassinati senza che nessuna autorità pubblica muovesse un dito, non erano zapatisti, però. Facevano parte di un’associazione pacifista, Las Abejas, nata cinque anni prima, e quasi alla vigilia di Natale erano riuniti in chiesa a pregare per la pace.

Las Abejas è nata seguendo il lavoro della Diocesi guidata dal vescovo Don Samuel Ruiz, il Tatik (padre, in tzeltal) degli indigeni, scomparso quasi due anni fa, e da vent’anni si batte senza armi per gli stessi obiettivi degli zapatisti: la pace con dignità.

Quel 22 dicembre il tempo si fermò. Non solo in Chiapas, non solo nel Messico, ma in tutto il mondo. E anche in Italia, un Paese che era -allora- capace di indignarsi, e di fare qualcosa per le ingiustizie del Pianeta. Se ne discusse alla Camera, con un’interrogazione promossa dall’onorevole Ramon Mantovani. Ne scrissero, quasi immediatamente, i grandi giornali: “Gli squadroni della morte arrivano con il buio. Appena si spegne il sole, dietro le ultime montagne del Chiapas, tra i contadini di molte contrade appollaiate sui monti al confine con il Guatemala, s’ insinua una paura tangibile che si materializza in due parole: la ‘Maschera Rossa’. I gruppi paramilitari della provincia di Chenalho dov’ è accaduto il massacro di Acteal si sono soprannominati così. Da mesi terrorizzano le basi d’ appoggio degli zapatisti con una tecnica molto nota. Con la complicità della notte calano sui villaggi, rassicurati dalle loro uniformi scure e dai loro AK-47, e seminano paura, maltrattano, saccheggiano, rubano ed esigono quell’ assurda ‘tassa di guerra’ che qui gran parte dei campesinos si rifiuta di pagare” scrisse il 6 gennaio ’98 Carlo Pizzati, inviato a San Cristobal de Las Casas per “la Repubblica”. 


La risposta più importante, però, venne dai molti attivisti che reagirono dando corpo a una stagione di solidarietà con gli indigeni del Chiapas oggi ridotta al lumicino: le testimonianze della mattanza mossero la solidarietà, che niente ha potuto di fronte alla mancanza di giustizia: dopo periodi di detenzione troppo brevi, molti dei responsabili della strage girano ancora liberamente per la regione e la loro liberazione ha facilitato il riformarsi di alcune bande paramilitari così utili alla strategia di contro-insurrezione del Governo federale e di quello del Chiapas.

È la stessa impunità che vivono gli autori di altre stragi che insanguinarono la stagione della repressione, come quella della comunità di El Bosque, sempre negli Altos de Chiapas. L’impunità è scesa nell’oblio, la lotta per la giustizia no. 
Per i media italiani, specie quelli mainstream, oggi il Messico “pesa” solo in quanto narco-Stato e per il problema dei femminicidio. È passato in secondo piano il tema dei diritti umani, e in particolare quelli delle popolazioni indigene, che pure dovrebbero essere tutelati anche in virtù dell’Accordo di libero scambio firmato dall’inizio del millennio dal Messico e dai Paesi dell’Unione europea.   

Noi, però, non abbiamo dimenticato Acteal. Non possiamo farlo. Se oggi leggete le nostre firme su “Altreconomia”, o i nostri nomi come animatori di associazioni ed esperienze di movimento, è perché nel dicembre del 1998, un anno dopo, incontrammo un “testimone” della strage, che ci raccontò il peso dell’ingiustizia. E ci spinse a lavorare al suo fianco, per cambiare le regole.

Oggi chiediamo anche a voi di farvene carico: in questi giorni, anche in Italia, ogni mezzo d’informazione e di comunicazione è invaso da articoli che riflettono (a vanvera) della “profetica” scadenza della fine del mondo annunciata dai Maya.

A tutti chiediamo di alzare lo sguardo e guardare ad una vera notizia, l’ingiustizia e l’impunità di chi seminò morte e terrore in un popolo di pace che chiedeva solo rispetto e dignità. Invece che alla “fine del mondo” potremmo contribuire all’inizio di una nuova stagione, per non far inghiottire la giustizia da un enorme buco nero.

 

También el LINyM

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Migliaia di zapatisti arrivano a Ocosingo e San Cristóbal de las Casas
Ocosingo, Chiapas. Migliaia di basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) sono radunati in fila e in silenzio nella piazza di Ocosingo, Chiapas. Più di 6000 ribelli, soprattutto giovani, sono giunti qui ​​fin dalle 6 del mattino e continuano ad arrivare in questo municipio che fu conquistato dai ribelli nel gennaio 1994. C’è anche un raduno di massa a San Cristobal de las Casas, dove dalle 9 del mattino hanno cominciato ad arrivare dal caracol di Oventik sotto una pioggia persistente.
Anche se dal loro arrivo gli zapatisti hanno improvvisato un palco di legno, fino alle 9 del mattino non c’era ancora nessun oratore né si è saputo qualcosa del messaggio che avrebbero inviato. Dal mese di novembre la pagina web di Enlace Zapatista annuncia che presto si sentirà la parola dell’EZLN.
Dal 7 maggio 2011, quando l’organizzazione indigena appoggiò la marcia del poeta Javier Sicilia con una concentrazione di massa a San Cristobal de las Casas, gli zapatisti non si vedevano per le strade delle città in Chiapas.

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skype: desinformemonos
________________________________________________________
“…desinformémonos hermanos
hasta que el cuerpo aguante
y cuando ya no aguante
entonces decidámonos
carajo decidámonos
y revolucionémonos.”
Mario Benedetti

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Non ci sembra di aver visto traduzioni o articoli riguardo questa notizia del mese scorso, per cui rigiriamo un riassunto della situazione e della denuncia della GBG La Realidad del 23 novembre fatta dal gruppo ELCOR della Rete contro la Repressione Chiapas. Ci sembra grave la situazione: con questo sono tre gli zapatisti attualmente in carcere.

Nodo Solidale

GBG zapatista di La Realidad denuncia l’arresto di due zapatisti e di due loro familiari:
http://www.autistici.org/nodosolidale/news_det.php?l=it&id=2217

San Cristobal de Las Casas, 24 novembre 2012

“…dov’è la giustizia? I nostri compagni Anibal e Carlos  non hanno commesso nessun delitto, sono innocenti, il loro unico delitto è essere zapatisti”

(Parole della denuncia pubblica della Giunta di Buon Governo, 23 novembre 2012)

Da aprile 2011 a novembre 2012 noi, in quanto aderenti all’Altra Campagna, firmatari della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e altre persone solidali di buon cuore, abbiamo ricevuto la SESTA DENUNCIA PUBBLICA dalla zona Selva Fronteriza.

La Giunta del Buon Governo (GBG) “Verso La Speranza” del Caracol 1, La Realidad, Madre dei Caracoles “Mare dei nostri sogni”. Ancora una volta informa sulle ingiustizie delle quali sono oggetto i compagni e le compagne basi d’appoggio zapatiste dell’EZLN del Municipio Autonomo Ribelle Zapatista “Terra e Libertà”, della frazione San Ramon e del villaggio Che Guevara.

Sappiamo bene che prima di fare una denuncia pubblica la Giunta del Buon Governo prova a  risolvere i problemi. Questa volta ci informa quindi dei fatti con cui hanno criminalizzato e violato un’altra volta i diritti compagni.

Innanzitutto la GBG ci informa riguardo i fatti avvenuti il 15 maggio 2011, quando dieci persone (uomini e donne) colpirono brutalmente con pietre e pali, due compagni basi d’appoggio zapatiste: Anibal Lopez Monzon e Carlos Lopez Munzon e un loro fratello, Jacobo Timo Lopez Mònzon, che non è base appoggio zapatista, provando ad ammazzarli. Uno di loro “rimase incosciente, quasi morto”.

Il giorno 20 giugno 2012 vengono nuovamente arrestati gli stessi compagni (le due basi d’appoggio e un loro fratello) e anche un altro componente della famiglia. Attualmente, cioè dopo 5 mesi, sono ancora incarcerate le quattro persone.

La GBG comunica anche i fatti del 17 ottobre di questo anno, data in cui viene sparato il compagno Manuel Barrios Hernandez del villaggio “Che Guevara” dal signor Olegario Roblero Rodriguez. Il motivo era per espropriargli la terra. Coloro che hanno propiziato l’aggressione per appropriarsi delle “terre recuperate” dall’EZLN, in complicità con i tre livelli del mal governo, sono i militanti del Partito Verde Ecologista, Guillermo Pompilio Galvez Pinto e Ilse Galvez, figlio e figlia dell’ex proprietario , già deceduto.

Sono 94 ettari di terra recuperata che nel complesso costituiscono le terre del villaggio “Che Guevara”.  In base ai principi etico – rivoluzionari zapatisti, i compagni lasciarono 60 ettari di proprietà ai figli dell’imprenditore morto e rimasero così 30 ettari di terra in possesso delle basi d’appoggio zapatiste.

Come Spazio di Lotta contro l’Oblio e la Repressione (ELCOR in spagnolo) esigiamo la libertà immediata dei compagni detenuti arbitrariamente dal mal governo e facciamo un appello per diffondere la situazione e sottolineare i nomi dei delinquenti, complici del mal governo, pertanto:

INDICHIAMO COME DELINQUENTI il Comandante Victoriano Lopez Aguirre e i suoi 5 poliziotti ausiliari testimoni del brutale pestaggio del 15 maggio ai danni dei compagni di San Ramon, facendo come se nulla fosse.

INDICHIAMO COME  INETTI GLI AVVOCATI Juan Antonio Gomez Coello e Antonio Lopez de Leon che non hanno fatto altra cosa che dimostrare di avere come clienti dei delinquenti.

INDICHIAMO COME PESSIMI FUNZIONARI QUELLI DEL PUBBLICO MINISTERO di Motozintla, Rodolfo Cruz Martinez, e del Pubblico Ministero di Tapachula (coloro che diedero l’ordine di arrestare il 20 giugno i compagni).

INDICHIAMO COME GENTE DI CUORE CATTIVO, il sig.Guillermo Pompilio Galvez Pinto e Ilse Galvez  i qualid pagano persone senza dignità per usurpare la terra alle basi d’appoggio zapatisti del villaggio “Che Guevara”.

NOMINIAMO GLI STUPIDI CHE NON SANNO GOVERNARE e stanno nei tre livelli di governo: il sindaco Oscar Rene Gonzales Galindo, il governatore Juan Sabines Guerrero e il presidente Felipe Calderon, così come i loro prossimi successori, ugualmente delinquenti che fregheranno ancor di più Chiapas e Messico, Manuel Velasco e Enrique Pena Nieto.

Stop alle aggressioni contro le comunità zapatiste!
Viva la autonomia zapatista!
Contro l’Oblio, la Memoria!
Contro la Repressione, la Solidarietà!

Espacio de Lucha Contra el Olvido y la Represión (ELCOR)

(tradotto da Nodo Solidale)

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La Jornada – Venerdì 14 dicembre 2012

La forza morale ed organizzativa dell’EZLN

Jaime Martínez Veloz

Il prossimo primo di gennaio si compiranno 18 anni dall’insurrezione armata capeggiata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Un paese sulla soglia della modernità fu sorpreso che migliaia di insorti, in maggioranza indigeni, avessero preso le armi, come ultima risorsa, per lottare per una vita migliore per i popoli indigeni e per il paese.

La mobilitazione di migliaia di messicani obbligò lo Stato a negoziare con gli insorti una soluzione degna e giusta. Dopo più di due anni di intensi negoziati, ci fu il primo accordo tra il governo federale e l’EZLN in materia di diritti e cultura indigeni, il quale fu firmato il 16 febbraio del 1996 nel municipio di San Andrés Larráinzar, in Chiapas.

Quando si tentò di inserire tale accordo nella legislazione messicana, mediante un’iniziativa di legge elaborata dalla Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa), la reazione dello Stato fu brutale, cinica e crudele. L’iniziativa di legge conteneva i postulati testuali più importanti dall’accordo firmato dal governo federale e l’EZLN; non c’era un solo concetto che non fosse stato concordato dalle parti.

La reazione dell’EZLN di fronte all’iniziativa elaborata dalla Cocopa fu di accettazione, e quella delle autorità fu di scandalo ed ipocrisia. Il presidente della Repubblica ed i gruppi di potere economico del paese accusarono la Cocopa e l’EZLN di voler balcanizzare, dividere e frammentare il paese. Coloro che lanciarono queste accuse sono gli stessi che concessero 25 milioni di ettari alle compagnie minerarie straniere e nazionali, le quali tra il 2005 e 2010 estrassero risorse minerali per un valore di 552 mila milioni di pesos e pagarono solo 6 mila 500 milioni di pesos per i diritti, cioè, 1,18%.

Nel 2002, dopo la trionfante marcia zapatista in diverse parti del paese, l’allora presidente Vicente Fox trasmise l’iniziativa di legge al Congresso dell’Unione, attraverso il Senato della Repubblica, dove fu smantellata ed al suo posto approvarono un obbrobrio legislativo la cui premessa principale era che sarebbe stata la strada per far uscire fuori dall’arretratezza e dall’emarginazione i popoli indigeni messicani. Si stabiliva che il tema dell’arretratezza e dell’emarginazione in materia indigena era una questione di programmi ed aiuti governativi, non di pieno esercizio dei diritti costituzionali, rifiutandosi così di compiere quanto concordato a San Andrés Larráinzar.

A più di 10 anni dalla promessa delle istituzioni messicane agli indigeni di farli entrare in paradiso, in cambio del rifiuto di applicare quanto concordato tra l’EZLN ed il governo federale, la realtà dà ragione agli zapatisti ed evidenza il più grande dei fallimenti dello Stato.

Tra il 2002 e 2012, la spesa federale annuale per i popoli indigeni è passata da 16 mila 663 milioni a 39 mila 54 milioni di pesos. Tuttavia, i dati di povertà ed emarginazione delle stesse agenzie governative non riportano alcun impatto sulla riduzione della povertà indigena; al contrario, questa è aumentata, ed ogni volta in modo più offensivo per una nazione dove dal 1917 tutti i governi ammettono nei discorsi ed in modi diversi il debito del Messico con i suoi indios e si dicono impegnati a sconfiggere le ingiustizie che subiscono.

Secondo i dati del Consiglio Nazionale di Valutazione della Politica di Sviluppo Sociale (Coneval) e i dati su entrate e uscite del 2010, mentre la media nazionale del tasso di povertà estrema e moderata è del 46,2%, nelle comunità e villaggi indigeni è del 79,3%, cioè, quasi il doppio. Otto indigeni su 10 non hanno avuto accesso alla terra promessa che lo Stato messicano ha offerto loro in cambio di non applicare quanto pattuito a San Andrés Larráinzar.

Secondo i dati del Coneval, l’80,3% degli indigeni è al di sotto della soglia di benessere, l’83,5% non ha accesso alla previdenza sociale, il 50,6% non conta su servizi di base nella propria abitazione ed il 40,5% soffre di carenze alimentari. Per questo diciamo che in materia indigena non ha fallito la politica pubblica, bensì la leadership dello Stato; la politica verso gli indigeni è stata di palliativi, perché non ha una visione articolata e progetti di cambiamenti strutturali, com’è contemplato negli accordi di San Andrés Larráinzar.

Dopo l’inadempimento governativo, l’EZLN decise una strategia di resistenza, rafforzando la sua organizzazione con la creazione delle giunte di buon governo, il lavoro collettivo e la solidarietà comunitaria. Negli ultimi anni sono andati avanti in silenzio, lontani dalla propaganda. Alcune persone distratte, o quelli che hanno scommesso sulla scomparsa del conflitto o il suo oblio, diffondono voci o tentano di confondere, sostenendo che l’EZLN non è più un problema, dato che, dalla loro ottica, gli zapatisti non fanno più notizia, quindi non esistono.

I dati qui esposti, che mostrano il fallimento governativo verso questo settore della popolazione, dovrebbero far capire alle élite messicane che perfino il silenzio è una forma di lotta e che non ha niente a che vedere con una presunta debolezza, in questo caso, dell’EZLN. Al contrario, mentre il dispendio ed il fallimento sono sinonimo delle politiche pubbliche, l’organizzazione, il lavoro e la disciplina sono ciò che ha distinto lo zapatismo in questa tappa.

Gli zapatisti vivono, si organizzano e lavorano in una realtà di grandi carenze materiali che suppliscono con creatività e dedizione. Hanno obiettivi chiari che trascendono le generazioni; i loro argomenti sono irrefutabili, la vitalità e la consistenza delle loro convinzioni sono state una scuola di vita per migliaia di messicani. Un abbraccio affettuoso a tutti gli zapatisti che là, nelle loro comunità, lottano ogni giorno per costruire un futuro migliore per il nostro paese. Come dicono da quelle parti: non siete soli! http://www.jornada.unam.mx/2012/12/14/opinion/021a2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Denuncia da Toniná.

La Jornada – Martedì 11 dicembre 2012

La JBG denuncia danni al sito archeologico di Toniná e chiede le dimissioni del direttore. Octavio Albores, presidente municipale, distrugge tombe maya per costruire un ponte

Hermann Bellinghausen

La giunta di buon governo (JBG) El camino del futuro, con sede nel caracol Resistencia hacia un nuevo amanecer, a La Garrucha, Chiapas, ha denunciato la strategia di perseguire ed imprigionare “i nostri compagni innocenti, basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN)”. Questa volta, il perseguito è Alfonso Cruz Espinosa, del villaggio San Antonio Toniná, attiguo alla zona archeologica di Toniná e vicino al capoluogo municipale di Ocosingo.

Le autorità della JBG denunciano i fatti avvenuti nel municipio autonomo Francisco Gómez; “nel nostro territorio”, precisano. “Secondo alcune voci, sul compagno Cruz Espinosa pende un mandato di cattura per il semplice fatto che il municipio autonomo ha aperto un negozio collettivo di artigianato in quel luogo, sul nostro terreno recuperato, a beneficio dei nostri compagni in resistenza”.

La JBG chiede ai tre livelli del malgoverno di rispettare gli accordi firmati il 28 gennaio 2006 nell’ufficio del consiglio autonomo di Francisco Gómez, perché “noi rispettiamo gli accordi”. Sostiene che gli zapatisti rispettano il terreno che coltiva la signora Socorro Espinosa Trujillo e le sue figlie Berenice e Dalia Maribel Cruz Espinosa. Anni fa, i governi statali di Juan Sabines Guerrero e municipale (PAN) di Arturo Zúñiga operarono per provocare un conflitto tra la famiglia Cruz Espinosa ed Alfonso, proprietario legittimo dei terreni che circondano il sito archeologico, allo scopo di sottrarli al territorio autonomo zapatista e destinarli ad usi commerciali.

La JBG inoltre denuncia che l’attuale presidente municipale di Ocosingo, Octavio Albori Cruz (PRI) sta distruggendo tumuli e tombe maya per la costruzione di un ponte a beneficio dell’ex sindaco Zúñiga ed altri allevatori della zona, e si domanda: “Non è un crimine distruggere il patrimonio della nazione?”.

La JBG ed il municipio autonomo Francisco Gómez chiedono le dimissioni dell’archeologo responsabile Juan Yadeum e della direttrice del sito di Toniná, Julissa Camacho Ramírez, come era stato concordato e firmato dai tre livelli del malgoverno il 28 febbraio 2009, perché sono loro a provocare i costanti problemi. Entrambi sono stati denunciati come complici, almeno per omissione, di queste opere illegali che colpiscono e danneggiano il patrimonio archeologico.

La direttrice Camacho Ramírez è stata inoltre denunciata per diverse irregolarità, come usare veicoli ufficiali dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) per trasportare legname – disboscato illegalmente nel podere Campo Alegre – che usa nella costruzione della sua casa di Ocosingo, senza che l’INAH, in Chiapas, intervenga contro Emilio Gallaga Murrieta. Questi stessi veicoli sono usati per trasportare i figli dei militari che risiedono nella base di Toniná.

Le autorità ribelli chiedono ai tre livelli del malgoverno di cancellare immediatamente il mandato di cattura contro Alfonso Cruz, “perché non ha commesso alcun reato. Lo diciamo chiaro: non permetteremo più nessuna ingiustizia contro le basi di appoggio del nostro EZLN, benché i tre livelli del malgoverno cerchino forme e strategie per fregarci e indebolire la nostra lotta e resistenza. Noi andiamo avanti pronti a difenderci da qualunque provocazione contro le nostre basi”. 

La giunta avverte: “Staremo attenti per quanto potrebbe succedere e ne riterremo responsabili direttamente i tre livelli del malgoverno e Julissa Camacho Ramírez, Juan Yadeum, così come María del Socorso Espinosa Trujillo e le sue figlie.

Comunicato originale della JBG

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 9 dicembre 2012

Las Abejas accusano il governo di riattivare i gruppi paramilitari per seminare il terrore. Lo proverebbe la scarcerazione in massa dei responsabili del massacro di Acteal

 Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 8 dicembre. L’organizzazione ella società civile Las Abejas ha denunciato oggi la riattivazione dei gruppo paramilitare Máscara roja nel municipio tzotzil di Chenalhó, e che la transizione governativa di Enrique Peña Nieto ha scatenato una serie de fatti violenti, come strategia di minaccia per fermare le proteste sociali che denunciano la sua imposizione. Ma le azioni “non sono solo contro gli ‘anti-EPN’ “, ma anche contro le organizzazioni che denunciano le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani compiute e gestite dai governi con la logica della contrainsurgencia per creare divisione e conflitto comunitario, fino a provocare lo sgombero forzato.

Lo stesso governo amministra i conflitti, come ha fatto il governo statale che oggi ha terminato il suo mandato con le organizzazioni di Tila, San Sebastián Bachajón ed altre regioni autonome, aggiungono Las Abejas. Tale strategia ha permesso la ripresa dei gruppi paramilitari Paz y Justicia nella zona nord e Máscara roja nel municipio di Chenalhó.

Inoltre, la scarcerazione in massa dei paramilitari in carcere per il massacro di Acteal (avvenuto il 22 dicembre 1997) a partire dal 12 agosto 2009, fino alla liberazione di Manuel Santiz Pérez lo scorso 25 settembre, ha favorito questo riaggruppamento “che si manifesta nel loro coordinamento con coloro che non sono stati processati e portano armi per strada, in montagna, sui sentieri verso le milpas e le piantagioni di caffè. Tale dinamica ha fatto sì che nelle comunità di Chenalhó si ostentano le armi ovunque, cosa che induce timore tra i sopravvissuti del massacro, le vittime della guerra di bassa intensità e in tutta la popolazione civile.” Las Abejas riferiscono della recente tragedia del 5 settembre, quando un priista ha sparato alla schiena di Manuel Ruiz Hernández, base di appoggio zapatista, vicino alla piazza di Yabteclum.

L’azione violenta dell’Esecutivo statale non si limita a seminare terrore, ma “prosegue la strategia di logoramento perpetrata dai governi precedenti contro la nostra organizzazione pacifista”. Al governo, aggiungono, non piace accettare la sconfitta del 2008, quando Felipe Calderón Hinojosa e Juan Sabines Guerrero divisero la nostra organizzazione pensando di disarticolarci; ma si sono sbagliati, quello che hanno fatto ci ha rafforzato e ci ha fatto diventare l’organizzazione che siamo ora.

Ciò nonostante, “i predatori non smettono di perseguitare il nostro movimento; ora hanno riattivato i loro emissari, come ad aprile del 2010 quando componenti del tavolo direttivo della (cosiddetta) ‘associazione civile Las Abejas’ con sede a Nuevo Yibeljoj, che usano il nostro nome, hanno fatto visita ai sopravvissuti di Acteal chiedendo i nomi dei loro congiunti morti nel massacro per negoziare un indennizzo”. In quell’occasione, fingendosi sopravvissuti, sono andati nelle case dei paramilitari, dei priisti, da membri dell’associazione civile e dai nostri, invitano a formare un gruppo di sopravvissuti e chiedere programmi assistenziali a nome dei martiri.

L’Organizzazione Società Civile Las Abejas ed i sopravvissuti al massacro di Acteal condannano questa strategia governativa e denunciano chi si spaccia per sopravvissuto ma non lo è: Juan Oyalté Paciencia (paramilitare priista di Tzajaluk’um), Vicente Oyalte Luna (priista della comunità di Acteal), Pedro Vásquez Ruiz e Juan Pérez Pérez (dell”associazione civile Las Abejas’).

L’organizzazione legittima Las Abejas, aderente all’Altra Campagna, sostiene che con questa strategia il governo vuole eludere la richiesta di giustizia per il massacro, e che le persone che fungono da commissioni sono agli ordini e istruiti da delegati del governo, come i paramilitari che hanno ucciso i nostri fratelli su ordine dello Stato e addestrati dall’Esercito. Al governo non è bastato ammazzarci, non ha raggiunto il suo obiettivo, per questo ora vuole comprare la nostra coscienza.

Sappia il governo assassino di non nati, di bambini e bambine, donne, anziani e uomini della popolazione civile sfollata, che non scambieremo mai il sangue dei nostri martiri con denaro né programmi assistenziali. Non permetteremo neppure che si venda la dignità dei nostri fratelli massacrati. Non cesseremo di gridare giustizia contro gli autori materiali e intellettuali del massacro di Acteal, conclude la denuncia. http://www.jornada.unam.mx/2012/12/09/politica/015n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 5 dicembre 2012

Basi di appoggio zapatiste inaugurano un negozio di artigianato a Toniná, Chiapas 

Hermann Bellinghausen. Inviato. Toniná, Chis., 4 dicembre. Centinaia di basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), di diverse comunità del municipio autonomo Francisco Gómez, questa mattina hanno inaugurato un negozio di artigianato adiacente al sito archeologico di Toniná, nella valle di Ocosingo. La cerimonia è avvenuta alla presenza delle delle ricamatrici ed artigiane, in maggioranza tzotziles, i cui lavori saranno venduti nel nuovo negozio.

Dopo alcune turbolenze regionali nelle scorse settimane, diffusione di notizie diffamatorie ed aggressioni della polizia municipale contro il negozio zapatista, questo ha aperto i battenti senza contrattempi. Sulla stampa e radio locali si diceva che si trattava di un posto di blocco, un botteghino illegale di pagamento per l’ingresso alle rovine o un tentativo di ostacolare il turismo (che, però, ogni anno è sempre più numeroso). Qualche giornale statale ha anche fornito versioni più obiettive. E sebbene la polizia di Ocosingo fosse venuta nei giorni scorsi a spargere la sabbia che gli zapatisti stavano usando per la costruzione dei locali, il nuovo presidente municipale, Octavio Albores Cruz, priista di lunga data ma eletto come candidato verde, si è presentato dagli indigeni ribelli per dissociarsi dall’aggressione della polizia e riportare la sabbia.

La situazione conflittuale di deve molto all’ex sindaco panista Arturo Zúñiga Urbina, che prima di lasciare l’incarico si è assicurato di disporre 9 milioni 165 mila pesos per costruire un sentiero turistico Ocosingo-Toniná su terreni di sua proprietà e di due soci, pagati con denaro federale e statale delle amministrazioni di Calderón e Sabinas. Per fare ciò hanno distrutto tumuli e tombe del sito archeologico ed hanno usato pietre dell’antica città maya per fare posto ad un albergo turistico, ristorante, piazza di accesso, ponte, parcheggio, portico e sentieri, secondo la stessa descrizione ufficiale.

Una larga strada asfaltata e con marciapiede si apre nel bel mezzo del paesaggio rurale; si prevede che ospiterà un mercato di artigianato e posti di ristoro controllati dai proprietari delle installazioni ma gestiti dagli indigeni come dipendenti. Oggi sono molto attivi i lavoratori e le macchine di un’impresa privata, proprietà di Manuel Albores Cruz, nipote del nuovo sindaco, ma suo rivale. Suo padre, e fratello del sindaco, Héctor Albores, è stato candidato perdente del PRI nelle passate elezioni.

Così, tutto resta in famiglia, mentre le autorità dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) si astengono dall’intervenire, malgrado il suo direttore regionale, Emilio Gallaga Murrieta, sia a conoscenza della situazione. I lavoratori dello stesso INAH hanno manifestato il proprio dissenso verso queste opere turistiche che privatizzano una zona che è di proprietà della nazione e patrimonio dell’umanità, ed inoltre la danneggiano irrimediabilmente.

Ma oggi le famiglie zapatiste, vivaci e colorate, sono venute alla grande piramide ed hanno dato inizio alla loro impresa su un pezzo di terra recuperata proprio all’ingresso del sito archeologico. Un discreto cartellone di legno con una stella rossa al centro recita: Negozio di artigianato autonomo zapatista, territorio ribelle. EZLN, Caracol III La Garrucha, municipio autonomo Francisco Gómez. Con questo piccolo dettaglio, ed il privilegio della sua collocazione, hanno ricevuto luce rossa dal governo statale ormai alle sue ultime ore di vita. Il negozio sì, il cartello no, hanno intimato i funzionari agli indigeni autonomi, ma questi, come da 18 anni, fanno quello che dicono di fare perché nel loro pieno diritto, argomento che fino ad ora nessun funzionario ha potuto contestare. http://www.jornada.unam.mx/2012/12/05/politica/019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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29° Anniversario

L’EZLN, ispirazione dei guardiani indigeni del Messico

Hermann Bellinghausen e Gloria Muñoz Ramírez

Un viaggio in questi 29 anni dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), permette di vedere la coerenza e congruenza di un movimento creato da un gruppo di tre indigeni e tre meticci che arrivarono nella Selva Lacandona nell’autunno del 1983. Non tutto è cominciato con la sollevazione armata con la quale si sono fatti conoscere all’alba del primo gennaio 1994. Dieci anni avevano preceduto il momento nel quale si sarebbero presentati al mondo intero e quasi 19 sono trascorsi da quando lanciarono la Prima Dichiarazione della Selva Lacandona. Di questo processo si è parlato e scritto molto, ma l’anniversario serve a ricordare scampoli della storia di un movimento che si è installato nella vita politica del paese e del mondo, e che continua ad essere un riferimento di organizzazione per molti movimenti che lottano, come loro, per libertà, democrazia e giustizia.

Alcuni anni fa, il tenente colonnello Moisés riassumeva con parole semplici il processo col quale i primi zapatisti si incontrano con le comunità indigene e trasformano la loro visione rivoluzionaria tradizionale, a partire da una semplice formula: ascoltare i popoli: “Dal 1983 al 1993 l’organizzazione trovò il modo di incontrare le persone. Il nostro EZLN seppe adattarsi ai nostri popoli indigeni, cioè l’organizzazione seppe fare i cambiamenti necessari per crescere. Durante il reclutamento non dovevamo comportarci come commissari politici… I compagni hanno un loro proprio stile di vita e andare incontro al loro modo di vivere ci permise di radunare sempre più persone e comunità”.

Intervistato in occasione del 20° anniversario zapatista, il comandante insurgente spiegò allora come si organizzarono con le comunità e come si svolgevano gli incontri politici. “Si dice loro che siamo contro il governo, che lottiamo contro il sistema che ci opprime. Spieghiamo ogni punto del perché lottiamo. Per esempio, quando gli spieghiamo del problema della salute e dell’educazione, loro capiscono che a poco a poco si potranno avere un buon sistema sanitario e buone scuole. Poi si passa a spiegare che la lotta sarà lunga… Gli spieghiamo in che condizioni vivono perché prendano coscienza della loro situazione ed allora ci chiedono che cosa bisogna fare. E noi gli raccontiamo le lotte di Villa, di Zapata, di Hidalgo, e di come si sono ottenute le cose, spieghiamo loro che grazie a quei movimenti si ottennero alcune cose, ma che ne mancano ancora molte.”

L’EZLN spiegò i suoi propositi ed ascoltò i bisogni e le forme di lotta dei popoli. E’ questo il segreto. Saper ascoltare ed agire di conseguenza. Moisés ricordava: “Allora spiegavamo alle comunità il nostro sogno, dicendo loro che la lotta è per una buona educazione, un buon sistema di salute, la casa e per tutto quello per cui lottiamo… L’organizzazione crebbe così tanto che si dovettero creare nuovi meccanismi di comunicazione. Perché prima la comunicazione avveniva a piedi e ci volevano giorni per entrare in contatto, ma quando l’organizzazione è cresciuta si è ricorsi all’uso delle radio per tenere in comunicazione le comunità e loro con noi in montagna”.

La spiegazione che si dava alle comunità 29 anni fa è assolutamente valida oggi e si può applicare ad ognuna delle lotte che si conducono attualmente a Wirikuta, nella Montagna e sulla Costa di Guerrero, nell’Istmo di Oaxaca, tra i popoli della meseta purhépecha o tra la tribù yaqui di Sonora. Raccontava Moisés: “Le comunità capivano che i progetti che il governo elargiva non erano per decisione della gente, a loro non chiedono mai che cosa vogliono. Il governo non vuole soddisfare i bisogni dei popoli, si vuole invece continuare a tenerli in stato di bisogno. E già da qui nasce l’idea che bisogna essere autonomi, che bisogna imporsi, che si deve essere rispettati e che bisogna fare in modo che si prenda in considerazione quello che i popoli vogliono che si faccia. Il governo li trattava come se non sapessero pensare.”

La lotta zapatista, formata in maggioranza da indigeni tzotziles, tzeltales, tojolabales, choles, zoques e mames, non nacque con rivendicazioni puramente indigene. All’inizio, raccontano i ribelli, ci si proponeva una lotta su scala nazionale. Nel 1983 l’EZLN si chiedeva: “Come facciamo a far avere un buon sistema di salute, buone scuole, la casa a tutto il Messico? Questo è un impegno veramente grande. Ma la vedevamo così. In quei primi dieci anni acquisimmo molte conoscenze, esperienze, idee, modi per organizzarci. E pensavamo, come ci accoglierà il popolo del Messico (non lo chiamavamo società civile)? E pensavamo che ci avrebbero accolto con gioia perché avremmo lottato e saremmo morti per loro, perché volevamo libertà, democrazia e giustizia per tutti. Ma, contemporaneamente pensavamo, come sarà? Ci accetteranno?”

Poi è arrivata la guerra con tutte le sue sofferenze e l’irruzione civile del popolo del Messico. Sono seguiti poi gli oltre 18 anni di lotta pubblica, di incontri e scontri, di dichiarazioni e presa di posizioni. Il subcomandante Marcos nel 2003 dichiarava che “se non ci fosse stata la sollevazione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, molte cose a beneficio dei popoli indios e del popolo del Messico, perfino del mondo, non ci sarebbero state nella forma in cui ora ci sono. Era l’unico modo per cambiare le cose…”. Senza dubbio c’è ancora molto da fare e le sfide sono maggiori, ma le conquiste di 29 anni di organizzazione non si possono né devono essere svendute.

Prima del ‘94…

Nel 1983, quando nella selva Lacandona nasce l’EZLN, il Chiapas è governato dal generale Absalón Castellano Domínguez. Tre anni prima, nella primavera del 1980, quando era capo militare della zona, truppe dell’Esercito federale ai suoi ordini perpetrarono il più grande massacro dei tempi moderni del Chiapas. Golonchán (o Wolonchán) era il nome della comunità distrutta e dispersa nel municipio tzeltal di Sitalá. Sebbene non si conoscano le cifre esatte (“all’epoca non c’erano organizzazioni dei diritti umani che contassero i morti”, si è detto molte volte), le vittime furono molte di più che ad Acteal. E Golonchán non esiste più.

L’operativo del generale Castellanos fu a beneficio dei proprietari terrieri risentiti con le comunità indios, e proseguendo l’inerzia di una società dominante abituata ad abusare degli indigeni in molti modi: come peones, esercitando diritti territoriali, riscuotendo imposte illegali ed uccidendo indiscriminatamente. Nel 1993 gli allevatori potevano ancora dire senza pudore che la vita di una gallina valeva più di quella di un indio. Quello che ripeteva, ancora senza pudore e già nel gennaio del 1994, l’allevatore di Altamirano, Jorge Constantino Kanter.

Quando i fondatori dell’EZLN arrivarono nella selva e formalizzarono la loro esistenza come gruppo armato che lotta per la liberazione nazionale, forse non sapevano quanto erano profonde le sofferenze delle comunità indigene del Chiapas. In esse già germinava quel “Ya Basta!” del 1994. E si ritrovarono con i popoli maya delle montagne che avevano già iniziato il cammino verso la loro liberazione all’interno della selva Lacandona. Popoli giovani di tzeltales, tzotziles, tojolabales e choles, provenienti dalle loro antiche, perfino ancestrali, comunità degli Altos, della zona Nord, di Chilón e Comitán, che si addentravano in quelli che allora erano gli immensi municipi di Ocosingo e Las Margaritas, il “Deserto della Solitudine” dei frati missionari che culminava nel Petén guatemalteco.

La Rivoluzione Messicana aveva solo sfiorato il Chiapas, l’ultimo lembo del paese. Il potere era detenuto da poche famiglie di proprietari terrieri e politici da cui proveniva il generale Castellanos Domínguez, il suo predecessore Juan Sabines Gutiérrez, ed il suo successore, Patrocinio González Garrido, imparentato col potere ovunque. Molto prima c’erano stati Manuel Velasco Suárez, la mummia di Salomón González Blanco, prominente priista (beh, tutti priisti). E più avanti Juan Sabines Guerrero e Manuel Velasco Coello. Nel 2012 sembrerebbe che siano le stesse famiglie a detenere il potere istituzionale e politico in Chiapas. Ma non è più come prima. Quella lenta marcia di liberazione dei popoli indigeni ha finito per creare quella che oggi è la più grande e longeva esperienza di autonomia intranazionale e di resistenza del mondo. Le migliaia di ettari di terre delle vecchie proprietà in possesso di queste e di altre poche famiglie negli anni ’80 del XX° secolo, sono ora nelle mani degli indigeni, gli abitanti ancestrali, che inoltre le governano.

Dalla fine degli anni ottanta la proprietà “caxlana“, incluso la sua presenza, è andata scomparendo nella regione degli Altos, a Bachajón, sebbene abbiano conservato i loro ranchos e latifondi nelle valli e gole di Ocosingo, Las Margaritas, Altamirano, Palenque, Comitán. La liberazione interna dei popoli progressivamente è diventata territoriale, con una notevole componente religiosa attraverso la peculiare diocesi di San Cristóbal de las Casas, guidata da Samuel Ruiz García, e nel marco delle successive esperienze di lotta contadina di ispirazione comunista (le storiche CIOAC, CNPA, OCEZ), del cooperativismo maoista che avrebbe alimentato la ARIC e simili, ed altri fronti di lotta e resistenza, sistematicamente repressi/cooptati ma che non smettevano di sbocciare tra gli interstizi, come formiche. Così si sarebbe proprio chiamata l’ultima espressione pacifica prima dell’insurrezione dell’EZLN, con la marcia degli Xi’Nich (formiche) di Palenque nella capitale della Repubblica nel 1992, l’anno di grazia in cui cadeva la statua del conquistatore Diego de Mazariegos nella piazza di Santo Domingo, a San Cristóbal de las Casas, durante un corteo indigeno di inusitata forza al quale partecipavano, si seppe più tardi, coloro che due anni dopo si sarebbero presentati come zapatisti.

Un segreto era cresciuto nelle montagne del Chiapas. Qualcosa di più di una guerriglia: un esercito contadino, con tutte le sue implicazioni. Qualcosa di più di un’organizzazione politica tradizionale e delle trappole del negoziato/controllo alle quali sono esposte. Qualcosa di più di un effetto della lettura liberazionista del Vangelo cristiano, non esclusivamente cattolico. Un’inedita struttura comunitaria e militare, col suo nucleo nel Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno (CCRI) dell’EZLN, che invertiva l’abituale organizzazione rivoluzionaria e militare di ispirazione marxista-leninista, per mettere il comando, la Dirigenza, nelle mani degli stessi popoli che, sempre più collettivamente, nella misura in cui l’organizzazione clandestina si estendeva, designava i comandi militari, paradossalmente civili, responsabili della preparazione della guerra e delle date e condizioni per l’insurrezione, alla fine realizzata a capodanno del 1994.

Senza dilungarsi sulla ricchezza simbolica e discorsiva dello zapatismo, abbondantemente riportata, esaminata ed imitata negli ultimi 18 anni in tutto il mondo, bisogna ricordare la cattura, nella valle di Las Margaritas, la prigionia ed il processo pubblico al generale Castellanos Domínguez le settimane immediatamente successive all’insurrezione. Rinchiuso in una delle sue proprietà quell’anno nuovo, l’impresentabile discendente del dottor Belisario Domínguez conobbe un nuovo (antichissimo) tipo di giustizia popolare che lo condannò a sostenere la vergogna per i suoi crimini, e per estensione, per quelli della classe dominante che egli rappresentava in tutta la sua brutalità e limitatezza intellettuale. Prima di essere riconsegnato ai rappresentanti del governo alla vigilia del primo negoziato tra i ribelli e lo Stato, il Mercoledì delle Ceneri del 1994, il generale conobbe l’arma più distruttiva: la dignità dei popoli ed un’etica rivoluzionaria che lo obbligava a sostenere il peso del perdono delle sue vittime.

“Ci parlano con la realtà”

L’alba del 1994 accelera tutto. Mostra, su scala di massa e universale, il trattamento che la Nazione ha riservato ai suoi popoli indigeni. Rivela la profondità delle radici, della convinzione e della determinazione dei popoli insorti. La sua inedita modernità offre una nuova strada e, per la prima volta dalla caduta del socialismo sovietico, parla dell’apparente trionfo del capitalismo neoliberale e della fugace “fine della Storia“, di un altro mondo possibile, dove stanno molti mondi. Mentre “ci parlano con la realtà“, come diceva Carlos Monsiváis, gli zapatisti realizzano un’autentica riforma agraria dal basso recuperando centinaia di migliaia di ettari di terre e distribuendoli in maniera organizzata e puntuale seguendo le loro avanzate leggi rivoluzionarie. Per il resto, l’impatto della ribellione portò molti altri indigeni, perfino filogovernativi (che all’epoca, come oggi, sigla più/sigla meno, erano priisti) a prendere le terre che gli allevatori, cacicchi e proprietari terrieri si erano accaparrati in buona parte dello stato. Un’ironia devastante di fronte all’annuncio del governo nazionale priista secondo cui la redistribuzione agraria, iniziata dopo la Rivoluzione Messicana, era conclusa.

In Chiapas ricominciava, e dava origine ad un nuovo ciclo storico della liberazione: l’autonomia dei popoli indigeni. La lotta è per la terra ed anche per l’autodeterminazione. In un paese ed un mondo dove le funzioni di governo sempre più spesso si trasformano in strutture criminali e illegittime, la ribellione zapatista è la pietra fondante di nuove forme di buon governo che comandano ubbidendo ed esistono per servire e non per servirsi del ruolo, che è un incarico e non un’assegnazione, una responsabilità e non una ricompensa. E si manifesta il paradosso di un esercito (l’EZLN) che permette l’esistenza di governabilità, giustizia e autodeterminazione pacifica. Il mondo delle lotte dal basso scoprì che, parafrasando Sartre, lo zapatismo è umanesimo.

Questo è il lungo viaggio di quella cellula originaria che credeva di andare a fare una rivoluzione ed è finita per farne un’altra: originale, ugualitaria, esemplare, e soprattutto, possibile.

Gli zapatisti non perdono tempo. Nel dicembre del 1994 il subcomandante Marcos annuncia a Guadalupe Tepeyac la creazione di nuovi municipi, ribelli e autonomi. Il governo di Zedillo finge di avere l’intenzione di negoziare ma improvvisamente li tradisce l’8 febbraio 1995 scatenando un’offensiva delle forze armate che militarizza centinaia di comunità che si dichiarano in resistenza. Mesi dopo, a San Miguel, si concordano i dialoghi di pace da tenersi a San Andrés Larráinzar, che già allora era stato ribattezzato dai ribelli San Andrés Sakamchén de los Pobres. Tra pressioni, inganni e miserie, nell’aprile del 1996 si firmano i primi accordi su cultura e diritti indigeni ma Zedillo si ritira poche ore dopo adducendo lo stato di ebbrezza del suo segretario di Governo e sprofondando nel ridicolo i suoi negoziatori.

Gli accordi sono stati una conquista non solo degli zapatisti del Chiapas, ma anche di decine di rappresentanti indigeni di tutto il Messico. Ma saranno gli zapatisti i primi a trasformarli in legge e sulla base di questi costruire un’esperienza autonomistica con cinque Giunte di Buon Governo organizzate in cinque Caracoles e decine di municipi e regioni autonome ribelli. Da allora, contro questa esperienza hanno combattuto i successivi governi federali e statali, con il dispiegamento massiccio di truppe federali, poliziotti e, dove hanno potuto, gruppi civili armati (paramilitari). Un’offensiva scatenata dai comandanti in capo Zedillo, Vicente Fox e Felipe Calderón, aperta anche su altri fronti: economico, propagandistico, diseducativo.

In breve, vale la pena ricordarlo, l’organizzazione autonoma dei popoli zapatisti non parte nel 2003 con la creazione dei cinque Caracoles ubicati in ognuna delle regioni sotto di loro influenza. Neppure con l’annuncio della nuova demarcazione, il 19 dicembre 1994, congiuntamente alla rottura dell’accerchiamento. Già si parlava dell’autonomia e, cosa più importante, già ci si lavorava, dall’arrivo dei primi insorti nei villaggi della selva.

La salute e l’educazione, due dei pilastri dell’autonomia e, soprattutto, il concetto del comandare ubbidendo, principio sul quale si organizzano i governi autonomi, sono elaborati in quel periodo di incontro e conoscenza tra i popoli e la guerriglia. Più avanti prendono forma in una nuova geografia e a partire dal 2003 in governi composti formalmente nelle Giunte di Buon Governo, dove si pratica la democrazia comunitaria, come la chiama il filosofo Luis Villoro.

“Noi avevamo già un territorio controllato ed è stato per organizzarlo che sono stati creati i municipi autonomi”, spiegò allora il maggiore Moisés. “Noi creammo i municipi autonomi e poi pensammo ad una Associazione di Municipi, che è precedente alle Giunte di Buon Governo. Questa Associazione è una pratica, è una prova di come dobbiamo organizzarci. Da qui nasce l’idea di come migliorare e così spunta l’idea della Giunta di Buon Governo. A noi viene un’idea e la mettiamo in pratica. Pensiamo che siano idee buone ma nella pratica vediamo se ci sono problemi, o come risolvere i problemi”.

Anni dopo, il comandante Moisés, appartenente alla zona degli Altos e morto in un incidente, così sintetizzava la storia dell’autonomia: “Noi volevamo dialogare, ma vedete quello che è successo con gli Accordi di San Andrés (firmati a febbraio del 1996 e fino ad oggi incompiuti). Per questo non abbiamo chiesto il permesso ed abbiamo iniziato a costruire. La cosa essenziale è l’organizzazione del popolo e non il denaro, perché il denaro se è in eccesso corrompe, ma l’organizzazione non si corrompe. L’idea che ha per obiettivo la vita non si distrugge con la prigione né con la morte…”

Nel 2012 l’autonomia di questi popoli continua ad essere un riferimento inedito nel mondo. Non c’è un’esperienza paragonabile, e sicuramente non si tratta solo del fatto che esista, ma la sua esistenza è il motore di molte delle lotte in corso in Messico ed in molte parti del pianeta. Oggi, per esempio, una rete di medici e attivisti affrontano la crisi e i tagli in Grecia attraverso l’organizzazione di un ospedale autogestito a Salonicco, che si ispira a questa forma organizzativa. Una foto della clinica La Guadalupana, di Oventik, campeggia su una delle pareti degli ambulatori.

Esempi come il precedente sono molti, soprattutto nei villaggi indios del Messico che attualmente conducono mille battaglie contro l’espropriazione di cui sono oggetto. La resistenza e molte delle sue forme organizzative sono d’ispirazione zapatista e lo si riconosce con orgoglio.

Non potendo essere altrimenti, la sfida degli indigeni zapatisti a partire dal 1994 ha portato il governo alla scommessa criminale di distruggerli. Seguendo i manuali yankee di guerra irregolare e con guerriglieri traditori come consulenti (Joaquín Villalobos di El Salvador, Tomás Borge del Nicaragua ed un pugno di locali ex membri della Liga 23 de Septiembre ed annessi), il governo salinista, e soprattutto quello zedillista, decisero di giocare alla contrainsurgencia, visto che le ricette applicate in Guatemala e Vietnam non servivano a niente di fronte ad un esercito contadino e popolare che per giunta, ascoltando saggiamente la richiesta di pace nel paese, aveva messo a tacere le sue armi e si preparava a difendere le proprie istanze che si generalizzavano tra i popoli ed i movimenti del paese. Per sua voce parlavano i senza voce.

La strategia di contrainsurgencia si attualizzò nella sfera militare, mentre lo Stato inondava il Chiapas di risorse, investimenti e promesse, permettendo l’arricchimento delle stesse famiglie di sempre, ora nel ruolo di amministratrici delle risorse economiche della Federazione. Inoltre, spargeva i semi perversi della divisione, della paramilitarizzazione e della corruzione politica su scala comunitaria. Incapace di vincere la sfida indigena, il governo di Carlos Salinas de Gortari durante i dialoghi di pace mostrò tutta la sua meschinità e lasciò in eredità ad Ernesto Zedillo una ribellione prodiga di sorprese.

I popoli non sono retrocessi. La loro esperienza di governo ha fatto sì che, almeno a parole, i governatori “oppositori” ma priisti, Pablo Salazar Mendiguchía e Juan Sabines, abbiano riconosciuto la probità e l’efficacia dei consigli municipali autonomi e delle Giunte di Buon Governo. Molti popoli indigeni messicani hanno tentato di stabilire autonomie simili (amuzgos, nahuas, mixtecos, purépechas) ed hanno subito criminalizzazione, repressione, prigione e morte senza ottenerle pienamente. L’autonomia di tzeltales, tzotziles, choles, tojolabales, mames e contadini del Chiapas è stata possibile grazie all’estensione del loro territorio e della loro organizzazione e all’esistenza di un esercito proprio, dove gli insorti ed i miliziani sono figli e figlie di quei popoli. Un esercito che, onorando la tregua alla quale si è impegnato con la società civile messicana, non combatte, ma nemmeno depone le armi.

Il nuovo governo priista di Ernesto Peña Nieto si trova con una dichiarazione di guerra tuttora vigente ed eredita la responsabilità di un rosario di crimini e tradimenti governativi contro i popoli ribelli del Chiapas. È l’eredità maledetta di essere un malgoverno, come sostengono ripetutamente gli zapatisti. Affronterà anche la sfida costruttiva, alternativa e fattibile di governi autonomi che presto o tardi condurranno al riconoscimento del Messico come paese plurinazionale e multiculturale, e con un altro dei paradossi che prodiga questa rivoluzione indigena, saranno garanzia del fatto che continuiamo ad essere una Nazione libera e sovrana, e non la tragica commedia in cui oggi il servile neoliberismo governativo lacera il Messico e mette a serio rischio il futuro nazionale.

Il piccolo esercito indigeno del sudest che ha compiuto 29 anni questo 17 novembre continua ad essere difesa e garanzia. Con la sua pratica ed il suo esempio i popoli zapatisti ed il loro esercito ribelle ispirano i guardiani indigeni del Messico in Guerrero, Sonora, Michoacán, Jalisco, Oaxaca ed in molte altre parti.


http://desinformemonos.org/2012/11/el-ezln-inspiracion-de-los-guardianes-indigenas-de-mexico

Fotoreportage: http://desinformemonos.org/2012/11/ezln-29-anos-de-ser-valladar-y-garantia/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Los de Abajo

A 29 anni di vita dell’EZLN

Gloria Muñoz Ramírez

17 novembre 2012

 Oggi, 29° anniversario della fondazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), in molte e varie forme si celebreranno le gesta della sua nascita. Incontro è la parola che riassume le attività che si svolgeranno in Messico ed in molte parti del mondo, dal Festival della Memoria, promosso dalla Rete dei Media Liberi Chiapas, L’Incontro delle Parole nella città di Querétaro, le giornate di informazione e culturali nello zócalo di Puebla, le attività lanciate dalla Rete Nazionale Contro la Repressione nella piazza del palazzo delle Belle Arti a Città del Messico; i volantinaggi informativi a Fresnillo, Zacatecas. E, nell’ambito internazionale, feste come quella organizzata dalla Piattaforma Basca di Solidarietà con il Chiapas, nella consapevolezza che le basi di appoggio zapatiste sono un esempio di lotta per la trasformazione della propria realtà, e l’EZLN un esempio di sconvolgimento della vecchia tradizione della guerriglia per collocarsi in un nuovo paradigma di fronte alla presa del potere.

Molti diranno che non c’è motivo di far festa mentre i suoi popoli sono continuamente attaccati dai gruppi paramilitari, come recentemente nelle comunità Comandate Abel ed Unión Hidalgo, ma è proprio in queste condizioni nelle quali queste comunità costruiscono la propria autonomia, tra la costante persecuzione, che il festeggiamento è doppio, perché la lotta per la dignità non si vince con le buone e loro non si sono stancati di metterci anima e corpo.

Oltre agli eventi culturali, in molti luoghi si celebra la parola zapatista mettendo sul tavolo le battaglie contro il saccheggio in atto in tutto il territorio nazionale, principalmente tra i popoli indigeni, legittimi guardiani delle risorse naturali che numerosi megaprogetti vogliono strappare loro. L’influenza dell’insurrezione del 1994 è così quotidiana che a volte è impercettibile, ma, come riferisce José Carrillo de la Cruz, leader morale della comunità wixárika Mesa del Tirador: dagli zapatisti “abbiamo imparato che non è mai bene con le armi, che ci sono altri mezzi con i quali possiamo difenderci, usando l’intelligenza, con un altro tipo di convinzione. L’abbiamo imparato con loro e quello che ci hanno detto c’è rimasto ben impresso, per questo facciamo le assemblee, come quella in cui ci troviamo ora.

Condividere le nostre esperienze ci fa vedere che dove c’è rapina e saccheggio c’è lotta e che il vincolo e la somma di queste resistenze può far sì che tutti insieme possiamo resistere, difenderci ed uscire affrancati da questa difficile situazione, segnalano da Guadalajara, Jalisco, i popoli di questa entità che celebrano, precisamente in questo giorno, un incontro su e contro l’intensificazione del saccheggio e del furto di terr e risorse. http://www.jornada.unam.mx/2012/11/17/opinion/017o1pol

losylasdeabajo@yahoo.com.mx. – http://desinformemonos.or

 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 17 novembre 2012

A San Cristóbal si celebra la nascita dell’EZLN: 17 novembre 1983

Si festeggia l’anniversario della fondazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Hermann Bellinghausen

Questo sabato 17 novembre, si compiono 29 anni dalla fondazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), e si conclude anche una nuova tappa della campagna Eco Mondiale in Appoggio agli Zapatisti, alla quale hanno partecipato collettivi ed organizzazioni sociali in 24 Paesi ed in molte località del Messico. Nella settimana che si chiude si sono svolte azioni di protesta davanti a consolati ed ambasciate del Messico a Londra, Amsterdam, New York, Bilbao e Firenze, tra altre.

Un gruppo di intellettuali latinoamericani nei mesi scorsi ha appoggiato queste campagne a favore degli zapatisti del Chiapas con messaggi ed analisi che, senza volerlo, si sono trasformati in un dialogo pubblico sulla zapatismo attuale. I più perseveranti sono stati Raúl Zibechi, Hugo Blanco, Sylvia Marcos e Gustavo Esteva.

Inoltre, questo sabato a San Cristóbal de las Casas si terrà il Festival della Memoria per commemorare la nascita dell’organizzazione politico-militare dell’EZLN, avvenuta il 17 novembre 1983 nella selva Lacandona, e che a partire dall’apparizione pubblica dell’EZLN, nel gennaio del 1994, si è trasformata in una data memorabile in molte parti del mondo.

La terapeuta e femminista Sylvia Marcos dichiara in occasione dell’anniversario: “Cerco di immaginare il profondo processo creativo attraverso cui sono passati quei primi esseri straordinari che si impegnarono ad incontrare le lotte per la giustizia esistenti nella selva chiapaneca. Non vennero ad ‘insegnare’ come fare la rivoluzione. Neanche ad addestrare alla presa del potere con le armi. Riuscirono a mettere tra parentesi la loro precedente formazione, gli stretti confini di teorie e pratiche di lotta che avevano appreso prima di arrivare lì. Lì, con i maya indomiti e ribelli, si trattava di imparare altre strade”.

Come risultato di questa mutua apertura di guerriglieri e indigeni, ed il successivo incontro con la società civile, “la ricerca della giustizia divenne più complessa, divenne pacifica, si espresse in simboli ed espressioni maya tradotti in spagnolo (per il subcomandante Marcos)”, aggiunge. L’autrice esprime varie domande che definisce laceranti: Perché tanta paura degli zapatisti da parte dei poteri sia governativi che poteri forti? Perché questo accordo tra loro nella smisurata aggressione?

Di fronte al fatto che i paramilitari (in Chiapas) sono armati con l’assenso dei tre livelli del governo, Sylvia Marcos domanda: “Qual’è il pericolo della proposta, della resistenza e della sopravvivenza zapatiste per l’ordine capitalista? Sarà perché dimostrano in maniera positiva che altri modi di vita in giustizia e dignità sono possibili? Che le soddisfazioni della vita e la gioia di essere non devono basarsi sul consumismo e la mercificazione? Che si può ‘vivere bene’, come assicurano le comunità andine in Sudamerica, con altre forme di organizzazione, governo e produzione contadina in cui il miglior modo di vivere non è l’accumulo di beni materiali, ma la solidarietà comunitaria e la condivisione di ciò che si possiede?”

