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Archive for gennaio 2011

La Jornada – Sabato 29 gennaio 2011

Raúl Vera López è il nuovo presidente del Frayba

Elio Henríquez. Corrispondente. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 28 gennaio. Il consiglio direttivo del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) ha designato come presidente il vescovo Raúl Vera López in sostituzione del Vescovo emerito Samuel Ruiz García, morto lo scorso lunedì.

La ricchezza e l’esperienza acquisite dal centro in 22 anni di lavoro grazie alla forza che Samuel Ruiz la lasciato nel cuore di moltissime persone serviranno ora per lottare per la vita e la pace in un contesto nazionale di guerra e violenza, ha affermato Vera López.

“Vogliamo proiettare, assumere e sentirci responsabili del Messico che oggi dobbiamo costruire e contribuire alla speranza che una società nuova è possibile”, ha aggiunto il presidente entrante del Frayba, la cui nomina è stata annunciata venerdì in conferenza stampa.

Negli uffici del centro, accompagnato da Diego Cadenas Gordillo, Felipe Toussaint e da altri dirigenti, Vera López – attuale vescovo della diocesi di Saltillo, Coahuila – ha ricordato che da mesi era vicepresidente del Frayba, ma che ne era già membro come coadiutore di Ruiz García nella diocesi di San Cristóbal, dal 1995 al 1999.

Ha aggiunto che il Tatic (padre, in tzeltal) ha creato il Frayba nel 1989 per difendere i diritti dei fratelli indigeni dalla crescente repressione ufficiale, ed ora lotterà anche per sradicare la barbarie, secondo lo spirito, il lascito di speranza ed i principi pastorali di Ruiz García, che affermava che “una società giusta è possibile perché la stiamo costruendo”. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/29/index.php?section=politica&article=003n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Giornalisti aggrediti.

La Jornada – Sabato 29 gennaio 2011

Poliziotti di San Cristóbal de las Casas minacciano i giornalisti, che presentano esposti

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, 28 gennaio. Poliziotti municipali hanno aggredito e fermato alcuni giornalisti, tra questi i fotografi Víctor Camacho e Moysés Zúñiga, inviato e collaboratore, rispettivamente, di La Jornada. E’ accaduto all’alba di giovedì, mentre transitavano su un’auto privata nelle vicinanze della piazza centrale di questa città, dopo aver concluso il servizio sulle funzioni funebri del vescovo emerito Samuel Ruiz García.

Agenti agli ordini del comandante Adonai Robledo hanno sbarrato la strada mettendo davanti all’auto un Pick up Dodge, targa DA-62-622, numero PC-35, e dietro un’auto di pattuglia Nissan, modello Tiida, targa DPD 55-35, numero PC-26. Erano le 2 del mattino, a mezzo isolato dalla cattedrale, in Calle Guadalupe Victoria.

Sono stati aggrediti anche i giornalisti Carlos Herrera e Manuel de la Cruz, corrispondenti delle agenzie Efe, Ap e Afp, così come quelli dei giornali Cuarto Poder, Expreso, Mirada Sur e La Foja Coleta, tra altri media.

I giornalisti riferiscono che, senza identificarsi quali agenti, gli aggressori hanno cominciato ad interrogarli rispetto alla loro provenienza, destinazione e scopo. A queste domande i giornalisti non hanno risposto ma hanno chiesto che prima fossero informati di cosa li si accusasse.

Gli agenti accusavano i quattro giornalisti, ben conosciuti in Chiapas, di “prendersi gioco delle autorità”, minacciandoli di portarli nella base della polizia municipale, ma hanno desistito quando i fotografi hanno cominciato a scattare foto per documentare l’aggressione.

