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Archive for gennaio 2015

bergamo ayotzinapa

Il caso Ayotzinapa non si chiude con le deboli e pretestuose dichiarazioni della PGR. “Non ci lasciate altra scelta che lottare”

Posted on 28/01/2015

Quattro mesi ed un giorno il caso Ayotzinapa è chiuso secondo la Procura Generale della Repubblica Messicana, non secondo i genitori e gli studenti di Ayotzinapa.

Il giorno dopo l’ottava enorme mobilitazione mondiale che pretende la restituzione in vita dei 43 studenti della Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa scomparsi dopo essere stati caricati su mezzi della polizia municipale di Iguala, stato del Guerrero, la PGR ha convocato in fretta e furia una conferenza stampa per dare risposte sull’andamento delle ricerche.

Nei giorni scorsi gli studi sui presunti ritrovamenti di parti dei corpi degli studenti in una discarica erano stati bloccati poiché secondo i tecnici austriaci chiamati a investigare il grande calore a cui furono esposti i corpi aveva modificato irreversibilmente il DNA.

Oggi invece un improvvisa e grottesca accelerazione.

Nella conferenza stampa la PGR ha praticamente ripreso in mano l’ipotesi formulate il 7 novembre, ovvero poco più di un mese dopo la scomparsa dei 43: azione congiunta di corpi corrotti della polizia municipale di Iguala e Cocula e il gruppo del crimine organizzato dei Guerreros Unidos con i loro annessi rapporti con la politica locale. Nessun coinvolgimento dell’esercito e della polizia federale e nemmeno della politica nazionale. Un verità ottima per la stampa e molto buona per la “pulizia” del paese agli occhi del mondo.

Si cerca così di rompere l’evidenza delle correlazioni tra i narcos e gli alti gradi della politica messicana. Da notare che nella relazione della PGR si dice che il responsabile dei Guerreros Unidos nell’omicidio dei ragazzi, ovvero Rodríguez Salgado, lavorava con il vice capo della polizia municipale, César Nava, nel commercio di droga ed evitare che gruppi di antagonisti entrassero nella loro zona di influenza, ma non si fa mai riferimento a “rapporti più altri” tra politica, polizia e crimine organizzato. Il tutto sembra avere una valenza solo locale, e forse proprio per questo esercito e polizia federale sono tenute fuori dai giochi.

Però tante cose non tornano: le voci usate come test sono solo quelle delle persone inquisite. Persone appartenenti al crimine organizzato e quindi persone pronte e preparate a pagare per tutti coprendo i grandi responsabili. Proprio alla fine della megamarcha di lunedì 26 gennaio dal palco dello Zocalo di Città del Messico i genitori avevano dichiarato che le indagini della PGR ”presentano incoerenze e contraddizioni” e che “le dichiarazioni degli arrestati non sono sufficienti per dare per certo che gli studenti siano stati bruciati nella discarica di Cocula” “ è necessario avere prove scientifiche inconfutabili, che ad oggi non si hanno, (per questo) quindi, continueremo a cercarli vivi e continueremo a denunciare in lungo e in largo in tutto per tutto il Paese le atrocità commesse dallo Stato criminale che uccise e fece sparire i nostri figli”.

Con un twitt, probabilmente misto di rabbia ed ironia, Omar Garcia uno dei portavoce degli studenti ha scritto “L’unica cosa nuova nella conferenza della PGR è che a differenza del 7 di novembre questa volta han messo la musica di fondo nel video…e l’esercito?”

Un verità troppo semplice, una verità buona per giustifica la “guerra al narco-traffico” da una parte e l’assoluta innocenza di esercito (nella conferenza stampa è stato dichiarato che non c’è nessun indizio a carico di una possibile partecipazione dei militari) e dello stato messicano.

Quattro mesi per confermare in tutto e per tutto le ipotesi del 7 novembre, nessuna novità, nessuna nuova possibile inchiesta. 99 persone sono agli arresti con accuse di vario tipo che vanno dal rapimento all’omicidio, passando per lavaggio di denaro sporco. Tra questi 99 ci sono anche 50 elementi della polizia municipale locale. Negli scorsi mesi parenti di molti poliziotti arrestati hanno denunciato in un reportage fatto dalla rivista Proceso che molti di loro non hanno nulla a che vedere con il caso di Ayotzinapa e che sono accusati solo per proteggere i veri responsabili. Sembra che alcuni di loro o non stavano lavorando o addirittura erano fuori città. Ovviamente anche di questa denuncia non esiste traccia nell’inchiesta oggi chiusa dalla PGR.

“Non ci lasciano altra opzione: la lotta, andiamo a cambiare questo paese” un’altro twitt di studenti della Scuola Normale di Ayotzinapa. Alle 20.00 ora Messicana i padri di famiglia hanno convocato una contro conferenza stampa dove non solo hanno smontato punto per punto alcune delle “prove” portate dalla PGR, dai “resti” ritrovati alla veridicità dei pochissimi testimoni ascoltati (tutti collusi con il narco-traffico). Dall’assenza di prove scientifiche reali, e alle contraddizioni nella spiegazione delle stesse, all’assenza di inchieste per “sparizione forzata”.Hanno ribadito che non lasceranno la lotta per sapere la verità sui 43 e che si rivolgeranno al comitato per i desaparecidos dell’ONU. Nella conferenza stampa si è rimarcato come l’esercito messicano abbia molto a che fare con il caso, partendo da lontano già nel 2013 proprio l’esercito denunciò le infiltrazioni del crimine organizzato nella polizia di Iguala, la notte della scomparsa dei 43 membri del 27esimo battaglione di Iguala hanno disposto diversi posti di blocco, molti abitanti di Ayotzinapa, oltre che alcuni degli studenti presenti il 26 e 27 settembre parlano della presenza dell’esercito nello scontro e per finire la traccia del GPS di uno dei ragazzi segnala chiaramente il passaggio dalla base di fanteria di Iguala. Impossibile non trovare motivi per aprire un inchiesta sull’esercito.

