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Archive for ottobre 2017

Lo zapatismo, il vero focolare di resistenza al salinismo

I diffamatori dell’EZLN li accusano di complicità nelle frodi elettorali del 2006, ma tutto ciò è falso. Al contrario, coloro che lo attuarono, del gruppo di Elba Esther Gordillo, erano alleati di Morena nella più recente elezione avvenuta nell’Estado de México e non si esclude che lo saranno anche per le elezioni presidenziali del 2018.

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La storia dell’EZLN è lunga, ma possiamo soffermarci su alcuni momenti importanti che ci aiutano a sbrogliare l’intrico della propaganda nera contro gli zapatisti, sostenuta dalle dure parole di AMLO e di altri che non sostengono lo zapatismo: la calunnia di coloro che non sono altro che marionette manipolate da Salinas. (Di recente nelle loro insinuazioni di carattere razzista hanno sostenuto l’idea che sono mere marionette anche le migliaia di indigeni che la settimana scorsa hanno appoggiato la portavoce del Congresso Nazionale Indigeno, Marichuy.)

Il primo di questi momenti è stato la rivolta del primo gennaio del 1994. Un evento che ha impedito a Salinas de Gortari di terminare trionfalmente i suoi sei anni di mandato, e che ha coinciso con l’entrata in vigore del NAFTA e un tipo di propaganda che pretendeva di presentarlo come un Gorbachov messicano. Con la sua dichiarazione di guerra, gli zapatisti fecero crollare l’immagine mediatica di Salinas e permisero di riprendere fiato al movimento antisalinista e alla sinistra, che aveva iniziato a scontrarsi contro la truffa che la pose ai margini della presidenza nel 1998, ma che aveva perso potere prima della spinta del gruppo neoliberale a Los Pinos (*residenza ufficiale del Presidente a Città del Messico) con la complicità panista.

Salinas de Gortari e il suo gruppo (Colosio, assassinato dallo stesso sistema, Camacho Solís, poi assessore di AMLO, Aspe Armella, che ha ricoperto in varie occasioni il ruolo di assessore di un delfino di AMLO: Marcelo Ebrard (salinista del gruppo di Camacho), Ruiz Massieu, anche lui ucciso dallo stesso sistema che servì), alla fine dei sei anni di mandato, si aspettavano di governare per altri sei ma la rivolta zapatista fece crollare le loro speranze. Zedillo fu improvvisato come candidato priista e beneficiò del senso di colpa e della paura di una guerra che generò l’assassinio di Colosio, ma non riuscì a mantenere l’egemonia priista e di fronte all’insistenza del PRD di mantenere un candidato per sempre (Cuauhtémoc Cárdenas) coloro che trassero vantaggi dall’ “alternanza” furono i membri del PAN con Fox.

Inizialmente l’immagine di Fox era quella dell’“eroe nazionale” che era riuscito a scacciare da Los Pinos il PRI. Il principio del suo crollo avvenne molto presto e coincise con la Marcia dei Colori della Terra con la quale gli zapatisti e il CNI esigevano che venissero rispettati gli Accordi di San Andrés. Gli indigeni furono traditi dall’alleanza tra Cevallos (PAN)- Ortega (PRD)- Bartlett (PRI) e questo spinse gli zapatisti a intraprendere la strada dell’autonomia nelle loro comunità e a schierarsi contro il capitalismo a livello globale e nazionale.

La cessione del potere esecutivo del PRI al PAN (e nella capitale al PRD) fu dato non solo dal discredito del PRI (la cui cristallizzazione fu causata in misura maggiore dalla rivoluzione zapatista), ma anche da una riforma elettorale con la quale lo stato messicano incluse i partiti di opposizione come parte di un sistema politico (oggi una partitocrazia), che emerse prima della sfida lanciata dagli zapatisti: ne beneficiarono PAN e PRD, il primo con la presidenza della Repubblica (Fox e Calderón) e il secondo con il governo del DF (oggi CDMX: Cárdenas, Robles, Obrador, Encinas, Ebrard y Mancera). Le negoziazioni effettuate in via Barcelona, a città del Messico, furono realizzate, nel caso del PRD, inizialmente da Porfirio Muñoz Ledo e poi da López Obrador. I partiti raccolsero il frutto del sangue zapatista che portò all’apertura del sistema verso coloro che poterono vincere le elezioni ma che poi tradirono lo zapatismo rifiutando gli Accordi di San Andrés, i primi accordi in una strada verso la pace intrapresa dall’EZLN, e la cui negazione colpì molti altri indigeni in Messico e processo che dette il via alla creazione del Congresso Nazionale Indigeno, il CNI.