Lo scrittore, giornalista ed analista uruguaiano Raúl Zibechi è sicuro che le aggressioni contro le comunità zapatiste non riusciranno a strappare il loro seme per la fermezza delle comunità che sostengono il loro progetto di vita da decenni, nonostante la repressione, la morte, la fame e l’isolamento.

A sua volta, lo scrittore Gustavo Esteva rileva: “Celebrando un altro anniversario della fondazione dell’EZLN non dobbiamo dimenticare il comportamento straordinario di chi l’ha creato. E’ importante, in particolare, sottolineare il lascito centrale che segna lo zapatismo: fin dal principio è stata una creazione interculturale che si costruisce nell’interazione. Gli zapatisti hanno creato una comunità di apprendistato che si trasforma continuamente collegandosi con altre ed altri.

In questo anniversario che onora la memoria di chi ha perso la vita in questo impegno, dobbiamo sottolineare che le comunità zapatiste richiedono la nostra solidarietà. Mano a mano che si consolidano i loro successi, i malgoverni intensificano le azioni per indebolirli, smantellare le loro istituzioni, sbarrargli il passo. Si impiegano sempre di più gruppi paramilitari che realizzano aggressioni dirette ed appoggiano perfino gruppi locali che tentano di impadronirsi dei beni delle comunità zapatiste, delle loro terre. L’azione di repressione dei governi viene fatta passare falsamente come conflitto tra comunità, conclude Esteva. http://www.jornada.unam.mx/2012/11/17/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 14 dicembre 2012

Il governo persiste nell’inibire i movimenti di resistenza tra le comunità indigene e favorire la riattivazione dei gruppi paramilitari

Hermann Bellinghausen

In Chiapas, gli sfollati interni a causa del conflitto armato e della contrainsurgencia non sono riconosciuti dal governo. Inoltre, la pesante militarizzazione nello stato fa parte degli scenari della strategia dell’Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell’America del Nord (Aspan), attraverso l’Iniziativa Mérida, e comprende posti di blocco permanenti e volanti che violano il diritto alla libertà di transito, con particolare presenza nella zona di confine e nel territorio zapatista, sostiene il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) in una valutazione del conflitto.

Continuano ad essere militarizzate le comunità nelle zone di influenza dell’EZLN (l’obiettivo da distruggere). A questo si somma l’implementazione di progetti sociali del governo che, insieme ad organismi come il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD) e l’ONU, sono stati complici della contrainsurgencia in questi ultimi sei anni, afferma lo studio apparso nel nuovo numero di Yorail Maya, pubblicazione periodica del Frayba.

Il governo vuole inibire i movimenti di resistenza con programmi sociali per dividere le comunità, immobilizzando i popoli mediante l’occupazione militare e le azioni delle autorità in complicità con organizzazioni di stampo paramilitare e gruppi legati al governo di Juan Sabines Guerrero, allo scopo di sconfiggere le comunità in resistenza. Sulla ripresa dei gruppi armati, si identifica un modello di organizzazione filo-governativa con curriculum paramilitare, come Paz y Justicia, che aggredisce le comunità del municipio autonomo La Dignidad.

Nel corso degli anni, le autorità hanno negato lo sfollamento in conseguenza della guerra e l’esistenza di questi sfollati. E’ stato solo per un’azione contraddittoria e utilitarista, su iniziativa del governatore, che il Congresso il 14 di febbraio approvasse una Legge per la Prevenzione e l’Assistenza degli Sfollati Interni nello stato, con l’appoggio del PNUD, con l’intenzione di rispondere a questa problematica storicamente pendente che ha lasciato una ferita aperta, perdite irreparabili e impunità.

Tuttavia, testimonianze raccolte dal Frayba denunciano che il PNUD e l’Unesco hanno causato divisioni comunitarie a causa della continuità di una politica contrainsurgente promossa dai governi federale e statale per favorire lo scontro e l’esclusione degli sfollati interni e degli sfollati che ritornano. Così rispondono le autorità all’esigenza di questi di un’assistenza che rispetti i principi delle Nazioni Unite riguardo i rifugiati.

Nel Censimento di Assistenza agli Sfollati, il PNUD ed il governo del Chiapas calcolano che ci sono da 24 a 30 mila persone in questa situazione. Questo censimento, chiarisce il Frayba, è stato realizzato dal governo con gruppi vicini a lui, ma in realtà bisognosi di terra con una storia di esclusione ed emarginazione diametralmente distinta da chi ha subito lo sgombero forzato dalla contrainsurgencia dello Stato. Le istituzioni coinvolte cercano di tergiversare sui crimini di lesa umanità commessi negli Altos e nella selva del Chiapas e mantenerli impuni.

Tra gli altri, cita come sfollati non riconosciuti i 170 zapatisti di San Marcos Avilés, gli 87 di Comandante Abel e molte famiglie di Unión Hidalgo. Inoltre, quattro famiglie di Banavil, 36 persone di Viejo Velasco Suárez – dove nel 2006 ci fu un massacro -, quattro famiglie di Busiljá ed una minorenne rapita dai paramilitari nonostante le misure cautelari richieste dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani.

Il Frayba sottolinea che questi sfollati non sono mai stati considerati tali, e conclude: Lo sfollamento interno non è un evento isolato, bensì la manifestazione della strategia militare e contrainsurgente applicata in Chiapas, che colpisce direttamente il territorio dei popoli indigeni. http://www.jornada.unam.mx/2012/11/14/politica/023n1pol 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 9 novembre 2012

Oggi il giudice decide sul ricorso degli ejidatarios contro la sottrazione delle terre a Chilón

Hermann Bellinghausen

Gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, a Chilón, Chiapas, aspettano per questo venerdì la decisione del giudice di distretto di Tuxtla Gutiérrez sulla restituzione delle terre alienate dal governo statale, cosa che gli indigeni considerano un furto senza basi legali. 

L’udienza dovrà risolvere il ricorso 274 / 2011 presentato dagli ejidatarios dell’Altra Campagna per la sottrazione di una parte delle loro terre da parte di diverse autorità statali e federali, con la complicità del commissario ejidale Francisco Guzmán Jiménez, per controllare l’accesso al centro turistico delle Cascate di Agua Azul (municipio di Tumbalá) e frammentare la loro organizzazione.

Secondo l’avvocato degli ejidatarios, Ricardo Lagunes, le autorità hanno cercato di giustificare le loro azioni in maniera contraddittoria, sostenendo di operare per il passaggio di una via generale di comunicazione sotto amministrazione federale; che la superficie era stata donata al governo dello stato dagli ejidatarios, e che si trovano all’interno dell’Area Naturale Protetta (ANP) Cascate di Agua Azul, come da decreto del 29 aprile 1980, e che la superficie era stata donata dall’assemblea generale dell’ejido San Sebastián Bachajón e dal vicino Agua Azul.

Smentendo ogni pretesto, Lagunes dichiara: “Non si tratta di una via generale di comunicazione, perché né il Registro Agrario Nazionale (RAN), né la Segreteria della Riforma Agraria, né la Gazzetta Ufficiale della Federazione hanno informato il giudice sull’esistenza di un decreto di esproprio della strada o che ci fossero donazioni da parte dell’ejido a tale scopo. Gli ejidatarios che ‘donarono’ la terra al governo dello stato, non contando sulla piena proprietà, secondo il Registro Agrario Nazionale (RAN), non potevano alienare a terzi”. La strada citata, di quattro chilometri, conduce al fiume Agua Azul attraverso San Sebastián; solo lo stabilimento balneare si trova nell’ejido vicino, il quale da anni riscuote il biglietto di ingresso.

Il regime di uso comune di quelle terre, ratificato dai verbali di assemblea ejidale nel dicembre del 2004, rende “nulla e fraudolenta la ‘donazione’, come conferma la perizia indipendente di una squadra interdisciplinare dell’UNAM, la quale ha stabilito che la superficie colpita non sta dentro l’ANP”. Inoltre, il piano ufficiale esibito dalla Commissione Nazionale per le Aree Naturali Protette (Conanp) fu distorto nelle sue coordinate affinché comprendesse la superficie contesa, e pertanto non è valido. Non esiste neppure un verbale di assemblea dell’ejido iscritto al RAN sulla presunta donazione al governo. La Segreteria di Governo statale ed il commissario filogovernativo di San Sebastián mostrarono al giudice un verbale firmato solo da detto commissario e da alcune autorità comunitarie, ma è stata messa in dubbio la sua validità per irregolarità evidenti e per violazioni ai requisiti della Legge Agraria.

Il ricorso agrario, promosso il 3 marzo 2011, chiedeva la sospensione d’ufficio degli atti reclamati trattandosi di diritti collettivi agrari. Il giudice accolse il ricorso, ma negò la sospensione. Per due volte ci si è appellati: la prima contro la Procura Generale della Repubblica, la Segreteria dell’Ambiente e Risorse Naturali e la Conanp, e la seconda contro il Consiglio Statale dei Diritti Umani per aver emesso un’infondata misura precauzionale che provocò un nuovo sgombero violento a Bachajón da parte della polizia statale preventiva lo scorso 19 giugno.

Rispetto ai verbali presentati dai coloni di Agua Azul, gli ejidatarios di San Sebastián ne obiettano la validità, poiché, riprendendo le relazioni del governo, Agua Azul è un insediamento irregolare, non conta su titoli di proprietà né piani che ne definiscano il suo possesso, come provano i rapporti del RAN e del Registro Pubblico della Proprietà di Yajalón. Inoltre, è stato dimostrato che la superficie reclamata si trova nell’area in dotazione a San Sebastián e pertanto si trova dentro il suo territorio. http://www.jornada.unam.mx/2012/11/09/politica/018n1pol 

(Traduzione “Maribel” – bergamo)

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La Jornada – Giovedì 1 novembre 2012

Paramilitari filogovernativi derubano le basi di appoggio zapatiste, denuncia la JBG e sostiene che quando si mobilitano gli aggressori, in parallelo lo fanno anche i poliziotti del Chiapas

Hermann Bellinghausen

La giunta di buon governo (JBG) Nueva semilla que va a producir, della zona nord del Chiapas, ha denunciato il totale furto di terre e raccolti delle basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) nelle comunità Comandate Abel ed Unión Hidalgo, perpetrato da paramilitari del municipio di Sabanilla, con l’aperta protezione della pubblica sicurezza, che provvede all’addestramento al combattimento di civili di San Patricio, Unión Hidalgo e di altri villaggi.

Il 21 ottobre i paramilitari  di Unión Hidalgohanno finito di spartirsi il terreno dei nostri compagni che avevano occupato il 6 settembre. Hanno raccolto e rubato 11 ettari di mais. Il giorno 24 sono arrivati i rinforzi di Unión Hidalgo. Il conflitto continua a colpire gli zapatisti della comunità che sono rimasti a badare alle loro case e beni dopo lo sfollamento delle loro famiglie a causa delle minacce, aggiunge la JBG che lo aveva già denunciato l’11 settembre.

All’alba del 16 ottobre, i paramilitari hanno sparato fino alle 3 del mattino; l’ultimo colpo a 150 metri dalla casa di un compagno.

Quella notte si sono risentite le esplosioni, ed il giorno dopo, per continuare con le minacce e la persecuzione, sono arrivati 15 agenti di pubblica sicurezza. Il giorno 25 i paramilitari hanno fatto delle esercitazioni di tipo militare divisi in tre gruppi con armi di grosso calibro, ed hanno mandato una commissione all’accampamento della polizia. Successivamente gli agenti hanno raggiunto gli invasori ed alle 20 hanno sparato tre volte.

La polizia pattuglia quotidianamente da Sabanilla a San Patricio, e pomeriggio e notte da San Patricio al posto occupato dai paramilitari ed a Unión Hidalgo.

Quando gli invasori si mobilitano, lo fanno anche i poliziotti; è evidente che sono una sola forza e che una sola testa guida le loro azioni. La JBG sostiene che l’obiettivo è che, su ordine del presidente Felipe Calderón e del governatore Juan Sabines Guerrero, i poliziotti addestrino gli invasori.

E contraddice la versione governativa del 9 ottobre che sosteneva che i gruppi di San Patricio ed Unión Hidalgo, in presunto comune accordo, avevano chiesto la presenza della polizia e che sono stati rispettati i diritti dei militanti dell’EZLN.

L’autorità autonoma chiede: Che bisogno hanno dei poliziotti questi paramilitari quando loro stessi hanno invaso il terreno dei nostri compagni ed hanno cacciato donne e bambini?

Sgomberano, saccheggiano e rubano in presenza di poliziotti che compiono azioni di intimidazione e provocazione, denuncia la JBG.

La JBG sottolinea: deve provare vergogna il malgoverno nel dire che i suoi poliziotti mantengono l’ordine e la pace mentre davanti ai loro occhi avvengono furti, minacce movimenti paramilitari e spari. Il governo dovrebbe dire chiaro che ha mandato la polizia affinché i suoi paramilitari sgomberino i nostri compagni, e non ha fatto niente per risolvere il conflitto.

Al contrario, manda rinforzi di poliziotti e, invece di cacciare gli invasori dal terreno degli zapatisti, spingono la violenza per imporre il loro progetto di regolarizzazione, nonostante questa terra sia già stata consegnata a chi realmente la vive e la lavora.

La JBG ricorda che il 29 aprile si recò a San Patricio. Abbiamo riunito le due parti, senza trappole, senza soldi per corrompere le autorità o qualcuno che lavorasse per fregare la sua comunità. Riuniti con le autorità e membri della comunità, e in considerazione di quelli che lavorano quelle terre da molti anni, gli zapatisti proposero che i poderi di San Patricio e Los Ángeles restassero ai filogovernativi, e le basi di appoggio si tenessero il podere La Lámpara. E le parti accettarono questo accordo.

Benché ci costasse spostarci, lo abbiamo fatto per evitare scontri, ed abbiamo redatto un verbale di separazione dei membri del nucleo agrario, firmata e timbrata dagli autonomi e dai governativi.

Gli zapatisti affermano: “nella costruzione della nostra autonomia, non riconosciamo la parola ‘regolarizzazione’ delle terre”, lo strumento del governo per manipolare la gente che si fa ingannare con documenti legali, che più tardi serviranno per giustificare un esproprio legale.

Chiedono: Dov’è il diritto dei popoli indio, gli abitanti originari di queste terre, di esercitare il loro autogoverno e la libera determinazione, come stabiliscono gli accordi internazionali e gli accordi di San Andrés? http://www.jornada.unam.mx/2012/11/01/politica/023n1pol

Comunicato completo

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 31 ottobre 2012

La Corte riceve la missiva di Amnesty International in favore di Patishtán

Hermann Bellinghausen

Secondo una nota della prima sezione della Corte Suprema di Giustizia della Nazione, si dà per “protocollata” una lettera di Amnesty International (AI) in favore di Alberto Patishtán Gómez, che fino ad ora non è stata diffusa pubblicamente, ha comunicato Leonel Rivero, avvocato del professore tzotzil condannato a 60 anni di prigione per crimini mai commessi, dei quali ne ha scontati 12.

Patishtán Gómez, membro della Voz del Amate nel carcere di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, è convalescente in un ospedale di Tuxtla Guitérrez dal 18 ottobre scorso, dopo un intervento chirurgico eseguito a Città del Messico per un tumore cranico. “L’operazione gli ha permesso di recuperare la vista. Come ha detto lui stesso, “E’ tornata la luce, non completamente, ma al 70%; posso leggere e scrivere’ “, informa il collettivo Ik, che segue il caso. 

Tuttavia, Alberto non dovrebbe essere più ricoverato, perché ha ricevuto il foglio di dimissioni dal suo medico nell’Istituto Nazionale di Neurologia e Neurochirurgia (INNN), e così il neurologo dell’ospedale Isstech-Vida Mejor nella capitale chiapanecaa.

I gruppi solidali con Patishtán sostengono che la prigione non è un luogo adeguato per il suo recupero. “Sono necessarie persone di sua fiducia che lo curino; egli stesso ha chiesto alle autorità carcerarie di portarlo ‘dai miei amici a San Cristóbal, poiché sono loro che mi hanno curato’ “. il Suo prossimo appuntamento all’INNN è alla fine di novembre. 

Da parte sua, Rosario Díaz Méndez, membro della Voz del Amate ed aderente all’Altra Campagna dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), recluso nella prigione di San Cristóbal, ha denunciato che la soluzione del suo caso è stata nuovamente rimandata dal tribunale di Simojovel, che doveva risolverlo la settimana scorsa.

Riferisce che il giudice Isabella Álvarez Ramos, del tribunale misto di Simojovel de Allende, ha cambiato un’altra volta la data dell’udienza al 7 novembre. Ignoro le loro intenzioni, perché le autorità sanno perfettamente che non ho commesso omicidio; io stesso ho provato la mia innocenza, perché la persona presuntamente offesa, Rogelio Gómez García, ha chiesto la mia libertà. Anche i testimoni a carico hanno segnalato che sono innocente dell’assalto e omicidio a Huitiupán, nel 2005.

Chiede al giudice di dettare la sentenza in favore della sua libertà immediata, ed al governo di Juan Sabines Guerrero che dia istruzioni affinché si compia il suo diritto alla giustizia. 

Nel frattempo, collettivi solidali con le comunità zapatiste in India, Colombia e Inghilterra hanno chiesto ai governi di Felipe Calderón e Juan Sabines Guerrero la liberazione di Francisco Sántiz López, base di appoggio dell’EZLN ed originario di Tenejapa.

Dallo scorso 4 dicembre, Sántiz López è ingiustamente imprigionato con accuse false di avere diretto uno scontro a Banavil, Tenejapa. Benché vari testimoni abbiano dichiarato a favore della sua innocenza, le autorità incaricate di applicare la giustizia si rifiutano di prendere in considerazione queste testimonianze chiave. I testimone confermano che l’accusato non era presente sul luogo dei fatti. La giunta di buon governo del caracol di Oventic ed il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas hanno denunciato l’impunità di cui godono i veri responsabili dell’assassinio e delle aggressioni successe aBanavil. http://www.jornada.unam.mx/2012/10/31/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo

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La Jornada – Giovedì 18 ottobre 2012

Ritorna la minaccia priista contro le basi di appoggio zapatiste a Jechvó: come nel 2004, con la violenza si nega l’accesso all’acqua

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 17 ottobre. Gruppi priisti del municipio di Zinacantán che fino a non molto tempo fa erano perredisti, sono tornati a minacciare la comunità zapatista di Jechvó, negando l’accesso all’acqua con azioni violente, come fecero nel 2004, ed imprigionando un rappresentante autonomo. La Giunta di Buon Governo (JBG) Corazón céntrico de los zapatistas delante del mundo, del caracol di Oventic, denuncia: Sono le stesse persone che il 10 aprile del 2004 attaccarono i nostri compagni e compagne, basi di appoggio, mentre andavano a portare acqua ai nostri compagni della comunità di Jechvó, che era stata privata del diritto all’acqua dalle persone dei partiti politici.

Ricordano l’imboscata che quel pomeriggio quasi costò la vita a molti indigeni: In quell’attacco molti compagni furono feriti da razzi, pietre, bastoni ed armi da fuoco per l’unico crimine di andare a portare acqua ai nostri compagni. Le diverse autorità non fecero nulla al riguardo. L’acqua non manca e non c’è ragione per quello che stanno facendo queste persone, aggiunge la JBG. 

Mariano Gómez Pérez, base zapatista della comunità, ha chiesto l’intervento del giudice autonomo e della JBG dopo che i filogovernativi avevano minacciato di tagliargli l’acqua il 30 settembre scorso. Il giudice autonomo ha mandato una lettera di invito all’agente priista e ad alcuni ex zapatisti per trattare il tema il 7 di ottobre. Il giorno 5 la lettera è stata recapitata a mano al priista, ma invece di accogliere l’invito, l’agente e la sua comunità hanno catturato un compagno per provocazione.

Gómez è stato in prigione un giorno intero come rappresaglia alla sua notificazione al giudice autonomo, poi è stato portato davanti alle autorità in un’assemblea di più di 100 persone dove è stato accusarono di vari crimini fabbricati allo scopo. L’hanno portato dal giudice municipale di Zinacantán, e questo ha consigliato ai priisti di non accettare l’invito del giudice zapatista, e li ha apertamente favoriti. 

Davanti a tante ingiustizie, violazione dei diritti umani ed atteggiamenti inumani delle autorità comunitarie e municipali e dei malgoverni statale e federale, la JBG avverte: Non resteremo in silenzio né con le mani in mano, ma difenderemo quello che è nostro, quello che ci appartiene, le nostre risorse ed i nostri territori.

Ed ancora: Quello che è chiaro è l’incubo in cui vivono il cosiddetto governatore Juan Sabines Guerrero ed il cosiddetto presidente della Repubblica, Felipe Calderón Hinojosa, per avere  le mani macchiate del sangue di molti compagni innocenti e portarsi dentro gli orrori che hanno commesso. Sabines Guerrero e Calderón Hinojosa sono nomi che infangano la storia della nostra patria, come molti altri vecchi nomi.

Ricordano come dal 2003 le basi zapatiste sono private del diritto all’acqua a Jechvó, Elambó Bajo, Elambó Alto, San Isidro Chaktoj, Jechch’entik ed altre comunità, dalle persone affiliate al Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) con l’obiettivo di farli arrendere. La stessa JBG della zona ha costruito una fonte ed un serbatoio che ora la gente dei partiti, appoggiata dalle autorità ufficiali, vuole sottrarre. Gli aggressori sono le stesse persone, ma ora sono entrate a far parte del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI). 

“Con la propaganda ufficiale tentano di nascondere le loro azioni ingiuste, sui media  pubblicano che il governo è a favore della giustizia, la democrazia, il rispetto e lo sviluppo, e che ‘sono fatti e non parole’, ma nei nostri villaggi si vivono le aggressioni, minacce, sgomberi, detenzioni ingiuste, violazione dei diritti e persecuzioni, e questo sì nei fatti e non a parole” denuncia la giunta zapatista. Per quanto si nasconda, la carne marcia continua a puzzare. Per quanto sia preziosa la carta che l’avvolge, questa non impedirà la sua decomposizione. La JBG conclude esigendo che siano rispettati i diritti delle basi zapatiste. http://www.jornada.unam.mx/2012/10/18/politica/020n1pol

Comunicato completo

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Lo Stato e il Professore (in appoggio al compagno Alberto Patishtán)
Mumia Abu-Jamal

Negli Stati Uniti gli insegnanti e le insegnanti vengono molto criticati, insultati e, a volte, minacciati con la riduzione degli stipendi.

Già questo è negativo, ma in Messico, un insegnante della scuola primaria, che è anche stato organizzatore della comunità di El Bosque, Chiapas, è stato falsamente incriminato per la morte di 8 poliziotti e deve scontare 60 anni di carcere!

Si chiama Alberto Patishtán, affettuosamente chiamato Il Profe nella sua comunità. Nonostante questa tragedia giuridica, è un professore e leader spirituale ampiamente rispettato e profondamente amato; inoltre è conosciuto per essere un formidabile organizzatore all’interno delle carceri.

Patishtán è incarcerato nonostante i dossier della polizia siano contraddittori e ci siano le dichiariazioni sotto giuramento di 10 testimoni che lo videro in un’altra comunità al momento dell’imboscata.

È in prigione da 12 anni e a causa della pessima assistenza medica ricevuta, incluso una diagnosi errata di “glaucoma”, ha perso quasi del tutto la vista e di recente ha saputo di aver un tumore cerebrale.

La sua famiglia, i suoi amici e compagni tzotziles lottano per la sua libertà – una lotta più cruciale che mai a causa dei suo gravi problemi di salute.

Il Profe Alberto ha un blog: http://albertopatishtan.blogspot.mx/ e può ricevere lettere al seguente indirizzo:

Señor Alberto Patishtán Gómez
CERSS No. 5
Carretera San Cristóbal – Ocosingo, km 20
San Cristobal de las Casas
Chiapas CP 29240 México

Dalla nazione incarcerata, Mumia Abu-Jamal.

©’12 MAJ
Escrito el 2 de octubre de 2012
Audio grabado por Noelle Hanrahan: www.prisonradio.org
Texto circulado por Fatirah Litestar01@aol.com
Traducción Amig@s de Mumia, México

http://amigosdemumiamx.wordpress.com/2012/10/15/el-estado-y-el-profesor/

(traduzione dalla spagnolo a cura di rebeldefc@autistici.org)

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La Jornada – Domenica 14 ottobre 2012

Parte una nuova tappa mondiale della campagna d’appoggio agli zapatisti in Chiapas. A Londra consegnata la richiesta di liberazione di Francisco Santiz López

Hermann Bellinghausen. Inviato. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 13 ottobre. Nell’ambito elle commemorazioni del giorno della resistenza indigena (o come er abitudine chiamarlo Giorno della Razza o la scoperta dell’America, termini oggi in disuso), un gran numero di città del mondo hanno dato inizio ad una nuova tappa delle azioni in appoggio e in difesa delle comunità zapatiste aggredite dai paramilitari e dai militanti dei partiti politici nelle regioni indigene del Chiapas.

A Londra, gli attivisti hanno consegnato all’ambasciata messicana un pronunciamento firmato da decine di collettivi e organizzazioni sociali di Germania, Argentina, Canada, Stato Spagnolo (Catalogna) Castiglia, Paesi Baschi, Gran Bretagna, Cile, Stati Uniti, Francia, Grecia, Italia, Guatemala, Nuova Zelanda e dal segretariato internazionale del Tribunale dei Popoli in Movimento.

Nelle settimane scorse, sono nati comitati solidali con le comunità zapatiste e dei loro prigionieri politici e dell’Altra Campagna in luoghi simbolo Colombia, India (Calcutta), Brasile (Río Grnde do Sul), Sudafrica (Johannesburg), Regno Unito (Dorset, Bristol, Londra, Edimburgo), Stati Uniti (Portland e New York). Si sono aggiunti anche gruppi di #YoSoy132 di Chihuahua, Puebla, Distrito Federal ed altre entità del paese.

A New York, il Movimento per la Giustizia del Barrio ha diffuso una dichiarazione di sostegno alle comunità zapatiste aggredite Comandante Abel, San Marcos Avilés, Guadalupe Loas Altos, Moisés Gandhi ed Unión Hidalgo.

La dichiarazione consegnata a Londra, e che lo sarà anche in ambasciate del Messico in altri paesi, chiede la libertà immediata di Francisco Santiz López, base di appoggio zapatista a Tenejapa, esprime preoccupazione e chiede la fine delle aggressioni ed intimidazione e degli abusi contro i diritti umani compiuti contro le basi di appoggio zapatiste della comunità San Marcos Avilés (Chilón)..…) http://www.jornada.unam.mx/2012/10/14/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas  informa che Alberto Patishtán, dopo l’intervento chirurgico presso ‘Istituto Nazionale di Neurologia “Manuel Velasco Suárez” di Città del Messico dove si trova attualmente ricoverato, è debole ma sta ricevendo le cure necessarie per un buon recupero.  
   
La sua famiglia schiede che rimaga in questo ospedale, poiché temono che in Chiapas non possa ricevere l’assistenza medica adeguata per il suo recupero post-operatorio. 
 
I suoi figli, Héctor e Gaby Patishtán, ringrazino per le azioni di solidarietà, appoggio e dimostrazioni di affetto verso il loro padre in questi momenti difficili. 
 
Questo Centro dei Diritti Umani ritiene che per la sua totale riabilitazione e per senso di giustizia, Alberto deve essere messo in libertà, poiché per oltre 12 anni è stato ingiustamente in carcere ed ha vsto violati i suoi diritti umani.
San Cristóbal de Las Casas, Chiapas
12 de octubre de 2012
Nota informativa.

Este Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas recibió información sobre la situación de salud de Alberto Patishtán, después de la intervención quirúrgica en el Instituto Nacional de Neurología “Manuel Velasco Suárez” en la ciudad de México, en donde se encuentra actualmente hospitalizado.
Acompañado por su familia, sabemos que Alberto sigue delicado de salud pero tiene todos los cuidados médicos necesarios y con un pronostico de recuperación positivo; que esta consciente, y al parecer con una mejoría visual.
Si bien los médicos dijeron que no se puede saber con exactitud cuando inició el crecimiento del tumor, informaron que éste puede tener años; un indicador fue que en 2010, Alberto comenzó con dificultades visuales.
Es importante mencionar que su familia solicita que se le siga atendiendo en el hospital, ya que temen que en Chiapas no reciba la atención médica para su recuperación post-operatoria; así también, solicitan que se les proporcione el informe médico por escrito que incluya recomendaciones médicas para tener el criterio que les permita conocer que tipo de seguimiento y rehabilitación médica necesita Alberto, como se ha hecho hasta ahora en el Instituto Nacional de Neurología.
Sus hijos, Hector y Gaby Patishtán tienen altas expectativas de que Alberto se recupera satisfactoriamente, así también manifiestan: “agradecemos todas las acciones de solidaridad, de apoyo, las oraciones y muestras de cariño de todas y todos para con nosotros y sobre todo para mi papá en estos momentos difíciles.”
Este Centro de Derechos Humanos, considera que para su total rehabilitación y en estricto sentido de justicia, Alberto debe de ser puesto en libertad, ya que con más de 12 años preso de forma injusta el Estado esta violando sus derechos humanos.

Comunicate con nosotros vía Skype: medios.frayba
Gubidcha Matus Lerma
Comunicación Social
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Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas A.C.
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La Jornada – Sabato 13 ottobre 2012

La JBG Hacia la esperanza esige la liberazione di sei basi di appoggio zapatiste arrestate a Las Margaritas

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 12 ottobre. La Giunta di Buon Governo (JBG) Hacia la esperanza della selva di frontiera, con sede a La Realidad, ha denunciato che sei basi di appoggio zapatiste della comunità tojolabal Guadalupe Los Altos (Las Margaritas) sono in arresto da 12 giorni solo per il fatto di essere zapatisti e le loro famiglie sono minacciate di espulsione. Il governo autonomo accusa di questa aggressione i dirigenti della CIOAC Histórica: gli ex deputati perredisti Luis Hernández Cruz e José Antonio Vásquez Hernández.

Sono ripetute le provocazioni contro le basi di appoggio dell’EZLN da parte delle autorità e degli abitanti dell’ejido Guadalupe Loas Altos, che militano nei partiti PRD e PAN, segnala la giunta. Le basi zapatiste sono minacciate da anni, ed alcuni sono stati arrestati già un paio di volte. La prima nell’aprile del 2000, e la seconda nell’aprile del 2010. In entrambi i casi, per essersi rifiutati di partecipare ad azioni che non giudicavano corrette o non coinvolgevano l’ejido.

Il 20 dicembre 2011, i filogovernativi si sono impossessati dei poderi di due ejidatarios. Su uno di questi terreni la comunità stabilì una scuola ufficiale. Gli zapatisti non erano d’accordo perché non volevano avere niente a che fare col malgoverno, inoltre hanno la propria scuola autonoma. Il giorno dell’invasione del terreno catturarono e legarono ad un albero il fratello del proprietario ed il giorno 23 catturarono altri tre zapatisti.

(…) Il 30 settembre scorso sono stati imprigionati cinque zapatisti, ed il 4 ottobre un altro. Autorità e membri della CIOC hanno privato della libertà César Aguilar Jiménez, Armando, Genaro e Delmar Aguilar Santis, Misael e Hipólito Aguilar Vásquez.

La giunta di La Realidad puntualizza che i compagni non sono contrari a cooperazioni per il beneficio della comunità, ma non per progetti del malgoverno. Sostiene che i suoi compagni non hanno commesso nessun reato, ma è solo perchè sono zapatisti in resistenza.

(…)  La JBG esprime preoccupazione per la salute dei detenuti. Date le condizioni insalubri della loro reclusione, quattro di loro si sono ammalati.

Le autorità ejidales coinvole sono Ranulfo Hernández Aguilar, Ruperto Vásquez Santis, Gerardo Aguilar Jiménez, Ciro Vásquez Rodríguez, Margarito Aguilar López, Lucio Vásquez Aguilar, Carmelino Rodríguez Aguilar ed Alejandro Vásquez López, che organizzano queste aggressioni.

La JBG esige l’immediata liberazione dei suoi compagni affinché non non siano costretti a prendere misure più serie, perché difenderanno i loro compagni ad ogni costo. http://www.jornada.unam.mx/2012/10/13/politica/016n1pol

Comunicato originale della JBG

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 10 ottobre 2012 

Rosa, Alfredo, Juan, Enrique e Rosario, storie di ingiustizia e tortura 

Hermann Bellinghausen. Inviato San Cristóbal de las Casas, Chis., 9 ottobre. Il gruppo di detenuti Solidarios de la Voz del Amate è nato nell’ambito della Voz del Amate che dal 2006 diffonde pubblicamente le domande di giustizia dentro le prigioni del Chiapas, e di libertà per quelli che si sentono ingiustamente condannati. Nella sua storia c’è tortura poliziesca, spesso atroce. Fabbricazione grossolana di prove. Vendette private che  corrompono con i soldi poliziotti e pubblici ministeri per catturare, estorcere confessioni sotto tortura ed arrestare innocenti. E le vittime hanno perso più della loro libertà. 

Nel Centro Statale di Reinserimento Sociale dei Condannati (CERSS) numero 5, gli aderenti all’Altra Campagna Solidarios della Voz del Amate sono: Pedro López Jiménez, Rosa López Díaz, Alfredo López Jiménez, Juan Collazo Jiménez, Alejandro Díaz Santis e Juan Díaz López. Inoltre, Enrique Gómez Hernández si trova nel CERSS 14. Dell’organizzazione originaria restano Alberto Patishtán Gómez (acttalmente ricoverato in un ospedale di Città del Messico) e Rosario Díaz Méndez. 

Quattro di loro (Rosa, Alfredo, Juan Collazo ed Enrique) condividono la stessa condanna penale e la loro storia dimostra come in Chiapas la giustizia ha un prezzo, e non molto alto. Sono in prigione per presunto sequestro aggravato (a scopo di riscatto), criminalità organizzata e violenza su una minorenne. La storia la racconta quello che paga, in questo caso il cacicco priista di Mitontic, e fallito candidato a sindaco, Rafael Guzmán Sántiz, padre della giovane Claudia Estefani, che nella primavera del 2009 fuggì col suo fidanzato Juan Collazo, come è frequente nelle comunità indigene quando la famiglia della fidanzata non approva il fidanzato e per evitare la dote, un’abitudine onerosa per molti.

La storia bisogna raccontarla in chiave urbana, anche se si tratta di indigeni. I quattro vivevano a San Cristóbal de las Casas. Rosa e Alfredo, tzotziles originari di questo municipio, erano amici di Collazo e Claudia Estefani, e quando decisero di fuggire (lui l’ha rubata, si dice colloquialmente) i loro amici gli prestarono la casa. Enrique era l’amico del compagno. Sono giovani, ed allora lo erano di più, ragazzi di città o di periferia, come ce ne sono tanti nella valle di Jovel, che per il puro fatto di emigrare in città sfidano i costumi comunitari. In questo caso del municipio tzotzil di Mitontic, uno dei più isolati e poveri degli Altos.

L’indignazione del padre della fidanzata, il signor Guzmán Sántiz, in questo caso ha avuto conseguenze penali non solo eccessive, ma soprattutto è il prodotto della corruzione, la tortura e l’impunità. All’epoca, Rosa era incinta. Fu torturata con ferocia e diede alla luce in prigione un bambino che nacque seriamente malato ed handicappato che sopravvisse pochi anni. Le autorità della prigione accusarono Rosa delle condizioni del figlio. 

Domenica scorsa, durante un incontro de La Jornada con i detenuti organizzati del CERSS N. 5, Rosa era accompagnata dalla documentarista chiapaneca Concepción Suárez, che sta lanciando il documentario su Rosa e l’esperienza dei quattro giovani indigeni coinvolti in questa storia. Alfredo, suo marito, è vivace, come Collazo, e rivela che in prigione hanno completato gli studi. Non perdo tempo. Mi preparo per la libertà.

Guzmán Sántiz, il suocero offeso, raccolse circa 30 mia pesos come prova del riscatto pagato per sua figlia. E il Pubblico Ministero accettò la sua parte per dare seguito alle sue accuse. “Videro che Claudia non era vergine e così ‘provarono’ la violenza. Che cosa si aspettavano? Perché sarebbe fuggita col fidanzato se non proprio per questo?”, dice Alfredo, guardando Juan con ironia. Tutti hanno subito gravi torture che hanno ripetutamente descritto e denunciato. Ora, il loro caso è allo studio sul tavolo del governo per la sua revisione.

Un’altra storia di tortura è quella di Rosario Díaz Méndez (La Jornada 9/10/12) arrestato il 23 agosto 2005 a Huitiupan dalla polizia municipale. I poliziotti non si identificarono e non mostrarono nessun mandato di cattura. Non gli fu nemmeno comunicato il motivo del suo arresto. Lo portarono presso la Procura Indigena nel municipio, e da lì alla procura statale di Tuxtla Gutiérrez. Dopo essere stato picchiato sulle orecchie, una borsa di plastica in testa e spray al peperoncino per asfissiarlo, legato mani e piedi, confessò quello che gli ordinarono di dire i suoi aguzzini. http://www.jornada.unam.mx/2012/10/10/politica/023n1pol 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 8 ottobre 2012

Un giudice riconosce la sua innocenza, ma Francisco Santiz è ancora in carcere

Hermann Bellinghausen. Inviato. Los Llanos, Chis., 7 ottobre. Francisco Santiz López è in carcere da quasi un anno, con accuse di crimini che il giudice ha già riconosciuto essere infondate. Se resta in carcere in questa prigione statale numero cinque è evidente  che è per ordini dall’alto. Avrà a che vedere col fatto che è base di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale? O perché i cacicchi priisti di Banavil e Tenejapa sono così potenti che possono piegare la giustizia statale e federale con frodi e prove false?

Non sembra esserci altra spiegazione del perché quest’uomo di 54 anni, venditore di frutta nel capoluogo municipale di Tenejapa, dove risiede con la sua famiglia, ed è base di appoggio zapatista (ma non miliziano, precisa) dal 1992, rimanga nel Centro Statale di Reinserimento Sociale per Condannati (CERSS) per rati dai quali è stato assolto sei mesi fa, e pertanto non è un condannato.

Non è che Francisco Santiz sia un carcerato sconosciuto. Conta su simpatizzanti convinti della sua innocenza in più di 20 paesi che vanno dal Sudafrica al Giappone, dall’estremo sud argentino all’estremo nord della Norvegia. Col suo berretto da baseball e il suo compassato silenzio, è un uomo famoso. Fuori dal carcere non è solo. Neanche dentro: fa parte del presidio dei carcerati organizzati dell’Altra Campagna che lottano come lui per la loro liberazione, perché questa sarebbe la cosa giusta. Anche loro sono famosi, almeno nel mondo della solidarietà internazionale, ma non tanto quanto Francisco, che insieme ad Alberto Patishtán (che fino a qualche giorno fa partecipava a questo presidio) è un simbolo della lotta per la giustizia e contro la discriminazione. Entrambi dimostrano in maniera chiara come in Chiapas gli indigeni innocenti finiscono in prigione.

Santiz López a dicembre era stato accusato di aver partecipato a fatti violenti registrati nella comunità di Banavil, dove sono morte due persone. Sei famiglie tzeltales furono espulso ed attualmente sono ospitate a San Cristóbal de las Casas.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba), che sta portando avanti il caso, recentemente ha denunciato che nel mandato di arresto il giudice federale in Chiapas non aveva considerato le testimonianze delle autorità né dei testimoni che riferiscono che Francisco non si trovava a Banavil al momento delle aggressioni. Non è stato nemmeno dimostrato che avesse usato un’arma da fuoco.

Attualmente, spiega il Frayba, Francisco è accusato di detenzione di armi ad uso esclusivo dell’Esercito e forze armate, mentre le accuse di omicidio e lesioni sono cadute il 22 marzo, per rinuncia dell’azione da parte del Pubblico Ministero.

Così, a Santiz López era stata notificata la sua liberazione, ma all’uscita dal carcere, in tutta fretta è arrivata una nuova accusa basata su prove fornite dagli stessi cacicchi che avevano testimoniato il falso a dicembre e che sarebbero i provocatori dei due omicidi a Banavil. Accusa giunta opportunamente per far rientrare in cella Francisco proprio mentre metteva piede fuori dal carcere; o piuttosto farlo rientrare nel presidio tra i suoi compagni che oggi, insieme ai visitatori domenicali, accompagnati dalla chitarra gli hanno cantato las mañanitas per il suo compleanno.

Le armi che proverebbero le nuove accuse appartengono ai cacicchi Alonso López Ramírez ed Agustín Méndez Luna (ex presidente municipale di Tenejapa) ed ai loro seguaci. Sarebbero le stesse con che le quali questi aggredirono gli sfollati di Banavil. Il governo statale ha già indennizzato gli aggressori per la morte accidentale di uno dei loro. Del morto degli sfollati è stato ritrovato un braccio, il resto è sparito, ma nessuno indaga su questo crimine. Un braccio non è un sufficiente corpo del reato, hanno detto in tribunale. A differenza dei suoi compagni carcerati, Francisco parla poco ma è convinto che l’hanno fatto a pezzi. http://www.jornada.unam.mx/2012/10/08/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 6 ottobre 2012

Gruppi del PRI e PVEM invadono villaggi zapatisti ed accendono conflitti agrari.

Agli sgomberi da parte di partiti politici si sommano le aggressioni paramilitari. I simpatizzanti dell’EZLN non hanno svolto le pratiche per la certificazione di proprietà della terra perché sono in resistenza.

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 4 ottobre. Il rispuntare dei paramilitari in Chiapas è accompagnato da un substrato di presunti conflitti agrari, la maggioranza infondati ma attizzati dai politici dei partiti e da funzionari governativi, e rivolti contro le terre recuperate dalle basi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), la maggioranza occupate e coltivate da comunità ribelli da 10 o 15 anni. In particolare, gruppi del PRI, e recentemente PVEM, usandoli come bottino elettorale, invadono o minacciano di farlo, proprietà e perfino interi villaggi zapatisti, approfittando del fatto che questi, essendo in resistenza, non hanno svolto nessuna pratica per ottenere dallo Stato titoli di proprietà agrarie, perché seguono le loro leggi rivoluzionarie attraverso le giunte di buon governo (JBG).

Un’analisi alla quale ha avuto accesso La Jornada documenta questi conflitti ed identifica i gruppi invasori o aggressori: PRI, PVEM, PRD, PAN, oppure organizzazioni come Paz y Justicia (e le sue derivazioni: Uciaf, Opddic), Orcao, Cioac o Aric. In una denuncia molto recente, Las Abejas hanno confermato la riattivazione a Chenalhó di Máscara roja, come erano stati identificati gli esecutori del massacro di Acteal nel 1997. Vengono aggredite anche comunità dell’Altra Campagna (Jotolá, Mitzitón, San Sebastián Bachajón) mediante conflitti religiosi (Ejército de Dios) o divergenze ejidali.

Questo è lo scenario che eredita l’alleanza PVEM-PRI guidata da Manuel Velasco Coello, che tra poco governerà l’entità. La maggior parte di gruppi paramilitari, invasori agrari e governi municipali coinvolti appartengono alle sue fila.

Nell’analisi del ricercatore Arturo Lomelí si identificano i principali luoghi (non gli unici) dove negli ultimi anni si sono verificati reati e crimini non risolti, specialmente dal 2010 al 2012. Si evidenzia che a partire dal 1994 sono stati occupati tra i 250 mila e 750 mila ettari (non ci sono dati definitivi) ad Ocosingo, Chilón, Sitalá, Yajalón, Tila, Tumbalá, Sabanilla, Salto de Agua, Palenque, Altamirano, Las Margaritas e Comitán, tra altri municipi. Sulla scia della ribellione zapatista, OCEZ, Cioac, ARIC, CNPA, OPEZ, Xinich, Orcao e Tsoblej, al fianco degli zapatisti, recuperarono e fondarono nuove località. Nel 2000, quando i dirigenti di queste organizzazioni furono incorporati nel governo statale o municipale, si incaricarono di regolarizzare le proprietà e siccome gli zapatisti non parteciparono ai quei negoziati, le organizzazioni reclamano le loro proprietà. Queste sono bacini elettorali di tutti i partiti – sostiene Lomelí – e la dinamica del tradimento avviata da Pablo Salazar Mendiguchía è proseguita con Juan Sabines Guerrero.

I conflitti comprendono le cinque JBG. Molto attaccata è stata quella di Morelia: la comunità Primero de Enero (municipio autonome Lucio Cabañas), nell’agosto del 2011 è stata invasa da elementi della Orcao che avevano già ottenuto le terre grazie alla sollevazione zapatista; come in altri casi, dopo il 2000 hanno abbandonato l’accordo di recuperare le terre e sono scesi a patti col governo per ricevere aiuti con i programmi statali ed altre terre degli zapatisti. La Orcao ha attaccato anche Los Mártires (Lucio Cabañas).

Altre comunità e poderi zapatisti sotto assedio sono Bolón Ajaw e Santa Rosalía. Ad Agua Clara (municipio autonomo Comandanta Ramona) operano pericolosi criminali addestrati dall’ex militare Carlos Jiménez López. Nel 2010, Nei villaggi di Nueva Virginia, Jalisco e Getzemaní, membri della Cioac e PRD sono entrati sulle terre recuperate di Campo Alegre che sono coltivate dai municipi autonomi Lucio Cabañas, Comandanta Ramona e 17 de Noviembre, come sostiene la JBG. Inoltre, 33 famiglie zapatiste sono state spogliate dei loro diritti ad Aldama, e persistono le aggressioni contro le basi di appoggio di Olga Isabel e K’an Akil anche dai paramilitari della Opddic, che inoltre hanno aggredito il nuovo villaggio 21 de Abril.

La giunta della Garrucha ha denunciato che il barrio Puerto Arturo e San José Las Flores vogliono sottrarre a Nuevo Purísima (municipio autonomo Francisco Gómez) un terreno recuperato di 178 ettari ad Ocosingo. E ancora, aggressioni e detenzione di zapatisti da parte dei paramilitari a Peña Limonar, invasione a Laguna San Pedro, violenza a Casablanca, vessazioni a Toniná. Gruppi di Las Conchitas e P’ojcol (Chilón), così come di Guadalupe Victoria, paramilitari secondo la JBG, membri della Orcao e dei partiti politici, hanno occupato con la violenza le terre recuperate di Nuevo Paraíso (municipio autonomo Francisco Villa).

Nella zona nord il panorama è allarmante, come ha riferito la JBG di Roberto Barrios. L’anno scorso hanno sotratto le terre agli zapatisti di San Patricio (municipio autonomo La Dignidad) i coloni di Ostealukum, El Paraíso, El Calvario e Rancho Guadalupe (Sabanilla). Gli autonomi hanno quindi fondato Comandante Abel, ma nel settembre scorso sono stati espulsi con l’appoggio della polizia e del governo statale, come è avvenuto a Unión Hidalgo. Pochi anni fa, a Choles de Tumbalá (municipio autonomo El TrabaJo) ci sono state case incendiate e minacce da parte di membri dell’organizzazione Xinich ufficiale.

La JBG di La Realidad ha documentato come nell’ejido Monte Redondo (Frontera Comalapa), basa di appoggio dell’EZLN del municipio autonomo Tierra y Libertad sono stati spogliati delle loro milpas e piantagioni di caffè da parte di persone del PVEM, PRD e PRI che hanno perfino venduto i poderi a terzi. Altre aggressioni provengono dall’organizzazione panista Aciac contro la comunità Che Guevara, ed a Espíritu Santo da parte di gente del PRD, Cioac e PRI. Ed a Veracruz contro il magazzino del municipio autonomo San Pedro de Michoacán.

Per ultimo la JBG di Oventic sta affrontando un grave conflitto a San Marcos Avilés (Chilón), dove le sue basi sono state aggredite, espulse o derubate da verdi, perredisti e priisti. Ad El Pozo, Crustón e Ts’uluwits (municipio autonomo San Juan Apóstol Cancuc), così come a Zinacantán, priisti e perredisti non smettono di perseguitare gli zapatisti. http://www.jornada.unam.mx/2012/10/06/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – bergamo)

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La Jornada – Giovedì 4 ottobre 2012

Il professor Alberto Patishtán trasferito dal Chiapas in una destinazione sconosciuta

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 3 ottobre. I familiari di Alberto Patishtán Gómez, prigioniero indigeno dell’Altra Campagna in Chiapas, hanno informato che nel pomeriggio di oggi, verso le ore 17, il professore è stato portato in ambulanza all’aeroporto Ángel Albino Corzo. Non è stato comunicata la sua destinazione, ma una delle guardie ha commentato che è andato dove voleva andare. Questo fa pensare che si tratti di Città del Messico.

Nei giorni scorsi lo stesso professore indigeno aveva segnalato in una lettera alle autorità governative il suo rifiuto di essere curato nell’ospedale di Tuxtla dove, in un ricevero precedente nel 2010, non ricevette assistenza adeguata e gli fu fatto una diagnosi sbagliata. Chiedeva di essere curato all’Istituto Nazionale di Neurologia Manuel Velasco Suárez, per un tumore cerebrale che gli ha colpito la vista in maniera graduale ed oggi è quasi cieco. 

Patishtán, ce è diventato un importante prigioniero di coscienza e difensore dei diritti umani nelle prigioni del Chiapas, da 12 anni sta scontando una condanna di 60, accusato di aver partecipato all’uccisione di sette poliziotti nel giugno del 2000 sulla strada Simojovel-El Bosque. Convinti della sua innocenza, collettivi ed organizzazioni sociali del Messico e di numerosi Paesi hanno chiesto la sua liberazione, così come personalità come Pablo González Casanova, Luis Villoro, John Berger, Adolfo Gilly e Raúl Zibechi. (…)

Il MPJD – Piattaforma Chiapas del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità – denuncia: È palese che è stato condannato per un omicidio che non ha commesso, ma per motivi politici. Ha scontato 12 anni in diverse prigioni e gliene mancano altri 48. È stato incatenato ad un letto d’ospedale per sei mesi. Al meno in tre occasioni è stato in sciopero della fame con altri compagni e varie volte a digiuno per chiedere il riconoscimento della sua innocenza. http://www.jornada.unam.mx/2012/10/04/politica/021n1pol

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La Jornada – Martedì 2 ottobre 2012

A causa dell’ondata di violenza, gli indigeni di Unión Hidalgo e Comandante Abel hanno abbandonato le comunità

Accusano il segretario di Governo del Chiapas di organizzare l’escalation paramilitare

 Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 1º ottobre. La giunta di buon governo del caracol zapatista di Roberto Barrios, nella zona nord, denuncia la partecipazione diretta del segretario di Governo, Noé Castañón León, nella pianificazione ed avvio dell’escalation paramilitare contro la comunità Comandante Abel e contro le basi zapatiste di Unión Hidalgo, che ha provocato lo sfollamento di 83 indigeni che da tre settimane sono ospitati in altri villaggi.

Contrariamente alla smentita governativa della notizia che agenti di polizia avessero sparato nella comunità Comandante Abel, la JBG ha ribadito che il 18 settembre, a mezzogiorno, poliziotti mandati dal governo statale hanno esploso due colpi per intimorire la popolazione, così come hanno fatto i paramilitari. In un comunicato sostiene che gli attacchi, gli sgomberi, le  minacce, i furti, le intimidazioni e gli spostamenti proseguono. Accusano il governo federale di Felipe Calderón Hinojosa e quello statale di Juan Sabines Guerrero, di essere attori dell’attacco in corso; la JBG afferma: È un atteggiamento di vigliaccheria utilizzare gente della stessa razza per fare passare tutto questo come conflitto intercomunitario.

Le comunità aggredite appartengono al municipio autonomo La Dignidad, nella regione chol. Il 6 settembre i paramilitari di Unión Hidalgo e San Patricio si sono impossessati della terra ed hanno cacciato i nostri compagni, riferisce la JBG. Il giorno 12 i paramilitari hanno saccheggiato la milpa collettiva, mentre altri erano di guardia con armi di grosso calibro. Lo stesso giorno a San Patricio sono arrivati un totale di 11 veicoli con poliziotti e giudiziali per controllare il posto dove installare il loro accampamento.

La JBG racconta: Il giorno 13 è arrivato nel capoluogo municipale Sabanilla, Noé Castañón, segretario generale di Governo, e Maximiliano Narváez Franco, sottosegretario, per riunirsi con gli invasori di Unión Hidalgo ed i priisti di San Patricio, per confermare loro il possesso delle terre, giustificandolo con i progetti di legalizzazione e impegnandosi a fornire sicurezza inviando pattuglie di polizia per spalleggiare gli invasori ed aiutarli con materiale per costruire le abitazioni, come lamiere, e perfino consegnare provviste ai paramilitari. 

Poi sono iniziati i pattugliamenti sul terreno recuperato. Il giorno 16 la polizia ha distribuito le lamiere per i tetti agli invasori di Unión Hidalgo ed ai priisti di San Patricio che in quel momento hanno preso possesso del terreno recuperato ed hanno immediatamente costruito l’accampamento per la polizia.

Il giorno 26 si è tenuta un’altra riunione a Sabanilla con funzionari statali: hanno steso un verbale di lavoro tra i rappresentanti dei paramilitari di Unión Hidalgo ed i priisti di San Patricio, con oggetto la regolarizzazione a nome dei paramilitari, facendo credere loro che sono loro diritti (sic); li stanno usando per appropriarsi e cacciare dalle loro terre i nostri compagni basi zapatiste. 

Il furto di mais è proseguito e si è intensificato nei giorni 27 e 28. Dall’invasione, sono state perse 22 tonnellate di mais in grani, per un valore di 132 mia pesos, calcolando 6 pesos al chilo. Inoltre denuncia che i loro compagni sfollati da Unión Hidalgo sono pesantemente minacciati dai paramilitari che si stanno organizzando per appropriarsi dei loro appezzamenti.

I furti sono costanti nonostante la presenza della polizia, è evidente che il malgoverno ha pianificato questi atti criminali, dice la JBG. Abbiamo ragione di difendere le vite e l’integrità dei nostri compagni, ed aggiunge, rivolgendosi ai governi federale e statale: Voi siete i veri colpevoli e autori intellettuali dei crimini che subiscono le nostre basi di appoggio; siete i principali responsabili delle conseguenze di questi atti criminali di cui dovrete rispondere ed essere giudicati dalla storia del popolo del Messico. http://www.jornada.unam.mx/2012/10/02/politica/016n1pol

Comunicato della Giunta di Buon Governo

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 28 settembre 2012

Riscontrato tumore cerebrale a Patishtán; l’accusa è di negligenza cronica nel suo caso

 Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 27 settembre. Questa settimana è stata confermata la diagnosi di un tumore cerebrale per Alberto Patishtán Gómez, come ha comunicato egli stesso. La negligenza cronica con la quale le autorità statali e federali hanno trattato il suo caso, oltre a dimostrare come si rispettano in Chiapas i diritti dei reclusi, potrebbe significare che la malattia che gli ha danneggiato severamente la vista può costargli la vita.

“In 12 anni di carcere ingiusto per il cattivo sistema di giustizia, mi hanno causato solo disgrazie, la perdita di beni immobili e sofferenza per le nostre famiglie. All’ospedale di Tuxtla Gutiérrez, nel marzo del 2010, mi diagnosticarono un glaucoma. “A maggio del 2011 – continua – mi hanno fatto una TAC, ma non mi hanno mai dato i risultati”. Nel 2011 è stato trasferito nella prigione di Guasave, Sinaloa, dove gli specialisti scartarono il glaucoma e mi diedero delle cure per un’altra malattia (neuropatia ischemica, secondo i medici).

Dopo proteste e pressioni in Messico ed in altri paesi, è stato riportato nel Centro Statale di Reinserimento Sociale numero 5, in questa città, dove la sua salute è peggiorata celermente. Martedì scorso è stato ricoverato nell’ospedale di Tuxtla Gutiérrez. Gli specialisti hanno diagnosticato un tumore cerebrale in stato avanzato. “È per questo che denuncio gli oltraggi e le violazioni dei diritti umani ed i medici che hanno giocato con la mia vita; nelle loro mani ho subito imperizia, negligenza e ritardi.

Sembrerebbe trattarsi di un tumore benigno, ma ha già raggiunto quattro centimetri di diametro, spiega il professore tzotzil.

Insiste inoltre nel chiedere la libertà immediata degli indigeni imprigionati ingiustamente; lui ed i suoi compagni carcerati, uno di loro (Francisco Santiz López) base di appoggio dell’EZLN, e gli altri, aderenti dell’Altra Campagna. La sua difesa e la comunità di El Bosque sono riuscite a dimostrare l’innocenza di Patishtán, oltre alla fabbricazione di reati gravi e di false testimonianze (non era sul luogo dei fatti), e la conferma che la condannato a 60 anni di prigione è dovuta a motivi politicil.

Questo episodio del suo calvario giudiziario coincide più con la liberazione di un paramilitare (reo confesso) che parteciò al massacro di Acteal. Questo a causa di irregolarità nel processo e violazioni delle garanzie individuali di Manuel Santiz, originario di Chenalhó, secondo il giudizio della Suprema Corte di Giustizia della Nazione, che però ancora non si pronuncia su Patishtán; neanche ha deciso se rivedrà il caso.

Da parte sua, i carcerati del gruppo Solidarios de La Voz del Amate, da San Cristóbal de Las Casas chiedono che il loro compagno sia curato a Città del Messico, non nell’ospedale di Tuxtla. Tanto Patishtán che la sua difesa chiedono che sia ricoverato nell’Istituto Nazionale di Neurologia Manuel Velasco Suárez, e non a Villahermosa, Tabasco, come è intenzione delle autorità. http://www.jornada.unam.mx/2012/09/28/politica/018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La controinsurrezione in Chiapas, decine di famiglie zapatiste sfollate

 Noi che abbiamo combattuto sappiamo riconoscere il passo di ciò che si sta preparando e avvicinando. I segnali di guerra all’orizzonte sono chiari:  la guerra, come la paura, ha odore. E già ora si comincia a respirare il suo fetido odore nelle nostre terre. (Subcomandante Insurgente Marcos, dicembre 2007)

 Nell’anno in corso, il 2012, si continua a respirare giorno per giorno l’odore della guerra che, lo stato messicano, ha scatenato contro le comunità zapatiste.