E’ stato ribadito che parte della lotta per il ritrovamento dei 43 passerà dal “blocco delle elezioni nel Guerrero”, perchè non può esistere rappresentatività con questa situazione d’insicurezza politica e di certezza di compromissioni della politica e delle forze di polizia con il narco-traffico. “Non ci saranno elezioni finchè non riappariranno i nostri figli”

Dieci sono i punti evidenziati in conferenza stampa per cui è IMPOSSIBILE archiviare il caso:

1- Non esiste certezza scientifica delle perizie fatte dalla PGR

2- La dichiarazione de El Cepillo (l’esecutore materiale per il crimine organizzato dell’azione contro i “normalisti” non è esaustiva

3- Ci sono denunce di coercizione su alcune testimonianze

4- Nessuno menziona l’assassinio di Giulio Cesare Mondragón

5- Ci sono inquisiti molto importanti a piede libero

6- Non ci sono indagini per “sparizione forzata”

7- Ci sono versioni discordanti sul luogo di uccisione degli studenti e dove sono stati messi nella calce

8- Non è investigata la responsabilità dell’esercito

9- Si può parlare con certezza solo della morte di uno studente

10- Ci sono almeno due versioni di quello che è successo che non sono chiarite

La certezza che emerge è che il governo abbia voluto cercare di chiudere la pratica per provare a fermare il forte movimento sociale che si sta creando attorno al caso Ayotzinapa, ma è chiaro che la debolezza delle prove portate mostra il goffo tentativo in molti suoi aspetti. Chi è stato?Chi si sta coprendo?Perchè? Esercito e politica perchè sono coinvolti?

Queste domande tornano ad essere centrali.

Di seguito l’allucinante video della conferenza stampa della PGR con cui si cerca di ricostruire la storia del 26 e 27 settembre e giustificare la chiusura del caso, assolutamente da vedere per comprendere come dopo quattro mesi ci cerchi di blandire l’intero mondo: https://www.youtube.com/watch?v=rDiPRlOgwt8&x-yt-ts=1422327029&feature=player_embedded&x-yt-cl=84838260

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http://20zln.noblogs.org/il-caso-ayotzinapa-non-si-chiude-con-le-deboli-e-pretestuose-dichiarazioni-della-pgr-non-ci-lasciate-altra-scelta-che-lottare/

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IMG_9560-500x333Il governo del Chiapas sgombera gli ejidatarios di Bachajón dalle loro terre

Chiapas, Messico, 9 gennaio. “Oggi alle ore 6:30 circa del mattino, più di 900 elementi della polizia federale e statale, hanno sgomberato i nostri compagni e compagne che proteggevano le terre recuperate lo scorso 21 dicembre”, denunciano gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, dal centro turistico delle Cascate di Agua Azul.

Gli indigeni tzeltal aderenti alla Sexta, accusano il governo di spogliarli delle loro terre, attraverso il segretario di governo Eduardo Ramírez Aguilar. “Sono degli svergognati, traditori della patria, corrotti, ma la loro cattiva politica non distruggerà la nostra lotta perché non permetteremo che continuino a derubarci a loro piacimento. Continueremo le nostre azioni in difesa della madre terra”, dichiarano.

Nelle ultime ore hanno comunicato di aver localizzato in una comunità del Centro de Población Alansac–Jun, i compagni di cui non si avevano notizie da oltre 8 ore: Mariano Pérez Álvaro, Miguel Jiménez Silvano, Juan Deara Perez, Antonio Gomez Estrada, Manuel Gómez Estrada, Juan Gomez Estrada, Pacual Gómez Álvaro e Martín Álvaro Deara, che dicono di stare bene e di essere riusciti a sfuggire dalle mani dei poliziotti che tuttora presidiano le cascate di Agua Azul.

Precedenti: http://redtdt.org.mx/2015/01/ejido-san-sebastian-bachajon-en-riesgo-de-ser-desalojado-nuevamente/

Audio denuncia: http://komanilel.org/wp-content/uploads/2015/01/desalojo-en-Bachajón.mp3

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Pronunciamento del Primo Festival Mondiale delle Resistenze e Ribellioni contro il Capitalismo 

Ai popoli del mondo.

Dal Chiapas, Messico, ci rivolgiamo alle donne e uomini dal basso, delle campagne e delle città, in Messico e nel mondo, a coloro che seminiamo resistenze e ribellioni contro il capitalismo neoliberale che tutto distrugge.

Ci siamo riuniti i giorni 21, 22 e 23 dicembre nella comunità ñahtó di San Francisco Xochicuautla, Stato del Messico; i giorni 22 e 23 dicembre nella comunità nahua di Amilcingo, Morelos; i giorni 24, 25 e 26 dicembre, nella sede del Fronte Popolare Francisco Villa Indipendente, a Città del Messico; i giorni 28 e 29 dicembre nella comunità di Monclova, Campeche; i giorni 31 dicembre e primo di gennaio nel caracol Zapatista di Oventic, Chiapas; i giorni 2 e 3 gennaio al CIDECI di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. Ci siamo incontrati per fare condivisioni, che significa non solo condividere, ma imparare e costruire insieme. Condivisioni nate dal profondo dolore che è nostro e dalla rabbia che è nostra, per la sparizione ed assassinio degli studenti della Normale Rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero. Un atto criminale che è a sua volta il riflesso della politica di morte che i malgoverni ed i capitalisti hanno proiettato in ogni angolo del paese e del mondo, perché loro, quelli che ci mancano, sono i nostri desaparecidos e noi, che siamo della Sexta Nazionale ed Internazionale, del Congresso Nazionale Indigeno, dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, non smetteremo di lottare fino a trovarli.

