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Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

Con la nostra partecipazione in questo processo elettorale, ribadiamo ai popoli indigeni e non indigeni del Messico che non resteremo inermi mentre ci distruggono e ci strappano la terra che abbiamo ereditato dai nostri nonni e che la dobbiamo ai nostri nipoti, mentre inquinano i fiumi e perforano le montagne per estrarre minerali, non rimarremo fermi mentre convertono la pace e la vita che costruiamo quotidianamente, in guerra e morte attraverso i gruppi armati che proteggono i loro interessi. La nostra risposta, non abbiate dubbio, sarà la resistenza organizzata e la ribellione per sanare il paese. 

Falta lo que falta. C’è molto da fare ancora. 

 

Aprile 2018.

Alle Reti di Appoggio al CIG ed a Marichuy:

A coloro che hanno partecipato alla Associazione Civile “Llegó la hora del florecimiento de los pueblos”:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Al popolo del Messico:

Ai media liberi, autonomi, alternativi, indipendenti:

Alla stampa nazionale e internazionale:

Di fronte all’acutizzarsi della guerra, la depredazione e la repressione che invadono le nostre comunità con l’avanzare del processo elettorale e secondo i passi percorsi per le geografie di questo paese dalla nostra portavoce Marichuy insieme ai consiglieri e consigliere, ci rivolgiamo rispettosamente al popolo del Messico per dire che:

Sentiamo il dolore di tutti i colori che siamo, noi il Messico del basso.

Col pretesto del periodo di raccolta delle firme, abbiamo percorso i territori indigeni del nostro paese dove insieme, abbiamo fatto crescere la nostra proposta politica dal basso, da dove si è resa visibile la lotta di molti popoli originari, i loro problemi e le loro proposte.

Con la nostra partecipazione in questo processo elettorale, ribadiamo ai popoli indigeni e non indigeni del Messico che non resteremo inermi mentre ci distruggono e ci strappano la terra che abbiamo ereditato dai nostri nonni e che la dobbiamo ai nostri nipoti, mentre inquinano i fiumi e perforano le montagne per estrarre minerali, non rimarremo fermi mentre convertono la pace e la vita che costruiamo quotidianamente, in guerra e morte attraverso i gruppi armati che proteggono i loro interessi. La nostra risposta, non abbiate dubbio, sarà la resistenza organizzata e la ribellione per sanare il paese.

Con la grande mobilitazione di migliaia e migliaia di compagne e compagni delle reti di appoggio in tutto il paese, abbiamo realizzato ed è diventato sfacciatamente evidente che per apparire sulla scheda elettorale si deve garantire che noi siamo uguali o peggiori di loro, che se presentiamo delle firme, queste devono essere false o non valide, se spendiamo denaro deve essere di oscura provenienza, se diciamo qualcosa deve essere una bugia, se concordiamo qualcosa di serio, deve essere coi politici corrotti, con le imprese estrattive, coi banchieri, coi cartelli della droga, ma mai, mai, col popolo del Messico.

Essere sulla scheda elettorale è solo per chi vuole amministrare il potere di sopra opprimendo quelli di sotto, perché il potere che vogliono è marcio in tutte le sue parti.

Quindi, è una contesa che si può vincere solo con trappole, denaro e potere, come la merce che sono le elezioni della classe politica nella quale non c’è né ci sarà mai posto per la parola di quelli di sotto, di quelli che essendo indigeni o che non sono parte di un popolo originario, disprezzano il potere e costruiscono la democrazia prendendo decisioni collettivamente, che poi si fanno governo per strada, in un quartiere, in una comunità, un ejido, un collettivo, una città o uno stato.

Il processo elettorale è una porcilaia in cui sguazza chi è riuscito a falsificare migliaia di firme e chi ha le migliaia di milioni di pesos che gli permettono di comprare il voto, mentre la maggior parte del popolo del Messico si dibatte tra povertà e miseria.

Per questo la nostra proposta non è uguale, per questo non facciamo campagna elettorale, per questo non falsifichiamo le firme, né cercare e spendere soldi che il popolo del Messico adopera per rispondere alle sue necessità vitali, per questo non ci preoccupiamo di vincere nessuna elezione né mischiarci con la classe politica, ma è il potere dal basso che perseguiamo, che nasce dalle sofferenze dei popoli e per questo cerchiamo il dolore di tutti i colori che siamo, noi il popolo del Messico, perché lì c’è la speranza che nasca un buon governo che comandi obbedendo e che solo potrà sorgere dalla dignità organizzata.

Non è solo il razzismo della struttura politica che non ha permesso che la nostra proposta figurasse sulla scheda elettorale, perché se chi si oppone alla distruzione capitalista del mondo avesse anche occhi diversi, azzurri o rossi, le politiche pubbliche e la presunta democrazia sarebbero fatte per escluderli. Noi, popoli originari e chi cammina in basso e a sinistra non stiamo al loro gioco; non per il nostro colore, la nostra razza, la nostra classe, la nostra età, la nostra cultura, il nostro genere, il nostro pensiero, il nostro cuore, bensì perché siamo una cosa sola con la madre terra e la nostra lotta è perché tutto non si trasformi in merce, perché sarebbe la distruzione di tutto, cominciando dalla nostra, di noi come popoli.

Per questo lottiamo, per questo ci organizziamo, per questo non solo non stiamo nella struttura dello stato capitalista, ma ogni giorno di più sentiamo ripugnanza per il potere di sopra che ogni giorno di più dimostra il profondo disprezzo contro tutte e tutti i messicani. La grave situazione in cui vivono i nostri popoli e che si è acutizzata gravemente nelle ultime settimane per la repressione e la depredazione, ha solo meritato il silenzio complice di tutti i candidati.

