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Archive for febbraio 2018

A CHALCHIHUITÁN, CHIAPAS, ANCORA SFOLLATE OLTRE 1000 PERSONE.

A CHALCHIHUITÁN, CHIAPAS, ANCORA SFOLLATE OLTRE 1000 PERSONE.
Il 21 febbraio 2018 la Caritas della diocesi di San Cristóbal ha smentito che non ci siano più sfollati. Questo quello che ha trovato:
Bejelton 39 famglie—160 persone
Cruz Ton 14 famiglie —70 persone
Tulantic 61 famiglie —195 persone
Cruz C’ac’anam 11 famiglie—50 persone
Xixim Tontic 17 famiglie —100 persone
Jolc’ante’tic 20 famiglie—133 persone
Pom 20 famiglie —77 persone
C’analumtic 69 famiglie —231 persone
Ch’en Mut 10 famiglie 44 persone
Bolol Ch’ojon 29 famiglie
La situazione e le condizioni di vita sono preoccupanti e continuano gli spari di arma da fuoco.
Qui foto e video del presbitero Marcelo Pérez  https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1872492326128658&id=148731431838098

 

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Il 19 febbraio si è chiuso il termine per la registrazione dei candidati indipendenti alla Presidenza della Repubblica Messicana. María de Jesús Patricio, portavoce del Consiglio Indigeno di Governo non è riuscita a raccogliere il numero di firme necessario nei 17 stati come richiesto per essere candidata indipendente. Fin dal principio sapevamo che sarebbe stata una battaglia impari su un terreno profondamente marcato dalle disuguaglianze che caratterizzano il paese. Mentre El Bronco, uno dei tre candidati “indipendenti” ammesso, per raccogliere le firme spendeva 58 mila pesos al giorno e contava sull’apparato istituzionale del governo dello stato di Nuevo León, María de Jesús Patricio spendeva 860 pesos condivisi con i consiglieri che viaggiavano con lei. Durante tutto il processo sono state affrontate tutte le barriere tecnologiche, ogni passo ha rappresentato la lotta contro le disuguaglianze e le esclusioni che Marichuy ed il CIG denunciano.  

María de Jesús Patricio ed il CIG: cosa è stato ottenuto. 

21 febraio 2018 – R. Aída Hernández Castillo*

Il 19 febbraio si è chiuso il termine per la registrazione dei candidati indipendenti alla Presidenza della Repubblica. Solo tre candidati “indipendenti” sono stati registrati, e tutti tre spendendo giornalmente come o più dei candidati dei partiti politici. María de Jesús Patricio, portavoce del Consiglio Indigeno di Governo (CIG) non è riuscita a raccogliere il numero di firme nei 17 stati come richiesto dal sistema elettorale per essere candidata indipendente. Fin dal principio sapevamo che sarebbe stata una battaglia impari su un terreno profondamente marcato dalle disuguaglianze che caratterizzano il nostro paese. Mentre Jaime Rodríguez Calderón, El Bronco, per raccogliere le firme spendeva 58 mila pesos al giorno e contava su tutto l’apparato istituzionale del governo dello stato di Nuevo León, María de Jesús Patricio spendeva 860 pesos condivisi con i consiglieri e le consigliere che viaggiavano con lei. Durante tutto il processo sono state affrontate le barriere tecnologiche: la richiesta di un cellulare moderno che permettesse di scaricare l’applicazione per raccogliere le firme, la connettività Internet richiesta, il denaro per la mobilità degli ausiliari; ogni passo rappresentava la lotta contro le disuguaglianze e le esclusioni che Marichuy ed il CIG denunciano.

Devo riconoscere che come membro della Asociación por el Florecimiento de los Pueblos AC che la sostiene, mi sento frustrata per non essere riuscita a superare tutte queste barriere e non avere potuto fare di più per smuovere le coscienze di questo paese intorno all’urgenza di cambiamenti profondi. Questo sentimento si acutizza perché il 19 febbraio mi trovo ad Ahome, territorio yoreme, dove la violenza del crimine organizzato colluso con le forze dell’ordine ha trasformato lo stato di Sinaloa in una grande fossa comune. Le testimonianze delle madri dei desaparecidos ci ricordano per l’ennesima volta che ci troviamo in un momento di emergenza nazionale che non si risolve con “corsi di formazione” o “modernizzazioni istituzionali”. Vogliamo un cambiamento profondo che nessuno dei candidati che appariranno sulle schede elettorali è disposto a fare.