I capitalisti ed i loro tirapiedi dei malgoverni hanno lasciato distruzione nel nostro cuore come individui ed hanno lasciato una grande distruzione nel nostro cuore collettivo di popoli, di genitori dei giovani che ci hanno strappato e di organizzazioni solidali decise a ricostruire la vita dove i potenti hanno seminato lutto e morte.

Nelle nostre comunità indigene, i colpi del sistema capitalista si subiscono col sangue e col dolore dei nostri figli che sono l’unico futuro possibile per questo pianeta che chiamiamo Terra, nel quale in mezzo alle distanze ed ai differenti colori che ci rendono quello che siamo e ci fanno esistere, manteniamo la certezza che è nostra madre e che è vivo, e che affinché continui ad essere così, la giustizia è una domanda che si intesse con le azioni e le convinzioni di coloro che appartengono al mondo del basso, quelli che non aspirano a governarlo ma a costruirlo.

Dagli oceani, le spiagge, le montagne, le città e le campagne, costruiamo e ricostruiamo insieme alle assemblee, organizzazioni e collettivi che tessono in diverse forme autonome gli spazi ed i modi di organizzazione e solidarietà capaci non solo di contenere questa distruzione capitalista che non distingue popoli e colori e che nella sua cecità cronica riconosce solo tutto ciò che alimenti questa stessa distruzione vestita di guerre permanenti, mercati ingiusti ed enormi guadagni per pochi, valori estranei ai popoli e contrari agli antichi accordi con la nostra madre terra che danno senso alla vita nel mondo, che ci danno libertà e ci rendono degne, degni di vivere e difendere la vita.

Ma i capitalisti che dicono di governare ma che in realtà vogliono solo dominare, gestire e sfruttare, hanno un limite, una grande barriera nella dignità di una persona, di una famiglia, di un collettivo, di una società che hanno danneggiato nel profondo, ai quali hanno strappato ed ammazzato una parte del cuore, scatenando un’esplosione di ribellione come quella che ha illuminato questo Festival Mondiale delle Resistenze e delle Ribellioni contro il capitalismo che chiamiamo “Dove quelli di sopra distruggono, quelli di sotto ricostruiscono”, perché stiamo in basso, dal basso capiamo il mondo, dal basso ne abbiamo cura, dal basso ci guardiamo gli uni con gli altri e da lì, insieme, ricostruiamo il destino che credevamo nostro fino a che ce l’hanno strappato i potenti e solo allora abbiamo imparato, solo da allora sappiamo che quello che è realmente nostro è quello che possiamo costruire o ricostruire dove il capitalismo ha distrutto.

Il dolore che si trasforma in degna rabbia dei famigliari degli studenti assassinati e scomparsi della scuola Normale Rurale Raúl Isidro Burgos è il dolore che ha sequestrato e fatto sparire anche noi, quindi non smetteremo mai di lottare fino a trovarci, insieme al fratello o la sorella assassinati, scomparsi, torturati, sfruttati, disprezzati o spogliati in qualunque punto della selvaggia geografia capitalista, in qualunque frontiera del mondo, in qualunque prigione.

Il cammino dei popoli del mondo delle campagne e delle città, con la propria direzione, si sviluppa nel marco lasciato dai propri antenati, strade che si dividono, si intersecano ed incrociano con le nostre, fino a trovare una stessa direzione, contrassegnata dalla dignità ribelle che parla molte lingue ed è di tanti colori come la natura stessa intessuta con piccoli ricami per costruire quello che dobbiamo essere.

Dunque, fratelli e sorelle di questo mondo dolente ma vivace per la ribellione che ci alimenta, invitiamo a continuare a camminare con passo piccolo ma deciso, a continuare ad incontrare, condividere, costruire ed imparare, tessendo l’organizzazione dal basso e a sinistra della Sexta. Solo dalla nostra ribellione e dalla nostra resistenza nascerà la morte dal capitalismo, vivrà un nuovo mondo per tutti, per tutte.

San Cristóbal de las Casas, Messico 3 gennaio 2015

CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

SEXTA INTERNAZIONALE

SEXTA NAZIONALE

Testo originale

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Cala il sipario sul primo Festival mondiale delle Resistenze e Ribellioni contro il Capitalismo

Posted by Andrea Cegna on 04/01/2015

 

“Dove quelli in alto distruggono quelli in basso ricostruiscono.”

Potrebbe essere una buona parte della sintesi di questi 14 giorni di condivisione politica, viaggi infiniti, vita comunitaria e scambio culturale.

Oltre 2600 persone di oltre 49 lingue hanno condiviso le loro lotte, i loro dolori e le loro rabbie.

Tante storie almeno quante sono le privazioni sistemiche che il capitalismo si porta in dote.

Di solito su questo blog raccontiamo storie ma alla fine di questi giorni intensi e prima di partire alla volta de La Realidad e La Garrucha per portare una parte dei soldi raccolti con la vendita del libro 20ZLN mi prendo la libertà di scrivere una cosa un po’ diversa.

La dimensione di questo festival è stata principalmente messicana. Il dialogo EZLN – CNI ha creato questo momento molto importante per attivare la rete indigena nazionale. Molte delle realtà indigene in lotta avevano bisogno di conoscere altre esperienze in movimento per uscire dall’io narrante e “lottante” e passare al noi.

La credibilità e la capacità di convocazione dell’EZLN ha permesso così di rompere alcune barriere del mondo indigeno.

Quando il festival è stato pensato non solo non era successa la tragedia di Ayotzinapa, ma nemmeno era pensabile che esplodesse un movimento politico di dimensione nazionale, inedito e simile per dimensione solo a quello visto nel 1994, attorno ad una storia lunga e radicale come quelle delle scuole Normali Rurali.

Non si può non pensare che il festival sia stato ripensato dopo il 26 settembre, e non solo per la scelta dell’EZLN di lasciare i loro interventi programmati ai familiari e amici dei 43 desaparecidos.

