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Archive for settembre 2016

messico-04-cmykBollettino di guerra e di resistenza #44

Ai popoli del mondo.

Ai mezzi di comunicazione alternativi, liberi, autonomi o come si chiamino.

Alla Sexta Nazionale e Internazionale.

Bollettino di guerra e di resistenza #44

E gli altri 43? E i successivi?

Succede che questo paese non è più lo stesso da quando, due anni fa, il malgoverno commise uno dei suoi peggiori crimini facendo scomparire 43 giovani indigeni studenti della scuola normale rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero. Questo accadimento ci fece rendere conto della profonda oscurità nella quale ci troviamo, e agitò il cuore e lo spirito incarnati ora dai familiari e compagni dei 43, e che brilla nel volto di milioni di persone in tutte le geografie del Messico e del mondo di sotto, e della società civile internazionale solidale e cosciente.

Come quartieri, tribù, nazioni e popoli originari, guardiamo e rendiamo parola il nostro sguardo, ora come allora, dal cuore collettivo che siamo.

Dalle geografie e calendari di sotto, dove si disegnano gli specchi di noi che siamo il Congresso Nazionale Indigeno nelle nostre resistenze, ribellioni e autonomie; dai confini e direzioni in cui siamo e comprendiamo il mondo noi popoli originari, ovvero le geografie antiche da dove non cessiamo di vedere, comprendere e resistere a quella stessa violenta guerra che i potenti implementano contro tutte e tutti, noi che soffriamo e resistiamo a partire da quel che siamo con un volto individuale o collettivo, guardiamo e rendiamo nostra parola il volto dei 43 assenti percorrendo ogni angolo di questo paese in cerca di verità e di giustizia, il volto che si disegna con altri milioni di volti e che ci mostra in mezzo alla notte le direzioni sacre, perché sacri sono il dolore e la speranza. Questo volto collettivo che si moltiplica e guarda le geografie di resistenza e ribellione.

Dalle geografie di sotto

La scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa continua a essere impunita, e cercare la verità in mezzo alla putrefazione del potere è frugare nel peggio di questo paese, nel cinismo e nella perversione della classe politica, che non solo continua a simulare di cercare i compagni scomparsi, ma dinanzi alle crescenti evidenze che dimostrano la colpevolezza del narco-stato terrorista, premia chi è responsabile di mentire e di tentare di deformare ancora di più la verità -come il passaggio di posto di Tomás Zerón, responsabile di aver disseminato presunte prove della sua menzogna storica nella discarica di Cocula, alla Segreteria Tecnica del Consiglio Nazionale di Sicurezza- dando dimostrazione una volta di più della natura criminale del malgoverno.

Alla menzogna, la simulazione e l’impunità, il malgoverno somma gli investimenti in auto e le ingiustizie contro chi ha solidarizzato e manifestato in appoggio alla lotta dei familiari e compagni dei 43, come il giovane Luis Fernando Sotelo Zambrano, sempre solidale con le lotte dei popoli originari -come quelle di Cherán, della tribù Yaqui, degli indigeni incarcerati, delle comunità zapatiste-, che un giudice ha condannato a 33 anni e 5 mesi per sestuplo diritto di essere giovane, essere studente, essere povero, essere solidale, essere ribelle ed essere coerente.

Questo vediamo quando guardiamo verso chi sopra è Potere: per chi ammazza, copre e mente, premi e protezione; per chi s’indigna e protesta contro l’ingiustizia, botte e carcere.

-*-

E quando ci guardiamo:

Nel sud, la lotta dei popoli in difesa dei loro territori contro i cacicchi e le imprese, si dissolve nella lotta per la sicurezza e la giustizia contro le bande della delinquenza organizzata, la cui intima relazione con tutta la classe politica è l’unica certezza che, come popolo, abbiamo rispetto a qualsiasi organo dello stato.

La formazione di gruppi di scontro che agiscono contro le mobilitazioni permea i villaggi e il governo gioca a generare conflitti che incendino i tessuti interni. Vale a dire, cerca di creare rispecchiamenti della sua guerra seminando discordia nelle comunità e puntando sulla distruzione delle fibre più sensibili. Niente di più esplosivo e pericoloso per questa nazione.

