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AMLO a Guadalupe Tepeyac

Luis Hernández Navarro

La comunità tojolabal di Guadalupe Tepeyac in Chiapas è emblematica. Non è casuale che sabato scorso il presidente Andrés Manuel López Obrador abbia inviato da lì un messaggio agli zapatisti. Davanti a circa 300 contadini, il mandatario ha espresso il suo rispetto ai ribelli e richiamato all’unità.

L’appello del Presidente avviene nel contesto di un incremento della militarizzazione nei territori zapatisti. Inoltre, l’arrivo del Presidente a Guadalupe Tepeyac era stato preceduto dall’arrivo di militari nella comunità. Già tre giorni prima erano aumentati i pattugliamenti per quantità e frequenza. I soldati erano entrati nell’ospedale a parlare con i lavoratori della struttura.

Secondo il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, dalla fine del 2018 è raddoppiato il numero delle incursioni dell’Esercito nella sede del Caracol della Realidad, inclusi i sorvoli sulla comunità (https://chiapasbg.com/2019/05/03/aumenta-militarizzazione/https://bit.ly/2GTfvp3). Sono anche aumentate le azioni di gruppi paramilitari che uccidono e cacciano dai loro villaggi la popolazione (https://chiapasbg.com/2019/06/05/navarro-demoni-chiapanechi/https://bit.ly/2xz1Oas). Il Presidente nega che la denuncia del Bartolomé de las Casas sia certa.

Per comprendere il simbolismo di Guadalupe Tepeyac è necessario fare un po’ di storia. L’ejido rappresentava la speranza nella trasformazione pacifica e profonda del paese. Ma, in seguito, è diventato l’emblema del tradimento e della repressione del governo.

Dopo l’insurrezione dell’EZLN la comunità fu la capitale informale dei ribelli, simbolo della rivolta globale contro il neoliberismo. Era una specie di Mecca libertaria in cui arrivavano figure politiche per incontrare il comando ribelle. Come ha ricordato il Presidente, egli stesso andò lì anni fa per parlare col defunto subcomandante Marcos, oggi Galeano.

Situato nel municipio di Las Margaritas, l’ejido Guadalupe Tepeyac è stato fondato nel 1957. Quattro mesi prima dell’insurrezione del 1994, l’allora presidente Carlos Salinas, circondato senza saperlo da centinaia di zapatisti senza uniforme, inaugurò lì un ospedale per tentare di frenare, inutilmente, la sollevazione armata.

I suoi abitanti, emigrati che colonizzarono la selva, si presentarono al mondo durante la consegna del generale Absalón Castellanos Domínguez, il 16 febbraio 1994. A dicembre di quell’anno, l’EZLN lo ribattezzò San Pedro Michoacán.

A luglio del 1994 su quelle terre fu costruita una nave dipinta coi colori della speranza: il primo Aguascalientes. Circa 6 mila delegati di quasi tutto il paese nell’agosto di quell’anno tennero lì la Convenzione Nazionale Democratica (CND) convocata dagli zapatisti, una scommessa per transitare alla democrazia ed aprire sentieri alla pace.

La nave della CND tentò di navigare nelle acque della transizione pacifica. Tuttavia, naufragò il 9 febbraio 1995. Quel giorno, l’EZLN aspettava l’arrivo dell’allora segretario di Governo (oggi Ministro dell’Istruzione della 4T), Esteban Moctezuma, per proseguire con il processo di pace. A tradimento, invece del funzionario arrivarono migliaia di soldati per arrestare il subcomandante Marcos. Una delle richieste dei ribelli era di rifare le elezioni in Tabasco per riparare alla frode elettorale perpetrata contro Andrés Manuel López Obrador.

Il giorno dopo, l’Esercito entrò nell’ejido. Quindici minuti prima delle 10 del mattino i primi elicotteri militari sorvolavano Guadalupe Tepeyac. Prima quattro, poi venti. Molti degli uomini del villaggio erano fuggiti nella selva la notte precedente. L’ordine era di ripiegare.

Poco dopo arrivarono 2.500 soldati su circa 100 veicoli blindati e d’artiglieria appoggiati da elicotteri ed aerei. Due ore più tardi giunse il generale Ramón Arrieta Hurtado, capo della Sezione Paracadutisti e responsabile dell’operazione. Trovò un villaggio deserto con parte dei suoi abitanti rifugiati nell’ospedale.

Il 23 e 24 febbraio 1995 decine di militari sotto il comando del generale Guillermo Martínez Nolasco distrussero l’Aguascalientes. Nello stesso luogo fu eretto un quartiere militare rimasto in funzione fino al 20 aprile 2001. Guadalupe Tepeyac divenne allora l’incarnazione dell’ignominia. In risposta, gli zapatisti edificarono cinque Aguascalientes in altre regioni dello stato.

Da quale delle due Guadalupe Tepeyac il Presidente López Obrador ha inviato il suo messaggio all’EZLN? Dal simbolo della lotta emancipatrice o dall’emblema del tradimento governativo? Immaginiamo come sarebbe interpretato se Donald Trump lanciasse un messaggio di amicizia al Messico da Fort Alamo.

Nel suo discorso, il Presidente ha parlato delle due strade per trasformare il paese: quella pacifica-elettorale e quella armata, ed ha indicato l’EZLN come esempio della seconda. Certo, gli zapatisti si sono sollevati in armi e grazie a questo il paese ha rivolto la sua attenzione ai popoli indigeni. Tuttavia, da quando è stata dichiarata la tregua, benché i ribelli conservino le armi, non le hanno usate. Invece, si sono dedicati a costruire un’esperienza esemplare ed inedita di autogestione ed autonomia indigena. La determinazione non è artificio.

È importante che il Presidente parli direttamente all’EZLN. Ma non sembra sufficiente. Per distendere la relazione, si devono fare altri passi sostanziali nella corretta direzione.

Testo originale: https://www.jornada.com.mx/2019/07/09/opinion/017a1pol#

Twitter: @lhan55

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Q Code Mag

OBRADOR, UN ANNO DOPO

di Andrea Cegna

8 luglio 2019

Messico: un bilancio del governo che ha vinto con l’idea di cambiare tutto

Cosa sarà del governo di Andrés Manuel López Obrador in Messico sarà il tempo a dirlo. Ad un anno dal suo trionfo elettorale, il 1° luglio 2018, quando 30 milioni di persone l’hanno scelto come presidente, un pezzo del suo lavoro è realtà, non speculazione.

