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Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

VIAGGIO PER L’EUROPA…

COMMISSIONE SEXTA DELL’EZLN

MESSICO

10 aprile 2021

Alle persone, gruppi, collettivi, organizzazioni, movimenti, coordinamenti e popoli originari in Europa che attendono la nostra visita:
Alla Sexta Nazionale e Internazionale:
Alle reti in resistenza e ribellione:
Al Congresso Nazionale Indigeno:
Ai popoli del mondo:

Sorelle, fratelli e compagn@:

Questo 10 aprile 2021 le/i compagn@ che fanno parte del primo gruppo di delegati del nostro Viaggio per la Vita, capitolo Europa, hanno raggiunto il “Semillero Comandanta Ramona”. Si tratta della delegazione marittima.

Con una piccola cerimonia, secondo i nostri usi e costumi, la delegazione ha ricevuto dai popoli zapatisti il mandato di portare lontano i nostri pensieri, cioè i nostri cuori. Le/i nostr@ delegat@ hanno un cuore grande. Non solo per abbracciare coloro che nel continente europeo si ribellano e resistono, ma anche per ascoltare e imparare dalle loro storie, geografie, calendari e modi.

Questo primo gruppo rimarrà in quarantena per 15 giorni, isolato nel Semillero, per assicurarsi di non essere infettato dal COVID19 e per prepararsi al lungo viaggio per mare. Durante queste due settimane vivranno all’interno della replica della barca che, per questo, abbiamo costruito nel Semillero.

Il 26 aprile 2021 partiranno per un porto della Repubblica messicana. Arriveranno entro e non oltre il 30 aprile e saliranno a bordo dell’imbarcazione che abbiamo chiamato “La Montaña”. Resteranno a bordo della nave per due o tre giorni e il 3 maggio 2021, il giorno del la Santa Cruz, Chan Santa Cruz, la nave “La Montaña” salperà con i nostri compagni con destinazione le coste europee, in un viaggio che dovrebbe durare dalle 6 alle 8 settimane. Si stima che nella seconda metà di giugno 2021 saranno al largo delle coste europee.

A partire da questo 15 aprile 2021, dai 12 caracol zapatisti le nostre basi di appoggio de@ nostr@ compagn@ svolgeranno attività per salutare la delegazione zapatista che, via mare e via aerea, viaggerà per la geografia che chiamano “Europa”.

In questa parte di quello che abbiamo chiamato “Viaggio per la Vita”. Capitolo Europa”, le/i delegat@ zapatist@ incontreranno coloro che ci hanno invitato a parlare delle nostre reciproche storie, dolori, rabbie, conquiste e fallimenti. Finora abbiamo ricevuto e accettato inviti dalle seguenti aree geografiche:

Austria

Belgio

Bulgaria

Catalogna

Cipro

Croazia

Danimarca

Finlandia

Francia

Germania

Grecia

Italia

Lussemburgo

Norvegia

Olanda

Paesi Baschi

Polonia

Portogallo

Regno Unito

Romania

Russia

Serbia

Slovenia

Stato Spagnolo

Svezia

Svizzera

Turchia

Ucraina

Ungheria

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Da oggi il Subcomandante Insurgente Galeano pubblicherà una serie di testi in cui vi parlerà di chi compone la delegazione marittima zapatista, del lavoro svolto, di alcuni problemi che abbiamo affrontato e così via.

In breve: siamo già in viaggio per l’Europa.

Per ora è tutto.

Dalle montagne del Sud-est Messicano.

Subcomandante Insurgente Moisés
Commissione Sexta dell’EZLN
Messico, aprile 2021

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2021/04/12/camino-a-europa/

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Paramilitarismo in Chiapas nella Quarta Trasformazione

Gilberto López y Rivas

2 aprile 2021

Il 30 aprile 1999, in qualità di presidente di turno della Commissione di Concordia e Pacificazione, ho presentato un esposto, presso l’allora Procuratore Generale (PGR), sull’esistenza di gruppi paramilitari in Chiapas, uno dei quali perpetrò il massacro di Acteal il 22 dicembre 1997. Questo esposto denunciava la pratica da parte delle forze armate messicane di una strategia di guerra irregolare, descritta nei manuali della Sedena e nel Plan de campañ Chiapas 94, e l’applicazione di una tattica contrainsurgente nota come incudine e martello, che consiste nel fatto che le forze armate agiscono come contenimento passivo (incudine), sotto la protezione del quadro giuridico, mentre i gruppi paramilitari (martello) attuano, clandestinamente, le vessazioni attive contro comunità e basi di appoggio dell’EZLN. Inoltre gli strateghi messicani usano una metafora per spiegare il ruolo di questi gruppi paramilitari, sostenendo che non solo l’acqua (sostegno popolare) deve essere tolta ai pesci (insurrezione), ma che bisogna anche mettere in acqua pesci più feroci.

In questa denuncia, tra l’altro, si evidenziava la presenza di militari o ex militari nel massacro di Acteal in relazione diretta con il comando della Sedena. Uno fu identificato in Mariano Pérez Ruiz, il quale, nel giugno 1998, dichiarò dinanzi al PGR, come a fascicolo 96/98, che ex funzionari e dirigenti del PRI sono responsabili dell’assunzione di militari e poliziotti per istruire nell’uso delle armi e sulla strategia paramilitare tra le comunità indigene di Chenalhó, ma aggiunse un chiarimento significativo: È vero che ho fatto un’affermazione in questo senso, ma è stato perché elementi della Polizia Militare mi hanno costretto a testimoniare in questo modo, perché se non lo avessi fatto mi avrebbero fatto sparire. Inoltre, ero ancora un militare effettivo e dovevo eseguire gli ordini dei miei superiori (GLR, Viejas y nuevas guerras sucias, El Cotidiano, 172, 2012, UAM-A).

Sebbene i risultati dell’Ufficio del Procuratore Speciale per i Crimini Commessi nell’Acquisizione e nell’Amministrazione della Giustizia nello Stato del Chiapas, rilasciati nel 2011 hanno indicato, senza dubbio, che ad Acteal era stato perpetrato un crimine di Stato, la Corte Suprema di Giustizia della Nazione ha rilasciato molti degli autori materiali di questo crimine contro l’umanità, mentre gli autori intellettuali e complici per omissione o commissione, non sono mai stati perseguiti: l’allora presidente Ernesto Zedillo, funzionari federali e statali e locali, la dirigenza e ufficiali delle forze armate, nella catena di comando.

Venti anni dopo questa denuncia, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, con un comunicato urgente svela gli innumerevoli attacchi contro le comunità di Aldama, Chiapas, con la presenza significativa della Guardia Nazionale e della Polizia di Stato. Sulla base delle informazioni dirette della Commissione permanente dei 115 membri della comunità e degli sfollati di Aldama, vengono descritti i costanti attacchi con armi da fuoco di grosso calibro provenienti “da punti situati a Santa Martha-Miguel Utrilla, municipalità di Chenalhó, Chiapas, atti provocati. dal gruppo paramilitare in complicità con il governo municipale (…) in un contesto di terrore, dove i bambini, le donne e la popolazione in generale sopravvivono in un ambiente di torture. Le azioni del governo sono state insufficienti, inefficaci e simulate, poiché non garantiscono la sicurezza e l’integrità della popolazione”. Va segnalato che questa prestigiosa organizzazione per la difesa dei diritti umani ha documentato, monitorato e denunciato questa guerra di logoramento contrainsurgente sin dai primi giorni della ribellione zapatista nel gennaio 1994.

Da parte sua, la Missione Civile di Osservazione composta da 14 organizzazioni della Rete Nazionale delle Organizzazioni Civili per i Diritti Umani Todos los Derechos para Todas y Todos, accompagnata da tre organizzazioni internazionali, nel dicembre 2020 ha visitato le comunità delle regioni settentrionali, Altos e Costa, dove hanno documentato situazioni critiche di violazione dei diritti fondamentali, “con una preoccupante mancanza di volontà ed empatia da parte delle autorità (…). La Missione Civile di Osservazione ha avuto l’opportunità di visitare le comunità di Chalchihuitan, Acteal, Aldama, Nuevo San Gregorio, Moisés Gandhi, Chilón e Tonalá, dove abbiamo raccolto testimonianze da persone colpite da situazioni di sfollamento forzato, espropriazione di terra, detenzioni arbitrarie, torture, molestie, minacce, criminalizzazione, e altre aggressioni. (…) È indignante la violenza strutturale consentita e persino fomentata dai diversi livelli di governo così come la loro scarsa o nulla disposizione ad affrontare il conflitto, banalizzando, discriminando e criminalizzando le comunità”.

Si prepara un altro crimine di Stato?

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: https://jornada.com.mx/2021/04/02/opinion/014a2pol

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QUELLE CHE NON CI SONO.

LE LORO STORIE.

LE LORO GIOIE E LE LORO TRISTEZZE.

I LORO DOLORI E LE LORO RABBIE.

I LORO OBLII E I LORO RICORDI.

LE LORO RISATE E LE LORO LACRIME.

LE LORO PRESENZE E LE LORO ASSENZE.

I LORO CUORI.

LE LORO SPERANZE.

LA LORO DIGNITÀ.

I LORO CALENDARI.
QUELLI CHE HANNO POTUTO RIEMPIRE.
QUELLI CHE SONO RIMASTI INCOMPLETI E CHE DOBBIAMO LORO.

LE LORO GRIDA.

I LORO SILENZI.

SÌ, SOPRATTUTTO I LORO SILENZI.

CHI NON LE SENTE?
CHI NON SI RICONOSCE IN LORO?

DONNE CHE LOTTANO.
S
Ì, NOI.

MA SOPRATTUTTO, LORO.
QUELLE CHE NON CI SONO
E TUTTAVIA SONO CON NOI.

PERCHÉ NON DIMENTICHIAMO,
PERCH
É NON PERDONIAMO,
PER LORO E CON LORO, LOTTIAMO.

Le donne indigene zapatiste.
8 marzo 2021

LAS QUE NO ESTÁN

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La Guerra di Bassa Intensità contro l’EZLN continua anche con questo Presidente, Andrés Manuel Lopez Obrador (AMLO)

È la “guerra integrale di sfiancamento” contro le comunità basi di appoggio zapatiste che vengono sfiancate poco a poco con atti che sono violenti ma non abbastanza appariscenti da attirare l’attenzione dei media nazionali e internazionali.

Come accade nel Municipio Autonomo Lucio Cabañas dove “Grupo de los 40 invasores” e ORCAO stanno spoliando l’EZLN delle terre recuperate nel 1994.

Lo testimoniano i Report della Carovana di Solidarietà che ha visitato la zona dal 2020 al 2021:

Rapporto della Carovana di Solidarietà e Denuncia nella comunità autonoma zapatista Nuevo San Gregorio, realizzata dal 29 ottobre 2020 fino a febbraio 2021 https://redajmaq.espora.org/informecaravana20210301 Qui il PDF 2021_SegundoInformeCaravana

Rapporto della Carovana di Solidarietà e Denuncia nelle comunità autonoma zapatista Nuevo San Gregorio e Regione Moises Gandhi, realizzata a ottobre 2020 https://redajmaq.espora.org/informecaravana2020 Qui il PDF 2020_informe_caravana

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Accordi di San Andrés, autonomia vs. neo-indigenismo

Luis Hernández Navarro

Questo 16 febbraio segna il 25° anniversario della firma degli accordi di San Andrés sui diritti e cultura indigeni. Molte cose sono cambiate da allora, anche se una rimane: l’indigenismo come politica di Stato.

Indigenismo è il nome dato alla politica istituzionale volta ad assistere la popolazione autoctona. È, contemporaneamente, una teoria antropologica, un’ideologia di stato e una pratica di governo. Il suo obiettivo principale è proteggere le comunità indigene integrandole al resto della società nazionale, diluendo il loro carattere di popolo come soggetto storico. È una politica dei non indios nei confronti delle popolazioni indigene, sebbene i suoi artefici possano appartenere a un gruppo etnico.

Uno dei suoi principali promotori, Alfonso Caso, prevedeva che in 50 anni non ci sarebbero più stati gli indios: sarebbero stati tutti messicani. Era in buona compagnia. Molti pensatori, prima e dopo di lui, hanno visto nell’integrazione nella società nazionale meticcia il destino inesorabile dei popoli nativi.

Sebbene la nazione messicana abbia avuto una composizione multietnica e multiculturale sin dalla sua fondazione, le sue costituzioni non hanno rispecchiato questa realtà. Cancellare l’indio dalla geografia della patria, renderlo messicano costringendolo ad abbandonare la sua identità e cultura, rendendolo folcloristico, è stata un’ossessione delle classi dominanti sin dalla Costituzione del 1824. L’intenzione di costruire uno Stato-nazione, di sbarazzarsi dell’eredità coloniale, di resistere ai pericoli degli interventi stranieri, di combattere i poteri ecclesiastici e militari e di modernizzarsi, ha portato a privilegiare una visione di unità nazionale che escludesse la realtà plurinazionale.

Gli accordi di San Andrés avevano lo scopo di celebrare i funerali dell’indigenismo e risolvere questo debito storico. Il loro punto centrale consisteva nel riconoscimento dei popoli indios come soggetti sociali e storici e nel diritto di esercitare la loro autonomia.

L’autonomia è uno dei modi per esercitare l’autodeterminazione. La sua pratica implica il trasferimento reale di poteri, funzioni e competenze, che oggi sono di responsabilità di diverse istanze di governo, alle popolazioni indigene.

Ai dialoghi di San Andrés gli zapatisti invitarono come consigliere lo scrittore Fernando Benítez, che aveva dedicato 20 anni della sua vita alla difesa e allo studio dei popoli originari ed è autore di cinque libri monumentali su di loro. Il giornalista accettò volentieri l’invito.

Le sue motivazioni erano genuine. Cosa mi hanno insegnato gli indios? Si chiese Benítez alla fine della sua vita. E si rispose: mi hanno insegnato a non credermi importante, a cercare di avere una condotta impeccabile, a considerare sacri animali, piante, mari e cieli, a sapere in cosa consiste la democrazia e il rispetto dovuto alla dignità umana. Anche a passare dal quotidiano al sacro (La Jornada, 5/7/95).

Sebbene molti dei problemi che affrontavano fossero gli stessi, la prospettiva di lotta delle popolazioni indigene che partecipavano ai dialoghi era completamente diversa da quelle che Benítez descriveva dal 1960. L’autore di Los indios de México li considerava le persone più miserabili, i contadini più poveri, quelli che viveva nelle terre peggiori in un paese con terre pessime, quelli che venivano invasi. Anticipava l’inevitabile destino a scomparire delle loro culture e la loro sostituzione con i disastri dell’industrialismo. E proponeva di salvare ciò che restava delle culture indigene prima che questo processo si concludesse. (https://bit.ly/3p50tRf).

Ma non sono scomparsi. Al contrario. Sono più presenti che mai. Certamente, le popolazioni indigene convocate dall’EZLN, prima ai dialoghi e poi alla formazione del Congresso Nazionale Indigeno (CNI), subivano gli effetti del colonialismo interno e, quindi, provenivano da comunità e regioni vessate da espropri, oppressione, sfruttamento e discriminazione simili a quelle descritte da Benítez. Tuttavia, lungi dal rappresentare culture sull’orlo della scomparsa, quei leader erano l’espressione vivente della formidabile capacità di resistenza e reinvenzione delle tradizioni dei loro popoli.

Ai colloqui di San Andrés partecipavano i leader dei popoli originari sorti negli anni ’70 ed emersi alla luce pubblica a seguito dell’insurrezione zapatista, insieme alle autorità comunitarie tradizionali. Partecipavano anche importanti intellettuali indigeni che avevano preparato una ricchissima riflessione su come ricostituire i loro popoli.

A 25 anni dalla firma degli accordi e dalla fondazione del CNI, alcune delle popolazioni indigene che vi hanno partecipato sono scomparse. Altre sono entrate nei ranghi dei governi di turno, dal PAN alla 4T. Tuttavia, il movimento nato da questo processo orientato alla costruzione dell’autonomia e alla lotta al capitalismo è più vigoroso e solido rispetto a 25 ani fa. Una nuova generazione di centinaia di leader e decine di intellettuali (tra cui molte donne) ha raccolto il testimone.

Due decenni e mezzo dopo da che sono stati concordati, lo Stato messicano continua a violare gli accordi di San Andrés. In aggiunta, il movimento indigeno autonomista subisce l’assassinio dei suoi leader e l’impulso, da parte del governo federale, di un neo-indigenismo assistenziale che va di pari passo con la promozione di megaprogetti sui loro territori (https://bit.ly/3oXetMs).

Twitter: @lhan55

Testo originale: https://www.jornada.com.mx/2021/02/09/opinion/017a1pol?s=09

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Nuevas agresiones armadas de la ORCAO a la comunidad Moisés Gandhi


  • Garantizar la vida, integridad de Bases de Apoyo y respeto a la autonomía zapatista.

El Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, A.C. (Frayba), ha recibido información de la Junta de Buen Gobierno Patria Nueva, Caracol 10 “Floreciendo la semilla rebelde”, con sede en el municipio oficial de Ocosingo, Chiapas, México, en donde informan que desde el 18 de enero de 2021, hasta el día de hoy integrantes de la Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (ORCAO) han agredido con disparos de armas de fuego a la comunidad de Moisés Gandhi del Municipio Autónomo Lucio Cabañas.

El 18 de enero de 2021, desde las 15:30 hrs hasta las 18:00 hrs., integrantes de la ORCAO retomaron las agresiones con disparos de armas de fuego contra las casas de la comunidad Moisés Gandhi. Fueron “alrededor de 170 disparos de calibres grandes y 80 disparos de calibres pequeños.” El 20 de enero de 2021, a las 16:00 hrs y 22:30 hrs. se registraron nuevas agresiones.

El día de hoy, aproximadamente a las 00:30 hrs, 02:10 hrs. y 02:55 hrs. nuevamente se registraron disparos contra las casas de la comunidad. La Junta de Buen Gobierno ha informado que en estos ataques han participado por lo menos 20 integrantes de la ORCAO de las comunidades San Antonio, Cuxuljá, San Francisco y 7 de febrero municipio de Ocosingo.

Desde abril de 2019, la comunidad de Moisés Gandhi ha sido agredida por parte de integrantes de la ORCAO resultando en destrucción de bienes y agresiones físicas y verbales. Para marzo de 2019, comenzaron agresiones con armas de fuego con dirección a la comunidad. El 22 de agosto de 2020, saqueo e incendio de la bodega de café ubicada en el Centro de Comercio “Nuevo Amanecer del Arcoiris en el crucero de Cuxuljá. El 8 de noviembre de 2020, integrantes de la ORCAO secuestran a Félix López Hernández, Base de Apoyo zapatista de la comunidad de Moisés Gandhi, quien fue liberado después de 4 días.

El Frayba hace un llamado al Estado mexicano para que intervenga de manera inmediata y cesen las agresiones hacia la comunidad Moisés Gandhi del Municipio Autónomo Lucio Cabañas, ya que la vida e integridad de las mujeres, niñas, niños y hombres del Pueblo Maya Tseltal se encuentra en riesgo. Las acciones emprendidas deberán respetar la jurisdicción, autonomía y libre determinación de las Junta de Buen Gobierno Zapatistas.

Solicitamos a la solidaridad nacional e internacional firmen la siguiente  acción urgente: https://frayba.org.mx/nuevas-agresiones-armadas-de-la-orcao-a-la-comunidad-moises-gandhi/

 

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Levate le ancore

Luis Hernández Navarro

A luglio, agosto, settembre e ottobre di quest’anno, una delegazione del Messico del basso si recherà in Europa. È composto dall’EZLN, dal Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo e dal Frente de Pueblos en Defensa del Agua y de la Tierra de Morelos, Puebla y Tlaxcala. L’iniziativa fa parte di un tour più ampio che in seguito visiterà Asia, Africa, Oceania e America.

Il gruppo terrà incontri, dialoghi, scambi di idee, esperienze, analisi e valutazioni nella lotta per la vita. Cercherà di sapere cosa c’è di diverso. Coloro che si incontreranno condividono la comprensione che il carnefice dell’umanità è un sistema sfruttatore, patriarcale, piramidale, razzista, ladro e criminale: il capitalismo (https://bit.ly/2XmkIhN).

La Dichiarazione per la Vita che accompagna la missione è stata firmata da centinaia di collettivi, associazioni di lotta, personalità e attivisti in molti paesi, che formano una galassia anti-neoliberista e anticapitalista attraversata in modi diversi dallo zapatismo. La Izquierda Unida Internacional ha salutato fraternamente la spedizione.

Si tratta chiaramente di un’iniziativa di sinistra, se per sinistra si intende la definizione data dal filosofo e giornalista austro-francese André Gorz. “Essere di sinistra – afferma – significa sentirsi legati a tutti coloro che lottano per la propria liberazione, che non accettano la determinazione dall’alto di traguardi e obiettivi e lottano, insieme o da soli, per l’eliminazione di ogni forma di dominio e per il rovesciamento di tutti gli apparati di potere”.

Il tour europeo si svolgerà in un momento di enorme confusione, incertezza, caos e insicurezza in tutto il mondo. Il futuro non è più quello che era e non è chiaro come sarà.

Il viaggio ribelle avverrà in un mondo scosso, tra l’altro, dall’incrocio tra crisi sanitaria ed economica precipitata dalla pandemia di coronavirus. A causa della crescente egemonia del capitalismo digitale nel processo di ricomposizione globale di questo sistema economico. A causa dell’emergere di un nuovo e timido progressismo latinoamericano articolato intorno al Gruppo di Puebla, che sembra voler prescindere dall’influenza di Cuba e Venezuela nella regione. Per la sconfitta elettorale del Trumpismo e il suo auto-golpe di stato. Per l’avanzata dell’estrema destra, il razzismo e la xenofobia in molti paesi europei. O per il crescente riavvicinamento di Cina e Russia.

Ma, anche, a causa del dispiegamento di molte lotte di resistenza, come quella condotta in Grecia da proteste instancabili di gruppi di base che hanno costretto la giustizia di quella nazione a condannare il partito fascista Alba Dorada come organizzazione criminale e condannare al carcere alcuni dei suoi leader. O come l’irruzione in Francia del movimento dei gilet gialli contro l’aumento del prezzo del carburante, l’ingiustizia fiscale e la perdita del potere d’acquisto. O l’emergere di reti antifasciste e antirazziste in tutto il territorio dell’Unione europea che trovano cittadinanza universale. Oltre alla persistenza di una potente mobilitazione femminista.

Elaborare una visione su quel vecchio mondo che precipita clamorosamente e il nuovo che emerge con grandi difficoltà, richiede che sia vissuto, pensato, analizzato, dalle lotte di resistenza del basso che formano la costellazione associativa in difesa della vita.

La spedizione europea non deve sorprendere. Molti dei gruppi che resistono in Europa hanno accompagnato gli zapatisti dal 1994. Luca Casarini, attivo da molti anni nei Centri Sociali Italiani, diceva: abbiamo un sogno. In quel sogno siamo nati il 1° gennaio 1994, accanto agli zapatisti. Il sogno è buono e non è del tutto fantasioso, ma la realtà è diversa.

Quel sogno non è esclusivo di Luca. Nonostante gli anni trascorsi dalla sollevazione dell’EZLN, in tutta Europa molte forze si identificano profondamente con lo zapatismo. Un buon numero di loro ha svolto un ruolo chiave nel movimento dei movimenti che ha affrontato la globalizzazione neoliberista, nelle proteste contro l’invasione e la guerra in Iraq, nella lotta all’emergenza fascista, nell’occupazione delle piazze pubbliche, in difesa dei migranti, nella lotta agli sfratti dopo la crisi del 2008 e migliaia di altre lotte.

Per più di 26 anni, migliaia di questi attivisti hanno viaggiato regolarmente in missioni di solidarietà negli accampamenti dei ribelli in Chiapas. Il governo messicano ne ha deportati a dozzine e ha proibito loro di tornare nel Paese. Hanno partecipato attivamente al Primo Incontro per l’Umanità e contro il Neoliberismo, convocato dall’EZLN nella Selva Lacandona nel 1996. La sinistra istituzionale li chiamava aretudos (con un pizzico di disprezzo), per la moda maschile di indossare piccoli orecchini. Curiosamente, questi aretudos sono stati protagonisti di un ciclo di lotte storiche intorno all’altromondismo e hanno rinnovato la sinistra europea del basso.

La decisione degli zapatisti, CNI-CIG e del Frente de Pueblos en Defensa del Agua y de la Tierra de Morelos, Puebla y Tlaxcala, di levare le ancore e salpare verso l’Europa, sarà una specie di visita contraccambiata per incontrare quei vecchi amici ai quali hanno offerto ospitalità lungo due decenni e mezzo. Un gesto di reciprocità per avallare l’impegno di lottare ovunque e in ogni momento, fino alla sua distruzione, contro il capitalismo.

@lhan55

Fonte: https://www.jornada.com.mx/2021/01/12/opinion/012a1pol?s=09

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Messico – Chiapas, continue violenze contro le comunità zapatiste

“Dove ho il mio appezzamento, mi hanno rubato il grano. Siamo andati a cercare le prove e proprio lì ci hanno sparato, nella comunità di San Felipe ”, racconta una donna che è membro delle Basi di Appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (BAEZLN) nella regione di Moisés Gandhi, nel comune ufficiale di Ocosingo.

Questa è solo una delle più recenti denunce di attacchi armati e violenze da parte dei membri dell’Organizzazione dei coltivatori di caffè di Ocosingo (ORCAO) contro le comunità appartenenti al Municipio Autonomo Ribelle Zapatista (MAREZ) di Lucio Cabañas, uno dei municipi che furono costituiti dall’EZLN dal 1994. In questi territori ribelli, che prima erano nelle mani di proprietari terrieri e agricoltori, l’autogoverno viene esercitato attraverso amministrazioni autonome.

Negli ultimi giorni di questo mese di Gennaio, una carovana di osservazione e solidarietà composta da organizzazioni, gruppi e individui, aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, ha riferito che il giorno 12, “intorno alle 8:30 del mattino un gruppo di circa 30 uomini appartenenti al gruppo di oppositori è arrivato nei pressi delle terre su cui stavano lavorando le Basi di Appoggio (BAEZLN), scattando foto ai membri di questa Carovana, come forma di intimidazione per ostacolare il loro lavoro ”, hanno riferito in un comunicato.

Questa Carovana ha svolto il suo primo lavoro di documentazione nell’Ottobre 2020. Oltre a questo impegno, il 7 Dicembre 2020 è stata effettuata la prima Missione di Osservazione Civile, svolta da organizzazioni appartenenti alla Rete ” Todos los derechos para todas y todos”, che ha raccolto anche varie testimonianze che indicano un aumento degli attacchi dal 2019. I principali responsabili sono stati identificati come membri dell’ORCAO.

Nella loro visita più recente, questa Carovana ha il compito di accompagnare l’inizio della coltivazione della terra e nella semina del grano in questo territorio ribelle.

I partecipanti alla Carovana ribadiscono: “ricordiamo che la posizione della carovana di osservazione e solidarietà è ed è stata favorevole alla pace, per questo chiediamo rispetto per il diritto all’autonomia e alla libera autodeterminazione zapatista, rispetto per le loro terre recuperate che fanno parte del suo territorio, così come il rispetto e la garanzia dell’integrità, sicurezza e vita delle Basi di Appoggio dell’ EZLN ”

Attacchi all’economia comunitaria

Le donne di Moisés Gandhi, una zona composta da otto villaggi, affermano inoltre che i membri dell’ORCAO hanno frazionato e messo in vendita terreni recuperati dopo la rivolta zapatista del 1994.

“Nella comunità di San Felipe … hanno diviso la terra e hanno alzato recinzioni. Nella comunità di Progreso hanno sbarrato il terreno recuperato”, dicono le BAEZLN sulla espropriazione violenta fatta da membri armati dell’Orcao.

Oltre a questo, le famiglie hanno segnalato anche l’asportazione di materiali da costruzione e legno. “Mentre noi stiamo lottando organizzandoci e non abbiamo mai preso soldi dalle terre recuperate, (i membri dell’ORCAO) hanno abbattuto gli ocotales (n.d.t. si tratta di vasti boschi con una variegata vegetazione), stanno tagliando il legno. Sono qui con i loro proiettili, con le loro guardie, con le loro armi di grosso calibro. Non possiamo più andare alla milpa, ci stanno controllando”, denunciano la presenza di gruppi armati.

Secondo il Rapporto della Carovana di Solidarietà realizzato lo scorso Ottobre, “all’inizio del 2020, alle aggressioni si sono aggiunti i furti di raccolti, la distruzione di recinzioni e palizzate, la presenza di persone armate con radio trasmittenti e la presenza di guardie, minacce verbali e scritte, intimidazioni e attacchi fisici contro BAEZLN, l’incendio e la fumigazione di raccolti, rapine nei negozi nelle comunità autonome, incendio di alveari, distruzione della Scuola Secondaria Autonoma e spari di armi da fuoco “, tutti gli attacchi si sono verificati nel ejido di Moisés Gandhi.


Allo stesso tempo, nella comunità di Nuevo San Gregorio, terreno recuperato di 155 ettari nella stesso Municipio Autonomo, attraverso azioni intimidatorie, i membri dell’ORCAO impediscono alle famiglie zapatiste di entrare negli spazi dove svolgono i lavori collettivi per rinforzare l’economia della comunità.

“Noi vogliamo lavorare e non possiamo farlo”, affermano le BAEZLN di Nuevo San Gregorio sull’impossibilità di trasferirsi nella terra dove si coltiva il grano.

Da Novembre 2019 queste terre sono state recintate dal gruppo armato ORCAO nell’ambito delle molestie che hanno impedito anche alle famiglie di riprendere il lavoro in una cooperativa di pescicoltura, oltre che l’accesso ai terreni per piantare ortaggi.

Controinsurrezione in aumento

Gli attacchi all’economia autonoma privano le persone dei loro elementi basilari per la vita: acqua e cibo. “L’anno scorso non abbiamo potuto raccogliere tutto, solo il 50% è stato raccolto. Da maggio a novembre abbiamo speso 80mila pesos solo per comprare mais e fagioli”, hanno riferito con rammarico le famiglie di Nuevo San Gregorio per le azioni di controinsurrezione, in una situazione aggravata dalla pandemia di Covid-19.

Per questo, nell’ultimo anno, le BAEZLN hanno sofferto della mancanza di cibo e dell’impossibilità di proseguire lavori come la semina per autoconsumo, la vendita di ricami e mecapales (n.d.t. contenitori per il trasporto della legna e di altre merci), oltre alla produzione di mobili e carpenteria.

Denunciano che “hanno circondato tutto, i nostri animali, i nostri lavoratori, l’acqua. Sì, stiamo soffrendo molto”, condividono testimoni della comunità di Nuevo San Gregorio, mentre mostrano le terre da seminare che sono state violentemente espropriate dai membri dell’ORCAO.

https://archive.org/details/video-4-campana

Le testimonianze raccolte sottolineano le aggressioni avvenute il 22 Agosto 2020, quando membri armati dell’ORCAO hanno bruciato i magazzini di caffè, il comedor “Compañera Lucha”, oltre a saccheggiare il negozio collettivo Centro de Comercio Nuevo Amanecer del Arcoiris, rubando contanti e distruggendo il posto.


Secondo il rapporto della Carovana Solidale, tra i danni di quel giorno e gli attacchi successi in altri occasioni, il totale dei danni contro le comunità BAEZLN ammontano a quasi un milione e mezzo di pesos messicani.

Il negozio era collettivo e ci affidiamo a quello per le commissioni e fino ad oggi non abbiamo più niente, non ci hanno lasciato niente. Hanno preso tutto, tutti i soldi e il compagno che era di turno nella vendita lo hanno attaccato, rinchiuso e trattenuto per una notte facendogli patire freddo e fame”

Mujeres Base de Apoyo de Moisés Ghandi


Continuare la lotta

“Non ci arrendiamo. Per andare avanti abbiamo iniziato a organizzare il nostro lavoro collettivo. I compagni giovani hanno iniziato con i mecapal, anche se non avevano esperienza, ma è così che stanno imparando. E con i compagni che fanno la falegnameria, anche se hanno solo un martello, una sega e una pialla stiamo andando avanti. Noi compagne abbiamo iniziato a ricamare in modo da avere un po’ di soldi perché non abbiamo niente. Abbiamo bambini, chiedono le loro cose e non abbiamo soldi, ecco perché iniziamo da quello”, hanno detto le donne delle BAEZLN nella comunità di Nuevo San Gregorio.

Inoltre, le Basi di Appoggio dell’EZLN dicono che mentre queste terre vengono sottratte, il gruppo paramilitare le mette immediatamente in vendita. “Loro (l’ORCAO) hanno già dato un prezzo al terreno, che è di 100.000 pesos per ettaro, ma non daremo loro il piacere di fare quello che vogliono. Lo difenderemo, a qualunque costo. Non siamo proprietari, siamo guardiani dell’organizzazione. Quello che possiede questa terra è l’organizzazione. Colui che possiede questa terra sono coloro che hanno dato il loro sangue. Non è solo nostra è di tutti”.

L’obiettivo della difesa di questo territorio liberato, sostengono i campesinos, “E’ vivere, non fare affari. La terra è per nutrirci, non per fare affari. Gli alberi servono per l’ossigeno, non per gli affari. Vogliamo che si fermino”, hanno chiesto i membri delle BAEZLN di Nuevo San Gregorio durante il giro con la Carovana Solidale che si è tenuto nel 2020.

Secondo le autorità della Junta de Buen Gobierno (JBG) Nuevo Amanecer en Resistencia y Rebeldia por la Vida y la Humanidad con sede a Patria Nueva, i membri di ORCAO “Non sono più fratelli. Fratelli è quando si capiscono, quando si ascoltano, quando sentono il dolore, la sofferenza dei bambini, delle donne incinte”, riferiscono nei video della Carovana Solidale, perché anche se le BAEZLN ha richiesto un dialogo, i membri dell’ORCAO continuano gli attacchi armati.

Le persone sono tristi ma anche arrabbiate e preoccupate. “Il coraggio e la rabbia che hanno i miei compagni ce l’ho anche io. Abbiamo detto: se toccano uno di noi, ci toccano tutti, perché loro (l’ORCAO) tengono (i terreni) solo per vendere, ma noi ce ne occupiamo, vogliamo proteggerlo. Perché non stiamo solo pensando a qualcosa per noi stessi come popoli zapatisti, stiamo guardando oltre. Stiamo difendendo la Madre Terra perché da lì mangiamo, lì viviamo e lì continueremo a resistere”, sottolinea una donna che è membro della JBG del Caracol numero 10 Floreciendo la Semilla Rebelde.

Per guardare la serie di video completi con le testimonianze delle famiglie zapatiste cliccare ⇒ qui.

Fonte: https://avispa.org/chiapas-continua-violencia-contra-comunidades-zapatistas/

Traduzione Cooperazione Rebelde Napolihttp://yabastanapoli.blogspot.com/2021/01/messico-chiapas-continue-violenze.html

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LAPAZ

 https://www.facebook.com/LiberaAssembleaPensandoPraticando

Assemblea nazionale italiana di coordinamento per il viaggio europeo Zapatisti e Zapatiste

Nell’ottobre 2020 l’EZLN ha annunciato che una delegazione zapatista viaggerà nei 5 continenti nel 2021, partendo dall’Europa.

Appena saputa la notizia è stata convocata il 14 ottobre 2020 una prima assemblea pubblica molto partecipata dal Nord al Sud per aprire la discussione ed avviare, in maniera plurale e condivisa, un percorso politico e di accoglienza degna per i compagni e le compagne zapatiste in Italia in collegamento con le altre realtà europee, a partire dalla rete di Europa Zapatista.
L’assemblea dopo il primo incontro si è ritrovata il 29 ottobre, il 25 novembre e il 22 dicembre per condividere le informazioni raccolte a livello europeo, avviare la costruzione di una proposta collettiva per la visita degli zapatisti in Italia e iniziare a pensare iniziative comuni per raccogliere fondi e far fronte alle varie necessità. Contemporaneamente si sono creati degli spazi comuni nelle diverse regioni/territori italiani, come nel Nord Ovest, a Roma ed altri.
E’ stata aperta una mail comune per ricevere/inviare le comunicazioni che è viaggio2021zap@gmail.com, si è creato un google drive condiviso per raccogliere informazioni e proposte, ad ora sono circa 240 le mail a cui vengono inviate informazioni è si è pensato di creare la pagina FB di LAPAZ.
Negli incontri si è sottolineato l’importanza di allargare la partecipazione per creare uno spazio comune sempre più ampio, in cui organizzarsi insieme.
L’assemblea è aperta alla partecipazione di singoli, collettivi, associazioni, reti e a quanti vogliono impegnarsi nella costruzione di un cammino condiviso, al di là delle proprie differenze ed esperienze .
QUI Il Percorso dell’Assemblea al 7 gennaio 2021: Percorso dell’Assemblea al 7 gennaio 2021

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Foto José Carlos González

L’EZLN e L’Altra Europa

Raúl Romero*

Nel 1994, quando la caduta del socialismo e la fine della storia si imponevano come narrazioni globali ufficiali e il capitalismo neoliberista era offerto come unica via, lo Ya Basta! lanciato dai popoli Maya organizzati nell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) risuonò forte in Messico, America Latina e in gran parte del mondo.

L’EZLN ha dotato un’intera generazione di motivazioni e speranze che presto hanno riarticolato la resistenza su scala globale. Militanti, artisti, intellettuali e persone provenienti da tutto il mondo si sono recati nella Selva Lacandon per contagiarsi della ribellione indigena. Lo slogan Un altro mondo è possibile è così diventato l’emblema di una nuova ondata di mobilitazioni mondiali. La lotta al neoliberismo e a difesa dell’umanità che si è diffusa in tutto il pianeta, ha trovato nello stato del Chiapas uno dei suoi principali bastioni.

A Seattle, a Genova, a Porto Alegre e in tanti altri luoghi dove era presente il movimento altromondista, l’emblema dello zapatismo si è palesato.

Da allora sono passati molti anni. Sono stati costruiti molti movimenti e processi di società alternative al capitalismo. Tra tutti continua a spiccare il progetto di emancipazione che gli zapatisti hanno costruito e che aggiornano costantemente.

Lo scorso ottobre, in mezzo alla pandemia, l’EZLN ha annunciato che “diverse delegazioni zapatiste, uomini, donne e altri del colore della nostra terra, usciranno per girare il mondo, camminare o navigare verso suoli, mari e cieli remoti, cercando non la differenza, non la superiorità, non lo scontro, tanto meno perdono e pietà. Andremo a trovare ciò che ci rende uguali”.

Come prima destinazione, le delegazioni zapatiste si recheranno nell’Altra Europa, dove il popolo originario Sami, che storicamente alleva e pascola le renne, e il cui territorio è compreso tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia, oggi resiste all’espropriazione e all’inquinamento generato da parchi eolici, miniere, estrazione di gas e petrolio, nonché la costruzione del Treno Artico, un treno ad alta velocità che rafforzerà il corridoio artico e gli scambi commerciali tra Europa e Asia.

In quell’Altra Europa, dove alcuni popoli e organizzazioni in Italia si sono articolati nel No-Tap per fronteggiare il Gasdotto Trans-Adriatico, un progetto studiato per portare il gas dall’Azerbaijan in Europa. Il No-Tap sottolinea che è nato per la tutela e la salvaguardia dei territori, nonché per l’autodeterminazione delle popolazioni che credono in un modello di sviluppo sostenibile, diverso da quello imposto, contro la speculazione finanziaria a danno delle comunità.

Anche in quell’Altra Europa, e più precisamente a Notre-Dame-des-Landes, in Francia, dove la popolazione ha difeso il proprio territorio contro il tentativo, da parte del governo, di costruire un aeroporto. Agricoltori, coltivatori e attivisti hanno combattuto una delle lotte più emblematiche dell’attuale storia della Francia, generando una delle più grandi occupazioni di terra nell’Europa di oggi e dichiarando il territorio Zona da Difendere (ZAD). Con approcci anticapitalisti e ambientalisti, la ZAD è diventata un punto di riferimento per altre lotte.

La lista è lunga: nel Regno Unito la resistenza contro la linea ferroviaria ad Alta Velocità HS2, in Grecia il movimento per l’occupare delle case, nello Stato spagnolo le lotte storiche del popolo basco, la Confederazione Generale del Lavoro e le organizzazioni anticapitaliste a Madrid.

In tutto il mondo osserviamo ciò che Adolfo Gilly e Rhina Roux hanno analizzato nel loro libro El tiempo del despojo: ciò che stiamo vivendo può quindi essere visto come una nuova fase storica dell’espropriazione universale dei beni comuni, la privatizzazione di ciò che apparteneva a tutti , la ridistribuzione mondiale della rendita della terra e del plusvalore generato dal lavoro vivo.

Il tempo della spoliazione sta avanzando e tutto indica che si intensificherà in Messico e nel mondo in risposta alla pandemia. È urgente articolare le lotte su scala globale, non solo per la sopravvivenza dell’umanità, ma per finire di costruire quel nuovo mondo di cui già si intravedono i segnali.

A 27 anni dalla sua apparizione pubblica, 27 anni di scommesse sulla vita, la scienza e le arti, l’EZLN oggi propone una nuova sfida: andare incontro agli altri e alle altre che, nel mondo, con resistenza e ribellione , costruiscono il nuovo mondo. Lo ha detto bene la bambina Esperanza Zapatista: questa è la nostra missione: essere seme che cerca altri semi.

* Sociólogo

Twitter: @RaúlRomero_mx

Fonte: https://www.jornada.com.mx/2021/01/02/opinion/018a2pol  Foto: José Carlos González

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Prima Parte: UNA DICHIARAZIONE…

PER LA VITA.

1 gennaio dell’anno 2021

AI POPOLI DEL MONDO:

ALLE PERSONE CHE LOTTANO IN EUROPA:

SORELL@ E COMPAGN@:

Durante questi mesi, ci siamo mess@ in contatto con vari mezzi. Siamo donne, lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, transgender, travestiti, transessuali, intersessuali, queer e altro ancora, uomini, gruppi, collettivi, associazioni, organizzazioni, movimenti sociali, popoli originali, associazioni di quartiere, comunità e un lungo eccetera che ci da identità.

Ci differenziano e ci allontanano terre, cieli, montagne, valli, steppe, giungle, deserti, oceani, laghi, fiumi, torrenti, lagune, razze, culture, lingue, storie, età, geografie, identità sessuali e non, radici, confini, forme di organizzazione, classi sociali, potere d’acquisto, prestigio sociale, fama, popolarità,followers,likes, valute, grado di scolarizzazione, modi di essere, mestieri, virtù, difetti, pro, contro, ma, eppure, rivalità, inimicizie, concezioni, argomentazioni, contro argomentazioni, dibattiti, controversie, denunce, accuse, disprezzo, fobìe, filiazioni, elogi, ripudi, fischi, applausi, divinità, demoni, dogmi, eresie, simpatie, antipatie, modi, e un lungo eccetera che ci rende diversi e, non di rado, contrari.

Solo poche cose ci uniscono:

Che facciamo nostri i dolori della terra: la violenza contro le donne; la persecuzione e il disprezzo delle diversità nelle loro identità affettive, emotive e sessuali; l’annientamento dell’infanzia; il genocidio contro i popoli originari; il razzismo; il militarismo; lo sfruttamento; il saccheggio; la distruzione della natura.

La consapevolezza che è un sistema il responsabile di questi dolori. Il carnefice è un sistema sfruttatore, patriarcale, piramidale, razzista, ladrone e criminale: il capitalismo.

La consapevolezza che non è possibile riformare questo sistema, educarlo, attenuarlo, limarlo, addomesticarlo, umanizzarlo.

L’impegno a lottare, ovunque e in ogni momento – ognuno nel proprio campo – contro questo sistema fino alla sua completa distruzione. La sopravvivenza dell’umanità dipende dalla distruzione del capitalismo. Non ci arrendiamo, non siamo in vendita e non claudichiamo.

La certezza che la lotta per l’umanità è mondiale. Così come la distruzione in corso non riconosce confini, nazionalità, bandiere, lingue, culture, razze; così la lotta per l’umanità è ovunque, sempre.

La convinzione che sono molti i mondi che vivono e lottano nel mondo. E che ogni pretesa di omogeneità ed egemonia attenta l’essenza dell’essere umano: la libertà. L’uguaglianza dell’umanità sta nel rispetto della differenza. Nella sua diversità sta la sua somiglianza.

La consapevolezza che non è la pretesa di imporre il nostro sguardo, i nostri passi, le nostre compagnie, i nostri percorsi e i nostri destini, che ci permetterà di avanzare, ma l’ascolto e lo sguardo dell’altro che, diverso e differente, ha la stessa vocazione di libertà e di giustizia.

Per queste coincidenze, e senza abbandonare le nostre convinzioni o cessare di essere ciò che siamo, abbiamo accordato:

Primo.- Realizzare incontri, dialoghi, scambi di idee, esperienze, analisi e valutazioni tra coloro che ci siamo impegnati, da concezioni diverse e in campi differenti, nella lotta per la vita. Poi, ognuno seguirà o meno la propria strada. Guardare e ascoltare l’altro può aiutarci o meno nel nostro viaggio. Ma conoscere il diverso fa parte anche della nostra lotta e del nostro impegno, della nostra umanità.

Secondo.- Che questi incontri e queste attività si realizzino nei cinque continenti. Che, per quanto riguarda il continente europeo, si concretizzeranno nei mesi di luglio, agosto, settembre e ottobre del 2021, con la partecipazione diretta di una delegazione messicana composta dal CNI-CIG, dal Fronte del Popolo in Difesa dell’Acqua e della Terra di Morelos, Puebla e Tlaxcala, e dall’EZLN. E, in date successive da specificare, sostenere secondo le nostre possibilità, affinché si svolgano in Asia, Africa, Oceania e America.

Terzo.- Invitare coloro che condividono le stesse preoccupazioni e lotte simili, tutte le persone oneste e tuttilos abajosche si ribellano e resistono nei molti angoli del mondo, a unirsi, a contribuire, a sostenere e a partecipare a questi incontri e attività; e a firmare e a fare propria questa dichiarazione PER LA VITA.

Da uno dei ponti di dignità che unisce i cinque continenti.

Noi.

Pianeta Terra.

1 gennaio 2021

Da differenti, disomogenei, diversi, dissimili, ineguali, lontani e diversi angoli del mondo (nell’arte, nella scienza e nella lotta di resistenza e di ribellione):

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per le donne, uomini, otroas, bambin@ e anzian@ dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale:

Comandante Don Pablo Contreras y Subcomandante Insurgente Moisés.
Messico.

Se volete firmare questa Dichiarazione, inviate la vostra firma firmasporlavida@ezln.org.mx. Per favore nome completo del vostro gruppo, collettivo, organizzazione o quel che è, nella vostra lingua, e la vostra geografia. Le firme verranno aggiunte non appena arriveranno.

Testo originale con le oltre 1400 firme/adesioni dal mondo: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2021/01/02/prima-parte-una-dichiarazione-per-la-vita/

Italia
A.N.P.I. Associazione Nazionale Partigiani Italiani
ADL COBAS
All Reds Rugby Roma
Altro Modo Flegreo
Ambasciata dei Diritti delle Marche
Ambiente&Salute
Annestus – Agoa
ARCI Noerus
Ardita Due Mari
Assalti Frontali
Assemblea Antirazzista Antifascista Di Vicofaro
Associazione «Cultura È Libertà
Associazione ATTAC Italia
Associazione Casa dei Popoli
Associazione centro socio culturale ARARAT a Roma
Associazione Città Migrante
Associazione Culturale GIShub
Associazione di Promozione Sociale
Associazione Giuseppe moscati Parrocchia San Sabino
Associazione Jambo- commercio equo Fidenza Italia
Associazione Nova Koiné
Associazione politico-culturale Tempi Post Moderni
Associazione Senza Barriere Due
Associazione senza paura Genova
Associazione Taiapaia
Associazione Verso il Kurdistan e Rete Jin
Associazione Ya Basta Caminantes Padova
Associazione Ya Basta Moltitudia Roma
Associazione YA BASTA! ÊDÎ BESE Y Centri Sociali del Nordest
Associazione Ya Basta! Milano
Associazione YaBasta! – Casa Della Solidarietà Sabino Romano
Ateneo Libertario
Azione Antifascista Roma Est
Brigata Sanitaria Soccorso Rosso
Brustolin, Maryline
Buscemi, Marquito
C.S.A NEXT EMERSON
Cadtm (Comitato per annullamento debiti illegittimi)
Camera del Non Lavoro
Cantiere
Carovane Migranti
Casa Bettola
Casa dei Circoli, Culture e Popoli
Casa Dei Diritti Dei Popoli
Casa del Popolo Campobasso
Casa della Cooperazione
Casa delle Donne di Milano
Casa delle Donne Lucha y Siesta
Casa delle Donne-Nudm
Casa Madiba Network
Cattive Ragazze
Centro giovanile Batti il tuo tempo
Centro Sociale Anomalia
Centro sociale Anomalia Palermo
Centro sociale autogestito «INTIFADA» Empoli (FI)
Centro Sociale Autogestito Magazzino47
Centro Sociale CasaLoca
Centro Sociale Occupato Autogestito «Angelina Cartella»
Centro Sociale Tpo
Chichimeca
CIAC ( centro immigrazione, asilo, cooperazione internazionale)
Circolo «D. Lazzari» di Legnano
Circolo ANPI Renato Biagetti
Circolo ARCI Barbun KM0
Circolo Arci Nausicaa
Circolo Fratellanza Casnigo
Ciss-ong Palermo
Clown Army Roma
COBAS Confederazione dei Comitati di Base
COBAS Napoli
Collettiva Una volta per tutte
Collettivo 20ZLN
Collettivo Caffè Malatesta
Collettivo Femminista Lotto
Collettivo Lsoa Buridda
Collettivo Nodo Solidale
Collettivo Popolare «Ramona»
Collettivo redazionale della rivista LEF Libertè Egalitè Fraternit
Comitato Abitanti San Siro
COMITATO AMIG@S MST
Comitato antirazzista cobas Palermo
Comitato Chiapas «Maribel»
Comitato Città Vecchia Taranto
Comitato Jineoloji
Comitato Madri per Roma Città Aperta
Comitato No Muos – No sigonella
Comitato per non dimenticare Abba
Comitato Piazza Carlo Giuliani
Comitato Roma Xii Per La Costituzione
Comité por la Anulación de la Deuda del Tercer Mundo
Comune del Crocicchio
Comunità curda in Italia
Comunità di Resistenza Contadina Jerome Laronze
Comunita’ RNCD
Contadinazioni-fuori mercato
Cooperativa Sociale Le Rose Blu
Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica «Bruno Arcuri»
Coordinamento dei Collettivi Studenteschi di Milano e Provincia
Coordinamento Nazionale No Triv
CORTOCIRCUITO Flegreo
Csa Astra/Lab Puzzle/cs Brancaleone
Csoa Ex Snia
Csoa Forte Prenestino
Csoa Gabrio
Csoa La Strada
Csoa la torre
Dinamopress
Dipende da Noi
Enoize
ESC Atelier Roma
Ex Caserma Liberata
Ex caserma occupata
Federazione Anarchica Siciliana
Foro Italiano de los Movimientos per el Agua
Forum Antirazzista Palermo
Fridays For Future
Fuorimercato, autogestione in movimento
GAS Caracol Franciacorta
Genuino Clandestino Firenze
Giovani Comunisti
«GIShub – Associazione Culturale GIScience for Humanity, Urban space and Biosphere
Gruppe B.A.S.T.A.
Gruppo Anarchico «Bakunin» – FAI Roma e Lazio
Gruppo Autonomo LiberidiAmare Autonomia Contropotere
Gruppo Consiliare Sinistra Progetto Comune – Comune di Firenze
Gruppo di Acquisto Solidale – Cosenza
Gruppo lampi
Il Cantiere delle Idee
IFE (Iniziativa Femminista Europea)
L’associazione G.L.R.
L’associazione politico culturale Resistenza Gallura
L38squat
La Milpa Orto Collettivo
La Panchovilla in Sabina
Laboratorio Andrea Ballarò
Laboratorio Aq16
Laboratorio Crash!
Laboratorio Decoloniale Femminista e Queer
Laboratorio di economia solidale ambientale e sociale
Laboratorio di Mutuo Soccorso ZERO81
Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax – LOA Acrobax
Laboratorio Occupato Insurgencia
Laboratorio Sociale Alessandria
Le Mafalde
Liberation queer+ Messina
Lisangà, culture in movimento
Malanova
Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito
Mediterranea Saving Humans
Mondeggi Bene Comune, Fattoria Senza Padroni
Movimento NO MUOS
No Border APS
Non Una Di Meno – Milano
Non Una Di Meno – Modena
Non Una di Meno Alessandria – Casa delle Donne Alessandria
Non Una Di Meno Lucca
Non Una di Meno Palermo
Non Una Di Meno Piacenza
Non Una di Meno Ravenna
Non Una Di Meno Reggio Emilia
Non Una di Meno Roma
Non Una di Meno Torino
Non Una di Meno Venezia
Nudm Palermo
Officina Rebelde Catania
Operai /e dello Spettacolo Associati/e
Osservatorio Repressione – Italia
Palermo Pride
Palermo ribelle
Partito della Rifondazione Comunista
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Potere al Popolo!
Presidio salute solidale – Napoli
Progetto 20k
Quarticciolo Ribelle
R.A.S.P.A. Rete Autonoma Sibaritide e Pollino per l’Autotutela
Radio Sherwood
Re:common
Resistenza Casa Sportello Solidale
Rete Antifascista Roma Sud
Rete antirazzista catanese
Rete Antirazzista Catanese e Comitato NoMuos/NoSigonella
Rete Jin
Rete Kurdistan Italia
Rete Kurdistan Roma
ReteJin
Reti di Pace
Ri-Make Bene Comune
RiMaflow, fabbrica recuperata in autogestione
Scomodo
Scuola Popolare Piero Bruno
Signoretti, Claudia
Siracusa Ribelle
Spazio di Mutuo Soccorso
Spazio Libertario Pietro Gori
Spazio sociale 100celle aperte
TATAWELO
TeatrOfficina Refugio
Termoli Bene Comune- Rete della Sinistra
terraTERRA
Ufficio Informazione del Kurdistan in Italia
Unione Sindacale di Base
Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos
Vivèro- luogo di quartiere
Ya Basta Bologna
Ya Basta! Marcas Italia
Alberi, Urbani
Amicucci, Caterina
Berti, Stefano
Boffa, Daniela
Botti, Andrea
Bresciani, Marco
Capezza, Iolanda
Caudo, Melina
Celestini, Ascanio
Cesi, Alessandro
Clerici, Naila
Crabuzza, Claudia
De Luca, Mariano
Della Corte, Raffaele
Devastato, Giovanni
Fabiano, Pino
Garelli, Annamaria
Garibaldi, Casale
Indiano, Carlotta
Kaveh, Afshin
Luca Pandolfi
Medici, Sandro
Nicotra, Alfio
Piccinini, Massimiliano
Proia, Veronica
Rossa, Casetta
Sandroni, Doriana
Santoro, Alessandro
Saverio Calabresi, Francesco
Traverso, Enzo
Valcamonica, Adarosa
Vigo, Adele
Vitalesta, Enzo
Zanchetta, Aldo
Zanchetta, Brunella

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Seconda Parte: IL BAR

Calendario? L’attuale. Geografia? Ogni angolo del mondo.