Successivamente, oltre una decina di professionisti di media statali e nazionali hanno inviato una lettera pubblica al governatore dello stato ed al sindaco di San Cristóbal, Victoria Cecilia Flores Pérez, dove esprimono: “Essendo il Messico uno dei paesi dove il lavoro dei giornalisti è considerato fra i più rischiosi per la quantità di omicidi, detenzioni e sequestri contro la categoria, non è infondato il sospetto di premeditazione nell’aggressione contro chi, in possesso dei suoi strumenti di lavoro, è stato fermato nella zona dove stava lavorando da almeno 48 ore durante un evento al quale erano presenti decine di agenti di vigilanza e sicurezza dei tre livelli di governo”.

Aggiungono che anche se i poliziotti di San Cristóbal non conoscevano i fermati, la situazione è “sempre preoccupante, poiché sono molti i cittadini che per lavoro, questioni familiari, per passatempo e turismo si muovono all’alba e sono esposti a subire quanto accaduto ai nostri compagni.

“Siamo a conoscenza della deplorevole situazione presente in diverse entità e regioni messicane dove l’insicurezza ha ristretto di fatto o perfino ufficialmente, la libertà di transito, di espressione e lavoro, ma fino a questo momento non ritenevamo che il primo isolato di questa città rientrasse in dette circostanze”, prosegue la lettera al governatore Juan Sabines Guerrero.

“Per quanto sopra, Le chiediamo di prendere posizione al riguardo e di informarci dei risultati o, in mancanza di questi, di informarci se per caso vi siano misure eccezionali, orari di coprifuoco o territori in Chiapas dove dobbiamo svolgere l’esercizio della nostra professione a nostro proprio rischio e pericolo”. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/29/index.php?section=politica&article=005n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 26 gennaio 2011

Don Samuel Ruiz riceve l’omaggio più gradito: quello degli indios

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 25 gennaio. È interminabile il fiume di persone che sfilano davanti al feretro del Tatic Samuel Ruiz García. In migliaia, di ogni età e condizione sociale, vogliono vederlo per l’ultima volta. È molto probabile che tutti l’abbiano conosciuto, o almeno visto di persona, e forse toccato.

Dall’alba, quando sono arrivati suoi resti nella cattedrale, buona parte della popolazione di questa città è venuta a vederlo. Si sono visti ex funzionari di diversi governi. Gente arrivata di altri stati. E molti indigeni. Prima dai municipi vicini come Zinacantán e San Juan Chamula. Poi San Andrés, Huixtán, Altamirano, Amatenango del Valle, Comitán. E poi Salto de Agua, Sabanilla, Palenque. Un fiume di gente scossa. Alcuni accarezzano il vetro che copre la bara, lo baciano o dicono qualcosa a voce bassa, nient’altro per il Tatic.

Hanno officiato le celebrazioni religiose i parroci chiave nella costruzione della chiesa indigena, che è il lascito sociale, e non solo religioso, di Ruiz García. Si sono convertiti vivendo nelle parrocchie di Simojovel (Joel Padrón), Tila (Heriberto Cruz Vera), Miguel Chanteau (Chenalhó), Gonzalo Ituarte (Ocosingo). Una generazione di preti politici: chi non incarcerato, espulso dalla Migrazione, minacciato dagli allevatori o calunniato sui media locali.

Sono stati testimoni dello straordinario processo sociale dei popoli maya chiapanechi degli ultimi 30 anni. In termini simbolici, oggi lo sono un’altra volta. Nell’atrio e nella cattedrale sono presenti membri di organizzazioni come Xi’Nich, Aric e Las Abejas, le cui lotte hanno preceduto, anticipato o accompagnato la sollevazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).

Una figura particolarmente significativa è Raúl Vera, vescovo di Saltillo, per alcuni anni coadiutore di Ruiz García. Come lo stesso Tatic, ha avuto la sua fulminazione sulla strada di Damasco. Quando ha conosciuto i popoli del Chiapas è sceso da cavallo, come il Saulo del passaggio biblico letto ieri sera all’arrivo del feretro nella cattedrale. Vera è il suo successore al posto del vescovo cattolico più scomodo per il potere del paese intero.