La politica di controinsurrezione elaborata con l’aiuto del governo USA, dopo l’insurrezione armata dell’EZLN nel 1994 e precisata nel documento denominato “Piano per la Campagna Chiapas 94”, ha fornito la struttura per una nuova forma di guerra contro le popolazioni indigene ribelli.

Negli ultimi mesi, le Giunte del Buon Governo di Morelia e La Realidad hanno denunciato le aggresioni subite dalle Basi di Appoggio del EZLN da parte della ORCAO (Organización Regional Cafeticultores Altamirano Ocosingo) nell’ejido[1] Moises Gandhi e da parte di gruppi affiliati al PRI, al PRD e al PVEM (Partido Verde Ecologista Mexicano). Queste provocazioni si aggiungono a quelle ben note in tutto il territorio zapatista, come nel caso di San Marcos Avilés, assediata dai paramilitari e per questo al centro di una campagna di solidarietà internazionale.

Lo stato messicano è in guerra contro un nemico interno: l’EZLN, contro le comunità zapatiste in resistenza e soprattutto contro l’autonomia, la cultura e la vita dei popoli indigeni che non accettano di essere assimilati al modello di sviluppo capitalista.   Il messaggio che le Giunte del Buon Governo hanno lasciato nelle varie denunce è chiaro: il governo, attraverso menzogne, promesse di terra e finanziamenti, sta rianimando i gruppi paramilitari e armando altre organizzazioni, affinché questi alimentino l’ostilità e le aggressioni contro coloro che si oppongono all’omologazione neoliberista.  La strategia del governo contro la resistenza si sviluppa su due fronti: da una parte la “guerra di bassa intensità” impiegando le formazioni paramilitari così da evitare le ripercussioni internazionali che si avrebbero con l’impiego diretto dell’esercito e dall’altra, la cosiddetta linea morbida, con l’impiego massiccio di progetti assistenzialisti per calmare la fame, creare dipendenza e logorare la resistenza, concentrando i progetti nelle zone dove è più forte la lotta contro il governo.

L’8 settembre la Giunta del Buon Governo Nueva Semilla Que Va a Producir del Caracol V di Roberto Barrios ha denunciato la nuova invasione paramilitare nelle terre del nuovo villaggio Comandante Abel, del Municipio Autonomo La Dignidad, Municipio ufficiale di Sabanilla.   Il 12 settembre una nuova denuncia della stessa Giunta sottolineava la gravità della situazione: 70 donne e bambini sfollati dal nuovo Villaggio Comandante Abel e 14 persone scomparse nella vicina comunità di Union Hidalgo. 

 Gli antefatti

Il nuovo villaggio Comandante Abel si trova in zona oindigena di lingua ch’ol, nelle terre recuperate dall’EZLN nel 1994.

Fino a maggio di quest’anno la popolazione si trovava nella comunità di San Patricio che fin dagli anni 90 ha vissuto resistendo ai persistenti attacchi paramilitari.

Esattamente un anno fa, il 6 settembre 2011, quelle terre furone invase dai paramilitari provenienti dalla vicina comunità di Ostilucum, causando lo sfollamento della popolazione, fame e malattie.   La comunità riuscì a tornare ma ormai si trovava derubata dei raccolti che i paramilitari si erano portati via e per questo dovette dipendere dagli aiuti alimentari organizzati dalla Giunta del Buon Governo della Zona Nord.    Nel frattempo sono continuate le  minacce di una nuova invasione e di un massacro, così che, nel mese di maggio, le famiglie base di appoggio del EZLN hanno preso la decisione di ricostruire la comunità nel vicino predio “La Lampara”, mostrando nei fatti la volontà degli zapatisti di cercare forme pacifiche di risolvere conflitti, con coloro che essi definiscono fratelli ingannati dal  malgoverno.    Nonostante questa, ovviamente sofferta, decisione le minacce sono continuate e il 6 di settembre i paramilitari della località di Union Hidalgo hanno invaso le terre del nuovo villaggio Comandante Abel, sparando contro gli zapatisti e provocando la fuga forzata, verso la montagna, dei bambini e della maggioranza delle donne che non riuscivano a sopportare la situazione, mentre gli uomini e alcune donne rimanevano sul luogo, per difendere la comunità.

Una carovana di Solidarietà e Documentazione

Per rompere l’accerchiamento, mostrare solidarietà e documentare le violazioni ai diritti umani si è organizzata una carovana di Solidarietà e Documentazione a Comandante Abel.    La carovana, organizzata da Organismi dei Diritti Umani, osservatori internazionali, da compagni impegnati nel movimento e nella comunicazione indipendente, è partita da San Cristobal de Las Casas, Chiapas il 18 settembre del 2012. Ha visitato tre comunità: quella assediata – Comandante Abel -, la comunità autonoma di San Marcos e la comunità Zaquitel Ojo de Agua.    Nelle ultime due comunità i partecipanti alla carovana hanno potuto intervistare le donne sfollate di Comandante Abel e gli sfollati di Union Hidalgo.

Testimonianza delle donne sfollate nella Comunità San Marcos

Alla fine della lunga valle che da Sabanilla si estende verso lo stato di Tabasco, si trova la comunità di San Marcos.   La comunità si trova in posizione gradevole, a fianco del fiume Sabanilla che si attraversa passando per un ponte sospeso.   La comunità, ha dimostrato la sua solidarietà nei confronti degli sfollati di Comandante Abel, ospitandoli nella scuola del villaggio e condividendo il loro scarso mais e il cibo.

Le donne e le autorità della comunità hanno ricevuto i carovanieri e quattro donne e due membri della Giunta del Buon Governo hanno dato la loro testimonianza.   Lucia ed Elvira hanno raccontato di quell’8 settembre quando, per la paura e la percezione di non essere in grado di proteggere la vita dei propri bambini, sono fuggite per la montagna, passando per precipizi, dormendo sotto le liane, correndo verso San Marcos, l’unico luogo che sentivano sicuro, in una zona percorsa dai paramilitari di Paz y Justicia già dagli anni 90, da soldati e elementi corrotti della Pubblica Sicurezza.

Nello stato di timore e confusione in cui si trovavano, alcune si sono perdute.  “Arrivate qui eravamo intorpidite dalla paura e non sentivamo i nostri corpi, sentivo che una tigre mi seguiva.  Ci siamo perdute, eravamo spaventate, mi sembrava di non essere più in questo mondo” racconta Lucia.

Un compagno della Giunta spiega: “Le compagne non sopportavano più le sofferenze.   Ma gli zapatisti non piangono.  Torneremo a lavorare per resistere e vivere”.

Quando le donne sono arrivate a San Marcos ne mancavano due con i loro piccoli.   Subito si sono organizzate le ricerche con il timore che fossero state sequestrate dai paramilitari.  Il giorno 11, quattro giorni dopo la fuga dal villaggio, i compagni e le compagne che cercavano gli scomparsi, hanno sentito il pianto di un bambino scoprendo così il loro nascondiglio.  Erano tremanti di freddo e all’estremo per la fame e la stanchezza.   “Abbiamo dato loro pozòl[2], caricati sulle spalle i bambini e siamo ritornati tutti a San Marcos”.

Carmen e Jessica sono i nomi delle due donne che si erano perdute:  “Avevamo molta paura quando siamo fuggite.  Abbiamo faticato ad attraversare il fiume, siamo rimaste indietro e non siamo state in grado di seguire il percorso delle altre.   Abbiamo proseguito ma per la paura di incontrare i paramilitari, ci siamo nascoste sotto una pietra, una specie di caverna.   Lì ci siamo nascoste la prima notte. I giorni seguenti ci siamo fatte largo nel monte cercando di orientarci ma ci siamo perdute.  Abbiamo mangiato erba momo e arance per calmare la fame.   Per la paura di essere individuate dai paramilitari scendevamo al fiume per gettare le bucce”.    Jessica guarda intensamente il suo piccolo che piange perché respinge il seno della mamma.   “La paura mi ha asciugato il seno” – dice – “Mia figlia ha la febbre e non le passa”.

Gli sfollati di Union Hidalgo

Il giorno seguente la carovana ha visitato la Comunità Zaquitel Ojo de Agua, accessibile solo camminando per 3 ore verso la cima del monte che abbraccia la valle Sabanilla.   Si trova in una bella posizione tra monti, grandi alberi chiamati “ceibas” e torrenti.   Come a San Marcos, tra le famiglie di Zaquitel Ojo de Agua, c’è una grande solidarietà.   Da Union Hidalgo si sapeva che c’erano 10 scomparsi e si temeva per la loro vita e, come a San Marcos, gli scomparsi sono stati ritrovati dopo 3 notti, dopo aver affrontato le forti piogge stagionali d’alta montagna.  

Jaime e Auxiliadora raccontano delle minacce subite dai paramilitari di Union Hidalgo.   “Giorno e notte, con altoparlanti ci gridavano che avrebbero mangiato le nostre  carni.  Dicevano che siamo fuori dalla legge e che non abbiamo diritti e non possiamo ricorrere alla giustizia.   Ci trattano  come animali”.   Il racconto è la dimostrazione della strategia psicologica del governo, ancora in vigore in Chiapas, di disumanizzare gli oppositori e legittimare gli attacchi nei loro confronti.

Narrano che le minacce sono cominciate nell’anno 2000, quando le famiglie zapatiste rifiutavano, come tuttora,  i programmi assistenzialistici.  Le minacce venivano dai dirigenti del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) della comunità, collegato con il gruppo paramilitare Paz y Justicia.   Nel 2003 hanno saccheggiato il negozietto collettivo delle donne zapatiste.   Armati di bastoni, machete e pietre colpirono una nostra compagna alla testa con una pietra.   Quella volta ci rubarono tutta la merce, le tavole e la lamina del negozietto e  anche 1800 chili di mais”.    Lo sguardo di Auxiliadora mostra indignazione e fermezza.   “Un anno fa le minacce sono peggiorate” racconta.  “Con gli altoparlanti ci dicevano che, se non fossero riusciti a impossessarsi delle terre di Comandante Abel, avremmo subìto noi le conseguenze e ci avrebbero massacrato”.   Jaime e Auxiliadora raccontano che hanno temuto per la loro vita e, insieme ad altre, hanno lasciato il villaggio, lasciando 10 compagni nella comunità, a difendere semenze, animali e casa che sono garanzia di sopravvivienza. “Ci siamo incamminate per la montagna senza una meta precisa – spiegano – finché al terzo giorno abbiamo incontrato le famiglie di Zaquitel Ojo de Agua.   Non sapevamo dove andare.   Abbiamo raccontato loro delle minacce e ci hanno accolto”.   Ora sono alloggiati nella scuola della comunità ma alcuni bambini si sono ammalati per la pioggia e il freddo.

La resistenza nel Nuovo Villaggio Comandante Abel

Nel nuovo villaggio Comandante Abel, 22 compagni e 5 compagne, rimasti a difendere il villaggio, ricevono la carovana in una casa che mostra i segni delle pallottole.  I fori dei proiettili sono la testimonianza della furiosa sparatoria dell’8 settembre, quando, 150 aggressori, guidati da leader paramilitari, hanno tentato di fare un strage tra le famiglie zapatiste del villaggio.    I paramilitari hanno occupato la terra recuperata che si trova dall’altra parte del fiume, prendendosi quella già seminata.  Stanno costruendo case e, nella notte, si avvertono i loro movimenti con armi.   A neanche 400 metri dal villaggio, alcuni elementi della Pubblica Sicurezza, dal 16 settembre, hanno occupato quella che era la scuola autonoma zapatista.  Raccontano che il 18 settembre, da quella postazione di polizia, sono partiti due spari in direzione degli zapatisti.

I viveri stanno per esaurirsi e non è possibile né seminare, né raccogliere legna per il forte rischio di essere attaccati.

Gli aggressori sono ben conosciuti dai compagni.   Sono dirigenti politici del malgoverno di Union Hidalgo. Questi ultimi non agiscono autonomamente. I compagni zapatisti raccontano: “Il 4 settembre sono venuti qui il segretario del governo del Chiapas Noé Castañon accompagnato da due alti funzionari del malgoverno e da membri della pubblica sicurezza statale.  Si sono riuniti con i paramilitari per dir loro che quelle terre erano loro”.   Due giorni dopo si è scatenato l’attacco contro le basi di appoggio del EZLN.

Le Basi di Appoggio Zapatiste non si arrendono

Nonostante le sofferenze provocate da questo attacco del malgoverno nella regione, le donne e gli uomini zapatisti che parlano ai partecipanti alla carovana, danno mostra di essere  più convinti che mai nella loro lotta e resistenza. La richiesta è l’immediato ritiro dei paramilitari. 

Non ci sono dubbi sul far ricadere tutta la responsabilità sul governo messicano. “Non vogliamo scontrarci con coloro che appartengono alla nostra stessa razza indigena anche se appartengono ad altri partiti e si sono venduti al mal governo” spiegano i compagni che resistono nel nuovo villaggio Comandante Abel.

Le donne sfollate a San Marcos dicono a voce alta: “Non ci arrendiamo, non ci lasceremo convincere da progetti  come Oportunidades o Procampo[3]  con i quali il malgoverno cerca di tappare i nostri occhi e comprare le nostre coscienze”.   “Il denaro lo produciamo con il niostro sudore e anche se dobbiamo curare i nostri bambini piccoli sappiamo allevare polli e oche, sappiamo lavorare il mais come gli uomini.   Per quanto non mangiamo come mangiano quelli del governo, chiediamo di poter vivere nelle nostre case e che il governo ritiri i suoi paramilitari”.  Un’altra compagna dichiara ”Resisteremo finché dio ci conserva in vita.  Vogliamo insegnare ai nostri figli come si deve vivere”.

Le BAEZLN di Comandante Abel ricevono la caravana in  una casa e danno la loro testimonianza.

 Parte del terreno invaso dai paramilitari in Comandante Abel

 In questa scuola stanno  dormendo le 73 persone sfollate dal nuovo villaggio Comandante Abel

 Le donne ribelli zapatiste sfollate da Union Hidalgo

  Gli sfollati di Unión Hidalgo danno la loro testimonianza nella stessa scuola dove sono alloggiati


[1] L’ejido è una forma di proprietà comunitaria della terra, tuttora riconosciuta dalla Costrituzione messicana, dai tempi della rivoluzione di Zapata e Villa, nei primi anni del secolo scorso.  La terra viene pure lavorata collettivamente.

[2] Pozòl: bevanda, a base di mais spesso fermentata,  in uso in tutto il Messico.

[3] Oportunidades, Procampo fanno parte della strategia del governo per ridurre l’appoggio indigeno all’EZLN.  Il governo offre appoggi in denaro e prestiti ai campesinos indigeni a condizione che non appoggino l’EZLN ed entrino nelle organizzazioni politiche governative

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La Jornada – Mercoledì 26 settembre 2012

Decine di indigeni chiapanechi in fuga dalle aggressioni paramilitari

A colpi d’arma da fuoco hanno obbligato simpatizzanti dell’EZLN a rifugiarsi in altri villaggi

Hermann Bellinghausen

 Circa un centinaio di indigeni, basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) delle comunità Comandante Abel ed Unión Hidalgo, municipio autonomo La Dignidad, in Chiapas, si sono rifugiati in altri villaggi. La situazione è giudicata grave dal Centro di Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba).

Come denunciato dalla giunta di buon governo (JBG) di Roberto Barrios, lo scorso 8 settembre, 73 persone di Comandante Abel sono state cacciate a colpi d’arma da fuoco da un gruppo paramilitare, legato a quello che si conosceva come Desarrollo, Paz y Justicia e col PRI. Dal 6 al 19 settembre, gli aggressori da 55 sono diventati 150 ed hanno costruito un accampamento a 500 metri dalla comunità. Altre famiglie zapatiste sono state costrette ad abbandonare Unión Hidalgo, a Sabanilla. 

Una brigata di osservazione, formata da organizzazioni civili e collettivi dell’Altra Campagna, ha visitato la zona per incontrare gli sfollati ed ha diffuso un approfondito rapporto. Sono stati rilevati diversi colpi di pallottola contro la scuola autonoma ed i negozi cooperativi, e la realizzazione di trincee a 200 metri dal villaggio. Secondo gli stessi profughi, con armi AR-15 gli aggressori dalla trincea puntavano le armi contro il villaggio.

Due giorni prima di iniziare gli attacchi, i paramilitari si erano riuniti a San Patricio con i funzionari Eduardo Montoya, Maximiliano Narváez e Noé Castañón León, quest’ultimo segretario di Governo, ed agenti di Pubblica Sicurezza, si indicane nel rapporto. Poi sarebbero arrivati individui armati e con divise militari. Nella comunità restano meno di 30 abitanti. La metà dei 147 ettari del villaggio è occupata dagli invasori. Alcune donne sono scappate verso il fiume. I bambini sono corsi nella montagna senza sapere come uscirne; gli spari erano molto vicini e ci sfioravano, colpivano i muri della casa, hanno raccontato le donne. Una donna racconta: ero in negozio quando improvvisamente si sono sentiti gli spari e le compagne sono scappate dal negozio. Tre giorni senza mangiare né bere. Un’altra racconta: le compagne si sono nascoste sotto i massi e sotto i tronchi; due compagne erano scomparse ma tre giorni dopo si sono presentate a San Marcos.

Dal giorno 16, all’entrata si trova un posto di controllo della Pubblica Sicurezza Statale che sembra proprio proteggere gli invasori. Il giorno 18, i poliziotti hanno sparato. 

I paramilitari hanno occupato la clinica autonoma. Vogliono cacciare le basi di appoggio; molti campi di mais sono invasi. Gli animali si stanno disperdendo, i paramilitari tagliano i recinti e distruggono i raccolti. Accusano il governo: È la sua maniera di fare la guerra e logorarci per farci arrendere. Non abbandoniamo la nostra lotta e non ci arrendiamo.

Nella comunità autonoma San Marcos, gli osservatori hanno trovato gli sfollati di Comandante Abel in condizioni precarie. Quattro donne sono incinta e c’è il timore di aborti spontanei. Una delle donne scomparse dopo l’attacco, riferisce: le pallottole ci inseguivano e quando siamo arrivate qui stavamo davvero male. Non abbiamo preso il sentiero, ma siamo passate per il burrone. Dietro di me ho avvertito la presenza di un animale, ho avuto paura e mi sono persa, pensavo di morire. Ora sono assistite dai promotori di salute e dalle levatrici di San Marcos.

A Zaquitel Ojo de Agua sono sfollate altre 12 persone di Unión Hidalgo, dove rimangono alcuni ragazzi per prendersi cura di polli, maiali e tacchini, senza poter uscire. Sono minacciati da elementi del PRI chi si nascondono per sparargli addosso. Attraverso un megafono i paramilitari annunciano, “giorno e notte, che ci ‘mangeranno’, perché siamo su un’altra linea, fuori dalla giustizia e dalle leggi”, hanno raccontato. Se i paramilitari non riusciranno a prendere la comunità Comandante Abel, dicono che ci massacreranno. Membri della JBG a loro volta hanno dichiarato: Il governo compra le persone, poi li convince di toglierci la terra. http://www.jornada.unam.mx/2012/09/26/politica/023n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 22 settembre 2012

Alberto Patishtán è quasi cieco per la mancanza di cure mediche

Hermann Bellinghausen

Mentre il governo federale tiene nel limbo la liberazione del professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez in carcere a San Cristóbal de las Casas, il governo del Chiapas continua ad eludere l’obbligo di fornire assistenza medica a questo importante prigioniero di coscienza che a causa di questa mancanza sta perdendo la vista.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) ha spresso indignazione per l’inefficienza dello Stato messicano nei confronti del prigioniero politico (dopo 12 anni di prigione, la difesa ha dimostrato la sua innocenza, come ha ammesso il governatore Juan Sabines Guerrero un paio di anni fa) che in innumerevoli occasioni ha denunciato le sue condizioni di salute. Lo Stato ha impedito l’assistenza medica adeguata, denuncia l’organizzazione.

Nei giorni scorsi, un oftalmologo di fiducia del docente, attivista dei diritti umani ed aderente all’Altra Campagna, lo ha visitato ed ha riscontrato la perdita progressiva della capacità visiva, poiché ha perso il 90% della funzione. Lo specialista ha dichiarato che la patologia non è oftalmologica, ma ormai è un problema che deve essere risolto urgentemente da un neurochirurgo.

Patishtán non può più svolgere le attività quotidiane. In una testimonianza dice: Dal 6 settembre non solo ho avvertito la perdita della visione laterale, ma sento come se le luci si stessero fondendo. La settimana precedente, aggiunge, “non potevo più leggere la Bibbia né vedere la tastiera con la quale accompagno i canti durante la messa (in carcere é ministro Eucaristico). Non riesco più nemmeno a scrivere”.

Il Frayba sottolinea che nel 2010, dopo una visita superficiale, un medico dell’istituto gli aveva erroneamente diagnosticato un glaucoma. Quello stesso anno fu ricoverato per sei mesi nell’ospedale Vida Mejor, di Tuxtla Gutiérrez ma senza essere stato curato in maniera professionale né efficace. In realtà si era trattato di una misura propagandistica del governo del Chiapas per dimostrare che adempiva ai suoi obblighi.

A maggio del 2011, le autorità vennero a conoscenza che la perdita della vista era dovuta più ad un’atrofia ottica discendente che al glaucoma. Gli fu praticata una TAC il cui esito fu nascosto al medico che lo curava. Poi, a causa del suo trasferimento forzato ed arbitrario nel carcere di Sinaloa, non fu più seguita la cura medica iniziata. Dopo altre denunce di Patishtán, furono eseguiti nuovi esami e gli fu diagnosticato, erroneamente un’altra volta, una neuropatia ottica ischemica.

Il Frayba chiede al governo di applicare senza ulteriori ritardi le misure cautelari concesse quest’anno dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH).

Intanto, nell’ambito della quarta tappa della campagna mondiale per la liberazione di Patishtán e di Francisco Santiz López, base di appoggio dell’EZLN, è stata diffusa una lettera indirizzata alla Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) per chiedere la sua libertà immediata. Le organizzazioni dei diritti umani nazionali ed internazionali che sottoscrivono la petizione affermano che relativamente alla condanna a 60 anni di prigione del professore indigeno, chiedono al massimo tribunale di ammettere il ricorso per il  riconoscimento di innocenza presentato dalla difesa.

I firmatari ritengono che per l’interesse suscitato da questo caso su scala nazionale e internazionale, si possono fissare nuovi criteri a partire dalle recenti interpretazioni sulla portata delle garanzie contemplate dalla Magna Carta e dai trattati internazionali ratificati dallo Stato messicano, che il Potere Giudiziario ha sviluppato alla luce della riforma costituzionale in materia di diritti umani. http://www.jornada.unam.mx/2012/09/22/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Los de Abajo

La riattivazione di Paz y Justicia

Gloria Muñoz Ramírez

losylasdeabajo@yahoo.com.mxhttp://desinformemonos.org

15/09/2012

Il recente attacco armato contro la comunità Comandante Abel, formata da basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) nella zona nord del Chiapas, è parte della ripresa flagrante del gruppo paramilitare Paz y Justicia, sostenuto dal 1995 dai governi di turno, tanto statali come federali, quando fu riconfigurata la mappa della militarizzazione e paramilitarizzazione dello stato, allo scopo di annichilire la resistenza e l’autonomia dei popoli zapatisti.

È importante segnalare che frange importanti di questo gruppo, nato con la copertura, finanziamenti e addestramento del PRI, dell’esercito e dei governi, e che ha cambiato nome o inventato nuove sigle per la sua visibilità, fanno ora parte del Partito Verde Ecologista che fa parte dell’alleanza politica con la quale assumerà il potere il prossimo governatore, Manuel Velasco Coello.

Nonostante le numerose prove della violenza estrema perpetrata da Paz y Justicia, questo gruppo è sempre esistito ed i suoi membri non sono mai stati disarmati, benché alcuni dei suoi leader abbiano varcato i cancelli della prigione agli inizi dello scorso decennio (e non come paramilitari, ma per reati comuni).

Paz y Justicia è nato nella zona nord del Chiapas, nella regione ch’ol, e tra il 1995 ed il 2000, secondo un rapporto del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba), la sua attività violenta, appoggiata dall’esercito e dalla polizia, ha provocato migliaia di profughi e decine di desaparecidos, torturati e giustiziati.

Presente nei municipi di Tila, Tumbalá, Sabanilla, Yajalón e Salto de Agua, Paz y Justicia per qualche anno ha mantenuto un relativo basso profilo, ma non è mai stato disattivato. In questo contesto si iscrivono le aggressioni alla comunità zapatista di San Patricio, fondata nel 1995 dentro il municipio autonomo La Dignidad, caracol di Roberto Barrios, su terre recuperate con la sollevazione del 1994.

A causa delle costanti aggressioni, la resistenza zapatista, nel maggio scorso, ha trasferito le basi di appoggio in un’altra proprietà vicina, chiamando il nuovo villaggio Comandante Abel, e la persecuzione armata di Paz y Justicia è arrivata anche lì.

Considerando che si continua a resistere e parallelamente si sta costruendo uno spazio di dignità e ribelle da parte delle basi di appoggio zapatiste, si è aperta una campagna di raccolta di cibo e fondi a San Cristóbal de las Casas. Le persone o le organizzazioni che vivono in altre geografie e vogliono dare il proprio aiuto possono scrivere alla casella di posta elettronica: elcor.chiapas@gmail.com.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 14 settembre 2012

Continuano le aggressioni dei paramilitari contro la comunità zapatista Comandante Abel

Donne, vecchi e bambini sono fuggiti in montagna; ci sono quattro desaparecidos

La situazione delle basi di appoggio è grave, denuncia la JBG Nueva semilla que va a producir

Hermann Bellinghausen

Proseguono le aggressioni dei paramilitari del gruppo Paz y Justicia, sotto la sigla della UCIAF, contro la comunità zapatista Comandante Abel, i cui abitanti hanno dovuto fuggire in montagna per proteggersi dagli spari. La giunta di buon governo (JBG) Nueva semilla que va a producir, del caracol di Roberto Barrios, nella zona nord, definisce grave la situazione delle basi di appoggio di questa comunità e di Unión Hidalgo, nel municipio autonomo La Dignidad.

L’invasione violenta del villaggio è iniziata lo scorso 6 settembre e nonostante le denunce, le autorità non sono intervenute per fermare gli attacchi. Il giorno 8 sono proseguiti gli spari con armi di grosso calibro in direzione della comunità. Bambini, donne ed anziani si sono nascosti tra gli alberi e sono fuggiti in montagna per la paura di essere raggiunti dalle pallottole. Hanno trascorso due giorni e due notti sotto la pioggia e al freddo, poi si è saputo che sono riusciti a raggiungere altre comunità.

La JBG riferisce di due donne scomparse e due bambini malati di febbre, vomito, diarrea e tosse. Sono 70 tra uomini, donne, bambini ed anziani. Alcuni sono rimasti a difendere la terra. Gli invasori hanno costruito due trincee e tre case, mentre anche le basi zapatiste della vicina Unión Hidalgo si sono spostate a causa delle pesanti minacce di essere massacrati dai paramilitari della comunità stessa. Per tre giorni le famiglie si sono rifugiate in montagna. Gli sfollati sono 10 ed un neonato; sono rimasti solo i giovani per difendere le case ed i beni.

Il 9 settembre gli aggressori hanno ampliato il luogo che hanno occupato e dal pomeriggio hanno iniziato a sparare. Nella notte sono arrivati rinforzi armati provenienti da Saquijá, municipio di Sabanilla. Il giorno 11 hanno costruito cinque abitazioni.

La JBG accusa l’ex candidato priista Carlos Cleber González Cabello di finanziare l’acquisto di armi degli invasori. Di tutto quello che sta accadendo e di quello che succederà, la JBG ritiene responsabili i tre livelli del malgoverno quali autori intellettuali che organizzano, finanziano, addestrano, armano e comandano questi gruppi paramilitari e delinquenti attraverso le proprie istituzioni armate. Vedendo che le basi zapatiste non cadono nell’inganno delle elemosine, loro proseguono il loro piano di impadronirsi delle ricchezze del nostro paese. Quindi, mandano ad ammazzare, sgomberare e distruggere le nostre terre. Il governo parla di pace, di difendere le garanzie, di giustizia in Messico, e chiede l’aiuto economico dell’ONU per combattere la povertà, ma quel denaro viene usato solo per finanziare i gruppi armati.

La giunta zapatista chiede: È pace organizzare dei gruppi per ammazzare il proprio fratello? Qual’è il grave crimine che hanno commesso questi compagni: possedere un pezzo di terra per vivere e mantenere la famiglia? Il governo è una vergogna davanti al mondo, dice combattere la criminalità mentre in realtà protegge gruppi e dirigenti che agiscono pubblicamente contro i popoli in resistenza; il malgoverno sa chi sono, dove vivono, ma non fa niente perché è lui il loro capo e li protegge.

La JBG dichiara: Non siamo contro quelli che non sono d’accordo con noi; al contrario, al gruppo filogovernativo che vive a San Patricio abbiamo dato una parte della nostra terra perché anche loro hanno diritto alla vita, e per questo le nostre basi si sono trasferite nel podere di La Lámpara per costruire la loro nuova comunità in onore al nostro compagno scomparso Comandante Abel. http://www.jornada.unam.mx/2012/09/14/politica/026n1pol

Comunicado íntegro de la JBG Nueva semilla que va a producir

Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La JBG Nueva Semilla Que Va a Producir denuncia l’attacco armato dei paramilitari nella comunità autonoma Comandante Abel

 Caracol V Que habla para todos, Roberto Barrios, Chiapas Messico

7 Settembre 2012

 Alla società civile nazionale e internazionale. 

Agli aderenti dell’Altra Campagna. 

Alla Sesta Internazionale. 

Ai media alternativi. 

Agli organismi indipendenti dei diritti umani. 

Alla stampa nazionale e internazionale. 

Compagni e fratelli, 

Denunciamo la situazione che si sta vivendo nella nuova comunità Comandante Abel, già San Patricio, Municipio Autonomo Ribelle Zapatista La Dignidad, Chiapas, Municipio ufficiale di de Sabanilla. 

1.- Il giorno 6 settembre 2012 alle ore 7 del mattino un gruppo di 55 persone armarte sono arrivate a circa 200 metri dalla nuova comunità con l’intento di impossessarsi del terreno dei nostri compagni basi di appoggio.
– Il gruppo proviene dalla comunità Union Hidalgo ed i priisti da San Patricio del municipio ufficiale di Sabanilla. Questo gruppo è venuto con l’obiettivo di invadere e cacciare i nostri compagni dalle loro terre e beni. 

Quando sono arrivati hanno costruito una tettoia e issato una bandiera rossa, ed alle 11 della mattina stessa hanno cominciato a rubare il mais verde dei compagni. 

– Alle ore 12 hanno sparato con armi calibri 22.
-Alle 3 del pomeriggio sono arrivati tre funzionari del malgoverno nel luogo occupato dagli invasori accompagnati da bambini e bambine figli dei priisti della comunità di San Patricio; poi se ne sono andati. Successivamente sono arrivati altri paramilitari fino a raggiungere il numero di 70 invasori. 

– Alle 8 di sera i paramilitari si sono mossi in varie direzioni sparando numerosi colpi (26 spari). 

– A mezzanotte si sono uditi altri due spari di calibro 22 e sono arrivati altri rinforzi dei paramilitari. 

2.- All’alba del 7 settembre i paramilitari erano 150 ed hanno iniziato a distruggere i campi di girasoli e le recinzioni dei pascoli del collettivo dei nostri compagni basi di appoggio. 

– Alle 10:10 del mattino, un compagno è uscito di casa per vedere cosa stava succedendo e 3 elementi del gruppo invasore che indossavano divise militari e passamontagna hanno sparato 30 colpi con armi di grosso calibro (pistole 9 millimetri, AR-15) ed uno dei proiettili ha colpito la casa del compagno. 

– Alle 10:30 del mattino hanno circondato la comunità a circa 150 metri di distanza, tutti con armi di diverso calibro; si sono contate 19 armi.

3.- I dirigenti paramilitari del gruppo armato Paz y Justicia che guidano questa operazione di sgombero, minacce, aggressioni e furti contro i nostri compagni sono: Pedro Ramírez Guzmán judicial segreto dell’ejido Unión Hidalgo municipio ufficiale di Sabanilla, Jesús Ramírez Guzmán commmissario ejidale, Ramiro Encino Gómez consiglio di vigilanza della stessa comunità, Ignacio Gómez Guzmán, Luis Gómez Encino, Oscar Gómez Ramírez, Miguel Encino Gómez, Hipólito Ramírez Martínez, Carlos Clever Gonzales Cabello ex candidato del PRI dirigenti di Paz y Justicia, Rolando Gómez Guzmán ex soldado, Manuel Cruz Guzmán commissario di San Patricio, Gerónimo Ramírez Martínez judicial segreto della stessa comunità di San Patricio, Conrado Gómez Guzmán agente municipale dell’ejido Unión Hidalgo, Javier Guzmán Encino ex funzionario del governo del municipio ufficiale di Sabanilla sono coloro che dirigono queste azioni contro il nostro popolo, su indicasioni dei loro capi del malgoverno. 

4.- Tutto questo fa parte della guerra di contrainsurgencia messa in atto dal malgoverno dei ricco contro la nostra organizzazione ed i nostri popoli in resistenza. Il governo vuole spargimento di sangue e morte, mentre i nostri popoli in resistenza costruiscono le proprie vite con le risorse che madre terra mette a disposizione dove viviamo, per questo non permetteremo che il malgoverno, attraverso i suoi gruppi paramilitari ci tolga le terre recuperate nel 1994 con la vita ed il sangue dei nostri combattenti, perché la terra è nostra, era dei nostri nonni e bisnonni ai quali è stata tolta dai maledetti invasori spagnoli che li hanno uccisi ed hanno sparso il sangue di milioni di originari di queste terre. Per questo diciamo che la terra è nostra e la difenderemo a qualunque costo, perché il governo non ha cuore ma la cosa più triste è vedere che il malgoverno non si scontra direttamente con il popolo, ma strumentalizza e usa il povero della stessa razza per raggiungere il suo obiettivo di rubare, ammazzare e impadronirsi delle ricchezze.

 Di tutti i crimini citati e di tutto quello che può accadere ai nostri compagni, uomini, donne, vecchi e bambini che si trovano in grave pericolo di vita, riteniamo responsabili il governo federale di Felipe Calderón Hinojosa, il governo dello stato di Juan Sabines Guerrero, il presidente municipale di Sabanilla Genaro Vázquez Pérez e la presidentessa municipale di Tila Sandra Cruz Espinisa.  

Chiediamo ai fratelli ed alle sorelle di buona volontà di vigilare sulla situazione dei nostri compagni basi di appoggio.

 Distintamente

Mandar obedeciendo
Junta de buen gobierno

LA CARTA VIENE CON EL SELLO DE LA JUNTA DE BUEN GOBIERNO SEMILLA QUE VA A PRODUCIR Y FIRMADA POR LOS INTEGRANTES DE LA JUNTA

Enrique Cruz Hernández
Alex Gómez Pérez
Efraín Gómez Pérez
Estrella Sánchez Sanchez

Comunicato originale

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Guerrero: Si mobilitano 800 poliziotti comunitari

http://mexico.nomads.indivia.net/2012/08/29/guerrero-si-mobilitano-800-poliziotti-comunitari/
Fonte: http://desinformemonos.org/2012/08/policia-comunitaria-2/

Messico. Il territorio in cui è presente la Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias -Policía Comunitaria (CRAC–PC) di Guerrero, si è dichiarato in allerta massima ed ha mobilizzato più di 800 poliziotti comunitari “per qualunque cosa possa succedere”, ha segnalato Valentín Hernández, consigliere e avvocato della CRAC, in un’intervista con Desinformémonos, dopo che le autorità ufficiali del municipio di San Luis Acatlán hanno arrestato uno dei suoi rappresentanti regionali e, di conseguenza, la assemblea ha deciso la detenzione di cinque funzionari del Comune.

La polizia ministeriale di San Luis Acatlán arrestò il 28 agosto Máximo Tranquilino Santiago, membro e coordinatore della Casa de Justicia della CRAC, accusato di aver privato illegalmente della libertà, mentre usciva da casa sua, nella comunità di Yoloxóchitl e si dirigeva a lavoro a San Luis Acatlán. Poco dopo la assemblea regionale, autorità massima dei villaggi, ordinò ai suoi poliziotti comunitari di arrestare il giudice del carcere, il Ministero Pubblico di San Luis Acatlán ed altri tre funzionari.

Una delle esperienze autonome più notabili in Messico, in quanto a sistema di amministrazione della giustizia comunitaria, la formano più di 80 comunità della Costa Chica e Montaña di Guerrero, che, da quasi 17 anni, si sono fatti carico della propria sicurezza, riuscendo a diminuire la delinquenza fino al 90%.

In questo contesto, Abel Barreda, direttore del Centro di Diritti Umani della Montaña “Tlachinollan”, avverte in un’intervista telefonica che “esiste una volontà chiara di mettere fine al lavoro realizzato dai villaggi della Montaña e tacciare gli integranti della  CRAC come persone che infrangono i diritti umani”.

In un comunicato diffuso dalla CRAC si spiega che “l’agenzia del Ministero Pubblico ed il Giudice di Prima Istanza con sede in questa città, misero in atto un indagine ed una causa penale, contro i compagni coordinatori regionali: Máximo Tranquilino, Pablo Guzmán, Asunción Ponce Ramos, Claudio Carrasco, ed i comandanti regionali Melquiades Simón Santiago, Aureliano Martínez Tomas, Andrés Panuceno Germán e Felicito Clemente Quintero, accusati di aver privato della libertà Silvino Encarnación Gabino, abitante della comunità di Yoloxóchitl, che si trova detenuto ed in processo di rieducazione del sistema comunitario, accusato di aver assassinato un vicino della comunità di Yoloxochitl. Partendo da questa denuncia, il giudice firmò degli ordini di apprensione contro i nostri compagni ed oggi la polizia ministeriale ha arrestato il nostro compagno Máximo Tranquilino Santiago”.

In risposta, la organizzazione della Montaña e Costa Chica ordinò l’arresto di Filomeno Vázquez Espinoza, José Luis Bernabé Fernández, Omar Sandoval León e Napoleón Hernández Garibo, rispettivamente: giudice misto della Prima Istanza, segretario di accordi penali del Juzgado Mixto de Primera Instancia, agente titolare del Ministero Púbblico e l’agente ausiliare del Ministero Púbblico, “per non aver rispettato gli accordi di non aggressione al nostro sistema comunitario, violando il diritto e la cultura dei villaggi e le comunità originarie dello stato di Guerrero”.

“Non esiste l’intenzione di riconoscere l’apporto profondo dei villaggi nel tema della ricerca della giustizia e dei loro sistemi normativi. Ci son sempre dietro l’angolo poliziotti ministeriali o l’esercito per disarticolare quest’esperienza”, spiega Abel Barrara, difensore dei diritti umani della Montaña.

Negli ultimi mesi si sono incentivate le aggressioni ai villaggi della CRAC, e come esempi ci sono l’arresto di Agustín Barrera Cosme, le minacce di morte contro Cirino Plácido Valerio, il non risconoscimento come assessore di Valentín Hernández Chapa; la crescita del conflitto agrario tra Tilapa e Tierra Colorada, che provocò la morte del commisario municipale di Tilapa, Crisóstomo Bruno Peñaloza; la presenza crescente di gruppi della delinquenza organizzata che seminano terrore e insicurezza in tutta la popolazione. “Tutto questo lo leggiamo come parte di una strategia del governo e le imprese minerarie di debilitare i nostri villaggi e così riuscire a consolidare il loro stanziamento nei territori comunitari ed il saccheggio e sfruttamento delle nostre risorse naturali”, si avverte nel comunicato.

Barrera racconta: “si stanno aggiungendo altri attori, come la violenza organizzata, per generare conflitti nelle comunità con il fine che la Policía Comunitaria debba affrontare tali attori armati, spalleggiati dalle autorità statali. La Comunitaria si è dovuta schierare contro il crimine organizzato, quando hanno arrestato delle persone con droga e l’hanno bruciata, negando di consegnarla all’esercito”.

Il recente arresto dell’integrante della CRAC avviene nel momento della prossima integrazione di altre sette comunità della Montaña Alta al sistema de giustizia autonomo, il 2 di settembre, e di altre trenta comunità che sollecitano il loro ingresso. In un recente comunicato la Coordinadora Regional rese pubblico che circa altre 60 comunità stanno sollecitando la entrata nell’organizzazione per quest’anno.

Per Abel Barrera, gli arresti non sono atti isolati, ma “parte di una logica del governo di Ángel Aguirre, di una strategia per cancellare le organizzazioni critiche e indipendenti che difendono i loro diritti con la protesta”.

“E’ la stessa politica del governo del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) e del Partito dela Revoluzione Democratica (PRD), vale a dire, offrono una mano tesa da un lato e un pugno con l’altra, con una salutano e con l’altra colpiscono, stabiliscono accordi che poi tradiscono. È un gioco macchiavellico di uno stile di governo” denuncia Barrera.

“Noi sappiamo che con la mobilitazione e l’appoggio solidario delle organizzazioni sociali sorelle possiamo contenere l’offensiva”, segnale da parte sua Valentín Hernández Chapa, assessore della CRAC.

Traduzione de La Pirata
http://lapirata.indivia.net/

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La Jornada – Martedì 28 agosto 2012

Inizia la quarta tappa della campagna “Abbattiamo i muri della prigione”

Hermann Bellinghausen

Questo lunedì è iniziata la quarta tappa della campagna mondiale Abbattiamo i muri della prigione che durerà nove giorni e vuole far risuonare di nuovo la diffusa richiesta di liberazione dei prigionieri politici indigeni del Chiapas, zapatisti e dell’Altra Campagna. Nei mesi scorsi le proteste hanno assediato ed irritato consolati ed ambasciate del Messico negli Stati Uniti, in Francia, Nuova Zelanda, Germania, Spagna, Regno Unito ed altri paesi, su iniziativa del Movimiento por la Justicia del Barrio e dell’Altra Campagna di New York. 

Dalla prigione, Alberto Patishtán Gómez ha salutato questa campagna internazionale il cui scopo è chiedere giustizia e libertà che sono state rubate dai governanti ingiusti che continuano ad operare contro coloro che lottano per la giustizia, ed ha affermato: “Ho sofferto molto quando hanno cercato di uccidermi con quel crudele trasferimento, ma grazie a Dio e a voi per la vostra solidarietà nel chiedere la mia libertà o il ritorno, ora sono qua e sono di nuovo con i compagni solidali della Voz del Amate, gli aderenti all’Altra Campagna ed il compagno Francisco Santiz López dell’EZLN”.

Nel nostro paese si realizzeranno eventi a San Luis Potosí, Città del Messico, Jalapa, Puebla ed in altre città. Da Bogotà, Colombia, questa domenica è giunta una nuova adesione di collettivi che annunciano una giornata informativa e di solidarietà davanti alle costanti aggressioni del malgoverno che hanno colpito la base di appoggio zapatista di San Marcos Avilés, così come la liberazione di Francisco Santiz López, base zapatista di Tenejapa, ingiustamente in prigione.

La comunità di San Marcos, segnalano i gruppi di Bogotà, “è vittima di minacce e violenza da parte di persone che il governo, sotto quello che si conosce nel contesto attuale messicano come ‘guerra di bassa intensità’, compra ed utilizza dentro la stessa comunità per dividere ed aggredire gli zapatisti che si rifiutano di partecipare ai progetti capitalisti del malgoverno perché in questo modo cadrebbe il loro progetto di autonomia che stanno costruendo da quasi 20 anni”. Le aggressioni, specificano, si manifestano con l’incendio dei raccolti di mais e caffè, i furti delle coltivazioni, la minaccia di distruggere la scuola autonoma Emiliano Zapata, tagliare la luce e cacciarli dalla loro comunità, oltre alla paramilitarizzazione dei loro territori.

Intanto, nella zona tzotzil degli Altos del Chiapas il gruppo cattolico Pueblo Creyente “realizzerà azioni durante i ‘9 giorni di azione globale’ in appoggio alla domanda globale di liberazione immediata” di Patishtán, aderente all’Altra Campagna e prigioniero politico per reati che non ha commesso. Il prossimo venerdì si svolgerà un giorno di preghiera e digiuno al quale parteciperanno fedeli di 11 parrocchie della zona. Il 4 settembre ci sarà un pellegrinaggio ed un incontro nella cattedrale di San Cristóbal. 

Nell’ambito dell’eco mondiale in appoggio agli zapatisti sono confermate azioni in India, Portogallo, Panama, Sudafrica, Ecuador, Canada, Argentina, Cile, Austria, Italia, Uruguay, Australia e Brasile. http://www.jornada.unam.mx/2012/08/28/politica/019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 23 agosto 2012

Dirigente campesino peruviano chiede al movimento #YoSoy132 di sostenere gli zapatisti

Hermann Bellinghausen

Il dirigente campesino e direttore della pubblicazione peruviana Lucha Indígena, Hugo Blanco, dal Perú in un messaggio di sostegno alle comunità dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), denuncia lle vere ragioni e le forze che vogliono schiacciare quella che egli chiama la zona liberata dal neoliberismo, dove le persone si governano da sé stesse. Nel 1994, nel momento di massima auge del sistema neoliberale che ci opprime, si è sollevata una voce ribelle, il movimento zapatista del Chiapas.

Blanco esorta il movimento #YoSoy132 a comprendere che è fondamentale il suo compito di difendere l’isola di libertà che si trova nel suo stesso paese; sconfiggere gli zapatisti favorirebbe la sconfitta del movimento #YoSoy132. Considerando che è interesse diretto dell’umanità difendere quest’isola di libertà, Hugo Blanco invita a difendere San Marcos Avilés, condanna le numerose altre aggressioni nella zona e chiama a lottare per la libertà di Francisco Sántiz López ed Alberto Patishtán Gómez.

E ricoerda: Carlos Salinas de Gortari, allora presidente, lanciò una sanguinosa offensiva militare pensando di schiacciare rapidamente la ribellione. Non fu così, la popolazione indigena combattente resistette. Il popolo del Messico si indignò di fronte allo spargimento di sangue e pretese la sospensione dell’attacco. Il governo degli Stati Uniti si mise in allarme, perché con la quantità di messicani e chicani oppressi presenti nel suo territorio, esisteva il pericolo che la ribellione si estendesse alla sede dell’impero. Pertanto ordinò al governo messicano di fermare l’attacco, mentre i ribelli dichiaravano di ubbidire al popolo del Messico che ordinava di fermare la guerra.

Blanco rammenta: Il governo offrì il dialogo, gli zapatisti accettarono. Con lo spirito democratico che hanno sempre dimostrato, non volevano essere loro a parlare a nome degli indigeni messicani, e convocarono indigeni e indigenisti di tutto il paese affinché elaborassero le richieste da presentare. I loro argomenti furono così puntuali che la commissione governativa dovette accettare molti punti. Entrambe le parti firmarono gli Accordi di San Andrés. Siccome questi dovevano avere forma di legge per essere approvati dal parlamento, questo nominò una commissione con l’incarico di dar loro il formato corretto. La commissione svolse il suo compito e lo presentò alle parti, gli zapatisti accettarono, ma il governo no. Al posto di questo presentò un altro documento, tradendo gli accordi che aveva firmato. In Parlamento i partiti si inchinarono all’oltraggio.

Il governo di Ernesto Zedillo lanciò un attacco militare a tradimento nel tentativo di liquidare la dirigenza dell’EZLN. E fallì, sottolinea Blanco, ma, chiunque sia il presidente di turno non abbandona i propositi di distruggere quell’isola di libertà che esiste nel mondo.

Non dimentichiamo che la prima riunione internazionale degli oppressi dal sistema neoliberale che schiaccia il mondo fu convocata dagli indigeni zapatisti e si svolse nel fango del Chiapas anni prima del Forum Sociale Mondiale.

Il dirigente campesino de lPerú rileva: Ultimamente si stanno intensificando gli attacchi contro le comunità zapatiste, il principale e più forte è quello che sta subendo la comunità autonoma zapatista di San Marcos Avilés. Le giunte di buon governo Hacia la Esperanza e Corazón del Arco Iris de la Esperanza denunciano diversi attacchi. Questi, così cme il mantenimento in prigione di Sántiz López e Patishtán Gómez, costituiscono la punta di diamante per schiacciare la zona liberata dal neoliberismo, dove le persone di governano da sé stesse attraverso le giunte che sono considerate un pericoloso nemico dalle multinazionali, perché sono la dimostrazione vivente che un altro mondo è possibile, un mondo dove stanno molti mondi. http://www.jornada.unam.mx/2012/08/23/politica/018n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La JBG di Morelia denuncia un’aggressione armata della ORCAO contro basi di appoggio zapatiste

GIUNTA DI BUON GOVERNO CORAZÓN DEL ARCO IRIS DE LA
ESPERANZA, CARACOL
IV. TOVELLINO DE NUESTRAS PALABRAS
ZONA ZOTS CHOJ, MORELIA, CHIAPAS.
giovedì 9 agosto 2012

 Alla società civile nazionale e internazionale

Alle compagne e compagni dell’Altra Campagna nazionale

Alle compagne e compagni della Zezta Internacional

Ai difensori dei diritti umani

Sorelle e Fratelli:

Compagne e compagni:

Il 2 agosto 2012 nell’ejido di Moisés y Gandi regione Che Guevara municipio autonomo  ribelle Lucio Cabañas, zona zots choj, Chiapas, Messico, allee 11:00 del mattino,  20 elementi della ORCAO, tra i quali 4 erano armati, e precisamente Sebastián López Gomez con un fucile calibro 410 e Adolfo López Jimenez, Antonio Gomes López e Nicolás con armi calibro 22 sono entrati nell’ejido.

Uno della ‘ORCAO ha cominciato a spararci addosso ad una distanza di 60 metri, gridando e minacciando che la terra è loro e non vogliono allevatori, perchè i nostri compagni hanno del bestiame che a noi serve per la nostra resistenza.

Mentre i nostri compagni che stavano lavorando venivano aggrediti a colpi d’arma da fuoco, gli altri 16 della ORCAO hanno estratto le armi bianche minacciando tutti di morte.

I 59 compagni presenti all’aggressione hanno allora iniziato a ritirarsi per gli spari e vedendo che i nostri compagni si ritiravano, anche quelli della gli ORCAO a poco a poco se ne sono andati.

I giorni seguenti 3, 4 e 5 agosto 2012, i compagni basi di appoggio hanno ripreso a lavorare nel podere del Carmen non è successo nulla.

Lunedì 6 agosto 2012, alle 7 del mattino, i 59 compagni erano al lavoro per pulire il pascolo nel podere quando, alle ore 9, sono arrivati 3 gruppi di uomini della ORCAO guidati da Tomas López Santiz, capo diacono, e Pedro Velásquez Hernández ex capo della zona della chiesa di Abasolo, Manuel Santiz Hernández ministro della chiesa di Abasolo, Antonio Gómez López base della ORCAO di Abasolo, Adolfo López Jimenez, Cesar López Jimenez, Alonso López Gómez ex capo della zona della iglesia di Abasolo membro della proprietà Los Limares, Sebastián López Gómez del coro della chiesa di Abasolo e Pedro López Gómez, tutti e 9 armati.

Altri 7 uomini della ORCAO erano armati di calibro 22, e precisamente: Nicolás Hernández Velásquez, Diego López Santiz, Pedro Hernández Velásquez, Domingo Hernández santiz, Benito Jimenes Santiz, Juan Hernández Santiz, Nicolás Gómez Santiz,ed altri 4 di cui non si conoscono i nomi. In totale le persone armate erano 20.

Altre 80 persone armate di machete e coltelli hanno circondato su tre lati i nostri compagni che stavano lavorando.

Quelli della ORCAO hanno iniziato a sparare ad una distanza di 100 metri ed i compagni sono corsi ai ripari, mentre altri spargevano erbicidi sul pascolo.

Alle ore 13:00, dopo aver terminato con la fumigazione, sono tornati nel loro villaggio di San Diego che si trova su terre recuperate.

Il 7 e 8 agosto i compagni hanno ripreso il loro lavoro, nonostante la molesta e minacciosa presenza di 4 elementi della ORCAO, di cui 2, perché non hanno paura di queste minacce perché queste terre sono state recuperate nel 1994 con il sangue dei nostri compagni.

I tre livelli del malgoverno organizza gente ignorante contro di noi perché non vogliono che si sappia dei loro inganni e introdurre i loro progetti di morte nei nostri territori autonomi dove ci governiamo alla nostra maniera, come vuole il popolo.

Noi continueremo a lottare e resistere di fronte alle minacce contro le nostre terre; benché sappiamo che dietro queste intimidazioni ci sono i 3 livelli del malgoverno. Noi non lottiamo per obbligo né siamo manipolati da alcuni personaggi, come questi rappresentanti locali, regionali, consulenti della ORCAO e dei presunti governanti federali, statali e municipali che tengono sotto pressione e minaccia la povera gente ignorante, obbligandoli ad accettare miserabili progetti ed obbligandoli a fare provocazioni.

Noi lottiamo in autonomia per difendere i nostri diritti e non siamo come quelli della ORCAO che sono organizzati e manipolati dai malgoverni.

La nostra madre terra è sacra e ci nutre, per questo la preserviamo e la difenderemo come basi di appoggio dell’ EZLN. La nostra terra è maltrattata da quelli della ORCAO che la inquinano con erbicidi prodotti da industrie che uccidono la natura e protette dai cosiddetti governi…

Quelli della ORCAO sono solo gi esecutori ma i veri attori intellettuali si chiamano Felipe Calderó e Juan Sabines Guerrero, perché sono loro ad introdurre nei nostri territori i progetti di morte di guerra che costano milioni di pesos.

Questa situazione non è l’unica, lo scorso 26 luglio 2012, 60 elementi della ORCAO di Abasolo, che abitano nel villaggio di San Diego, nella regione Che Guevara,  alle 8 del mattino sono entrati nel villaggio del Camen a spargere erbicidi su 2 ettari di pascolo con l’intenzione di affamare i nostri compagni e farli così desistere dalla lotta iniziata il 1° gennaio del 1994.

Riteniamo i tre livelli di governo direttamente responsabili delle provocazioni; perchè ora non usano i soldati, né i poliziotti, usano indigeni di piccole organizzazioni affinché ci scontriamo tra indigeni.

Per anni hanno speso milioni di pesos per distruggere e regalare la nostra terra, distruggere i nostri usi e costumi, la nostra lingua, ma che tutti sappiano che noi zapatisti continueremo a lottare e resistere ad ogni costo.

Il loro obiettivo è demoralizzare gli zapatisti ma si sbagliano, e forse si burlano di noi quando non rispondiamo alle loro provocazioni; noi sappiamo che stiamo costruendo la vita e non la morte, come fanno i malgoverni.

Noi non siamo mendicanti come loro, e non c’è d’aver paura di nessun governo che non è riuscito ad eliminarci nemmeno con tutti i suoi milioni di pesosi, figuriamoci una piccola organizzazione come la ORCAO.

Noi zapatisti lottiamo con cuore umile e semplice, siamo costruttori della pace giusta, costruiamo il miglior modo di vivere nelle nostre terre messicane e non cerchiamo il benessere personale.

Noi non siamo provocatori né aggressori né bande paramilitari, né bande criminali; noi siamo gente di lavoro e di pace.

Per noi basi di appoggio zapatiste la terra recuperata nel 1994 è parte dell’organizzazione, non vogliamo che qualcuno fermi la nostra lotta perché siamo organizzati come popoli, secondo i nostri costumi ed in accordo alle decisioni dei nostri popoli.

Sappiamo governarci in autonomia senza dipendere da nessuno, per questo siamo pronti a difendere ad ogni costo quello che è nostro di diritto.

DISTINTAMENTE

LA GIUNTA DI BUON GOVERNO IN CARICA

LA DENUNCIA E’ TIMBRATA DALLA GIUNTA DI BUON GOVERNO CORAZON DEL ARCOIRIRS DE LA ESPERANZA E FIRMATA DA

MARCOS VÁZQUEZ GÓMEZ

FRANCISCA PÉREZ PECH

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2012/08/15/la-jbg-de-morelia-denuncia-ataque-de-la-orcao-con-arma-de-fuego-a-bases-de-apoyo-zapatista/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+EnlaceZapatista+%28Enlace+Zapatista%29

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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 http://www.autistici.org/nodosolidale/news_det.php?l=it&id=2199

JUNTA DE BUEN GOBIERNO HACIA LA ESPERANZA
CARACOL 1 MADRE DE LOS CARACOLES MAR DE NUESTROS SUEÑOS

La Realidad Chiapas – Messico, mercoledi’ 15 agosto del 2012

DENUNCIA PUBBLICA.

Alla società civile e internazionale
Alle compagne e compagni dell’Atra Campagna nazionale e internazionale
Alle compagne e compagni della Sesta Internazionale
Agli organismi indipendenti dei diritti umani
Ai mezzi di comunicazione alternativi
Alla stampa nazionale e internazionale
Alle sorelle e fratelli del Messico e del mondo

La Junta de Buen Gobierno Hacia la Esperanza della zona Selva Fronteriza, situata a La Realidad Trinidad municipio autónomo San Pedro de Michoacán DENUNCIAMO PUBBLICAMENTE le provocazioni che stiamo subendo dalle autorità e da un gruppo di persone di Veracruz, frazione del ejido San Carlos, municipio de Las Margaritas, Chiapas, México.