Non sai davvero perché, ma stai camminando mano nella mano con una bambina. Sta per chiederle dove state andando, quando passate davanti a un grande bar. Una grande insegna luminosa, come il cartellone di un cinema, recita: “LA STORIA CON LE MAIUSCULE. Snack bar”, e più sotto “Non sono ammesse donne, bambini, indigeni, disoccupati, otroas, anzian@, anziani, migranti e altri rifiuti”. Una mano bianca ha aggiuntoIn this place, Black Lives does not matter”. E un’altra mano virile ha aggiunto: “Le donne possono entrare se si comportano da uomini”. Ai lati dell’edificio sono ammucchiati cadaveri di donne di tutte le età e, a giudicare dagli abiti laceri, di tutte le classi sociali. Ti fermi e, rassegnata, anche la bambina. Sbirciate attraverso la porta e vedete un casino di uomini e donne dai modi mascolini. Al bancone un maschio brandisce una mazza da baseball e minaccia a destra e a manca. La folla è chiaramente divisa: da una parte applaude mentre fischia dall’altra. Sono tutti ubriachi: lo sguardo torvo, la bava che scorre lungo il mento, il viso arrossato.

Ti si avvicina quello che dovrebbe essere il portiere o qualcosa del genere, e chiede:

Vuoi entrare? Puoi scegliere di stare dalla parte che vuoi. Vuoi applaudire o contestare? Indipendentemente da quale scegli, ti garantiamo che avrai molti follower, Like, pollici alzati e applausi. Diventerai famoso se ti verrà in mente qualcosa di ingegnoso, a favore o contro. E anche se non è molto intelligente, è sufficiente che faccia rumore. Inoltre, non importa se quello che urli è vero o falso, purché urli forte”.

Tu valuti l’offerta. Ti sembra attraente, soprattutto ora che non hai nemmeno un cane che ti segua.

È pericoloso?”, azzardi timidamente.

L’uomo alla catena ti tranquillizza: “Per niente, qui regna l’impunità. Guarda chi c’è ora. Dice qualche sciocchezza e alcuni lo applaudono e altri lo criticano con altre sciocchezze. Quando quella persona finisce il suo turno, ne verrà fuori un’altra. Te l’ho detto prima che non devi essere per forza intelligente. Inoltre, l’intelligenza qui è un ostacolo. Coraggio. Così ci si dimentica delle malattie, delle catastrofi, delle miserie, delle bugie del governo, del domani. Qui la realtà non ha molta importanza. Ciò che conta è la moda del momento”.

Tu: “E di cosa stanno discutendo?”.

Ah, di qualunque cosa. Entrambe le parti si impegnano in frivolezze e stupidità. Poiché la creatività non è roba loro. Tutto qui.”, risponde la guardia mentre sbircia, timoroso, in cima all’edificio.

La bambina segue la direzione del suo sguardo e, indicando la sommità dell’edificio, dove si può vedere un intero piano – tutto di vetro a specchio -, chiede:

E quelli lassù sono pro o contro?”.

Ah, no”, risponde l’uomo ed aggiunge sottovoce: “Quelli sono i padroni del bar. Non hanno bisogno di esprimersi per nulla, semplicemente si fa ciò che loro ordinano”.

Fuori, più in là per strada, si vede un gruppo di persone che, supponi, non avesse interesse ad entrare nel bar ed ha proseguito la sua strada. Un altro gruppo esce dal locale infastidito, mormorando: “è impossibile ragionare lì dentro” e “invece di ‘La Storia’, dovrebbe chiamarsi “’a Isteria’”. E si allontanano ridendo.

La bambina ti fissa. Tu sei indeciso…

E lei ti dice: “Puoi fermarti o proseguire. Solo sii responsabile della tua decisione. La libertà non è solo potere decidere che cosa fare e farlo. È anche essere responsabile di quello che si fa e della decisione presa”.

Ancora senza prendere una decisione, chiedi alla bambina: “E tu dove vai?”.

Nel mio villaggio”, dice la bambina, e allunga le manine all’orizzonte come per dire “nel mondo”.

Dalle montagne del sud-est messicano.

El SupGaleano.
È il Messico, è 2020, è dicembre, è mattina presto, fa freddo e la luna piena guarda, stupita, come le montagne si sollevano, si rimboccano un po’ le falde e lentamente, molto lentamente, cominciano a camminare.

-*-

Dal quaderno del Gatto-Cane: Esperanza racconta a Defensa un sogno che aveva fatto.

Quindi sto dormendo e sto sognando. Naturalmente so che sto sognando perché sto dormendo. Quindi è per questo che vedo che mi trovo molto lontano. Che ci sono uomini e donne e otroas molto altri. Cioè, non li conosco. Parlano una lingua che non capisco. E hanno molti colori e modi molto diversi. Fanno molto rumore. Cantano e ballano, parlano, discutono, piangono, ridono. E non so niente di quello che vedo. Ci sono edifici grandi e piccoli. Ci sono alberi e piante come quelli di qui, ma diversi. Cibo molto diverso. Quindi è tutto molto strano. Ma la cosa più strana è che, non so né perché né come, ma so che sono a casa”.

Esperanza tace. Defensa Zapatista finisce di prendere appunti nel suo quaderno, la fissa e, dopo pochi secondi, le chiede:

Sai nuotare?”.

In fede.

Guau-Miau

Traduzione “Maribel” – Bergamo Testo originale:http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/12/29/segunda-parte-la-cantina/

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TERZA PARTE: LA MISSIONE

Di come Difesa Zapatista cerca di spiegare a Speranza quale sia la missione dello zapatismo e altri felici ragionamenti

«Bene, ti spiegherò qualcosa di molto importante. Ma non puoi prendere appunti, lo devi tenere a mente. Perché il quaderno lo lasci buttato da qualsiasi parte, mentre la testa te la devi tenere addosso tutto il tempo».

Difesa Zapatista cammina da una parte all’altra, come dice facesse la buonanima quando spiegava qualcosa di molto importante. Speranza è seduta su un tronco e, previdente, ha collocato un nylon sul legno umido fiorito di muschio, funghi e rametti secchi.

«Per caso stiamo per vedere dove arriveremo con la lotta?’», dà il via Difesa Zapatista indicando con le sue manine un punto vago.

Speranza sta pensando una risposta, ma è evidente che Difesa ha fatto una domanda retorica, cioè di cui non le interessa la risposta, bensì le domande che conseguono alla prima questione. A proprio parere, Difesa Zapatista sta seguendo il metodo scientifico..

«La problema non è quindi arrivare, bensì crearsi un cammino. Vale a dire che se non c’è un cammino, allora bisogna farlo, perché altrimenti come si fa», la bambina brandisce un machete che chissà da dove è uscito, ma di sicuro in qualche capanna lo stanno cercando.

«Quindi, la problema è come cambiato, e la primissima cosa è il cammino. Perché se non c’è il cammino dove vuoi andare, perciò diventa una preoccupazione inutile. Quindi che faremo se non c’è cammino per dove andiamo?»

Speranza risponde con soddisfazione: «Aspettiamo che smetta di piovere per non bagnarci quando faremo il cammino».

Difesa si passa una mano tra i capelli -e rovina la pettinatura che alla sua mammina è costato mezz’ora sistemare- e grida:«No!»

Speranza dubita e azzarda: «Lo so: diciamo una bugia a Pedrito che ci sono caramelle lì dove andiamo, ma non c’è il cammino e che veda chi fa per primo un suo cammino, e si riempie le tasche di caramelle».

Difesa reagisce: «Chiederemo forse aiuto ai fottuti uomini? Maimente. Noi lo faremo da donne che siamo.»

«Certo», dice Speranza, «e magari c’è il cioccolato.»

Difesa prosegue: «Ma che si fa se ci perdiamo nell’aprirci il cammino?»

Speranza risponde: «Gridiamo chiedendo aiuto? Spariamo dei razzetti o suoniamo la conchiglia perché ci sentano dal villaggio e vengano a liberarci?»

Difesa capisce che Speranza sta prendendo la faccenda alla lettera e, inoltre, sta ottenendo il consenso del resto del pubblico. Per esempio, il gatto-cane ora si lecca i baffi immaginando la pentola piena di cioccolato alla fine dell’arcobaleno, e il cavallo monco sospetta che forse ci sia anche del mais col sale e la pentola traboccante di bottiglie di plastica. La Calamità fa le prove della coreografia che le ha disegnato il SupGaleano, chiamata «pas de chocolat«, che consiste nel bilanciarsi a mo’ di rinoceronte sulla pentola.

Elías Contreras, dal canto suo, fi dalla prima domanda ha tirato fuori la sua lima e affila il suo machete a doppio taglio.

Più in là, un essere indefinito, straordinariamente simile a uno scarafaggio, porta uno striscione dove si legge «Chiamatemi Ismaele«, discute con il Vecchio Antonio i vantaggi dell’immobilità sulla terraferma, e argomenta così: «Eh sì, caro il mio Queequeg, non c’è balena bianca che si avvicini a porto«. L’anziano indigeno e zapatista, maestro involontario della generazione che si sollevò in armi nel 1994, si fa una sigaretta con la macchinetta e ascolta attento le argomentazioni della bestiola.

La bambina Difesa Zapatista si rende conto che, come le scienze e le arti, si trova nella difficile condizione di essere incompresa: come un pas de deux che attende l’abbraccio per le piroette e il sostegno per un porté; come un film rinchiuso in una pizza in attesa di uno sguardo che lo liberi; come un porto senza imbarcazione; come una cumbia che attende le anche che le diano senso e scopo; come un Cigala concavo senza convesso; come Luz Casal andando all’incontro del fiore promesso, come Louis Lingg senza le bombe del punk; come Panchito Varona cercando, dietro un accordo, un aprile rubato* (*riferimenti al flamenco di Diego El Cigala «Cóncavo y convexo», all’album di Luz Casal «Como la flor prometida», alla band Louis Lling and the Bombs, alla canzone «¿Quién me ha robado el mes de abril?» di Joaquín Sabina, di cui Pancho Varona era il chitarrista, N.d.T); come uno ska senza pogo; come un gelato alla nocciola senza un Sup che gli faccia onore.

Ma Difesa è difesa, ma è anche zapatista, così che non ce n’è per nessuno: resistenza e ribellione, e con lo sguardo cerca il soccorso del Vecchio Antonio.

«Ma le tormente non rispettano nessuno: è sempre lo stesso per mare e per terra, nel cielo e al suolo. Fino alle viscere della terra si contorcono e soffrono umani, piante e animali. Non hanno importanza il colore, la dimensione, il modo», dice con voce spenta il Vecchio Antonio.

Tutti mantengono un silenzio a metà tra rispetto e terrore.

Continua il vecchio Antonio: «Le donne e gli uomini fanno in modo di salvaguardarsi da venti, piogge e suoli rotti dalla siccità, e aspettano che passi per vedere cosa resta loro e cosa no. Ma la terra fa di più, perché si prepara al dopo, per quel che segue. E nel suo tutelarsi comincia già a cambiare. La madre terra non aspetta che finisca la tormenta per vedere il da farsi, ma inizia fin da prima a costruire. Perciò i più saggi dicono che il domani non arriva così di punto in bianco e compare all’improvviso, bensì sta già appostato tra le ombre, e chi sa guardare lo trova tra le crepe della notte. Per questo gli uomini e donne di mais, quando seminano, sognano la tortilla, l’atole, il pozol, il tamal e il marquesote. Non ce ne sono ancora, ma sanno che ci saranno e ciò guida il loro lavoro. Guardano al loro campo di lavoro e guardano il frutto lì contenuto ancor prima che il seme tocchi il suolo.

Gli uomini e donne di mais, quando guardano questo mondo e i suoi dolori, guardano anche il mondo che bisognerà edificare, e si creano un cammino. Hanno tre sguardi: uno per il prima, uno per l’adesso, uno per quel che viene. Così sanno che seminano un tesoro: lo sguardo.»

Difesa assente entusiasta. Capisce che il Vecchio Antonio comprende l’argomento che non riesce a spiegare. Due generazioni distanti nel calendario e nella geografia tendono un ponte che va e viene… come i cammini.

«Corretto!», quasi grida la bambina e guarda con affetto l’anziano.

E lei prosegue: «Se già sappiamo dove andiamo, vuol dire che già sappiamo dove non vogliamo andare. Perciò a ogni passo ci allontaniamo da un lato e ci avviciniamo a un altro. Non siamo ancora arrivati, ma il cammino che facciamo ci traccia già quella destinazione. Se vogliamo mangiare tamales, non ci metteremo a seminare zucche».

L’auditorio intero fa un comprensibile gesto di schifo, immaginando un’orribile zuppa di zucca.

«Sopportiamo la tormenta con ciò che sappiamo, ma stiamo già preparando quel che segue. E lo prepariamo una volta per tutte. Per questo bisogna portare la parola lontano. Non importa se chi l’ha detta non ci sarà, quel che importa è che il seme giunga in terra fertile e che, dove già c’è, che si sviluppi. Cioè dare sostegno. Questa è la nostra missione: essere seme che cerca altri semi», sentenzia Difesa Zapatista, e dirigendosi a Speranza, chiede: «Hai capito?»

Speranza si alza in piedi e, con tutta la solennità dei suoi nove anni, risponde seria:

«Sì, certo che ho capito che alla fine moriremo miserabilmente.»

E quasi immediatamente aggiunge: «Ma faremo in modo che ne valga la pena.»

Tutti applaudono.

Per rafforzare il «che valga la pena» di Speranza, il Vecchio Antonio tira fuori dalla sua borsetta una scatola dei cioccolatini che chiamano «baci».

Il gatto-cane se ne fa una bella quantità con una zampata e il cavallo monco preferisce continuare con la sua bottiglia di plastica.

Elías Contreras, comissione di indagine dell’ezln, ripete a bassa voce: «Faremo in modo che ne valga la pena«, e va con il cuore e il pensiero al fratello Samir Flores e a chi affronta, solo con la propria dignità, il fragoroso ladrone dell’acqua e della vita che si nasconde dietro le armi del capoccia, colui che nasconde dietro al suo sproloquio la cieca obbedienza che deve al Capo: primo il denaro, poi il denaro, infine il denaro. Mai giustizia, libertà nemmeno, vita giammai.

L’insettino comincia a discutere su come una tavoletta di cioccolato lo abbia salvato dalla morte nella steppa siberiana mentre andava, venendo dalle terre del Sami –dove intonò lo Yoik-, al territorio dei Selkup a rendere gli onori al Cedro, l’albero della vita. «Andai ad apprendere, ché a questo servono i viaggi. Perché ci sono resistenze e ribellioni che non sono meno importanti ed eroiche per il fatto di essere appartate nel calendario e nella geografia», dice, mentre, con le sue molteplici zampette, libera il cioccolato dalla sua prigione di carta d’alluminio brillante, applaude e se ne fa fuori una porzione, tutto allo stesso tempo.

Da parte sua, Calamità ha capito bene il fatto che si debba pensare a quel che segue, e con il cioccolato impiastricciato nelle manine dichiara entusiasmata: «Giocheremo ai pop-corn!»

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Dal Centro di Addestramento Marittimo-Terrestre Zapatista

Il SupGaleano impartendo la lezione «Lo Sbocco Internazionalista»

Messico, Dicembre 2020

Dal quaderno di appunti del gatto-cane: il tesoro è l’altro

«Al terminare, mi guardò lentamente con il suo unico occhio e mi disse: «La aspettavo Don Durito. Sappia che sono l’ultimo dei veri pirati che viva nel mondo. E dico dei ‘veri’ perché adesso c’è un’infinità di ‘pirati’ che rubano, uccidono, distruggono e saccheggiano dai centri finanziari e dai grandi palazzi governativi, senza toccare altra acqua che quella della vasca. Ecco qui la sua missione (mi consegna un vecchio incartamento). Trovi lei il tesoro e lo metta al sicuro. Ora mi scusi, ma dovrei morire». E al dire ciò, lasciò cadere la testa sul tavolo. Sì, era morto. Il pappagallo si alzò in volo e uscì da una finestra dicendo: ‘Largo all’esiliato di Mitilene, largo al figlio bastardo di Lesbo, largo all’orgoglio del mar Egeo! Aprite le vostre nove porte, temuto inferno, perché è lì che riposerà il grande Barbarossa. Ha trovato chi ne prosegua i passi e ora dorme chi ha fatto dell’oceano una lacrima soltanto. Con Scudo Nero navigherà ora l’orgoglio dei Pirati veri’. Sotto la finestra si stagliava il porto svedese di Göteborg e in lontananza una nyckelharpa gemeva…»

Don Durito de La Lacandona. Ottobre 1999

Sezione: Tre deliri, due gruppi e un ammutinato

Se seguiamo la rotta dell’Ammiraglio Maxo, credo che arriveremo più in fretta se cammineremo per lo stretto di Bering

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/12/22/tercera-parte-la-mision/

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

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CONVOCAZIONE DELLA

QUINTA ASSEMBLEA NAZIONALE DEL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO

I popoli, le nazioni, le tribù e i quartieri originari che siamo il Congresso Nazionale Indigeno, il Consiglio Indigeno di Governo e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, stanno facendo fronte alla malattia della nostra madre terra, espressa in una grave pandemia che ha colpito la vita e l’economia delle nostre comunità e del mondo intero; ci sentiamo nella voce dei popoli originari che gridano dalle geografie dove lottano e resistono contro la guerra capitalista che contende i territori indigeni e rurali con politiche estrattive aggressive in tutta la geografia nazionale; megaprogetti di morte che chiamano Corridoio Interoceanico negli stati di Oaxaca e Veracruz, Progetto Integrale Morelos negli stati di Morelos, Puebla e Tlaxcala, Tren Maya negli stati del sudest messicano, o Aeroporto Internazionale di Città del Messico nel centro del paese; l’attuazione di una serie di politiche e meccanismi per la continuazione del “libero scambio” subordinato a Stati Uniti e Canada e per contenere la migrazione; prevenire o indebolire l’organizzazione e la resistenza dei nostri popoli, soppiantando le autorità tradizionali e realizzando finte consultazioni indigene.

Si tratta di politiche e megaprogetti promossi dal governo neoliberista della Quarta Trasformazione al servizio dei grandi capitali mondiali e contro l’organizzazione autonoma dei nostri popoli;

tutto quanto sopra con il sostegno alla militarizzazione, l’implementazione della Guardia Nazionale e la militarizzazione dell’intero territorio nazionale, la complicità dei cartelli criminali di Stato, la creazione di programmi che cercano di rompere l’organizzazione delle comunità come Sembrando Vida e l’approvazione di leggi favorevoli a grandi consorzi transnazionali come la legge federale per la Promozione e la Protezione del Mais Autoctono.

El CNI e il CIG – con le comunità zapatiste – essendo un congresso quando siamo insieme e una rete quando siamo separati, siamo questa parola collettiva che non solo facciamo nostra, ma che tessiamo in essa e con essa, nella determinazione che la nostra resistenza crescerà tanto grande quanto la minaccia capitalista contro la vita.

Perché per i nostri popoli non c’è spazio per arrendersi, vendersi o cedere, quando è la madre terra e la vita di cui governi, aziende, militari e cartelli della droga vogliono fare bottino, e

CONSIDERANDO CHE:

1.- Si intensificano la repressione, le minacce, la formazione di gruppi di scontro e la criminalizzazione contro le comunità che resistono al Progetto Integrale Morelos, che il malgoverno federale ha deciso di imporre illegalmente e con l’uso del suo gruppo di scontro armato, che chiama Guardia Nazionale; e che, tuttavia, l’eroica eredità di Samir Flores Soberanes è mantenuta viva dalle sorelle e fratelli del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra e dell’Acqua di Morelos, Puebla e Tlaxcala che non si arrendono, non si vendono e non cedono;

2.- Si intensifica la guerra contro le comunità autonome e indigene del CNI nello stato del Chiapas, mentre i governi garantiscono l’impunità ai gruppi paramilitari che, da loro finanziati, attaccano giorno e notte villaggi e comunità sorelle;

3.- Il malgoverno federale insieme alle sue forze armate, nella sua palese alleanza con gli oscuri interessi economici che scommettono di appropriarsi del territorio dei popoli indigeni e contadini, sta seminando paura e terrore, violando cinicamente leggi, sentenze e sospensioni giudiziarie per imporre i propri megaprogetti, che cedono il territorio del Paese a interessi economici transnazionali;

4.- Crescono resistenza e ribellione nella geografia dei popoli indigeni, perché crescono anche l’espropriazione e la repressione violenta da parte del malgoverno a tutti i livelli, in complicità con gruppi paramilitari e narco-paramilitari, che rendono possibili i loro progetti estrattivi e inquinanti, e anche nelle grandi città, la nostra gente resiste, come dimostra la comunità Otomi residente a Città del Messico;

5.- Dalle lotte che siamo, noi popoli originari vediamo che nel mondo si accendono speranze in questa guerra che è la stessa, e da lontane geografie vediamo lo stesso, cioè la lotta per la vita che si trasforma in una lingua nella quale ci rispecchiamo gli uni con agli altri;

6.- C’è l’annuncio zapatista di iniziare un viaggio planetario nel mese di aprile 2021, iniziando dal continente europeo, al quale è invitato il CNI con la partecipazione di una delegazione per accompagnare quel cammino e portare la nostra parola collettiva;

CONVOCHIAMO

Le/I delegat@ e consiglier@ del CNI- CIG alla

QUINTA ASSEMBLEA NAZIONALE DEL CONGRESSO NAZIONALE

INDIGENO E IL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO

Che si terrà a:

LA QUINTA PIEDRA, TERRITORIO RECUPERATO DAL POPOLO

NAHUA DELL’EJIDO TEPOZTLÁN, MORELOS,

I GIORNI 23-24 GENNAIO 2021

Con il seguente programma:

23 gennaio:

Inaugurazione

Tavolo di lavoro:

  • Bilancio espropriazione e guerra capitalista contro i nostri popoli.
  • Proposta per la partecipazione di una delegazione CNI-CIG al viaggio planetario zapatista.

24 gennaio:

Plenaria aperta:

  • Conclusioni del tavolo di lavoro
  • Accordi e risoluzioni
  • Comunicato pubblico
  • Chiusura

NOTA 1: Considerando le attuali condizioni sanitarie si invita a nominare un@ o due delegat@ per villaggio, comunità od organizzazione indigena, allo scopo di realizzare un’assemblea ampiamente rappresentativa ma meno numerosa. Le/I partecipanti dovranno indossare le mascherine e mantenere la distanza di sicurezza, lavarsi di frequente mani e viso, e così pure coloro che raggiungeranno il luogo della riunione.

NOTA 2: Coloro che non sono delegat@ o consiglier@ del CNI/CIG possono entrare in assemblea solo su espresso invito della Commissione di Coordinamento e Controllo.

Distintamente.

Dicembre 2020

Per la Ricostituzione Integrale dei Nostri Popoli

Mai Più un Messico senza di Noi

Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/12/09/convocatoria-a-la-quinta-asamblea-nacional-del-congreso-nacional-indigena/

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PER LA VITA E CONTRO IL DENARO.

IL CNI-CIG E L’EZLN INVITA ALLA SOLIDARIETÀ CON IL FRENTE DE PUEBLOS EN DEFENSA DE LA TIERRA Y EL AGUA DI MORELOS, PUEBLA E TLAXCALA.

Novembre 2020

Al popolo del Messico
Ai popoli del mondo
Alla Sexta Nazionale e Internazionale
Ai media

Il Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo e l’EZLN denunciano il vile sgombero dei compagni dal campo di resistenza di San Pedro Apatlaco, Morelos, perpetrato dalla Guardia Nazionale la mattina del 23 novembre, per riprendere illegalmente la costruzione della condotta che trasporta l’acqua dal fiume Cuautla alla centrale termoelettrica di Huexca.

Con quale cinismo il governo neoliberista che pretende di comandare in questo paese obbedisce ai suoi padroni, che sono il grande capitale, con quale cinismo le forze armate, agli ordini del caposquadra, violano le città, per consegnare l’acqua del fiume Cuautla, rubata alle cittadine contadine di Ayala, alle aziende che beneficiano del Proyecto Integral Morelos, come Elecnor e Enagasa, concessionarie del gasdotto; Bonatti e Abengoa costruttrici del gasdotto e della centrale termoelettrica di Huexca; e quelle che trarranno vantaggio dal consumo di gas, come Saint Gobain, Nissan, Burlington, Continental e Gas Natural del Noreste.

Con il PIM, le forze armate e il governo neoliberista, con sorvoli militari, avanzano nella repressione e nell’imposizione delle infrastrutture energetiche, sostenute dalla distruzione ed espropriazione del territorio dei popoli originari, per rendere possibile, sul sangue della nostra gente, come il compagno Samir Flores Soberanes, lo sfruttamento della natura, in modo che loro, i boss del capitale transnazionale, distruggano le colline con le loro concessioni minerarie e si approprino dell’acqua con i corridoi industriali di Cuautla, Yecapixtla, Cuernavaca e l’intera regione, negli stati di Morelos, Puebla e Tlaxcala. Con quale cinismo e impunità il caposquadra, che dice di comandare dal governo federale, ordina di calpestare il presunto stato di diritto, violando 8 sospensioni giudiziarie sui lavori dell’acquedotto, che intende rubare l’acqua affinché venga contaminata nella centrale termoelettrica di Huexca. E altre due sospensioni contro il gasdotto alle pendici del sacro vulcano Popocatepetl, e la contaminazione del fiume Cuautla, nell’ambito del Proyecto Integral Morelos.

Per tutto quanto sopra e di fronte alla crescente tensione e violazione dello stato di diritto, riteniamo il malgoverno federale e il malgoverno dello stato di Morelos responsabili di qualsiasi repressione o attacco contro i compagni che combattono e resistono a questo megaprogetto di morte. Chiediamo in particolare solidarietà con il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra y el Agua di Morelos, Puebla e Tlaxcala.

Distintamente.
Per la Ricostituzione Integrale dei Nostri Popoli
Mai Più un Messico Senza di Noi
Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo
Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
Messico, Novembre 2020

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/11/25/por-la-vida-y-contra-el-dinero-el-cni-cig-y-el-ezln-llaman-a-la-solidaridad-con-el-frente-de-pueblos-en-defensa-de-la-tierra-y-el-agua-de-morelos-puebla-y-tlaxcala/

 

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Foto: Daliri Oropeza

12 novembre 2020. Dopo le mobilitazioni di ieri, il compagno Felix Lopez Hernandez è stato liberato.

GLI ZAPATISTI DENUNCIANO IL SEQUESTRO DI UNA BASE DI APPOGGIO PER MANO DEI PARAMILITARI DELLA ORCAO

DENUNCIA DELLA GIUNTA DI BUON GOVERNO ZAPATISTA “NUEVO AMANECER EN RESISTENCIA Y REBELDÍA POR LA VIDA Y LA HUMANIDAD

Caracol Patria Nueva, Chiapas Zapatista.

10 NOVEMBRE 2020

ALLE ORGANIZZAZIONI A DIFESA DEI DIRITTI UMANI:

ALLA SEXTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE:

ALLE RETI IN RESISTENZA E RIBELLIONE:

OGGI DENUNCIAMO IL SEQUESTRO E LA TORTURA DI UN COMPAGNO BASE DI APPOGGIO ZAPATISTA DELLA COMUNITA’ DI SAN ISIDRO, ANNESSA A MOISES GANDHI, DA PARTE DELL’ORGANIZZAZIONE PARAMILITARE CHIAMATA ORCAO, AVVENUTI IL GIORNO 8 NOVEMBRE 2020.

DA PIÙ DI UN ANNO GLI ORCAISTI ATTACCANO E DANNEGGIANO LE NOSTRE CASE. DI QUESTE AZIONI VIOLENTE DI QUESTI PARAMILITARI SONO TESTIMONI DIVERSE ORGANIZZAZIONI CHE DIFENDONO I DIRITTI UMANI, COME IL FRAYBA, CORECO, SERAPAZ ED ALTRE.

GIORNO E NOTTE QUESTI ORCAISTI ATTACCANO CON SPARI D’ARMA DA FUOCO LA COMUNITÀ DI MOISÉS GANDHI E IL MALGOVERNO LO SA E NIENTE FA PER CONTROLLARE I SUOI SGHERRI. AL CONTRARIO, LI PROTEGGE E LI SOSTIENE.

TUTTE QUESTE AGGRESSIONI SONO A CONOSCENZA DEI TRE LIVELLI DI MALGOVERNO. LO SANNO I LORO DIPENDENTI COME JOSEFINA BRAVO E RAMÓN MARTÍNEZ, E QUESTI SERVI DEI MALGOVERNI RIBALTANO I FATTI DICENDO CHE I PROVOCATORI SONO GLI ZAPATISTI E LE VITTIME SONO I POVERI PARAMILITARI DELLA ORCAO.

SI È DETTO CHE INDAGHINO, MA SONO COMPLICI PERCHÉ QUESTO GOVERNO È COME I PRECEDENTI. NEI FATTI NON CAMBIA NIENTE E SONO GLI STESSI ATTACCHI. E SONO LE STESSE MENZOGNE DI PRIMA DI QUESTI FUNZIONARI BUGIARDI CHE SE NE STANNO SEDUTI NEI LORO UFFICI E INCASSANO I LORO RICCHI COMPENSI PROPRIO PER FARE NULLA.

L’ULTIMA DI QUESTA ALLEANZA CRIMINALE TRA I PARAMILITARI DELLA ORCAO E I GOCERNI FEDERALE DI LOPEZ OBRADOR, STATALE DI RUTILIO ESCANDON E MUNICIPALI DI OCOSINGO E ALTAMIRANO, E’ QUELLO CHE HANNO FATTO QUESTO 8 NOVEMBRE 2020. 

A POCHI METRI DA QUI, A CUXULJÁ, DOVE TEMPO FA HANNO BRUCIATO E SACCHEGGIATO LA NOSTRA COOPERATIVA, MA FINO AD OGGI IL MALGOVERNO NON HA FATTO NIENTE.

L’8 NOVEMBRE 2020 INTORNO ALLE 15:30, 20 PARAMILITARI DELLA ORCAO HANNO SEQUESTRATO E PICCHIATO IL NOSTRO COMPAGNO BASE DI APPOGGIO FELIX LOPEZ HERNANDEZ. GLI ORCAISTI L’HANNO PORTATO IN UN LUOGO SCONOSCIUTO E TENUTO LEGATO, RINCHIUSO, SENZA ACQUA E CIBO.

QUESTO È STATO DENUNCIATO IL GIORNO STESSO E IL MALGOVERNO INVECE DI RISOLVERE QUESTO CASO DI SEQUESTRO, GIUSTIFICA I PARAMILITARI DELLA ORCAO MENTENDO E DICENDO CHE SIAMO STATI NOI ZAPATISTI A PROVOCARE QUELLI DELLA ORCAO.

QUESTO È ASSOLUTAMENTE FALSO. IL COMPAGNO ERA DI RITORNO DA OCOSINGO E SI DIRIGEVA A CASA SUA CON LA SUA FAMIGLIA.

TRA I SEQUESTRATORI DELLA ORCAO SONO STATI IDENTIFICATI I SEGUENTI: Andrés Santis López, Nicolás Santis López, Santiago Sánchez López e Oscar Santis López della comunità di San Antonio.

INVECE DI PAGARE PER IL SUO SEQUESTRO, GLI ORCAISTI CHIEDONO, ORA CHE NON CI SONO INONDAZIONI, DI UTILIZZARE LE TUBATURE, E CHE SI RIPRISTINI L’ENERGIA ELETTRICA CHE GLI ORCAISTI STESSI HANNO TAGLIATO PER COLPIRE LA COMUNITÀ DI MOISÉS GANDHI DANNEGGIANDO COSÌ ALTRE COMUNITÀ.

IL NOSTRO COMPAGNO FÉLIX NON HA FATTO DEL MALE A NESSUNO, NON DEVE NIENTE A NESSUNO, NÉ RUBA O SPARA CONTRO PERSONE E VILLAGGI. IL NOSTRO COMPAGNO NON È NEPPURE DIO PER ORDINARE CHE SMETTA DI PIOVERE O PER DARE UN PO’ DI INTELLIGENZA A QUESTI VISCIDI ORCAISTI CHE HANNO TAGLIATO LA LUCE DANNEGIANDO ALTRE COMUNITÀ CHE NON SONO ZAPATISTE NÉ ORCAISTE, E ORA QUESTI ORCAISTI FANNO LE VITTIME PER COPRIRE IL LORO CRIMINE.

ABBIAMO INFORMAZIONI SECONDO LE QUALI GLI ORCAISTI DELLA COMUNITA DI SAN ANTONIO HANNO RICEVUTO SOLDI DAL MALGOVERNO CHE SI SUPPONE FOSSERO PER LA COSTRUZIONE DI UNA SCUOLA PRIMARIA, MA I 300MILA PESOS SONO STATI USATI PER COMPRARE ARMI DI GROSSO CALIBRO. QUESTO FA IL MALGOVERNO DELLA 4T, DICE DI COSTRUIRE SCUOLE MA IN REALTA FINANZIA L’ARMAMENTO DEI PARAMILITARI? È QUESTO IL SUO PIANO CONTRAINSURGENTE?

INFINE DICIAMO A DON LÓPEZ, A DON ESCANDÓN E AI LORO FUNZIONARI, CHE LI RITENIAMO RESPONSABILI DI QUELLO CHE POTREBBE SUCCEDERE AGLI UOMINI, DONNE, BAMBINI E ANZIANI ZAPATISTI DELLE COMUNITÀ DI MOISÉS GANDHI.

IL LORO DOLORE, IL LORO SANGUE, LE LORO SOFFERENZE SONO COLPA VOSTRA, E COSÌ QUELLO CHE POTREBBE SUCCEDERE.

IL COMPAGNO FÉLIX DEVE ESSERE LIBERATO IMMEDIATAMENTE, E DEVONO ESSERE ARRESTATI E PROCESSATI I SEQUESTRATORI DELLA ORCAO CHE DEVE RESTITUIRE E RISARCIRE QUELLO CHE HA RUBATO E DISTRUTTO NEL NOSTRO NEGOZIO COOPERATIVO. LA ORCAO DEVE CAPIRE CHE CHI GIOCA COL FUOCO PRIMA O POI SI SCOTTA. E I MALGOVERNI DEVONO SMETTERLA DI GIOCARE ALLA CONTRAINSURGENCIA E RICORDARE CHE TUTTO FINISCE, ANCHE PER GLI SPACCONI E PREPOTENTI. CHIEDETE A TRUMP.

PER LA GIUNTA DI BUON GOVERNO “NUEVO AMANECER EN RESISTENCIA Y REBELDÍA POR LA VIDA Y LA HUMANIDAD

Caracol Floreciendo la semilla rebelde, Patria Nueva. Chiapas.

Messico, 10 Novembre 2020

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/11/10/los-zapatistas-denuncian-el-secuestro-de-un-base-de-apoyo-por-paramilitares-de-la-orcao/

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Report Secondo Incontro Nazionale di Coordinamento e Supporto al “Viaggio Zapatista in Europa 2021”.

L’assemblea si è svolta giovedì 29 ottobre 2020 in forma telematica. 86 sono stati i punti di collegamento, alcuni collettivi altri individuali, per una copertura del paese da nord a sud.

Dei partecipanti alla prima assemblea non tutti erano presenti, mentre si sono aggiunte altre persone e realtà. Complessivamente i contatti registrati tra la prima e la seconda assemblea sono 160, ai quali viene spedito il presente report.

L’incontro si è aperto con un breve ma articolato resoconto della riunione di EuropaZapatista, fatto a più voci dai collettivi italiani che storicamente vi partecipano. In particolare, è stato riportato quanto riferito dal Messico, e cioè lo stimolo a costruire la venuta degli zapatisti come un’occasione importante che sia utile alla costruzione di percorsi di lotta a livello europeo per costruire un profondo cambiamento radicale della realtà. 

Un calendario della visita che sia capace di coadiuvare interesse europeo/nazionale/locale con una serie di appuntamenti, incontri, chiamate di mobilitazione che qualifichino la presenza della delegazione zapatista. Una delegazione che per dimensioni verrà definita dalla proposta che riusciremo a mettere in campo.

Si è anche condiviso come tutte e tutti stiamo vivendo in un tempo di grande crisi non solo sanitaria ma economica e sociale, con scenari in divenire complessi e contraddittori, in cui quel che avverrà in futuro non è certo definito.

Dopo gli interventi introduttivi si è sviluppata un’interessante e stimolante discussione. Chi è intervenuto non solo ha nuovamente salutato con gioia la possibilità di accogliere la delegazione, ma ha iniziato a ragionare in termini collettivi sulla necessità di costruire un viaggio utile al consolidamento, alla ripresa e allo sviluppo dei movimenti in Italia, e utile alla delegazione per capire, conoscere,
vedere le lotte e le forme di lotta dell’Italia dal basso.

Considerando che l’arrivo potrebbe essere in tarda primavera/estate, la percezione condivisa è che il lavoro di definizione del calendario
non può che essere in movimento e mutevole in base anche a ciò che sarà/accadrà e che dovrà necessariamente essere costruito, focalizzando alcune delle tematiche di lotta che ci accomunano quali l’anticolonialismo, le lotte di genere, la difesa dell’ambiente e del territorio, la resistenza alle grandi opere, l’estrattivismo, le lotte dei e delle migranti e molti altri temi. Al tempo stesso si tratta di elaborare un insieme di iniziative capaci di mantenere collegato il piano europeo con quello nazionale e locale e con le tematiche condivise.

Nell’assemblea si è iniziato ad ipotizzare la possibilità di avere due momenti comuni, con la presenza di tutta la delegazione, quello dell’arrivo e della ripartenza. Nel mezzo l’ipotesi di una delegazione divisa in vari gruppi che si muovano per il paese per conoscere ed incontrare differenti geografie dal Nord al Sud, incluse isole Sicilia e Sardegna, allo scopo di conoscere come si declinano le diverse tematiche della lotta contro il capitalismo nei diversi territori.

Molti interventi hanno sottolineato come si tratti di una discussione aperta, che necessita di tempi e spazi, e che abbisogna del contributo di tutte e tutti per costruire un cammino comune realmente condiviso.

Dopo la prossima riunione di EuropaZapatista che è prevista per il 10 novembre prossimo, e prima di Natale, se non ci sono nuove notizie dal Messico, si convocherà la prima riunione del Gruppo di Supporto.

P.S. Resta inteso che gli incontri di costruzione sono aperti e alla prossima assemblea generale ogni realtà è libera di segnalare/invitare chi ritiene opportuno.

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Quarta Parte: MEMORIA DI CIÒ CHE VERRÀ

Ottobre 2020

È 35 ottobri fa.

Il vecchio Antonio guarda il fuoco che resiste alla pioggia. Sotto il cappello di paglia gocciolante, con un tizzone, accende la sua sigaretta arrotolata con una foglia. Il fuoco si mantiene, a volte nascondendosi sotto i tronchi; il vento lo aiuta e con il suo alito ravviva le braci che arrossano di furia.

L’accampamento è quello chiamato “Watapil”, nella “Sierra Cruz de Plata” che si trova tra le braccia umide dei fiumi Jataté e Perlas. Corre l’anno 1985 e ottobre accoglie il gruppo con una tempesta, preannunciando così le loro giornate. L’alto mandorlo (che ribattezzerà questa montagna nella lingua insurgente) guarda compassionevolmente ai suoi piedi quel piccolo, minuscolo, insignificante pugno di donne e uomini. Volti smunti, pelle tirata, brillante lo sguardo (forse febbre, testardaggine, paura, delirio, fame, mancanza di sonno), vestiti marroni e neri strappati, stivali deformati dalle liane che cercano di mantenere le suole al loro posto.

Con parola lenta, dolce, appena percettibile nel rumore della tormenta, il Vecchio Antonio parla loro come rivolgendosi a sé stesso:

Per quelli del colore della terra verrà di nuovo il Despota ad imporre la sua parola dura, il suo IO assassino della ragione, la sua corruzione mascherata da elemosina.

Verrà il giorno in cui la morte indosserà i suoi abiti più crudeli. I suoi passi adornati di ingranaggi e cigolii, la macchina che fa ammalare le strade mentirà dicendo di portare prosperità mentre semina distruzione. Chi si opporrà a questo rumore che terrorizza piante e animali sarà ucciso nella sua vita e nella sua memoria. L’una con piombo, l’altra con la menzogna. La notte così sarà più lunga. Più prolungato il dolore. La morte più mortale.

Gli Aluxo´ob(*) allerteranno allora la madre e così diranno: “Viene la morte, madre, viene ammazzando”.

La terra madre, la prima, allora si sveglierà – scuotendosi di dosso il sonno di pappagalli, are e tucani -, reclamerà il sangue dei suoi guardiani e guardiane e, rivolgendosi alla sua prole, così dirà:

Vadano gli uni a deridere l’invasore. Vadano le altre a reclamare il sangue fratello. Che non vi spaventino le acque, che non vi scoraggino freddo né caldo. Aprite strade dove non ci sono. Risalite fiumi e mari. Navigate le montagne. Volate su piogge e nuvole. Siate notte, siate giorno, andate di buon mattino ed allertate il tutto. Molti sono i miei nomi e colori, ma uno è il mio cuore, e la mia morte sarà anche quella del tutto. Non vergognatevi dunque del colore della pelle che vi ho dato, né della parola che ho piantato nelle vostre bocche, né della vostra dimensione che a me vi tiene vicini. Vi darò luce nello sguardo, riparo alle vostre orecchie e forza nei vostri piedi e braccia. Non temiate i colori e i modi diversi, né le strade differenti. Perché uno è il cuore che vi ho ereditato, uno l’intendimento ed uno lo sguardo.

Quindi, sotto l’assedio degli Aluxo´ob(*), le macchine dell’inganno mortale crolleranno, spezzata la loro superbia, la loro avarizia. Ed i potenti porteranno da altre nazioni i lacchè che compongono la morte decomposta. Controlleranno le viscere delle macchine di morte e troveranno la ragione del loro affanno e così si diranno: “sono piene di sangue”. Tentando di spiegare la ragione di quella terribile meraviglia, così annunceranno ai loro padroni: “non sappiamo perché, sappiamo solo che è sangue dell’erede del sangue originario”.

Poi, il male pioverà su se stesso nelle grandi case dove il Potente si ubriaca e abusa. L’ingiustizia entrerà nei suoi domini e invece dell’acqua, il sangue scorrerà dalle sorgenti. I suoi giardini appassiranno e così il cuore di coloro che li lavorano e servono. Il potente quindi porterà altri vassalli per usarli. Verranno da altre terre. E nascerà l’odio tra uguali incoraggiato dal denaro. Ci saranno lotte tra loro e la morte e la distruzione arriveranno tra coloro che condividono storia e dolore.

Coloro che prima lavoravano la terra e ci abitavano, ora convertiti in servi e schiavi del Potente sui suoli e nei cieli dei loro antenati, vedranno arrivare la disgrazia nelle loro case. Perderanno le loro figlie e i loro figli, annegati nel marciume della corruzione e del crimine. Tornerà lo “ius primae noctis” con cui il denaro uccide l’innocenza e l’amore. E le ragazze saranno strappate dalle braccia delle madri e la loro giovane carne sarà presa dai Signori per soddisfare la loro viltà e bassezza. A motivo dei soldi il figlio alzerà la mano contro i suoi genitori e il lutto vestirà la loro casa. La figlia si perderà nell’oscurità o la morte, la sua vita e il suo essere uccisi dai Signori e dal loro denaro. Malattie sconosciute attaccheranno chi ha venduto la propria dignità e quella dei suoi per pochi denari, chi ha tradito la propria razza, il proprio sangue e la propria storia e chi ha sollevato e diffuso la menzogna.

La madre Ceiba, la sostenitrice dei mondi, griderà così forte che anche la più lontana sordità sentirà il suo pianto ferito. E 7 voci lontane le si avvicineranno. E 7 braccia distanti la abbracceranno. E 7 pugni diversi le si uniranno. La Ceiba Madre solleverà quindi le sue chiome e i suoi mille piedi scalceranno e butteranno all’aria le strade di ferro. Le macchine su ruote usciranno dai loro tracciati metallici. Le acque traboccheranno da fiumi e laghi e il mare stesso ruggirà di furia. Allora le viscere della terra e del cielo si apriranno in tutti i mondi.

Allora la prima, la madre terra, sorgerà e rivendicherà con il fuoco la sua casa e il suo posto. E sui superbi edifici del Potere avanzeranno alberi, piante e animali, e con il loro cuore vivrà di nuovo Votán Zapata, guardiano e cuore del popolo. E il giaguaro ripercorrerà le sue rotte ancestrali, regnando di nuovo dove volevano regnare il denaro e i suoi lacchè.

E il potente non morirà senza prima vedere la sua ignorante arroganza crollare senza quasi far rumore. E nel suo ultimo respiro conoscerà il Despota che non sarà altro forse che un brutto ricordo nel mondo che si è ribellato e si è opposto alla morte che il suo comandare mandava.

E questo dicono che dicono i morti di sempre, quelli che moriranno di nuovo ma allora per vivere.

E dicono che dicono che si conosca questa parola nelle valli e montagne; che si sappia nelle gole e pianure; che la ripeta il cucù e così avverta i passi del cuore che cammina fraterno; che la pioggia e il sole la seminino nello sguardo di chi abita queste terre; e che il vento la porti lontano ed annidi nel pensiero compagno.

Perché cose terribili e meravigliose arriveranno, questi cieli e suoli vedranno.

E il giaguaro ripercorrerà le sue rotte ancestrali, regnando di nuovo dove il denaro e i suoi lacchè volevano regnare.”

Il vecchio Antonio tace e, con lui, la pioggia. Niente dorme. Tutto sogna.

-*-

Dalle montagne del Sudest Messicano.

SupGaleano

Messico, Ottobre 2020

Dal Quaderno di Appunti del Gatto-Cane: Parte II.- I cayucos.

Vi ricordo che le divisioni tra i paesi servono solo a definire il crimine di “contrabbando” e a dare un senso alle guerre. È chiaro che ci sono almeno due cose che vanno oltre i confini: una è il crimine che, mascherato da modernità, distribuisce la miseria su scala mondiale; l’altra è la speranza che la vergogna esista solo quando si sbaglia un passo di danza, e non ogni volta che ci guardiamo allo specchio. Per abbattere il primo e fare fiorire la seconda, è necessario solo lottare ed essere migliori. Il resto va da sé ed è quello che di solito riempie biblioteche e musei. Non è necessario conquistare il mondo, basta rifarlo. Salute, e sappiate che per l’amore il letto è solo un pretesto; per il ballo una canzonetta è solo un ornamento; e per lottare la nazionalità è solo un incidente puramente circostanziale.

Don Durito de La Lacandona, 1995

Il SubMoy stava dicendo a Maxo che forse sarebbe stato meglio provare con il legno di balsa (“sughero” dicono qui), ma l’ingegnere navale sostiene che, poiché è più leggero, la corrente lo trascinerebbe più facilmente. “Ma avevi detto che nel mare non c’è corrente”. “Ma magari c’è”, si è difeso Maxo. Il SubMoy ha detto ai vari comitati di procedere con la prova dei: cayucos.

Si mettono a intagliare diversi cayucos. Con asce e machete hanno dato forma e vocazione marinara ai tronchi la cui destinazione originaria era legna da ardere nel focolare. Poiché il SubMoy si è assentato per alcuni istanti, sono andati a chiedere al SupGaleano se dovevano dare dei nomi alle barche. Il Sup che stava osservando il Monarca mentre sistemava un vecchio motore diesel, ha risposto distrattamente: “Sì, certo”.

Sono tornati quindi al lavoro iniziando a incidere e dipingere nomi razionali e misurati sui fianchi delle barche. Su una si leggeva: “El Chompiras Nuotatore e Salta Pozzanghere”. Un’altra: “L’internazionalista. Una cosa è una cosa e un’altra è dont fuck me, amico”. Un’altra ancora: “Arrivo subito, amore mio”. Su quella più in là: “Vai, perché mi invitano”. Quelli del puy Jacinto Canek hanno battezzato la loro “Jean Robert”, che è il loro modo di accompagnarlo nel suo viaggio.

Su un’altra si legge: “Se c’è da piangere, non manca certo l’acqua salata”, e a continuazione: “Questa barca è stata realizzata dalla Commissione Marittima del municipio autonomo ribelle zapatistaCi criticano per aver dato nomi molto lunghi ai MAREZ e Caracoles, ma non ci importa – della Giunta di Buon Governo “E anche”. Prodotto deperibile. Data di scadenza: dipende. Le nostre barche non affondano, ma scadono, non è la stessa cosa. Assumiamo produttori di cayucos e musicisti nel CRAREZ (escluso marimba o impianti audio – perché se si bagnano poi non si possono sostituire -, ma vogliamo davvero cantare … beh, più o meno. Dipende). Questo cayuco è quotato solo nelle borse di resistenza. Continua nel prossimo cayuco…”, (ovviamente devi fare il giro del cayuco e delle pareti interne per leggere per intero il “nome”; sì, hai ragione, ci vorrà così tanto tempo prima che il sottomarino nemico trasmetta il nome completo della barca da affondare che, quando avrà terminato la barca sarà già attraccata sulle coste europee).

Il punto è che, mentre scavano i tronchi, la voce si è sparsa. L’amato Amado ha detto al Pablito che ha raccontato al Pedrito che ha informato Defensa Zapatista che lo ha riferito a la Esperanza che ha detto a Calamidad “non dirlo a nessuno” che lo ha detto alle sue “mammine” che lo hanno detto nel gruppo “noi come donne”.

Quando il SupGaleano è stato informato che le donne stavano arrivando, il Sup ha alzato le spalle e ha consegnato al Monarca la chiave che chiamano spagnola, da mezzo pollice, sputando pezzi di bocchino della sua pipa.

Subito è arrivato Jacobo: “Hei Sup, il SubMoy tarda ancora?

Non ne ho idea”, ha risposto il SupGaleano guardando sconsolato la sua pipa rotta.

Jacobo: “Sai in quanti viaggeranno?

Il Sup: “L’Europa del basso ancora non ha fatto sapere quanti ne possono accogliere. Perché?

Jacobo: “Perché… è meglio che vieni a vedere”.

Il SupGaleano rompe un’altra pipa vedendo la “flotta” zapatista. Sulla riva del fiume i 6 cayucos con nomi strambi, allineati, sono colmi di vasi e fiori.

E questo cos’è?”, chiede il Sup solo così per sapere.

È il carico delle compagne”, risponde rassegnato Rubén.

Il Sup: “Il loro carico?”.

Rubén: “Sì, sono arrivate ed hanno solo detto “questo servirà” e se ne sono andate lasciando queste piantine. E poi è arrivata una bambina che non so come si chiama ma che ha chiesto quanto durerà il viaggio, cioè quanto ci vorrà per arrivare dove stiamo andando. Le ho chiesto perché lo voleva sapere, se è perché vanno le sue mammine o che. Mi ha detto no, era perché voleva mandare un albero, piccolino, che se il viaggio si dilungasse, l’alberello crescerebbe e potremmo bere pozol all’ombra se il sole picchia forte.”

Ma se sono tutte uguali”, aggiunge il Sup (riferendosi alle piante, ovviamente).

