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Archive for gennaio 2016

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San Andrés: 20 anni dopo

Luis Hernández Navarro

Quasi venti anni fa, il 16 febbraio 1996, a San Andrés Sakam’chén de los Pobres si firmavano gli Accordi di San Andrés su Diritti e Cultura Indigena. Senza foto di rito, gli zapatisti ed il governo federale siglarono i loro primi impegni sostanziali sulle cause che avevano dato origine alla sollevazione armata degli indigeni chiapanechi.

Sebbene il governo federale ed i legislatori della Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa) desiderassero una cerimonia con trombe e tamburi, i comandanti dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) si rifiutarono di suonare le campane. Con un discorso improvvisato, il comandante David spiegò le ragioni del loro rifiuto: Vogliamo che sia un atto semplice. Noi siamo semplici, viviamo in semplicità e così vogliamo continuare a vivere.

Non vollero nemmeno farsi fotografare. Lo stesso comandante David disse: “Abbiamo raggiunto solo un piccolo accordo. Non ci lasciamo ingannare che si sia firmata la pace. Se non accettiamo di firmare apertamente e pubblicamente è perché abbiamo le nostre ragioni.”

E, dopo aver denunciato le aggressioni del governo di cui erano stati oggetto e ricordare che ‘hanno sempre pagato con il tradimento la nostra lotta’, disse: Per questo abbiamo firmato in privato. È un segnale che diamo al governo che ci ha feriti. E la ferita che ci ha inferto, ci ha feriti.

Gli accordi di San Andrés si firmarono in un momento di grande agitazione politica nel paese. Catalizzato dalla sollevazione dell’EZLN, emerse un belligerante movimento indigeno nazionale. La svalutazione del peso a dicembre del 1994 provocò un’enorme ondata di dissenso e la nascita di vigorosi movimenti di debitori con le banche. I conflitti post-elettorali in Tabasco e Chiapas si trasformarono in protesta nazionale a favore della democrazia. Il conflitto tra Carlos Salinas, presidente uscente, ed Ernesto Zedillo, l’aspirante, acquisì proporzioni enormi.

La sfiducia dei ribelli quel 16 febbraio fu premonitrice. Una volta neutralizzata l’ondata di scontento sociale, il governo federale ritrattò la parola. Lo Stato messicano nel suo insieme (cioè, i tre poteri) tradì gli zapatisti ed i popoli indigeni rifiutandosi di rispettare quanto pattuito. Il pagamento del debito storico dello Stato verso i popoli originari fu eluso. Invece di aprire le porte per stabilire un nuovo patto sociale includente e rispettoso del diritto alla differenza, lo Stato decise di mantenere il vecchio status quo. Invece di riconoscere i popoli indigeni come soggetti di diritto sociali e storici ed il loro diritto all’autonomia, si optò per proseguire con la politica di oblio ed abbandono.

La questione non finì lì. Con la decisione di non riconoscere i diritti indigeni, si chiusero le porte al cambiamento di regime. San Andrés aveva offerto l’opportunità di trasformare radicalmente le relazioni tra la società, i partiti politici e lo Stato. Invece di farlo, dal governo e dai partiti politici si spinse per una nuova riforma politica al margine del tavolo del Chiapas. Con il pretesto che vivevamo una normalizzazione democratica, si rafforzò il monopolio dei partiti a favore della rappresentanza politica, lasciando fuori dalla rappresentanza istituzionale molte forze politiche e sociali non identificate con questi partiti e si conservò, praticamente intatto, il potere dei leader delle organizzazioni corporative di massa.

Lungi dall’ammainare le loro bandiere di fronte al tradimento, lo zapatismo ed il movimento indigeno mantennero la loro lotta ed il loro programma. In ampie regioni del Chiapas ed in altri stati passarono a costruire l’autonomia di fatto e ad esercitare l’autodifesa indigena. Spuntarono come funghi governi locali autonomi, polizie comunitarie, progetti produttivi autogestiti, esperienze di educazione alternativa, recupero della lingua.

Contemporaneamente, si rafforzò in tutti i loro territori la resistenza contro il saccheggio e la devastazione ambientale. Da due decenni i popoli indigeni sono stati i protagonisti principali nel rifiuto all’uso di semi transgenici e la difesa del mais, nell’opposizione al settore minerario a cielo aperto ed alla deforestazione, nell’attenzione per le risorse idriche ed il rifiuto della loro privatizzazione, così come nella rivendicazione della cosa comune. In condizioni molto avverse hanno promosso lotte esemplari.