Nell’occidente, le lotte per la terra, la sicurezza e la giustizia avvengono in mezzo all’amministrazione dei cartelli della droga, che lo stato camuffa da lotta alla delinquenza o da politiche di sviluppo. In cambio, i villaggi che hanno resistito e perfino abbattuto la delinquenza attraverso l’organizzazione dal basso, devono lottare contro i tentativi permanenti fatti dai malgoverni per ottenere che il crimine organizzato, e i partiti politici di sua preferenza, si impadroniscano nuovamente dei territori attraverso forme diverse.

L’organizzazione autonoma delle comunità, le loro lotte irrinunciabili per i luoghi sacri e le terre ancestrali non cessano. La difesa di nostra madre non si negozia. Siamo attenti alla lotta della comunità Wixárika de Wauta- San Sebastián Teponahuaxtlán per il recupero di circa diecimila ettari limitrofi all’abitato di Huajimic, Nayarit, dove, nonostante aver dimostrato il loro diritto nei tribunali agrari, le autorità giudiziarie sono state negligenti; e i malgoverni usano le false geografie officiali che dividono gli stati come pretesto per incentivare la spoliazione dei popoli originari. Al popolo Wixárika, nella sua ribellione e autonomia diciamo: siamo con voi.

Nel nord, dove persistono lotte per il riconoscimento dei territori, le minacce minerarie, le spoliazioni agrarie, il furto di risorse naturali e la sottomissione delle resistenze da parte di narco paramilitari, i popoli originari continuano a costruire giorno per giorno.

I popoli originari delle tribù del nord, dove la nazione Sioux tesse le sue proprie geografie che vanno oltre le false geografie officiali che li situano in un altro paese -ma per noi siamo tutti figli della stessa madre-, stanno resistendo all’invasione delle loro terre sacre, cimiteri e centri di preghiera per la costruzione di oleodotti da parte dell’impresa Energy Transfer Partners, che pretende di trasportare attraverso i loro territori il petrolio ottenuto mediante il fracking della regione Bakken, nel Nord Dakota, cosa che ha motivato la solidarietà e l’unione dei popoli originari del nord. A essi diciamo che la loro rabbia è la nostra e come Congresso Nazionale Indigeno alziamo e alzeremo la voce insieme a voi. La vostra degna lotta è anche nostra.

Nella penisola, i popoli maya resistono alla scomparsa per decreto, difendendo le loro terre dall’attacco di imprenditori turistici e immobiliari, dove la proliferazione di guardie bianche opera nell’impunità per depredare i villaggi, l’invasione dell’agroindustria transgenica minaccia l’esistenza dei popoli maya e l’immondizia dei magnati che si impadroniscono dei territori agrari, delle vestigia culturali, archeologiche e perfino dell’identità indigena, pretende di convertire un popolo tanto vivo quanto l’estensione della sua lingua, in feticci commerciali. I villaggi che lottano contro le alte tariffe della luce sono perseguitati e criminalizzati.

Nel centro, i progetti di infrastrutture, autostrade, gasdotti, acquedotti, lottizzazioni immobiliarie, si stanno imponendo in forma violenta e i diritti umani si notano di volta in volta sempre più soffusi e lontani nelle leggi imposte. La criminalizzazione, cooptazione e divisione disegna la strategia dei gruppi potenti, tutti vicini in maniera corrotta e oscena al criminale che crede di governare questo paese, Enrique Peña Nieto.

Nell’oriente del paese, la violenza, il fracking, le miniere, il traffico di migranti, la corruzione e la demenza governativa sono la corrente contro la lotta dei popoli, in mezzo a regioni intere prese da violenti gruppi delinquenziali orchestrati dagli alti livelli di governo.

Dal dialogo al tradimento

Come hanno fatto gli insegnanti in lotta, come popoli originari abbiamo cercato di dialogare con il malgoverno nelle nostre richieste urgenti di rispetto dei territori, di presentazione degli scomparsi, di liberazione dei prigionieri, di giustizia per gli assassinii, del fatto che la polizia o i militari escano dalle nostre terre o delle nostre esigenze di sicurezza e giustizia, ma il governo si sottrae sempre, fino a che arrestano i nostri portavoce in tutto il paese, l’esercito spara contro i bambini a Ostula, le macchine distruggono le case di chi resiste a Xochicuautla, i federali sparano contro il popolo degno che accompagna i maestri a Nochixtlán. I malgoverni fanno finta di dialogare e dissimulano nel corso di anni accordi con il popolo Wixárika per ottenere la restituzione pacifica del suo territorio, mentre configurano un riordino violento della regione.