No”, dice la componente del comitato Alejandra. Questa è artemisia, per il mal di pancia; questo è timo; questa è menta; là la camomilla, origano, prezzemolo, coriandolo, alloro, tè, aloe; questa è per la diarrea, questa per le scottature, questa per l’insonnia, quella per il mal di denti, qua per le coliche, questa si chiama “guarisci tutto”, l’altra là per il vomito, anche momo, erba mora, cipolla, ruta, gerani, garofani, tulipani, rose, mañanitas; e cose così.”

Jacobo si sente in obbligo di spiegare: “Appena terminavamo un cayuco, ci voltavamo e già era strapieno. E poi ancora così. Ne abbiamo fatti già 6, per questo chiedo se ne dobbiamo fare altri, perché di sicuro continueranno a riempirli.

Ma se portano tutto questa roba, dove si mettono i compagni?” riflette il Sup con una compagna, coordinatrice delle donne, che tra le braccia porta due vasi di fiori ed un bimbetto nello scialle a tracolla sulle spalle.

Ah, perché, vengono anche gli uomini?”, dice.

Comunque, non ci stanno dentro nemmeno le donne”, aggiunge il Sup “sull’orlo di una crisi di nervi”.

Lei: “Ah, è che noi non andremo in barca. Noi andremo in aereo, per evitare di vomitare. Beh, magari un poco, ma sempre meno.”

Sup: “E chi vi ha detto che voi in aereo?

Lei: “Noi”.

Sup: “Ma da dove ti viene quello che mi stai dicendo?”

Lei: “Esperanza è venuta alla riunione di ‘noi come donne’ e ci ha detto che moriremo miseramente se andremo con quei dannati uomini. Quindi ci abbiamo pensato in assemblea e abbiamo concordato che non abbiamo paura e siamo molto decise e determinate a che gli uomini muoiano miseramente e non noi.

Abbiamo già fatto i conti e noleggeremo l’aereo che il Calderón ha comprato per il Peña Nieto e che i malgoverni di adesso non sanno che farsene. Dicono che il costo del biglietto è di 500 pesos a persona. In questo momento sono 111 le compagne iscritte, ma mancano le squadre di calcio delle miliziane. Quindi, se andassimo solo in 111 sarebbero 55.500,00 pesos, ma le donne e i bimbi piccoli pagano solo la metà, quindi 27.750. Resta da detrarre l’IVA e il bonifico per le spese di rappresentanza, quindi diciamo circa 10mila pesos per tutte. Questo se il dollaro non scende, altrimenti di meno. Ma, perché non ci siano reclami per i soldi, vi diamo il bue del mio compadre, che è uguale a non dico chi, e cosa gli facciamo, i maschi sono tutti così.”

Il SupGaleano tace, cercando di ricordare dove diavolo ha lasciato la pipa di emergenza. Ma quando vede le donne che iniziano a caricare polli, galli, pulcini, porcellini d’India, anatre e tacchini, dice al Monarca: “Presto, chiama il SubMoy e digli che è estremamente urgente, che venga subito”.

La processione di donne, piante e animali si allunga oltre il pascolo. Segue la banda di Defensa Zapatista: la colonna dell’orda è aperta dal Pablito già in modalità “se non li batti, unisciti a loro”, con il suo cavallo, seguito dall’amato Amado con la sua bicicletta – con la gomma a terra -. Quindi il gatto-cane che incita una mandria di bovini. Defensa ed Esperanza misurano i cayucos calcolando se ci stanno le porte di calcio. Il cavallo orbo porta sul muso una rete con bottiglie di plastica. Calamidad passa con un cucciolo che urla terrorizzato temendo di essere gettato nel fiume e poi tirato su in seguito… o no?

Chiude la colonna qualcuno che somiglia straordinariamente ad uno scarabeo, con un toppa da pirata sull’occhio destro, un filo di ferro attorcigliato ad una zampa – a mo’ di uncino -, e su un’altra una specie di zampa di legno, che altro non è che un pezzo di liana. Lo strano essere, che brandisce una mascherina di metallo, declama con notevole intonazione: “Con dieci cannoni per lato, / vento in poppa, a vele spiegate, / non taglia il mare bensì vola / un brigantino veliero. / Vascello pirata che chiamano / per il suo coraggioEl Temido”, / In tutto il mare conosciuto / dall’uno all’altro confine”.

Quando il Subcomandante Insurgente Moisés, capo della spedizione in erba, torna, trova il SupGaleano inspiegabilmente sorridente. Il Sup ha trovato un’altra pipa, questa intatta, nella tasca dei suoi pantaloni.

In Fede.
Guau-Miau.

*)Piccoli spiriti magici Maya protettori delle montagne.
**)Piccola canoa con fondo piatto e senza chiglia governata con una pagaia molto ampia chiamata “canalete” utilizzata nelle Antille e in altre parti dell’America.

Traduzione “Maribel” – Bergamo
Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/10/19/cuarta-parte-memoria-de-lo-que-vendra/

https://vimeo.com/469379048

https://youtu.be/80EIfHMndnQ

https://youtu.be/MsDF2H5DDV4

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REPORT ASSEMBLEA ONLINE 14 OTTOBRE 2020 – ITALIA

Mercoledì 14 ottobre 2020, 96 punti di connessione, per un totale di oltre 130 tra compagne e compagni di molte città di diverse regioni d’Italia, hanno partecipato all’incontro nazionale online proposto e coordinato da 20zln, Comitato Chiapas “Maribel” Bergamo, Ya Basta Padova e Cooperazione Rebelde di Napoli. Al centro dell’incontro la discussione attorno ai primi comunicati dell’EZLN* in cui viene annunciato che una delegazione zapatista viaggerà nei 5 continenti nel 2021.

L’assemblea è stata convocata per aprire la discussione ed avviare, in maniera plurale e condivisa, un percorso politico e di accoglienza degna per i compagni e le compagne zapatiste in Europa. Un cammino comune, tra tante e tanti diversi, per contribuire a creare una ricca e variegata mobilitazione italiana ed europea che costruisca le condizioni per forzare le frontiere della “Fortezza Europa”.

Molti sono stati gli interventi di singoli e realtà collettive che animano le lotte e le mobilitazioni femministe, sulle questioni di genere, la difesa del territorio e delle risorse naturali, dei centri sociali, delle case occupate, di chi è al fianco dei migranti, per una cambiamento del sistema e non del clima, per affermare nuovi diritti per i lavoratori e le lavoratrici precari e non, per opporsi alle nuove forme di razzismo, nazionalismo, sovranismo e identitarismo.

Nella discussione si sono condivisi pensieri, suggestioni, sogni e dubbi attorno alla proposta arrivata dalla Selva Lacandona. Tutte, tutti e tuttu hanno espresso la loro disponibilità ad impegnarsi per costruire dal basso le condizioni necessarie allo sbarco in Europa e al conseguente viaggio della delegazione tra i diversi paesi del continente.

Si è sottolineato come la proposta zapatista rappresenta un’opportunità per chi vuole, anche in Italia, costruire un cambiamento radicale.

Tante delle riflessioni che attraversano i comunicati zapatisti si rispecchiano anche nei percorsi di chi, qui da noi, contrasta la violenza delle frontiere, anima le lotte femministe dell’oggi, vuole costruire pratiche de-colonizzate.

La sfida sarà quella di riuscire a costruire uno spazio politico ampio e plurale in Italia ed anche a livello europeo, a partire anche dalla rete di EuropaZapatista, che sia in grado di essere e rappresentare, oggi, quell’anomalia politica che può aprire le porte dell’impossibile.

Si è pensato di creare un “Gruppo di Supporto”, dinamico, che si può allargare in base alle necessità e alle esigenze. Un gruppo di supporto non per dirigere ma per condividere le comunicazioni, che agisca con funzioni operative e per facilitare, passo a passo, la strada comune nelle assemblee collettive.

Chi conferma la volontà già espressa in assemblea, e chi si vuole aggiungere al “Gruppo di Supporto”, mandi una mail a proyecto20zln@gmail.com

Nella settimana successiva all’assemblea di EuropaZapatista del 20 ottobre 2020, si convocherà il primo incontro del Gruppo di supporto sui punti specifici e le novità che usciranno dai prossimi comunicati e dal coordinamento europeo.

Come hanno detto in molte e molti l’assemblea del 14 ottobre è stata un primo passo… ora il cammino è nelle mani di ognuno di noi, ma partire insieme è già un inizio.

 

*Sesta parte: UNA MONTAGNA IN ALTO MARE Comunicato del COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDANCIA GENERALE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/10/06/sesta-parte-una-montagna-in-alto-mare/

* Quinta parte: LO SGUARDO E LA DISTANZA DALLA PORTA  http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/10/09/quinta-parte-lo-sguardo-e-la-distanza-dalla-porta/

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La nave va

di Juan Villoro* – 9 ottobre 2020

Nella necessaria rivendicazione dei diritti dei popoli nativi, talvolta si pone l’enfasi sulle loro radici vernacolari e il movimento è limitato agli interessi locali. Questo non è il caso dei nuovi zapatisti. Fin dall’inizio, la loro sorprendente ideologia è stata un’avventura di diversità e inclusione (“Un mondo in cui ci stanno molti mondi”), e hanno convocato incontri di ogni tipo, come l’incontro che non hanno esitato a definire “intergalattico”.

Nel 1996 l’EZLN firmò gli Accordi di San Andrés con i rappresentanti del Presidente Zedillo. La fine del conflitto sembrava in vista; l’autonomia dei popoli nativi era garantita senza violare la sovranità. Si arrivò a questo punto dopo intense discussioni. Chi di noi ha partecipato come consigliere degli zapatisti alle sessioni precedenti la firma, non può dimenticare il rifiuto della delegazione governativa di fare proposte e anche di commentare quanto si diceva: “Siamo qui per ascoltare con rispetto”, ripetevano come un mantra. Tuttavia, si raggiunse un’apparente soluzione. Il paradosso è che, mentre i ribelli si fidavano della loro parola, il governo si preparava a tradirla.

Quattro anni dopo, quando Vicente Fox vinse le elezioni, gli Accordi divennero lettera morta. Nella sua campagna elettorale, il “candidato del cambiamento” prometteva di risolvere il problema del Chiapas in 15 minuti e così insisteva durante il suo insediamento.

Gli zapatisti lo presero sul serio e iniziarono la Marcia del Colore della Terra che si concluse nello Zócalo e permise alla Comandante Esther di parlare nel Parlamento (nonostante l’ardente arringa di Felipe Calderón, allora deputato, per impedire a una donna indigena di rivolgersi alla nazione). Il messaggio zapatista era chiaro: rispetto della legalità e diritto di partecipare nella Casa della Parola, il Congresso dell’Unione, cioè, appartenere al paese. Poco dopo, il PRI, il PAN ed il PRD votarono contro la trasformazione in legge degli Accordi di San Andrés. Così sfumò una possibilità storica. Come nel racconto di Kafka “Davanti alla legge”, si chiudeva una porta che non custodiva altro che un’illusione.

Gli zapatisti si rifugiarono nei loro territori e si dedicarono al compito, meno spettacolare ma senza dubbio epico, di trasformare la vita quotidiana. In “Giustizia Autonoma Zapatista”, Paulina Fernández Christlieb offre un dettagliato racconto dei lavori delle Giunte di Buon Governo e della democrazia diretta che si esercita nei cinque “caracoles” zapatisti.

In questa lotta per l’equità è stata decisiva la prospettiva di genere che nel 2018 ha portato all’Incontro Internazionale delle Donne che Lottano (ripreso nel 2019 con la partecipazione di delegate di 49 Paesi).

Coloro che hanno meno, hanno fornito una continua lezione sul rispetto dell’altro in tempi di polarizzazione, dove il disaccordo è sinonimo di inimicizia.

Un paio di giorni fa hanno annunciato che salperanno per l’Europa per commemorare i 500 anni dalla caduta di Tenochtitlan. Non sono animati da un desiderio vendicativo, ma dal desiderio di dialogare nella differenza.

Riferendosi alla Spagna, partono dal riconoscimento elementare dell’esistenza del meticciato, così come dal multiculturalismo. È assurdo chiedere agli spagnoli di oggi di rispondere della politica imperiale di Carlo I e Filippo II. D’altra parte, i messicani non sono estranei al contesto spagnolo. Nel loro ampio comunicato, gli zapatisti ricordano che l’intera specie proviene dall’Africa e che i crimini che condannano sono recenti quanto l’omicidio dell’ambientalista Samir Flores Soberanes, che si opponeva alla centrale termoelettrica di La Huexca, Morelos.

La traversata zapatista mostrerà che il realismo magico può essere pratica e che ciò che è alieno migliora ciò che è proprio: “Parleremo al popolo spagnolo. Non per minacciare, rimproverare, insultare o chiedere. Non pretendere che ci chieda perdono … Per cosa ci dovrebbe chiedere perdono la Spagna? Di aver partorito Cervantes?”.

Gli scettici parleranno di romanticismo delirante e paranoico della manipolazione internazionale. Non sarà la prima volta che un viaggio senza rotte definite sembri assurdo a chi ignora che il nuovo è caratterizzato dal non essere accaduto prima.

“Aprile è il mese più crudele”, ha scritto T. S. Eliot ne “La Terra Desolata”, una poesia concepita tra due guerre mondiali.

Nell’aprile 2021 gli zapatisti proporranno un altro modo di risiedere sulla Terra.

*Juan Villoro. Scrittore, Premio Herralde de Novela 2004 e del Premio Rey de España per il suo testo “La Alfombra Roja, el imperio del narcotráfico”.

Fonte: https://www.etcetera.com.mx/opinion/la-nave-va/

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Quinta Parte: LO SGUARDO E LA DISTANZA DALLA PORTA.

Ottobre 2020

Supponiamo che sia possibile scegliere, ad esempio, il modo di guardare. Supponiamo di potervi liberare, anche per un attimo, dalla tirannia dei social network che impongono non solo cosa guardare e di cosa parlare, ma anche come guardare e come parlare. Quindi, supponi di guardare in alto. Molto in alto: dal più vicino al locale al regionale al nazionale al globale. Lo vedi? È vero, un caos, un pasticcio, un disordine. Quindi supponiamo che tu sia un essere umano; ebbene, non è un’applicazione digitale che, rapidamente, guarda, classifica, gerarchizza, giudica e sanziona. Quindi scegli cosa guardare… e come guardare. Potrebbe essere, è un’ipotesi, che guardare e giudicare non siano la stessa cosa. Quindi tu non solo scegli, ma decidi. Cambiare la domanda da “questo è male o bene?”, a “cos’è questo?”. Certo, la prima domanda porta a un invitante dibattito (ci sono ancora dibattiti?). E da lì al “Questo è male – o bene – perché lo dico io”. O, forse, c’è una discussione su ciò che è bene e male, e da lì agli argomenti e alle note a piè di pagina. È vero, hai ragione, è meglio che ricorrere ai “like” e “manina in alto“, ma ti ho proposto di cambiare il punto di partenza: scegliere la meta del tuo guardare.

Ad esempio: decidi di guardare i musulmani. Puoi scegliere, ad esempio, tra chi ha perpetrato l’attacco contro Charlie Hebdo o tra chi ora sta marciando per le strade della Francia per rivendicare, reclamare, imporre i propri diritti. Dato che sei arrivato a leggere queste righe, è molto probabile che preferisci i “sans papiers“. Ovviamente ti senti anche obbligato a dichiarare che Macron è un idiota. Ma, distogliendo questa rapida occhiata verso l’alto, guardi di nuovo i sit-in, gli accampamenti e le marce dei migranti. Ti chiedi quanti sono. Ti sembrano troppi, o pochi, o tantissimi, o abbastanza. Sei passato dall’identità religiosa alla quantità. E poi ti chiedi cosa vogliono, per cosa lottano. E qui decidi se andare sui media e sulle reti per scoprirlo … o ascoltarli. Supponi di poter fare loro delle domande. Chiedi quale è il loro credo religioso, e quanti sono? Oppure chiedi loro perché hanno lasciato la loro terra e hanno deciso di raggiungere suoli e cieli che hanno un’altra lingua, un’altra cultura, altre leggi, un altro modo di vivere? Forse ti risponderanno con una sola parola: guerra. O forse ti spiegheranno in dettaglio cosa significa questa parola nella loro realtà. Guerra. Decidi di indagare: guerra dove? O meglio ancora. Perché questa guerra? Poi ti sommergono di spiegazioni: credenze religiose, controversie territoriali, saccheggio di risorse o, chiaro e semplice, stupidità. Ma non ti accontenti e chiedi chi trae vantaggio da distruzione, spopolamento, ricostruzione, ripopolamento. Trovi i dati di diversi enti. Indaghi sugli enti e scopri che si trovano in diversi paesi e che producono non solo armi, ma anche automobili, missili interstellari, forni a microonde, servizi di consegna pacchi, banche, social network, “contenuti multimediali”, abbigliamento, telefoni cellulari e computer, calzature , alimenti biologici e non biologici, compagnie di navigazione, vendite online, treni, capi di governo e gabinetti, centri di ricerca scientifica e non scientifica, catene di hotel e ristoranti, “fast food“, compagnie aeree, impianti termoelettrici e, naturalmente, fondazioni di aiuti “Umanitari”. Si potrebbe dire, quindi, che la responsabilità è dell’umanità o del mondo intero.

Ma ti chiedi se anche il mondo o l’umanità non siano responsabili di quella marcia, sit-in, accampamento di migranti, di quella resistenza. E poi concludi che, può essere, è probabile, forse, è un intero sistema che è responsabile. Un sistema che produce e riproduce il dolore, chi lo infligge e chi lo subisce.

Ora volgi lo sguardo alla marcia che percorre le strade della Francia. Supponiamo che siano pochi, pochissimi, che sia solo una donna che porta il suo piccolo. Ti interessa ora il suo credo religioso, la sua lingua, i suoi vestiti, la sua cultura, il suo modo di fare? Ti importa che sia solo una donna che porta il suo bambino tra le braccia? Ora dimentica per un momento la donna e concentra lo sguardo solo sul bambino. Ha importanza se è maschio o femmina o altroa? Il suo colore della pelle? Forse scoprirai, ora, che ciò che conta è la sua vita.

Ora vai oltre, dopotutto hai già raggiunto queste righe, quindi qualcuna in più non ti farà male. Ok, non troppo danno.

Supponi che questa donna ti parli e che tu abbia il privilegio di capire cosa sta dicendo. Pensi che ti chiederà scusa per il colore della sua pelle, il suo credo religioso o no, la sua nazionalità, i suoi antenati, la sua lingua, il suo genere, il suo modo di fare? Tu, ti premuri di chiedere scusa per quello che sei? Ti aspetti che ti perdoni e che lei torni alla sua vita con questo conto saldato? O che lei non ti perdonerà e ti dici “beh, almeno ci ho provato e mi dispiace sinceramente per quello che sono?”.

O hai paura che non ti parli, che ti guardi soltanto in silenzio, e senti che quello sguardo ti chiede “E tu, che fai?”.

Se arrivi a questo ragionamento-sentimento-angoscia-disperazione, allora, mi dispiace, non c’è rimedio: sei un essere umano.

-*-

Chiarito così non sei un bot, ripeti l’esercizio sull’Isola di Lesbo; sulla Rocca di Gibilterra; nel Canale della Manica; a Napoli; sul fiume Suchiate; sul Río Bravo.

Ora sposta lo sguardo e cerca Palestina, Kurdistan, Euskadi e Wallmapu. Sì, lo so, confonde un po’… e non è tutto. Ma anche in quei luoghi ci sono quelli (tanti o pochi o troppi o abbastanza) che lottano per la vita. Ma si scopre che concepiscono la vita inseparabilmente legata alla loro terra, alla loro lingua, alla loro cultura, al loro modo. Quello che il Congresso Nazionale Indigeno ci ha insegnato a chiamare “territorio”, e che non è solo un pezzo di terra. Non ti tenta che queste persone ti raccontino la loro storia, la loro lotta, i loro sogni? Sì, lo so, per te potrebbe essere meglio rivolgerti a Wikipedia, ma non è allettante ascoltarlo direttamente e cercare di capirlo?

Torna ora tra il Río Grande e il fiume Suchiate. Vieni in un posto chiamato “Morelos”. Avvicina il tuo sguardo al villaggio di Temoac. Concentrati ora sulla comunità di Amilcingo. Vedi quella casa? È la casa di un uomo che in vita portava il nome di Samir Flores Soberanes. Davanti a quella porta è stato assassinato. Il suo crimine? Opporsi a un megaprogetto che rappresenta la morte per la vita delle comunità a cui appartiene. No, non ho sbagliato nella formulazione: Samir è assassinato non per aver difeso la sua vita individuale, ma quella delle sue comunità.

Inoltre: Samir è stato assassinato per aver difeso la vita di generazioni a cui non si è ancora pensato. Perché per Samir, per i suoi compagni, per i popoli indigeni raggruppati nel CNI e per noi, noi zapatisti, la vita di comunità non è qualcosa che accade solo nel presente. È soprattutto ciò che verrà. La vita della comunità è qualcosa che si costruisce oggi, ma per domani. La vita nella comunità è qualcosa che si eredita. Pensi che il conto sia saldato se gli assassini – intellettuali e materiali – si scusino? Pensi che la sua famiglia, la sua organizzazione, il CNI, noi, saremmo soddisfatti che dei criminali chiedano perdono? “Perdonami, l’ho denunciato in modo che i sicari potessero giustiziarlo, sono sempre stato una boccaccia. Mi correggerò, oppure no. Ho già chiesto scusa, ora rimuovi il tuo presidio e andiamo a completare la centrale termoelettrica, perché altrimenti andranno persi molti soldi”. Credi che è questo che si aspettano, ci aspettiamo, che è per questo che lottano, che noi lottiamo? Che dichiarino “scusate, sì, abbiamo ucciso Samir e, per inciso, con questo progetto, abbiamo ucciso le sue comunità. Allora perdonateci. E se non ci perdonate, non ci interessa, il progetto va portato a termine”?

E si scopre che le stesse persone che chiederebbero scusa per la centrale termoelettrica, sono le stesse del Treno a torto chiamato “Maya”, le stesse del “corridoio transistmico”, le stesse delle dighe, delle miniere a cielo aperto e delle centrali elettriche, le stesse che chiudono le frontiere per fermare la migrazione causata dalle guerre che loro stessi alimentano, le stesse che perseguitano i mapuche, le stesse che massacrano i curdi, le stesse che distruggono la Palestina, le stesse che sparano agli afroamericani, le stesse che sfruttano (direttamente o indirettamente) i lavoratori in ogni angolo del pianeta,le stesse che coltivano ed esaltano la violenza di genere, le stesse che prostituiscono bambini, le stesse che ti spiano per scoprire cosa ti piace e te lo vendono – e se non ti piace, fanno in modo che ti piaccia – le stesse che distruggono la natura. Gli stessi che vogliono farti credere, a te, agli altri, a noi, che la responsabilità di questo crimine globale e in atto è responsabilità delle nazioni, dei credo religiosi, della resistenza al progresso, dei conservatori, delle lingue, delle storie, dei modi. Che tutto sia sintetizzato in un individuo … o individua (non dimenticare la parità di genere).

Se tu potessi andare in tutti quegli angoli di questo pianeta morente, cosa faresti? Beh, non lo sappiamo. Ma noi, zapatiste e zapatisti, andremmo ad imparare. Certo, anche per ballare, ma una cosa non esclude l’altra, credo. Se ci fosse questa opportunità, saremmo disposti a rischiare tutto, tutto. Non solo la nostra vita individuale, ma anche la nostra vita collettiva. E se questa possibilità non esistesse, lotteremmo per crearla. Per costruirla, come se fosse una nave. Sì, lo so, è pazzesco. Qualcosa di impensabile. Chi penserebbe che chi resiste alla centrale termoelettrica in un minuscolo angolo del Messico, possa interessarsi alla Palestina, ai mapuche, ai baschi, al migrante, all’afroamericano, alla giovane ambientalista svedese, alla guerriera Curda, alla donna che combatte in un’altra parte del pianeta, in Giappone, in Cina, nelle Coree, in Oceania, in madre Africa?

Non dovremmo, invece, andare, per esempio, a Chablekal, nello Yucatán, nella sede di Equipo Indignación e chiedere: “Ehi! Siete di pelle bianca e siete credenti, chiedete scusa!”? Sono quasi sicuro che risponderebbero: “nessun problema, ma aspetta il tuo turno, perché ora siamo impegnat@ ad accompagnare coloro che si oppongono al Tren Maya, coloro che subiscono espropriazioni, persecuzioni, carcere, morte”. E aggiungerebbero:

“Inoltre dobbiamo rispondere all’accusa che il supremo ci fa di essere finanziati dai progressisti come parte di un complotto interplanetario per fermare la 4T”. Di quello che sono sicuro è che userebbero il verbo “accompagnare”, e non “dirigere”, “comandare”, “condurre”.

O meglio dovremmo invadere l’Europa al grido di “Arrenditi viso pallido!”, e distruggere il Partenone, il Louvre e il Prado e, invece di sculture e dipinti, riempire tutto con ricami zapatisti, specialmente di mascherine zapatiste – che, per inciso, sono efficaci e carine; e invece di pasta, crostacei e paella, imporre il consumo di mais, cacaté e yerba mora; al posto di bibite, vini e birre, pozol obbligatorio; e chi esce senza passamontagna, multa o carcere (sì, facoltativo, perché non bisogna neanche esagerare); e dichiarare “E a quei rockers, marimba obbligatoria! E d’ora in poi solo cumbias, basta con il reggaeton (ti tenta, vero?)! Su, tu, Panchito Varona e Sabina, e gli altri del coro, cominciate con “Cartas Marcadas”, e in loop, anche se sono le dieci, le undici, le dodici, l’una, le due e le tre … e poi basta, perché domani dobbiamo alzarci presto! Ehi tu, ex re dei fuggiaschi, lascia in pace quegli elefanti e comincia a cucinare! Minestra di zucca per tutta la corte! (lo so, la mia crudeltà è squisita)?

Ora dimmi: pensi che l’incubo di quelli in alto sia di essere costretti a chiedere perdono? Non sarà che ciò che popola i loro sogni di cose orrende è che scompaiano, che non siano importanti, che non vengano presi in considerazione, che siano niente, che il loro mondo cada a pezzi senza far rumore, senza nessuno che li ricordi, che eriga per loro statue, musei, canti, giorni da commemorare? Non sarà che a gettarli nel panico sia la possibile realtà?

-*-

Fu una delle poche volte in cui il defunto SupMarcos non fece ricorso a una similitudine cinefila per spiegare qualcosa. Perché, non sta a voi saperlo, né io a raccontarvelo, il trapassato riusciva a collegare le tappe della sua breve vita, ciascuna, a un film. Oppure accompagnare una spiegazione sulla situazione nazionale o internazionale con un “come nel film tale”. Naturalmente, più di una volta ha dovuto ricomporre la sceneggiatura per adattarla alla narrazione. Poiché la maggior parte di noi non aveva visto il film in questione, e non avevamo segnale per consultare Wikipedia nei cellulari, ci credevamo. Ma non allontaniamoci dall’argomento. Aspetta, credo che l’abbia lasciato scritto su uno di quei fogli che riempiono il suo baule dei ricordi… Eccolo! Dunque:

Per capire il nostro impegno e la dimensione della nostra audacia, immagina che la morte sia una porta che viene varcata. Ci saranno molte e varie speculazioni su cosa c’è dietro quella porta: paradiso, inferno, limbo, nulla. E riguardo a queste opzioni, dozzine di descrizioni. La vita, quindi, potrebbe essere concepita come la via per quella porta. La porta, quindi la morte, sarebbe dunque un punto di arrivo … o un’interruzione, lo squarcio impertinente dell’assenza che ferisce l’aria della vita.

A quella porta si arriverebbe, allora, con la violenza della tortura e l’assassinio, l’infortunio di un incidente, il penoso socchiudere la porta in una malattia, la stanchezza, il desiderio. Cioè, benché la maggioranza delle volte si arrivi a quella porta senza desiderarlo né pretenderlo, sarebbe anche possibile che fosse una scelta.

Tra i popoli originari, oggi zapatisti, la morte era una porta piantata quasi all’inizio della vita. L’infanzia la incontrava prima dei 5 anni e l’attraversava tra febbri e diarree. Quello che facemmo il primo gennaio 1994 fu tentare di allontanare quella porta. Certo, bisognò essere disposti ad attraversarla per riuscirci, benché non lo desiderassimo. Da allora tutti i nostri sforzi sono stati e sono tuttora per spostare quella porta il più lontano possibile. “Allungare l’aspettativa di vita”, direbbero gli specialisti. Ma vita degna, aggiungeremmo noi. Spostarla fino a metterla da parte, ma ben prima del cammino. Ecco perché abbiamo detto all’inizio della sollevazione che “per vivere, moriamo”. Perché se non ereditiamo la vita, cioè il sentiero, allora per cosa viviamo?”

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Ereditare vita.

Questo è precisamente quello che preoccupava Samir Flores Soberanes. E questo è quello che può sintetizzare la lotta del Frente de Pueblos en Defensa del Agua y de la Tierra de Morelos, Puebla y Tlaxcala, nella loro resistenza e ribellione contro la Centrale Termoelettrica e il cosiddetto “Proyecto Integral Morelos”. Alle loro richieste di fermare e cancellare un progetto di morte, il malgoverno risponde sostenendo che andrebbero persi molti soldi.

Là, in Morelos, si sintetizza l’attuale scontro in tutto il mondo: denaro contro vita. E in questo scontro, in questa guerra, nessuna persona onesta dovrebbe essere neutrale: o con i soldi, o con la vita.

Quindi, potremmo concludere, la lotta per la vita non è un’ossessione tra i popoli indigeni. È piuttosto … una vocazione … collettiva.

Bene. Salute, e non dimentichiamo che perdono e giustizia non sono la stessa cosa.

Dalle montagne delle Alpi, pensando a cosa invadere per primo: Germania, Austria, Svizzera, Francia, Italia, Slovenia, Monaco, Liechtenstein? No, sto scherzando… o no?

El SupGaleano che si produce elegantemente nel saluto col gomito.

Messico, Ottobre 2020

Dal Quaderno di Appunti del Gatto-Cane: Una montagna in alto mare. Parte I: La zattera.

E nei mari di tutti i mondi che sono nel mondo,
si vedevano montagne muoversi sull'acqua e, con il
volto negato, donne, uomini e otroas su di esse”.
Crónicas del mañana”. Don Durito de La Lacandona. 1990

Al terzo tentativo fallito, Maxo si è fermato a pensare e dopo pochi secondi ha esclamato: “Ci vuole una corda”. “Te l’avevo detto”, ha detto Gabino. I resti della zattera galleggiavano sparsi sbattendo tra di loro nel flusso della corrente del fiume che, facendo onore al suo nome di “Colorado”, si tingeva del fango rossiccio delle sue rive.

Hanno quindi chiamato uno squadrone di cavalleria che è arrivato al ritmo della “Cumbia Sobre el Río Suena”, del maestro Celso Piña. Hanno legato le corde in due lunghi tratti. Hanno mandato una squadra dall’altra parte del fiume. Con le corde legate alla zattera, entrambi i gruppi potevano così controllare la rotta dell’imbarcazione senza che il fascio di tronchi si sciogliesse trascinato da un fiume che nemmeno si accorgeva del tentativo di navigazione.

Lo sproposito in corso è nato dopo che si era decisa l’invasione … scusate, la visita ai cinque continenti. E poi niente da fare. Perché quando si è votato, e alla fine il SupGaleano ha detto “siete matti, non abbiamo una barca”, Maxo ha risposto: “ne faremo una”. E subito hanno iniziato a fare proposte.

Come ogni cosa assurda nelle terre zapatiste, la costruzione della “barca” ha attirato la banda di Defensa Zapatista.

“Le compagne moriranno miseramente”, ha dichiarato Esperanza, con il suo già leggendario ottimismo (in qualche libro la bimba ha trovato questa parola e ha capito che si riferiva a qualcosa di orribile e irrimediabile e la usa allegramente: “Le mie mamme mi hanno pettinato miseramente”, “La maestra mi ha dato un voto miseramente”, e così via), quando al quarto tentativo la zattera si è sfasciata quasi immediatamente.

E i compagni”, si è sentito in dovere di aggiungere Pedrito, pensando che la solidarietà di genere fosse appropriata in questa circostanza… miserabile.

Nah”, ha replicato Defensa. “Compagni li puoi sostituire, ma compagne… e dove le trovi? Compagne davvero, vere compagne, non chiunque”.

La banda di Defensa era posizionata strategicamente. Non per contemplare le vicissitudini dei comitati per costruire la nave. Defensa e Esperanza si tenevano per mano con Calamida, che aveva già tentato due volte di tuffarsi nel fiume per soccorrere la zattera e, entrambe le volte, era stata acchiappata da Pedrito, Pablito e l’amato Amado. Il cavallo orbo e il gatto-cane erano stati subito scartati. Si preoccupavano inutilmente. Quando il SupGaleano ha visto arrivare l’orda, ha assegnato 3 plotoni di miliziane sulla riva del fiume. Con la sua abituale diplomazia e senza smettere di sorridere, il Sup ha detto loro: “Se quella bambina arriva all’acqua, siete morte”.

Dopo il successo nel sesto tentativo, i comitati hanno provato a caricare la zattera con quelle che hanno definito “cose essenziali” per il viaggio (una specie di kit di sopravvivenza zapatista): un sacco di tostadas, panela, un sacco di caffè, qualche pallina di pozol, una fascina di legna da ardere, un telo di nylon in caso di pioggia. Controllando si sono accorti che mancava qualcosa. Certo, non ci è voluto molto per portare una marimba.

Maxo era dove Monarca e il SupGaleano stavano riguardando alcuni disegni di cui vi racconterò un’altra volta e ha detto: “Ehi, Sup, vuoi che mandi una lettera a quelli dall’altra parte: che cerchino una corda e la leghino in modo che sia ben lunga, e la lancino fino a qui e poi dalle due sponde potremo muovere la “barca”. Ma bisogna che si organizzino, perché se tutti lanciano una corda dalla loro parte, semplicemente non ci arrivano. Bisogna che le leghino bene insieme, e siano organizzati”.

Maxo non ha atteso che il SupGaleano uscisse dal suo smarrimento e ha cercato di spiegargli che c’era una grande differenza tra una zattera di tronchi legati con le liane e una nave per attraversare l’Atlantico.

Maxo è andato a supervisionare la prova della zattera con tutta l’attrezzatura. Hanno discusso su chi sarebbe salito per provarla con le persone, ma il fiume scorreva con un tetro rumore, cosicché hanno deciso di fare un fantoccio e fissarlo in mezzo all’imbarcazione. Maxo era come un ingegnere navale perché anni fa, quando una delegazione zapatista era andata a sostenere l’accampamento di Cucapá, è entrato nel Mare di Cortez. Maxo però non ha detto che è quasi annegato perché il passamontagna gli si era appiccicato al naso e alla bocca impedendogli di respirare. Come un vecchio lupo di mare ha detto: “è come un fiume, ma senza corrente, e più grande, molto di più, come la laguna di Miramar”.

Il SupGaleano cercava di tradurre come si dice laccio in tedesco, italiano, francese, inglese, greco, basco, turco, svedese, catalano, finlandese, ecc., quando la maggiore Irma si è avvicinata e gli ha detto “digli che non sono sole”. “Né soli”, ha aggiunto il tenente colonnello Rolando. “Né soloas”, ha azzardato la Marijose che era venuta per chiedere ai musicanti di fare una versione del Lago dei Cigni ma in cumbia. “Così, allegra, ballabile, affinché i cuori non siano tristi”. I musicanti hanno chiesto cosa sono i “cigni”. “Sono come le anatre ma più belli, come se avessero il collo allungato. Cioè sono come le giraffe ma camminano come le anatre”. “Si mangiano?”, hanno chiesto i musicanti che sapevano che era ormai l’ora del pozol ed erano venuti solo per lasciare la marimba. “Ci credi! i cigni si ballano”. I musicanti si sono detti che poteva andare bene una versione del “polletto con patate”. “Ci penseremo”, hanno detto, e se ne sono andati a bere pozol.

Nel frattempo Defensa Zapatista e Esperanza cercavano di convincere Calamidad che, dato che il SupGaleano era occupato, la sua capanna era vuota ed era molto probabile che avesse nascosto un pacchetto di merendine nella scatola del tabacco. Calamidad era dubbiosa, cosicché hanno dovuto dirle che là avrebbe potuto fare i popcorn. E sono andate. Il Sup le ha viste allontanarsi ma non si è preoccupato perché era impossibile per loro trovare il nascondiglio delle merendine nascoste sotto sacchi di tabacco umido e, rivolgendosi al Monarca e indicando alcuni schemi, gli ha chiesto “Sei sicuro che non affondi? Perché vedi bene che sarà pesante”. Il Monarca ci pensa e dice: “Certo”. E poi, seriamente: “Beh, che portino i palloncini, così galleggeranno”.

Il Sup ha sospirato e ha detto: “più che una barca, quello di cui abbiamo bisogno è un po’ di buon senso”. “E più corda”, ha aggiunto il SubMoy, arrivato giusto nel momento in cui la zattera affondava fino alla cima di carico.

Mentre a riva il gruppo dei Comitati contemplava il relitto e la marimba galleggiare a testa in giù, qualcuno ha detto: “Per fortuna che non abbiamo caricato l’apparecchiatura sonora, che è più costosa”.

Tutti hanno applaudito quando il fantoccio di pezza è venuto a galla. Qualcuno, lungimirante, gli aveva messo due palloncini gonfi sotto le braccia

In fede.
Miau-Guau.

Video:

https://youtu.be/4ba1Yc6lkQc

https://youtu.be/5k-QLyo9Hoc

https://youtu.be/KTmatjyd4KM

Traduzione “Maribel” - Bergamo
Testo originale http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/10/09/quinta-parte-la-mirada-y-la-distancia-a-la-puerta/

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Sesta parte: UNA MONTAGNA IN ALTO MARE.

COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDANCIA GENERALE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE.

MESSICO.

5 OTTOBRE 2020

Al Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Alle Reti di Resistenza e Disubbidienza:

Alle persone oneste che resistono in tutti gli angoli del pianeta:

Sorelle, fratelli, hermanoas:

Compagne, compagni y compañeroas:

  I popoli originari di radice maya e zapatisti vi salutiamo e vi diciamo quello che è arrivato nel nostro pensiero comune, secondo quanto vediamo, ascoltiamo e sentiamo.

Primo.- Osserviamo e ascoltiamo un mondo malato nella sua vita sociale, frammentato in milioni di persone estranee tra loro, impegnate nella propria sopravvivenza individuale, ma unite sotto l’oppressione di un sistema pronto a tutto pur di placare la sua sete di profitto, anche quando è chiaro che il suo percorso va contro l’esistenza del pianeta Terra.

  L’aberrazione del sistema e la sua stolta difesa del “progresso” e della “modernità” si scontra con una realtà criminale: i femminicidi. L’omicidio delle donne non ha colore né nazionalità, è mondiale. Se è assurdo e irragionevole che qualcuno venga perseguitato, fatto sparire, ucciso a causa del colore della sua pelle, della sua razza, della sua cultura, delle sue convinzioni, non si può credere che essere donna equivalga a una condanna all’emarginazione e alla morte.

  In una prevedibile escalation (molestie, violenza fisica, mutilazioni e omicidi), con l’avallo dell’impunità strutturale (“se lo meritava”, “aveva dei tatuaggi”, “cosa ci faceva in quel posto a quell’ora?”, ” con quei vestiti, c’era da aspettarselo”), gli omicidi delle donne non hanno logica criminale se non quella del sistema. Di diversi strati sociali, razze diverse, età che vanno dalla prima infanzia alla vecchiaia e in aree geografiche distanti tra loro, il genere è l’unica costante. E il sistema non è in grado di spiegare perché questo vada di pari passo con il suo “sviluppo” e “progresso”. Nella indignante statistica delle morti, più una società è “sviluppata”, maggiore è il numero di vittime in questa autentica guerra di genere.

  E la “civiltà” sembra dire ai popoli indigeni: “la prova del tuo sottosviluppo è nel tuo basso tasso di femminicidi. Prendete i vostri megaprogetti, i vostri treni, le vostre centrali termoelettriche, le vostre miniere, le vostre dighe, i vostri centri commerciali, i vostri negozi di elettrodomestici – con un canale televisivo compreso -, e imparate a consumare. Siate come noi. Per saldare il debito di questo aiuto progressista, non bastano le vostre terre terre, le vostre acque, le vostre culture, le vostre dignità. Dovete completare con la vita delle donne”.

Secondo.- Guardiamo ed ascoltiamo la natura ferita di morte, e che, nella sua agonia, avverte l’umanità che il peggio deve ancora venire. Ogni catastrofe “naturale” annuncia la seguente e dimentica, convenientemente, che è l’azione di un sistema umano a provocarla.

  La morte e la distruzione non sono più una cosa lontana, che si limita ai confini, rispetta i costumi e le convenzioni internazionali. La distruzione in ogni angolo del mondo si ripercuote sull’intero pianeta.

Terzo.- Osserviamo e ascoltiamo i potenti che si ritirano e si nascondono nei cosiddetti Stati nazionali e nelle loro mura. E, in quell’impossibile balzo indietro, rinascono nazionalismi fascisti, ridicoli sciovinismi e assordanti chiacchiericci. In questo avvertiamo le guerre a venire, quelle che si nutrono di storie false, vuote, menzognere e che traducono nazionalità e razze in supremazia che si imporranno attraverso la morte e la distruzione. In diversi paesi c’è una disputa tra i capoccia e coloro che aspirano a succederli, nascondendo che il capo, il padrone, è lo stesso e non ha altra nazionalità se non quella del denaro. Nel frattempo, le organizzazioni internazionali languono e diventano solo nomi, come pezzi da museo … o nemmeno questo.

  Nell’oscurità e nella confusione che precedono queste guerre, ascoltiamo e vediamo l’attacco, l’assedio e la persecuzione di ogni accenno di creatività, intelligenza e razionalità. Di fronte al pensiero critico i potenti chiedono, esigono e impongono il proprio fanatismo. La morte che progettano, coltivano e raccolgono non è solo fisica; include anche l’estinzione dell’universalità propria dell’umanità – l’intelligenza -, i suoi progressi e le sue conquiste. Nuove correnti esoteriche rinascono o vengono create, laiche e no, mascherate da mode intellettuali o pseudo scienze, e le arti e le scienze cercano di essere sottomesse alla militanza politica.

Quarto.- La pandemia di COVID 19 non solo ha mostrato le vulnerabilità dell’essere umano, ma anche l’avidità e la stupidità dei diversi governi nazionali e le loro presunte opposizioni. Le misure di più elementare buon senso venivano disprezzate, scommettendo sempre che la Pandemia sarebbe stata di breve durata. Quando il passaggio della malattia si è sempre più prolungato, i numeri hanno cominciato a sostituire le tragedie. La morte è diventata così un numero che si perde quotidianamente tra scandali e dichiarazioni. Un cupo confronto tra ridicoli nazionalismi. La percentuale di battute e punti guadagnati che determina quale squadra, o nazione, è migliore o peggiore.

  Come dettagliato in uno dei testi precedenti, nei territori zapatisti abbiamo optato per la prevenzione e l’applicazione di misure sanitarie che, all’epoca, sono state confrontate con scienziat@ che ci hanno guidato e offerto, senza esitazione, il loro aiuto. I popoli zapatisti sono loro grati ed è così che abbiamo voluto dimostrarlo. Dopo 6 mesi dall’attuazione di queste misure (mascherine o equivalenti, distanza tra le persone, chiusura dei contatti personali diretti con aree urbane, quarantena di 15 giorni per chi fosse entrato in contatto con persone infette, lavaggio frequente con acqua e sapone), lamentiamo la morte di 3 compagni che hanno presentato due o più sintomi associati al Covid 19 e che hanno avuto contatti diretti con contagiati.

  Altri 8 compagni e una compagna, morti in quel periodo, presentavano uno dei sintomi. Poiché non abbiamo la possibilità di test, presumiamo che tutti i 12 compagn@ siano morti a causa del cosiddetto Coronavirus (gli scienziati ci hanno consigliato di presumere che qualsiasi difficoltà respiratoria potrebbe essere Covid 19). Queste 12 assenze sono nostra responsabilità. Non sono colpa della 4T o dell’opposizione, dei neoliberisti o dei neo-conservatori, degli attivisti da tastiera o snob, delle cospirazioni o complotti. Pensiamo che avremmo dovuto prendere ancora più precauzioni.

  Attualmente, a costo della mancanza di questi 12 compagn@, abbiamo migliorato le misure di prevenzione in tutte le comunità, ora con il supporto di Organizzazioni Non Governative e scienziati che, individualmente o collettivamente, ci guidano nella maniera di affrontare con più forza una possibile recrudescenza. Decine di migliaia di mascherine (progettate appositamente per impedire ad un possibile portatore di infettare altre persone, economiche, riutilizzabili e adattate alle circostanze) sono state distribuite in tutte le comunità. Altre decine di migliaia vengono prodotte nei laboratori di ricamo degli insurgent@s e nei villaggi. L’uso massiccio di mascherine, le due settimane di quarantena per chi potrebbe essere contagiato, la distanza e il lavaggio continuo di mani e viso con acqua e sapone, ed evitando il più possibile di andare in città, sono le misure consigliate anche per i fratelli dei partiti politici per contenere la diffusione dei contagi e consentire il mantenimento della vita comunitaria.

  I dettagli di quella che è stata ed è la nostra strategia potranno essere consultati a tempo debito. Per ora diciamo, con la vita che batte nei nostri corpi, che, secondo la nostra valutazione (che potrebbe essere sbagliata), affrontando la minaccia come comunità, non come una questione individuale, e indirizzando il nostro sforzo principale alla prevenzione, ci permettiamo di dire, come popoli zapatisti: noi siamo qui, resistiamo, viviamo, combattiamo.

  E ora, in tutto il mondo, il grande capitale vuole che si torni nelle strade in modo che le persone possano riprendere il loro status di consumatori. Perché a preoccuparlo sono i problemi del Mercato: il letargo nel consumo delle merci.

  Bisogna riprendere le strade, sì, ma per lottare. Perché, come abbiamo detto prima, la vita, la lotta per la vita, non è una questione individuale, ma collettiva. Ora si vede che non è neppure una questione di nazionalità, è mondiale.

-*-

  Osserviamo ed ascoltiamo molte di queste cose. E ci pensiamo molto.  Ma non solo…

Quinto.- Ascoltiamo e vediamo anche le resistenze e le ribellioni che, non perché tenute sotto silenzio o dimenticate, cessano di essere chiave, indizi di un’umanità che rifiuta di seguire il sistema nella sua veloce corsa al collasso: il treno mortale del progresso che avanza, superbo e impeccabile , verso il precipizio. Mentre il macchinista dimentica di essere solo un altro impiegato e crede, ingenuamente, di decidere il percorso, quando non fa altro che seguire la prigione dei binari verso l’abisso.

  Resistenze e ribellioni che, senza dimenticare il pianto per le assenze, insistono a lottare – chi lo direbbe – per la cosa più sovversiva che c’è in questi mondi divisi tra neoliberisti e neo-conservatori: la vita.

  Ribellioni e resistenze che capiscono, ognuna a suo modo, il proprio tempo e la propria geografia, che le soluzioni non si basano sulla fede nei governi nazionali, che non si sviluppano protette da confini né vestono bandiere e lingue diverse.

  Resistenze e ribellioni che insegnano a noi zapatist@, che le soluzioni potrebbero essere sotto, negli scantinati e negli angoli del mondo. Non nei palazzi governativi. Non negli uffici delle grandi aziende.

  Ribellioni e resistenze che ci dimostrano che, se quelli in alto rompono i ponti e chiudono i confini, non resta che navigare fiumi e mari per ritrovarsi. Che la cura, se c’è, è mondiale, e ha il colore della terra, del lavoro che vive e muore nelle strade e nei quartieri, nei mari e nei cieli, nelle montagne e nelle sue viscere. Che, come il mais originario, molti sono i suoi colori, le sue sfumature e suoni.

-*-

  Tutto questo e altro ancora, guardiamo e ascoltiamo. E ci guardiamo e ci ascoltiamo per quello che siamo: un numero che non conta. Perché la vita non importa, non vende, non fa notizia, non entra nelle statistiche, non compete nei sondaggi, non ha rating sui social, non provoca, non rappresenta capitale politico, bandiera di partito, scandalo alla moda. A chi importa che un piccolo, minuscolo gruppo di nativi, di indigeni, viva, cioè combattano?

  Perché risulta che viviamo. Che nonostante paramilitari, pandemie, megaprogetti, bugie, calunnie e oblii, viviamo. Cioè, lottiamo.

  Questo è ciò a cui pensiamo: che continuiamo a lottare. Cioè, continuiamo a vivere. E pensiamo che durante tutti questi anni abbiamo ricevuto l’abbraccio fraterno di persone del nostro paese e del mondo. E pensiamo che se la vita qui resiste e, non senza difficoltà, fiorisce, è grazie a queste persone che hanno sfidato distanze, procedure, frontiere e differenze culturali e linguistiche. Grazie a tutti e tutte loro – ma soprattutto a tutte loro – che hanno sfidato e sconfitto calendari e geografie.

  Nelle montagne del sud-est messicano, tutti i mondi del mondo hanno trovato, e trovano, ascolto nei nostri cuori. La loro parola e azione sono state cibo per la resistenza e la ribellione, che non sono altro che la continuazione di quelle dei nostri predecessori.

  Persone con le scienze e le arti come loro strada, hanno trovato il modo di abbracciarci e incoraggiarci, anche a distanza. Giornalisti, snob e non, che hanno raccontato la miseria e la morte prima, la dignità e la vita sempre. Persone di tutte le professioni e mestieri che, molto per noi, forse un po’ per loro, sono state qua, e ci sono.

  E abbiamo pensato a tutto questo nel nostro cuore collettivo, e abbiamo pensato che ora è tempo per noi, le/gli zapatisti, di corrispondere all’ascolto, alla parola e alla presenza di quei mondi. Vicini e lontani nella geografia.

Sesto.- E così abbiamo deciso:

  Che è di nuovo tempo che i cuori danzino e che la loro musica e i loro passi non siano quelli del rimpianto e della rassegnazione.

  Che diverse delegazioni zapatiste, uomini, donne e otroas del colore della nostra terra, viaggeremo nel mondo, cammineremo o navigheremo verso suoli, mari e cieli remoti, cercando non la differenza, non la superiorità, non lo scontro, tanto meno il perdono e la pietà.

  Andremo a incontrare ciò che ci rende uguali.

  Non solo l’umanità che anima le nostre diverse pelli, i nostri diversi modi, i nostri diversi linguaggi e colori. Anche e soprattutto, il sogno comune che, come specie, condividiamo da quando, in un’Africa che sembra lontana, abbiamo iniziato a camminare dal grembo della prima donna: la ricerca della libertà che ha animato quel primo passo … e che continua a camminare.

  Che la prima destinazione di questo viaggio planetario sarà il continente europeo.

  Che navigheremo verso le terre europee. Che partiremo e che salperemo dalle terre messicane, nel mese di aprile dell’anno 2021.

  Che, dopo aver attraversato vari angoli d’Europa in basso e a sinistra, arriveremo a Madrid, la capitale spagnola, il 13 agosto 2021 – 500 anni dopo la presunta conquista di quello che oggi è il Messico. E che, subito dopo, proseguiremo il percorso.

  Che parleremo al popolo spagnolo. Non per minacciare, rimproverare, insultare o chiedere. Non per domandare di chiederci perdono. Non per servirlo o per servirci .

  Diremo al popolo spagnolo due semplici cose:

  Uno: Che non ci hanno conquistato. Che continuiamo nella resistenza e nella ribellione.

  Due: Che non devono chiederci di perdonarli di nulla. Basta giocare con il lontano passato per giustificare, con demagogia e ipocrisia, i crimini attuali e in corso: l’omicidio di attivisti sociali, come il fratello Samir Flores Soberanes, i genocidi nascosti dietro megaprogetti, concepiti e realizzati per la felicità dei potenti – cosa che flagella ogni angolo del pianeta -, il supporto economico e l’impunità per i paramilitari, il mercanteggiamento di coscienze e dignità con 30 denari.

  Noi zapatiste e zapatisti NON vogliamo tornare a quel passato, non da soli, tanto meno per mano di chi vuole seminare risentimento razziale e intende alimentare il proprio antiquato nazionalismo con il presunto splendore di un impero, quello azteco, che crebbe a costo del sangue dei loro simili, e che vuole convincerci che, con la caduta di quell’impero i popoli originari di quelle terre furono sconfitti.

  Né lo Stato Spagnolo né la Chiesa Cattolica devono chiederci perdono di nulla. Non ci faremo eco dei commedianti che cavalcano sul nostro sangue e così nascondono le mani che ne sono macchiate.