 

Viene da lontano l’omaggio degli indigeni chiapanechi al Tatic (padre, in tzeltal) che oggi convergono a migliaia nella cattedrale dedicata al santo cattolico dei viaggiatori, San Cristóbal. Viene da decenni addietro, e da tutte le regioni indie del Chiapas. Fin dall’alba sono arrivati gruppi di fedeli da Simojovel, Chenalhó, Chilón, Ocosingo, Tila, Las Margaritas, Motozintla. Dagli angoli più nascosti, a volte “l’angolo più dimenticato della patria”, come dissero gli zapatisti nel 1994.

Oggi si sono celebrate diverse messe; le più solenni a mezzogiorno e al tramonto. Organizzazioni politiche e sociali, gruppi parrocchiali, comunità tzeltales, tzotziles, choles, mam, tojolabales, “colorano” ancora una volta il passaggio di Ruiz García, che come un radioamatore si identificava come El Caminante. Nei decenni della sua presenza episcopale ha visitato la maggior parte di queste comunità. Ancora non esistevano le strade e i sentieri che hanno portato la guerra in queste terre, ma il Tatic arrivava sempre. A piedi o a dorso di mulo. Oggi sono quei popoli che arrivano qua, e domani lo seppelliranno proprio qui, nella cattedrale che occupa il centro di questa città storicamente a loro ostile.

Nel 1982 avvenne un terribile massacro di indigeni a Wolonchán (Chilón). A quell’epoca “non c’era chi contava i morti”, come disse una volta Andrés Aubry. Più di 50 vittime dimenticate. Più che ad Acteal, avvenuto nel 1997, quando la notizia fece il giro del mondo, fece tremare il governo della Repubblica ed è ancora una ferita aperta. Il Chiapas era già un altro, e don Samuel ha avuto gran merito in questo. Gli indios già contavano qualcosa. Non a caso qui risiede una delle culle della coscienza moderna dei diritti umani.

Precursore in material su scala nazionale, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, o Frayba, è stato creato alla fine del 1988 dallo stesso Ruiz García, che lo ha presieduto fino a lunedì scorso. Il Frayba oggi dice: “Nella sua instancabile lotta per la difesa dei diritti umani è stato ispiratore e guida di molte organizzazioni civili e di processi sociali nella costruzione della giustizia, mediatore nei dialoghi tra l’EZLN ed il governo messicano, un grande teologo della liberazione e promotore della teologia india. E’ stato candidato al Nobel della Pace ed ha ricevuto molti riconoscimenti per il suo lavoro a difesa dei diritti umani”.

Il Frayba ribadisce il suo impegno “di camminare a fianco ed al servizio del popolo povero, escluso ed organizzato che vuole superare la situazione socioeconomica e politica in cui vive, prendendo da lui direzione e forza per contribuire al suo progetto di costruzione di una società dove le persone e comunità esercitino e godano appieno di tutti i loro diritti”.

Da parte sua, Il Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo in Chiapas ha dichiarato: “Non dimentichiamo le dimostrazioni di solidarietà incondizionata che ci ha offerto nelle diverse tappe di lotta e conflitti, che abbiamo affrontato come popoli indigeni e come organizzazione, contro lo Stato che non cessa di annientare ogni tentativo di organizzazione del popolo”.

Ricorda la “sua collaborazione ed appoggio incondizionato alle lotte nei diversi angoli del paese, per la liberazione dei prigionieri politici e di coscienza, contro lo sfruttamento minerario, per la presentazione in vita dei desaparecidos ed il rispetto dei diritti umani, a favore degli oppressi e sfruttati”.

Nataniel Hernández Núñez, rappresentante del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa, con sede nella città costiera di Tonalá, ha dichiarato: “il Tatik Samuel ci ha lasciato in eredità la lotta e la difesa dei diritti umani, e per la giustizia. Per questo i membri di questo centro seguiranno i passi del Caminante e sorvegliante dei popoli per proseguire nel processo di pace, giustizia e rispetto dei diritti umani dei popoli in Chiapas”.

