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Archive for ottobre 2016

baker-street

…….. “Allora, che ci facciamo qui, Holmes?”. “Imparare, mio caro Watson, imparare”, dice l’uomo mentre tira fuori di nuovo la lente d’ingrandimento e si ferma ad osservare un insetto. Mentre le due figure si dileguano nella nebbia, in lontananza si sentono latrati, miagolii ed una risata infantile, una risata come se fosse una canzone. Quindi, quasi impercettibilmente, il muro trema……..

Calendario del proseguimento del 5° Congresso del CNI e dell’Incontro “Le/Gli Zapatisti e le ConScienze per l’Umanità”.

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO

26 ottobre 2016

Alle/Agli Scienziat@ invitat@ ed ai partecipanti all’Incontro “Le/Gli Zapatisti e le ConScienze per l’Umanità”:

Alle compagne, compagni, compañeroas della Sexta Nazionale e Internazionale:

Sorelle e fratelli:

Vi mandiamo i nostri saluti. Vi scriviamo per comunicarvi quanto segue:

Primo – Su indicazione del Congresso Nazionale Indigeno, che in questo momento sta consultando comunità, tribù, nazioni e popoli originari di tutto il Messico, e la proposta emanata dalla prima tappa del Quinto Congresso, vi informiamo che l’assemblea permanente del CNI si reinstallerà il giorno 29 dicembre 2016, presso il CIDECI-UNITIERRA di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

Il CNI si riunirà in tavoli di lavoro i giorni 30 e 31 dicembre del presente anno. In quei tavoli, o prima se così lo disporrà il CNI, si renderanno noti i risultati della consultazione. Il giorno primo gennaio 2017 l’assemblea plenaria si terrà in Oventik, Chiapas, Messico, dove si prenderanno accordi, se ci saranno.

Le compagne e compagni delle comunità, tribù, nazioni e popoli originari che incorporano il Congresso Nazionale Indigeno, ci informano che hanno problemi economici per raggiungere detta riunione, e per questo chiedono l’aiuto solidale della Sexta nazionale e internazionale e di ogni persona onesta che voglia appoggiare in questo senso. Per questo, le/i compas del CNI chiedono di contattarli direttamente al seguente indirizzo di posta elettronica: info@congresonacionalindigena.org

Verrà quindi indicato dove e come mandare il vostro sostegno.

Ovviamente, se pensate che riunendosi, pensando e decidendo collettivamente i loro passi ed il loro destino, le/i compas del CNI fanno il gioco della destra e pregiudicano l’avanzata i-n-a-r-r-e-s-t-a-b-i-l-e della sinistra istituzionale, potete dare l’aiuto a condizione che vi obbediscano, o accompagnare il vostro contributo con qualcosa come: “vi dò questi 2 pesos, ma non lasciatevi ingannare e manipolare da quella faccia di straccio“.

O potete soltanto dare il vostro supporto e, come tutt@ noi, cercare di imparare da loro.

Secondo – Con l’occasione vi confermiamo inoltre che l’Incontro “Le/Gli Zapatisti e le ConScienze per l’Umanità” si terrà nei giorni e luoghi già annunciati:

Dal 25 dicembre 2016 al 4 gennaio 2017 nelle strutture del CIDECI-UNTIERRA a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico. Con una interruzione i giorni 31 dicembre 2016 e primo gennaio 2017. Se siete interessati a partecipare come uditori e/o spettatori, l’indirizzo di posta elettronica al quale registrarsi per partecipare è conCIENCIAS@ezln.org.mx

Così, si svolgeranno in maniera simultanea, le esposizioni sulle Scienze esatte e naturali, da una parte, e le riunioni di lavoro del Congresso Nazionale Indigeno dall’altra.

Per ora è tutto.

Subcomandante Insurgente Moisés         Subcomandante Insurgente Galeano

Messico, ottobre 2016

 

Dal Quaderno di Appunti del Gatto-Cane, sezione “né storie, né leggende”:

Quello che il Dottor John H. Watson non racconterà.

Montagne del sudest messicano. Piove a dirotto. Si riescono appena a sentire le grida che, per darsi indicazioni, si lanciano quelli che continuano a perforare il muro. C’è chi si protegge a malapena dalla pioggia con un telo di nylon, ma la maggioranza ha camicie, bluse, gonne e pantaloni inzuppati, mentre piove ancora sulla terra.

Il muro si estende fino a dove arriva lo sguardo. Nonostante la sua apparente forza, ogni tanto traballa in qualche punto della sua lunga cortina. Chi abita in queste terre sostiene che il muro è in grado di rigenerarsi da sé stesso, e per questo non devono fermarsi dal loro lavoro di mantenere aperta una crepa. Consultando storie e leggende che circolano tra gli abitanti, si conclude che lo scopo del muro non è solo impedire che ci si conosca o ci si incroci con l’altro lato; ma inoltre convince chi lo guarda che non c’è niente dall’altra parte, che il mondo finisce lì, ai piedi della sua solida base e di fronte all’infinita estensione, in longitudine e altitudine, della sua superficie.

Fuori da una delle capanne vicine al muro, seduta col mento appoggiato su una delle sue manine, una bambina osserva. Ma i suoi occhi non sono rivolti alla superba muraglia, bensì ai piedi di chi colpisce e graffia la parete. O meglio, al terreno disseminato di fango e pozzanghere.

Poco dietro di lei, un essere strano, che sembra un cane, o un gatto, si protegge sotto lo stipite della porta. La bambina si volta e gli dice: “Senti tu, gatto-cane, hai forse paura della pioggia? Io no. Mica per niente mi chiamo “Difesa Zapatista”. Ti immagini se mentre siamo in partita e piove, diciamo “oh no, è meglio uscire altrimenti mi bagno”? Assolutamente no. Con le mani ti sistemi i capelli, e siccome sono bagnati restano lisci e a posto, e a far volare i corvi ti caveranno occhi. Ma non è che faccio così per civettare con quegli stronzi di uomini. No, è per vedere quando arriva la palla o quando va. Altrimenti, perché sennò. E poi anche se stai nella capanna, tu gatto o cane che sia, ti bagni uguale. Guarda, mi è venuta un’idea”.

La bambina entra in casa e ne esce subito con alcune pentole, secchi e scatole di latta vuote. Le sistema sotto le catinelle d’acqua che cadono dai bordi del tetto di lamiera. Sembrerebbe che li sistemi a caso, invece no. Ogni tanto li cambia di posto. L’essere che la bambina chiama “gatto-cane”, abbaia e miagola. La bambina lo guarda e gli dice: “Aspetta, poi vedrai che cosa sto facendo”.

La bambina continua a cambiare posto a pentole e secchi e, ad ogni cambio, cambia il suono delle gocce che cadono sulla superficie. La bambina ascolta un momento e cambia ancora di luogo e suono la strana sinfonia.

In quel mentre, arrivano due uomini. Uno è alto e goffo, l’altro è più basso di statura e di costituzione media. Entrambi hanno dei begli ombrelli ed il più alto indossa un elegante impermeabile, una specie di cappello e tra le labbra tiene una pipa ricurva. Non dicono niente, guardano soltanto la bambina che va e viene. Ad un certo punto, il goffo con l’impermeabile elegante tossicchia e dice: “Scusi signorina, mi permette di coprirla sotto il mio ombrello? Così non si bagnerà mentre fa… mentre fa quello che sta facendo, qualunque cosa sia”. La bambina lo guarda con ostilità e risponde “Mi chiamo forse “signorina”? io mi chiamo “Difesa Zapatista” (la bambina sfodera la sua espressione migliore di “allontanati dalle mie pentole e secchi o muori”). E quello che sto facendo è una canzone”. L’uomo commenta tra sé: “mmm, una canzone, interessante mio caro Watson, interessante”. L’interpellato annuisce col capo mentre si ripara sotto lo stipite della porta e guarda sconsolato il cagnolino… be’, il gattino… mmm, qualunque cosa sia quello che gli sta vicino sotto il telaio della porta.

L’uomo dallo strano berretto osserva con attenzione l’andirivieni della bambina. All’improvviso il suo viso si illumina ed esclama: “Chiaro! Elementare. Una canzone. Non potrebbe essere altrimenti”.

E rivolgendosi a chi ora condivide col gatto-cane il piccolo spazio dove la pioggia non bagna, dice: “Attenzione Watson, qui c’è qualcosa che non potrà mai riportare in una di quelle romanzesche volgarizzazioni della scienza investigativa con la quale tormenta i suoi scarsi lettori, sempre che ce ne siano. Osservi con attenzione. Quello che sta facendo la signorina…ehm…. ehm… volevo dire, quello che sta facendo “Difesa Zapatista” è combinare principi di matematica, fisica, biologia, anatomia e neurologia. Cambiando posto a questi strani recipienti di metallo e collocandoli sotto i diversi rivoli di acqua, ottiene differenti suoni individuali, i quali, nell’insieme, producono distinte combinazioni di note che, deduco, arriveranno ad essere una melodia. In seguito, col cambiare dei ritmi, ci sarà musica e da lì, elementare mio caro Watson, una canzone. Bravo!” L’uomo passa l’ombrello a quello che sta sotto lo stipite ed applaude con entusiasmo.

La bambina ha abbandonato per un attimo la sua occupazione e si è fermata ad ascoltare l’uomo. Dopo gli applausi, la bambina chiede: “stai dicendo, una tonelada*, vero?”.

*) gioco di parole: tonada=brano musicale e tonelada-tonnellata

Tonelada?”, ripete l’uomo, e dopo averci pensato per un momento esclama: “Certo! Tonelada, motivo, brano. Sì signorina, un brano e non una tonnellata, sebbene in verità esistano brani molto pesanti”.

La bambina corruga la fronte e spiega: “Ti ho già detto che non mi chiamo “signorina”, mi chiamo “Difesa Zapatista”, e tu, come ti chiami?”.

L’uomo risponde: “Ha ragione, è una mancanza di educazione che non mi sia presentato” e, con un live inchino, si presenta “Il mio nome è Sherlock Holmes, detective esperto. Ed il mio accompagnatore, che sta tremando per la poggia e il freddo, è il dottor John H. Watson, volgarizzatore della scienza” e tendendo la mano alla bambina, aggiunge “E lei è… già, certo, me l’ha detto prima, “Difesa Zapatista”. Strano nome per una bimba. Be’, sembra tutto un po’ strano da queste parti”.