Di conseguenza, per accordo della seconda sessione di lavoro del Consiglio Indigeno di Governo, svoltasi i giorni 28 e 29 aprile a Città del Messico, né il CIG né la nostra portavoce cercheranno né accetteranno alcuna alleanza con nessun partito politico o candidato, né inviteranno a votare o ad astenersi, ma continueremo a cercare tutti quelli in basso per smontare il pestilente potere di sopra. Che andiate a votare o no, comunque organizzatevi.

Andremo avanti nella realizzazione delle chiavi per sanare il mondo.

Tra i popoli originari di questo paese, dove è presente il Consiglio Indigeno di Governo, e dove la nostra portavoce è passata tessendo, secondo il mandato dell’assemblea generale del CNI, ci sono le resistenze e le ribellioni che danno forma alla nostra proposta per tutta la nazione, per questo insieme a consiglieri e consigliere di ogni stato e regione abbiamo percorso le sue geografie, dove la guerra e l’invasione del mostro capitalista vive giorno per giorno. Dove la terra viene depredata affinché non sia più collettiva e resti nelle mani dei ricchi, affinché i territori siano occupati e distrutti dalle imprese minerarie, le sorgenti devastate per l’estrazione di idrocarburi, i fiumi inquinati, l’acqua privatizzata in dighe e acquedotti, il mare e l’aria privatizzati dai parchi eolici e dall’aviazione, i semi nativi contaminati dagli OGM e dalle sostanze chimiche tossiche, le culture rese folclore, i territori configurati per il funzionamento del narcotraffico transnazionale, l’organizzazione dal basso sottomessa dalla violenza terroristica dei gruppi narco paramilitari che sono al servizio dei malgoverni.

Abbiamo visto anche le strade che si illuminano nei mondi che conservano le proprie culture, quando in essi si scorge la proposta e la parola degli altri popoli indigeni, e dalla loro lotta e dalla loro lingua sorgono i fondamenti che sono la ragion d’essere del Consiglio Indigeno di Governo.

È lì dove splende la speranza che siamo usciti a cercare, come lo è anche la società civile organizzata nelle città con la Sesta, coi gruppi e le Reti di appoggio al CIG che non solo sono usciti a dimostrare la loro solidarietà e fare un’agenda in tutto il paese, ma sono usciti a costruire dal basso, dalle stesse rovine capitaliste, un paese migliore ed un mondo migliore. A tutt@ loro la nostra ammirazione e il nostro rispetto.

Invitiamo tutte e tutti, noi che siamo il popolo del Messico, i compagni e le compagne delle Reti di appoggio al Consiglio Indigeno di Governo in tutti gli stati del paese, le compagne e compagni che hanno costituito l’Associazione Civile “Llegó la Hora del Florecimiento de los Pueblos”, a seguirci consultando e valutando, facendo valutazioni, trovando e percorrendo i nuovi sentieri che decideremo di percorrere, sempre organizzandoci, che si voti o no per qualche candidato. Le vostre parole, sentimenti e proposte sono importanti per noi.

Continueremo a lanciare ponti rispettosi con chi vive e lotta, così per fare crescere insieme la parola collettiva che ci aiuti a resistere contro l’ingiustizia, la distruzione, la morte e la depredazione, per ricostruire il tessuto sociale del paese con la coscienza di coloro che in basso sognano e si ribellano con le proprie geografie, culture e modi.

Nella proposta collettiva dei popoli è custodita la nostra parola che si rivolge al mondo, quindi continueremo a camminare verso il basso, verso i popoli, le nazioni e le tribù indigene che siamo, per cui indiremo nel mese di ottobre 2018 l’Assemblea Generale del Congresso Nazionale Indigeno, per conoscere i risultati della valutazione dei popoli originari raggruppati nel CNI, ed avanzare al passo successivo.

Sorelle e fratelli del popolo del Messico e del mondo, andiamo avanti insieme perché c’è molto da fare ancora.

Per la ricostituzione Integrale dei Nostri Popoli

Mai più un Messico senza di Noi

Congresso Nazionale Indigeno

Consiglio Indigeno di Governo

Commissione Sesta dell’EZLN

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2018/05/02/falta-lo-que-falta/

 

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Messico: sfollati interni come in tempo di guerra civile. 

330.000 persone vivono come sfollati interni in Messico. Numeri da guerra civile, che fanno scricchiolare l’immagine di una “normale” democrazia che si prepara a scegliere il proprio presidente nelle elezioni del 1° luglio. Ecco cosa sta succedendo nel Paese dove la sicurezza è ancora miraggio di pochi. 

di Luca Martinelli 10 maggio 2018  

In Messico non è in corso nessuna guerra civile e il prossimo 1° luglio il Paese sarà chiamato a scegliere il nome del presidente della Repubblica per il periodo 2019-2016. Eppure, all’interno dei suoi confini, 329.917 persone vivono la condizione di “sfollati interni”, risultando vittime di desplazamiento forzado. E nel solo 2017, secondo il recente rapporto della ong Comisión Mexicana de Defensa y Promoción de los Derechos Humanos (Cmdpdh), all’elenco si sono aggiunte altre 20.390 persone.

Chiapas, Guerrero, Sinaloa: mappa degli sfollati interni

Il monitoraggio continuo realizzato dal gruppo di lavoro della Commissione, tra gennaio e dicembre 2017 ha individuato 25 casi di trasferimento forzato e ha riguardato gli abitanti di 79 località, in 27 municipi all’intero di almeno nove Stati della Repubblica. Il maggior numero di episodi, ben sette, si sono registrati nello Stato di Guerrero, cinque hanno riguardato il territorio di Sinaloa e tre ciascuno gli Stati del Chiapas, di Chihuahua e di Oaxaca.