Non è una rivoluzione come in tanti speravano. La quarta trasformazione arranca tra promesse di uscita dal neoliberismo, la violenza che non si placa, e le pressioni di Trump da nord. Ma López Obrador resta uno dei presidenti più popolari della storia del paese, i suoi metodi di comunicazione e di “vicinanza” alla popolazione per ora pagano.

Il 1° luglio scorso, López Obrador è tornato alla Zócalo di Città del Messico. La piazza era gremita come il giorno del suo arrivo al potere, ma la composizione della piazza è cambiata. Non c’erano folte delegazioni indigene, ma c’era Carlos Slim. Un passaggio non da poco, e non solo a livello simbolico. I più poveri si allontanano e si avvicina uno degli uomini più ricchi del mondo. Una traiettoria netta che marca i primi mesi di AMLO (acronimo popolare di Andrés Manuel López Obrador) molto più delle parole, delle promesse e dei risultati.

Nel suo discorso dal palco il presidente ha ammesso senza mezzi termini che la violenza non è stata sconfitta, ma subito dopo ha promesso che entro dicembre (ovvero la conclusione del primo anno di governo) sarà la corruzione ad essere battuta.

Il passaggio mostra l’abilità comunicativa di AMLO e allo stesso tempo come alcuni dei punti cardine del suo mandato siano in grossa difficoltà.

Dal 1° dicembre 2018 sono già otto i giornalisti uccisi e il presidente non è stato in grado di dire nulla. Oltre a loro sono tanti e tante le attiviste sociali, soprattutto indigeni e contadini, a morire per mani misteriose o essere arrestati per le loro lotte, esattamente come succedeva prima di AMLO.

L’unico passaggio fatto per affrontare la violenza è stato stressare la costituzione e formare un nuovo gruppo armato, la Guardia Nazionale: corpo governato dall’esercito e sotto il diretto controllo dello stesso presidente.

Questo corpo armato dovrebbe sostituire la Polizia Federale per azioni contro i gruppi criminali, considerata troppo corrotta dallo stesso AMLO. Ma a chiedere di entrare in questo nuovo corpo sono stati per lo più ex membri della stessa federale. Se non bastasse, i primi compiti attributi alla Guardia Nazionale sono stati di controllo delle frontiere a sud. Ovvero al confine con il Guatemala.

Di fatto López Obrador davanti alle pressioni di Trump e alla minaccia di vedere il ritorno di dazi del 5% sull’esportazione dei prodotti Made in Mexico verso gli USA, ha deciso di reprimere fortemente i flussi migratori provenienti dal Centro America, e di accettare di trasformare il Messico in un grosso imbuto che permetta agli USA di controllare i flussi d’ingresso, di persone e beni.

In tutto questo il Messico prosegue nei suoi progetti di estrazione di materie prime e di grandi opere invasive. L’unica grande opera ad essere stoppata è stata la costruzione dell’aeroporto internazionale di Città del Messico. Sembra sempre più sicuro che non si farà nei territori resistenti di San Salvador Atenco, ma su un possedimento militare. Mentre la commissione governativa per la scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa si è fermata subito dopo la sua istituzione ad inizio del mandato di López Obrador.

Per ora il Messico prosegue seguendo la linea degli ultimi anni. Se al governo, ora, c’è una persona che gode dei favori dei sondaggi e di una storia che lo rende lontano da una storia di governi corrotti e collusi con le ambiguità delle compromissioni tra stato ed economie legali e illegali, però non si vedono ancora scarti significativi nella linea del potere, come avevano predetto le donne e gli uomini dell’EZLN, e delle comunità autonome zapatiste. https://www.qcodemag.it/indice/interventi/obrador-un-anno-dopo/

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Messico un anno dopo: dov’è il “cambiamento”?

Bilancio di un anno di presidenza di Andrés Manuel López Obrador

di Christian Peverieri, Camilla Camilli

2 luglio 2019

Un anno fa il trionfo della speranza: al terzo tentativo Andres Manuel Lopez Obrador diventava presidente del Messico. Un’elezione storica per il paese, infatti, per la prima volta un candidato di sinistra metteva alla porta i due partiti tradizionali che finora si erano spartiti il potere, il vecchio partito-stato PRI e il suo braccio destro – in tutti i sensi – PAN. Oltre che storica, una vittoria schiacciante, con 30 milioni di messicani che, scegliendo AMLO, come è comunemente chiamato, sceglievano di porre fine al regime di terrore instaurato dai due predecessori, Felipe Calderón Hinojosa (PAN) ed Enrique Peña Nieto (PRI). Con lui, il paese sceglieva la speranza di un cambiamento: troppi 12 anni di guerra civile mascherata da guerra al narco, troppi 250 mila morti, troppi 40 mila desaparecidos, troppi 300 mila sfollati interni, troppa corruzione, troppa la violenza. Ma un anno dopo questa importante svolta, il Messico di AMLO rappresenta ancora la speranza di cambiamento?

Forse è troppo presto per dirlo (è passato solo un anno dalla vittoria elettorale e solo sette mesi dall’entrata ufficiale in carica), ma alcuni segnali di questi ultimi mesi sono allarmanti. Di seguito proveremo ad affrontare alcuni di questi segnali che negli ultimi mesi hanno fatto parlare del Messico anche oltre oceano.

La nuova militarizzazione dei territori per combattere la violenza

Come detto, i dodici anni di guerra civile hanno portato il paese al collasso e sono stati, molto probabilmente, uno dei motivi fondamentali per i quali i cittadini messicani hanno scelto Andres Manuel Lopez Obrador come presidente. Purtroppo, le notizie di questi mesi non hanno mostrato un paese che ha cambiato marcia, tutt’altro. E sono i dati a parlare: nel primo quadrimestre del 2019 sono avvenuti 11221 omicidi, il quadrimestre più violento degli ultimi 20 anni [1]. Non solo, nei primi sei mesi sono già 8 i giornalisti assassinati, uno in meno rispetto all’intero anno precedente. Sono 13 invece i leader comunitari o sociali caduti con violenza per la loro lotta a difesa dei territori [2]. La risposta del nuovo governo è stata quella di investire su una nuova militarizzazione dei territori con la creazione della Guardia Nacional, un corpo ibrido metà polizia e metà militare che secondo molti ha cambiato solo forma ma non la sostanza. L’obiettivo della riforma era costituire questo nuovo corpo di polizia che avesse delle basi più civili che militari dato che lo stesso AMLO in una dichiarazione di qualche mese fa considerava la Policia Federal come il peggior corpo di polizia del paese in quanto a violenza procurata e corruzione. La realtà tuttavia è ben altra cosa rispetto alle intenzioni (dichiarate) del presidente: i membri del nuovo corpo di polizia saranno gli stessi uomini della polizia federale, obbligati a cambiare uniforme pena il licenziamento [3]. Anche gli zapatisti, naturalmente, si sono opposti alla nuova Guardia Nacional, intravvedendo subito i potenziali problemi per le loro comunità: e infatti almeno tre caserme saranno posizionate proprio nei pressi dei territori ribelli e liberati dagli indigeni zapatisti (territori che hanno tra gli indici di violenza più bassi dell’intero paese ma che sono in prossimità dei confini e interessati da alcuni mega progetti), come hanno denunciato in recenti comunicati e come ribadito durante la “giornata per la vita e contro nuova militarizzazione dei territori autonomi” [4]. Resta quindi il paradosso per l’amministrazione López Obrador, di voler combattere la violenza facendo rimanere inalterate le possibili cause di questa violenza, una scommessa che difficilmente avrà un esito positivo.