È stata notevole la partecipazione dei tre livelli di governo alle esequie di don Samuel. Luis H. Álvarez è arrivato come inviato personale del presidente Felipe Calderón. Ieri sera, il governatore Juan Sabines Guerrero ha accompagnato i resti fino all’altare della cattedrale, dopo essersi occupato del trasferimento da Città del Messico. La presidentessa municipale, Cecilia Flores, ha messo a disposizione le forze di polizia ed ha inviato una corona di fiori. Inoltre, si sono visti ex membri della Cocopa “storica” e della disciolta Conai, tutti amici del Tatic.

La stampa chiapaneca si è profusa in riconoscimenti per Ruiz García. Lo stesso ha fatto il vertice del PRI locale: Sami David, la senatrice María Elena Orantes e la ex segretaria di Governo Arely Madrid Tovilla, responsabile della politica contrainsurgente di Roberto Albores Guillén. Nemmeno per loro è un segreto che senza il Tatic sarebbe impossibile comprendere la storia moderna del Chiapas, e che la sua eredità sopravvivrà a tutti loro. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/26/index.php?section=politica&article=003n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDO GENERALE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Al Popolo Del Messico:

Il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale esprime il suo cordoglio per la morte del Vescovo Emerito Don Samuel Ruiz García.

Nell’EZLN militano persone di diversi credi religiosi e non credenti, ma la statura umana di questo uomo (e di chi, come lui, cammina dalla parte degli oppressi, degli sfruttati, dei disprezzati) ci induce ad esprimere la nostra parola.

Anche se non sono state poche né superficiali le differenze, i disaccordi e le distanze, oggi vogliamo rimarcare l’impegno ed il percorso che non sono solo di un individuo, bensì di tutta una corrente all’interno della Chiesa Cattolica.

Don Samuel Ruiz García non si è distinto solo per un cattolicesimo praticato tra e con i diseredati, con la sua squadra ha formato anche una generazione di cristiani impegnati in questa pratica della religione cattolica. Non solo si è preoccupato per la grave situazione di miseria ed emarginazione dei popoli originari del Chiapas, ma ha anche lavorato, insieme all’eroica squadra pastorale, per migliorare quelle condizioni di vita e morte.

Quello che i governi di proposito hanno dimenticato per coltivare la morte, si è fatto memoria di vita nella diocesi da San Cristóbal de Las Casas.

 

Don Samuel Ruiz García e la sua squadra non solo si sono impegnati per raggiungere la pace con giustizia e dignità per gli indigeni del Chiapas, ma hanno inoltre rischiato e rischiano la loro vita, libertà e beni in questo cammino ostacolato dalla superbia del potere politico.

Già da molto prima della nostra sollevazione del 1994, la Diocesi di San Cristóbal ha subito la persecuzione, gli attacchi e le calunnie dell’Esercito Federale e dei governi statali di turno.

Almeno da Juan Sabines Gutiérrez (ricordato per il massacro di Wolonchan nel 1980) e passando per il Generale Absalón Castellanos Domínguez, Patrocinio González Garrido, Elmar Setzer M., Eduardo Robledo Rincón, Julio César Ruiz Ferro (uno degli autori del massacro di Acteal nel 1997) e Roberto Albores Guillén (già noto come “el croquetas“), i governatori del Chiapas hanno perseguitato chi nella diocesi di San Cristóbal si opponeva ai loro massacri ed alla gestione dello Stato come fosse una tenuta porfirista.

Dal 1994, durante il suo lavoro nella Commissione Nazionale di Intermediazione (CONAI) in compagnia delle donne e degli uomini che formavano quell’istanza di pace, Don Samuel ricevette pressioni, vessazioni e minacce, compreso attentati contro la sua vita da parte del gruppo paramilitare mal chiamato “Paz y Justicia”.

E come presidente della CONAI Don Samuel, nel febbraio del 1995, subì anche una minaccia di arresto.