Gli zapatisti ruppero allora i rapporti con la classe politica e si dedicarono a costruire l’autonomia nei loro territori, nelle comunità e nei villaggi, concretizzando così gli Accordi di San Andrés. Questi processi di autonomia e autogoverno sono stati promossi da comunità e popoli indigeni in diversi territori messicani: sono forme di resistenza ma anche proposte per un Messico postcapitalista. L’autonomia delle comunità zapatiste è molto diversa da quella delle altre comunità indigene, ma possiede legami di fratellanza, espressi nella lotta congiunta come CNI. Gli indigeni messicani non propongono una loro separazione dal Messico, la loro forma di autonomia è differente da quella catalana o dal quella mapuche (non diciamo migliore o peggiore, ma diversa). Per di più hanno avanzato una proposta di potere popolare autorganizzato dal basso che non pretende affermarsi come una comunità utopica locale o regionale, ma che sfida il sistema capitalista e lo stato messicano con un modo alternativo di produrre la sua vita e il suo mondo. Questa sfida è rimasta una costante all’interno dell’EZLN, ma di tutti gli attori che si sono mantenuti vicini, sono stati gli indigeni coloro che hanno maggiormente sostenuto un processo di autorganizzazione come forma di resistenza e di lotta. Loro sono il nucleo intorno al quale è nata la proposta di lotta attuale.

È ironico che vengano rivolte delle insinuazioni nei confronti degli zapatisti da parte di coloro che hanno beneficiato della loro lotta e dei loro morti: per prima cosa il vento nuovo per la sinistra che stava in ombra in Messico dalla frode del 1998 e dal crollo del muro di Berlino del 1989; poi con la riforma elettorale che le aprì la strada per governare Città del Messico, dove i governi di sinistra si sono rivelati efficienti amministratori del neoliberismo a favore di impresari del salinismo come Carlos Slim.

Ironico anche che i sostenitori di AMLO accusino di salinismo o di priismo gli zapatisti, che in realtà hanno proposto candidati e votato una gran quantità di priisti, molti di loro salinisti o zedillisti, come Cuauhtémoc Cárdenas, López Obrador, Marcelo Ebrard, Juan Sabines, Ángel Aguirre Rivero (le cui mani sono macchiate del sangue dei normalisti già quando AMLO lo appoggiò come governatore del Guerrero), Gabino Cue, Lázaro Cárdenas Batel, Narciso Agúndez y Leonel Cota Montaño, Manuel Bartlett, Dante Delgado, Ricardo Monreal. Sono anche responsabili di aver portato al potere altri politici di estrazione non priista ma il cui pensiero era favorevole al priismo, come Miguel Ángel Mancera e Rosario Robles.

I diffamatori dell’EZLN li accusano di complicità nelle frodi elettorali del 2006, ma tutto ciò è falso. Al contrario, coloro che lo attuarono, del gruppo di Elba Esther Gordillo, erano alleati di Morena nella più recente elezione avvenuta nell’Estado de México e non si esclude che lo saranno anche per le elezioni presidenziali del 2018. López Obrador ha detto rispetto a Gordillo che “non si deve fare legna dell’albero caduto”. Altri continuano a sostenere la menzogna secondo la quale gli zapatisti spinsero le persone a non andare a votare nel 2006 e nel 2012, ma anche questo è falso. L’EZLN non ha mai detto di non andare a votare. Ha rivolto delle forti critiche nel 2005 e nel 2006 (anche prima e dopo) al PRD e a López Obrador, critiche che nel tempo hanno dato ragione agli zapatisti.

Attualmente il Congresso Nazionale Indigeno (di cui l’EZLN fa parte) ha costituito un Consiglio Indigeno di Governo (la cui portavoce è María de Jesús Patricio Martínez) che propone di fare un passo avanti nell’organizzazione e nella lotta anticapitalista in Messico e nel mondo. Partendo dallo stesso López Obrador, i calunniatori hanno resuscitato il vecchio argomento secondo il quale tutto ciò serve per togliere voti e alcuni tra i più fanatici seguaci dell’eterno candidato si sono uniti ad una campagna razzista, misogina e di disprezzo classista contro la portavoce del CIG, un’attivista sociale da tutta la vita, un’indigena nahua.

Ironicamente, il vero erede del liberismo sociale che auspicò Salinas de Gortari è López Obrador (vari connotati salinisti si sono rivelati vicini alle idee sostenute dal candidato di Morena) e, in recenti proposte, nel tentativo di opporsi a Trump, Obrador ha rivendicato l’importanza del NAFTA, massima opera di Carlos Salinas de Gortari, e ha proposto di dare maggiori concessioni alle compagnie minerarie canadesi, la cui politica criminale distrugge le comunità e i territori in diverse regioni geografiche messicane.

È chiaro che, per qualsiasi persona che si informi da fonti verificate e giudichi in buona fede le cose, lo zapatismo e i suoi alleati rappresentano il maggior numero di oppositori al neoliberismo salinista e ai suoi progetti di devastazione sociale e ambientale.