Mega progetti e resistenza indigena

In campagna elettorale AMLO si è speso molto a fianco delle organizzazioni ambientaliste e indigene di difesa dei territori, tanto da assicurare che, una volta presidente, avrebbe fatto in modo di far terminare le politiche estrattiviste. E i presupposti erano anche buoni: già ad ottobre scorso AMLO ha assicurato che avrebbe proibito il fracking, ma proprio negli ultimi giorni si è diffusa la notizia di una nuova concessione data alla PEMEX per utilizzare la fratturazione idraulica per estrarre il petrolio [5]. AMLO ha ribadito che il Messico non utilizzerà più il fracking e ha anche “sospeso” tale concessione, ma al momento, a parte le parole del presidente, non esiste una legislazione che ne vieti l’utilizzo.

Il problema tuttavia non è solo il fracking. Sono infatti numerosi i mega progetti fatti approvare attraverso il ricorso alle consulte popolari (strumenti che favoriscono l’avvallo delle popolazioni ai mega progetti e allo stesso tempo a disinnescare la protesta e a criminalizzare chi contesta) tra i quali dobbiamo citare il Tren Maya, il Proyecto Integral Morelos e il corridoio nell’Istmo di Tehuantepec. Molti di questi progetti erano stati bloccati dalle precedenti amministrazioni per la forte opposizione locale incontrata ma ora, proprio grazie all’utilizzo delle consulte, hanno ricevuto l’approvazione popolare. Ciò che tiene uniti tutti questi progetti è una parola che forse dovremmo imparare a leggerla in termini negativi: sviluppo. Sviluppo del turismo per Yucatan e Chiapas con il Tren Maya, sviluppo dei commerci per il corridoio nell’Istmo di Tehuantepec (pensato per velocizzare la circolazione di materie prime tra gli oceani Atlantico e Pacifico e competere con il canale di Panama), sviluppo del Paese con la costruzione di due centrali termiche in Morelos nell’ambito del PIM (Proyecto Integral Morelos). Uno sviluppo che però porta con sé controindicazioni nefaste per l’ambiente e le popolazioni, quasi sempre indigene, che abitano i territori sede di questi mega progetti. In questi mesi AMLO ha usato spesso la retorica del trionfo, di un paese intero che lo segue e che appoggia le sue decisioni: in questa ottica dobbiamo vedere quindi la consegna del “bastón de mando” donatogli da alcune etnie indigene durante la cerimonia di inaugurazione del suo “sessennio”, come simbolo dell’appoggio del mondo indigeno al suo operato. In realtà non tutto il mondo indigeno appoggia il presidente e a trainare l’opposizione è il Congreso Nacional Indigena, di cui fa parte anche l’EZLN, che fin dal primo momento hanno dichiarato ferma opposizione ai mega progetti del presidente, in particolare del Tren Maya che attraversa alcuni territori autonomi zapatisti. Per gli indigeni quelli portati avanti dal presidente sono progetti di morte che andranno a incidere negativamente sulla vita delle popolazioni che abitano i territori, avvelenando le acque e distruggendo terreni agricoli fondamentali alla sussistenza di molte popolazioni indigene, sfruttando la popolazione con l’impiego di lavoratori a basso costo e in molti casi, costringendo le popolazioni a spostarsi per i danni provocati da progetti ed estrazioni. In Morelos, l’opposizione al PIM è costata la vita all’attivista Samir Flores alcuni mesi fa, ucciso a colpi di arma da fuoco davanti alla porta di casa. AMLO in campagna elettorale aveva promesso la ferma opposizione al progetto per poi ritrattare una volta salito in carica. Analizzando tutti questi progetti [6] pare evidente che con questo nuovo governo non ci sarà la fine del neoliberismo come annunciato pomposamente qualche mese fa. Tutto fa credere che la logica predatoria del sistema estrattivista continuerà anche con AMLO e che le opposizioni saranno duramente represse.

La crisi migratoria e l’ingerenza statunitense

21.500. È il numero delle forze federali distribuite lungo la frontiera meridionale e settentrionale del Messico: un primo gruppo di 6.000 agenti della Guardia Nazionale sono stati inviati al confine con il Guatemala; altri 2 mila nelle zone di Chetumal, Quintana Roo, Tapachula e Chiapas oltre a 4.500 nell’Istmo di Tehuantepec. Mentre al confine nord sono stati inviati altri 15 mila agenti [7].

Numeri che rappresentano il compromesso che il “nuovo” Messico di AMLO ha preso con gli Stati Uniti. Un accordo arrivato dopo un periodo di tensione in cui Trump ha più volte minacciato di imporre dazi sui prodotti esportati dallo stato messicano verso i vicini del nord – mossa che avrebbe indebolito la già fragile economia messicana – se non fosse riuscito ad arginare l’avanzata delle migliaia di centroamericani che in questi ultimi mesi si sono messi in cammino. Di fronte ad una crisi migratoria senza precedenti, con un sistema di accoglienza ormai al collasso, la soluzione adottata dal governo di AMLO è stata la militarizzazione del territorio, la caccia al migrante e la criminalizzazione degli attivisti, come successo a Cristóbal Sánchez e Irineo Mujica (attivista per i diritti dei migranti il primo e direttore della ONG Pueblo Sin Fronteras il secondo), arrestati con l’accusa di traffico di persona e successivamente rilasciati. Tale soluzione prevede di accogliere i migranti centroamericani mentre questi aspettano la risposta alla loro richiesta di asilo rivolta però agli Stati Uniti. Un piano per l’immigrazione che al suo interno prevede la garanzia all’accesso ai servizi educativi, sanitari e legali, oltre al rispetto e alla tutela dei diritti dei migranti. Ma la realtà sfortunatamente è un’altra: il clima di odio e discriminazione, già ben presente tra i cittadini messicani, è ulteriormente alimentato dalla diffusione di notizie false, mentre numerosi sono stati i casi di aggressioni da parte delle autorità messicane. Purtroppo si sono registrate anche alcune morti. Ultime, in ordine di tempo, quella del giovane padre morto insieme alla figlia di due anni nel tentativo di guadare il Rio Bravo e quella di una donna e dei suoi tre figli nello stato di Veracruz.

