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Archive for maggio 2015

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MORTE E TRASFIGURAZIONE

Parole di Gustavo Esteva al Seminario Zapatista Il pensiero critico di fronte all’Idra capitalista. Oventic e San Crtistobal de Las Casas – Chiapas (Mex) 3-9 maggio 2015

Per tentar di capire quello sta accadendo, può essere utile voltarsi indietro e guardare come nacquero le teste dell’idra che vogliamo tagliare. Alcune chiavi del futuro possono avere le loro radici nel passato.

La mia generazione creò la sua prima formazione politica nel 1958, istituendo l’Unione Generale degli Operai e Contadini del Messico –nientedimeno!- o il Movimento Rivoluzionario Magisteriale, di Othón Salazar, che con certezza studiò a Ayotzinapa nel 2° anno di normale[1]. Fu la settimana santa del 1959, con lo sciopero che paralizzò il paese, Vallejo incarcerato, 9mila ferrovieri licenziati, l’ingresso di Fidel a L’Avana …

Alcuni di noi cercarono un impegno, più o meno sfortunato, sulle orme del Che. Però fu decisivo lo spirito degli anni ’60.

Furono gli anni del manifesto di Port Huron, allorché i giovani statunitensi scrissero l’agenda per tutta una generazione, per imparare da soli, più che dagli adulti, e porre i propri privilegi a servizio del cambiamento.

Si misero in marcia … ma senza saper bene verso dove dirigersi. Furono il ribelle senza causa incarnato da James Dean. Allorché chiesero a Marlon Brando contro cosa si stesse ribellando in The Wild One ringhiò seccamente: “Che accade qua dentro?”. Non lo sapevano. Ma i Beatles avevano ascolto ancor prima di nascere.

Furono gli anni del sogno di Martin Luther King: non era il momento di sorbire la droga del gradualismo, ma il tempo di rendere subito reali tutte le promesse.

Leader politici fra loro assai diversi simboleggiavano il cambiamento, Krusciov e Giovanni XXIII, Fidel e Nasser …

Autori inattesi aprivano nuove strade. Apparvero i manoscritti del 1844 …

Nel 1960 solo il 10% dei nordamericani aveva la televisione; dieci anni dopo, solo il 10% ne era privo. McLuhan ci spiegò come si stesse così formando una tribù mondiale che abitava il villaggio globale.

Fu il momento di Atlantic City, Betty Friedan, il decollo del movimento femminista.

Negli Stati Uniti nacquero un milione di ‘comuni’ e prese forza il Movimento di Ritorno alla Terra: radicarsi nel campo.

La lista è interminabile. È esistito realmente uno spirito degli anni sessanta, in tensione fra una corrente individualista e un’altra solidaristica e comunitaria.

Tutto venne messo in discussione: la famiglia, il lavoro, l’educazione, il successo, la saggezza, la pazzia, l’educazione dei bambini, l’amore, la scienza, la tecnologia, il progresso, la ricchezza …

Improvvisamente, tutta la gioventù del mondo era unita e trovava un linguaggio comune per rispondere a tutte le domande. Era necessario cambiare tutto. Vi furono momenti in cui all’improvviso si vide tutto quello che una società aveva di intollerabile, assieme alle possibilità di un’altra realtà sociale.

Vi fu una profonda rivoluzione di tutte le problematiche umane. Per una gran parte della popolazione del mondo il Medio Evo ebbe fine negli anni sessanta. In questo clima, con questa visione, in queste condizioni, si desiderò tutto. “Il cielo è il limite”, “Assalto al paradiso” divennero espressioni correnti. La prima oggi viene tradotta con “tutto è possibile”. Questo era ciò che significava e che pensavamo dicendolo. La seconda esprimeva un’intenzione  precisa: assaltare il cielo, prenderlo nelle mani. Era stato possibile camminare sulla luna. Come non era possibile assaltare il cielo politico e sociale? E non fu casuale che venisse usata la stessa frase forgiata da Marx, in una lettera a un amico, per parlare della Comune di Parigi, dove per la prima volta si vide il popolo cacciare i governanti e dare l’assalto al cielo.

Quegli ‘anni dorati’, dal 1960 al 1973, furono il vertice di un periodo di prosperità senza precedenti. Traballante, per i suoi stessi eccessi, il capitale aveva fatto concessioni. Era riuscito ad uscire dalla ‘grande depressione’ con la Grande Guerra, ma il suo recupero fu possibile solo grazie al New Deal (Nuovo Corso). I sindacati divennero forza reale della politica pubblica, fecero aumentare anno dopo anno i salari reali e nacque lo ‘stato del benessere’ (Welfar State). Ricette keynesiane crearono la domanda che il capitale era incapace di creare. La guerra, la morte di cento milioni di persone, assicurò il successo del pacchetto … e così si ebbero i ‘30 anni gloriosi’, con miglioramenti nelle condizioni della gente, un’espansione capitalista spettacolare e mobilitazioni dei lavoratori che andavano dalla cucina alle scuole e alle fabbriche, con ‘comuni’, picchettaggi e guerre di guerriglia. Sembrava proprio che la rivoluzione stesse arrivando.

Una eccitazione carica di speranza percorreva il mondo. Sembrava di essere alla vigilia del parto della nuova società. Sembrava che il delirio tecnologico della civiltà occidentale avesse incontrato la sua nemesi. La triste alternativa fra un mondo occidentale democratico che aveva venduto l’anima alla burocrazia sembrava giungere finalmente a una reliquia del passato. E la nuova alternativa era una società democratica diretta … piena di anima. Dietro lo splendore di questa grande visione, confluiva una sola ondata poderosissima e inarrestabile, l’emancipazione.

Nel maggio di Parigi, nel ‘68, stava confluendo tutto questo. Si mescolavano socialisti utopici con anarchici, freudo-marxisti e surrealisti. I nomi dei gruppi danno l’idea del momento: il “Comitato d’Azione Freud-Che Guevara”, il “Comitato Rivoluzionario di Agitazione Transessuale” … I loro lemmi erano chiari: “Tutto il potere all’immaginazione”; “È il sogno che è reale”. Per i situazionisti le rivoluzioni che si avvicinavano sarebbero state dei festival, “perché festoso è il tono stesso della vita che annunciano”. Sartre sottolineava: i giovani “non desiderano  un futuro come il nostro, noi che abbiamo dimostrato di essere codardi, avviliti dall’obbedienza, vittime di un sistema chiuso”. Morin vedeva “l’estasi della storia”, Touraine “il primo movimento sociale antitecnocratico”, Malraux “la risposta a una crisi della civiltà” …

I giovani contaminarono gli adulti. A Parigi ci fu lo sciopero generale più partecipato e prolungato della storia.

Una nuova era sembrava essere sulla soglia. L’agenda dei giovani di Port Huron sarebbe divenuta realtà:

Cercare alternative autentiche a ciò che abbiamo, fare tramite queste  esperienze sociali  per auto-governarsi. Dare un senso alla vita … Senza egoismi individualisti … rimpiazzeremo il potere basato sul possesso, il privilegio o le convenzioni col potere e la relazione basati sull’amore, la riflessione, la ragione e la creatività … il lavoro deve avere come incentivo qualcosa di più importante del denaro o della sopravvivenza. Deve essere educativo, non abbrutente; creativo, non meccanico; auto-diretto, non manipolato; che stimola l’indipendenza, il rispetto degli altri, un senso di dignità e la disponibilità a accettare le responsabilità sociali. 

Bello, nevvero? In questo clima vivevamo, a questo credevamo … però venimmo sconfitti.

De Gaulle minacciò di portare i carri armati a Parigi e il movimento ebbe termine. In Messico accadde il 2 di ottobre. La primavera di Praga venne cancellata dai carri armati. Le guardie rosse in Cina fecero quello che fecero. Martin Luther King e Robert Kennedy furono assassinati. A Woodstock, “la nuova società abortì, drogata e felice” …

Vi é una lunga serie di spiegazioni per la nostra sconfitta. Il food power che modificò contro di noi il modello mondiale dell’alimentazione; l’embargo petrolifero e gli interventi della Banca Centrale statunitense, che contaminarono tutto; l’individualismo di molti giovani rivoluzionari che impedì al movimento di andare oltre … Tutto questo ha pesato. Era parte della guerra che la famosa Commissione Trilaterale andava tessendo segretamente, la fusione del gran capitale con il grande governo. Ma il fattore decisivo può essere stato il fatto che si pensò possibile che il cambiamento venisse realizzato attraverso le strutture di governo. Si voleva cambiarle, trasformarle in altra cosa, ma allo stesso tempo si voleva utilizzarle per la grande trasformazione che si cercava di realizzare. Su questo terreno, che non è quello della gente, subimmo la grande sconfitta. Alcuni di noi impararono la lezione. Non c’era nulla da sperare dai governi, dall’alto. Il cambiamento non può venire da lì. Continuiamo a sorprenderci che alcuni continuino a guardare in questa direzione.

L’‘apertura democratica’ di Luis Echeverria, la sua lettura del ‘68, aveva tre componenti: inventare l’opposizione politica, dare denaro alle università e offrire opportunità agli universitari. Vari leader del ‘68 passarono dalle carceri a posti di governo. Altri incentrarono la loro vita nel nuovo partito che avrebbe catturato l’anima della sinistra e altri ancora si misero a insegnare e studiare.

In questo decennio ebbe luogo un grande dibattito nazionale e internazionale, che si svolse soprattutto fra marxisti, per decidere cosa fare dei contadini. Quelli di noi che credevamo nei contadini vennero chiamati campesinisti, per squalificarli. Quelli, cosa ancor peggiore, che credevano nei popoli indigeni, vennero qualificati etnicisti.

Ci afferrammo a una filiazione di Zapata per creare con scompiglio il Coordinamento Nazionale Piano di Ayala[2]. Per questa ragione, e altre ancora, Reyes Heroles, ministro degli interni, parlò del risveglio del Messico selvaggio.  López Portillo si autodefinì l’ultimo presidente della rivoluzione quando nazionalizzò le banche … e rovinò il paese.

Eravamo confusi, è fuor di dubbio. Tardammo a renderci conto della sconfitta e ancor di più nel capirne le ragioni. Tuttavia qualcosa stavamo imparando.

La mia organizzazione nel 1980 si chiamò Autonomia, Decentramento e Gestione perché, ci dissero, era ciò che voleva la gente con la quale lavoravamo. Celebrammo, nel centro di Città del Messico, la ‘festa dell’autonomia’ che era sbocciata dopo il terremoto[3]. Alcuni di noi andarono sulle montagne del Guerrero. Da lì, come ho scoperto in un ritaglio di giornale giallognolo che mi è capitato fra le mani venendo qua, dissi a un giornalista fuorviato, il 3 marzo del 1985, parole che mi paiono aver ancora oggi un  senso.

Per dialogare, diceva Machado, prima cosa é ascoltare; poi, di nuovo ascoltare. Ma dobbiamo, quindi, saltare giù dal treno delle concezioni mitiche. Come possiamo dialogare se abbiamo occhiali opachi e i nostri auricolari lasciano ascoltare solo la nostra musica? Come dialogare se non è possibile guardare l’altro negli occhi, ascoltare le sue parole e osservare assieme a lui la nostra realtà comune, perché lo impediscono le bende ideologiche che ci paralizzano come se fossero camice di forza?

Era questa, la difficoltà. Continuavamo ad essere paralizzati da una specie di accecamento. Così ci aveva ridotto la sconfitta che oggi conosciamo col nome di ‘globalizzazione neoliberista’ …

Ormai sappiamo cosa ha prodotto: ha smantellato tutti i progressi sociali e riportato alla situazione precedente al nuovo corso … e alla crisi del 1929. Riallocò i mezzi di produzione, deterritorializzò il capitale, accrebbe la concorrenza fra lavoratori, smantellò il potere sindacale e lo ‘stato del benessere’ e organizzò la spoliazione delle terre.

Il massacro di Ludlow, nell’aprile del 1914, dove vennero assassinati i minatori del Colorado in sciopero, descrive la situazione dei lavoratori di cent’anni or sono: solo il 5% di essi era sindacalizzato. Fu ciò che il nuovo accordo ha voluto correggere. Ormai siamo tornati lì. Solo il 6,6% dei lavoratori del settore privato degli Stati Uniti è attualmente iscritto ad un sindacato. Si era arrivati a una cifra cinque volte maggiore. Il declino del settore è oggi una realtà irreversibile.

Sono stati cancellati i progressi di un secolo in materia di disuguaglianza economica e di accumulazione della ricchezza, quelli che avevano creato l’illusione che la società capitalista avrebbe potuto essere ugualitaria e che tutta la gente avrebbe potuto appartenere alla classe media.

Aldous Huxley nel 1958 pronosticò quanto sarebbe accaduto:

Grazie a metodi sempre più efficaci di manipolazione mentale, la natura della democrazia verrà cambiata. Permarranno le vecchie forme pittoresche; le elezioni, i parlamenti le supreme corti e tutto il resto. Però la realtà sottostante sarà una nuova categoria di totalitarismo non violento.

Si sbagliò. Questo totalitarismo ricorre oggi a forme terribili di violenza in una guerra aperta contro la gente.