Il paese è piagato di Ayotzinapa anonime dove le forze dell’ordine colluse col crimine organizzato stanno perpetrando un massacro di giovani sotto i nostri occhi e con la complicità del nostro silenzio. Gli studenti di Conalep massacrati a Juan José Ríos per non aver rispettato il coprifuoco stabilito dal crimine organizzato che controlla l’ejido più grande del Messico; il giovane yoreme studente dell’Università Interculturale di Sinaloa il cui corpo è stato ritrovato in una fossa clandestina a Capomos; i 117 corpi scoperti dalle Buscadoras [Cercatrici – N.d.T.], madri di desaparecidos che con pale e picconi cercano i loro “tesori”, non sembrano suscitare più marce né proteste. Ci siamo abituati a questa politica di morte.

Parallelamente, María de Jesús Patricio percorre il paese per parlare e promuovere una politica di vita. Quando sono invasa dalla disperazione per non essere riuscita a raccogliere le 866 mila firme richieste, penso a quello che si è ottenuto. Nelle sue visite a 126 località in 27 stati della Repubblica Messicana, María de Jesús ed i compagni del Consiglio Indigeno di Governo hanno portato un messaggio di rispetto per la vita ed articolato sforzi organizzativi in difesa della madre terra e contro questi politici dello sviluppo che ci stanno ammazzando tutti, qualcuno in maniera più rapida di altri.

Nel suo percorso ha visitato comunità indigene in resistenza in tutto il paese, comunità e lotte ignorate dagli altri candidati. Ha incontrato le organizzazioni dei popoli totonaco che si oppongono ai megaprogetti di gas fracking in Veracruz; a Texcoco le comunità della valle di México che lottano contro la costruzione del nuovo aeroporto che colpirà non solo i loro terreni agricoli, ma i manti freatici che forniscono acqua a Città del Messico; a Ciudad Neza la sua voce si è unita a quella delle organizzazioni che denunciano i femminicidi e le molteplici violenze contro le donne; in Chiapas ha denunciato la violenza paramilitare che attenta all’autonomia indigena. L’obiettivo principale della sua campagna è stato, e continuerà ad essere, quello di articolare le nostre lotte e costruire alternative di vita dal basso, a partire dal rispetto per la madre terra e la dignità dei popoli.

Il suo appello è stato per difendere la vita e il territorio dalle politiche di morte e riprendere i valori comunitari e le esperienze di resistenza dei popoli indigeni. Nel suo discorso a Totonacapan ha detto: “I capitalisti ci vogliono far credere che il nostro territorio sono le migliaia di pozzi petroliferi, le decine di concessioni minerarie, le donne assassinate, le ed i desaparecidos. Ma noi sappiamo che non è così, perché la violenza, la deforestazione, le alte tariffe di luce e acqua, il controllo dell’acqua da parte dei cacicchi regionali e nemmeno i megaprogetti estrattivi sono il territorio indigeno di Veracruz. I nostri territori sono le lingue originarie, le culture ancestrali, le nostre resistenze, l’organizzazione comunitaria che ci invita a non venderci, a non arrendersi né cedere, a non dimenticarci dell’eredità dei nostri antenati, che ci invita ad organizzarci e a governarci esercitando quello che decidiamo collettivamente”.

Lasciando da parte che le regole imposte dall’alto non gli permettono di essere sulla scheda elettorale, il suo appello a non cedere, a continuare ad organizzarci e difendere la vita e il territorio è vigente. Proseguiamo dunque in questa nuova tappa di resistenza. Andiamo avanti. http://radiozapatista.org/?p=25744

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

*Ricercatrice del Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en Antropología Social

Fonte: La Jornada

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In Messico “non esiste un narcostato. Esiste uno stato criminale «La violenza aumenta per lo stato di eccezione non per i trafficanti: è tanto grande quanto è grande la presenza massiccia della polizia”. 

Andrea Cegna, il Manifesto 18 febbraio 2018

 In Messico «non esiste un narcostato. Esiste uno stato criminale»

Messico e crimine. «La violenza aumenta per lo stato di eccezione non per i trafficanti: è tanto grande quanto è grande la presenza massiccia della polizia»

Il Messico viene descritto da anni con il termine «narcodemocrazia». Una narrazione imposta dai governi Calderon e Nieto. Non tutto però si riesce a spiegare in questa chiave di lettura, e voci critiche dimostrano come i margini tra stato, economie legali e illegali siano inesistenti. Il caso della sparizione dei 43 di Ayotzinapa è stato emblematico. Tra chi osserva il paese senza fermarsi al punto di vista maggioritario è Oswaldo Zavala, messicano di Ciudad Juarez, docente di storia latinoamericana all’Università pubblica di New York e giornalista, che sta per pubblicare un libro intitolato I cartelli non esistono. L’abbiamo incontrato e intervistato.