Al contrario, Obrador, più che usare la bandiera nazionalista (il petrolio, per esempio), è stato il promotore delle candidature ben riuscite di molti che hanno realizzato opere di devastazione sociale e ambientale in Messico. Niente ci dice che AMLO cambierà le cose mentre i suoi seguaci continuano a diffamare in maniera sistematica.

Mostrare come realmente stanno le cose è parte di un sano esercizio di memoria e di capacità critica.
E’ necessario, tra le altre cose, perché questa sinistra neoliberale nata dal PRD e ora supportata da Morena, non rappresenterà mai gli interessi di coloro che difendono il territorio dalla devastazione capitalista. Per questi c’è la proposta differente rappresentata dal Consiglio Indigeno di Governo e dalla sua portavoce Marichuy, sostenuto dal Congresso Nazionale Indigeno e dallo stesso Consiglio Indigeno di Governo.

Tutte le informazioni raccolte in questo articolo possono essere analizzate e verificate, se si ha la pazienta di recarsi presso gli archivi emerografici, alcuni nati prima di quelli online. Scoprire la verità e non permettere che venga cambiata con falsità utili alla propaganda è un necessario atto di coscienza.

http://www.globalproject.info/it/mondi/lo-zapatismo-il-vero-focolare-di-resistenza-al-salinismo/21120

26.10.2017

Tratto da: Desinformemonos

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CIELITO REBELDE “Voci del Messico resistente”

Un viaggio nel Messico che resiste al neoliberismo. Voci da una terra in cui Non ci si rassegna, dove immaginare un mondo che include altri mondi non è un semplice slogan ma una reale e costante pratica quotidiana.
Abbiamo iniziato a pensare in collettivo, a immaginare un progetto. La forma che abbiamo scelto è quella del film documentario. Una serie di interviste che possano rendere diversi sguardi sul Messico e sulle lotte che lo animano.
Negli stati che abbiamo attraversato siamo entrati in contatto con diversi attivisti e militanti di organizzazioni radicali e anticapitaliste, cercando di cogliere il comune sentire che vive intorno al “discorso rivoluzionario” nel Messico di oggi.
Parlando di capitalismo e resistenze, di collettività e autonomia, abbiamo imparato che, nonostante tutto, pensare un futuro rivoluzionario e agire in un presente tanto complesso può essere una pratica quotidiana. Abbiamo visto come si possa parlare di tutto ciò con una semplicità disarmante. La stessa semplicità con la quale da ormai più di vent’anni dei contadini, in Chiapas, tengono testa agli attacchi del governo, costruiscono il proprio mondo sottraendolo al capitalismo e ci regalano ogni giorno un motivo di speranza.

Un film di: Claudio Carbone, Antonio Gori, Massimiliano Lanza, Leonardo Balestri.
Fotografia di: Claudio Carbone
Disegni di: Mario Berillo
Montaggio di: Leonardo Botta
Musiche di: Moover
con la collaborazione di Kairos elementikairos.org
Pagina Facebook: facebook.com/Cielito-Rebelde-Voci-del-Messico-resistente-493029287533380/timeline
Sito: cielitorebelde.org
Trailer: vimeo.com/151901240

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Desinformémonos – Postales de la revuelta

Governanti e magnati potranno rompere il paese ma non i suoi popoli originari che dureranno più di questa guerra, e che sono il migliore esempio per il resto di un paese sull’orlo della deriva senza ritorno.

La guerra che “non è” e i suoi anticorpi

di Hermann Bellinghausen

21 ottobre 2017

1.

È curioso che lo Stato messicano, che ha fatto tutto per disunire, far scontrare e discriminare il popolo, ora si riempia la bocca richiamandolo all’unità. I disastri naturali, economici, diplomatici, di sicurezza, o quelli derivati della corruzione e dalla perdita di sovranità nazionale, richiamano a tutto tranne che ad “unirsi” con un governo disonesto, opportunista e traditore.

Questa disunione-confronto programmato e indotto dal potere si manifesta sistematicamente nei territori dei popoli indigeni che possiedono identità forti, sono molto riconoscibili e non tanto facili da “disunire” come vorrebbe il potere. Dopo l’insurrezione zapatista, il Chiapas si è trasformato nel laboratorio della contrainsurgencia nel profondo Messico. Dividere, confrontare, corrompere le relazioni comunitarie con pretesti concatenati: programmi sociali (denaro), militanze di partito, diversi credo cristiani (più sono, meglio è), perfino dispute familiari. Tutti sono stati priorità per lo Stato, con gli ingredienti di una militarizzazione massiccia ed aggressiva (strumento per l’applicazione delle tattiche di divisione più determinanti), così come il controllo totale dell’informazione televisiva e di buona parte degli altri media in relazione al “conflitto armato” ed alla miriade di eventi scatenati nel vasto e recuperato territorio maya e zoque del Chiapas.