Quasi i tre quarti delle vittime dei nuovi sfollati, però, vivono in appena tre Stati: Chiapas e Guerrero, nel Sud-est del Paese, e Sinaloa, che è nel nord, anche se non confina con gli Stati Uniti.

Chi sono gli sfollati interni messicani: indigeni 6 su 10

L’episodio più dirompente dell’anno, per il numero di sfollati, riguarda lo stato del Chiapas e il conflitto agrario tra i municipi di Chalchihuitán e Chenalhó, nella regione degli Altos. Esso ha portato ben 5.323 indigeni di etnia tzotziles a fuggire dalle proprie abitazioni, a partire dalla metà del mese di ottobre del 2017, cercando rifugio in montagna.

Secondo il rapporto, qui sono morte almeno 11 persone di fame e di freddo, «due bebè, un bambino di un anno e sei mesi, un bambino di due anni e sette mesi, due adulti e cinque anziani».

Su scala nazionale, oltre il 60% dei nuovi sfollati del 2017 appartiene a una delle etnie indigene. Oltre agli tzotziles del Chiapas, le altre vittime sono nahuas, mixes, rarámuris (o tarahumaras), purépechas e tepehuanes (o ódami).

Le cause: gruppi armati, violenza politica, conflitti

Secondo le informazioni raccolte dai redattori del Rapporto sugli sfollati interni in Messico, il 68% degli episodi avrebbe come evento scatenante la violenza da parte di gruppi armati organizzati, mentre 7 su 25 dipendono da violenza politica, conflitti sociali o dispute territoriali.

Nello Stato di Zacatecas, invece, a fuggire della proprie abitazioni in località La Colorada, nel municipio di Chalchihuites, sono state nel gennaio dell’anno scorso 47 famiglie, vittime della violenza armata di guardie al servizo dell’impresa canadese Panamerican Silver. Spiega il Cmdpdh che le «minacce continuavano in modo costante da due anni».

Omicidi di difensori dei diritti umani e sfollati interni

Nelle conclusioni si dà conto di un altro “caso” legato direttamente allo sfruttamento delle risorse ambientali e ai diritti umani. Proprio a causa di un omicidio, infatti – quello di Isidro Baldenegro López, leader indigeno e attivista ambientale nello Stato di Chihuahua, assassinato nel gennaio del 2017 nella comunità di Coloradas de la Virgen, nel municipio di Guadalupe y Calvo – 12 famiglie hanno abbandonato le proprie case per cercare rifugio Guachochi, Hidalgo del Parral e Chihuahua.

Isidro Baldenegro López – Foto: Goldman Environmental Foundation

Nel 2005 Baldenegro López aveva vinto il Goldman Prize, il Nobel alternativo per l’ambiente, per la lotta a difesa dei boschi della Sierra Madre dei Tarahumara dai tagliatori illegali. «Riteniamo necessario sottolineare che le persone che difendono i diritti umani rappresentano un settore della popolazione che deve essere riconosciuto come vulnerabile. Questo aspetto è particolarmente importante dato che in uno degli eventi registrati nel corso del 2017 l’omicidio di un difensore ha causato il desplazamiento forzado della popolazione». Delle 15 abitazioni della comunità, appena 3 sono rimaste abitate.

Il ritorno alle proprie case

Le stime della Cmdpdh affermano che meno di un quarto delle vittime nel corso dell’anno ha potuto far ritorno alla propria abitazione e vive nuovamente nella comunità di origine. Il dato numerico (4.842 persone), però, non offre un’analisi qualitativa adeguata, perché molti tra coloro che sono effettivamente “ritornati” lo hanno fatto perché funzionari pubblici hanno realizzato pressioni per chiudere il caso.

Ad Chalchihuitán e Chenalhó, in Chiapas, ad esempio, è anche la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) a sottolineare il problema, chiedendo ufficialmente al governo messicano di proteggere o garantire la sicurezza nei confronti di coloro che hanno fatto rientro a casa.

Le proposte a Città del Messico per avere più sicurezza

Le sollecitazioni della Cidh sono rivolte allo Stato messicano, cui si rivolge anche la  Comisión Mexicana de Defensa y Promoción de los Derechos Humanos con tre richieste: il riconoscimento delle vittime di sfollamento forzado; un’analisi statistica ufficiale continua ed aggiornata del fenomeno, da affidare all’Istituto nazionale di stastistica (Inegi); l’approvazione di una legge per la prevenzione del fenomeno e l’attenzione agli sfollati interni, che garantisca alla vittime almeno «la protezione e un risarcimento integrale ed equo del danno subito». https://www.osservatoriodiritti.it/2018/05/10/messico-guerra-sfollati-interni/

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Rebecca Rovoletto. Nello zapatismo vivente nel Chiapas niente di ciò che credi logico o scontato è così. Puoi avvicinarti solo se ti asterrai dal comprimerlo dentro cornici codificate. Perché questi indios contadini ne sanno sempre una più di te e ti ribaltano come quel punto interrogativo. E quando ti chiedono di guardare e ascoltare ti stanno dicendo di cavare via le croste al cervello, di esporre la polpa. E devi anche sapere che solo la millesima parte di ciò che assaggerai potrà essere raccontata, perché senza anime eccitate dai corpi non si comprendono diversità, linguaggi, figurazioni. 