È corretto quindi parlare di narcodemocrazia in Messico?
Parlare di narcodemocrazia in Messico o di narcostato è il risultato di una pratica discorsiva alimentata dello stato. L’imposizione del problema del narcotraffico in Messico, in realtà, è un qualcosa che stava nell’agenda ufficiale delle istituzioni da anni. Il fine è la definizione di uno spazio di criminalità a cui dare la colpa del presunto fallimento del paese. Non credo, quindi, esista davvero un narcostato messicano, credo esista uno stato criminale, uno stato cooptato da gruppi di gangster. Oggi la priorità del capitalismo è l’appropriazione di risorse naturali. Gli stati messicani dove c’è grande ricchezza di risorse naturali vedono una forte presenza di movimenti a difesa del territorio. Sono anche gli stessi stati che si dice siano governati dai narcos. In quei territori viene così imposto uno stato d’eccezione e inizia anche l’espropriazione delle risorse.

Esiste un rapporto tra il fenomeno del paramilitarismo e quello che oggi viene chiamato il narcotraffico?
Senza dubbi. Troppo spesso si confondono i termini paramilitari e narcotrafficanti. E troppo spesso si fa confusione tra gruppi. Ad esempio gli Zetas a volte si dice siano paramilitari a volte un cartello. La versione ufficiale è che gli Zetas controllino lo stato del Tamaulipas e che sovrastano il potere dello stato sfidando esercito e le forze dell’ordine. Difficile dire se è vero perché non abbiamo risorse e protezione necessaria per svolgere un’indagine. Così l’unica voce è quella dominante dello stato. Abbiamo però potuto studiare e verificare che i gruppi del Tamaulipas sono una cosa mentre quelli del Chihuahua un’altra. I gruppi di potere che operano nella sierra di Chiuhuahua non trafficano prioritariamente droga ma vengono chiamati comunque narcos.

Però il Chapo era il capo di un cartello, no?
La parola cartello è molto inefficace. È stata coniata negli Usa, un’invenzione del sistema statunitense in Colombia per definire i gruppi di potere di Pablo Escobar e poi quello di Cali. Un cartello è un’associazione di realtà che, in maniera orizzontale, manipolano i prezzi di un dato prodotto. È inspiegabile come possano essere chiamati «cartello» cinque contadini di Sinaloa o del Tamaulipas, senza avere le prove della loro capacità di modificare il prezzo della droga. Non chiamerei «cartello» quello di Sinaloa, meglio dire che è un gruppo di trafficanti. Sicuramente trafficano e muovono droga, dentro e fuori dal paese, ma abbiamo pochissime informazioni reali sul loro operato. Se ci basiamo su quel che diceva Forbes sulla presunta fortuna del Chapo e sulla presunta capacità di infiltrazione del cartello di Sinaloa in più di 50 paesi di tutto il mondo, non si spiega come tale organizzazione non abbia traduttori, non abbia esperti di economia globale e nemmeno come non abbia i soldi necessari per pagare un avvocato privato a New York. Da quel che ne so, il Chapo è seguito da difensori d’ufficio. Il presunto impero del cartello di Sinaloa pare inesistente. A Sinaloa c’era un’associazione di trafficanti che quando è servito è stata sacrificata dallo stato. Assumiamo come reali cose che non lo sono, tipo chiamare «cartelli» dei semplici trafficanti. Così la presunta guerra tra cartelli, per me, è un’idea manufatta dal governo.. L’idea che i loro presunti scontri per il controllo del territorio sia l’origine della violenze in Messico è molto pericolosa, non perché coincide con il discorso ufficiale, ma perché giustifica l’esercizio da parte dello stato della violenza con l’imposizione di stati d’eccezione.

Come con la «legge sulla sicurezza interna»?
Chiaro. La legge è simile ma più avanzata, alla legge di sicurezza nazionale statunitense del 1947. È la carta bianca per giustificare ogni sorta di repressione, nel nome della sicurezza, verso chiunque. Per me è il punto finale di un processo securitario iniziato nel 2006 e dove lo stato non esita a usare la violenza dell’esercito contro la popolazione. Questa è in verità la «guerra alla droga».