Ernesto Zedillo Ponce de León, come parte di una strategia di distrazione (tale e quale come ora) per occultare la grave crisi economica nella quale lui e Carlos Salinas de Gortari avevano sprofondato il paese, riattivò la guerra contro le comunità indigene zapatiste.

Mentre lanciava una grande offensiva militare contro l’EZLN (peraltro fallita), Zedillo attaccava la Commissione Nazionale di Intermediazione.

Ossessionato dall’idea di distruggere Don Samuel, l’allora presidente del Messico, ed ora impiegato delle multinazionali, approfittò dell’alleanza che, sotto la tutela di Carlos Salinas de Gortari e Diego Fernández de Cevallos, si era stretta tra il PRI ed il PAN.

In quelle date, in una riunione con la cupola ecclesiale cattolica, l’allora Procuratore Generale della Repubblica, il panista e fanatico dello spiritismo e della stregoneria più volgare, Antonio Lozano Gracia, brandì di fronte a Don Samuel Ruiz García un documento con il mandato di cattura nei suoi confronti.

E si racconta che il procuratore laureato in Scienze Occulte fu affrontato dagli altri vescovi, tra loro Norberto Rivera, chi si alzarono in difesa del titolare della Diocesi di San Cristóbal.

L’alleanza PRI-PAN (alla quale si uniranno poi in Chiapas il PRD ed il PT) contro la Chiesa Cattolica progressista non si è fermata lì. Dai governi federale e statale si sono favoriti attacchi, calunnie ed attentati contro i membri della Diocesi.

L’Esercito Federale non è rimasto indietro. Mentre finanziava, addestrava ed equipaggiava i gruppi paramilitari, si diffondeva la tesi che la Diocesi seminava la violenza.

La tesi di allora (e che oggi è ripetuta da idioti della sinistra da scrivania) era che la Diocesi aveva formato le basi ed i quadri della direzione dell’EZLN.

Un segno dell’ampia dimostrazione di questi argomenti ridicoli si ebbe quando un generale mostrò un libro come prova del legame tra la Diocesi ed i “trasgressori della legge”.

Il titolo del libro incriminante è “Il Vangelo secondo Marco”.

Oggigiorno quegli attacchi non sono cessati.

Il Centro dei Diritti Umani “Fray Bartolomé de Las Casas” riceve continuamente minacce e persecuzioni.

Oltre ad essere stato fondato da Don Samuel Ruiz García e di essere di ispirazione cristiana, il “Frayba” ha come “aggravante” il credere nell’Integrità ed Indivisibilità dei Diritti Umani, nel rispetto della diversità culturale e nel diritto alla Libera Determinazione, nella giustizia integrale come requisito per la pace, e nello sviluppo di una cultura del dialogo, tolleranza e riconciliazione, nel rispetto della pluralità culturale e religiosa.

Niente di più fastidioso di questi principi.

E questa molestia arriva fino al Vaticano, dove si opera per dividere in due la diocesi di San Cristóbal de Las Casas, in modo da diluire l’opzione per, tra e con i poveri, nel conformismo che lava le coscienze col denaro. Approfittando del decesso di Don Samuel, si riattiva questo progetto di controllo e divisione.

Perché là in alto sanno che l’opzione per i poveri non muore con Don Samuel. Vive ed agisce in tutto quel settore dalla Chiesa Cattolica che ha deciso di essere coerente con quello che predica.

Nel frattempo, la squadra pastorale, e specialmente i diaconi, ministri e catechisti (indigeni cattolici delle comunità) subiscono le calunnie, gli insulti e gli attacchi dei neo-amanti della guerra. Il Potere rimpiange i suoi giorni di dominio e vede nel lavoro della Diocesi un ostacolo al ripristino del suo regime di forca e coltello.

La grottesca sfilata di personaggi della vita politica locale e nazionale davanti al feretro di Don Samuel non è per onorarlo, ma per verificare, con sollievo, che è morto; ed i mezzi di comunicazione locali esprimono falso cordoglio ma in realtà festeggiano.