E il governo chiacchiera come se non fosse accaduto nulla e offre la volontà di cedere, sempre che ambo le parti siano d’accordo. Il governo cede una parte di ciò che ha appena distrutto, libera un prigioniero, indennizza la famiglia dell’ucciso, finge di stare cercando gli scomparsi. E in cambio chiede ai popoli di cedere il loro patrimonio collettivo, che è la loro dignità, la loro organizzazione autonoma e il loro territorio.

In varie geografie del nostro paese stiamo ricorrendo alle consultazioni quando diciamo che non vogliamo le loro miniere, i loro campi eolici, i loro transgenici, le loro dighe, ed esigiamo che si chieda ai popoli, ma il malgoverno risponde sempre fingendo che “consulta come consultare se consulta o no la forma della consultazione” (o qualcosa del genere), cose piene di simulazione, soppiantamento della nostra parola, manipolazione e cooptazione della nostra gente, minacce e repressione. E così via fino a dire che ormai è fatta e ormai abbiamo detto di sì ai suoi progetti di morte, oppure che siamo divisi e deve accontentare tutte le posizioni.

E mentre pretendono di tenerci quieti nella loro agenda piena di menzogne e le ONG “esperte” in “consultazioni” ingrossano le loro tasche, procedono più in fretta per concretizzare -ancor prima di iniziare la presunta consultazione- il furto dell’acqua del fiume yaqui, che le miniere e le loro devastazioni distruggano Wirikuta, che i campi eolici invadano tutto l’Istmo e che i transgenici si impongano nella Riviera Maya.

Le direzioni del mondo sono le nostre geografie e in esse ci incontriamo e riconosciamo, perché sappiamo che la lotta non è di oggi né per l’oggi, non lottiamo per il potere né per il folklore che offrono campagne menzognere, ma per tessere e ritessere ciò che siamo, fummo e saremo come popoli originari.

I volti dei 43 assenti e la tenacia dei loro familiari e compagni, sono gli altri 43 bollettini di guerra e resistenza. A esse e a essi si uniscono i dolori, le rabbie, le resistenze dei popoli originari e le ribellioni di milioni in tutto il Messico e il mondo.

E continuano i bollettini di guerra e resistenza dell’altro perseguitato e stigmatizzato, delle donne violentate, fatte scomparire o assassinate, dell’infanzia convertita in merce, della gioventù criminalizzata, del lavoro sfruttato, della ribellione perseguita, della natura imbrattata, dell’umanità addolorata.

Con tutta questa umanità, con questa terra che siamo, oggi reiteriamo che la verità e la giustizia sono una richiesta irrinunciabile e che il castigo per i colpevoli, per tutti i colpevoli, nascerà dalla lotta dal basso, dove, ora più che mai e come popoli originari del Congresso Nazionale Indigeno, sappiamo che non ci si può arrendere, né vendersi, né zoppicare.

Verità e giustizia per Ayotzinapa!

Libertà per Luis Fernando Sotelo Zambrano!

Libertà per tutte e tutti i prigionieri politici!

Per la ricostruzione integrale dei nostri popoli

Mai Più Un Messico Senza Di Noi

 

Congresso Nazionale Indigeno

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Messico, Settembre 2016

 

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano – Testo originale

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Una casa, altri mondi.

Invito aCompArte y ConCiencias por la Humanidad”

Luglio-agosto-settembre 2016

A chi di dovere:

Oggetto: Invito a “CompArte y ConCiencias por la Humanidad”.

Sì, lo sappiamo. Giorni e notti in cui l’amarezza sembra essere l’unico orizzonte. Passi trascinati per il dolore, la rabbia, l’indignazione; inciampando ogni tanto negli impertinenti sguardi del cinismo e della delusione; la stupidità intronizzata in ruoli di governo e sondaggi; la simulazione come forma di vita; la mitomania come tattica e strategia; la frivolezza come cultura, arte, scienza; il dosato disprezzo verso il diverso (“il male non è che esista l’altro, ma che si mostri”); la rassegnazione a prezzo di saldo nel mercato politico (“è così, resta solo da scegliere non più per il meno peggio, ma per il meno scandaloso”). Sì, difficile, sempre più difficile. Come se la notte si protraesse. Come se il giorno posticipasse il suo passo fino a che no, nessuno, niente, vuoto il cammino. Come se non ci fosse respiro. Il mostro che spia da ogni angolo, campi e strade.

E nonostante tutto questo, o esattamente per tutto questo, vi mandiamo questo invito.