  Di cosa si scuserà la Spagna? Di aver partorito Cervantes? José Espronceda? León Felipe? Federico García Lorca? Manuel Vázquez Montalbán? Miguel Hernández? Pedro Salinas? Antonio Machado? Lope de Vega? Bécquer? Almudena Grandes? Panchito Varona, Ana Belén, Sabina, Serrat, Ibáñez, Llach, Amparanoia, Miguel Ríos, Paco de Lucía, Víctor Manuel, Aute siempre? Buñuel, Almodóvar e Agrado, Saura, Fernán Gómez, Fernando León, Bardem? Dalí, Miró, Goya, Picasso, el Greco e Velázquez? Alcuni dei migliori pensieri critici mondiali contrassegnati dalla “A” libertaria? La repubblica? L’esilio? Il fratello maya Gonzalo Guerrero?

  Di cosa si scuserà la Chiesa cattolica? Del passo di Bartolomé de las Casas? Di Don Samuel Ruiz García? Di Arturo Lona? Di Sergio Méndez Arceo? Dalla sorella Chapis? Dei passi dei sacerdoti, delle religiose e delle suore laiche che hanno camminato al fianco dei popoli originari senza dirigerli o soppiantarli? Di chi rischia la libertà e la vita per difendere i diritti umani?

-*-

  Il 2021 segnerà il 20° anniversario della Marcia del Colore della Terra, che portiamo avanti, insieme ai popoli fratelli del Congresso Nazionale Indigeno, per rivendicare un posto in questa Nazione che si sta sgretolando.

  20 anni dopo navigheremo e cammineremo per dire al pianeta che, nel mondo che sentiamo nel nostro cuore collettivo, c’è spazio per tutti, tutte, todoas. Molto semplicemente perché quel mondo è possibile solo se tutti, tutte, todoas, lottiamo per risollevarlo.

  Le delegazioni zapatiste saranno composte principalmente da donne. Non solo perché intendono ricambiare l’abbraccio ricevuto nei precedenti incontri internazionali. Anche e soprattutto perché noi uomini zapatisti sappiamo bene che siamo quello che siamo, e non siamo, grazie a loro, per loro e con loro.

  Invitiamo il CNI-CIG a formare una delegazione che ci accompagni e che così sia più ricca la nostra parola per l’altro che combatte lontano. Invitiamo in particolare una delegazione dei popoli che innalzano il nome, l’immagine e il sangue del fratello Samir Flores Soberanes, affinché il suo dolore, la sua rabbia, la sua lotta e resistenza arrivino più lontano.

  Invitiamo coloro che hanno come vocazione, impegno e orizzonte, le arti e le scienze, ad accompagnare, a distanza, le nostre navigazioni e passi. E così ci aiutano a diffondere che nelle scienze e nelle arti c’è la possibilità non solo della sopravvivenza dell’umanità, ma anche di un nuovo mondo.

Insomma: partiremo per l’Europa nell’aprile del 2021. La data e l’ora? Non lo sappiamo … ancora.

-*-

Compagne, compagni, compañeroas:

Sorelle, fratelli e hermanoas:

  Questo è il nostro impegno:

  Di fronte ai potenti treni, le nostre canoe.

  Di fronte alle centrali termoelettriche, le lucine che gli zapatisti hanno affidato in custodia alle donne che combattono nel mondo.

  Di fronte a muri e frontiere, la nostra navigazione collettiva.

  Di fronte al grande capitale, una milpa comune.

  Di fronte alla distruzione del pianeta, una montagna che naviga nell’alba.

  Siamo zapatisti, portator@ del virus della resistenza e della ribellione. In quanto tali, andremo nei 5 continenti.

È tutto… per ora.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

A nome delle donne, uomini e otroas zapatisti.

Subcomandante Insurgente Moisés.
Messico, ottobre 2020

 P.S. Sì, è la sesta parte e, come il viaggio, proseguirà nella direzione opposta. Cioè, seguirà la quinta parte, poi la quarta, poi la terza, continuerà nella seconda e finirà con la prima.

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/10/05/sexta-parte-una-montana-en-alta-mar/

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Sempre al fianco dell’EZLN. Oggi più che mai!

Siempre a lado del EZLN.  ¡Hoy más que nunca!

Come collettivi solidali con la rivoluzione Zapatista iniziata il 1 gennaio del 1994 esprimiamo forte preoccupazione per il clima sempre più violento che sta segnando il presente del Chiapas. Lo scontro per il controllo del territorio sta cambiando le relazioni sociali e politiche anche in questa parte del Messico.

La violenza neoliberista e la politica armano, oggi come ieri, gruppi paramilitari e/o narcotrafficanti per fare il lavoro sporco e perseguire comunità e realtà resistenti. L’esperienza Zapatista subisce oggi una nuova stagione di attacco proprio nel nome delle politiche di sfruttamento del territorio.

Siamo da sempre al fianco dell’esperienza di autonomia delle basi d’appoggio e delle comunità in ribellione vicine all’EZLN. Oggi più che mai!

Como colectivos solidarios con la revolución Zapatista iniciada el 1 de enero de 1994, expresamos fuerte preocupación por el clima cada vez más violento que está marcando el presente en Chiapas.

El combate por el control del territorio está cambiando las relaciones sociales y políticas también en esta parte de México.

La violencia y la política neoliberista arman, hoy como ayer, grupos paramilitares e/o narcotraficantes para hacer el trabajo sucio y perseguir comunidades y realidades en rebeldía y que resisten.

La experiencia Zapatista sufre hoy una nueva etapa de acosos y violencias justo en el nombre de las políticas de explotación del territorio.

Siempre somos al lado de la experiencia de autonomía de las bases de apoyo del EZLN y de las comunidades rebeldes cercanas al EZLN. ¡Hoy más que nunca!

 

Firman:

20zln

Ya Basta – Padova

Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo

Cooperazione Rebelde Napoli

Ya Basta Edibese

Ya Basta Bologna

Nodo Solidale

Ya Basta Moltitudia Roma

Progetto Libertario Flores Magon-Milano

Centro Sociale Intifada Empoli

Aldo Zanchetta

Andrea Vento

Italia, 18 settembre 2020

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Chiapas, il ritorno di Paz y Justicia

Luis Hernández Navarro

15 settembre 2020

Il terrore è tornato a Tila, Chiapas, dalla rinascita del gruppo paramilitare Desarrollo, Paz y Justicia. Uno dopo l’altro si succedono attacchi armati, omicidi, assedi ed ogni tipo di aggressione contro gli 836 ejidatarios che hanno recuperato i loro diritti territoriali.

Tra il 1995 e il 2000, Paz y Justicia nella zona nord del Chiapas ha assassinato oltre 100 indigeni chol, cacciato dalle proprie comunità almeno duemila contadini e le loro famiglie, chiuso 45 chiese cattoliche, attentato alla vita dei vescovi Samuel Ruiz e Raúl Vera, rubato più di 3 mia capi di bestiame e violentato 30 donne. Equipaggiati con armi di grosso calibro, i paramilitari controllavano strade, amministravano risorse pubbliche.

Il gruppo civile armato contava sull’appoggio del generale Mario Renán Castillo, capo della settima Regione Militare. Il portavoce castrense confessava – come scrisse Jesús Ramírez Cuevas – che quell’organizzazione era un orgoglio del generale (https://bit.ly/3mik0gy). Giorni prima che il militare lasciasse l’incarico, fu salutato dai leader di Paz y Justicia con parole di complice gratitudine. Non la dimenticheremo mai, signore. Tutto quello che lei ha fatto per noi, obbliga alla gratitudine, gli dissero.

Paz y Justicia è stato l’attore centrale nella guerra di bassa intensità che il governo di Ernesto Zedillo orchestrò contro l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Cercò di controllare territorialmente il corridoio strategico che mette in collegamento le valli del Chiapas con lo stato di Tabasco e distruggere cn la violenza il processo autonomistico del popolo chol.

Il 2 luglio 1997 il governo chiapaneco decise di consegnare a Desarrollo, Paz y Justicia 4 milioni 600 mila pesos per progetti agroecologici e produttivi. Il documento fu firmato dai capi paramilitari, dall’allora governatore Julio César Ruiz Ferro e da Uriel Jarquín, sottosegretario di Governo dello stato. Il generale Mario Renán Castillo lo firò come testimone d’onore ( Masiosare, 21/12/1997).

Oltre i suoi legami militari, l’iniziativa per formare Paz y Justicia provenne dalle associazioni degli allevatori di Salto de Agua. Nacque al marzo del 1995. I suoi operatori politici furono dirigente priisti di Tila. Secondo una relazione del CDHFBC (https://bit.ly/3mhvTn9), Salto de Agua, Palenque e Playas de Catazajá sono, nella Zona Nord del Chiapas, i municipi nei quali è presente il maggior numero di proprietà private e in cui gli ejidos e le comunità agrarie rappresentano la minore percentuale di proprietà della terra.

Il suo principale capo, oggi in prigione ma prima deputato del PRI, Samuel Sánchez Sánchez, spiegò che la creazione di Paz y Justicia ubbidì alla radicalizzazione dei simpatizzanti zapatisti e perredisti negli ejidos e nelle comunità (di Tila, Sabanilla, Salto de Agua e Tumbalá).

I suoi membri erano parte di Solidaridad Campesino-Magisterial (Socama), organizzazione originariamente formata da parte della dirigenza della sezione 7 della SNTE proveniente dal gruppo Pueblo, guidato da Manuel Hernández, Jacobo Nasar e Pedro Fuentes, ed un gruppo dissidente della CNC, diretto da Germán Jiménez. Il gruppo, che prendeva il nome dal sindacato polacco Solidarnosc, si legolò strettamente con le lotte contadine nello stato. Tuttavia, cominciò la sua deriva filogovernativa a seguito della detenzione dei suoi principali leader nel 1986. Con l’arrivo di Carlos Salinas alla Presidenza divennne rappresentante delle organizzazioni contadine filogovernative e, a partire dall’insurrezione zapatista del 1994, incubatrice di gruppi paramilitari (https://bit.ly/3hvViWq).

La ricostituzione delle comunità chol come popolo e la costruzione della loro autonomia ha una lunga storia. Una storia che, nella sua fase moderna, abbraccia la lotta per la fine del mosojüntel (il tempo in cui eravamo servi), contro l’oppressione kaxlana e delle grandi compagnie produttrici di caffè, la riforma agraria cardenista che permise il recupero della terra, il ritorno alla produzione contadina dei generi di base, la formazione di una chiesa autoctona, l’organizzazione di cooperative di caffè per appropriarsi del processo produttivo, la sollevazione zapatista, la lotta elettorale (1994 e 1995), la riconquista degli ejidos e la formazione di governi autonomi.

All’inizio del nuovo secolo, Paz y Justicia cadde temporaneamente in disgrazia. Prima litigarono tra loro per le risorse economiche. Poi, alcuni dei suoi dirigenti furono arrestati. Tuttavia, riuscirono a ricomporrsi nella regione con la copertura del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM).

Nei fatti, chi ha attaccato l’ejido Tila sono l’ex presidente municipale Arturo Sánchez Sánchez e suo figlio Francisco Arturo Sánchez Martínez, rispettivamente fratello e nipote di Samuel Sánchez Sánchez che si trova ancora in prigione; l’attuale sindaco Limbert Gutiérrez Gómez, del PVEM, così come il delegato regionale di Paz y Justicia e il segretario tecnico dell’Istituto Chiapaneco di Educazione per Giovani e Adulti, Óscar Sánchez Alpuche, socio di Ismael Brito Mazariegos, segretario di Governo dello stato (https://bit.ly/3mjT93S).

La riattivazione di Paz y Justicia nel nord del Chiapas e la sua politica di terrore non sono un fatto isolato. Altri gruppi paramilitari sono risorti a Chenalhó, Chilón, Oxchuc e Ocosingo immediatamente dopo l’annuncio zapatista dell’espansione dei suoi governi autonomi e la sua opposizione alla costruzione del Treno Maya. La guerra di contrainsurgencia continua.

Fonte: https://www.jornada.com.mx/2020/09/15/opinion/017a2pol

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Comunicato del CNI-CIG sui fatti avvenuti a Tila, Chiapas.

13 settembre 2020

Al popolo del Messico

Ai popoli del mondo

Alla Sexta Nazionale e Internazionale

Ai mezzi di comunicazione

Con dolore e rabbia denunciamo il vile attacco nel quale è stato assassinato il compagno Pedro Alejandro Jiménez Pérez, dell’ejido Tila, Chiapas, lo scorso 11 settembre, quando il gruppo paramilitare Paz y Justicia insieme a persone vicine alla Giunta municipale, hanno attaccato con armi di grosso calibro gli abitanti di Tila che, su accordo dell’assemblea generale, si dirigeva a liberare i blocchi che questi gruppi avevano installato sulle strade di accesso all’abitato per accerchiare la nostra città dove i paramilitari già lo scorso 25 agosto avevano distrutto un portone di sicurezza.

Oltre all’uccisione del compagno Pedro Alejandro, nell’attacco sono rimasti feriti Medardo Pérez Jiménez, Ángel Vázquez Ramírez e Jaime Lugo Pérez.

Denunciamo che il capo paramilitare Arturo Sánchez Sánchez, suo figlio Francisco Arturo Sánchez Martínez, insieme al presidente municipale Limber Gregorio Gutiérrez Gómez, hanno operato per rafforzare e promuovere l’azione di gruppi armati per distruggere l’autonomia dell’ejido Tila e spogliarlo di un presunto fondo legale per stabilire il loro centro di corruzione e marciume ed aprire la porta al controllo narco-paramilitare.

Attraverso il saccheggio del territorio e con l’appoggio dei tre livelli del malgoverno, hanno cercato di distruggere l’autonomia che tanto è costata al popolo chol di Tila, il quale è e sarà riconosciuto pienamente dal Congresso Nazionale Indigeno e dal Consiglio Indigeno di Governo.

Questi attacchi si inseriscono nell’incremento dell’attività di gruppi armati e la proliferazione di paramilitari intorno alle comunità che formano il Congresso Nazionale Indigeno in Chiapas e le basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, per accerchiare, terrorizzare, sfollare e smantellare le comunità organizzate.

Il partito Morena-Verde-PRI, che è uno solo, appoggia la violenza seminando divisioni, armando i nemici del popolo e con i suoi vili attacchi, acutizzando la guerra che ha il fine di distruggere la vita collettiva delle comunità indigene, con la loro degna resistenza che protegge la nostra madre terra e, come CNI-CIG, agiremo di conseguenza e in solidarietà con l’ejido Tila.

Denunciamo la cinica complicità del governo dello stato e il governo federale che sono responsabili della violenza che cresce, e invitiamo il popolo del Messico e i popoli del mondo ad alzare la voce per fermare la tragedia che si avvicina.

Distintamente.

Settembre 2020

Per la Ricostruzione Integrale dei Nostri Popoli

Mai Più un Messico Senza di Noi

Congresso Nazionale Indigeno- Consiglio Indigeno di Governo

http://www.congresonacionalindigena.org/2020/09/13/comunicado-del-cni-cig-ante-los-hechos-ocurridos-en-tila-chiapas/

http://www.congresonacionalindigena.org/2020/09/13/ejido-tila-chiapas-desmentimos-falsas-versiones-y-exigimos-justicia-por-la-agresion-armada/

http://www.congresonacionalindigena.org/2020/09/12/ejido-tila-chiapas-denuncia-publica-ataque-armado-a-ejidatarios-que-iban-a-desbloquear-al-grupo-del-ayuntamiento-paramilitar/

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Imparare (a vivere con) la guerra

Gustavo Esteva 8 Settembre 2020

Quegli strani indigeni delle montagne del sud-est messicano, quasi alla fine del secolo scorso, avevano deciso di coprirsi il volto. Indossavano un passamontagna perché il mondo intero, che non aveva voluto vederli per secoli, potesse finalmente vederli. Non brandivano la loro identità, affermavano il diritto alla dignità della vita. Per loro e per tutti. Chiunque, con il volto coperto, può essere Marcos, diceva il loro subcomandante. Nel 2011, poco prima di decidere di scomparire, Marcos mostrava al mondo come su quegli indigeni si impone la paura e la vulnerabilità. Un’imposizione – scrive oggi Gustavo Esteva, che degli zapatisti fu consigliere nelle trattative col governo messicano, al tempo della guerra sucia (sporca) del presidente Calderon – che oggi ha preso la forma-pandemia e ha provocato l’esercizio dell’obbedienza passiva più grande della storia umana. Serve a imporre condotte che dissolvono l’umano e il confinamento esaspera tutti gli individualismi. Il dispositivo di sicurezza, la mascherina, poi, impedisce di vedere le persone sorridere. Strano il destino delle maschere, no? Oltre vent’anni fa, Marcos ci aveva avvertito che stava cominciando la Quarta guerra mondiale, la guerra di tutti gli Stati contro tutti i popoli. Pensavamo fosse una metafora utile per capire meglio e invece era un avvertimento. Oggi, nel caos che domina il nostro tempo, è quasi impossibile trarre conclusioni analitiche, ma è più che probabile che la tormenta segnalata dal subcomandante Galeano e dalle sentinelle zapatiste sia diventata una vera guerra. Non possiamo continuare a comportarci come se non lo fosse o non ci toccasse. Non si distrugge fisicamente il genere umano, in questa guerra. Si distrugge la sua umanità, aveva detto il subcomandante. La guerra modifica le relazioni sociali e i modelli di vita e, tra le altre cose, fin dal secolo scorso ha creato una nuova classe sociale: le persone di cui si può fare a meno, quelle che la classe dominante decide che non serviranno. Mai, nemmeno per essere sfruttate. Eppure, l’impero delle borse finanziarie affronta e affronterà la ribellione (non simmetrica) delle borse della resistenza. Sono ancora parole di Marcos, che aggiungeva: se l’umanità ha ancora speranze di sopravvivere, esse sono riposte nelle borse che formano gli esclusi, gli avanzi, gli scartabili

Non abbiamo voluto crederci. Ci aveva avvertito, oltre vent’anni fa, il defunto subcomandante Marcos, ma non abbiamo voluto dargli ascolto. Ci sembrò una metafora utile per l’analisi, non quel che era, un avvertimento. Siamo di fronte a una guerra. Non possiamo continuare a comportarci come se non lo fosse o non ci toccasse direttamente.

La guerra ha aspetti apertamente criminali. Il Messico è già il paese più violento del mondo, in particolare per certe categorie di persone, come i giornalisti, i dirigenti sociali e i difensori dei diritti umani. Con l’attuale amministrazione (quella progressista guidata da Andrés Manuel López Obrador, AMLO, ndt), si verificano già quattro assassinii ogni ora. Zone sempre più ampie del paese vengono controllate con la forza. In alcune di esse a farlo sono i cosiddetti “cartelli”, che distribuiscono risorse o impongono il coprifuoco. In altre c’è la Guardia Nazionale, che ha un numero di effettivi tre volte superiore a quello della guerra di Calderón, oltre alle forze paramilitari e alle squadre d’assalto. Alcune di queste sono una metamorfosi grottesca di organizzazioni sociali, come quelle che hanno appena attaccato le basi di appoggio zapatiste; altre sono frammenti agguerriti usciti dai sindacati confederali, che controllano lo stesso opere pubbliche e sistemi di trasporto. Nulla di tutto questo, naturalmente, si considera corruzione. Viene consentito e promosso dal governo.

La guerra modifica le relazioni sociali e i modelli di vita. Riduce le modalità classiche della condizione operaia ed emargina il sindacalismo, che negli Stati Uniti è già tornato ai livelli degli inizi del XX secolo. In Messico la guerra ha smantellato le nostre capacità produttive mediante il “libero commercio”, che fu siglato da Salinas (il presidente che allora AMLO indicava come “il capo di tutte le mafie”, ndt) e si è approfondito lo scorso anno (con AMLO presidente, ndt) con grande entusiasmo di Trump. I lavoratori del settore manifatturiero si trovano soprattutto nelle maquiladoras, nelle quali prevalgono le donne, molte di loro indigene.

Dagli anni Novanta la guerra ha creato una nuova classe sociale: gli scartabili, coloro che mai vorrà impiegare o usare il capitale. La Banca Mondiale ha progettato, per loro, quelli che saranno di troppo, programmi che li manterranno sotto stretti livelli di sussistenza e permetteranno loro di compiere qualche funzione di consumo. Nell’amministrazione del governo di AMLO chiamano questo programmi sociali.

Già nel 2003, il defunto Marcos sembrava anticipare la forma-pandemia di praticare la guerra, quando descriveva la nuova forma del complesso industriale: “Alcune pecore si tosano e altre vengono sacrificate per ottenere alimenti, le “inferme” vengono isolate, eliminate e ‘bruciate’ perché non contaminino il resto“. In questa guerra, “la dignità, la resistenza, la solidarietà, disturbano”. Non si distrugge fisicamente il genere umano, però lo si distrugge “in quanto essere umano”. Non sono solo i funzionari etnocidi e i sicari a perdere la condizione umana. La perdono anche coloro che si attaccano a dispositivi elettronici che li formattano e li controllano. Nel 2011, poco prima di morire, in una lettera a Luis Villoro, il defunto Marcos mostrava come si impone la paura, l’incertezza e la vulnerabilità, una imposizione che da gennaio ha preso la forma pandemia e ha provocato l’esercizio dell’obbedienza passiva più grande della storia umana, per imporre condotte che dissolvono l’umano. Il confinamento esaspera tutti gli individualismi. La mascherina impedisce di vedere le persone sorridere.

La guerra ha trasformato in nemici le persone di uno stesso settore sociale, nel quale si potevano condividere interessi, essere amici, compagni. Sono, in primo luogo, i desaparecidos che si vedono obbligati ad agire come sicari, oppure coloro che nella vita non trovano altra opzione che una forma di delinquenza, ma sono anche quelli che affidano le proprie illusioni all’apparizione di un qualche messia e poi trasformano in nemici quelli che non ne condividono la fede. Altri ancora formano le onde contrapposte di quello che oggi si chiama “polarizzazione” e che in paesi come gli Stati Uniti prende già forme di guerra civile.

Fin dal 1997, però, lo scomparso Marcos aveva aperto la porta alla speranza. “L’impero delle borse finanziarie affronta la ribellione delle borse della resistenza”, diceva. E aggiungeva: “Se l’umanità ha ancora speranze di sopravvivenza, di essere migliore, quelle speranze sono riposte nelle borse che formano gli esclusi, gli avanzi, gli scartabili”. (Per questa e tutte le citazioni precedenti: Le 7 tessere ribelli del rompicapo globale – La IV guerra mondiale è cominciata a cura di Camminar Domandando).

Nel 2019 quelle borse si stavano moltiplicavano già da ogni parte. Estese mobilitazioni hanno scosso molti paesi. Si sono formati collettivi sempre più autonomi, che presto si consolideranno come nuclei molto solidi di resistenza. L’8 di marzo di quest’anno la speranza ha acquisito un significato nuovo, di peculiare radicalitàLe donne hanno fatto il passo avanti. Hanno rotto coraggiosamente la presunta “normalità” patriarcale, quella che per migliaia di anni ha “naturalizzato” la gerarchia maschile e il suo esercizio violento e distruttivo. Con loro, dal basso e a sinistra, si tesse ogni giorno il limite della guerra e si creano piccole isole di vita nelle quali entrano ancora il piacere e la speranza, sebbene intorno continuino a perseguitare la pandemia e la violenza, in questa guerra opprimente che sembra senza fine.

Fonte: La Jornada. Titolo originale: Aprender guerrahttps://www.jornada.com.mx/2020/09/07/opinion/026a2pol

Traduzione per Comune-info: Marco Calabria – https://comune-info.net/imparare-a-vivere-con-la-guerra/

 

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La Jornada – Venerdì 4 settembre 2020

Stop alla guerra contro l’EZLN

di Gilberto López y Rivas

Una delle caratteristiche dell’attuale governo della 4T è non ascoltare né tanto meno rispondere alle gravi denunce riguardo la riattivazione dei gruppi paramilitari in Chiapas, come quelli cheformano l’Organizzazione Regionale di Coltivatori di Caffè di Ocosingo ( Orcao) che il 22 agosto hanno saccheggiato e incendiato gli edifici del del Centro di Commercio Nuevo Amanecer del Arcoíris, nel municipio autonome Lucio Cabañas (Ocosingo). A questa provocazione si sommano quelle di altri gruppi identficati come paramilitari fin dagli anni ’90 come Paz y Justicia e Chinchulines che, di nuovo, hanno perpetrato diverse aggressioni in varie regioni chiapaneche, in particolare nei municipi di Tila e Aldama. Nelle scrose settimane hanno circolato in rete e su vari mezzi di diffusione locali e nazionali comunicati di appoggio all’EZLN uno dei quali, Alto a la guerra contra los zapatistas, è stato sottoscritto da centinaia di organizzazioni, accademici, artisti e reti solidali di 22 paesi (https://alto-a-la-guerra-contra -lxs-zapatistas.webnode.mx/)

L’aggressione del 22 agosto contro le basi di appoggio zapatiste è la continuità della strategia di contrainsurgencia che i governi precedenti hanno perseguito contro i maya zapatisti, che il Grupo de Acción Comunitaria ed il Centro de Derechos Humanos Miguel Agustín Pro Juárez, vent’anni fa ha definito guerra di logoramento integrale che si ritrova nei manuali di contrainsurgencia statunitensi come la successione di piccole operazioni che soffocano a poco a poco il nemico sul terreno politico, economico e militare, evitando, per quanto possibile, azioni spettacolari che suscitino l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica internazionali. (Ora si scommette sulla stanchezza. Chiapas: fondamenti psicologici di una guerra contemporanea, 2002). In questo tipo di guerra è fondamentale il ruolo dei gruppi paramilitari. Secondo uno dei manuali di guerra irregolare della Sedena, non si tratta solo di togliere l’acqua al pesce (le basi di appoggio dell’insurgencia), ma di mettere nell’acqua pesci più aggressivi, cioè, i gruppi paramilitari che contano su organizzazione, attrezzature e addestramento militare, ai quali lo Stato delega il compimento di missioni che le forze armate regolari non possono portare a termine apertamente, senza che questo implichi che si riconosca la loro esistenza come parte del monopolio della violenza statale. I gruppi paramilitari sono illegali ed impuni perché così conviene agli interessi dello Stato. L’ambito paramilitare consiste, dunque, nell’esercizio illegale ed impune della violenza dello Stato e nell’occultamento dell’origine di questa violenza. Come nei governi precedenti apertamente neoliberali e contrainsurgentes, il governo della 4T continua a riprodurre il cosiddetto teatro di guerra. Zósimo Camacho sostiene che oggi il maggiore numero di militari si trova in Chiapas essendo, utilizzando una metafora, l’incudine che mantiene un cerchio di penetrazione sulla regione di conflitt, con i suoi quartieri, guarnigioni, convogli, agenti di intelligence, vigilanza aerea e terrestre, ecc. ecc., mentre i gruppi paramilitari, proseguendo la metafora, sono il martello che batte sulle comunità indigene con azioni come quelle del 22 agosto per cercare di introdurre il terrore, creare le condizioni di espulsione e sfollamento di comunità indigene, coalizzandosi con autorità civili, militari e di polizia, identificando il nemico interno che si rifiuta di seguire la logica del capitale con le sue illusioni di progresso, sviluppo e lavoro precario.

Congiuntamente alle azioni dei gruppi paramilitari, in rete e sui mezzi di comunicazione si è intensificata una campagna mediatica contro i maya zapatisti, con grottesche falsità, come quella che il territorio dell’EZLN sia controllato da un cartello del narcotraffico che fornisce armi agli insorti, che sono analizzate con rigore e confutate in profondità da Luis Hernández Navarro nella sua intervista con Ernesto Ledezma Arronte nel suo programma Rompe Viento TV (https://wwwyoutube.com/ watch?v=gdDNI9m_8).

Purtroppo, e all’unisono con questa campagna, c’è stata una sfortunata e molto preoccupante dichiarazione del Presidente della Repubblica durante la sua conferenza mattutina del 28 agosto, in cui ha stigmatizzato e criminalizzato il lavoro delle persone che operano e difendono i diritti umani, giornalisti, accademici e rappresentanti dei popoli indigeni che si oppongono al progetto del Tren Maya, una dei megaprogetti simbolo del riordinamento territoriale di sviluppo al quale si oppongono anche i maya zapatisti. Con questa dichiarazione il governo della Quarta Trasformazione è salito sul vetusto treno della contrainsurgencia dei suoi predecessori.

Testo originale: https://www.jornada.com.mx/2020/09/04/opinion/017a2pol

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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#YoConElEZLN

La Otra Europa exigen que se ponga fin a las actuaciones de paramilitares en contra de las comunidades indígenas zapatistas de Chiapas

 Alto a la guerra contra los pueblos zapatistas!

Al Ejército Zapatista de Liberación Nacional

A los compañeros y compañeras del CNI-CIG

A los Adherentes a la Sexta

A las redes de resistencia y rebeldía

A los medios de comunicación

A las organizaciones en defensa del territorio y de la madre tierra

A los medios de comunicación libres

 

El pasado sábado 22 de agosto, un grupo de paramilitares de la Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo, (ORCAO), asaltó e incendió dos bodegas de las y los zapatistas en el Crucero Cuxuljá, Ocosingo, sobre la carretera federal que va de esta ciudad a San Cristóbal de las Casas y junto a la comunidad zapatista de Moisés Gandhi.

Sobre las 11 de la mañana, un grupo de la ORCAO, encabezado por Tomás Sántiz Gómez, llegaron al lugar y rociaron con gasolina dos casas que incendiaron a continuación, después de saquearlas, pues eran bodegas en donde los habitantes de la comunidad guardaban su grano de café. Afortunadamente, solo hubo daños materiales.

Desde la otra Europa, exigimos que pare la guerra contra los pueblos zapatistas y que se ponga fin a las actuaciones de los grupos paramilitares que como la ORCAO, en Ocosingo, o los grupos armados de corte paramilitar que, procedentes del municipio de Chenalhó, continúan actuando impunemente y atacando a las del Pueblo Tsotsil de Aldama, en los Altos de Chiapas.

Desde la Europa Zapatista, 26 de agosto de 2020.

#YoConElEZLN
#OtroMundoEsPosible
#ORCAOParamilitares

L’Adhesiva, Barcelona
Asamblea de Solidaridad con Mexico – País Valencia, Estado Español, Valencia
Asamblea Libertaria Autoorganizada Paliacate Zapatista, Grecia
Ass. Solidaria Cafè Rebeldía-Infoespai, Catalunya
ASSI – Accion Social Sindical Internacionalista. Estado Español
Associazione Ya Basta! Milano
Associazione Ya Basta Caminantes – Padova
Centro de Documentacion sobre Zapatismo (Cedoz), Estado Español, Madrid
CGT, Estado español
Chispa de Solidaridad con l@s Zapatistas y los Pueblos Indigenas, Atenas Grecia.
Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo, Italia
Comité de solidarité avec les Indiens des Amériques – CSIA-Nitassinan (Paris, Francia)
Confédération Nationale du Travail (CNT-f)
Cooperazione Rebelde Napoli – Italia
Corsica Internaziunalista (Bastia, Còrsega)
CSPCL (Comité de Solidaridad con los Pueblos de Chiapas en Lucha) Paris, Francia
Espiral de solidaridad semilla de resistencia, Grecia
Espoir Chiapas – Esperanza Chiapas, Francia
Groupe de soutien à Leonard Peltier – LPSG-France (Paris, Francia)
Grupo de Chiapas- LAG Noruega
Gruppe B.A.S.T.A. , Münster, Alemania
Humanrights – Chiapas, Suiza, Zurich
LaPirata:
– Colectivo Nodo Solidale Mexico
– Colectivo Nodo Solidale Roma, Italia
– Colectivo Zapatista Lugano, Suiza
– Adherentes Individuales Italia, Alemania, Francia
Mut Vitz 13
Red Ya-Basta-Netz Alemania
txiapasEKIN, País Vasco
Union syndicale Solidaires, Francia
Y Retiemble, Estado Español, Madrid
Ya Basta Moltitudia Roma

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Se s’incendia il Chiapas

Luis Hernández Navarro

26 Agosto 2020

Già all’inizio dello scorso anno il sottosegretario con la delega per i diritti umani del governo progressista messicano di López Obrador aveva riconosciuto la presenza dei gruppi paramilitari, a differenza delle autorità politiche dello Stato del Chiapas che si ostinano spudoratamente a negarla. Quel che il governo centrale federale non ha alcuna intenzione di discutere apertamente sono le ragioni e gli obiettivi di quella presenza e la loro funzione politica. Se lo facesse, dovrebbe ammettere che non solo non si è affatto impegnato a contrastarne la violenza armata ma che l’attività paramilitare contrainsurgente è parte integrante e sostanziale, né più né meno che nel passato, della militarizzazione del territorio e di una strategia che ha la sua origine nello Stato stesso. L’asse portante di quella strategia è infatti la rimozione e la repressione degli ostacoli più tenaci ai progetti di sviluppo fondati sull’estrattivismo, cioè sull’espropriazione delle risorse della terra e dei popoli e l’accumulazione di capitali. Si prepara un grande salto di qualità di quella guerra a bassa intensità che fin dall’avvio dall’insurrezione zapatista, 26 anni fa, non è mai cessata? Probabilmente sì, le molte e complesse conseguenze della pandemia che ha devastato il Messico come pochi altri paesi latinoamericani aprono scenari inediti e il governo di López Obrador ha certo bisogno di grandi accelerazioni per i mega-progetti che intende portare avanti a qualsiasi costo. Il tentativo di indebolire (o almeno impegnare) gli zapatisti aprendo strumentali conflitti incendiari locali nella speranza di contrastarne il consolidamento territoriale seguito alla creazione dei nuovi caracoles è un passaggio di essenziale rilevanza. Per tutto il Messico e per tutto il mondo indigeno. Se poi Luis Hernández, uno dei quattro o cinque giornalisti che meglio conoscono le vicende zapatiste, titola questo suo articolo Chiapas arde è assai probabile che l’incendio sia già divampato.

Il Chiapas arde. I padroni hanno sciolto le redini e loro, i paramilitari incoraggiati, fanno il proprio lavoroAttaccano con armi da fuoco le comunità ribelli e si concedono il lusso, come a Santa Martha, di esibirsi in pubblico con le armi e le uniformi e perfino di disarmare agenti della polizia preventiva dello Stato.

Il 22 agosto un gruppo di trasportatori appartenenti all’Organizzazione Regionale dei Coltivatori di caffè di Ocosingo (Orcao), che vivono nel municipio di Oxchuc, con alla testa Tomás Santiz Gómez, ha sparato, saccheggiato e incendiato due magazzini di caffé delle basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), nella comunità di Cuxuljá, nel municipio ribelle di Moisés Gandhi (Ocosingo, per la nomenclatura ufficiale).

Nel mese di agosto, ben 13 comunità del Pueblo Maya Tsotsil di Aldama, assediate dai paramilitari provenienti da Santa Martha, Chenalhó, sono state costrette ad abbandonare le proprie case o a barricarsi. Foto Desinformémonos

Cuxuljá è un piccolo villaggio ai piedi della strada che unisce San Cristóbal a Ocosingo. È circondato da otto municipi autonomi zapatisti ed è un punto di incontro per diverse comunità. È stato occupato dall’Esercito fino al 2001. I soldati si sono ritirati da quella postazione per rispettare le tre condizioni che l’EZLN aveva preteso dal governo di Vicente Fox per ristabilire il dialogo.

Il ritiro delle truppe, però, non ha “pacificato” la zona. Non appena il dialogo è fallito, per l’approvazione di una riforma costituzionale sui diritti e le culture indigene che tradiva gli accordi presi dal governo a San Andrés, sono cominciate le aggressioni dei gruppi paramilitari di Orcao contro le basi ribelli di quella comunità. Il loro obiettivo era occupare il territorio lasciato dalle truppe regolari.

L’Orcao non è sempre stata così. Per alcuni anni ha avuto una relazione stretta con lo zapatismo. Tuttavia, tra il 1997 e il 1999, la sua direzione ha aperto il conflitto con le basi sociali ribelli, grazie agli appoggi economici e ai posti di governo offerti ai suoi dirigenti. Con l’arrivo al governo del Chiapas di Pablo Salazar (2000-06), il conflitto ha avuto una escalation. Nel 2002 le aggressioni dell’organizzazione dei coltivatori di caffè contro le basi zapatiste si sono drammaticamente intensificate, fino al punto di distruggere un mural zapatista. L’Orcao era diventata una forza paramilitare.

L’Organizzazione si era formata nel 1988, con 12 comunità di Sibacjá, nel municipio di Ocosingo. In poco tempo si erano aggiunti altri centri abitati, fino a diventare quasi 90. Le sue rivendicazioni originarie chiedevano migliori prezzi per il caffè (nel 1989 il prezzo crollò drasticamente) e una soluzione per le dispute legali agrarie. Sotto l’influenza del lavoro pastorale progressista, nel 1992, nel quadro delle celebrazioni dei 500 anni della resistenza indigena, nera e popolare, la Orcao rivendicava ancora l’auto-determinazione indigena e si opponeva alla riforma costituzionale dell’articolo 27 chiedendo libertà, giustizia e democrazia.

Poi, però, è cominciata una decomposizione irrefrenabile. Nel 2005 l’Orcao fu praticamente espulsa dalla Unione Nazionale delle Organizzazioni Regionali Contadine Autonome (Unorca). Si divise al proprio interno, due gruppi si contendevano la direzione. Quello di José Pérez, legato ai Verdi e al controllo dei trasporti dei passeggeri, e quello di Jian Vazquez, orientato alla produzione e favorevole alla riconciliazione con il governo di Juan Sabines. Sempre alleati ai governi di turno, i leader dell’Orcao erano interessati solo al tornaconto personale e ai posti nell’amministrazione pubblica. Molti di loro entrarono nel PRD e nel PVEM e adesso in Morena (il partito di López Obrador, ndt).

C’è una lunga storia di aggressioni della Orcao contro Cuxuljá. Con l’insurrezione del 1994, le basi di appoggio dell’EZLN (un collettivo di 539 campesinos) hanno ottenuto 1.433 ettari di terra espropriati ai proprieteri terrieri. Posseggono un Atto di consegna e ricevimento delle terre da parte della Segreteria della Riforma Agraria.

Gli zapatisti lavorano la terra in forma collettiva e rifiutano di dividerla individualmente. Assicurano che farlo significherebbe tornare a prima del 1994. Tuttavia, un piccolo gruppo della Orcao, che abbandonò la comunità e vendette le proprie case, appoggiato all’inizio dall’Esercito federale e dalla polizia, insiste da 19 anni nel voler frazionare l’appezzamento, stilare certificati di proprietà e vendere individualmente ciò che è il prodotto di una lotta comune.

Gli attacchi della Orcao contro le basi di appoggio dell’EZLN in questi anni sono stati una costante. Non si limitano a Cuxuljá, ma comprendono diversi municipi. L’ultimo è stato quello del 23 febbraio a Chilón, quando la Orcao, i Chinchulines (altro noto gruppo di paramiliari attivo in Chiapas, ndt) e alcuni membri di Morena sequestrarono e violentarono alcuni rappresentanti della comunità, una rappresaglia contro la partecipazione alle Giornate in Difesa del Territorio e della Madre Terra. Samir Siamo Tutte e Tutti.

Queste aggressioni sono state effettuate regolarmente nel quadro di un’offensiva governativa per cercare di debilitare gli zapatisti e contenere la loro avanzata. Non sono il prodotto di una lotta tra le comunità ma il risultato di una strategia dello Stato per creare conflitti interni. I governi di turno (perfino quello attuale) appoggiano la Orcao con risorse economiche, progetti produttivi (molti dei quali di allevamento), copertura politica e impunità da parte della polizia, al fine di erodere e logorare il consenso dell’EZLN.

Solo un anno fa, i ribelli hanno annunciato la creazione di sette nuovi Caracoles, che andavano ad aggiungersi ai cinque esistenti. Così facendo dispongono di 43 sedi di auto-governo, senza alcuna relazione con gli organi di governo ufficiali. L’EZLN ha annunciato inoltre la sua opposizione al Tren Maya e al Corridoio Interoceanico. La nuova battaglia di Cuxuljá e la guerra senza soluzione di continuità dei paramilitari di Chenalhó sono parte di una strategia di contenimento contro quello sviluppo dello zapatismo. Una strategia che non sembra affatto preoccupata dell’incendio dello Stato.

fonte: La Jornada. Titolo della versione in lingua originaleChiapas arde

Traduzione per Comune-info: marco calabria

 

 

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Incendiate due botteghe di caffè di simpatizzanti dell’EZLN.

Due botteghe di caffè di simpatizzanti dell’EZLN situate nella comunità di Cuculiá, vicino ad Ocosingo, sono state saccheggiate ed incendiate da un gruppo di trasportatori della ORCAO, residenti nel municipio di Oxchuc.

Intorno alle 11 del mattino un gruppo di persone è entrato nella comunità ribelle dell’EZLN Moisés Ghandi, e lì hanno sparso benzina e dato fuoco a due case, dove fortunatamente non si sono avute perdite di vite umane ma solo danni materiali.

Il gruppo della Orcao, capeggiato da Tomás Sántiz Gómez, prima di dare fuoco all’immobile, ha saccheggiato la bottega dove viene conservavano il caffè in chicchi, prodotto dei raccolti degli indigeni di questa comunità.

Il conflitto sembra dovuto ad una disputa sulla terra, in quanto quelli della ORCAO sostengono che il raccolto è loro perchè si trova sul loro territorio.

In questo senso, i membri del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) della comunità autonoma di Buena Vista, San Manuel, Chiapas, in un comunicato firmato da Jimmy de Jesús Encinos Santiz, dicono di essere in massima allerta e in attesa delle indicazioni dei comandanti dell’EZ e del comitato rivoluzionario clandestino, “per contrattaccare e uccidere coloro che hanno danneggiato i nostri compagni”.

Fonte: https://www.elheraldodechiapas.com.mx/local/municipios/queman-bodegas-de-cafe-de-simpatizantes-del-ezln-puesblos-indigenas-agresiones-bodegas-quemadas-5659475.html

 

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Ayotzinapa, identificati i frammenti ossei di uno dei 43 studenti desaparecidos

di Christian Peverieri8 luglio 2020

Christian Alfonso Rodriguez Telumbre, uno dei 43 normalistas vittima di sparizione forzata la notte tra il 26 e il 27 settembre 2014, è stato identificato: appartengono a lui i frammenti ossei ritrovati nella Barranca de la Carnicería nel novembre scorso dall’equipe della Fiscalía General de la República (FGR), coadiuvata dall’Equipo Argentino de Antropología Forense (EAAF) e dai rappresentanti dei genitori del Centro Prodh e di Tlachinollan.

L’annuncio è stato dato martedì sera da Omar Gómez Trejo, giudice speciale del caso Ayotzinapa, che ha spiegato come è avvenuto il ritrovamento dei frammenti ossei e il percorso effettuato per arrivare a questa conclusione. Tra il 20 e il 28 novembre scorso, l’equipe speciale della FGR che indaga sul caso, accompagnata dalla EAAF e dai rappresentanti dei genitori, grazie a nuove informazioni ricevute, ha effettuato un nuovo sopralluogo nella Barranca de la Carnicería, un luogo isolato a soli 800 metri dalla tristemente famosa discarica di Cocula.

La Barranca de la Carnicería era già stata setacciata nel 2014 senza che fosse rinvenuto niente. A distanza di cinque anni invece sono numerosi i frammenti ossei ritrovati, addirittura un centinaio. Di questi ritrovamenti non tutti hanno potuto essere sottoposti ad analisi per il deterioramento subito. I pochi frammenti utilizzabili per le analisi, quindici, sono stati inviati poi all’Università di Innsbruck che ha provveduto a una approfondita indagine scientifica. Il risultato su uno di questi campioni (corrispondente a un osso della gamba) è risultato positivo e ha confermato che appartengono al giovane ragazzo nativo di Tixtla. Tutto il percorso, dal ritrovamento, al viaggio in Europa, alle analisi, sono state condotte con il supporto e l’accompagnamento della EAAF e dei rappresentanti dei genitori del Centro Prodh e di Tlachinollan. 

La EAAF dopo aver confermato i risultati del laboratorio austriaco, successivamente «ha formulato un’opinione genetica supplementare, con ulteriori calcoli statistici sulla probabilità di parentela e genetica della popolazione che produce un tasso di parentela superiore al 99,99%, tenendo conto delle variabili statistiche applicabili a questo caso» che di fatto danno la certezza dell’appartenenza dei frammenti ossei al normalista Christian. 

In conferenza stampa, Omar Gómez Trejo ha annunciato che nelle prossime settimane e mesi sono attesi ulteriori risultati dagli altri frammenti ossei sottoposti ad analisi e ha sottolineato, come fatto la settimana scorsa dal presidente della FGR Alejandro Gertz Moreno, che questa amministrazione ha rotto il patto di impunità che vigeva mettendo in risalto la responsabilità della precedente amministrazione di Enrique Peña Nieto. Per la FGR con questi nuovi avanzamenti nelle indagini viene ristabilito il diritto alla verità e alla giustizia. Video conferenza stampa https://youtu.be/6QtZKM6NVFU

Per i genitori di Christian e degli altri 42 ragazzi scomparsi hanno parlato, come succede abitualmente, gli avvocati del Centro Prodh: «data l’identificazione genetica di Christian Alfonso Rodriguez Telumbre, effettuata dall’Università di Innsbruck e verificata dalla EAAF, ribadiamo la nostra solidarietà e affetto per la sua famiglia e chiamiamo a rispettarla in questo momento difficile. L’identificazione conferma che la verdad histórica era una fabbricazione che violava il diritto alla verità. Di fronte a questo, riconosciamo il lavoro etico e professionale svolto da EAAF, GIEI, CIDH, ONUDH Mexico, IMU e COVAJ. Le famiglie hanno detto che accetteranno la verità tanto dolorosa fintanto che sarà stata sostenuta da prove scientifiche; questa identificazione conferma che ci sono ancora innumerevoli aspetti da chiarire. Le indagini devono continuare fino a quando non chiariamo pienamente ciò che è accaduto, punire sia i responsabili della scomparsa sia i responsabili della manipolazione. Le famiglie dei 43 ragazzi e delle migliaia di famiglie con persone scomparse hanno diritto alla verità. L’identificazione di Christian mostra l’importanza di promuovere straordinari meccanismi di identificazione forense, con accompagnamento internazionale».

L’identificazione dei frammenti ossei del giovane “ayotzinapo” lascia aperti però ancora molti interrogativi. Primo tra tutti come sia stato possibile il ritrovamento a cinque anni dai fatti in un luogo che comunque era già stato perlustrato nel 2014 senza che fosse stato trovato nulla di pertinente al caso. Sebbene sia lodevole l’impegno profuso dalle autorità per la ricerca dei ragazzi e per arrivare alla verità tuttavia le recenti novità non hanno risposto a tali dubbi lasciando aperto il campo a numerose ipotesi sul perché quei frammenti siano stati ritrovati dopo così tanto tempo.

È innegabile tuttavia che l’identificazione di Christian sia uno spartiacque fondamentale nel cammino verso la verità e la giustizia, l’ennesima prova che rompe definitivamente con la cosiddetta “verdad histórica” con la quale per anni le autorità messicane hanno cercato di occultare le proprie responsabilità nell’agguato ai normalistas e nella successiva sparizione forzata dei 43 studenti.

A tutti noi che da anni accompagniamo i genitori in questa battaglia per la dignità contro uno dei più spregevoli crimini di cui istituzioni ignobili possano rendersi complici e responsabili, non resta che stringerci silenziosamente attorno alla famiglia di Christian in questo difficile momento, con la consapevolezza che qualsiasi altra notizia d’ora in avanti sarà senza più confortante dell’oblio a cui sono stati costretti a convivere da anni i genitori e i familiari dei ragazzi scomparsi.

Chi era Christian Alfonso Rodriguez Telumbre

Il Superman ballerino (Tratto da Centro Prodh)

Di Patricia Sotelo

Christian è l’unico figlio maschio di Clemente Rodriíguez e Luz María Telumbre e ha tre sorelle che anelano il suo ritorno. È cresciuto nel quartiere di Santiago, a Tixtla, Guerrero e aveva 16 anni quando è sparito.

Alto, moro e con occhi scuri, Christian sogna di studiare per costruirsi un futuro e aiutare la sua famiglia. Ma ciò che più di tutto lo entusiasma è la danza folclorica che pratica fin da quando era bambino. Nella sala della Casa de Cultura de Tixtla dove provava, mancano i colpi di tacco degli stivali bianchi di Christian sul pavimento di legno.

Ballava nel gruppo di danza folclorica Xochiquetzal e i suoi compagni di ballo lo ricordano quando arrivava alle prove mangiando un elote e con il suo zainetto beige con gli spallacci lunghi che gli attraversavano il petto. Lì metteva i suoi stivali da ballo. Lo chiamavano Clark, soprannome guadagnato per i suoi occhiali neri con montatura grossa simili a quelli del giornalista che si trasformava in Superman, Clark Kent. 

I suoi amici della preparatoria 29 lo chiamano “Soncho” o “Sonchito” e nella scuola normal rural di Ayotzinapa lo conoscono come “Hugo” dal momento che gli piace usare la tshirt della marca Hugo Boss. Si è diplomato con una media di 8,74 e i suoi maestri lo ricordano come un alunno serio e rispettoso. 

È entrato ad Ayotzinapa perché non aveva altra scelta, visto che in realtà desiderava diventare veterinario o insegnante di sostegno ma la sua famiglia non aveva i mezzi per sostenere queste carriere. Nella sala dove Christian praticava la danza regionale ci sono ancora i suoi stivali bianchi, con i quali era solito provare. Il suo maestro li tiene per quando ritornerà a calpestare il pavimento con l’entusiasmo di un gran ballo.

** Pic Credit: Octavio Gómez

https://www.globalproject.info/it/mondi/ayotzinapa-identificati-i-frammenti-ossei-di-uno-dei-43-studenti-desaparecidos/22898

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#20ZLN

3182. Un viaggio nel Messico delle migrazioni e del primo anno di governo AMLO

3182 sono i chilometri che separano il sud dal nord del Messico. Tapachula e Tijuana sono l’inizio e la fine del sogno americano per i migranti. 3182 è un diario di viaggio del collettivo #20ZLN fatto di voci e volti che cercano di raccontare le complessità e gli squilibri tra stato, politica, economia legale e illegale. Sono chilometri di contraddizioni, oppressioni, resistenze, speranze e costruzione di qualcosa di diverso.

Grazie a Desinformémonos il 21 giugno è stata diffusa la “prima” del documentario “3182. Un viaggio nel Messico delle migrazioni e del primo anno di governo AMLO”.

Qui il link per riguardarlo

https://www.youtube.com/watch?v=bNUV-DwkEVI&t=17s&fbclid=IwAR3-QgH91q_LsiDt0FQifoL_Gzq0oYauQVHbxQ8ifsm2OvO7u9O-G0gEr-0

https://www.youtube.com/user/desinformemonos

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Frayba: Monitoraggio tra le comunità indigene dell’emergenza sanitaria da SARS-COV-2

Nelle ultime settimane diverse organizzazioni della società civile hanno unito gli sforzi realizzare un monitoraggio nelle comunità indigene ed equiparabili con le quali lavorano su diverse tematiche. Questo monitoraggio ha lo scopo di identificare le condizioni di vita durante la pandemia e le ripercussioni da fattori interni ed esterni, per coordinare azioni di appoggio e solidarietà.

Questo lavoro non ha la pretesa di essere una prova statistica della situazione nelle comunità indigene, tuttavia riteniamo che per l’importanza analitica delle informazioni raccolte, questo rapporto fornisce alcune chiavi per comprendere il contesto in cui si sta vivendo la pandemia nelle comunità indigene ed equiparabili. 

QUI la versione scaricabile in PDF Primer-informe-del-monitoreo-a-comunidades-indigenas-y-equiparables-ante-la-emergencia-sanitaria-por-el-virus-SARS-COV-21

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Le Forze Armate messicane in funzione di ordine pubblico, gestione e controllo del paese.

COOPERAZIONE REBELDE NAPOLI·- 14 maggio 2020·

Felipe Calderón, una volta usurpata la presidenza della Repubblica Messicana mediante la frode elettorale del 2006, rafforzò il suo potere utilizzando le forze armate con funzioni di polizia e di pubblica sicurezza e nella famosa “guerra al narcotraffico” diede la possibilità alle forze armate di effettuare decine di assassini indiscriminati ad uso dei cartelli di cui erano riferimento in ognuno degli stati della Federazione. Con la scusa della guerra al narcotraffico si diede la possibilità di fare decine di assassini e sparizione di attivisti sociali e oppositori delle politiche governative. Calderón contravvenne a quanto stabilito dalla Costituzione degli Stati Uniti Messicani che stabilisce che in tempi di pace i militari devono rimanere nelle loro caserme.

Peña Nieto ha continuato con questa flagrante violazione costituzionale con il suo tentativo di utilizzare le forze armate ed ha cercato di consentirne promulgando la Legge sulla Sicurezza Interna, ma la Corte Suprema di Giustizia (SCJN) la definì incostituzionale e quindi anche questo tentativo fallì.

Nei fatti, la militarizzazione è continuata ed ha provocato, in entrambi i sessenni (ogni mandato presidenziale dura sei anni), gravi e ripetute violazioni dei diritti umani da parte delle forze armate che più che risolvere ha aggravato il tema della sicurezza pubblica.

