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Archive for febbraio 2010

La Jornada – Sabato 27 febbraio 2010

Sequestrata e minacciata di morte attivista in Chiapas, denuncia il Centro Frayba che chiede protezione per Margarita Guadalupe Martínez e la sua famiglia

Hermann Belllinghausen

Questo giovedì, l’attivista dei diritti umani Margarita Guadalupe Martínez Martínez è stata sequestrata da sconosciuti, picchiata e minacciata di morte per le strade di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, mentre stava andando a prendere suo figlio a scuola.  Secondo la sua testimonianza al Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Centro Frayba), nel tragitto “è stata privata della libertà da sconosciuti che le hanno infilato una borsa di plastica in testa per impedire che vedesse i suoi aggressori, e l’hanno caricata a forza su un’auto in corsa”.  Dentro al veicolo l’attivista “ha sentito le voci; una delle quali era della persona che la tratteneva, che l’ha colpita al viso con un oggetto solido provocando dolore fisico ed escoriazioni alle labbra, in fronte e sul collo”, prosegue la denuncia. “Le hanno inoltre inflitto tortura psicologica mediante punzecchiature nei fianchi con un oggetto che potrebbe essere un arma da taglio o da fuoco. Le hanno messo nelle mani un oggetto freddo e lei dicevano: ‘ora non lavorerai più’ e le intimavano di desistere dalle denunce penali presentate da lei contro funzionari del governo del Chiapas mesi fa”.  Il Centro Frayba ha emesso un’azione urgente per chiedere di garantire la sicurezza di Margarita Martínez (…).  Gli aggressori le hanno detto che si trattava di “un regalo del presidente municipale di Comitán”, Eduardo Ramírez Aguilar. Poi l’hanno scaricata in una strada molto vicina al suo domicilio.  La denuncia sottolinea la situazione di rischio incombente all’integrità, sicurezza personale e alla vita dell’attivista, di suo marito, Adolfo Guzmán Ordaz, della sua famiglia e dei membri di Enlace Comunicación y Capacitación, organismo civile in cui lavorano nella città di Comitán. In mesi scorsi avevano subito effrazioni, minacce ed aggressioni da presunti agenti di polizia.  L’attacco all’attivista – spiega il Centro Frayba – è avvenuto 34 ore prima del procedimento di ricostruzione dei fatti per l’effrazione del suo domicilio, che deve svolgersi oggi alle 3:30 del mattino, a Comitán, come parte delle prove contenute nella denuncia. Al sopralugo partecipano la Polizia Statale Preventiva, la Direzione di Pubblica Sicurezza Municipale e la Polizia Specializzata Ministeriale, così come funzionari del Pubblico Ministero e periti dell’anticrimine.  Nonostante le denunce e la situazione di rischio di questa famiglia, “il governo messicano non ha svolto indagini né adottato misure efficaci e immediate per la cattura degli aggressori, permettendo che continui la persecuzione contro l’attivista e la sua famiglia disattendendo la Dichiarazione dei Difensori dei Diritti Umani delle Nazioni Unite”, conclude il Centro Frayba.  Da parte sua, la Voz del Amate, organizzazione dei detenuti dell’Altra Campagna nel carcere numero 5 del Chiapas, a San Cristóbal de las Casas, denuncia la repressione ed il trasferimento ingiustificato di Enrique Gómez Hernández nella prigione di Copainalá (che ha la reputazione di essere il “peggiore” dello stato), perchè si sarebbe rifiutato di “pagare” i diritti di territorio alla mafia del carcere. Secondo la Voz del Amate, la punizione di Gómez Hernández, artigiano che vende il prodotto del “suo onesto lavoro”, è “per essersi opposto alla corruzione”, permessa e protetta dalle autorità. http://www.jornada.unam.mx/2010/02/27/index.php?section=politica&article=013n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com)

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Tentativo di sequestro.