Il Chiapas delle 8000 7-12 marzo 2018 

 Rebecca Rovoletto·- martedì 1° maggio 2018

Mi sento al sicuro nel taxi di Gonzalo, posso abbandonare l’allerta del viaggio, la fatica della sua preparazione, i perché ho risposto a un invito arrivato da così lontano. Ora sono qui. Dal finestrino mi incanta una luna storta: sta calando all’ingiù, gobba a terra e sorriso al cielo. Del resto, qui anche i perché usano un punto interrogativo sottosopra, messo lì prima ancora di formulare la domanda. Mi appendo a quel glifo e prende corpo la que sabe, colei che sa: dondola, donna, fiuta, accendi i pori.

All’inizio dell’anno, l’EZLN lancia una convocatoria, una chiamata. Dall’avvio della Otra Campaña gli zapatisti hanno creato molte aperture internazionali e i loro inviti sono stati sempre più frequenti: l’Escuelita, il CompArte, il ConCiencias por la Humanidad. Artisti, intellettuali, scienziati, rappresentanti della società civile e militanti hanno risposto alle loro iniziative, per discutere orizzonti.

Questa convocatoria è però diversa dal solito. È concepita femmina, voluta e organizzata dalle donne zapatiste per le donne di tutto il mondo. Gli uomini non sono invitati, non importa se buoni o cattivi. C’è bisogno di un momento solo per noi, lontano dalle critiche o dalle compiacenze di uno sguardo maschile. Libere di essere ciò che siamo e di fare ciò che amiamo fare, nel nostro modo personale di divaricare crepe nei muri del sistema capitalista e patriarcale. “…in tutto il mondo ci assassinano. E agli assassini che sempre sono sistema con volto da maschio non importa nulla se siamo ammazzate. Quindi, se sei una donna che lotta, che non è d’accordo con quello che ci fanno come donne che siamo, se non hai paura, se hai paura ma la controlli, ti invitiamo a incontrarci e parlarci e ascoltarci come donne che siamo.” Ci chiedono di portare lì, al Caracol IV di Morelia nel sudest messicano, tutto quello che desideriamo condividere come donne impegnate sui più diversi fronti dell’attivismo sociale e politico per la difesa della natura, delle risorse primarie, dei diritti inalienabili, delle minoranze, delle culture originarie, della vita. E siccome il mondo va descritto nella sua complessità, senza lesinare parole, lo titolano Primo Incontro Internazionale Politico, Artistico, Sportivo e Culturale delle Donne che Lottano.

Nello zapatismo vivente nel Chiapas niente di ciò che credi logico o scontato è così. Puoi avvicinarti solo se ti asterrai dal comprimerlo dentro cornici codificate. Perché questi indios contadini ne sanno sempre una più di te e ti ribaltano come quel punto interrogativo. E quando ti chiedono di guardare e ascoltare ti stanno dicendo di cavare via le croste al cervello, di esporre la polpa. E devi anche sapere che solo la millesima parte di ciò che assaggerai potrà essere raccontata, perché senza anime eccitate dai corpi non si comprendono diversità, linguaggi, figurazioni.

Dalle mail organizzative dell’equipe de apojo so che si stanno registrando adesioni da ogni parte del globo, tanto che devono metterle in fila alfabetica: Andorra, Argentina, Australia, Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Danimarca, Ecuador, El Salvador, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Guatemala, Honduras, Inghilterra, Italia, Nazione Mapuche, Nazione Cree e Ojibwa, Nazione Navajo, Nicaragua, Paesi Baschi, Paraguay, Perù, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Tanzania, Uruguay, Venezuela e 27 stati del Messico. Parlano di oltre seicento richieste di partecipazione attiva e ci anticipano alcuni dei temi e delle proposte che sono arrivate: 202, un’enormità.

Il 7 marzo mi sveglia il caffè a San Cristòbal, tra le montagne della Sierra Madre a 2.200 metri, nella casa azùl di Francesca, Fabio e la piccola Emma. Si parte dal CIDECI alle 13:30, ora zapatista, dentro un Lacandonia Tour, un camiòn blu che viaggia a passo d’uomo. Dicono che la nostra destinazione finale dista circa duecento chilometri zapatisti, in direzione circa Palènque. Fuori boschi di conifere e qualche ragazzino scalzo che corre a salutare con la mano. A bordo spiccano in risate quattro italiane, delle pochissime che troverò all’incontro. Da questo momento Rosella, Serena, Daniela e Nancy saranno le mie compagne di pannocchie bollite e tamales, di discussioni e stupore. Ma nello zaino ci ho ficcato strette un bel po’ di altre amiche, Arianna, Teresa, Desi, Lisa, Marina, Moira e poi Elena, Giulia, Laura… mi si attacca ai vestiti anche Raffaella. Quale magico filo di ragno ti ha portata a seguirmi qui, Raffaella?

Attraversiamo la regione detta “tzotz-choj” (pipistrello-giaguaro), abitata dai popoli maya tzeltal, tzotzil e tojolabales, tra i principali partecipanti alla sollevazione in armi del ‘94. Come molte altre in Chiapas e in Messico, questa zona è stata ed è teatro di lotte contadine per preservare terra, diritti e culture native. Quella zapatista ha preso la forma dei governi autonomi (Municipi e JBG, Giunte di Buon Governo) nella cui costruzione e partecipazione l’apporto delle donne continua ad essere cruciale.