La centralità della lotta di Ayotzinapa è stata centrale quindi anche dentro il festival. Oggi prima di iniziare il loro viaggio verso il Guerrero hanno detto alcune cose molto interessanti:
La necessità di lottare congiuntamente con l’EZLN è una certezza. Il festival è stato importante per trovare e creare contatti utili per costruire un percorso di trasformazione del paese.
L’assemblea nazionale popolare, uno dei percorsi di rete e convergenza della sinistra messicana, ha sicuramente funzionato ma non è sufficiente. Per questo gli studenti di Ayotzinapa invitano la Sexta a entrare in dialogo con questo percorso.
Il discorso di saluto dei genitori si è chiuso con la speranza di una nuova “Altra Campagna” e rilanciando la lotta contro le elezioni 2015.

Questi 14 giorni sembrano essere l’anticamera del dialogo tra diversi soggetti in lotta in Messico. In un Messico attraversato da correnti e tendenze diverse, questo festival è una sorta di percorso trasversale.

Tra qualche giorno l’EZLN, come annunciato da Moisés, prenderà nuovamente la parola. I risultati del festival saranno resi pubblici con un testo capace di tenere assieme le differenti voci che hanno preso la parola.

L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale si dimostra credibile a livello nazionale e internazionale. Si dimostra capace non solo di convocare migliaia di persone ma anche di cogliere istanze sociali.
Questo si somma alla capacità di costruire relazione politiche, reti sociali e proposta; il tutto continuando internamente il percorso dell’autonomia.

Nelle conclusioni lette da un rappresentate del CNI si è calcata la mano sulla necessità di creare strutture organizzate, perché senza organizzazione e disciplina non si possono raggiungere risultati nelle lotte.

14 giorni molto intensi, e vedremo se gli interessanti chiari di luna diventeranno anche realtà ribelle e non solo rete di resistenza.

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Discorso dell’EZLN nel 21° anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio. Subcomandante Insurgente Moisés. ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

31 Dicembre 2014 e 1° Gennaio 2015

Compagne e compagni familiari degli studenti di Ayotzinapa uccisi e fatti sparire dal malgoverno di questo sistema capitalista:

Compagne e compagni del Congresso Nazionale Indigeno:

Compagne, compagni e compañeroas della Sexta del Messico e del mondo:

Compagne e compagni Basi di Apoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazióne Nacionale:

Compagne e compagni comandanti e comandante, cape e capi del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comandancia Generale dell’ EZLN:

Compagne e compagni miliziane e miliziani:

Compagne e compagni insurgentes e insurgentas:

Compas:

Per mia voce parla l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Ricevete tutte, tutti e todoas, sia siate qui presenti o che non siate qui presenti, il saluto degli uomini, donne, bambini, bambine, anziane e anziani zapatisti.

Sia benvenuta la visita, la voce, l’ascolto, lo sguardo, il cuore collettivo dal basso e a sinistra.

Abbiamo qui come invitati d’onore i famigliari di chi ci manca in Ayotzinapa, nel Messico e nel mondo.

Siamo felici di cuore dell’onore che ci fate ad essere qui tra il nostro popolo zapatista.

Ci onorano anche i vostri silenzi e le vostre parole.

Ci unisce e accomuna il vostro dolore e la vostra rabbia.

Noi, zapatisti e zapatiste, non perdiamo di vista né ci tappiamo le orecchie di fronte al dolore ed al coraggio di Ayotzinapa che dimostrano e di cui ci parlano i familiari.

Il dolore per le morti e le scomparse. Il coraggio dei malgoverni di nascondere la verità e negare la giustizia.

Ciò che sappiamo e ricordiamo in questa lotta di Ayotzinapa è che solo come popoli organizzati possiamo trovare la verità.

Non solo la verità scomparsa ad Ayotzinapa, bensì tutte le verità che sono state sequestrate, incarcerate e assassinate in ogni angolo del pianeta Terra.

Su questa verità ora ancora assente potremo costruire la giustizia.

Perché noi, zapatiste e zapatisti, crediamo che non si possa più avere fiducia dei malgoverni che esistono in tutto il mondo.

Questi malgoverni che solo servono i grandi capitalisti.

Questi malgoverni che altro non sono che i dipendenti del capitale. I capoccia, maggiordomi e caporali della grande impresa capitalista.

Questi malgoverni non fanno nulla di buono per il popolo.

Non importa quante parole possano dire, questi governi non comandano perché il mero comando è quello del capitale neoliberale.

Per questo non bisogna credere a nulla dei malgoverni.

Tutto quello che vogliamo come popolo dobbiamo costruirlo tra di noi.

Proprio come stanno facendo i famigliari degli assassinati e desaparecidos di Ayotzinapa che costruiscono la ricerca di verità e giustizia.

Così come stanno costruendo la loro stessa lotta.

Vogliamo dire ai padri ed alle madri dei compagni scomparsi di non stancarsi di lottare e non abbandonare la lotta per la verità e la giustizia per i 43.

La lotta dei famigliari di Ayotzinapa è l’esempio e lo stimolo per chiunque vuole verità e giustizia in tutti i paesi del pianeta.

Vogliamo seguire l’esempio dei padri e delle madri che hanno lasciato la loro casa e famiglia per lavorare e incontrarsi con altre famiglie che condividono lo stesso dolore, rabbia e resistenza.

La speranza non sta in un uomo o una donna individualmente, come vorrebbero farci credere quelli che ci dicono “Vota per me” oppure “entra in questa organizzazione perché noi vinceremo”.

Così dicono.

Ma, quale lotta? Noi sappiamo che quello che vogliono loro è il Potere per poi dimenticarsi di tutto e tutti.

Per questo è meglio che prendiamo l’esempio dei famigliari di Ayotzinapa e ci organizziamo.

Bisogna costruire e far crescere l’organizzazione in ogni luogo in cui viviamo.

Immaginare come potrebbe essere una nuova società.

Per questo dobbiamo studiare come stiamo in questa società nella quale viviamo.