La Jornada – Mercoledì 24 febbraio 2010

Incappucciati tentano un sequestro a Mitzitón

Hermann Bellinghausen

La comunità tzotzil di Mitzitón (municipio San Cristóbal de las Casas, Chiapas) aderente all’Altra Campagna dell’EZLN, ha denunciato che incappucciati armati, in abiti civili, presumibilmente agenti federali, hanno cercato di catturare in maniera illegale l’indigeno Manuel Díaz Heredia il pomeriggio del 20 febbraio scorso nelle vicinanze della comunità.   “Grazie al fatto che in quel momento c’erano circa 50 compagni e compagne che stavano lavorando, i civili armati hanno avuto paura e si sono ritirati a gran velocità lasciando sul posto un berretto di colore nero”, raccontano i rappresentanti indigeni. “Conosciamo bene questi veicoli perché li abbiamo visti nei posti di blocco (militari) e di Rancho Nuevo e nel nostro quartiere di Mirabel, dove si dedicano alle estorsioni”.  Riferiscono che sabato quattro individui “armati con armi a canna lunga sono scesi da un veicolo Ram di colore oro e vetri oscurati tentando di prendere il nostro compagno che stava camminando per strada diretto alla casa ejidale per svolgere le attività comunitarie”. Hanno circondato Díaz Heredia un veicolo Extreme nero “con due persone a bordo”, e due auto Jetta bianche con quattro persone ognuna. I quattro individui lo hanno inseguito fino alla scuola materna del villaggio.   Sostengono che gli agenti del Pubblico Ministero dello stato e federali “si fanno vedere in giro con i paramilitari dell’Ejército de Dios per fabbricare reati”. Segnalano che “il malgoverno non ha fatto il suo dovere di punire i paramilitari che sono assassini e delinquenti; abbiamo visto bene come li protegge e ci hanno minacciati dicendo che se non moriremo noi moriranno le nostre donne, una situazione che ci preoccupa”.  Chiedono al governo “di rispettare la nostra comunità ed i nostri accordi, perché qui comanda il popolo e se succederà qualcosa, sarà di sua responsabilità”. E concludono: “Sappiamo bene che la repressione che stiamo subendo è dovuta alla nostra difesa del territorio, ma non lasceremo che lo distruggano per far passare la sua autostrada San Cristóbal-Palenque, perché sono le nostre uniche terre”. http://www.jornada.unam.mx/2010/02/24/index.php?section=politica&article=019n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

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Ciudad Juárez affonda.

Ciudad Juárez affonda e Felipe Calderón simula di voler agire

Sabato 20 Febbraio 2010

CIUDAD JUÁREZ – Per la prima volta il massacro di 15 studenti il 31 gennaio ha costretto il governo messicano a mettere (almeno formalmente) la faccia a Ciudad Juárez. Felipe Calderón è andato due volte in pochi giorni nella città, ha promesso pochi e tardivi interventi ma soprattutto più militarizzazione.
Con 4.600 morti ammazzati in 25 mesi, la città alla frontiera nord tra Chihuahua e Texas è il posto più violento al mondo, più di Baghdad o Kabul. Alla guerra tra narcos si sovrappongono altre guerre nelle quali esercito e polizie che occupano militarmente la città sono parte in causa e non forza di interposizione e dove un milione e mezzo di persone sono incerte tra resistere e fuggire da un modello economico fallito e che non offre più alcuna opportunità.
Il massacro di 15 giovani sterminati in una festa a Ciudad Juárez fa parte di quegli eventi che sono in grado di smuovere un piano inclinato di una guerra civile. Per la prima volta la città che fu simbolo del modello neoliberale delle maquiladoras, poi dei femminicidi e che oggi è quella di una guerra senza quartiere tra il cartello di narcos locale e quello di Sinaloa che cerca di sostituirlo, si è ribellata. La madre di uno dei due giovani massacrati ha apostrofato duramente il presidente e in entrambe le visite si sono viste notevoli manifestazioni della società civile che hanno accusato il presidente di essere parte in causa della guerra in atto.
Con appena qualche sfumatura infatti la maggior parte degli studiosi e degli attivisti è concorde nell’affermare che, direttamente o indirettamente, il governo messicano sta appoggiando una delle due parti in causa, il Cartello di Sinaloa del “Chapo” Guzmán, il narcotrafficante “meno” ricercato del paese. Questo sta cercando da due anni di rompere l’equilibrio con il Cartello di Juárez che domina la principale piazza di narcotraffico del Messico fin dall’inizio dell’attuale auge in Messico alla metà degli anni ’90.
Calderón, perfino la stampa che normalmente lo appoggia lo ammette, ha promesso poco e male a una città che ha perso 80.000 posti di lavoro e 100.000 abitanti in due anni. Soprattutto ha promesso un maggiore impegno dell’esercito e della polizia federale nel controllo delle strade della città. Questo è interpretato come l’inizio della battaglia finale per il controllo della città. Le polizie locali sono considerate completamente organiche del cartello locale mentre l’esercito è considerato schierato col “Chapo”. Di certo non siamo alla vigilia della fine della violenza a Juárez. http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/532-ciudad-juarez-affonda-e-felipe-calderon-simula-di-voler-agire