E cruciale, qui, è anche la poesia che impregna ogni cosa, il nucleo profondo di questi popoli. Caracol IV, Torbellino de Nuestra Palabra – Turbine della Nostra Parola – quartier generale della JBG Corazón del Arcoiris de la Esperanza – Cuore dell’Arcobaleno della Speranza. È qui che approda, dopo sette ore di buche e dossi, il nostro eroico Lacandonia Tour. BIENVENIDAS MUJERES DEL MUNDO

Il piazzale sterrato è un girone di zaini, borse, sporte, fagotti, trolley e, attaccato a ciascun bagaglio, c’è una donna da sola, con le amiche, con le altre donne della famiglia, con un bimbo al collo e uno per mano, con l’anziana nonna che si aiuta con un carrellino, con la fidanzata, con le compagne di collettivo. Di ogni età, colore, etnia, nazionalità, lingua, dialetto. Dappertutto piccole donne col passamontagna ci circondano: le nostre ospiti, le donne zapatiste dei Cinque Caracoles. A vigilare e coordinare le miliziane in divisa dell’EZLN “custodi dell’autonomia e di madre terra”. Cosa avranno provato nel vederci arrivare? Nel vedere che quel loro progetto sognato, discusso e organizzato da sole in un buco di mondo è lì sotto ai loro occhi gentili, vero e vociante, ed è enorme? “Perché è dura quando ci dicono che ne arrivano cinquecento ma che si è perso uno zero per strada e ne arrivano cinquemila e più” **

Despierta, mujeres del mundo. Buenas dìas. 8 marzo 2018 ore 5:52. Due accordi di chitarra nel primo accenno d’alba chiamano le donne. È l’inizio di ciò che non ti aspetti, che ti sguscia fuori dal sacco a pelo e ti sguscia dal mondo che hai vissuto sinora per incontrarne moltitudini. Ma non sono mondi altri, ce li hai tutti dentro e mai come ora ti sei sentita così profondamente a casa. Buongiorno alba del giorno che è il giorno. Buongiorno angolo sperduto di terra che hai fatto fiorire tutto questo.

Il primo è il giorno delle donne zapatiste. Si presentano come donne combattenti nella difficile quotidianità di chi ha scelto di vivere la libertà, di realizzare l’autonomia, di imprimere una trasformazione sociale e politica che non ha eguali. Ci regalano la genealogia della loro lotta, il loro sguardo sul mondo e la loro visione di ciò che sarà. Una narrazione fatta di letture, poesie corali, opere teatrali, tornei sportivi, coreografie, musica e canti e danze. Ma si raccontano anche standoci intorno, cucinando per noi, proteggendoci e prendendosi cura di ogni cosa. I loro occhi ci parlano di grazia dal passamontagna, i loro gesti tranquilli e sicuri ci danno il passo e la misura di un tempo umanissimo. La loro attenzione, ironica e curiosa, ci insegna l’accoglienza e l’affettività. Finalmente ti conosco di persona, Difesa Zapatista, piccola e tenace bambina che ogni giorno giochi la difficile partita che ti vede a sera ancora viva e libera.

Con questo loro primo giorno imprimono il senso tangibile del sentimento collettivo dell’essere comunità. Lorena, la sciamana maya, ha predisposto un cerchio di fuoco. È un battesimo. Le parole di apertura ci fondono, spazzano via i nostri brillanti ego e inutili dispute, diventiamo un chingo. “E vediamo, ad esempio quegli alberi laggiù che voi chiamate ‘foresta’ e noi chiamiamo ‘montagna’. E sappiamo che in quella foresta, in quella montagna, ci sono molti alberi diversi. Bene, siamo qui come una foresta o come un monte. Siamo tutte donne… una foresta di donne. Possiamo scegliere cosa fare durante questo incontro. Possiamo scegliere di fare a gara… o possiamo parlare e ascoltare con rispetto. Possiamo fare a gara tra di noi e alla fine, quando torneremo ai nostri mondi, scoprire che nessuna ha vinto, oppure decidiamo di combattere insieme, ciascuna con le proprie differenze. Qui siete tutte benvenute e vi ascolteremo, guarderemo e parleremo con rispetto, compagne e sorelle, noi non giudichiamo nessuno” *

Tutte, senza pudore e tabù, senza dogmi e pregiudizi, ci sentiamo libere di sdoganare quella sensazione inconfondibile di sacra selvatichezza che ci reintegra nella nostra identità umana e femminile. Sì, si è prodotta una magia, una magia pienamente politica, inutile cercare di parafrasare. Tutte quante, occidentali o indigene, di campagna o di città, femministe o meno, intellettuali, fotografe, attiviste politiche e sociali, sciamane, cantadoras, simpatizzanti per qualche partito, suonatrici di tamburi, giornaliste, lesbiche e transgender, danzatrici, esponenti di associazioni e movimenti, artigiane… tutte tocchiamo qualcosa cui dopo due mesi ancora fatichiamo a dare pressappoco un nome, perché dobbiamo inventarcelo un nome per qualcosa che nessuna di noi ha mai visto. Una politica ‘salvatica’.

Escono i tabelloni coi programmi di venerdì e sabato, organizzati in mesas, plàticas e talleres ma anche laboratori improvvisati, mostre ed esposizioni, installazioni, attività di ogni natura brulicanti in ogni anfratto. Lingue ancestrali si rincorrono tra le tende, pentoloni fumano di continuo, musica dappertutto. Se con le prime luci dell’alba ci rendiamo conto di quante siamo, alla fine un totale che sfiora le diecimila donne, con i tabelloni capiamo chi siamo e che siamo tutte qui, con tutti i nostri femminili e femminismi, todas aquì estamos. Torbellino de nuestra palabra. Il turbine delle nostre parole di donne irrompe per tre giorni eterni in mezzo alla Selva. Parole solo in parte verbali. Il femminile, quando ritrova integrità, parla col corpo, con le ovaie, con gli occhi, con modulazioni liquide, con flussi di braccia, con ritmi vascolari. Con questi suoi strumenti naturali il femminile parla di politica. Ne parla e la fa, la politica, cuocendo e nutrendo pensieri, idee, iniziative, azioni poderose.