Una situazione, quindi, che rischia solo di portare ad un aumento degli abusi da parte delle autorità e da parte di coloro che vorrebbero trarre profitto da una situazione simile, mantenendo i migranti in una condizione di vulnerabilità e precarietà per il loro futuro. Dall’altra parte, fortunatamente, è costantemente attivo il sistema di accoglienza portato avanti dal basso dalle centinaia di attivisti e volontari che si sono mobilitati affinché queste carovane si potessero muovere in sicurezza e raggiungere il loro obiettivo. Un sistema che viene continuamente attaccato e criminalizzato, ma che il governo messicano dovrebbe imparare a coinvolgere nella stesura dei piani riguardanti l’immigrazione essendo l’unica pratica in campo che funziona.

Rivoluzione, quarta trasformazione o continuità?

Come si evince dai temi trattati l’amministrazione López Obrador presenta molteplici aspetti di continuità con le precedenti amministrazioni. I pur lodevoli richiami del presidente a tutte le istituzioni (in particolare a Guardia Nacional, polizia ed esercito) di rispettare i diritti umani, di favorire una crescita quanto più eguale, di rispettare e di valorizzare l’indigenismo e la salvaguardia dei territori, il continuo utilizzo della retorica della “quarta trasformazione”, la vendita dell’aereo presidenziale e l’apertura al pubblico del palazzo di Los Pinos (ex residenza presidenziale), come simbolo della fine dell’era della corruzione e della depravazione, come si è visto stonano con una realtà dei fatti che sembra andare controcorrente e promuovere invece violazioni dei diritti umani, sfruttamento dell’ambiente e degli indigeni (spesso i più poveri), continuando a favorire, in due parole, estrattivismo e violenza. Quello che spaventa è anche il dopo: abbiamo visto in Italia ma anche in molte esperienze progressiste in tutto il continente latinoamericano quanto i governi cosiddetti progressisti che hanno optato per politiche moderate, non solo abbiano pagato in termini di consenso ma hanno pure favorito la crescita di una “ultradestra” fascista e molto pericolosa che, una volta preso il sopravvento, non ha nessuna remora a schiacciare con ogni mezzo, legale o illegale (vedi il caso Lula in Brasile) ogni oppositore politico. Come dice lo scrittore Pino Cacucci [8] quella di Lopez Obrador non è una rivoluzione ma il tentativo di trasformare culturalmente il paese: «AMLO è stato eletto con un processo elettorale e sappiamo benissimo che non potrà mai fare una rivoluzione, ovviamente si procederà a piccoli passi senza sfidare troppo i poteri forti». Ma qual è il senso di questa strategia? Nel mentre AMLO si adopera per trasformare culturalmente il paese, alle frontiere i migranti vengono uccisi, torturati, fatti sparire e cacciati come animali; allo stesso tempo si permette che la logica estrattivista continui a produrre macerie. Il Messico è un paese dai mille volti e dalle mille possibilità che ci ha abituato nel corso della sua storia a sorprendenti novità, dire a cosa lascerà spazio la speranza che un anno fa ha trionfato è ancora presto e sebbene con molte nubi all’orizzonte è bene concedere ancora una possibilità, con molti dubbi e una certezza: per la rivoluzione guardiamo altrove. https://www.globalproject.info/it/mondi/messico-un-anno-dopo-dove-il-cambiamento/22097

 

[1] https://www.jornada.com.mx/2019/05/21/politica/007n3pol

[2] https://www.grieta.org.mx/index.php/2019/05/16/al-menos-20-asesinatos-de-lideres-comunitarios-desde-mayo-del-ano-pasado-a-este-11-de-estos-ocurrieron-en-el-2019/

[3] https://www.proceso.com.mx/589437/entre-condiciones-precarias-policias-federales-son-forzados-a-conformar-la-guardia-nacional

[4] https://www.globalproject.info/it/mondi/ezln-una-giornata-per-la-vita-contro-la-nuova-militarizzazione-dei-territori-autonomi/22049

[5] https://piedepagina.mx/otra-asignacion-con-fracking-para-pemex/

[6] https://roarmag.org/essays/amlo-in-office-from-megaprojects-to-militarization/

[7] http://www.laizquierdadiario.mx/Lopez-Obrador-despliega-21500-militares-contra-los-migrantes-en-las-fronteras

[8] https://www.linkiesta.it/it/article/2019/06/26/messico-amlo-obrador-libro-pino-cacucci/42659/

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Convocazione del CNI-CIG ed EZLN alla CAMPAGNA PER LA VITA, LA PACE E LA GIUSTIZIA NELLE MONTAGNE DI GUERRERO

Noi popoli, comunità, nazioni, collettivi, quartieri e tribù originarie che siamo il Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo, e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, invitiamo ad intraprendere le azioni necessarie per smantellare la guerra dei potenti contro la vita dell’umanità e dell’intero pianeta, in particolare l’accerchiamento paramilitare e la struttura che sostiene la violenza contro le nostre genti che, con dignità, siamo decisi a frenare e smantellare.

Per cui:

Considerando

  1. Che la guerra narco-paramilitare capitalista contro popoli e comunità membri del Congresso Nazionale Indigeno, con la complicità dei malgoverni e delle bande criminali, si espande su molte geografie di questo paese, pretendendo di imporre con il terrore lo sterminio della vita e la pace che noi difendiamo, per concretizzare i loro violenti progetti neoliberali.
  2. Che continua l’impunità del vile assassinio del nostro fratello Samir Flores Soberanes della comunità indigena nahua di Amilcingo, Morelos, così come le intenzioni dei ricchi padroni di realizzare la centrale termoelettrica criminale a Huexca, Morelos.
  3. Che il Consiglio Indigeno e Popolare di Guerrero – Emiliano Zapata, membri del CNI-CIG, invitano a rompere l’accerchiamento narco-paramilitare che organizzazioni criminali impongono nella regione della bassa montagna.
  4. Che questa aggressione permanente contro i nostri compagni sta generando una crisi umanitaria per le difficoltà di far entrare cibo e medicinali nella regione, la paura di coltivare la terra per il rischio di essere assassinati nei campi, e il non poter tenere aperte le scuole per timore di un possibile attacco contro le nostre figlie e figli.