Noi zapatiste e zapatisti diciamo che viviamo in una società dove siamo sfruttati, repressi, disprezzati ed espropriati da molti secoli da padroni e leader, e fino ad oggi, alla fine del 2014 e inizio del 2015, questa società continua così.

Ci hanno sempre ingannato dicendoci che loro, quelli che stanno in alto, sono i più forti e invece noi non serviamo a nulla.

Che siamo stupidi e stupide, così ci chiamano.

Dicono che loro sono capaci di pensare, immaginare, creare e che noi siamo solo i peones che eseguono.

“Fanculo tutto questo!”. “Ora Basta!”, così abbiamo detto noi zapatiste e zapatisti nell’anno 1994, e adesso ci governiamo autonomamente.

La vediamo così noi zapatiste e zapatisti, lo sforzo e la lotta colma di ribellione, resistenza e dignità dei famigliari dei compagni studenti desaparecidos ci stanno esortando ad organizzarci affinché non continui tutto nella stessa maniera.

Per lo meno sapere cosa fare prima che tutto continui nella stessa maniera.

O cosa fare affinché non succeda più a nessuno quello che è successo a causa di questo sistema in qui viviamo.

L’hanno spiegato molto bene i famigliari di Ayotzinapa. Come dei buoni maestri, i famigliari hanno spiegato che il responsabile del crimine è il sistema attraverso i suoi capoccia.

Il sistema, veramente, ha le scuole per i suoi capoccia, maggiordomi e caporali, queste scuole sono i partiti politici che vogliono solamente cariche e poltrone sempre più importanti.

Lì è dove si preparano i servi dei malgoverni. Lì imparano a rubare, a ingannare, a imporre e a comandare.

Da lì escono quelli che fanno le leggi, quelli che diventano legislatori.

Da lì esce chi ci obbliga a seguire quelle leggi con la violenza, quelli che diventano presidenti grandi, medi e piccoli, con i loro eserciti e polizia.

Da lì esce chi giudica e condanna chi non obbedisce a quelle leggi, quelli che diventano giudici.

Non importa se questi capoccia, maggiordomi o caporali sono uomini o donne, se sono bianchi o neri, gialli, rossi, verdi, azzurri, color caffè o di qualsiasi altro colore.

Il lavoro di quelli che stanno in alto è non lasciare respirare quelli che stanno in basso.

Talvolta chi manda ad uccidere ha lo stesso colore della pelle di chi viene ucciso.

Talvolta l’assassino e la vittima hanno lo stesso colore e la stessa lingua.

Non importano né il calendario né la geografia.

Quello che ci ha fatto pensare La lotta dei famigliari e dei compagni di Ayotzinapa ci fa pensare che chi sequestra, assassina e mente sono sempre gli stessi.

Chi non cerca la verità è chi dice menzogne.

Chi non fa giustizia è chi impone l’ingiustizia.

Noi pensiamo che questo non può continuare sempre così, in qualsiasi parte e a qualsiasi livello.

Questo è proprio quello che ci insegnano i famigliari di Ayotzinapa, ovvero che è meglio che noi cerchiamo e incontriamo chi subisce questa malattia chiamata capitalismo.

Insieme ai famigliari di Ayotzinapa cerchiamo le desaparecidas che abbiamo in tutti i nostri mondi.

Perché le donne scomparse e assassinate tutti i giorni e in qualsiasi ora ed in ogni luogo sono la verità e la giustizia.

Grazie ai famigliari dei 43 capiamo che Ayotzinapa non è nello stato messicano di Guerrero, ma è in tutto il mondo del basso.

Grazie a loro abbiamo capito che il nemico comune in campagna ed in città è il capitalismo, non solo in questo paese ma in tutto il mondo.

Ma questa guerra mondiale del capitalismo, in tutto il mondo incontra persone che si ribellano e che resistono.

Queste persone che si ribellano e che resistono si organizzano secondo i propri modi di pensare, secondo il luogo, secondo la storia, a modo loro.

Così, con le loro lotte di ribellione e resistenza si conoscono e fanno accordi per raggiungere quello che si vuole raggiungere.

Si conoscono ma non si giudicano tra loro.

Non si mettono in competizione per vedere chi è il migliore. Non si chiedono chi ha fatto di più, chi è più avanti, chi è avanguardia, chi comanda.

Insieme si chiedono se c’è qualcosa di buono in quello che fa il capitalismo.

Iniziando a farsi domande scoprono che NON c’è nulla di buono, anzi, proprio il contrario, fa del male in mille modi quindi è logico che ci siano mille modi di rispondere a questo male.

E allora la domanda è: come ribellarsi contro il male? Come resistere per far sì che il male del capitalismo non distrugga? Come ricostruire quello che viene distrutto, in modo che non torni tutto come prima, ma che sia meglio? Come si rialza chi cade? Come si ritrova un desaparecido? Come si libera un prigioniero? Come vivono i morti? Come si costruiscono la democrazia, la giustizia e la libertà?

Non c’è un sola risposta. Non esiste un manuale. Non esiste un dogma. Non c’è un credo.

Ci sono molte risposte, molti modi, molte forme.

Ognuno guarda i propri risultati e impara dalla sua e dalle altre lotte.

Mentre quelli in alto si arricchiscono con i soldi, quelli in basso si arricchiscono con esperienze di lotta.

Sorelle e fratelli, noi zapatisti e zapatiste diciamo che abbiamo appreso guardandovi e ascoltandovi, e anche guardando e ascoltando il mondo.

Non è stato, non è e non sarà un individuo o individua a regalarci la libertà, la verità e la giustizia.

Perché, amici e nemici, ci risulta che la libertà, la verità e la giustizia non sono un regalo, ma diritti che si devono conquistare e difendere.

E si possono raggiungere solo collettivamente.

Siamo noi, i popoli, le donne, gli uomini, gli otroas, abitanti delle campagne e delle città che dobbiamo prendere per mano la libertà, la democrazia e la giustizia per una nuova società.