Nei territori indigeni le riforme neoliberali ed il saccheggio delle risorse naturali hanno cozzato control l’azione organizzata delle comunità originarie. Come risultato della lotta delle comunità indigene, in diverse regioni del paese molti progetti predatori sono stati sospesi o rimandati a tempi migliori.

La decisione statale di far fallire il tavolo di San Andrés e non applicare gli accordi su diritti e cultura indigeni ha ampliato l’estensione e la profondità dei conflitti politici e sociali al margine della sfera della rappresentanza istituzionale in tutto il paese. I protagonisti sono fuori o ai margini delle istituzioni.

Nel frattempo, l’accordo politico raggiunto tra il governo ed i partiti politici nel 1996 faceva acqua. La società messicana non sta nel regime politico realmente esistente. L’approvazione di candidature indipendenti (rivendicata al tavolo di San Andrés su democrazia dallo zapatismo ed i suoi convocati) e la crisi della partitocrazia come la conosciamo, hanno favorito la nascita di forze centripete dentro i meccanismi di rappresentanza politica.

In queste circostanze, non ci stupisce che, a venti anni dalla firma degli accordi di San Andrés, sorgano in seno ai movimenti indigeni e tra gli esclusi, nuovi modi di fare politica fino ad ora inediti. Modi e modalità nei quali non si scatteranno foto. http://www.jornada.unam.mx/2016/01/26/opinion/017a2pol

Twitter: @lhan55

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Estrella Zapatista

La stella zapatista

di Juan Villoro

A gennaio del 1994 il subcomandante Marcos guidò l’insurrezione in Chiapas (Messico), dove i popoli indios erano fuori dall’agenda politica. Il movimento è transitato verso l’eroismo della vita quotidiana.

 

El silencio de los indios / fue precisando esculturas”, con questi versi Carlos Pellicer riassume il trattamento riservato dal Messico verso i popoli originari. Non si parla di loro al presente; la loro gloria risale ad una tappa anteriore, l’età senza tempo della leggenda. I musei e le piramidi celebrano il loro passato splendore e le città si abbelliscono di statue, ma gli indios di bronzo non alludono agli attuali: li cancellano.

Il 1° gennaio del 1994, gli zapatisti si sollevarono in un paese dove i popoli indios erano fuori dall’agenda politica. Il libro più conosciuto sulla cultura precolombiana è “La visione dei vinti”. Qui, Miguel León Portilla traduce con eloquenza un canto che riferisce della caduta di Tenochtitlan: “Y todo esto pasó con nosotros. / Nosotros lo vimos, nosotros lo admiramos: / Con esta lamentosa y triste suerte nos vimos angustiados”.

In Messico si parlano più di sessanta lingue indigene. Nessuna di esse ha carattere ufficiale. I discendenti di Moctezuma percorrono le strade delle grandi città vendendo gomme da masticare e chincaglierie made in China, senza altro segno di identità che la miseria. La loro “penosa e triste sorte” non è cambiata.

Nella notte del 31 gennaio 1993, ci addormentammo sognando il progresso (il giorno dopo entrava in vigore il Trattato di Libero Commercio con Stati Uniti e Canada), ma ci svegliammo davanti ad un’altra realtà: in Chiapas gli zapatisti si erano sollevati e la questione indigena era diventata di sorprendente attualità.

Il subcomandante Marcos rinnovò il linguaggio politico con senso dell’umorismo, parabole della Bibbia, leggende maya, realismo magico ed aforismi della controcultura. Alcuni dubitarono della legittimità di un intellettuale della classe media come portavoce degli indios. Altri presero sul serio la sua proposta di cambiare il paese dal basso, con i più deboli. Nemico della lotta armata e della sinistra dogmatica, Octavio Paz sostenne che la vittoria di Marcos era la vittoria del linguaggio.

Dopo 12 giorni di combattimenti, il Governo di Carlos Salinas de Gortari ordinò il cessate il fuoco e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) operò una svolta sorprendente: la guerriglia apparentemente guevarista si trasformò nel movimento politico che prosegue fino ad oggi. Il suo obiettivo non è arrivare al potere, ma migliorare le condizioni di vita delle comunità indigene; se questo si otterrà, ritornerà alla notte dei tempi: “Aiutateci a non essere possibili”, dissero chi si era coperto il volto per avere un volto.