Durante questi due sessenni Andrés Manuel López Obrador, stando all’opposizione, ha ripetutamente dichiarato che le forze armate non erano predisposte per le funzioni di pubblica sicurezza ed ha sempre dichiarato che il contrasto alla criminalità doveva concentrarsi più che sull’uso della forza sul contrasto alle ragioni che la causavano: povertà, mancanza di opportunità di sviluppo, istruzione ecc.

Ancora di più durante la sua campagna elettorare del 2018 ha promesso al popolo che se fosse approdato alla presidenza, i militari sarebbero tornati nelle caserme, perché con le misure che avrebbe preso non sarebbe stato più necessaria la loro presenza nelle strade.

Uno degli slogan della campagna elettorale, in linea con la sua linea di critica alla militarizzazione degli anni passati all’opposizione fu “abrazos y no balazos” (abbracci e non pallottole). Il nuovo mantra ora è “El Ejército es bueno, porque el Ejército es pueblo” (L’Esercito è buono perchè l’Esercito è popolo).

Tutte le promesse della campagna elettorale sono state presto tradite e anzi velocemente ha provveduto alla creazione della Guardia Nazionale, una forza militare incaricata delle attività di pubblica sicurezza sostituendo in questo la Polizia Federale, più volte segnata dalla corruzione e dal malaffare ma da cui sono stati reclutati molti membri della nuova forza militare che nelle sue file conta anche moltissimi ex militari.

Come per i sessenni precedenti questa strategia di contrasto non ha funzionato e la violenza criminale continua a crescere senza controllo. Ora ancora una volta, proprio come Calderon e Peña Nieto, AMLO scommette sull’intervento dell’esercito per riempire i vuoti di potere che stanno segnando la sua incapacità come Presidente della Repubblica.

Approfittando della situazione di emergenza sanitaria che attraversa il paese e sapendo che non ci sarà una efficacia resistenza, ha emesso un decreto per utilizzare l’Esercito e la Guardia Nazionale in maniera congiunta per svolgere funzioni di polizia durante tutto il tempo del suo sessennio.

L’aumento del peso dei militari in questo periodo di presidenza di AMLO non si è limitato solo alla sicurezza. Negli ultimi due anni i militari hanno assunto incarichi che vanno dalla distribuzione di medicinali alla vigilanza di oleodotti della Pemex (la compagnia petrolifera messicana), alla lotta contro l’invasione delle alghe sulle coste o alla gestione dei soldi di alcuni “programmi sociali”. Nella stessa data di emanazione del decreto la Secretaria de Defensa (Sedena) ha iniziato la costruzione di 26 succursali del banco sociale del Governo che gestisce gli aiuti. In totale si costruiranno 1350 sedi bancarie per un investimento di circa 3000 milioni di pesos (all’incirca 60 miliardi di euro).

Ma la ciliegina sulla torta si è avuta nello scorso marzo con la conferma che la costruzione e la gestione del nuovo aeroporto di Città del Messico ricadrà in mani militari. L’Esercito non solo costruirà il terminal ma si occuperà delle operazioni civili e commerciali mediante una società la cui direzione sarà tenuta da militari. Per completare il processo di militarizzazione in atto nella società messicana l’Esercito aiuterà nella costruzione di due rami del Tren Maya, l’opera pubblica bandiera di questa presidenza insieme al nuovo aeroporto.

Ora appare più chiaro cosa intendeva quando ha detto che la pandemia del Covid-19 fasciava come un anello al dito per consolidare il suo processo della 4° Trasformazione.

Con questo continua il processo di imposizione dei progetti di spoliazione e devastazione dei territorio, anche il progressista AMLO, con le buone o con le cattive si mette al servizio del neoliberismo.

Di seguito un estratto del testo pubblicato sul Diario Ufficiale della Repubblica, la nostra Gazzetta Ufficiale, in cui Andrés Manuel López Obrador ad un anno dalla costituzione della Guardia Nazionale fa un ulteriore passo verso una completa militarizzazione per poter rispondere alla resistenza contro i mega progetti come il Tren Maya, il Corridoio Transistimico, le Miniere a cielo aperto e le coltivazioni intensive che distruggono molti territori da nord a sud del Messico.

ACCORDO

PRIMO. Si ordina alle Forze Armate di partecipare in maniera straordinaria, regolata, controllata, subordinata e complementare con la Guardia Nazionale alle funzioni di pubblica sicurezza che sono in carico di quest’ultima, durante il tempo in cui questa istituzione di polizia sviluppa la sua struttura, capacità e strutturazione territoriale, senza che tale partecipazione superi cinque anni a decorrere dall’entrata in vigore del decreto con il quale si riformano, aggiungono e abrogano diverse disposizioni della Costituzione politica degli Stati Uniti messicani, in relazione alla Guardia Nazionale, pubblicato il 26 marzo 2019 nella Gazzetta ufficiale della Federazione.

SECONDO. Le Forze Armate, nel sostegno allo svolgimento dei compiti di pubblica sicurezza di cui al presente accordo, svolgono i compiti assegnati conformemente alle attribuzioni previste dai comma I, II, IX, X, XIII, XIII, XIV, XV, XVI, XXV, XXVII, XXVIII e XXXIV dell’articolo 9 della Legge sulla Guardia Nazionale.

TERZO. Nel sostegno all’espletamento dei compiti di pubblica sicurezza, le Forze Armate sono regolate in ogni momento dalla rigorosa osservanza e rispetto dei diritti dell’uomo, nei termini dell’articolo 1 della Costituzione politica degli Stati Uniti Messicani e osserverà la Legge Nazionale sull’Uso della Forza e delle altre norme in materia.

QUARTO. Si dà incarico al Segretario della Sicurezza e della Protezione Cittadina di coordinarsi con i segretari della Difesa Nazionale e della Marina per definire il modo in cui le attività delle Forze Armate completeranno la funzione della Guardia Nazionale.

QUINTO. I compiti svolti dalle Forze Armate nell’adempimento del presente strumento sono sotto la supervisione e il controllo dell’organo interno di controllo da cui dipendono.”

foto: – Militari messicani ad una parata

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ALTRECONOMIA N. 226 – Maggio 2020
Tra le famiglie zapatiste che producono caffè in Chiapas
Dal 2016 al 2019 il conflitto tra Aldama e Santa Martha ha causato 25 morti e 14 feriti
Reportage dal municipio di Aldama, in Messico, dove i soci della cooperativa Yach’il Xojolabal ottengono i chicchi resistendo alle aggressioni dei gruppi armati. Tra chi li supporta ci sono diverse realtà del commercio equo italiano.
Testo e foto di Orsetta Bellani

Araceli ha tre anni e sa che quando sparano si deve buttare a terra. Gliel’hanno insegnato dopo che, il 22 gennaio 2019, una pioggia di pallottole ha colpito la cucina di casa sua. Quel giorno sua madre, sua zia e sua nonna stavano preparando le tortillas quando dal vicino villaggio di Santa Martha, che si trova nel Municipio di Chenalhó, nel meridionale Stato messicano del Chiapas, giunse una raffica che bucò le pareti di legno della cucina e fece a pezzi il tetto in lamiera. “Vogliamo costruire un muretto di cemento fuori dalla cucina, in modo che se sparano di nuovo le pallottole non possano penetrare”, dice suo padre Abraham.


Araceli vive nel villaggio indigeno maya tsotsil di San Pedro Cotzilnam, che si trova nel Municipio di Aldama in Chiapas. Circa la metà dei suoi abitanti sono basi d’appoggio, cioè civili, dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). La famiglia di Araceli e Abraham è una delle circa 700 famiglie zapatiste che fanno parte della cooperativa di caffè Yach’il Xojolabal, che in lingua maya tsotsil significa “nuova luce del cielo”.
La cooperativa è stata fondata nel 2001 e produce circa 62 tonnellate di caffè all’anno. Vende una quota della sua produzione a Tatawelo, Malatesta e Ya Basta – che lo distribuisce in Italia come Caffè Rebelde Zapatista-, associazioni italiane che garantiscono un prezzo equo ai produttori chiapanechi. Una parte del caffè che beviamo ogni giorno viene quindi da queste montagne che superano i duemila metri sul livello del mare, coperte di boschi, campi di mais e caffè, e in cui le sparatorie sono all’ordine del giorno.
I gruppi armati di tipo paramilitare non attaccano gli abitanti di Aldama perché sono zapatisti. Si appostano nel villaggio di Santa Martha, sulla montagna antistante San Pedro Cotzilnam, e da lassù sparano contro zapatisti e non zapatisti, contro automobili e case, di giorno e di notte.
Il conflitto è iniziato nel 2016, dopo che gli abitanti di Aldama hanno negato a quelli di Santa Martha l’utilizzo di una fonte di acqua potabile. Fu allora che iniziarono a sparare ma le tensioni esistono dagli anni 70, quando in un ufficio pubblico della capitale decisero di spostare la frontiera che divide i due municipi, causando una disputa per il possesso di 60 ettari di terra.
In un comunicato la “Giunta di Buon Governo” di Oventic, autorità autonoma zapatista che governa su questa regione chiamata Altos de Chiapas, ha denunciato che dal 2016 al 2019 il conflitto ha causato 25 morti e 14 feriti tra Aldama e Santa Martha.
Le autorità zapatiste accusano il governo municipale, quello statale e quello federale di non essere stati capaci né di risolvere i problemi di fondo né di gestire la crisi.
Nel giugno 2019, il governo del presidente Andrés Manuel López Obrador ha promosso la firma di un patto di non aggressione tra Aldama e Santa Martha. Venne definito “storico” e si disse che avrebbe segnato “l’inizio di una nuova fase di pace”, ma le sparatorie ricominciarono presto. Un mese dopo la firma, un giovane di Aldama venne ucciso durante il funerale di sua nonna con una pallottola alla testa sparata da un cecchino di Santa Martha.
Dal 2016 più di duemila abitanti di Aldama sono costantemente costretti ad abbandonare le loro case quando iniziano le sparatorie: si rifugiano nei boschi e vi tornano quando la situazione si calma. Negli ultimi due anni e mezzo nell’Altos de Chiapas più di settemila indigeni maya tzotziles sono stati sfollati a causa della violenza dei gruppi armati di tipo paramilitare, in buona parte del Municipio di Chenalhó. La Ong chiapaneca Centro di Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) non vede una connessione diretta tra i gruppi armati irregolari attuali e quelli che si sono formati negli anni 90 per reprimere l’insurrezione dell’EZLN, ma denuncia che i paramilitari detenuti per il massacro di 45 persone avvenuto nel 1997 ad Acteal, nel Municipio di Chenalhó, sono stati scarcerati. Le loro armi non sono mai state confiscate, la loro struttura non è stata disarticolata e i politici che li addestravano e finanziavano continuano ad operare nella regione. Nel gennaio 2019, Alejandro Encinas, sottosegretario ai Diritti umani del governo federale messicano, ha affermato che questi gruppi armati potrebbero avere legami con la criminalità organizzata.
“Le persone che ne fanno parte sono contadini come noi, è gente povera, ma sono addestrati militarmente e dotati di armi e pallottole. Dove trovano i soldi per comprarle?”, afferma Abraham, padre di Araceli. Il membro di Yach’il Xojolabal pensa che la violenza ad Aldama sia motivata da interessi che vanno oltre il possesso dei 60 ettari di terra e che politici e industriali interessati allo sfruttamento delle risorse naturali locali stiano finanziando il conflitto. Secondo Abraham, l’azione dei gruppi di tipo paramilitare è finalizzata a terrorizzare la popolazione per imporre la militarizzazione del territorio – già avvenuta ad Aldama con il pretesto di combattere i gruppi armati irregolari – e preparare il terreno all’ingresso di aziende interessate all’estrazione delle risorse naturali.
“È una delle teorie che si utilizzano per motivare tanta violenza”, afferma Jorge Luis Lopez, parte del Frayba. “Si parla dell’interesse a costruire una centrale idroelettrica nel fiume che divide Aldama da Chenalhó e della presenza di minerali preziosi nel sottosuolo, ma finora non abbiamo trovato nessun documento che avvalli queste tesi”. La prima cosa che fa Araceli, quando Abraham torna dal lavoro, è prendere il suo cellulare per guardare dei video. Con gli occhi incollati al telefono mangia uova, fagioli e tortillas fino a quando sua madre le toglie il cellulare perché vada a giocare con i vicini. Abraham è responsabile dell’ufficio commerciale e ha il compito di mantenere le relazioni con gli acquirenti solidali di vari Paesi del mondo. Come gli altri 283 membri della cooperativa Yach’il Xojolabal di Aldama, l’anno scorso la famiglia di Abraham ha perso circa il 50% del raccolto di caffè: le sparatorie erano troppo intense per andare a lavorare nei campi.
“I cecchini di Santa Martha ci cacciavano come fossimo animali mentre andavamo a raccogliere il caffè”, dice Juan di Yach’il Xojolabal. “Lo vedi? Era da lì che sparavano, qui non ci si poteva stare”, dice indicando un punto nella montagna, a poche centinaia di metri davanti a noi. La vegetazione, in parte mangiata dalla nebbia, ricopre completamente il pendio e il rumore della pioggia battente si perde in quello del fiume che attraversa la valle. Quando le sparatorie iniziarono, gli zapatisti s’incamminavano di notte verso i loro campi e tornavano dopo il tramonto per non essere visti. Raccoglievano e trasportavano il caffè sulle spalle in sacchi neri invece che bianchi, che si mimetizzavano nel buio. Ma dall’agosto 2018, quando un’intera famiglia (non zapatista) venne uccisa in un’imboscata mentre viaggiava in auto, molti contadini decisero di abbandonare il loro raccolto nei campi. Non si andava a lavorare e non si circolava in macchina, se non di notte e con i fari spenti; neanche i mezzi che trasportavano i feriti erano risparmiati. I bambini non andavano a scuola, la vita quotidiana venne totalmente congelata. Quest’anno le perdite nella produzione di caffè sono state minori, visto che proprio durante la raccolta – tra novembre 2019 e l’inizio di marzo 2020 – ad Aldama non ci sono state sparatorie. Ma le piante di caffè arabica hanno risentito del fatto che l’anno precedente, nel periodo delle sparatorie più intense, non hanno ricevuto le attenzioni adeguate e la produzione di Yach’il Xojolabal ad Aldama ha raggiunto solo il 60-70% del volume che ci si aspettava. “In ogni caso, la situazione di Aldama incide parzialmente sulla produzione totale della cooperativa per il 2020”, assicura Yach’il Xojolabal che è presente in altri sette Municipi del Chiapas. “Abbiamo raccolto circa l’87% della produzione stimata e non avremo problemi a rispettare i contratti firmati”. https://altreconomia.it/tra-le-famiglie-zapatiste-che-producono-caffe-in-chiapas/

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Pronunciamento congiunto per la vita

Al popolo del Chiapas

Alle Giunte del Buon Governo dell’EZLN

Alle organizzazioni indigene e contadine

Al governo federale, statale e municipale.

Alle autorità sanitarie federali, statali e distrettuali

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico, il 20 aprile 2020

Dal sud del Messico, varie organizzazioni sociali, civili e collettivi si sono riuniti per condividere informazioni, analizzare e generare strategie per affrontare congiuntamente questa pandemia COVID 19. In questo sforzo collettivo ritroviamo quelli che hanno lavorato per anni per la difesa e la promozione dei diritti umani: civile, politico, economico, sociale, culturale e ambientale nello stato del Chiapas. Abbiamo sviluppato per decenni molteplici iniziative per la giustizia e la dignità in questi territori, in particolare nell’area dei diritti delle donne, dell’infanzia e della gioventù, delle popolazioni indigene e dei migranti; difendendo, tra gli altri, il diritto alla salute, all’acqua, al territorio, all’informazione e alla libera mobilità umana. A partire da queste diverse capacità, conoscenze ed esperienze, uniamo le forze per accompagnare i popoli nella richiesta dei diritti, per informare in maniera accessibile e attendibile sulla pandemia, per creare nuovi spazi per l’aiuto reciproco e per documentare e segnalare possibili violazioni ai diritti umani che si presentano durante l’emergenza.

Partiamo dal ricordare che ci troviamo in uno stato che ha vissuto storicamente e in maniera particolare l’esclusione e l’emarginazione, e di contro una enorme capacità organizzativa frutto della sua lunga storia di lotta e resistenza. La pandemia che stiamo vivendo oggi conferma che le forme capitalistiche di produzione, in cui predominano la violenza, la disuguaglianza e l’espropriazione, rendono precari i mezzi per la riproduzione della vita e diminuiscono la possibilità di vivere una vita dignitosa.

Esiste una forte relazione tra la salute della natura e la salute umana, i virus proliferano in situazioni di devastazione ecologica legate all’espansione agroindustriale e ai suoi impianti produttivi ed i  sistemi di stoccaggio, un processo che viola i diritti umani e i diritti della terra. 

Se le condizioni rimangono le stesse, i virus continueranno ad comparire, cambiare il modello di produzione alimentare, scommettere sulla sovranità alimentare e sull’agroecologia è un mezzo per prevenire future pandemie. Per evitare che ciò accada, è necessario un cambiamento sistemico, per il quale riteniamo essenziale ascoltare le voci e le lotte delle popolazioni indigene e dei contadini che si prendono cura e difendono la Madre Terra e il suo territorio.

Questa emergenza sanitaria evidenzia lo smantellamento dei sistemi di sanità pubblica derivante dal modello capitalista e la subordinazione della salute delle persone ad un modello che serve il mercato e la scelta sviluppista come unico principio applicabile. Quindi, un cambio di paradigma dovrebbe essere quello di mettere al di sopra di tutto il diritto alla vita e ai diritti umani per tutte le persone.

Sappiamo che è una grande sfida per il governo messicano e per la società nel suo complesso affrontare questa situazione davanti ad un sistema sanitario saturo e in alcuni zone collassato, ecco perché esortiamo i livelli federale, statale e municipale ad ascoltare e tenere in conto le richieste e le considerazioni basate su una chiara analisi delle esigenze dei diversi territori in Messico. Siamo per la garanzia effettiva e completa del diritto alla salute di cui agli articoli 1, 2, 3, 7, 13, 17, 25, 26, 27, 28 Bis, 29 e 77 Bis della Costituzione degli Stati Uniti Messicani. Chiediamo:

1. di affrontare i determinanti sociali della pandemia che pone le popolazioni migranti, i bambini che lavorano e i bambini di strada, gli abitanti delle periferie urbane, i detenuti, i lavoratori precari come settori con maggiore vulnerabilità al contagio, con diagnosi tempestive ed accesso al trattamento.

2. Nel caso delle popolazioni indigene riconoscimento degli storici sistemi della salute comunitaria, rispettare pienamente l’esercizio del loro diritto all’autonomia ed i loro modelli di assistenza sanitaria nei propri territori. Nell’ambito degli Accordi di San Andrés, per il secondo articolo della Costituzione e per gli strumenti internazionali come la Convenzione 169 dell’ILO (ndt. Organizzazione Internazionale del Lavoro) e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene.

3. Diffondere ampiamente le misure statali di assistenza e accompagnamento per ragazze, ragazzi e donne che subiscono violenza all’interno della famiglia. Che l’assistenza sia facilmente accessibile e focalizzata sui diritti umani.

4. Riconoscere la complessità della mobilità umana in Chiapas in quanto è uno Stato di origine, transito, destinazione e ritorno. Pertanto, attuare efficaci misure di sorveglianza epidemiologica per le persone in fuga forzata, i migranti che sono in detenzione e coloro che ritornano obbligatoriamente nelle comunità.

a) Piano di assistenza specifico che include informazioni accessibili nelle lingue originarie della famiglia e della comunità di rientro, tempestiva diagnosi e trattamento e follow-up.

b) Affermiamo che la migrazione non è un crimine, pertanto esortiamo a sospendere la detenzione per immigrazione, evitare il sovraffollamento nei centri di detenzione, il rilascio immediato di tutte le persone e che vengano garantiti i loro diritti umani.

c) Per quanto riguarda le 9.950 vittime di sgomberi forzati, chiediamo le stesse misure di sorveglianza epidemiologica e una risposta efficace alla violenza diffusa causata dai gruppi paramilitari.

5. Garantire condizioni adeguate per gli operatori sanitari a tutti i livelli. Distribuzione di forniture, attrezzature e formazione sufficienti per rafforzare i servizi sanitari di primo livello per le cure non COVID e COVID 19, compreso il rafforzamento degli spazi di cura e la collaborazione orizzontale con gli agenti sanitari della comunità: ostetriche, promotori, dottori e stagisti.

6. Nel caso delle ostetriche lo Stato faciliti ed acceleri il riconoscimento dell’ostetrica nel registro civile ed accresca i certificati di nascita senza alcuna condizione. Che siano rispettati per poter continuare a svolgere cura e attenzioni, che sia sufficiente il riconoscimento della comunità. Nel caso in cui ne facciamo richiesta gli vengano forniti adeguati materiali e forniture necessarie per il parto.

7. Chiediamo al governo federale di prestare particolare attenzione al modo in cui la strategia sanitaria viene attuata dal governo locale in Chiapas. Riconosciamo l’impegno del lavoro e ribadiamo le esigenze espresse dalla Sezione 50 della Sindacato Nazionale dei Lavoratori della Segreteria di Salute dello Stato del Chiapas, che dicono letteralmente:

“In questo momento manca una leadership efficace nello Stato per far fronte a questa circostanza, la nostra istituzione è attualmente gestita con scopi politici e non scientifici, quindi non rappresenta gli interessi della salute pubblica del nostro Stato, per questo motivo disconosciamo questa rappresentanza ufficiale e come lavoratori ci organizzeremo, come sappiamo farlo, per affrontare la pandemia.

Chiediamo al governatore dello Stato, dott. Rutilio Escandón Cadenas, di licenziare immediatamente il politico segretario della salute, con l’immediata sostituzione di esperti in epidemiologia che ci sono in Chiapas “.

8. Informazioni rapide e trasparenti sui protocolli sanitari in Chiapas. Per offrire un’assistenza dignitosa è necessario che il personale sia adeguatamente protetto secondo i protocolli stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

9. Garantire servizi di base per le reti di approvvigionamento di acqua potabile, fognature, elettricità, strutture igieniche-sanitarie per la popolazione in generale e con particolare attenzione a ospedali, case di cura, case per anziani, centri di detenzione per migranti, carceri e asili dei bambini.

10. Garantire e regolare la fornitura di alimenti per evitare speculazioni sui prezzi degli articoli di prima necessità. Ai piccoli produttori con prodotti in eccesso fissare prezzi di garanzia e facilitare la distribuzione dei loro prodotti. Promuovere i mercati degli agricoltori per prodotti agro-ecologici o di trasformazione per la distribuzione locale. Garantire che sul totale degli acquisti dei prodotti alimentari dello Stato messicano si destini una percentuale ai piccoli produttori di eccedenze.

11. Concepire tempestivi piani economici, senza alcuna condizione, per accompagnare degnamente le famiglie che non hanno salari e posti di lavoro garantiti. Monitorare e garantire che questi sussidi non diventino oggetto di clientela e corruzione.

12. Che il processo di riconversione ospedaliera sia trasparente a livello statale e distrettuale con una chiara e precisa promozione e diffusione del percorso di assistenza urbana e di copertura rurale, senza trascurare l’assistenza ospedaliera e la consulenza ambulatoriale ai pazienti NO COVID19 .

13. Informazioni sulle strategie a sostegno di altri problemi derivati ​​dalle fasi 2 e 3 come la violenza all’interno della famiglia, la violenza femminicida, psicologica, economica, fisica e sessuale contro i bambini e le donne, la stigmatizzazione dei pazienti COVID, l’attacco agli operatori sanitari.

14. Chiediamo che in nessun caso vengano applicate misure di forza da parte della polizia e degli organi militari allo scopo di contenere la popolazione, che potrebbero generare azioni illegali e violazioni dei diritti umani delle persone.

15. Fermare la narrazione della guerra, la promozione della paura, la repressione fisica 

dello Stato e la dimostrazione di forza, che esercita simbolicamente violenza fisica, provoca paura e solitudine che impediscono la costruzione di solidarietà e legami collettivi. 

La promozione deliberata di rumors, la disinformazione e il panico rendono le persone malate, smobilita e, all’estremo, si converte in una stigmatizzazione e persecuzione dell’altro.

Riconosciamo gli sforzi che la società chiapaneca sta compiendo rimanendo a casa, così come le proposte sanitarie autonome delle comunità e dei villaggi; apprezziamo le iniziative delle piccole imprese che stanno facendo la loro parte, ricordiamo le grandi manifestazioni di solidarietà che si stanno svolgendo pertanto invitiamo le autorità ad agire in modo responsabile ed adempiere pienamente al loro mandato pubblico.

Apprezziamo e riconosciamo il lavoro, l’impegno e la dedizione dei lavoratori e lavoratrici della salute.

Continueremo a lavorare in modo coordinato ed in maniera condivisa con la società e con le persone con le quali camminiamo, continueremo con la diffusione di informazioni nelle lingue locali, promuovendo reti di solidarietà e sostegno reciproco e manteniamo anche la nostra azione di osservazione, documentazione e denuncia di azioni che violano i diritti umani delle persone in questi territori.

Firmano:

Organizaciones:

At`el Antsetik Centro Comunitario; Centro de Capacitación en Ecología y Salud para Campesinos/Defensoría del Derecho a la Salud (CCESC-DDS); Enlace, Comunicación y Capacitación, A.C.; ProMedios; Melel Xojobal, A.C.; Alianza Pediátrica Global; Comisión Para la Defensa de los Derechos Humanos, A.C.; Salud y Desarrollo Comunitario (Sadec); Casa de la Mujer Ixim Antsetic; Agua y Vida: Mujeres, Derechos y ambiente, A.C; Voces Mesoamericanas, Acción con Pueblos Migrantes, AC; Desarrollo Económico y Social de los Mexicanos Indígenas, A.C. (DESMI); Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, A.C. (Frayba); Centro de Estudios para el Cambio en el Campo Mexicano, A.C. ( CECCAM); Instituto Mexicano para el Desarrollo Comunitario (IMDEC); Una mano amiga en la lucha contra el sida AC; Formacion y Capacitación A.C.; Centro de Derechos Humanos Fray Matias de Córdoba A.C.; Apostólicas del Corazón  de Jesús (ACJ) Tapachula; Kaltsilaltik, A.C., Comitán.; Iniciativas para el Desarrollo Humano A.C.; SJM Frontera Comalapa; Centro de derechos de las víctimas de violencia Minerva Bello, Fideicomiso para la salud de los niños indígenas A.C.

Red de Resistencia y Rebeldía Ajmaq

Red por los Derechos de la Infancia y la Adolescencia en Chiapas (REDIAS)

Red Por la Paz

Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, (San Cristóbal de Las Casas); Centro de Derechos Humanos Fray Pedro Lorenzo de la Nada, (Ocosingo); Centro de Derechos Indígenas A.C. CEDIAC; Centro de derechos de la Mujer (San Cristóbal de Las Casas);  Comisión de Apoyo para la Unidad y Reconciliación Comunitaria (CORECO ) (San Cristóbal de Las Casas); Desarrollo Económico y Social de los Mexicanos Indígenas (DESMI ) (San Cristóbal de Las Casas);  Educación para la paz (EDUPAZ) (Comitán); Enlace, Capacitación y Comunicación (Ocosingo y Comitán); Servicios y Asesoría para la Paz (SERAPAZ ) (Ocosingo).

Red Nacional de Organismos Civiles de Derechos Humanos  “Todos los Derechos para Todas y Todos”

(formata da 86 organizzazioni presenti in 23 Stati della Repubblica messicana):

Academia Hidalguense de Educación y Derechos Humanos A.C. (ACADERH) (Hidalgo); Agenda LGBT (Estado de México); Alianza Sierra Madre, A.C. (Chihuahua); Aluna Acompañamiento Psicosocial, A.C.(Ciudad de México); Asistencia Legal por los Derechos Humanos, A.C. (AsiLegal) (Ciudad de México); Asociación Jalisciense de Apoyo a los Grupos Indígenas, A.C. (AJAGI) (Guadalajara, Jal.); Asociación para la Defensa de los Derechos Ciudadanos “Miguel Hidalgo” (Jacala Hgo.); Bowerasa, A.C. “Haciendo Camino” (Chihuahua, Chih.); Casa del Migrante Saltillo (Saltillo, Coah.); Católicas por el Derecho a Decidir, A.C. (Ciudad de México); Centro de Capacitación y Defensa de los Derechos Humanos e Indígenas, Asociación Civil (CECADDHI) (Chihuahua); Centro “Fray Julián Garcés” Derechos Humanos y Desarrollo Local, A. C. (Tlaxcala, Tlax.); Centro de Apoyo al Trabajador, A.C. (CAT) (Ciudad de México); Centro de Derechos de la Mujeres de Chiapas (San Cristóbal de Las Casas, Chis.); Centro de Derechos Humanos “Don Sergio” (Jiutepec, Mor.); Centro de Derechos Humanos “Fray Bartolomé de Las Casas”, A. C. (San Cristóbal de Las Casas, Chis); Centro de Derechos Humanos “Fray Francisco de Vitoria O.P.”, A. C. (Ciudad de México); Centro de Derechos Humanos “Fray Matías de Córdova”, A.C. (Tapachula, Chis.); Centro de Derechos Humanos “Juan Gerardi”, A. C. (Torreón, Coah.); Centro de Derechos Humanos “Miguel Agustín Pro Juárez”, A. C. (Ciudad de México); Centro de Derechos Humanos de la Montaña, Tlachinollan, A. C. (Tlapa, Gro.); Centro de Derechos Humanos de las Mujeres (Chihuahua); Centro de Derechos Humanos de los Pueblos del Sur de Veracruz “Bety Cariño”, A.C. (Tatahuicapan de Juárez, Ver.); Centro de Derechos Humanos Digna Ochoa, A.C (Tonalá, Chis.); Centro de Derechos Humanos Paso del Norte (Cd. Juárez, Chih.); Centro de Derechos Humanos Toaltepeyolo (Orizaba, Veracruz); Centro de Derechos Humanos Victoria Diez, A.C. (León, Gto.); Centro de Derechos Humanos Zeferino Ladrillero (CDHZL) (Estado de México); Centro de Derechos Indígenas “Flor y Canto”, A. C. (Oaxaca, Oax.); Centro de Derechos Indígenas A. C. (Bachajón, Chis.); “Centro de Estudios Sociales y Culturales Antonio de Montesinos, A.C.” (CAM) (Ciudad de México); Centro de Investigación y Capacitación Propuesta Cívica A. C. (Propuesta Cívica) (Ciudad de México); Centro de Justicia para la Paz y el Desarrollo, A. C. (CEPAD) (Guadalajara, Jal.); Centro de los Derechos del Migrante (Ciudad de México); Centro de Reflexión y Acción Laboral (CEREAL-Guadalajara) (Guadalajara, Jal.); Centro Diocesano para los Derechos Humanos “Fray Juan de Larios”, A.C. (Saltillo, Coah.); Centro Juvenil Generando Dignidad (Comalcalco, Tabasco); Centro Kalli Luz Marina (Orizaba, Ver.); Centro Mexicano de Derecho Ambiental (CEMDA) (Ciudad de México); Centro Mujeres (La Paz, BCS.); Centro Regional de Defensa de DDHH José María Morelos y Pavón, A.C. (Chilapa, Gro.); Centro Regional de Derechos Humanos “Bartolomé Carrasco”, A.C. (BARCA) (Oaxaca, Oax.); Centro Universitario por la Dignidad y la Justicia Francisco Suárez, S.J. (CUDJ)(Guadalajara, Jal.); Ciencia Social Alternativa, A.C. KOOKAY (Mérida, Yuc.); Ciudadanía Lagunera por los Derechos Humanos, A.C. (CILADHAC) (Torreón, Coah.); Colectivo contra la Tortura y la Impunidad (CCTI) (Ciudad de México); Colectivo Educación para la Paz y los Derechos Humanos, A.C. (CEPAZDH) (San Cristóbal de Las Casas, Chis.); Comisión Ciudadana de Derechos Humanos del Noroeste (Mexicali, Baja California); Comisión de Derechos Humanos y Laborales del Valle de Tehuacán, A.C. (Tehuacán, Pue.); Comisión de Solidaridad y Defensa de los Derechos Humanos, A.C. (COSYDDHAC) (Chihuahua, Chih.);  Comisión Regional de Derechos Humanos “Mahatma Gandhi”, A. C. (Tuxtepec, Oax.); Comité Cerezo (Ciudad de México); Comité Cristiano de Solidaridad Monseñor Romero (Ciudad de México); Comité de Defensa de las Libertades Indígenas (Palenque, Chis.); Comité de Defensa Integral de Derechos Humanos Gobixha A.C. (CODIGODH) (Oaxaca, Oax.); Comité de Derechos Humanos “Fr. Pedro Lorenzo de la Nada”, A. C. (Ocosingo, Chis.); Comité de Derechos Humanos “Sierra Norte de Veracruz”, A. C. (Huayacocotla, Ver.); Comité de Derechos Humanos Ajusco (Ciudad de México); Comité de Derechos Humanos de Colima No Gubernamental A. C. (Colima, Col.); Comité de Derechos Humanos de Comalcalco, A. C. (CODEHUCO) (Comalcalco, Tab); Comité de Derechos Humanos de Tabasco, A. C. (CODEHUTAB) (Villahermosa, Tab); Comité de Derechos Humanos y Orientación Miguel Hidalgo, A. C. (Dolores Hidalgo, Gto.); Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos “Hasta Encontrarlos”(Ciudad de México); Comité Sergio Méndez Arceo Pro Derechos Humanos de Tulancingo, Hgo A.C. (Tulancingo, Hgo.); Consultoría Técnica Comunitaria AC (CONTEC) (Chihuahua); El Caracol, A.C (Ciudad de México); Estancia del Migrante González y Martínez, A.C. (Querétaro, Qro.); Frente Cívico Sinaloense. Secretaría de Derechos Humanos (Culiacán, Sin.); Fundación para la Justicia y el Estado Democrático de Derecho (Ciudad de México); Indignación, A. C. Promoción y Defensa de los Derechos Humanos (Mérida, Yuc.); Instituto de Derechos Humanos Ignacio Ellacuria, S.J. Universidad Iberoamericana- Puebla (Puebla, Pue.); Instituto Mexicano de Derechos Humanos y Democracia (Ciudad de México); Instituto Mexicano para el Desarrollo Comunitario, A. C. (IMDEC) (Guadalajara, Jal.); Justicia, Derechos Humanos y Género, A.C. (Ciudad de México); La 72, Hogar-Refugio para Personas Migrantes (La 72) (Tenosique, Tabasco); Mujeres Indígenas por la Conservación, Investigación y Aprovechamiento de los Recursos Naturales, A. C. (CIARENA) (Oaxaca); Promoción de los Derechos Económicos, Sociales y Culturales (PRODESCAC) (Estado de México); Proyecto de Derechos Económicos, Sociales y Culturales (ProDESC) (Ciudad de México); Proyecto sobre Organización, Desarrollo, Educación e Investigación (PODER) (Ciudad de México); Red Solidaria de Derechos Humanos, A.C. (Morelia, Michoacán); Respuesta Alternativa, A. C. Servicio de Derechos Humanos y Desarrollo Comunitario (San Luis Potosí); Servicios de Inclusión Integral, A.C. (SEIINAC) (Pachuca, Hgo.); Tequio Jurídico A.C. (Oaxaca, Oax.); Uno de Siete Migrando A. C.(Chihuahua, Chih.); VIHas de Vida (Guadalajara, Jal.); Voces Mesoamericanas, Acción con Pueblos Migrantes AC (San Cristóbal de Las Casas, Chiapas).

Mesa de Coordinación Transfronteriza Migraciones y Género Capítulo Guatemala:

American Friends Service Committee, Oficina Regional de América Latina y El Caribe  (AFSC); Asociación Comunitaria Multisectorial de Monitoreo Comunitario en Salud y Apoyo a Migrantes (ACOMUMSAM); Asociación Consejería Oxlajuj Ix para Centroamérica y México (CAMEX); Asociación Coordinadora Comunitaria de Servicios para la Salud-Guatemala ACCSS; Asociación de Desarrollo Social de Ixcán (ADESI); Asociación de Familiares de Migrantes Desaparecidos de Guatemala (AFAMIDEG); Asociación Lambda, Consejo de Juventud para el Desarrollo Ixcoyense  (COJDI); Comisión de Asuntos Migratorios de Ixcán -CAMI; Comité Municipal de Migración; Equipo de Estudios Comunitarios y Acción Psicosocial (ECAP); Federación Guatemalteca de Escuelas Radiofónicas (FGER); Gobierno Ancestral Plurinacional Q’anjoba’l; Jóvenes por el Cambio; Mamá Maquin; Médicos del Mundo Francia – España; Mesa Nacional para las Migraciones en Guatemala (MENAMIG);  Molanil K´inal B´e; Pastoral Social La Libertad Cristo de Esquipulas; Pop Noj’; Red  Juvenil Ak´Molam; Sociedad Civil. Capítulo México: American Friends Service Committee, Oficina Regional para América Latina y El Caribe  (AFSC); Centro de Derechos Humanos Oralia Morales; Centro de Derechos Humanos Fray Matías de Córdova;  Coalición Indígena de Migrantes de Chiapas (CIMICH); Comité de Derechos Humano Fray Pedro Lorenzo de la Nada A.C.; Formación y Capacitación A.C. (FOCA); Iniciativas para el Desarrollo Humano A.C.; Instituto Mexicano para el Desarrollo Comunitario (IMDEC); Instituto para las Mujeres en la Migración AC (IMUMI); La 72, Hogar – Refugio para Personas Migrantes; Médicos del Mundo Francia – España, Pastoral de Migrantes; Parroquia de Frontera Comalapa; Servicio Jesuita a Migrantes  (SJM); Servicio Jesuita a Refugiados  (SJR), Servicio Pastoral a Migrantes San Martin de Porres (SEPAMI – SMP ); Una Ayuda para ti Mujer Migrante A.C.; Voces Mesoamericanas, Acción con Pueblos Migrantes, A.C.

Colectivo de Monitoreo y Observación de Derechos Humanos del Sureste Mexicano:

American Friends Service Committee  – Oficina Regional de América Latina y El Caribe (AFSC), Apostólicas del Corazón de Jesús (ACJ),  Centro de Derechos Humanos Digna Ochoa, Centro de Derechos Humanos Fray Matías de Córdova, Centro de Derechos Humanos Tepeyac, Centro de Derechos de las Víctimas de la Violencia Minerva Bello, Formación y Capacitación (FOCA), Iniciativas para el Desarrollo Humano, Kaltsilaltik, Red Jesuita con Migrantes – Centroamérica y Norteamérica, Servicio Jesuita a Migrantes – Frontera Comalapa, Servicio Jesuita a Refugiados México (JRS México), Tzome Ixuk-Mujeres Organizadas A.C., Una Mano Amiga en la Lucha contra el SIDA, Voces Mesoamericanas, Acción con Pueblos Migrantes, AC.

traduzione di Cooperazione Rebelde Napoli

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Determinazioni sociali della pandemia: uno sguardo dal Chiapas
Il 20 aprile 2020, diverse organizzazioni sociali, associazioni civili e collettivi hanno pubblicato un Pronunciamiento por la vida (al link trovate la traduzione del documento) in cui analizzano le dimensioni sociali della pandemia di COVID-19 e offrono input per generare strategie per affrontare in maniera solidale la situazione, sia a livello nazionale sia nel contesto specifico del Chiapas. Si tratta di organizzazioni e gruppi che da anni lavorano per la difesa e la promozione dei diritti umani, civili, politici, economici, sociali, culturali e ambientali in Chiapas.
In una conferenza stampa trasmessa quel giorno da Rompeviento TV, i membri di alcune organizzazioni firmatarie hanno descritto analiticamente le dimensioni sociali della pandemia nel contesto del Chiapas: Ana Valadez Ortega (ricercatrice presso la CECCAM e membro del DESMI), Deyanira Clériga Morales (collaboratrice di Voces Mesoamericanas y Acción con Pueblos Migrantes), Marcos Arana Cedeño (direttore del Centro de Capacitación Ecológica y Salud para Campesinos) e Pedro Faro Navarro (direttore del Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas).
Come ha spiegato Ana Valadez, il processo di discussione collettiva è nato da un’iniziativa di operatori sanitari che lavorano nel campo della salute collettiva da 30, 40 anni in Chiapas; molti di loro, per diversi decenni, hanno formato un gran numero di contadini ad essere promotori e promotrici di salute, a partire dalla diaspora guatemalteca e fino al processo di formazione della salute autonoma delle comunità zapatiste. È stata la consapevolezza acquisita in quegli anni di lavoro che li ha portati a esaminare i determinanti sociali della pandemia, una discussione “che è nata in seno ad un’agenda di discussione critica dei grandi pensatori della salute a livello latinoamericano”.
Marcos Arana ha analizzato le origini e le conseguenze della pandemia. Il virus SARS-CoV-2, la variante del coronavirus che causa la malattia COVID-19, sostiene Arana, non è di origine “naturale”; la sua mutazione è un prodotto del sistema di produzione alimentare agro-industriale, che ha dato origine ad altre malattie come il virus H1N1, che è emerso in Messico in una fattoria di suini nel 2009, e che molto probabilmente continuerà a dare origine a nuove malattie.
D’altra parte, Arana ha sottolineato le disparità nelle conseguenze della pandemia. Differenze nelle informazioni, sovraffollamento, cattiva alimentazione, scarso accesso al sistema sanitario, malnutrizione, prevalenza di malattie di maggiore incidenza nella povertà (come l’obesità e il diabete) … tutto ciò rende chi è in basso, i meno privilegiati, quelli che soffrono molto di più le conseguenze della pandemia.
Pedro Faro ha posto l’attenzione su due categorie di popolazione particolarmente vulnerabili, in particolare nello stato del Chiapas: le vittime di allontanamenti forzati e i prigionieri. In Chiapas vi sono quasi 10.000 sfollati, vittime di sgomberi strettamente collegati agli alti livelli di violenza da parte di gruppi paramilitari. Tra questi il caso di Aldama, dove, malgrado la presenza della Guardia Nazionale, le sparatorie e gli attacchi continuano. D’altro canto, le prigioni del Chiapas sono in condizioni di sovraffollamento senza alcun tipo di azione sanitaria, rendendo la popolazione carceraria altamente vulnerabile al contagio.
Deyanira Clériga Morales si è concentrata sulla situazione dei migranti, sia interni che esterni. Le raccomandazioni per “restare a casa” rappresentano un’ossimoro nel caso di migranti internazionali, migranti rimpatriati (espulsi dagli Stati Uniti o coloro che rientrano da altri stati del Messico dopo aver perso il lavoro), nonché per coloro che si trovano a vivere in strada. Il ritorno dei migranti interni o esterni alle loro comunità avviene senza le necessarie condizioni: misure di accoglienza e quarantena che garantiscono il benessere dei migranti stessi e la sicurezza delle comunità.
Ana Valadez ha sottolineato la divergenza tra le misure del governo (così come le istituzioni sanitarie private), le politiche incentrate sui singoli soggetti e l’organizzazione comunitaria, che si basa su una visione collettiva. Stare a casa, ad esempio, secondo quella visione collettiva, significa stare in comunità. Il problema di questa differenza, sostiene Valadez, è che rafforza un discorso nel quale apparentemente “tutto è sotto controllo” e sostiene un paradigma che non è sufficiente per risolvere la situazione, semplicemente perché non contempla la dimensione collettiva.
In questo senso, è essenziale il ruolo dei sindacati (come la Sezione 50 in Chiapas), dei tecnici e delle organizzazioni della società civile che da anni collaborano con la salute collettiva e in particolare le ostetriche. Le ostetriche e i promotori della salute sono particolarmente importanti, poiché sono loro che possono contenere il problema all’inizio e promuovere misure a livello comunitario, cioè collettivamente. La risposta delle comunità zapatiste, che hanno dichiarato un allarme rosso e hanno adottato misure molto efficaci, ne sono un esempio. Ma ci sono molte altre comunità che, a causa degli anni di guerre e politiche “a bassa intensità” volte a dividere e confrontarsi con i popoli, hanno visto la loro organizzazione comunitaria compromessa. In sintesi, è essenziale sostenere e promuovere la partecipazione degli agenti della comunità (*), con una visione della salute collettiva e non semplicemente individuale.
(*) Con il termine agenti di comunità si fa riferimento all’esperienza, risalente al 1930, quando in Perù, nella città di Puno, sul lato occidentale del lago Titicaca, il medico Manuel Núñez Butrón, mise insieme un gruppo di contadini con cui iniziò a sviluppare un lavoro sul concetto di salute quale risultato di igiene, buona alimentazione, vita all’aria aperta realizzando la missione di promuovere azioni e cambiamenti culturali, per migliorare le condizioni sanitarie ed eliminare l’analfabetismo.

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L’EZLN CHIUDE I CARACOLES A CAUSA DEL CORONAVIRUS ED INVITA A NON ABBANDONARE LE LOTTE IN ATTO

COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDANCIA GENERALE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

16 MARZO 2020

AL POPOLO DEL MESSICO:
AI POPOLI DEL MONDO:
AL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO – CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO:
ALLA SEXTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE:
ALLE RETI DI RESISTENZA E RIBELLIONE:

SORELLE, FRATELLI, HERMANOAS:
COMPAGNI, COMPAGNE, COMPAÑEROAS:

VI COMUNICHIAMO CHE:

CONSIDERANDO LA MINACCIA REALE, SCIENTIFICAMENTE COMPROVATA, PER LA VITA UMANA CHE RAPPRESENTA IL CONTAGIO DEL COVID-19, ANCHE NOTO COME “CORONAVIRUS”.

CONSIDERANDO LA FRIVOLA IRRESPONSABILITÀ E LA MANCANZA DI SERIETÀ DEI MALGOVERNI E DELLA CLASSE POLITICA NELLA SUA TOTALITÀ, CHE FANNO USO DI UN PROBLEMA UMANITARIO PER ATTACCARSI RECIPROCAMENTE INVECE DI ADOTTARE LE MISURE NECESSARIE PER AFFRONTARE QUESTO PERICOLO CHE MINACCIA LA VITA SENZA DISTINZIONE DI NAZIONALITÀ, SESSO, RAZZA, LINGUA, CREDO RELIGIOSO, MILITANZA POLITICA, CONDIZIONE SOCIALE E STORIA.

CONSIDERANDO LA MANCANZA DI INFORMAZIONE VERITIERA ED OPPORTUNA SULLA PORTATA E GRAVITÀ DEL CONTAGIO, COSÌ COME L’ASSENZA DI UN PIANO REALE PER AFFRONTARE LA MINACCIA.

CONSIDERATO IL COMPROMESSO ZAPATISTA NELLA NOSTRA LOTTA PER LA VITA.

ABBIAMO DECISO DI:

PRIMO.- DECRETARE L’ALLERTA ROSSA NEI NOSTRI VILLAGGI, COMUNITÀ E QUARTIERI ED IN TUTTE LE ISTANZE ORGANIZZATIVE ZAPATISTE.

SECONDO.- RACCOMANDARE ALLE GIUNTE DI BUON GOVERNO E MUNICIPI AUTONOMI RIBELLI ZAPATISTI, LA CHIUSURA TOTALE E IMMEDIATA DEI CARACOLES E DEI CENTRI DI RESISTENZA E DISOBBEDIENZA.

TERZO.- RACCOMANDARE ALLE BASI DI APPOGGIO E A TUTTA LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA DI SEGUIRE UNA SERIE DI RACCOMANDAZIONI E MISURE DI IGIENE STRAORDINARIE CHE SARANNO TRASMESSE NELLE COMUNITÀ, VILLAGGI E QUARTIERI ZAPATISTI.

QUARTO.- DI FRONTE ALL’ASSENZA DEI MALGOVERNI, ESORTARE TUTTE, TUTTI E TODOAS, IN MESSICO E NEL MONDO, AD ADOTTARE TUTTE LE MISURE SANITARIE NECESSARIE CHE, SU BASI SCIENTIFICHE, PERMETTANO DI USCIRE, E IN VITA, DA QUESTA PANDEMIA.

QUINTO.- INVITIAMO A NON ABBANDONARE LA LOTTA CONTRO LA VIOLENZA FEMMINICIDA, A CONTINUARE LA LOTTA IN DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA MADRE TERRA, A MANTENERE LA LOTTA PER LE/I DESAPARECID@S, ASSASSINAT@ E CARCERAT@, E AD INNALZARE BEN ALTA LA BANDIERA DELLA LOTTA PER L’UMANITÀ.

SESTO.- INVITIAMO A NON PERDERE IL CONTATTO UMANO, BENSÌ A CAMBIARE TEMPORANEAMENTE I MODI DI SAPERCI COMPAGNE, COMPAGNI, COMPAÑEROAS, SORELLE, FRATELLI, HERMANOAS.

LA PAROLA E L’ASCOLTO, CON IL CUORE, HANNO MOLTE STRADE, MOLTI MODI, MOLTI CALENDARI E MOLTE GEOGRAFIE PER INCONTRARSI. E QUESTA LOTTA PER LA VITA PUÒ ESSERE UNA DI QUESTE.

È TUTTO.

DALLE MONTAGNE DEL SUDEST MESSICANO.
Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Moisés
Messico, marzo 2020

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/03/16/por-coronavirus-el-ezln-cierra-caracoles-y-llama-a-no-abandonar-las-luchas-actuales/

 

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NON ABBIAMO BISOGNO DI ALCUN PERMESSO PER LOTTARE PER LA VITA. LE DONNE ZAPATISTE SI UNISCONO ALLO SCIOPERO NAZIONALE DEL 9 MARZO

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

1 marzo 2020

Alle Donne che lottano in Messico e nel Mondo.

Da: Le Donne indigene zapatiste dell’EZLN.

Compagna e sorella:

Ti salutiamo a nome delle donne indigene zapatiste di tutte le età, dalle più piccine a quelle più mature d’età. Speriamo che u stia bene e in lotta in compagnia delle tue famiglie, sorelle e compagne.

Qua abbiamo molti problemi a causa dei paramilitari che ora sono del partito Morena, e prima erano del PRI, del PAN e del Verde Ecologista.

Ma non è di questo che ti vogliamo parlare, bensì di qualcosa di più urgente e più importante. Della enorme violenza contro le donne che non cessa ma aumenta in quantità e crudeltà. Degli omicidi e sparizioni di donne; una follia che sembrava inimmaginabile. Nessuna donna, di qualunque età, classe sociale, militanza politica, colore, razza o credo religioso è in salvo. Si potrebbe pensare che le donne ricche, quelle che stanno al governo e quelle che hanno a loro protezione guardie e poliziotti siano al sicuro, ma nemmeno loro, perché molto spesso la violenza che ci fa sparire, ci sequestra e i uccide arriva da parenti, amicizie e conoscenti.

Bisogna farla finita con queste violenze, da dovunque vengano. Per questo avevamo invitato a manifestare, in quanto donne, il giorno 8 marzo 2020. Ognuno a modo suo, nel suo luogo e tempo. E invitiamo a far sì che la parola d’ordine di queste manifestazioni sia fermare la violenza contro le donne. E dire chiaro che non dimentichiamo le desaparecidas e assassinate in tutti i governi, che siano tricolori, azzurri, verdi, gialli, rossi, arancio, caffè o di qualsiasi colore, perché sono uguali. E per ricordare ai malgoverni le donne che ci mancano, proponiamo di indossare un segno di colore nero sui nostri abiti. Perché siamo in lutto per tante uccisioni di donne in tutto il mondo. E peggio ancora nemmeno le più piccine sono al sicuro.

Sorella e compagna:

Alcuni giorni fa abbiamo saputo che un gruppo di sorelle femministe di Veracruz, del collettivo “Brujas del Mar”, ha avuto una buona idea invitando ad una mobilitazione di protesta contro la violenza. La sua idea è di proclamare un giorno di assenza il 9 marzo, cioè che si veda e si senta che cosa succede senza le donne, che sia uno Sciopero delle Donne.

Che sia non andare a lavorare, non fare acquisti, non muoverci, che non ci vedano. Perché, dicono chiaro, sembra che le donne siano il nemico principale ed il sistema ci vuole liquidare, cioè annichilire.

Poi vediamo cosa succede con i maschietti e le maschiette patriarcali che ci sono nel malgoverno, nei partiti politici e nelle grandi imprese. A loro non importa la disgrazia maledetta che vivono e che muoiono le donne in Messico. Quello che interessa loro è cavalcare questo dolore e, cancellandolo, litigare su chi è più fico.

I potenti ed i loro capoccia politici da una parte fanno i sensibili ma non riescono a scrollarsi di dosso il loro modo patriarcale perché dicono che danno “permesso” alle donne di protestare perché le ammazzano. Adesso ci danno il permesso di lottare per vivere. Sono senza vergogna loro e le donne che hanno lo stesso pensiero dei maschi, anche se sono donne.

D’altro canto, c’è il governo supremo che si arrabbia perché ormai la gente non ascolta più quello che dice o vomita dalla bocca. Perché alcune donne, ancor peggio jóvenas, gli hanno tolto il microfono e gridano ciò che il malgoverno tace. È ridicolo che i cosiddetti oppositori ed oppositrici politici si comportino da persone perbene che danno il “permesso” di vivere, è più ridicolo ancora che il malgoverno ed i suoi fanatici e fanatiche accusino di essere “golpista” la lotta per la vita delle donne. Ora sì che è anche peggio, perché così comandano che nessuno può vivere o sopravvivere senza il loro permesso, e nessuno può lottare se non lo dice il malgoverno con qualche sua trovata. I maschilisti patriarcali sono così, credono che tutto il mondo giri attorno a loro. Se qualcuno lotta senza permesso, allora è contro il malgoverno. Se assassinano le donne, se le fanno sparire, se le sequestrano, se le torturano, se le sfigurano, è perché quelle donne vittime sono parte di un piano che vuole far cadere un governo. Non hanno vergogna.