INVITIAMO

Le reti di appoggio del Consiglio Indigeno di Governo, le reti di resistenza e disubbidienza, la Sexta Nazionale e Internazionale, le organizzazioni e reti dei diritti umani, la società civile cosciente e solidale, a partecipare alla

CAMPAGNA PER LA VITA, LA PACE E LA GIUSTIZIA NELLE MONTAGNE DI GUERRERO

che partirà dalla comunità indigena nahua di Amilcingo, Morelos, il 12 luglio 2019 per essere i giorni 13 e 14 luglio nella comunità di Acahuehuetlan, municipio di Chilapa, Guerrero.

Con questa iniziativa invitiamo a realizzare azioni parallele e simultanee negli spazi organizzati di tutte e tutti secondo le nostre capacità collettive per fermare la guerra capitalista contro i popoli di Guerrero, con i quali insieme romperemo l’accerchiamento imposto da gruppi criminali che, alleati coi malgoverni, vogliono distruggere il potere dal basso col terrore e la violenza, perché sanno che è lì dove saranno sconfitti.

Invitiamo a contribuire alla RACCOLTA DI GENERI ALIMENTARI, MEDICINALI E RISORSE ECONOMICHE CHE SI TIENE IN CALLE DR. CARMONA Y VALLE NO. 32, COLONIA DOCTORES, CITTÀ DEL MESSICO, DALLE ORE 10:00 ALLE ORE 17:00.

Nello stesso tempo invitiamo a fare donazioni sul conto corrente del Congresso Nazionale Indigeno INTESTATO A ALICIA CASTELLANOS GUERRERO, BBVA BANCOMER, NO. DI CONTO: 0471079107, CLAVE BANCARIA: 012540004710791072, SWIFT BCMRMXMM, ABA: 021000128, INVIANDO COPIA DEL VERSAMENTO CON NOME,TELEFONO O INDIRIZZO AL SEGUENTE INDIRIZZO DI POSTA ELETTRONICA: aliciac.2145@gmail.com indicando chiaramente che la donazione va indirizzata alle comunità del Concejo Indígena y Popular de Guerrero–Emiliano Zapata (CIPOG- EZ).

L’intero ricavato delle donazioni sarà gestito direttamente dal Consiglio Indigeno e Popolare di Guerrero-Emiliano Zapata (CIPOG – EZ) e distribuito secondo i suoi accordi collettivi.

Perciò, l’appello è per difendere la nostra vita ed esistenza collettiva, perché non solo resisteremo fino alla morte, ma ricostruiremo il mondo antico, quello presente e quello futuro che sconfiggerà questa offensiva contro la nostra esistenza, perché la vita del mondo, della nostra madre terra, di noi popoli indigeni non è negoziabile.

Distintamente

Per la ricostituzione Integrale dei Nostri Popoli

Mai più un Messico senza di noi

 

Giugno 2019

Congresso Nazionale Indigeno

Consiglio Indigeno di Governo

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/06/12/convocatoria-del-cni-cig-y-el-ezln-a-la-campana-por-la-vida-la-paz-y-la-justicia-en-la-montana-de-guerrero/

 

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Intellettuali, organizzazioni e gruppi solidali nel mondo preoccupati per la crescente attività militare nelle comunità zapatiste.

18 giugno 2019. Intellettuali ed accademici del Messico e di altri paesi del mondo, insieme ad organizzazioni e gruppi solidali, firmano una lettera per chiedere al Governo del presidente Andrés Manuel López Obrador la sospensione della militarizzazione nei territori dove stanziano le comunità dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Nella missiva firmata, tra gli altri, da Noam Chomsky, dal sociologo Boaventura de Sousa Santos, da Juan Villoro, Eduardo Matos Moctezuma, Javier Sicilia, esprimono la loro preoccupazione per lo spiegamento militare nelle zone di influenza zapatista.

 

Lettera contro la militarizzazione delle zone indigene dell’EZLN

A coloro che ancora vogliono ascoltare.

Questo è un messaggio di preoccupazione per la vita, per la dignità. Noi, firmatari di questa lettera siamo preoccupati per quello che sta accadendo, di nuovo, in quell’angolo dimenticato del sudest messicano che è diventato il cuore della speranza e della ribellione, il Chiapas.

Questo non è un manifesto ideologico né una presa di posizione di fronte ai cambiamenti politici in atto in Messico, è un messaggio di genuina preoccupazione per quello che si avverte che si sta avvicinando in quel ‘sotto’ che dopo 25 anni, di 500 anni, continua a resistere allo sterminio e all’oblio. Ci preoccupiamo per quelli che per un quarto di secolo hanno lottato per la loro autonomia, che hanno posto la dignità al di sopra del pragmatismo politico, che sono stati un esempio di libertà in un mondo incatenato dalla paura, ci preoccupiamo per gli Zapatisti.

Ci preoccupa sapere della crescente attività militare nei territori delle comunità Zapatiste. Vediamo che in mezzo alla complessa situazione di sicurezza che si vive in Messico, la strada verso la militarizzazione del paese sta prendendo sempre più forza. È un segnale di allarme che, anche attraverso la strategia della molto discussa Guardia Nazionale, questa sia come è successo tante volte una forza di “sicurezza” che non distingue tra crimine e resistenza, tra crudeltà e degna disobbedienza. È contraddittorio che proprio quando i dati dello stesso Governo del Messico indicano che la zona Zapatista è di quelle con il più basso indice di criminalità, la strategia di sicurezza sia rivolta in maniera minacciosa a quelle zone che sono uno dei pochi santuari di libertà e sicurezza per il Messico del basso. Questa più che una strategia di sicurezza sembra una strategia di guerra.

Benché noi firmatari siamo un insieme di persone diverse che guardiamo l’amministrazione di Andrés Manuel López Obrador con speranza o scetticismo, tutti siamo persone che sogniamo un Mondo diverso, migliore. Noi che ci uniamo in queste parole, crediamo che un cambiamento in Messico non può avvenire sotto l’ombra del pragmatismo politico, cedendo alle pressioni che portano all’autoritarismo, all’abuso ed alla violenza a beneficio dell’1%, né con la denigrazione delle voci critiche che con la loro autenticità e concretezza si sono guadagnate il rispetto del mondo.