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La Jornada – Venerdì 19 febbraio 2010

I detenuti indigeni sono abbandonati nelle carceri

Matilde Pérez U.

Almeno 8 mila indigeni si trovano nelle carcerati del paese, una parte di loro ancora in atesa di giudizio a causa della mancanza di avvocati e traduttori che conoscano le lingue dei detenuti, ha dichiarato il deputato Héctor Pedraza Olguín, rilevando che presso l’Unità Specializzata per gli Affari Indigeni della Procura Generale della Repubblica sono solo 25 i professionisti che parlano una lingua indigena, e nei governi degli stati con alta percentuale di popolazione indigena, come Chiapas, Oaxaca, Guerrero e Hidalgo, tra altri, non sono più di cinque. Questa carenza impedisce che ai detenuti possa essere garantita una difesa adeguata.  Per questo ha proposto di aggiungere un paragrafo all’articolo 11 della Legge Generale sui Diritti Linguistici dei Popoli Indigeni per incentivare la formazione degli avvocati degli indigeni nelle facoltà universitarie di diritto, in coordinamento con l’Istituto Nazionale di Lingue Indigene.  Parlando di domenica prossima, quando si celebrerà il Giorno Internazionale della Lingua Madre, il legislatore ha detto che gli indigeni affrontano processi piagati da irregolarità, tra le quali detenzioni arbitrarie, fabbricazione di prove, mancato rispetto del principio della presunzione di innocenza, mancanza di traduttori ed applicazione del massimo delle pene senza considerare usi e costumi.  Passano anni nelle prigioni preventive ed in generale anche i processi sono interminabili. “Gli annunci ufficiali di liberazione di centinaia di indigeni non sono altro che montature mediatiche in occasioni elettorali, perché non c’è un seguimento coerente dei casi; prevale l’esclusione ed il settarismo”. Anche il segretario della Commissione Affari Indigeni della Camera ha detto che per l’attuale governo “di destra, gli indigeni non sono una priorità nella sua agenda”, ma confida che il personale delle istituzioni vincolate agli indigeni, come l’Istituto Nazionale di Lingue Indigene, rispetti il mandato costituzionale. Se lo facesse, in pochi anni il 50% dei detenuti indigeni sarebbe processato e giudicato.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

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La Jornada – Giovedì 18 febbraio 2010

Il Centro Frayba sostiene che il conflitto a Bolón Ajaw è dovuto al cattivo comportamento del governo che incoraggia le aggressioni della Opddic contro le basi zapatiste