Sì, sembra che non capiti a caso o cosa, ma noi, zapatiste, zapatisti, vi invitiamo a partecipare al festival CompArte y ConCiencias por la Humanidad”. Quindi, a rispetto delle formalità, dobbiamo inviarvi un invito. Qualcosa che indichi un calendario ed una geografia, perché voi avete una vostra propria strada, un vostro passo, una vostra compagnia, un vostro destino. E non è neppure il caso di aggiungere difficoltà a quelle che già dovete affrontare. Dunque, in un invito si dovrebbero indicare il dove e il quando.

Ma voi sapete bene come siamo. Quale è il nostro modo. Quindi, la domanda che, pensiamo, deve rispondere ad un invito, non è tanto il luogo e la data. Bensì il perché. Forse è per questo che questo invito non rispetta le formalità del caso e vi giunge in un momento inopportuno, o dopo o prima. Ma non importa, deciderete voi.

Per questo, questo invito è molto altro, e come parte essenziale contiene questa piccola storia:

UNA CASA, ALTRI MONDI.

Più che una storia, potrebbe essere una leggenda. Cioè, non c’è modo di confermare la veridicità di quanto qui narrato. In parte perché non si specificano né calendari né geografie, ovvero, sarebbe potuto essere in qualunque luogo ed in una volta indefiniti; ed anche perché il presunto non-protagonista di questa narrazione è morto, defunto, sepolto, andato. Se fosse vivo, basterebbe chiedergli se effettivamente disse quello che qui si dice avesse detto. Certo, è molto probabile che, esperto nel divagare, si sarebbe dilungato nella descrizione di quel calendario impreciso.

Dunque, non abbiamo la data precisa, ma per dovere di calendario vi diremo solo che saranno ormai all’incirca più di due decenni fa. La geografia? Le montagne del sudest messicano.

Ce lo raccontò il Comandante Tacho quell’alba che, dentro una baracca, si descriveva la casa del sistema, la casa del capitale, la tormenta, l’arca. La baracca dove nacque quello che poi sarebbe diventato il semenzaio. Pensiamo che ci fosse stata una pausa caffè…. o che si fosse sospesa la riunione per continuarla il giorno dopo… A dire il vero, non ricordiamo bene. Il fatto è che restammo a parlare con Tacho e lui ci raccontò quello che ora qui vi narriamo. Vero, c’è qualche ritocco perché abbiamo aggiunto e sistemato le parole originali di Tacho. Non per cattiveria, disprezzo o per voler rattoppare i ricordi rotti, ma perché entrambi, noi che ora vi scriviamo, conoscevamo meglio il defunto e possiamo così ricostruire le sue parole e sentimenti. Avanti, dunque:

Parla il comandante Tacho:

“Non ricordo esattamente quando, ma fu quando il defunto Sup non era ancora defunto. Il Sup come sempre, non dormiva e fumava la sua pipa. Sì, mordicchiava la pipa, come faceva sempre. Eravamo nella baracca dell’allora comandancia, anche se non era ancora una baracca. Cioè, ancora non era montata del tutto. Cioè, non era ancora comandancia. Forse lo sarebbe stata, ma non lo era ancora. Ci raccontavamo storielle. Sì, succede nei villaggi, durante le riunioni, i lavori della lotta. Il Sup ascoltava soltanto, a volte rideva, a volte domandava per saperne di più. Prima di conoscerlo io non capivo. Più tardi compresi che quelle storie poi apparivano nei comunicati come racconti. “Poscritti”, li chiamava, credo. Io una volta gli chiesi perché inseriva come racconti quello che ci succedeva. E lui mi disse “il fatto è che non ci credono, pensano che io invento o immagino, allora lo metto come racconto perché non sono preparati a conoscere la realtà”.

Bene, dunque eravamo lì. Allora lui domandò al Sup …

Sí, Tacho usò il pronome della terza persona singolare: “lui”. Per capire gli chiedemmo se con “lui” si riferisse al Sup. Ci rispose infastidito: “no, lui lo chiese al Sup”. Non insistemmo perché supponemmo, forse erroneamente, che questo non fosse il nocciolo importante della storia, o che fosse solo il pezzo di un puzzle ancora da completare. Quindi il Comandante Tacho usò la parola “lui”. Non “lei”, né “io”, né “noi”. “lui” disse riferendosi a chi interrogava il Sup.