Secondo l’opinione del poeta e saggista Gabriel Zaid, si tratta della prima “guerriglia postmoderna”, la cui funzione non consiste nell’agire militarmente, bensì nel rappresentar sé stessa come insurrezione.

Un rito di passaggio dello zapatismo fu il dialogo col Governo. Per cominciare, bisognava definire lo scenario. Varie sedi furono respinte fino a che i ribelli proposero il campo di pallacanestro a San Andrés Larráinzar. Un luogo povero, dove i canestri non avevano la rete. Tuttavia, quello spazio era avvolto dal mito: era una nuova versione del gioco della pelota, il patio del mondo dove i maya assistevano alla lotta tra la notte ed il giorno, la vita e la morte. Lo scenario del Popol-Vuh tornava insolitamente attuale.

Il 16 febbraio 1996, gli accordi di San Andrés furono firmati. Tuttavia, l’impegno di modificare la Costituzione per concedere diritti ai popoli indios si sottomise ad un’altra tradizione messicana: l’oblio. Per entrare in vigore, gli accordi dovevano diventare legge nel Congresso e questo non accadde mai. Gli accordi sono stati vittima di una classe politica convinta che, se la soluzione si rimanda, il problema si risolverà da sé.

Durante la sua campagna per la presidenza, nel canonico anno 2000, Vicente Fox promise di risolvere la questione del Chiapas in quindici minuti. Il carismatico vaquero interruppe 71 anni di Governo del PRI, ma non mantenne le sue promesse. Per rinfrescargli la memoria, gli zapatisti, a marzo del 2001, viaggiarono fino a Città del Messico. Ricevettero dimostrazioni di appoggio in tutto il paese. Nel Congresso, la comandate Ramona chiese che la casa della parola accogliesse la voce degli indios. Nonostante il clima favorevole, la legge di autonomia passò ad ingrossare le questioni in sospeso di un paese bipolare, dove la violenza e l’impunità coesistono con la solidarietà e la speranza.

Che cosa si può dire nell’anniversario del movimento? L’assenza di eventi spettacolari suggerirebbe che la loro lotta sia scemata. Una visita nella zona zapatista porta ad altre conclusioni. Nei municipi controllati dall’EZLN si sono stabilite Giunte di Buon Governo dove si esercita una democrazia diretta, le autorità non ricevono compensi e “comandano ubbidendo”. Lì la parola “io” si pronuncia molto meno di “noi”. L’Ospedale della Donna e la Scuola Zapatista sono dimostrazioni di un sorprendente miglioramento nell’ambito della salute e dell’educazione, ottenuto in situazioni molto avverse. La sollevazione è transitata verso una forma più pacifica e resistente di quella epica: l’eroismo della vita quotidiana.

Secondo il rapporto sulle disuguaglianze elaborato da Gerardo Esquivel per Oxfam-Messico, viviamo in un paese dove l’1% della popolazione detiene il 21% della ricchezza, ed il 10%, il 64%. Questa forbice è in aumento: a livello mondiale, dal 2007 al 2012 la quantità di milionari è diminuita dello 0,3%. In questo stesso lasso di tempo, in Messico è aumentata del 32%.

A quindici anni dall’alternanza democratica, i partiti non intendono la politica come l’arena in cui i conflitti devono essere risolti, ma come l’affare in cui devono essere preservati. Ogni anno, assegnano a se stessi più di 300 milioni di dollari.

Lontano dall’attenzione mediatica, nelle loro cinque comunità o “caracoles”, gli zapatisti reinventano i giorni. La loro capacità di riflessione non è meno attiva: a maggio del 2015 hanno convocato il seminario internazionale Il Pensiero Critico di Fronte all’Idra del Capitalismo.

A proposito di utopia, Marcos riporta un insegnamento del Vecchio Antonio: Una stella misura ciò che sta lontano; una mano – forma umana della stella – misura ciò che sta vicino per arrivare lontano.

Paradosso zapatista: la meta irraggiungibile è a portata di mano.

Testo originale pubblicato sul quotidiano El País, 3 gennaio 2016 http://elpais.com/elpais/2015/12/24/opinion/1450949512_043782.html

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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PAROLE DELL’EZLN NEL 22 ANNIVERSARIO DELL’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO L’OBLIO

Primo Gennaio 2016

BUONA NOTTE, BUONGIORNO COMPAGNI, COMPAGNE BASI DI APPOGGIO DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE, COMPAGNI/E MILIZIANI E MILIZIANE, INSURGENTAS E INSURGENTES, RESPONSABILI LOCALI E REGIONALI, AUTORITÀ DELLE TRE ISTANZE DI GOVERNO AUTONOMO, COMPAGNI/E PROMOTORI E PROMOTRICI DELLE DIVERSE AREE DI LAVORO. COMPAGNI, COMPAGNE DELLA SEXTA NAZIONALE ED INTERNAZIONALE E TUTTI I PRESENTI.