Come si spiega la violenza in Messico?
In molti modi. La prima cosa da capire è che la violenza non è il risultato del traffico di droga. I trafficanti non sono interessati alla violenza come stile di vita. Come qualunque altro tipo di economia informale, il traffico di droga, è un processo clandestino il cui scopo è la produzione di soldi. Se sei dentro il traffico di droga non puoi ritirarti, se ad un certo punto vuoi farlo vieni ammazzato. Ma è inspiegabile il perché dal 2008 esploderebbe la violenza territoriale di questi gruppi. Ciò che chiamano «cartelli» si formano in Messico dal 1975 e dalla loro nascita al 2008 non si registrano scontri per il controllo del mercato né violenze generalizzate sulla popolazione. Di colpo, però, secondo lo stato, iniziano a uccidere smisuratamente e contendersi le zone di traffico. Ciò che possiamo notare è che nelle aree dove dal 2008, nel nome della guerra alla droga, sono cresciuti militari e poliziotti decretando stato d’eccezione è incrementata la violenza. Detto in modo filosofico, la condizione d’incremento della violenza è l’apparizione dello stato di eccezione non dei trafficanti. Per dirla come un amico giornalista «la violenza è tanto grande quanto è grande la presenza di polizia». https://ilmanifesto.it/in-messico-non-esiste-un-narcostato-esiste-uno-stato-criminale/

 

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Chalchihuitán è un municipio della zona Altos del Chiapas. Timidamente e per poco tempo in Messico si è parlato di quel lembo di terra perché 5023 persone sono dovute scappare, e costruire un accampamento di fortuna sulla montagna. Alcune sono morte di freddo. Venti anni dopo la mattanza di Acteal e l’inizio del fenomeno dei desplazados, l’orologio del Chiapas è tornato indietro. 

MESSICO, CHIAPAS: UNA STORIA DI SOLDI, PARAMILITARI, POLITICA 

LA VIOLENZA COME SISTEMA DI CONTROLLO E DI POTERE 

 

Andrea Cegna – 19/02/2018
foto Pedro Anza/cuartoscuro

Chalchihuitán è un municipio della zona Altos del Chiapas. Timidamente e per poco tempo in Messico si è parlato di quel lembo di terra perchè 5023 persone sono dovute scappare, e costruire un accampamento di fortuna sulla montagna.

Alcune sono morte di freddo. Venti anni dopo la mattanza di Acteal e l’inizio del fenomeno dei desplazados, l’orologio del Chiapas è tornato indietro.

Chalchihuitán è confinante con Chenalhó, il municipio da dove venivano i carnefici di Acteal.
E i paramilitari di ieri sono gli stessi oggi, mai disarmati e mai puniti, tutti tornati alla vita “sociale”.

 

Lo scontro tra Chalchihuitán e Chenalhó è vecchio, ed ha inizio negli anni ’70. Lo scontro è per un pezzo di terra. Diversi documenti firmati da Presidenti della Repubblica messicani assegnano, dalla metà degli anni ’80, quella terra a Chalchihuitán.

LE TENSIONI SONO TORNATE FORTI NELL’ULTIMO ANNO E AD INIZIO NOVEMBRE I COLPI D’ARMA DA FUOCO DI PARAMILITARI DI CHENALHÓ PORTANO LA MORTE DI UN ABITANTE DEL VICINO MUNICIPIO.

Tensioni accresciute dal tribunale Unitario Agrario della Zona (organo alla dipendenza dello stato del Chiapas) che, a differenza del documento presidenziale, ha riconosciuto, il 14 dicembre, che il terreno è di Chenalhó. Come 20 anni fa i paramilitari sono al soldo della politica, ad attivarli è la sindaca di Chenalhó Rosa Perez Perez, del partito Verde.

Lo stesso del presidente dello stato del Chiapas, Manuel Velasco. A Chalchihuitán governa il PRI, il partito stato.

A denunciare la crisi umanitaria e supportare i desplazados sono alcuni preti e la società civile di San Cristóbal de Las Casas. I partiti, anche di opposizione, inesistenti.

I campi in Chiapas sono un nodo. Le comunità rurali crescono velocemente, e l’accesso alla terra diventa materia di scontro. All’origine dell’escalation di violenza c’è sicuramente questo, come c’è lo scontro tra Pri e Verde nel Chiapas, anche se poi a livello nazionale i due partiti sono alleati nell’appoggio di un candidato presidente.

MA CHIACCHIERANDO CON CHI VIVE QUEL LEMBO DI TERRA IL PROBLEMA SEMBRA ESSERE ALTRO, L’ARRIVO DEGLI ZETAS.

Gli Zetas sono semplicisticamente inseriti nell’elenco dei presunti cartelli. Sarebbe meglio definirli trafficanti di droga e paramilitari.