In questa località fu costruita, prima della rivolta armata del 1994, una casa di 30×14 metri come bottega di acquisto e immagazzinamento del caffè, parte della Unione di Ejidos della zona Selva; a partire dal 1° di gennaio del 1994, questa attività finisce in mano ai municipi autonomi ribelli zapatisti.

Posteriormente i quattro municipi autonomi che sono: San Pedro de Michoacán, Tierra y Libertad, Libertad de los Pueblos Mayas y General Emiliano Zapata, si organizzarono per dare vita a un progetto autonomo in queste istallazioni, dove vendevamo merce all’ingrosso e al dettaglio.

Ma un gruppo di persone che vive nelle vicinanze, spinti dalle loro autorità istituzionali, si sono organizzati per togliercela e questo gruppo non ha nessun diritto su questa costruzione: quello che stanno facendo è provocarci senza alcuna ragione, visto che noi non stiamo togliendo niente a nessuno, tanto meno a loro.

Il 3 luglio 2012, si sono presentati all’officina della Junta de Buen Gobierno i signori Rafael Méndez López, agente municipale, e Iván Méndez Domínguez suo vice, dicendoci che il loro gruppo voleva occupare la bottega, perché così saranno finanziati con due progetti dal mal governo e che per questo hanno bisogno dell’immobile; come autorità della Junta de Buen Gobierno si è detto loro che non si sarebbe permessa tale occupazione impropria e che si sbrigassero questa faccenda con chi gli darebbe i finanziamenti ma che non venissero a provocare noi zapatisti per colpa di qualche briciola che gli regala il governo.

I FATTI:

Il giorno 6 agosto, a partire dalle 7.00 del mattino, un gruppo di 45 persone, militanti del Partito Verde e del Partito della Rivoluzione Democratica, capeggiato da Rafael Méndez López, agente municipale, si è diretto alla bottega circondandola con filo spinato e impedendo così l’ingresso.

Dopodiché sono andati dai compagni base d’appoggio che lavoravano nel negozio, chiedendo loro la chiave e intimandoli di abbandonare lo stabile, con un linguaggio aggressivo; ma i nostri compagni si sono rifiutati. Visti i fatti siamo dovuti andari lì il giorno stesso ad aprire un varco affinchè la gente potesse passare senza problemi.

Come se non bastasse il giorno 11 agosto, attorno alle 15.00, un gruppo di 45 persone ha tagliato l’energia elettrica della bottega ed inoltre s’è messo senza permesso nella proprietà del nostro compagno base d’appoggio dell’EZLN Mario Santis Méndez per tagliare anche a lui l’energia elettrica.

Di fronte un agire tanto ingiusto verso noi zapatisti, il 14 agosto abbiamo rinstallato nuovamente l’energia del nostro compagno e della bottega, visto che questo compagno non ha nessun problema con queste persone, che lo stanno provocando per il semplice fatto di essere base d’appoggio zapatista, motivo per cui ci stanno provocando tutti; sappiamo perfettamente che questi fratelli non sono nostri nemici ma, disgraziatamente, per il fatto di non capire, non pensare, si mettono a provocare senza analizzare se gli può andare bene o male e le conseguenze che potrebbero esserci.

Fa male il fatto che questi fratelli si lascino ingannare e manipolare da alcune persone, a loro volta manipolate e appoggiate per i mal governi e risulta ingiusto che questi provocatori, sottomettano per mezzo di sanzioni o minacce altre persone che si rifiutano; perché sappiamo che ci sono fratelli e sorelle che sanno pensare e analizzare le cose ma che per paura si fanno sottomettere, convertendosi in complici di chi sta a capo di queste azioni.

Quello che sta succedendo è principalmente colpa dei mal governi per le briciole che dispensano, è una strategia dei governi corrotti, che sono gli autori intellettuali e la causa di questi problemi, e che finanziano progetti che hanno lo scopo di dividere la gente e creare problemi tra contadini e indigeni e intimidire i nostri compagni col fine di fermare la loro lotta. Quello che diciamo a queste autorità corrotte e a questo gruppo di provocatori, così come alle autorità dei tre livelli di governo: a Felipe de Jesús Ruiz Moreno, presidente municipale de Las Margaritas, a Juan Sabines Guerrero e a Felipe Calderón Hinojosa, che noi non permetteremo queste provocazioni e che ci difenderemo da tutti i progetti come questi che colpiscono i nostri compagni e compagne zapatiste.

Sorelle e fratelli, questi fatti li rendiamo pubblici per farvi sapere quello che stanno facendo i mal governi corrotti tanto quello municipale, quanto statale e federale, che apparentemente sono buoni ma che realmente sono i peggiori che potremmo avere. Ci hanno aggredito senza motivo alcuno, pensando che con questo ci arrenderemo o ci venderemo a queste massa di ladroni, criminali e traditori della patria; se pensano questo si stanno sbagliando, perché queste ingiustizie che subiamo, invece di intimorirci ci danno più coraggio, rabbia e indignazione.

Così che facciamo responsabili il sig. Iván Méndez Domínguez, il sig.Rafael Méndez López e tutto il gruppo che menzionammo per tutto quello che potrà succedere da qui in avanti; ed inoltre denunciamo Felipe Ruiz Moreno, Juan Sabines Guerrero e Felipe Calderón Hinojosa, che se non faranno nulla al rispetto saranno i responsabili immediati e complici di questi aggressori e di tutto quello che potrà succedere.

Ya basta di tante provocazioni ed ingiustizie contro di noi.

Vi facciamo sapere che noi non ci fermeremo e che se non smettono le provocazioni prenderemo misure più serie.

Saremo vigili su ogni cosa che potrebbe succedere.

ATENTAMENTE
JUNTA DE BUEN GOBIERNO
HACIA LA ESPERANZA
ZONA SELVA FRONTERIZA

Traduzione de La Pirata:
http://lapirata.indivia.net/

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La Jornada – 10 agosto 2012

Gli equivoci presidenziali rispetto all’EZLN

Jaime Martínez Veloz

Durante la marcia zapatista del colore della terra, realizzata nel 2001, nel Congresso dell’Unione ci fu un acceso dibattito circa la possibilità che l’EZLN utilizzasse la tribuna del Congresso dell’Unione per esporre le ragioni sulle quali si fonda il suo movimento. La posizione di chi si opponeva a questa misura era rappresentata da Felipe Calderón, coordinatore dei deputati del PAN, e basava la sua opposizione alla presenza zapatista nel Congresso, invocando, a suo modo, aspetti relazionati con la formalità parlamentare ed i rigidi criteri interpretativi del regolamento legislativo.

Chi appoggiava la presenza degli zapatisti nella tribuna parlamentare vinse per 10 voti, ma sapevamo che al di là delle formalità, la questione di fondo era se lo Stato messicano includeva o no tutti i messicani. Gli zapatisti esposero le loro argomentazioni a favore di una nuova relazione tra gli indigeni e lo Stato messicano. Quello che seguì è ormai storia: al Senato i 15 minuti di Fox non arrivarono mai e con un provvedimento legislativo, firmato dai senatori Manuel Bartlett e Diego Fernández de Cevallos, si snaturalizzò l’iniziativa di legge in materia indigena in cambio di un testo costituzionale che prometteva un paradiso che nei fatti risultò essere un inferno per le comunità indigene messicane.

Racconto questo perché lo scorso 26 luglio, in occasione della presentazione del libro Corazón indígena: lucha y esperanza de los pueblos originarios de México, di don Luis H. Álvarez, Felipe Calderón Hinojosa, ora Presidente della Repubblica, fece alcune dichiarazioni che devono essere puntualizzate a salvaguardia dell’interesse generale.

Fu ovvio che Calderón esaltasse generosamente la figura dell’autore del libro presentato, al limite di definirlo un apostolo illustrandone i valori etici che affermò di possedere don Luis H. Álvarez. Nello stesso tempo dichiarò la sua stima per le qualità letterarie del subcomandante Marcos che, come si sa, ha, onestamente, un’eccellente prosa ed un’ottima scrittura.

Le opinioni di Calderón non sembrano inserite in un piano prestabilito, con una strategia  deliberata; hanno la freschezza della sincera improvvisazione, di quell’amena ingenuità che a volte possiede chi non avverte la gravità degli eventi ai quali si riferisce. Queste ed altre opinioni espresse da Calderón durante il suo intervento corrispondono all’esercizio del suo diritto individuale di esprimersi, per quanto controversi possano risultare i suoi punti di vista. 

Il conflitto si presenta quando si considera l’investitura che ostenta Calderón; quando parla, parla il Presidente della Repubblica, ruolo del quale non può spogliarsi neppure per un istante e che lo obbliga a considerare, sempre, il peso e l’impatto che avranno le sue parole.

Durante il suo intervento, Calderón ha evidenziato che manca dell’interpretazione e della politica istituzionale necessarie per capire e risolvere, come Presidente della Repubblica, la crisi in Chiapas, dove sussiste la dichiarazione di guerra che un ampio settore di messicani lanciò contro lo Stato. Nonostante stiano per terminare le sue responsabilità presidenziali, è inquietante pensare che durante quasi sei anni il silenzio del Presidente della Repubblica sull’argomento non rispondeva a cautela, bensì ad ignoranza e superficialità.

Quanto sopra è stato confermato nella chiusura dell’intervento di Calderón, quando ha affermato: Ma, soprattutto, don Luis H. Álvarez è stato una luce che ha cambiato la realtà delle comunità zapatiste, non a partire dalle armi, come in origine, bensì a partire dalla forza dei non violenti, dalla forza dei pacifici, come dice il Vangelo, di cui fa parte questo uomo forte di pace che si chiama don Luis Álvarez e che abbiamo il privilegio di avere con noi.

Il Presidente della Repubblica sbaglia; il suo errore è grave, perché nasce dall’ignoranza di quello che è stato il conflitto chiapaneco dalla sua genesi fino ad ora. È ulteriormente grave perché magnifica i risultati quantitativi dei programmi governativi e degli investimenti  pubblici, senza riflettere sulla mancanza totale di strategia e articolazione con cui alcune importanti politiche pubbliche vengono applicate nelle comunità indigene

Il Presidente della Repubblica è stato negligente nel suo obbligo di riconciliare tutti i messicani, cosa che cerca di occultare dietro una sequela di cifre di investimenti pubblici senza strategia sociale né progetto politico in tutte le regioni indigene. 

Il merito del fatto che il conflitto non si sia aggravato non è del governo, ma delle comunità zapatiste che hanno onorato gli impegni dei loro dirigenti resistendo con lealtà e disciplina alle contrarietà ed alle congiure. 

È interesse nazionale denunciare e farla finita con l’ipotesi che è possibile e conveniente l’amministrazione del conflitto, ad perpetuam, e che il logoramento della dignità indigena finirà per sconfiggere gli insorti. 

Non si deve più tollerare l’omissione né l’esclusione dallo sviluppo sociale con democrazia; è necessario generare le condizioni sociali e politiche per la riconciliazione ed il riscatto della piena sovranità nazionale, mediante la riproposizione e restituzione dei provvedimenti costituzionali che trasformino in mandato gli Accordi di San Andrés firmati tra il Governo Federale e l’EZLN. http://www.jornada.unam.mx/2012/08/10/opinion/022a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – martedì 7 agosto 2012

Tzeltales temono lo sgombero delle basi di appoggio nel caracol di Oventic

Hermann Bellinghausen

Secondo le informazioni della comunità tzeltal San Marcos Avilés, appartenente al caracol zapatista di Oventic, si starebbe pianificando un nuovo sgombero delle basi di appoggio zapatiste della località. Questo potrebbe avvenire nei prossimi giorni con l’intervento di elementi dei partiti politici locali appartenenti al gruppo di scontro che ha tormenta le basi ribelli di San Marcos Avilés dal 2010. Questi sono in assemblea straordinaria per discutere questi temi, aggiungono, ed hanno reso noto il piano di sgombero violento. La comunità aggredita riferisce che questi stanno tentando di reclutare persone nelle comunità di Pantelhó, Corralito e La Providencia per realizzare lo sgombero; si vantano di essere in grado di farlo poiché il candidato Leonardo Guirao Aguilar (PVEM) ha vinto le recenti elezioni nel municipio di Chilón, il suo partito le ha vinte a livello statale ed il PRI a livello federale.

Gli indigeni identificati come i promotori di queste minacce sono Lorenzo Ruiz Gómez e Manuel Díaz Ruiz (PVEM) ed i priisti Vicente Ruiz López, José Cruz Hernández, Carmelino Hernández Hernández, Ernesto López Núñez, Manuel Vázquez Gómez, Aristeo ed Alejandro Núñez Ruiz.

Oltre all’annuncio del piano di sgombero dei gruppi di scontro citati, recentemente c’è stato un aumento preoccupante di insulti, distruzione di campi e raccolti e furti nella comunità, riferiscono a loro volta le organizzazioni civili. A causa delle aggressioni, quest’anno le provviste alimentari per le famiglie zapatiste di San Marcos Avilés non saranno sufficienti. Nelle settimane scorse, minacce e aggressioni si sono intensificate tanto che si teme la ripetizione di quanto successo nell’agosto del 2010, o forse peggio; la vita delle basi di appoggio zapatiste di San Marcos Avilés è in serio pericolo. Gli indigeni in resistenza e perseguitati, circa 200 persone, comprarono il terreno 12 anni fa e possiedono i documenti di proprietà. Tuttavia, come in tutto il territorio zapatista, questo non ferma i governi che continuano a consegnare la terra ad altri in cambio dello spostamento forzato di ciò che più temono quelli che stanno sopra: il buon esempio, sottolineava giorni fa un appello alla solidarietà internazionale delle organizzazioni dell’Altra Campagna che hanno manifestato molta preoccupazione per la sorte di questa comunità. Prossimamente, una carovana civile percorrerà alcuni punti nevralgici della geografia della resistenza e della contrainsurgencia.

Negli ultimi giorni ci sono state altre nuove minacce verso le basi di appoggio dell’EZLN di San Marcos Avilés da parte del gruppo di scontro, il quale ha dichiarato che sequestrerà le autorità comunitarie zapatiste e così caccerà con la forza le basi di appoggio dall’ejido. Chi denuncia le aggressione è minacciato di arresto. Le organizzazioni allertano: Per tutto questo si teme lo sgombero forzato della comunità come avvenne nel 2010.

L’inizio della sventura di San Marcos Avilés è stata la costruzione della scuola Emiliano Zapata, parte del Sistema Autonomo Educativo Zapatista, nell’agosto di quell’anno. I filogovernativi lanciarono le ostilità e poche settimane dopo le famiglie zapatiste dovettero rifugiarsi sulle montagne per 33 giorni. Al loro ritorno, trovarono le sue case ed i campi saccheggiati e distrutti. Due anni dopo, e spronati dalla vittoria elettorale del loro correligionario Manuel Velasco Coello, i gruppi di scontro sembrano prepararsi a consumare le aggressioni ed i furti ampiamente annunciati, davanti alla passività del governo statale. http://www.jornada.unam.mx/2012/08/07/politica/018n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – 6 agosto 2012

A seguito delle aggressioni paramilitari, gli zapatisti fondano il villaggio Comandante Abel

Hermann Bellinghausen. Enviado. San Cristóbal de las Casas, Chis., 5 agosto. A seguito delle aggressioni dei paramilitari, la comunità zapatista San Patricio, del municipio autonomo La Dignidad (caracol Roberto Barrios), nel maggio scorso ha deciso di spostarsi su un altro podere di terre recuperate dall’EZLN nel 1994 e fondare il nuovo villaggio Comandante Abel

Lo Spazio di Lotta contro l’Oblio e la Repressione, in coordinamento con la Rete contro la Repressione e per la Solidarietà in Chiapas, ha presentato un rapporto delle brigate di osservazione a San Patricio il quale descrive il cambiamento risultato di un processo di  dignità di lotta delle famiglie basi di appoggio zapatiste che costantemente, e impunemente, subiscono la persecuzione paramilitare.

Nel 1994 la mobilitazione della società civile fermò la guerra, ma il governo messicano l’ha continuò con altri mezzi con il Piano Campaña Chiapas 94, la cui fase offensiva ordinava testualmente, “spostamento forzato della popolazione sotto influenza zapatista verso rifugi o zone di rifugio ufficiali; neutralizzazione della diocesi di San Cristóbal; cattura di messicani aderenti all’EZLN; espulsione di stranieri perniciosi; uccisione o controllo del bestiame equino e vaccino; distruzione di campi e raccolti ed uso della ‘autodifesa civile’ per rompere il rapporto di sostegno tra la popolazione ed i trasgressori della legge”.

Nella regione chol (Tila, Tumbalá, Sabanilla, Salto de Agua, Palenque e Yajalón), la strategia si realizzò attraverso Desarrollo, Paz y Justicia, organizzazione paramilitare formata, finanziata, addestrata e protetta da strutture di governo, che non è mai stata disarmata, e le cui armi fornite direttamente dallo Stato, 18 anni dopo continuano a minacciare l’integrità delle basi di appoggio zapatiste. Tra il 1995 e 1997 i paramilitari sfollarono migliaia di persone. Controllavano le strade, sequestravano, torturavano, violentavano, facevano sparire le persone, assassinavano, bruciavano le case, rubavano i raccolti, gli animali, i beni. Ora, col ritorno del PRI alla presidenza della Repubblica e di Manuel Velasco Coello, del Partito Verde Ecologista (l’altra faccia della medaglia del PRI) al governo dello stato, le condizioni favoriscono il gruppo paramilitare, sostiene il rapporto.

Lo schema di contrainsurgencia è vigente in tutto il territorio zapatista. Basta guardare le azioni contro le comunità dei diversi caracoles: Nuevo Paraíso, San Marcos Avilés, Bolom Ajaw o San Patricio. Il Piano Campaña Chiapas 94 è ancora in atto: uccisione o controllo del bestiame, distruzione di campi e raccolti, impiego dell’autodifesa civile (paramilitari). 

San Patricio viene fondato nel 1995. Per anni le famiglie zapatiste saranno vessate dal gruppo Paz y Justicia che crea sfiducia e divisioni. Di fronte alla resistenza dei ribelli, il gruppo paramilitare agisce con alcune famiglie del PRI con l’obiettivo di far fallire il processo autonomistico. Nel maggio scorso, i coloni hanno deciso di spostarsi in un altro spazio di terra recuperata, con l’appoggio di oltre 200 basi zapatiste di altre regioni, nel podere La Lámpara (precedentemente invaso per un mese e mezzo dai paramilitari di Paz y Justcia, ora Uciaf). Così nasce la comunità Comandante Abel. “Hanno lasciato quello che avevano costruito per creare una nuova comunità in onore della volontà, disciplina, amore e convinzione dello scomparso comandante dell’EZLN, che era incaricato della regione tzeltal e chol della zona nord”.

Gli osservatori riferiscono di spari e ricorrenti minacce di sgombero. Durante il trasferimento degli zapatisti (il 16 e 28 maggio) ci sono stati spari e nuove minacce. Ora la comunità resiste e costruisce. A causa dell’invasione a San Patricio nel settembre del 2011, gli indigeni persero i raccolti. Ora, dopo essere stati spogliati dei propri beni, in forma collettiva costruiscono le case, seminano i campi; i lavori collettivi e le cooperative vanno avanti e così la scuola e il sistema di salute autonomi. http://www.jornada.unam.mx/2012/08/06/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 4 agosto 2012

Gli ejidatarios di Tila dovranno aspettare il loro turno affinché la Corte esamini il loro ricorso

Il loro caso è il numero 46 nella lista dei ricorsi che verranno presi in esame nel corso dell’anno.

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 3 agosto. Gli ejidatarios di Tila che si sono mobilitati nella capitale dovranno ora aspettare il loro turno  presso la Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) per reclamare la restituzione delle terre nel centro urbano di Tila. Un avvocato del Centro Pro ha affermato che la dilazione della SCJN è un messaggio molto chiaro delle istanze che amministrano la  giustizia che non hanno la sensibilità di rispondere al ricorso di questa comunità che da generazioni lotta per la rivendicazione della propria terra. (…) http://www.jornada.unam.mx/2012/08/04/politica/016n1pol

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CONVOCAZIONE BRIGATA DI OSSERVAZIONE E SOLIDARIETA’ CON LE COMUNITA’ ZAPATISTE

Dal 10 al 20 agosto 2012

A 18 anni dall’insurrezione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, i popoli indigeni Zapatisti sono riusciti a costruire un processo organizzativo autonomo ed autogestito che ha permesso di ottenere progressi in ambiti come l’educazione, la salute, la partecipazione delle donne, il controllo del territorio, l’agricoltura sostenibile, l’alimentazione, la terra, la casa, i mezzi di comunicazione, tra molti altri. 

Negli ultimi otto anni questo è stato possibile grazie all’esercizio di governare e governarsi attraverso le Giunte di Buon Governo, attraverso le quali i popoli Zapatisti hanno rafforzato il tessuto sociale nelle loro comunità, formando nuove generazioni di compagne e compagni che trasmettono l’esperienza della resistenza, risolvendo i problemi con il dialogo ed il consenso, relazionandosi con diverse organizzazioni, gruppi, collettivi ed individui del Messico e del mondo; tutto questo senza la necessità di alcun partito politico e senza ricevere niente dai malgoverni, insomma, il comandare-ubbidendo e per tutti tutto, sono principi politici che i popoli Zapatisti esercitano quotidianamente in mezzo ad una guerra politica, militare, mediatica ed economica. 

Oggi questa guerra si mostra sempre più dura; mentre il paramilitare che malgoverna lo stato, Juan Sabines Guerrero, del PRD, si mostra agli occhi del mondo come promotore dei diritti umani alla ricerca di un posto nell’Organizzazione delle Nazioni Unite; si acutizzano l’esproprio di terre, le aggressioni, le minacce di morte, i tentativi di omicidio, il furto dei beni, l’implementazione di programmi economici, i prigionieri politici, come forme di contrainsurgencia. 

Dalla Rete contro la Repressione e per la Solidarietà, osserviamo con indignazione e preoccupazione il clima di impunità nel quale agiscono i tre poteri dello stato in Chiapas coperti da tutto l’apparato dello Stato messicano e dai mezzi di comunicazione di massa del nostro paese, come l’ingerenza dei grandi consorzi stranieri. 

Di fronte a questa situazione riteniamo necessario, nei nostri luoghi di lavoro nelle scuole, fabbriche, quartieri e comunità, denunciare costantemente quello che succede in territorio zapatista, per rompere il cerchio informativo, denunciare gli aggressori e mantenere il principio che è necessaria un’altra forma di fare politica e che un altro mondo possibile esiste già nel Sudest messicano, mostrando i progressi raggiunti attraverso l’organizzazione e la resistenza Zapatista. 

Quindi, nell’ambito della Giornata per le Libertà Politiche e Contro l’Impunità, celebrata i giorni 23 e 24 giugno a Città del Messico, la Rete contro la Repressione e per la Solidarietà convoca compagni e compagne aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona ed alla Zezta Internazionale ad unirsi a questa Brigata, tenendo presente che questa azione richiede un alto grado di disciplina e impegno, perché il compito da svolgere avviene in una cornice di persecuzione e provocazioni da parte dei tre livelli di governo, tre poteri, partiti politici, mezzi di disinformazione, diverse polizie, gruppi di scontro, militari e paramilitari.

Inoltre, la nostra presenza in territorio Zapatista conferma il nostro detto “non siete soli”, offre solidarietà ai nostri compagni e compagne davanti all’attuale situazione di violenza; contemporaneamente, potremo documentare i progressi dell’Autonomia Zapatista. 

Inizio: 11 agosto 2012 a San Cristóbal de las Casas (SCLC) alle ore 11:00

Programma:

  • Riunione di coordinamento
  • Visita alle Comunità
  • Relazione finale: Redazione congiunta del rapporto finale dei lavori della Brigata
  • Conferenza Stampa: Diffusione ai media liberi, ed a pochi altri media, dei risultati della Brigata sulle azioni di contrainsurgencia e violenza contro i nostri fratelli Zapatisti e sui progressi del Progetto Autonomistico Zapatista.

 Fine della Brigata: Lunedì 20 agosto

Impegno: Diffondere la relazione della Brigata in tutti i luoghi di origine dei brigatisti ed in tutti i luoghi in cui ci sono compagni dell’Altra Campagna e della Zezta Internazionale attraverso bollettini, posta elettronica, blog, reti sociali, incontri, mostre, forum, periodici murales, ecc..

 Per informazioni ed iscrizione:
redcontralarepresion@gmail.com
redmyczapatista@gmail.com
mujeresyla6a@yahoo.com.mx
(0052) 04455 5435 3824
(0052) 04455 8530 6564
http://www.redcontralarepresion.org

Contra el despojo y la represión: la solidaridad.

Red contra la Represión y por la Solidaridad

(RvsR)

¡CONTRA EL DESPOJO Y LA REPRESIÓN: LA SOLIDARIDAD!
Rete Contro la Repressione e per la Solidarietà
email: redcontralarepresion@gmail.com
web: http://www.redcontralarepresion.org
facebook.com/redcontralarepresion
http://twitter.com/RvsRepresion
Telefono: (0052) 55 78 07 75 y 55 78 47 11
Indirizzo: Dr. Carmona y Valle # 32, colonia Doctores, Del. Cuauhtémoc, México D. F. C.P. 06720

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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ABBATTIAMO I MURI DELLA PRIGIONE! 

Campagna Mondiale per la Libertà di Patishtán e Sántiz López

Convocazione della quarta tappa:

“A 9 mesi: 9 giorni di Azione Globale per

Abbattere i Muri della Prigione”

 Da lunedì 27 agosto a martedì 4 settembre 2012

1 agosto 2012 
Ai nostri fratelli e sorelle familiari di Francisco Sántiz López:
Ai nostri fratelli e sorelle familiari e compagni di Alberto Patishtán Gómez:
Alle nostre sorelle e fratelli zapatisti:
Ai nostri compagni e compagne dell’Altra Campagna
Ai nostri compagni e compagne della Zezta Internazional:
Ai nostri compagni e compagne aderenti alla Campagna Internazionale a Difesa del Barrio e nostri alleati nel mondo:
Alla società civile del Messico e del Mondo: 

Compagne e compagni: 

Un saluto combattivo ed un caloroso abbraccio da parte del Movimiento por Justicia del Barrio, L’Altra Campagna New York. Con la seguente convocazione speriamo di trascorrere uniti la quarta tappa della nostra Campagna Mondiale per la Libertà di Patishtán  e Sántiz López: Abbattiamo i Muri della Prigione! 

Compas:  Sentiamo l’amarezza per l’ingiustizia, l’impunità, e la violenza, le ceneri della guerra di sterminio dei tre livelli del malgoverno del Messico contro gli Zapatisti e tutt@ coloro che stanno in basso. È il sentimento che proviamo nell’assistere ai due casi di ingiustizia che il malgoverno del Messico considera, nella sua tipica assurdità, “processo”, “legge”, “civiltà”, o “ordine”. Tutto questo odora di pareti di cemento secco, grate di gelido ferro e di un’aria stantia, stagnante che i nostri prigionieri, Francisco e Alberto, ingiustamente privati della libertà, sopportano da troppo tempo. 

Tuttavia, ora le condizioni della nostra campagna stanno cambiando profondamente per i costanti sforzi organizzativi e la crescente pressione nazionale e internazionale che si solleva come candidi uccelli bianchi sul nostro nebuloso orizzonte. Inoltre, a fianco di questa campagna ce n’è un’altra che procede spedita e che ha ottenuto risonanza globale: la campagna “Eco Mondiale in Appoggio agli Zapatisti: Giustizia e Libertà per San Marcos Avilés e Sántiz López“. Rispettiamo le differenze tra le due, apprezzandone i principi ed i punti in cui le nostre tracce si incrociano… Così andiamo avanti, per creare un clima di lotta e di voglia di lottare. 

Qui si possono trovare informazioni sulla campagna “Eco Mondiale in Appoggio agli Zapatisti: Giustizia e Libertà per San Marcos Avilés e Sántiz López:

  http://sanmarcosaviles.wordpress.com/ 

Sentiamo il potere e la presenza di questo clima. Per le forze mondiali che si sono unite in queste campagne ci sentiamo cambiati. Non ci fermeranno più!   

Inoltre, abbiamo già ottenuto qualche piccola vittoria che ci porta sempre più vicini al nostro giusto obiettivo: La piena libertà dei compagni Alberto Patishtán Gómez e Francisco Sántiz López. Passo dopo passo ci avviciniamo alla nostra meta, come se ad ogni azione ed ogni popolo solidale che si unisce questa meta si avvicini sempre di più… Come se questa giusta meta avesse le ali…     

Abbiamo ottenuto vittorie parziali. Ma fino a che Francisco e Alberto non saranno liberi,  ogni vittoria comporterà una sfida. E queste sfide ci manterranno fermi e lucidi, rafforzeranno il nostro impegno verso i nostri due compagni e la voglia di vederli liberi.

La più recente ed emozionante vittoria è stata il ritorno in Chiapas di Patishtán. 

D’altra parte, mentre scriviamo si compiono 9 mesi dall’arresto ingiusto del nostro fratello zapatista, Francisco Sántiz López. Francisco è un bersaglio nella lunga guerra di sterminio che i tre livelli di governo messicano, insieme agli interessi capitalisti neoliberisti di tutto il mondo, stanno portando avanti contro il movimento zapatista in questi ultimi 18 anni. Questi nemici del popolo sono un ulteriore capitolo nella storia del colonialismo e del razzismo – un altro capitolo che, come i precedenti, può essere chiuso con la lotta e l’organizzazione. 

Come hanno detto i nostri fratelli della Giunta di Buon Governo, l’ingiusta detenzione di Francisco Sántiz López è una delle tante facce di questa guerra contro gli zapatisti e – in questo senso – contro tutti coloro che lottano in basso e a sinistra. Lottando per la libertà di Sántiz López, sfidiamo i tentativi del malgoverno del Messico di schiacciare la degna resistenza e autonomia dei popoli zapatisti. Contemporaneamente è parte della lunga guerra colonialista che quelli di sopra mantengono viva da oltre 500 anni. Questa guerra è ancora in atto in un paese con un governo che vende ai turisti ciò che appartiene agli indigeni mentre vuole schiacciare ed imprigionare chi difende il diritto di essere indigeno, quindi il diritto di esistere. 

Bisogna continuare a difendere il lascito della resistenza indigena e delle loro forme di costruire un altro mondo. Bisogna continuare ad ascoltare e rispondere all’appello della Giunta di Buon Governo di Oventic e continuare a far sapere la verità e aumentare la pressione sui malgoverni del Messico fino a che Francisco Sántiz López sia libero.

I nostri cuori, il nostro impegno e la nostra voglia di vivere degnamente, saranno sempre infinitamente più forti delle sue pistole, dei suoi grigi edifici di cemento, delle sue schifose bugie…

Compas: La nostra campagna ha rotto le frontiere, attraversato i deserti e solcato i mari. Abbattiamo i Muri della Prigione! parla ormai dozzine di lingue, si vede sui volantini di protesta, si grida come canto rivoluzionario e si canta come grido di battaglia. Tanti popoli di cuore degno e passo fermo di numerosi paesi e comunità del nostro mondo si sono uniti e continuano ad apportare la loro eco e la loro faccia alla domanda ormai storica e mondiale della libertà e giustizia per Alberto e Francisco, che risuona dalle strade delle città fino ai territori selva. 

Infine, per abbattere i muri in cui hanno rinchiuso Patishtán e Sántiz López, bisogna continuare a lottare più forte, bisogna raggiungere ancora più persone, bisogna far volare la nostra campagna. La sola cosa che libererà i nostri due prigionieri politici siamo noi!    

Ogni volta che ci uniamo, ci avviciniamo sempre più alla nostra meta e nel percorso ci fortifichiamo nelle nostre organizzazioni e comunità, ed assaggiamo un po’ di questa cosa molto strana e fugace chiamata “libertà”.

Per questo, sorelle e fratelli – da questo Barrio di immigrati messicani, da profondo del nostro cuore scuro e ribelle – con le braccia aperte invitiamo tutte e tutti coloro che come noi hanno sete di giustizia e fame di dignità, ad unirsi per organizzare la quarta tappa della Campagna Mondiale per la Libertà di Patishtán e Sántiz López: Abbattiamo i Muri della Prigione! Per protestare contro l’ingiusta detenzione di Francisco, abbiamo nominato questa tappa: “A 9 mesi: 9 giorni di Azione Globale per Abbattere i Muri della Prigione“. Vi chiediamo di unirsi a noi per chiedere ai malpoteri del Messico, in particolare al repressore presidente Felipe Calderón ed al repressore governatore Juan Sabines, di liberare immediatamente i nostri compagni Alberto Patishtán Gómez e Francisco Santiz López.

Per trasformare in polvere questi muri, proponiamo:

          Che tutti insieme uniamo le nostre forze organizzando azioni – nei vostri luoghi e con le vostre diverse forme di lotta – come manifestazioni, marce, eventi informativi, distribuzione di volanti, foum pubblici, teatro, presidi e qualunque altra attività per realizzare il:

 “A 9 mesi: 9 giorni di Azione Globale per

Abbattere i Muri della Prigione”

Da lunedì 27 agosto a martedì 4 settembre d2012

Per ogni mese di ingiusta detenzione, organizziamo un giorno di azione, protesta, e verità al livello mondiale. 

  • Vi chiediamo di comunicarci la vostra partecipazione attraverso il nostro indirizzo di posta elettronica:

movimientoporjusticiadelbarrio@yahoo.com 

Vogliamo ringraziare ancora tutti coloro che hanno partecipato alle tre tappe della campagna fino alla “Lettera Pubblica per la Liberazione Immediata di Francisco Sántiz López ed Alberto Patishtán Gómez”, e ringraziamo anticipatamente coloro che parteciperanno a questa quarta tappa.

Per conoscere la nostra lotta potete consultare il seguente video:

http://www.youtube.com/watch?v=Lj0lUahDzTs 

Già si intravede la libertà… Trasformiamo in martello questo clima pieno di emozione,rabbia, e speranza… E con le nostre mani, ABBATTIAMO! ABBATTIAMO! ABBATTIAMO! ¡A TUMBAR!   

I nostri compagni, Francisco e Alberto, usciranno. Questa guerra contro i nostri finirà.

ABBATTIAMO I MURI DELLA PRIGIONE!

GIUSTIZIA E LIBERTA’ PER ALBERTO E FRANCISCO!

 Abbracci affettuosi e solidarietà. 

Da El Barrio, New York:

Movimiento por Justicia del Barrio
La Otra Campaña Nueva York 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Gli indigeni choles di Tila sono a Città del Messico per esigere giustizia sul loro territorio 

GLORIA MUÑOZ RAMÍREZ E JAIME QUINTANA GUERRERO

FOTO: CLAYTON CONN

 Città del Messico. Sono arrivati sfilando nel centro di Città del Messico in un corteo dignitoso, pacifico e combattivo e si sono installati di fronte al palazzo della Corte Suprema di Giustizia della Nazione (SCJN), a fianco del Palazzo Nazionale. Per essere esatti, sono 187 uomini e 27 donne, tutti choles dell’ejido di Tila, a nord del Chiapas, un villaggio che reclama un verdetto favorevole al ricorso presentato contro l’esproprio di 130 ettari da parte del governo dello stato.

La Carovana per la Terra e il Territorio è stata accolta da diversi collettivi dell’Altra Campagna, di cui fa parte l’ejido di Tila. La Rete Nazionale Contro la Repressione, i contadini di San Salvador Atenco, un gruppo di sindacalisti della Telmex, i lavoratori del Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME), il Fronte dei Popoli, tra altre organizzazioni, hanno accompagnato il corteo partito dal monumento alla Rivoluzione verso lo zócalo capitolino.

Testo completo e fotografie della manifestazione

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La Jornada – Venerdì 27 luglio 2012

Alberto Patishtán, trasferito in Chiapas  
Hermann Bellinghausen

San Cristobal de las Casas, Chis. 26 luglio. Il professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez è stato trasferito in Chiapas e questa notte è già nella prigione di questa città. Dopo 12 anni di carcere, da 10 mesi era in una prigione federale a Guasave, Sinaloa. La richiesta del suo ritorno nello stato e della sua liberazione immediata è cresciuta incessantemente nei mesi recenti.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas ha confermato il trasferimento ma ha segnalato che solo con la liberazione immediata di Patishtán si sarebbe fatta giustizia, perché attualmente sconta una condanna e 60 anni per rati che, è stato provato, non ha commesso.

Mobilitazioni e proteste nelle sedi consolari messicane si sono svolte in diverse città del mondo per chiedere la sua liberazione. Per il momento, il professor Patishtán torna nella situazione di reclusione in cui si trovava nell’ottobre scorso.

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La Jornada – mercoledì 25 luglio 2012

Basi di appoggio dell’EZLN chiedono il sostegno della comunità globale

Hermann Bellinghausen

San Cristóbal de las Casas, Chis., 24 luglio. I priisti ci fanno soffrire e non lo accettiamo più, dichiarano le basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Librazione Nazionale (EZLN) nella comunità San Marcos Avilés (municipio di Sitalá, nella zona tradizionale dei tzeltales), rivolgendo un appello alla solidarietà internazionale. Denunciano costanti aggressioni, furti e minacce di espulsione: Quando seminiamo i nostri campi di mais non riusciamo nemmeno a portarci a casa le pannocchie. Vengono a rubarci i fagioli, la canna, le banane. In quanto alla canna da zucchero, le tagliano tutte per pura cattiveria. Noi seminiamo e lavoriamo e loro distruggono e non ci resta niente.

Gli indigeni zapatisti aggiungono: Di tutto quello che seminiamo ne approfittano i partiti politici. La situazione delle famiglie in resistenza non interessa perché per le autorità del governo di Felipe Calderón e Juan Sabines Guerrero non ha importanza quello che stiamo reclamando. Sono perfino entrati nelle case. Prima di tutto questo qualcuno aveva un cavallo, del bestiame, delle lamiere per il tetto della casa, un’auto. Hanno portato via tutto. Inoltre, non possiamo godere del frutto del nostro lavoro con i nostri figli, perché se lo godono loro, quelli dei partiti politici PRI, PRD e PAN.

In un video diffuso ieri, gli indigeni, col volto coperto, parlano in lingua tzeltal dell’educazione autonoma: Diamo molta importanza alla scuola. Vogliamo che ci sia un buono insegnamento per i bambini, un buon apprendistato, un buon esempio. Il governo ha le sue scuole, ma non c’è buona educazione né insegnano bene ai nostri figli, e quello che insegnano non ha niente a che vedere con noi. Per questo abbiamo aperto la nostra scuola. Questa è stata il pretesto per i filogovernativi per aggredire le famiglie zapatiste e cacciarle nel 2010, dopo l’inizio delle lezioni il 16 agosto di quell’anno.

Nei giorni successivi un compagno fu convocato dalle autorità ufficiali che tentarono di fargli firmare un documento nel quale dichiarava che qui non c’erano più basi di appoggio dell’EZLN. I nostri compagni si sono rifiutati e le autorità e gli aggressori li hanno messi in  prigione.

Una donna coperta interviene: Non ci prendono in considerazione, ci trattano come cani. Così mi hanno chiamata quando ho partito mio figlio in montagna.

Convocando la società civile e le organizzazioni solidali per fermare questa escalation di violenza che fa temere un nuovo sgombero, dichiarano: Andiamo avanti. Non stiamo commettendo nessun reato. Abbiamo il diritto di lottare affinché ci prendano in considerazione. Libertà, giustizia e pace è quello che chiediamo. Non abbiamo paura perché sappiamo con chiarezza quello che vogliamo e come vogliamo vivere. Uomini, donne e bambini siamo in lotta e vogliamo che si conosca il crimine che sta commettendo il malgoverno qui a San Marcos Avilés. http://www.jornada.unam.mx/2012/07/25/politica/018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Da: Movimiento por Justicia del Barrio movimientoporjusticiadelbarrio@yahoo.com

 
NUOVO MESSAGGIO GRAVE E URGENTE DAGLI ZAPATISTI DI
SAN MARCOS AVILÉS
 
Per favore diffondere e far circolare
 
Compagne e compagni del mondo,
 
Il Movimiento por Justicia del Barrio, La Otra Campagna di New York mandano un forte abbraccio.
 
Inviamo un nuovo ed urgente videomessaggio da parte degli zapatisti della comunità in resistenza di San Marcos Avilés.
 
In questo messaggio i nostri fratelli di questa comunità chiapaneca raccontano con le loro parole ed i volti pieni di emozione e rabbia, la storia dell’incubo in cui vivono. Questo incubo è cominciato dopo l’apertura della loro scuola autonoma nel 2010. In particolare denunciano le costanti aggressioni e terrore che perpetuano i gruppi armati che sono il braccio dei partiti politici donimanti nella regione. Questi vogliono distruggere il movimento zapatista e la sua lotta per la giustizia, la dignità, e l’autonomia.
 
Inoltre, in questo videomessaggio i compagni zapatisti di San Marcos Avilés mandano a tutto il mondo alcuni messaggi diretti, in particolare alle donne, ai prigionieri politici e ai popoli degni di tutti i paesi. I nostri fratelli lanciano un appello alla mobilitazione e alla solidarietà nazionale ed internazionale, poiché sono in continuo ed allarmante aumento le minacce e le aggressioni contro di loro.
 
Dopo la diffusione di questo videomessaggio, specialmente negli ultimi giorni, ci sono state altre nuove minacce contro le basi di appoggio zapatiste di San Marcos Avilés da parte del gruppo armato dei partiti locali. Questo gruppo ha minacciato di sequestrare le autorità comunitarie zapatiste, e così sgombererà con la forza le basi di appoggio dell’ejido.  Il gruppo ha anche detto che metterà in prigione tutti coloro che denunciano questi atti di aggressione e minaccia. Per tutto quest, si teme lo sgombero forzato della comunità, come avvenne nel 2010.
 
Qui il link del videomessaggio: 
 

GIUSTIZIA E LIBERTA’ PER GLI ZAPATISTI DI SAN MARCOS AVILES!

 
VIVA L’EZLN! 
Con affetto e solidarietà,
 
Movimiento por Justicia del Barrio
La Otra Campagna New York

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Cherán trasforma il dolore in mobilitazione

15 luglio 2012

Il racconto del sequestro e dell’assassinio dei due comuneros di Cherán e del corso delle successive mobilitazioni per la giustizia.
Intervista (in castigliano) con alcuni membri del Consiglio Maggiore realizzata da Ana Garduño
Ascolta e scarica l’audio (4’00”) qui: http://desinformemonos.org/Audios/consejo%20mayor.mp3

“Come spiego a mio figlio la maniera così vile con cui hanno assassinato suo padre. Esigiamo giustizia”.
Intervista (in castigliano) con la vedova di Guadalupe Gerónimo, uno dei due comuneros assassinati in Cherán realizzata da Ana Garduño
Ascolta e scarica l’audio (3’57”)qui: http://desinformemonos.org/Audios/capsulaviuda.mp3
Gloria Muñoz Ramírez

Messico. “Diciamo addio ai nostri fratelli, ma il nostro dolore non è di disperazione. Stiamo trasformando questo dolore in riflessione e in azioni per ottenere giustizia, democrazia e pace vera”, afferma Salvador Campanur, della comunità purhépecha di Cherán.

Lo scorso 12 luglio, l’intera comunità di Cherán, municipio inchiodato sull’altipiano purhépecha del Michoacán, ha sepolto Urbano Macías e Guadalupe Gerónimo, due comuneros sequestrati e successivamente assassinati dai taglialegna del ranch El Cerecito. Oggi, dichiara Campanur, “il popolo è afflitto, ma non c’è scoraggiamento, semmai una rabbia molto dignitosa”.

Il 15 aprile 2011, i comuneros di Cherán si ribellarono contro i taglialegna, i quali con la complicità del governo, devastavano la comunità saccheggiando il legname dopo aver già distrutto l’ottanta per cento dei boschi (15 mila dei 20 mila ettari). A cominciare dal quel giorno la comunità ha intrapreso la strada dell’autodifesa e nel febbraio 2012 ha ottenuto il riconoscimento ufficiale delle proprie autorità attraverso il Consiglio Maggiore.

La persecuzione tuttavia non è cessata e nemmeno il taglio di legna, in quanto i comuneros non riescono a vigilare sulla totalità dei boschi. Lungo questi 15 mesi di resistenza e autorganizzazione sono stati assassinati 13 comuneros dalla criminalità organizzata, tra cui Urbano Macías y Guadalupe Gerónimo, catturati domenica 8 luglio mentre si stavano dirigendo al loro appezzamento per badare agli animali.

Stanchi di tanta impunità, i comuneros hanno deciso in assemblea una serie di mobilitazioni per “esigere giustizia”, ed è per questo che il 13 luglio hanno occupato i caselli di San Ángel Zurumucapio e Zirahuén dell’autostrada Siglo XXI, evitando che gli automobilisti pagassero il pedaggio.

Con le mobilitazioni, avverte Campanur, “vogliamo che il governo dello stato capisca che vogliamo continuare il dialogo. Si tratta di rendere visibile il dolore e la rabbia che abbiamo, devono fermarli, devono smettere di attaccarci. Se il governo non ce la fa o è con loro, che lo dica apertamente”.

Sulle dichiarazioni del governo statale che etichetta il problema come un conflitto intercomunitario, Campanur afferma che a causa della “loro impotenza vogliono far credere che si tratti di contenziosi tra comunità, ma la realtà è che da un lato c’è la comunità di Cherán e dall’altro la criminalità organizzata, i paramilitari, i taglialegna, e abbiamo già visto che aggrediscono, picchiano, sequestrano e ammazzano la nostra gente. E c’è anche il mal governo, che esercita il disprezzo, la discriminazione e l’oblio, per questo sospettiamo della sua complicità con i delinquenti, perché diversamente risolverebbe il problema”.

“Non è vero”, insiste, “che si tratta di conflitti tra comunità. Come popolo purhépecha siamo fratelli. Quando ci sono delle controversie le risolviamo secondo la nostra cultura, con il dialogo. Quando si sono avuti problemi di terra, non siamo stati noi a crearli, ma i limiti di legge imposti, adesso però la situazione è diversa”.

In questo contesto, afferma il comunero, “esigiamo che i governi federale e statale intervengano e applichino la legge in modo definitivo. Vogliamo un pace degna e stabile, in quanto noi non stiamo aggredendo nessuna comunità. Noi siamo gli aggrediti dalla criminalità organizzata che opera con la complicità dei governi, insieme a quelli che vogliono cambiare la destinazione d’uso delle nostre terre, da montagna naturale a coltivazioni di avocado”.

Da aprile 2011 la comunità mantiene i suoi vigilanti notturni tradizionali, falò e barricate in tutte le entrate del municipio, e le autorità tradizionali hanno concordato riunioni mensili con il governo statale per dare continuazione alla richiesta di sicurezza e smantellamento dei gruppi paramilitari.

Allo stesso tempo, spiega Campanur, “la comunità unita preserva il lavoro collettivo, dove ognuno ha un ruolo, una funzione e un dovere da compiere. E in questo modo si costruisce la sicurezza della comunità, con tutti gli abitanti, dal bambino fino al nonno più anziano della comunità. Così funziona la protezione, con i nostri usi a cui abbiamo diritto”.

In questi momenti, spiega l’intervistato da Cherán, “siamo stanchi di chiedere al governo lo smantellamento dei gruppi paramilitari che danneggiano questa regione. Loro sanno chi sono e in quali comunità si trovano: Rancho El Cerecito,  Rancho Morelos, Rancho Seco, Santa Cruz Tanaco, Huecate, Aranza, Paracho, Pomacuarán, Capácuaro, San Lorenzo y Nahuatzen. In queste comunità i partiti politici danno vita all’idea che la soluzione passi da loro. Ma in realtà i partiti portano alla divisione, alla disorganizzazione comunitaria e il loro obiettivo è quello di far sparire la nostra cultura”.

“Vogliamo stremare la controparte governativa e porteremo la denuncia anche nelle corti internazionali. Questa non è una faccenda di partiti né uno scontro tra fratelli dello stesso colore. Non ci lasciano altra strada che continuare la lotta, ma lo faremo attraverso le modalità della notra cultura per offrire al nostro popolo sicurezza, libertà e pace degna e vera”, avverte.

Sulle lotte post-elettorali attuali, Campanur riconosce che “ci sono altre lotte, con altri modi e noi le rispettiamo. Quello che diciamo è che stare insieme nel cammino dell’autonomia a noi dà forza per lottare contro la criminalità organizzata e il malgoverno. È questo che c’ha portato dei risultati. Con i nostri saperi stiamo dando una risposta alla crisi del paese, ma non possiamo dire a quanti credono in altre lotte di convertirsi o di fare le stesse cose che facciamo noi, però sì, diciamo che a noi ha portato dei risultati, insieme all’aiuto della società civile nazionale e internazionale”.

fonte: http://desinformemonos.org/2012/07/cheran-transforma-el-dolor-en-movilizacion/

(traduzione a cura di rebeldefc@autistici.orghttp://www.caferebeldefc.org)

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Los de Abajo

Cherán non si arrende

Gloria Muñoz Ramírez

Benché al popolo purépecha di Cherán sia costata cara la sua ribellione, è ben lungi dall’arrendersi. Fino ad ora sono 13 i morti o scomparsi da quando il 15 aprile 2011 decise di ribellarsi non solo contro il crimine organizzato che da anni devastava i suoi boschi, ma contro tutto un sistema che permetteva il controllo assoluto da parte della delinquenza, i talamontes e i paramilitari.

Sì, c’è dolore, dicono i comuneros dalla meseta purépecha, dopo il funerale di Urbano Macías e Guadalupe Gerónimo, solo lo scorso 12 luglio, ma soprattutto, insistono, c’è rabbia e la determinazione di non mollare né rinunciare al diritto all’autodifesa.

Fino al momento, nonostante gli annunci ufficiali, la comunità si difende da sola, perché non è arrivata la sicurezza promessa dai governi statale e federale; i paramilitari imperversano e le minacce incombono sui comuneros che hanno osato sfidare la criminalità organizzata che, denunciano, agisce con la complicità o l’omissione del malgoverno. Le ronde tradizionali, i falò e le barricate a tutti gli ingressi del villaggio sono stati rafforzati tra il dolore per le recenti perdite.

La versione del governo secondo il quale gli omicidi sono avvenuti nel contesto di un conflitto intercomunitario sono assurde e insostenibili. Non c’è conflitto tra le due comunità, bensì, spiega il Consiglio Superiore, c’è il popolo di Cherán da una parte e, dall’altra, ci sono i talamontes, i paramilitari e la negligenza del malgoverno. 

Lungi dal rifiutare il dialogo con i rappresentanti dei governi federale e locale, i comuneros di Cherán vogliono essere ascoltati, anche se fino ad ora hanno ricevuto in risposta la burla o le promesse incompiute che si faranno le indagini del caso, si cercheranno e arresteranno gli assassini, si fornirà sicurezza alla comunità e ci si prenderà cura dei boschi. Ma fino ad ora niente. 

Stiamo esaurendo tutte le possibilità, in primo luogo la richiesta al governo affinché smantelli tutti i gruppi criminali che fanno del male alla nostra regione. Loro, il governo, sanno chi sono e dove si trovano: rancho El Cerecito, rancho Morelos, rancho Seco, Santa Cruz Tanaco, Huecate, Aranza, Paracho, Pomacuaran, Capacuaro, San Lorenzo e Nahuatzen, segnala il Consiglio Superiore. 

Che li fermino, chiedono. E se il governo non può o sta con loro, allora che lo dica apertamente. http://www.jornada.unam.mx/2012/07/14/opinion/012o1pol

losylasdeabajo@yahoo.com.mxhttp://www.desinformemonos.org

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 7 luglio 2012

Gli indigeni tzeltales criticano l’operato del Consiglio Statale dei Diritti Umani del Chiapas e chiedono lo sgombero degli occupanti del botteghino di ingresso alle cascate di Agua Azul

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 6 luglio. Gli ejidatarios tzeltales di San Sebastián Bachajón (municipio di Chilón), aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, sostengono di essere vittime dell’ingiustizia di varie istanze e criticano pesantemente l’operato del Consiglio Statale dei Diritti Umani (CEDH) relativamente allo sgombero effettuato lo scorso 19 giugno dalla polizia statale nell’ejido, dopo che gli indigeni dell’Altra Campagna avevano recuperato, fugacemente, il botteghino di ingresso alle cascate di Agua Azul.

Questa è un’ulteriore prova di come istituzioni come il CEDH approfittano della violenza, dicono gli ejidatarios, e rimproverano al consiglio statale di trarre vantaggio dal semplice fatto di conoscere un po’ la sofferenza degli indigeni, perché alcuni membri dell’organismo governativo prima erano con noi; hanno iniziato per la conoscenza ma poi per loro è diventato un affare.

Il CEDH, segnalano, è l’intermediario dei progetti transnazionali, generatore di violenza, testa di ponte del malgoverno. In diverse occasioni, aggiungono, questo è stato dimostrato.

Ricordano che durante le violenze e l’ingiusto arresto dei nostri compagni, il CEDH ha sempre cercato di circuire le vittima, facendoci capire che la soluzione del conflitto era accettare l’accordo redatto dal governo, ma non sono riusciti a convincerci. In occasione della repressione contro gli ejidatarios dell’Altra Campagna del 2 febbraio 2011, i membri del CEDH erano assenti, come se non ci fossero state violazioni dei diritti umani. Agiscono, affermano gli ejidatarios, agli ordine delle corrotte autorità dello stato.

Lo scorso 19 giugno, “800 poliziotti hanno sgomberato violentemente gli ejidatarios dell’Altra Campagna dietro un’ordine di sgombero richiesto dalla CEDH, su richiesta di Francisco Guzmán Jiménez (Goyito) e di Héctor Manuel Velasco Santiago, segretario personale del segretario generale del Governo statale, Noé Castañón León”. Il pretesto della polizia era un possibile scontro tra ejidatarios. Ma quali? Si domandano: “Gli unici che si sono visti erano civili vestiti da poliziotti che accompagnavano i poliziotti veri per indicare ‘chi guida il movimento’ “.

Il CEDH viola le sue stesse leggi quando ordina alla pubblica sicurezza di entrare nelle nostre terre per cacciare chi le difende dal saccheggio del governo. Così facendo legittima il lavoro sporco per imporre il megaprogetto sulle nostre terre attraverso la forza pubblica, violando anche la tutela dell’ejido. Gli ejidatarios considerano i rappresentanti dell’organismo dei burattini del governatore che adesso si riempiono le tasche mentre reprimono il popolo e gli sottraggono la terra su cui vivere. Ritengono responsabile questa istituzione di eventuali possibili scontri.

E avvertono: Abbiamo dimostrato in varie occasioni che non siamo noi a provocare, ma è il governo in complicità con le autorità filogovernative dell’ejido che vogliono consegnare le nostre terre nelle mani del governo dello stato per i suoi progetti transnazionali. Difenderemo le nostre terre, vogliamo continuare ad essere le persone che siamo dove siamo nati, perché da qui noi non ce ne andremo. http://www.jornada.unam.mx/2012/07/07/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Messico – Il silenzio zapatista e le elezioni presidenziali del 2012.

di Iván Gerardo González.

3 / 7 / 2012

           Messico. Lo scorso primo luglio ci sono state le elezioni per il nuovo presidente della repubblica. Gli attori politici: monopoli televisivi, imprenditori, partiti, candidati, giovani (con un uso rivoluzionario dei social network), e alcuni movimenti storici e recenti. Tra questi ultimi, coloro che hanno mantenuto un silenzio categorico sono stati gli zapatisti del Chiapas. Il Subcomandante Marcos e la dirigenza dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Essi sembrano aver osservato il teatrino politico in vista di un’altra frode elettorale – niente di nuovo in questo paese. Però, perché questo silenzio di un movimento che conta, con una presenza morale a livello nazionale e internazionale? Senza dubbio è perché la “sinistra” in Messico è quella che più li ha attaccati, attraverso le simulazioni dei partiti in Chiapas [il riferimento è al partito di centro sinistra PRD che in questi anni in Chiapas ha avuto tanti sindaci e il governatore dello stato, che hanno spesso attaccato e delegittimato l’esperienza delle comunità autonome. n.d.t.].

Un ruolo importante l’hanno svolto anche i governi del PAN [partito della destra imprenditoriale che è stato al potere a livello federale nelle ultime due legislature. n.d.t.] che hanno mantenuto la stessa politica del PRI di guerra di bassa intensità. Stiamo parlando dell’uso clientelare dei programmi di assistenza sociale, col fine di dividere le comunità indigene (strategia di contrainsurgencia). Questi governi federali (2000-2012) hanno promosso questa guerra insieme ai governi statali del PRD in Chiapas, i cui governatori, tutti senza eccezione, erano stati precedentemente parte del Partido Revolucionario Istitucional (PRI). Il Partido de la Revolucion Democratica (PRD) ha sempre avuto un’essenza priista, anche se dopo l’insurrezione armata del ’94 si è presentato con una nuova faccia per simulare una democrazia “reale”. Per questo non è casuale che oggi il Chiapas si svegli con un governo Priista-Verde ecologista [in Messico il partito dei Verdi è un partito di destra. n.d.t.], alla fine la simulazione è crollata.

E’ importante ricordare che il PVE (Partito Verde ecologista) era la terza forza politica in Chiapas ed oggi diventa la prima. Perché? Senza dubbio è perché lo Stato vuole continuare le sue politiche che puntano a fare del Chiapas uno stato turistico, dove si sfruttino le sue risorse naturali e gli ecosistemi come attrattive per i turisti messicani e stranieri, e allo stesso tempo si utilizzi la sua biodiversità per farmaci, biocombustibili ed energie non rinnovabili, tra le altre cose da sfruttare. Gli zapatisti sembrano essere soli e messi alle strette da parte dello stato.