Non so quanti della mia generazione si sentirono orfani dopo il collasso dell’Unione Sovietica o l’apertura della Cina. Non fu il caso mio, perché da tempo questi paesi  avevano cessato di essere i miei referenti, però condividevo la perplessità di quasi tutti. Andai a vivere a otto chilometri da dove era nata la mia nonna zapoteca, in un villaggio in Oaxaca. Lì ruminavo il mio sconcerto … e mi aggrappavo ai miei, ai popoli che mi fecero nascere.

Il primo gennaio del 1994 mi trovavo lì. Si è affermato con ragione che la sollevazione fu il risveglio per tutti i movimenti antisistemici. Ma vorrei affrontare il tema in termini più personali. Fu una scossa turbinosa e ingarbugliata. Vi erano cose evidenti da fare. Uscire nelle strade, ad es., per dire che non erano soli. A marzo, afferrai la mano di non so chi in un cerchio di pace nella cattedrale di San Cristóbal. Era cosa giusta. Erano gesti anonimi. Ma in aprile commisi uno sproposito: scrissi un libro sullo zapatismo … per spiegarlo. Feci di peggio: lo pubblicai.

Non mi sono emendato. Dieci anni dopo tornai a fare la stessa cosa. Ne sono pentito[4].

Seguitai a bussare a varie porte per chiarirmi le idee. Paul Baran e Paul Sweezy negli anni sessanta erano stati fari intellettuali importanti per la mia generazione. Tornai a dar loro un’occhiata, a quello che scrissero allora e a quello di ora.

La dinamica neoliberista, dicevano, creò una forma di stasi prolungata, stabile e permanente, che mise nell’angolo il capitale. Venne rotta la tregua sociale: fin dal 2.000 si arrestò la creazione di nuovi posti di lavoro. Secondo Sweezy, la finanziarizzazione del processo di accumulazione del capitale costituiva lo sforzo disperato di sfuggire alla stagnazione economica. La finanziarizzazione agiva come una droga o come uno stimolante come per alcuni atleti. Consente di vincere una battaglia … ma porta a perdere la guerra.

Noialtri -scrissero Magdoff e Sweezy nel 1987- diventammo adulti negli anni 30 e così ricevemmo la nostra iniziazione alle realtà dell’economia politica capitalista. Per noi, la stagnazione economica, nella sua forma più atroce e penetrante, comprese le sue ramificazioni di forte portata su tutti gli aspetti della vita sociale, fu un’esperienza personale marcante. Sappiamo di cosa si tratta e quello che comporta; non abbiamo necessità di definizioni né spiegazioni.

Deploravano il modo in cui le nuove generazioni ignoravano l’idea stessa di stagnazione e non trovavano il modo per collegare la propria esperienza a quanto stava accadendo. Si, avevano ragione. La tendenza alla stagnazione sta alla radice di ogni società capitalista matura. Una cosa è certa: la finanziarizzazione è un rimedio salvifico tanto disperato quanto pericoloso.

Nel 1997, Sweezy sottolineò che la questione cruciale della sovra-accumulazione attuale deve essere letta nella inevitabile interrelazione fra la monopolizzazione globale, la stagnazione e la finanziarizzazione del processo di accumulazione. Non è una crisi, che ha sempre una soluzione ed è transitoria, ma uno stato di cose permanente, con conseguenze catastrofiche per la vita sociale, che non ha vie di uscita nel suo proprio contesto.

Gli anni della prosperità, ora lo si vede con chiarezza, sono stati un’anomalia, un periodo di follia nel quale il padre ha sperperato ciecamente il patrimonio familiare. Tutti ora ne soffrono le conseguenze. Dato che ora il capitale non può più investire nella produzione, l’idra attuale si consegna senza riserve a una febbre distruttiva. Come altri hanno detto in questo incontro, i danni per la Madre Terra mettono a rischio la sopravvivenza della specie umana.

La distruzione del tessuto sociale e politico è ancora più grave. Ogni settimana scompare una lingua. Scompaiono culture intere. Forme antichissime di esistenza sociale, che erano riuscite a resistere a tutti gli attacchi e nutrivano la convivenza umana, sono gravemente minacciate. La cosa più grave è la frammentazione individualista che esaspera la violenza e limita le possibilità di organizzare una risposta collettiva al disastro.

L’impeto distruttore è a volte cieco, folle, del tutto irrazionale, puro furore avido. Però altre volte è frutto di un calcolo patologico, che pensa ai precedenti, quando grandi distruzioni favorirono la rinascita capitalista. Si è tornati a sognare questo incubo in termini da togliere il respiro.

La frammentazione colpisce  sempre più persone appartenenti allo stesso gruppo, ragazzi contro ragazzi, lavoratori contro lavoratori, comunità contro comunità. Ci stiamo avvicinando alla sindrome jugoslava, al di là della guerra civile in cui ci troviamo, quando amici e vicini che erano vissuti assieme per secoli cominciarono ad ammazzarsi gli uni gli altri. Appena poche settimane or sono a Oaxaca si fu sul punto di una rissa spaventosa. Lavoratori semischiavi delle mafie del trasporto urbano presero dei tubi metallici per scontrarsi con lavoratori semischiavi delle mafie del mercato centrale. Accade fra loro, nelle famiglie, fra vicini, fra comunità …

L’espropriazione generale si aggrava. Parole eleganti quali ‘estrattivismo’ minerario o urbano, nascondono la rapina brutale.

La facciata democratica della quale il capitale aveva necessità per la libera azione del mercato si è trasformata in ostacolo, come pure le frontiere dello Stato nazionale, che erano state strumento privilegiato per l’espansione del capitale. La nozione di sovranità nazionale è sempre più un ricordo di tempi passati.

Nella storia vi sono stati momenti simili a questo. Però forse non ve ne è stato alcuno in cui il disastro sia tanto grande e spaventoso. Fa parte del disastro il fatto anche il fatto che si distenda uno spesso velo sopra quello che accade; si pensa perfino che le difficoltà presenti presto termineranno e torneranno i ‘bei tempi’.

I messaggi che a volte inviano coloro che protestano nelle strade, in Europa, è ambiguo: vi è qualcosa di peggiore dell’essere sfruttati, ci dicono: è il non essere sfruttati. Non c’è per caso qui attorno qualche capitalista disposto a rimetterci le catene? Si lotta per il posto di lavoro  così come si lotta per l’aumento del salario, e non vi è dubbio che siano lotte legittime e che sia necessario continuare a farle. Ma esse restano all’interno del quadro dominante, con la convinzione che è possibile vincere alcune di queste battaglie –cosa certa- ma si sta perdendo la guerra[5].

Il soggetto storico della trasformazione si è disarticolato. Gli eroi sono stanchi. Non tornerà a esistere un’organizzazione potente del proletariato industriale che per tanti anni fu per la mia generazione la promessa e la speranza del cambiamento. Quello che ne rimane  è come un vascello alla deriva.

Il regime politico creato dalla Rivoluzione Messicana[6] e che era una variante di quello configuratosi nel secolo XIX, é stato ormai smantellato. Non è solo il fatto che la Costituzione sia ormai un documento senza coerenza né sostanza, uno strumento per la manipolazione, il controllo e la rapina. Il fatto è che lo stesso ‘stato di diritto’, che mai è stato forte in questo paese,  ha cessato di esistere. Nel 2009 la Corte Suprema ha battuto gli ultimi chiodi sulla sua bara, certificando per scritto che il governo può sopprimere  le garanzie costituzionali e reprimere i movimenti sociali. Così, criminalizzando la protesta sociale e l’iniziativa cittadina, le istituzioni statali sbarrano adeguatamente l’unico cammino che ci resta per riorganizzare la società dalla base, e stabilire da lì le norme che devono regolare la nostra convivenza.

Nella confusione, per la mia fretta di distinguere il capitalismo di prima da quello di ora, mi sono azzardato a suggerire che forse non si chiamava capitalismo perché ormai non accumulava relazioni capitaliste di produzione. È una provocazione, interessante, ma la sua analisi tecnica è lunga, complessa, noiosa e poco fruttuosa. Non è utile per l’azione.

La vecchia domanda del che fare circola nuovamente fra noi e genera ansietà perché le vecchie risposte non sono più attuali. Con il secolo è morta la formula leninista che lo presidiò. Ma l’immaginazione resta paralizzata una volta che si abbandonano leader, avanguardie e partiti, come qualsiasi idea di occupare gli apparati dello Stato.

Consentitemi di affrontare di nuovo la questione in termini personali. Non ho programmato di morire nei prossimi giorni, ma sono cosciente di essere nella fase ultima della mia vita. La gente della mia età, dalle mie parti, viene giudicata persona di giudizio. Ma io credo di averlo perso, il mio, e a chi mi domanda che fare, rispondo sempre: non lo so.

Non è facile ammettere questo alla mia età. Si pensa che uno lo sappia. Ma non è così.

Come avrete notato sono una persona lenta a capire. Ma sono cocciuto. Non desisto. Voglio continuare a capire. Per questo vengo spesso in questo luogo per vedere cosa posso pescare. Si, lo so. Non devo idealizzarvi né copiarvi. Ma allora cosa … ci sono cose che molti di noi hanno portato via con sé: un mondo in cui stanno molti mondi, comandare obbedendo, camminare domandando, i sette principi … sono buone guide, indirizzano su buoni sentieri, alcuni impervi e difficili …

In verità non credo di poter offrire ciò che ci hanno chiesto. Vedo, soffro, mi addoloro, sperimento ogni giorno la tormenta che essi vedono. Ma non ho idee da proporre, orientamenti da indicare. Il massimo che posso fare è condividere quello che vedo nel mio mondo o nelle mie avventure quaggiù, quello che ascolto, e continuo a cercare di imparare.

Nel mio mondo, fra gente indigena, contadina e  emarginati urbani, vedo molta gente che si muove nel senso di organizzarsi. Alcuni hanno già recuperato le loro assemblee comunali, municipali, di quartiere. Devono impegnarsi a proteggerle continuamente dai partiti che li frazionano, dalle chiese che li dividono, dai funzionari che vogliono comprarli, dalle corporation che cercano di fregarli. Ma così fanno. Ci sono anche alcuni che vogliono spingere più avanti questa organizzazione che hanno realizzato e concordano coalizioni.

Altri non arrivano a tanto, ma hanno già un collettivo, un mezzo di comunicazione libero, una cooperativa.

Vedo che molti di questi cercano sempre più maggior autonomia. Decidono di produrre il proprio cibo, curarsi e imparare da soli, non dipendere da nulla e da nessuno.

Vedo anche fare cose che mi affascinano. Il nuovo per loro non è tanto organizzarsi ma il perché farlo: non lottano per conquistare gli apparati statali o per sedurli, per ottenerne qualcosa, perché soddisfino qualche loro richiesta. Ciò che vogliono è renderli irrilevanti, non necessari. Vi sono molti che non possono, sia perché dipendono dalla lana che perviene da essi o perché devono scontrarsi col governo per resistere a qualche puttanata.

Vedo sempre più fra loro una pratica che anni or sono chiamavamo circolazioni di lotte popolari, senza saper bene di cosa parlavamo. Oggi parlano di mutua educazione. Così come si sono lasciati educare da piante, animali e boschi, ora dedicano il tempo a educarsi gli uni gli altri, a imparare dalla lotta di ciascuno.

A volte questo assume forme affascinanti. A San Diego un mese fa mi hanno avvicinato i compagni della Sesta di Tijuana e mi hanno consegnano una maglietta con la scritta Ayotzinapa, Ferguson, Palestina. Ci hanno tolto talmente tanto che ci hanno tolto perfino la paura. Non è stato un fatto isolato. Compagni palestinesi hanno scritto a coloro i erano pieni di rabbia per il razzismo selvaggio della polizia di Ferguson. Collegare tre lotte che sembrano non avere nulla in comune spinge a pensare perché alcuni le hanno collegate. E quindi imparare a collegare quello che c’è da collegare. E mi ha sbalordito, alcuni giorni dopo, vedere che la maglietta era già emigrata al centro degli Stati Uniti e poi all’Est, e che i compagni del Movimento per la Giustizia di Quartiere, a Nuova York, che continuano imperterriti la loro solidarietà con Bachajón, avevano già la maglietta. Suppongo che da tutto ciò vi sia qualcosa da apprendere.

Il 22 marzo di quest’anno, da Amatlán, Morelos, il Congresso Nazionale Indigeno ha indicato con chiarezza che per resistere all’orrore e arrestare la guerra scatenata contro di noi “non bastano gli slogan” e “neppure lo si potrà fare affannandosi a seguire i calendari, le geografie e i modi di quelli che stanno in alto, ma abbiamo bisogno di costruire un nuovo paese, un nuovo mondo.”

Nelle loro dichiarazione, hanno rinnovato la decisione di “continuare a tessere un nuovo mondo possibile e necessario, infatti solo così potrà risplendere la pace  sui nostri popoli e aver fine la repressione.”

È questo il clamore generale. Lo ha detto brillantemente Arundati Roy: “L’altro mondo non solo è possibile ma è già in marcia; se, in un giorno tranquillo, ascoltate con attenzione, potete sentire il suo respiro”.

Com’è questo respiro?