Elio Henríquez. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 17 febbraio. Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Centro Frayba) ha dichiarato che la problematica sorta a Bolón Ajaw, la località del municipio di Tumbalá dove lo scorso 6 febbraio basi di appoggio zapatiste si sono scontrate con elementi del gruppo priista Opddic, “nasce dalla disputa per la terra”, per l’intenzione delle autorità federali e statali di realizzare progetti ecoturistici di alto livello.  In un comunicato diffuso oggi, l’organizzazione presieduta dal vescovo emerito di San Cristóbal, Samuel Ruiz García, sostiene che il confronto tra i due gruppi che ha provocato un morto e più di 30 feriti, è avvenuto per il “cattivo comportamento ed omissione del governo dello stato per risolvere il problema davanti al clima di violenza generato” contro le basi ribelli.  Respinge il “tentativo” delle autorità dell’entità di scaricare la responsabilità dei fatti alle basi zapatiste della zona ed agli aderenti dell’Altra Campagna dell’ejido San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón. Le accusa inoltre di “creare le condizioni per un intervento militare ordinato dal governo federale contro la popolazione civile”, cosa che “aggraverebbe le condizioni del conflitto armato in Chiapas”.  Il Centro Frayba afferma che sono documentati le trattative ed i progetti dei governi federale e statale per realizzare il complesso turistico Centro Integralmente Planeado Palenque nel territorio dove si trova Bolón Ajaw, dove ci sono cinque cascate ancora più belle delle cascate di Agua Azul che sono visitate da migliaia di turisti nazionali e stranieri.   Ricorda che Bolón Ajaw si trova a due chilometri e mezzo dal villaggio Agua Azul – abitato da priisti – dove sta il centro turistico delle Cascate di Agua Azul, caratterizzato dai suoi corsi d’acqua di colore turchese e dalle numerose cascate.   Fino al 1994 – precisa – quel territorio era diviso in proprietà private note come Los Ranchos, e dove ora c’è il villaggio Agua Azul una volta c’era l’insediamento principale di uno dei proprietari che tenevano decine di indigeni in condizioni di “sfruttamento come peones acasillados“,  molti dei quali ora appartengono alla Opddic.   Le terre di Bolón Ajaw, nei municipi autonomo Comandanta Ramona ed ufficiale di Tambalá, sono state “recuperate” nel 1994 dalle basi di appoggio dell’EZLN e popolate nel marzo del 2003, anno dal quale i membri della Opddic le hanno aggredite; il più recente, il 20 gennaio scorso, quando si sono impossessati di due ettari di terra.  Sostiene che secondo le testimonianze che il suo personale ha raccolto nella zona, lo scorso 6 febbraio quelli della Opddic “hanno testo un’imboscata” ed aggredito le basi di appoggio dell’EZLN tra le cui fila ci sono stati tre feriti da pallottole.  http://www.jornada.unam.mx/texto/019n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

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La Jornada – Martedì 16 febbraio 2010

Gli Accordi di San Andrés compiono 14 anni

Elio Enríquez. San Cristóbal de las Casas, Chis., 15 febbraio. Questo martedì si compiono 14 anni dalla firma degli Accordi di San Andrés tra il governo federale e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).  Per l’ex deputato locale Juan Roque Flores, che faceva parte della Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa), istanza del Congresso dell’Unione, così come dei Poteri Legislativo ed Esecutivo del Chiapas, che cooperò al conseguimento degli accordi, il responsabile dell’inadempimento degli stessi fu il governo federale che “non ebbe la volontà politica” di metterli in atto. “È deplorevole che non sia stata sradicata l’arretratezza sociale dei popoli indigeni e continuiamo ad essere quasi nella stessa situazione di 14 anni fa”, ha dichiarato in un’intervista.  Gli accordi, ha dichiarato, furono una “speranza di redenzione per i popoli indigeni che purtroppo non sono stati portati a termine”.  Intervistato separatamente, il vescovo di San Cristóbal, Felipe Arizmendi Esquivel, ha detto che per implementare gli accordi dovrebbe esserci un dialogo nel quale “ci sia la capacità di entrambe le parti di ascoltarsi, perché da posizioni intransigenti non c’è neppure la possibilità di iniziare il dialogo”. Il prelato ha affermato che “ci sono cose che si possono recuperare, ma quando ci sono posizioni completamente contrastanti e violente non si va avanti. Se il governo non si fida degli indigeni e questi del governo, non andiamo avanti: dobbiamo continuare ad imparare a dialogare. La storia non passa in vano, e andiamo avanti nel senso della convivenza fraterna, imparando a rispettarci”.   Inoltre sostiene che nonostante conflitti e differenze, in molte aree della cosiddetta zona di conflitto, zapatisti e non zapatisti convivono e si mettono di accordo per affrontare le loro inevitabili divergenze.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