Senza mai rilasciare una dichiarazione ufficiale in molti dicono “alla corte di Rosa Perez Perez sono arrivati gli Zetas, hanno armato alcuni abitanti di Chenalhó e adesso hanno armi di ultima generazione”.

E quando si chiede perché la risposta è comune “perché così possono coltivare marijuana ed eroina, ma coltivarla in un territorio conteso, così che non si possano trovare responsabilità dirette”. La paura è tanta. “Sono criminali incalliti, quelli uccido come hanno già fatto, per questo non posso rilasciarti un’intervista”.

Pedro Anza/cuartoscuro

Oltre 3000 persone hanno deciso di tornare nelle loro case ed in quei territori.

Mentre vivono lì dicono di aver paura, e di non poter andare nei campi a lavorare. Una situazione limite, derubrica dal governatore del Chiapas a “crisi umanitaria terminata”.

Questa brutta storia di cronaca ci racconta un lato del Messico che non si vuole vedere: certamente i trafficanti di droga esistono, così come diversi gruppi criminali, ma non sono tanto i gruppi a contendersi i territori quanto una parte dei poteri che li governano che si servono dei loro servigi. http://www.qcodemag.it/2018/02/19/messico-chiapas-una-storia-di-soldi-paramilitari-politica/

 

CHI È ANDREA CEGNA

Agitatore culturale e sociale. Osservatore critico. Giornalista, senza tessera, a Radio Popolare, Radio Onda d’Urto. Sognatore.

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Messico: uccisi in un’imboscata tre membri del Comitato per la Difesa dei Diritti Indigeni. 

Ancora il sangue sulle strade di un Messico che in questi ultimi sei mesi del governo di Enrique Pena Nieto ha visto, da Michoacan a Oaxaca, Veracruz, Guerrero e Chiapas, attaccare l’Autonomia con tutto il dispositivo repressivo, statale e parastatale, di cui il partito PRI fa uso a proprio piacimento per annichilire chi alza la testa. Ad essere colpito questa volta è il Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI), organizzazione che in questi anni si è resa protagonista e artefice di una delle esperienze di autonomia e autogestione più significative e radicali in Messico.

 

 

Crimine di stato in Messico: uccisi tre compagni del CODEDI in un’imboscata. Attaccano l’Autonomia? Nessun passo indietro.

14 febbraio 2018

 Pubblichiamo un articolo scritto dal collettvio Nodo Solidale (Italia/Messico) sull’assassinio dei compagni del CODEDI

Il telefono che squilla.

– Si un’imboscata, si si sui compagni, raffiche.-

– Cosa? No, ti richiamo –

– Quanti morti? 3, si ti richiamo –

– Maledetti. Si, si. TI richiamo io –

Ancora sangue.

Ed è ancora il sangue dei compagni quello versato sulle strade di un Messico che in questi ultimi sei mesi del governo di Enrique Pena Nieto ha visto, da Michoacan a Oaxaca, passando per Veracruz, Guerrero e Chiapas, attaccare l’Autonomia con tutto il dispositivo repressivo, (statale e parastatale), di cui il partito PRI fa uso a proprio piacimento per annichilire chi alza la testa.
Ad essere colpito questa volta è il Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI), organizzazione che in questi anni si è resa protagonista e artefice di una delle esperienze di autonomia e autogestione più significative e radicali nel Narcostato che chiamiamo Messico.

Lunedì 12 febbraio, verso le 22,30, al kilometro 122 della strada statale Oaxaca-Pacifico 175, uomini armati hanno attaccato con raffiche di mitra la camionetta dove stava viaggiando il compagno Abraham Ramirez Vàsquez assieme ad altri membri dell’organizzazione, mentre tornava dalla città di Oaxaca verso la Sierra Sur, dopo una riunione con funzionari del governo statale a cui era stato invitato. In questo attacco sono stati assassinati dallo Stato 3 giovani compagni del CODEDI, minori, di cui l’organizzazione ha scelto per il momento di non diffondere i nomi.

L’organizzazione CODEDI ritiene responsabili dell’attacco il governo statale e quello federale, rappresentati rispettivamente da Alejandro Murat e da Enrique Pena Nieto, entrambi del PRI e da sempre impegnati nella destabilizzazione nello Stato attraverso azioni armate condotte a volte dalla polizia, a volte dall’esercito e dai servizi e più frequentemente dal braccio armato operativo dello stato sui territori: il narco e i gruppi paramilitari.