Compagne e compagni, oggi siamo qui per celebrare il 22 anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio.

Per più di 500 anni abbiamo subito la guerra che i potenti di diverse nazioni, lingue, colori e credo ci hanno fatto per annichilirci.

Volevano ucciderci, nei corpi e nelle idee.

Ma abbiamo resistito.

Come popoli originari, come guardiani della madre terra, abbiamo resistito.

Non solo qui e non solo noi del colore della terra.

In tutti gli angoli del mondo che soffrivano ed ancora soffrono, c’è stata e c’è gente degna e ribelle che ha resistito, che resiste contro la morte che impone quello di sopra.

Il primo gennaio 1994, 22 anni fa, abbiamo reso pubblico il “BASTA!” che avevamo preparato per un decennio in degno silenzio.

Tacendo il nostro dolore preparavamo così il grido del nostro dolore.

Di fuoco fu allora la nostra parola.

Per svegliare chi dormiva.

Per sollevare chi cadeva.

Per indignare chi si accontentava e si arrendeva.

Per ribellare la storia.

Per obbligarla a dire quello che taceva.

Per svelare la storia di sfruttamenti, omicidi, depredazioni, disprezzo ed oblio che si nascondeva dietro la storia di sopra.

Quella storia di musei, statue, libri di testo, monumenti alla menzogna.

Con la morte dei nostri, col nostro sangue, abbiamo scosso il torpore di un mondo rassegnato alla sconfitta.

Non furono solo parole. Il sangue dei nostri caduti e cadute in questi 22 anni si è sommato al sangue di anni, lustri, decadi, secoli precedenti.

Allora dovemmo scegliere, ed abbiamo scelto la vita.

Per questo, allora ed ora, per vivere moriamo.

La nostra parola, allora, fu semplice come il nostro sangue che tinge le strade e i muri delle città che adesso, come allora, ci disprezzano.

E così continua ad essere:

La nostra bandiera di lotta furono le nostre 11 domande: terra, lavoro, alimentazione, salute, educazione, abitazione degna, indipendenza, democrazia, libertà, giustizia e pace.

Queste erano le domande che ci hanno fatto sollevare in armi, perché è quello che manca ai popoli originari ed alla maggioranza delle persone in questo paese e in tutto il mondo.

In questo modo, abbiamo intrapreso la nostra lotta contro lo sfruttamento, l’emarginazione, l’umiliazione, il disprezzo, l’oblio e contro tutte le ingiustizie che subiamo causate dal cattivo sistema.

Per i ricchi ed i potenti noi serviamo solo come schiavi, affinché loro diventino sempre più ricchi e noi sempre più poveri.

Dopo avere vissuto tanto tempo sotto questa dominazione e sopruso, abbiamo detto:

BASTA! ABBIAMO PERSO LA PAZIENZA!

E non ci rimase altra strada che imbracciare le armi per uccidere o morire per una causa giusta.

Ma non eravamo soli, sole.

Non lo siamo ora.

In Messico e nel Mondo la dignità prese le strade e chiese spazio alla parola.

Allora capimmo.

A partire da quel momento, la nostra forma di lotta cambiò e siamo stati e siamo ascolto attento e parola aperta, perché fin dal principio sapevamo che la lotta giusta del popolo è per la vita e non per la morte.

Ma ci teniamo le nostre armi, non le deporremo, staranno con noi fino alla fine.

Perché abbiamo visto che dove il nostro ascolto è stato cuore aperto, il Prepotente ha opposto la sua parola ingannevole, il suo cuore di ambizione e bugia.

Abbiamo visto che la guerra di sopra è proseguita.

Il suo piano ed il suo obiettivo era ed è farci la guerra fino a sterminarci. Per questo invece di risolvere le giuste istanze, preparò e prepara, fece e fa la guerra con i suoi moderni armamenti, forma e finanzia gruppi paramilitari, offre e distribuisce briciole approfittando dell’ignoranza e della povertà di alcuni.

I prepotenti di sopra sono stupidi. Pensavano che chi era disposto ad ascoltare, fosse anche disposto a vendersi, ad arrendersi, a tentennare.