E ancora gli svergognati patriarcali di governi e padroni danno i loro consigli maschilisti alle donne: di non lasciarsi manipolare, di comportarsi bene, non scagliare pietre e non rompere vetrine, vestirsi bene, non sollevare lo sguardo, non dare occasione di pettegolezzo, stare attente a ciò che dicono, scrivono e pensano. Cioè, che non facciano niente senza il loro permesso. Siamo abbastanza mature affinché ci ammazzino, ci facciano sparire ci violentino, ma non per pensare, analizzare e decidere. Sono veramente degli schifosi… e schifose, perché ci sono anche delle donne che li applaudono.

Dicono che per tutto bisogna chiedere permesso al malgoverno o al padrone, perfino per sopravvivere. Le cose stanno così, compagna e sorella, per le donne in Messico e nel mondo che stanno sopravvivendo. Cioè vivendo nella paura. E questo non è vivere, ma è solo non morire… fino a che ci ammazzano o ci fanno sparire, e tutto con violenza terroristica.

E c’è anche chi, presuntamente di sinistra, guarda divertendo come il malgoverno mostra di essere schifoso o ignorante. Come se fosse necessario guardare le stronzate dei malgoverni per sapere che sono entrambe le cose.

Queste persone inoltre calcolano se avvantaggia oppure no i malgoverni, o se avvantaggia gli oppositori. Ma non gli importa se l’iniziativa è buona o cattiva per la lotta per la vita che fanno le donne. Guardano gli omicidi, le sparizioni, le violenze e si rallegrano perché questo dimostra che il malgoverno è, oltre che cattivo, un incapace. Queste persone dovrebbero invece domandarsi se i loro valori di sinistra, come dicono di essere, fanno loro guardare le lotte come se fossero al mercato della frutta a scegliere che cosa comprare oppure solo a guardare.

Ed in tutto questo blaterare dei malgoverni, i grandi mezzi di comunicazione, i partiti politici e le grandi menti dimenticano la cosa più importante che segna i giorni 8 e 9 marzo, che non è che ci stanno ammazzando in quanto donne, ma è che lottiamo per la nostra vita con tutti i mezzi e ognuna a nostro modo, tempo e luogo.

E se a loro non importa la vita, allora non sono né di destra, né di sinistra, né di centro. Non sono umani.

La lotta per la vita è essenziale per tutta l’umanità e non ha bisogno del permesso di nessuno perché l’abbiamo nel sangue. E se qualcuno pensa che la lotta per la vita delle donne è golpista o di destra o di governo o di sinistra o antigovernativa o è di un colore, pensiero o religione, allora difende la morte. Se vengono a sapere di un’altra assassinata, prima domandano di che colore è la sua pelle, il suo partito, la sua religione: e poi sparlano di lei, non degli assassini, ma della donna vittima.

Noi non capiamo come è che il mondo è arrivato a questo punto, e poi ancora dicono che noi indigene zapatiste siamo arretrate e non conosciamo lo sviluppo e il progresso che portano i megaprogetti e il denaro e il consumo. Questo è il loro progresso: svendere la vita delle donne perché sembra che sia molto economico far sparire, sequestrare o assassinare una donna, perché non c’è punizione. Non mancherà neppure chi applaude e dica “una nemica in meno”, “un disturbo in meno”, “una peccatrice in meno”, “una radicale in meno”, “una conservatrice in meno”, “una donna in meno”.

Non capiamo perché ci sono persone così, ma capiamo che non possiamo non fare niente pensando che queste sofferenze e rabbie sono di altre e che non ci tocchino… fino a che ci toccano.

-*-

Come donne zapatiste questo è quello che pensiamo e sentiamo quando analizziamo le parole e le azioni delle sorelle streghe:

Primo.- Noi salutiamo la loro iniziativa. La consideriamo qualcosa di prezioso, buono, nobile, onesto e legittimo. E l’appoggeremo secondo i nostri modi. Perché qualunque donna, che sia una, o poche, o molte che lottano per la vita, devono sapere che non sono sole. Perché pensiamo che se le assenti, le assassinate, le desaparecidas e le imprigionate devono sapere che non sono sole, a maggior ragione lo devono sapere le vive che lottano.

Pensiamo che sia una buona idea, perché l’8 marzo vedranno e sentiranno le nostre sofferenze e le nostre rabbie. Ed il giorno 9 i maschilisti patriarcali saranno preoccupati di che cosa stiamo pensando o pianificando, non lo sapranno perché non ci guardano. E se ci organizziamo di più e meglio? Perché a volte, dal dolore e la rabbia non segue la disperazione o la rassegnazione. Può essere che segua l’organizzazione.

Secondo.- Per questo, secondo il nostro modo di indigene zapatiste, abbiamo parlato con le altre compagne zapatiste delle comunità. Abbiamo chiesto loro se fosse una buona idea lo sciopero nazionale del 9 marzo. E sì, è una buona idea, ma bisogna fare qualcosa per appoggiarci in quanto donne che lottano.

Abbiamo quindi proposto che il 9 marzo le compagne incaricate di qualche compito, che sia come autorità autonoma, di comando organizzativo o comando militare o di commissioni di educazione, salute, comunicazione e di tutti i lavori che facciamo come donne zapatiste, non si presentino sui luoghi di lavoro.

Questo sarà il nostro modo di dirvi che appoggiamo l’idea del 9 marzo senza donne, come un’iniziativa in più delle donne che lottano per la vita. E siccome le donne indigene siamo maggioranza nell’autonomia zapatista, quel giorno l’autonomia zapatista si fermerà.

Ci abbiamo pensato e ne abbiamo parlato ed è venuto fuori che le compagne delle differenti zone zapatiste siamo d’accordo di unirci allo sciopero del giorno 9 marzo 2020, convocato dalle sorelle Brujas del Mar.

Terzo.- L’8 marzo migliaia di donne zapatiste si riuniranno nei nostri caracoles e parleremo delle sofferenze e delle rabbie che abbiamo ascoltato nei due incontri che abbiamo avuto, ma parleremo anche di lotte, delle nostre e delle vostre, compagne e sorelle che ci leggete. E porteremo un segno di colore nero sui nostri abiti.

Il 9 marzo molte non torneranno nei loro villaggi, ma resteranno e all’alba di quel 9 marzo accenderemo migliaia di luci. Nei caracoles e nei villaggi zapatisti brillerà la luce delle donne.

Non solo affinché le donne che facciano di quel giorno un giorno di lotta sappiano che le guardiamo, che le ammiriamo, che le rispettiamo e che le salutiamo. Ma che non sono sole.

Anche affinché con quelle luci le sorelle assenti, quelle assassinate, le desaparecidas, quelle imprigionate, le migranti, le violentate, sappiano che qua, in queste montagne in resistenza e disobbedienza c’è chi si preoccupa per loro e per le loro famiglie, per il loro dolore e la loro rabbia. E non importa se quella sorella che lotta è bianca o nera o gialla o del colore della terra. Non importa se crede o non crede in qualche religione. Non importa se si veste bene o male. Non importa se ha o no un salario. Non importa se è di qualche partito o no. Non importa se è amica o nemica.

Ciò che importa è che sia viva e libera. Perché così, vive e libere possiamo criticare, sparlare, litigare, o dibattere, discutere, analizzare e forse stringere un accordo: lottare contro la violenza sulle donne.

Con così tante uccisioni passiamo da un lutto all’altro, da un dolore all’altro, da un’indignazione ad un’altra. Forse è questo il piano del sistema maledetto. Che ci ammazzino e facciano sparire affinché non abbiamo tempo né modo di organizzarci e lottare contro il sistema patriarcale e capitalista.

Ma, come accade nella storia del mondo, succederà che ci organizzeremo proprio per fermare questa mattanza. E già dopo ci sarà chi dirà che è finita. Ma ci saranno altre che andranno oltre, fino a distruggere la radice del nostro dolore: il sistema capitalista patriarcale, razzista, sfruttatore, repressivo, ladro e disumano.

Perché, quando finalmente conquisteremo il diritto a vivere, ci sarà chi dirà che la schiavitú è bene e la difenda come destino, mandato divino, sfortuna o perfino buona fortuna.

Ci sarà chi dirà che quello che segue è avere un buon salario. Cioè che il salario da sfruttamento sia uguale per uomini e donne.

Ci sarà chi avrà bisogno della libertà come si ha bisogno dell’aria e lotti per conquistarla.

Ci sarà chi sarà libera e lotti per difendere la propria libertà.

Ci sarà chi dirà che si può da sole, in quanto donne.

E ci sarà chi dirà che bisogna distruggere la bestia del sistema, e che per farlo si deve lottare con tutte, con tutti … e con todoas.

Ed invece di tante assassinate, tante desaparecidas, tante rapite, tante violentate, ci saranno forse tante idee, tanti pensieri, tante forme di lotta in quanto donne.

Allora si capirà forse che la differenza è buona, ma affinché esista questa differenza si deve vivere.

Quarto.- Pertanto, rivolgiamo un rispettoso appello alle sorelle e compagne del Congresso Nazionale Indigeno – Consiglio Indigeno di Governo, della Sexta Nazionale ed Internazionale, e delle Reti in Resistenza e Disobbedienza a che analizzino e discutano la proposta delle sorelle streghe o se ce ne sono altre. E se pensano che stia bene, che si uniscano senza chiedere permesso. Ma se pensano che non stia bene e che sia meglio un’altra cosa o un’altra iniziativa, che sia e senza chiedere permesso.

Così come noi non chiediamo il permesso ai comandanti e alle autorità, né a genitori, figli, fidanzati, mariti o amanti, ma lo facciamo perché non ci siamo sollevati in armi il gennaio 1994 per niente.

Non importa se ci dicono che siamo conservatrici o golpiste o di destra o di sinistra.

E quei malgoverni che dicono che la società si divide in liberale e conservatrice, e dicono di essere contro il neoliberismo, si chiamano “neoconservatori”.

Così la pensiamo e così faremo come donne indigene zapatiste.

E lo faremo SENZA CHIEDERE IL PERMESSO A NESSUN UOMO, che sia cattivo o buono, a nessuno.

È tutto.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per le donne indigene zapatiste dell’EZLN.

Marisol, Yeny, Rosa Nery, Yojari, Lucia, Sol, Elizabet, otra Elizabet, Yolanda, Natalia, Susana, Adela, Gabriela, Anayeli, Zenaida, Cecilia, Diana, Alejandra, Carolina, Dalia, Cristina, Gabriela, Maydeli, Jimena, Diana, Kelsy, Marisol, Luvia, Laura.

Comandantas e Coordinatrici delle Donne Zapatiste dell’EZLN.

Messico, 1° marzo 2020

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/03/01/no-necesitamos-permiso-para-luchar-por-la-vida-las-mujeres-zapatistas-se-unen-al-paro-nacional-del-9-de-marzo/

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Immagini della mobilitazione zapatista del 20 febbraio in Difesa del Territorio e della Madre Terra, per la giustizia per le/i nostr@ mort@, nostr@ desaparecid@s, nostr@ prigionier@ e contro i megaprogetti di morte.

“SAMIR SOMOS TODAS Y TODOS”

Caracol Jacinto Canek. JBG Flor de nuestra palabra y luz de nuestros pueblos que refleja para todos. Comunidad del CIDECI-Unitierra. Municipio oficial de San Cristóbal de las Casas.

Caracol Resistencia y Rebeldía un Nuevo Horizonte. JBG La luz que resplandece al mundo. Dolores Hidalgo. Tierra recuperada.

Caracol Espiral digno tejiendo los colores de la humanidad en memoria de l@s caídos. JBG Semilla que florece con la conciencia de l@s que luchan por siempre. Tulan Ka’u, tierra recuperada.

Caracol Raíz de las Resistencias y Rebeldías por la humanidad. JBG Corazón de nuestras vidas para el nuevo futuro. Ejido Jolj’a.

Caracol Floreciendo la semilla rebelde. JBG Nuevo amanecer en resistencia y rebeldía por la vida y la humanidad. Poblado Patria Nueva, tierra recuperada.

Caracol Madre de los Caracoles de nuestros sueños. JBG Hacia la Esperanza. La Realidad.

Caracol Torbellino de Nuestras Palabras. JBG Corazón del Arcoiris de la esperanza. Morelia.

Caracol Que habla para todos. JBG Nueva Semilla que va a producir. Roberto Barrios.

Caracol Resistencia Hacia un nuevo amanecer. JBG El camino del Futuro. La Garrucha.

Caracol Resistencia y Rebeldía por la Humanidad. JBG Corazón céntrico de los zapatistas delante del mundo. Oventik.

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#SamirSomosTodasyTodos #CNI #CIG #DefensaDelTerritorio #Puebla

“A TODOS LOS COMPAÑEROS LES INFORMAMOS QUE EL COMPAÑERO MIGUEL LÓPEZ VEGA, SE ENCUENTRA LIBRE!”

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Comunicato di denuncia dell’arresto illegale del compagno del CNI, Miguel López Vega

Al popolo de Messico

Alle Reti di Resistenza e Ribellione

Alla Sexta Nazionale e Internazionale

Ai mezzi di comunicazione

Il Congresso Nazionale Indigeno, il Consiglio Indigeno di Governo e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, denunciamo il vile arresto del nostro compagno Miguel López Vega, delegato del Congresso Nazionale Indigeno, membro della radio comunitaria di Zacatepec e del Fronte dei Popoli in Difesa di Terra e Acqua di Puebla, Morelos e Tlaxcala, per mano di persone armate del malgoverno che senza identificarsi hanno privato della libertà Miguel sulla base di un presunto mandato di cattura.

Il sequestro del nostro compagno all’esterno della Segreteria Generale di Governo alle ore 14:30 del 24 gennaio, è la risposta di chi sostiene di governare questo paese alla determinazione dei popoli originari di impedire la distruzione e l’inquinamento industriale del fiume Metlapanapa, è la repressione nel vedere la vita dove loro vedono denaro intriso del dolore della nostra gente.

Come popoli del CNI-CIG, manifestiamo la nostra opposizione alla distruzione e privatizzazione del fiume Metlapanapa che, insieme agli altri megaprogetti di morte, vogliono gettare il nostro paese nel lutto e nella guerra.

Esigiamo l’immediata liberazione del compagno Miguel López Vega.

Distintamente.
gennaio 2020
Mai Più Un Messico Senza Di Noi

Congresso Nazionale Indigeno

Consiglio Indigeno di Governo

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/01/25/comunicado-denunciando-la-detencion-ilegal-del-companero-del-cni-miguel-lopez-vega/

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Il progetto delle Brigate Civili di Osservazione è nato 25 anni fa di fronte alle aggressioni dello Stato messicano contro le comunità indigene in resistenza. Arrivarono persone da diverse parti del mondo per frenare la violenza usando come unici strumenti la documentazione e la denuncia. Tutte queste persone, con la loro presenza e con la denuncia pubblica riuscirono a mitigare gli attacchi militari e paramilitari in diverse zone del Chiapas.

Uno degli obbiettivi dell’accompagnamento delle comunità indigene era aprire uno spazio civile per aiutare a mantenere la speranza, conservare la pace e le dinamiche comunitarie nel contesto di guerra oltre che ad essere testimoni della strategia di guerra dello Stato e denunciarne le azioni.

Conosci e condividi l’esperienza nelle Brico: https://frayba.org.mx/solidaridad/
📻 https://frayba.org.mx/notifrayba-cuando-la-solidaridad-se-hace-presente/

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L’estrattivismo che uccide in Messico

In Messico il governo aggredisce il territorio con le grandi opere mentre gli indigeni lottano e sono uccisi.

Andrea Cegna – Il Manifesto, 9 gennaio 2020

Josué Bernardo Marcial Campo era un giovane di 24 anni di Veracruz, Messico. Musicista e attivista conosciuto con il nome di TioBad. Mescolava il suono jarocho con il rap.

Il 16 dicembre del 2019 l’hanno trovato in una busta di plastica, fatto a pezzi. Negli ultimi 10 anni TíoBad ha lottato per difendere l’uso della tradizionale lingua mixe-popoluca, tipica della sua città, Sayula de Alemán, e con la sua musica ha denunciato lo sfruttamento massivo del suo territorio attraverso il fracking, le promuscuità tra economie legali, illegali e la politica, gli omicidi di giornalisti e i tentativi di cancellare le tradizioni indigene.

TIOBAD SI AGGIUNGE, solo in questo 2019, a Samir Flores Soberanes (Stato di Morelos), Julián Cortés Flores (del Guerrero), Ignacio Pérez Girón (dal Chiapas), José Lucio Bartolo Faustino, Modesto Verales Sebastián, Bartolo Hilario Morales e Isaías Xanteco Ahujote (tutti dal Guerrero), Juan Monroy y José Luis Rosales (dello stato di Jalisco), Feliciano Corona Cirino (da Michoacán) tutti uccisi, denunciano le comunità di appartenenza, perché indigeni e attivisti in difesa del territorio.

CON L’ARRIVO AL GOVERNO DI ANDRES Manuel Lopez Obrador le politiche di stampo estrattivista del governo non si sono fermate. Il «credo» di Amlo è lo stesso degli altri governi «progressisti» del continente ovvero garantire la ridistribuzione di ricchezza sfruttando le risorse naturali del territorio. Vero però che quel tipo di scelta economica ha mostrato la sua fragilità rompendo i legami sociali tra governo e comunità indigene, e spesso – si veda il caso venezuelano – legato le sorti dell’economia statale al ricatto delle multinazionali.
Non più tardi dell’agosto 2019, il centro di analisi e investigazioni Fundar, nel suo studio annuale, chiedeva con urgenza al governo di vietare il fracking, prendere in considerazione alternative sistemiche per superare il modello estrattivista e sostenere forme alternative di sviluppo capaci di proteggere l’ambiente, e così rispettare e garantire i diritti umani di chi vive alcuni territori e lotta per difenderli.

PER ISAIN MANDUJANO, giornalista della rivista Proceso, «il governo di Lopez Obrador non ha una politica ambientalista definita e di alto impatto. Non abbiamo visto, in questi primi mesi, una politica di grande apertura sul tema come peraltro necessario a causa della crisi climatica, per non parlare della situazione economica». Per il giornalista parlare di politiche ambientali significa affrontare le problematiche «delle acque reflue, delle discariche, della contaminazione dei fiumi, dell’assenza di politiche urbane sul riciclo, del disboscamento e della deforestazione».

NEGLI STESSI GIORNI DELL’OMICIDIO di TioBad il governo Lopez Obrador, invece, promuoveva la consultazione delle popolazioni di Chiapas, Tabasco, Yucatan, Camapche e Quintana Roo per dare il via libera al «Tren Maya», infrastruttura ferroviaria irreversibile pensata per collegare Palenque a Cancun e favorire il trasporto e l’accoglienza dei turisti lungo tutti i 1500 chilometri di tragitto. Secondo l’opinionista de La Jornada, Carlos Fazio, «il Tren Maya non è nuovo, non è solo un treno, e non è Maya. Questo progetto non farebbe fare al Messico alcun esodo dal neoliberismo né restituirebbe allo Stato il suo ruolo guida come motore dello sviluppo economico nazionale, poiché la maggior parte degli investimenti sono di privati». Mentre Ana Esther Cecena nel suo Grandi Opere per il mercato mondiale sostiene che tale progetto va nella direzione di «dominare la natura, disciplinarla e trasformarla in una risorsa (capitale naturale), nonché convertire la popolazione in capitale umano», poiché «sono elementi chiave nella determinazione del dominio capitalista sulle forme di vita».

OLTRE IL 90% DI CHI SI E’ PRESENTATO in uno dei 268 seggi ha dato il via libera al progetto, e Lopez Obrador ha cantato vittoria. Alcuni giorni dopo la consultazione però sono stati pubblicati i dati di partecipazione al voto e si è scoperto che solo il 2,68% degli aventi diritto si era espresso. Non solo. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani la consultazione «non ha seguito gli standard internazionali» e non può quindi essere considerata valida. Il Tren Maya non è altro che una delle grandi opere o dei progetti di estrazioni dal sottosuolo a rappresentare gli interessi del capitalismo a discapito dell’ambiente.

IL PROGETTO INTEGRALE MORELOS e «lo sviluppo» integrale dell’Istmo de Tehuantepec sono gli altri due enormi progetti di scontro tra il governo e le comunità rurali unite agli ambientalisti. Ma negli ultimi 12 anni sono stati almeno 134 progetti minerari, 70 petroliferi, 50 idroelettrici, 35 eolici e 15 gasdotti a generare 879 conflitti di natura ambientale, territoriale e lavorativa. Progetti d’estrazione e grandi opere sono così un nodo centrale nel paese. Non solo perché rappresentano il programma di sviluppo economico del governo di Lopez Obrador, non solo perché sono elemento di scontro con le popolazioni indigene e con i campesinos, soggetti ai quali Amlo aveva promesso attenzione, ma soprattutto perché attorno a tali interessi economici si muovono anche gruppi del crimine organizzato.
Spesso le aree di azione del crimine organizzato coincidono con i territori dove sono in corso conflitti per la difesa dell’ambiente e del territorio. Con la violenza, l’impunità e la convivenza di Polizia Federal ed esercito, i gruppi criminali prendono possesso delle aree interessate per poi trattare con aziende e politica il loro sfruttamento.

LE PAROLE DELL’ONU ARRIVAVANO in concomitanza con l’inzio, in Chiapas, del «Foro in difesa del territorio e della Madre Terra» organizzato dall’EZLN e dal Congresso Nazionale Indigeno. All’incontro, che si è svolto nel nuovo Caracol Jacinto Canek, a San Cristobal de Las Casas, hanno partecipato realtà indigene e campesine di 24 stati della repubblica messicana, oltre che comunità solidali di Guatemala, Ecuador, El Salvador, e Stati Uniti d’America.

Al termine della due giorni è stato scritto un lungo e duro comunicato contro il governo di Andres Manuel Lopez Obrador, diviso in quattro punti, e che come terzo sostiene: «Per avanzare nella sua guerra, il malgoverno scommette sullo smantellamento del tessuto comunitario, fomentando i conflitti interni che tingono di violenza le comunità, tra chi difende la vita e chi vuole mettergli un prezzo, anche a costo di vendere le future generazioni a beneficio milionario di pochi corrotti che si servono dei gruppi armati della criminalità organizzata».

Secondo il Centro Messicano di Diritto Ambientale, infatti, «in Messico molte delle violazioni dei diritti umani nei confronti di popolazioni e comunità indigene e rurali sono state perpetrate nell’ambito dello sviluppo delle grandi opere. Ciò è dovuto, in gran parte, all’esistenza di una politica economica e sociale che manca di qualsiasi prospettiva di sostenibilità e rilevanza bio-culturale, che causa un consumo eccessivo di risorse naturali, distruzione ecologica, deforestazione, erosione del suolo, desertificazione, sfruttamento eccessivo delle risorse naturali e inquinamento dell’acqua e dell’aria». https://ilmanifesto.it/lestrattivismo-che-uccide-in-messico/?fbclid=IwAR0R4PbkF3xZVp3CdBfte0mNYanaJc30bN02rKeyKYbBVLPCbqFfiuc19tc

 

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PAROLE DELLE DONNE ZAPATISTE A CHIUSURA DEL SECONDO INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE DONNE CHE LOTTANO

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO

29 dicembre 2019.

Compagne e Sorelle,
desideriamo dire e porgere qualche parola in questa chiusura del Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano.

Abbiamo ascoltato la parola dei tavoli di lavoro e le vostre proposte. E altre proposte che si sono fatte.
Queste e altre proposte che sono uscite, quando sarete nelle vostre geografie e ci penserete e rifletterete nel vostro cuore ciò che qui abbiamo visto e ascoltato in questi giorni, vediamo di trovare un luogo perché tutte quelle che hanno assistito, e soprattutto quelle che non sono potute venire, conoscano quelle proposte e quelle idee e opinioni ed esprimano la loro parola.
Pensiamo che questo sia importante perché, se non ci ascoltiamo tra noi stesse come le donne che siamo, allora non serve che lo facciamo, perché vorrebbe dire che non siamo donne che lottano per tutte le donne, ma solo per la nostra idea o il nostro gruppo o la nostra organizzazione.
Sembra facile dire che pensiamo e riflettiamo sulle proposte, invece costa, perché per questo ci si deve organizzare.

Perciò, vi proponiamo questo primo accordo:

  1. Che tutte conveniamo e conosciamo le proposte per procedere nel nostro pensiero sul tema della violenza contro le donne. Ovvero proposte su come fare per fermare questo grave problema che abbiamo come le donne che siamo.

Siete d’accordo?

Bene, quando abbiamo preparato questo messaggio non sapevamo se avreste detto che eravate d’accordo o non eravate d’accordo.
Però se siamo d’accordo, allora abbiamo un anno, Compagna e Sorella, per procedere in questo lavoro.
Non sia che il prossimo anno ci riuniamo e continuiamo con la violenza contro le donne senza idee né proposte su come fermarla.

-*-

Un’altra cosa che desideriamo dirvi e che ascoltiamo attentamente come donne zapatiste riguarda le denunce che in questi giorni sono state fatte.

Non si riesce a credere, Compagna e Sorella, il tanto parlare di progresso, di modernità e grande sviluppo che c’è in questi mondi e nemmeno c’è qualcuno che abbia un po’ di umanità per commuoversi a quelle disgrazie, dolori e disperazioni che si sono raccontate, oltre a quelle che non sono state raccontate.
Com’è possibile che una donna con tali dolori, tali pene, tali coraggi, tali rabbie, debba venire fino a queste montagne del sudest messicano per ricevere il minimo che dobbiamo loro come donne, che è un abbraccio di sostegno e consolazione.
A volte la donna che non ha sofferto violenza pensa che questo non sia importante, però chiunque abbia un poco di cuore sa che quel abbraccio, quel consiglio, è un modo per dire, per comunicare, per gridare che non siamo sole.

E non sei sola, Compagna e Sorella.
Però non basta.
Non è solo un consiglio che necessitiamo e meritiamo.
Necessitiamo e meritiamo verità e giustizia.
Necessitiamo e meritiamo vivere.
Necessitiamo e meritiamo libertà.

E questo grande bisogno potremo conquistarlo se c’è chi ci appoggia, ci protegge e ci difende.
Questo è il messaggio le insurgentas e miliziane diedero a noi: rispondere alla chiamata della donna che chiede aiuto. Sostenerla. Proteggerla. E difenderla con ciò che abbiamo.

Perciò, chiediamo che le insurgentas e miliziane ci ripetano il loro messaggio.

————————————————————————

(si svolge l’esercizio delle miliziane e insurgentas)

————————————————————————

Grazie alle nostre Compagne insurgentas e miliziane che si sono prese cura di noi, proteggendoci e difendendoci in questi giorni dell’Incontro.

Allora, qui vi facciamo la nostra seconda proposta di accordo:

  1. se qualsiasi donna in qualunque parte del mondo, di qualsiasi età, di qualsiasi colore chiede aiuto perché attaccata con violenza, rispondiamo alla sua chiamata e cerchiamo il modo di sostenerla, di proteggerla e di difenderla.

Siete d’accordo?

Quando abbiamo scritto questo messaggio non sapevamo la vostra risposta, però si va.

Bene, Sorella e Compagna, per difenderci, proteggerci e sostenerci dobbiamo essere organizzate, questo lo sappiamo.
E sappiamo anche che ciascuna ha il suo modo di organizzarsi.
Però se ogni organizzazione o gruppo o collettivo di Donne che Lottano si muove a modo suo, non è lo stesso che muoversi in accordo e coordinamento con gli altri gruppi, collettivi e organizzazioni.
E per esserci accordi e coordinamenti bisogna rimanere in comunicazione, avvisarci tra di noi, spiegarci tra di noi, trovare accordo tra di noi.

Allora vi facciamo la nostra terza proposta di accordo:

  1. Che con tutti i gruppi, collettivi e organizzazioni di Donne che Lottano che desiderano coordinarsi per azioni congiunte ci scambiamo i modi per comunicare tra noi, sia per telefono o via internet o come volete.

Siete d’accordo?

Bene, abbiamo già sentito la vostra risposta.

Un’ultima cosa prima di terminare e chiudere questo Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano.

Riguarda il calendario.
Sappiamo che non importa il giorno, la settimana, il mese o l’anno, in qualunque posto del mondo ci sarà una donna spaventata, aggredita, desaparecida o assassinata.
Lo abbiamo già detto che non ci sarà riposo per le donne che lottano.
Quindi, vogliamo proporti qui, attraverso chi ci ascolta o ci legge o ci guarda, una proposta d’azione congiunta.
Può essere qualsiasi giorno dell’anno, perché già lo sappiamo com’è il sistema patriarcale, che non riposa per violentarci.

Ma noi proponiamo che questa azione congiunta delle Donne che Lottano sia in tutto il mondo il prossimo 8 marzo 2020.

Proponiamo che quel giorno, ogni organizzazione, gruppo o collettivo faccia ciò che crede sia la cosa migliore.
E che ciascuna porti il colore o simbolo che ci identifica, secondo il pensiero e la modalità di ciascuna.
Però che tutte portiamo un chignon nero in segno di dolore e pena per tutte le donne desaparecidas e uccise in tutto il mondo.
Per dire in questo modo, in tutti gli idiomi, in tutte le geografie e con tutti i calendari:

Che non sono sole.

Che ci mancano.

Che non le dimentichiamo.

Che le necessitiamo.

Perché siamo Donne che Lottano.
E noi non ci vendiamo, non ci arrendiamo e non tentenniamo.

-*-

Ecco la nostra parola, Sorella e Compagna.
Ti chiediamo di prenderti molta cura di te nel tuo viaggio di ritorno alla tua geografia.
Vogliamo che tu stia bene.
Ti ricordiamo di ricordare cosa fu questo Incontro.
E che ricordi sempre che qui, nelle montagne del sudest messicano, hai noi, Donne che siamo Zapatiste, e che, come te, siamo donne che lottano.

Quindi, a nome delle Donne Zapatiste di tutte le età, essendo le —-, ora zapatista, del giorno 29 dicembre 2019, dichiaro formalmente chiuso questo Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano, qui nelle montagne del sudest messicano.

 

Dal semenzaio “Huellas del Caminar de la Comandanta Ramona”, caracol “Torbellino de Nuestra Palabra”, Montagne Zapatiste in Resistenza e Ribellione.

Comandanta Yesica
Messico, 29 dicembre 2019

 

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/12/31/palabras-de-las-mujeres-zapatistas-en-la-clausura-del-segundo-encuentro-internacional-de-mujeres-que-luchan/

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Parole delle donne zapatiste all’inaugurazione del Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano

27 dicembre 2019.

Compagne e Sorelle:

Benvenute tutte in queste terre zapatiste.
Benvenute Sorelle e Compagne delle diverse geografie dei cinque continenti.
Benvenute Compagne e Sorelle del Messico e del Mondo.
Benvenute Sorelle e Compagne delle Reti di Resistenza e Ribellione.
Benvenute Compagne del Congresso Nazionale Indigeno – Consiglio Indigeno di Governo.
Benvenute Compagne della Sexta nazionale e internazionale.
Benvenute Compagne base di appoggio zapatiste.
Benvenute Compagne miliziane e insurgentas dell’EZLN.

Sorella e Compagna:

Ti informiamo che, fino ad oggi, 26 dicembre 2019, sono stati registrati per questo secondo incontro:

3, 259 DONNE
95 BAMBIN@.
26 UOMINI

Dei seguenti 49 paesi:

1. Germania
2. Algeria
3. Argentina
4. Australia
5. Austria
6. Bangladesh
7. Belgio
8. Bolivia
9. Brasile
10. Canada
11. Catalogna
12. Cile
13. Colombia
14. Costa Rica
15. Danimarca
16. Ecuador
17. El Salvador
18. Spagna
19. Stati Uniti
20. Finlandia
21. Francia
22. Grecia
23. Guatemala
24. Honduras
25. India
26. Inghilterra
27. Irlanda
28. Italia
29. Giappone
30. Kurdistan
31. Macedonia
32. Norvegia
33. Nuova Zelanda
34. Paesi Baschi
35. Paraguay
36. Perù
37. Polonia
38. Puerto Rico
39. Regno Unito
40. Repubblica Dominicana
41. Russia
42. Siberia
43. Sri Lanka
44. Svezia
45. Svizzera
46. Turchia
47. Uruguay
48. Venezuela
49. Messico

Compagna e Sorella:

Siamo molto felici che sei potuta arrivare fino alle nostre montagne.

E anche se non sei stata in grado di venire, ti salutiamo comunque perché sei in attesa di quello che succede qui, in questo Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano.

Lo sappiamo bene che hai penato per arrivare fino a qui.

Sappiamo bene che devi lasciare le tue famiglie e amicizie.

Sappiamo bene che è costato il tuo impegno e il tuo lavoro ottenere il denaro per poter fare il viaggio dalla tua geografia alla nostra.

Ma sappiamo anche bene che il tuo cuore è un po’ contento del fatto che qui incontrerai altre Donne in Lotta.

Inaspettatamente, a volte, ti aiuta nella tua lotta ascoltare e conoscere altre lotte come donne che siamo.

Sia che siamo d’accordo o non siamo d’accordo con altre lotte e i loro modi e geografie, può servire a tutte ascoltare e imparare.

Per questo non si tratta di competere per vedere qual è la lotta migliore, quanto condividere e condividerci.

Ecco perché ti chiediamo di rispettare sempre i diversi pensieri e modi.

Tutte coloro che sono qui, e molte di più quelle che non sono presenti, siamo donne in lotta.

Abbiamo diverse modalità, è vero.

Ma hai visto che il nostro pensiero, come le zapatiste che siamo, è che non serve che tutte siano uguali nel pensiero e nel modo.

Pensiamo che la differenza non sia debolezza.

Pensiamo che la differenza sia forza potente se c’è rispetto e se c’è accordo di lottare unite senza agitarci.

Quindi ti chiediamo di condividere il tuo dolore, la tua rabbia e la tua lotta con intelligenza.

E che rispetti gli altri dolori, le altre rabbie e le altre degne lotte.

Compagna e Sorella:

abbiamo fatto tutto il possibile perché tu sia contenta e sicura.

Sembra semplice da dire, ma sappiamo bene che ora ci sono molti pochi i posti del mondo dove possiamo essere felici e sicure.

Ed è per questo che siamo qui, perché ci porta il nostro dolore e la nostra rabbia per la violenza che abbiamo sofferto come donne per il crimine di essere donne.

Come potrai vedere in questi giorni, la presenza di uomini non è consentita in questo luogo.

Non importa se sono uomini buoni, o se sono uomini normali, o se sono uomini a modo, non possono stare qui in questi giorni.

Questo luogo e questi giorni sono solo per le Donne che Lottano.

Ovvero che non sia una donna.

Le Compagne Insurgentas e Miliziane sono incaricate di prendersi cura di noi e proteggerci in questi giorni e in questo posto.

Ci siamo anche sforzate affinché tu abbia dove riposarti, dove mangiare e dove lavarti.

Sia per il riposo, il cibo e l’igiene, ti chiediamo di essere sorella e compagna soprattutto delle donne che sono ‘di giudizio’, cioè anziane.

Dobbiamo rispettarle perché non sono nuove alla lotta delle donne che siamo.

La loro canutezza, i loro acciacchi, le loro rughe non le hanno ottenute vendendosi al sistema patriarcale.

Nemmeno perché si sono arrese al machismo.

Né perché hanno tentennato o cambiato il loro pensiero di lotta per i diritti come le donne che siamo.

Esse sono ciò che sono perché non si sono vendute, né arrese, né hanno esitato.

E alle donne in età, di giudizio, chiediamo altrettanto di rispettare e salutare le più giovani, che siano adulte o bambine.

Perché anche a loro toccherà questa lotta. E non manca loro né decisione né impegno.

Se non permettiamo che ci divida la geografia, nemmeno permettiamo che ci dividano i calendari.

Tutte, non importa il calendario di cui siamo cariche o dalla geografia in cui viviamo, siamo nella stessa situazione: la lotta per i nostri diritti come le donne che siamo.

Ad esempio, il nostro diritto alla vita.

E qui è dove ci sentiamo tristi e affrante perché, a oltre un anno dal Primo Incontro, non possiamo darti buone notizie.

In tutto il mondo continuano a uccidere donne, continuano a sparire, continuano a violentarle, continuano a disprezzarle.

In questo anno non si è contenuto il numero delle violentate, desaparecidas e assassinate.

Ciò che sappiamo è che è aumentato.

E noi, come zapatiste, vediamo che è molto grave.

Per questo abbiamo convocato questo Secondo Incontro con un solo tema: la violenza contro le donne.

 

Sorella e Compagna, tu che sei potuta venire e tu che non sei potuta venire:

vogliamo ascoltarti e guardarti, perché abbiamo delle domande.

Come ti sei organizzata?

Che cosa hai fatto?

Che cosa è successo?

Perché ricorda che al nostro Primo Incontro, ci siamo impegnate per organizzarci nei nostri luoghi per dire basta con le assassinate, le desaparecidas, le umiliate, le disprezzate.

Ma vediamo che sta andando molto peggio.

Dicono che c’è equità di genere perché nei malgoverni c’è lo stesso numero di uomini e di donne al comando.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che ci sono più diritti salariali per le donne.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che c’è un gran avanzamento delle lotte femministe.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che ora le donno hanno più voce.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che adesso si prendono in considerazione le donne.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che ora ci sono più leggi che proteggono le donne.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che adesso è molto ben visto il parlare bene delle donne e delle loro lotte.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che ci sono uomini che comprendono la lotta delle donne che siamo al punto di dirsi femministi.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che la donna occupa ora più spazi.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che ci sono già SuperEroine nei film.

Però continuano ad ammazzarci.

Dicono che c’è più consapevolezza del rispetto per la donna.

Però continuano ad ammazzarci.

Ogni volta più assassinate.

Ogni volta con più brutalità.

Ogni volta con più violenza, coraggio, invidia e odio.

Ogni volta con più impunità.

Cioè, ogni volta con più machi che non vengono puniti, che continuano senza condanna, come se nulla fosse, come se uccidere una donna, farla sparire, sfruttarla, usarla, aggredirla, sloggiarla, fosse una cosa qualsiasi.

Continuano ad ammazzarci e ancora ci chiedono, esigono, ci ordinano di comportarci bene.

E non ci si crede, ma se un gruppo di lavoratrici o lavoratori bloccano una strada, o fanno uno sciopero, o protestano, è un grande scandalo.

Dicono che si violano i diritti delle merci, dei mezzi, delle cose.

E sui mezzi di comunicazione ci sono foto, video, reportage, analisi e commenti contro quelle proteste.

Però se violano una donna, si appone un numero in più o un numero in meno sulle statistiche.

E se le donne protestano e lanciano in alto le loro pietre, rompono i vetri in alto, gridano le loro verità a quelli di sopra, allora sì c’è grande agitazione.

Però se ci fanno sparire, se ci ammazzano, poi semplicemente mettono un altro numero: una vittima in più, una donna in meno.

Come se il potere volesse mantenere ben chiaro che ciò che gli importa è il suo guadagno, non la vita.

Contano le auto, le pietre, le vetrine, le merci.

La vita non conta.

E se è la vita di una donna, allora conta anche meno.

È per questo che noi, come le zapatiste che siamo, cioè anticapitaliste e antipatriarcali, lo pensiamo come il modo di agire del sistema.

E quindi sembra che le nostre morti violente, le nostre sparizioni, i nostri dolori, sono un guadagno per il sistema capitalista.

Perché il sistema permette soltanto ciò che gli procura proventi, ciò che gli dà guadagno.

Per questo diciamo che il sistema capitalista è patriarcale.

Ha valore e comanda il patriarcato, anche se è il ‘capoccia’ è una donna.

Quindi, è nostra convinzione che, per lottare per i nostri diritti, come il diritto alla vita, non basta che lottiamo contro il machismo, il patriarcato o come si voglia chiamare.

Dobbiamo lottare anche contro il sistema capitalista.

Sono appiccicati insieme, così diciamo noi zapatiste.

Però sappiamo che ci sono altre convinzioni e altri modi di lottare come le donne che siamo.

D’un colpo qualcosa comprendiamo.

D’un colpo qualcosa impariamo.

Perciò abbiamo invitato tutte le Donne che Lottano.

Non importa qual è il tuo pensiero o modalità.

Ciò che importa è che lottiamo per la nostra vita, che oggi più che mai è quella in pericolo in tutti i luoghi e in tutti i tempi.

Benché dicano e predichino che ci sono molti progressi per le donne, la verità è che mai prima nella storia dell’umanità è stato così mortale essere donna.

Vedi, Compagna e Sorella, dicono che questa o quella professione è la più pericolosa.

Ci si chiede se è più pericoloso essere giornalista, o essere delle forze dell’ordine, o essere giudice, o essere malgoverni.

Però tu e noi sappiamo che in questo momento la cosa più pericolosa al mondo è essere donna.

Non importa se è bambina, o giovane, o adulta, o di giudizio.

Non importa se è bianca, gialla, rossa, o del colore della terra.

Non importa se è grassa, magra, alta, bassa, carina o bruttina.

Non importa se è di classe bassa, o media o alta.

Non importano la sua lingua, la sua cultura, le sue credenze, la sua militanza.

Nell’ora della violenza, la sola cosa che importa è essere donna.

 

Sorella e Compagna:

come zapatiste sappiamo che ci daranno molti esempi di donne che sono progredite, che hanno trionfato, che hanno ottenuto premi e buoni stipendi, che ce l’hanno fatta, dicono.

Noi rispondiamo parlando delle violentate, delle desaparecidas, delle assassinate.

Poi, rispondiamo che là sopra parlano dei diritti conquistati là sopra per poche.

Quindi diciamo, spieghiamo, gridiamo che manca il più elementare dei diritti per tutte le donne, il più importante: il diritto alla vita.

E lo abbiamo già detto molte volte, Compagna e Sorella, ma oggi lo ripetiamo.

Il diritto alla vita e tutti i diritti che meritiamo e necessitiamo non ce li regalerà nessuno.

Non ce li darà l’uomo cattivo, buono, normale o a modo.

Non ce li darà il sistema capitalista, per quante leggi o promesse faccia.

Il diritto alla vita, e tutti i diritti, ce li dobbiamo conquistare.

In tutti i tempi e in tutti i luoghi.

Ossia, che per le Donne che Lottano non ci sarà riposo.

Sorella e Compagna:

ci dobbiamo difendere.

Autodifenderci come individue e come donne.

E soprattutto dobbiamo difenderci organizzate.

Appoggiarci tutte.

Proteggerci tutte.

Difenderci tutte.

E dobbiamo cominciare ora.

Le mie compagne coordinatrici dell’Incontro mi hanno incaricata di dirti queste parole perché sono mamma di una bambina che sta qui con me.

Perché il nostro dovere come donne in lotta è proteggerci e difenderci.

E ancor più se la donna è appena una bimba.

La dobbiamo proteggere e difendere con tutto quel che abbiamo.

E se non abbiamo nulla, allora con bastoni e pietre.

E se non c’è bastone né pietra, allora con il nostro corpo.

Con unghie e denti dobbiamo proteggere e difendere.

E insegnare alle bambine a proteggersi e difendersi quando sono cresciute e posseggono le proprie forze.

Così stanno le cose, Sorella e Compagna, dobbiamo vivere in difesa.

E dobbiamo insegnare alle nostre creature a crescere in difesa.

Affinché possano nascere, alimentarsi e crescere senza paura.

Come zapatiste noi pensiamo che ottenere questo è meglio essere organizzate.

Sappiamo che c’è chi pensa che sia possibile anche individualmente.

Però noi lo facciamo organizzate come le zapatiste che siamo.

Perché, sì, siamo donne in lotta però siamo donne zapatiste.

Per questo, Compagna e Sorella, ti informiamo che, in questo anno, tra le nostre compagne non c’è stata nessuna assassinata né desaparecida.

Certo, abbiamo alcuni casi, secondo l’ultima riunione che abbiamo tenuto, di violenza contro donne.

E stiamo vedendo di punire i responsabili, tutti uomini.

E non solo lo stanno trattando le autorità autonome, lo stiamo trattando anche come donne zapatiste.

E ti diciamo anche la mera verità, che a volte litighiamo tra di noi, Compagna e Sorella, litighiamo per sciocchezze su come siamo le donne che siamo.

A volte perdiamo tempo in questi sciocchi litigi perché ora siamo vive e al sicuro.

Perché c’è stato un tempo in cui vivevamo solo la morte.

E la pura verità, osservando come stanno le cose nei tuoi mondi, non ti offendere Sorella e Compagna, è che desideriamo che finalmente venga il giorno in cui discuterete e litigherete su chi è la più bella, la più giovane, la più intelligente, quella vestita meglio, la più fidanzat@ o sposat@, o perché avete gli stessi vestiti, o perché i vostri figl@ sono migliori o peggiori, o per queste cose che succedono nella vita.

Perché quel giorno, Compagna e Sorella, ci dirà che la vita non è un problema.

Allora potremo essere sfacciate uguali agli uomini e perderci in ciance e sciocchezze.

Oppure no, potremmo capire invece che, seppur vive e libere, i problemi saranno altri, altre le discussioni e altri i litigi.

Ma, finché arriva quel giorno, Sorella e Compagna, dobbiamo prenderci cura tra di noi.

Proteggerci tra noi.

E difenderci tra noi.

Perché tu lo sai bene, Compagna e Sorella, siamo in guerra.

Loro per ucciderci.

Noi per vivere, ma vivere senza paura, vivere libere.

E per questo dolore, questa rabbia che abbiamo per non poter vivere libere, desideriamo mandare un grido di rabbia a tutto il mondo.

E anche un respiro di lotta a tutte e a ciascuna delle donne che sono violentate fisicamente e in tutte le altre forme.

E, come donne zapatiste, vogliamo mandare un abbraccio speciale alle famiglie e amicizie delle donne scomparse e uccise.

Un abbraccio che vi faccia sapere che non siete sole, che a nostro modo e nel nostro luogo, accompagniamo la vostra richiesta di verità e giustizia.

Perché per questo ci riuniamo, Sorella e Compagna.

Per gridare il nostro dolore e la nostra rabbia.

Per accompagnarci e farci coraggio.

Per cercare cammini di appoggio e aiuto.

Ecco, questa è la nostra piccola parola, Sorella e Compagna.

Le insurgentas e miliziane hanno preparato una conferenza alla loro maniera che comincerà subito, e ti ricordiamo qui la piccola luce che ti abbiamo dato al Primo Incontro.

Più in là inizieremo i lavori di questa riunione, dedicando tutta la giornata di oggi alle rivendicazioni.

Abbiamo questo posto e questa giornata dedicati alla denuncia della violenza che soffriamo.

Oggi ci sarà un singolo tavolo di denuncia e qui ci sarà il microfono aperto.

Qui saremo in grado di passare e prendere la parola e lanciare la nostra rabbia, il nostro coraggio in tutto ciò che facciamo.

E tutte ascolteremo con attenzione e rispetto.

Nessun altro ascolterà ciò che diciamo.

Solo noi che siamo Donne che Lottano e che siamo qui presenti.

Affinché senza timore, Sorella e Compagna, tu lo possa dire chiaro il tuo dolore, piangere il tuo coraggio, gridare la tua rabbia.

E che sia chiaro che almeno noi, le zapatiste, ti creeremo un posto nel nostro cuore collettivo e, attraverso di noi che siamo qui, decine di migliaia di donne indigene zapatiste ti accompagneranno.

Bene, domani, andremo a condividere le idee, i lavori e le esperienze che ci portate per cercare cammini perché finisca questa notte di dolore e morte.

E l’ultimo giorno di questo Incontro lo dedicheremo alla cultura, all’arte e alla festa.

Così un giorno gridiamo il nostro dolore e coraggio.

Un altro giorno condividiamo idee ed esperienze.

E il terzo giorno gridiamo di allegria e di forza.

Perché siamo donne che soffrono.

Ma siamo anche donne che si pensano e si organizzano.

E, soprattutto, siamo Donne che Lottano.

Così sarà.

Così già lo sai, sei la benvenuta Compagna e Sorella.

Tu che arrivasti e tu che non ci sei però sei qui col cuore.

———–

Allora, a nome delle donne zapatiste di tutte le età, alle 13:57, ora zapatista, del giorno 27 dicembre 2019, dichiaro formalmente inaugurato questo Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano, qui nelle montagne del sudest messicano.

Dal semenzaio “Huellas del Caminar de la Comandanta Ramona”. Caracol “Torbellino de Nuestra Palabra”, Montagne Zapatiste in Resistenza e Ribellione.

Comandanta Amada

Messico, dicembre 2019.

 

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/12/27/palabras-de-las-mujeres-zapatistas-en-la-inauguracion-del-segundo-encuentro-internacional-de-mujeres-que-luchan/

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PAROLE DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDO GENERALE DELL’EZLN, PER VOCE DEL SUBCOMANDANTE INSURGENTE MOISÉS, AL 26° ANNIVERSARIO DALL’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO L’OBLIO

31 DICEMBRE 2019 – PRIMO GENNAIO 2020.

BUON POMERIGGIO, GIORNO, SERA E MATTINA A TUTTE, TUTTI E *TUTTEI*:

COMPAGNE E COMPAGNI BASI DI APPOGGIO ZAPATISTE:

COMPAGNI E COMPAGNE COMANDANTE E COMANDANTI ZAPATISTI:

AUTORITÀ AUTONOME ZAPATISTE:

COMPAGNE E COMPAGNI MILIZIANI, MILIZIANE, INSURGENTE E INSURGENTI:

CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO-CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO:

SEXTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE:

RETI DI RESISTENZA E RIBELLIONE:

SORELLE E FRATELLI DEL MESSICO E DEL MONDO:

TRAMITE LA MIA VOCE PARLA LA VOCE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE
NAZIONALE.

“CANEK HA DETTO:

IN UN LIBRO HO LETTO CHE AI VECCHI TEMPI I SIGNORI VOLLERO METTERE INSIEME
GLI ESERCITI PER DIFENDERE LE TERRE CHE GOVERNAVANO.

PRIMA DI TUTTO CONVOCARONO GLI UOMINI PIÙ CRUDELI PERCHÉ SUPPONEVANO CHE
AVESSERO UNA CERTA FAMILIARITÀ CON IL SANGUE; E COSÌ FORMARONO I LORO
ESERCITI CON PERSONE PRESE DALLE PRIGIONI E DAI MERCATI.

DOPO POCO SUCCESSE CHE QUANDO QUESTE PERSONE SI RITROVARONO DI FRONTE AL
NEMICO, IMPALLIDIRONO E GETTARONO LE ARMI.

PENSARONO DUNQUE AI PIÙ FORTI: AI MURATORI E AI MINATORI.

A LORO DIEDERO ARMATURE E ARMI PESANTI.

IN QUESTO MODO FURONO SPEDITI A LOTTARE.

MA SUCCESSE CHE LA PRESENZA STESSA DELL’AVVERSARIO CONGELÒ LE LORO BRACCIA
E ADDORMENTÒ I LORO CUORI.

RICORSERO QUINDI SAGGIAMENTE A QUELLI CHE, SENZA ESSERE PARTICOLARMENTE
SANGUINARI NÉ FORTI, AVESSERO CORAGGIO E QUALCOSA DA DIFENDERE
LEGITTIMAMENTE: COME AD ESEMPIO LA TERRA CHE LAVORAVANO, LA DONNA CON CUI
DORMIVANO E I FIGLI CON CUI AVREBBERO PORTATO AVANTI LA PROPRIA DISCENDENZA.

E FU COSÌ CHE, GIUNTA L’OCCASIONE, QUESTI UOMINI LOTTARONO CON COSÌ TANTA
FURIA CHE CACCIARONO I LORO AVVERSARI E FURONO PER SEMPRE LIBERI DA MINACCE
E DISCORDIE.»

SORELLE, FRATELLI, HERMANOAS:

26 ANNI FA, UN POMERIGGIO COME QUESTO, SIAMO SCESI DALLE NOSTRE MONTAGNE
FINO ALLE GRANDI CITTÀ PER SFIDARE IL POTENTE.

NON AVEVAMO NIENT’ALTRO DA PERDERE CHE LA NOSTRA MORTE.

UNA MORTE NOBILE, PERCHÉ MORIVAMO DI MORTE E DI OBLIO.

E DOVEMMO SCEGLIERE.

SCEGLIERE TRA MORIRE COME ANIMALE O MORIRE COME ESSERE UMANI LOTTANDO PER
LA VITA.

QUANDO SORSE IL SOLE, QUEL PRIMO GENNAIO AVEVAMO IL FUOCO NELLE MANI.

IL PREPOTENTE CHE AFFRONTAMMO ALLORA È LO STESSO CHE OGGI CI DISPREZZA.

AVEVA UN ALTRO NOME E UN’ALTRA FACCIA, MA ERA ED È LO STESSO DI ADESSO.

SUCCESSE QUEL CHE SUCCESSE E SI APRÌ UNO SPAZIO PER LA PAROLA.