Questo è quello che stanno facendo i padri e le madri dei compagni desaparecidos.

In mille maniere dobbiamo lottare per conquistare una società nuova.

Dobbiamo partecipare tutti, con diversi gradi d’impegno, alla costruzione di questa nuova società.

Tutti dobbiamo sostenere la lotta dei famigliari di Ayotzinapa nella ricerca di verità e giustizia, con purezza e semplicità perché questo è il dovere di chiunque sia in basso a sinistra.

Diciamo sostenere perché non si tratta di guidarli, di manipolarli, di usarli, di disprezzarli.

Si tratta di lottare insieme a loro.

Perché nessun essere umano onesto può approfittare di questo dolore e questa rabbia, questa ingiustizia.

Fratelli e sorelle famigliari degli assenti di Ayotzinapa:

Le zapatiste e gli zapatisti vi appoggiano perché la lotta è giusta e vera. Perché la vostra lotta deve essere di tutta l’umanità.

Siete stati voi e nessun altro ad aver inserito la parola “Ayotzinapa” nel vocabolario mondiale.

Voi con la vostra parola semplice. Voi con il vostro cuore addolorato e indignato.

Quello che ci avete mostrato ha dato molta forza e coraggio alle persone semplici in basso e a sinistra.

Lì fuori si dice e si grida che solo le grandi menti sanno come fare, e solo con i leader e caudillos, solo con i partiti politici, solo con le elezioni.

E così se la cantano e se la suonano senza ascoltarsi e senza ascoltare la realtà.

Poi è arrivato il vostro dolore e la vostra rabbia.

Poi ci avete insegnato che era ed è il nostro stesso dolore, che era ed è la nostra stessa rabbia.

Per questo vi abbiamo chiesto di prendere il nostro posto in questi giorni durante il Primo Festival Mondiale delle Resistenze e delle Ribellioni contro il Capitalismo.

Non solo desideriamo che si raggiunga il nobile obiettivo del ritorno in vita di chi oggi ancora manca. Ma continueremo ad appoggiarvi con le nostre piccole forze.

Noi zapatisti siamo sicuri che i vostri assenti, che poi sono anche nostri, quando saranno di nuovo presenti non si meraviglieranno più di tanto del perché i loro nomi hanno assunto diverse lingue e geografie.

Tanto meno del perché i loro volti hanno fatto il giro del mondo. E nemmeno che la lotta per la loro riapparizione in vita è stata ed è globale. Neanche che la loro assenza ha fatto crollare le menzogne del governo e denunciato lo stato di terrore creato dal sistema.

Ammireranno invece la statura morale dei propri famigliari che non hanno mai fatto cadere nel dimenticatoio i loro nomi. Senza arrendersi, senza vendicarsi, senza tentennare hanno continuato a cercarli fino a trovarli.

Quindi quel giorno o quella notte i vostri assenti vi daranno lo stesso abbraccio che adesso vi diamo noi zapatiste e zapatisti.

Un abbraccio affettuoso, con rispetto e ammirazione.

Così vi diamo 46 abbracci per ognuno degli assenti.

– Abel García Hernández

– Abelardo Vázquez Peniten

– Adán Abraján de la Cruz

– Antonio Santana Maestro

– Benjamín Ascencio Bautista

– Bernardo Flores Alcaraz

– Carlos Iván Ramírez Villarreal

– Carlos Lorenzo Hernández Muñoz

– César Manuel González Hernández

– Christian Alfonso Rodríguez Telumbre

– Christian Tomás Colón Garnica

– Cutberto Ortiz Ramos

– Dorian González Parral

– Emiliano Alen Gaspar de la Cruz.

– Everardo Rodríguez Bello

– Felipe Arnulfo Rosas

– Giovanni Galindes Guerrero

– Israel Caballero Sánchez

– Israel Jacinto Lugardo

– Jesús Jovany Rodríguez Tlatempa

– Jonás Trujillo González

– Jorge Álvarez Nava

– Jorge Aníbal Cruz Mendoza

– Jorge Antonio Tizapa Legideño

– Jorge Luis González Parral

– José Ángel Campos Cantor

– José Ángel Navarrete González

-José Eduardo Bartolo Tlatempa

-José Luis Luna Torres

-Jhosivani Guerrero de la Cruz

-Julio César López Patolzin

-Leonel Castro Abarca

-Luis Ángel Abarca Carrillo

-Luis Ángel Francisco Arzola

-Magdaleno Rubén Lauro Villegas

-Marcial Pablo Baranda

-Marco Antonio Gómez Molina

-Martín Getsemany Sánchez García

-Mauricio Ortega Valerio

-Miguel Ángel Hernández Martínez

-Miguel Ángel Mendoza Zacarías

.-Saúl Bruno García

.- Julio César Mondragón Fontes

.- Daniel Solís Gallardo

.- Julio César Ramírez Nava

.- Alexander Mora Venancio

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Compagni tutti, tutte e todoas:

Sono qui con noi le sorelle e i fratelli dei popoli originari che lottano nel grande consesso che si chiama Congresso Nazionale Indigeno.

Da oltre 500 anni abbiamo cercato come popoli indigeni le strade della ribellione e della resistenza.

Da oltre 500 anni abbiamo incontrato dolore e rabbia, giorno e notte, sul nostro cammino.

Da oltre 500 anni è stato nostro impegno conquistare libertà, verità e giustizia.

Da oltre 18 anni ci incontriamo come Congresso Nazionale Indigeno nel nome della scomparsa Comandata Ramona.

Da allora abbiamo cercato di essere allievi della loro saggezza, della loro storia, del loro esempio.

Da allora abbiamo rivelato, insieme, la marcia della tetra carrozza del capitalismo sulle nostre ossa, il nostro sangue, la nostra storia.

Abbiamo citato sfruttamento, saccheggio, repressione e discriminazione.