Quello che hanno fatto gli zapatisti nel 1994 è stato dare nome ad una guerra già in iniziata e non da parte dei popoli originari ma contro di loro. Gli hanno dato pure il cognome: Guerra di Sterminio. E l’hanno resa visibile.

Per l’intellighenzia ed i benpensanti della società maggioritaria, questi termini erano sicuramente un’esagerazione con mala intenzione; non bisogna fidarsi degli indios. Operò in automatico un razzismo che assolve sempre le aggressioni contro villaggi, comunità e persone di “razze” e strati inferiori. E incolpa i “professionisti della violenza” come li chiamavano i salinisti, i preti “della liberazione”, gli antropologi, perché agli indigeni non è riconosciuta capacità di iniziativa. Quale guerra?

È passata molata acqua sotto i ponti, sessenni progressivamente ignominiosi, trascendentali cambiamenti tecnologici e climatici, e gli zapatisti sono ancora lì, autonomi, efficienti e pacifici dopo oltre due decenni di sostenuto martellamento contrainsurgente e militare. E che cosa sarebbe “contrainsurgente“? Semplicemente: tutto quello che divide.

L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) previde l’ampiezza di questa guerra, e con le sue diffuse basi di appoggio si è preparato a resistervi in condizioni degne, in continua creatività.

Presto la guerra senza nome morse più forte in quasi tutta la mappa indigena nazionale. Partiva dalla controriforma costituzionale dell’articolo 27 perpetrata nel 1992. Le espressioni insurrezionali nei territori indigeni di Guerrero e Oaxaca soprattutto, hanno portato lo Stato a disseminare le sue dottrine e tattiche sviluppate in Chiapas. Il periodo zedillista è stato un periodo di militarizzazione, contrainsurgencia e persecuzione o controllo degli attivisti. Le prigioni si sono riempite di prigionieri politici indigeni.

L’impatto dello zapatismo nelle comunità, nei suoi educatori, pensatori e rappresentanti, ha trovato terreno fertile in quel Messico invisibile ma deciso, abituato all’organizzazione comune di lunghe radici. In questo si è imbattuta la prima generazione neoliberale dello Stato con la sua contrainsurgencia di fine secolo.

La pax foxiana aveva supposto un cambiamento di rotta della guerra contro le comunità indigene. Senza che le truppe federali cedessero un palmo di territorio già militarizzato né cessassero le pratiche divisive, si è andata estendendo una nuova “realtà” strettamente criminale strutturata intorno al narcotraffico che ha abbandonato l’ombra per occupare piazze e strade. Questo cresceva senza essere intaccato dalla feroce repressione dello Stato ad Atenco e Oaxaca nel 2006, nell’anticamera della dichiarazione di guerra (altra faccia della stessa) da parte del calderonato, la stessa che il peñato ha mantenuto nel suo corso.

Viviamo in un paese profondamente scosso, a pezzi, confuso. Ora si annuncia la scorpacciata elettorale di ogni sei anni. Ed ognuno degli ingredienti della guerra è presente – l’ingrediente politico, narco, militare, ideologico, estrattivista – e funziona a pieno regime.

La guerra contro i popoli indigeni non l’hanno vinta le autorità né le imprese beneficate dalle controriforme dell’ultimo decennio; nemmeno il crimine organizzato. I popoli indigeni della Montaña di Guerrero non smettono di essere organizzati nonostante li dividano, e mantengono sicura e in pace a buona parte del territorio indigeno, mentre lo stato di Guerrero affonda nel malgoverno e nell’orrore. L’attacco ad Iguala contro gli studenti nel settembre del 2014, la morte e la sparizione di un centinaio di giovani della scuola normale rurale di Ayotzinapa, è stato un capitolo stellare di questa guerra di sterminio, una provocazione che si è scontrata con la saggezza pacifica dei popoli ñu savi, nahuas, me’phaa e ñomndá per i quali la lotta per i 43 desaparecidos è un altro fronte delle loro resistenze.

Sulla Meseta Purépecha sono arrivati alle spalle. La guerra contro le comunità indigene è stata crudele, svergognata, e le complicità istituzionali troppe. In una situazione incerta, si levano oggi in Michoacán come una luce del possibile le resistenze fondamentali di Cherán e Ostula. Ai rarámuri, pimas e tepehuanos in Chihuahua, come ai mixtecos del sud, il papavero ha divorato i campi, mentre la voracità del legname, turistica e mineraria porta avanti la guerra di sterminio che non si vede, né si ammette, né si considera, salvo che in maniera isolata.