APRIMMO QUINDI IL NOSTRO CUORE A OGNI CUORE FRATELLO E COMPAGNO.

E LA NOSTRA VOCE TROVÒ SOSTEGNO E CONSOLAZIONE IN TUTTI I COLORI DEL MONDO
DAL BASSO.

IL PREPOTENTE MISE TRAPPOLE, USÒ ASTUZIE, MENZOGNE E SEGUÌ IL PROPRIO PIANO
PER DISTRUGGERCI.

COSÌ COME FA IL PREPOTENTE DI ADESSO.

*-*-*

MA NOI RESISTEMMO E MANTENEMMO IN ALTO LA BANDIERA DELLA NOSTRA RIBELLIONE.

CON L’AIUTO DI TUTTI I COLORI DEL MONDO INIZIAMMO A METTERE IN PIEDO UN
PROGETTO DI VITA SU QUESTE MONTAGNE, PERSEGUITATI DALLA FORZA E DALLA
FALSITÀ DEL PREPOTENTE, COME ADESSO, CI MANTENEMMO FERMI NELLA COSTRUZIONE
DI QUALCOSA DI NUOVO.

ABBIAMO COMMESSO DEGLI ERRORI, NON C’È DUBBIO.

E SICURAMENTE NE COMMETTEREMO ALTRI LUNGO IL CAMMINO.

MA NON CI SIAMO MAI ARRESI.

NON CI SIAMO MAI VENDUTI.

NON ABBIAMO MAI RINUNCIATO.

ABBIAMO CERCATO TUTTE LE VIE POSSIBILI AFFINCHÉ CI FOSSERO PAROLE, DIALOGO
E L’ACCORDO, LA STRADA PER COSTRUIRE LA PACE CON GIUSTIZIA E DIGNITÀ.

MA PRIMA COME ADESSO IL PREPOTENTE SI È TAPPATO LE ORECCHIE E SI È NASCOSTO
DIETRO ALLE MENZOGNE.

COME IL PREPOTENTE DI ADESSO, È STATO ED È IL DISPREZZO L’ARMA CHE
ACCOMPAGNA I SUOI MILITARI, LA SUA POLIZIA, LE SUE GUARDIE NAZIONALI, I
PARAMILITARI E I PROGRAMMI CONTRO GLI INSORGENTI.

TUTTI I PREPOTENTI CHE CI SONO STATI E QUELLI CHE CI SONO ORA HANNO FATTO
LE STESSE COSE.

VALE A DIRE CHE HANNO PROVATO E PROVANO A DISTRUGGERCI.

E OGNI ANNO TUTTI I PREPOTENTI SI CONFORTANO E ILLUDONO DI AVERCI ANNIENTATI

SI CONVINCONO CHE GLI ZAPATISTI NON ESISTANO PIÙ.

CHE RIMANIAMO POCHI IN RESISTENZA E RIBELLIONE.

CHE FORSE NE RIMANE UNO SOLO.

E OGNI ANNO CELEBRANO IL PROPRIO TRIONFO.

E OGNI ANNO I PREPOTENTI SI COMPLIMENTANO PER AVER MESSO FINE ALLE
RIBELLIONI INDIGENE.

CHE SIAMO STATI SCONFITTI, DICONO.

MA OGNI ANNO NOI ZAPATISTE/I CI FACCIAMO VEDERE E GRIDIAMO:

SIAMO QUI!

*-*-*

E SIAMO SEMPRE DI PIÙ.

COME POTRÀ VEDERE QUALUNQUE PERSONA CHE ABBIA UN CUORE ONESTO, ABBIAMO UN
PROGETTO DI VITA.

NELLE NOSTRE COMUNITÀ FIORISCONO LE SCUOLE E LE CLINICHE DELLA SALUTE.

E SI LAVORA LA TERRA COLLETTIVAMENTE.

E COLLETTIVAMENTE CI SOSTENIAMO.

SIAMO COMUNITÀ.

COMUNITÀ DI COMUNITÀ.

LE DONNE ZAPATISTE HANNO LA PROPRIA VOCE, IL PROPRIO CAMMINO.

E IL LORO DESTINO NON È QUELLO DELLA MORTE VIOLENTA, DELLA SPARIZIONE,
DELL’UMILIAZIONE.

I BAMBINI E I GIOVANI ZAPATISTI HANNO ACCESSO ALLA SALUTE, ALL’EDUCAZIONE E
A VARIE OPZIONI DI APPRENDIMENTO E DIVERTIMENTO.

MANTENIAMO E DIFENDIAMO LA NOSTRA LINGUA, LA NOSTRA CULTURA, I NOSTRI MODI.

E CONTINUIAMO CON FERMEZZA A COMPIERE IL NOSTRO DOVERE COME POPOLI
GUARDIANI DELLA MADRE TERRA.

TUTTO CIÒ È STATO POSSIBILE GRAZIE ALLO SFORZO, AL SACRIFICIO E ALLA
DEDIZIONE DEI POPOLI ORGANIZZATI.

E ANCHE GRAZIE AL SOSTEGNO DI INDIVIDUI, GRUPPI, COLLETTIVI E
ORGANIZZAZIONI DA TUTTO IL MONDO.

CON LORO CI SIAMO COMPROMESSI E COMPROMESSE A COSTRUIRE VITA, CON IL LORO
APPOGGIO.

POSSIAMO QUINDI DIRE SENZA DUBBIO CHE I NOSTRI PROGRESSI, I NOSTRI
SUCCESSI, I NOSTRI TRIONFI SONO DOVUTI AL LORO SOSTEGNO E AL LORO AIUTO.

GLI ERRORI, LE SBAVATURE E I FALLIMENTI SONO RESPONSABILITÀ NOSTRA.

*-*-*

MA COSÌ COME è AVANZATA ED È CRESCIUTA LA NOSTRA VITA, È CRESCIUTA ANCHE LA
FORZA DELLA BESTIA CHE VUOLE FAGOCITARE E DISTRUGGERE TUTTO.

È CRESCIUTO ANCHE QUEL MACCHINARIO DI MORTE E DISTRUZIONE CHIAMATO SISTEMA
CAPITALISTA.

E LA FAME DELLA BESTIA È SENZA FONDO.

È DISPOSTA A TUTTO PER IL PROPRIO PROFITTO.

NON LE IMPORTA DISTRUGGERE LA NATURA, POPOLI INTERI, CULTURE MILLENARIE,
INTERE CIVILIZZAZIONI.

IL PIANETA INTERO VIENE DISTRUTTO DAGLI ATTACCHI DELLA BESTIA.

MA L’IDRA CAPITALISTA, LA BESTIA DISTRUTTRICE, CERCA ALTRI NOMI PER
CELARSI, ATTACCARE E SCONFIGGERE L’ESSERE UMANO.

E UNO DEI NOMI DIETRO AI QUALI SI NASCONDE LA MORTE È «GRANDE OPERA».

«GRENDE OPERA» VUOL DIRE DISTRUGGERE UN’INTERO TERRITORIO.

TUTTO.

L’ARIA, L’ACQUA, LA TERRA, LE PERSONE.

CON LA GRANDE OPERA LA BESTIA DIVORA CON UN SOLO BOCCONE POPOLAZIONI
INTERE, MONTAGNE E VALLI, FIUMI E LAGUNE, UOMINI, DONNE, *ALTREI*, BAMBINI
E BAMBINE.

NON APPENA FINISCE DI DISTRUGGERE, LA BESTIA VA ALTROVE E RICOMINCIA DA
CAPO.

E LA BESTIA CHE SI CELA DIETRO AI MEGAPROGETTI HA LE PROPRIE ASTUZIE,
MENZOGNE E TRAPPOLE PER CONVINCERE.

È PER IL PROGRESSO DICE LA BESTIA.

DICE CHE, GRAZIE A QUESTE GRANDI OPERE, LA GENTE AVRÀ UNO STIPENDIO E I
VARI VANTAGGI DELLA MODERNITÀ.

E CON IL PROGRESSO E LA MODERNITÀ VOGLIAMO RICORDARE UN COMPAGNO DEL
CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO CHE È STATO AMMAZZATO QUEST’ANNO: IL COMPAGNO
SAMIR FLORES SOBERANES.

E LO RICORDIAMO PERCHÉ LUI SI CHIEDEVA RIPETUTAMENTE PER CHI FOSSE QUESTO
PROGRESSO DI CUI PARLANO TANTO.

IL COMPAGNO SAMIR CHIEDEVA IN CHE DIREZIONE ANDASSE LA STRADA CHE CHIAMANO
«PROGRESSO», CHE LA BESTIA DEI MEGAPROGETTI PORTA COME CARTELLO.

E LA RISPOSTA È STATA CHE QUELLA STRADA PORTA ALLA DISTRUZIONE DELLA NATURA
E ALLA MORTE DELLE COMUNITÀ ORIGINARIE.

DUNQUE DISSE CHIARAMENTE DI NON ESSERE D’ACCORDO, E SI ORGANIZZÒ CON I
PROPRI COMPAGNI E LE PROPRIE COMPAGNE E RESISTETTE, E NON EBBE PAURA. E PER
QUESTO MOTIVO IL PREPOTENTE DI ADESSO L’HA FATTO AMMAZZARE.

AD ASSASSINARLO È STATO IL CATTIVO GOVERNO PERCHÉ IL LAVORO DA CAPORALE DEL
CATTIVO GOVERNO È ASSICURARSI CHE LA BESTIA E IL PREPOTENTE ABBIANO IL LORO
PROFITTO. OSSERVATE E ASCOLTATE, IL PRIMO AD ACCOGLIERE I MEGAPROGETTI E A
DIRE CHE SONO POSITIVI È IL GRAN CAPITALE, IL GRAN PADRONE.

E IL CUORE DEL GRAN CAPITALISTA È CONTENTO PERCHÉ LE GRANDI OPERE
PORTERANNO GRANDI PROFITTI.

MA NÉ IL GRANDE CAPO NÉ IL PREPOTENTE DICONO CHIARAMENTE CHE QUESTE GRANDI
OPERE SEMINERANNO MORTE AL PROPRIO PASSAGGIO.

*-*-*

QUALCHE GIORNO FA LE NOSTRE COMPAGNE ZAPATISTE HANNO ORGANIZZATO UN
INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE DONNE CHE LOTTANO.

CI RACCONTANO, CI PARLANO, CI INSEGNANO, CI EDUCANO GRAZIE A QUELLO CHE
HANNO POTUTO OSSERVARE E SENTIRE IN QUESTO INCONTRO. QUEL CHE CI INSEGNANO
È UN INFERNO PER LE DONNE E L’INFANZIA.

CI RACCONTANO DI MORTE, SPARIZIONI, STUPRI, DISPREZZO E VIOLENZA DIABOLICA.

E TUTTO QUESTO ORRORE ACCADE ALL’EPOCA DEL PROGRESSO E DI QUELLA CHE VIENE
CHIAMATA CIVILIZZAZIONE MODERNA.

E QUALCHE GIORNO FA ERAVAMO ANCHE INSIEME AI COMPAGNI DEL CONGRESSO
NAZIONALE INDIGENO-CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO.

E SIAMO ANCHE STATI AL FORUM PER LA DIFESA DEL TERRITORIO E DELL MADRE
TERRA.

IN QUESTI INCONTRI ABBIAMO ASCOLTATO CON PREOCCUPAZIONE QUEL CHE È STATO
RIPORTATO.

CI RACCONTANO DI PAESI DESERTI CON LA GENTE CACCIATA.

DI MASSACRI DEI DELINQUENTI, A VOLTE LEGALI A VOLTE ILLEGALI, CIOÈ CHE
SPESSO SONO I GOVERNI STESSI A PERPETRARE QUESTE BARBARIE.

DI BAMBINE E BAMBINI ABUSATI E VENDUTI COME ANIMALI.

DI GIOVANI E GIOVANE CON LA VITA DISTRUTTA DALLE DROGHE, LA DELINQUENZA E
LA PROSTITUZIONE.

DI ATTIVITÀ ESTORTE, A VOLTE DA LADRI E A VOLTE DA FUNZIONARI.

DI SORGENTI CONTAMINATE.

DI LAGHI E LAGUNE ARIDI.

DI FIUMI CHE TRASPORTANO SPAZZATURA.

DI MONTAGNE DISTRUTTE DALLE MINIERE.

DI BOSCHI ABBATTUTI.

DI SPECIE ANIMALI ESTINTE.

DI LINGUE E CULTURE ASSASSINATE.

DI CONTADINE E CONTADINI CHE PRIMA LAVORAVANO LE PROPRIE TERRE E ORA SONO
PEDINE CHE LAVORANO PER UN PADRONE.

E DELLA MADRE TERRA CHE STA MORENDO.

*-*-*

QUINDI COME ZAPATISTI AFFERMIAMO CON FERMEZZA CHE SOLO UN IMBECILLE PUÒ
CONSIDERARE POSITIVE LE GRANDI OPERE.

UN IMBECILLE O UNO MALVAGIO E SCALTRO CHE SA DI MENTIRE E NON GLI IMPORTA
CHE LA PROPRIA PAROLA NASCONDA MORTE E DISTRUZIONE. QUINDI IL GOVERNO E
TUTTI I SUOI DIFENSORI DOVREBBERO DIRE CHIARAMENTE COSA SONO: SE SONO
IMBECILLI O BUGIARDI.

*-*-*

UN ANNO FA, A DICEMBRE 2018, IL CAPORALE CHE ORA COMANDA IN QUESTA FATTORIA
CHIAMATA «MESSICO» HA SIMULATO DI CHIEDERE IL PERMESSO ALLA MADRE TERRA PER
DISTRUGGERLA.

SI È PROCURATO UN PO’ DI PERSONE TRAVESTITE DA INDIGENI E HANNO MESSO PER
TERRA UN POLLO, DA BERE E QUALCHE TORTILLA.

COSÌ SI È CONVINTO CHE LA MADRE TERRA GLI DIA IL PERMESSO DI UCCIDERLA E
COSTRUIRE UN TRENO CHE DOVREBBE CHIAMARSI COME LA FAMIGLIA DEL CAPO.

FA COSÌ PERCHÉ DISPREZZA I POPOLI ORIGINARI E PERCHÉ DISPREZZA LA MADRE
TERRA.

MA IL CAPORALE NON SI È LIMITATO A QUELLO, HA PURE SFIDATO TUTTI I POPOLI
ORIGINARI DICENDO CHE NON GLI IMPORTA COSA PENSIAMO E SENTIAMO, CHE «CI
PIACCIA O NO» A NOI INDIGENI, LUI FARÀ QUEL CHE GLI ORDINERÀ IL SUO
PADRONE, IL PREPOTENTE, VALE A DIRE IL GRAN CAPITALE.

UGUALE AI CAPI CHE C’ERANO CON PORFIRIO DÍAZ.

COSÌ HA DETTO, COSÌ DICE, PERCHÉ POCHE SETTIMANE FA HA FATTO UN’ALTRA
SIMULAZIONE DI UNA PRESUNTA CONSULTAZIONE PER LA QUALE L’UNICA INFORMAZIONE
CHE HA FORNITO È CHE I MEGAPROGETTI PORTERANNO MOLTE COSE POSITIVE, SENZA
PERÒ MENZIONARE TUTTE LE DISGRAZIE QUE NE CONSEGUONO PER LE PERSONE E PER
LA NATURA.

E COME PREVISTO SOLO POCHE PERSONE HANNO PARTECIPATO A QUESTA CONSULTAZIONE
DICENDO CHE VOGLIONO LE GRANDI OPERE.

E SE COSÌ DISPREZZA IL PENSIERO E I SENTIMENTI DELLA GENTE, DISPREZZERÀ
ALLO STESSO MODO LA NATURA E I PAESI.

E FA CPSÌ PERCHÉ AL SUO PADRONE NON IMPORTANO NÉ LE PERSONE NÉ LA NATURA,
SOLO GLI IMPORTANO I PROPRI PROFITTI.

*-*-*

“CHE GLI PIACCIA A NO”, COSÌ DICE IL GOVERNO.

QUESTO VUOL DIRE “COSÌ SIA CON VOI, VIVI O MORTI, MA LO FAREMO”.

E NOI POPOLI ZAPATISTI LA PRENDIAMO COME UNA SFIDA, COME SE STESSE DICENDO
CHE LUI HA LA FORZA E I SOLDI E VEDIAMO CHI OSA OPPORSI AI SUOI ORDINI.

STA DICENDO CHE FARÀ QUEL CHE DECIDERÀ, NON QUEL CHE DIRANNO I POPOLI E CHE
NON GLI IMPORTANO NEMMENO LE LORO RAGIONI.

QUINDI NOI POPOLI ZAPATISTI CI PRENDIAMO LA PARTE CHE CI SPETTA DI QUESTA
SFIDA.

E SAPPIAMO CHE IL CAPO ATTUALE DI POTENTI CI STA FACENDO DELLE DOMANDE.

CI STA CHIEDENDO QUESTO:

«SIETE DISPOSTI POPOLI ZAPATISTI A PERDERE TUTTO QUELLO CHE AVETE OTTENUTO
CON LA VOSTRA AUTONOMIA?»

«SIETE DISPOSTI POPOLI ZAPATISTI A SUBIRE SPARIZIONI, ARRESTI, UCCISIONI,
CALUNNIE E MENZOGNE PER DIFENDERE LA TERRA CHE CURATE E PROTEGGETE, LA
TERRA IN CUI NASCETE, CRESCETE, VIVETE E MORITE?»

E CON QUESTE DOMANDE, IL CAPORALE E LE SUE GUARDIE CI METTONO DI FRONTE
ALL’OPZIONE «VIVI O MORTI, MA BISOGNA OBBEDIRE».

VALE A DIRE CHE CI CHIEDE SE SIAMO DISPOSTI A MORIRE COME SOCIETÀ
ALTERNATIVA, COME ORGANIZZAZIONE, COME POPOLI ORIGINARI DI ORIGINE MAYA,
COME GUARDIANI DELLA MADRE TERRA, COME INDIVIDUI E INDIVIDUE ZAPATISTI.

QUINDI NOI POPOLI ZAPATISTI SEGUIAMO LE NOSTRE MODALITÀ E IL NOSTRO
CALENDARIO.

SULLE NOSTRE MONTAGNE ABBIAMO FATTO UN’OFFERTA ALLA MADRE TERRA.

INVECE DELL’ALCOL LE ABBIAMO DATO DA BERE IL SANGUE DEI NOSTRI CADUTI IN
COMBATTIMENTO.

AL POSTO DEL POLLO LE ABBIAMO OFFERTO LA NOSTRA CARNE.

INVECE DELLE TORTILLAS LE ABBIAMO OFFERTO LE NOSTRE OSSA, PERCHÉ SIAMO
FATTI DI MAIS.

LE ABBIAMO FATTO QUESTA OFFERTA NON PER CHIEDERE IL PERMESSO ALLA TERRA PER
DISTRUGGERLA, O VENDERLA, O TRADIRLA.

LE ABBIAMO FATTO QUESTA OFFERTA SOLO PER AVVISARLA CHE NOI LA DIFENDEREMO.

LA DIFENDEREMO FINO ALLA MORTE SE NECESSARIO.

-*-

E QUINDI ABBIAMO FATTO IL CONTO DI QUANTE PERSONE CI VOGLIONO PER DIFENDERE
LA TERRA.

ED È SALTATO FUORI CHE BASTA UNA PERSONA ZAPATISTA.

BASTA UNA DONNA ZAPATISTA, O UN UOMO ZAPATISTA, ANCHE ANZIANO, O GIOVANE, O
BAMBINO.

BASTA CHE UNA PERSONA ZAPATISTA SI PRENDA L’INCARICO DI DIFENDERE LA TERRA
AFFINCHÉ QUEST’ULTIMA, NOSTRA MADRE, SAPPIA DI NON ESSERE SOLA E
ABBANDONATA.

BASTA UNA PERSONA COLMA DI RESISTENZA E RIBELLIONE.

SIAMO QUINDI ANDATI A CERCARE NEL CUORE DEL NOSTRO COLLETTIVO.

ABBIAMO CERCATO UNA PERSONA CHE FOSSE ZAPATISTA E DISPOSTA A TUTTO.

A TUTTO.

E NON NE ABBIAMO TROVATA UNA SOLA, NÉ DUE, NÉ CENTO, NÉ MILLE, NÉ
DIECIMILA, NÉ CENTOMILA.

ABBIAMO TROVATO TUTTO L’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE,
DISPOSTO A TUTTO PER DIFENDERE LA TERRA.

QUINDI ABBIAMO GIÀ LA RISPOSTA ALLA DOMANDA DEL CAPO.

E LA RISPOSTA È:

«SÌ, SIAMO DISPOSTI A SPARIRE COME PROPOSTA PER UN MONDO NUOVO.»

«SÌ, SIAMO DISPOSTI A ESSERE DISTRUTTI IN QUANTO ORGANIZZAZIONE».

«SÌ, SIAMO DISPOSTI A ESSERE ANNICHILITI COME POPOLI ORIGINARI DI ORIGINE
MAYA».

«SÌ, SIAMO DISPOSTI A MORIRE COME GUARDIANI E GUARDIANE DELLA TERRA.»

«SÌ, SIAMO DISPOSTI A ESSERE COLPITI, ARRESTATI, RAPITI, AMMAZZATI COME
INDIVIDUI E INDIVIDUE ZAPATISTE».

*-*-*

ECCO, COSÌ IL CAPORALE HA LA SUA LA RISPOSTA.

MA DATE LE NOSTRE MODALITÀ IN QUANTO ZAPATISTI, LA NOSTRA RISPOSTA CONTIENE
ANCHE UNA DOMANDA CHE FACCIAMO AI CAPI:

«SIETE DISPOSTI, VOI CATTIVI GOVERNI, A PROVARE A DISTRUGGERCI *A QUALUNQUE
COSTO,* A COLPIRCI, ARRESTARCI, RAPIRCI E AMMAZZARCI?»

*-*-*

SORELLE, FRATELLI,

COMPAGNI, COMPAGNE, *COMPAGNEI*:

VI INVITIAMO A QUESTO:

CHE COME CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO-CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO…

CHE COME INDIVIDUI, GRUPPI, COLLETTIVI E ORGANIZZAZIONE DELLA SEXTA
NAZIONALE E INTERNAZIONALE…

CHE COME RETI DI RESISTENZA E RIBELLIONE…

CHE COME ESSERI UMANI…

SI CHIEDANO A COSA SIETE DISPOSTIDISPOSTE, E *DISPOSTEI* PER FERMARE LA
GUERRA IN CORSO CONTRO L’UMANITÀ, OGNUNO NELLE PROPRIE GEOGRAFIE, SECONDO
IL PROPRIO CALENDARIO E LE PROPRIE MODALITÀ.

E CHE, QUANDO AVRANNO LA RISPOSTA SECONDO IL PROPRIO PENSIERO, LA
COMUNICHINO AI PADRONI E AI CAPI.

OGNI GIORNO, OVUNQUE, LA BESTIA CHIEDE ALL’UMANITÀ LA STESSA COSA.

MANCA SOLO LA RISPOSTA.

È TUTTO.

Dalle montagne del Sudest Messicano.
A nome delle donne, degli uomini e altrei *zapatistei*.

Subcomandante Insurgente Moisés.
Messico, 31 dicembre 2019 – 1° gennaio 2020.

Traduzione 20ZLN

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/12/31/palabras-del-ccri-cg-del-ezln-en-el-26-aniversario/

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CONVOCAZIONE

ALLE GIORNATE IN DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA MADRE TERRA
“SAMIR SOMOS TODAS Y TODOS”

SORELLE E FRATELLI DEI POPOLI DEL MESSICO E DEL MONDO:

PRIMO – Oggi più che mai il capitalismo cresce sulla guerra e la depredazione di tutte le forme di vita. I malgoverni e le grandi imprese capitaliste, ognuna di queste con nome e cognome, vogliono rendere invisibili le nostre lotte in difesa del territorio e della madre terra, normalizzando perfino l’assassinio dei nostri fratelli che li difendono. Oggi, spezzano il nostro cuore collettivo gli omicidi di:

  • Samir Flores Soberanes del popolo nahua di Amilcingo, Morelos
  • Julián Cortés Flores, del popolo mephaa della Casa de Justicia di San Luis Acatlán, Guerrero.
  • Ignacio Pérez Girón, del popolo tzotzil del municipio di Aldama, Chiapas.
  • José Lucio Bartolo Faustino, Modesto Verales Sebastián, Bartolo Hilario Morales, e Isaías Xanteco Ahuejote del popolo nahua organizzato nel Concejo Indígena y Popular de Guerrero – Emiliano Zapata (CIPOG – EZ).
  • Juan Monroy e José Luis Rosales, del popolo nahua d Ayotitlán, Jalisco.
  • Feliciano Corona Cirino, del popolo nahua di Santa María Ostula, Michoacán.
  • Josué Bernardo Marcial Campo, noto anche come TíoBad, del popolo popoluca di Veracruz.

I nostri compagni sono stati assassinati per essersi opposti alla guerra con la quale il malgoverno vuole appropriarsi delle nostre terre, monti ed acque, per consolidare la depredazione che minaccia l’esistenza dell’umanità.

Ugualmente ci addolora la sparizione forzata di nostro fratello Sergio Rivera Hernández, nahua della Sierra Negra, Puebla, difensore del territorio e della madre terra.

SECONDO – Il capitalismo, nella sua attuale tappa neoliberale, assume forme sempre più mostruose, dichiarando la guerra contro l’umanità e contro la terra, nostra madre. L’attuale sviluppo economico basato su scala planetaria nella predominanza del capitale finanziario che domina popoli, nazioni e continenti interi, poggiato sull’industria militare ed estrattivista, che cresce mediante guerre reali o fittizie, la profusione del crimine organizzato, invasioni e colpi di Stato, nella sua insaziabile logica dell’accumulazione e consumo capitalisti, sta portando ad un cambiamento climatico irreversibile ed un limite che mette in pericolo le condizioni della vita umana sul pianeta.

TERZO – Inoltre, l’attuale sistema, con la sua organizzazione patriarcale ereditata da sistemi e civiltà precedenti ma, approfondita negli ultimi secoli, si esibisce come un violento nemico non solo dell’umanità, ma in particolare delle donne e della nostra madre terra. Cioè, lo sfruttamento e la profonda violenza strutturale verso le donne è propria del capitalismo anche se nata molto prima; la proprietà privata capitalista, base di questo sistema, non si può spiegare né comprendere se non come parte di un sistema patriarcale di dominazione sulle donne e sulla terra.

QUARTO – In Messico, l’accelerazione dell’attività mineraria e dell’estrazione e conduzione di idrocarburi, la creazione della Guardia Nazionale nella logica della Iniciativa Mérida e l’impulso, ad ogni costo, dei grandi megaprogetti (Corridoio Trans-istmico Salina Cruz-Coatzacoalcos, Treno Maya e Progetto Integrale Morelos, Nuovo aeroporto internazionale di Città del Messico) che vogliono riordinare i territori, le popolazioni e le frontiere di nord e Centroamerica in una logica di predazione e sfruttamento capitalista, rendono urgente la difesa della vita umana, la difesa dei territori dei nostri popoli e la difesa della terra in una prospettiva chiaramente anticapitalista ed antipatriarcale. È per tutto questo che:

CONVOCHIAMO I POPOLI DEL MESSICO E DEL MONDO, LE ORGANIZZAZIONI E COLLETTIVI DI LAVORATRICI E LAVORATORI DI CAMPAGNA, MARE E CITTÀ, LE DONNE, STUDENTI, BAMBINI E BAMBINE, ANZIANI ED ANZIANE, RAPPRESENTANTI DELLA DIVERSITÀ SESSUALE

ALLE GIORNATE IN DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA MADRE TERRA
“SAMIR SOMOS TODAS Y TODOS”

Secondo il seguente calendario:

20 febbraio 2020: Azioni diffuse in Messico e nel Mondo in Difesa del Territorio e della Madre Terra, per la giustizia per le/i nostr@ moert@, nostr@ desaparecid@s, nostr@ prigionier@ e contro i megaprogetti di morte.

21 febbraio 2020: Marcia per la Giustizia Per Nostro Fratello Samir Flores Soberanes, per le/i nostr@ mort@, nostr@ desaparecid@s, nostr@ prigionier@ e in Difesa del Territorio e della Madre Terra. Città del Messico. Punto di partenza: Uffici della Commissione Federale per l’Energia in Avenida Reforma, ore 16:00.

22 febbraio 2020: Assemblea in Difesa del Territorio e della Madre Terra, nel centro della Comunità di Amilcingo, Municipio di Temoac, Stato di Morelos, a partire dalle ore 10:00.

DISTINTAMENTE

7 gennaio 2020
Per la Ricostituzione Integrale dei Nostri Popoli
Mai Più Un Messico Senza Di Noi

ASSEMBLEA DELLA RESISTENZA DI AMILCINGO
CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO/CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO
ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

GENTI, Comunità Organizzazioni, Collettivi Ed INDIVIDUI PartecipantI AL FORUM In Difesa Del Territorio E DELLa Madre Terra REALIZZATO NEI Giorni 21 E 22 Dicembre 2019 NEL CARACOL Jacinto CANEK/CIDECI-UNITIERRA, SAN CRISTÓBAL DE LAS CASAS, CHIAPAS.

Redes, Organizaciones y Colectivos de Resistencia y Rebeldía adheridos a la Sexta Nacional e Internacional
Tribu Yaqui del Pueblo de Bácum, Sonora
Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo de Tehuantepec
Proceso de Articulación de la Sierra de Santa Martha, Veracruz
Pueblo Náyeri, Nayarit
Junta de Vecinos en Resistencia Tanque y Américas, Monterrey, Nuevo León
Comunidad de San Lorenzo Azqueltán, Jalisco
Comuneros de Cherán, Michoacán
PROFECTAR, Pueblo Rarámuri de Chihuahua
Un Salto de Vida, Jalisco
Organización de los Doce Pueblos de Tecámac, Estado de México
Coordinadora de Pueblos y Organizaciones del Oriente del Estado de México
Asamblea General de los Pueblos, Barrios, Colonias y Pedregales de Coyoacán, Ciudad de México
Comunidad Coca de Mezcala, Jalisco
Comunidad Indígena Nahua de Zacualpan, Colima
Consejo de Ejidos y Comunidades Opositoras a la Presa La Parota, Gro
Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra y el Agua de Morelos, Puebla y Tlaxcala
Ka Kuxtal Muh Meyaj A.C., Pueblo Maya Peninsular, Campeche
Otomies Residentes en la Ciudad de México
Frente Nacional por la Liberación de los Pueblos, Guerrero
Defensores del Rio Metlapanapa, Puebla
Concejo Indígena y Popular de Guerrero-Emiliano Zapata
Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC) Colombia
Asamblea de Defensores del Territorio Maya Muuch Ximbal, Yucatan
Comunidad Indígena de Santa María Ostula
Ejido Tila, Chiapas
Consejo Regional Indígena y Popular de Xpujil, Campeche
Comité de Defensa de los Pueblos Indígenas (CODEDI), Oaxaca
Centro comunitario Raxajal Mayab y Colectivo Autónomo de José María Morelos, Quintana Roo
Comuneros de Cuatro Venados, Oaxaca
ZODEVITE, Chiapas
Consejo Tiyat Tlali de la Sierra Norte de Puebla
Movimiento Agrario Indígena Zapatista (MAIZ), Puebla y Oaxaca
Unión de Organizaciones de la Sierra Juárez (UNOSJO) Oaxaca
Asamblea del Pueblo Chontal, Oaxaca
Comunidad Binnizá de Unión Hidalgo, Oaxaca
Comunidad de Historia Mapuche
Mujeres Mapuche
Mujeres del Pueblo Kurdo
Geocomunes
Mexicali Resiste
UCIZONI, Oaxaca
Tribu Mayo
Consejo Autónomo de la Costa de Chiapas
LA VIDA, Veracruz

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2020/01/07/convocatoria-a-las-jornadas-en-defensa-del-territorio-y-la-madre-tierra-samir-somos-todas-y-todos/

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Dichiarazione della 4a Assemblea Nazionale del CNI-CIG

Al popolo del Messico

Ai popoli del Mondo

Alla Sexta Nazionale ed Internazionale

Alle Reti di Resistenza e Ribellione

Ai mezzi di comunicazione

Fratelli, sorelle.

Nel Caracol Zapatista Jacinto Canek, nel CIDECI- UNITIERRA, a San Cristóbal de las Casas, Chiapas, i giorni 18 e 19 dicembre 2019, per celebrare la 4ª Assemblea Nazionale del Congresso Nazionale Indigeno e del Consiglio Indigeno di Governo, i popoli Afromessicani, Binizaa, Chinanteco, Chol, Chontal, Comca’ac, Hñahñu, Kumiai, Mam, Maya, Mayo, Mazahua, Me´phaa, Mixe, Mixteco, Nahua, Náyeri, Purépecha, Quiché, Rarámuri, Téenek, Tepehuano, Tohono Oódam, Tojolabal, Totonaca, Tzeltal, Tzotzil, Wixárika, Yaqui, Zoque, Chixil, Cañari e Castellano, provenienti da 24 stati della repubblica, insieme agli invitati di Guatemala, Ecuador, El Salvador e Stati Uniti, ci siamo incontrati per ascoltarci, per vedere nel compagno e nella compagna che insieme, collettivamente, siamo popoli, nazioni, tribù.

Ci troviamo per vedere e capire la guerra neoliberale che da sopra ci arriva intrisa di bugie per fingere di governare, mentre consegnano il paese nelle mani del capitale, che non gradisce la coscienza collettiva dei popoli e mette in marcia i suoi strumenti di spoliazione:

  1. Attraverso la violenza sanguinaria e terrorista contro i popoli che difendono la terra.

Il lutto e la rabbia che vivono dentro coloro che oggi incontriamo, sono per il danno alla madre terra, la spoliazione di tutte le forme di vita. E quelli che hanno deciso di distruggerla per trasformarla in denaro hanno nome e cognome, così come gli assassini dei nostri compagni. Spezza il nostro cuore collettivo l’assassinio del compagno delegato popoluca del CNI, Josué Bernardo Marcial Campo, anche noto come TíoBad, che per la sua arte, la sua musica e la sua protesta contro i megaprogetti che il malgoverno proclama di aver chiuso, come il fracking, è stato fatto sparire e poi fatto ritrovare brutalmente assassinato lo scorso lunedì 16 dicembre.

Il compagno Samir Flores Soberanes del popolo nahua di Amilcingo, Morelos.

Il compagno Julián Cortés Flores, del popolo mephaa de la Casa de Justicia di San Luis Acatlán, Guerrero.

Il compagno Ignacio Pérez Girón, del popolo tzotzil del municipio di Aldama, Chiapas.

I compagni José Lucio Bartolo Faustino, Modesto Verales Sebastián, Bartolo Hilario Morales, e Isaías Xanteco Ahuejote del popolo nahua organizzato nel Consiglio Indigeno e Popolare di Guerrero – Emiliano Zapata (CIPOG – EZ).

I compagni Juan Monroy e José Luis Rosales, del popolo nahua di Ayotitlán, Jalisco.

Il compagno Feliciano Corona Cirino, del popolo nahua di Santa María Ostula, Michoacán.

I nostri compagni sono stati assassinati per essersi opposti alla guerra con cui il malgoverno vuole appropriarsi delle nostre terre, monti e acque, per consolidare la spoliazione che minaccia la nostra esistenza come popoli originari.

  1. False consultazioni.

Il malgoverno federale finge di consultare la gente, soppianta la nostra volontà collettiva ignorando ed offendendo le nostre forme di organizzazione e di presa delle decisioni, come il volgare inganno della “Consulta” il cui obiettivo non è altro che imporre con la forza il cosiddetto Treno Maya, che consegna i territori indigeni al capitale industriale e turistico, o le bugie definite anche consultazioni per imporre con la violenza il Progetto Integrale Morelos, o i megaprogetti di morte che riconfigurano il nostro paese per metterlo a disposizione del capitale multinazionale, principalmente per imporre il potere terroristico degli Stati Uniti.

  1. Polarizzazione e scontro tra comunità indigene.

Per avanzare nella sua guerra, il malgoverno scommette sullo smantellamento del tessuto comunitario, fomentando i conflitti interni che tingono di violenza le comunità, tra chi difende la vita e chi vuole mettergli un prezzo, anche a costo di vendere le future generazioni a beneficio milionario di pochi corrotti che si servono dei gruppi armati della criminalità organizzata.

Per quanto sopra, dichiariamo che resistiamo e lottiamo perché siamo vivi, perché, benché temiamo di smettere di esistere per ciò che siamo, non è questa la strada che scegliamo per noi e per coloro ai quali dobbiamo rispondere.

  1. Espansione della guerra.

Mentre noi, popoli originari, subiamo con più violenza che mai la guerra del capitale, il malgoverno insieme ai suoi gruppi armati militari, polizieschi, paramilitari, guardie bianche e gruppi di scontro, in nome del denaro estende la distruzione su tutto il territorio nazionale.

In Veracruz:

Nella regione di Totonacapan e fino alla Huasteca, ci sono i gasdotti Texas-Tuxpan, Tuxpan-Atotonilco e Tuxpan-Tula. Al pari delle bugie del governo Neoliberale di AMLO, si scava e si opera la frattura idraulica per estrarre idrocarburi, si fanno travasi per prendere l’acqua dei fiumi e consegnarla in mani di privati minacciando la vita dei popoli tének, nahua, totonaco, otomí e tepehua, oltre all’aumento dei gruppi della criminalità organizzata.

In Michoacán:

Nel territorio della meseta purépecha si estende la coltivazione intensiva di avocado che spoglia il territorio delle comunità indigene, si abbattono i boschi e si stanno uccidendo i laghi di Cuitzeo, Zirahuen e Pátzcuaro.

Sulla catena montuosa costiera del popolo nahua, il saccheggio delle bande della criminalità organizzata, con lo sfacciato appoggio di tutti i livelli del malgoverno, minaccia la vita e l’integrità dei popoli originari, in particolare dei nostri fratelli della comunità indigena nahua di Santa María Ostula che si oppongono alla devastazione dei territori comunali, attraverso lo sfruttamento di minerali, legnami pregiati e lo sfruttamento turistico delle spiagge nei municipi di Aquila, Coahuayana, Chinicuila e Coalcomán, cercando di far sembrare che la guerra sia tra comunità o tra comuneros, mentre da sopra i potenti aspettano il momento di appropriarsi della vita che Ostula difende.

Nella comunità purépecha di Zirahuén che ha una lunga lotta in difesa del lago dello stesso nome, oggi con l’aiuto di gruppi armati della criminalità organizzata, gli impresari aguacateros distruggono il bosco ed inquinano l’acqua con l’uso di pesticidi tossici.

In Jalisco:

Persiste l’invasione del territorio wixárika di San Sebastián Teponahuaxtlán da parte di presunti piccoli proprietari di Huajimic, Nayarit. Egualmente, il governo consegna nelle mani di imprese minerarie straniere migliaia di ettari del territorio sacro Wirikuta, nello stato di San Luis Potosí, minacciando l’esistenza culturale e del territorio cerimoniale.

Nella comunità indigena chichimeca di San Juan Bautista de La Laguna, nel municipio di Lagos de Moreno, il malgoverno consegna in mani private il territorio ancestrale riconosciuto nei suoi titoli primordiali, imponendo inoltre un gasdotto per fornire grandi industrie, alle quali, in forma organizzata, la comunità si è opposta nonostante la repressione e criminalizzazione che i malgoverni statali e municipali esercitano contro essa.

La comunità tepehuana e wixárika di San Lorenzo de Azqueltán subisce, al pari dell’esproprio della sua terra, le minacce di morte ed i tentativi di omicidio come quello accaduto lo scorso 3 novembre, quando il cacicco Fabio Flores alias “La Polla“, insieme a persone armate ha aggredito le autorità comunali provocando gravi ferite che sono quasi costate la vita ai comuneros Ricardo de la Cruz González, Rafael Reyes Márquez e Noé Aguilar Rojas. Tutto questo con la complicità del governo municipale di Villa Guerrero, Jalisco, con l’impunità in questo vile crimine.

In Puebla:

Il malgoverno insieme al suo gruppo armato della Guardia Nazionale e gruppi polizieschi, vuole imporre un megaprogetto che sverserebbe rifiuti tossici nel fiume Metlapanapa, questo come parte del Progetto Integrale per la Costruzione del Sistema di Fognatura Sanitaria della Zona Industriale di Huejotzingo, nota come “Città Tessile”. Per difendere la vita del fiume e delle comunità che ci vivono, i nostri compagni e compagne del popolo nahua, delle comunità di San Mateo Cuanalá, San Lucas Nextetelco, San Gabriel Ometoxtla, Santa María Zacatepec e la colonia José Ángeles hanno subito aggressioni da parte di questi corpi repressivi.

Sulla Sierra Negra di Puebla, dal 23 agosto 2018 è desaparecido il nostro compagno Sergio Rivera Hernández come rappresaglia per la sua lotta contro la distruzione provocata dall’impresa mineraria Autlán, e per cui continuiamo ad esigere la sua presentazione in vita.

In Campeche:

Col pretesto dell’impropriamente chiamato “Treno Maya” si sta progettando la costruzione di 15 nuovi centri urbani che non solo implicano la distruzione dell’ambiente, ma pure l’esproprio di territori dei popoli originari.

In Morelos, Puebla e Tlaxcala:

Con la forza si impone il Progetto Integrale Morelos reprimendo chi non è d’accordo, come con l’assassinio del nostro fratello Samir Flores. Questo crimine è tuttora impunito e mentre Samir è un esempio di dignità dal basso, quelli che stanno sopra meritano solo disprezzo, perché per loro la cosa importante è costruire la centrale termoelettrica di Huexca, Morelos, il gasdotto alle falde del vulcano sacro Popocatepetl, e l’infrastruttura industriale e di comunicazioni che tutto ciò implica. Scenario nel quale si acutizza la presenza di violenti gruppi criminali.

In Chiapas:

Persiste l’intenzione di esproprio e privatizzazione del territorio Tzeltal a beneficio di imprese private attraverso la cosiddetta “Strada Culturale” che precedentemente si chiamava “Super Strada” e che attraverserebbe il territorio dell’ejido di San Sebastián Bachajón, Palenque e di altre comunità.

Egualmente nel territorio Zoque, il capitale ha identificato un corridoio petrolifero che abbraccia 9 municipi su una superficie di 84.500 ettari e che attraversa il territorio della comunità di Chapultenango.

I malgoverni di tutti i livelli, con campagne di confronto, paramilitarizzazione e sostituzione, vogliono distruggere l’organizzazione delle comunità che si organizzano in forma autonoma, come il caso dei nostri fratelli dell’ejido Tila.

Sulla costa del Chiapas abbiamo ricevuto minacce ed espropri delle nostre terre per il tentativo di costruzione della strada Pijijiapan – San Cristóbal de las Casas – Palenque. Oltre alla costruzione di un gasdotto che attraverserebbe la zona costiera di Chiapas e Guatemala.

Persiste la vessazione militare e paramilitare contro i territori zapatisti per cercare di indebolire e distruggere non solo gli spazi autonomi che si sono costruiti, ma l’eco che si espande nel paese e nel mondo.

A Città del Messico:

Mentre si negano gli spazi pubblici ai popoli originari residenti in città per svolgere il loro lavoro, questi vengono consegnati ai capitali privati per il loro arricchimento. È il caso del popolo Otomí residente a Città del Messico, attualmente sotto in minaccia di sgombero in Calle Roma numero 18 nella colonia Juárez.

Mentre si acutizza l’espropriazione degli spazi rurali e indigeni a Città del Messico, anche i compagni Gerardo Camacho e Jaime Gómez hanno ricevuto minacce di morte dal commissario ejidale della comunità di San Nicolás Totolapan.

In Guerrero:

Persiste l’oppressione contro i nostri fratelli del Consiglio Indigeno e Popolare di Guerrero Emiliano Zapata, che costruiscono le proprie forme di sicurezza e giustizia per preservare il territorio dall’ingordigia capitalista.

Estado de México:

Nel bacino della Valle del Messico il megaprogetto neoliberale di Santa Lucía e l’imposizione della strada Tuxpan-México è stata resa possibile grazie ai paramilitari nel tratto Ecatepec-Peñón. Così come l’intubazione e privatizzazione di fiumi e sorgenti.

In Oaxaca:

Il territorio chinanteco di San Antonio de Las Palmas è minacciato dalle concessioni minerarie che abbracciano più di 15 mila ettari, e da progetti di dighe di sbarramento sul fiume Cajonos, nel bacino del Papaloapan.

In Oaxaca e Veracruz:

Nel sud di Veracruz, parte nord dell’Itsmo di Tehuantepec, vogliono imporre un corridoio interoceanico che trasformerebbe la regione in un immenso parco industriale lasciandoci senza acqua, distruggendo la natura ed il tessuto sociale delle comunità con violenza ed insicurezza, sfruttando i fiumi dei territori indigeni per l’ampliamento dei porti che collegherebbero il corridoio interoceanico accompagnato da megaprogetti minerari, di fracking, di parchi eolici industriali e della depredazione dell’acqua che nasce in territori indigeni.

Sonora:

Il Río Mayo è inquinato dalla miniera a cielo aperto Cobre del Mayo che sversa i suoi rifiuti tossici nella diga Abelardo L. Rodríguez, nota come diga del Mocuzarit, minacciando la vita collettiva del popolo Mayo.

Nayarit:

Il fiume San Pedro nel territorio Nayeri, è minacciato dal progetto idroelettrico “Las Cruces”, così come dalla mega-miniera d’oro e argento nella comunità di Jazmín del Coquito, nella fattoria Los Arroyos.

Yucatán:

Nel contesto dell’imposizione in corso del impropriamente chiamato Treno Maya, è stato minacciato di morte il nostro compagno Pedro Uc Be, dell’Assemblea in Difesa del Territorio Maya Muuch Xiinbal.

Per tutto quanto sopra dichiariamo che i nostri popoli, nazioni e tribù continueranno a preservare e difendere i semi di resistenza e disobbedienza in mezzo alla morte, costruendo una strada che perduri nel mezzo dell’oscurità; e noi, saremo lì per curare la nostra madre terra, insieme ai popoli del mondo.

Dicembre 2019

Per la Ricostituzione dei Nostri Popoli

Mai Più Un Messico Senza Di Noi

Congresso Nazionale Indigeno

Consiglio Indigeno di Governo

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/12/20/pronunciamiento-de-la-4-asamblea-nacional-del-cni-cig/

 

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BALLA UNA BALENA

COMMISSIONE SEXTA DELL’EZLN

MESSICO

Dicembre 2019

Al Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo:
Alle persone, gruppi, collettivi ed organizzazioni della Sexta nazionale e internazionale:
Alle Reti di Resistenza e Ribellione:
A coloro che amano la Danza:

CONSIDERATO CHE:

Primo e unico:

BALLA UNA BALENA.

La montagna illuminata. L’eco del cinema – non di un film, ma del cinema come comunità – ancora risuona tra razzi accesi, l’azzurro nostalgico del cavallo, Tulan Kaw, l’insegna lampeggiante di “bienvenid@s” e la luce provocatoria di “ZAPATISTAS”.

Hai tentato di andartene ma, per qualche ragione che non riesci a spiegare, non puoi… o non vuoi. Nella ormai notte, sempre fredda, percorri la spianata dove, ore prima, il serpente delle stazioni ti ha risvegliato ricordi di fiere paesane, lontane in calendario e geografia.

Il tuo sguardo si sofferma sui cartelli del puzzle: “II Incontro Internazionale delle Donne che Lottano”, “Forum in Difesa della Madre Terra”, “26° Anniversario”. “II Festival del Cinema Puy Ta Cuxlejaltic”, “Primo Festival di Danza Balla un Altro Mondo”.

Un colpo di vento fa tremare il grande cartellone.

Può ballare l’aria?

La danza, apparentemente tanto lontana da tutto, può tracciare un sogno solo con i movimenti?

Sì, forse stai delirando. Può essere per il freddo o per quell’irriverente stella rossa che scintilla in cima alla montagna.

In quel mentre, arrivano la bambina e la sua combriccola che ti circondano col loro chiassoso entusiasmo. “C’è il ballo!”, ti gridano saltellando. Beh, la bambina che chiamano Calamidad solleva solo un poco i talloni, ma la sua allegria è simile a quella delle altre. Il ballo non entusiasma Pedrito, lo scettico della banda, che sentenzia: “Ok, ogni tanto c’è un ballo, non vedo la ragione di tutto questo trambusto”. Defensa Zapatista introduce il suo metodo pedagogico con uno scappellotto e prosegue: “Ci sarà un ballo ma appeso ad una nuvola. Cioè, non un ballo qualsiasi”, e si produce in un impeccabile passo di ron de jambe par terre in dehors. Il gatto-cane, per non restare indietro, si unisce ovviamente con un pas de chat.

 “C’è il ballo!” ripetono le bambine, non in coro perché sono abbastanza scoordinate.

Una insurgenta (la riconosci dall’uniforme) arriva di corsa e dice: “Calamidad, vieni, che ballano la balena!”. Calamidad risale a tutta velocità – non troppa diciamo – il lieve pendio che porta nelle viscere della balena di legno che ancora riposa… o si sta riprendendo dalle ferite di arpioni, bugie e oblii. Defensa Zapatista afferra il gatto-cane e le segue.

Esperanza Zapatista resta a discutere col Pedrito che sostiene che non solo è impossibile ballare una balena, ma è pure impossibile che un cetaceo (così dice) si trovi nel bel mezzo delle montagne del sudest messicano. Non aspetti la fine della discussione, anche se forse ne conosci la conclusione – Esperanza, benché arrivi solo alla cintola di Pedrito, normalmente finisce ogni discussione con “gli uomini, non vedono oltre il loro naso… che è piatto” -.

Decidi di seguire Defensa Zapatista, il gatto-cane e Calamidad. Ti seguono Esperanza Zapatista e Pedrito che protesta perché ha fame.

Vi addentrate nelle viscere, ora quasi vuote, del gigantesco animale. Un gruppo di danzatrici provano i loro passi. Queste, questi, elloas, percorrono il palco che, contraddicendo la sua vocazione, non è più elevato della platea, ma più basso.

Ti siedi e più che guardare gli esercizi ed i passi, osservi la reazione della combriccola. Calamidad, ispirata, è salita su una delle panche ed improvvisa un echappe simple e cade sulla tavola, che si arrende (la tavola, si capisce). “Calamidad!”, le grida Defensa Zapatista. Ma Calamidad è già salita su un’altra panca e ripete il passo… e anche qui la tavola si rompe. Alla quinta panca rotta, un plotone di miliziane tenta inutilmente di bloccare Calamidad che si ostina nel suo tentativo di sfidare la legge di gravità… e della logica.

Il trambusto che segue – Calamidad che salta da una panca all’altra con un’agilità fuori dai limiti del suo corpo, le miliziane che cercano di circondarla e bloccarla, il gatto-cane che morde le miliziane, Defensa Zapatista che tenta di prendere il gatto-cane, Esperanza che tira fuori il cellulare per filmare il tumulto, Pedrito che ricorda a tutti che forse è meglio mangiare qualcosa -, non sembra affatto disturbare chi fluttua in un vento che, vista l’assenza di musica, soffia solo nel suo cuore.

Si può ballare una balena ferita?

“Ah, gli zapatisti, sempre come se stessero guardando un altro film”, pensi. Come se quando parlassero del mondo, non si riferissero a questo che si subisce. Come se su un’astronave, scegliessero di guardare non il mondo che sta dietro, ma quello che si nasconde in qualche posto dell’universo… o della loro immaginazione.

Riesci ad immaginare la colonna sonora di un mondo nuovo che, indomito, sorge dalle macerie di un altro che scricchiola impercettibilmente?

Allora capisci… o credi di capire. Con “Balla un altro mondo” lo zapatismo non sta lanciando una sfida, bensì un invito.

Nel frattempo, asserragliata nell’ultimo angolo dell’auditorium, Calamidad ha fermato l’attacco delle miliziane che attente ascoltano la bambina che spiega loro il “gioco dei popcorn” e racconta “la storia del mais palomero versione Calamidad”.

Allora, avverti un lieve tremore sotto i piedi. Sì, sembra che finalmente la balena si stia sgranchendo e si prepari a riprendere la strada sulla collina.

Come se la danza, l’arte di ballare un altro mondo, avesse alleviato le ferite e il cuore, e la incoraggiasse a seguire la sua assurda impresa.

Ma questo è impossibile. O no?

-*-

Sulla base di quanto sopra, la Commissione Sexta dell’EZLN, invita gli uomini, donne, otroas, bambini ed anziani della Sexta, del CNI e delle Reti di Resistenza e Ribellione in tutto il mondo, ed anche chi possa e voglia, al PRIMO FESTIVAL DI DANZA…

“BALLA UN ALTRO MONDO”

La cui PRIMA edizione si svolgerà nei Caracoles zapatisti di Tulan Kaw e Jacinto Canek, nelle montagne del Sudest Messicano, dal 16 al 20 dicembre 2019.

Ci saranno esibizioni di danza contemporanea, classica, neoclassica, araba, butoh, acrobazia, ballabile, circo, performance, di gruppo, aerea, africana, dark belly dance hip hop fusion, moderna, hula hula e abilità col fuoco.