Gli studiosi della rivoluzione, e fra loro alcuni che avevano partecipato a qualcuna di esse, già da tempo hanno enumerato le condizioni che indicano una situazione rivoluzionaria. Secondo questi, la possibilità esiste quando si combinano varie condizioni: crisi nel modo di funzionare della società, allorché le istituzioni cessano di svolgere correttamente le loro funzioni; una rapida cristallizzazione delle classi sociali e dei gruppi in conflitto; quando le loro idee e pratiche si coagulano e quando gruppi di solito dispersi, come gli studenti e i gruppi etnici, mostrano capacità di dare risposte collettive; nascita di organizzazioni e di ideologie che offrono una prospettiva alternativa a quella dominante; crisi dell’elite di governo, delle classi dominanti e degli apparati statali, e crisi morale, che mette in dubbio le strutture accettate del potere, dell’egemonia ideologica e del senso comune; tutto ciò in un contesto internazionale che facilita o almeno consente che accadano processi rivoluzionari.

Il fatto che tutte queste condizioni siano evidenti a tutti con crescente chiarezza, sollecita ovunque la tentazione rivoluzionaria, ma spesso conduce a reazioni tradizionali. Non si è generalizzata la convinzione che le vecchie forme di rivoluzione sono esauste, che ormai mancano di realismo e di senso. Questo stesso stende un velo sopra le iniziative che  sono andate gestendo e costruendo questo nuovo ordine sociale il cui respiro è udibile in un giorno tranquillo.

Per molte ragioni e motivi diversi, milioni di persone in Messico e nel mondo intero sono in movimento. Questo è il momento di valorizzare le loro iniziative e di ascoltare la gente comune.

Oggi non si tratta di fare la rivoluzione, o di programmarla e prepararla. Vi siamo dentro. Si tratta di decidere quale posizione assumiamo di fronte ad essa. Come diceva Benjamin, “non si può essere neutrali su un treno in corsa”. Il mondo si sta muovendo verso certe direzioni, alcune delle quali terrificanti. Essere neutrali davanti a questa situazione significa collaborare con tutto questo dramma.

Non abbiamo parole per descrivere quello che sta accadendo. Non siamo sull’orlo dell’abisso. Già vi siamo caduti dentro e sembra essere senza fondo. Dobbiamo agire. E la prima cosa da fare può essere quella di riscattare le infinite piccole azioni della gente comune, che è l’unica cosa che può produrre i grandi cambiamenti. Così è sempre stato. Perfino le più piccole azioni di protesta alle quali partecipiamo potrebbero trasformarsi nelle radici invisibili del cambiamento sociale.

Il mondo si è capovolto, diceva Howard Zinn, le cose vanno completamente male. Non è una questione di disobbedienza civile. Il nostro problema è l’obbedienza civile. Il nostro problema è che in tutto il mondo la gente è obbediente davanti alla povertà, alla fame, alla stoltezza, la guerra e la crudeltà. Il nostro problema è che la gente è obbediente quando le carceri sono piene di ladruncoli mentre i ladroni sono a carico del paese. Questo è il nostro problema.

Avere speranza in tempi difficili è fondato sul fatto che la storia umana non è solo crudeltà. È anche compassione, sacrificio, valore, bontà. Ricordarlo ci dà l’energia per agire, e quanto meno la possibilità di orientare questa trottola di mondo a girare in un’altra direzione[7].

E se agiamo, per piccola che sia l’azione, possiamo sperare in un grande futuro utopico. Il futuro è una successione infinita di attimi presenti, e vivere ora così come pensiamo che dovrebbero vivere gli umani, sfidando tutto il male che ci circonda, è in sé già un trionfo meraviglioso.

Il cambiamento rivoluzionario non arriva come un cataclisma improvviso ma come successione interminabile di sorprese.

Oggi regnano la violenza, il caos, il disordine, l’incertezza. Abbiamo bisogno di portare ordine e senso in questo mondo. E dobbiamo farlo adesso. Il cambiamento rivoluzionario è qualcosa di immediato, qualcosa che dobbiamo fare oggi stesso, dove ci troviamo, dove viviamo, dove lavoriamo. Implica iniziare ora stesso a disfarsi delle relazioni autoritarie e crudeli fra uomini e donne, padri e figli, fra un genere di lavoratori e un altro genere di lavoratori.

Questa azione rivoluzionaria non può essere repressa come un’insurrezione armata. Si sviluppa nella vita quotidiana, nei piccoli luoghi dove le mani potenti ma  goffe del potere statale non possono arrivare facilmente. Non è centralizzata né isolata, e pertanto non può essere distrutta dai ricchi, dalla polizia, dai militari. Si svolge in 100 mila luoghi nello stesso momento, nelle famiglie, nelle strade, nei quartieri, nei luoghi di lavoro. Repressa in un luogo, riappare fino ad essere ovunque.

Questa rivoluzione è un’arte. Richiede il valore, non la resistenza, piuttosto l’immaginazione.

………………………………………………….

Le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere. Pura anarchia dilaga nel mondo La marea insanguinata s’innalza e dovunque La cerimonia dell’innocenza è annegata. I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori Sono pieni di intensità appassionata.

 

William Butler Yeats scrisse queste righe quasi cento anni or sono al termine della prima guerra mondiale. Fanno parte di The Second Coming, uno dei poemi più conosciuti e citati della lingua inglese. Ma nessuno vi pose attenzione. Dopo l’irresponsabilità del decennio del 1920 soffrimmo uno dei periodi più oscuri della storia umana. Oggi ci troviamo in un altro, che può essere anche peggiore. Non possiamo, non dobbiamo offrirci il lusso di alzare le spalle; chiudere gli occhi sarebbe suicida e criminale.

Si sono accese molte candele in questa oscurità ed esse brillano con intensità crescente[8]. Non c’è spazio per l’ottimismo, ma c’è spazio per la speranza, che non è la convinzione che qualcosa avverrà in un certo modo, ma la convinzione che qualcosa ha senso, indipendentemente da ciò che avverrà.

Oggi ha senso lottare.

Ha senso trasformare ogni giorno,  dovunque ci troviamo, tutte le relazioni crudeli e insensate che persistono fra di noi, e forgiare le nuove.

Ha senso far valere la nostra dignità contro tutti i sistemi.

Ha senso rendere irrilevanti quanti dominano e opprimono, forgiando l’emancipazione in ogni atto, ogni gesto, ogni parola, tutti i giorni.

Forse, lo dico timidamente e con titubanza, e mi trema la voce, ma solo questa, forse, dico, forse è arrivata la nostra ora. E si, sei un bastardo. Non so se saremo più bastardi o più porci. Però so che non staremo dormendo e non saremo codardi.

 

Traduzione a cura di Camminar domandando (www.camminardomandando.wordpress.com)

Le note sono tutte dei traduttori.

[1] Con riferimento è ai 43 studenti normalisti di questa scuola desaparecidos da fine settembre 2014, quasi certamente massacrati da esercito e polizia.

[2] Il Plan de Ayala (1911) fu un documento stilato dal leader rivoluzionario Emiliano Zapata durante la rivoluzione messicana.

[3] Un terribile terremoto sconvolse la città nel 1985. Di fronte all’inerzia delle autorità la gente reagì dando prova di notevoli capacità di autoorganizzazione.

[4] Elogio dello zapatismo Quaderni della Fondazione Neno Zanchetta, n.2, 1995 Lucca Libri ediz.

[5] Su questo tema, qui appena accennato, vedi: Dalla precarietà alla convivialità (o Buen Vivir) a partire dalla osservazione dei movimenti sociali latinoamericani di Gustavo Esteva e Irene Ragazzini – Relazione scritta per il Convegno  “Avere il coraggio dell’incertezza. Culture del precariato” , Parigi, 6-7 dicembre 2012, – comune-info.net/…/dalla-precarieta-alla-convivialita/

[6] Quella del 1910.

[7] Sul significato e valore della speranza vedi, di Esteva, La crisis como esperanza Bajo el Volcán, vol. 8, núm. 14, 2009, pp. 17-53 www.redalyc.org/pdf/286/28620136001.pdf.

[8] Ivan Illich, che certamente Esteva, suo ammiratore, ha avuto presente nel pronunciare queste parole, aveva scritto: “No. (Il consiglio) è quello di portare una candela nelle tenebre. Di essere una fiammella nelle tenebre”  (Cayley D. Conversazioni con Ivan Illich. Un profeta contro la modernità, Elèuthera, 1994, pag 101.

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Frayba

Il Centro dei Diritti Umani ritiene il governo del Messico responsabile per il suo concorso, a diversi livelli di responsabilità e partecipazione, nelle azioni di repressione manifestate nella violenza di Stato contro le Basi di Appoggio dell’EZLN.

Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, AC

 R A P P O R T O

La Realidad, un contesto di guerra

 

Jobel, Chiapas, Messico, maggio 2015

Al Maestro Zapatista Galeano: Ad un anno dalla sua dipartita verso una Altra Realidad, il suo esempio e la sua lotta insegnano che la dignità si afferma al di là della morte.

 

Il territorio conteso

Dalla sua apparizione in pubblico nel 1994, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha dato conto della sistematica azione dello Stato messicano per frenare l’autogestione dei popoli autonomi che cercano di vivere in pienezza i loro diritti e cultura. Durante questi ultimi 21 anni ha denunciato pubblicamente una serie di azioni di vessazione, repressione e cooptazione che, come parte dei piani di contrainsurgencia, vogliono sottrarre simpatie all’alternativa politica, civile e pacifica che propone una nuova generazione di uomini e donne zapatisti.

Nel 2003 l’EZLN, nel quadro del rispetto degli Accordi di San Andrés in Chiapas, ha formalizzato l’inizio del governo civile rappresentato attraverso cinque sedi della Giunta di Buon Governo (JBG). Ogni governo autonomo ha sotto la sua giurisdizione diversi Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti (MAREZ) il cui progetto si sviluppa attraverso varie Aree e Commissioni di lavoro.

Nella zona Selva di Confine, la JBG “Hacia la Esperanza” include quattro MAREZ ed ha sede nel Caracol 1 “Madre de los Caracoles, Mar de Nuestros Sueños”, nella comunità La Realidad, municipio ufficiale di Las Margaritas in Chiapas.

Da allora, le JBG hanno denunciato il modo in cui diverse organizzazioni e comunità sono passate, attraverso il logoramento, alla polarizzazione, come risultato prevedibile della guerra totale, portata avanti da tutti i governi di turno, fino ad ottenere lo scontro tra chi, in altre epoche, aveva condiviso la rivendicazione di istanze storiche sotto principi politici comuni.

In questo contesto è avvenuto il falso cambiamento di regime con la presunta alternanza nel potere simulato dalla classe politica, che mantiene intatta l’organizzazione, la struttura e la presenza sul territorio del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) nelle comunità del Chiapas, riproducendo vizi, corruttele e mantenendo nell’impunità le situazioni che esigono giustizia, che risultano utili per lo scontro con chi si oppone a mercanteggiare il territorio, come richiedono le attuali riforme strutturali in Messico, che approfondiscono ed accelerano il saccheggio del territorio a danno delle comunità.

L’uso della povertà come strumento di manipolazione

In Chiapas, anche i livelli di povertà estrema, emarginazione e oblio sono stati il veicolo del governo statale e federale per accelerare la cooptazione e la divisione comunitaria, come indicato nei piani militari per combattere l’insurrezione in Chiapas e così sottrarre possibili alleati al progetto politico zapatista per l’autonomia e la vita dei popoli indigeni.

La più visibile e reclamizzata di queste operazioni è stata realizzata il 21 gennaio 2013 nel municipio di Las Margaritas, uno dei territori emblematici del bastione zapatista nel 1994; in questo scenario il Presidente Enrique Peña Nieto, accanto al Governatore del Chiapas, Manuel Velasco Coello, ha lanciato il programma “Crociata Nazionale Contro la Fame”, uno dei tanti palliativi che lucrano sulla povertà ed alimentano la dipendenza delle popolazioni affinché persista il servilismo incondizionato.

Il programma ha già mostrato uno degli obiettivi politici, servendo per riposizionare le Forze Armate del Messico nella “zona grigia”(1), così definita per essere considerata un possibile territorio di espansione dell’insurrezione, e per generare cooptazione tra i popoli indigeni in resistenza.

All’interno della Crociata Nazionale Contro la Fame, con l’installazione dei Comitati Comunitari si è creata una struttura che ha impattato direttamente nella divisione comunitaria, soprattutto nelle zone di influenza zapatista, beneficiando nei fatti i soliti gruppi clientelari, cosa che non risolve minimamente le ancestrali domande di sovranità alimentare.

Così, l’obiettivo principale dei programmi di dipendenza dal governo è annullare la costruzione di alternative civili, garantendo la continuità della povertà, truccando gli standard di sviluppo nel marco del rispetto e garanzia dei diritti umani, cercando inoltre di nascondere le condizioni di milioni di vittime delle politiche governative.

Il suo obiettivo non è soddisfare né risolvere le cause di fondo, bensì persistere nelle fallimentari politiche populiste che sono utili per scopi elettorali, di manipolazione e controllo sociale.