Il silenzio zapatista è servito a rendere evidente quello che già da alcuni anni avevano detto riguardo allo stato, le sue istituzioni e i partiti politici, cioè che “Tutti sono in crisi!” perché non rappresentano il popolo, sono in crisi perché sono tutti uguali: una classe politica corrotta e oligarca, per tanto sono un malgoverno. E la sinistra istituzionale in Chiapas e in altri luoghi del paese, non è una sinistra reale, ma simulata.

          Dopo le elezioni federali del 2006, molti del PRD criticarono il Subcomandante Marcos e l’EZLN di essere opportunisti, di essere i responsabili della sconfitta di Andrés Manuel Lopez Obrador (AMLO) [candidato del PRD alla presidenza federale. n.d.t.].

Oggi il silenzio dimostra che il Subcomandante Marcos e gli zapatisti non sono responsabili del fatto che il PRI si è imposto di nuovo, con l’aiuto del presidente di turno. Sicuramente, questi “critici” dello zapatismo argomenteranno che il Subcomandante e le basi di appoggio dovevano dare l’indicazione di votare per AMLO; che lui è stato l’unico a parlare di loro dicendo che se diventava presidente si sarebbero rispettati gli Accordi di San Andrés [accordi stipulati tra EZLN e governo messicano nel 1996, per riconoscere nella costituzione i diritti delle popolazioni indigene. n.d.t.]. Quando è stato lo stesso PRD a non riconoscere questi accordi [gli accordi furono stracciati dal voto di tutti i partiti in parlamento nel 2001. n.d.t.].

Una cosa evidente è stata che Enrique Peña Nieto e Josefina Vázquez Mota, uno candidato del PRI e l’altra del PAN, non hanno mai fatto alcun cenno al conflitto in Chiapas. Questo ci mostra che le culture indigene e la loro lotta per il riconoscimento dei popoli originari, con i loro “usi e costumi”, continuano a non ricevere nessuna importanza. Come quando non si vuol parlare di qualcuno scomodo. Dunque, il silenzio zapatista e il silenzio dei candidati del PRI e del PAN è un silenzio da battaglia.

           Quello che è chiaro e convincente in termini di lotta è la differenza tra l’Autonomia e la Democrazia rappresentativa: oggi l’Autonomia zapatista è la forma diretta e reale di un autogoverno sociale e orizzontale; la Democrazia rappresentativa è la democrazia verticale che mantiene il dominio sul Messico, dove la società non è altro che uno strumento nel gioco politico tri-partito (PAN-PRI-PRD) che permette la simulazione di quanto richiesto da parte dei cittadini, cioè la democrazia. Quello che noi messicani oggi stiamo vivendo è il perfezionamento di quella che è stata definita la “dittatura perfetta” [termine riferito ai 70 anni di governo di un solo partito, il PRI, dagli anni ’30 al 2000. n.d.t.] che ha smesso di essere presidenzialista per diventare partitista, obbediente come sempre all’oligarchia messicana e nordamericana.

http://www.globalproject.info/it/mondi/messico-il-silenzio-zapatista-e-le-elezioni-presidenziali-del-2012/11910

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Elezioni in Messico: brogli e forse qualcosa di nuovo

Il 1° luglio scorso in Messico si sono svolte le elezioni presidenziali e ad urne ancora aperte capi di Stato, primo fra tutti Barack Obama, e stampa internazionale hanno salutato il “nuovo” presidente Enrique Peña Nieto, il macellaio della repressione di San Salvador Atenco.

Secondo il primo spoglio, visto che

è in corso il riconteggio del 54,5% delle schede, Peña Nieto è stato votato da 17,5 milioni di messicani, su una popolazione di 100 milioni, con un astensionismo vicino al 40%. In pratica, hanno votato 46 milioni di aventi diritto, ma i principali giornali del mondo occidentale democratico non fanno quasi menzione del dato dell’astensionismo perpetrando la menzogna del “governo eletto” quale espressione della maggioranza del Paese e continuare a dipingere il Messico come una democrazia, magari un poco turbolenta, tutta “nuvole e cielito lindo”.

Anche questa volta Andrés Manuel López Obrador, candidato di sinistra del PRD, è arrivato secondo non superando i 14,7 milioni di voti, ed e

sattamente come nel 2006 l’Istituto Federale Elettorale (IFE) è travolto dalle accuse di aver manipolato i numeri per favorire un candidato. Ma, a differenza di allora, questa volta le prove dei brogli sono state immediatamente raccolte e diffuse attraverso la rete. Solo un esempio: su 143 mila verbali elettorali controllati, in 113 mila sono state riscontrate irregolarità. Le cifre riportate nelle tabelle fornite dall’IFE non coincidono con i dati originali, e sempre a sfavore di Andrés Manuel López Obrador, che ha chiesto il riconteggio dei voti.

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Le reti e i media alternativi hanno diffuso centinaia di video, migliaia di immagini e testimonianze che dimostrano la mole di irregolarità a favore del candidato del PRI. La vendita di voti in cambio di generi alimentari, denaro contante e addirittura

buoni spesa da spendere nella catena di supermercati Soriana è orami documentata tanto che i giornali già parlano del “Sorianagate”, e molte delle persone che hanno venduto il loro voto dietro la promessa di denaro, denunciano alla stampa di non essere ancora state pagate. Milioni di voti sono stati comprati con denaro in contanti e c’è da chiedersi da dove vengano tanti milioni di pesos cash, quando solo pochi individui, se non i narcos, dispongono di tanto contante.

Di democratico e trasparente queste elezioni non hanno nulla, come sostengono i ragazzi del movimento

#YoSoy132 che insieme a molti cittadini comuni hanno vigilato sulle elezioni fotografando i tabelloni riassuntivi di ogni seggio per confrontarli con i dati ufficiali dell’Istituto Federale Elettorale (IFE) che, infatti, non coincidono. Centinaia di persone, a costo anche di essere aggredite, con i loro cellulari e macchine fotografiche hanno ripreso e mandato in rete le immagini di militanti del PRI dare fuoco alle urne per impedire il conteggio definitivo delle schede.

Rispetto alle presidenziali del 2006 la cosa più interessante è la mobilitazione della società civile che da subito ha ripudiato il nuovo presidente e il processo elettorale. In Messico sembra essere in atto una presa di coscienza, soprattutto tra giovani e studenti che non accettano più le imposizioni di una classe dirigente che, nel caso del PRD ancora una volta ha usato i movimenti sociali solo come cinghia di trasmissione per le proprie aspirazioni presidenziali, o cementata nell’autoritarismo del PRI che dal 1929 ha messo in atto quella che in America Latina è conosciuta come la “dittatura perfetta”.

E come nel 2006, quando negarono il loro sostegno a Manuel López Obrador, inimicandosi l’intellighenzia di sinistra interessata al potere e alle poltrone e non al vero cambiamento, gli zapatisti non hanno partecipato al circo elettorale. Come da anni gli zapatisti e l’EZLN sostengono e praticano, il voto non cambia la struttura economica, sociale e politica del Messico, e la democrazia non si manifesta nel rito elettorale ma nella partecipazione dei cittadini che si ribellano e si riprendono in mano il proprio destino.

Annamaria Pontoglio Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo

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Messico: IFE e Media occultano le irregolarità elettorali

 di Guadalupe Lizarraga

Mercoledì, 4 luglio 2012 06:12

Esattamente come nel 2006, l’Istituto Federale Elettorale (IFE) viene denunciato di manipolare le cifre, corrompere con prebende la stampa nazionale ed i corrispondenti stranieri con l’obiettivo di imporre un candidato

Fonte: Los Angeles Press

Messico, DF.- Il Sistema di Conteggio Elettorale Civico circola tra le reti sociali e media alternativi per verificare il numero di voti ottenuti dai candidati alla presidenza del Messico. Questo sistema è stato implementato come alternativa a quella dell’Istituto Federale Elettorale e mette in evidenza il contrasto tra i numeri diffusi dall’IFE per favorire il candidato del PRI, Enrique Peña Nieto.

Esattamente come nel 2006, l’Istituto Federale Elettorale (IFE) viene denunciato di manipolare le cifre, corrompere con prebende la stampa nazionale ed i corrispondenti stranieri con l’obiettivo di imporre un candidato, ma la differenza questa volta è la massiccia e rapida raccolta di prove che vengono subito e continuamente pubblicate e diffuse in rete.

Un esempio: su 143 mila verbali elettorali controllati, in 113 mila sono state riscontrate irregolarità. Le immagini dei risultati forniti dall’IFE non coincidevano con i dati rilevati dalla PREP, e la vittima è il candidato della Coalizione di Sinistra, Andrés Manuel López Obrador, che ha chiesto il riconteggio dei voti.

Irregolarità senza fine

Le reti ed i media alternativi hanno diffuso oltre 490 video, migliaia di immagini, testimonianze che dimostrano la quantità di irregolarità e reati che favoriscono il PRI. Tra questi, rivelano la vendita di voti in cambio di generi alimentari o denaro contante e buoni spesa del supermercato Soriana. Questo ha irritato profondamente gli elettori defraudati che chiedono un boicottaggio generale di questo supermercato per essersi prestato a perpetrare questo reato.

Molte delle persone che hanno venduto il loro voto, hanno avuto la promessa di denaro dopo l’elezione. Tuttavia, questi denunciano di non essere ancora stati pagati. 

E’ stata ricorrente anche la coazione del voto. Secondo l’IFE, il PRI è stato l’unico che è riuscito a coprire con i suoi rappresentanti il 90% dei seggi, ma c’è stata intimidazione degli elettori e perfino priisti armati. Secondo le informazioni che circolano costantemente in rete, ci sono state problemi tecnici in almeno l’80% dei seggi installati.

Sono stati fermati militanti con 150 schede elettorali già contrassegnate a favore del PRI, così come poliziotti che trasportavano schede elettorali e c’è stato perfino il sequestro di un presidente di seggio. Il Movimento #YoSoy132 ha dettagliato ogni dato con dei video e denunciato la televisione messicana non ha dato notizia di nessuna di queste irregolarità  e nemmeno la stampa nazionale le ha dettagliate.

La stampa complice

Domenica, quando mancavano ancora due ore alla chiusura dei seggi, la stampa straniera dava già la notizia della vittoria di Peñ Nieto. Colombia e Costa Rica sono stati i primi. In Messico, la prima pagina online de El Universal si apriva chiaramente a favore del PRI, come mostra il video del Movimento #YoSoy132.

I media hanno dato la notizia della vittoria di Peña Nieto quando erano state scrutinate poco più di 7 mila seggi su oltre 143 mila. Inoltre, prosegue infinito il racconto delle irregolarità ed il quotidiano spagnolo El País dedica al candidato priista un paio di pagine per descriverne le virtù e titola la notizia enfatizzando sul fatto che “è stato eletto” e che il Messico “lo ha scelto”, nonostante le numerose irregolarità registrate. El País fa inoltre riferimento alla distanza dei voti per Andrés Manuel Lopez Obrador e definisce Peña Nieto come un uomo “galante, pragmatico e introverso”.

Nella lunga biografia del priista, il quotidiano spagnolo evita di citare le denunce presso la Commissione Interamericana dei Diritti Umani degli attentati contro il suo ex compagno omosessuale e non menziona nemmeno la responsabilità confessa dello stesso priista nel caso Atenco che il 3 maggio 2006 provocò due morti, un giudice assassinato e donne violentate. Non menziona neppure la strana morte di sua moglie né delle sue guardie del corpo nel 2007, proprio quando ci fu l’attentato contro l’ex amante Agustín Estrada Negrete.

Un altro argomento che non cita El País è quello della corruzione a Televisa e della frode in California. Neppure parla degli uomini di Peña Nieto che sono favoriti con contratti per loro e per i loro figli. È dunque una biografia pulita pubblicata ad urne aperte e senza citare le irregolarità ed i reati che potrebbero anche invalidare l’elezione.

 

Elenco dei media che hanno dato notizia della vittoria a seggi ancora aperti:

“Peña Nieto vince le elezioni in Messico” | Handelsblatt (Germania)

“Vázquez Mota ammette la sconfitta: ‘Le proiezioni non sono a mio favore'” | El Mundo de España

“Candidato del PRI vince le elezioni in Messico” | La Nación di San José de Costa Rica

“Candidata alle elezioni in Messico ammette la sconfitta” | El Universal di Caracas

“Elezioni in Messico: Il PRI vince” | El Tiempo di Colombia

“PRI proclama Enrique Peña vincitore delle elezioni presidenziali” | El Mercurio di Santiago

“Enrique Peña Nieto in testa nelle elezioni in Messico” | El Comercio di Lima

“Elezioni presidenziali in Messico: Nieto chiaramente favorito” | The Guardian Inghilterra

“Enrique Peña Nieto si impone nelle elezioni in Messico” | La Nación di Buenos Aires

“I messicani riscoprono i vecchi demoni” | Le Monde audio in francese

“Clima trionfante nella città natale del probabile prossimo presidente del Messico” | Los Angeles Times Los Angeles, California

“Secondo gli exit-pool Peña Nieto è il vincitore delle elezioni in Messico” | The Washington Post

 Media prudenti

“I sondaggi danno Peña vincitore alle presidenziali messicane” | El Mercurio di Santiago

“Il PRI potrebbe tornare a governare in Messico”| El Mundo Spagna

“Peña Nieto, del PRI, potrebbe vincere le elezioni in Messico” | La Tribuna Honduras

Media più attinenti alla realtà

“Sospette frodi nelle elezioni messicane” | Le Fígaro di Parigi

http://www.kaosenlared.net/america-latina/item/23574-méxico-ife-y-medios-ocultan-irregularidades-electorales.html

 

In fondo a questo blog, la prova evidente della frode nel riportare il numero dei voti dai verbali a favore di Enrique Peña Nieto : http://teatrodelamente.wordpress.com/2012/07/02/anonymous-hackea-al-ife-todo-sea-por-la-democracia-2/

 Qui il video di diversi eventi accaduti il giorno delle elezioni: http://www.youtube.com/watch?v=z74yKLL1O_I

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Urne e sangue.

Il Fatto Quotidiano – Martedì 3 luglio 2012

MESSICO, URNE E SANGUE: A NIETO IL 40%. UCCISI TRE DIRIGENTI DELLA SINISTRA

di Federico Mastrogiovanni

Città del Messico. Lo show post elettorale è cominciato. In un Messico che si risveglia dopo una giornata estenuante, con un presunto presidente eletto. Tutti i più grandi media messicani e alcuni internazionali concordano sul risultato e confermano le previsioni che dopo mesi di bombardamento mediatico sono considerate realtà: Enrique Peña Nieto avrebbe vinto con il 40 per cento dei voti. Il conteggio non è ancora terminato, anzi, ci vorranno alcuni giorni, il candidato della coalizione di sinistra, Andrés Manuel López Obrador (Amlo), ha sostenuto di avere a sua disposizione altri dati rispetto a quelli sbandierati fin troppo da tutti gli altri contendenti, e che attenderà il conteggio dell’ultimo voto.

   Il presidente uscente, Felipe Calderón, del Partido de Acción Nacional (Pan, la destra ultracattolica) nel suo discorso a reti unificate ha data per conclusa l’elezione, passando lo scettro al successore del Pri. La confusione regna sovrana. Peña Nieto e Calderón si affannano a sostenere che l’elezione si è svolta in un clima “pacifico”, “tranquillo” e “democratico”. Almeno su questo i fatti li smentiscono. Soltanto domenica sono stati assassinati tre coordinatori del Prd, il  partito di Amlo, in tre Stati diversi, Nuevo León, Guerrero e Guanajuato. A Nuevo Laredo, nello stato di Tamaulipas, considerato un feudo del cartello degli Zetas, è esplosa un’auto-bomba venerdì di fronte al palazzo di governo, e sempre venerdì nello stesso Stato, a Ciudad Victoria, sono state lanciate delle granate contro una caserma della polizia e contro una stazione degli autobus.

   IN TUTTO il Paese sono stati documentate da parte di migliaia di osservatori, che in molti casi hanno filmato le violazioni, intimidazioni da parte di persone armate, centinaia di furti di urne elettorali. La compravendita massiccia di voti da parte del Pri è avvenuta alla luce del sole in tutto il Messico, con denaro, di provenienza dubbia. Alcuni analisti considerano proprio questa una testimonianza della partecipazione dei narcos nell’elezione di Peña Nieto: l’enorme quantità di denaro speso per impedire che si svolgessero elezioni democratiche. E a prescindere dal risultato si sono portate a termine una quantità di irregolarità e violazioni spaventose, sotto gli occhi silenti dell’istituzione che avrebbe dovuto fare da arbitro, l’Instituto Federal Electoral (Ife), che già nel 2006 si è caratterizzato per quella che molti oggi definisconouna frode elettorale che ha portato al governo lo stesso Felipe Calderón. Da anni il duopolio televisivo (Televisa e Tv Azteca) ha sostenuto e costruito la candidatura di Enrique Peña Nieto, il candidato “da telenovela”, operando una massiccia intrusione mediatica in un Paese in cui l’80% dell’opinione pubblica si informa solo attraverso la televisione. Ma l’ombra dei narcos è onnipresente ed è difficile pronosticare i futuri scenari. Secondo il professor Sergio Aguayo, accademico del Colegio de México e uno dei più influenti intellettuali messicani, “con l’elezione di Peña Nieto non si risolverà positivamente il problema dei narcos; la relazione tra Stato e criminalità organizzata è una delle sfide più grandi del Paese. Per risolvere questo problema il nuovo presidente dovrebbe affrontare il tema della corruzione della classe politica, ma come fa, quando il suo partito, il  Pri, proprio negli Stati in cui i narcos la fanno da padrone, governa da anni, con governatori legati a doppio filo con i capi più potenti?”. La vittoria di Peña Nieto garantisce anche continuità con la strategia degli Stati Uniti nella “lotta alla droga”, che presuppone la militarizzazione del Messico, portata a termine da Calderón: ma oltre a non aver diminuito il traffico di droga e di armi (che è invece aumentato), ha prodotto quasi 70mila morti e più di 10mila desaparecidos.

Nonostante le gravi irregolarità il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha già chiamato Peña Nieto, congratulandosi con lui e dichiarando che le elezioni si sono svolte in modo trasparente. Unica nota positiva di questo processo elettorale, marcato da continue violazioni a qualsiasi principio democratico, è il risveglio della società civile. In questo 2012 c’è stato un reclamo democratico più profondo e più radicale da parte di tanti movimenti, a cominciare da quello degli studenti #YoSoy132, che ieri hanno manifestato contri i brogli. Se il ritorno all’autoritarismo, alla violenza e alla corruzione del Pri sono imminenti, ci sono giovani messicani che sembrano pronti a lottare. Forse. Nel frattempo il candidato da telenovela e la sua truppa di Televisa sono ormai pronti per il potere.

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La Jornada – Venerdì 29 giugno 2012

Frayba: In Chiapas la tortura è stata istituzionalizzata come metodo di controllo

Hermann Bellinghausen

Un dato chiaro alla fine di questo sessennio in Messico, in particolare in Chiapas, è che la tortura è lo strumento privilegiato di indagine di polizia e di controllo utilizzato dagli agenti statali, malgrado esistano normative vigenti su scala statale, nazionale ed internazionale per proibirla e sanzionarla, sostiene l’ampio rapporto Dalla crudeltà al Cinismo, del Centro dei Diritti Umani o Fray Bartolomé de las Casas (Frayba), dimostrando che la tortura è una pratica generalizzata e legittimata dalle autorità chiapaneche.

E’ evidente l’inefficienza per sradicarla, segnala il documento di circa 100 pagine. Solo tra gennaio 2010 e dicembre 2011 l’organizzazione ha documentato 47 casi di tortura in Chiapas, otto donne e 39 uomini, che il Frayba considera sopravvissuti a questo crimine di lesa umanità. Inoltre il lettore di La Jornada ricorderà che le decine di detenuti indigeni nello stato che hanno lottato per la loro liberazione durante questo sessennio, sia quelli che hanno ottenuto la libertà sia quelli che ancora sono in carcere, sono stati torturati e a volte per motivi politici.

Il rapporto identifica come esecutori routinari della tortura, con un certo metodo, i poliziotti federali, statali e municipali, i funzionari del Pubblico Ministero, i militari, le autorità giudiziarie e carcerarie. In determinati casi vi partecipano anche civili di organizzazioni filogovernative, alcune riconosciute come paramilitari.

In Chiapas, “gli atti di tortura, maltrattamenti o crudeltà, inumane o degradanti, sono diventati pratica ‘normale’ ed accettata dalle autorità di giustizia, tollerata dall’Esecutivo dello stato”. Questo fa sì che la maggioranza delle denunce presentate al Pubblico Ministero non procedano o trovino ostruzioni, e pertanto rimangano impunite. Questa conclusione si basa sulle informazioni documentate in possesso del Frayba, confrontate con quelle fornite dallo stesso governo statale che nel 2010 ha registrato 11 casi di presunta tortura, per i quali ha presentato al giudice un solo responsabile, e fermato due funzionari dei cinque accusati. A giugno 2011 il governo aveva solo un caso su cui indagare.

Dalla Crudeltà al Cinismo. Rapporto sulla tortura in Chiapas (Jovel, giugno 2012) descrive in dettaglio le torture praticate da funzionari e servitori pubblici del governo di Juan José Sabines Guerrero, e gli effetti psicologici e medici che causano. Si includono i casi documentati nei due anni precedenti come analisi schematica dei metodi e modelli di attuazione dei torturatori.

Si riportano ed analizzano le esperienze di 47 vittime in 15 municipi: Acala, Bella Vista, Comitán, Chilón, Huixtla, El Porvenir, Motozintla, Ocosingo, Palenque, Pueblo Nuevo Solistahuacán, San Cristóbal de Las Casas, Tapachula, Tonalá, Tuxtla Gutiérrez e Villaflores. Si pratica sia su indigeni che meticci. La maggioranza dei casi si pratica nel contesto della guerra dichiarata contro il crimine organizzato dal presidente Felipe Calderón.

I casi a conoscenza del Frayba indicano che queste azioni sono praticate soprattutto da membri della Polizia Ministeriale ascritti alla Procura Generale di Giustizia dello Stato (PGJE) per ottenere informazioni o confessioni. Per questi fatti lo Stato è responsabile per azione diretta ed omissione, poiché una volta perpetrata la tortura, lo stato non interviene per punire i colpevoli garantendo l’impunità e legittimando questa violazione delle garanzie elementari. http://www.jornada.unam.mx/2012/06/29/politica/015n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, A.C. 

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico
18 giugno 2012
Comunicato Stampa No. 06 

Nuovo attacco contro il CIDECI – Centro Indigeno di Formazione 

Lunedì 11 giugno 2012, intorno alle 12:30, all’ingresso del Centro Indigeno di Formazione Integrale “Fray Bartolomé de Las Casas” A.C. –Università della Terra Chiapas (Cideci-Unitierra Chiapas) un perito giudiziario, accompagnato da elementi della Commissione Federale dell’Elettricità (CFE). Chiedevano di essere ricevuti ed entrare nelle strutture del Cideci per svolgere un controllo degli impianti. I membri del Cideci hanno negato loro l’ingresso. 

Al giorno dopo, martedì 12 giugno, intorno alle 14:30, si sono ripresentate le stesse persone e, dopo il rifiuto di farle entrare, hanno lasciato dei documenti arrotolati sulla porta. I documenti si riferiscono a due pratiche, 585/2012 e 586/2012, nelle quali i periti giudiziari Dott. Ma. del Carmen González Flores e Dott. Victor Hugo Rodríguez García, affermano di aver notificato detti documenti ad un presunto “lavoratore di questa associazione civile”. Tuttavia, questa affermazione è falsa e dolosa, dato che il nome al quale si fa riferimento nelle notifiche non corrisponde a nessun membro della comunità del Cideci, e nessun membro del Cideci ha mai ricevuto tali documenti. 

Bisogna ricordare che a metà maggio, ed agli inizi di giugno, sono avvenuti simili episodi. Questi nuovi attacchi da parte della CFE e del Potere Giudiziario dello Stato del Chiapas avvengono dopo diversi eventi politici che si sono svolti all’interno delle strutture del Cideci, i più recenti sono: L’Incontro “Alternativas frente a la violencia de Estado”, il forum “Exclusión… Inclusión neoliberal, Miradas sobre las Ciudades Rurales Sustentables”, ed il forum “Contra la prisión política y por la libertad para Alberto Patishtán”, eventi che hanno disegnato i meccanismo di repressione dei diversi livelli di governo contro la popolazione organizzata del Chiapas. 

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas invita a prestare attenzione a queste recenti azioni di attacco giudiziario contro il Cideci, poiché è un spazio che con dignità accoglie ragazzi di molte comunità che costruiscono alternative educative al sistema formale. Inoltre, le sue installazioni sono state e sono sede di forum, dibattiti e incontri che cercano di costruire alternative al sistema sociale dominante. 

Precedenti

I fatti che ora si denunciano hanno precedenti documenti e denunciati da questo Centro dei Diritti Umani nel Comunicato Stampa No. 20 “La CFEperseguita il Cideci-Unitierra Chiapas”, del 15 di ottobre 2010, disponibile alla pagina web: http://www.frayba.org.mx/archivo/boletines/101015_20_hostigamiento_cideci.pdf

È importante sottolineare che il Cideci, dal giugno del 2006 non ha connessione elettrica alcuna con le linee della CFE e le sue installazioni funzionano in maniera alternativa grazie ad un proprio generatore di energia elettrica. 

Comunicate con noi vía Skype: medios.frayba
Gubidcha Matus Lerma
Comunicación Social
Área de Sistematización e Incidencia / Comunicación
Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas A.C.
Calle Brasil #14, Barrio Mexicanos,
San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México
Código Postal: 29240
Tel +52 (967) 6787395, 6787396, 6783548
Fax +52 (967) 6783551
medios@frayba.org.mx
www.frayba.org.mx

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Brigata di Lavoro Volontario al caracol La Garrucha

6 luglio 2012

Ai compagni, collettivi e organizzazioni aderenti all’Altra Campagna:

A tutt@ i/le compagn@ che sei anni fa hanno aderito all’Altra Campagna ed hanno fatto propria la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, a tutt@ quest@ compagn@ con cui stiamo creando poco a poco un mondo dove stanno tanti mondi, oggi come in ognuno di questi sei anni, mentre qualcuno si ostina ad occuparsi delle elezioni presidenziali e si dimentica di tutti i conflitti presenti nel paese, avanzare dal basso e a sinistra è diventato più necessario che mai. Voltarsi a guardare i compagni a fianco, quelli in basso, quelli che resistono, quelli che sono morti, quelli desaparecidos, è necessario che torniamo ad avanzare insieme, che tutti gli sforzi fatti in questi anni non restino solo aneddoti, ma che riprendiamo l’esperienza acquisita al fine di riprendere il cammino, per far riascoltare la nostra voce ed esigere che si rispettino i nostri bisogni: casa, terra, lavoro, pane, salute, educazione, indipendenza, democrazia, liberta, giustizia e pace.
Riprendiamo il nostro impegno tra compagni aderenti di andare avanti insieme, perché se toccano uno di noi, toccano tutti.

STOP ALLE AGGRESSIONI CONTRO LE COMUNITA’ ZAPATISTE!
STOP AI PARAMILITARI IN CHIAPAS E IN TUTTO IL PAESE!

Pertanto vi invitiamo a partecipare alla  XXIV Brigata di Lavoro Volontario nel caracol di La Garrucha, Chiapas, territorio autonomo ribelle zapatista.
La Brigata partirà da Città del Messico il 6 luglio 2012 e farà ritorno il 16 luglio.

La Brigata svolgerà lavori di manutenzione e costruzione nel caracol III “La Garrucha”

Il costo di partecipazione è di 1.300 pesos (74,00 Euro, per  trasporto, vitto, materiale da lavoro)

PARTECIPA ED ORGANIZZIAMOCI!

Per maggiori informazioni:

TEL. 044 5528115430

TEL. 044 5536748844

brigadavoluntaria@hotmail.com

Facebook: BTV

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 16 giugno 2012

John Holloway: Ci riconosciamo in Patishtán e Sántiz López; soffrono per noi

Hermann Bellinghausen

Ondate su ondate di protesta per la liberazione di Alberto Patishtán e Francisco Sántiz López, lettere su lettere che arrivano da ogni parte del mondo, ci riconosciamo in loro, comprendiamo che stanno soffrendo per noi, ha affermato il pensatore e professore universitario di origine irlandese John Holloway unendosi alla seconda settimana mondiale per la liberazione dei due prigionieri indigeni di Chiapas, il primo aderente all’Altra Campagna, ed il secondo base di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).

Anche Gustavo Esteva, articolista de La Jornada, sostiene: Pathistán è in prigione ingiustamente da 10 anni. Non possiamo chiudere gli occhi ed alzare le spalle, aggiungendolo alla lunga lista dei prigionieri politici, né tranquillizzarci pensando che Francisco Sántiz è solo da sei mesi in prigione. La detenzione di questi due compagni deve pesare su noi come fosse la nostra stessa detenzione. Perché lo è.

La lotta degli indigeni per la loro libertà è impressionante, scrive Holloway in una lettera ai prigionieri; è quella di tutti quelli che sognano ancora che ci può essere un futuro, una vita degna. La loro detenzione è semplicemente una ulteriore manifestazione che nel capitalismo non c’è posto per l’umanità.

Il sistema attuale “è un’aggressione costante, una macchina di distruzione che vuole distruggere tutto quello che non si sottomette alla sua logica del denaro, che si oppone alla logica del profitto, ma non ci riesce perché c’è gente come Alberto e Francisco che dicono ‘No’ che non lo accettano”. In altri milioni non lo accettiamo, perché siamo in prigione con loro ed affinché respirino e vivano, affinché noi e voi respiriamo, viviamo, dobbiamo abbattere le pareti delle prigioni del Chiapas, delle prigioni del mondo, del sistema-prigione, conclude Holloway.

A sua volta, Esteva ha annunciato dal suo rifugio oaxaqueño che unisce il cuore, la speranza e l’energia a queste domande di libertà: Dobbiamo rompere le barriere che abbiamo in testa che portano a pensare che cambiando qualche cosetta lassù in alto tutto si sistema. E dobbiamo rompere le catene che legano ancora le nostre mani e piedi e ci impediscono di muoverci alla conquista della nostra autonomia in ogni parte del mondo in cui ci tocca vivere. Solo queste autonomie, consolidate in ogni luogo ed unite in maniera solidale ci permetteranno di uscire dalla prigione.

A maggio, durante la prima settimana di lotta mondiale, gruppi ed individui di tutte parti del Regno Unito hanno consegnato lettere all’ambasciata messicana a Londra per posta, fax, posta elettronica, e perfino a mano. I gruppi solidali avevano chiesto una risposta per la seconda settimana di lotta, che, come consuetudine, è stata che non c’era nessuno in ambasciata che poteva rispondere a tali richieste. Il personale dell’ambasciata suggeriva di richiamare il prossimo lunedì.

I gruppi britannici hanno inoltre diffuso un messaggio solidale di organizzazioni della Turchia: Tutti quelli che lottano per la libertà nel mondo sono nostri compagni. Rivolgiamo un appello a tutti i ribelli che hanno il fuoco della libertà nel cuore e che sono di Atene, Amed, Chiapas, Gaza, Toronto o Seattle. Voi non siete soli, anche in altre terre ci sono persone che lottano.  http://www.jornada.unam.mx/2012/06/16/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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19 Giugno 2012

Giornata contro la prigionia politica e per la libertà di Alberto Patishtan

Rumori metallici di porte che si chiudono.

Passi e sguardi che inciampano su sbarre e torrette armate.

Teste rasate per potare idee e personalità.

Ore marcate al ritmo del niente.

Giusto un pezzetto di cielo…

In tutto il mondo così sono le carceri. Nella città, come nelle campagne, i potenti e i ricchi attaccano chi è sfruttato e non allineato. Ci derubano, ci schiavizzano, ci discriminano e alla fine ci arrestano, quando non ci assassinano.

Cercano così di zittirci, dividerci, intimorirci, però non ci riusciranno perché possiamo continuare a lottare anche  dentro il carcere.

Come sempre l’ha fatto Alberto Patishtan Gomez.

Era il 19 giugno del 2000 quando arrestarono Alberto, maestro tzotzil, accusandolo di un delitto che non aveva commesso e che venne fabbricato per punirlo per aver osato stare al lato della gente e contro il sindaco del suo paese, El Bosque, in Chiapas.

Un’ingiustizia che si perpetua da 12 anni. Oggi il compagno Alberto è detenuto in un carcere federale di massima sicurezza, a Guasave (Sinaloa), a più di 2000 Km dalla sua famiglia, i suoi compagni, la sua terra. Lo si punisce con ferocia e rancore perché Alberto ha fatto di ogni carcere una trincea, con un lavoro di politicizzazione dei prigionieri e lottando con e per loro contro le brutalità del sistema di (in)giustizia dello stato messicano.

Come aderenti alla Sesta Dichiarazione dell’EZLN convochiamo nuovamente una mobilitazione per la libertà di Alberto Patishtan, simbolo della lotta contro la prigione, e per gli altri prigionier* politic* della Otra Campaña e del Messico, secondo gli accordi presi durante il “Forum contro la prigionia politica e per la lbertà di Alberto Patishtan” il 12 e 13 Maggio 2012 (Chiapas), organizzato dalla Rete contro la Repressione e per la Solidarietà.

Invitiamo quindi le organizzazioni, gruppi, collettivi e individui del Messico e del mondo a mobilitarsi secondo le proprie possibilità, il giorno 19 Giugno 2012 per esigere la libertà dei compagn* arrestat* con lo slogan:

Contro la repressione e l’oblio: la libertà.. dal basso e a sinistra!

Quel giorno, dalle 11.00, avrà luogo nella comunità di Alberto, una manifestazione organizzata dal “Movimiento del pueblo de El Bosque por la libertad de Alberto Patishtan”. Invitiamo a segnalare qualsiasi azione, meeting, manifestazione, striscione, volantinaggio, conferenza, trasmissione, incontro informativo, concerto alla mail: foro.presxs@gmail.com

Abbattiamo i muri delle prigioni!

Prigionier* politic* LIBERTÀ!

I/le partecipanti al “Forum contro la prigionia politica e per la lbertà di Alberto Patishtan”

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La Jornada – Martedì 12 giugno 2012

Si diffonde nel mondo la richiesta di liberazione di Santiz e Patishtán

Hermann Bellinghausen

La diffusione di eventi per chiedere la liberazione di Francisco Santiz López ed Alberto Patishtán Gómez, prigionieri indigeni in Chiapas, ha portato la seconda settimana mondiale, denominata Abbattiamo le pareti delle celle, su decine di siti web e numerosi account di Twitter e Facebook, con immagini che mostrano azioni e proteste in luoghi pubblici di diversi stati della federazione e in decine di città in Europa, Africa, America Latina, Stati Uniti e Canada, molte davanti ad ambasciate e consolati del Messico.

Nel frattempo, la Segreteria degli Affari Giuridici e Diritti Umani della Segreteria di Governo ha dichiarato la sua posizione rispetto alle richieste di liberazione dei prigionieri politici del Chiapas che hanno ricevuto le missioni diplomatiche del Messico nei diversi paesi: “In quanto a concedere la libertà immediata a Francisco Santiz López si informa che questo ente non possiede la facoltà di decretare questa sollecitudine”. Rispetto alla sparizione a Banavil di Alonso López Luna nel dicembre scorso, dopo un’aggressione di priisti armati durante i fatti violenti dei quali è accusato Santiz López, base di appoggio zapatista, semplicemente l’ente comunica che c’è un’indagine in corso “per presunto omicidio” del desaparecido. Firma Carlos Garduño Salinas, direttore generale aggiunto di Investigación y Atención de Casos de Gobernación.

Bisogna ricordare che il 28 maggio scorso, il Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad ha permesso al professor Martín Ramírez, rappresentante del villaggio di El Bosque, di esporre il caso di Patishtán ai quattro candidati presidenziali nel Castello di Chapultepec, anche se nessuno ha poi manifestato un suo impegno al riguardo.

Questa settimana sono state diffuse decine di immagini in cui si vedono persone, perfino  gruppi numerosi, che espongono cartelli e foto dei due indigeni chiapanechi e chiedono la loro liberazione immediata in Togo, Olanda, Canada, Belgio e Portogallo. Oppure in città come Valencia, Carcasson, Parigi, Seul, Chicago, Bilbao, Buenos Aires, Torino, Río de Janeiro e Cochabamba.

Nell’edizione di lunedì, il settimanale on line Desinformémonos, per esempio, raccoglie immagini di solidarietà, da Merida e Los Mochis, Valle de Chalco, Cholula, Unión Hidalgo, le spiagge di Huatulco, Cuernavaca, Toluca e Distrito Federal. In Chiapas si sono svolte manifestazioni pubbliche per chiedere giustizia per Santiz e Patishtán a Tapachula, nella Casa del Migrante Hogar de Misericordia in Arriaga, a San Andrés Larráinzar, El Bosque, Oventic ed Acteal. Altre manifestazioni a favore di questa richiesta si sono svolte a Totonacapan, Cherán, San Cristóbal de las Casas, Tuxtla Gutiérrez, Jalapa y Querétaro.

A New York, i gruppi di donne e anti-razzisti del Movimento Occupy Wall Street, si sono uniti alla Seconda Settimana di Lotta Mondiale per la Liberazione di Patishtán e Santiz López.

Tuttavia, né le autorità federali né quelle statali del Chiapas hanno mostrato una migliore disposizione, salvo fare solo dichiarazioni, per rispondere a questa domanda che si basa sulla provata innocenza dei due prigionieri. http://www.jornada.unam.mx/2012/06/12/politica/019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 11 giugno 2012

A 14 anni dal massacro a El Bosque non ci sono colpevoli

In Chiapas si vuole che cessi la persecuzione giudiziaria contro le comunità indigene

Hermann Bellinghausen

Centinaia di indigeni domenica hanno sfilato nel municipio El Bosque, negli Altos del Chiapas, per chiedere che cessi la persecuzione giudiziaria contro abitanti innocenti di San Pedro Nixtalucum, e la liberazione del professor Alberto Patishtán Gómez e dello zapatista Francisco Santiz López, di Tenejapa. Questo, a 14 anni dal massacro di El Bosque, uno dei crimini di Stato meno indagati degli ultimi anni avvenuto tre giorni dopo il massacro di El Charco, in Gueriero, durante il governo di Ernesto Zedillo. Erano trascorsi sei mesi dalla tragedia di Acteal, ed Alberto Albores Guillén era già il mandatario statale.

Intanto, il dirigente contadino e direttore della rivista Lucha indigena en Perù, Hugo Blanco, ha espresso il suo appoggio alla seconda settimana mondiale per la liberazione di Santiz López e Patishtán Gómez: “In Messico le prigioni non sono per i narcotrafficanti, ma per gli indigeni che non hanno fatto niente di male, come Patishtán e Santiz López”. Il loro “reato” è stato “pensare che il Messico deve essere per tutti i messicani, dove tutti lavorino e vivano tranquillamente, senza sfruttare né essere sfruttati, godendo dei frutti che dà la terra”, in un paese “dove tutti possano ricevere un’educazione e assistenza per la propria salute, dove non ci siano milionari né mendicanti, dove tutti si interessino di tutti, come nelle comunità indigene”.

Il Messico, ha detto Blanco, “è diventato un modello per il potente paese del nord, il più consumatore” di stupefacenti, “dove risiedono i baroni della droga; il paese che invia sostanze chimiche per la produzione di cocaina, dove si lava il denaro e da dove si mandano armi ai narcotrafficanti”. Ed aggiunge: Il “Messico serve da laboratorio per la ‘guerra falsamente chiamata al narcotraffico’. Si è mobilitato l’Esercito in questa guerra nella quale muoiono centinaia di innocenti. Il sogno dei baroni della droga degli Stati Uniti è estendere questo modello a tutta l’America Latina per schiacciare i popoli ed arricchirsi”.

Il 10 giugno 1998, circa mille soldati e centinaia di poliziotti statali e federali attaccarono le comunità Unión Progreso e Chavajeval, ed occuparono El Bosque, governato dal consiglio municipale autonomo zapatista di San Juan de la Libertad, i cui membri furono imprigionati. Ad Unión Progreso otto indigeni furono assassinati, sei dei quali erano stati catturati vivi e poi giustiziati, presumibilmente da truppe federali. Il numero delle vittime a Chavajeval, almeno quattro, non si è mai saputo, perché non tutte erano basi di appoggio zapatiste, morirono anche dei priisti ed i loro padroni non poterono alzare la voce.

Il pretesto delle autorità per quell’operativo fu un cruento assalto, all’alba, sulla strada per El Bosque, compiuto dalla banda criminale della comunità Los Plátanos, efficacemente addestrata come gruppo paramilitare, dedita alla coltivazione e spaccio di marijuana con la protezione della polizia, come fu documentato da La Jornada, e ricorrente assalitrice nei mesi precedenti del vicino Unión Progreso. Dopo l’assalto fuggirono in montagna circa 800 indigeni in condizioni straordinariamente precarie. Inoltre, circa 200 persone di Los Plátanos erano da due mesi rifugiate sulle aspre montagne della zona.

Carlos Payán Velver, allora senatore perredista e membro della Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa), denunciò la “schizofrenia” del governo zedillista che parlava continuamente di pace e volontà di dialogo e contemporaneamente realizzare un operativo “più grave di Acteal”, poiché vi avevano partecipato truppe dell’Esercito con mortai, bazooka ed armi di grosso calibro. Da parte sua, Andrés Manuel López Obrador, in quegli anni dirigente nazionale del Partito della Rivoluzione Democratica, il giorno del massacro dichiarò: “Niente giustifica la decisione del governo di ordinare l’azione dell’Esercito” a El Bosque, Unión Progreso e Chavajeval. L’incursione “è stata criminale ed irresponsabile”, e con questo Zedillo “ha disatteso il suo impegno di non usare la forza per rispondere al conflitto chiapaneco”.

Come dimostra oggi l’incessante lotta per la liberazione di Patishtán, quasi tre lustri dopo quasi sono ancora perte le ferite di quel massacro sul quale non si è mai indagato e per il quale nessuno è stato mai processato. http://www.jornada.unam.mx/2012/06/11/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Memorie di un’infamia

Atenco non si dimentica

Adolfo Gilly

E’ stato sei anni fa, un giovedì 4 maggio, in piena campagna elettorale presidenziale dell’anno 2006. La Jornada riportò giorno per giorno la repressione poliziesca contro il popolo di San Salvador Atenco scatenata dal governatore dello stato del Messico, Enrique Peña Nieto, e dal presidente degli Stati Uniti Messicani, Vicente Fox. Entrambi, oggi uniti nella campagna per le presidenziali, hanno ammesso pubblicamente la paternità e la responsabilità di quei fatti.

Ci furono due ragazzi uccisi, di 14 e 20 anni; innumerevoli abitanti pestati e umiliati; molte case perquisite e devastate; più di 200 arrestati con violenza.

12 coloni rimasero in carcere per più di quattro anni. A luglio del 2010 la Corte Suprema di Giustizia della Nazione dichiarò la loro innocenza e ne ordinò la scarcerazione. Chi restituirà loro quei quattro anni di vita?

Ci furono infamia mai punita, decine di donne violentate, vessate e umiliate dalle forze di polizia di Fox e Peña Nieto. I responsabili dicono che si trattò di eccessi. Da allora nessuno è stato punito.

Sono riandato alle pagine di La Jordana di quei giorni. Questa è una selezione delle cronache, memorie di un’infamia che i giornalisti, con professionalità e coraggio, registrarono.

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5 maggio 2006

Tremila poliziotti fanno incursione

Con accanimento, la presa di Atenco: altri 110 arresti

Alle cinque e mezza della mattina di giovedì 4 le tenaglie della polizia si sono chiuse intorno a San Salvador Atenco. Mezz’ora più tardi è avvenuto il primo scontro per sgomberare la strada Texcoco-Lechería. Nel villaggio, l’operazione si è sviluppata su vari fronti. C’è stato un bombardamento incessante di gas lacrimogeni. In generale, gli ejidatarios hanno opposto debole resistenza. Subito si sono scatenate una serie di razzie e saccheggi nelle abitazioni nelle quali vengono catturati gli abitanti. Questi sono stati brutalmente picchiati e trascinati sui camion. Secondo le informazioni, al momento sono 217 le persone arrestate in due giorni di violenza.

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7 maggio 2006

La Jornada ha ricevuto alcune lettere degli ejidatarios fermati. Questi sono frammenti delle missive inviate dal carcere di Santiaguito, stato di México:

“Hanno forzato i portoni delle case per accedere dalle terrazze. Una volta all’interno, hanno picchiato anche con le armi e i manganelli i compagni che trovavano nelle stanze, ai quali erano feriti. Sulle donne hanno commesso bassezze, come togliere la biancheria intima e palpeggiarne i seni e le parti intime. Non hanno mai smesso di picchiarci fino a che non ci hanno sbattuto sui camion. Alcuni sono stati trascinati per le scale e presi a calci senza pietà. […] Sui camion sono iniziate le minacce di morte. I soldati erano drogati. E sono cominciate le aggressioni e le violenze sessuali sulle compagne. […]

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8 maggio 2006

189 persone accusate di criminalità organizzata

La Procura Generale dello Stato di México (PGJEM) questa domenica ha consegnato alle 189 persone fermate negli operativi di polizia del 3 e 4 maggio scorsi ad Atenco e Texcoco, un mandato con l’accusa di criminalità organizzata, per cui nessuno dei fermati nella prigione di Santiago potrà ottenere il rilascio. […] L’avvocato Bárbara Zamora ha definito un’infamia accusare di criminalità organizzata persone che sono state tirate fuori con brutalità dalle proprie case.

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Cittadine spagnole raccontano di vessazioni da parte di poliziotti 

María Sastres e Cristina Valls sono due cittadine spagnole che lo scorso mercoledì si trovavano a San Salvador Atenco. […] Dopo l’espulsione, La Jornada le ha intervistate a Barcellona. Si sentono offese e sono molto “colpite” da quanto accaduto a San Salvador Atenco.

Quando la polizia è arrivata in paese hanno lanciato gas lacrimogeni, ci hanno sparato addosso. […] Alla fine una signora i ha aperto la porta di casa e ci siamo rifugiati in circa otto persone. […] Poi ci hanno trovato; ci hanno fatti mettere con la faccia a terra, ci hanno coperto la faccia con dei cappucci e ci hanno legato proprio nel cortile di casa.

Le vessazioni più pesanti sono avvenuti sul camion, insieme a decine di persone: “Ci hanno caricato su un camion dove hanno iniziato a colpirci con calci e manganelli. Ci insultavano pesantemente ed a noi spagnole ci chiamavano militanti di ‘Eta, puttane ed altre cose. Poi ci hanno messo un camion più grande, dove ci hanno contato – credo fossimo 38 – e noi donne siamo state abusate”.

Sugli abusi sessuali subiti, María Sastres racconta: Ci hanno fatto di tutto, e siccome eravamo incappucciate non vedevamo chi erano; riuscivamo solo a vedere il pavimento pieno di sangue ed a sentire le grida di dolore delle persone. Non voglio entrare nei  dettagli delle aggressioni sessuali, ma ci hanno spogliate strappandoci gli abiti e ci passavano da poliziotto a poliziotto, preferisco non dire altro. […] Se cercavamo di parlare con qualche compagno ci insultavano e ridevano di noi.

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9 maggio 2006

Violentate diverse ragazze durante il trasferimento in  prigione

Dal Cile, deportata, in un’intervista con Blanche Petrich, la studentessa di cinematografia Valentina Palma denuncia:

“Posso dirlo con assoluta certezza: diverse ragazze arrestate ad Atenco, con le quali ho condiviso 12 ore in carcere ad Almoloyita, sono state violentate durante il trasferimento. Più di cinque, senza dubbio.

“Le ragazze piangevano; erano coperte di sangue ed  avevano i vestiti stracciati. Nessuna pronunciava la parola violentata, ma era evidente. Le donne, quando subiscono questa violenza, la bloccano. Non hanno voluto farsi visitare dal medico legale. Una disse: ‘mi hanno già messo le mani addosso e non aprirò le gambe ad un altro’. Perché non c’era una dottoressa. C’era un medico senza sensibilità ed estremamente scortese.”

La studentessa del Centro di Formazione Cinematografica narra la sua detenzione:

Ci hanno portato di fianco alla chiesa dove c’erano già molti fermati e ci hanno costretto a metterci in ginocchio. Continuavano a picchiarci. […] Mi hanno rubato tutto: documenti, il mio materiale, la telecamera. Poi ci hanno caricato su un furgone. Mi hanno gettata su alcuni corpi insanguinati. Uno dei soldati mi ha ordinato di mettermi con la faccia sul pavimento, ma c’era una pozzanghera di sangue. Siccome facevo resistenza mi ha schiacciato la testa con lo stivale. Lì sono cominciati gli abusi sessuali. […] Quando siamo arrivati nella prigione, Valentina aveva i pantaloni abbassati ed il corpo macchiato di sangue, suo e di altri. […]

Quando siamo scesi dai camion ci hanno coperto “la testa e fatto passare tra due file di poliziotti che ci prendevano a calci. Hanno poi separato gli uomini dalle donne. Lì ho visto una poliziotta e mi sono detta ‘grazie, finalmente’. Ma appena quella mi ha visto, mi ha detto ‘lasciate a me questa cagna’, ed ha cominciato a picchiarmi sulle orecchie. Ho visto delle ragazze con i pantaloni e la biancheria intima strappati che piangevano. Eravamo 25 o 30 donne, molte in stato di shock. Conosco quella reazione, la crisi dopo un episodio di violenza sessuale. Almeno due avevano subito violenza con penetrazione, anche se nessuna pronunciava quella parola.”

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La Jornada e El Universal in quei giorni pubblicarono una lettera datata 13 maggio 2006, firmata da 2.500 donne, eccone un estratto:

“Le 2.500 donne firmatarie di questa lettera: studiose, attrici, ballerine, registe, deputate, designer, scrittrici, studentesse, femministe, fotografe, medici, designer, membri di ONG, direttrici di musei, musiciste, pittrici, giornaliste, professioniste, religiose, restauratrici, eccetera:

“Esprimiamo la nostra indignazione e orrore per la violenza, gli abusi sessuali e le violazioni esercitati dai poliziotti statali e federali contro le donne feramte ad Atenco il 3 e 4 maggio. […]

“Sono pubbliche le testimonianze di Valentina Palma, studentessa cilena illegalmente espulsa; di Cristina Valls e di María Sastres, cittadine spagnole espulse. Le tre dichiarano di essere state palpeggiate, abusate, picchiate, insultate ed umiliate in ogni modo. È pubblica la testimonianza di due studentesse, tuttora in arresto, che riferiscono la stessa cosa. Tutte dicono che questo è accaduto a tutte le donne fermate, arrivate in prigione piangendo e con i vestiti lacerati. […]

“Le autorità hanno detto che si tratta di bugie e propaganda e che siccome non ci sono denunce non si può indagare. Ma “ci sono denunce formali, fino ad ora 23 casi denunciati più le tre espulse. […] Siamo di fronte alla violenza sessuale di gruppo di personale di polizia in servizio. […] Non si tratta che ogni donna abusata denunci. Si tratta di punire tutti i responsabili. […]

“Noi crediamo alla testimonianza delle donne abusate. Sappiamo quanto sia difficile denunciare, mancano le parole per esprimere quanto si è subito. E sappiamo che possono ricevere minacce. Diamo loro solidarietà, rispetto e sostegno. […]

Vogliamo la punizione dei responsabili diretti e dei mandanti. Lo vogliamo non solo perché è chiaramente una questione di giustizia, ma perché questo crescente impiego dell’abuso sessuale da parte della polizia deve essere fermato quanto prima. Non possiamo permettere che diventi abituale e che noi donne in Messico dobbiamo vivere sotto questa minaccia. “

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Queste sono le memorie. Atenco non si dimentica. http://www.jornada.unam.mx/2012/06/09/politica/013a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 3 giugno 2012

La disputa per la selva Lacandona e le sue risorse nasce da due visioni distinte

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 2 giugno. Secondo una ricerca dell’Università Autonoma Metropolitana (UAM) Xochimilco, intorno alle risorse della selva Lacandona ed alla loro gestione esistono due posizioni fondamentali: Chi ritiene che la natura deve essere conservata e non c’è spazio per i gruppi umani, e che luoghi come la Lacandona valgono a partire dalla loro mercificazione, dove le comunità locali hanno poca partecipazione nella presa delle decisioni rispetto alle risorse presenti nei loro. Questa visione conservazionista tende solo a recuperare l’ambito locale, perché si è scoperto che si può commercializzare in uno schema globalizzato: ecoturismo, bioprospezione, monocolture. Progetti di questo tipo sono presentati come opportunità produttive che garantiscono l’attenzione per l’ambiente, ma in realtà quello che perseguono è il saccheggio e lo sfruttamento delle comunità locali.

La seconda posizione sarebbe il contrario, sottolinea la ricercatrice Adriana Gómez Bonilla: È la visione dell’autonomia, la quale critica il neoliberismo e ritiene che devono essere gli attori locali a decidere come utilizzare le risorse, ma soprattutto quali devono essere le strategie per preservarle, e che nello stesso tempo si rispetti il modo in cui interagiscono con l’ambiente.

La disputa tra le due posizioni si fa sempre più accesa perché i conservazionisti hanno fretta, aggiunge Gómez Bonilla. Tuttavia, la resistenza delle comunità zapatiste è maggiore. Davanti ai fallimenti degli sgomberi delle comunità per impadronirsi delle risorse naturali e della loro conoscenza, gli interessi conservazionisti, in complicità col governo messicano, hanno optato per la violenza sotto forma di militarizzazione, col pretesto di un drammatico aumento delle attività criminali, in particolare del narcotraffico.

Un buon esempio della posizione conservazionista è fornito dalla monografia Usumacinta. Bases para una política de sustentabilidad ambiental, pubblicata da Julia Carabias e Javier de la Maza (Natura y Ecosistemas Mexicanos e Instituto Mexicano de Tecnología del Agua, 2011). Parte dalla premessa, fondata, dell’allarmante deterioramento ambientale al quale si deve provvedere con urgenza. Essendo i suoi autori ex funzionari ambientali ed attori attivi nell’attuale gestione della selva Lacandona e Montes Azules, la pubblicazione, impattante per il suo contenuto visivo, può essere interpretata anche come un progetto politico, una proposta per il prossimo governo.

Riferendosi al bacino del grande fiume mesoamericano, il volume propone linee strategiche di azione immediata per le unità socioambientali della regione selvaggia messicana, dopo l’analisi delle cause del degrado ambientale. Benché citi gli abitanti della zona, si tratta di un’argomentazione istituzionale in continuità con le politiche di conservazione che ha promosso nella zona.

Sebbene in Usumacinta siano assenti i concetti di ecoturismo, bisogna segnalare che l’organizzazione privata Natura, col sostegno del Ministero dell’Ambiente e delle Risorse Naturali, è esattamente il promotore del centro turistico nella laguna di Miramar, già preso in esame dal nostro giornale.

La seconda posizione rispetto alla preservazione della selva alla quale alludee Gómez Bonilla, venendo dal basso, affronta enormi sfide e non poche contraddizioni. Il suo studio (nel volume collettivo Luchas muy otras. Zapatismo y autonomía en las comunidades indígenas de Chiapas, UAM, Ciesas y Universidad Autónoma de Chiapas, 2011) postula che, riprendendo la terra tra il 1994 e il 1998, gli zapatisti hanno avviato un processo di recupero degli ecosistemi, principalmente il sistema alta selva perennifoglia. Ma è danneggiata, “ci vorrà motlo perché torni ad essere ‘montagna’, perché qui per molto tempo ci sono state le mucche”, dice un abitante del municipio autonomo Ricardo Flores Magón.

Tra le cause del deterioramento percepite dagli indigeni ci sono i programmi governativi, come quello della Certificazione dei Diritti Ejidales e di Proprietà dei Casolari Urbani (Procede), Oportunidades e Procampo. Prima arrivano nelle comunità quelli del malgoverno che dicono che bisogna accettare il Procede, che porterà vantaggi e che gli indigeni avranno le loro terre in maniera più sicura. Ma non è vero, perché quando avviene la certificazione arriva gente da fuori e compra le terre, e le comunità devono andare via, e quelli che hanno comperato la terra introducono ecoturismo, biocoyotes, palma africana, e con la terra ormai venduta i popoli non possono fare più niente. Alla fine, col Procede le autorità vogliono mettere in conflitto tra loro le comunità e distruggere l’organizzazione. http://www.jornada.unam.mx/2012/06/03/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 2 giugno 2012

Le comunità si oppongono ai progetti ecoturistici nella Lacandona. Per gli zapatisti, la finalità è spogliarli delle loro terre

  • Analisi della ricercatrice Alicia Gómez della UAM-Xochimilco

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 1º giugno. Come rivela un recente studio, le comunità zapatiste del nord della selva Lacandona, dalla sua resistenza si oppongono ai progetti ecoturistici nella regione, così come alle monocolture ed alle industrie dell’agro-alimentare, agli agenti chimici usati in agricoltura, alla bioprospezione (dei biocoyotes), e percepiscono i programmi sociali del governo come strategie per dividere le comunità ed alienare le loro terre ed i mezzi di sussistenza. Lo studio conclude che i contadini autonomi hanno una chiara coscienza del deterioramento della selva e dell’impegno per la preservazione ed il ristabilimento dell’ecosistema.

No, l’ecoturismo non serve. E’ una bugia che sia di aiuto agli indigeni. Io sono stato a Chajul, per Benemerito de las Américas, dove c’è uno di questi progetti. La gente è proprio fregata, perché non ha più la terra. Dicono che non hanno distrutto la selva, ma non è vero, io ho visto che hanno tagliato molti alberi e quando attraversano la laguna lo fanno con una lancia che sporca l’acqua, e poi quelli che vengono qui per l’hotel si portano via animali e piante. L’ecoturismo è solo per i gringos che stanno col malgoverno, che vogliono portarsi via le ricchezze e le vogliono privatizzare perché non appartenga più alle comunità.