Al di sopra di tutti gli attacchi e cospirazioni ecclesiali, Don Samuel Ruiz García e le/i cristian@ come lui, hanno avuto, hanno ed avranno un posto speciale nel cuore scuro delle comunità indigene zapatiste.

Ora che è di moda condannare tutta la Chiesa Cattolica per i crimini, gli eccessi, le commistioni ed omissioni di alcuni dei suoi prelati…

Ora che il settore che si autodefinisce “progressista” si sollazza a si fa scherno della Chiesa Cattolica tutta…

Ora che si incoraggia a vedere in ogni sacerdote un pederasta potenziale o attivo…

Ora sarebbe bene tornare a guardare in basso e trovare lì chi, come prima Don Samuel, ha sfidato e sfida il Potere.

Perché qust@ cristiani credono fermamente che la giustizia deve regnare anche in questo mondo.

E così lo vivono, e muoiono, in pensieri, parole ed opere.

Perché sebbene sia vero che nella Chiesa Cattolica ci sono i Marciales e gli Onésimos, c’erano e ci sono anche i Roncos, Ernestos, Samueles, Arturos, Raúles, Sergios, Bartolomés, Joeles, Heribertos, Raymundos, Salvadores, Santiagos, Diegos, Estelas, Victorias, e migliaia di religios@ e secolari che, stando dalla parte della giustizia e della libertà, stanno dalla parte della vita.

Nell’EZLN, cattolici e non cattolici, credenti e non credenti, oggi non solo onoriamo la memoria di Don Samuel Ruiz García.

Salutiamo anche, e soprattutto, l’impegno conseguente de@ cristian@ e credenti che in Chiapas, in Messico e nel Mondo, non si rifugiano nel silenzio complice di fronte all’ingiustizia, né restano immobili di fronte alla guerra.

Don Samuel se ne va, ma rimangono molte altre, molti altri che, in e per la fede cattolica cristiana, lottano per un mondo terreno più giusto, più libero, più democratico, cioè, per un mondo migliore.

Salute a loro, perché anche dalle loro pene nascerà il domani.

LIBERTÀ!

GIUSTIZIA!

DEMOCRAZIA!

Dalle montagne del Sudest Messicano. Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’EZLN

Tenente Colonnello Insurgente Moisés    Subcomandante Insurgente Marcos

Messico, 26 gennaio 2011

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Martedì 25 gennaio 2011

Senza El Caminante, forse in Chiapas ci sarebbe stato un bagno di sangue

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 24 gennaio. Guardando la bella cattedrale gialla e bianca di San Cristóbal, scolpita da mani indigene ai tempi della Colonia, non si può non pensare a Samuel Ruiz García ed al suo passaggio assolutamente storico per le terre del sudest messicano. Da mezzo secolo questa città, e tutte le terre maya e zoques del Chiapas sono segnate dai passi del Caminante (Il Viandante), come egli stesso piaceva definirsi.

Dal pomeriggio di oggi ha cominciato a congregarsi (una parola che piaceva a jTatik), una grande quantità di persone nell’atrio e nelle navate del tempio, per aspettarlo per l’ultima volta. O “per sempre”, come dice un diacono tzotzil che sistema gli addobbi floreali che continuano ad aumentare ai piedi della scalinata fino all’altare, dove tante volte Don Samuel (la gente lo chiama semplicemente così) ha officiato e parlato, un vescovo come ce ne sono pochi, ed ora senza di lui, molti meno. A mezzanotte ancora lo aspettavano.