In Chiapas i programmi governativi sono serviti come strumento di contrainsurgencia contro le comunità in resistenza, in particolare quelle che lottano per l’autonomia. A dimostrazione di ciò, basta leggere Luis H. Álvarez, ex titolare della Commissione per il Dialogo e la Pace in Chiapas nel governo di Vicente Fox (2000-2006) e Presidente della Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni (CDI) nel governo di Felipe Calderón (2006-2012), che nella sua autobiografia “Corazón Indígena” racconta le sue riunioni con presunte Basi di Appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (BAEZLN) in diverse comunità del Chiapas. (2)

Un’altra persona all’interno del potere municiaple coinvolta nel fomentare la contrainsurgencia è Florinda Santiz, attualmente consigliere per il Partito Azione Nazionale (PAN), incaricata dal 2004 di promuovere progetti nella zona della Realidad. È stata alleata di Luis H. Álvarez ed uno dei suoi obiettivi si inserisce nella strategia di cooptazione dei leader dell’EZLN. Come egli stesso ammette relativamente all’inadempimento degli Accordi di San Andrés “il governo federale sembrava scommettere che il semplice trascorrere del tempo portasse al logoramento dell’EZLN.” (3)

La contrainsurgencia in Chiapas

In questi ultimi 21 anni di Conflitto Armato Interno, in Chiapas attualmente le strategie sono focalizzate nella guerra a largo spettro, una guerra ad impatto psicosociale dove i governi impiegano ogni mezzo per occultare le problematiche reali che il popolo organizzato denuncia. È la guerra nascosta per un verso e, per un altro verso, aperta contro il “nemico interno”. Forma un fronte comune intergovernativo con il pretesto di combattere gruppi criminali, come il narcotraffico, permesso e fomentato con il coinvolgimento diretto di funzionari del governo messicano fin dagli anni ’80 ed oggi inseriti nelle strutture dei governi, municipali, statali e federale.

La strategia è mettere insieme tutte le problematiche apparenti e reali con le espressioni di dissenso e resistenza sociale per sconfiggere il dissenso ed avere una popolazione sottomessa agli interessi dell’élite dei poteri di fatto, politici ed economici. Lo scopo è creare le condizioni per l’implementazione di uno Stato repressivo che si costituisce come Stato criminale. Dove la struttura poliziesco-militare serve a reprimere le persone, organizzazioni, comunità, tra altri, che protestano ed esigono giustizia. L’azione repressiva serve a mantenerli al margine, in riga, controllati, in un contesto di guerra di sterminio contro l’umanità, dal centro e dalla periferia del sistema, nella logica della lotta al crimine organizzato o al terrorismo, con i conseguenti danni collaterali. Tutto questo permette di “amministrare” i conflitti, minimizzarli caratterizzandoli come “intercomunitari”, “religiosi” per saccheggiare i territori. In fondo si tratta di sconfiggere le azioni di resistenza contro le politiche e gli interessi dei poteri neoliberali.

La CIOAC e la contrainsurgencia

Lo scrittore e giornalista messicano Luis Hernández Navarro, a proposito della Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos, segnala:

Nel 1994 si verificò un profondo processo di decomposizione all’interno dell’organizzazione. La sollevazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ne provocò la spaccatura. Molti si unirono alle file dei ribelli. Buona parte dei dirigenti diventarono funzionali al governo. L’organizzazione abbandonò i suoi antichi ideali e si trasformò in un apparato rurale clientelare e corporativo, dedito a negoziare progetti governativi e cercare posizioni politiche. (4)

In Chiapas, la CIOAC si è più volte spaccata; tra le sue fazioni si possono ricordare:

Histórica, Democrática, Independiente, Nueva Fuerza, Autónoma Región Quinta Norte Zoque-Tzotzil.

La maggioranza di questi gruppi hanno rappresentanti nei governi municipali e nel governo dello stato; la CIOAC-Histórica (H) “vinse” le amministrative a Las Margaritas nel 2001 con l’aiuto dei partiti ed ha governato per altri tre mandati.

I conflitti dovuti a interessi politici nell’ambito statale e municipale tra le diverse fazioni della CIOAC per occupare cariche politiche, hanno causato fatti violenti con l’uso di armi da fuoco ed armi bianche, sfociati in atti di: tortura, minacce, persecuzione, privazioni arbitrarie della libertà, anche contro membri di altre organizzazioni.

Il 14 febbraio 2014, la CIOAC-H annunciò in Chiapas la formazione di gruppi di autodifesa (5) con l’obiettivo di garantire la sicurezza e l’integrità della sua organizzazione e dei suoi dirigenti. Dopo questo annuncio, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) ha registrato l’azione paramilitare contro le BAEZLN della JBG della Realidad che ha avuto come conseguenza l’esecuzione extragiudiziale di José Luis Solís López (Maestro Zapatista Galeano).

La contrainsurgencia nel territorio zapatista della Realidad

Solo in questi ultimi anni nel territorio della JBG della Realidad, il Frayba ha documentato diversi eventi dove la contrainsurgencia del governo messicano, insieme ad agenti non statali, tenta di distruggere il progetto di autonomia delle comunità zapatiste. Di seguito riportiamo alcuni di questi fatti:

Agli inizi di gennaio 2014, durante l’avvio del corso della Escuelita “La libertà secondo le e gli zapatisti”, un camion viene sequestrato dagli affiliati ai partiti della comunità della Realidad, col pretesto che stava estraendo ghiaia senza il consenso dell’ejido; quindi le BAEZLN optano per lasciare la ghiaia all’entrata della comunità.

Il 3 marzo, due unità dei trasporti autonomi Las Margaritas-San Quintin, vengono sequestrate nel capoluogo dalle autorità della città con il pretesto di non aver rispettato il nuovo regolamento urbano.

Il 16 marzo, membri della CIOAC-H, fermano un camioncino Nissan appartenente alla JBG della Realidad usato in quel momento dalle BAEZLN per una campagna di salute presso le comunità zapatiste e non zapatiste nella regione.

Il 16 settembre, dopo l’esecuzione extragiudiziale del Maestro Zapatista Galeano, un BAEZLN riceve minacce di morte con una lettera infilata sotto la porta di casa nell’ejido della Realidad.

[…] no te podemos hablar pero por este medio te decimos cuidate. Ya sabemos que te estas llevando toda esta gente por mal camino para que nos peliemos mas ya no queremos mas sangre ni mas muerte pero si asi lo quieren se los damos. Cuidate ya sabemos quien te estas dando toda la pinche información con ese pinche chaparro que sale les esta llevando a la muerte ya date cuenta. Ya sabemos como familiar te estas pasando mas pendejo que como ese que ya le llevo. Por este paso te tocara igual. Ya sabemos que nos estan prohibiendo todo quieren mandar pero ni lo piensen. Ya sabemos que no nos quieren dar la luz por vos pendejo. Por eso cuidate ya sabemos donde trabajas donde caminas y que te estan protegiendo esas bolas de verga que dicen ser buen gobierno pero para nosotros nos bale berga. Ojalá que esto lo leas muchas veces para que te des cuenta. Señor Comisariado y todo tu componiente. (Sic)

Da luglio del 2014 al mese di maggio del 2015, membri delle Brigate Civili di Osservazione (6) hanno registrato azioni militari nel territorio della JBG, consistenti in incursioni di convogli di camion, hummer, jeep e squadre motorizzate e di elementi dell’Esercito messicano in unità formate da quattro a 30 persone. Inoltre, sorvoli radenti di aerei da turismo ed elicotteri dai quali fotografano e filmano persone e installazioni. Questa recrudescenza della contrainsurgencia si è resa visibile con la presenza dell’Esercito messicano; presenza che avviene nel contesto dell’esecuzione extragiudiziale del Maestro Zapatista Galeano, della solidarietà nazionale ed internazionale e dell’annuncio del Comando Generale dell’EZLN che avrebbe indagato su quanto successo il 2 maggio 2014.

Dai fatti riportati nei paragrafi precedenti, è evidente che le azioni di provocazione sono quotidiane, cercano lo scontro e sono inserite in una guerra integrale di logoramento avviata nello scenario dell’evento del 2 maggio 2014, perpetrato da membri della CIOAC-H, del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM), del PAN, quando hanno aggredito le BAEZLN nella comunità della Realidad uccidendo in forma extragiudiziale il Maestro Zapatista Galeano della Escuelita “La Libertà secondo le e gli zapatisti”; ferendo altre 14 persone (due da proiettili), distruggendo la scuola e la clinica autonoma e danneggiato i veicoli. Situazione che evidenzia una nuova tappa della guerra irregolare.

Atti di violenza contro altri attori nella regione

Il 1° dicembre 2013, Rosario Aguilar Pérez originario della comunità San Francisco El Naranjo, municipio ufficiale di Las Margaritas, è stato torturato e privato arbitrariamente della libertà dalle autorità dell’ejido San Carlos Veracruz, con l’accusa di aver trasportato nel suo veicolo una persona BAEZLN sulla strada che collega gli ejidos San Carlos Veracruz e San Francisco El Naranjo. Questa detenzione è avvenuta a seguito di “accordi comunitari” dell’ejido San Carlos Veracruz che proibiscono il trasporto e/o trasferimento di qualsiasi persona BAEZLN sulla strada sopracitata. Per riavere la libertà, il 2 dicembre 2013 Rosario ha pagato 30 mila pesos e le autorità hanno rubato una motocicletta di sua proprietà. A tutt’oggi il caso è impunito.

Il 10 febbraio 2014, è stato privato arbitrariamente della libertà Mauricio Aguilar García, di 19 anni, figlio di Rosario Aguilar Pérez, dalle autorità di San Francisco El Naranjo, per il divieto di passaggio dall’ejido San Carlos Veracruz. Il suo delitto, secondo le autorità, è stato guidare il veicolo in cui viaggiava suo padre Rosario.

Nei fatti sopra descritti, era coinvolto Gaudencio Jiménez Jiménez, che lavora nel Municipio di Las Margaritas come coordinatore del programma Microregiones, e la cui presenza è stata segnalata alla Realidad dalla JBG “Hacia la Esperanza” durante i fatti del 2 maggio 2014. È la persona che è stata segnalata come principale responsabile e fomentatore delle privazioni arbitrarie della libertà di abitanti degli ejidos San Carlos Veracruz e San Francisco El Naranjo, sulla base di accordi che violano i Diritti Umani. Inoltre, questo personaggio è legato alla Coordinadora de Organizaciones Democráticas del Estado de Chiapas (CODECH), come gestore ed autorizzatore dei progetti governativi nella regione di Las Margaritas, in complicità con Manuel de Jesús Culebro Gordillo, Presidente Municipale di Las Margaritas e presidente della CODECH, che beneficia direttamente la CIOAC-H delle risorse dei progetti. La CODECH si propone di rafforzare il PVEM e la fondazione Tierra Verde en Chiapas.

Il 6 novembre, Gaudencio Jiménez Jiménez ha aggredito e minacciato Marco Antonio Jiménez Pérez, abitante dell’ejido San Carlos Veracruz, per aver espresso la sua opposizione agli accordi presi nella comunità rispetto alla proibizione di libero transito per le BAEZLN.

Il 23 febbraio 2015, 50 membri della CIOAC-H dell’ejido Miguel Hidalgo, tra loro anche autorità ejidales, sono entrati a Primero de Agosto con armi di grosso calibro, hanno circondato le case ed hanno provocato lo sgombero forzato di 56 persone indigeni tojolabal che ora sono accampati a tre chilometri dalla strada Las Margaritas Nuevo Momón, alla deviazione per Monte Cristo Viejo, municipio di Las Margaritas. (7)

Sintesi dell’aggressione e dell’esecuzione extragiudiziale del Maestro Zapatista Galeano

Giovedì 1° maggio 2014 nell’ejido La Realidad, nella sede del Caracol 1, alle ore 11:00 era iniziato un incontro tra due membri della CIOAC-H, Alfredo Cruz, Segretario dei Trasporti e Roberto Alfaro, Segretario personale, e membri della JBG, alla presenza di due persone di questo Centro dei Diritti Umani in qualità di osservatori.

Scopo dell’incontro era trovare una soluzione al sequestro del veicolo Nissan appartenente alla JBG, trattenuto nella casa ejidale della Realidad dal 16 marzo, giorno in cui era stato bloccato da elementi della CIOAC-H dell’ejido della Realidad, capeggiati da Javier López Rodríguez, Commissario Ejidal; Carmelino Rodríguez Jiménez, Agente Municipale; appoggiati da militanti del PVEM e del PAN.

In questa riunione, la JBG sosteneva con la commissione della CIOAC-H che, come dirigenti dell’organizzazione, cercassero soluzioni pacifiche a questo problema. La commissione della CIOAC-H concordò che per procedere verso una soluzione, era necessario che un membro della CIOAC-H (Alfredo Cruz) andasse a parlare con le autorità ufficiali e con i membri della sua organizzazione dell’ejido della Realidad per cercare una soluzione al sequestro del veicolo. Al suo ritorno, Alfredo informò di non essere giunto a nessun accordo.

Data la complessità e riconoscendo la responsabilità della CIOAC-H, il Professor Roberto Alfaro chiese ad Alfredo Cruz di andare a parlare con Luis Hernández, dirigente della CIOAC-H, per informarlo della situazione presente nell’ejido La Realidad, ed esortarlo a giungere ad accordi con gli abitanti ed i membri della sua organizzazione che permettessero una soluzione in armonia. Per questo, si decise di proseguire in “riunione permanente” fino a risoluzione del problema, sempre con la presenza costante di due membri di questo Centro dei Diritti Umani in qualità di osservatori, e restando in comunicazione con la dirigenza della CIOAC-H e del Frayba, allo scopo di garantire trasparenza, equità e condizioni di sicurezza per il dialogo in corso.