Abbiamo nominato il crimine e il criminale: il sistema capitalista.

Non solo, con le nostre ossa, con il nostro sangue e storia abbiamo dato nome alla rivolta ed alla resistenza dei popoli originari.

Con il Congresso Nazionale Indigeno abbiamo dato valore al degno colore della terra, quello che siamo.

Con il Congresso Nazionale indigeno abbiamo imparato che dobbiamo rispettarci, che tutto noi abbiamo un nostro posto e nostre domande.

Capiamo che adesso la cosa più importante è la verità e la giustizia per Ayotzinapa.

Oggi la cosa più dolorosa e indignante è che non siamo qui con i nostri 43.

Non vogliamo che domani possa accadere anche a noi, per questo ne parliamo nei nostri villaggi, nazioni, quartieri e tribù.

Abbiamo invitato le nostre comunità a non permettere che continuino ad ingannarci con miserabili pochezze, solo per tenerci in silenzio e che i grandi Capi continuino ad arricchirsi a spese nostre.

Abbiamo unito le nostre rabbie organizzandoci e lottando degnamente senza venderci, senza arrenderci, senza tentennare per i nostri prigionieri politici che sono rinchiusi in carcere per aver lottato contro le ingiustizie che subiamo.

Come popoli originari lottiamo per i nostri diritti, sappiamo come fare, come ci hanno insegnato i nostri bisnonni che non sono riusciti a distruggere come popoli originari di queste terre.

Per questo esistono ancora tante lingue, perché i nostri antenati sapevano come non farsi distruggere, ed ora tocca a noi fare lo stesso.

Tutti devono dire NO alle multinazionali.

Nelle nostre comunità, nazioni, quartieri e tribù tutti dobbiamo pensare cosa dobbiamo fare, come dobbiamo far sapere quello che ci fanno i malgoverni.

Dobbiamo organizzarci e avere cura di noi.

Perché ci vorranno comprare, vorranno darci le briciole, ci offrirano poltrone.

Troveranno tutte le maniere per dividerci e farci litigare e farci ammazzare tra di noi.

Ci vorranno dominare e controllare con idee diverse.

Ci spieranno e ci intimidiranno in mille modi.

Metteranno mille trappole per farci cadere e farci abandonare la lotta per il nostro popolo.

Vogliamo permettere altri 520 anni a farci trattare come spazzatura?

Vogliamo solamente vivere in pace, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, chiediamo parità tra uomini e donne, rispetto per il diverso, e poter decidere insieme il nostro destino ed il mondo che vogliamo nelle campagne e nelle città.

Sicuramente lo stile di vita migliore che noi chiediamo è diverso da quello che ci impongono.

Noi zapatiste e zapatisti chiediamo alle popolazioni originarie del Congresso Nazionale Indigeno di abbracciare i famigliari di Ayotzinapa ed accoglierli nei loro territori.

Chiediamo che invitino le loro storie ed i loro cuori.

Chiediamo per loro l’onore della vostra parole e del vostro ascolto.

Grande è la saggezza racchiusa nel cuore delle popolazioni originarie, e crescerà ancor di più nella condivisione del dolore e della rabbia di queste persone.

Come guardiani e guardiane della madre terra sappiamo bene che il nostro passo è lungo e ha bisogno di compagnia.

C’è ancora molta strada da fare e non possiamo fermarci.

Così continuiamo a camminare.

Come popoli originari conosciamo bene la terra, lavoriamo la madre terra e viviamo con quello che ci dà, senza sfruttarla.

Curiamo, amiamo e riposiamo in pace con la terra.

Siamo le guardiane ed i guardiani della madre terra.

Insieme a lei possiamo tutto, senza di lei si muore inutilmente.

Come popoli originari è la nostra ora, adesso sempre.

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Compagne, compagni e compañeroas della Sexta nazionale e internazionale:

In questi giorni, presenti o no, si è svolta la condivisione che non è altro che uno dei passi che dobbiamo fare insieme come Sexta, ognuno nel proprio paese di lotta, con le sue modalità e con la propria storia.

Ci sono momenti in cui la storia ci unisce, indipendentemente dalla geografia nel nostro sogno e indipendentemente dal calendario della nostra lotta.

Ayotzinapa è un punto dove ci siamo riuniti.

Non basta.

Lavoriamo, organizziamoci e lottiamo per i/le nostr@ compagn@ desaparecid@s e lottiamo per i/le nostr@ prigionier@ politici.

Formiamo un ciclone nel mondo, affinché ci ridiano in vita i nostri scomparsi.

Facciamolo insieme. Insieme siamo essere umani, ma ci sono bestie che non muoiono, sono i capitalisti.

Formiamo una sola onda e travolgiamo questi animali, e anneghiamo questi malvagi che tanti danni fanno nel mondo.

Facciamolo, come ci stanno insegnano i famigliare di Ayotzinapa.

Senza sosta, come loro, senza sfruttare la situazione per vantaggi o altri interessi.

Compagne e compagni. rimuoviamo dalle nostre menti il significato cattivo della parola “sfruttare”.

Pensiamo al significato buono della parola, sfruttiamo il nostro bene comune. Abbiamo già vissuto il male che fanno quelli che hanno approfittato per sfruttarci.

E ancora ci fanno sparire, ci torturano, ci incarcerano.

Libertà, giustizia, democrazia e pace sono il nostro destino.

Adesso è ora che noi, i poveri del mondo, iniziamo a costruire un mondo diverso, più giusto, dove le nuove generazioni saranno preparate a non permettere più che ritorni il capitalismo neoliberale selvaggio.

Ascoltiamo il grido dei 43 compagni giovani studenti che ci dicono “Cercateci e trovateci, non permettete che soffochino il nostro grido, noi 43 siamo come voi, ci hanno tolto la libertà, sappiamo se lotterete per noi e se non lotterete, significa che non lotterete per quelo che potrebbe succedere a voi.”