Che dire della pinza stringente del fracking petrolifero e del crimine organizzato nelle Huastecas e sulle catene montuose del nord di Puebla e Veracruz. Come nella sierra Wixárika, sono scenario di depredazioni e di resistenze comunitarie, battaglie legali alle quali si oppone la spietata contrainsurgencia sotto i travestimenti “innocenti” di partiti politici, religioni o “accordi” con imprese minerarie, costruttrici ed energetiche. Solo mele avvelenate. Per esempio, i territori binnizá ed ijkoot dell’Istmo di Tehuantepec sono stati severamente danneggiati dall’industrializzazione dei loro venti, prodotto, un’altra volta, della divisione indotta nelle comunità.

2.

Chiese e partiti politici sembrano essere mali inevitabili, onnipresenti, obbligatori nella vita dei popoli indigeni. Come se non bastasse la tutela imposta (che si traduce in controllo) dallo Stato. Secondo il panorama visto dalle accademie e dai centri di analisi e prospezione, la validità dello Stato e la “libertà” dei partiti sembrano del tutto desiderabili per il corso della Repubblica. Che siano screditati e inaffidabili, che facciano acqua e producano purulenze per la corruzione, è il male minore. “Così è la democrazia”, ci dicono i dotti, “imperfetta”.

Chi può avere pazienza per queste imperfezioni in luoghi come Chilapa, Guerrero; gli omicidi, assalti, sequestri, stupri, il regno del terrore, hanno reso impossibile il trasporto pubblico nella capitale Chilpancingo e nel municipio nahua di Zitlala, entrambe le strade si suppone che siano protette dalle forze federali e statali. Ma questo è solo il caso più urgente della settimana scorsa. L’assedio sotto il quale vivono i popoli originari ha molte facce e le sue intensità variano per zone e stagioni, sono permanenti e tengono sotto sequestro grandi estensioni di terreno e vita sociale dei villaggi e delle città che ne sono ostaggio.

I popoli indigeni, con tanto contro di loro, danno dimostrazione di una capacità di resistenza e coesistenza che né la contrainsurgencia, né la criminalità, né il neoliberismo con la sua guerra sterminatrice hanno potuto rompere. La mobilità e vitalità delle comunità indigene è incessante. Non possono riposare perché la guerra, una volta scatenata, non riposa. Solamente negli scorsi giorni di ottobre è successo quanto segue:

  • Il portavoce del Consiglio Indigeno di Governo del Congresso Nazionale Indigeno ha percorso il territorio ribelle del Chiapas ed è stata accolta in massa dalle comunità zapatiste e da molti altri.
  • Sulla Montaña di Guerrero la Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias-Policía Comunitaria ha commemorato il suo 22° anniversario con una grande mobilitazione a Colombia de Guadalupe, con repliche in altre località. Questo segna un recupero dei conflitti interni che hanno distrutto i comunitari con forte componente di intrusione governativa.
  • Facendo valere la autonomia ben guadagnata, il municipio purépecha di Cherán ha respinto la legge di consultazione abbozzata dal congresso michoacano per far arretrare le conquiste delle comunità nell’ambito dei loro diritti alla libera determinazione e autogoverno.
  • E solo giorni prima, i wixaritari di San Sebastián Teponahuaxtlán e Tuxpan de Bolaños hanno recuperato la loro terra a Huajimic, ma l’indolenza del governo e le minacce degli allevatori invasori hanno provocato il differimento della vittoria legale degli indigeni ed alimentano una situazione che può risultare esplosiva.

Nello stesso tempo, c’è una repulsione (non prostrazione) dei popoli originari devastati dal sisma di settembre: ijkoots, binnizá, ayuuk e tu’un savi di Oaxaca, nahua e tlahuica di Morelos, otomí e nahua dello Stato del Messico e Puebla. Nel frattempo, il governo e le imprese minacciano di approfittare della crisi per i loro piani di crescita ed espulsione graduale attraverso l’esproprio. Che cosa succederà loro e come reagiranno all’avversità nel medio termine è incerto, ma tutto indica che, come sta accadendo nel Messico profondo e del basso, non ci sarà una sconfitta. Come dice mirabilmente Irma Pineda nella sua cronaca “Aquí estamos” pubblicata su Ojarasca di questo mese, dopo il sisma “ricordiamo… che siamo binnizá, che siamo stati guerrieri, che discendiamo dalle fiere, dagli alberi e dalle pietre, questo ci hanno insegnato le nonne per dirci che il valore, la fermezza ed il carattere sono nei nostri geni, che non possiamo restare accasciati come case vecchie, perché il nostro spirito è più forte di questo sisma” (http://ojarasca.jornada.com.mx/2017/10/13/rari2019-nuudu-aqui-estamos-246-5956.html).

L’Istituto Nazionale Elettorale, Slim e la banca sabotano tecnicamente la campagna per la registrazione alla candidatura presidenziale della portavoce del CIG del CNI, ma non possono impedire che questa portavoce percorra il paese ad alta voce senza partito né elemosine, cercando l’unione dei popoli indigeni che sanno coesistere alla lunga, nonostante le incessanti differenze.