Si sbagliarono allora.

Si sbagliano adesso.

Perché noi zapatiste, zapatisti, senza ombra di dubbio non siamo mendicanti o inetti che aspettano che tutto si risolva da solo.

Siamo popoli con dignità, determinazione e coscienza per lottare per la libertà e giustizia vere per tutte, per tutti, per todoas. Non importa il colore, la razza, il genere, il credo, il calendario, la geografia.

Per questo la nostra lotta non è locale, né regionale, neanche nazionale. È universale.

Perché universali sono le ingiustizie, i crimini, i soprusi, il disprezzo, lo sfruttamento.

Ma sono anche universali la ribellione, la rabbia, la dignità, il desiderio di essere migliori.

Per questo abbiamo capito che era necessario costruire la nostra vita da noi stessi, noi stesse, in autonomia.

In mezzo alle pesanti minacce, alle persecuzioni militari e paramilitari ed alle costanti provocazioni del malgoverno, abbiamo iniziato a formare il nostro proprio sistema di governo, la nostra autonomia, con la nostra propria educazione, la nostra propria salute, la nostra propria comunicazione, il nostro modo di curare e lavorare la nostra madre terra; la nostra propria politica come popolo e la nostra propria idea di come vogliamo vivere come popoli, con un’altra cultura.

Mentre altre, altri aspettano che dall’alto si risolverà tutto qua in basso, noi, zapatiste, zapatisti, abbiamo cominciato a costruire la nostra libertà come si semina, come si costruisce, come si cresce, cioè, dal basso.

Ma il malgoverno vuole distruggere la nostra lotta e resistenza con una guerra che cambia di intensità a seconda di come cambia la sua politica ingannevole, con le sue cattive idee, con le sue bugie, usando i suoi mezzi di comunicazione per diffonderle e con la distribuzione di briciole nei villaggi indigeni dove ci sono zapatisti, così da dividere e comprare coscienze, applicando in questo modo il suo piano di contro-insurrezione.

Ma la guerra che viene da sopra, compagne, compagni, sorelle e fratelli, è sempre la stessa: porta solo distruzione e morte.

Possono cambiare le idee e le bandiere con le quali arriva, ma la guerra di sopra distrugge sempre, sempre uccide, non semina altro che terrore e disperazione.

In mezzo a questa guerra abbiamo dovuto procedere verso ciò che vogliamo.

Non potevamo sederci ad aspettare che capisse chi non capisce neppure se capisce.

Non potevamo sederci ad aspettare che il criminale rinnegasse sé stesso e la sua storia e si convertisse, pentito, in qualcuno di buono.

Non potevamo aspettare una lunga ed inutile lista di promesse che sarebbero state subito dimenticate dopo pochi minuti.

Non potevamo aspettare che l’altro, diverso ma uguale nel dolore e nella rabbia, ci guardasse e guardandoci si vedesse.

Non sapevamo come fare.

Non c’erano né ci sono libri, manuali o dottrine che ci dicessero come fare per resistere e, contemporaneamente, costruire qualcosa di nuovo e migliore.

Forse non perfetto, forse differente, ma sempre nostro, dei nostri villaggi, delle donne, uomini, bambine ed anziani che con il loro cuore collettivo coprono la bandiera nera con la stella rossa a cinque punte e le lettere che danno loro non solo nome, ma anche impegno e destino: E Z L N.

Allora abbiamo cercato nella nostra storia ancestrale, nel nostro cuore collettivo, ed a scossoni, con cadute ed errori, abbiamo costruito quello che siamo e che non solo ci mantiene in vita e in resistenza, ma ci rende anche degni e ribelli.

Durante questi 22 anni di lotta di Resistenza e Ribellione abbiamo costruito un altro stile di vita, governandoci da noi stessi come popoli collettivi, sotto i 7 principi del comandare ubbidendo, costruendo un nuovo sistema ed un altro stile di vita come popoli originari.

Dove il popolo comanda e il governo ubbidisce.

Ed il nostro cuore semplice è sano, perché nasce e cresce dal popolo stesso, cioè, è il popolo stesso che pensa, discute, riflette, analizza, propone e decide cosa è meglio a suo beneficio, seguendo l’esempio lasciato dai nostri antenati.

Come spiegheremo in seguito, vediamo che nelle comunità affiliate ai partiti regnano l’abbandono e la miseria, comanda l’ozio e il crimine, la vita comunitaria è spezzata, ferita ormai a morte.