La bambina ignora la mano tesa, ma si mostra interessata. “Detective esperto… e cos’è?”, chiede. “Combatto il crimine, signorina, indago osservando, analizzando ed applicando le scienze”, risponde l’uomo con malcelata modestia.

Ah, come Elías Contreras che è commissione di indagine zapatista”, dice la bambina.

L’uomo tenta di spiegare, ma la bambina prosegue:

Bene, senti, io ho già parlato con Elías per farlo entrare in squadra, ma risulta che è morto e si occupa del male e del cattivo, cioè sta investigando sul dannato sistema capitalista. Gli ho detto che può entrare nella squadra, anche se è defunto, ma dice che il supmarcos lo manda a indagare e così non può partecipare agli allenamenti. La cosa strana è che anche il supmarcos è morto. Credo che si capiscono perché sono entrambi defunti. Certo, adesso non ci si può allenare molto perché il campo è tutto zuppo e la palla non rimbalza, se ne resta lì attaccata al terreno e per quanti calci gli dai, non si muove, si sposta appena e poi si ferma di nuovo. E così ti riempi di fango e poi arrivano le mammine con il loro “devi lavarti” e quindi, giù al fiume. A te piace lavarti? A me non piace. Solo nel caso ci sia un ballo, allora sì, perché non si può essere sporca di fango quando suonano “quella del moño colorado”. La conosci “quella del moño colorado”? Quella è una bella canzone perché si balla così (la bambina si dondola dolcemente, da un piede all’altro menta canticchia), non come quel caos che ballano i giovani di oggi ai quali piace quella musica che poi si riducono sudati fradici come se non si fossero lavati. Ma alle mammine importa se c’è il ballo? Niente affatto, a lavarsi dunque, altrimenti, a far volare i corvi ti caveranno gli occhi. Tu ce l’hai le mammine? Be’, le mammine sanno sempre tutto. Lo sanno, e basta. Non so come fanno, ma lo sanno. Tu dovresti indagare come fanno a saperlo. Io l’ho detto all’Elías di indagare, ma il maledetto se la ride. E ancora peggio il SupMoy, che forse ti appoggia? Se passa di qua e le mammine ti ordinano di lavarti, credi che ti difende? Niente da fare, devi ubbidire alle mammine, dice. Io un giorno ho protestato con lui perché se la lotta dice comandare ubbidendo, allora che sia che le bambine comandino e le mammine ubbidiscano. Ma niente da fare, il dannato se la ride. Senti, fai attenzione perché ti spiego: sembra che non abbiamo completato la squadra. Perché? Be’, perché non c’è disciplina, non capiscono l’organizzazione della lotta. Un momento ti dicono che entrano ed un altro momento, se ne vanno da un’altra parte. Chi di qua, chi di là. Ma sono solo pretesti. E se no, dicono che è per lavorare per la lotta. Forse che giocare non è un lavoro della lotta? Il defunto supmarcos diceva che il lavoro dei bambini è giocare. Be’, diceva anche studiare, ma non scriverlo, eh! Insomma, così non si può completare la squadra, non c’è serietà. Ma tu non preoccuparti, non disperare se la squadra non si completa rapidamente, lo sappiamo che ci vorrà tempo, ma poi saremo in tanti. Io adesso non posso allenare e non mi lasciano bucare il muro perché sta piovendo e mi bagno… Credi che dicano così? Insomma, quando mi lavo mi bagno. Io l’altro giorno ho voluto fare un discorso politico alle mie mammine ed ho detto loro che non è bene che io mi lavi perché mi bagno, e alla scuola autonoma dicono che non è bene che le bambine si bagnino, perché prendono la tosse, vero?

Allora le mie mammine si sono messe a ridere, credo non abbiano capito il discorso politico e, fila via al fiume, e lavati dietro le orecchie, e questo e quell’altro. E tu, come ti chiami, non distrarti, perché siccome non posso allenare né forare il muro, allora mi sono messa a pensare e pensare. E pensa e ripensa. Ma non a stupidate, ma alla lotta. Allora ho pensato che abbiamo bisogno di una musica per quando vinceremo la partita. Perché se non c’è musica, non avremo la contentezza della vittoria, mi capisci? Ma cosa ne capisci, se stai solo guardando. Bene, ti spiego. Guarda, le mammine lo sanno, non sappiamo come, ma lo sanno. Se hai una domanda difficile, vai dalle tue mammine e zac! loro hanno la risposta. L’altro giorno le mie mammine mi hanno raccontato una specie di storia. Che il defunto ha detto che la lotta ha bisogno delle scienze e delle arti. Io non so cosa sono le scienze e le arti, e allora le mie mammine me l’hanno spiegato. Te lo spiego perché credo che tu non lo sai. Guarda, secondo le scienze e le arti non è che fai le cose così come ti pare, a caso, ma prima immagini come sarebbe quello che vuoi fare, poi studi come fare per farlo e poi lo fai, ma non così, ma in maniera allegra, con molti colori e molta musica, capisci? Bene, allora io l’ho pensato e immaginato come è la nostra musica quando vinciamo la partita. È molto allegra, ma non ballabile, perché vincere una partita è una cosa seria, tanto quanto la mia squadra, come il gatto-cane qui presente che non ubbidisce, ma solo corre e corre, e siccome ha le zampe storte, va via di lato. Quindi la canzone deve essere allegra, ma seria. Cioè che dia piacere, che rallegri il cuore. Così, mentre me ne stavo qui seduta a pensare alla musica, cioè al ritornello della canzone, mi è venuta l’idea. Stavo ascoltando il suono della pioggia che cade, ed ho visto che suona in maniera diversa in ogni pozzanghera. Allora ho tirato fuori le pentole della mia mamma ed alcuni barattoli e secchi del collettivo di noi donne, e sto qui ad ascoltare come suona ognuno e come suonano collettivamente. Perché vedi, non è lo stesso se individuale o in collettivo. In collettivo è più allegro, si sente bene. Invece, individuale, è sempre lo stesso, anche se cambi il recipiente. Ma se li metti insieme, è tutta un’altra cosa. Certo, la questione è come fare a metterli insieme per far uscire qualcosa di allegro. Capisci? Cioè, è qui dove arrivano le scienze e le arti e la cosa riesce. Non come il Pedrito che crede di saper cantare, ma sa solo cose del Pedro Infante. Che ne sa dell’amore? Niente, solo di cavalli e ubriaconi. E che ne sa, perché il Pedrito non beve perché è un bambino e non beve perché è zapatista. E tu pensi di trovarti una marita se gli canti di cavalli? No, per niente, mai. E peggio ancora se è una canzone di ubriachi. A me, cantano di cavalli, perché io ne ho uno, solo che è orbo, cioè, un occhio vede e l’altro no. Veramente, il cavallo non è mio, perché in effetti non ha padrone. Nessuno sa da dove è venuto, è arrivato all’improvviso nel campo. Io l’ho subito reclutato nella squadra, ma siccome non vede bene, ho dovuto mettermi io alla difesa. Ma, se mi cantano una canzone di ubriaconi, volano gli schiaffi e a far volare i corvi ti caveranno gli occhi. Le mammine dicono che bere non serve, che rende gli uomini stupidi. Be’, ancora più stupidi. E poi picchiano le donne. Certo, ora è diverso perché noi donne ci difendiamo. Io, siccome sono difesa zapatista, mi alleno anche perché gli uomini non mi molestino quando sarò grande, cioè quando crescerò e sarò una single. Ma non distrarti, appunta nel tuo quaderno quello che ti ho spiegato, scrivilo che le scienze e le arti sono molto importanti…

In quel mentre, il gatto-cane comincia ad abbaiare e miagolare. La bambina si volta a guardarlo e gli domanda “Che c’è?” Il gatto-cane fa le fusa e latra. La bambina corre nella capanna, proprio quando la pioggia taglia la sua umida gonna ed il cielo si rischiara.

Non piove più quando la bambina esce correndo dalla capanna con un pallone in mano. Il gatto-cane esce correndo dietro di lei.

Mentre si allontana, la bambina grida: “Quando finisci di prendere appunti, vieni. Non preoccuparti se la squadra non è ancora fatta. Presto si allargherà e saremo in tanti”.

L’uomo che chiamano “Dottor Watson”, chiude l’ombrello e tende la mano per assicurarsi che abbia davvero smesso di piovere.

L’uomo dal cappello assurdo continua a guardare la bambina che si allontana. Quindi estrae una lente d’ingrandimento dal suo impermeabile ed analizza ognuno dei contenitori ora muti, senza pioggia che tiri fuori da essi una canzone.

Interessante, mio caro Watson, molto interessante. Credo che varrà la pena restare un po’ da queste parti. L’atmosfera è pulita e la nebbia mi ricorda la strada del panettiere di Londra”, dice l’uomo alto e magro mentre stira le braccia per respirare meglio l’aria delle montagne del sudest messicano.

Restare per un po’, Holmes? Perché?”, domanda l’altro uomo mentre si scrolla di dosso alcune gocce di pioggia ritardatarie, “non credo che saremmo di molto aiuto, e quella bambina sembra soffrire di diarrea verbale, un tranquillante farebbe molto bene… a chi deve ascoltarla”.

No, Watson, non aiuteremo nessuno. Sono venuto solo ad incontrare un famoso vecchio. Penso però che sarà difficile incontrarlo….. almeno in vita”, dice l’uomo mentre ripone la lente d’ingrandimento e si incammina.

L’altro uomo si affretta a raggiungerlo mentre chiede “Allora, che ci facciamo qui, Holmes?”.

Imparare, mio caro Watson, imparare”, dice l’uomo mentre tira fuori di nuovo la lente d’ingrandimento e si ferma ad osservare un insetto.

Mentre le due figure si dileguano nella nebbia, in lontananza si sentono latrati, miagolii ed una risata infantile, una risata come se fosse una canzone.

Quindi, quasi impercettibilmente, il muro trema…

In fede.

Bau-Miau.