“Senti Sup, perché ogni volta che si fa una casa, chiedi se si fa secondo gli usi e costumi o secondo il metodo scientifico?”.

Qui Tacho si sentì in dovere di spiegare:

Ogni volta che montavamo una baracca, il defunto SupMarcos arrivava e guardava le travi. E chiedeva sempre: “Quella traversa che stai mettendo lì, la metti perché la casa ne ha bisogno?” Allora io gli rispondevo: “Sì, perché se non si mette qui, il tetto cadrà”. “Ah bene”, diceva il Sup, “ma come sai che se non la metti lì, il tetto cade?”. Io restavo a guardarlo perché sapevo che il punto non era quello. Non era la prima volta che faceva domande. Allora lui proseguiva “Sì, la metti lì perché sai scientificamente che se non lo fai tutto cade, o la metti secondo gli usi e costumi?”. Io gli dicevo: “secondo gli usi e costumi, perché così mi hanno insegnato. Così faceva le case mio papà e lui ha imparato da mio nonno e così fino a molto lontano”. Il Sup non era soddisfatto e finiva sempre per salire sulla trave centrale quando ancora non erano stati inseriti i rinforzi e, dondolandosi come se fosse a cavallo, chiedeva “allora se io salgo qui, la trave cade?” E zac! Cadeva giù. E diceva soltanto “Ahia!” e steso a terra prendeva la sua pipa, l’accendeva e dal suolo guardava il tetto, con la testa appoggiata alla trave rotta a terra. Sì, certo che ridevamo tutti.

Allora è per questo che lui chiese al Sup del perché domandava sempre se per usi e costumi o per metodo scientifico. Perché non è successo sola una volta. Ogni volta che si cambiava il comando e mi toccava dirigere la costruzione della nuova baracca, succedeva così. Arrivava il Sup, domandava, gli rispondevo, non era soddisfatto, saliva sulla trave, si rompeva, e giù a terra.

(nota: parlandone tra noi, abbiamo concluso che il calendario approssimativo di quello che racconta Tacho è nei primi mesi del 1995 durante la persecuzione del governo contro di noi, quando il comando cambiava continuamente per accompagnare la comunità di Guadalupe Tepeyac nell’esilio. Fine della nota e continua a parlare Tacho):

Quindi è per farvi comprendere perché lui chiese questo al Sup. Altre volte l’avevo chiesto io, ma non rispondeva affatto. Non perché non volesse, ma perché in quel momento lo chiamavano sempre per radio o arrivava qualcuno. Anche io volevo sapere la risposta.

Il Sup si tolse la pipa di bocca e la mise da parte. Eravamo seduti a terra. Faceva molto caldo, come accade quando sta per arrivare la pioggia forte. Io capii che ritardava la risposta. Perché quando rispondeva subito, il Sup non si toglieva neppure la pipa di bocca. Cioè parlava come se mordesse le parole che uscivano masticate e bagnate.

Allora il Sup disse… o meglio, mi chiese:

“Senti Tacho, quanto misura questa baracca?”

3 per 4”, risposi subito perché non era la prima volta che lo facevo.

“E se fosse 6 per 8, ci vorrebbero più traverse di rinforzo?”, mi chiese.

Certamente”, gli risposi.

“E se fosse 12 per 16?”.

Non risposi subito, cosicché il Sup proseguì:

“E se fosse 24 per 32? E 48 per 64? E 96 per 128?”

Vi dico la verità, scoppiai a ridere.

Questa casa è molto grande, non so”, gli dissi.

“Esatto”, disse, “si fanno le case secondo l’esperienza propria o ereditata. Usi e costumi, dunque. Quando si deve fare una casa più grande, si chiede o si prova”.

Ma, diciamo che non si è mai fatta una casa di 192 per 256…

Risi giusto prima che il Sup finisse la frase:

“… kilometri”.

E chi mai vuole una casa così grande?”, gli dissi tra le risate.

Lui accese la pipa e disse: “Bene, più facile, e se la casa fosse delle dimensioni del mondo?”.

No, è impossibile. Credo che non si possa nemmeno immaginare una casa così grande, e neppure il suo scopo”, gli dissi più serio.

Si può. Le arti possono immaginare questa casa, e metterla in parole, in suoni, in immagini, in figure. Le arti immaginano quello che sembra impossibile e, immaginandolo, seminano il dubbio, la curiosità, la sorpresa, l’ammirazione, cioè, lo rendono possibile.