Giro, ascolto, guardo, partecipo e mi rendo conto che quando, nel mio intervento, dentro un comedor incandescente, ho parlato della colonizzazione dei territori ad opera dei megaprogetti e della colonizzazione della psiche femminile che si infiltra nei movimenti, non ho detto nulla di strano. Ovunque sento rimbalzare la mia stessa riflessione: la monocultura patriarcale ha desertificato ampi territori della psiche femminile, una sorta di land-grabbing ci riduce a pensare, sentire, agire nelle lotte, come donne, secondo quello stesso modello che vogliamo contrastare. Ma qui non sta succedendo. Quel marchio che le zapatiste ci hanno impresso diventa un antidoto e sperimentiamo come si può stare tra di noi facendo politica in modo nuovo, caldo.

Cerchi nascono e respirano con le madri dei 43 studenti di Ayotzinapa spariti tre anni e mezzo fa. Spirali di gonne abbracciano le parole delle migranti transfrontaliere. Danze sincroniche circondano le storie di donne vittime di stupro. Mani a farfalla sui racconti di lotta dei popoli Mapuche. Fili di lana intessono le persecuzioni delle curanderas guatemalteche. Una Batucada colombiana ritma le segregazioni razziste nei popoli nativi e afro-latinoamericani. Corse di bimbi intersecano il dramma della Palestina. L’aroma di cannella accompagna il saccheggio dei territori. Rebozos sgargianti e muti sul videomessaggio dal Rojava. Sincretismi in cui grazia, anima, cura, spiritualità si fanno strumenti di politica viva. Non c’è frontiera tra uno spazio interiore e uno esterno, tra uno spazio personale e uno politico, tra umanità e natura, tra intelletto e corpo. Tutto co-è, tutto è necessario che sia.

Dal palco cambia la musica. Tolgono l’elettricità, si fa buio pesto e duemila candele zapatiste vengono accese: “Questa piccola luce è per te. Prendila, sorella e compagna. Quando ti senti sola. Quando hai paura. Quando senti che la lotta è molto dura, o che lo è la vita, riportala al tuo cuore, ai tuoi pensieri, alle tue viscere. E non la cedere, compagna e sorella. Portala alle scomparse, alle assassinate, alle detenute, alle violentate, alle picchiate, alle molestate, alle violate in tutti i modi, alle migranti, alle sfruttate, alle morte. Prendila e dì a ciascuna di loro che non è sola, che combatterai per lei… Prendila e trasformala in rabbia, in coraggio, in fermezza. Prendila e unisciti ad altre luci. Prendila e, forse, poi ti verrà da pensare che non ci sarà né verità, né giustizia, né libertà nel sistema capitalista patriarcale. Allora forse ci rivedremo per dare fuoco al sistema. E diremo: ‘Bene, ora sì cominciamo a costruire il mondo che meritiamo e che necessitiamo’. Perché quello di cui c’è bisogno è che mai più nessuna donna al mondo, di qualsiasi colore sia, peso, età, lingua, cultura, abbia paura.” ** Todas aquì estamos.

*dal discorso di apertura, 8 marzo 2018, Capitana Insurgente Erika

**dal discorso di chiusura, 10 marzo 2018, Compa Alejandra

Foto di Maria M. Caire

https://www.facebook.com/notes/rebecca-rovoletto/il-chiapas-delle-8000-7-12-marzo-2018/10211255530175515/

 

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Efficace sintesi di Luis Hernández Navarro @lhan55 del “ConversatorioProibito Pensare? convocato dall’EZLN dal 15 al 25 aprile a San Cristóbal de Las Casas. Proibito pensare? ha riunito oltre 50 artisti, dirigenti indigeni, difensori dei diritti umani, cineasti, pensatori e giornalisti con la comandancia zapatista per condividere sguardi, ascolti e parole.

***

Proibito pensare?

Luis Hernández Navarro

Guadalupe Vázquez Luna è un uragano in un corpo di donna. Minuta, con una viso da bambina nonostante i suoi 30 anni, la sua voce possiede una potenza incommensurabile. Non vuole tacere e lo dice. Sebbene si scusi per il suo spagnolo, che sarebbe la sua seconda lingua (la prima è la lingua tzotzil), il suo castigliano è grammaticalmente impeccabile.

Lupita aveva solo 10 anni quando i paramilitari hanno assassinato i suoi genitori, cinque fratelli, la nonna e uno zio. Il 22 dicembre 1997 stava pregando per la pace nella cappella di Acteal quando i priisti armati e protetti dalla polizia sono arrivati sparando. Hanno massacrato 45 persone innocenti. In lei ancora risuona il pianto, il lamento degli uomini, delle donne, dei neonati e dei bambini che si trovavano lì.

Guadalupe si salvò per miracolo. In piena sparatoria, con sua madre già morta, suo padre la tirò fuori dal nascondiglio dove si era rifugiata gridandole di scappare. Lei corse via tra le piantagioni di caffè.

Da allora, non ha smesso di vivere in resistenza, chiamare le cose col loro nome, e lottare contro l’oblio e per la giustizia. Nel cammino, si è resa conto dell’importanza di perseverare.

Se le donne tacciono – afferma – nessuno ci sente. Nessuno ci legge nel pensiero, ha detto nel “conversatorioMiradas, escuchas y palabras: ¿prohibido pensar?, che si sta svolgendo nel Cideci-UniTierra, a San Cristóbal de las Casas, convocato dall’EZLN. Per questo non sta in silenzio.