La sua impronta è ineludibile. Quanti governi statali e federali lo spiarono, calunniarono, minacciarono, schernirono. Quanti lo temettero. “Il pretino”, lo chiamava con sdegno un segretario di Governo negli anni della peggiore offensiva paramilitare filogovernativa contro choles e tzotziles alla fine del secolo XX, con al centro il massacro di Acteal (1997). Oggi si compiono 51 anni dalla sua consacrazione a vescovo della Chiesa cattolica nell’allora diocesi del Chiapas, che poi passò a quella di Tuxtla Gutiérrez; Ruiz rimase a San Cristóbal, la diocesi che comprende gli Altos, la Selva Lacandona, la zona nord, le selve e le catene montuose di confine: la vasta regione che a metà del decennio scorso scosse la coscienza nazionale con l’insurrezione zapatista e la rivelazione al Messico e al mondo di alcuni popoli indigeni profondi, coraggiosi ed esemplari.

Il vescoso stesso dovette scoprirli, come non lo fece nessuno dai suoi predecessori, ad eccezione del frate Bartolomeo de las Casas, il suo lontano precursore e definitivo maestro. Entrambi sono venuti ad imparare l’umanesimo nella terra degli “uomini veri”. Generazioni del popolo hanno amato Samuel Ruiz. Generazioni di cacicchi politici, finqueros e governanti l’hanno odiato come il nemico che effettivamente era per loro. Il suo prolungato contatto con le comunità lo portò alla sua famosa “opzione preferenziale per i poveri”, che acquisisce corpo verso il 1974, e si definisce ampiamente negli anni ’80.

Una corona di fiori del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, fondato qui dallo stesso Ruiz nel 1989, è posata accanto ad un’altra della famiglia di Mariano Díaz Ochoa, ex sindaco priista ed ex leader dei tristemente celebri “autentici coletos” che arrivarono a prendere a sassate la curia per considerare jTatik un rosso, irrimediabilmente alleato di quegli indios che erano disprezzati ed umiliati dai coletos, che come tali sono stati sconfitti dalla storia, cioè, da quei popoli ai quali il vescovo ha consacrato la sua vita. Oggi tutti gli rendono omaggio.

Polemico con i poteri ecclesiastici e politici, vituperato senza validi argomenti dagli intellettuali criollisti e filogovernativi, ebbe il suo momento culminante dopo la sollevazione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale nel 1994. Risultò l’unico mediatore valido per lo Stato ed i ribelli, e corse grandi rischi. In quei mesi, le sue omelie erano conferenze stampa per centinaia di giornalisti del mondo intero che accorrevano alle sue messe nella chiesa di Santo Domingo o in questa cattedrale; era “la notizia”, ed alcuni albergavano una certa morbosità, aspettando che lo assassinassero come don Arnulfo Romero, a San Salvador.

Contro quello che era un luogo comune, non era zapatista. Neanche filogovernativo, ma aveva la legittimità per servire da ponte. Senza di lui, in Chiapas forse ci sarebbe stato un bagno di sangue. Questa cattedrale si chiama da allora “della pace”. i Suoi corridoi, il suo atrio, le sue rustiche torri sono un monumento alla pace. Pochi menzionano ora che ha anche fatto da mediatore negli anni più duri dell’intolleranza religiosa tra cattolici tradizionali e nuovi evangelici. Don Samuel, cattolico, è corso in difesa degli indigeni. Ed il suo impegno per i diritti umani è stato pari. Lo sanno anche migliaia di maya guatemaltechi accolti in Chiapas durante la guerra nel loro paese, appoggiati dal jTatik e dalle sue squadre pastorali. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/25/index.php?section=politica&article=006n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Don Samuel Ruiz, riposa in pace.

Con profondo dolore comunichiamo che oggi, 24 gennaio, a Città del Messico, a 86 anni è scomparso Monsignor Samuel Ruiz García. Il nostro caro Jtatic ci ha trasmesso l’incorruttibile decisione di lottare per la giustizia e la costruzione della pace con dignità e perseveranza.

Jtatic Samuel Ruizè stato Vescovo Emerito della Diocesi di San Cristóbal de Las Casas e questo 25 gennaio avrebbe compiuto il 51° anniversario di ordinazione episcopale. E’ stato inoltre fondatore e Presidente di questo Centro dei Diritti Umani dal 1989.