La scienza contrainsurgente inciamperà, e continuerà a farlo, su una civiltà comunitaria che pensa ed agisce diversamente, per questo non la distrugge nemmeno con tutta la sua escalation di violenze. Governanti e magnati potranno rompere il paese (con la spinta dell’impero), ma non i suoi popoli originari che dureranno più di questa guerra, e che sono il migliore esempio per il resto di un paese sull’orlo della deriva senza ritorno.

Testo originale: https://desinformemonos.org/la-guerra-no-antidotos/?platform=hootsuite – 

Foto: Raúl Ortega

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“C’è chi pensa che basti spegnere la luce per isolare i più poveri. Ma le idee e le parole sono luminose di per sé”.

Democrazia digitale

di Juan Villoro

Quando entrò in vigore la riforma fiscale promossa da Luis Videgaray, mi recai al Museo di Arte Popolare il cui negozio riunisce le molte forme in cui l’artigianato messicano prefigura il paradiso. Tuttavia, in quell’occasione l’offerta era scarsa. L’addetta mi spiegò il problema: “Agli artigiani stanno chiedendo la fattura elettronica. In comunità dove non c’è nemmeno la luce!”.

Chi pensa che la tecnologia sia la formula magica del progresso, ignora il paese reale o, peggio ancora, aspira a che diventi ancora più disuguale. Questo commento arriva a proposito, perché le candidature indipendenti alla Presidenza dipendono da un apparato al quale milioni di messicani non hanno accesso. L’Istituto Nazionale Elettorale ha creato un’applicazione che si può scaricare da telefoni con sistema operativo iOS o Android di nuova generazione. Non tutti hanno un cellulare di questo tipo e numerose regioni non hanno la connessione.

I requisiti per le candidature indipendenti sono complicati fino all’assurdo. È necessario raccogliere almeno 866.593 firme. Gli esperti consigliano di raccoglierne un milione perché molte firme andranno scartate per errori “di dito” (ci sono tre tipi di credenziale di elettore ed altrettante varianti di registrazione).

La sfida maggiore è territoriale: le firme devono essere ripartite in almeno diciassette stati della Repubblica ma, per esempio, non vale raccogliere cinquemila firme in Nuevo León, perché si deve coprire “il due percento della lista nominale di elettori di ogni demarcazione”.

Solo chi già possiede una piattaforma elettorale definita è in grado di rispettare tali requisiti. La legge elettorale è stata studiata come “piano B” dai politici professionisti.

Anche così, l’INE ha registrato ottantasei aspiranti alla candidatura presidenziale. Questo ci dice dell’imperioso desiderio di fare politica al margine dei partiti; ed anche di un paese dove la speranza supera la realtà. Facendo un calcolo ottimista, alla contesa elettorale riusciranno a partecipare cinque indipendenti.

Non tutti affrontano gli stessi ostacoli. Per impedire il riciclaggio di denaro sporco ogni candidato deve avere un conto corrente bancario soggetto a verifica. Questa disposizione è logica, ma non riguarda tutti allo stesso modo. Viviamo in un paese discriminatorio dove Conapred ha denunciato le enormi difficoltà degli indigeni ad ottenere supporto dal sistema finanziario.

María de Jesús Patricio, nahua di Tuxpan, Jalisco, è appoggiata dal Consiglio Indigeno di Governo come candidata indipendente alla Presidenza. Si era rivolta a HSBC per aprire un conto corrente ed è stata respinta col pretesto di essere militante “antorchista”. La risposta sfida la ragione. Patricio non ha vincoli con Antorcha Campesina, mentre invece ne sono legati Enrique Peña Nieto e Alfredo del Mazo, appoggiati da Antorcha nelle loro campagne elettorali alla Presidenza e al governatorato dello Stato del Messico. D’altra parte, HSBC è nata nel 1865 come The Hong Kong and Shanghai Banking Corporation per amministrare i profitti del traffico di oppio. Una indigena messicana non è un soggetto degno di credito per l’emporio dei trafficanti.

Per fortuna, Banorte (una delle poche banche messicane che restano dopo Fobaproa) ha accettato Patricio come correntista.

Dal 13 al 19 ottobre Marichuy ha viaggiato nei “caracoles” zapatisti. Negli eventi hanno parlato solo donne. Queste voci si uniranno ad altre per disegnare un paese possibile. In maniera eloquente Marichuy Patricio preferisce essere chiamata “portavoce” e non “candidata”. Col risultato che l’indirizzo della pagina web che copre le sue attività è actividadesdelcigysuvocera.blogspot.pe.

Oltre che ascoltare proposte, il giro aveva come obiettivo quello di raccogliere le firme approfittando del fatto che nelle località degli eventi ci sarebbero stati telefoni “intelligenti”. Ma quando Marichuy si è presentata ad Altamirano ed Ocosingo, non c’era la connessione. Un caso o sabotaggio?