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Da Baker Street alle montagne del Sudest Messicano.

https://youtu.be/GnaorWzg7aQ

baker-street

Musica “Baker Street”, Gerry Rafferty, con Raphael Ravenscroft al saxofono. 1978. Foto di Sherlock Holmes e del dottor Watson nella serie “Sherlock”, serie televisiva britannica della BBC, interpretata da Benedict Cumberbatch (Sherlock Holmes), e Martin Freeman (Dottor Watson). Coprodotta da Hartswood Films e WGBH, la serie è stata creata da Steven Moffat e Mark Gatiss. In coda, un ricamo (prima tracciato e poi realizzato) dalle/dagli insurgent@s zapatisti per il Festival CompArte 2016, dal titolo “Difesa Zapatista e l’Iidra”. La creazione della bambolina nel biliardino è stata realizzata nel 2013 da un bambino di 9 anni che partecipava alla escuelita zapatista, vide il biliardino e vi mise la bambolina. Le illustrazioni alla fine del video sono della squadra di appoggio CVI, sezione “Tercios Compas”.

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Ricami e disegni delle/degli insurgent@s dell’EZLN per il compArte

https://youtu.be/koo0Tw5MHMQ

bordado

Ricami e disegni realizzati dalle/dagli insurgent@s zapatisti per il Festival CompArte
Musica: “Resistencia”, dall’album LDA V The Lunatics, Los de Abajo.

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2016/10/27/calendario-de-continuacion-del-5o-congreso-del-cni-y-del-encuentro-ls-zapatistas-y-las-conciencias-por-la-humanidad/

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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ezln22 L’EZLN, il CNI e le elezioni

Luis Hernández Navarro – La Jornada 18 ottobre 2016

L’EZLN ed il CNI hanno concordato di consultare i villaggi e le comunità a proposito della candidatura di una donna indigena alla Presidenza della Repubblica per le elezioni del 2018. La decisione ha sollevato una polemica enorme. Alcuni vedono in questa scelta una svolta di 180 gradi della sua linea d’azione. Altri, il suo ingresso in politica. Altri ancora, una manovra per la formazione di una coalizione contro Andrés Manuel López Obrador.

Queste tre opinioni sono, oltre che sbagliate, pregiudizievoli. Si basano sulla disinformazione e su uno schema di analisi che ha come punto di partenza: chi non è con me, è contro di me. Questi punti di vista ignorano la storia e la traiettoria politica, sia dell’EZLN sia delle organizzazioni indigene che fanno parte del CNI.

Fin da quando l’EZLN è emerso nella vita pubblica, non è mai stata una forza astensionista. Non ha incitato né all’astensione né al boicottaggio delle elezioni, ma all’organizzazione e alla lotta. E, almeno in un’occasione, ha promosso il voto per un candidato.

Nelle elezioni presidenziali del 21 agosto 1994, invitó a votare contro il PRI, come parte della sua lotta contro il sistema partitico di stato e del presidenzialismo. Inoltre, il 15 maggio dello stesso anno, a Guadalupe Tepeyac, le basi zapatiste e il subcomandante Marcos ricevettero il candidato del PRD, Cuauhtémoc Cárdenas e il suo entourage. I ribelli li accolsero e riconobbero che l’allora candidato li aveva ascoltati con attenzione e rispetto. Tra l’altro, criticarono il sol azteca.

Pochi giorni dopo, tramite la Seconda Dichiarazione della Selva Lacandona, convocarono “una Convenzione Nazionale Democratica che emani un governo provvisorio o di transizione, attraverso le dimissioni dell’Esecutivo federale o per via elettorale”. Segnalarono successivamente che il processo avrebbe dovuto portare alla stesura di una nuova Costituzione e allo svolgimento di nuove elezioni.

Ben presto, l’EZLN sostenne la candidatura del giornalista Amado Avendaño, in quanto membro della società civile, come governatore del Chiapas. E, dopo la truffa elettorale che impedì il suo trionfo, lo riconobbe come governatore ribelle e lo trattò come tale.

Alla fine del 2005 gli zapatisti promossero l’organizzazione di un grande movimento nazionale per trasformare le relazioni sociali, sviluppare un programma di lotta nazionale e creare una nuova costituzione politica. In questo contesto, inaugurarono l’altra campagna, un’iniziativa di politica popolare dal basso e a sinistra, indipendente dai partiti politici ufficiali, di stampo anticapitalista.

Anche se l’altra campagna non mai incitato ad astenersi o a boicottare le elezioni, ha criticato aspramente i candidati dei tre principali partiti politici, tra cui Andrés Manuel López Obrador. Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2 luglio 2006, a seguito della repressione di San Salvador Atenco (3 e 4 maggio dello stesso anno) che cambió le dinamiche di quest’iniziativa politica, con una cerimonia al cinema Rivoluzione di Città del Messico, il subcomandante Marcos si oppose personalmente a mettere in discussione chi aveva intenzione di votare. “Chi vuole votare, che voti”, disse in quell’occasione.

Gli zapatisti sono stati considerati responsabili per il risultato finale delle elezioni del 2006 e addirittura per la frode che strappò la vittoria alle urne di Andrés Manuel López Obrador. Pochi giorni fa, il leader di Morena ha dichiarato che in quei giorni, l’EZLN e la chiesa progressista invitarono a non votare per lui (cosa che non è mai successa), contribuendo indirettamente a rubargli le elezioni. Da allora, il dibattito è stato aspro e intenso e non ha cessato di esserlo, nonostante siano passati più di 10 anni.

Per anni, la posizione degli zapatisti non è cambiata. Ciò è stato confermato dal subcomandante Moisés nel comunicato intitolato “sulle elezioni: organizzarsi” datato aprile 2015, in cui avverte: “In questi giorni, come ogni volta che avviene questa cosa che chiamano “processo elettorale”, sentiamo e vediamo che se ne escono col fatto che l’EZLN chiama all’astensione, cioè che l’EZLN dice che non si deve votare. Dicono questa e altre stupidaggini”.

Più tardi chiarisce la posizione dei ribelli sulla situazione elettorale di quell’anno: “Come zapatisti che siamo non chiamiamo a non votare e nemmeno a votare. Come zapatisti che siamo ciò che facciamo, ogni volta che è possibile, è dire alla gente che si organizzi per resistere, per lottare, per ottenere ciò di cui si ha bisogno”.

Il recente documento dell’EZLN e del CNI, “Tremi nei loro centri terra” rappresenta un cambiamento nella posizione dei ribelli. Ma non di 180 gradi, perché non sono mai stati astensionisti.

L’invito è ad avventurarsi in una nuova forma di azione, il cui asse centrale è la partecipazione diretta nel contesto elettorale, come forma di resistenza, di organizzazione e di lotta. Si tratta di mettere gli indigeni e i loro problemi al centro dell’agenda politica nazionale, di dare visibilità gli attacchi contro le popolazioni indigene, di costruire il potere dal basso. La decisione non significa l’ingresso dell’EZLN nella lotta politica. Gli zapatisti ci sono sempre stati. Non hanno mai smesso di fare politica da quando hanno fatto irruzione nella vita pubblica sollevandosi con le armi nel 1994. Si può essere o non essere d’accordo con la politica che hanno fatto, ma ridurre la loro partecipazione politica all’azione elettorale è una cavolata.

Lo stesso vale per le organizzazioni che compongono il CNI. La mobilitazione dei purépecha di Cherán (un’esperienza chiave nel nuovo corso della lotta indigena) per il riconoscimento del loro autogoverno e della loro autonomia è essenzialmente politica. Anche l’esperienza di autodifesa dei náhuatl di Ostula o la difesa della comunità otomí Xochicuautla del suo territorio e delle risorse naturali.

Nessuno ha il monopolio della rappresentanza politica della sinistra messicana. Questa rappresentanza si guadagna quotidianamente nella lotta. Accusare gli zapatisti e il CNI di assecondare il gioco del governo perché intendono partecipare alle elezioni del 2018, a margine dei partiti politici, è un segno di arroganza e d’intolleranza. In definitiva, sarà la società messicana in generale e i popoli indigeni in particolare, a decidere se questo percorso sia utile per trasformare il paese.

testo originale

traduzione a cura di 20ZLN

 

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tegus represion 20.10.16

Ancora morte e repressione per i movimenti popolari in Honduras. La denuncia del CICA.

Contro la manifestazione del COPINH (Consejo Civico de Organizaciones Populares e Indigenas de Honduras), alla quale partecipavano anche bambini ed anziani delle comunità lenca rappresentate dall’organizzazione, sono stati gettati gas lacrimogeni, anche ad altezza d’uomo.

Nelle ultime settimane, sconosciuti hanno tentato di uccidere altri due attivisti del COPINH -tra cui il coordinatore ad interim dell’organizzazione, Tomas Gomez Membreño-. Pochi giorni prima, a fine settembre, era stato rubato l’incartamento delle indagini in corso a Tegucigalpa per stabilire le responsabilità nell’omicidio di Berta Caceres.

“Denunciamo l’accerchiamento nei confronti del COPINH, la brutale repressione contro un’organizzazione che negli ultimi 23 anni ha portato avanti in modo indipendente la propria lotta per il riconoscimento dei diritti indigeni -sottolinea Thomas Viehweider, portavoce dell’associazione Collettivo Italia Centro America (CICA), da oltre dieci anni partner del COPINH-. Quanto accaduto nelle ultime settimane ci porta a considerare necessario anche un intervento da parte del Parlamento e del Governo italiano, per spingere la nostra ambasciata in Honduras ad esprimere preoccupazione al governo hondureño”.

Meno di tre settimane fa Bertha Zuniga Cáceres, attivista del COPINH e figlia di Berta Cáceres, invitata in Italia dal CICA, è stata audita dal Comitato diritti umani della Comissione esteri della Camera dei deputati (qui il video dell’audizione): ai parlamentari italiani, Zuniga Cáceres ha ricordato l’importanza di una pressione internazionale sul governo hondureño. Il Paese resta il più pericoloso per gli attivisti per i diritti umani, come segnalato dalla Ong Global Witness: il 18 ottobre, nel dipartimento dell’Aguan, sono stati assassinati due dirigenti del Movimiento Unificado Campesino del Aguán (MUCA), il presidente José Ángel Flores e Silmer Dionisio George.

24 ottobre 2016 Collettivo Italia Centro America – CICA www.puchica.org

Per info: honduras@puchica.org, tel.3391597004 (Thomas Viehweider)

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Sub Galeano: Vi preoccupa che una donna indigena non sappia parlare bene lo spagnolo, ma non che l’attuale titolare dell’esecutivo federale non sappia parlare, ……..