Guadalupe Vázquez Luna è consigliera del Consiglio Indigeno di Governo (CIG) del Chiapas. Nel suo intervento al “conversatorio” non ha risparmiato le critiche. Con notevole eloquenza, come moderna aedo, ha raccontato l’epica giornata per organizzare il CIG e registrare sulla scheda elettorale María de Jesús Patricio quale candidata alla Presidenza. Ora – ha detto – l’indigeno è a testa alta. Non ci guarderanno più come un’attrazione turistica.

Proibito pensare? è iniziato il 15 aprile e si concluderà il 25. Ha riunito oltre 50 artisti, dirigenti indigeni, difensori dei diritti umani, cineasti, pensatori e giornalisti con la comandancia zapatista per condividere sguardi, ascolti e parole. Vi partecipano vecchi compagni di strada dei ribelli, come Gilberto López y Rivas, Alicia Castellanos e Magdalena Gómez, e molte nuove voci, come Daniela Rea, Mardonio Carballo ed Emilio Lezama. Insieme hanno tracciato un bilancio di quello che il subcomandante Galeano ha definito l’effetto Marichuy, misurando il polso della congiuntura e provando a decifrare il Messico ed il mondo dopo le elezioni di luglio.

Decano di questi seminari, Pablo González Casanova ha illustrato le sue riflessioni sullo zapatismo come progetto rivoluzionario universale ed ha ringraziato per averlo vissuto. L’EZLN ha contraccambiato nominandolo comandante Pablo Contreras del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno e presentandogli i propri rispetti.

All’incontro ha partecipato anche l’avvocato Carlos González, figura chiave del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) fin dalla sua fondazione nell’ottobre del 1996. Il congresso – ha detto – in questo ultimo anno è cresciuto sia quantitativamente che qualitativamente, ed è migliore. È presente in stati come Tlaxcala e Quintana Roo dove non era mai arrivato. A maggio scorso, all’avvio del CIG, c’erano 38 consiglieri; oggi sono 160.

Proibito pensare?, nelle parole dell’esperto di diritti umani Jacobo Dayán, ha dato luce al dolore. Un dolore che, secondo lo psicoanalista Mauricio González, è nell’aria. Fuggendo dal mercato della vittimizzazione, l’incontro si è svolto come una monumentale fuga polifonica. I racconti sull’assordante rumore del sangue di Ayotzinapa, il pozzo senza fondo delle sparizioni forzate, la depredazione e la nuova guerra sporca, si sono alternate con le storie della formidabile esperienza realizzata in territorio zapatista da 10 mila donne di 48 Paesi nell’Incontro Internazionale delle Donne che Lottano, realizzato dall’8 al 10 marzo scorsi, o con le riflessioni – come quelle della filosofa esperta in impunità Irene Tello – sulla narrazione come modo per sovvertire e transitare dalla violenza in cui viviamo.

Discendo – ha spiegato Dayán– da nonni siriani di Aleppo; vengo da un luogo che non esiste più, da un non-luogo. Preso tra gli ingranaggi dell’orrore del Messico, ha narrato come nel paese ci sono zone in cui decine di migliaia di resti umani sono sepolti, ha raccontato le storie di sterminio operate dallo Stato messicano in luoghi come Piedras Negras ed ha ricordato i voli della morte in Veracruz. Ci indigniamo davanti alla corruzione – ha detto – ma non diciamo quasi nulla di fronte ad una nazione che si è trasformata in un immenso cimitero.

Fedele al contrappunto, l’evento ha tracciato una cartografia delle desolazioni e le sue scenografie, rivendicando nello stesso tempo la sfida – secondo la psicologa Ximena Antillón – di recuperare le parole ormai vuotate o snaturate del loro significato dal potere per permettere di tornare a capire. Ha tracciato quello che il romanziere ed articolista Juan Villoro ha definito un intero paese trasformato in Necropoli, messo in risalto dalla visione della scrittrice Cristina Rivera-Garza della scrittura come atto politico, processo di lavoro e parte intrinseca della comunanza.

In questa polifonia, la nota dominante è stata il contrasto. Da un lato, la giornalista Marcela Turati ha spiegato come il lavoro giornalistico sulla verità delle vittime si è trasformato in una dolorosa commissione per la verità in tempo reale, nella quale si deve scegliere cosa è importante. Dall’altro, il professionista della stampa Javier Risco, con fine ironia, ha illustrato l’orrore della politica nazionale e dei politici, a partire dalle interviste che ha fatto loro.

La diversità di voci che si sono alternate nel seminario Proibito pensare? sono state attraversate dalla combinazione dell’effetto Marichuy e l’esperienza dello zapatismo come avvenimento presente in qualche momento della sua biografia. Si tratta di un’esperienza che non ha niente a che vedere con altri candidati, o organizzare un nuovo culto religioso o formare un altro partito politico ma – come mostra l’esempio di Lupita Vázquez – con ascoltare l’altro e celebrare la vita.

Twitter: @lhan55

Testo originale: http://www.jornada.unam.mx/2018/04/24/opinion/017a2pol

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Pablo González Casanova diventa il comandante Pablo Contreras. Gli zapatisti lo hanno così battezzato per il suo pensiero critico e indipendente.  Il 1º marzo scorso alla presentazione di una sua opera alla Fiera Internazionale del Libro, Casanova aveva così risposto alla domanda di quale fosse la sua ricetta per vivere con tanta forza intellettuale: Lottare ed amare. Questo 21 aprile, come comandante del CCRI-EZLN, ha ratificato nuovamente la sua vocazione di lottare ed amare.