C’è chi pensa che basti spegnere la luce per isolare i più poveri. Ma le idee e le parole sono luminose in sé stesse. Il sogno della candidatura indigena continuerà fino al 12 febbraio 2018, termine limite per la registrazione.

María de Jesús Patricio è un’esperta erborista. Per tre anni sua madre è stata paralizzata e data per spacciata dai medici. Lei l’ha curata fino a farla tornare a camminare.

Con questa tempra di fronte alle avversità si è proposta di trovare un altro rimedio: che anche il paese cammini.

REFORMA  20 ottobre 2017

Testo originale: http://www.reforma.com/aplicacioneslibre/editoriales/editorial.aspx?id=122246&md5=6d7323def8299bc9d1710ee4b806fb99&ta=0dfdbac11765226904c16cb9ad1b2efe

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DISCORSO DI MARICHUY A GUADALUPE TEPEYAC

14 ottobre 2017

Buona sera fratelli e sorelle basi di appoggio, fratelli e sorelle del Congresso Nazionale Indigeno, fratelli e sorelle consiglieri e fratelli invitati, e così pure ai i media liberi e media prezzolati.

Fratelli indigeni, è l’ora dei popoli, è il momento di voltarci a guardare le nostre comunità, i nostri fratelli. Quello che stiamo soffrendo lo soffrono anch’essi, anche se di un altro colore, anche se la pensano in maniera diversa da noi, dobbiamo unire le nostre sofferenze, tutta la rabbia per quello che ci hanno fatto per anni, ai nostri nonni, ai nostri fratelli, tutto quello che il sistema capitalista sta facendo per distruggere le nostre comunità, per derubarle, per spogliarle di tutto quello che i nostri nonni hanno conquistato combattendo per anni.

È il momento di unire queste battaglie e lottare insieme contro questo sistema. Se non uniamo queste lotte continueremo ancora per anni a soffrire e forse ancora di più. Per questo noi popoli indigeni riuniti nel Congresso Nazionale Indigeno abbiamo detto che era importante procedere insieme e fare questo passo per riuscire ad abbattere questo gigantesco mostro che ci sta distruggendo, che sta distruggendo le nostre terre, che sta distruggendo i nostri territori, la nostra lingua, la nostra forma organizzativa nelle nostre comunità. È tempo, fratelli, di articolarci, di unirci, di metterci d’accordo su come fare affinché non continuino a distruggere le nostre comunità. È il momento di fare questo sforzo e di tornare a guardare i nostri fratelli che abbiamo a fianco e che insieme pensiamo a come organizzarci per abbattere questo sistema capitalista che non solo sta distruggendo i nostri popoli, ma distrugge tutto.

Per questo diciamo che è l’ora dei popoli, perché noi popoli ci siamo fin dalla nascita di questo paese. Ci siamo da quando esiste la terra e sono arrivati altri con cattive intenzioni e solamente i popoli indigeni vedono come estraggono ricchezza, come si approfittano delle ricchezze presenti nelle nostre comunità. Per questo dobbiamo dimenticarci di quelli che ci hanno divisi e che ci hanno fatto litigare tra noi. Dobbiamo unirci tra fratelli indigeni, dobbiamo unirci con le persone della società civile che vivono nella città e che anche loro stanno soffrendo e che lottano da anni. Dobbiamo pensare insieme a come fare affinché le nostre comunità continuino ad esistere. E unirci noi tutti quelli che pensiamo che là fuori c’è un nemico comune che fa di tutto affinché noi litighiamo nelle nostre comunità. Pensiamo che sia il nostro vicino a distruggerci. Ma non è vero. E’ là sopra. E’ il sistema capitalista che vuole abbatterci per impadronirsi di tutte le ricchezze presenti nelle nostre terre.

Ma non lo permetteremo. Per questo abbiamo detto che è l’ora dei popoli. È ora che i popoli facciano sentire la loro voce, si organizzino e insieme lottiamo non solo per i popoli indigeni, ma lottiamo per tutto il mondo.

E come faremo? Unendo, articolando, prendendo coscienza. E cammineremo insieme. Combatteremo per tutti, per tutti i messicani e per tutto il mondo. Per questo diciamo che è l’ora dei popoli, è il momento di unirci, fratelli, è il momento di pensare che se non facciamo questo passo tanto importante, come pensiamo dal Congresso Nazionale Indigeno, forse poi ci rimpiangeremo di non averlo fatto.

Dobbiamo camminare insieme ed insieme difendere le nostre comunità, difendere gli abitanti delle nostre comunità, le ricchezze che vediamo attorno alle nostre comunità. Ci tocca difenderle, fratelli, e solamente uniti possiamo farcela.