Il vendersi al malgoverno non solo non ha risolto i loro bisogni, ma ha portato altri orrori.

Dove prima c’erano fame e povertà, oggi ancora ci sono, ma in più c’è disperazione.

Le comunità affiliate ai partiti sono diventate nuclei di mendicanti che non lavorano, aspettano solo il prossimo programma governativo di aiuti, cioè aspettano le prossime elezioni.

E questo non apparirà in nessuna relazione di governo municipale, statale o federale, ma è la verità che si può vedere nelle comunità affiliate ai partiti: contadini che non sanno più lavorare la terra, case di mattoni vuote perché il cemento e le lamiere non si possono mangiare, famiglie distrutte, comunità che si riuniscono solo per ricevere le elemosine governative.

Nelle nostre comunità forse non ci sono case di cemento, né televisori digitali né auto ultimo modello, ma la nostra gente sa lavorare la terra. Quello che si mette in tavola, gli abiti che indossano, le medicine che le curano, il sapere che si apprende, la vita che scorre è LORO, prodotto del loro lavoro e del loro sapere. Non è il regalo di nessuno.

Possiamo dirlo senza timore: le comunità zapatiste non solo stanno meglio di 22 anni fa. Il loro livello di vita è superiore a quello di chi si è venduto ai partiti di ogni colore.

Prima, per capire se qualcuno era zapatista, si guardava se portava il paliacate rosso o il passamontagna.

Ora, basta vedere se sa lavorare la terra; se cura la sua cultura; se studia per conoscere la scienza e la tecnica; se rispetta le donne; se tiene lo sguardo in alto e limpido; se sa che comanda come collettivo; se vede gli incarichi di governo autonomo ribelle zapatista come servizio e non come un affare; se quando gli domandano qualcosa che non sa, risponde “non lo so… ancora”; se quando lo scherzano dicendogli che gli zapatisti non esistono più, che sono molto pochi, risponde “non preoccuparti, saremo molti di più, magari ci vuole un po’, ma saremo molti di più”; se guarda lontano in calendari e geografie; se sa che il domani si semina oggi.

Sì, riconosciamo di avere ancora molto da fare, dobbiamo organizzarci di più e meglio.

Per questo dobbiamo impegnarci di più per prepararci a realizzare al meglio il nostro lavoro di governarci, perché sta arrivando il male dai mali: il cattivo sistema capitalista.

Dobbiamo sapere come affrontarlo. Abbiamo 32 anni di esperienza di lotta di Ribellione e Resistenza.

Siamo quello che siamo.

Siamo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Siamo benché non ci nominino.

Siamo benché con silenzi e calunnie ci dimentichino.

Siamo benché non ci guardino.

Siamo nel passo, nel cammino, nell’origine, nel destino.

Ed in quello che siamo vediamo, guardiamo, ascoltiamo dolori e sofferenze vicine e lontane per calendari e geografie.

Guardavamo prima, e guardiamo ora.

Una notte cruenta, ancor più se fosse possibile, sta calando sul mondo.

Il Prepotente non solo continua a sfruttare, reprimere, disprezzare e depredare.

È determinato a distruggere il mondo intero se questo gli dà profitti, denaro, ricchezza.

È chiaro che sta arrivando il peggio per tutte, tutti, todoas.

Perché i grandi ricchi miliardari di pochi paesi, proseguono nell’obiettivo di saccheggiare tutte le ricchezze naturali in tutto il mondo, tutto quello che ci dà vita come l’acqua, le terre, le foreste, le montagne, i fiumi, l’aria; e tutto quello che c’è nel sottosuolo: oro, petrolio, uranio, ambra, zolfo, carbone, ed altri minerali. Perché loro non considerano la terra come fonte di vita, bensì come un affare e trasformano tutto in merce, e trasformano la merce in denaro, e così ci vogliono distruggere completamente.

Il male ed il cattivo hanno nome, storia, origine, calendario, geografia: è il sistema capitalista.

Non importa come lo dipingano, non importa il nome che gli mettano, non importa la religione che professi, non importa la bandiera che innalzi.

È il sistema capitalista.

È lo sfruttamento dell’umanità e del mondo che abita.

È il disprezzo per tutto quello che è differente e che non si vende, non si arrende, non tentenna.

È quello che persegue, imprigiona, assassina.

È quello che ruba.

Di fronte a lui sorgono, nascono, si riproducono, crescono e muoiono, salvatori, leader, capi, candidati, governi, partiti che offrono la soluzione.