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González Casanova è il nuovo comandante Pablo Contreras

Gli zapatisti lo hanno così battezzato per il suo pensiero critico e indipendente

Luis Hernández Navarro. Inviato. La Jornada, domenica 22 aprile 2018. San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

Da ieri, il dottor Pablo González Casanova, 96 anni, è il comandante Pablo Contreras del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (CCRI-EZLN).

La nomina è stata resa pubblica nel mezzo di una prolungata ed emozionante ovazione dei partecipanti al “Conversatorio: Sguardi, ascolti e parole: proibito pensare?” che si sta svolgendo nel Centro Indigeno di Formazione Integrale Fray Bartolomé de Las Casas -Università della Terra (Cideci-Unitierra,) a San Cristóbal de Las Casas, convocato dagli zapatisti.

La decisione ribelle è stata annunciata all’ex rettore dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) dal comandante Tacho. Per essere zapatista – ha detto il tojolabal – bisogna lavorare e lui ha lavorato per la vita delle nostre comunità. Non si è stancato, non si è venduto, non ha ceduto.

In precedenza – con un bellissimo intervento in cui ha tracciato il bilancio della campagna della portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, María de Jesús Patricio, per ottenere la candidatura indipendente alla Presidenza della Repubblica – lo scrittore Juan Villoro ha raccontato come il passato 11 febbraio, sulla spianata del Palazzo delle Belle Arti a Città del Messico, Don Pablo avesse festeggiato il suo 96° compleanno nell’evento finale di appoggio all’indigena nahua.

Rettore di sinistra

González Casanova, ha ricordato Villoro, è stato l’unico rettore di sinistra della UNAM. Quel giorno alle Belle Arti, ha aggiunto, ci ha dato una lezione di gioventù e ribellione e si è dimostrato un autentico decano e uomo di giudizio.

Preparando la sorpresa, il subcomandante Moisés ha raccontato come gli zapatisti si formano assegnando e soprintendendo i compiti. Se le cose riescono bene, ha detto il comandante, lo zapatista viene premiato con altro lavoro.

E a questo punto il comandante Tacho ha preso la parola e cominciato a spiegare, in terza persona, i meriti e le virtù di Don Pablo. Facendo giochi di prestigio con i numeri ha concluso che, nonostante la differenza di età, gli zapatisti e González Casanova sono coetanei. Ha ricordato il nome col quale quasi un anno fa, durante il seminario “I Muri del Capitale, le Crepe della Sinistra: la clessidra ed il mondo organizzato delle fincas“, era stato battezzato dai ribelli Pablo Contreras. Quindi, ha annunciato la sua nomina come membro del CCRI-EZLN ed ha concluso dicendo: il nostro regalo per lei è altro lavoro…

Un anno prima, durante l’incontro “I Muri del Capitale”, il subcomandante Galeano lo aveva presentato come un uomo di pensiero critico e indipendente al quale non si dice mai che cosa dire o cosa pensare, ma che sta sempre dalla parte del popolo. Per questo, aveva detto, in alcune comunità zapatiste è conosciuto come Pablo Contreras. Ed aveva aggiunto che uno dei municipi ribelli era stato battezzato col suo nome.

Subito dopo l’annuncio di Tacho della nomina del nuovo comandate, i membri della comandancia e del CCRI presenti si sono alzati per salutare militarmente con la mano sinistra Don Pablo ed abbracciarlo calorosamente, mentre il pubblico in piedi ha applaudito per circa 10 minuti ed è partito un inaspettato “Goya, goya, cachún, cachún, ra, ra, ra! Goooooooya! Universidad!” [slogan storico dell’università – n.d.t.]

Don Pablo che ha iniziato il suo intervento nel seminario salutando l’auditorium in lingua tzotzil e spiegando che salutare è riconoscere l’altro ed ha proseguito rivendicando allo zapatismo un contributo universale alle lotte di liberazione, ha risposto visibilmente commosso al saluto militare ed agli abbracci, con altrettanti abbracci.

Solo il 1º marzo scorso, alla presentazione di una sua opera alla Fiera Internazionale del Libro nel Palacio de Minería, González Casanova aveva così risposto alla domanda di quale fosse la sua ricetta per vivere con tanta forza intellettuale: Lottare ed amare. Questo 21 aprile, come comandante del CCRI-EZLN, ha ratificato nuovamente la sua vocazione di lottare ed amare.

Foto: Daliri Oropeza

Testo originale: http://www.jornada.unam.mx/2018/04/22/politica/009n1pol

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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E’ in corso in Chiapas, a San Cristóbal de Las Casas, il “Conversatorio”: giornate di conversazione “Sguardi, ascolti, parole: proibito pensare?”. Trasmissione dal vivo e video degli interventi alla pagina di Enlace Zapatista http://enlacezapatista.ezln.org.mx

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Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas: Gruppi armati di Chenalhó provocano lo sfollamento di due comunità ad Aldama e minacciano la vita, la sicurezza e l’integrità della popolazione, tra cui, famiglie Basi di Appoggio Zapatiste.

Chiediamo di inviare appelli allo Stato messicano per garantire la vita, la sicurezza e l’integrità delle comunità a rischio nel municipio di Aldama, Chiapas; fornire assistenza integrale urgente alla popolazione sfollata in applicazione dei Principi delle Nazioni Unite sui Profughi Interni; e per un cessate il fuoco nella regione.

Qui per firmare: https://frayba.org.mx/bases-de-apoyo-zapatistas-en-riesgo-de-desplazamiento-forzado/ 

#FirmaEnSolidaridad

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