Il CODEDI nel comunicato diffuso poco dopo l’imboscata fa “appello a tutte le organizzazioni sociali, a tutti gli uomini e a tutte le donne liber* di solidarizzare con il CODEDI”. Inoltre i compagni e le compagne dell’organizzazione, ribadendo la responsabilità dello stato nell’imboscata subita dichiarano che non accetteranno di essere utilizzati dallo stato come pedine nella gestione di una vera e propria “strategia della tensione” le cui conseguenze nel paese vengono puntualmente pagate dalle classi lavoratrici, subalterne e dalle comunità indigene.
“Non verremo usati per generare paura nelle file del movimento sociale dei popoli di Oaxaca. Esigiamo verità e giustizia per i tre giovani messicani del CODEDI che sono stati assassinati dallo stesso governo che avrebbe dovuto proteggerli. Facciamo una chiamata fraterna a tutte le organizzazioni sociali, ai popoli di Oaxaca e in particolare ai compagni della SECCIÒN 22 affinché ci accompagnino negli appuntamenti che lanceremo nelle prossime ore.”

I compagni e le compagne del CODEDI, organizzazione che riunisce 45 comunità indigene della regione costa sud dello stato di Oaxaca, sud-est messicano, lottano tutti i giorni contro il saccheggio dell’acqua dei loro fiumi, rubata dalle multinazionali alberghiere per riempire le grandi piscine degli hotel di Huatulco, contro il taglio illegale degli alberi di granadillo dei loro boschi, utilizzati poi per la costruzione di yachts in Canada, Cina e Stati Uniti e per il diritto a una vita degna nella sierra che questi popoli custodiscono e abitano da migliaia di anni.

Apparentemente isolata dal resto del paese CODEDI è stata in grado in questi anni di tessere a partire dalla costruzione della propria Autonomia e della conflittualità di massa organizzata verso mafie e capitalisti della regione, una rete di relazioni nazionali e internazionali che hanno visto l’organizzazione indigena prima alimentare la comune di Oaxaca nel 2006 ( quando la città cacciò la polizia dalle strade) e poi ospitare incontri culturali nei propri territori , come i tre forum internazionali di teatro nella sierra zapoteca, oltre che partecipare a eventi nazionali sulle Zone Economiche Speciali e non ultimo all’ Incontro per la Resistenza Globale Autonoma di settembre 2017 in Chiapas (https://resistenciaglobalautonoma.wordpress.com/2017/11/10/presentacion-de-la-finca-alemania-del-comite-por-la-defensa-de-los-derechos-indigenas-para-el-encuentro/ ) dove è stato presentato pubblicamente davanti ad organizzazioni autonome provenienti da tutte le parti del mondo il progetto fiore all’occhiello dell’organizzazione: Finca Alemania.

Il 19 di Aprile 2013, CODEDI assieme ai compagni e alle compagne di Organizaciones Indias por los Derechos Humanos en Oaxaca (OIDHO), decidono occupare la “Finca Alemania”, 600 ettari di un ex piantagione di caffè di propietà tedescha nella sierra sur di Huatulco, dando vita a quello che a oggi potremmo definire uno straordinario soviet-università nelle montagne.
A Finca Alemania si produce buon cibo per le migliaia di persone che conformano l’organizzazione, si fabricano mattoni porte e finestre per costruire le case nelle comunità e si formano i giovani appartenenti al CODEDI.

L’educazione viene messa al servizio delle comunità di appartenenza di ogni compagno e compagna dato che non solo viene garantito l’accesso all’educazione a persone che non avrebbero mai potuto studiare, ma ciascuno ha l’obbligo di ritornare al villaggio di appartenenza e riportare nella pratica quanto appreso, contribuendo così alla crescita di una economia autonoma integrata fra le varie comunità della regione. Il gruppo di giovani che studia e vive stabilmente nella Finca è tenuto a frequentare corsi di : panetteria, agroecologia, allevamento, medicina, meccanica automotrice, elettricista automotrice, informatica, serigrafia, taglio e cucito, pittura, musica, teatro, apicultura e pedagogia per citare alcuni dei 18 laboratori della scuola autonoma attiva da più di un anno.