Domande senza risposte, risposte senza domande, consigli su consigli.
(note prese dal quaderno di appunti del Gatto-Cane)

20 ottobre 2016

A chi di dovere:

Domande senza risposte:

– Ed anche per le donne assassinate per il “grave” reato di essere donne, ci sarà scherno, disprezzo e l’accusa, per il fatto di esigere che cessino le aggressioni e col loro sangue inserire il tema nell’agenda non solo nazionale, ma mondiale, di fare il gioco della destra? Perché non stanno morendo, le stanno ammazzando. E se si rifiutano di accettare che è un problema che si risolve attaccando la corruzione? E se osano dire che l’origine di questo odio assassino sta nel sistema? E se viene loro la strampalata idea di mettere da parte gli uomini nelle decisioni vitali (sì, di vita)? E se decidono di prendere il loro destino nelle proprie mani? Qualcosa, o tutto questo, sarebbe una manovra governativa per impedire che eccetera?

– E loas otroas, dovranno sperare che la classe politica posi il suo eminente sguardo su uno dei losabajos più umiliati? Devono rassegnarsi ad essere asesinadoas fino a raggiungere il numero che meriti attenzione? E se si organizzano, e se chiedono rispetto, e se decidono di dire basta al disprezzo che si trasforma in morte? Sarà detto loro che la loro problematica non è prioritaria, che non è politicamente corretta in generale ed in particolare controproducente in una fase elettorale, che devono adeguarsi e non insistere nelle loro rivendicazioni?

– La chiesa progressista i cui parroci, sorelle e laici toccano con mano, senza intermediari, il dolore, l’angoscia e la disperazione di migranti, di familiari di desaparecid@s, di popoli interi aggrediti, la rabbia per l’impunità, la frustrazione per subire l’ingiustizia fatta legge con la toga, che interesse ha ad amministrare questo dolore a proprio beneficio? Che cosa ci guadagna facendo suo questo dolore, identificandosi con questa rabbia? E se da questa visuale, costruita non solo a fronte di minacce di ogni tipo, ma anche rischiando la vita terrena, vede che non bastano le soluzioni che vengono offerte e lo esprime liberamente e ragionevolmente, dunque, essendo quello che è ed agendo di conseguenza, si oppone ad un cambiamento reale?

– Se la sola possibilità di esistenza civile (con diritti ed obblighi) di una donna indigena fa sì che “la terra tremi dalle sue fondamenta”, che cosa succederebbe se il suo ascolto e la sua parola percorressero il Messico del basso?

– A voi che state leggendo, darebbe fastidio vedere ed ascoltare un dibattito tra la Calderona[I] di sopra, con i suoi abiti “tipici” di marche esclusive, ed una donna del basso, indigena di sangue, cultura, lingua e storia? Vi interesserebbe di più ascoltare quello che prometterebbe la Calderona o quello che proporrebbe l’indigena? Non vorreste assistere a questo scontro tra due mondi? Da una parte, non ci sarebbe la donna di sopra, nata e cresciuta con tutte le comodità, educata nel sentimento di superiorità di razza e colore, complice ed erede preferita di uno psicopatico dedito all’alcool e al sangue, rappresentante di una élite che porta alla distruzione totale una Nazione, indicata dal Prepotente come la sua portavoce; mentre dall’altra parte, una donna che, come molte altre, si è formata lavorando e lottando tutti i giorni, a tutte le ore ed in tutti i luoghi, non solo contro un sistema che la opprime come indigena, come lavoratrice e come povera, ma anche come donna che si è scontrata e si scontra contro un sistema fatto ad immagine e somiglianza dei cervelli degli uomini e di non poche donne, che con tutto contro, oggi, senza ancora saperlo, forse dovrà rappresentare non più solo sé stessa, o il suo collettivo, o la sua comunità, tribù, nazione o popolo originario, ma dovrà aspirare a rappresentare milioni di donne differenti per lingua, colore e razza, ma uguali nel dolore e nella ribellione? Da una parte, non ci sarebbe una donna creola, bianca, simbolo dell’oppressione, lo scherno, l’impunità, l’impudicizia; e dell’altra una donna che dovrà innalzare la sua essenza indigena al di sopra di un razzismo che permea tutti gli strati sociali? Non sarebbe vero che, senza neppure rendervi conto, smettereste di essere spettatrice, spettatore, e desiderereste, dal più profondo del cuore, che in quel dibattito vincesse, correttamente, quella che ha tutto contro? Non approvereste che con quella donna indigena vincesse la ragione e non la forza del denaro?

– Vi preoccupa che la donna indigena non sappia parlare bene lo spagnolo, ma non che l’attuale titolare dell’esecutivo federale non sappia parlare, punto?

– È così solido il sistema politico messicano, e tanto certe e consistenti le tattiche e le strategie dei partiti politici, che basta che qualcuno dica pubblicamente che sta pensando a qualcosa, e che chiederà a suoi altri uguali che cosa ne pensano, perché tutti diventino isterici.

– In che misura la proposta che un consiglio di governo indigeno (concejo con la “c” [II]), cioè, un collettivo e non un individuo, sia responsabile dell’esecutivo federale, sostiene-il-presidenzialismo-si-fa-complice-della-farsa-elettorale-contribuisce-a-rafforzare-la-democrazia-borghese-fa-il-gioco-dell’oligarchia-e-dell’imperialismo-yankee-cinese-russo-giudeoislamico-millenarista,-oltre-a-tradire-gli-alti-principi-della-rivoluzione -proletaria-mondiale?

– Dobbiamo seguire l’inerzia della classe politica, di teste “pensanti” e saltimbanchi di ogni genere, e rispondere alle critiche infondate e a quelle che, con fondamento ci criticano e ci fanno pensare, con insulti che, oltre ad essere oziosi, ormai annoiano (come peñabots, paniaguados, pejezombis, perderistas[III] ecceteristi)?

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– Idea per diventare milionar@ (o per tirar su soldi per la raccolta di firme e la campagna – oh, oh, sembra una cosa seria -): un’applicazione che su tuiter autocensuri quando si scrive una stupidaggine. Già, perché gli schreen shot non perdonano. Come? Vi è già capitato? Bene, attenzione, perché quando il CNI ci autorizzerà a spiegare, cancellare quei tuits sarà inutile.

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– Classifica della prima settimana:

Finalista per il miglior topic: El Deforma[IV] (che non ha nemmeno molto merito, perché El Deforma è come il Barcelona F.C. dei topic).

Finalista per il miglior tuit di fondato sospetto: “A me quello che appare sospetto è che l’#EZLN torna sempre di moda quando fa freddo e quei dannati passamontagna salgono di prezzo.

Finalista per la miglior serie di tuits sul tema: “Sentite un po’, gli zapatisti usano Twitter? / Lo chiedo perché qui ci stiamo burlando di loro / Dicendogli, ordinandogli quello che possono e devono fare e no / e se loro se ne fregano / se non ci ascoltano / è come masturbarsi eccitandosi guardando una confezione di cereali / attenzione: ricordarsi di cancellare questa serie di tuits /  Warning! Il tuo account Twitter ha subito l’attacco di uno screen shot.

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– Sentite, un consiglio gratis (consejo con la “s”): non vi farebbe male un corso di comprensione di lettura. E parlando di lettere, anche uno di composizione… anche fosse con il limitato orizzonte dei 140 caratteri.

– Massima non confuciana: “sebbene sembri incredibile, pare ci siano non uno, ma molti mondi fuori dai social network”.

Difesa Zapatista, Chicharito Hernández e Lionel Messi.

Non so come accidenti entrò quel pallone nella mia capanna, il fatto è che dietro ad esso arrivò una bambina di… quanti anni? Dico tra gli 8 e i 10, che in comunità possono essere anni o decenni. Non è la prima volta che l’irriverenza e l’allegria dell’infanzia zapatista irrompe nella stanza solitaria che, a volte, mi ospita, cosicché non gli feci molto caso e continuai a guardare e leggere la tormenta sui social network e sui media liberi e prezzolati. Non mi sarei accorto della presenza della bambina se non avesse detto, con voce da esperta: “è come quella del Chicharito e del Messi“. Allora mi resi conto che la bambina, da sopra la mia spalla, stava guardando lo schermo del mio portatile. Ricordando la vecchia massima che il miglior attacco è la difesa, le chiesi: “E tu, chi sei? Non ti conosco”. La bimba rispose “io mi chiamo Difesa Zapatista” con lo stesso tono di ovvietà come se dicesse “energia uguale massa per la velocità della luce al quadrato”. Ed indicando il pallone, aggiunse: “El Chicharito non gioca nel Barcelona e Messi non gioca nei Jaguares de Chiapas”. Mi voltai per vedere se, senza accorgermi, avessi cambiato hashtag, invece no, in testa si leggeva “#ezln”. Quello che avviene nella testa di una bambina zapatista, più che un mondo è un Big Bang in continua espansione, ciò nonostante le domandai “E questo cosa diavolo c’entra?”. La bambina rispose con la stessa faccia con cui si dice: “Non sai niente, John Snow”:

Lì è come se stanno dicendo che il Chicharito non fa goal nel Barcelona e che il Messi non fa niente affinché los Jaguares guadagnino punti. Alcuni dicono che il Chicharito si rimetterà, altri che è andato. Alcuni dicono che il Messi è triste perché non lo sostengono nel paese in cui è nato, altri dicono che gli stringono le scarpe e se cambia scarpe calcerà meglio la palla.

  Ma il Chicharito non gioca nel Barcelona né Messi nei Jaguares. Cioè, poi si arrabbiano”.

Stavo valutando il cambio di paradigma che faceva supporre il ragionamento di “Difesa Zapatista”, quando disse: “Senti Sup, perché non si organizza una partita di calcio quando vengono quelli che sono come siamo qua? Beh, non abbiamo completato la squadra e il dannato Pedrito si crede molto macho, ed il gatto-cane non obbedisce agli ordini, il cavallo cieco dorme e gli altri giocatori a volte vengono e a volte vanno. Guarda, io ho già pensato alla canzone di quando vinciamo la finale. Conosci il ritornello? Ma che ne sai, sei il sup! Quindi ti consiglio di studiare le scienze e le arti, e così ti sarà chiaro che il problema è che Chicharito non gioca nel Barcelona, né Messi con los Jaguares, e quindi non preoccuparti, che a far volare i corvi ti caveranno gli occhi. Ora me ne vado perché la squadra non è completata e chissà che non ci tocchi l’inaugurazione”.