Sulla base di testimonianze come questa, la ricercatrice Alicia Gómez Bonilla, dell’Università Autonoma Metropolitana (UAM) Xochimilco, ha realizzato un’analisi su Visioni e sensazioni sul deterioramento ambientale (2011) delle basi di appoggio zapatiste nel municipio autonomo Ricardo Flores Magón. Dopo diversi anni di osservazione diretta, Gómez Bonilla ha scoperto che per gli zapatisti i problemi ambientali sono causati direttamente o indirettamente dalle politiche governative, e la loro conseguenza è una diminuzione della qualità della vita. Anche che la gestione sostenibile è un punto importante per garantire l’autonomia del municipio zapatista.

Lo studio che si basa sulle percezioni ambientali della società zapatista, e sull’osservazione delle sue pratiche agricole e di relazione con l’ambiente naturale, ha rilevato che la bioprospezione promossa dai conservazionisti di professione della selva, secondo i popoli non apportano niente, rappresentano una mancanza di rispetto ed un furto della conoscenza delle comunità che va solo a beneficio delle imprese farmaceutiche.

Le monocolture spinte dal governo, come le fumigazioni del programma Moscamed, danneggiano la natura; il secondo è stato utilizzato come parte della contrainsurgencia. Anche gli zapatisti ritengono che gli incendi, che negli anni passati hanno colpito la selva, furono provocati dai paramilitari, il governo lì pagò per farlo. L’idea di distruggere la montagna era per lasciare senza risorse le basi di appoggio e indebolire la resistenza. Altri responsabili del fuoco furono i militari che bruciarono la montagna col pretesto di snidare gli zapatisti, scrive Gómez Bonilla.

Un sentimento comune degli intervistati è che è ingiusto incolpare i popoli del deterioramento ambientale. Molti dicono che sono i popoli che distruggono la selva, che tagliano gli alberi, che cacciano, e con questo pretesto vogliono toglierci le nostre terre e mandarci da un’altra parte, ma ai grandi proprietari terrieri non dicono niente anche se sono loro a disboscare la selva, si dice in un’altra testimonianza. Per i contadini adulti, i progetti di conservazione del governo sono una contraddizione, poiché per molti anni hanno promosso il disboscamento.

Un altro problema che documenta lo studio è il deterioramento del suolo per uso agricolo, ed in particolare per l’impiego di sostanze chimiche, che a Flores Magón praticamente non esiste. Gli indigeni all’inizio li rifiutavano perché venivano dal governo, ma col tempo hanno scoperto che era meglio non usarli, danneggiano la terra e ci rendono dipendenti; è come una droga. In quello che risulta essere più di una metafora della politica governativa, uno zapatista dice: I priisti, ogni volta che seminano ne hanno sempre più bisogno. Il contrario dell’autonomia e della sostenibilità. http://www.jornada.unam.mx/2012/06/02/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 1 giugno 2012

Municipi aderenti all’Altra Campagna denunciano aggressioni dei paramilitari

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 31 maggio. I rappresentanti delle comunità in resistenza che fanno parte dell’organizzazione Pueblos Unidos por la Defensa de la Energía Eléctrica (PUDEE), aderenti all’Altra Campagna nel municipio di Tila, Sabanilla, Tumbalá, Yajalón e Salto de Agua hanno denunciato aggressioni dei “i gruppi paramilitari di Paz y Justicia” che operano nella zona nord, in particolare nella comunità di Jolnopá Guadalupe (Tila), guidati da Efraín Encino Parcero, Roberto López Vázquez, Luciano Martínez Encino e Bernardo Encino García, oggi delegati ed attivisti del Partito Verde Ecologista del Messico, in alleanza col Partito Rivoluzionario Istituzionale, al quale prima appartenevano.

Riferiscono che il 7 maggio,  vicino alla casa del menzionato Encino Parcero, un trasformatore ed un cavo che fornisce l’energia elettrica sono brucati a causa di un incidente atmosferico. Da tre settimane siamo senza energia elettrica. Da quella data i nostri compagni in resistenza vengono minacciati e vessati da questi paramilitari. I nostri compagni si sono organizzati riparare il guasto. I paramilitari che non permettono che si facciano le riparazioni, hanno detto alla Commissione Federale dell’Elettricità (CFE) che siamo noi i responsabili, quando in realtà non c’è stato alcun responsabile. I tecnici della CEF sono solo venuti a vedere, ma non hanno eseguito riparazioni.

Il 25 maggio si è presentata una persona della CFE per tagliare il cavo passante di un membro della PUDEE, lasciandolo sul soffitto di una casa, e minacciando di lasciare senza luce i nostri compagni in resistenza e basi di appoggio dell’EZLN adducendo ordini del governo.

La popolazione in resistenza accusa i paramilitari di Paz y Justicia che hanno agito sempre in questa comunità e nella zona nord in complicità con i malgoverni ed i partiti politici. La PUDEE ricorda che questi gruppi sono gli autori materiali ed intellettuali degli omicidi avvenuti nella zona bassa di Tila ed in altri municipi tra il 1995 e 1996, e particolarmente sono quelli che hanno compiuto l’attentato contro la carovana del vescovo Samuel Ruiz, mentre rientrava da una visita pastorale a Jolnopá Guadalupe.

Vengono inoltre accusati di avere diviso la comunità con uno scisma cattolico quando hanno realizzato il tempio di San Pedro sulla strada Tila-Limar. Fanno parte della contrainsurgencia creata dal malgoverni e tentano di impedire la costruzione dell’autonomia dei popoli.

Denunciano che il leader Encino Parcero è commissario della comunità e condiziona le donne che ricevono gli aiuti del programma Oportunidades, mentre si prende gioco di quelli che si oppongono al pagamento dell’energia elettrica. Col proprio funzionario rurale, il gruppo opera congiuntamente con l’autorità municipale, statale e federale.

PUDEE esige dalla CFE il ristabilimento del servizio e l’intervento delle autorità competenti per evitare scontri e che si violi la pace e l’armonia nella comunità. Chiedono il rispetto delle proprie garanzie come indigeni: Solo con l’autonomia dei nostri popoli possono tornare la pace e la tranquillità. http://www.jornada.unam.mx/2012/06/01/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 27 maggio 2012

Le comunità indigene si oppongono al progetto di turismo d’avventura in Chiapas

Hermann Bellinghausen. Inviato. Laguna Miramar, Chis., 26 maggio. La bella e grande laguna che segna il confine con i Montes Azules è la nuova meta degli investitori turistici. Approvato dal Ministero dell’Ambiente e Risorse Naturali e dalla Commissione per l’Ambiente, Risorse Naturali e Pesca del Senato, il progetto Estancias Vivas Natura Miramar contempla la costruzione di alloggi turistici nelle acque della laguna, un hotel che le autorità definiscono turismo alternativo.

Nel progetto ufficiale viene considerato solo l’ejido Emiliano Zapata; sulle sue terre si costruirebbero 11 alloggi doppi e quattro suite, ristorante, bar, uffici, lavanderia e alloggi dei dipendenti. Non tutti sono d’accordo; molti non sono stati nemmeno consultati. Da anni qui esiste un flusso turistico regolare, mai affollato, che non sembra alterare la vita del villaggio. Un maggiore impatto qui, e peggio nel vicino ejido San Quintín, è rappresentato dalla grande base militare, a pochi chilometri dalla laguna.

Emiliano Zapata, Benito Juárez, Nueva Galilea e Tierra y Libertad sono i villaggi intorno a Miramar, anche se solo il primo è legale; i suoi abitanti si considerano i guardiani della laguna, benché anche altri lo siano, come a loro modo gli zapatisti di Nueva Galilea che la difendono senza aiuti del governo né investimenti turistici sempre più numerosi e sempre di più privati.

In una località di isolotti all’interno della laguna, un cartellone esprime la loro opposizione: “Non vogliamo turismo d’avventura. Il governo sta creando turismo d’avventura per l’inferno. Questo progetto è pieno di ladri e sorci. È una campagna di contrainsurgencia e guerra di bassa intensità. Qui vogliamo giustizia, libertà e democrazia. Qui il popolo comanda ed il governo obbedisce. EZLN”.

In un angolo della laguna vivono basi di appoggio zapatiste e dicono di prendersi cura dell’ultimo confine, l’attuale frontiera tra la selva dell’uomo e quella che prescinde dall’umanità nell’alternanza dei secoli. Visto da qui, rappresenta l’ultimo avamposto del Deserto della Solitudine, come lo chiamavano i primi conquistatori; oggi riserva integrale della biosfera o colloquialmente biosfera dei Montes Azules, sia che siano monti, e che siano azzurri. Nel periodo classico maya ci furono città e comunità di agricoltori nel cuore di questa selva oggi riserva, come Tzendales (notevole vestigia archeologica inesplorata, vicino al río Negro), Miramar e, chiaramente, Bonampak all’estremo nord.

Gli investitori promettono agli indigeni il sole, la luna e le stelle sotto forma di infrastruttura per turismo nella natura. Qui dove già ci sono il sole, la luna e le stelle, l’acqua migliore ed il cielo più grande della selva Lacandona, che altro possono offrire albergatori, ristoratori, costruttori, appaltatori, funzionari ambientali ed agrari del settore turistico, senatori, governatori, candidati, televisioni, imbottigliatori, banche? Che cosa meglio di questo?

Alcune comunità sono – e tutte dovrebbero esserlo – guardiane della selva, l’acqua, il territorio e quello che questa contiene ed alimenta, quello che ricevono ogni mattina dalla terra, chiamata Madre nelle quattro lingue maya che sfociano in questa sommità delle valli, convergenza anche delle strade che verso Las Margaritas ed Ocosingo riescono a sembrare carrozzabili. È dove il vivace fiume Perla si unisce al maestoso e calmo, infine navigabile, fiume Jataté, un corso d’acqua imponente che diventa il Lacantún e poi Usumacinta, lontano da quelle giovani cascate incuneate tra Corralito, negli Altos, tra Oxchuc ed Ocosingo.

Emiliano Zapata, sebbene a maggioranza chol, è una delle poche comunità della selva dove vivono anche tzeltales, tojolabales e tzotziles. Una delle più cosmopolite. Gli ejidatarios (non tutti lo sono a Zapata) tendono a criticare i vicini villaggi che non hanno titoli di proprietà, ed in particolare accusano quelli di Benito Juárez di distruggere i boschi ed inquinare il lago. L’imbarcazione di Benito Juárez, una terribile lancia, normalmente usava il motore, ma ora non gli è più permesso. Ora devono remare per raggiungere Zapata, che è la via d’uscita per gli abitanti della riva. O lo era, perché la strada che viene da Amatitlán, a valle di Lacantún, ha già raggiuntoChuncerro, dentro i Montes Azules.

Secondo Cesare, un giovane chol che guida gli inviati di La Jornada per la laguna, l’attuale gestione dei visitatori è razionale, sufficiente e fino ad un certo punto autosufficiente, non ha bisogno di un hotel privato. Chi vuole venire a Miramar, da qualunque parte provenga, viene. Solo alcuni giorni fa sono arrivati 20 visitatori da Comitán e Tuxtla Gutiérrez. Famiglie. Sono arrivati con dei furgoncini e si sono accampati per tre giorni, belli tranquilli. Gringo e francesi arrivano a ondate. Nel periodo delle vacanze si accampano fino a 50 persone o appendono le amache sulla spiaggia. Un turismo modesto, presumibilmente ecologico (più di quello di un hotel), sufficiente per una comunità che mangia della terra e vive circondata dall’acqua, tra due grandi fiumi ed una laguna portentosa.

http://www.jornada.unam.mx/2012/05/27/politica/015n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 26 maggio 2012

La CIDH concede misure cautelari al detenuto Patishtán

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 25 maggio. La Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) ha annunciato il conferimento di misure cautelari urgenti (MC 77/12) in favore del prigioniero di coscienza Alberto Patishtán Gómez, per il grave pericolo che corrono la sua vita e la sua salute a causa del peggioramento di un glaucoma non curato. Questo, mentre aumentano le umiliazioni ed i maltrattamenti contro il professore tzotzil che ora riferisce di essere stato rapato nella prigione di Guasave, Sinaloa, dove si trova da ottobre.

La CIDH ha sollecitato il governo del Messico ad istruire le autorità competenti per realizzare gli esami medici che permettano di valutare la salute del detenuto ed offrirgli il trattamento adeguato.

Da parte sua, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) ricorda che nonostante le riforme all’articolo primo della Costituzione, il governo non rispetta l’obbligo di rispettare, proteggere e garantire i diritti umani riconosciuti dalla Costituzione e dagli strumenti internazionali che ha firmato e ratificato.

Patishtán, aderente dell’Altra Campagna, riferisce in una lettera: Con profondo dispiacere, quando mi tocco la testa rapata, mi rendo conto che le autorità che parlano del rispetto dei diritti umani non fanno altro che demagogia politica per ingannare. Le autorità del carcere di Guasave hanno agito non solo contro la mia volontà ed attentando contro la mia dignità di indigeno ed essere umano, ma anche contro i miei usi e costumi perché da secoli, come indigeni, portiamo i capelli di lunghezza normale per proteggerci durante il lavoro nei campi, ed oggi guardandomi riflesso in un pezzo di lamiera che funge da specchio non ho potuto evitare di versare una lacrima, pensando che la mia famiglia mi vedrà totalmente senza capelli, questo è un ulteriore scherno al quale mi trovo sottoposto come rappresaglia per la lotta che sto sostenendo per la mia libertà. Ancora per quanto, signori governanti, dovremo sopportare queste vessazioni? Non è la giustizia che ho chiesto. Esigo ancora una volta l’immediata liberazione di noi de La Voz del Amate e Solidarios de la Voz del Amate ed il rispetto dei nostri usi e costumi.

Di fronte a questo, il Frayba ha condannato le recenti azioni del governo federale che violano l’accesso alla giustizia e alla difesa del detenuto. Dopo aver dimostrato il suo ingiustificato trasferimento dal Chiapas a Sinaloa ordinato dal segretario di Governo, Noé Castañón León, il Centro ha presentato un ricorso che è stato accolto favorevolmente con l’ordine del suo ritorno immediato nella prigione di San Cristóbal.

Ciò nonostante, il governo federale ha continuato ad ostacolare il ritorno e la liberazione presentato un nuovo ricorso che è stato rimesso al tribunale collegiale di Cancun, Quintana Roo, ‘affinché in aiuto ai lavori di questo tribunale, detto organo giurisdizionale pronunci la sentenza corrispondente’ “. Questo, secondo il Frayba, è un palese impedimento all’accesso alla giustizia del governo federale, in complicità con quello del Chiapas, a danno di Patishtán, che a giugno compirà 12 anni di reclusione.

http://www.jornada.unam.mx/2012/05/26/politica/015n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 26 maggio 2012

Secondo il Consiglio Regionale è falso che il governo proteggerà Wirikuta

Ariane Díaz

Il Consiglio Regionale Wixárika per la Difesa di Wirikuta ha dichiarato che la cessione del lotto minerario di 761 ettari dell’impresa mineraria canadese First Majestic Silver (corrispondente alla concessione di Minera Real Bonanza) al governo federale non rappresenta una soluzione, perché non preserva il territorio sacro huichol, mentre in realtà il progetto di sfruttamento dell’impresa resta intatto nello schema governativo.

In una conferenza stampa ha definito una farsa e una menzogna l’annuncio fatto giovedì scorso dalle autorità federali riguardo la protezione delle terre sacre di questa regione con la cancellazione dello sfruttamento minerario ed il decreto che dichiara riserva mineraria nazionale 45 mila ettari di questo territorio, perché non si cancella il settore minerario nella totalità del territorio sacro di Wirikuta.

L’annuncio, incompleto e pieno di dati falsi che distorcono la realtà del luogo sacro, è solo una strategia per approfittare della copertura mediatica del Wirikuta Fest (concerto che si svolgerà questo sabato presso il Foro Sol, con la partecipazione di numerose band per raccogliere fondi per la difesa legale di questa terra) e dare un’immagine distorta della sua presunta responsabilità sociale.

Inoltre, denuncia che l’identificazione geografica degli altari sacri realizzata dal governo non ha ricevuto il consenso del popolo wixárika né si sono svolte consultazioni con tutte le assemblee e le autorità, motivo per cui hanno respinto i risultati presentati giovedì a solo due dei 27 rappresentanti le autorità del popolo huichol.

Nonostante la grande preoccupazione delle autorità wixárikas per l’annuncio del governo, queste hanno riconfermato l’intenzione di dialogo e di stabilire accordi con lo Stato messicano per la difesa integrale della zona.

Ha spiegato che il lotto minerario ceduto al governo federale, non al popolo wixárika né gli abitanti di Wirikuta, era già stato già offerto dalla compagnia mineraria a gennaio del 2011 ed il popolo non aveva accettato ritenendo che Wirikuta non è composta solo dal il colle Quemado, ma è costituita da almeno 140 mila 212 ettari.

Questa area, dichiara Santos de la Cruz, membro del consiglio, rappresenta solo lo 0,5% della superficie totale del territorio sacro.

Inoltre, il lotto di Real Bonanza è zona sterile senza mineralizzazione economica e parte di una regione che non era nei piani di sfruttamento minerario di questa compagnia. Il progetto di La Luz de First Majestic e Minera Real Bonanza prosegue il suo corso, sottolineano.

Restituire concessioni prive di interesse minerario né economico è la dimostrazione che First Majestic vuole ingannare la società messicana, afferma Rurik Hernández, del Frente en Defensa de Wirikuta. Aggiunge che una delle omissioni dell’annuncio governativo è che il progetto Universo, di Revolution Resources, è ancora vigente.

Attualmente, informano, le imprese minerarie sono attive nella regione in 79 concessioni che abbracciano un’estensione di quasi il 70% del territorio sacro di Wirikuta, che rappresenta circa 97 mila ettari di concessioni, di quali 59 mila corrispondono al progetto Universo.

I rappresentanti del popolo huichol e gli attivisti per la difesa di questo territorio ricordano che l’attività mineraria non si riduce solo allo sfruttamento, ma comprende anche le attività di esplorazione, per cui l’affermazione del governo secondo cui non esistono danni alla riserva è falsa. Sembra ignorare le esplorazioni di molte imprese minerarie, testimoniate e fotografate, e la devastazione delle industrie agricole che il popolo Wixárika denuncia da un anno.

Sulla riserva mineraria nazionale, rilevano che non sono state rilasciate concessioni minerarie; tuttavia, non è una garanzia definitiva che non ci saranno miniere attive in questi 45 mila ettari, segnala Tunuary Chávez, del Fronte.

Mentre le organizzazioni nell’incontro con i media denunciavano l’intenzione del  governo di migliorare la sua immagine, la Segreteria per lo Sviluppo Sociale ha emesso un comunicato sugli aiuti sociali concessi agli abitanti di quest zona.

http://www.jornada.unam.mx/2012/05/26/sociedad/033n1soc

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Ancora Cherán.

Los de abajo

 Ancora Cherán

Gloria Muñoz Ramírez

 Nella comunità purépecha di Cherán, Michoacán, non si smette di trovare i morti. La sua lotta in difesa dei boschi iniziata nell’aprile del 2011, è costata la vita ai comuneros che vogliono difendersi. I falò e le barricate posizionate alle entrate del villaggio continuano ad essere più che necessarie, perché i governi non hanno fatto niente per fermare la criminalità organizzata, dichiarano i membri del Consejo Mayor.

La settimana scorsa la comunità aveva riferito della scomparsa di Jesús Sebastián Ortiz, di 70 anni, uscito di casa per andare nei campi a lavorare e non più tornato. Questo 24 maggio il suo corpo è stato trovato senza vita in località Las Arenas, a nord di Cherán, molto vicino al rancho El Pueclito, villaggio segnalato come uno dei più pericolosi per la presenza dei talamontes.

Anche senza conoscere le cause ufficiali della sua morte, in quanto il corpo in stato di decomposizione è stato consegnato al Pubblico Ministero, le autorità di Cherán anticipano che questo fa parte di una nuova minaccia di azioni violente da parte di gruppi di talamontes e del crimine organizzato. “Quando vedono persone sole non si inteneriscono. Vogliono accrescere la paura affinché interrompiamo le azioni di difesa. Si tratta di un’azione vigliacca di gente cattiva e proprio nel luogo dove è stato trovato Jesús sono caduti altri nostri compagni.”

Nell’aprile del 2011 la comunità di Cherán si armò di pietre e bastoni per frenare il saccheggio dei suoi boschi. Nel febbraio scorso il Concejo Mayor si è insediato ed è diventato il primo governo autonomo riconosciuto dallo Stato di Michoacán.

Solo qualche settimane fa – pochi giorni dopo la festa nella comunità per l’anniversario della sollevazione – in un’imboscata sono stati assassinati altri due comuneros: Santiago Ceja Alonso e David Campos Macías, mentre svolgevano lavori di pulizia e rimboschimento. Nell’imboscata sono rimasti feriti anche Salvador Olivares Sixtos e Santiago Charicata Servín.

La situazione a Cherán esige una soluzione. Se lo Stato messicano ed i governi federale e statale avessero preso in considerazione quello che denunciamo da più di un anno, le condizioni di sicurezza sarebbero molto diverse. Oltre ad occasionali pattugliamenti di corpi misti (convogli di soldati dell’Esercito e di poliziotti federali, statali, municipali e forestali), nessun altro compromesso ha compiuto il governo non ha mantenuto nessun altro impegno e le minacce contro di noi continuano ad essere le stesse, denunciano i comuneros.

losylasdeabajo@yahoo.com.mxhttp://desinformemonos.org

http://www.jornada.unam.mx/2012/05/26/opinion/016o1pol

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 25 maggio 2012

Il Frayba denuncia i reiterati ostacoli del governo alla liberazione di Alberto Patishtán

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 24 maggio. Dalla prigione federale di Guasave, Sinaloa, il professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez ha fatto avere un breve manoscritto in cui denuncia aggressioni alla sua dignità da parte dei suoi carcerieri, che sono arrivati a livelli estremi di umiliazione e maltrattamento che sono davvero troppo perfino per un indigeno rinchiuso da 12 anni in tre prigioni del Chiapas, incatenato per mesi al letto di un ospedale ed ora in punizione in un penitenziario di massima sicurezza a 2 mila chilometri dal suo luogo di origine.

Privato ingiustamente della mia libertà da più di dieci anni, ho cercato di conservare sempre la mia essenza indigena, cosa che non è stata facile. Attualmente, sembra impossibile stante i maltrattamenti che denigrano non solo la mia dignità di essere umano, ma attentano alla mia salute a causa di un tipo di alimentazione che rompe le abitudini che la mia etnia ha cercato di mantenere per secoli, afferma Patishtán.

Il regime alimentare al quale mi costringe l’autorità federale penitenziaria contro la mia volontà, diventa un ulteriore al quale sono sottoposto come conseguenza dell’ingiustizia che riguarda la mia situazione legale. 

Ancora una volta chiede al presidente della Repubblica Felipe Calderón Hinojosa il rispetto dei suoi diritti e chiede la liberazione immediata a nome dei suoi compagni carcerati della Voz del Amate, Solidarios de la Voz del Amate e Voces Inocentes.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) a sua volta denuncia che il governo è tornato ad impedire la liberazione di Patishtán. Ha ricordato che il 29 febbraio a Tuxtla Gutiérrez, il giudice competente aveva accolto il ricorso presentato dai suoi avvocati per essere ritrasferito in Chiapas. Tuttavia Felipe Calderón, attraverso la Segreteria di Pubblica Sicurezza Pubblica Federale, il 3 aprile ha presentato appello per ritardare o annullare il trasferimento.

Insegnante di una scuola primaria pubblica nel municipio El Bosque, nel 2000 “fu coinvolto nell’omicidio di sette poliziotti con un membro delle basi di appoggio dell’EZLN”, ricorda il Frayba. Inspiegabilmente fu condannato malgrado si fosse dimostrato che l’accusatore, il figlio minorenne del presidente municipale, aveva chiaramente mentito, e per questo il giudice assolse il coimputato, ma non Patishtán. 

“Per più di 11 anni di immeritata condanna, Alberto è stato un modello di attivista sociale a favore della causa dei più dimenticati, generalmente poveri ed indigeni. La sua incessante lotta ha permesso la liberazione di centinaia di persone accusate di reati inesistenti o non commessi da loro, ma tutto questo non è bastato ad ottenere la scarcerazione di un uomo innocente, un attivista sociale, un prigioniero politico per il quale Tatic Samuel chiese la liberazione, ed il governatore Juan Sabines Guerrero ha riconosciuto la sua innocenza”, riferisce l’organizzazione civile.

Nel 2010 gli è stato diagnosticato un glaucoma (malattia irreversibile che fa perdere lentamente la vista). La sua situazione di salute si è aggravata per l’assoluta mancanza di assistenza medica all’interno delle carceri in Chiapas. Come punizione per la sua lotta per la sua libertà e la difesa dei diritti umani, il 20 ottobre del 2011, mentre era in sciopero della fame con i Solidarios de La Voz del Amate, è stato trasferito nel carcere di Guasave, su richiesta del segretario di Governo Noé Castañón León, come ha documentato lo stesso Frayba settimane fa. http://www.jornada.unam.mx/2012/05/25/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Martedì 22 maggio 2012

Critiche al progetto di riduzione delle emissioni. E’ un ecocidio che implica lo sgombero forzato e la distruzione di intere comunità

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 21 maggio. Nessun paese in cui è stato introdotto il programma di Riduzione delle Emissioni per la Deforestazione e Degrado delle Foreste (REDD) è stato esente da critiche. In Chiapas si è appena cominciato e popoli indigeni, organizzazioni sociali, alcuni centri di ricerca ed ONG indipendenti si sono riunite per discutere del progetto e della sua gestione, perché questo può distruggere le comunità che vivono dentro la selva, togliere loro il diritto di essere ascoltate e partecipare alle decisioni sul loro territorio, sostiene Ingrid Fadnes, dell’organizzazione norvegese Latinamérika Gruppene (LAG), presente da molti anni in Chiapas, in una ricerca svolta per gli Studi Latinoamericani della UNAM.

Dal 2007 le Nazioni Unite hanno intensificato i programmi per affrontare il cambiamento climatico. REDD è il risultato di questi sforzi. Da quando è stato avviato in paesi in via di sviluppo, secondo diversi rapporti serve solo a far sì che i paesi industrializzati possano comperare “lavarsi la coscienza” e continuare ad inquinare nei rispettivi paesi. Sono indulgenze, ironizza Fadnes.

A dicembre del 2010, il Messico ha aderto al REDD. In Chiapas, uno dei polmoni del pianeta, un milione e 300 mia ettari sono protetti in 48 riserve o Aree Naturali Protette. Circa la metà nei Montes Azules. Ma dentro la selva vive “quello che il governatore chiama anche ‘il nemico del bosco: l’uomo’ che qui sarebbero i popoli indigeni”. Il saccheggio è stato una forma storica per rimuovere gli ostacoli nella selva dichiarata riserva. Oggi, gli unici abitanti legali sono i lacandoni, benché vi vivano anche altri popoli maya. Quando il governatore dice che le future generazioni ringraziano perché potranno vivere della conservazione del bosco, dell’ecoturismo e della produzione di gomma e palma da olio, parla per il suo governo e per i pochi indigeni che beneficiano del progetto, non delle comunità che lottano per mantenere la loro cultura ed il loro territorio, e per seminare le piante native come mais e fagioli.

Sia il Quadro Intergovernativo dei Cambiamenti Climatici (IPCC) sia il documento del governo messicano che prevede il REDD come strategia nazionale, riconoscono la necessità della partecipazione dei popoli indigeni e che siano ascoltati quando si compiono azioni nel loro territorio, ma non è stato così. Ci sono voci molto critiche a livello internazionale. In Messico e Chiapas ci sono organizzazioni e comunità che si oppongono al progetto, mentre alcune comunità indigene hanno accettato di partecipare, cita Fadnes. Tra i primi si trovano i firmatari, nel 2010, della Dichiarazione del Forum dei Montes Azules (30 organizzazioni indipendenti contadine e indigene, università e collettivi); tra i secondi, quasi esclusivamente si trova la cosiddetta comunità lacandona.

Ai concetti governativi secondo i quali il progetto è la soluzione ai cambiamenti climatici, allo sradicamento della povertà in Chiapas e all’incremento dello sviluppo economico dei popoli indigeni, la ricercatrice Ingrid Fadnes contrappone, tra gli altri, le critiche dell’organizzazione Maderas del Pueblo del Sureste, per la quale REDD è un ecocidio, implica lo spostamento forzato e la distruzione dei popoli originari; conviene solo ai paesi ricchi.

L’origine di queste soluzioni si rifà alla rivoluzione verde pubblicizzata come un successo ma che nel tempo ha generato una forte opposizione a causa della distruzione della biodiversità e all’avvelenamento di suoli e acqua attraverso le monocolture e i pesticidi. Sulla stessa linea, all’interno di REDD si programmano piantagioni di alberi della gomma, palma da olio ed eucalipto, monocolture che richiedono grandi quantità di pesticidi e danneggiano i suoli. La rivoluzione verde aveva cercato di rispondere alla domanda di cibo ed ha finito col cercare di controllare la natura, senza considerare le conseguenze per l’ecosistema, la biodiversità, la salute umana ed il lavoro contadino. http://www.jornada.unam.mx/2012/05/22/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 21 maggio 2012

La mercificazione delle foreste è alla base della cacciata delle comunità che vivono nelle foreste in Chiapas

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 20 maggio. Tra i principali motivi economici per ritirare le comunità che vivono nelle foreste c’è la vendita dei bonus per le emissioni di carbonio, sostengono organizzazioni civili appartenenti alla Rete per la Pace Chiapas (Sipaz, Desmi, Frayba ed altre). Nella COP 16 (Conference of the Parties) di Cancun, a dicembre 2010, il Messico era entrato nel programma Riduzione delle Emissioni Prodotto della Deforestazione e del Degrado Ambientale (REDD Plus) la cui idea base è che i paesi pronti o che possono ridurre le emissioni di carbonio che provengono dalla deforestazione devono essere compensati finanziariamente.

In una relazione di 122 pagine, critica nei riguardi del progetto di città rurali e delle politiche ambientali in Chiapas, diffuso questa settimana, gli organismi civili ricordano che  il governatore firmò un accordo con i suoi pari di allora di California, Arnold Schwarzenegger, ed Acre, Brasile, Arnobio Márques de Almeida, e iniziò un mercato di compra-vendita di bonus per le emissioni di carbonio che fa parte del progetto REDD Plus.

Nel 2009 era stato avviato il Programma di Azione Di Fronte al Cambiamento Climatico in Chiapas (PACCCH) con l’appoggio dell’ambasciata britannica, di Conservation International, ONG conservazioniste (che fanno da intermediarie con le comunità) ed istituzioni accademiche come La Scuola della Frontiera Sud, che ha collaborato per implementare il progetto REDD Plus con la Commissione Nazionale Forestale; sebbene recentemente abbia cercato di dissociarsi pubblicamente, non l’ha fatto con sufficiente chiarezza.

Il governatore del Chiapas, sottolinea la relazione, “è convinto che aderire al ‘pagamento per i servizi ambientali’ è un progetto di vita”, e cita il mandatario: I suoi figli e nipoti lo ringrazieranno perché vivranno grazie a questo, riceveranno denaro per prendersi cura dell’ambiente, scommettiamo su di loro che sono piccoli, affinché voi abbiate la certezza di dare da vivere ai vostri figli in futuro, vivranno della conservazione delle riserve, del turismo e della produzione di gomma o palma da olio.

Gli interessi ecologici dei piani di sviluppo implicano la mercificazione delle foreste, per cui le autorità ritengono necessario che le comunità che vivono all’interno delle riserve siano ricollocate o non utilizzino le terre per attività agricole, come succede a El Triunfo, riserva con la quale il governo chiapaneco è entrato nel mercato dei bonus delle emissioni di carbonio. Ma il gioiello di questo mercato, come si vedrà nelle prossime informazioni, sarebbe la riserva dei Montes Azules, nella selva Lacandona.

La relazione della missione della Rete per la Pace rileva: Come è noto, per i popoli indigeni il mais che si coltiva nelle terre chiapaneche da migliaia di anni, ha una grande importanza alimentare e culturale. Tuttavia, uno degli argomenti del governo per conservare la biodiversità è quello di smettere di seminare mais. Il mandatario ha detto che fa molto male al pianeta, mentre la riserva, la grande ricchezza che hanno i suoi abitanti, si esaurirebbe.

REDD Plus promuove la riconversione produttiva affinché i contadini smettano di produrre i propri alimenti, come mais, e coltivino prodotti per combustibili o materiali da costruzione (gomma, palma africana). La vendita di carbonio alle multinazionali che si vuole fare nelle foreste e boschi del Chiapas implica anche lo spostamento delle comunità per portare a termine un altro progetto del governo: le città rurali sostenibili. http://www.jornada.unam.mx/2012/05/21/politica/014n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 16 maggio 2012

■ Dicono che oggi verranno a prenderle e ad ucciderle se non avranno lasciato la comunità

Minacce dei paramilitari alle donne di Cintalapa se non lasceranno le loro case

HERMANN BELLINGHAUSEN

San Cristóbal de Las Casas, Chis., 15 maggio. “I paramilitari hanno minacciato di venire il 16 maggio ad uccidere le compagne che non avranno lasciato la comunità”, denuncia Armando Méndez Núñez, originario della comunità Cintalapa, municipio di Ocosingo, rappresentante di un gruppo di famiglie sfollate dal villaggio da marzo del 2007. Le minacce sono state pronunciate lo scorso 10 maggio da Herlindo López Pérez e Domingo Gutiérrez Hernández, leader priisti membri della Organización para la Defensa de los Derechos Indígenas y Campesinos (Opddic).

“Hanno detto alle compagne che se non lasciano le case, mercoledì arrivano e le portano in montagna per ucciderle”, aggiunge il campagnolo tzeltal, appartenente ad un gruppo di 13 famiglie sgomberate dalla Opddic degli ejidoso Cintalapa e Busiljá, i quali si dichiarano aderenti all’Altra Campagna.

A Busiljá, a luglio del 2011 è stata sequestrata, e risulta ancora desaparecida, la bambina Gabriella Sánchez Morales. L’ultima notizia era che si trovava in condizioni di schiavitú a casa di un altro membro di Opddic, organizzazione indicata come paramilitare in molte comunità della zona nord dello stato e nel nord della selva Lacandona.

Armando Méndez Núñez, lui stesso ex “prigioniero politico”, ha chiesto inoltre la liberazione di Amílcar Méndez Núñez, di Cintalapa, in carcere dal dicembre del 2008, e di Elías Sánchez Gómez, di Busiljá, arrestato a dicembre del 2011. Entrambi si trovano nel carcere  N. 17 di Playas de Catazajá “ingiustamente”, sostiene.

Settimane fa, il 24 marzo, gli abitanti di Busiljá denunciarono che i paramilitari erano “entrati in ogni casa, andando poi fino alla sorgente, ci hanno aggrediti lanciando pietre e ci hanno molto spaventato perché erano armati, indossavano divise e giubbotti antiproiettile.”

Poi sono scesi in strada “con l’intenzione di uccidere qualche autotrasportatore per poi accusare di questo il nostro compagno Elías Sánchez Gómez (padre), ma hanno fermato un veicolo privato su cui viaggiavano dei militari”. I paramilitari “hanno iniziato a sparare ed i militari hanno risposto ferendo un paramilitare, Enoc Gómez Gutiérrez”. Dopo questi fatti, i soldati hanno trovato due armi a canna lunga ed una motocicletta di colore rosso di proprietà dei paramilitari dell’ejido Busiljá.

Le famiglie sfollate avvertono del pericolo che corrono le loro compagne che sono rimaste nelle loro case, chiedono l’arresto dei loro aggressori, saccheggiatori e invasori impuniti da 5 anni, e garanzie per lasciare l’esilio e potere ritornare nelle proprie comunità.

“Chiediamo la punizione dei paramilitare di questi ejidos che sono i responsabili del sequestro e di tutti i reati già denunciati ai pubblici ministeri di Palenque, Ocosingo e San Cristóbal de las Casas”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 14 maggio 2012

ONG presenta le conclusioni di una missione di osservazione in Chiapas nell’ottobre scorso e denuncia un piano di disintegrazione sociale attraverso le città rurali sostenibili

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 13 maggio. Dietro il Programma Città Rurali Sostenibili soggiace un processo di riordinamento territoriale attraverso le strutture dello Stato che risponde ad interessi dettati dagli organismi finanziarie multinazionali al fine di instaurare un nuovo ordine sociale. I governi federale e statale hanno implementato progetti e programmi che in teoria si propongono di sradicare la povertà portando sviluppo presso i villaggi, ma che in pratica sono processi di disintegrazione comunitaria, saccheggio del territorio e sradicamento culturale. Questo processo di sradicamento smantella ogni possibilità per i popoli di riuscire ad esercitare il diritto alla libera determinazione.

Questa è la principale conclusione del rapporto della Red por la Paz Chiapas (formata da nove importanti organizzazioni civili) ed il Colectivo de Análisis e Información Kolectiva (CAIK), prodotto della missione civile di osservazione realizzata nelle città rurali del Chiapas nell’ottobre scorso. Le organizzazioni hanno visitato due città rurali gà abitate (Juan de Grijalva e Santiago El Pinar) ed altre quattro in costruzione o progettate, con lo scopo, affermano, di documentare la situazione attuale in materia di diritti umani nella quale si trova la popolazione direttamente coinvolta nel Programma Città Rurali Sostenibili (Programa CRS) che il governo sta portando avanti nello stato.

Tra le principali conclusioni, la relazione sostiene che nel settembre del 2009 il presidente Felipe Calderón inaugurò la prima città rurale sostenibile del mondo, chiamata Nuevo Juan de Grijalva, entità che, secondo i funzionari, era la risposta finale al binomio povertà-dispersione. Con questo pretesto, e per il fatto che i villaggi ai quali si rivolge il progetto si trovano in zone a rischio, le comunità sono state o saranno ricollocate in città rurali senza essere state adeguatamente consultate. Questa risposta alla povertà nelle campagne, sottolinea la relazione, è stato criticata fortemente dalle comunità che devono essere sfollate, così come da persone ed organizzazioni della società civile. Il primo motivo di queste opere non sembra sempre essere l’attenzione per le comunità, poiché gli interessi delle imprese private svolgono un ruolo importante, così come gli interessi politici dei governi statale e federale. Le testimonianze delle persone colpite raccolte nella relazione, dimostrano i diversi modi in cui il Programa CRS viola diritti umani internazionalmente riconosciuti, tra questi quello alla libera determinazione dei popoli. Le violazioni documentate dalle organizzazioni rivelano che i popoli non hanno partecipato né sono mai stati consultati in nessuna delle fasi del progetto, al contrario, per lo più sono stati sgomberati con minacce di smantellamento delle infrastrutture dei servizi nelle loro comunità o infondendo loro paura a vivere in zone dichiarate a rischio dal governo. Queste violazioni, si aggiunge, non rispettano gli accordi internazionali in materia di diritti umani firmati e ratificati dal governo messicano. La relazione ritiene preoccupante che la capacità collettiva di decidere come organizzarsi, così come qualunque tentativo di costruzione sociale che emani dai popoli indigeni e contadini che differisca dal modello statale, sembrino avere come destino la frammentazione, l’annullamento o la criminalizzazione. http://www.jornada.unam.mx/2012/05/14/politica/018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Los de Abajo

Ancora aggressioni

Gloria Muñoz Ramírez

Nelle ultime settimane si sono acuite le aggressioni contro la comunità di San Sebastián Bachajón, municipio ufficiale di Chilón, Chiapas, appartenente alla regione autonoma zapatista di San José en Rebeldía. Si tratta di un villaggio aderente all’Altra Campagna che ha intrapreso la difesa di un territorio assediato dall’industria turistica perché possiede uno dei complessi naturali più bramati da tutto il paese: le cascate di Agua Azul.

La persecuzione contro i suoi abitanti ha provocato che tre si trovino in prigione per motivi politici nelle prigioni di El Amate, Ocosingo e Catazajá. Inoltre, giorno dopo giorno si aggrava la pressione contro gli ejidatarios. Ne è prova la recente aggressione armata perpetrata dalla Unión Campesina Indígena y Forestal, guidata da Victor Manuel Vázquez López, della coalizione PRI-Verde Ecologista. Secondo la denuncia della comunità, lo scorso 10 maggio è avvenuta un’imboscata da parte di quattro uomini armati che hanno ferito gravemente Javier Pérez Jiménez, di 17 anni.

Che cosa c’è a Bachajón? Una informativa della Red contra la Represión capítulo Chiapas e del Grupo de Trabajo No Estamos Todos spiega che nel marzo del 2008 le compagnie Norton Consulting, INC ed EDSA Construcción proposero di far crescere l’economia nella zona selva del Chiapas attraverso il  turismo. Lo studio, segnalano, “aveva l’obiettivo di sviluppare un piano strategico per identificare spazi e progetti che potevano esaltare l’offerta turistica. La prima tappa del progetto contempla lo sviluppo di una catena alberghiera in stile longe/retreat per trasformare le Cascate di Agua Azul in una “delle esperienze di resort più esclusive dell’emisfero ovest”, basate su quattro concetti di hotels/resorts nei quali investiranno le catene più lussuose del turismo mondiale: hotel boutique esclusivi; lodge/retreal – vicino alle Cascate di Agua Azul -; hotel di catene europee a cinque stelle, resort con hotel, centri conferenze e golf. Gli operatori coinvolti nell’investimento, riporta l’informativa, sono: Luxury Collection, Orient Express ed Arman, che hanno tariffe da 300 a mille dollari a notte per camera. Tra gli hotel europei si distinguono Sonesta, Barceló, Sol Meliá, Kempinsky; oltre a Camino Real, Posadas, Park, Royal, Marriot, Hyatt e Westin.

Il messaggio degli ejidatarios dopo avere denunciato l’imboscata è: “Non tollereremo più repressione ed aggressioni da parte di membri dei partiti… il malgoverno repressore di Juan Sabines controlla la giustizia a suo piacimento per vendetta politica contro coloro che si rifiutano di appoggiare i suoi progetti transnazionali”. http://www.jornada.unam.mx/2012/05/12/opinion/016o1pol

losylasdeabajo@yahoo.com.mxhttp://desinformemonos.org 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 11 maggio 2012

I paramilitari attaccano gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 10 maggio. Elementi di Unión Campesina Indígena y Forestal (Uciaf), affiliati ai partiti Verde Ecologista e Revolucionario Institucional, hanno teso un’imboscata armata contro abitanti dell’ejido San Sebastián Bachajón, provocando un ferito grave, Javier Pérez Jiménez, di 17 anni che, secondo gli ejidatarios dell’Altra Campagna è in coma presso l’ospedale Las Culturas di questa città.

L’aggressione è avvenuta domenica scorsa sul tratto di strada Chilón-Carmen Xaquila, guidata da Víctor Manuel Vázquez López, originario di San José Chapapuyil (tutto questo nel municipio di Chilón) e rappresentante della Uciaf, organizzazione che in precedenza, con il nome di Desarrollo Paz y Justicia, è stata la presenza paramilitare nella zona nord dello stato alla fine degli anni ’90. Gli altri tre attaccanti non sono stati identificati.

Nel villaggio di San José, denunciano oggi gli ejidatarios dell’Altra Campagna, esiste un gruppo di 12 persone guidate da Manuel Vázquez Ruiz, dirigente della Uciaf, con precedenti di partecipazione a diversi atti violenti ed attualmente membri del PRI-Verdi Ecologisti. Sono riconosciuti come i principali agitatori della comunità di questo villaggio, prodotto delle intense campagne di quei partiti politici che li hanno impiegati per molte azioni violente.

Javier e suo fratello maggiore, rimasto illeso, si stavano dirigendo a casa quando improvvisamente, senza motivo, quattro persone  armate sono sbucate dalla boscaglia sparando contro di loro a sangue freddo.

I 29 aprile del 2011 lo stesso Vázquez López aggredì con un coltello Florentino Pérez Gómez, che ha riportato la perdita di alcune parti del corpo conservate ora in un vaso di vetro, raccontano gli indigeni. Al riguardo esiste un mandato di cattura contro Vázquez López ed i responsabili, che però le autorità hanno ignorato.

Pérez Gómez ha chiesto giustizia per quello che gli era successo, ma la giustizia non è mai arrivata, spiegano i querelanti. Anche se persone povere di mezzi, un giorno si sono recate negli uffici della Procura di Giustizia dello Stato, a Yajalón, per sollecitare la collaborazione delle autorità per eseguire il mandato di cattura contro i responsabili. Con loro sorpresa, queste autorità dissero alla famiglia dell’indigeno che ci volevano 6 mila pesos per fermare il responsabile e che la giustizia costava molto.

Gli ejidatarios tzeltales denunciano quali principali responsabili di questa violenza le autorità di giustizia. Avvertono: “Non possiamo più tollerare repressione ed aggressioni da parte di membri di partiti politici”, e concludono: “È chiaro chi sono i responsabili; se l’autorità competente non interviene, lo faremo noi, perché non è la prima volta che siamo vittime dell’ingiustizia con l’unico scopo di disintegrare la nostra organizzazione ed intimorirci per fermare la nostra lotta a difesa delle nostre terre e territori. Questo è un altro esempio che dimostra che sono i partiti politici a generare violenza, scontro e disintegrazione attraverso i loro progetti”. http://www.jornada.unam.mx/2012/05/11/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 9 maggio 2012

Campagna internazionale per la liberazione di Alberto Patishtán e Francisco Santiz López

 Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 8 maggio. Nell’ambito della settimana di lotta mondiale per la liberazione dei prigionieri politici indigeni Alberto Patishtán e Francisco Santiz López, che si svolgerà dal 15 al 22 maggio, per il giorno 18 è annunciata una marcia nel municipio El Bosque, di dove è originario Patishtán, oltre ad un “incontro di voci” ed un meeting nella piazza del municipio con la partecipazione degli abitanti del capoluogo e delle comunità vicine.

Alla convocazione del Frayba e del Movimiento por la Justicia en el Barrio di New York, si sono uniti collettivi e gruppi di Messico, Sudafrica, Brasile, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti ed Argentina pronti a “lottare affinché finalmente, come dice Gaby Patishtán, figlia di Alberto, in un recente videomessaggio, ‘siano liberati i nostri fratelli e sia data giustizia alle nostre famiglie’ “.

La prossima fine settimana a San Cristóbal de Las Casas si terrà un forum contro la detenzione politica e per la liberazione degli indigeni zapatisti ed aderenti all’Altra Campagna, convocato dalla Rete contro la Repressione e per la Solidarietà.

Con altre iniziative, il Movimento delle chiese per la pace il primo maggio ha installato il presidio intitolato “Libertà” nella Piazza delle Tre Culture di Città del Messico ed ha osservato una giornata nazionale di digiuno e preghiera. La Rete di Solidarietà col Messico di Chicago ha iniziato l’invio di lettere di sostegno a Patishtán “per dargli forza e rompere l’isolamento nel carcere in Sinaloa, lontano oltre 2 mila chilometri dalla sua famiglia.”

A sua volta, collettivi di diverse parti del Regno Unito hanno indirizzato una lettera al presidente Felipe Calderón per chiedere la liberazione dei due prigionieri politici indigeni del Chiapas: “Vediamo con preoccupazione e rabbia che in Messico le persone che si organizzano per difendere i propri diritti sono punite. Con la prigione li si vuole condannare all’olbio, al silenzio, alla sottomissione. Da lì ci giungono chiaia la loro voce ed il loro esempio”. Si dichiarano convinti dell’innocenza di Patishtán e Santiz López “perché sono attivisti sociali impegnati e perché questa è stata documentata dagli avvocati e dai centri dei diritti umani.”

Gli attivisti ricordano che Patishtán, in prigione dal 2000, ha fatto della prigione la sua trincea, con dignità sopporta la pena” ed inoltre “ha organizzato altri prigionieri politici per cercare di ottenere la libertà”. Per questo “è stato mandato in diverse prigioni e la sua ‘dimora’ attuale, a Guasave, Sinaloa, gli è stata assegnata come punizione per aver partecipato all’ultimo sciopero della fame intrapreso in Chiapas nel 2011”. Segnalano che il professore tzotzil “è diventato in una figura simbolo per i movimenti sociali”. E’ proprio per la sua degna ribellione che lo Stato messicano si accanisce contro di lui”.

Il “reato” di Santiz López è essere una base di appoggio dell’EZLN. “Per questo è in carcere e non per un presunto reato commesso a dicembre del 2011 a Banavil, Tenejapa. Come è stato dimostrato, non si trovava neppure sul luogo del reato al momento dei fatti”. http://www.jornada.unam.mx/2012/05/09/politica/019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 29 aprile 2012

Profughi zapatisti chiedono di ritrovare il padre

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 28 aprile. Famiglie della comunità tzeltal di Banavil, municipio di Tenejapa, simpatizzanti zapatisti sfollate il 4 dicembre dopo essere state aggredite dai cacicchi filogovernativi a capo di circa 30 persone, chiedono di ritrovare il proprio padre Alonso López Luna e la liberazione immediata di Francisco Sántiz López, base di appoggio zapatista accusato falsamente di aver aggredito gli aggressori mentre non si trovava nemmeno sul luogo dei fatti.

Lorenzo López Girón, figlio del desaparecido, era stato colpito da due colpi di arma da fuoco dai cacicchi del PRI Alonso López Ramírez e Diego Méndez López, ed è rimasto tre mesi in carcere accusato di lesioni. Inoltre, hanno fatto sparire Alonso. “Fino ad oggi non abbiamo nessuna notizia riguardo alle indagini per scoprire dove si trovi”, dicono i familiari che hanno dovuto abbandonare Banavil.

Il 23 dicembre è stato trovato un braccio nell’ejido Mercedes. Il Pubblico Ministero della Procura Indigena l’ha inserito agli atti. “Abbiamo riconosciuto l’arto di nostro padre. Fino ad oggi non sappiamo che cosa hanno fatto gli aggressori col suo corpo ed esigiamo un’indagine per ritrovarlo”. Hanno identificato gli aggressori: López Méndez e Guzmán Méndez, Agustín Méndez Luna, Manuel Méndez López, Alonso e Agustín Guzmán López, Antonia Girón Gómez, Lucía López Ramírez e Antonia López Pérez (di Banavil), insieme a Pablo López Intzin, Antonio ed Alonso López Méndez.

I familiari ricordano che la Giunta di Buon Governo di Oventic ha denunciato che Alonso è stato picchiato quando gli aggressori appartenenti ai partiti politici hanno fatto irruzione nella sua casa il 4 dicembre, e testimoniano: “Abbiamo visto che lo portavano via e secondo la gente di Banavil, lo hanno ammazzato, squartato e nascosto i resti”. Invece, si accusa il desaparecido di avere ucciso Pedro Méndez López, priista, morto nell’attacco.

Il pubblico ministero aveva promesso ai familiari di restituire il braccio ritrovato alla chiusura dell’indagine preliminare, ma avvertono: “Non riprenderemo niente fino a che non ci consegneranno il corpo completo, ne abbiamo il diritto, esigiamo rispetto e la punizione dei responsabili di tutto quello che abbiamo subito”.

Raccontano che il priista Pablo López Intzin “è entrato in casa nostra e con calci e cazzotti ha preso nostro padre Alonso; abbiamo saputo che ora ha paura di finire in prigione ed è scappato al nord lasciando moglie e figli; sa di essere colpevole.”

I familiari di Alonso López Luna (Lorenzo, Petrona, Antonia e Miguel López Girón, María e Petrona Méndez López, e Lucía López Méndez) denunciano che alla vigilia dell’aggressione, il 3 dicembre, i priisti “era già venuti a casa nostra per picchiare Lorenzo, e di questo avevamo avvertito il delegato di Governo che disse che avrebbe avvisato il pubblico ministero e suggerì ‘state attenti e domani vediamo’, ma le autorità non sono state capaci di intervenire per evitare i fatti di sangue.”

Dal luogo in cui sono sfollati, gli indigeni chiedono la libertà di Francisco Sántiz López (base zapatista attualmente in prigione) “che non si trovava nemmeno sul luogo dei fatti”, e ribadiscono: “Non siamo stati noi ad aggredire, sono venuti loro a picchiarci”.http://www.jornada.unam.mx/2012/04/29/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 27aprile 2012

Sul punto di esplodere il conflitto per l’ondata di invasioni di terre a La Garrucha

Hermann Bellinghausen. Inviato. Ocosingo, Chis., 26 aprile. La Giunta di Buon Governo (JBG) El camino del futuro, del caracol Resistencia hacia un nuevo amanecer con sede a La Garrucha, ha denunciato invasioni ed aggressioni in particolare contro il villaggio autonomo Nuevo Paraíso, dove abitanti di Pojkol, Guadalupe Victoria e Las Conchitas (dei municipi di Ocosingo e Chilón) si sono introdotti nelle terre recuperate dalla comunità ribelle “e stanno provocando danni ai nostri compagni”.

I problemi a Nuevo Paraíso, secondo la JBG sono iniziati lo scorso 26 ottobre, “quando abitanti di Pojkol sono entrati nelle nostre piantagioni di caffè per tagliare le piante; erano armati ed hanno sparato diversi colpi di grosso calibro”. Gli invasori hanno danneggiato 3 ettari e sottratto 1.800 chili di caffè. A novembre hanno rubato la milpa del collettivo, 4 ettari che rendono 100 zontes (circa 35 sacchi) di mais.

Il 9 gennaio gli invasori di Pojkol (Chilón) “hanno cominciato a tagliare gli alberi, e questo fino ad oggi”, su terre recuperate “che sono state pagate col sangue dei nostri caduti”. La JBG denuncia come responsabili i dirigenti di questo ejido, Miguel Gutiérrez Feliciano e Domingo Gutiérrez Ruiz.

Anche gli abitanti di Las Conchitas hanno sottratto a Nuevo Paraíso circa 16 ettari di milpa. Il mais rubato “l’hanno venduto in diversi posti”. Il 31 dicembre “sono arrivati sparando ed hanno distrutto tre ettari di piantagione di caffè collettiva”. Il 3 febbraio quelle stesse persone hanno tagliato la recinzione “e tutto il bestiame è scappato”. Il 4 aprile hanno incendiato i pali e si sono portati via 8 rotoli di filo di ferro. “Hanno recintato la sorgente da dove prendiamo l’acqua. Dentro ci stanno mettendo animali morti e biancheria intima femminile. Hanno tagliato le canne ed abbattuto tutti i grandi alberi grandi e seminato milpa. Hanno fatto lo stesso in altre sorgenti”.

Intanto “intrallazzano col governo per legalizzare le nostre terre recuperate. Le hanno invase perché ce le vogliono togliere”.

Gli invasoti di Las Conchitas appartengono alla Asociación Rural de Interés Colectivo-Unión de Uniones (Aric) “storica”, rappresentata da Marcos Gómez Morales, “conosciuto come difensore dei diritti umani”, Plácido, Marcos e Fidelino Gómez Morales, Fidelino Gómez Lorenzo, Carmelino Ruiz Guillén e Reynaldo Morales González (“noto assassino con precedenti penali”, dichiara la JBG).

I filo-governativi di Guadalupe Victoria hanno invaso piantagioni di caffè in novembre ed abbattuto tre ettari. Il 17 marzo hanno distrutto un altro ettaro che appartiene al municipio autonomo Francisco Villa e seminato a milpa. Il 27 marzo hanno invaso sei ettari di pascolo, fumigato con sostanze chimiche rubato la recinzione. Hanno inoltre fumigato un ettaro e mezzo di campo di foraggio. Quello stesso giorno sulla strada che conduce ai campi, cinque uomini armati hanno impedito il passaggio ai contadini zapatisti.

Il 22 aprile, su 16 camion, 119 membri della Organización de Caficultores de Ocosingo (Orcao)  sono arrivati sul terreno recuperato, ora invaso e danneggiato, per programmare un’altra invasione, guidati dai dirigenti Antonio Juárez Cruz e José Pérez.”Stanno registrando la terra recuperata che appartiene ai nostri compagni basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e tra pochi giorni arriveranno i poliziotti a Guadalupe Victoria per provocare i compagni. I dirigenti dell’Aric “storica” sono Marcelo Jiménez Pérez presidente, Julio e Javier Toledo Córdova, sostengono gli invasori di Las Conchitas.

“Vogliamo che il governo ritiri la sua gente che ha organizzato apposta nelle località citate”. Ed avvertono: “Non cerchiamo la morte, ma diciamo chiaro ai malgoverni che se non ci rispettano nemmeno noi lo faremo, cioè se vogliono che si torni a come abbiamo cominciato, dunque l’avranno. Basta di furto di terre, basta con le loro ruberie. Se i governanti non riescono a controllare le loro persone, sono affari loro e la smettano di rubare al nostro Messico. Ya basta”. http://www.jornada.unam.mx/2012/04/27/politica/021n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Intellettuali e organizzazioni mondiali chiedono lo “Smantellamento dei gruppi paramilitari ed il riconoscimento del diritto all’autodifesa di Cherán”


Noam Chomsky, Luis Villoro, Pablo González Casanova, Raúl Zibechi, Javier Sicilia, Adolfo Gilly, John Holloway e James Petras, tra altri, chiedono “la fine della persecuzione contro la comunità”

Desinformémonos


México DF. Intellettuali, organizzazioni, collettivi e centri dei diritti umani nazionali ed internazionali, insieme a centinaia di persone della società civile, chiedono al governo federale e statale la punizione dei colpevole di omicidi, sequestri, sparizioni ed estorsioni commessi a Cherán, Michoacán, “come conseguenza della legittima difesa del territorio e  dellerisorse naturali da parte della comunità.”