Come una merce, si offrono le ricette per risolvere i problemi.

Forse qualcuno crede ancora che da sopra, da dove vengono i problemi, verranno le soluzioni.

Forse c’è ancora chi crede nei salvatori locali, regionali, nazionali e mondiali.

Forse c’è ancora chi aspetta che qualcuno faccia quello che spetta a noi fare, noi stessi, noi stesse.

Certo, sarebbe bello.

Tutto facile, comodo, senza sforzo. Solo alzare la mano, tracciare un segno su una scheda, riempire un questionario, applaudire, gridare uno slogan, affiliarsi ad un partito politico, votare per favorire uno piuttosto di un altro.

Forse, diciamo, pensiamo noi zapatiste, zapatisti.

Sarebbe bello, ma non è così.

Perché quello che abbiamo imparato come zapatisti e senza che nessuno ce l’abbia insegnato, se non il nostro proprio passo, è che nessuno, assolutamente nessuno verrà a salvarci, ad aiutarci, a risolvere i nostri problemi, ad alleviare i nostri dolori, a regalarci la giustizia che necessitiamo e meritiamo.

Solo quello che faremo noi, ognuno secondo il proprio calendario e la propria geografia, secondo il proprio nome collettivo, il proprio pensiero e la propria azione, la propria origine ed il proprio destino.

Ed abbiamo imparato anche, come zapatisti, che è possibile solo con l’organizzazione.

Abbiamo imparato che se si indigna una, uno, unoa, è bene.

Se si indignano vari, varie, molte, molti, muchoas, allora, in un angolo del mondo si accende una luce e la sua luce riesce ad illuminare per alcuni istanti tutta la faccia della terra.

Ma abbiamo anche imparato che se quelle indignazioni si organizzano… Ah! allora non è una luce momentanea quella che illumina le strade terrene.

Allora è come un mormorio, come un rumore, un tremore dapprima sordo, poi più forte.

Come se questo mondo stesse partorendo un altro mondo, uno migliore, più giusto, più democratico, più libero, più umano… o umana… o humanoa.

Per questo oggi abbiamo iniziato questa parte del nostro messaggio con parole già dette prima, ma che continuano ad essere necessarie, urgenti, vitali: dobbiamo organizzarci, prepararci a lottare per cambiare questa vita, per creare un altro stile di vita, un altro modo di governarci, da noi popoli stessi.

Perché se non ci organizziamo, saremo sempre più schiavizzati.

Non c’è più niente di cui fidarsi del capitalismo. Assolutamente niente. Abbiamo già vissuto centinaia di anni in questo sistema, abbiamo già subito le 4 ruote della carrozza del capitalismo: lo sfruttamento, la repressione, la spoliazione e il disprezzo.

Ormai ci resta solo la fiducia tra di noi, in noi stessi, dove noi sappiamo come costruire una nuova società, un nuovo sistema di governo, la vita giusta e degna che vogliamo.

Perché ora nessuno si salverà dalla tormenta dall’idra capitalista che distruggerà le nostre vite.

Indigeni, contadin@, opera@, maestr@, casalinghe, intellettuali, lavoratori e lavoratrici in generale, perché ci sono molti lavoratori che lottano per sopravvivere quotidianamente, alcuni sotto padrone ed altr@ no, ma che sono sotto lo stesso artiglio del capitalismo.

Cioè, non c’è salvezza nel capitalismo.

Nessuno ci guiderà, siamo noi stess@ a guidarci, pensando a come risolvere ogni situazione.

Se pensiamo che c’è chi ci guidi, abbiamo già visto come ci hanno guidato nelle centinaia di anni nel sistema capitalista, e non è servito a noi derelitti. È servito a loro, sì, perché solo a starsene lì seduti hanno guadagnato soldi per vivere.

A tutti hanno detto “votate per me”, lotterò perché non ci sia più sfruttamento ed appena arrivati nel posto dove si guadagna denaro senza sudare, automaticamente si dimenticano di tutto quello che hanno detto, cominciano a creare altro sfruttamento, a vendere quel poco che resta della ricchezza dei nostri paesi. Questi venditori della patria sono inetti, ipocriti, parassiti buoni a nulla.

Per questo, compagni e compagne, la lotta non è finita, è appena cominciata, ci siamo solo da 32 anni, dei quali 22 sono pubblici.

Per questo dobbiamo unirci di più, organizzarci meglio per costruire la nostra barca, la nostra casa, cioè la nostra autonomia, perché è questa che ci salverà dalla tormenta che si avvicina, dobbiamo rafforzare le nostre aree di lavoro ed i nostri lavori collettivi.