I fatti del 2 maggio 2014 segnano un evento trascendentale nel contesto del Conflitto Armato Interno in Chiapas, che consiste nell’inclusione nella guerra del governo messicano contro l’EZLN, di altri attori che originariamente propugnavano la lotta campesina per il diritto alla terra. Ora i membri della CIOAC-H sono parte dello scenario di guerra, creano un gruppo armato di “autodifesa”, permesso, fomentato e rafforzato dalle strutture del governo municipale, con Manuel de Jesús Culebro Gordillo, sindaco e leader della CODECH, organizzazione che nel marzo del 2014 è entrata formalmente nelle file del PVEM attraverso la fondazione Tierra Verde A.C., organizzazione politica guidata dall’allora da poco Segretario di Governo dello Stato del Chiapas, Eduardo Ramírez Aguilar. Tutti loro sono diventati attori utili nella guerra contrainsurgente.

L’imboscata nel territorio della JBG della Realidad contro le BAEZLN, ha avuto come conseguenza l’esecuzione extragiudiziale del Maestro Zapatista Galeano. Durante l’aggressione sono state distrutte con accanimento la Clinica e la Scuola Autonoma, azioni che intendono minare l’autonomia zapatista nella sua costruzione di un altro sistema sociale e politico diverso dal decadente sistema neoliberale.

Bisogna segnalare che il Maestro Zapatista Galeano era già stato minacciato in precedenza dal Commissario Ejidale, Javier López Rodríguez, che militava nel PVEM; dall’Agente Municipale Carmelino Rodríguez Jiménez; dal Segretario del Commissario Ejidale, Edmundo López Moreno; e da Jaime Rodríguez Gómez, Eduardo Sántiz Sántiz e Álvaro Sántiz Rodríguez, membri della CIOAC-H.

Inoltre la CIOAC-H è parte operativa del governo municipale di Las Margaritas, controlla le risorse della federazione e del municipio e compie impunemente aggressioni, sgomberi forzati ed omicidi nella regione. (8)

Secondo le testimonianze documentate e corroborate da membri del Frayba presenti il 2 maggio del 2014, il primo fatto si è svolto all’entrata dell’ejido La Realidad, con l’imboscata da parte di un gruppo di 140 persone contro 68 BAEZLN che stavano tornando dai lavori collettivi nel Caracol 1. Qui le BAEZLN sono state ferite da colpi d’arma da fuoco, machete, pietre e bastoni; tre veicoli sono stati danneggiati: un camioncino Ford Ranger modello 2000, una Chevrolet modello 1985 ed un camion di tre tonnellate modello 2002.

Nel secondo fatto, testimoni hanno riferito che un gruppo di BAEZLN erano accorsi ad aiutare i compagni aggrediti e lì c’è stata la seconda aggressione con armi, bastoni e pietre, in questa imboscata è avvenuta la privazione arbitraria della libertà, tortura ed esecuzione extragiudiziale del Maestro Zapatista Galeano, pestato brutalmente oltre ad essere stato colpito da tre pallottole calibro .22, una alla gamba destra, una al petto ed una alla nuca, segno evidente di una esecuzione. Il corpo presentava diversi colpi di bastonate sulla schiena, in testa ed un fendente di machete in bocca.

Per l’esecuzione extragiudiziale del Maestro Zapatista Galeano, era stata avviata l’indagine preliminare N. 84/IN17/2014, inviata al Tribunale Secondo Penale Distretto Giudiziario di Tuxtla Gutiérrez, che apriva la procedura penale N. 123/2014. Il 25 maggio 2014 sono stati arrestati Carmelino Rodríguez Jiménez, Agente Municipale di La Realidad e Javier López Rodríguez, Presidente del Commissariato Ejidale della Realidad, fino ad ora gli unici due in carcere a El Amate (CERSS No. 14).

Altre sei persone coinvolte nell’indagine sono ancora latitanti.

Il 9 aprile 2015, il Giudice Sesto di Distretto con sede a Tuxtla Gutiérrez, ha respinto il Ricorso N.632/2014 presentato da Luis Hernández Cruz (alias Benito) e José Antonio Vázquez Hernández (alias el Camarón), leader della CIOAC-H, contro i mandati di cattura.

Conclusioni

Sulla base della situazione documentata, questo Centro dei Diritti Umani ritiene che il governo messicano è responsabile dell’esecuzione extragiudiziale, delle aggressioni e persecuzione della BAEZLN, e identifica come responsabili diretti i membri della CIOAC-H capeggiata da Luis Hernández Cruz e José Antonio Vázquez Hernández, autorità dell’ejido La Realidad e membri del PVEM e PAN, in complicità con Gaudencio Jiménez Jiménez, Florinda Santiz, e Manuel di Jesús Culebro Gordillo, funzionari pubblici dell’amministrazione municipale di Las Margaritas.

Denunciamo inoltre i seguenti funzionari di governo coinvolti nella politica di contrainsurgencia: Enrique Peña Nieto, titolare del governo federale, comandante in capo delle Forze Armate che perseguitano l’EZLN, che implementa progetti sociali che generano divisione, dipendenza ed atomizzano le comunità ed i popoli in Chiapas; Manuel Velasco Coello, governatore del Chiapas ed operatore politico dei programmi federali per l’azione di contrainsurgencia e protettore e finanziatore di organizzazioni come la CIOAC-H.

Di conseguenza, questo Centro dei Diritti Umani ritiene che il governo del Messico è responsabile:

Per il suo concorso, a diversi livelli di responsabilità e partecipazione, in azioni repressive manifestate nella violenza di Stato contro le BAEZLN.

Per la sua partecipazione diretta e indiretta, per azione e per omissione, nella commissione di crimini di lesa umanità, che si concretizzano nelle seguenti violazioni dei diritti umani: esecuzione extragiudiziale; sgombero forzato; privazione arbitraria della libertà, tortura, persecuzione per motivi politici ed etnici di un gruppo o collettività con identità propria, lesioni gravi all’integrità fisica e psicologica di popoli ed organizzazioni che lottano per la propria autonomia.

Per mancare al suo dovere di promuovere, rispettare, proteggere e garantire i diritti umani, prevenire, indagare, punire e riparare alle violazioni; e per mantenere una situazione di impunità strutturale.

In Chiapas il governo del Messico con le sue istituzioni violenta il diritto alla vita, alla sicurezza ed all’integrità della persona, alla Libera Determinazione espressa nell’Autonomia dei Popoli, basata e fondata su strumenti di stretta osservanza per lo Stato messicano come: gli Accordi di San Andrés, il Trattato no. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni. Così come la Convenzione Americana sui Diritti Umani del 1969 ed i Patti: Diritti Civili e Politici; e Diritti Economici Sociali e Culturali del 1966 e rispettivi protocolli aggiuntivi.

Questa azione di contrainsurgencia è in stretta relazione con gli interessi del controllo del territorio e lede i diritti collettivi alla terra, al territorio, alle risorse naturali, all’autogoverno, all’autonomia ed alla libera determinazione.

*********

1) Bellinhausen, Herman. La actual etapa contrainsurgente inicia en Las Margaritas con la Cruzada Contra el Hambre. Jornada. http://www.jornada.unam.mx/2014/05/24/politica/016n1pol

2) H. Álvarez, Luis. Corazón indígena. Fondo de Cultura Económica. 2012. México.

3) Ibídem

4) Hernández Navarro, Luis. Hermanos en Armas. Policías Comunitarias y Autodefensa. Para leer en libertad A.C. México., p. 49

5) Declaración de la CIOAC Región III Fronteriza a las Organizaciones Indígenas. Boletín CIOAC marcha Chiapas. 14 de febrero 2014. URL disponible en: http://issuu.com/ust-mnci/docs/boletin_cioac_marcha_chiapas_14_de_

6) Frayba. Ejército mexicano hostiga a la Junta de Buen Gobierno Zapatista de la Realidad. Boletín No 7. 10 de marzo de 2015. Chiapas, México. URL disponible en: http://frayba.org.mx/archivo/boletines/150311_boletin_07_incursiones_militares.pdf

7) Frayba. Familias desplazadas del poblado Primero de Agosto en condiciones precarias. Acción urgente No. 1, 06 de abril de 2015. Chiapas, México. URL disponible en: http://frayba.org.mx/archivo/acciones_urgentes/150306_au01_actualizacion_primero_agosto.pdf

8) Frayba. Boletín 16. Agresión a Bases del EZLN en sede de la Junta de Buen Gobierno de La Realidad. 5 de mayo 2014, Chiapas, México. URL disponible en: http://www.frayba.org.mx/archivo/boletines/140505_boletin_16_agresiones_jbg.pdf

 

Testo originale

Traduzione a cura del Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo

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Raul ZibechiCrisi e collasso: uno scenario inedito

di Raúl Zibechi

Una delle difficoltà che affrontano i movimenti antisistemici e chi si ostina a cercare di costruire un mondo nuovo, consiste nel fatto che non riusciamo a definire quello che sta succedendo davanti ai nostri occhi. A grandi linee, coesistono due visioni non necessariamente contrapposte, ma molto diverse: chi sostiene che siamo di fronte ad una crisi, più grande delle crisi cicliche dell’economia capitalista, e chi tende a ritenere che l’umanità sta per essere portata al collasso dal sistema.

Si tratta di un dibattito teorico con forti implicazioni pratiche, poiché ci troveremmo di fronte a due situazioni molto diverse. Vale ricordare che in altri periodi della storia recente, l’ascesa del nazismo per esempio, provocò profonde divergenze tra le sinistre dell’epoca. Non pochi trascurarono l’importanza del nazismo come una vera mutazione sistemica, e pensavano che si trattasse di un regime autoritario simile ad altri conosciuti fino ad allora. Tuttavia, col passare del tempo possiamo concordare con Giorgio Agamben secondo il quale il campo di concentramento modificò radicalmente la politica, insieme a quello che definì come uno stato di eccezione permanente.

Il seminario-semenzaio Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista, organizzato dall’EZLN dal 3 al 9 maggio ad Oventic e San Cristóbal de Las Casas, è stato lo scenario di diverse visioni che ci attraversano. Da qui, in larga misura, la sua straordinaria ricchezza e fecondità. Nell’ambito anticapitalista coesistono molte analisi diverse sul mondo attuale, alcune ben fondate, altre più romantiche, alcune focalizzate sull’economia ed altre sull’etica, e molte altre sono combinazioni di queste e di altri modi di guardare e intendere. Credo che tutte abbiano la loro importanza, ma conducono a strade parzialmente diverse. O, meglio, possono contribuire a dilapidare le forze.

La cosa più complessa è che nessuno può dire di avere la verità in pugno. Questo punto mi sembra estremamente complesso, perché non consente di scartare nessuna proposta, ma nemmeno può portarci a dare per valido qualsiasi argomento.

Mi sembra necessario distinguere tra crisi e collasso, non perché siano escludenti, bensì perché incarnano due analisi distinte. Nell’ambito antisistemico, il concetto di crisi è associato alle crisi periodiche che attraversano l’economia capitalista. A questo proposito, l’opera di Karl Marx è un riferimento obbligato per gli anticapitalisti di tutti i colori. La sua analisi della crisi di sovraccumulazione del capitale si è convertita, giustamente, nel nodo per comprendere come funziona il sistema. Da qui ne deriva un insieme di considerazioni di stretta attualità.

Sebbene alcune correnti della politica economica abbiano coniato l’idea del crollo del capitalismo per le sue proprie contraddizioni interne, trascurando l’importanza degli individui collettivi nella sua caduta, è evidente che Marx non sia responsabile di questa deriva che ha avuto tenaci adepti nella prima parte del XX° secolo.

Nello stesso senso di Marx, Immanuel Wallerstein cita l’esistenza di una crisi del sistema che, dopo vari decenni di sviluppo, darà luogo ad un mondo differente dall’attuale (poiché ad un certo momento si produrrà una biforcazione) che potrà condurci ad una società migliore o peggiore dell’attuale. Ci troveremmo davanti ad un ventaglio di opportunità temporaneo, durante il quale l’attività umana può avere grande confluenza nel risultato finale. In questa analisi, la crisi si trasformerà in caos, dal quale uscirà un nuovo ordine.

L’idea di crisi è associata a periodi di cambiamenti, disordine, instabilità e turbolenze che interrompono lo svolgersi normale delle cose per poi, dopo un certo periodo di tempo, dare luogo ad una nuova normalità, ma modificata. Nelle crisi possono emergere fattori che daranno al nuovo una differente fisionomia. Dal punto di vista dei movimenti, è importante sottolineare due cose: che il concetto di crisi è troppo associato all’economia, e che appare legato a trasformazioni e cambiamenti.