Ah, bene”, dissi, “ma una cosa è immaginare ed un’altra fare. Credo non si possa fare una casa così grande”.

“Si può”, disse lui e mise da parte la pipa rotta.

Perché le scienze sanno come fare. Benché non si sia mai fatta una casa del volume del mondo, le scienze possono dire, con certezza, come sarebbe una tale costruzione. Non so come si chiama, ma credo abbia a che vedere con resistenza dei materiali, geometria, matematica, fisica, geografia, biologia, chimica e non so quanto altro ancora. Ma, sebbene non si abbia un’esperienza precedente, cioè, senza usi e costumi, la scienza è in grado di dire quante travi, rinforzi e traverse sono necessari per fare una casa del volume del mondo. Con la conoscenza scientifica si può dire quanto profonde devono essere le fondamenta, quanto alte e lunghe le pareti, che angolo deve avere il tetto se spiovente o piatto, dove devono stare le finestre a seconda del freddo o del caldo, dove devono essere le porte e quante, di che materiale si deve fare ogni parte e quante travi e rinforzi ci devono essere e dove.

Stava già pensando il defunto alla trasgressione della legge di gravità e di tutte le linee rette ad essa concatenate? Immaginava o già conosceva la sovversione del quinto postulato di Euclide? No, Tacho non glielo chiese. E, a dire il vero, nemmeno noi due glielo avremmo chiesto. Sembra difficile che in quei giorni senza domani, con l’artiglieria aerea che agitava cielo e terra, ci fosse il tempo per pensare all’arte, e tanto meno alla scienza.

Tutti erano rimasti in silenzio, ricorda Tacho. Anche noi. Dopo un attimo di silenzio e tabacco, proseguì:

Il Sup riprese la sua pipa e vide con rammarico che il tabacco era terminato. Cercò nelle tasche. Sorrise tra sé e tirò fuori un sacchetto di plastica con un po’ di fibre nere. Si attardò nell’accendere la pipa, credo a causa del tabacco umido. Poi proseguì:

Ma non mi preoccupa se le arti possono immaginare quella casa, i colori che la rivestirebbero, le sue forme, i suoi rumori, di giorno, la notte, con la pioggia, il vento, la terra.

Nemmeno mi preoccupa se la scienza può riuscire a renderla reale. Ma, può. Ha le conoscenze… o le avrà.

Ciò che mi preoccupa è che quella casa, che è un mondo, non sia come questa. Che la casa sia migliore, ancora più grande. Che sia così grande da contenere non uno, ma molti mondi, tutti quelli che già ci sono e quelli che ancora nasceranno.

Certo, bisognerà incontrarsi con chi pratica arti e scienze. Non sarà facile. In principio non vorranno, non per contrarietà, ma per sfiducia. Perché abbiamo molto contro. Perché siamo quello che siamo.

Gli artisti credono che li obbligheremmo ad un tema, forma e tempo; che nel loro orizzonte artistico dovranno esserci solo maschi e femmine (mai otroas), del potente proletariato che esibisce muscoli e sguardi luminosi in immagini, suoni, danze e figure; che neppure possano insinuare l’esistenza dell’altro; che se aderiscono, ci saranno inni e lodi, ma se non aderiscono, la reclusione fisica o il ripudio. Cioè, che ordineremmo loro di non immaginare.

Gli scienziati credono che chiederemmo loro di progettare armi meccaniche, elettroniche, chimiche, biologiche, interstellari, di distruzione di massa o individuale; che li obbligheremmo a formare scuole per superdotati mentali dove, ovviamente, ci saranno i discendenti dei comandanti con uno stipendio assicurato ancor prima di essere concepiti; che si riconoscerà la filiazione politica e non la capacità scientifica; che se aderiscono, lodi e inni; e se non aderiscono, il ripudio o la reclusione fisica. Cioè, che ordineremmo loro di non fare scienza.

Inoltre, siccome siamo popoli originari, Gli/le un@ e altr@ pensano che quella che fanno loro è arte e cultura, mentre quello che facciamo noi è artigianato e rito, che quella che per loro è analisi e conoscenza, per noi è credenza e superstizione. Ignorano che noi dipingiamo colori che centinaia di anni dopo sfidano ancora i calendari, che quando nella “civilizzazione” ancora credevano che la terra fosse il centro e l’ombelico dell’universo, noi avevamo già scoperto astri e numeri. Credono che amiamo l’ignoranza, che il nostro pensiero è semplice e conformista, che preferiamo credere invece di conoscere. Che noi non vogliamo il progresso, ma l’arretratezza.