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La Jornada – Lunedì 15 febbraio 2010

ONG: Il governo del Chiapas accusa ingiustamente gli zapatisti

Hermann Bellinghausen

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) ha dichiarato che il governo delChiapas “tenta di eludere la sua responsabilità nel conflitto suscitato e denunciato dal 2007” nella comunità zapatista Bolón Ajaw. Nello stesso tempo, vuole incolpare le basi di appoggio zapatiste dell’attacco armato contro lo stesso villaggio.  Il governo federale fa pressione affinché si realizzi un intervento militare contro gli zapatisti ed incrementa le operazioni di intelligence di forze miste, sostiene il CDHFBC. Mentre la giunta di buon governo (JBG) di Morelia “mette in atto azioni per giungere ad un accordo di distensione basato sulle procedure della giustizia autonoma indigena”, “la mancanza di volontà del governo statale chiude ogni possibilità di accordo”.  I fatti nel villaggio di Bolón Ajaw sono “il prodotto del cattivo comportamento ed omissione da parte del governo dello stato davanti al clima di violenza contro le basi zapatiste da parte di coloni di Agua Azul, priisti e presunti ex militanti dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic)”.  Mentre si cercava una soluzione, la tensione nella regione è aumentata per un operativo di forze miste federali e statali. Ci sono stati sorvoli di elicotteri, l’invio di 6 camion tipo torton con poliziotti e circa 15 furgoni della Polizia Statale Preventiva. Il movimento di agenti di intelligence mascherati “da giornalisti e turisti” è stato costante. Si è saputo dell’incursione ad Agua Azul di forze miste dell’Esercito Federale, Procura Generale della Repubblica e Polizia Federale.  Con questo “il governo dello stato non ha scelto la distensione e la soluzione del conflitto”, afferma il CDHFBC. Mentre esprimeva “disponibilità” perdi giungere ad accordi, fabbricava “una versione che incolpava le basi zapatiste”. Il governo “ha mostrato mancanza di volontà nel corrispondere alle azioni di distensione della JBG”.  Il CDHFBC riferisce che dal 6 febbraio, alle ore 9, era stato avvisato dalla JBG dell’emergenza nella zona di Agua Azul, “a causa di un attacco armato contro Bolón Ajaw, nella regione autonoma San José en Rebeldía, del municipio autonomo Comandata Ramona”. Alle ore 9:39 funzionari del governo hanno chiamato il CDHFBC domandando “se si aveva notizia di uno scontro a Bolón Ajaw”.  Le aggressioni di coloni di Agua Azul contro le basi di appoggio dell’EZLN di Bolón Ajaw erano state documentate e denunciate ripetutamente dalla JBG e da diverse organizzazioni civili. Da allora, il governo statale “è stato il responsabile nel mantenere in impunità” le aggressioni della Opddic, “di amministrare il conflitto e non dare soluzione definitiva”.  I “presunti ex militanti della Opddic” avevano invaso tre settimane fa la terra recuperata di Bolón Ajaw “per essere nelle condizioni di partecipare ai progetti ecoturistici allo studio” nell’area. Le basi zapatiste hanno ripreso il controllo del territorio e sono stati oggetto di una “spregevole aggressione armata”.  Le autorità autonome decidevano di “prestare ascolto” alle proposte del governo “la cui parola sembrava rappresentare gli interessi e la voce dei priisti di Agua Azul, e consegnarle alla JBG”. Il CDHFBC è stato il “ponte di comunicazione” e testimone che le proposte zapatiste dimostravano la “buona volontà” per avanzare verso gli accordi, ma esigevano “l’ammissione” delle aggressioni a Bolón Ajaw.   Il governo “ha risposto che l’unica via d’uscita percorribile” era un tavolo di dialogo nel Palazzo di Governo, al quale avrebbe dovuto esserci la rappresentanza zapatista di Bolón Ajaw”; i priisti di Agua Azul “erano già lì”. Il tavolo sarebbe stato presieduto dal governatore Juan Sabines. “In caso contrario, non avrebbe potuto esserci altra soluzione se non l’intervento militare”. http://www.jornada.unam.mx/texto/016n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

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