Il 12 febbraio 2018, ancora una volta, assistiamo ad un crimine di stato nei confronti di chi sogna, praticandolo ogni giorno, un mondo più giusto. Lo stesso mondo che ognuno, ognuna di noi ha avuto modo di toccare ogni volta che abbiamo camminato per i sentieri della Finca, ogni notte in cui abbiamo condiviso il caffè nel freddo dei blocchi sull’autostrada o quando abbiamo invaso le strade di Oaxaca, l’aeroporto di Huatulco, gli uffici del governo statale e federale, con rabbia e determinazione.
Questo stesso mondo che fa delle pratiche indigene un vero e proprio patrimonio comune anticapitalista da cui non impareremo mai abbastanza, viene sistematicamente attaccato con brutalità e violenza, senza importare le modalità spietate di repressione, come quelle dell’ennesima imboscata preparata dallo stato ad Abrahm Ramirez Vazquez, ne’ l’età di chi viene colpito dalle pallottole dei sicari pagati dal governatore Murat, che in questo caso colpiscono oltre che un adulto, anche due minori. Indigeni. Rivoluzionari. Colpevoli di praticare autonomia nei propri territori e di non accettarne la svendita e il saccheggio.

Mentre le famiglie aspettano di riceverne i corpi, lunghe colonne di membri dell’organizzazione indigena campesina marciano sulla stessa strada dove sono stati aggrediti e uccisi. Reclamano giustizia.
CODEDI, nel denunciare il crimine di stato perpetrato ai danni di tre suoi membri annuncia che la lotta contro le Zone Economiche Speciali , le grandi opere previste dal governo nello stato di Oaxaca, lo sterminio,la tortura, gli arresti di militanti, attiviste a attivisti e contro tutti i piani di saccheggio dello stato non si fermerà, anzi. E non verrà fatto nemmeno un passo indietro.

Collettivo Nodo Solidale (Italia-Mexico) http://lapirata.indivia.net/crimine-di-stato-in-messico-uccisi-tre-compagni-del-codedi-in-unimboscata-attaccano-lautonomia-nessun-passo-indietro/

 

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MESSICO: GRAVE INCIDENTE PER LA CAROVANA DEL CNI E PER MARICHUY

Nel tardo pomeriggio del 14 febbraio 2018 un incidente stradale ha coinvolto il convoglio del Congresso Nazionale Indigeno, dove viaggiava, per le ultime iniziative pubbliche per raccogliere le firme necessaria a sostanziare la candidatura, anche la candidata indigena alle presidenziali, Marichuy, rimasta ferita. Marichuy si è rotta un braccio e forse anche una spalla, oltre a soffrire di un trauma cranico. Un’altra compagna è morta nell’incidente, uno è ferito grave. L’incidente nello stato della Baja California, sull’autostrada La Paz–Tijuana. Sono state quindi sospese tutte le prossime iniziative pubbliche che prevedevano la presenza di Marichuy. Non si ferma invece il lavoro di volantarie e volontari nella raccolta di firme, compagne e compagni hanno denunciato sui social netowrk, negli scorsi giorni, come il sistema digitale per caricare le firme respingeva l’operazione dicendo che si era concluso il periodo per caricarle. Ma i giorni a disposizione dei candidati indipendenti non sono ancora terminati.

Andrea Cegna, redazione di Radio Onda D’Urto e progetto #20ZLN Ascolta o scarica

http://www.radiondadurto.org/2018/02/15/messico-grave-incidente-per-la-carovana-del-cni-e-per-marichuy/

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Una dolorosa lettera d’amore per il mio Messico 

Luca Martinelli 

La retorica del “Paese fallito” e di uno “Stato debole” serve solo a giustificare violenza e violazioni dei diritti umani, che non sono frutto dello strapotere dei narcos ma di una precisa organizzazione del potere. I giornalisti italiani lo capiranno mai?

Negli ultimi cinquant’anni la ricchezza prodotta in Messico, misurata dalla Banca Mondiale, si è moltiplicata per quasi quaranta volte (in Italia di 23), e la popolazione del Paese è praticamente triplicata (fino a 127 milioni di persone). Eppure per i media italiani, ancora indecisi sull’appartenenza geografica al Nord o al Centro America, la quindicesima economia mondiale, che è anche il decimo Paese per numero abitanti, è soltanto un cliché, è il “Narcostato”, è il Paese dove oltre 230mila persone sono morte nell’ambito di una presunta guerra alla droga promossa a partire dal 2006 dall’allora presidente Felipe Calderon.

È fatta, e per il lettore italiano l’equazione è pronta, Messico = droga; non era del resto già così ai tempi di Diego Abatantuono e Claudio Bisio protagonisti di Puerto Escondido (1992), tratto dal libro di Pino Cacucci?