Ovvero che, come si dice, né si guardano né ci guardano.

Il problema dunque è convincerli che si guardino come noi li guardiamo. Che si rendano conto che, per noi, sono quello che sono e qualcosa di più: una speranza.

E le speranze, amici e nemici, non si comprano, non si vendono, non si obbligano, non si rinchiudono, non si uccidono.

Rimase in silenzio. Io speravo di vedere se lui domandasse altro al Sup, ma siccome non disse niente, allora io gli chiesi: “Allora, noi che cosa dobbiamo fare?”. Il Sup sospirò e disse:

A noi tocca per prima cosa sapere che questa casa è possibile e necessaria. Poi, viene il facile: ci tocca costruirla. E per fare questo abbiamo bisogno del sapere, del sentire, dell’immaginazione, abbiamo bisogno delle scienze e delle arti. Abbiamo bisogno di altri cuori.

Arriverà già il giorno in cui ci incontreremo con chi fa le arti e le scienze. Quel giorno daremo loro un abbraccio e, come benvenuto, li riceveremo con una sola domanda: “E tu che fai?”.

Allora io feci come chi non si adegua e chiesi al Sup: “e dopo che ci siamo incontrati con questa gente, che cosa facciamo? Il Sup sorrise tra sé e disse:

Eccetera.

-*-

Qui termina la storia o la leggenda che il comandante Tacho ci raccontò in quell’alba.

E tutto questo viene al caso, o cosa, a seconda, perché vogliamo invitarvi a venire o, in qualche modo, ad essere presenti in questa terra che siamo.

E c’è che, come si dice, abbiamo questa curiosità che ci portiamo dietro da molti calendari, e pensiamo che forse accetterete l’invito e ci aiuterete a risolvere un dubbio:

Di cosa c’è bisogno per costruire una casa nuova, così grande che in essa ci stiano non uno ma tanti mondi?

È tutto, oppure no, questo dipende da voi.

 

Dalle montagne del Sudest Messicano.

A nome dei bambini, anziani, donne e uomini zapatisti.

Subcomandante Insurgente Moisés         Subcomandante Insurgente Galeano

Messico, luglio-agosto-settembre 2016

 

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2016/09/12/una-casa-otros-mundos/

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Gli zapatisti, l’etica e la dignità

Un gruppo di militanti del partito verde ecologista del Chiapas ha pensato bene di indossare i passamontagna degli zapatisti per compiere provocazioni armate e sabotare la protesta dei maestr@s   (in Messico i “verdi” sono nella coalizione che ha fatto eleggere il presidente federale Enrique Pena Nieto e hanno ottenuto un governatore molto corrotto, proprio in Chiapas). I provocatori sono stati scoperti e pubblicamente smascherati. La squallida vicenda ha però fornito all’Ezln l’occasione per chiarire la relazione di assoluto rispetto dell’autonomia di una lotta dura e difficile che gli zapatisti sostengono guardandosi bene dalla tentazione di poterla condizionare o “dirigere” indicando, magari, il giusto cammino rivoluzionario. Raúl Zibechi ricorda quanto un comportamento del genere, ispirato da una rigorosa critica dell’avanguardismo e all’affermazione dell’etica e della dignità dei popoli, sia stato raro nella cultura anticapitalista del nostro tempo

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Foto tratta da Desinformemonos

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di Raúl Zibechi

Una delle prime tecniche che abbiamo imparato nella militanza è stata come “dirigere” le assemblee. Come manipolarle, in realtà. In piena adolescenza, noi studenti eravamo già in grado di imporre quello che consideravamo adatto per “la causa” senza che ci importasse troppo se gli altri lo condividevano. Eravamo l’avanguardia, punto.

Una delle principali correnti politiche di quel periodo aveva un modo di agire nelle assemblee che consisteva nel far parlare i propri quadri per ore e ore, fino a quando i presenti si stancavano e iniziavano ad andarsene. Ponevano i propri militanti alle porte delle sale per convincere i loro a non andarsene ancora equando erano sicuri di essere in maggioranza, chiedevano il voto. E vincevano quasi sempre. Quelli che cercavano di tagliare discorsi tanto lunghi, erano accusati di violare la libertà di espressione.