Sulla porta, la bambina si voltò e mi disse: “Senti Sup, se arrivano le mie mammine e chiedono se mi hai visto, tu dì loro chiaro che Chicharito non gioca nel Barcelona né Messi con los Jaguares. Cioè, non dire bugie, perché le mammine lo sanno se stai mentendo. Quindi, quello che devi fare, è cambiare la giocata, cioè, fai finta di andare là, ma invece vai di qua. Se vuoi te lo spiego dopo, ma primo studia, perché se vai alla scuola autonoma ti scherzeranno, il peggiore è il Pedrito, perché lo stronzetto ha già terminato la primaria e si vanta. Ma vedrai quando la finisco io, che a far volare i corvi ti caveranno gli occhi. Non ti preoccupare della squadra, saremo in tanti. Improvvisamente si ingrosserà, e sì, saremo in tanti”. E se ne andò.

Entrò il SubMoy e mi chiese: “Hai già il testo della spiegazione?”.

No, ma il Chicharito non gioca nel Barcelona né Messi con los Jaguares”, gli risposi seguendo il consiglio di “Difesa Zapatista”.

Il SubMoy mi guardò, prese il suo apparecchio radio ed ordinò; “mandate qualcuno della sanità con un’iniezione”.

Scappai, cos’altro potevo fare?

Bau-Miao.

SupGaleano.

 

[I] Riferimento a Margarita Zavala, moglier dell’ex-presidente Felipe Calderón (2006-2012) e probabile candidata per il PAN alle presidenziali del 2018.

[II] Concejo con la “c” significa consiglio riferito ad un determinato livello di governo. Consejo con la “s” significa consiglio o suggerimento.

[III] Termini denigratori riferiti ai sostenitori dei diversi partiti politici istituzionali.

[IV] Riferimento al giornale essicano Reforma.

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2016/10/21/preguntas-sin-respuestas-respuestas-sin-preguntas-concejos-y-consejos-notas-tomadas-del-cuaderno-de-apuntes-del-gato-perro/

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CNI

Sorprese e attese: gli zapatisti e noi

Daniele di Stefano

La recente decisione dell’EZLN e del CNI, comunicata al termine del Quinto Congresso Nazionale Indigeno, è stata una sorpresa: si avvia una consultazione tra i popoli, nazioni e tribù per approvare l’ipotesi di una candidata indigena alle elezioni presidenziali del 2018. Una sorpresa, ma non rispetto alla lunga storia degli zapatisti che hanno visto sfilare, dall’anno dell’insurrezione, già cinque presidenti che non hanno potuto cancellarne la lotta né la sperimentazione dell’autonomia indigena. Vale la pena di ritornare col pensiero alle precedenti fasi elettorali e ricordare come si è modificata di volta in volta l’azione zapatista, sempre disturbante rispetto al sano alternarsi dei criminali in doppiopetto, espressione delle classi dirigenti messicane. Perdonate le approssimazioni.

Nel 1994, anno dell’insurrezione, l’EZLN resistette a Salinas de Gortari e si rivolse al neoeletto Zedillo Ponce de León con queste parole: “benvenuto nell’incubo”. A testimonianza della guerra sporca di quel periodo, la lettera del Subcomandante Insurgente Marcos terminava così: finché non ci sarà risposta alle domande di democrazia, libertà e giustizia, in queste terre ci sarà guerra.

Nel 2000, la stagione di lotta promossa dall’EZLN propiziò la caduta dell’apparentemente imperituro regime del Partito Rivoluzionario Istituzionale. Il neopresidente di destra, Fox Quesada, dovette tollerare il lungo snodarsi della Marcha del Color de la Tierra: nel marzo 2001 gli zapatisti e la società civile invasero lo zócalo di Città del Messico. Il 28 marzo la Comandante Esther pronunciò uno storico discorso al parlamento messicano, dimostrando disponibilità al dialogo e alla distensione ma chiedendo il rilascio di tutti i prigionieri politici zapatisti e il riconoscimento costituzionale per diritti e cultura indigeni.

Nel 2006, tre anni dopo la nascita del sistema civile che governa l’autonomia zapatista (Caracoles e Giunte di Buon Governo), si ebbe l’elezione fraudolenta di Calderón Hinojosa, e il culmine dell’Altra Campagna lanciata dall’EZLN. Il 2005 fu l’anno della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, che ancora oggi fa da riferimento per tutti noi aderenti alla Sexta. L’Altra Campagna si caratterizzò dal basso a sinistra, contro il capitalismo e senza alcuna partecipazione ai giochi elettorali della classe politica. La coalizione di una costellazione di gruppi eterogenei di varia tradizione teorica e pratica, esperimento di grande importanza, venne ridotta dalla sinistra partitica guidata da López Obrador a un’azione di disturbo verso il suo incedere vittorioso alle elezioni, un tentativo di farle perdere voti in favore della destra. Poco importava che già mesi prima l’EZLN avesse chiaramente analizzato il broglio in preparazione, su cui poi il presidente “legittimo” e gabbato del PRD piagnucolò a lungo. López Obrador ha già riproposto nuovamente questa consueta accusa dei partiti perdenti (anche della sinistra nostrana che non andiamo a votare). L’esperimento dell’Altra Campagna, peraltro, non resse il peso della propria eterogeneità, e si esaurì. Quel che ne emerse è quell’area mondiale di zapatisti e filozapatisti e sottozapatisti e zapatisti del terzo tipo che noi chiamiamo affettuosamente La Sexta.

Nel 2012 tornò al potere federale il PRI, ma l’elezione di Peña Nieto venne accolta dall’EZLN con un fragoroso silenzio, peraltro reciproco rispetto alle questioni in sospeso circa i diritti indigeni. La fase successiva è quella che ci conduce agli ultimi anni, in cui ci siamo per così dire abituati a una determinata postura degli zapatisti rispetto alle questioni elettorali: qualsiasi gioco di potere non ci riguarda, qualsiasi partito istituzionale è rappresentante del sistema di potere e qualsiasi governo, pur con notevoli differenze, resta nel solco del regime capitalistico: anche i bolivariani del cono sud, in fin dei conti.

Da qui, da questa visione che sembra degli ultimi anni e che è di sempre, deriva la sorpresa per l’annunciato cambio di strategia: ma come, tante chiacchiere contro gli aspiranti eletti di tutte le risme, e ora partecipano alle elezioni? Ma dal breve riepilogo storico si vede come non esista una regola fissa del comportamento zapatista dinanzi al rito elettorale: esistono una miriade di fatti e considerazioni, di eventi luttuosi e di lotte popolari che non possiamo citare qui, perché servirebbe un trattato, ma che hanno influito su tutti i percorsi intrapresi di volta in volta. Oltreché, beninteso, l’esperienza che via via ne scaturiva e il pensiero critico che ne derivava. Di tutto ciò dobbiamo avere rispetto e non partire per la tangente con giudizi, esultanze o lamentazioni.

Se è con questo atteggiamento che guardiamo alla recente decisione circa la candidatura, possiamo intanto osservare che la proposta è frutto di una progressiva indigenizzazione del movimento zapatista, che sta puntando molto sui fratelli indigeni dei vari stati e sul contesto nazionale. Poiché non vale qui un discorso di puro e semplice incasellamento “per classi”, non è che il nemico sia il non-indigeno, il meticcio, il creolo. Il nemico è il capitalismo, specialmente nelle sue rapaci scorribande di depredazione dei territori: dighe, fiumi prosciugati, fracking, estrattivismo, energie pulite ed ecoturismo come pretesti per il business, eccetera. Gli indigeni sono un sassolino nella scarpa per l’anfibio del capitalismo dei disastri, ma un sassolino che non riesce a togliersi. Gli indigeni, in Messico e ovunque, sono i nostri paladini (“nostri” di tutti noi abitanti del mondo) se nel lungo periodo vogliamo salvare non tanto il pianeta, quanto la nostra possibilità di viverci. Ma gli indigeni messicani non agiscono come un blocco monolitico: vengono anche intruppati nei gruppi paramilitari, usati come manovalanza dai partiti e dai cacicchi, corrotti con un piatto di minestra e ingannati con blandizie di varia natura. Contro tutto ciò, e senza mai perdere il senso di fratellanza, gli indigeni consapevoli hanno lottato in questi decenni, lasciando sul terreno morti, feriti e prigionieri politici. Anche di questo dobbiamo avere enorme rispetto.

Pensando all’Altra Campagna del 2005, la proposta attuale ha un grosso vantaggio: la maggiore omogeneità (meglio: uguaglianza nella diversità) di chi la promuove. Indigeni sì, e pertanto anche gli ultimi degli ultimi nella scala sociale: poveri, proletari e sottoproletari, contadini… li si chiami come si vuole, ma in termini di classe non c’è quasi traccia di apporti da parte della multiforme borghesia. C’è però anche uno svantaggio: è più difficilmente comprensibile, almeno in teoria, per chi sostiene da anni la lotta zapatista. Dal punto di vista internazionalista, pur essendo concordi sull’accento dato al tema dell’organizzazione non sono infatti i partiti comunisti di varia estrazione ad aver guardato con maggiore comprensione all’insegnamento degli zapatisti, bensì i gruppi anarchici e di comunismo libertario, i movimenti per i diritti umani e i comitati contro le grandi opere, che spesso hanno una posizione ben precisa rispetto alle tornate elettorali e al meccanismo del voto. Questa decisione può mettere in difficoltà tanti, non rispetto alla loro fiducia nell’EZLN, bensì soprattutto per quelle che sono le ricadute teorico-pratiche in altri territori. In Europa, e in Italia specialmente, abbiamo già vissuto numerose stagioni in cui parti di movimento tentavano la via elettorale, anche se le argomentazioni presentavano sempre la scelta come fondata in una prospettiva di lotta. La constatazione dei passati fallimenti, che puzzano ormai di coazione a ripetere, non può che farci guardare con ironia a ogni riproposizione. Ebbene, allora con gli zapatisti come la mettiamo? Perché loro, invece, alle elezioni… da qui l’imbarazzo.