Vediamo un processo crescente di ostilità verso resistenze autentiche, storiche e legittime che si oppongono a progetti come il Treno Maya, il Corridoio Trans-Istmico ed il Plan Integral Morelos, tra gli altri. Ci preoccupano i recenti omicidi di componenti del Congresso Nazionale Indigeno e del Consiglio Indigeno di Governo. Ci preoccupa la possibilità che questa nuova amministrazione, come i suoi predecessori, liberali o conservatori, di nuovo porti i popoli indigeni sull’orlo dello sterminio.

Il mondo sta guardando con gli occhi e con il cuore quello che sta accadendo in Messico e in Chiapas.

Stop alla guerra contro gli Zapatisti ed i Popoli Indigeni del Messico!

FIRMATARI INTERNAZIONALI

Noam Chomsky, Arundhati Roy, Boaventura De Souza Santos, Raúl Zibechi, Yvon Le Bot, Michael Hardt, Oscar Olivera, Hugo Blanco Galdós, Jasmin Hristov, Joe Foweraker, Eric Toussaint, Michael Löwy, Carlos Taibo, Pedro Brieger, Manuel Rozental, Mauricio Acosta, Vilma Almendra, Nicolás Falcoff, Guillermina Acosta, Iosu Perales, Philippe Corcuff (profesor de ciencia politica, Lyon, Francia), Enzo Traverso (Susan and Barton Winokur Professor in the Humanities, Cornell University), Mikel Noval (Eusko Langileen Alkartasuna-Solidaridad de los Trabajadores Vascos – ELA), Manuel Gari Ramos (miembro de la Coordinadora Confederal de Anticapitalistas), Francisco Louçã (Economista, miembro del Consejo de Estado, Portugal), Leo Gabriel (Miembro del Consejo Internacional del Foro Social Mundial), Pierre Galand (Senador honorario, ex-secrétario general de Oxfam Belgica), Alberto Acosta (Ex-presidente de la Asamblea Constituyente, Ecuador), Miguel Urbán (eurodiputado), Raúl Camargo (ex diputado de la Asamblea de la Comunidad de Madrid), José María González “Kichi” (Alcalde de la ciudad de Cádiz), José Luis Cano (diputado del Parlamento de Andalucía), Marco Bersani (porta voz de ATTAC ITALIA), Tomas Astelarra (periodista, Argentina), Derly Constanza Cuetia Dagua (Indígena Nasa, Pueblos en Camino), Antonio Moscato (Universidad del Salento Lecce -Italia), Jaime Pastor (editor de Viento Sur), Aldo Zanchetta (periodista free lance Lucca -Italia), Miren Odriozola Uzcudun (País Vasco), Kepa Bilbao Ariztimuño (profesor), Rogério Haesbaert (geógrafo y profesor universidades Federal Fluminense y de Buenos Aires), Gilbert Achcar (Profesor en la SOAS, Universidad de Londres), Antonio Moscato (Italia), Virginia Vargas Valente (Perú), Rommy Arce (ex concejala del Ayuntamiento de Madrid), Josu Egireun (Redacción Viento Sur), Mariana Sanchez (sindicalista, Francia), Jorge Costa (diputado del Bloco de Esquerda en el parlamento de Portugal), Franck Gaudichaud (Catedrático, Universidad Toulouse Jean Jaurés, Francia / Miembro del colectivo editorial de Rebelion.org), Arturo Escobar (Prof de antropologia emerito, U de Carolina del Norte, Chapel Hill), Olga Luisa Salanueva (Directora Maestría en Sociología Jurídica UNLP, Argentina), José Murillo Mateos, Hilda Imas, Jorge Ignacio Smokvina, Hernan Parra Castro Presidente Comité Ejecutivo Nacional FENASIBANCOL, William Gaviria Ocampo Fiscal Comité Ejecutivo NACIONAL FENASIBANCOL, César Augusto Cárdenas Ávila Secretario General C.E.N. FENASIBANCOL, Detlef R. Kehrmann, Camille Chalmers (PAPDA – Haïti), José Angel Quintero Weir (Organización Wainjirawa para la Educación Propia-Venezuela), Vanda Ianowski (Docente Universidad Nacional del Comahue, Río Negro Argentina), Maria Adele Cozzi – camminardomandando (Italia), Luis Martínez Andrade (chercheur post-doctoral Collège d’études mondiales/Fondation Maison des Sciences de l’homme), Roberto Bugliani (Italia), Juanca Giles Macedo (Perú),

 

FIRMATARI MESSICO

Juan Villoro, Ely Guerra, Oscar Chávez, Francisco Barrios “El Mastuerzo”, Márgara Millán, Juan Carlos Rulfo, Jean Robert, Javier Sicilia, Luis de Tavira, Gilberto López y Rivas, Jorge Alonso, Paulina Fernández Christlieb, Eduardo Matos Moctezuma, Isolda Osorio, Raúl Delgado Wise, Alicia Castellanos Guerrero, Sylvia Marcos, Carolina Coppel, Mercedes Olivera (CESMECA-UNICACH), Carlos López Beltrán, Magdalena Gómez, Rosalva Aída Hernández, Bárbara Zamora, Beatriz Aurora, Néstor Quiñones, Fernanda Navarro, Alejando Varas, Raúl Romero (Sociólogo, UNAM), Marta De Cea, Servando Gajá, Rosa Albina Garavito Elías, Eduardo Almeida Acosta, Ma. Eugenia Sánchez Díaz de Rivera, Ana Lidya Flores Marín, John Holloway, Sergio Tischler, Fernando Matamoros, Gustavo Esteva, José Luis San Miguel, Lucía Linsalatta, Paulino Alvarado, Peter Joseph Winkel Ninteman, Isis Samaniego, Mayra I Terrones Medina (Posgrado en Desarrollo Rural, Profesora investigadora, UAM Xochimilco), Carolina Concepción González González (profesora-investigadora de la Universidad Autónoma de Baja California Sur), José Javier Contreras Vizcaino (Estudiante Doctorado en Sociología ICSyH-BUAP), Mayleth Alejandra Zamora Echegollen (Estudiante Doctorado en Sociología ICSyH-BUAP), Mayleth Echegollen Guzmán.- PROFRA-INVEST.- BUAP., Rene Olvera Salinas (profesor de la UPN y UAQ ,Querétaro, México)., Rogelio Regalado Mújica (Instituto de Ciencias Jurídicas de Puebla), Edgard Sánchez (miembro de la dirección del Partido Revolucionario de los Trabajadores), Karla Sánchez Félix (filósofa), Estefania Avalos Palacios (antropóloga), Francisco Javier Gómez Carpinteiro, Ana María Verá Smith, Rodolfo Suáres Molnar (UAM- Cuajimalpa), Álvaro J. Peláez Cedrés (UAM-Cuajimalpa), Mara Muñoz Galván (Observatorio de Justicia y Derechos Humanos de Mujeres y Niñas), Aline Zárate Santiago (Colectivo Liberación Ixtepecana), Alejandra Ramìrez Gaytán (Desempleada y en ocupación alternativa), Ita del Cielo (socióloga), Gabriela Di Lauro, David Rodríguez Altamirano, Byron Eduardo Lechuga Arriaga, Carolina Martínez de la Peña, María del Pilar Muñoz Lozano, Juan Jerónimo Lemus, Cecilia Zeledón, Ana Laura Suárez Lima, Lilia García Torres, Iliana Vázquez López, Silvia Coca, Katia Rodríguez, Pilar Salazar, Miguel López Girón, Rogelio Mascorro, Alexia Dosal, Edith González, Priscila Tercero, David Hernández, Roberto Giordano Longoni Martínez, Renata Carvajal Bretón, Beleguí Rasgado Malo, Mario Hernández Pedroza, Monserrat Rueda Becerril, Erika Sánchez Cruz, Jannú Ricardo Casanova Moreno, Marisol Delgado, Alejandro Gracida Rodríguez, Ariadna Flores Hernández, Tamara San Miguel y Eduardo Almeida Sánchez.