Quando questo non funzionava, facevano ricorso ai gruppi di scontro, cosa che anche il nostro movimento faceva. Quando alcuni giovani militanti ci chiedono se, quasi cinquant’anni fa, gli scontri con la polizia erano molto duri, dobbiamo essere sinceri e riconoscere che dedicavamo una parte sostanziale delle energie allo scontro fisico e dialettico con i giovani dei partiti di sinistra. E viceversa. Li accusavamo di essere stalinisti ma, da una strategia “rivoluzionaria”, cadevamo nello stesso atteggiamento.

Per questa lunga e penosa esperienza, il comunicato dell’Ezln del 21 luglio, “Lettera aperta sull’aggressione al movimento popolare a San Cristóbal de las Casas, Chiapas”, è un esempio di etica e dignità nel rapporto degli zapatisti con i movimenti popolari, i sindacati, i partiti e qualsiasi organizzazione sociale.

Dopo una prima parte, dove fissano la loro posizione sull’attacco all’accampamento di resistenza popolare da parte di gruppi armati (1) e avvertono di “non giocare con il fuoco a San Juan Chamula”, un lucido presagio di quello che sarebbe avvenuto,dedicano la parte finale al tema dei rapporti con quelli che lottano, con il sottotitolo “A chi di dovere”.

Anzitutto [il comunicato] sottolinea che “si devono rispettare le decisioni, strategiche e tattiche, del movimento” e aggiunge: “Non è legittimo voler cavalcare un movimento per cercare di portarlo da una parte, al di fuori della sua logica interna. Né per frenarlo, né per farlo accelerare.”

Su questo punto prendono le distanze da quelli che propongono strategie elettorali ma anche da quelli che difendono posizioni rivoluzionarie e chiariscono che qualsiasi azione che compiranno riguardo all’attuale movimento, lo faranno sapere pubblicamente e in anticipo mettendolo a grandi lettere, maiuscole, affinché nessuno si possa dire ingannato.

Poiché sono convinto, per esperienza, che questa è una posizione molto rara tra i movimenti che lottano contro il capitalismo, mi sembra necessario evidenziarla, apprezzarla e difenderla perché ci insegna un altro modo di fare, rigorosamente unito all’etica e alla dignità, che sono indivisibili. Chi difende la propria dignità, valorizza quella degli altri, e pertanto li rispetta, anche se, come dice il comunicato, non è d’accordo sui loro tempi e modi.

A partire dal comunicato, possiamo aprire un dibattito con una domanda: come influire, allora, sul corso delle lotte se non cavalchiamo i movimenti? Che è quasi lo stesso che interrogarsi sul rapporto che vogliamo avere con le popolazioni, i quartieri, i sindacati, eccetera.

Credo che lo zapatismo stesso, nel corso della sua storia, ci dia alcuni indizi. Il primo, e fondamentale, è qualcosa come dare l’esempio. Organizzarci e fare. Che gli altri vedano, quindi, che sì, si può; che se gli zapatisti possono, anche gli altri possono. Diciamo che questo effetto dimostrativo è fondamentale perché punta sul mettere in gioco l’autostima delle comunità.

In questa forma del fare politica, una nuova cultura politica, la chiamano, c’è una rinuncia a giocare il ruolo di avanguardia, a essere un gruppo che va avanti e si porta dietro le popolazioni; a proclamarsi le guide che indicano la strada alle maggioranze che non la conoscono. Sono altrove. Non sono avanguardia; forse sono una specie di organizzatori di popolazioni. In questa logica, non c’è né direzione né base, che è quanto i movimenti anticapitalisti stanno invece praticando da oltre un secolo. Con questo modo di fare non c’è modo di manipolare, perché non si tratta di vincere assemblee né di tirare le “masse” per i capelli, o da qualsiasi altra parte vogliamo trascinarle. È mandar obedeciendo(comandare ubbidendo).

Il comunicato è una doppia lezione. Di etica, perché i popoli e le persone non devono essere manipolati, manovrati, le loro azioni non vanno deviate per fini che non sono stati definiti da loro stessi, nemmeno per buone ragioni rivoluzionarie.

Di dignità, perché l’Ezln crede nell’autonomia dei popoli e degli esseri umani e rifiuta il concetto implicito in certe correnti politiche che agiscono come se alcuni (l’avanguardia) fossero i tesorieri della dignità e dell’autonomia, mentre ai popoli e alle persone non resta altro che seguire i loro consigli.

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Articolo pubblicato su Desinformemonos  con il titolo “Ética y dignidad zapatistas”.
Traduzione per Comune: Daniela Cavallo

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