Leggere la notizia completa ed il comunicato con le firme

Video:

Cherán, più che mai

Realización: Subversiones Otramérica

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Geografia della Resistenza

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La Jornada – Venerdì 30 marzo 2012

Gli abitanti di Mitzitón ammettono l’errore di strategia

Hermann Bellinghausen

La comunità tzotzil di Mitzitón, a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, che come aderente dell’Altra Campagna si è opposta all’autostrada San Cristóbal-Palenque, in un documento collettivo riconosce di aver commesso errori sorti nella contingenza dello sciopero della fame dell’anno scorso dei prigionieri politici in Chiapas, tra loro “due dei nostri compagni. Come comunità, decidemmo la partecipazione e le autorità si incaricarono di partecipare alle riunioni (con funzionari governativi) e poi informare la comunità”.

Come si ricorderà, il 14 ottobre 2011 fu diffuso un comunicato in cui si ringraziava il governo del Chiapas per la liberazione dei compagni detenuti della comunità di Mitzitón, misura che, attraverso l’intervento della Commissione Statale dei Diritti Umani, provocò una scissione nello sciopero della fame in corso tra settembre e novembre dei prigionieri politici dell’Altra Campagna in tre prigioni chiapaneche.

La comunità sostiene: Questa missiva indirizzata al malgoverno era firmata dalle autorità e dai rappresentanti che in quel momento erano competenti e ne avevano facoltà. Tuttavia, il modo in cui il documento fu firmato fu ingannevole e con mancanza di chiarezza da parte dei pochi rappresentanti nei confronti della comunità e della maggioranza delle autorità; fu un errore e lo riconosciamo. Nei mesi successivi, aggiungono, abbiamo verificato e mantenuto l’unità della nostra comunità parlando tra di noi e con i compagni di altre organizzazioni, mentre quei rappresentanti non sono stati disponibili a chiarire quello che era successo.

Ora la comunità denuncia che questi hanno tradito la fiducia del popolo, perché si sono venduti al malgoverno per ottenere qualche progetto; ancora non sappiamo per quanti soldi hanno venduto la dignità e la lotta di Mitzitón. I rappresentanti ejidali oggi delegittimati sono Manuel Díaz Heredia, Osvaldo Blas Díaz Jiménez, Juan de la Cruz Hernández e Juan Manuel Díaz Jiménez.

Queste persone hanno tradito la resistenza del popolo per pochi pesos, hanno tradito la fiducia che compagni e compagne del Messico e del mondo avevano nel popolo di Mitzitón. Gli indigeni riconoscono il loro errore e che per colpa di queste persone si  interrompesse lo sciopero della fame dei prigionieri politici togliendo forza alla lotta per la loro liberazione. Successivamente abbiamo tenuto assemblee e nominato nuove autorità e rappresentanti che saranno maggiormente controllati dal popolo. E con maggiore chiarezza.

Soprattutto continuiamo la lotta, Mitzitón resiste e non si è venduto. Gli indigeni dichiarano: “Non cederemo e non cadremo nei trabocchetti del malgoverno. Difenderemo la nostra terra ed il nostro popolo. L’autostrada San Cristóbal-Palenque non passerà per le nostre milpas e sulle nostre case. Continueremo in lotta e organizzati insieme all’Altra Campagna, ai compagni zapatisti e a tutti coloro che nel mondo resistono per una vita libera e degna”.

Per confermare che Mitzitón c’è, la comunità ha realizzato un blocco sulla strada che attraversa il villaggio nel quadro della mobilitazione nazionale contro le tariffe dell’energia elettrica lanciata questo giovedì in almeno 11 stati del paese. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/30/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 25 marzo 2012

Avanza l’ecoturismo nella selva del Chiapas che calpesta la popolazione originaria

Hermann Bellinghausen. Inviato Palenque, Chis. 24 marzo. L’ecoturismo avanza nella selva nord del Chiapas e sottomette ai suoi piani la popolazione originaria – perfino quella urbana – a fini commerciali, minacciando la proprietà e l’autodeterminazione comunitaria. E chi esprime critiche od oppone resistenza a queste nuove pratiche turistiche, promosse dalle autorità e dagli investitori, viene espulso da questo mercato che è tradizionale nella zona. Ciò fa sì che gli operatori del settore che sono in disaccordo non osino manifestarlo apertamente.

A Palenque circola un volantino anonimo in cui si dice: “La stagione turistica condiziona l’economia e la assoggetta ad interessi schiavisti, impedendo così la stabilità economica e strozzando con i debiti. L’ecoturismo è utilizzato per comprare le coscienze, identificare gli oppositori ed attaccarli tramite i paramilitari”.

L’ecoturismo, reclamizzato come panacea economica e benefico per l’ambiente minacciato, “è uno strumento politico-economico-militare contro l’autonomia indigena”, si aggiunge nel messaggio. “Si insegna informatica e inglese per ‘civilizzare’ l’agricoltore e trasformarlo in lavoratore dipendente al minimo salariale. Passatempi umilianti, piaceri nocivi, racconti insultanti, ambiente inquinato e profezie televisive sono parte della guerra totale contro di te”.

Bisogna ricordare che la zona nord del Chiapas da oltre 15 anni è lo scenario ricorrente della violenza paramilitare, soprattutto del gruppo priista conosciuto come Paz y Justicia, sebbene periodicamente cambi nome e filiazione di partito. I suoi membri sono stati anche perredisti ed ora una percentuale significativa appartiene al Partito Verde Ecologista del Messico, al quale il tricolore sembra aver ceduto questa zona in vista della prossima tornata elettorale; il candidato a governatore di PRI-PVEM sarà, molto probabilmente, il leader statale dei verdi.

Il turismo non solo esercita nuove pressioni sugli abitanti della selva nord, soprattutto a Palenque ed i vicini Salto de Agua, Playas de Catazajá ed Ocosingo. Le agroindustrie per la produzione di agrocombustibili si sono estese negli allevamenti, sulle piantagioni agricole e terre ejidali. Affittati o venduti, da Palenque fino a Marqués de Comillas, già nella selva Lacandona, migliaia di ettari sono stati riconvertiti in piantagioni di palma africana.

Organizzazioni civili ambientaliste, come Otros Mundos, hanno documentato la “disastrosa” monocoltura della palma, molto diffusa nel municipio di Palenque. Il governo del Chiapas, secondo Otros Mundos (ottobre 2011), obbliga i contadini che accettano il programma di riconversione “a non tagliare la pianta olearia per 25 anni”, e questo “è un modo di rubare la terra all’ejidatario” che non può seminare alimenti né allevare bestiame. “Regala le sue proprietà e ci mette manodopera a basso costo, il governo regala o sovvenziona le piante ed il guadagno se lo portano via le imprese”.

Le piantagioni per il combustibile vegetale del futuro “distruggono boschi, foreste, biodiversità, piante medicinali, fiori ed animali, frutti, legname, fibre, carne, miele, funghi; degrada, erode, inquina ed impoverisce i suoli. Restano solo ‘deserti verdi’ con temperature insopportabili per altre forme di vita”.

Contraddicendo le ottimistiche cifre ufficiali in materia di impiego, Otros Mundos sostiene che non genera molti posti di lavoro, “donne e uomini che lavorano nelle piantagioni passano mesi senza stipendio, senza attrezzi adeguati, in cattive condizioni lavorative e senza assistenza sociale”.

Il governo sostiene che “la palma darà migliori condizioni di vita ai produttori indigeni e contadini, migliori entrate economiche e più posti di lavoro; che con le piantagioni si rimboschisce, si combatte il cambiamento climatico, si recuperano i bacini e non si danneggia l’ambiente”. Ma la riconversione produttiva e le monocolture di palma “non potranno mai essere sostenibili”, sostiene Otros Mundos. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/25/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 24 marzo 2012

I megaprogetti turistici minacciano le aree naturali protette del Chiapas

Hermann Bellinghausen. Inviato. Palenque, Chis. 23 marzo. Un fantasma si aggira nelle regioni indigene del Chiapas: l’espansione territoriale ed economica del turismo transnazionale che pone a rischio la vita produttiva, la cultura maya millenaria e l’ambiente, elementi che la propaganda degli investitori dice, al contrario, di proteggere. L’epicentro dell’imminente riconversione culturale e produttiva si trova a Palenque, ma mira anche alle lagune della selva Lacandona, principalmente Miramar, ancora oggi uno dei grandi prodigi naturali del Messico.

A Palenque gli investitori si fregano le mani. Nonostante i “contrattempi” di ordine sociale che hanno suscitato i progetti e megaprogetti programmati nella regione (espressi nell’opposizione attiva di comunità indigene in resistenza che ne verrebbero colpite) e le  impreviste limitazioni di bilancio imposte dall’attuale governo, si calcola che in due anni, con la notevole zona archeologica come epicentro, questa regione del nord chiapaneco entrerà nel mercato globale – specificamente rivolto al consumatore statunitense – come “destinatario” di primo livello di “avventura” light (tipo Costa Rica).

Durante il governo di Calderón si è proclamato che questi progetti turistici e infrastrutturali faranno esplodere lo sviluppo.

Secondo la testimonianza di un agente turistico di lunga esperienza che ha chiesto l’anonimato, ma che conosco bene, le autorità “vogliono privatizzare le aree naturali protette, e di fatto si sono già insediate qui le segreterie del ministero del Turismo e Ambiente e Risorse Naturali e l’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia, in un progetto che conta sull’appoggio finanziario di agenzie statunitensi come la USAID”.

L’informatore prevede, così come le autorità e gli investitori, la resistenza di abitanti ed operatori del settore dei servizi tradizionali che verrebbero rimpiazzati da una “nuova generazione” di guide, mentre gli autotrasportatori sarebbero dedicati ad un simpatico “treno archeologico” o autobus per il trasporto dei turisti dal nuovo aeroporto la cui costruzione “ora” sembra procedere.

Con questa “fusione” istituzionale si vogliono superare le scomode contraddizioni e confusioni legali tra parco nazionale, zona archeologica e zona turistico-alberghiera. “Ce n’è per tutti”, dice l’intervistato. “Le grandi catene alberghiere costruiranno i loro hotel nelle vicinanze della zona archeologica (a 9 km dalla città di Palenque), con centri commerciali e tutti i servizi”. Questo turismo pre-confezionato prescinderà dai servizi forniti dalla popolazione locale.

Come si è visto in anni recenti, il principale “ostacolo” sono le popolazioni indigene considerate nel progetto (come quelle che vivono ad Agua Azul, Agua Clara o Roberto Barrios), dove gli abitanti sono divisi o in conflitto, alcuni a favore dei progetti, altri che si oppongono.

Nell’area di Palenque ci sono in particolare due proprietà che, rifiutando di vendere, saranno espropriate “a prezzi stracciati”, “e già sono previsti gli interventi della forza pubblica, se necessario, nella comunità indigena El Naranjo, vicina alla zona archeologica; l’altra sono alcune capanne per turisti nell’area protetta”.

Le nuove guide addestrate per questo nuovo progetto di turismo sono state selezionate tra comunità choles, tzeltales e lacandone, tra i gruppi filogovernativi, impedendo che abbiano legami tra loro. La loro formazione omette conoscenze storiche a favore di un “turismo naturale” ed un addestramento “di sopravvivenza” studiato “secondo i gusti dei gringos; gli indigeni vengono perfino nutriti con hamburger Burger King, come se fosse una cosa straordinaria”. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/24/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo

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La Jornada – Domenica 18 marzo 2012

A Tenejapa, Chiapas, arrestato Francisco Sántiz López, base di appoggio dell’EZLN

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 17 marzo. La Giunta di Buon Governo (JBG) Corazón Céntrico de los Zapatistas Delante del Mundo, con sede nel caracol di Oventic, ha denunciato l’arresto ingiustificato di Francisco Sántiz López, base di appoggio dell’EZLN nel municipio ufficiale di Tenejapa, accusato di un crimine successo quando lo stesso Lopez non si trovava sul luogo dei fatti. Il 4 dicembre 2011 era stato fermato a Tenejapa, “accusato falsamente di aver guidato una provocazione in cui era  rimasto ucciso Pedro Méndez López, del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) dell’ejido Banavil”.

La cattura era stata ordinata dai giudici Alonso Méndez Guzmán e Juan Fernando Guzmán López, e da Alonso López Hernández, comandante in seconda della polizia municipale. Priíiti degli ejidos Mercedes, Santa Rosa e Banavil “hanno fatto pressione presso il pubblico ministero per far arrestare definitivamente Francisco, per soddisfare il volere dei cacicchi”. Il detenuto ha rivelato che le autorità gli avevano detto: “Ti teniamo qua un po’ per proteggerti da eventuali aggressioni da parte dei priisti”. È da allora che è rinchiudo “ed ora hanno costruito dei reati contro di lui” riportati negli atti 177/2011.

Secondo queste false accuse, Francisco si sarebbe “trovato in casa di Antonio López Girón insieme a Lorenzo e Pedro López Girón ed Alonso López Luna”, ed ognuno di loro si presume “avevano armi da fuoco”. La JBG ha concluso le proprie indagini ed appoggia le versioni del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) e dei coloni di Banavil che furono aggrediti dai priisti delle comunità citate. Durante i fatti perse la vita Pedro Méndez che, insieme ad una cinquantina di priisti “armati di bastoni, machete ed armi avevano aggredito Alonso, Antonio, Lorenzo e Pedro nelle loro case”.

I López Girón “non sono zapatisti né appartengono a qualche partito politico” ma sono innocenti, sostiene la JBG. Da parte sua, Francisco qualche ora dopo, a Tenejapa, aveva incontrato Petrona ed Anita, figlie di Alonso López Luna. “Anita sanguinava ancora per le bastonate ricevute e dissero che avevano ammazzato il loro papà e che loro erano presenti quando questo è avvenuto ed hanno denunciato gli aggressori al pubblico ministero”. Francisco ha dei testimoni che dichiarano che egli non si trovava sul luogo dei fatti: Diego Girón Hernández, Rosa Pérez Luna, Daniel Pérez Sántiz e María Girón Jiménez, che hanno già depositato le loro testimonianze.

Il Frayba ha raccolto altre testimonianze che confermano l’innocenza degli arrestati. Ciò nonostante, “i giudici, i funzionari e la commissione de diritti umani del malgoverno sono rimasti sordi ed inumani, ed è chiaro che stanno proteggendo e difendendo i veri colpevoli”.

Gli aggressori di Banavil da tempo minacciavano di espellere o ammazzare le famiglie López Girón ed Alonso López Luna, che da allora è desaparecido e si teme per la sua vita, benché le autorità non sembrano stare indagando sul caso.

“I cacicchi di queste tre comunità hanno organizzato la provocazione”, prosegue la JBG. Circa 50 uomini armati “circondarono la casa e tirarono fuori Alonso per picchiarlo. Lorenzo, suo figlio, per difenderlo, fu colpito da colpi di pistola al petto e all’inguine”. In quell’attacco “organizzato dai cacicchi morì uno degli aggressori”.

La JBG chiede la libertà immediata e incondizionata del suo compagno Francisco Sántiz e di Lorenzo López Girón, in prigione da 104 giorni. È stata offerta loro la libertà “pagando una cauzione di 32 mila pesos per l’omicidio e 40 mila per porto d’armi” ognuno. Somme che si rifiutano di pagare “perché il loro arresto è ingiusto”.

La JBG ritiene “insopportabile, inaccettabile ed inumano l’atteggiamento dei giudici, del ministero e dei malgoverni statale e federale, corrotti ed abituati a fabbricare reati e condannare persone innocenti”. Gli attacchi “violenti e assurdi”, conclude, sono contro l’autonomia delle comunità e dei municipi zapatisti; il loro obiettivo è impedire “l’esercizio del nostro diritto all’autonomia ed alla libera determinazione come popoli originari”. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/18/politica/017n1pol

Comunicato della JBG

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Los de Abajo

 Deve essere liberato

Gloria Muñoz Ramírez

 Il professor Alberto Patishtán Gómez, professore tzotzil e membro della Voz del Amate, è stato arrestato in Chiapas nel 2000 e condannato a 60 anni di prigione. Difensore della sua comunità e dei diritti degli indigeni ingiustamente imprigionati, oltre ad essere membro dell’Altra Campagna, lo scorso 20 ottobre è stato ingiustificatamente trasferito in una prigione federale di Guasave, Sinaloa. Da 12 anni gli abitanti della sua comunità, gruppi sociali ed organizzazioni per i diritti umani lottano per la sua libertà.

Il 29 febbraio scorso, il giudice di distretto di Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, ha ordinato il ritorno del professor Patishtán nel Carcere numero 5, con sede a San Cristóbal de Las Casas, a riconscimento dei suoi diritti umani violati. Questo vuol dire che da un momento all’altro l’attivista sociale sarà di nuovo in Chiapas, più vicino ai suoi familiari, ma anche che continuerà a restare in carcere per un delitto che non ha commesso, per essere indigeno e, la cosa peggiore, per essersi organizzato dentro le prigioni per chiedere la sua libertà e quella dei suoi compagni.

Accusato di aver ucciso sette poliziotti a Las Limas (El Bosque), nel giugno del 2000, Patishtán, insieme ad altri detenuti accusati di reati inventati, aveva organizzato scioperi della fame e mobilitazioni internazionali, ottenendo la liberazione di molti di loro. Questo ha fatto sì che improvvisamente lo trasferissero in una prigione federale a 2 mila chilometri di distanza, azione che è stata deplorata dai difensori dei diritti umani del Messico e del mondo, come Amnesty International che ha denunciato che il trasferimento è una rappresaglia per il suo ruolo attivo negli scioperi della fame e nelle rivendicazioni per il rispetto dei diritti umani dei detenuti.

Patishtán apparteneva ad un gruppo di comuneros avversari dell’allora presidente municipale di El Bosque, il priista Manuel Gómez Ruiz, che li teneva sotto minaccia. Il giorno dei fatti, Patishtán si trovava nel municipio di Huitiupan insieme a dei padri di famiglia, perché lì dirigeva una casa d’accoglienza, fatto esposto chiaramente negli atti. La sua liberazione deve essere immediata.

(Circola una campagna di solidarietà con la comunità di San José del Progreso, Oaxaca, dove è stato assassinato Bernardo Vásquez, dirigente della sua comunità contro il progetto dell’impresa mineraria canadese Fortuna Silver Mines, e membro del Tribunale Permanente dei Popoli.Per aderire, scrivere all’indirizzo di posta elettronica: afectadosambientales@yahoo.com.mx)

http://www.jornada.unam.mx/2012/03/17/opinion/017o1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 15 marzo 2012

Funzionari della commissione dell’ambiente minacciano tre comunità dei Montes Azules che hanno una settimana di tempo per abbandonare le terre che occupano; in caso contrario arriverà la polizia

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 14 marzo. Anche se ufficialmente non lo ammettono, funzionari della commissione dell’ambiente hanno ribadito la minaccia di sgombero contro le comunità di San Gregorio, Salvador Allende e Ranchería Corozal, nei Montes Azules, Il direttore regionale, Francisco Javier Jiménez González, ed il direttore della riserva della biosfera, Julio César Romi Cortez, entrambi della Commissione Nazionale per le Aree Naturali Protette, “hanno mandato una persona dell’ejido Candelaria nei tre villaggi per trasmettere il messaggio di questi due funzionari, ovvero: ‘i tre villaggi hanno solo una settimana di tempo, a partire da lunedì 12, per accettare il denaro e lasciare le terre che stanno occupando; in caso contrario, i poliziotti federali e statali sono pronti a cacciarli’ “.

Questo ha denunciato la Asociación Rural de Interés Colectivo Unión de Uniones Independiente y Democrática (ARIC-UUID), alla quale appartengono questi villaggi che si trovano nella cosiddetta zona lacandona, con le cui autorità per i beni comunali sono arrivati ad un accordo diretto, tra comunità, e che ora i funzionari vogliono violentare. Si sa che il governo e gli investitori privati vogliono realizzare progetti turistici e commerciali autorizzati dalla legge dentro la “riserva” della selva. E per fare questo, le popolazioni indigene sono d’intralcio.

Firmata dalla presidentessa della ARIC-UUID, Vicenta Méndez Ruiz Salvador Lorenzo, la denuncia dice: “Dopo più di 35 anni di conflittualità agraria tra i beni comunale zona lacandona (BCZL) ed i tre villaggi collocati in terreni della zona, siamo giunti ad un accordo di conciliazione che ha posto fine al conflitto agrario ed a permesso il riconoscimento da parte dei BCZL del possesso dei terreni dei nostri tre villaggi”.

In conseguenza di questo, le autorità ejidali della zona lacandona “hanno chiesto alla Segreteria della Riforma Agraria che, come stabilito dalla legge agraria, articolo 93, procedesse ad espropriare i loro terreni e consegnarli ai fratelli tzeltales e tzotziles dei tre villaggi”.

I due gruppi “abbiamo proceduto congiuntamente per avere giustizia, ma fino ad ora abbiamo trovato solo omissioni e minacce di sgomberare i tre villaggi”. L’ultima, riferiscono, “è arrivata l’11 marzo”.

Di questa, “illegale secondo gli articoli 1, 2 e 27 della Costituzione Politica”, l’ARIC-UUID ritiene responsabili i segretari federali del Ministero dell’Ambiente e Risorse Naturali e della Riforma Agraria, il delegato nazionale per le Aree Naturali Protette, ed in generale lo Stato messicano, per “le azioni che hanno compiuto, come le minacce e le omissioni nelle quali sono incorsi non rispondendo alla richiesta di regolarizzazione attraverso l’esproprio agraria, come previsto dagli accordi raggiunti”.

L’organizzazione dichiara: “Non permetteremo più lo sgombero, il diritto e la ragione sono dalla nostra parte come popoli indigeni e secondo i nostri diritti umani. Inoltre, ricordiamo loro, siamo discendenti ed eredi del popolo maya che ha abitato e vissuto su queste terre da prima della colonizzazione”. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/15/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Martedì 13 marzo 2012

Il Frayba ed i familiari chiedono la liberazione immediata del professore tzotzil Alberto Patishtán

HERMANN BELLINGHAUSEN

Con l’eccezionale sostegno di più di 60 organizzazioni, comitati e commissioni indipendenti per i diritti umani di tutto il paese, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) ed i familiari del professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez questo lunedì hanno chiesto la liberazione immediata del forse più importante prigioniero di coscienza del paese. Hanno inoltre comunicato che il 29 febbraio scorso Patishtán ha vinto un ricorso per essere riportato a San Cristóbal de las Casas.

Hanno denunciato che il governo del Chiapas è responsabile della “punizione” inflitta al docente ed attivista indigeno, che dopo 11 anni trascorsi nelle prigioni statali scontando una condanna a 60 anni, è stato trasferito per punizione alla lontana prigione federale di Guasave, Sinaloa. Questo, per uno sciopero della fame dei detenuti dell’Altra Campagna in tre prigioni chiapaneche, del quale era portavoce. Le organizzazioni sostengono che le autorità statali volevano spedirlo alle isole Marías.

“Il governo del Chiapas ha sempre negato di aver chiesto questo trasferimento” segnalano. “Tuttavia, nelle carte del ricorso appare chiaramente che il segretario generale di Governo, Noé Castañón León, sollecitava il suo trasferimento ‘al complesso penitenziario isole Marías o ad altro centro penitenziario fuori dal Chiapas’, mostrando chiaramente l’intenzione di allontanarlo dalla degna lotta per la sua libertà”.

Ricordano che “come punizione per questa lotta e per difendere i diritti umani, il 20 ottobre del 2011, per uno sciopero della fame della Voz del Amate e dei Solidarios de La Voz del Amate in Chiapas, è stato trasferito al Centro Federale di Reinserimento Sociale numero 8 di Guasave, dove si trova attualmente”.

In conferenza stampa, con la presenza , tra altri, del direttore del Frayba, Víctor Hugo López, e della figlia del professore, Gabriela Patishtán, avvocatessa, è stato diffuso un pronunciamento in cui si sottolinea: “Questo caso è un chiaro esempio del grave problema nell’amministrazione della giustizia in Messico”. L’arresto risale al 19  giugno 2000, “condannato a 60 anni con l’accusa di imboscata ed omicidio di poliziotti del municipio di El Bosque”.

Oggi è stata decretata la sua innocenza. Durante la sua detenzione, “Patishtán ha sempre partecipato attivamente alla vita politica del suo municipio”, e denunciato la corruzione dell’allora giunta, sollecitando le dimissioni del sindaco “e la creazione di un consiglio municipale”, raccontano gli organismi dei diritti umani.

In quegli anni era in auge la contrainsurgencia del governo federale e del governatore Roberto Albores Guillén, proprio in questo municipio, dove nel 1998 soldati e poliziotti misero a ferro e fuoco il municipio autonomo zapatista San Juan de la Libertad, imponendo un sindaco priista complice di molti delitti. Il massacro di poliziotti del quale Patishtán è unico accusato non è mai stato chiarito in maniera soddisfacente. Come neppure il massacro precedente di zapatisti e perfino priisti.

Sottoscrivono il documento il vescovo Raúl Vera, Javier Sicilia, Gustavo Esteva, Magdalena Gómez e decine di altre persone, insieme a numerose organizzazioni nazionali e di una decina di paesi che dicono di unirsi alla “degna lotta” di Patishtán. “Dalla prigione ha lavorato per la difesa dei diritti delle persone private della libertà, denunciando le violazioni delle garanzie che avvengono nel sistema penitenziario in Chiapas”, sostiene la denuncia collettiva.

Il 29 febbraio, il giudice di distretto di Tuxtla Gutiérrez, “ha ordinato il ritorno di Patishtán nel Carcere N. 5 di San Cristóbal de Las Casas, dove si trovava prima”. Questo, “in restituzione dei suoi diritti umani violati”.

Il pronunciamento conclude: “Per la sua azione politica prima della sua detenzione e per la sua difesa dei diritti umani è un prigioniero politico, per questo chiediamo al governo messicano la sua immediata liberazione”. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/13/politica/016n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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ROBERTO BARRIOS

DIFENSORE DELLA RIFORMA AGRARIA

Gloria Muñoz Ramírez

Nell’ottobre del 1991, nello sprint finale dei preparativi per lo smantellamento delle conquiste rivoluzionarie plasmate nell’articolo 27 della Costituzione, il settimanale Punto mi mandò ad intervistare Roberto Barrios Castro, capo del Dipartimento dell’Agricoltura all’epoca del presidente Adolfo López Mateos (1958-1964). Si trattava di conoscere la sua opinione sulla fine della ripartizione agraria, al quale si era dedicato durante quell’amministrazione, ed è così che il suo nome arrivò in Chiapas, e sull’inizio della privatizzazione della terra. Venti anni dopo, tra i ruderi apparve un libro intitolato El hombre es la tierra [L’uomo è la terra – n.d.t.], dedicato da Roberto Barrios a quell’autunno. E’ da allora che ho potuto vincolare questo ex funzionario pubblico al nome della comunità zapatista del nord del Chiapas in cui si trova uno dei cinque Caracoles, sedi del governo autonomo dell’EZLN. In quell’ottobre fui accolta da un signore ultraottantenne che sarebbe poi scomparso proprio nel 1994, a 86 anni. Due anni dopo la riforma al testo originale dell’articolo 27, relativo alla proprietà della terra e delle risorse naturali promossa dall’allora presidente Carlos Salinas de Gortari, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) sarebbe stato protagonista di un’insurrezione che aveva come uno dei suoi assi principali la difesa della terra. Questo, esattamente 18 anni fa; e la riforma ha compiuto venti anni lo scorso 6 gennaio, data in cui il decreto fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Le conquiste agrarie promosse dal Movimento Zapatista del 1910 erano plasmate nell’articolo 27 della Costituzione nata da un processo rivoluzionario. Insieme all’articolo terzo, relativo all’educazione, ed al 123, dedicato al lavoro, rappresentava la conquista più significativa della rivoluzione dell’inizio del secolo XX. Poco o nulla resta ormai di questi tre commi. Nel libro El hombre es la tierra, scritto nel 1966, Roberto Barrios, che fu anche segretario generale della Confederación Nacional Campesina (CNC) e del Sindacato degli Insegnanti, oltre che deputato e dirigente Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), rileva: “Il problema agrario in Messico ha profonde radici storiche che si manifestano in maniera graduale fino a prendere corpo in tensioni e conflitti sociali che spesso hanno portato a ribellioni ed importanti movimenti armati …nel divenire storico, il Messico ha imparato che il diritto alla terra e alla libertà sono concetti e realtà in mutua relazione. La libertà del messicano è in rapporto diretto con il possesso della terra, fatto dimostrato con l’analisi della struttura agraria durante la Colonizzazione, l’Indipendenza e la Rivoluzione del 1910”. Non sappiamo cosa possa aver pensato dell’insurrezione del 1994, ma nelle sue dichiarazioni del 1991 alla rivista Punto denunciava chiaramente che la ripartizione agraria in Messico non era conclusa e che c’erano ancora terre da distribuire, e difendeva in ogni momento la validità dell’articolo 27. “I nostri popoli indigeni assegnavano alla terra una funzione sociale, imponendo obblighi verso la società a chi traeva benefici dal suo sfruttamento. Questa struttura dei popoli autoctoni non era motivata da scopi economici – avevano poca popolazione e molto territorio – ma, piuttosto, era la base della loro organizzazione sociale. Così facendo, arrivarono al nocciolo della questione: impedire che la terra in sé avesse un fine commerciale, riconoscendo il lavoro dell’uomo come vero valore”.

Nei momenti precedenti l’inizio della privatizzazione della terra in Messico, Roberto Barrios riaffermava nell’intervista quanto scritto nel libro El hombre es la tierra: “La commercializzazione illimitata della terra e la libera appropriazione delle nostre risorse sono contrari al benessere collettivo ed allo sviluppo economico”. Originario di Atlacomulco, Stato di México, culla di priisti di dubbia reputazione, Roberto Barrios è stato insegnante delle elementari prima di iniziare la carriera  politica. La sua passione era la riforma agraria ed al suo passaggio per l’allora Dipartimento dell’Agricoltura  stabilì le fondamenta dell’attuale Segreteria della Riforma Agraria. Fondatore della Lega delle Comunità Agrarie, Barrios Castro figura come uno degli uomini illustri di Atlacomulco, nei cui registri spicca la sua opera come scrittore ed intellettuale: “Scrisse poesie e tenne conferenze sul tema della riforma agraria, materia nella quale era un’autorità indiscussa. Scrisse e pubblicò diversi libri, tra i quali: Seis años de política agraria del presidente Adolfo López Mateos (1958-1964); El hombre es la tierra (1966), che tratta della riforma agraria nel mondo; El Istmo de Tehuantepec en la encrucijada de la historia de México (1987); México en su lucha por la tierra. De la Independencia a la Revolución (1987) e Vientos y sombras (1991). Scrisse articoli per El Sol de México e per alcune riviste a carattere storico e letterario. Fondò l’Associazione Nazionale dei Maestri in Pensione Lauro Aguirre AC”.

In Chiapas alcune comunità portano il suo nome. C’è, ovviamente, la comunità zapatista della zona nord, sede del CaracolQue habla para todos” e della Giunta di Buon Governo “Nueva Semilla que va a Producir” (il nome non gliel’hanno dato gli zapatisti). C’è un’altra comunità Roberto Barrios a Marqués de Comillas, vicino alla frontiera, che nel passato è stata legata agli affari del narcotraffico. Ed un altro nel municipio di Mapastepec, sulla costa. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/10/ojarasca179.pdf

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 25 febbraio 2012

Una delegazione spagnola della Confederazione Generale del Lavoro (CGT) visita i detenuti zapatisti e dell’Altra campagna

Hermann Bellinghausen

Dopo la visita in Chiapas ai detenuti zapatisti e dell’Altra Campagna, una delegazione spagnola della Confederazione Generale del Lavoro (CGT) ha dichiarato di aver constatato il loro eccellente stato d’animo, nelle circostanze in cui sopravvivono, e la loro ferma determinazione collettiva di continuare a resistere alla loro ingiusta detenzione che si inserisce nei progetti predatori del governo di Juan Sabines Guerrero.

La delegazione della CGT ha visitato le prigioni numero 5 e 14, a San Cristóbal de las Casas e Cintalapa, dove hanno trovato impressa l’impronta del professor Alberto Patishtán Gómez, prelevato all’alba del 20 ottobre 2011 in pieno sciopero della fame per essere trasferito nella prigione federale di Guasave, Sinaloa, ad oltre 2 mila chilometri dal Chiapas. Questo fatto, che rappresenta un grave attentato alla libertà di espressione di Patishtán ed una violazione della legislazione vigente, non ha sconfitto la sua resistenza.

Gli attivisti spagnoli rilevano che, mentre i compagni della prigione 5 li ricevevano per festeggiare il terzo compleanno di Leonardo, figlio di Rosa López Díaz ed Alfredo López Jiménez, nella prigione 14 è stato permesso loro di parlare con i detenuti solo in parlatorio.

Nella stessa prigione 5 hanno incontrato Francisco Santiz López, base di appoggio zapatista, e Lorenzo López Girón, simpatizzante zapatista ferito da pallottole ed ospedalizzato in carcere. Francisco e Lorenzo hanno espresso alla delegazione la speranza che il loro caso si risolva, ma sempre inserendolo nel contesto ampio della guerra contro le comunità zapatiste. Entrambi sono stati arrestati lo scorso 4 dicembre sulla base di prove false, dopo un’aggressione di priisti a Banavil (municipio di Tenejapa).

I detenuti hanno incentrato le loro recenti denunce sull’allarmante negligenza medica delle autorità. Oltre al costante attentato alla salute, sono in condizioni di sovraffollamento e subiscono continui abusi che restano impuniti, e che sono proprio i detenuti e gli attivisti sociali a combattere questo stato di cose.

La delegazione ha visitato anche la prigione 14 (El Amate) per solidarizzare con Enrique Gómez Hernández, Solidario de la Voz del Amate, e Miguel Demeza Jiménez, aderente all’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón, che insieme a Miguel Vázquez Deara, nella prigione 16 di Ocosingo, è protagonista de conflitto turistico ed agrario di Bachajón. Ma le coordinate di guerra non si interrompono lì, perché quella che Sabines ha scatenato in Chiapas vuole spegnere i focolai di resistenza in tutti gli strati della società, in particolare vuole minare l’autonomia zapatista. E riferiscono che, come hanno detto gli stessi zapatisti, i fatti della propaganda governativa sono solo immondizia. http://www.jornada.unam.mx/2012/02/25/politica

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 23 febbraio 2012

Il professor Patishtán chiede al governatore Sabines di mantenere la parola data di liberarlo e ritiene il suo trasferimento nel carcere di Sinaloa “la punizione per aver chiesto giustizia”

Hermann Bellinghausen

Il professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez, prigionieri politico della Voz del Amate e aderente all’Altra Campagna dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), in carcere da 12 anni –e che qualche mese fa è stato trasferito dal Chiapas al Carcere No. 8, chiamato Norponiente, a Guasave, Sinaloa–, accusa il governatore del Chiapas, Juan Sabines Guerrero, di non mantenere il suo impegno di intervenire per la sua liberazione presso le autorità federali.

“A quasi due anni da quando il governatore del Chiapas dichiarò pubblicamente la mia innocenza e si impegnò a liberarmi, questo impegno è rimasto solo nelle parole e non nei fatti”, sostiene il prigioniero di coscienza e difensore dei diritti umani della popolazione carceraria.

“Questo è avvenuto durante la sua visita all’Ospedale Vida Mejor dove ero ricoverato a causa del mio glaucoma”. Il fatto fu ampiamente reclamizzato dallo stesso governo chiapaneco. Nonostante questa dichiarazione – aggiunge il docente indigeno – “e la mia malattia agli occhi, sono stato vittima di un trasferimento a Guasave dopo che i detenuti della Voz del Amate e Solidarios de la Voz del Amate abbiamo dichiarato lo sciopero della fame, digiuno e presidio allo scopo di chiedere giustizia per la nostra ingiusta detenzione”. Ovvero, è stato punito per aver protestato.

Patishtán, portavoce della protesta durata 39 giorni tra settembre e novembre 2011, ha subito un “trasferimento violento” il 20 ottobre. “Attualmente, dopo quattro mesi dal mio trasferimento, il medico del carcere e le autorità hanno ignorato la mia malattia e l’assistenza e la situazione ora è critica e rischio di perdere la vista da un momento all’altro”, e ritiene responsabili anche le autorità federali.

Inoltre, chiede loro “di prendere posizione” ed esorta il presidente della Repubblica, Felipe Calderón Hinojosa, a concedergli “la libertà immediata e incondizionata, congiuntamente con i detenuti solidali della Voz del Amate, ingiustamente detenuti”.

Il professore, accusato falsamente di aver compiuto da solo un massacro di poliziotti nel municipio di El Bosque, Chiapas, nel 2000, fatto per il quale è stata pienamente provata la sua innocenza, nonostante la condanna, dichiara: “Le morti di innocenti, le sparizioni e le ingiuste detenzioni in Messico non cessano; attualmente vediamo solo le innumerevoli violazioni dei diritti umani da parte delle autorità federali e statali, e la cosa più triste, deplorevole, crudele e inumana è quando vengono violati i diritti di un detenuto innocente ed ammalato”.

La sventura di Patishtán è che è servito da capro espiatorio per non indagare a fondo su quei gravi fatti avvenuti sulla strada El Bosque-Simojovel. Se sarà liberato, le autorità dovranno indagare nuovamente sui veri colpevoli di quel massacro; questo metterebbe in dubbio l’ex governatore Roberto Albores Guillén, allora mandatario del Chiapas ed attualmente alleato politico di Sabines Guerrero. Sarebbe evidente che questo è un crimine non risolto e dal quale non sono mai state chiaramente definite le responsabilità delle autorità statali di allora. http://www.jornada.unam.mx/2012/02/23/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, 22 febbraio 2012

Comunicato Stampa No. 02

La Suprema Corte di Giustizia della Nazione, il cinismo dell’impunità per il Massacro di Acteal

  •  La Suprema Corte di Giustizia della Nazione ordina la scarcerazione di altre sei persone riconosciute come autori materiali del Massacro di Acteal
  • La Suprema Corte di Giustizia della Nazione, di fatto, nega che il Massacro di Acteal sia mai avvenuto

Di fronte alle recenti scarcerazioni di sei autori materiali del Massacro di Acteal, questo Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) conferma la complicità della Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) nel proteggere chi è stato protagonista nel nostro paese di crimini di lesa umanità. In questo modo, le sentenze emesse dalla SCJN affrontano requisiti di forma senza indagare il caso, perpetuando l’impunità per i responsabili materiali e intellettuali di questo crimine di Stato avvenuto il 22 dicembre 1997.

Le sei persone rimesse in libertà lo scorso 1° febbraio con il riconoscimento di innocenza, hanno ricorso in appello che la SCJN ha concesso senza discutere né tenere in considerazione che le persone erano state indicate come autori materiali del massacro, fatti per i quali erano state condannate a 36 anni di prigione, secondo l’atto di procedura penale No. 224/1997, per i reati di Omicidio Aggravato, Lesioni Aggravate, Porto d’Armi senza licenza e di uso esclusivo dell’Esercito e Forza Aerea; i rilasciati sono: Juan Sántiz Vázquez, Lorenzo Gómez Jiménez, Mariano Pérez Jiménez, Agustín Pérez Gómez, José Ruiz Tzucut e Bartolo Luna Pérez. Con questa azione, degli 87 processati come autori materiali, la SCJN ha ordinato, fino ad ora, la liberazione di 50 responsabili, solo 28 persone restano in prigione poiché altre sei erano state assolte dall’inizio dei processi dai giudici federali, due liberate per ragioni umanitarie ed una deceduta durante il processo.

Le vittime e sopravvissuti del Massacro di Acteal hanno ripetutamente denunciato che le persone beneficiate dalla decisione della SCJN – i cui appelli sono stati sostenuti dal Centro di Ricerche e Docenza Economiche (CIDE) – sono tornate gradualmente nei loro luoghi di origine causando tensione, insicurezza nella comunità e re-vittimizzazione delle persone colpite, quale visibile realtà che contrasta con le azioni reclamizzate dal governo dello stato del Chiapas circa la prevenzione del possibile ripetersi di tali atti.

D’altra parte, si conferma che i governanti in Messico hanno procurato ed approfondito l’impunità per i fatti del Massacro di Acteal, poiché hanno impedito di denunciare i responsabili intellettuali del massacro, tra i quali figurano, l’ex Presidente della Repubblica Ernesto Zedillo Ponce de León che per le sue funzioni di Comandante in Capo delle Forze Armate Messicane, [1] aveva la responsabilità di organizzare, equipaggiare, addestrare e gestire le Forze Armate come stabilito dalla relativa legislazione [2]. Inoltre questo significa che la SCJN nega ed occulta, nei fatti, che il Massacro di Acteal sia avvenuto come parte della diffusa strategia di contrainsurgencia che dal 1994, realizza azioni in Chiapas.

Ernesto Zedillo, in qualità di Comandante in Capo delle Forze Armate, guidava la catena di comando e sotto i suoi ordini agivano altre autorità coinvolte, pertanto ribadiamo che, trattandosi dell’esecuzione di una strategia di guerra, è innegabile che fosse a conoscenza e fosse responsabile delle diverse operazioni militari contro la popolazione civile.

In questi anni, le persone sopravvissute al Massacro di Acteal, l’Organizzazione Società Civile Las Abejas di Acteal e questo Centro dei Diritti Umani, hanno chiesto indagini e la punizione degli autori materiali ed intellettuali, tuttavia, a 14 anni e due mesi da questo crimine di lesa umanità, è evidente l’insabbiamento da parte dei diversi poteri dello Stato messicano che tergiversano ed impediscono di far luce sui fatti affinché si conosca la verità storica e siano applicati i principi etici di giustizia in questo paese.

Infine, il Frayba conferma il suo impegno di continuare ad accompagnare i popoli e le organizzazioni che nella memoria storica costruiscono alternative di giustizia e risarcimento, che ricostituiscono il tessuto sociale delle comunità che sono state violentate dalle politiche di Stato.

 

Seguiamo l’esempio dell’Organizzazione Società Civile Las Abejas di Acteal sulla strada che hanno percorso costantemente per consentire che la verità, la giustizia e la pace siano possibili e costruite da e per i popoli contro la complicità delle strutture dello Stato messicano in questa strategia di guerra contro la popolazione civile organizzata, oggi generalizzata.

——

1 Art. 89 sezione VI della Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani; Art. 11, 13 e 17 Legge Organica dell’Esercito e Aereonautica dell’Esercito Messicano.

2 Manuale di contrainsurgencia Piano della Campaña Chiapas ’94 della Segreteria della Difesa Nazionale (Sedena).

Comunica con noi via Skype: medios.frayba
Gubidcha Matus Lerma
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(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Honduras: Solidarietà e unità di lotta nel Bajo Aguán

Positivo l’Incontro Internazionale per i Diritti Umani e contro il modello di sfruttamento

di Giorgio Trucchi – Rel-UITA
Martedì, 21 Febbraio 2012

Con l’obiettivo di denunciare e dare visibilità alla grave situazione di violenza e violazione dei diritti umani e impunità nel paese e nel Bajo Aguán, solidarizzare con le vittime della repressione e scambiare esperienze per trovare strategie comuni di lotta, dal 16 al 20 febbraio la città di Tocoa, Colón, ha ospitato l’Incontro Internazionale per  diritti umani in solidarietà con Honduras, convocato dall’Osservatorio permanente dei diritti umani ad Aguán e da un nutrito gruppo di organizzazioni nazionali ed internazionali.

Galleria fotografica martiri del Aguán
Galleria fotografica repressione militare
Galeria fotografica apertura dell’Incontro

Per quattro giorni gli oltre 1.200 delegati e delegate provenienti da tutto il territorio honduregno e da diversi paesi del mondo, hanno potuto conoscersi, analizzare ed effettuare scambi sulla crisi dei diritti umani che vive il paese, in modo particolare il Bajo Aguán.

Hanno inoltre condivisero le strazianti testimonianze delle vittime della persecuzione e della repressione, così come le diverse forme di lotte delle organizzazioni contadine che chiedono l’accesso alla terra e il diritto alla sicurezza alimentare rispetto al modello della monocoltura predatore e sfruttatore, finanziato dagli organismi finanziari internazionali.

“La solidarietà internazionale ha risposto in massa all’appello. Ora ci resta la sfida di continuare a tessere questa articolazione solidale ed avanzare fino ad arrivare ad un movimento internazionale contro il golpismo, la violazione dei diritti umani e l’impunità”, ha detto a Sirel, Bertha Cáceres, coordinatrice del Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell’Honduras (COPINH).

Durante l’Incontro, in alcuni insediamenti contadini si sono svolti laboratori tematici di genere, sull’infanzia e popoli indigeni e discendenti afro.

“Il risultato ha superato ogni aspettativa. La presenza di un centinaio di delegati e delegate internazionali e più di trenta giornalisti stranieri ci incoraggia e ci dà molta speranza per il futuro”, ha dichiarato Caceres.

Ci sono stati anche momenti molto commoventi, come per esempio l’omaggio reso alle vittime e martiri del Bajo Aguán e le testimonianze dei sopravvissuti. In poco più di due anni sono 45 i contadini organizzati che hanno perso la vita nell’ambito del conflitto agrario in questa regione.

“E’ stato un momento straziante. Sui volti dei parenti delle vittime si percepiva la necessità di giustizia ed il senso di impotenza. La sfida ora è canalizzare e trasformare il dolore in lotta”, ha affermato la dirigente indigena.

Per Esly Banegas, dirigente del Coordinamento delle Organizzazioni Popolari dell’Aguán (COPA), l’Incontro ha permesso di smascherare l’ipocrisia del regime.

“Vogliono far credere a livello internazionale che, solo per avere firmato accordi con qualche gruppo di contadini, il conflitto nel Bajo Aguán sia risolto. Sappiamo che non è così e che il regime continua la sua politica di violenza e terrore.

Dobbiamo continuare a dare visibilità a quello che sta succedendo nella regione, moltiplicando la solidarietà, combattendo l’impunità, promuovendo l’unità”, ha detto la presidentessa della sezione di Tocoa del SITRAINA, che ha ringraziato la presenza della Rel-UITA all’Incontro e la copertura garantita al conflitto nel Bajo Aguán.

A conclusione delle attività, il comitato organizzatore ha reso nota la Dichiarazione Finale l dell’Incontro, nella quale si chiede, tra le altre cose, una soluzione definitiva del conflitto agrario nel Bajo Aguán “senza negoziati indegni di compravendita della terra”.

Si chiede inoltre la libertà immediata del prigioniero politico del Movimento Contadino dell’Aguán (MCA), José Isabel Morales, l’archiviazione delle denunce contro più di 500 contadini e la smilitarizzazione del territorio, la fine dell’impunità ed il rafforzamento dell’Osservatorio permanente internazionale dei diritti umani nell’Aguán.

Infine, i delegati e delegate nazionali ed internazionali hanno deciso di promuover varie azioni il cui risultato sarà monitorato da una Commissione ad hoc.

Fonte: Rel-UITA

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 9 febbraio 2012

Ejidatarios cedono alle pressione del governo e cominciano a vendere le terre

Hermann Bellinghausen. Inviato. Estación Catorce, SLP, 8 febbraio. Ha suscitato forte emozione in tutta la regione dell’Altopiano potosino la mobilitazione dei popoli wixaritari, conclusasi questo martedì sul monte El Quemado. Già da giorni prima, mentre i pellegrini “huicholes” iniziavano il loro viaggio verso Wirikuta, in questi villaggi ed ejidos, fino alle lontate città di Matehuala e Saltillo, la notizia correva di bocca in bocca, per radio, nei sermoni nelle parrocchie, e alle vigilia, nei notiziari. Tutti sapevano il motivo dell’arrivo degli indigeni. Per protestare e difendere le terre del deserto.

I conflitti sono iniziati quando a Santa Gertrudis l’intrusione del Progetto Universo, di un’importante impresa mineraria canadese, Revolution Resources, sta provocando sgomberi violenti, incursioni dell’Esercito federale per reprimere ed espellere i coloni. Uno dei leader è stato fermato dalla polizia statale ed ora si trova in carcere. sembra che proprio sotto il villaggio passi una grande vena d’oro che percorre il deserto all’estremità di ponente.

A differenza dei wixaritari che hanno convissuto con questo deserto per secoli e di questi ejidos stabiliti qui da oltre un secolo che si oppongono in blocco allo sfruttamento minerario e all’industria agroalimentare del pomodoro, molti ejidatarios hanno ceduto alle pressioni del governo e delle imprese e stanno affittando o vendendo le loro terre senza opporre resistenza. Molti di loro sono agricoli ed allevatori di capre, soli e scoraggiati  come le donne, spesso senza marito perché andato “al nord”.

Meglio che arrivino le imprese minerarie a dare lavoro che morire di sete, senza lavoro né soldi. I huicholes non ci danno lavoro, e se tutto questo è per il loro peyote, le terre sono nostre e basta – dice una commerciante in questa stazione ferroviaria dove una volta c’era la vita quando passava il treno del nord.

Pochi ejidos si sono rifiutati di vendere, come Las Margaritas e San Antonio el Coronado. Nelle città, l’opposizione alle miniere viene repressa. A Charcas, che è un insediamento  minerario ma presenta zone rurali, le case degli oppositori, a sud del deserto, sono state incendiate. Mentre all’estremo nord, a Cedral, presunti narcotrafficanti hanno minacciato chi si oppone all’industria dei pomodori, l’altro invasore e devastatore dell’altopiano.

La presenza di gente armata e gruppi dediti all’estorsione hanno fatto sì che a Vanegas ci sia ormai un accampamento militare, ed un paio di mesi fa c’è stato uno scontro a fuoco con inseguimenti che ha raggiunto l’acciottolato che sale a Real de Catorce, dove dopo un nuovo scontro sono morti due presunti criminali. Parlandone in giro, tutti li chiamano Zeta. Questo dicono di essere.

Qui i contadini vivono del taglio e lavorazione dell’agave lechuguilla, allevano capre, sono agricoltori. Ma quest’anno il mais non è cresciuto nemmeno di 20 centimetri. Si tratta di una regione colpita da quelle calamità oggi così diffuse in Messico: siccità cronica, povertà, disoccupazione, settore minerario su vasta scala, abbandono del governo, criminalità organizzata, crescente militarizzazione, delusione e paura tra la popolazione.

Sia gli ejidatarios che i wixaritari dicono che si devono trovare soluzioni che portino beneficio agli agricoltori ed ai commercianti del deserto, che fermino l’emigrazione e si possa avere qui un buon livello di vita, sfruttando questo territorio che è duro, ma è stato anche generoso fino a poco tempo fa. Gli interessi economici sono sul punto di devastarlo.

“Un centro cerimoniale molto esteso, di oltrei 140 mila ettari”, come lo vede un pellegrino wixárika. Una vera e propria miniera d’oro per gli investitori internazionali. Un luogo senza futuro per molti dei suoi abitanti. Una riserva naturale ineguagliabile, secondo gli scienziati e gli ambientalisti. http://www.jornada.unam.mx/2012/02/09/sociedad/041n1soc

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 3 febbraio2012

Il Frayba identifica gli aggressori dei simpatizzanti dell’EZLN a Tenejapa

HERMANN BELLINGHAUSEN

Sulla base di numerose testimonianze, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) ha identificato gli aggressori delle famiglie simpatizzanti dell’EZLN dell’ejido Banavil (Tenejapa) Chiapas, avvenute due mesi fa e che hanno provocato un morto, un desaparecido, diversi feriti, quattro famiglie tzeltales sfollate ed un indigeno, base di appoggio zapatista, in prigione senza che fosse stato presente sul luogo dei fatti.

L’aggressione dei priisti è avvenuta il 4 dicembre, ed il Frayba ha emesso un’azione urgente il 19 gennaio, dopo essere venuto a conoscenza ed aver indagato sul caso. Il centro ricorda che in quell’occasione un gruppo armato di elementi del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) ha aggredito quattro famiglie simpatizzanti dell’EZLN in un’azione che come risultato ha avuto la morte di Pedro Méndez López ed altri sei feriti, tutti del PRI; la sparizione forzata di Alonso López Luna, simpatizzante zapatista; la detenzione di Lorenzo López Girón, ferito da arma da fuoco ed accusato di lesioni aggravate e “la detenzione arbitraria di Francisco Sántiz López, base di appoggio zapatista”, che al momento dei fatti, “secondo informazioni certe”, non si trovava a Banavil.

Secondo le testimonianze raccolte dal Frayba, gli aggressori identificati sono, tra gli altri, Alonso López Ramírez, che “ha sparato a Lorenzo colpendolo al petto”; Diego Méndez López, che “ha sparato a Lorenzo colpendolo alla gamba”; Alonso López Méndez, della comunità Mercedes, “che aveva una pistola ed era quello che ordinava di ammazzare Alonso che veniva trascinato nella scuola”; quella persona “sa dove tengono Alonso, e  dice che ‘l’hanno mandato al Nord col suo zaino”‘.

Diego Guzmán Méndez, Agustín Méndez Luna, Manuel Méndez López, Alonso e Agustín Guzmán López, tutti di Banavil, hanno picchiato e sequestrato il ferito chi si teme possa essere morto. Le testimonianze aggiungono che Pedro Méndez López ed Alonso López Méndez, entrambi dell’ejido Santa Rosa ed ex consiglieri comunali di Tenejapa, il primo con proprietà a Banavil, sono quelli segnalati come gli organizzatori delle aggressioni.

Per la scomparsa di López Luna, i suoi famigliari hanno presentato una denuncia alla Procura Specializzata in Giustizia Indigena (indagine 698/201), che l’ufficio competente  numero 5 ha classificato come omicidio. “Una grave imprecisione”, sottolinea il Frayba, “poiché ancora non si è trovato il suo recapito né si è proceduto alla sua ricerca”.

Da parte loro, le famiglie che sfollate sono ancora in “situazione critica”, perché vivono in condizioni di affollamento “disumane”.

Sulla detenzione di Sántiz López, base di appoggio dell’EZLN, il Frayba prevede che si procederà con giudizio ordinario, e non immediato come era la prima intenzione del giudice penale”. In questo modo sarà “per molto più tempo” privato della libertà, “senza una giustificazione per questo cambiamento di intenzione del giudice”.

L’organizzazione sottolinea le “continue e sistematiche aggressioni contro basi e simpatizzanti dell’EZLN” in Chiapas, e chiede allo Stato messicano di cercare López Luna, desaparecido già da due mesi. Inoltre, “un’indagine efficace, imparziale, rapida ed esaustiva dei fatti, così come la punizione dei responsabili della morte di Pedro Méndez López”.

Chiede misure precauzionali e cautelari per le quattro famiglie sfollate e garanzie per il loro ritorno sicuro.

Lorenzo López Girón, gravemente ferito ed oggi nel carcere statale n. 5, necessita di assistenza medica e “di uno studio della sua situazione giuridica” affinché venga rilasciato. Il Frayba chiede anche la liberazione immediata del zapatista Francisco Sántiz López. http://www.jornada.unam.mx/2012/02/03/politica/018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Messico: Si rompe il dialogo a Copala. Arrestato il compagno David Venegas di VOCAL

per Kaos. México

Lunedì, 30 gennaio 2012

Il falso discorso di pace e progresso pronunciato dal Governo dello Stato si manifestato questo 29  gennaio 2012, il rozzo tentativo di distrarre l’attenzione dalla violenza alla quale sono stati sottoposti gli abitanti del Municipio Autonomo di San Juan Copala con l’arresto del nostro compagno David Venegas Reyes, e l’accerchiamento di polizia e governo che ha impedito il ritorno degli Sfollati di San Juan Copala, si inseriscono in una chiara offensiva contro l’Autonomia di San Juan Copala.

David Venegas Reyes è stato portato intorno alle 20:30 nell Quartier Generale della Segreteria di Pubblica Sicurezza a Santa María Coyotepec, dove è stato accusato di “danneggiamenti, aggressione e minacce a pubblico ufficiale”, su denuncia di Eusebio Nicolás Hernández e Cielito Sánchez García, per essere poi trasferito negli uffici  della Procura di Giustizia dello Stato nella cossiddetta Ciudad Judicial dove si trova attualmente.

31 gennaio 2012: viene rilasciato David Venegas Reyes

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Di seguito 3 comunicati e una cronaca sulla Carovana a San Juan Copala. Dopo la rottura del dialogo con la detenzione di David Venegas, il governo ha ritirato la polizia e la Carovana si trova in una posizione molto vulnerabile in località La Sábana, bastione della UBISORT. Dicono che proseguiranno domani. Dopo diverse ore David Venegas è stato mostrato ma in questo momento è ancora detenuto.

Due video del blocco della Carovana a 3 km da Yosoyuxi ( prima degli eventi di oggi)

http://extraodelirio.blogspot.com/2012/01/rumbo-copala-bloqueo-en-la-salida-de-la.html

http://extraodelirio.blogspot.com/2012/01/video-2-no-lo-pudimos-integrar-en-el.html

Oaxaca de Juárez, 29 de enero de 2012 20:00 horas

Exigimos la presentación de David Venegas Reyes

Aproximadamente a las 15:50 horas de este domingo 29 de enero de 2012, nuestro compañero David Venegas Reyes fue arbitrariamente detenido por ordenes directas de Jesús Martínez Álvarez, Secretario General de Gobierno de Oaxaca; esto sucedió durante el acompañamiento que realizaba junto a otros y otras compañeras, de la caravana de retorno al Municipio Autónomo de San Juan Copala, encabezada por las mujeres desplazadas desde hace más de un año.

Las primeras informaciones de esta tarde señalan que fue detenido aproximadamente a 20 minutos de San Juan Copala, para luego ser llevado fuera de la  zona donde permanece la Caravana de Desplazados, no sabiéndose el destino a donde fue llevado, por lo que hemos iniciado su búsqueda.