 

ORGANIZZAZIONI

Red Europa Zapatista, Confederación General del Trabajo (Estado Español), Unión syndicale Solidaires, Francia, TxiapasEKIN (Euskal Herria – País Vasco), Centro de Documentación sobre Zapatismo (CEDOZ) (Estado Español), Asamblea de Solidaridad con México (País Valencia, Estado Español), Humanrights – Chiapas (Zurich, Suiza), Comitato Chiapas “Maribel” (Bergamo, Italia), Y Retiemble! Espacio de apoyo al Congreso Nacional Indígena desde Madrid (Estado Español), Mutz vitz 13 (Marsella, Francia), Associació solidaria Cafè Rebeldía-Infoespai (Barcelona-Catalunya), Adherentes a la sexta (Barcelona, Catalunya), Ya Basta! Moltitudia Roma” (Italia), Cooperazione Rebelde (Napoli, Italia), Espoir Chiapas – Esperanza Chiapas (Francia), Manchester Zapatista Collective (Reino Unido), ASSI (Acción Social Sindical Internacionalista), Pueblos en Camino (Colombia), La Insurgencia del Caracol (Argentina), FM La Tribu (Buenos Aires, Argentina), Radio El grito (Córdoba, Argentina), Red de Solidaridad con Chiapas de Buenos Aires (Argentina), Federación Nacional de Sindicatos Bancarios Colombianos “FENASIBANCOL” (Colombia), Red Contra la Represión y por la Solidaridad (México), Unidad Obrera y Socialista – ¡UNÍOS! (México), Unión de Vecinos y Damnificados “19 de septiembre” (México), Editorial Redez (México), Desarrollo y Aprendizaje Solidario (México), Colectivo Detonacción Puebla (México), Editorial En cortito que´s pa´largo (Querétaro, México), Unitierra Puebla (México), Universidad de la Tierra en Oaxaca (México), Centro de Encuentros y Diálogos Interculturales (México), Tianguis Alternativo de Puebla (México), Comisión Takachiualis de Derechos Humanos (México), y Nodo de Derechos Humanos (México)

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Luis Hernández Navarro: I demoni chiapanechi

Il corpo senza vita di Ignacio Pérez Girón è comparso a lato della strada Tuxtla Gutiérrez-San Cristóbal. Presentava segni di tortura. Due giorni prima, il 4 maggio scorso, la sua famiglia ne aveva denunciato la scomparsa.

Pérez Girón era sindaco del municipio indigeno di Aldama, negli Altos del Chiapas. Aveva 45 anni. Mesi prima, a gennaio 2019, aveva denunciato l’attacco armato alla comunità da parte di paramilitari.

Da febbraio 2018, i coloni di Aldama vivono un’autentica crisi umanitaria. Diverse comunità del municipio sono vittime costanti di attacchi armati da parte di gruppi paramilitari. Sono state assassinate 25 persone e ferite varie decine. Inoltre, più di 2 mila sono stati sfollate violentemente dalle proprie case e villaggi. Chi esce dalla sua proprietà per andare a lavorare, corre il pericolo di essere assassinato. Gli aggressori provengono dai villaggi di Santa Martha e Saklum, nel vicino municipio di Chenalhó.

In cinque diverse occasioni, Pérez Girón aveva chiesto al governo statale di installare tavoli di dialogo per disattivare il conflitto. Prima dell’assassinio, il giornalista di Rompeviento Tv, Ernesto Ledesma, in tre occasioni aveva interpellato il presidente Andrés Manuel López Obrador circa le aggressioni in questa regione. Dopo il crimine di Pérez Girón, è tornato a farlo. Dal luogo dei fatti ha realizzato di prima mano quattro reportage con molte testimonianze (https://bit.ly/2wesaOn). Né la presenza della polizia né militare hanno fermato gli attacchi. Chi è in possesso di armi ad uso esclusivo dell’Esercito si muove liberamente.

Il conflitto risale al 1977, quando il governo consegnò a Santa Martha 60 ettari di terra di proprietà di Aldama. Secondo la giunta di buon governo del caracol di Oventik, i tre livelli di governo passati e presenti sono responsabili della divisione, scontro, paura e rottura della vita comunitaria. Perché imbastirono accordi mai realizzati mettendolo ancora più legna sul fuoco per dividere le comunità.

La violenza in Aldama e Chalchihuitán è conseguenza della liberazione degli assassini materiali di Acteal. Il 22 dicembre 1997, ad Acteal, Chenalhó, furono giustiziati selvaggiamente dai paramilitari 45 tra uomini, donne e bambini mentre pregavano per la pace in una cappella (https://bit.ly/2ELb9A8). Malgrado fossero stati pienamente identificati dai parenti delle vittime, la Suprema Corte di Giustizia della Nazione liberò gli omicidi a partire dal 2009, adducendo che non c’era stato un giusto processo. I criminali non hanno mai consegnato le armi con le quali perpetrarono il massacro.

Il principale promotore della campagna per liberare gli assassini di Acteal è stato Hugo Eric Flores, legato alla teologia della prosperità neo-pentecostale, molto vicino agli inizi della sua corsa politica ad Ernesto Zedillo, presidente del Messico quando fu compiuto il massacro. Dirigente del partito Encuentro Social, attualmente è il superdelegato della Quarta Trasformazione nello stato di Morelos.