Se ho capito bene, il subcomandante insurgente Moisés alla chiusura del seminario-semenzaio ha detto di non sapere se ci sarà il tempo per moltiplicare questo semenzaio, perché quello che si intravede non è una crisi, bensì qualcosa di più serio. Ha insistito: il tempo ci sta superando, ed ha detto che non basta più camminare, ma è ora di galoppare, di andare più in fretta. La notte precedente, il subcomandante insurgente Galeano ha detto che il 40% dell’umanità sarà migrante e che ci saranno spopolamenti e distruzione di intere zone per essere ristrutturate e ricostruite dal capitale. Credo che non pensasse ad una crisi, ma a qualcosa che potremmo chiamare collasso, anche se non ha usato questo termine.

Il collasso è una catastrofe su vasta scala che implica il crollo delle istituzioni, sotto forma di rottura o di definitivo declino. Nella storia ci sono state molte crisi, ma poche catastrofi/collassi. Per esempio, mi viene in mente quanto successo col Tawantinsuyu, l’impero incaico, a causa dell’arrivo dei conquistadores. Qualcosa di simile è potuto accadere all’impero romano, benché non abbia le conoscenze sufficienti per sostenerlo. In ogni caso, il collasso è la fine di qualcosa, ma non la fine della vita, perché, come è successo con i popoli indio, dopo la catastrofe si sono ricostruiti, ma come individui differenti.

Se realmente ci troviamo davanti alla prospettiva di un collasso, sarebbe la somma di guerre, crisi economiche, ambientali, sanitarie e naturali. Solo un dato: l’Organizzazione Mondiale della Salute ha avvertito che nel futuro immediato, gli antibiotici non saranno in grado di combattere i superbatteri causa di tubercolosi e polmonite, tra altre malattie. Insomma, il mondo come lo conosciamo può sparire. Se questa è la prospettiva immediata, e quelli di sopra lo sanno e si stanno preparando, la fretta di Moisés è pienamente giustificata. È ora di accelerare il passo.

Fonte: http://www.elclarin.cl/web/crisis-sistemica/15678-crisis-y-colapso-desafio-inedito.html

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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LA VISIONE DEI VINTI

Il testo che sto per leggervi è quasi tutto di un anno fa ed è quasi tutto farina del Sub Marcos. Per molto tempo è toccato a lui parlare, non delle compagne indigene zapatiste, ma della loro specifica lotta. Allora le donne zapatiste parlavano attraverso di lui, nel bene o nel male starà a loro decidere se si sono sentite rappresentate oppure no. Sta a loro giudicare. Fortunatamente ora sono le stesse compagne a parlare di loro.

Abbiamo sentito proprio adesso una specie di estratto della genealogia della lotta come donne, come indigene, come zapatiste. Tre generazioni di ribelli zapatiste non solo contro il sistema capitalista, ma anche contro di noi. Su questo tavolo, però, mancano almeno altre due generazioni. La prima generazione è quella che va tra i 12 e 15 anni ed è formata da quelle che stanno diventando promotrici di educazione o salute, o escuchas, o Tercios Compas o insurgentas, o quello che la creatività del popolo zapatista inventerà e aprirà come spazio ribelle e libertario. L’altra generazione è quella delle bambine Zapatiste che sono attorno agli 8 anni che nel ritratto sto provando a fare le sto disegnando come “Difesa Zapatista”. Una bambina irriverente che sintetizza quattro generazioni di lotta e almeno per adesso è imprevedibile.

Nel raccontarci la nostra la loro storia le compagne sono state generose perché hanno omesso una parte, o l’hanno solo menzionata.

Mmi riferisco alla nostra resistenza come uomini zapatisti. La nostra resistenza contro loro, la nostra paura nel vedere come hanno rotto i modelli e gli schemi. Uscendo senza chiedere il permesso dal ruolo che il sistema, non solo, e anche noi uomini avevamo imposto per loro costruito.

Nel rivedere la nostra storia vedo che c’è una sconfitta, che nelle vittorie che abbiamo appena menzionato non si riflette neanche pallidamente. Le difficoltà e gli ostacoli che le donne zapatiste devono affrontare tutti i giorni e tutte le ore, oltre a dover sottolineare che hanno lottato anche contro di noi e che ci hanno sconfitto.

Per questo dietro la loro storia c’è anche la nostra visione, la visione degli sconfitti.

Ma si può dire che non tutto è vero, perché anche noi come la idra capitalista siamo disposti a recuperare le nostre antiche posizione approfittandoci di qualsiasi crepa, segno di debolezza, qualsiasi sintomo che ci indica che hanno abbassato la guardia.

Io che sintetizzo meglio di qualsiasi altro il machismo e il sessismo zapatista (perché esiste esattamente come c’è il sessismo di sinistra, il sessismo libertario) mi metto a pensare alle possibilità che come genere maschile abbiamo di recuperare quello che abbiamo perso.

A ogni sconfitta che le donne ci hanno inflitto dicevo “torneremo e saremo milioni”. Ogni volta invece eravamo di meno. Sembra che i compagni Zapatisti, almeno i più giovani, vedono in modo naturale questi cambiamenti. Il resto cresce già con questa novità, che è una nuova realtà.

Penso che forse potremmo convincere la Comandanta Miriam a non partecipare più al comitato rivoluzionario indigeno comandancia generale dell’EZLN. Non so, potremmo dirle che ha già compiuto il suo dovere, che sarebbe ora di riposarsi, che i suoi figli sono già cresciuti, che ritorni a casa. Lo dubito, ma possiamo provarci.

Penso che potremmo anche provare a convincere le Comandanti Dalia e Rosalinda che sarebbe meglio che cominciassero a pensare di sposarsi, che devono smettere di andare da un posto all’altro in riunione o assistere a questi seminari, che sarebbe meglio che cercassero i loro uomini per formare la loro famiglia. Difficile, ma possiamo tentare.

Penso che possiamo rinunciare alla possibilità di convincere la generazione di Lizbeth e Selena che smettano di lottare come donne che sono, che sarebbe meglio che diventassero come le giovani partidiste e facciano un passo indietro nell’orologio delle lotte per poi diventare il contrario di quello che sono ora.

Non mi viene in mente come potremmo provare a relazionarci con la generazione della Toña, di Lupita e Stefanía, per dirle che sarebbe meglio se smettessero di studiare, che sarebbe meglio che imparassero a impastare a mano invece di imparare ad usare il cellulare, il computer, la videocamera e internet per la lotta zapatista.

Guardate sarò sincero riguardo alla bimba “Difesa Zapatista” mi viene solo in mente di compatire quello che sarà suo marito o sua marita. Se mi domandate di cosa ne sarà di questa generazione, quale sarà il modo, le sue ansie, le sue sfide, risponderei copiando il racconto del Gatto-Cane e direi “non lo sappiamo ancora”

Non mi resta che avvertire il Pedrito che le zapatiste con le quali si relazionerà negli anni futuri saranno altre e che una sua posizione sulla difensiva non potrà fargi male.

Da parte mia, per quanto mi riguarda, facendo bene i conti, tra somme e sottrazioni, intuisco che la nostra sconfitta è irreversibile. Che non solo siamo stati sconfitti, ma siamo stati vinti. E vi dico con sincerità e con il cuore in mano che davanti a questa eroica lotta mi resta solo la consolazione che la nostra stupida resistenza maschile sia stata di aiuto alle nostre compagne per obbligarle ad essere migliori come donne e come zapatiste.

Però se mi chiedete di fare uno sforzo e provare a ritornare all’inizio, all’origine di questa genealogia terribile e meravigliosa, vi direi che tutto ha avuto inizio con le insurgentas. Quelle compagne che sulle montagne ed ovunque hanno rinunciato alle loro vite in e con la famiglia, loro che hanno lottato finora per questo che è e per quello che sarà. Perché se gli domandiamo come vedono quello che si è fatto fino ad ora loro vi risponderanno: “Bene Sup, ma è chiaro che c’è ancora molto da fare”.

31 anni fa quando arrivò in montagna la prima indigena insurgenta ho sentito un brivido freddo percorrere tutto il mio bel corpo, sentii che non era per lei ma per quello che lei rappresentava. Stava arrivando una profezia: “Nessun uomo potrà mai dire che ti ha sconfitto, ma ci sarà chi lo potrà dirloe”. Per il resto, non credite, sono zapatista. Quindi mi verrà in mente qualcosa per controattacare.

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Il SubMoy vi ha già spiegato che nella nostra organizzazione ci sono indigeni e non indigeni. Questo vuol dire che ci sono compagne non indigene che sono zapatiste. Noi zapatisti e zapatiste le consideriamo parte di noi. Così come consideriamo zapatisti questo spazio il CIDECI, e chi qui insegna, studia, lavora e lotta. Il compagno Maestro Zapatista Galeano disse una volta che c’è chi è zapatista e non lo sa, finché non se ne rende conto.

Per le condizioni delle nostre lotte le compagne non indigene non possono mostrarsi neanche camuffandosi. Non sono molte, si contano appena sulle dita di un paio di mani (qu la bimba Difesa Zapatista interrompe per ricordare: “saremo certamente sempre di più”), oltre ad avere un’avversione per i palchi, a mostarsi. Preferiscono l’oscurità, l’anonimato, l’ombra. Quindi penso che neanche con il passamontagna accetterebbero di sedersi qui di fronte a voi. Loro sono nessuno, come nessuno di noi lo è.

Le parole che sto per leggervi sono collettivi anche se sembrerà come se fossero di una sola persona, di una compagna. Il mio lavoro è stato solo di raccoglierle e subire la tormenta che con queste parole si risveglia.

Userò parole un rudi e dure. Devo dire a mia discolpa che tutte queste parole provengono dalle compagne zapatiste nn indigene. Quindi se vi scandalizzate sedetevi perché manca ancora.

Parla la compagna:

Voi siete molto stupidi. Credete che se noi ci abbelliamo è per essere di vostro gradimento, oppure per provocarvi, o, come dite voi, ‘perché siamo a caccia’. E’ il momento che capiate che se noi ci agghindiamo è perchécosì ci va di fare, perché così siamo più comode oppure semplicemente perché ci piace quel paio di scarpe, quella blusa, quella gonna, quel pantalone, insomma teniamo al nostro corpo. Oppure, dobbiamo sistemarci perché il maledetto padrone o padrona ci ha detto che così dobbiamo andare a lavorare. E poi, a voi che cosa cavolo interessa del perché ci facciamo belle abbelliamo?

Voi siete come dei cacciatori schizzofrenici. Credete che la città sia un terreno di caccia e che le donne siano delle stupide prede che fanno di tutto per diventare un facile bersaglio. Qualsiasi cacciatore sa bene che non è così. Ma gli uomini “machistizzati” sono così imbecilli che pensano non solo che le donne siano un pezzo da portare a casa, così si dice nel gergo dei cacciatori, ma anche un preda che fa di tutto per essere scoperta e mettersi sotto il tiro della pallottola.

I complimenti. I complimenti, per quanto innocenti siano o possano sembrare, con ragione possono essere percepiti come una molestia. Perché non ci si può aspettare che in una società capitalista come la nostra, parlo del Messico, con il tasso di femminicidio e violenza di genere che abbiamo, non si abbia paura. È ridicolo non aspettarsi una reazione di rifiuto.

Inoltre, io penso che siete solo degli idioti”.

Ovvio, io qui ho fatto la faccia del “voi? ma cosa c’entro io…”

“Cosa credete, che se ci dite ‘mamacita, quanto sei bona’ oppure ci palpate il sedere per strada o sui mezzi pubblici, che inoltre è da vigiacchi per non far vedere che siete stati voi e fare la faccia da ‘nonsonostatoio’, noi ci butteremo nelle vostre braccia dicendovi “prendimi, fammi tua, papacito”? Che poi siete dei codardi perché se noi vi dicessimo ‘papacito che bello che sei’ e vi palpassimo il sedere, vi caghereste addosso dalla paura e non sapreste cosa fare. Voi non volete legarvi o fare sesso, voi volete dominare, comandare, violentare. E poi credete che siamo stupide come voi, quando arrivate e dite ‘ehi compagna, forte questa lotta, spiegami di più, dai prendiamoci un caffè per continuare a parlare, sai che sei proprio intelligente’. E noi stiamo lì a spiegarvi le cose ma voi pensate, da stronzi, che ci stiamo provando, e non passa molto che venite fuori con ‘dái piccola, voglio farlo con te’, ecc. ecc. Ma poi, quando vi facciamo capire che non ci interessa, che era solo per parlare, voi reagite con le solite invettive ‘stronza, lesboterrorista, quello di cui hai bisogno è una bella scopata, così la smetti di dire stronzate, e non sei nemmeno tanto bella’”.

Alcune di queste frasi le ho copiate testualmente dalla conversazione su tuiter di una donna che spiegava il femminismo ad uno dei suoi follower, un macho cibernetico. L’ho fatto vedere alla compagna che ha detto: “è proprio così, e non solo su tuiter, ma anche nella realtà”.

La compagna non la smetteva più ed io, da bravo ometto, spportavo la sua furia. Pensavo soltanto: “porca miseria, e questa da bambina non era zapatista, figuriamoci cosa diventerà labambina Difesa Zapatista quando crescerà”. Vero, sono macho ma non stupido, l’ho solo pensato, ma non l’ho detto.