A las 17:50 minutos nos presentamos en la Procuraduría de Justicia del Estado, específicamente en la oficina denominada Sub Procuraduría de Averiguaciones Previas del Gobierno del estado de Oaxaca, lugar donde se nos negó la existencia de alguna información que aclare el paradero de nuestro compañero, a la vez se acudió en la Ciudad de Huajuapan de León, población cercana a la región triqui; posteriormente se acudió a la sede de la Procuraduría de Justicia del Estado ubicada en la colonia Experimental a las 19:30 horas y al Cuartel General de la Secretaria de Seguridad Pública de Oaxaca para saber del paradero de David Venegas Reyes lugares donde tampoco existió ninguna información.

Agregándose a estos hechos que se ha insistido ante diversas instancias de Derechos Humanos del Gobierno del estado para que realicen las gestiones correspondientes para su localización, petición que nos ha sido negada, por lo cual denunciamos la desaparición forzada de nuestro compañero David Venegas Reyes.

En este contexto alertamos acerca de la tensa situación que existe en la región en estos momentos, ya que aún es incierta la entrada de los y las compañeras de San Juan Copala a su población.

Este hecho se suma a la desbordada campaña por legitimar la impunidad en Oaxaca que el gobierno de Gabino Cue Monteagudo a montado desde los últimos días, para justificar las agresiones al Municipio Autónomo de San Juan Copala, esto demuestra que la paz no llegará a la región Triqui ni a Oaxaca, mientras sea el propio gobierno el que confronte y reprima a los pueblos es que solo luchan por su autodeterminación, impidiendo el regreso a sus hogares por la vía de la fuerza, difundiendo una paz inexistente cuando en los hechos es el propio gobierno del estado quien rompe las vías de diálogo y solución a la violencia cometida contra los habitantes del Municipio Autónomo de San Juan Copala.

Responsabilizamos de esta detención y de la desaparición de David Venegas Reyes directamente a Gabino Cue Monteagudo y a Jesús Martínez Álvarez

Exigimos la inmediata presentación con vida de David Venegas Reyes

Voces Oaxaqueñas Construyendo Autonomía y Libertad (VOCAL)

29 de enero de 2012  10:47 pm

Seguimiento del retorno a Copala y acerca de la detención de David Venegas Reyes.

Concentración en apoyo a la Autonomía de San Juan Copala, lunes 30 de enero 5 pm en Catedral

El falso discurso de paz y progreso pronunciado por el Gobierno del Estado, ha quedado en evidencia este 29 de enero de 2012, el burdo intento de distraer la atención de la violencia a la que han sido sometidos los habitantes del Municipio Autónomo de San Juan Copala por medio de la detención de nuestro compañero David Venegas Reyes, así como el cerco policiaco gubernamental que impidió el retorno de los y las Desplazadas de San Juan Copala se enmarcan en una clara ofensiva en contra de la Autonomía de San Juan Copala.

David Venegas Reyes fue presentado alrededor de las 20:30 horas en las instalaciones del Cuartel General de la Secretaría de Seguridad Pública en Santa María Coyotepec, en donde supimos está siendo acusado de “daños, agresiones y amenazas contra funcionarios públicos”, señalado por Eusebio Nicolás Hernández y Cielito Sánchez García, para después ser trasladado a las instalaciones de la Procuraduría de Justicia del Estado en la denominada Ciudad Judicial en donde permanece hasta el momento.

Ante estos hechos y la crítica situación a la que han sido orilladas las y los compañeros del Municipio Autónomo de San Juan Copala, por las acciones del gobierno del estado ejecutadas este día, convocamos a una concentración a realizarse este día lunes 30 de enero 2012 a las 5 pm frente a Catedral.

VOCAL

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Gobierno rompe el diálogo al detener a David Venegas

Esta mañana del domingo 29 de enero de 2012, partimos en marcha de Yosoyuxi para avanzar hacia San Juan Copala, deteniéndonos nuevamente un aparato policiaco de más de 200 granaderos como 3 kilómetros adelante.
Funcionarios del gobierno se presentaron con la propuesta de que una representación de las y los desplazados se incorporaran a la asamblea que tendrían los que actualmente ocupan San Juan Copala, ya que ahí se decidiría como se haría el retorno.
Los funcionarios propusieron una comisión de 10 compañeras y compañeros, mientras que las y los desplazados plantearon que fueran 20 además de garantizar que solo estuvieran gente originaria de la población y que se asegurara que no había gente armada de MULT_PUP, UBISORT-PRI en los alrededores.
En esta situación estábamos cuando aproximadamente a las 2 pm detuvieron a David Venegas “Alebrije” por la policía, sorprendiendo a la marcha que ya rebasaba por las laderas el dispositivo policiaco.
A Venegas lo golpearon a pesar de que mujeres del Municipio Autónomo intentaron defenderlo lanzando piedras a los policías. Los funcionarios chantajearon con la detención para que se aceptaran las condiciones planteadas por el Gobierno estatal.
Los funcionarios han cortado toda comunicación y han retirado a la policía. La marcha-caravana se encuentra a 4 kilómetros de San Juan Copala, cerca del poblado de La Sabana, refugio de paramilitares de UBISORT, donde quedará estacionada para reanudar mañana el camino a Sann Juan Copala.
Hacemos responsable al gobierno del estado de cualquier afectación a la integridad física y mental de los miembros de la marcha-caravana. Exigimos que a David Venegas, cuyo paradero se desconoce, se le libere de manera inmediata e incondicional.
Hacemos un llamado para que se organice una caravana de solidarios desde el Distrito Federal, que salga este miércoles por la noche del plantón de Municipio Autónomo que se encuentra a un costado de la catedral metropolitana, en el zócalo.

Comité por la  Defensa y Justicia para el Municipio Autónomo de San Juan Copala y organizaciones solidarias con las y los desplazados del Municipio Autónomo de San Juan Copala

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AL EJÉRCITO ZAPATISTA DE LIBERACIÓN NACIONAL

A LA OTRA CAMPAÑA NACIONAL E INTERNACIONAL

A LAS Y LOS TRABAJADORES DEL CAMPO Y LA CIUDAD

Avanza la Caravana a San Juan Copala pero el gobierno del estado de Oaxaca abandona definitivamente su responsabilidad de garantizar la vida y la seguridad de las mujeres desplazadas que regresan en caravana

Hoy domingo 29 de enero de 2012 la caravana de desplazadas y desplazados, integrantes del Municipio Autónomo de San Juan Copala y organizaciones solidarias amanecimos en la población de Yosoyuxi, de donde por la mañana partimos en marcha nuevamente hacia San Juan Copala.

De nueva cuenta, un operativo policiaco compuesto de más de 200 granaderos nos impidió el paso a tres kilómetros de Yosoyuxi en camino a San Juan Copala. En el punto se presentaron funcionarios de tercer y cuarto nivel del gobierno de Oaxaca, quienes no habían participado antes en ninguno de los encuentros, además del Secretario de Asuntos Indígenas, Adelfo Regino quienes informaron que no permitirían el paso de la caravana hasta que los desplazados del Municipio Autónomo aceptaran su “propuesta” de que en lugar de el retorno de los desplazados, estos formaran una comisión de 10 representantes de las y los desplazados, para que se presenté en la “asamblea comunitaria” que estaba programada para este domingo en San Juan Copala.

El Municipio Autónomo de San Juan Copala planteó que dada la arbitrariedad gubernamental, que les exige que los indígenas desplazados renuncien a participar en la asamblea de su propia comunidad, pero en un afán de avanzar en la solución del conflicto aceptarían el envío de una Comisión en la mencionada “asamblea comunitaria” previa al arribo que estuviera compuesta por 20 personas siempre y cuando se garantizaran las medidas de seguridad, exigiendo que sólo estuvieran pobladores de San Juan Copala y que se revisara y controlara la zona para evitar la presencia de paramilitares.

Luego de varias horas, ante la incapacidad gubernamental, y en aras de la pronta solución del conflicto el MASJC aceptó que fueran las 10 personas que exigía el gobierno.

Fue en ese momento, cuando la comisión de funcionarios de tercero y cuarto nivel, se quedaron sin argumento alguno para impedir el avance de la caravana que burlando el cerco policiaca seguía avanzando hasta La Sabana, cuando Eréndira Cruz Villegas ordenó por medio de Heriberto Cruz Ponce a la policía estatal la detención con lujo de violencia del compañero David Venegas (Alebrije) integrante de VOCAL, quien fue retirado del lugar golpeado, desconociendo hasta el momento su paradero.

Una vez sin pretextos y con la provocación montada para atemorizar a la caravana las autoridades se retiraron desarticulando su propio bloque e ilegal bloqueo policiaco dejando a 122 desplazadas y cerca de 30 niños en La Sabana lugar de gran peligro pues fue en este lugar donde los paramilitares asesinaron a Jyri Jaakola y a Bety Cariño.

Reiteramos que seguimos abiertos al diálogo en aras de encontrar una solución pacífica que permita el regreso digno de las familias desplazadas desde septiembre de 2010 por los paramilitares que finalmente tomaron a sangre y fuego San Juan Copala. Manifestamos nuestro rechazo a la violencia con la que fue apresado el compañero David Venegas y demandamos su liberación inmediata e incondicional.

Responsabilizamos al gobierno de Gabino Cue y al Gobierno Federal de nuestra seguridad y de la del compañero David.

Hacemos un llamado a reforzar de inmediato la Caravana del retorno de los desplazados e informamos que el próximo miércoles primero de febrero a las 8 PM saldrá un autobús del Plantón de Zócalo del DF para garantizar por la sociedad civil la seguridad de la Caravana del retorno, ante la incapacidad del gobierno de Gabino Cue y su complicidad con los asesinos paramilitares.

Mañana reanudaremos nuestro camino a San Juan Copala.

Consejo Comunitario del Municipio Autónomo de San Juan Copala

29 de enero de 2012

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Artículo de notilibertas con audios y fotos sobre la marcha y mitin en el DF el viernes pasado:

http://notilibertas.blogspot.com/2012/01/mitin-de-solidaridad-con-la-caravana-de.html

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Il Fatto Quotidiano – 27 gennaio 2012

Messico, la guerra del governo al narcotraffico favorisce i cartelli più potenti: Zetas e Sinaloa

Un rapporto dei ricercatori Stratfor pubblica il bilancio di vittime della politica repressiva contro la droga, adottata dal presidente Felipe Calderòn nel 2006, anche con l’impiego dell’esercito: nel 2010 ci sono stati 15.273 morti violente

di Joseph Zarlingo

“Alla fine del 2011, los Zetas hanno eclissato il cartello di Sinaloa e sono diventati il più grande cartello del narcotraffico in termini di presenza geografica”. L’analisi perentoria è contenuta nell’annuale rapporto sui cartelli della droga messicani prodotto da Stratfor, un think tank statunitense specializzato in temi relativi alla sicurezza e alla politica internazionale. Il rapporto è stato pubblicato online all’inizio di questa settimana e si apre con i dati agghiaccianti del bilancio di vittime della guerra alla droga, lanciata dal governo di Felipe Calderòn nel 2006, anche con l’impiego dell’esercito. Nel 2010, secondo i dati ufficiali del governo messicano, ci sono stati 15.273 morti violente connesse con la droga. Nel 2011 il bilancio potrebbe essere perfino più pesante: i dati ufficiali si fermano a settembre, e registrano nei primi nove mesi dell’anno appena concluso, 12.900 morti. Una media di 1400 al mese.

“Se la media mensile viene confermata anche nell’ultimo quarto dell’anno – scrivono gli uomini di Stratfor – nel 2011 si sarà raggiunta la cifra record di 17 mila morti”. Sulla base di questi dati, nonostante i resoconti dei media e le dichiarazioni dello stesso governo messicano, i ricercatori di Stratfro concludono che “nel 2011 non c’è stato alcun declino sostanziale della violenza in Messico. Al contrario, anziché tornare entro livelli tollerabili, la violenza ha persistito anche se in qualche modo c’è stato uno slittamento geografico, con una diminuzione in alcune aree e città e un aumento in altre”. E’ il fronte della guerra che si sposta, anzi, delle guerre: quella del governo messicano contro i cartelli e quella dei cartelli tra loro. Spesso, le due guerre si intrecciano, sia per i livelli di corruzione all’interno delle forze dell’ordine messicane (la polizia soprattutto, ma anche l’esercito), sia perché un cartello approfitta dei “colpi” che subisce un altro. Il risultato di questo movimento, secondo il rapporto di Stratfor, è una “polarizzazione”, che è diventata sempre più evidente nel corso del 2011.

Da una parte ci sono i cartelli minori (o quel che ne resta) che sarebbero stati “assorbiti” nella Federazione di Sinaloa, il cartello dominante nell’ovest del paese. Dall’altro lato, los Zetas, che controllano l’est del Messico. Los Zetas, stando al rapporto, sono oggi il cartello più capillare quanto a presenza geografica: su 32 stati della federazione messicana, il cartello di Sinaloa è presente in 16, mentre los Zetas in 17 (alcuni stati hanno entrambi). “Per quanto molto sia stato detto a proposito della fluidità delle alleanze dei cartelli messicani – precisano i ricercatori di Stratfor – queste due forze sono emerse come dominanti”. Il processo di polarizzazione, che vede gli Zetas vincenti, è dovuto anche alle tattiche usate dai due “blocchi”. I cartelli di Sinaloa preferirebbero usare la corruzione, con un ricorso alla violenza relativamente più raro, mentre gli Zetas (nati peraltro da un gruppo di ex militari) sono più inclini a usare il “plomo”, il piombo, al posto della “plata”, del denaro.

Il 2012 è anno elettorale in Messico e per Stratfor, il fallimento della guerra alla droga è ormai un peso politico troppo grande per le spalle del presidente Calderòn, che si è anche rivolto più volte agli Stati Uniti per assistenza tecnica e addestramento delle forze antidroga, senza che ciò producesse i risultati sperati. La cosa più preoccupante, oltre all’elevato numero di vittime – ormai quasi 50 mila in sei anni – è che la “guerra” si sta estendendo anche ad altri paesi centroamericani, che stanno scegliendo la stessa strada – l’impiego dell’esercito contro i cartelli – che in Messico ha prodotto l’escalation degli ultimi anni. Stratfor nota, nel paragrafo sulle previsioni per il 2012, che attesa la maggiore difficoltà di sbarco nel mercato statunitense, i cartelli messicani stanno espandendo la loro presenza sia in altri paesi latinoamericani che su altri mercati mondiali. In questo modo si accorcia la “filiera” degli intermediari e aumentano i profitti, sia dal punto di vista dell’approvvigionamento di materie prima, sia per i mercati di sbocco.

Persone legate ai cartelli sono state arrestate in vari paesi centroamericani, dal Costa Rica all’Honduras, mentre per i mercati “oltremare” quelli più promettenti, dal punto di vista dei narcos, sono l’Australia e l’Europa. Il rapporto Stratfor non lo dice, ma ormai molte indagini transnazionali hanno dimostrato che, per il mercato europeo la joint venture vincente è quella tra gli Zetas, la ‘ndrangheta calabrese, con la logistica affidata alle reti del narcotraffico balcanico (Montenegro, Kossovo, Serbia), da dove arriva anche una parte delle armi usate per le stragi da Ciudad Juarez a Veracruz, fino ad Acapulco.

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San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico
19 gennaio 2012
AU No. 01

 Azione Urgente

Aggressioni contro famiglie simpatizzanti dell’EZLN da parte di un gruppo di priisti dell’ejido Banavil e detenzione arbitraria di Base di Appoggio dell’EZLN

 Morte e sparizione forzata di indigeni tseltales

Sgombero forzato di quattro famiglie di Banavil, Tenejapa, Chiapas.

Secondo informazioni documentate a disposizione del Centro dei Diritti Umani, il 4 dicembre 2011, a Banavil, Tenejapa, un gruppo di elementi del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) hanno aggredito con le armi quattro famiglie simpatizzanti dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).

Le aggressioni hanno avuto come risultato: la morte di Pedro Méndez López; la sparizione forzata di Alonso López Luna (d’ora in avanti Alonso); lo sgombero forzato di quattro famiglie accusate di essere simpatizzanti zapatisti; la detenzione di Lorenzo López Girón (d’ora in avanti Lorenzo) ferito da arma da fuoco ed accusato di lesioni aggravate; la detenzione arbitraria di Francisco Santiz López (d’ora in avanti Francisco) Base di Appoggio dell’EZLN (BAEZLN) che al momento dei fatti si trovava in altro luogo; e sei persone ferite.

Secondo le testimonianze, il 4 dicembre, alle ore 7:00 circa, in casa di Alonso si sono presentate Antonia Girón Gómez, Lucia López Ramírez ed Antonia López Pérez armate di pietre e bastoni, le quali hanno picchiato Alonso e la sua famiglia; poi, circa 50 uomini membri del PRI, hanno circondato la casa e portato via Alonso, tutti erano muniti di bastoni ed armi. Nel tentativo di difendere suo padre, Lorenzo è stato colpito da due proiettili al petto e all’inguine. Trasportato all’ospedale di San Cristobal de Las Casas, è stato fermato da poliziotti statali con l’accusa di lesioni aggravate.

Testimoni affermano che durante l’aggressione armata hanno portato via Alonso sanguinante. Ad oggi non si sa dove si trovi.

Secondo informazione dei testimoni, il 23 dicembre, nell’ejido Mercedes che confina con Banavil, è stato ritrovato un braccio che la famiglia assicura appartenere ad Alonso, poiché hanno riconosciuto una cicatrice su un dito. I giorni 26 e 28 dicembre, sul luogo del ritrovamento sono arrivati poliziotti statali, il pubblico ministero ed il giudice municipale per cercare il corpo, senza però trovarlo. La famiglia di Alonso aggiunge che non è stata fatta una ricerca adeguata.

D’altra parte, secondo la documentazione raccolta da questo Centro dei Diritti Umani, Francisco BAEZLN accusato di aver dato inizio alle aggressioni, è stato fermato arbitrariamente nel capoluogo municipale di Tenejapa, mentre lavorava nel suo negozio di frutta e verdura. Testimoni affermano che il giorno delle aggressioni non si trovava sul luogo dei fatti, per il quale è stato avviato un processo sommario presso il Tribunale Penale, con causa penale No. 177/2011, sul quale il giudice emetterà la sentenza il prossimo 21 gennaio 2012

Oltre a questo, attualmente, le false accuse e la violenza generata dal gruppo di cacicchi del PRI degli ejidos Banavil, Mercedes e Santa Rosa, del municipio di Tenejapa, hanno causato lo sfollamento forzato di quattro famiglie simpatizzanti dell’EZLN e la morte di Pedro Méndez López, membro del PRI.

Per quanto sopra esposto, e secondo la documentazione raccolta, questo Centro dei Diritti Umani guarda con preoccupazione le continue e sistematiche aggressioni contro le Basi di Appoggio e simpatizzanti dell’EZLN, che sono violazioni al diritto alla vita, all’integrità ed alla sicurezza personale, alla libertà, alla libertà di transito, di residenza, al diritto di non essere sfollato, tra gli altri, sulla base degli strumenti internazionali firmati e ratificati dal governo messicano.

Pertanto chiede al governo dello stato del Chiapas:

  • La ricerca e la presentazione in vita di Alonso López Luna,
  • Il chiarimento e la punizione per la morte di Pedro Méndez López,
  • La liberazione di Francisco Santiz López BAEZLN, poiché secondo accertate testimonianze non si trovava sul luogo al momento dei fatti,
  • Adeguata assistenza medica a Lorenzo López Girón,
  • Misure precauzionali e cautelari per le quattro famiglie sfollate forzatamente e di operare per il loro ritorno sicuro nella comunità di Banavil,
  • Un’indagine imparziale, rapida ed esaustiva dei fatti accaduti il 4 dicembre 2011,
  • La punizione ed il disarmo del gruppo di cacicchi del PRI che hanno aggredito il gruppo simpatizzante dell’EZLN.

Contesto e precedenti:

Dal 2009 è in atto una persecuzione da parte del gruppo di cacicchi del PRI contro le famiglie simpatizzanti dell’EZLN, per il fatto di opporsi ad azioni arbitrarie commesse dai cacicchi stessi, come: esproprio di terre, disboscamento illegale, riscossione di imposte e cooperazioni arbitrarie, saccheggi, aggressioni fisiche, negazione del diritto all’educazione, tra gli altri, fatti che sono stati denunciati dalle vittime alle competenti istanze del governo che però le ignorano. Fino ad ora non c’è stata alcuna indagine efficace, né la punizione dei responsabili e le autorità non intervengono per risolvere la situazione, garantire la sicurezza legale e sociale nell’ejido Banavil.

***

Inviate la vostra protesta (in fondo trovate un testo in lingua spagnola) ai seguenti indirizzi:

Felipe de Jesús Calderón Hinojosa
Presidente de la República
Residencia Oficial de los Pinos, Casa Miguel Alemán
Col. San Miguel Chapultepec, C.P. 11850, México DF
Tel: (52.55) 2789.1100 Fax: (52.55) 5277.2376
Correo: felipe.calderon@presidencia.gob.mx
Cuenta de Twitter: @FelipeCalderon y @GobFed
 
Alejandro Poiré Romero
Secretario de Gobernación
Bucareli 99, 1er. Piso, Col. Juárez, Del. Cuauhtémoc,
C.P. 06600 México D.F. Fax: (52.55) 50933414;
Correo: secretario@segob.gob.mx, contacto@segob.gob.mx
Cuenta de Twitter: @SEGOB_mx
 
Juan José Sabines Guerrero
Gobernador Constitucional del Estado de Chiapas
Palacio de Gobierno del Estado de Chiapas, 1er Piso
Av. Central y Primera Oriente, Colonia Centro, C.P. 29009
Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, México
Fax: +52 961 61 88088 ? + 52 961 6188056; Extensión 21120. 21122;
Correo: secparticular@chiapas.gob.mx
Cuenta de Twitter: @Juansabinesg y @gubernaturachis
 
Noé Castañón León
Secretario General de Gobierno del Estado de Chiapas
Palacio de Gobierno del Estado de Chiapas, 2do Piso
Av. Central y Primera Oriente, Colonia Centro, C.P. 29009
Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, México
Conmutador: + 52 (961) 61 2-90-47, 61 8-74-60. Extensión: 20003;
Correo: secretario@secgobierno.chiapas.gob.mx
Cuenta de Twitter: @gobiernochiapas
 
Raciel López Salazar
Procuraduría General de Justicia de Chiapas
Libramiento Norte Y Rosa Del Oriente, No. 2010, Col. El Bosque
C.P. 29049 Tuxtla Gutiérrez, Chiapas
Conmutador: 01 (961) 6-17-23-00.
Teléfono: + 52 (961) 61 6-53-74, 61 6-53-76, 61 6-57-24, 61 6-34-50.
Correo: raciel.lopez@pgje.chiapas.gob.mx
Cuenta de Twitter: @pgjechiapas
 
Juan Gabriel Coutiño Gómez
Magistrado Presidente del Tribunal Superior de Justicia y
del Consejo de la Judicatura del Poder Judicial del Estado de Chiapas
Palacio de Justicia
Libramiento Norte Oriente No. 2100
Fracc. El Bosque, Tuxtla Gutiérrez, Chiapas
Teléfono: + 52 (961) 61 787 00 ext. 86 01
Teléfono directo: + 52 (961) 616 53 54
 
Lic Francisco Javier Plaza Ruíz
Juez del Ramo Penal
Carretera San Cristóbal ? Ocasingo Km. 20
CERSS No. 5, C.P 29200
San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México
Tel: 967 6743021
Fax: 967 6743022
 
Enviar copia a:
Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, A.C.
Calle Brasil 14, Barrio Méxicanos,
29240 San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México
Tel: 967 6787395, 967 6787396, Fax: 967 6783548
Correo: accionurgente@frayba.org.mx
Cuenta de Twitter: @CdhFrayba
Area de Sistematizacion e Incidencia / Comunicacion
Centro de Derechos Humanos Fray Bartolom? de Las Casas A.C.
Calle Brasil #14, Barrio Mexicanos,
San Cristobal de Las Casas, Chiapas, M?xico
C?digo Postal: 29240
Tel +52 (967) 6787395, 6787396, 6783548
Fax +52 (967) 6783551
medios@frayba.org.mx
http://www.frayba.org.mx
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Info-cdhbcasas mailing list
Info-cdhbcasas@lists.laneta.apc.org
http://lists.laneta.apc.org/listinfo/info-cdhbcasas
 

Indirizzi ai quali inviare l’appello firmato e testo in spagnolo:

felipe.calderon@presidencia.gob.mx
secretario@segob.gob.mx
contacto@segob.gob.mx
secparticular@chiapas.gob.mx
secretario@secgobierno.chiapas.gob.mx
raciel.lopez@pgje.chiapas.gob.mx
Copia: accionurgente@frayba.org.mx  

A: Felipe de Jesús Calderón Hinojosa, Presidente de la RepúblicaAlejandro Poiré Romero, Secretario de GobernaciónJuan José Sabines Guerrero, Gobernador Constitucional del Estado de ChiapasNoé Castañón León, Secretario General de Gobierno del Estado de ChiapasRaciel López Salazar, Procuraduría General de Justicia de Chiapas

Italia, 24 de enero de 2012

– Agresiones a familias simpatizantes del EZLN por grupo de priístas del ejido Banavil y detención arbitraria a Base de Apoyo del EZLN

– Muerte y desaparición forzada de indígenas tseltales

– Desplazamiento forzado de cuatro familias de Banavil, Tenejapa, Chiapas

Con referencia a los hechos ocurridos el 4 de diciembre de 2011, en Banavil, Tenejapa, cuando un grupo de integrantes del Partido Revolucionario Institucional (PRI) agredieron con armas de fuego a cuatro familias simpatizantes del Ejercito Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), que tuvieron como resultado: la muerte del Sr. Pedro Méndez López; la desaparición forzada del Sr. Alonso López Luna; el desplazamiento forzado de cuatro familias acusadas de ser simpatizantes zapatistas; la detención del Sr. Lorenzo López Girón, quien fue herido por arma de fuego y acusado de lesiones calificadas; la detención arbitraria del Sr. Francisco Santiz López Base de Apoyo del EZLN (BAEZLN), que se encontraba en un lugar distinto a los hechos; y lesiones a seis personas más, exigimos al gobierno del estado de Chiapas:

  • La búsqueda y aparición con vida del Sr. Alonso López Luna,
  • El esclarecimiento y sanción por la muerte de Sr. Pedro Méndez López,
  • La libertad del Sr. Francisco Santiz López BAEZLN, debido a que se cuenta con información
  • confiable que no se encontraba en el lugar de los hechos,
  • Atención médica oportuna y adecuada al Sr. Lorenzo López Girón,
  • Medidas precautorias y cautelares a las cuatro familias desplazadas forzadamente e incidir a
  • su retorno seguro a la comunidad de Banavil,
  • Investigación, imparcial, pronta, sería, exhaustiva y oportuna de los hechos ocurridos el 4 de
  • diciembre de 2011,
  • Castigo y desarme del grupo caciquil del PRI que agredieron al grupo simpatizante del EZLN.
 Atentamente………….. 

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La Jornada – Lunedì 23 gennaio 2012

Il governo “amministra i conflitti” tra gli indigeni per controllare i loro territori

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 22 gennaio. Comunità e collettivi aderenti all’Altra Campagna hanno chiesto di fermare espropri, repressione e vessazione contro le comunità zapatiste. “Il governo vuole rompere i processi autonomistici dei popoli indigeni”. I governi federale e statale “stanno portando avanti nel paese e nell’entità una guerra che genera saccheggio ambientale, privatizzazione delle risorse naturali, supersfruttamento del lavoro, esproprio del territorio e sterminio dei popoli, repressione, persecuzione, incarceramento ed omicidi per contenere le lotte sociali di resistenza alle sue politiche”.

A San Patricio, comunità del municipio autonomo La Dignidad (ufficiale Sabanilla), “malgrado il governo di Juan Sabines avesse ricollocato nel rancho La Josefina (Palanque) il gruppo paramilitare dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic), questo continua le sue vessazioni appoggiato dai poliziotti, su veicoli che fanno la ronda e controllano le basi zapatiste”.

Nel pronunciamento si afferma che “il malgoverno crea ed amministra i conflitti tra le comunità per controllare i loro territori”. È il caso degli ejidatarios tzeltales di San Sebastián Bachajón (Chilón) “che si oppongono alla privatizzazione della cabina di riscossione installata da loro stessi sulle terre che appartengono loro, all’ingresso delle cascate di Agua Azul (Tumbalá)”.

Nel capoluogo municipale di Tila, “lo Stato vuole sottrarre 5 mila 405 ettari al popolo chol” per trasformare il suo luogo di culto – il santuario del signore di Tila – “in un grande centro turistico”. La Procura Agraria ha tentato di “sostituire” l’assemblea generale degli ejidatarios per determinare l’uso delle loro terre comunali, sulle quali vige una risoluzione presidenziale ed un piano definitivo.

Nella colonia 24 de Mayo, sulle “terre recuperate” nel 1999 nel podere in cui c’era l’Istituto Nazionale Indigenista a San Cristóbal de las Casas, il tavolo direttivo di Chiapas Solidario, guidato da Juana López López, “ha promosso aggressioni, minacce di morte, esproprio di abitazioni e tagli del servizio di erogazione dell’elettricità” contro chi si oppone “ai molteplici abusi dei dirigenti ed alle alte tariffe imposte da loro, anche se non esistono contatori e la Commissione Federale dell’Elettricità non emette ricevute di pagamento”.

In questo municipio “esiste una politica di esproprio delle terre recuperate” per favorire imprese turistiche ed immobiliari. Ad Utrilla e Los Arcos si promuove la vendita di proprietà ad ogni costo”. Nel pronunciamento si denuncia anche la persecuzione contro gli artigiani dell’Altra Campagna nella piazza di Santo Domingo, “perché si oppongono al ricatto ed alla corruzione dei sindacati vicini alla presidenza municipale che promuovono l’adesione forzata alla CROM e favoriscono la repressione agli artigiani indigeni”.

Si denuncia che “a causa della criminalizzazione delle lotte e della difesa dei diritti umani”, persiste la persecuzione contro Nataniel Hernández Núñez, del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa, così come la persecuzione contro i suoi familiari e contro elementi del Centro nelle comunità del Consiglio Autonomo Regionale della Costa.

L’Altra Campagna chiede la liberazione dei suoi “prigionieri politici” Alberto Patishtán Gómez (trasferito a Guasave, Sinaloa) e Rosario Díaz Méndez, della Voz del Amate, così come di Pedro López Jiménez, Alfredo López Jiménez, Rosa López Díaz, Alejandro Díaz Santis, Juan Díaz López, Juan Collazo Jiménez, Enrique Gómez Hernández, Amílcar Méndez Núñez ed Elías Sánchez Gómez. http://www.jornada.unam.mx/2012/01/23/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 22 gennaio 2012

 I progetti Procede e Fanar, strategia del governo per rubare la terra agli indigeni

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 21 gennaio. Una decina di comunità tzeltales, tzotziles e choles, aderenti all’Altra Campagna, questo venerdì hanno dichiarato che in Chiapas “le strategie di furto del territorio rappresentate da Procede/Fanar contro la proprietà comunale ed ejidale sono state l’obiettivo fondamentale di Juan Sabines e di Felipe Calderón in questo sessennio”.

Gli indigeni sostengono: “Con i megaprogetti per il presunto sviluppo sostenibile, le città rurali, il turismo ambientale, il Prodesis, la Strategia di Sviluppo degli Stati del Sud (EDES), approvati dalla Camera dei Deputati per implementare il corridoio biologico, turistico ed ecoarcheologico, si vogliono spopolare e ripopolare i territori indigeni, fino a realizzare una nuova Cancun in Chiapas, consolidando il Corridoio Biologico Mesoamericano per mettere in mani transnazionali tutta la ricchezza naturale delle nostre terre e territori”.

Secondo gli abitanti di Zinacantán, Chilón, Venustiano Carranza, Ocosingo, Tenejapa, Teopisca e Villa las Rosas, questo spiega perché i partiti politici (PRI, PRD e PVEM) ed i tre livelli di governo “hanno ingrossato le fila dei tradizionali gruppi di scontro e paramilitari come Paz y Justicia, Uciaf e Orcao, che oggi tengono sotto assedio e minaccia le basi di appoggio zapatiste nei cinque caracoles autonomi”. Come dal 2010 succede in comunità dei cinque caracoles: San Marcos Avilés (Oventic), Nueva Purísima e Nuevo Paraíso (La Garrucha), San Patricio (Roberto Barrios), Patria Nueva e Mártires (Morelia), e Monte Redondo (La Realidad).

Secondo la ricercatrice della UNAM, Dolores Camacho, il Procede è stato “un fattore di conflitti in ejidos e tra organizzazioni”. Nel 1995 iniziò la suddivisione dei terreni in ejidos e comunità, dopo la modifica dell’articolo 27 della Costituzione. “Tutte le organizzazioni indipendenti, e perfino la Confederazione Nazionale Contadina (CNC), non ci stanno ed impediscono la partenza del processo. Questo ha fatto sì che le nuove disposizioni non fossero applicate con la rapidità pensata”.

Sono quindi nati conflitti per i tentativi di imposizione da parte di “piccoli gruppi alleati del governo”. Le autorità agrarie ed i governi di tutti i livelli lanciarono campagne di convincimento sui commissari ejidali per ottenere il sostegno delle assemblee a favore del progetto, aggiunge Camacho nell’intervista. “Sotto pressione del PRI, la CNC promosse il programma, benché la gente non accettasse facilmente le decisioni prese dall’alto”. C’era un termine stabilito per stabilire i confini. “Da qui iniziano pressioni e promesse”.

Nel 2000, la Procura Agraria, il Tribunale Agrario e la delegazione della Riforma Agraria hanno fatto forti pressioni sugli indigeni per far accettare il Procede. “Organizzazioni prima vicine allo zapatismo come Orcao e Cioac, cercano di ‘convincere’ i loro affiliati a ‘legalizzare’ le loro terre, grazie a negoziazioni dei loro leader col nuovo governo di Pablo Salazar Mendiguchía”.

Questi “accordi” hanno modificato l’impegno delle organizzazioni filo-zapatiste “ed hanno favorito la lotta negli ejidos e nei territori recuperati congiuntamente con gli zapatisti insorti”. Le basi di appoggio dell’EZLN hanno rispettato gli accordi precedenti e la loro Legge Agraria Rivoluzionaria; “le organizzazioni ‘indipendenti’ hanno preferito gestire la proprietà legale”. Questo ha portato problemi interni che fino ad oggi hanno alimentato i conflitti, sostiene la ricercatrice.

“La poca chiarezza con la quale si è voluto risolvere il conflitto per la terra ha lasciato molti vuoti di cui approfittare per far scontrare gli zapatisti con le organizzazioni prima affini”. La Legge Agraria Rivoluzionaria dispone che il recupero delle terre avvenga per riappropriarsi di un diritto della popolazione delle zone indigene violato storicamente. Secondo l’analista, per i non zapatisti la presa delle terre significa esercitare un diritto “proveniente dalle leggi che promuovono l’uso ed il possesso della terra in forma individuale”. Nei territori zapatisti, “questo deve essere collettivo e preferibilmente destinato alla produzione di prodotti di base per il sostentamento delle comunità”. http://www.jornada.unam.mx/2012/01/22/politica/021n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Organizzazione della Società Civile Las Abejas

Terra Sacra dei Martiri di Acteal

Chiapas, Messico

22 gennaio 2012

A tutte le organizzazioni Sociali e Politiche

A tutti i difensori dei Diritti Umani

Alla stampa Nazionale ed Internazionale

Alla Società Civile

All’Altra Campagna e

All’Opinione Pubblica

Oggi 22 gennaio 2012, un giorno molto importante per commemorare i nostri caduti il giorno 22 dicembre 1997, vogliamo esprimere la nostra parola dalla nostra geografia  divenuta sacra per il sangue dei nostri martiri. Vogliamo dire la nostra parola per conservare la memoria di quanto accaduto e per chiarire un’altra volta la nostra posizione riguardo alla causa intentata qualche mese fa contro Ernesto Zedillo presso una Corte del Connecticut per il Massacro di Acteal.
Ma, affinché l’attenzione su questa causa contro Zedillo non distragga l’attenzione dal punto principale ed affinché non si incentri tutta l’attenzione nella persona di Ernesto Zedillo, vogliamo ricordare la cosa più importante. In primo luogo dobbiamo ricordare i fatti centrali del Massacro di Acteal:

1) Sugli autori intellettuali: Per noi non c’è dubbio che questo crimine fu pianificato dai tre livelli di governo, municipale, statale e federale, e dal potere civile e militare per distruggere le organizzazioni che difendono i propri diritti. Alle organizzazioni indipendenti il governo offrì morte e sfollati.

2) Sugli autori materiali: Noi siamo testimoni che il Massacro di Acteal fu perpetrato per mano dei paramilitari priisti e cardenisti che parteciparono come autori materiali.

3) Sui partiti politici ed il Massacro di Acteal: Per noi non c’è molta differenza tra i diversi partiti: Il PRI programmò il massacro e gli omicidi di molti compagni indigeni in molti luoghi. Il PAN fece scarcerare i paramilitari. Ed il governo del PRD del Chiapas li premiò  con case, terre ed una buona quantità da denaro.

Per quanto riguarda la causa presso una Corte degli Stati Uniti, ci sono molte cose da chiarire:

1) Alcuni hanno criticato Las Abejas perché dicono che siamo contrari alla causa contro Ernesto Zedillo. Noi non siamo contrari a che si giudichi Zedillo, al contrario, vogliamo che sia giudicato per il Massacro di Acteal con tutto il peso della legge. Ma siamo contrari alla confusione ed alla manipolazione. Per esempio, non vogliamo che sia incentrato su una sola persona quello che è un crimine di stato ed una politica di contrainsurgencia che non si è interrotta. Riteniamo inoltre una trappola il fatto che Chuayffet ora voglia presentarsi come quello che avvisò Zedillo di quello che sarebbe successo, mentre sappiamo che lo stesso Chuayffet non volle mai ascoltare gli avvertimenti che gli fecero il FrayBa e la Diocesi di San Cristóbal.

2) Sulla richiesta di immunità presentata da Zedillo alla Corte degli Stati Uniti ed appoggiata dal governo di Felipe Calderón, riteniamo che nessuno può essere al di sopra della legge, tanto meno Zedillo perché egli è macchiato di sangue; dovunque vada sarà sempre macchiato del sangue dei 45 massacrati di Acteal più i quattro non ancora nati ed ora non vuole ammettere le sua responsabilità, quelli del PRI sono macchiati del sangue di molti indigeni di diverse località. Prima il PRI ed il PAN avevano diversi colori ma ora sono dipinti in un solo colore rosso che è il sangue di più di cinquantamila messicani e messicane morti.
3) Sul carattere della causa in Connecticut:

a) Ribadiamo che è assurdo e sospetto che i querelanti siano anonimi. I nomi delle vittime e dei loro familiari sono pubblici: si trovano negli atti della procura, nelle relazioni del Frayba e ad Acteal chiunque venga può trovare i nomi di tutte le vittime. Noi non abbiamo paura del governo perché non gli dobbiamo niente. Non abbiamo paura e non ci nascondiamo.

b) Non possiamo appoggiare una denuncia indipendentemente da chi la presenta solo perché siamo contro Zedillo. Nella nostra tradizione chi commette un torto contro la comunità deve risponderne davanti alla comunità. Per noi, Giustizia non è solo che si punisca qualcuno, ma che si dia soddisfazione alla comunità che ha offeso.

c) La causa contro Zedillo negli Stati Uniti è di carattere civile. Noi pensiamo che non può esserci risarcimento senza che si sia fatta giustizia di carattere penale, lui ed i suoi complici sono colpevoli per omissione e per commissione e per questo devono essere giudicati penalmente.

4) Infine, chiediamo una spiegazione al governo di Juan Sabines per l’uso che fece della Procura Speciale per Acteal. Questa Procura era un organo dello stato, è stata pagata con denaro pubblico, cioè col denaro delle nostre imposte. Tuttavia, non presentò mai una relazione alla società civile sui risultati delle sue indagini, e quella Procura sparì tanto silenziosamente come era nata. E non solo, ai compagni e compagne del FrayBa che sono i nostri legittimi rappresentanti e coadiuvanti nel processo, fu ripetutamente negato l’accesso agli atti al punto che dovettero presentare un esposto e nemmeno così fu permesso loro di prendere visione di tutto quello di cui avevano bisogno. Improvvisamente gli atti della Procura per Acteal appaiono nella pagina Web di uno studio privato di avvocati degli Stati Uniti che spera di fare un ricco affare col sangue dei nostri martiri (che hanno prezzato 50 milioni di dollari). Come spiega Sabines il fatto che lì sono arrivati degli atti che non erano pubblici? Come giustifica il fatto di aver reso noto ad un ufficio privato e straniero quello che non vollero mai far conoscere né alla società chiapaneca né ai rappresentanti delle vittime?

Chiediamo a Sabines una spiegazione ed inoltre che presenti una relazione pubblica sulle attività e sui risultati della Procura speciale.

Viva Las Abejas, viva Acteal, viva la resistenza.

Distintamente.
La voz de las Abejas.
C. Porfirio Arias Hernández. C. Victorio Sántiz Gómez.
C. Benjamín Pérez Pérez. C. Javier Ruíz Gutiérrez.
C. Manuel Gómez Pérez.

 http://acteal.blogspot.com/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 21 gennaio 2012

Sulla sierra del Chiapas cresce il rifiuto al programma di regolarizzazione del territorio

Hermann Bellinghausen. Inviato. El Porvenir, Chis., 20 gennaio. Sulla sierra del Chiapas cresce il rifiuto delle comunità al Programma di Certificazione dei Diritti Ejidali (Procede). Di fatto, in Chiapas è uno degli stati dove ha meno attecchito la certificazione. Adesso c’è una novità: agricoltori che erano entrati nel programma, ora ne vogliono uscire. Nell’ejido Cambil, del municipio El Porvenir, 233 ejidatarios hanno rinunciato al Procede. Che cosa succederà ora dopo queste diserzioni?

Il rifiuto degli ejidatarios di Cambil è indicativo di quello che succede sulla sierra del Chiapas, dove cresce anche il rifiuto al potenziale sfruttamento minerario ed agli sgomberi e spopolamenti come quello che si vuole effettuare a Motozintla ed in altre località, col pretesto che sono luoghi ad alto rischio di smottamenti per le inondazioni che hanno colpito la regione negli anni scorsi. Sui contadini aleggia il fantasma delle città rurali (attualmente se ne sta costruendo una a Jaltenango) come alternativa futura.

Nonostante le pressioni governative e dell’apparato priista a partire dal 1995, la resistenza al Procede è ancora forte. Nel 2006, al termine del periodo programmato per queste certificazioni, in Chiapas esisteva ancora un’alta percentuale di terre non regolarizzate. Agli inizi del 2007, il Registro Agrario Nazionale (RAN) annunciava la “regolarizzazione” dell’84% dei nuclei agrari, corrispondenti ad una superficie di 2 milioni 427 mila 716 ettari (59%), con il restante 41%, un milione 692 mila 38 ettari, in attesa di regolarizzazione.

Secondo la ricercatrice Dolores Camacho, del Programma di Ricerche Multidisciplinari su Mesoamerica e Sudest (Proimse) della UNAM),”i nuclei agrari regolarizzati sono piccoli; rappresentano solo la metà della superficie; questo spiega la preoccupazione dei governi al riguardo”. Con l’intenzione di “risolvere” il contrattempo è stato creato il Fondo di Aiuto ai Nuclei Agrari senza Regolarizzare (FANAR), al quale si destineranno molte risorse per raggiungere l’obiettivo.

Il governo dello stato prevedeva di regolarizzare 278 mila ettari nel 2011, come aveva dichiarato Ernesto Gutiérrez Coello, delegato del RAN in Chiapas. Anche se in assenza di informazioni definitive, tutto indica che la meta non è stata raggiunta. Il FANAR offre aiuti a progetti produttivi. “Questo induce i leader di partito e commissari ejidali a premere sui contadini perché accettino, scatenando ulteriori conflitti per le diverse opinioni, perché questi sono sempre di più convinti di respingere il programma per paura di perdere le loro terre”, sostiene Camacho.

Abitanti di villaggi intorno all’ejido di Santa María, nel municipio montano di Chicomuselo, denunciano che a novembre è stata scoperta una vena di bario in un podere di questo ejido. L’eventuale estrazione, sostengono, è promossa dall’ingegnere Pedro Palmas Echeverría e da Romeo Aguilar Méndez, che vorrebbero che gli ejidatarios si costituiscano in associazione civile “per potere sfruttare il minerale”.

A dicembre è stata posta una lastra di cemento che recita testualmente: “P.P.D, lotto: ‘la pera’ Sup. 2180 hrs. Ag. Tuxtla Gtz. Chiapas. Exp. 109/00258”. Le comunità di Chicomuselo presumono “che si riferisce al permesso di esplorazione”. Ricordano che il governatore Juan Sabines Guerrero ha detto che “durante la sua amministrazione non autorizzerà più permessi di esplorazione e sfruttamento di miniere nel nostro stato”, e gli chiedono di proseguire così.

Più di una decina di comunità dei municipi La Concordia, Chicomuselo e Socoltenango chiedono la cancellazione di ogni permesso di estrazione di minerali. Sostengono che “si metterebbero a grave rischio la nostra vita e quella dei nostri animali, si inquinerebbe l’ambiente e ci sarebbe maggiore scarsità di acqua”, che è già grave per la mancanza di sorgenti. “Ci riforniamo dai pozzi che corrono il rischio di venire inquinati dai residui tossici”.http://www.jornada.unam.mx/2012/01/21/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Los de Abajo

 La fame dei rarámuris

Gloria Muñoz Ramírez

Le notizie infondate dei suicidi collettivi dei rarámuris a Chihuahua perché non avevano niente da mangiare, ed ora le massicce campagne di raccolta cibo per portare qualcosa nella pancia di questi popoli, possono trasformare un’emergenza reale, drammatica e non certo nuova, in azioni di carità che sovvertono i diritti collettivi dei popoli indigeni ponendoli nuovamente come oggetti di diritto, non come soggetti dello stesso, tralasciando le responsabilità dello Stato non solo nel cambiamento climatico, ma nelle conseguenze che hanno avuto le invasioni nei territori indios dei diversi progetti transnazionali.

18 anni fa l’insurrezione zapatista introdusse nel dibattito nazionale ed internazionale il riconoscimento degli indigeni di questo paese come soggetti di diritti collettivi, escludendo le politiche paternalistiche e le immagini folcloristiche di più di 60 popoli esclusi e condannati alla povertà estrema. Nei primi mesi del 1994 quel dibattito vinse, indipendentemente dal fatto che poi nel 2001 fu elaborata una controriforma che ignorò ufficialmente i diritti e la cultura indigeni e, con questo, il diritto all’autonomia.

Questa settimana hanno cominciato a proliferare in tutto il paese centri di raccolta di cibo presso i quali persone di buona volontà vanno a donare acqua, riso, fagioli e latte in scatola. Ovvio che tutto questo e molto di più è necessario per affrontare l’emergenza, ma il discorso non può essere quello di “aiutare i poveri tarahumaras che stanno morendo di fame”. Sostenere l’aiuto con questo orizzonte vuol dire trascura una conquista raggiunta faticosamente dal movimento indigeno nazionale.

È ovvio che l’invio di un pacchetto speciale di 100 mila provviste di cibo, coperte ed acqua sulla serra Tarahumara da parte della Segreteria per lo Sviluppo Sociale (Sedeso), “per assistere i casi di fame provocata dalla siccità e dalle gelate che hanno colpito la regione”, non risolverà il problema enorme che ha a che vedere con la mancanza del riconoscimento e con le politiche di esclusione dei rarámuris e degli altri popoli indios del paese.

In questi momenti mancano la presenza e le parole da Ricardo Robles, El Roco, da sempre accompagnatore gesuita dei rarámuris e profondo conoscitore della sierra. Cito da uno dei suoi scritti: “… E ritornando alla questione dei cannibali, dobbiamo chiederci chi lo è oggi, il turismo o le vittime dell’invasione, le compagnie minerarie o gli avvelenati, le dighe o gli sfollati, gli asili o i bambini, i partiti o i cittadini, il narco o suoi prigionieri, i poliziotti o i manifestanti, l’Esercito o i morti, i governi o quelli di sotto… ed infine, l’avarizia o i depauperati”. http://www.jornada.unam.mx/2012/01/21/opinion/016o1pol

 La resistenza sta nel saper ascoltare la terra.
John Berger

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 20 gennaio 2012

Il Frayba chiede di fermare le aggressioni sistematiche dei priisti contro gli indigeni

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 19 gennaio. Un commerciante tzeltal, base di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) del municipio ufficiale di Tenejapa, è stato rinchiuso nel carcere n. 5, accusato di essere responsabile dei fatti violenti avvenuti a dicembre nella comunità di Banavil, quando una cinquantina di elementi del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) hanno aggredito con le armi quattro famiglie simpatizzanti dell’EZLN cacciandole dalle loro case e dal villaggio.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) ha emesso oggi un’Azione Urgente, nella quale si afferma che “le aggressioni avvenute il 4 dicembre hanno avuto come risultato la morte di Pedro Méndez López (priista); la sparizione di Alonso López Luna; lo sfollamento di quattro famiglie ‘accusate’ di essere simpatizzanti zapatisti; la detenzione di Lorenzo López Girón, ferito gravemente ed accusato di lesioni aggravate; la detenzione arbitraria di Francisco Santiz López, base di appoggio dell’EZLN, che al momento dei fatti si trovava altrove, e sei persone ferite”.

Secondo le testimonianze raccolte dal Frayba, la mattina del giorno citato sono arrivate a casa di Alonso tre donne “con pietre e bastoni” che hanno picchiato lui e la sua famiglia. “Poi, circa 50 uomini del PRI hanno preso Alonso continuando a picchiarlo. Tutti avevano bastoni ed armi. Lorenzo, per difendere suo padre, oggi  desaparecido, è stato colpito da colpi di arma da fuoco al petto e all’inguine”.

Trasportato all’ospedale di questa città, Lorenzo è stato fermato dai poliziotti statali. I testimoni affermano che durante l’aggressione armata i priisti hanno portato via Alonso chi continuava a sanguinare”. Si ignora dove si trovi ora. Il 23 dicembre, nell’ejido Mercedes, che confina con Banavil, è stato trovato un braccio che la famiglia assicura che appartiene ad Alonso, poiché hanno riconosciuto una cicatrice su un dito. Poliziotti statali, il giudice municipale ed il pubblico ministero sono giunti sul luogo del ritrovamento i giorni 26 e 28, ma non si è trovato il corpo. La famiglia del desaparecido afferma che non hanno svolto “una ricerca adeguata”.

Francisco, lo zapatista accusato di aver dato inizio alle aggressioni, “è stato fermato arbitrariamente nel capoluogo municipale di Tenejapa, mentre lavorava nel suo negozio di frutta e verdura”. Testimoni dei fatti “affermano che il giorno delle aggressioni non si trovava sul luogo dei fatti”; tuttavia, è stato fatto un processo sommario ed il giudice emetterà la sentenza nelle prossime ore.

“Le false accuse e la violenza generata dal gruppo di cacicchi del PRI degli ejidos Banavil, Mercedes e Santa Rosa, a Tenejapa, hanno provocato lo sgombero forzato di quattro famiglie simpatizzanti dell’EZLN e la morte di un membro del PRI”, riferisce l’organizzazione.

Il Frayba sottolinea “le continue e sistematiche aggressioni alle basi zapatiste ed ai simpatizzanti dell’EZLN”, e chiede al governo dello stato di cercare López Luna, di chiarire e punire la morte di Méndez López, la libertà di Santiz López, assistenza medica adeguata a López Girón, misure precauzionali e cautelari per il ritorno degli sfollati, una vera indagine dei fatti, così come disarmare e punire il gruppo dei cacicchi.

Risalgono al 2009 le vessazioni contro i simpatizzanti dell’EZLN che si oppongono alle arbitrarietà dei cacicchi priisti: all’esproprio delle terre, al disboscamento illegale, alla riscossione di imposte e cooperazioni senza fondamento, alle perquisizioni, alle aggressioni fisiche, all’impedimento al diritto all’educazione, tra altri. Le vittime l’hanno denunciato davanti agli enti del governo che “non fanno nulla”. Fino al momento, sottolinea il Frayba, “non esiste investigazione efficace né punizione dei responsabili, e le autorità non intervengono per risolvere la situazione né garantiscono la sicurezza giuridica e sociale a Banavil”.http://www.jornada.unam.mx/2012/01/20/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 18 gennaio 2012

Senza autorizzazione e di notte, le compagnie minerarie sfruttano la montagna del Chiapas

Hermann Bellinghausen. Inviato. Ejido Honduras, Chis. 17 gennaio. La comunità Campo Aéreo, racchiusa tra le vallate ed i monti della sierra del Chiapas, avverte i passi, fino ad ora furtivi, dello sfruttamento minerario a cielo aperto. Senza autorizzazione alcuna, “di nascosto, sono uscite camionate di materiale, ma non lo permetteremo più”, dice un ejidatario nella sua casa in una spianata a monte del fiume Vega de Guerrero.

Racconta che gli piace molto addestrare i cavalli da corsa, mentre guida i giornalisti tra la vegetazione, ad un paio di chilometri dal villaggio, attraverso un sentiero tracciato di recente da macchinario pesante, fino ad una cava circondata da rocce umide. “Dalle due alle tre del mattino da qui partono i camion carichi di roccia che poi scaricano su altri camion a Siltepec”. Le rocce sono dure ma granuloso, verde smeraldo. “Sembrano di metallo”, commenta l’ejidatario, membro della resistenza dell’Altra Campagna, come molti contadini dell’esteso municipio di Siltepec.

Gli ejidatarios hanno scoperto che il macchinario ed i camion appartengono all’impresa costruttrice di un certo Ing. Silva, ma sono convinti che si tratta della compagnia canadese Black Fire. “Pensiamo che in tutta questa regione esistano concessioni per le imprese minerarie, ma non c’è il consenso della popolazione”. Ed elenca: Toquián, Las Nubes, Cruz de Piedra, Las Moras, Cumbre Ventana, Delicias, Campo Aéreo. Ed in queste comunità sono in resistenza. Al meno a Campo Aéreo è maggioritaria.

Nel vicino Chicomuselo ha già fatto apparizione Black Fire, in maniera conflittuale. Inoltre, Siltepec è sul confine col Guatemala, dove a pochi chilometri sono già attivi grandi progetti minerari, a Tacaná e Zacapa.

“Hanno convinto a vendere una proprietaria dell’ejido Honduras, ma non ha il nostro consenso”. L’ejidatario racconta: “Ci offrono progetti di infrastrutture, di cui chiaramente ci sarebbe bisogno. Ma sappiamo che questo è solo un pretesto per inserirsi e poi avere concessioni per 50 anni”. Dice di aver parlato poco tempo fa con il vescovo guatemalteco Álvaro Leonel Ramazzini, di San Marcos, un attivo oppositore alle miniere, e questi gli ha confidato: “Una volta che la gente firma, è la fine. Non firmate. Ne va del futuro che lascerete ai vostri figli”.

Mostra una spaccatura tra le montagne, presumibilmente la vena mineraria attraverso il bosco. Poi indica un luogo, qualche chilometro a monte, con un altro buco di rocce verdi. Ci sono già state delle reazioni. A Las Nubes hanno bucato le gomme alle scavatrici dell’impresa.

“Immaginiamo cosa sarebbe la miniera a cielo aperto a Siltepec”, dice l’ejidatario. “Dopo l’uragano Stan abbiamo visto che qui si possono verificare pesanti frane dalla montagna. Con esplosioni e scavi sarebbe molto peggio, si metterebbe in pericolo la vita di molta gente. Ed il cianuro che usano per il lavaggio delle rocce avvelena i fiumi”.

Uno dei membri dell’organizzazione Luz y Fuerza del Pueblo che accompagna la visita denuncia che è minacciata la ricchezza di acqua e boschi, anche se le autorità dicono di proteggere l’ambiente. “Se un ejidatario abbatte un albero, lo mettono in prigione. Ma i commercianti di legname portano fuori illegalmente camionate di legno e nessuno dice niente. Nell’ejido Cruz de Piedra è già stato venduto un bosco, anche se Semarnat e Conafor l’hanno negato”. Il deputato priista Roberto Albores Gleason ha dichiarato, da parte sua, che non esistono tali concessioni.

Hanno molto da perdere questi agricoltori anche se arrivano ad offrire fino a 5 milioni di pesos per le loro terre. A Cruz de Piedra per soli 100 mila pesos un commissario ejidale ha autorizzato la vendita di un bosco vergine. “Non crescono nemmeno i pini, ma solo alberi originario, dice la nostra guida. “Avevano promesso progetti federali che poi sono risultati essere falsi”. Inoltre, la segheria prevista è bloccata per le proteste degli abitanti. http://www.jornada.unam.mx/2012/01/18/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 16 gennaio 2012

Di fronte al silenzio delle autorità, gli abitanti di Siltepec chiudono i postriboli

Hermann Bellinghausen. Inviato. Siltepec, Chis., 15 gennaio. In questo municipio di montagna, racchiuso nella Sierra Madre del Chiapas, la popolazione ha deciso di mettere un freno ai postriboli e, per quanto possibile, all’alcool. Per il momento sono stati chiusi i bordelli El Cazador, La Cabaña, La Embajada, La Tablazón ed uno dei molti che operano clandestinamente: La Lamita. Altri clandestini, che si presentano come ristoranti o con facciate legali diverse, continuano a funzionare.

Un gruppo di appartenenti a Luz y Fuerza del Pueblo