No, cari, no. Abbandoniamo i facili parallelismi. Qui non c’entra nulla Tsipras, non c’entra nulla Podemos, non c’entrano né Bertinotti né Vendola né i grillini né i senza volto né Democrazia Proletaria né i sindaci (presunti) No Tav eccetera. A livello simbolico, una candidata indigena proposta da indigeni da noi corrisponderebbe all’incirca a una candidata africana richiedente asilo e proposta in autonomia dai rifugiati nei centri d’accoglienza: una cosa mai vista. Non ci sono confronti possibili. Diciamolo subito e chiaro, che l’ipotesi prospettata dagli zapatisti e dagli indigeni messicani non è partitica, non è elettoralista, non è compromissoria: noi non vogliamo esserlo, loro ancora meno. Da nessuna parte è dato leggere che gli zapatisti ambiscano a governare il paese e ad addomesticare i conflitti, né che vogliano dare il via alla penetrazione in scranni poltrone e poltroncine. Le elezioni presidenziali, diverse dalle legislative, neppure lo consentirebbero. Quel che consentono, è un’amplificazione “spettacolare” sia delle fregnacce dei candidati che del controcanto dei popoli in lotta, la possibilità cioè di mettere il dito nella piaga delle impresentabili condizioni dei narcostati, a riflettori accesi, proprio sotto il grugno di chi predica progresso e investimenti. Al momento è questo, e solo questo, che si può dare per certo rispetto alla scelta annunciata da chi dice da anni “non vendersi, non arrendersi e non claudicare”. Così come è evidente che la candidatura non può servire a “contarsi”, com’è costume di certi micropartiti: sia perché molti che simpatizzano per te non andrebbero comunque a votarti o verrebbero sedotti dalle sirene del dannoso “voto utile”, sia perché la consultazione preliminare basta e avanza per far sentire il peso popolare della tua opzione.

Bisogna avere cautela quando si parla di zapatisti. L’effetto sorpresa, la spiegazione successiva o il cambiamento di passo sono un tratto distintivo che si presta facilmente a fraintendimenti. Noi stessi, che ci presumiamo scaltri in materia, a volte siamo stati tratti in errore: ad esempio abbiamo pianto il defunto Marcos e ci siamo meritati la derisione per esserci innamorati di un “ologramma”. Ma dobbiamo anche essere spietatamente onesti: l’imprevedibilità zapatista sta crescendo in maniera esponenziale. Tante sono le strade e i cantieri aperti negli ultimi anni: escuelita, seminari di pensiero critico contro l’Idra capitalista, arte e scienza come risposte dell’umanità alla tormenta capitalistica, con tanto di festival internazionale pieno di colpi di scena organizzativi… per noi che siamo piuttosto macchinosi, ma che pure teniamo ad ascoltare sempre chi ci ispira da due decenni, ce n’è stato d’avanzo per uscirne scombussolati circa la “linea” da seguire… e ora ecco le elezioni presidenziali. Che smarrimento! Il fatto è, poveri noi, che non bisogna essere fedeli alla linea, perché la linea non c’è: è questo il bello e il difficile di essere zapatisti anche quando la moda è finita. Bisogna imparare ad avere pazienza, tenacia e occhi attenti, ed evitare di fabbricare piedistalli su cui collocare idoli da frantumare. Bisogna imparare che il ritmo del ragionamento e delle decisioni collettive non ha il passo delle elucubrazioni dei singoli pensatori. Quindi aspettiamo, discutiamo, vediamo a cosa prelude la mossa annunciata, verifichiamo che riscontro avrà tra i popoli indigeni e la società civile messicana, ma in ogni caso teniamo alta la bandiera del pensiero critico e dell’EZLN, con tutta la dignità che compete loro.

Al massimo, per concludere il ragionamento o sproloquio o flusso di coscienza, ciascuno di noi potrebbe chiedersi: se io fossi un indigeno o un’indigena o un’indigenoa e mi consultassero circa la candidatura del 2018, voterei a favore o contro la proposta? Ecco, per ragioni di principio molti di noi voterebbero no… ma siamo forse indigeni? Possiamo realmente calarci nei panni di chi resiste da cinque secoli e vede in faccia tutti i giorni la morte vestita di dollari? NO. Perciò attendiamo con rispetto, lasciamoci sorprendere e rimaniamo fiduciosamente zapatisti: le fasi cambiano, le lotte restano.

Daniele Di Stefano – Associazione Ya Basta! Milano  – 20 ottobre 2016

https://www.facebook.com/notes/daniele-di-stefano/sorprese-e-attese-gli-zapatisti-e-noi/1324716227540767

 

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DI ELEZIONI E AUTONOMIA: APPUNTI SPARSI, E PARZIALI, SULLA SCELTA DI EZLN E CNI DI CANDIDARE UNA DONNA INDIGENA ALLE ELEZIONI MESSICANE DEL 2018

Il quinto Congresso Nazionale Indigeno ha deciso di “nominare un consiglio indigeno di governo la cui parola sia incarnata da una donna indigena, delegata del CNI come candidata indipendente che partecipi a nome del Congresso Nazionale Indigeno e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale nel processo elettorale dell’anno 2018 per la presidenza di questo paese.”

Sono le parole con cui EZLN e CNI hanno chiuso il loro congresso. Una notizia tanto forte e “assurda”, come l’ha definita lo stesso Subcomandante Galeano (ex Marcos), da contenerne due: la prima, semplice è la dichiarazione di partecipare al processo elettorale, la seconda è la scelta dell’EZLN di tornare a “dialogare” con la politica istituzionale.

Una proposta forte, e spiazzante che merita un po’ di tempo e di spazio per entrarne nel merito.

A gradi crescenti, dal 2001 in poi ovvero dopo il tradimento governativo legato alla Ley CoCoPa, gli zapatisti si sono concentrati sulla costruzione della loro autonomia, la perimetrazione del loro territorio, la resistenza contro le aggressioni militari e paramilitari. Ma è nel 2005 con la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona ed il lancio della Otra Campana che la distanza tra lotta zapatista e istituzioni si allarga. Si può leggere “Non vi chiederemo neppure di votare per un candidato, tanto sappiamo che quelli che ci sono, sono neoliberisti. Non vi diremo neppure di fare come noi, né che ci si sollevi in armi. E poi “Non fare accordi dall’alto per imporli in basso, ma fare accordi per andare insieme ad ascoltare e organizzare l’indignazione; non creare movimenti che siano poi gestiti alle spalle di chi li fa, ma prendere sempre in considerazione l’opinione di chi vi partecipa; non cercare regali, posizioni, vantaggi, impieghi pubblici, di Potere o di chi aspira al potere, ma andare molto più lontano delle scadenze elettorali; non tentare di risolvere dall’alto i problemi della nostra Nazione, ma costruire DAL BASSO E PER IL BASSO un’alternativa alla distruzione neoliberista, un’alternativa di sinistra per il Messico”. In questo solco il PRD di Andres Manuel Lopez Obrador ha dato la colpa al posizionamento dell’EZLN per la loro sconfitta alle elezioni nel 2006.

Gli Zapatisti hanno spesso “sfruttato” il palcoscenico elettorale: con la otra campana hanno usato quello spazio standone all’esterno, nel 1995 era tra i sostenitori di Amado Avendano Figueroa come governatore dello stato del Chiapas, nel 2000 hanno affrontato la sfida che la sconfitta del PRI aveva generato l’apertura di Fox di riprendere in mano la legge COCOPA. Non è una novità. Stavolta han deciso di prendersi lo spazio politico della campagna elettorale per parlare dei diversi punti che stanno a cuore a CNI e EZLN. Nel Messico della crisi di Pena Nieto e dei partiti il palcoscenico elettorale la campagna elettorale è spazio di visibilità. Va ricordato che la lotta zapatista, così come le problematiche indigene, vengono negate dai media del paese. La loro presenza alle elezioni potrebbe obbligare i media a dare spazi inusuali. Nulla è certo. E’ certo che negli ultimi due giorni questa proposta spiazzante ha trovato molto spazio, e costretto Andres Manuel Lopez Obrador, il vescovo di San Cristobal e altri soggetti culturali e politici a prendere posizione.

La Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona resta ed è il riferimento politico dell’EZLN. Al netto delle scelte, al netto dei comunicati e dell’attacco alla subalternità del potere politico a quello economico, gli zapatisti non hanno mai escluso l’opzione elettorale. Semplicemente se ne sono tenuti alla larga. Quindi se pur la decisione è sorprendente e apparentemente in discontinuità con il breve passato non è incoerente.

E’ una fase particolare della storia del Latino America: FARC ed ELN in Colombia trattano con il governo, Cuba e USA dialogano, Maduro non è Chavez, in Argentina, Brasile, Bolivia ed Uruguay il sogno del cambiamento operato da governi “progressisti” si è scontrato con la violenza del capitalismo. Questo, forse, ha operato un ragionamento e una necessità di capire “che fare”.

Nel documento finale c’è un passaggio importante che inserisce la “candidatura” in un contesto molto più ampio “Ratifichiamo che la nostra lotta non è per il potere, non lo cerchiamo, bensì che chiameremo i popoli originari e la società civile a organizzarsi per bloccare questa distruzione”.