Sì, hai ragione quando si dice che noi donne siamo molto più crudeli con le altre donne rispetto agli uomini, che usiamo insulti maschilisti fra di noi e così ci diamo delle “puttane”, “rovina famiglie” o come nel film di Pedro Infante “smorfiosa”, tutte parole inventate da voi. Ma non si dice che tutto è un processo? Che nelle comunità indigene le donne stanno costruendo il loro percorso senza che nessuno imponga loro come farlo, senza che nessuno dia loro degli ordini o che le impongano manuali e ricette? Bene, anche noi stiamo imparando. È la cultura che ci frega con le vostre stronzate, e ci frega anche la nostra testa. E forse è per questo che ci sono tanti femminismi, perchè ognuna di noi ha il suo modo e una sua storia, i nostri fantasmi, le nostre paure e cerchiamo come combatterli e sconfiggerli.

E voi potete accettare o no la nostra lotta, ma attenzione, ho detto la nostra lotta, voi non siete parte di questa lotta.

Per quanto sensibili e ricettivi siate, non potrete essere femministe, perchè non potrete mai mettervi davvero nei nostri panni, perchè non avrete mai il ciclo mestruale, perchè non avrete mai il desiderio o la paura della gravidanza, non saprete mai cosa vuol dire partorire e mai saprete cosa vuol dire essere in menopausa, non avrete mai paura di uscire in strada alla luce del sole e dover passare davanti ad un gruppo di uomini, non saprete mai cosa vuol dire nascere, crescere e vivere con la paura che hai dentro di essere come sei. Non è che non desideriamo essere donne, che malediciamo di essere nate donne, tantomeno che avremmo preferito essere uomini. No, quello che desideriamo e lottiamo per ottenerlo, è essere donne senza che questo sia un peccato, una mancanza, una macchia, qualcosa che ci predestina a stare sempre sulla difensiva e ad essere delle vittime. Quindi, che non mi si venga a dire che ci sono uomini femministi. Ci sono uomini più a modo, ma non femministi. Solo quando questi uomini mi porteranno un assorbente macchiato del loro sangue mestruale, allora potremmo iniziare a parlarne e forse nemmeno in quel caso.

Nel frattempo io guardavo il corpo della compagna con attenzione. No, non stavo guardandole il sedere né tanto meno le tette, stavo osservando le sue braccia e le sue gambe. Che tipo di scarpe portava. Stavo calcolando il potere d’impatto di un suo pugno o di un suo calcio. Il calcolo è stato spaventoso, quindi mi sono messo a distanza di sicurezza. Era arrabbiatissima.

La compagna aveva le lacrime agli occhi, ma non erano le lacrime di una vittima. Erano lacrime di coraggio e rabbia. Mi sono ricordato allora delle lacrime negli occhi delle compagne e dei compagni di fronte al cadavere del compagno Galeano, delle lacrime dei familiari dei ragazzi assenti di Ayotzinapa quando ci raccontano la loro storia.

“Si lo so che stai per dire che la colpa è del maledetto sistema capitalista. Ma maledetti anche voi che non fate niente, che siete inetti. Continuate a dire che è importante lottare contro il sistema quando anche voi siete un pezzo di questo maledetto sistema. Voi e anche noi. Almeno noi non ci arrendiamo e resistiamo. Voi neanche questo perché siete pigri e stronzi. Lo so che questo è un insulto maschilista, però vi brucia ed è per questo che ve lo dico.

“Guarda, ti dirò che le cose più importanti ce le hanno insegnate le nostre compagne delle comunità zapatiste. Perché anche noi siamo delle stronze, ci crediamo migliori, crediamo di saperne di più, pensiamo di non essere così messe male e vogliamo fare lezione di femminismo e insegnare a lottare per i propri diritti. Queste sono stronzate. Non abbiamo niente da insegnare alle compagne, né con i libri, né con tuiter, né con le tavole rotondo o con le riunioni. Le compagne, quando andiamo da loro o quando loro vengono da noi, non ci dicono cosa dobbiamo fare, né ci criticano, né sparlano, come dicono loro. Ci dicono che vogliono imparare! Ma noi non abbiamo niente da insegnare loro. Loro ci insegnano Con la loro lotta, con la loro storia, loro ci insegnano che ognuno e ognuna ha il suo modo di lottare. Quando ci raccontano le loro storie, ci dicono: “noi facciamo così, ma ognuno ha il suo modo”. La cosa buffa è che con la loro lotta ci fanno mettere in discussione, ci danno una scossa di quelle che ti ribaltano, altro che la sindorme premestruale!

Quello che ha fatto avvicinare me ecredo altre compagne allo zapatismo, non sono state le compagne. Verto anche le compagne zapatiste. Non perché volevamo essere come loro. ma ci sono di mezzo anche i maledetti compagni zapatisti.

Il fatto è che lo zapatismo è grande, è qualcosa che ti fa desiderare di essere migliore ma senza smettere di essere quello che sei. Non ti dice di andare a vivere in comunità o di imparare la loro lingua, di coprirti il volto, di abbandonare tutto, anche la famiglia, per salire in montagna con le insurgentas od ovunque esse siano. Ma ti dice e ti chiede “Noi siamo qui a fare questo, e tu cosa fai là?”. Lo zapatismo ignora stupidate del tipo sei grassa, magra, bassa, alta, scusa, oppure bianca, vecchia, giovane, saggia, ignorante, campagnola, cittadina.

Credimi, non c’è amore più puro di questo, che ti rispetta, che ti ama per come sei ma ti avvelena perché allo stesso tempo ti fa desiderare di essere migliore come persona, come donna. Nessuno ti obbliga, nessuno te lo chiede. Nessuno nemmeno lo pensa. Questa è la fregatura, perché questo desiderio nasce dentro di te. E non c’è nessuno contro cui reclamare o al quale rendere conto se non il maledetto specchio. E non possiamo dare la colpa agli uomini, o al sistema, o alle condizioni. È così forte che ti rovescia addosso tutto, ti obbliga ad essere responsabile di questo amore. Non ti concede nemmeno un dannato angolo in cui nasconderti. Maledetto zapatismo”.

Mi sono comprtato come un macho, ho scritto tutto senza cambiare nulla. Le parole sono tali e quali come le ho ascoltate. Sono le stesse non perché le ho registrate, ma perché, e sarete d’accordo con me, sono parole difficili da dimenticare.

Alla fine ho detto alla compagna che avrei presentato queste parole al seminario, se voleva quindi aggiungere ancora qualcosa per chiudere. Lei ci ha pensato qualche secondo e poi ha detto:

“Sì, dì a quegli stronzi degli uomini che se la prendano con i loro padri, sì con i loro padri non con le loro madri, perché le madri non hanno colpa se sono così stupidi. Poi, dì alle compagne che…. che…

La compagna zapatista che ancora non sa di esserezapatista, cerca un una parola che non riesce a trovare.

che… che… guarda, io non sono credente, ma in questo momento non trovo altra parola per dire ciò che penso, quindi di alle compagne che…. che dio le benedica, che un giorno spero di ritrovarmi non di fronte a loro, ma accanto a loro, e di non sentire la vergogna che mi brucia in petto. Che spero che arrivi il giorno in cui mi chiamino “compagna”, perché lo sono. Bene, adesso ho da fare con Los Tercios Compas e devo occuparmi della rivista e dei comunicati sulla pagina web, trascrivere la registrazione, controllare il testo, l’artigianato, andare alla riunione e al lavoro, alla lotta sempre alla lotta. Ah! Dì gatto-cane che se piscia ancora sulla sedia mi sentirà”.

La compagna se n’è andata. Io mi controllo per assicurarmi di non avere nessuna frattura o emorragia, nessuna ferita, se non avevo perso niente altro che la superbia. Vedendo che le mie belle parti del corpo erano ancora intatte, sono andato al computer a trascrivere queste parole. Certo, primo ho avvisato il gatto-cane di cercare un paese dove non ci sia il trattato di estradizione.

Con questo è dimostrato che noi uomini abbiamo sempre l’ultima parola e…..

Grazie. Grazie alle Insurgentas. Grazie alle donne zapatiste, indigene e no. Grazie alle donne della Sexta. Grazie alle donne che non sono della Sexta ma che lottano.

Subcomandante Insurgente Galeano

San Cristobal De Las Casas

6 maggio 2015

 Traduzione “Maribel” – Bergamo

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comandanta daliaComandanta Dalia

Buona sera, compagni e compagne, fratelli e sorelle.

Spiego loro un po’ quello che disse la compagna Comandante Rosalinda.

Come ha detto la Comandanta Rosalinda, ora tocca a me spiegare che dal 1994 abbiamo capito di avere i nostri diritti come donne, ci siamo svegliate, e a poco a poco abbiamo imparato.

Nei villaggi, nelle regioni, abbiamo insegnato come organizzarsi per la lotta per il bene del popolo, anche senza aver studiato sui libri.

E’ nel 1994 che, come donne, come madri e padri, abbiamo avuto il coraggio di mandare a combattere i nostri mariti, i nostri figli, le nostre figlie, ben sapendo che non era facile affrontare il nemico, perché potevi tornare sono o vivo o morto, ma non abbiamo mai pensato a questo, avevamo ben chiaro di avere la responsabilità di crescere i nostri figli, le nostre figlie. È quando ci siamo rese conto che pensiamo come i compagni uomini.

Per spiegare, prima devi lavorare, imparare la lotta, e questo di grande responsabilità; come fare riunioni nelle regioni, nei municipi e nelle zone; visitare spesso i villaggi per organizzare le compagne e compagni nei lavori collettivi per sostenere la nostra resistenza nelle terre recuperate nel 1994, terre che ci avevano tolto i proprietari terrieri, è dalla clandestinità che facciamo lavori collettivi; ed anche andare a parlare in ogni villaggio, a uomini e donne, bambini e bambine, per far capire la lotta.

Non permettiamo che i nostri figli crescano con le cattive idea del sistema capitalista.

Così è andato avanti il lavoro delle compagne e la loro partecipazione come zapatiste in qualunque tipo di attività, o qualunque carica assegnata dalla comunità. Così sono stati riconosciuti i diritti delle compagne ed abbiamo ottenuto questa libertà. La libertà di pensare, di analizzare, discutere, pianificare, su qualunque cosa, ed anche i compagni hanno capito i diritti delle donne.

Il primo valore delle compagne è quando hanno permesso che i loro mariti, le loro figlie andassero a lottare. Il secondo, si sono liberate dai mariti, perché abbiamo visto quello che fanno gli uomini, e possiamo farlo anche noi donne, ne abbiamo il coraggio.

Possiamo parlare, analizzare idee, risolvere i problemi. Certo è stato molto difficile per noi, ma l’abbiamo fatto. Una volta i compagni uomini erano dei veri cabrones, ma siamo riuscite a farlo capire, anche se ce ne sono ancora alcuni che si comportano da cabroncitos, ma non più tutti.

Ma la maggioranza l’ha ormai capito. Le compagne non demordono, non si fanno umiliare come prima, come diceva la compagna Comandanta Miriam, si rivolgono alle autorità civili, alle agenti o commissarie. In ogni villaggio ci sono agenti e commissarie, e se queste non riescono a risolvere il problema, questo passa alle autorità municipali. Il problema viene risolto perché abbiamo regolamenti per ogni villaggio, a seconda degli accordi presi in ogni villaggio.

Ma non ancora tutte le compagne si lamentano perché hanno paura del marito, ma lo veniamo a sapere attraverso altre compagne, se ne parla in riunione e investighiamo noi compagne, e poi risolviamo il problema, perché noi abbiamo molta pazienza, non come gli uomini che non hanno pazienza.

Abbiamo visto che possiamo lavorare e ci siamo prese questo spazio per partecipare e formare una nuova generazione, facciamo anche errori, ma se facciamo errori, li correggiamo. Abbiamo continuato la nostra lotta con la pazienza di noi donne, e così siamo diventate responsabili locali, responsabili regionali, candidate, supplenti fino ad entrare nel comitato clandestino rivoluzionario indigeno.

Per organizzare meglio le compagne e far capire meglio ai ragazzi e ragazze, li dobbiamo orientare, attirare, incuriosire, contagiarli, ma non come una malattia, ma dobbiamo contagiarli di buone idee. Non è una brutta idea fargli capire che non devono vivere sfruttati dal sistema capitalista, e lo stiamo facendo, i ragazzi e le ragazze sono già organizzati. Come potete vedere qui con noi ci sono le nostre giovani compagne, Selena e Lizbeth, che saranno le nostre future autorità.

Ora procediamo per gradi, non c’è fine, ed ora siamo qui come comitato, come Commissione Sexta. Grazie all’organizzazione abbiamo imparato a leggere, a scrivere, a parlare un po’ di castigliano; prima non sapevamo nemmeno una parola di castigliano. Per questo non smetteremo di organizzarci come donne contro questo sistema capitalista, perché c’è ancora tristezza, dolore, incarceramento, violazione, come per le madri dei 43 desaparecidos.

Per questo stiamo condividendo con voi come Sexta nazionale, internazionale, fratelli e sorelle. Grazie alla nostra organizzazione zapatista, ora siamo prese in considerazione come donne zapatiste, per questo ci organizziamo uomini e donne, contro il cattivo sistema capitalista.

Quello che vogliamo è un cambiamento totale. In tutto il mondo, in tutto il paese. Bisogna che ci organizziamo, se non lottiamo contro il sistema capitalista, lui continuerà così fino a distruggerci, e non ci sarà mai un cambiamento.