E adesso le donne devono fare un passo molto importante in questo processo di organizzazione. Se tutte le donne lo faremo insieme ai nostri uomini, riusciremo ad abbattere questo sistema capitalista che ci sta distruggendo.

Grazie fratelli.

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: https://actividadesdelcigysuvocera.blogspot.it/2017/10/discurso-de-marichuy-en-guadalupe.html

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PROGRAMMA DEL VIAGGIO DEL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO IN CHIAPAS DAL 14 AL 19 OTTOBRE 2017

 

Settembre 2017

Al Congresso Nazionale Indigeno:

Ai popoli originari in Chiapas e Messico:

Al popolo chiapaneco e messicano:

Ai mezzi di Comunicazione liberi, alternativi, autonomi, o come si chiamino:

Alla stampa nazionale e internazionale:

 

Nell’ambito dello svolgimento della ASSEMBLEA NAZIONALE DI LAVORO DEL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO E DEI POPOLI CHE FORMANO IL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO, che si terrà presso il CIDECI, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, nei giorni 12, 13 e 19 ottobre 2017, con la presente informiamo che individu@, gruppi, collettivi ed organizzazioni aderenti alla Sexta; comunità indigene ed organizzazioni indigeni membri del Congresso Nazionale Indigeno in Chiapas, le basi di appoggio zapatiste e la Commissione Sexta dell’EZLN hanno organizzato una serie di eventi in saluto al Consiglio Indigeno di Governo – parola, ascolto e cuore dei popoli originari del CNI – che si svolgeranno nello stato messicano sudorientale del Chiapas, secondo il seguente calendario:

Sabato 14 ottobre 2017 – Villaggio di Guadalupe Tepeyac, MAREZ “San Pedro de Michoacán”. Ora imprecisata, in quanto dipende dal tempo necessario per arrivare dal CIDECI a Guadalupe Tepeyac. La delegazione del CIG pernotterà in loco.

Domenica 15 ottobre 2017 – Caracol di Morelia, MAREZ “17 de Noviembre”, Zona Tzotz Choj. Ora imprecisata, in quanto dipende dal tempo necessario per arrivare da Guadalupe Tepeyac al caracol di Morelia. La delegazione del CIG pernotterà in loco.

Lunedì 16 ottobre 2017 – Caracol di La Garrucha, MAREZ “Francisco Gómez”, Zona Selva Tzeltal. Ora imprecisata, in quanto dipende dal tempo necessario per arrivare dal caracol di Morelia al caracol di La Garrucha. La delegazione del CIG pernotterà in loco.

Martedì 17 ottobre 2017 – Caracol di Roberto Barrios, MAREZ “Trabajo”, zona Nord del Chiapas. Ora imprecisata, in quanto dipende dal tempo necessario per arrivare dal caracol di La Garrucha al Caracol di Roberto Barrios. La delegazione del CIG pernotterà in loco.

Mercoledì 18 ottobre 2017 – municipio del malgoverno di Palenque, Chiapas. Ore 10:00. Trasferimento al CIDECI di San Cristóbal de Las Casas. La delegazione del CIG pernotterà al CIDECI.

Giovedì 19 ottobre 2017 – Caracol di Oventik, MAREZ “San Andrés Sakamch´en de los Pobres”, zona Altos del Chiapas. Rientro al CIDECI dove l’assemblea chiuderà i lavori.

L’ingresso è libero. Non ci sarà distribuzione di cibo, t-shirt, secchi, cemento, cisterne, lamine di alluminio, berretti da baseball, panini, bibite o promesse.

I media liberi e i media prezzolati dovranno accreditarsi presso il CIDECI di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, nei giorni 11, 12 e 13 ottobre per avere acceso alle postazioni allestite allo scopo affinché possano svolgere agevolmente il loro lavoro (in particolare fotografie e riprese video).

 

Distintamente.

Individu@, gruppi, collettivi ed organizzazioni del Chiapas, aderenti alla Sexta.

Comunità indigene ed organizzazioni indigene del Congresso Nazionale Indigeno in Chiapas.

Basi di appoggio zapatiste.

Commissione Sexta dell’EZLN.

Messico, 15 settembre 2017.

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/09/15/programa-de-la-gira-del-concejo-indigena-de-gobierno-en-chiapas-del-14-al-19-de-octubre-del-2017/

 

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Lo Squadrone Motorizzato Zapatista ha fatto la sua prima apparizione nella Selva Lacandona dove Marichuy, portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, ha iniziato il suo giro di raccolta firme per la sua candidatura alla presidenza del Messico.

https://desinformemonos.org/wp-content/uploads/2017/10/WhatsApp-Video-2017-10-14-at-10.46.43-PM-2.mp4?_=1

https://frayba.org.mx/

Cronaca e video: Miles de zapatistas reciben a Marichuy en la selva Lacandona, en el primer recorrido para reunir firmas para su candidatura a la presidencia de México – Desinformémonos

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