Il grido dei 43 compagni ci dice “Aiutateci, supportateci, lottate, organizzatevi, lavorate, muovetevi insieme ai nostri famigliari, li stanno ormai lasciando soli perché si stanno avvicinando le elezioni, questo è quello che stanno facendo quelli che si dimenticano di noi.”

Sommiamo alle nostre lotte, la lotta per i desaparecidos e desaparecidas. Nominiamo gli assenti. Denunciamo chiaramente il crimine. Denunciamo il criminale.

I famigliari di Ayotzinapa hanno alimentato la nostra forza ribelle e di resistenza, ci hanno fatto aprire ancor di più gli occhi ed hanno fatto crescere la nostra degna rabbia.

Ci stanno indicando un cammino e ci stanno dicendo che non gli importa di morire, se è necessario, per i loro desaparecidos.

Ci dimostrano come sia necessario che si organizzi chiunque ha degli scomparsi, e anche chi per ora non ha desapercidos perché li avrà se non si organizza, visto che qui continua il narco-governo.

Ci dimostrano che bisogna lottare, che non importa se si ha visibilità sui mezzi di comunicazione prezzolati, ciò che importa è la vita e non altre morti o sparizioni.

Ci dimostrano che è ora di organizzarci.

E’ ora che decidiamo noi stessi del nostro destino.

Così semplice e così complicato.

Per questo dobbiamo organizzarci, lavorare, lottare, ribellarci e resistere.

Solo con il movimento e l’organizzazione quelli in basso potranno difendersi e liberarsi.

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Compagne e compagni dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale:

E’ stato un anno difficile.

Continua la guerra contro il nostro animo di pace.

Il Capo continua a voler uccidere la nostra libertà.

Continua la menzogna che vuole nascondere il nostro impegno.

Il nostro sangue e la nostra morte continuano a scorrere nelle nostre montagne.

Ormai da tempo, il dolore e la morte che prima erano solo per noi, ora si estendono ad altre parti e raggiungono altre, altri, otroas nelle campagne e nelle città.

L’oscurità si fa più lunga e fitta nel mondo che tocca ad ognuno.

Questo lo sapevamo.

Questo lo sappiamo.

Per questo ci siamo preparati per anni, decenni e secoli.

Il nostro sguardo non guarda solo vicino.

Non guarda solo all’oggi e nemmeno solo al nostro territorio.

Guardiamo lontano nei calendari e nelle geografie, così la pensiamo.

Sempre di più ci unisce il dolore ma anche la rabbia.

Perché adesso, e anche da un po’ di tempo, vediamo che in tanti angoli del mondo si accendono luci.

Luci di ribellione e resistenza.

A volte piccole come la nostra.

A volte grandi.

A volte flebili.

A volte sono un fulmine che si spegne rapidamente.

A volte continuano e continuano senza spegnersi nella memoria.

In queste luci si avvicina il domani che sarà molto diverso.

Questo lo sappiamo da 21 anni, da 31 anni, da 100 anni, da 500 anni.

Per questo sappiamo che dobbiamo lottare tutti i giorni, ad ogni ora in ogni luogo.

Per questo sappiamo che non ci arrenderemo, che non ci venderemo e che non tentenneremo.

Per questo sappiamo che manca quello che manca.

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Compas tutti, tutte, todoas:

Nei prossimi giorni, settimane, mesi, usciranno altre nostre parole su quello che pensiamo e su come vediamo il mondo piccolo ed il mondo grande.

Saranno parole e pensieri difficili perché sono semplici.

Vediamo chiaramente che il mondo non è quello di 100 anni fa e nemmeno lo stesso di 20 anni fa.

Come zapatisti, quindi piccole e piccoli, studiamo il mondo.

Lo studiamo nei vostri calendari e nelle vostre geografie.

Il pensiero critico è fondamentale per la lotta.

Teoria si dice del pensiero critico.

No al pensiero vago, che si accontenta di quello che c’è.

No al pensiero dogmatico, che si fa comando ed imposizione.

No al pensiero ingannevole, che argomenta le menzogne.

Sì al pensiero che domanda, che critica, che dubita.

Non si deve abbandonare lo studio e l’analisi della realtà nei momenti difficili.

Lo studio e l’analisi sono le armi per lottare.

Ma non solo la pratica, non solo la teoria.

Il pensiero che non lotta, non è altro che rumore.

La lotta che non pensa, ripete gli errori e non si risolleva dopo la caduta.

E lotta e pensiero si uniscono nelle guerriere e nei guerrieri, nella ribellione e nella resistenza che oggi scuote il mondo benché il suo suono sia silenzio.

Gli zapatisti e le zapatiste lottano e pensano.

Pensiamo e lottiamo nel cuore collettivo che siamo.

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Compagni, compagne, compañeroas:

Non esiste un solo cammino.

Non esiste una sola direzione.

Non ha le stesse pratiche chi cammina e lotta.

Non è solo chi cammina.

Sono diversi i tempi e i luoghi e molti sono i colori che brillano in basso e a sinistra nella terra che soffre.

Ma il destino è lo stesso: la libertà, La Libertà, LA LIBERTA’.

Compagni, compagne, compañeroas:

Sorelle e fratelli:

21 anni dopo l’inizio della nostra guerra contro l’oblio, questa è la nostra parola:

VERITÀ E GIUSTIZIA PER AYOTZINAPA!

VERITÀ E GIUSTIZIA PER IL MESSICO E IL MONDO!

MUOIA LA MORTE CHE IL CAPITALISMO IMPONE!

VIVA LA VITA CHE LA RIVOLUZIONE CREA!

PER L’UMANITA’ E CONTRO IL CAPITALISMO!

RIBELLIONE E RESISTENZA!

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comandancia Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Moisés

Messico, Gennaio 2015

Testo originale

(Traduzione a cura Andrea Cegna e “Maribel” – Bergamo)

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