Eppure, a dare la colpa di tutto al narcos, cioè a quelli che vengono presentati come cartelli della droga, ha un unico effetto: riduce a zero la complessità del Messico, la complessità che la realtà di ogni Paese vive e contiene (gli italiani non sono stanchi di essere descritti come il Paese dei fannulloni, in mano alla mafia?). Fa sì, questo atteggiamento complice, che non ci si pongano domande (ad esempio, che cosa ha reso possibile una crescita economica così significativa? Chi l’ha pagata? Le relazioni commerciali privilegiate con Stati Uniti, Canada ed Unione europea hanno avuto solo effetti “benefici” sull’economia?), e fa sì che la forza apparentemenre schiacciante dei narcotrafficanti non lasci emergere l’esistenza di uno Stato forte, fortissimo, in particolare quando si tratta di mettere in piedi meccanismi di repressione nei confronti del conflitto sociale. Non fa notizia, in Italia, che un Parlamento in scadenza abbia approvato a dicembre una legge che, in nome della sicurezza pubblica, “apre” alle forze militari le strade del Paese, dove l’esercito sarà impegnato anche negli interventi di ordine pubblico. Una legge condannata anche dalle Nazioni Unite.

Resta il cliché, che in quest’anno elettorale (si vota il prossimo 1° luglio) rischia di essere strumentalizzato ed ingigantito: a dicembre, ad esempio, un lungo articolo pubblicato da un quotidiano ha dato risalto alla storia dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa, in Guerrero, scomparsi il 26 settembre del 2014. Bene, ma quello scritto riportava finte o false verità, già smentite scientificamente da anni, come la favola dei corpi che sarebbero stati bruciati in una discarica dopo esser stati affidati ai “narcos”.

Lo stimolo a scrivere questo commento, però, è una frase, letta il 7 gennaio su un autorevole settimanale: “C’è poi la piaga della corruzione, figlia endemica del narcotraffico”.
Non è possibile affermare che in Messico la corruzione è figlia del narcotraffico, e basterebbe guardare agli archivi dell’OCSE, alle classifiche di Transparency International o anche alle cronache economiche del Paese negli anni Settanta, Ottanta e Novanta (si può leggere ad esempio il coccodrillo dedicato dal Guardian all’ex presidente Lopéz Portillo, in carica dal 1976 al 1982).
Non c’è solo il narcotraffico, il Messico e i messicani non vivono ogni giorno pensando e rivivendo la cattura di “el Chapo”.

Ecco che, sconfitto il fantasma dei narcos, potremmo iniziarci a porre altre domande.

Perché dall’altra parte dell’Atlantico, e legato all’Italia da salde e solide relazioni commerciali (sono stati in visita a Città del Messico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, luglio 2016; il presidente del Consiglio Matteo Renzi, aprile 2016; il ministro degli Esteri, poi presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, marzo 2015) e da un volo aereo diretto Roma e Ciudad de México, c’è un Paese che negli ultimi quindici anni ha compiuto solidi passi indietro sul terreno della tutela dei diritti umani, in particolare dei popoli indigeni (certificati a novembre 2017 dall’ultima missione della Relatrice speciale ONU), che è sotto processo alla Corte interamericana per i diritti umani per tortura, anche sessuale, nei confronti di cittadini che manifestavano la propria contrarietà ad una grande opera (il “caso Atenco”, così simile alla nostra Genova), che ha privatizzato le riserve di petrolio e gas, che sui migranti si è trasformato in un argine per conto degli Stati Uniti d’America.

Nel 2014, a Tenosique, in Tabasco, nei pressi della frontiera con il Guatemala, ho capito che Messico ed Italia sono simili, due Paesi di transito per migliaia di migranti che non vogliono restare entro quei confini. A partire dalla metà degli anni Novanta (e personalmente nei primi anni Duemila), invece, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale in Chiapas ha insegnato a migliaia di persone in tutto il mondo l’importanza di lottare contro le politiche neoliberiste. Ecco perché il Messico non può essere considerato una “sconfinata ecatombe” (letto sempre domenica 7 gennaio, sull’inserto culturale di un quotidiano), ma resta un Paese da indagare nella sua gigantesca complessità. Quella che nel 2018 porta per la prima volta una donna, che è anche un’indigena, a tentare la candidatura alla presidenza della Repubblica. Il segnale, anche se il nome di Marichuy, all’anagrafe Maria de Jesus Patricio Martinez, non dovesse arrivare sulla scheda elettorale, di un Paese ancora vivo. Oltre ogni cliché. https://medium.com/@lucamartinelli130180/una-dolorosa-lettera-damore-per-il-mio-messico-c092e6c3a4ad

Foto di Luca Martinelli – La Realidad, Chiapas, agosto 2014

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