Dobbiamo lottare al cento percento uomini e donne. Avere una nuova società, che sia il popolo a comandare. Noi, come donne zapatiste, non smetteremo di lottare, anche se il malgoverno ci uccide, perché i malgoverni ci hanno sempre perseguitati.

Scusate, compagni e compagne, fratelli e sorelle, non so parlare molto bene lo spagnolo. Spero abbiate sentito e compreso quello che ho detto.

È tutto.

Molte grazie.

Testo originale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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comandanta rosalindaComandanta Rosalinda

Buona sera, compagni e compagne, fratelli e sorelle.

Come ha appena spiegato la compagna Comandanta Miriam, è tutto vero. Siamo state maltrattate, umiliate, disprezzate perché noi stesse non sapevamo se avevamo il diritto di organizzarci, di partecipare, di fare tutti i tipi di lavoro, perché nessuno ci spiegava come fare per organizzarci per uscire da quello sfruttamento.

Perché a quei tempi vivevamo nell’oscurità perché non sapevamo niente, ma è arrivato un giorno in cui alcune compagne furono reclutate nella clandestinità, e quelle reclutate ne reclutatono altre villaggio per villaggio.

Poi arrivò il momento di nominare una compagna responsabile localmente di ogni villaggio. Io fui nominata responsabile locale del mio villaggio. È lì dove ho cominciato ad organizzare le riunioni per portare informazioni al villaggio, poi a fare riunioni con le compagne del villaggio per spiegare loro come organizzarsi nei lavori collettivi, e spiegare anche che era necessario che ci fossero compagne miliziane, insurgentas.

I padri e le madri capivano e mandavano le loro figlie a fare le miliziane, ad essere insurgentas. E quelle compagne svolgevano il loro compito con entusiasmo perché capivamo cosa è lo sfruttamento del cattivo sistema. Così è cominciata la partecipazione delle compagne.

Indubbiamente non è stato per niente facile, ma a poco a poco abbiamo imparato e siamo andate avanti fino ad arrivare al ’94, quando siamo usciti alla luce pubblica, quando non abbiamo più sopportato il maltrattamento dei dannati capitalisti. Lì abbiamo capito che era vero che avevamo lo stesso valore e forza degli uomini, perché abbiamo affrontato il nemico senza paura. Per questo siamo pronte a tutto contro il sistema capitalista.

Poi sono diventata responsabile regionale, ed il responsabile regionale è fare riunioni nelle regioni con le compagne responsabili locali, per portare informazioni al villaggio ed alle compagne per organizzarsi meglio. Andiamo anche nei villaggi per organizzare altri responsabili locali, per far capire alle altre compagne che la partecipazione delle donne è necessaria.

A poco a poco abbiamo perso la paura e la vergogna, perché abbiamo capito di avere il diritto di partecipare a tutte aree di lavoro. Poi ci siamo rese conto che per fare una rivoluzione non bastano solo gli uomini, la devono fare uomini e donne insieme.

È tutto, compagne, compagni.

Testo originale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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miriamComandanta Miriam, 6 maggio

Buona sera, compagne e compagni.

Anche a me tocca parlarvi di come era la situazione delle donne prima del 1994.

Soffrivamo la triste condizione di essere donne fin dall’arrivo dei conquistatori. Ci hanno spogliato delle nostre terre, ci hanno tolto la nostra lingua, la nostra cultura. E qui si è inserito il dominio dei cacicchi, dei proprietari terrieri con triplo sfruttamento, umiliazione, discriminazione, emarginazione, maltrattamento, disuguaglianza.

I padroni ci consideravano roba loro, ci mandavano a lavorare tenute senza tenere conto se avevamo dei figli piccoli o se eravamo malate. Non domandavano certo se fossimo malate, se non riuscivamo ad andare a lavorare, mandavano i loro schiavi che lasciavano la farina fuori dalla porta di casa perché preparassimo le tortillas per loro.

E così è passato molto tempo a lavorare nella casa dei padroni. Macinavamo il sale, perché il sale non era come adesso, così fine, prima il sale era a grossi blocchi che noi donne dovevamo macinare anche per il bestiame, e poi dovevamo sgusciare il caffè quando era la stagione della raccolta. Si cominciava alle 6 del mattino e si finiva alle 5 del pomeriggio. Per tutto il giorno le donne dovevano pulire i chicchi di caffè.

Così lavoravano le donne, con maltrattamenti, trasportando acqua e miseria, cioè con una paga miserabile, solo un pugno di sale o un pugno di caffè macinato era la paga per le donne.

E così passavano gli anni mentre le donne soffrivano, e quando a volte i nostri figli piangevano e li allattavamo, ci sgridavano, ci prendevano in giro, i insultavano dicendoci che eravamo ignoranti, inutili, solo un disturbo per loro. Non ci rispettavano, ci usavano come oggetti.

Loro fanno quello che vogliono di una donna, se ne scelgono una carina e la fanno diventare loro amante e lasciano figli ovunque, tanto a loro non importa se poi la donna soffre, la trattano come un animale con i suoi figli che crescono senza padre.

Ci vendevano come fossimo una merce al tempo dell’acasillamiento, non c’era mai riposo per noi.

Vi spiego cosa era l’acasillamiento. Acasillamiento significa che si arrivava con tutta la famiglia nella tenuta o nel rancho del padrone e l’uomo lavorava solo per il padrone, a seminare caffè, pulire il caffè, raccogliere il caffè, pulire il pascolo, seminare, fare la milpa, piantare i fagioli, ma solo per il padrone.

Nella condizione di acasillamiento c’erano anche servi e schiavi, donne e uomini. E quegli uomini o donne servi o schiavi molte volte erano senza famiglia. Succedeva che nella tenuta arrivava a lavorare una famigli e che poi il papà e la mamma si ammalavano e morivano, lasciando i figli orfani, e allora il padrone prendeva questi bambini e li teneva nella tenuta. E che cosa ne faceva di quei bambini? Non li adottava come dei figli, ma come schiavi. Quei bambini crescevano lavorando e se il padrone aveva una sua mascotte, cioè un cane, una scimmia, qualunque tipo di animale, erano questi bambini a prendersene cura. Dovevano seguire la scimmietta, curarla, lavarla, pulire dove dormiva, ecc.

Quando il padrone faceva delle feste, come quando venivano i preti nella tenuta per battezzare i figli, o per qualche compleanno o matrimonio delle figlie, questi servi dovevano restare di guardia sulla porta della tenuta per non fare entrare nessuno mentre il padrone faceva festa con i suoi invitati. E dovevano restare lì di guardia fino a che la festa non era finita.

E le schiave cucinavano, lavavano i piatti, si occupavano dei figli del padrone e dei figli dei suoi amici.

Così si viveva nelle tenute, e non si mangiava quello che mangiavano il padrone ed i suoi invitati, ma si beveva pozol, quando c’era, si mangiavano fagioli, se ce n’erano, mentre solo il padrone ed i suoi amici mangiavano cose buone.

E se capitava che il padrone dovesse uscire dalla tenuta per andare in città che distava 6 ore a piedi, ci doveva andare il servo, e se il padrone aveva dei figli malati, il servo doveva trasportarli in città. E poi tornava ma se doveva riportarlo in città, doveva trasportarlo un’altra volta.

E quando si raccoglieva il caffè, il servo doveva occuparsi dei muli, dei cavalli, non so se conoscete i cavalli, devono sellare e dissellare il cavallo del padrone, mungere le mucche e portare il raccolto fino in città dove viveva il padrone. Se viveva a Comitán, doveva andare a Comitán attraverso le mulattiere. Molti uomini e donne hanno sofferto la condizione di schivi a quei tempi.

Se nella tenuta c’erano alberi da frutta, non si poteva salire a prendere i frutti, e se lo facevi ti tiravano giù a frustate, perché non era permesso raccogliere la frutta senza il permesso del padrone, perché tutto il raccolto il padrone lo portava in città. Così pativano gli uomini e le donne.

Dopo tanta sofferenza delle donne o lo sfruttamento dell’acasillamiento, gli uomini si resero conto dei maltrattamenti alle loro donne. Alcuni pensarono che era meglio andarsene dalla tenuta di acasillamiento. Uno alla volta fuggirono e si rifugiarono sulle montagne perché erano rimaste accessibili solo le alture, cioè i latifondisti non si erano accaparrati delle terre di montagna, e lì andarono a rifugiarsi. Decisero che era meglio fuggire dalle tenute per non far soffrire più le donne.

Dopo molto tempo trascorso sulle montagne, si resero conto che era meglio unirsi e formare una comunità. Si riunirono, ne parlarono e formarono una comunità dove poter vivere. Così formarono la comunità.

Ma nelle comunità, come il padrone, gli uomini si comportavano da padroncini in casa. Le donne non furono liberate e gli uomini si comportavano da padroncini della casa.

Ed ancora una volta le donne dovevano restare rinchiuse in casa come in prigione.

Quando nascevano le bambine, queste non erano benvenute in questo mondo, perché siamo donne, cioè non ci vogliono. Ma se nasceva un maschio, gli uomini festeggiavano, erano contenti di avere un maschio. Cioè, avevano preso la brutta abitudine dei padroni. Così passò molto tempo. Se nasceva una femmina, era come un essere inutile, ma se nasceva un maschio era come se solo un uomo potesse fare tutto il lavoro.

Ma la cosa buona, è che mantenevano l’idea di comunità, cominciarono a nominare i propri rappresentanti, a fare riunioni, a vivere insieme. La cosa buona è che quell’idea non gliel’hanno tolta. I padroni e la conquista volevano far sparire la loro cultura, ma si sbagliavano perché loro erano riusciti a formare la loro comunità.

Ma in casa erano gli uomini a comandare e le donne dovevano obbedire. E se ti dicevano che ti dovevi sposare, ti sposavi, non ti chiedevano se ti volevi sposare con l’uomo che loro avevano scelto per te, magari il padre era ubriaco e ti obbligava a sposarti con l’uomo che tu non volevi.

E così pativano un’altra volta coi mariti, perché ci dicevano che le donne sono buone solo per la cucina, per soddisfare il marito, per curare i figli, e gli uomini non prendevano in braccio i figli, cioè non aiutavano le donne, ma ti facevano fare i figli e poi non gli importava come li crescevi. E questo è andato avanti per anni, e le donne partorivano un figlio all’anno, ogni anno e mezzo, cioè come statuine, uno dietro l’altro. Ma al papà non importava se la donna stava male perché doveva andare a far legna, fare milpa, pulire la casa, curare gli animali, fare il bucato, cambiare i pannolini ai bambini; la donna faceva tutto questo lavoro.

Per questo parliamo del triplice sfruttamento della donna, perché la donna doveva alzarsi alle 3 o alle 4 del mattino, in base a quanto era distante il posto dove il marito andava a lavorare, per preparare il pozol, il caffè ed il pranzo che il marito si portava via. Poi il marito tornava a casa e doveva trovare l’acqua pronta per lavarsi e poi se ne andava a passeggio e a giocare, e la donna restava ancora una volta a casa. (…).

Abbiamo sofferto molto. Al marito non importava se eri malata, non ti chiedeva ‘come sta’. Era così che vivevano le donne, Non sono bugie, perché l’abbiamo vissuto.

E se andavi in Chiesa o a qualche cerimonia o festa, le donne dovevano andarci con il capo coperto, Cioè, dovevano tenere la testa bassa e non guardarsi in giro, dovevano nascondersi il viso con lo scialle.

Così è passato molto tempo quando l’uomo aveva in testa queste brutte idee, questi brutti insegnamenti. Era così, compagni. Come se fossimo niente. Come se solo gli uomini possano essere autorità, possano uscire per strade e possano parlare.

Non c’erano scuole. In alcune comunità poi sono arrivate alcune scuole ma non ci potevamo andare perché eravamo donne, non ci permettevano di andare a scuola perché dicevano che era solo per andare a cercare marito e che era meglio che imparassimo a cucinare perché poi ci saremmo sposate e dovevamo imparare a come accudire un marito.

Se una donna veniva picchiata dal marito, non poteva reclamare. Se chiedeva aiuto alle istituzioni del malgoverno era anche peggio, perché appoggiavano il marito e gli davano ragione, e noi restavamo zittite, umiliate e ci vergognavamo di essere donne.

Non avevamo il diritto di parlare nelle riunioni, perché dicevano che eravamo tonte, inutili, che non servivamo a niente. Ci tenevano in casa. Non eravamo libere.

E non c’era assistenza medica, anche se c’erano cliniche e ospedali del mal governo, ma non erano per noi perché non sapevamo parlare castilla, e molte volte donne e bambini morivano di malattie curabili perché per loro noi non siamo niente, ci discriminano perché siamo indigeni, ci dicono che siamo indios zampa storta, non possiamo entrare nelle cliniche, negli ospedali, danno assistenza solo alla gente con i soldi.

Tutto questo l’abbiamo subito sulla nostra pelle. Non abbiamo avuto l’opportunità di dire quello che sentivamo per molti anni, a causa del cattivo esempio dei conquistadores e dei malgoverni.

È tutto, compagni. Ora continuerà l’altra compagna.

Testo originale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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