I paramilitari di Chenalhó che nell’ultimo anno hanno attaccato i coloni di Aldama sono gli stessi che hanno ucciso i membri di Las Abejas ad Acteal quasi 22 anni fa, o sono parenti dagli assassini. Rosa Pérez, l’ex presidentessa municipale di Chenalhó, figura chiave nella ripresa dei gruppi di civili armati, è parente di chi ha perpetrato il massacro. Abraham Cruz, fino a poco tempo fa tesoriere municipale, è figlio del pastore che benedisse le armi degli assassini.

Come hanno dichiarato gli sfollati di Aldama, Rosa Pérez ed Abraham Cruz, attuale sindaco di Chenalhó, hanno riorganizzato il gruppo paramilitare presente da anni in quel municipio, creato dall’Esercito (https://bit.ly/2Xle8q7).

Quanto successo a Chenalhó, Chalchiuitán ed Aldama non è un fatto isolato. Praticamente in tutti gli angoli della geografia chiapaneca vecchi e nuovi cacicchi (indigeni e meticci), si disputano il controllo del territorio per mezzo della violenza. Membri della comunità chol di San José El Bascán, nel municipio di Salto de Agua, sono a rischio di attacco armato e sgombero forzato.

Invece di servire a mettere in ordine ne demoni del paramilitarismo, la presenza dell’Esercito nello stato sembra essere concentrata nell’accerchiare e vessare i territori zapatisti. Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas ha rilevato che dalla fine del 2018 è raddoppiato il numero di incursioni dell’Esercito Messicano nella sede della giunta di buon governo, nel caracol della Realidad.

Lungi dall’affrontare i gruppi di potere locali, il governo statale guidato dal morenista Rutilio Escandón, li protegge. I figli e i nipoti della vecchia oligarchia finquera occupano ora posizioni chiave nell’amministrazione della Quarta Trasformazione chiapaneca. Il mandatario statale ed i suoi funzionari sono parte del problema, non della soluzione.

Il fantasma di Acteal si aggira nel territorio chiapaneco. I demoni sono liberi. Da sopra gli hanno aperto la porta.

Twitter: @lhan55

Testo originale: https://www.jornada.com.mx/2019/06/04/opinion/016a2pol#

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COMUNICATO DEL CNI-CIG E DELL’EZLN SULLA VIOLENZA SCATENATA CONTRO I POPOLI ORIGINARI

Ai popoli del mondo

Alle reti di appoggio al CIG

Alla Sexta nazionale ed internazionale

Ai mezzi di Comunicazione

 

Il passaggio del capitalismo neoliberale sta segnando i suoi passi col sangue dei nostri popoli, dove la guerra cresce perché non cediamo la nostra terra, la nostra cultura, la nostra pace ed organizzazione collettiva; perché non cediamo nella nostra resistenza né ci rassegniamo a morire.

Denunciamo il vile attacco perpetrato lo scorso 31 maggio contro la comunità indigena nahua di Zacualpan, a membri del Congresso Nazionale Indigeno nel municipio di Comala, Colima, nella quale un narco-paramilitare ha sparato con armi di grosso calibro contro un gruppo di giovani uccidendone uno e ferendone gravemente altri tre.

Di questi gravi fatti riteniamo responsabili i tre livelli del malgoverno che permettono a questi gruppi narco-paramilitari di agire nella regione, in particolare il direttore di pubblica sicurezza Javier Montes García. Esigiamo il pieno rispetto degli usi e costumi della comunità indigena nahua di Zacualpan.

Condanniamo l’aggressione e la distruzione avvenute all’alba del 31 maggio nelle località di Rebollero e Río Minas, appartenenti alla comunità binizza di San Pablo Cuatro Venados, nel municipio di Zachila, Oaxaca, per mano di un gruppo armato che con uso di violenza ha distrutto le case di decine di famiglie.

Un numeroso gruppo di persone è entrato nelle località sparando con armi di grosso calibro e, dopo aver sparato a lungo, con macchinario pesante ha abbattuto le case, costringendo le compagne ed i compagni, tra i quali molti minorenni, a fuggire e rifugiarsi in montagna.

Hanno abbattuto 24 abitazioni, bruciato mais ed altri cereali immagazzinati come sementi per la semina, hanno bruciato i beni personali della comunità come abiti e scarpe. Inoltre, hanno rubato bestiame, impianti di generazione di energia e serbatoi d’acqua.

Condanniamo la repressione ed i soprusi commessi contro i nostri compagni e compagne della comunità indigena otomí residente a Città del Messico che in maniera violenta sono stati sgomberati da gruppi di scontro al servizio del malgoverno e delle imprese immobiliari, insieme a centinaia di granaderos al servizio di Néstor Núñez, sindaco del Comune di Cuauhtémoc, lo scorso 30 maggio alle ore 11:00 dall’accampamento di via Londres No. 7, Col. Juárez, dove la comunità otomí vive in strutture provvisorie dal terremoto del 19 settembre 2017.

Condanniamo l’assedio narco-paramilitare che gruppi criminali, finanziati ed appoggiati dai tre livelli del malgoverno e da tutti i partiti politici, stringono intorno alle comunità del Consiglio Indigeno e Popolare di Guerrero – Emiliano Zapata (CIPOG-EZ) nel municipio di Chilapa e José Joaquín de Herrera, che in autonomia e con la loro lotta costruiscono la pace.

Rivolgiamo un appello ai popoli del Messico e del mondo a vigilare ed essere solidali con la lotta delle genti di Guerrero, a rompere il cerchio che impone la violenza per l’appropriazione capitalista dei territori indigeni che limita l’ingresso di generi alimentari e medicine. Esortiamo a sostenere la raccolta di viveri da destinare alle comunità colpite, come mais, riso, fagioli, peperoncini in scatola, zucchero, sardine, tonno, carta da bagno, pannolini e medicine, nella sede di UNIOS, in via Dr. Carmona y Valle No. 32, colonia Doctores, a Città del Messico.

Ribadiamo che la nostra madre terra non è in vendita né al capitale né a nessuno, la nostra esistenza non si negozia e pertanto neppure la resistenza dei nostri popoli.

Distintamente
Giugno 2019
Per la ricostituzione integrale dei nostri popoli

Mai più un Messico senza di noi

Congresso Nazionale Indigeno

Consiglio Indigeno di Governo

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/06/04/comunicado-del-cni-cig-y-el-ezln-ante-la-violencia-desatada-contra-los-pueblos-originarios/

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