Nella sua instancabile lotta per la difesa dei diritti umani è stato ispiratore e guida di molte organizzazioni civili e di processi sociali nella costruzione della giustizia, mediatore nei dialoghi tra l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ed il governo messicano, un grande teologo della liberazione e promotore della teologia india. E’ stato candidato al Nobel per la Pace ed ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro a difesa dei diritti umani in particolare a difesa dei popoli indigeni in Chiapas.

Fedeli alla sua ispirazione, tutte e tutti noi che facciamo parte di questo Centro, ratifichiamo la nostra Missione di camminare a fianco ed al servizio del popolo povero, escluso ed organizzato che vuole superare la situazione socioeconomica e politica in cui vive, prendendo da lui direzione e forza per contribuire nel suo progetto di costruzione di una società in cui le persone e comunità esercitino e godano di tutti i loro diritti in pienezza.

Il suo corpo sarà trasferito nel pomeriggio di oggi, lunedì 24 gennaio, nella città di San Cristóbal de Las Casas per essere vegliato nella Cattedrale di questa città che inizierà  alle ore 19:00 e proseguirà per tutta la notte. Le esequie si svolgeranno mercoledì 26 gennaio alle ore 12.00 nella cattedrale.

Ringraziamo anticipatamente per la vostra presenza alle diverse celebrazioni, potete portare una candela per accompagnare in questo percorso  jTatic Samuel.

26 gennaio, ore 12:00 – La cerimonia funebre sarà coperta dai seguenti media:

http://komanilel.blogspot.com/

http://chiapas.indymedia.org/

http://kuxaelan.blogspot.com/

http://acteal.blogspot.com/

http://chiapasdenuncia.blogspot.com/

http://frecuencialibre991.blogspot.com/

stream audio http://giss.tv:8000/komanilel.mp3

stream video http://www.livestream.com/komanilel

 

Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas A.C.
Calle Brasil #14, Barrio Mexicanos,
San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México
Código Postal: 29240
Tel +52 (967) 6787395, 6787396, 6783548
Fax +52 (967) 6783551
frayba@frayba.org.mxwww.frayba.org.mx

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La Jornada – Venerdì 14 gennaio 2011

L’ejido di Bachajón si dissocia dall’invasione

Hermann Bellinghausen

Le autorità ejidali di San Sebastián Bachajón (municipio di Chilón, Chiapas), aderenti all’Altra Campagna si sono dissociati dall’occupazione violenta del rancho El Vergel, avvenuta il 31 dicembre scorso nel vicino municipio di Sitalá. Accusano dei fatti Carmen Aguilar Gómez ed i suoi figli, che mentendo si sono presentati come aderenti all’Altra Campagna.

Aguilar Gómez, originaria della comunità Chewal Nazareth (Chilón), “ha occupato” El Vergel, di proprietà di Alicia Victoria Díaz, accompagnata da individui armati. Gli indigeni tzeltales aderenti all’Altra Campagna sostengono di “non aver niente a che vedere con questo conflitto, poiché questa persona non appartiene più a questa organizzazione” dall’aprile scorso. Gli ejidatari rivelano che era stata espulsa “per diversi reati”.

Inoltre, assicurano che il delegato di governo a Chilón “ha qualcosa a che fare in tutto questo, poiché nei giorni precedenti le persone denunciate si erano incontrate con Noé Castañón León (segretario di Governo dello stato), insieme ad altri rappresentanti del malgoverno”.

Secondo gli indigeni, “gli stessi funzionari pubblici sono coinvolti in questo abuso”. Se il governo “realmente vuole applicare la legge contro questa delinquente, che chieda al delegato di governo a Chilón dove ha archiviato tutte le denunce controi Carmen Aguilar e suo figlio, i quali hanno cercato di sporcare l’immagine dell’organizzazione dicendo di esserne membri, cosa che non è vera”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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