Non abbiamo altra via che unirci ed organizzarci per lottare e difenderci dalla pesante minaccia del cattivo sistema capitalista, perché le malvagità del capitalismo criminale che minaccia l’umanità non rispetta nessuno, spazzerà via tutti senza distinzione di razza, di partito, né religione perché l’hanno già dimostrato nei molti anni che hanno sempre malgovernato, minacciato, perseguito, imprigionato, torturato, fatto sparire ed assassinato i nostri popoli della campagna e della città in tutto il mondo.

Per questo vi diciamo, compagni, compagne, bambini e bambine, ragazzi e ragazze, voi, nuove generazioni, siete il futuro dei nostri popoli, della nostra lotta e della nostra storia, ma dovete capire che avete un compito ed un obbligo: seguire l’esempio dei nostri primi compagni, dei nostri compagni più grandi, dei nostri padri e nonni e di tutti quelli che hanno iniziato questa lotta.

Tutti e tutte loro ci hanno segnato la strada, ora ci tocca seguire e mantenere quella strada, ma questo è possibile solo organizzandoci di generazione in generazione, capirlo ed organizzarsi per questo, e così fino ad arrivare alla fine della nostra lotta.

Perché voi giovani siete una parte importante delle nostre comunità, per questo dovete partecipare a tutti i livelli nella nostra organizzazione ed in tutte le aree di lavoro della nostra autonomia, e che siano le generazioni future a dirigere il nostro proprio destino con democrazia, libertà e giustizia così come ci stanno insegnando adesso i nostri primi compagni e compagne.

Compagne e compagni tutti e tutte, siamo sicuri che un giorno otterremo ciò che vogliamo, per tutti tutto, cioè la nostra libertà, perché adesso la nostra lotta sta avanzando poco a poco e le nostre armi di lotta sono la nostra resistenza, la nostra ribellione e la nostra sincera parola che né montagne né frontiere possono fermare, ma che arriva fino all’orecchio e nei cuori di altri fratelli e sorelle nel mondo intero.

Siamo sempre di più a capire la lotta contro la grave situazione di ingiustizia in cui viviamo causata dal cattivo sistema capitalista nel nostro paese e nel mondo.

È ovvio che durante la nostra lotta ci sono state e ci saranno minacce, repressioni, persecuzioni, sgomberi, contraddizioni e scherno da parte dei tre livelli dei malgoverni, ma è anche ovvio che se il malgoverno ci odia è perché siamo sulla buona strada; e se ci applaude vuol dire che stiamo deviando dalla nostra lotta.

Non dimentichiamo che noi siamo gli eredi di oltre 500 anni di lotta e resistenza. Nelle nostre vene scorre il sangue dei nostri antenati dai quali abbiamo ereditato l’esempio di lotta e ribellione e l’essere guardiani della nostra madre terra perché in lei siamo nati, in lei viviamo e in lei moriremo.

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Compagne, compagni zapatisti:

Compagni, compagne, compañeroas della Sexta:

Sorelle e fratelli:

Questa è la nostra prima parola in questo anno che comincia.

Altre parole, altri pensieri verranno.

A poco a poco si mostrerà di nuovo il nostro sguardo, il nostro cuore.

Ora terminiamo dicendovi che per onorare e rispettare il sangue dei nostri caduti, non basta solo ricordare, rimpiangere, piangere, né pregare, ma dobbiamo seguire l’esempio e continuare il compito che ci hanno lasciato, mettere in pratica il cambiamento che vogliamo.

Per questo compagni e compagne in questo giorno così importante, è il momento di riaffermare la nostra coscienza di lotta ed impegnarci a proseguire, costi quel che costi e accada quel che accada, non permettiamo che il cattivo sistema capitalista distrugga quello che abbiamo conquistato e il poco che siamo riusciti a costruire col nostro lavoro e impegno in oltre 22 anni: la nostra libertà!

Adesso non è il momento di farci indietro, di scoraggiarci o di stancarci, dobbiamo essere più decisi nella nostra lotta, mantenere salde le parole e gli esempi che ci hanno lasciato i nostri primi compagni: non arrendersi, non vendersi e non tentennare.

DEMOCRAZIA!

LIBERTÀ!

GIUSTIZIA!

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Moisés Subcomandante Insurgente Galeano

Messico, Primo Gennaio 2016

Testo originale

Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo

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