A ciò va aggiunto, un particolare non da poco: la decisione è maturata dentro al contesto del Congresso Nazionale Indigeno, soggetto politico composito di cui la radicalità non è il dato costituente e tanto meno la pulsione rivoluzionaria. La “sesta” è stata l’ultima proposta politica verso l’esterno dell’EZLN. 10 anni forse qualcosa doveva essere rimesso in campo per provare a continuare a vivere ed esistere. L’avvicinamento al CNI degli ultimi anni ha dato una direzione più indigenista e quindi un occhio di riguardo in più alle necessitò all’interno dei confini nazionali. Il soggetto centrale è l’indigeno, le sue necessità e modalità di vita immediatamente anti-capitaliste. La somma delle due questione ha generato la proposta “assurda” con cui il Congresso Nazionale Indigeno ha chiuso la sua quinta edizione. Una proposta che pare dettata da motivi tattici/strategici, prima che politici, come spiegato prima con la “visibilità” mediatica. Non possiamo non ricordare che, dall’omicidio di Galeano in poi, in una grande parte dei territori zapatisti la violenza di gruppi filo governativi sia salita di quantità e qualità. Le popolazioni indigene del Messico da anni resistono a progetti di marca neoliberista ma non sono mai stati considerati realmente soggetti elettorali: nella maggior parte dei casi indigeni ed indigene non hanno documenti e non sono iscritti alle liste elettorali. E nemmeno sono stati aperti i seggi per votare. Le reti del CNI potrebbero operare una trasformazione? Nel processo di “dignitizzazione” del soggetto “indigeno” rompere questa stilema è non solo centrale ma anche parte di un processo di autonomia. La candidatura, per di più di una donna, mette al centro il modello del descrimanto messicano. Provocazione. Forte e potente. Detto ciò resta evidente come la scelta è coerente e allo stesso tempo complessa, aprendo porte a dubbi e critiche, e grazie alla sua assoluta inaspettattività porta il piano della resistenza a quello del contrattacco nella certezza che a volte il percorso anche se giusto non dà altre scelte se non quella di stupire, cambiare, meravigliare con proposte “assurde”.

https://20zln.noblogs.org/di-elezioni-e-autonomia-appunti-sparsi-e-parzialisulla-scelta-di-ezln-e-cni-di-candidare-una-donna-indigena-alle-elezioni-messicane-del-2018/#more-1076

 

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COMUNICATO CONGIUNTO CNI-EZLN

Considerando che l’offensiva contro i popoli non cesserà, ma che vorrebbero farla crescere fino a cancellare ogni traccia di ciò che siamo come popoli della campagna e della città, portatori di profondi malcontenti che fanno sorgere anche nuove, diverse e creative forme di resistenza e di ribellione, il Quinto Congresso Nazionale Indigeno ha determinato di iniziare una consultazione in ognuno dei nostri popoli per smantellare dal basso il potere che ci impongono dall’alto e che ci offre un panorama di morte, violenza, spoliazione e distruzione.

CHE TREMI NEI SUOI CENTRI LA TERRA

Ai popoli del mondo

Ai mezzi di comunicazione

Alla Sexta Nazionale e Internazionale

Convocati per la commemorazione del ventesimo anniversario del Congresso nazionale Indigeno e della viva resistenza dei popoli, nazioni e tribù originari di questo paese, il Messico, delle lingue amuzgo, binni-zaá, chinanteco, chol, chontal di Oaxaca, coca, náyeri, cuicateco, kumiai, lacandone, matlazinca, maya, mayo, mazahua, mazateco, mixe, mixteco, nahua, ñahñu, ñathô, popoluca, purépecha, rarámuri, tlapaneco, tojolabal, totonaco, triqui, tzeltal, tsotsil, wixárika, yaqui, zoque, chontal del Tabasco e fratelli aymara, catalano, mam, nasa, quiché e tacaná diciamo con fermezza che la nostra lotta è in basso a sinistra, che siamo anticapitalisti e che è arrivato il tempo dei popoli, di far vibrare questo paese con il battito ancestrale del cuore della nostra madre terra.

E’ così che ci siamo riuniti a celebrare la vita nel Quinto Congresso Nazionale Indigeno che ha avuto luogo dal 9 al 14 ottobre 2016 nel CIDECI-UNITIERRA, Chiapas, in cui ci siamo nuovamente resi conto dell’acutizzarsi della spoliazione e della repressione che non si è fermata in 524 anni in cui i potenti hanno condotto una guerra che ha il fine di sterminare noi che siamo della terra e che come suoi figli non abbiamo permesso la sua distruzione e morte a beneficio dell’ambizione capitalista che non conosce altro fine che la distruzione stessa. La resistenza per continuare a costruire la vita oggi si fa parola, apprendimento e accordi.

Nei nostri popoli ci siamo costruiti giorno dopo giorno nelle resistenze per bloccare la tempesta e offensiva capitalista che non cessa bensì diventa ogni giorno più aggressiva e si è convertita in una minaccia civilizzatrice non solo per i popoli indigeni e contadini ma anche per i popoli delle città, che devono anch’essi creare forme degne e ribelli per non essere assassinati, depredati, contaminati, ammalati, schiavizzati, sequestrati o fatti scomparire. Dalle nostre assemblee comunitarie abbiamo deciso, esercitato e costruito il nostro destino da tempi immemori, perciò mantenere le nostre forme di organizzazione e difesa della nostra vita collettiva è possibile unicamente a partire dalla ribellione verso i malgoverni, le loro imprese e la loro delinquenza organizzata.

Denunciamo che:

  1. Al Popolo Coca, Jalisco, l’imprenditore Guillermo Moreno Ibarra ha invaso 12 ettari di bosco nei dintorni conosciuti come El Pandillo, in combutta con le istituzioni agrarie, usando la criminalizzazione di chi lotta, che ha portato al fatto che 10 comuneros siano stati sotto processo per 4 anni. Il malgoverno sta invadendo l’isola di Mezcala che è terra sacra comunale, e allo stesso tempo disconosce il popolo coca nella legislazione indigena statale, con l’obiettivo di cancellarlo dalla storia.
  2. I Popoli Otomí Ñhañu, Ñathö, Hui hú, e Matlatzinca dello Stato del Messico e del Michoacán vengono aggrediti attraverso l’imposizione del megaprogetto della costruzione dell’autostrada privata Toluca – Naucalpan e il treno interurbano, distruggendo case e luoghi sacri; comprano le coscienze e truccano le assemblee comunali con presenze poliziesche, oltre agli ingannevoli censimenti di comuneros che soppiantano la voce di tutto un popolo, alla privatizzazione e sottrazione di acqua e territorio nel vulcano Xinantécatl, conosciuto come il Nevado di Toluca, a cui i malgoverni tolgono la protezione che essi stessi avevano assegnato, per consegnarli a imprese turistiche. Si sa che dietro tutti questi progetti c’è l’interesse alla sottrazione di acqua e vita della regione. Nella zona di Michoacán viene negata l’identità al popolo otomí mentre un gruppo di gendarmi è entrato nella regione per sorvegliare i monti proibendo agli indigeni di salire a tagliare legna.
  3. Ai popoli originari residenti a Città del Messico vengono sottratti i territori che hanno conquistato per guadagnarsi la vita lavorando, rubando le loro mercanzie e usando le forze di polizia. Vengono disprezzati e repressi per il fatto di usare i loro vestiti e la loro lingua, oltre a criminalizzarli accusandoli di vendere droga.
    4. Il territorio del Popolo Chontal di Oaxaca è invaso da concessioni minerarie che smantellano i terreni comunali, cosa che colpirà 5 comunità, la loro gente e le risorse naturali.
  4. Nel Popolo Maya Peninsular di Campeche, Yucatán e Quintana Roo sussiste la spoliazione di terre per la semina di soia transgenica e palma africana, la contaminazione delle falde acquifere da parte di aziende agrochimiche, la costruzione di parchi eolici, parchi solari, sviluppo ecoturistico e imprese immobiliari. Allo stesso modo sono in resistenza contro le alte tariffe della luce elettrica che hanno portato a vessazioni e ordini di arresto. A Calakmul, Campeche, 5 comunità sono spoliate dall’imposizione di aree naturali protette, tasse sui servizi ambientali e cattura di carbonio; a Candelaria, Campeche, persiste la lotta per la certezza di mantenere la terra. Nei 3 stati si dà una forte criminalizzazione di chi difende il territorio e le risorse naturali.
  5. Il Popolo Maya di Chiapas, tzotzil, tzeltal, tojolabal, chol e lacandone, è ancora privato dei suoi territori al fine di privatizzare le risorse naturali, cosa che ha portato ad arresti e uccisioni di chi difende il diritto a restare nel suo territorio; viene discriminato e represso costantemente quando si difende e si organizza per continuare a costruire la sua autonomia, aumentando le violazioni dei diritti umani da parte delle forze di polizia. Esistono campagne di frammentazione e divisione dentro le organizzazioni, e anche l’uccisione di compagni che hanno difeso il loro territorio e le risorse naturali a San Sebastián Bachajón. I malgoverni continuano a cercare di distruggere l’organizzazione delle comunità basi d’appoggio dell’EZLN e a rannuvolare la speranza che da esse emana e che offre una luce a tutto il mondo.
  6. Il popolo Mazateco di Oaxaca è stato invaso da proprietà private, che sfruttano il territorio e la cultura per il turismo, come nel caso della nomina di Huautla de Jiménez come “Villaggio Magico” per legalizzare la sottrazione e la commercializzazione di saperi ancestrali, accompagnato da concessioni minerarie ed esplorazioni di speleologi stranieri nelle grotte esistenti. Tutto ciò viene imposto mediante la crescente aggressione da parte del narcotraffico e la militarizzazione del territorio. I femminicidi e gli stupri di donne nella regione continuano ad aumentare sempre, con la complicità omertosa dei malgoverni.
  7. I Popoli Nahua e Totonaca di Veracruz e Puebla fronteggiano le fumigazioni aeree che producono malattie ai nostri popoli. Sussiste l’esplorazione e lo sfruttamento minerario e di idrocarburi attraverso il fracking, e si trovano in pericolo 8 bacini a causa di nuovi progetti che contaminano i fiumi.
  8. I Popoli Nahua e Popoluca del sud di Veracruz affrontano l’assedio della delinquenza organizzata e soffrono i rischi della distruzione territoriale e scomparsa come popolo, per la minaccia dell’industria mineraria, eolica e soprattutto per lo sfruttamento di idrocarburi mediante il fracking.
  9. Il Popolo Nahua, che si trova negli stati di Puebla, Tlaxcala, Veracruz, Morelos, Stato del Messico, Jalisco, Guerrero, Michoacán, San Luis Potosí e Città del Messico, affronta una costante lotta per contenere il procedere del cosiddetto Progetto Integrale Morelos, che comprende gasdotti, acquedotti e termoelettricità. I malgoverni, al fine di bloccare la resistenza e comunicazione dei popoli, cerca di sottrarre la radio comunitaria di Amiltzingo, Morelos. Allo stesso tempo la costruzione del Nuovo Aeroporto di Città del Messico e le opere complementari minacciano i territori circostanti al lago di Texcoco e alla Conca della Valle del Messico, principalmente Atenco, Texcoco e Chimalhuacán. Intanto in Michoacán il popolo nahua affronta il saccheggio delle risorse naturali e minerali da parte dei sicari accompagnati da polizia o esercito e la militarizzazione e paramilitarizzazione dei suoi territori. Cercare di bloccare questa guerra è costato l’assassinio, persecuzione, arresto e vessazione di leader comunitari.
  10. Il Popolo Zoque di Oaxaca e Chiapas affronta l’invasione di concessioni minerarie e presunte proprietà private in terre comunali nella regione dei Chimalapas; e anche tre centrali idroelettriche e l’estrazione di idrocarburi mediante fracking. Ci sono allevamenti all’aperto e di conseguenza eccessivo taglio dei boschi da destinare a pascolo, e si stanno coltivando anche semente transgeniche. Allo stesso tempo esistono zoque migranti in vari stati del paese che ricostituiscono la loro organizzazione collettiva.
  11. Il Popolo Amuzgo di Guerrero affronta la sottrazione dell’acqua del fiume San Pedro per zone residenziali e l’approvvigionamento della città di Ometepec. La loro radio comunitaria è stata oggetto di una costante persecuzione e aggressione.
  12. Il Popolo Rarámuri del Chihuahua soffre la perdita di aree coltivabili per la costruzione di strade, l’aeroporto a Creel e per il gasdotto che va dagli Stati uniti al Chihuahua, oltre a esistere imprese minerarie giapponesi e dighe e turismo.
  13. Il Popolo Wixárika del Jalisco, Nayarit e Durango affronta la distruzione e privatizzazione dei suoi luoghi sacri, da cui dipendono tutti i suoi tessuti sociali, politici e familiari; la spoliazione delle sue terre comunali a favore di cacicchi, avvalendosi dell’indefinitezza dei confini tra stati della Repubblica e di campagne di divisione orchestrate dai malgoverni.
  14. Il Popolo Kumiai della Bassa California continua a lottare per la ricostituzione dei suoi territori ancestrali, contro invasioni di privati, la privatizzazione dei suoi luoghi sacri e l’invasione del territorio da parte di gasdotti e autostrade.
  15. Il Popolo Purépecha del Michoacán ha il problema della deforestazione, esercitata a partire dalla complicità tra malgoverni e gruppi narcoparamilitari che saccheggiano i boschi e il legname. Per essi l’organizzazione dal basso delle comunità è un ostacolo per il saccheggio.
  16. Nel Popolo Triqui di Oaxaca la presenza di partiti politici, imprese minerarie, paramilitari e malgoverni fomentano la disintegrazione dei tessuti comunitari per il saccheggio delle risorse naturali.
  17. Al Popolo Chinanteco di Oaxaca vengono distrutte le sue forme di organizzazione comunitaria con la divisione delle terre, l’imposizione di tasse per servizi ambientali, la cattura di carbonio e l’ecoturismo. La proiezione di un’autostrada a 4 carreggiate attraversa il territorio e lo divide. Nei fiumi Cajono e Usila i malgoverni hanno in progetto tre dighe che colpiranno villaggi chinantechi e zapotechi. Ci sono concessioni minerarie e l’esplorazione di pozzi di petrolio.
  18. Il Popolo Náyeri del Nayarit affronta l’invasione e distruzione dei suoi territori sacri nel sito denominato Muxa Tena sul fiume San Pedro mediante il progetto idroelettrico Las Cruces.
  19. Il Popolo Yaqui del Sonora mantiene la lotta sacra contro il gasdotto che attraverserà il suo territorio e in difesa delle acque del fiume Yaqui che i malgoverni decidono di portare alla città di Hermosillo, Sonora, sebbene sia contrario a sentenze giudiziarie e a ricorsi internazionali che hanno dimostrato la loro ragione legale e legittima, avvalendosi della criminalizzazione e vessazione di autorità e portavoce della tribu Yaqui.
  20. I Popoli Binizzá e Ikoot si organizzano e articolano per contenere l’avanzata dei progetti eolici, minerari, idroelettrici, di dighe, gasdotti e specialmente nella zona chiamata Zona Economica Speciale dell’Istmo di Tehuantepec e dell’infrastruttura, che minacciano il territorio e l’autonomia dei popoli nell’Istmo di Tehuantepec, che vengono qualificati come talebani dell’ambiente e talebani del diritto indigeno, come da parole espresse dall’Associazione Messicana dell’Energia al riferirsi all’Assemblea Popolare del Popolo Juchiteco.
  21. Il Popolo Mixteco di Oaxaca soffre la spoliazione del suo territorio agrario, colpendo con esso i suoi usi e costumi attraverso minacce, morti e arresti che cercano di soffocare le voci di chi non si adegua, promuovendo gruppi paramilitari armati dai malgoverni, come nel caso di San Juan Mixtepec, Oaxaca.
  22. I Popoli Mixteco, Tlapaneco, e Nahua della montagna e costa del Guerrero fronteggiano l’imposizione di megaprogetti minerari appoggiati dal narcotraffico, dai loro paramilitari e dai malgoverni, che si disputano i territori dei popoli originari.
  23. Il malgoverno messicano continua a mentire e a cercare di occultare la sua scomposizione e responsabilità assoluta nella sparizione forzata dei 43 studenti della scuola normale rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero.
  24. Lo Stato mantiene sequestrati i compagni Pedro Sánchez Berriozábal, Rómulo Arias Míreles, Teófilo Pérez González, Dominga González Martínez, Lorenzo Sánchez Berriozábal e Marco Antonio Pérez González della comunità Nahua di San Pedro Tlanixco nello Stato del Messico, il compagno zapoteco della regione Loxicha Álvaro Sebastián, i compagni Emilio Jiménez Gómez ed Esteban Gómez Jiménez prigionieri della comunità di Bachajón, Chiapas, il compagno Pablo López Álvarez e mantenendo in esilio Raúl Gatica García e Juan Nicolás López del Consiglio Indigeno e Popolare di Oaxaca Ricardo Flores Magón. Recentemente un “giudice di consegna” ha sentenziato 33 anni di prigione per il compagno Luis Fernando Sotelo per esigere la presentazione in vita dei 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, i compagni Samuel Ramírez Gálvez, Gonzalo Molina González e Arturo Campos Herrera del Coordinamento Regionale delle Autorità Comunitarie- PC.
    Allo stesso tempo tiene centinaia di prigionieri indigeni e non indigeni in tutto il paese, colpevoli di difendere i loro territori e di esigere giustizia.
  25. Nel popolo Mayo il territorio ancestrale è minacciato da progetti autostradali per unire Topolobampo con lo stato del Texas, Stati Uniti; allo stesso tempo si configurano ambiziosi progetti turistici nel Burrone del Rame.
  26. La nazione Dakota vede distrutto e saccheggiato il suo territorio sacro da parte di gasdotti e oleodotti, ragion per cui mantiene un picchetto permanente per proteggere ciò che è suo.

Per i motivi di cui sopra reiteriamo che la cura della vita e della dignità, ovvero la resistenza e ribellione dal basso a sinistra, è un nostro obbligo a cui possiamo rispondere solo in forma collettiva. La ribellione la costruiamo dalle nostre piccole assemblee in località che si uniscono in grandi assemblee comunali, di ejido, in giunte di buon governo e in accordi come popoli uniti sotto un’identità. Nel condividere, apprendere e costruire noi che siamo il Congresso Nazionale Indigeno ci vediamo e sentiamo nei nostri dolori, nello scontento e nelle nostre fondamenta ancestrali.

Per difendere ciò che siamo, il nostro camminare e apprendere si sono consolidati nel rafforzamento negli spazi collettivi di presa di decisione, ricorrendo a strumenti giuridici nazionali e internazionali, azioni di resistenza civile pacifica, mettendo da parte i partiti politici che hanno soltanto generato morte, corruzione e compravendita di dignità; sono state strette alleanze con diversi settori della società civile, costruendo propri mezzi di comunicazione, polizie comunitarie e forze di autodifesa, assemblee e consigli popolari, cooperative, l’esercizio e la difesa della medicina tradizionale, l’esercizio e la difesa dell’agricoltura tradizionale ed ecologica, i rituali e le cerimonie proprie per ripagare la madre terra e continuare a camminare con lei e in lei, la semina e difesa delle semente native, forum, campagne di diffusione e attività politiche e culturali.

Questo è il potere dal basso che ci ha mantenuti vivi ed è perciò che commemorare la resistenza e ribellione è anche ratificare la nostra decisione di continuare a vivere costruendo la speranza di un futuro possibile unicamente sopra le rovine del capitalismo.

Considerando che l’offensiva contro i popoli non cesserà, ma che vorrebbero farla crescere fino a cancellare ogni traccia di ciò che siamo come popoli della campagna e della città, portatori di profondi malcontenti che fanno sorgere anche nuove, diverse e creative forme di resistenza e di ribellione, il Quinto Congresso Nazionale Indigeno ha determinato di iniziare una consultazione in ognuno dei nostri popoli per smantellare dal basso il potere che ci impongono dall’alto e che ci offre un panorama di morte, violenza, spoliazione e distruzione.

In base a quanto detto sopra, ci dichiariamo in assemblea permanente e consulteremo in ognuna delle nostre geografie, territori e direzioni l’accordo di questo Quinto CNI, per nominare un consiglio indigeno di governo la cui parola sia incarnata da una donna indigena, delegata del CNI come candidata indipendente che partecipi a nome del Congresso Nazionale Indigeno e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale nel processo elettorale dell’anno 2018 per la presidenza di questo paese.

Ratifichiamo che la nostra lotta non è per il potere, non lo cerchiamo, bensì che chiameremo i popoli originari e la società civile a organizzarsi per bloccare questa distruzione, rafforzarci nelle nostre resistenze e ribellioni, ovvero nella difesa della vita di ogni persona, ogni famiglia, collettivo, comunità o quartiere. Costruire la pace e la giustizia rifinendoci dal basso, da dove siamo ciò che siamo.

E’ il tempo della dignità ribelle, di costruire una nuova nazione per tutte e tutti, di rafforzare il potere dal basso e alla sinistra anticapitalista, e che paghino i colpevoli per il dolore di questo Messico multicolore.

Per ultima cosa annunciamo la creazione della pagina officiale del CNI all’indirizzo www.congresonacionalindigena.org

Dal CIDECI-UNITIERRA, Chiapas, ottobre 2016

Per la Ricostruzione Integrale dei Nostri Popoli

Mai più un Messico senza di Noi

Congresso Nazionale Indigeno

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Testo originale

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

 

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