Ci saranno inoltre laboratori (aperti al pubblico) di: danza contemporanea, espressione del corpo, giochi di prestigio, africana, danza araba. Oltre a incontri e mostra fotografica.

Le attività si svolgeranno nel:

.- Caracol di Tulan Kaw i giorni 16, 17 e 18 dicembre 2019, a partire dalle ore 10:00.

.- Caracol Jacinto Canek (presso il CIDECI a San Cristóbal de las Casas, Chiapas), i giorni 19 e 20 dicembre 2019.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Il SupGaleano.
Col suo corpo splendido e in buona forma (sì) dolorante per aver tentato un Temps Levé Coupe. Non scherzate, mi è venuto bene… più o meno… ok, ok, ok, non mi è riuscito.
Messico, dicembre 2019

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/12/15/baila-una-ballena/

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Messico – Secondo Festival del Cinema “Caracol de nuestra vida” organizzato dall’#EZLN

Amatenango del Valle, Chiapas. 7 dicembre 2019.

Basi di appoggio dell’EZLN, in particolare giovani ragazzi e ragazze, insieme ad partecipanti nazionali e internazionali, si sono dati appuntamento sabato all’inaugurazione della Seconda edizione del Festival del film: “Puy Ta Cuxlejaltic“, nel nuovo Caracol Zapatista Tulan Kaw, negli altopiani del Chiapas.
Dopo un duro lavoro per completare le strutture del nuovo Caracol ““Espiral digno tejiendo los colores de la humanidad en memoria de los caídos “, annunciato lo scorso agosto, oggi accoglie i partecipanti del festival.
All’ingresso del Caracol tra la trafficata strada tra San Cristóbal e Comitán, si possono vedere diversi cartelloni che ricordano le varie attività che i ribelli del Chiapas hanno programmato come “dicembre combattivo”.
Nella parte davanti al Caracol c’è anche un percorso che conduce il visitatore attraverso diverse mostre artistiche, nonché proiezioni su mega schermi e piccoli proiettori oltre a palchi per le diverse presentazioni all’aperto.
MARICHEWEU! Dieci, cento, mille volte vinceremo”, si può leggere in una delle sale di proiezione del festival in omaggio alla lotta del popolo mapuche in Cile.
In questo primo giorno sono stati proiettati le pellicole: Gran Jornada de Mujeres que Luchan del collettivo Luces Rebeldes; Escuela por la Defensa del Territorio della Sandía Digital e Witness; Corrientes del sur di Geovanni Ocampo Villanueva; Noosfera di Amelia Hernández; Santo Rimedio di Andrea Ayala Luna, Ingrid Denisse Alarcón Díaz; Sobre la hierba di José Alfredo Jiménez Milano; 3 x 10 pesos di Uzziel Ortega Sánchez e David Donner Castro; El caminar de las Pastoras di Gabriela Ruvalcaba; Videoclip & Discurso di El Gran Om; e Soles Negros di Julien Elie.
Secondo i partecipanti, le proiezioni mostrano le difficili condizioni sociali, economiche e politiche a cui sono sottoposte le comunità a livello nazionale e internazionale.
Per domenica, i film da proiettare sono: Huir da Daniel Hernández Delgadillo; Restos de viento di Jimena Montemayor; Birders di Otilia Portillo; Vaquero del mediodía di Diego Osorno; ¿Qué les pasó a las abejas? di Adriana Otero; e Poetas del Cielo di Emilio Maillé.

http://yabastanapoli.blogspot.com/2019/12/messico-secondo-festival-del-cinema.html

Tulan Ka’u, Cavallo Forte [Fotoreportage]

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COMMISSIONE SEXTA DELL’EZLN
MESSICO

Dicembre 2019

Al Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo:

Alle persone, gruppi, collettivi ed organizzazioni della Sexta nazionale e internazionale:

Alle Reti di Resistenza e Ribellione:

Ai cinefili:

CONSIDERANDO CHE:

Primo e unico:

UNA BALENA NELLE MONTAGNE DEL SUDEST MESSICANO
(Creatori, Creatrici e Creature).

Non sai come sei arrivato in questo luogo. Sì, sembra sia ormai un’abitudine … “Usi e costumi cittadini”, ricordi che così diceva il defunto SupMarcos, e ricordi anche l’irritazione che ti suscitavano quei commenti sarcastici… bene, non solo quelli. Il pomeriggio lascia ora posto alla notte. Ti sei fermato perché in lontananza hai visto una stella rossa a cinque punte sulla cima di un colle, dopo una specie di avviso monumentale con così tante scritte da non riuscire a leggere di cosa si trattava. Più in là, la sagoma azzurra di un cavallo che nitrisce ed alcune lettere grandi e luminose che laconiche sentenziano: “TULAN KAW ZAPATISTA”. All’entrata, la bambina che ti ha guidato a quel primo cinema impossibile e la sua banda di bambine e bambini, ti si avvicinano. Non sai se scappare, fingere di non conoscerli o restare in attesa. Qualunque strategia crolla perché la bambina ti prende per mano e ti rimprovera: “sempre in ritardo, eh!”.

Attraversate una spianata, in una specie di fiera di paese. In un tratto serpeggiante ci sono alcune “stazioni” con diversi meccanismi di luci e suoni travesti da… mostri, circensi, trapezisti, alcuni che insegnano arti, da lì si sente della musica, si balla e si canta. La gente si affolla nella sua “stazione” preferita e ci sono risate, grida di ammirazione e sorpresa. Inoltre, certo, molti “selfie”. Ai margini del percorso c’è un grande schermo. Stai per dire “Sembra un drive-in”, ma un cartello dice: “Ingresso libero. Stasera: Cantinflas e Manuel Medel in Águila o Sol. Domani: Piporro e Pedro Infante in Ahí viene Martín Corona”.

La bambina ti guida in questo percorso azig-zag: davanti c’è uno strano essere, somiglia ad un gatto o un cane; ai lati ci sono altre bambine e bambini che parlano tutti contemporaneamente.

Cerchi di capire quello che dicono, ma vedi un grande striscione con l’immagine di Boris Karloff(?) nei panni di Frankestein, con una tazza in una mano ed un pezzo di pane sbocconcellato nell’altra. La scritta recita una verità ancestrale: “Niente come un buon caffè ed un panino ti riportano in vita“. Più in fondo, sull’altro lato, si legge “Chirurgia Maxillofacciale. Mostra il tuo volto migliore ed un sorriso irresistibile” e l’immagine delle diverse trasformazioni della creatura delle serie di “Alien, l’ottavo passeggero“. Istintivamente ti tocchi le guance e ti scorre un brivido.

Ci sono molte luci dai colori scintillanti, un’ampia sala da pranzo (riesci a leggere “ZAPATISTAS” e “BIENVENID@S”) e stai per dire che fa freddo e che non ci starebbe male un caffè caldo e magari qualcosa  da mangiare quando, su una delle pareti della sala da pranzo, vedi un altro telone con l’immagine di Edward James Olmos che annuncia “Sushi precotto. Corsi di Origami. Eliminazione Parassiti. Cravatte. Gaff & Company”. In alto, come sospesa in cielo, l’immagine animata della geisha di Blade Runner. Ti fermi un momento per capire come quella trovata sia possibile, ma le persone dietro di te spingono.

Quasi alla fine del “viale delle stazioni” c’è un tavolo con sopra il modellino di quella che potrebbe essere una costruzione, con un cartello con scritto “Progetto di Teatro“, ed una scatola per inserire “Donazioni Anonime“. Dietro un negozio di artigianato l’immagine di un “Facehugger” [una delle creature del film Alien – N.d.T.] pubblicizza sciarpe e mascherine per dormire.

Quindi una strada lastricata di luce e la sagoma di una grande stella rossa e, tra rottami apparentemente sistemati a proposito, immagini cangianti di uno scenario distopico. Le luci tremolanti illuminano a malapena la foresta intorno a te e la montagna in alto. Sì, come se invece di un albero, gli zapatisti avessero addobbato di luci l’intera montagna e gli alberi del bosco non fossero altro che i rami di quel grande pino obeso.

Pensi che sia meglio tornare, non succede nulla di tranquillo nelle terre dello zapatismo… almeno non per te. Ogni volta che vieni resti con una sensazione di dissenso e scetticismo rispetto a te stesso. E ti servono un bel numero di bagni di quotidianità cittadina per tornare alla normalità. Quindi fai qualche passo indietro, cercando l’occasione di voltarti senza che i bambini ti vedano……

Ma ti vedono e ti blocchi.

Ti dici che hai visto già tutto, per queste cose c’è internet e la banda larga, ma quello che ora vedi è così illogico che… Bene, tiri fuori il tuo cellulare e tenia una foto panoramica, ma capisci subito che non è possibile. Ci vorrebbe un satellite per riprendere l’insieme, perché si vede che tutto è parte di un puzzle e per comporlo bisogna camminare… e chiudere gli occhi.

Ma, riaprendoli, tutto è ancora lì. Una grande costruzione. Una specie di galeone che, sfidando le leggi fisiche, si allunga fino a perdersi tra gli alberi e nella pelle umida della montagna. Una galera il cui sperone di prua è una stella rossa a cinque punte. Non ti sorprenderebbe se, sulla fiancata, si aprissero sportelli e sputassero decine, centinaia, migliaia di remi… e dentro si trovasse, “scrivendo in mare“, il monco di Lepanto [Miguel de Cervantes Saavedra, autore del Don Chiosciotte, che perse la mobilità del braccio nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 – N.d.T.]. Somiglia ad un galeone. O una baleniera… No, piuttosto una balena sperduta che nuotando ostinata controcorrente contro la corrente lungo la montagna, ora riposa tra gli alberi e la gente. Sì, gente, tanta. Di tutti i tipi. E di tutti i colori, perché anche se pare che la maggioranza abbia il volto nascosto, i loro abiti sono come se un caleidoscopio si muovesse attorno al grande cetaceo, assurdo nel suo riposare a mezza montagna, come assurdo è tutto quello che lì succede.

No, non ti è venuto in mente che questo potrebbe essere il “Pequod“, ma piuttosto la leggendaria Moby Dick, la balena ossessione di Ahab, di Gregory Peck e di Herman Melville.

“Festival del Cinema”, ricordi di aver letto su diversi cartelli. Ma non c’è nessun riferimento al film di John Houston né al romanzo di Melville. Allora ti ricordi di quello che una volta hanno detto le/gli zapatisti: “noi, parliamo per un altro tempo. La nostra parola si capirà in altri calendari e geografie”. Anche cosí sei pronto a rispondere “Chiamatemi Ismaele” se qualcuno ti chiede il nome ma, allora, guardi attentamente i 3 grandi teloni che coprono i lati e, su quello in mezzo, quello ricamato con lance e funi, si legge:

Trempülkalwe

“È lingua mapuche, o mapudungun”, senti dire da qualcuno. Un po’ più su, altre scritte segnalano: “MARICHEWEU! Dieci, cento, mille volte vinceremo”. E, come a ratificarlo, intorno pullulano dieci, cento, mille persone incappucciate, rematori di questa paradossale galera di buontemponi. Giovani, uomini, donne ed otroas zapatisti. Come a dire che ognuna delle loro esistenze, delle loro vite, fosse un trionfo di fronte ad un passato che prometteva loro morte ed oblio.

Qui, nelle montagne del Sudest Messicano, ti trovi con questo grido di resistenza e disobbedienza Mapuche. Perché lo zapatismo saluta così e qui questo popolo originario? Perché l’impegno in portare una storia ancestrale di resistenza e ribellione dal più profondo sud del continente e seminarla in questa montagna che, per giunta, si chiama “Tulan Kaw” (“cavallo forte” in tojolabal e tzeltal) e gemellare così, irrazionalmente, anacronisticamente, due resistenze e ribellioni con lo stesso obiettivo: la difesa della madre terra?

Stai cercando di decifrare questo puzzle quando la banda infantile ti spinge dentro la pancia della balena… ok, dell’auditorium. Panche di legno, molte, sistemate seguendo il profilo della montagna, un palco con tavoli e 3 schermi (la versione zapatista del 3D), altoparlanti e un mucchio di cavi come budella attorcigliate.

La bambina ti dice: “Aspettaci qui. Andiamo a prendere i popcorn”. Tu cerchi di dirle che non ha visto nessun chiosco di popcorn, ma la banda di infanti sparisce uscendo dall’interiora del cetaceo… ok, dell’auditorium. Mentre aspetti, percorri con lo sguardo l’interno della costruzione. Sulle panche, esseri di ogni tipo. Sul palco, persone che, si suppone, creano cinema. Parlano di cinema ma come rispondendo a domande che, apparentemente, nessuno ha fatto loro… almeno nessuno di visibile. O parlano per sé stessi.

Ritornano di corsa la bambina e la sua banda, tutti con sacchetti di popcorn. La bambina ti dà un sacchetto mentre chiarisce: “Non c’ho messo molta salsa perché poi magari ti viene mal di pancia”.   L’ingresso della banda di bambini funge da segnale e il resto della folla parte in massa. Le persone sul palco emettono un sospiro di sollievo. Uno confessa “Uff! Ora ricordo perché mi sono dedicato al cinema!”. Un altro: “È come un film horror mischiato con uno thriller e fantascienza, e temo che il copione non mi procurerà niente di buono”. Uno più in là: “Perché in verità non sapevo cosa risponderle, lei aveva troppe domande”. “Certo”, dice un altro, “è come essere in un tribunale ma senza avvocato difensore… e sapendo di essere colpevole”.

La bambina ti dice in un orecchio: “Se viene a cercarci il SupGaleano, tu gli dici che siamo stati qui tutto il tempo, che tu hai portato i popcorn dalla città e li hai condivisi con noi. Anche se vedi che si altera, tu niente, fermo, fai finta di niente, resistenza e disobbedienza”. Da un altoparlante si sente: “Si ringrazia per qualunque informazione su dove si trovi un gatto-cane, è ricercato per furto di materiale strategico della comandancia general. Si pensa sia accompagnato da una banda di bambine e bambini che… ok, dimenticate il dettaglio bambine e bambini, ma il gatto-cane è inconfondibile”. Il suddetto si nasconde nel grembo dalla bambina e sì, giureresti che ha un sorriso birichino.

Stai valutando la convenienza di mentire o meno ad un Subcomandante, quando le persone rientrano, tutte con profumati sacchetti di popcorn, prendono posto e sul palco qualcuno dice: “Nessuno fa una domanda frivola? Così, per tornare alla normalità e tutti credano che questo è un festival del cinema come gli altri”.

“Dai”, ti dici, “un festival del cinema dove ci si aspettano spiegazioni, ragioni, riflessioni. Come se sullo schermo apparisse un grande punto di domanda e tutte, tutti, todoas, si aspettassero che… che cosa si aspettano?”. La bambina gli confessa: “Vedi, siamo tutti contenti che queste persone che fanno il cinema siano venute qui, perché se fossero tristi o i loro cuori fossero in ansia perché non sapevano dove fossero finite queste cose? Giusto? Quindi li abbiamo invitati a venire a dirci se stanno bene o no, o dipende. Magari si metteranno anche a ballare e a mangiare popcorn e i loro cuori saranno contenti”, dice la bambina con la bocca piena e le guance macchiate di salsa.

Sembra ci sia un intervallo e tutti, te compreso, escono. Con tua sorpresa, c’è ora un chiosco di popcorn su ruote che, come una cometa luminosa, trascina una lunga fila di bambine e bambini che aspettano il loro turno. Ce n’è un altro più sotto. E se ne intravede un più lontano. Ti metti in fila e poi, con il tuo sacchetto di popcorn, ti soffermi a guardare quell’assurda sala cinematografica e la sua inclinazione ribelle che sfida la logica e la legge di gravità…

La mitica balena mapuche, Mocha Dick, che nuota su per la montagna con tutta quella gente in spalla… “e, in mezzo a tutto, un grande fantasma incappucciato, come un monte innevato nell’aria” (Moby Dick. Herman Melville, 1851).

Un cetaceo irriverente come un pezzo del puzzle.

Il cinema come qualcosa di più, molto più di un film.

Come se qui fosse parte di un puzzle più ampio: vedi un cartellone che annuncia un festival di Danza, un altro un forum in Difesa del territorio e della madre terra, un altro ancora un incontro internazionale di donne che lottano, un altro di un compleanno; e indicazioni, tante: che indicano bagni, lavandini, internet, negozi di alimentari. “Un mondo dove stiano molti mondi”, oltre a quelli di Giunta di Buon Governo, Municipio Autonomo Ribelle Zapatista, Commissione di Informazione e Vigilanza… e non ti sorprenderebbe incrociare Elías Contreras che fuma seduto fuori una capanna sopra la cui porta starebbe scritto “Commissione di Investigazione”.

Scopri che ci sono molti pezzi sparsi. Perché vedi altre persone che si differenziano dai locali solo per un distintivo che segnala “Congresso Nazionale Indigeno” e, certo, per non avere il volto coperto, oltre a “cittadini, cittadine e ciudadanoas“, che è come lo zapatismo chiama chi vive o sopravvive nelle città.

E ti sconvolge sapere che ci sono e ci saranno molti altri pezzi.

Come se lo zapatismo volesse sfidare l’umanità con enigmi… o con la sagoma di un mondo, di un altro mondo.

Come se la tua vita importasse a qualcuno che non conosci. Qualcuno per il quale forse tu hai fatto molto, poco o niente, ma che ti considera.

Come se finalmente capissi che questo “Caracol de Nuestra Vida” include te ed i tuoi… dieci, cento, mille volte.

E questo pezzo del puzzle, il cinema, come la vita, dentro una balena che, ferita ai fianchi, risale le montagne del sudest messicano…

Ma questo è impossibile… o no?

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Sulla base di quanto sopra esposto, la Commissione Sexta dell’EZLN invita gli uomini, donne, otroas, bambini ed anziani della Sexta, del CNI e delle Reti di Resistenza e Ribellione in tutto il mondo e, ovviamente, le ed  i cinefili che possano e vogliano, al FESTIVAL DEL CINEMA…

“PUY TA CUXLEJALTIC”

(“Caracol de nuestra Vida”),

La cui seconda edizione si terrà nel Caracol zapatista di Tulan Kaw,
nelle montagne del Sudest Messicano dal 7 al 15 dicembre 2019.

I film che si proietteranno e le attività del festival saranno rese note a breve nella sede del Festival.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Il SupGaleano.
Che persegue la mutazione più temibile dello Xenoformo: il Gatto-Cane.
Ma come? Si è rubato i miei popcorn. Ed il cinema senza popcorn è… come dirti?… come i tacos senza salsa, come Messi senza pallone, come un asino senza corda, come un pinguino senza il frac, come Sherlock senza Watson, come Donald Trump senza twitter (o viceversa)…
eh?… ok, questo è un altro cattivo esempio.
Messico, dicembre 2019

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/12/05/una-ballena-en-las-montanas-del-sureste-mexicano-creadors-y-creaturas/

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CONVOCAZIONE ALL’INCONTRO PER LA DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA MADRE TERRA

AI POPOLI DEL MESSICO E DEL MONDO,

ALLA SEXTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE,

ALLE RETI DI APPOGGIO AL CIG,

AI MEZZI DI COMUNICAZIONE.

Il capitalismo, fin dalla sua nascita, è un sistema economico mondiale contrario alla vita umana e contrario alla nostra madre terra, dunque, nella sua logica di accumulazione e di profitto, può riprodursi unicamente attraverso lo sfruttamento sempre più massiccio del lavoro umano e la depredazione permanente delle terre e dei territori dei popoli del mondo intero, principalmente dei popoli originari.

Il capitalismo, nella sua attuale tappa neoliberista, assume forme sempre più mostruose, che dichiarano una guerra aperta contro l’umanità e contro la terra, nostra madre. L’attuale sviluppo economico basato su scala planetaria nella predominanza del capitale finanziario che domina popoli, nazioni e continenti interi, poggiato sull’industria militare ed estrattivista, accrescendosi attraverso guerre reali o fittizie, la profusione del crimine organizzato e invasioni e colpi di stato, nella sua insaziabile logica di accumulazione e consumo capitalisti, sta portando verso un limite che mette in pericolo le condizioni della vita umana sul pianeta.

Inoltre, l’attuale sistema, con la sua organizzazione patriarcale ereditata da sistemi e civiltà precedenti ma approfondita negli ultimi secoli, si esibisce come un nemico violento non solo dell’umanità, ma in particolare delle donne e della nostra madre terra. Ovvero, lo sfruttamento e la profonda violenza strutturale verso le donne, è propria del capitalismo anche se è nata molto prima, la proprietà privato capitalista, base di questo sistema, non si può spiegare né comprendere se non come parte di un sistema patriarcale di dominazione sulle donne e sulla terra.

Il Messico e gli altri paesi del mondo sono dominati da questo che chiamiamo capitalismo e né i paesi che si definiscono con governi di sinistra o progressisti esulano da ciò, dunque, con questo sistema distruttivo, l’umanità avanza verso l’abisso. Per questo è urgente la difesa della vita umana, la difesa dei territori dei nostri popoli e la difesa della terra in una prospettiva chiaramente anticapitalista ed antipatriarcale.

E, come parte di questo immane compito:

CONVOCHIAMO

IL FORUM IN DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA MADRE TERRA

Che si svolgerà nei giorni 21 e 22 dicembre 2019 nel Carácol JACINTO CANEK (CIDECI di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, Messico)

Con i seguenti argomenti di discussione:

ARGOMENTI DI DISCUSSIONE

  1. Devastazione ambientale e distruzione della madre terra nel capitalismo attuale: Diagnosi.
  2. Depredazione del territorio indigeno, contadino e urbano, spoliazione dei beni comuni, guerre di occupazione, estrattivismo e crimine organizzato: le crescenti aggressioni.
  3. Capitalismo e patriarcato: Violenza strutturale contro le donne e la madre terra.
  4. Costruzione di alternative anticapitaliste e antipatriarcali: la nostra lotta è per la vita.

DISTINTAMENTE

Novembre 2019
Per la Ricostituzione Integrale dei Nostri Popoli
Mai Più Un Messico Senza Di Noi

CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO/CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO
ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/11/21/convocatoria-al-encuentro-en-defensa-del-territorio-y-la-madre-tierra/

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Dichiarazione congiunta del CNI-CIG ed EZLN sulle recenti aggressioni dei capitalisti, dei loro governi e cartelli, contro i popoli originari del Messico

 

Ai popoli del mondo

Alle Reti di Resistenza e Ribellione

Alla Sexta Nazionale e Internazionale

Ai mezzi di comunicazione

 

Noi popoli, nazioni, tribù e quartieri del Congresso Nazionale Indigeno – Consiglio Indigeno di Governo e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, condanniamo i seguenti fatti che illustriamo di seguito.

 

Repressione da parte della Guardia Nazionale delle comunità originarie del popolo nahua di Juan C. Bonilla

 

Denunciamo l’attacco alle comunità originarie del popolo nahua di San Mateo Cuanalá, San Lucas Nextetelco, San Gabriel Ometoxtla, Santa María Zacatepec e della colonia José Ángeles, del municipio di Juan C. Bonilla, del 30 ottobre scorso quando sono state represse a botte e pallottole di gomma, perfino contro bambini, donne e persone anziane dalla polizia federale, la polizia statale di Puebla e la Guardia Nazionale.

Lo spiegamento delle forze repressive contro i compagni è per consentire l’avvelenamento del fiume Metlapanapa come parte del Progetto Integrale per la Costruzione del Sistema di Fognatura Sanitario della Zona Industriale di Huejotzingo, Puebla, conosciuto come “Ciudad Textil”, che fa parte del megaprogetto di infrastruttura urbano-industriale conosciuto come Progetto Integrale Morelos, che è già costato la vita del compagno Samir Flores.

 

Ataque de la Guardia Nacional a las comunidades originarias del pueblo nahua del municipio de Juan C. Bonilla

 

Condanniamo il codardo attacco contro la comunità wixárika e tepehuana di San Lorenzo de Azqueltán, nel municipio di Villa Guerrero, Jalisco, lo scorso 3 novembre per mano dei cacicchi Fabio Ernesto Flores Sánchez (alias La Polla), Javier Guadalupe Flores Sánchez e Mario Flores, che a bordo di tre furgoncini ed accompagnati da gente armata hanno teso un’imboscata ai comuneros ed alle autorità; agendo in totale impunità hanno picchiato fino a lasciare gravemente feriti i compagni Ricardo de la Cruz González, Noé Aguilar Rojas e Rafael Reyes Márquez, che sono attualmente sotto cure mediche.

 

Questi tentativi di omicidio che rimangono sfacciatamente impuniti, sono orchestrati per fermare la degna e storica lotta per la terra a cui ambiscono coloro che, per possedere il denaro, si considerano i padroni della regione e che hanno sempre contato sulla piena complicità di istanze di governo che vogliono fare affari milionari con la terra comunale, pretendendo di cancellare dalla storia il paese tepecano.

 

Esigiamo la presentazione in vita dei compagni Carmelo Marcelino Chino e Jaime Raquel Cecilio del Frente Nacional por la Liberación de los Pueblos nello stato di Guerrero, che sono desaparecidos dallo scorso 22 ottobre, mentre erano diretti nella località di Huamuchapa, provenienti da Acapulco. Questo atto criminale si somma alla criminalizzazione, persecuzione, assassinio e sparizione di chi nello stato di Guerrero e in tutto il Messico lotta per il rispetto dei territori indigeni contro la devastazione capitalista.

 

Inoltre, denunciamo la detenzione e sparizione per varie ore del compagno Fredy García del Comitato di Difesa dei Diritti Indigeni (CODEDI) per mano di agenti della polizia di Oaxaca, dopo la partecipazione ad una presunta riunione di lavoro con funzionari di governo, accusato di reati assurdi per criminalizzare la degna lotta del CODEDI e del compagno Fredy García contro la depredazione e la repressione capitaliste. Esigiamo la libertà immediata e incondizionata del nostro compagno Fredy García!!

 

I capitalisti, i loro cartelli ed i loro governi impongono la morte con gruppi armati per spogliare i popoli indigeni, che siano del malgoverno, gruppi di scontro o criminali. Per noi popoli c’è la violenza, il terrore e l’indignazione; per loro l’impunità e la garanzia che i loro crimini si tradurranno in profitto a costo di popoli interi.

 

Distintamente

Novembre 2019

 

Per la Ricostituzione Integrale dei Nostri Popoli 

Mai più Un Messico Senza di Noi

Congresso Nazionale Indigeno
Consiglio Indigeno di Governo
Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/11/08/pronunciamiento-conjunto-del-cni-cig-y-ezln-sobre-las-recientes-agresiones-de-los-capitalistas-sus-gobiernos-y-sus-carteles-en-contra-de-los-pueblos-originarios-de-mexico/

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COMMISSIONE SEXTA DELL’EZLN

Messico

Novembre 2019

 

Alle donne che lottano in tutto il mondo:

Al Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale.

Alle Reti in Resistenza e Ribellione o come si chiamino:

A chiunque si senta convocat@ alle attività:

 

Compagne, compagni, compagnei:

Sorelle, fratelli, hermanoas:

 

La Commissione Sexta dell’EZLN vi invita al:

COMBO PER LA VITA:
DICEMBRE DI RESISTENZA E RIBELLIONE.

 Con le seguenti attività:

SECONDA EDIZIONE DEL FESTIVAL DEL CINEMA

PUY TA CUXLEJALTIC.

Si terrà dal 7 al 14 dicembre 2019

Sedi:

Caracol Jacinto Canek (al CIDECI di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, Messico)

Caracol Espiral digno tejiendo los colores de la humanidad en memoria de l@s caídos. (Spirale degno tessendo i colori dell’umanità in memoria delle cadute e dei caduti, a Tulan Ka´u, sulla strada San Cristóbal de las Casas – Comitán de Domínguez, a metà strada tra queste due città – a circa 40 minuti da entrambi i lati, guidando con prudenza-).

 

La programmazione e i partecipanti saranno resi noti alla prossima occasione.

Indirizzo per iscriversi come assistenti:

segundofestivalcine@ezln.org.mx

 

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PRIMO COMPARTE DI DANZA
BALLATI UN ALTRO MONDO.

Si terrà dal 15 al 20 dicembre 2019

Sede:

Caracol Jacinto Canek (al CIDECI di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, Messico).

Indirizzo per iscriversi come partecipanti o assistenti:

participanteprimercompartedanza@ezln.org.mx

asistenteprimercompartedanza@ezln.org.mx

 

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FORUM IN DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA MADRE TERRA

Si svolgerà dal 21 al 22 dicembre 2019

I dettagli saranno resi noti dal Congresso Nazionale Indigeno, entità organizzatrice, con il sostegno della Commissione Sexta dell’EZLN.

Sede:

Caracol Jacinto Canek (al CIDECI di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, Messico).

 

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ATTENZIONE: Solo per donne che lottano:

SECONDO INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE DONNE CHE LOTTANO.

Si terrà dal 26 al 29 dicembre 2019

Sede:

Semillero “Impronte del Cammino della Comandanta Ramona”, al Caracol Torbellino de Nuestras Palabras, della zona Tzots Choj (nella comunità di Morelia, MAREZ 17 Novembre), lo stesso posto in cui si è tenuto il Primo Incontro, nel municipio filogovernativo di Altamirano.

Indirizzo per iscriversi:

estamosaprendiendo@ezln.org.mx

Nota: al luogo dell’incontro del semillero, potranno accedere SOLO le donne che lottano (con i loro piccoli se minori di 12 anni). In questo luogo NON È CONSENTITO L’ACCESSO AGLI UOMINI, neanche per sogno. I dettagli sul programma, la strada, ecc., saranno forniti alla prima occasione dalle Coordinatrici delle Donne Zapatiste.

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CELEBRAZIONE DEL 26° ANNIVERSARIO DALL’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO L’OBLIO

Si svolgerà dal 31 dicembre 2019 al 1° gennaio 2020

Sede:

Caracol Torbellino de Nuestras Palabras, della zona Tzots Choj (nella comunità di Morelia, MAREZ 17 Novembre).

 

Indirizzo per iscriversi:

visitante26aniversario@ezln.org.mx

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È tutto.

Dalle montagne del Sudest messicano.

Subcomandante Insurgente Moisés

Commissione Sexta dell’EZLN.

 

Traduzione a cura di 20ZLN

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Il diluvio è così forte che offusca la vista. Intervista a Raúl Zibechi sulle attuali rivolte latinoamericane

30/10/2019

Delle attuali rivolte latinoamericane, del ruolo dei popoli indigeni, dei giovani e delle donne, del ruolo degli Stati Uniti, delle elezioni in Bolivia e in Argentina, della congiuntura in Messico, dell’ultra-destra e di ciò che segue per chi cerca un mondo più degno, parla in questa intervista Raúl Zibechi, giornalista e scrittore uruguayano, conoscitore e accompagnatore di diverse lotte dell’America Latina. Un’intervista di Gloria Muñoz Ramírez.

Cosa sta succedendo in America Latina? Perché adesso le rivolte in Ecuador, Haiti e Cile?

Siamo di fronte alla fine di un periodo segnato dall’estrattivismo, fase attuale del neoliberismo o Quarta Guerra Mondiale. In questo senso credo che siamo di fronte all’autunno dell’estrattivismo perché il suo periodo d’oro è stato prima della crisi del 2008, quando i prezzi alti delle materie prime hanno permesso la crescita dei redditi dei più poveri senza toccare quelli dei più ricchi, senza riforme strutturali come l riforma agraria, urbana, fiscale e così via.

Le rivolte sono ben diverse da paese a paese. In Ecuador c’è una sollevazione – ce ne sono state una decina dal 1990 – ben organizzata e diretta dalla CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador), che per la prima volta ha coinvolti i poveri delle città. In Cile, in cambio, è un’esplosione, senza convocanti né direzioni ma con una crescente organizzazione territoriale attraverso le assemblee popolari. I settori più organizzati sono i Mapuche, gli studenti e le donne che stanno giocando un ruolo fondamentale.

Credo che la gente sia stanca, arrabbiata da tanta disuguaglianza e di impieghi, salute ed educazione spazzatura. Ci sono servizi pessimi per persone usa e getta. E questo è percepito soprattutto dai più colpiti, le e i giovani, che vedono di non avere futuro in questo sistema. Le persone approfittano delle crepe del sistema, come lo sciopero degli autotrasportatori in Ecuador per farsi ascoltare.

Qual è la tua lettura di ciò che sta succedendo in Bolivia, rispetto alle elezioni presidenziali nelle quali è stato rieletto Evo Morales e le successive mobilitazioni?

Un’altra frode. Evo Morales e la cricca che lo circonda, come il vicepresidente Álvaro García Linera, si aggrappano al potere che è l’unica cosa che gli interessa. Questa è una lezione importante: privi di ogni etica ai dirigenti di sinistra gli rimane solo la loro ossessione per il potere. Questa cosa merita un’analisi profonda. Come siamo arrivati a questo punto? Che cosa è successo perché l’unico interesse sia il potere e tutto ciò che lo riguarda, come il lusso e il controllo della vita degli altri? Morales non doveva presentarsi a queste elezioni perché ha convocato un referendum e ha vinto il No alla sua candidatura. Ha violentato la volontà popolare e adesso sta facendo lo stesso. È chiaro che la destra pretenda di approfittare di questa situazione ma non dimentichiamoci che la OEA, attraverso Luis Almagro, difende il regime di Morales e questo mi sembra molto sintomatico. Chi parla di colpo di stato omette che c’è un patto con la destra, i militari e la OEA, ossia gli Stati Uniti, per sostenere il governo di Morales.

Dobbiamo riflettere perché la sinistra non immagina di potersi slegare dal potere, perché non concepiscono la politica senza slegarsi dallo Stato. Tra le altre cose, perché ha abbandonato la costruzione di poteri popolari, perché non gli interessa che le persone si organizzino e fanno tutto il possibile per evitarlo, anche attraverso l’uso della repressione e del terrorismo di stato come in Nicaragua.

Che ruolo hanno i popoli indigeni nelle rivolte?

Sono il nucleo principale insieme alle donne e ai giovani. Quello che sta succedendo in Cile ha tre precedenti: la lotta del popolo Mapuche, quella degli studenti degli ultimi dieci anni e quella delle donne che l’anno scorso hanno occupato università e si sono alzate in piedi contro il patriarcato accademico. Mi fa sorridere quando dicono che il Cile si è svegliato. Quelli che si sono svegliati sono i giornalisti e accademici che stavano nel limbo. I “Los de Abano” non hanno mai dormito. L’anno scorso la risposta di tutto il Cile all’assassinio di Camilo Catrillanca è stata impressionante, con blocchi stradali durati un mese a Santiago e in altre trenta città.

I popoli originari hanno due grandi qualità. La prima è l’organizzazione territorio comunitaria che si sta approfondendo con la crescita dell’attivismo giovanile e delle donne, che hanno democratizzato le comunità. La seconda è che incarnano forme di vita potenzialmente non capitaliste, una cosa che nessun altro settore della società può offrire alla lotta. Educazione, salute e alimentazione in chiave non mercantile, al quale bisogna aggiungere la costruzione di poteri di altro tipo, non statali.

Per questo i popoli originari sono referenti per tutti coloro che lottano. Per questo i “bianchi delle città” agitano le bandiere Mapuche e le donne, studentesse e contadine ecuadoriane accettano l’orientamento degli indigeni. Mi piacerebbe dire che i popoli originari son oggi il principale referente delle rivolte, anche per i settori delle classi medie urbane. A Quito, le donne professioniste lavavano i bagni della Casa della Cultura, mentre donne e uomini originari discutevano in assemblee improvvisate. Lo hanno fatto come gesto di rispetto e di accettazione attiva della loro leadership, con un atteggiamento che dovrebbe farci riflettere dal cuore perché emoziona profondamente.

L’Uruguay ha rifiutato la Guardia nazionale, che invece, è stata approvata in Messico. Qual è l’equilibrio delle forze armate nelle strade?

Nei prossimi anni vedremo sempre più i militari nelle strade. Lula e Dilma, in Brasile, le hanno portate nelle favelas e nessuno ha alzato la voce, perché sono neri e “delinquenti”. Il tema del crimine organizzato è un pretesto perfetto, perché serve per lavare le coscienze della classe media della sinistra, che sono quelli che soffrono meno la violenza. Il futuro ministro dell’interno del Fronte Amplio in Uruguay, Guastavo Leal, sta perseguendo la vendita al dettaglio di “pasta base” (droga a basso costo simile al crack) con un accanimento speciale tanto da demolire le case degli spacciatori quando vengono arrestati. Non sono narcos, in senso stretto, sono poveri che sopravvivono nella delinquenza, ai quali applica metodi repressivi identici a quelli che Israele utilizza con i palestinesi. Tuttavia, sono stati scoperti in Europa carichi di cocaina di cinque tonnellate imbarcati nel porto di Montevideo.

L’uscita nelle strade dei militari nelle strade è inevitabile perché “los de arriba” hanno dichiarato guerra alla popolazione. E questo non ha nessuna relazione con destra o sinistra, è una questione di classe e di colore della pelle, è la politica dell’1% per rimanere in alto.

Che lettura dai al Messico in questo contesto latinoamericano?

Da molto tempo in Messico si sta incubando qualcosa di molto simile a quello che succede in Cile, una fenomenale esplosione che è stata posticipata innanzitutto dalla guerra e adesso dal governo di Andrés Manuel López Obrador. Ma la pentola sta accumulando pressione ed è inevitabile che in qualche momento succeda un’enorme insurrezione, quando la rabbia supera la paura. Non sappiamo quando ma il processo è in cammino perché la politica di implementare l’estrattivismo dell’attuale governo è una macchina di accumulazione di rabbia.

Dall’altro lato vedo in Messico un potere debole, un governo che si fa da parte di fronte ai narcos come è successo in Culiacán, ma mette pressione alle popolazioni come è successo in Morelos, quando hanno assassinato il difensore comunitario Samir Flores Soberanes. AMLO sta negoziando coi narcos passa sopra ai popoli originari, rivelando la miseria etica del suo governo. Ha detto che si è trattato di salvare vite e lo posso capire. Ma chi ha difeso la vita di Samir e di tutti gli altri assassinati in questo suo primo anno di governo?

Argentina e le elezioni. Il ritorno al progressismo è la soluzione?

Il problema è che ritorna una cosa che non è il progressismo. In Argentina non ritorna il kirchnerismo del 2003, ma un regime peronista molto repressivo, che sarà più simile al Perón del 1974 o al Menem del 1990. Il ciclo progressista è finito, anche se ci sono ancora governi che reclamano questa corrente. Il progressismo è stato un ciclo di prezzi elevati delle materie prime, che ha permesso di tramandare i ricavi delle eccedenze commerciali ai settori popolari. Ma, al di là di questo fattore economico, il ciclo è terminato per un altro fattore decisivo: è terminata la passività, il consenso tra le classi, e si sono attivati i movimenti e questo ha segnato un limite chiaro al ciclo, che è stato possibile solo per l’accettazione dal basso delle politiche dall’alto. Credo che il nuovo governo dovrà affrontare enormi difficoltà per il peso dei debiti che ha lasciato Macri, che porterà necessariamente a una politica di austerità. Il problema è l’aspettativa popolare che le cose cambino rapidamente e che porterà a un notevole miglioramento nelle attività economiche e nei salari.

Sappiamo che questo non è possibile, quindi si apre un periodo di imprevedibilità nella quale le persone non aspetteranno passivamente che gli vengano regalati dei benefici. In Argentina vedremo una potente sviluppo dell’estrattivismo, in particolare del petrolio e del gas di Vaca Muerta.

Costa Rica e Panama con rivolte studentesche. Che ruolo hanno i giovani?

I giovani sono uno dei settori più attivi. Se gli indigeni stanno per essere saccheggiati e le donne violentate e assassinate, i giovani sanno che non hanno futuro, perché una vita degna non può consistere in un lavoro di otto o dieci ore in un Oxxo, che col viaggio di andata e ritorno a casa diventa di quattordici ore sottomesso al lavoro, senza tempo né forze per fare altro che consumare con il poco che resta del salario. Quando ne hanno uno di salario. Solo una minoranza ha accesso a studi superiori, con fondi che gli garantiscono fino a oltre 40 anni una vita comoda ma che suppone un contrasto netto con i giovani dei settori popolari, con indigeni e neri. Lasciano i loro quartieri e subiscono la violenza della polizia o della droga, il che ci fa dire che vivono in una situazione di grave fragilità. Questo li porta in certi momenti ad integrarsi nella criminalità organizzata, che garantisce loro una vita più confortevole. Ma soprattutto accumulano rabbia, molta rabbia.

In Ecuador, dirigenti comunitari veterani erano sorpresi del fatto che i giovani si scontravano a mani nude con le forze armate, senza temere le conseguenze. Sono riusciti a far prigionieri centinaia di poliziotti che poi sono stati consegnati all’ONU o ad altre autorità, perché i dirigenti sono intervenuti prima che succedessero cose ben più gravi, dato che se fosse stato per loro li avrebbero liquidati all’istante, ai piedi delle barricate. Perché questa gioventù povera non ha esperienze di lotta organizzata e tende a togliersi la rabbia attaccando i suoi nemici, cosa che può provocare autentici massacri. Però sono lì, trasbordando da tutti i limiti immaginabili: dalle famiglie al quartiere, fino agli apparati repressivi e, naturalmente, dalle organizzazioni di sinistra. Qui dobbiamo lavorare duro per organizzarli.

Il ruolo dell’ultra-destra e il caso Bolsonaro in Brasile.

Dal momento in cui Bolsonaro è andato al governo, ha avuto una serie di insuccessi che ci hanno dimostrato la sua enorme incapacità di governare. Sono scoppiate crisi nel suo stesso partito, tra il presidente e i suoi alleati, con gli imprenditori e con i grandi agricoltori. La vera ultra-destra sono le forze armate, in particolare l’esercito, che ha il ruolo di stabilizzatore del governo. Credo che il grande problema del Brasile sia la tremenda insicurezza nella vita quotidiana che colpisce le classi popolari, in generale poveri e neri, che li porta a cercare rifugio nelle chiese evangeliche e pentecostali, come in figure che danno un’immagine di sicurezza, come Bolsonaro. Quello che dobbiamo chiederci è perché i settori popolari hanno abbandonato il Partito dei Lavoratori (PT) e si sono rivolti all’ultra-destra. La risposta semplice è che sono influenzati dai media. Una posizione che difendono accademici che si credono immuni ai media e che sottostimano le capacità popolari. La realtà è che la vita di chi vive nelle favelas è tremenda: precarietà lavorativa, pesante presenza della polizia militare, crimini e assassini da parte dello Stato, salute ed educazione di pessima qualità, timore per i figli, che cadono vittime dei proiettili in percentuali allucinanti. Le madri temono per i propri figli e per il loro futuro. Un clima ideale per la cattura dell’ultra-destra, in particolare nei giovani che si sentono rimpiazzati dalla forza dei loro coetanei.

In questo contesto, qual è il ruolo degli Stati Uniti?

La regione è lo scenario di una disputa per l’egemonia globale tra Stati Uniti e Cina. La penetrazione cinese si sta dimostrando addirittura peggiore di quella yankee. In Ecuador si costruiscono opere di infrastrutture, come dighe idroelettriche, con schiavi cinesi che commutano le proprie condanne lavorando in condizioni forzate, con punizioni corporali incluse. Nessuno deve credere che il capitalismo e l’imperialismo cinese siano meno aggressivi di quelli yankee. Il problema è che gli Stati Uniti hanno bisogno di riposizionarsi in America Latina per compensare la loro crescente debolezza in Africa, Asia e Medio Oriente. Una delle tendenze che vedremo nel futuro immediato è la distruzione degli Stati-Nazione, processo che è già cominciato in Messico e nei paesi del Centro America. Da questo punto di vista dobbiamo aspettarci il peggio.

Fino a dove?

La principale caratteristica di questo periodo post ciclo progressista è l’instabilità. Le destre non possono governare come dimostrano Cile e Ecuador. Ma i progressismi nemmeno, come dimostrano Bolivia e Nicaragua. Ma attenti, il problema non è questo o quel governo (il governo è sempre un problema), ma il sistema. Queste rivolte non sono contro un presidente ma contro un modello di distruzione della natura e di controllo sociale massivo, attraverso politiche sociali e militarizzazione che si complimentano per mantenere la popolazione soggiogata.

La risposta a “fino a dove”, non può essere altra che l’organizzazione popolare in ogni territorio, per resistere e costruire i mondi nuovi. Mi piace parlare di arche, perché è necessario sopravvivere collettivamente al diluvio che sta arrivando. Desinformémonos può essere considerata come un’arca dell’inter-informazione dei los de Abano, come il meccanismo per collegare le nostre condotte, come direbbe Alberto Maturana. Vale a dire, un’informazione da dentro il campo popolare o arca collettiva, che è imprescindibile per orientarci in senso emancipatori, ma soprattutto per muoverci nel mezzo di una tormenta che non fa vedere nulla, perché il diluvio è così forte che offusca la vista.

*** Tratto da Desinformemonos e tradotto da Christian Peverieri. https://www.globalproject.info/it/mondi/il-diluvio-e-cosi-forte-che-offusca-la-vista-intervista-a-raul-zibechi-sulle-attuali-rivolte-latinoamericane/22338

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Rompendo l’accerchiamento, autonomia in cammino

di Lorenzo Faccini, Andrea Mazzocco

29/10/ 2019

Come sostenitori del processo dell’autonomia zapatista, come aderenti alla Sexta o come semplici estimatori delle lotte anticapitaliste nel mondo, l’appoggio alle realtà che percorrono il cammino della rebeldía deve essere incondizionato, in tempi di calma apparente così come nei tempi dei grandi proclami. Abbiamo avuto la fortuna di vivere entrambe queste situazioni in prima persona, abbiamo potuto vedere gli zapatisti rompere l’accerchiamento dopo mesi di silenzi carichi di significati, mesi di azioni e non di parole. Muovendo dal presupposto che sia possibile ed assolutamente prioritario avviare un processo di decolonizzazione del sapere all’interno delle nostre istituzioni accademiche, crediamo che il primo importante passo sia scardinare i paradigmi culturali eurocentrici che veicolano l’interiorizzazione del modello economico neoliberista e colonialista. Questo intento ci ha condotto a San Cristóbal de Las Casas e, nel pieno del lavoro di ricerca per scrivere le nostre tesi sull’autonomia, gli zapatisti sono riusciti a sorprenderci ancora una volta.

Siamo arrivati in Chiapas il 28 luglio 2019 consci delle difficoltà intrinseche al nostro proposito accademico, nonostante le credenziali e le attestazioni di fiducia preparateci dai compagni e dalle compagne dell’associazione Ya Basta! Êdî Bese! In primo luogo, ci siamo scontrati con la legittima reticenza degli zapatisti dovuta alla lunga trafila di studiosi, intellettuali o presunti tali, che bussando alle porte dei Caracoles hanno riprodotto le note logiche estrattiviste anche in ambito culturale. Nel peggiore dei casi, nella totale disonestà intellettuale, hanno abusato della fiducia concessa per ottenere informazioni con l’unico scopo di strumentalizzare i contenuti osservati; ne è un esempio tutto nostrano Alessandro Di Battista con i suoi reportage.

Oltre a ciò, è apparsa lampante la recrudescenza della strategia della guerra di bassa intensità, o per meglio dire secondo la definizione zapatista, la guerra de desgaste. Concretamente si tratta di un’azione congiunta di pressione militare costante, come da noi osservato a più riprese, ed un’azione politica espressa attraverso progetti di sviluppo economici ed educativi atti a logorare la resistenza, con l’obiettivo di indurre le basi d’appoggio ad abbandonare l’organizzazione zapatista. I primi otto mesi di presidenza AMLO, da dicembre 2018 a luglio 2019, hanno visto esacerbarsi la tensione in Chiapas anche attraverso la creazione del nuovo corpo militare della Guardia Nazionale. In questo stesso periodo sono dieci i leader sociali indigeni assassinati in Messico, neanche sotto la presidenza di Peña Nieto si erano raggiunti questi numeri.

Nei primi giorni di permanenza abbiamo quindi ristabilito i contatti con tutte le formazioni di società civile che appoggiano la realtà zapatista, potendo renderci conto meglio della situazione: nessuno aveva più rapporti ufficiali con le Giunte di Buon Governo da diversi mesi. Le celebrazioni per l’anniversario della fondazione dei Caracoles (8-9-10 agosto), che solitamente venivano annunciate con largo anticipo e aperte alla società civile, si stavano avvicinando senza che vi fosse alcuna comunicazione. Abbiamo respirato questo clima di incertezza mista ad attesa anche nei vari incontri a cui abbiamo partecipato al CIDECI-UNITIERRA, baluardo di sapere autonomo, anticapitalista e indigeno a San Cristóbal.

Su consiglio di diversi compagni, decidiamo quindi di partire per le comunità dopo le celebrazioni. Il silenzio denso di aspettative che le aveva precedute viene finalmente sciolto proprio il 10 agosto, quando gli zapatisti, come di consueto, sorprendono il mondo con un criptico comunicato recante il video di Smells like teen spirits dei Nirvana. La degna risposta, con la tipica ironia zapatista, a chi da tempo speculava sul silenzio. Nella settimana successiva visitiamo prima di tutto La Realidad. Col senno di poi appare molto più comprensibile l’impossibilità della Giunta a riceverci immediatamente. L’ospitalità è comunque tanta, e ci permettono di accamparci al Campamiento permanente de paz per la notte. Abbiamo modo di confrontarci con alcuni compas sul periodo di tensione e sul primo comunicato che ha rotto il silenzio. Ci rechiamo poi a Morelia, dove veniamo ricevuti dalla Junta de buen gobierno. Attorno a noi fervono i lavori, ed anche se non potevamo ancora comprenderne la ragione, si percepiva un’aria densa di aspettative. Successivamente visitiamo Oventik e nuovamente Morelia. I comunicati nel frattempo proseguivano e non sembrava si dovessero fermare.

L’11 agosto un nuovo comunicato a confermare che no, gli zapatisti non sono stati inghiottiti dalla storia, e per dirla con le parole del gato-perro «l’intelligenza non muore, non si arrende. Casomai si nasconde e aspetta il momento di convertirsi in scudo e arma. Nei villaggi zapatisti, nelle montagne del sudest messicano, l’intelligenza trasformata in conoscenza la chiamano anche «dignità». Il 13 agosto altro comunicato, sembra che i lunghi mesi di silenzio, così eclatanti in un mondo che ha una necessità quotidiana di “novità”, non siano stati in fondo così improduttivi.

«I popoli zapatisti scesero dalle montagne. Nessuno capì come sopravvissero in quelle condizioni, benché si mormori che ricevettero cibo e indumenti dalle comunità del CNI. E, certo, strumenti musicali. All’arrivo nelle loro terre, gli zapatisti fecero quello che si fa sempre in questi casi: organizzarono un ballo e, con le note di marimba, tastiere, batterie, guitarrones e violini […] E così fu che i morti di sempre tornarono a morire, ma ora per vivere.Tutto questo è un mero esercizio di finzione. Non può accadere… oppure sì?» Nella mente di tutti noi che con apprensione seguivamo questa escalation di comunicati impenetrabili, si affollavano molte congetture. Era chiaro però che qualcosa di “grande” stava per avvenire. Il 15 agosto viene pubblicato un nuovo testo. Dopo la prima parte allegorica, un’analisi impietosa dell’azione socioeconomica del governo federale e un importante monito finale, «La natura è una parete elastica che moltiplica la velocità delle pietre che gli tiriamo. La morte non torna nelle stesse proporzioni, ma potenziata. C’è una guerra fra il sistema e la natura. Questo confronto non ammette sfumature né vigliaccherie. O si sta con il sistema o con la natura. O con la morte, o con la vita».

Il 17 agosto finalmente è tutto chiaro, non c’è più spazio per congetture ed interpretazioni. «Dopo anni di lavoro silenzioso, nonostante l’accerchiamento, nonostante le campagne di menzogne, nonostante le diffamazioni, nonostante i pattugliamenti militari, nonostante la Guardia Nazionale, nonostante le campagne contro insurrezionali travestite da programmi sociali, nonostante l’oblio e il disprezzo, siamo cresciuti e ci siamo fatti più forti. E abbiamo rotto l’accerchiamento». Eccole quindi le parole che si fanno azione, parole meditate, discusse, mediate democraticamente dal basso, perché la coerenza, valore ormai desueto nel linguaggio politico, richiede un’attenta riflessione prima di intraprendere un cammino, prima di muovere il primo passo. Gli zapatisti hanno la consapevolezza che il decisionismo compulsivo del nostro mondo sia un palliativo per lasciare tutto invariato. Lentamente, come loro natura, i Caracoles crescono e diventano 12, svegliando dall’assopimento chi immaginava la fine degli zapatisti.

Su questo comunicato, ci piacerebbe condividere alcune riflessioni. Prima di tutto, sentendoci coinvolti in prima persona, poniamo l’attenzione alla seconda parte del comunicato, quella in cui si esplicitano i prossimi passi del movimento. L’EZLN non ha mai nascosto l’importanza dell’appoggio internazionale alla sua causa, e in questa fase delicata chiama a raccolta la rete di appoggio invitando in primis a riallacciare i contatti diretti, per pianificare collaborazioni specifiche tramite incontri bilaterali con tutti i collettivi. Questo ha duplice valenza: l’aiuto effettivo e pratico che le associazioni possono portare in Chiapas, e la protezione implicita derivante dalla presenza di attivisti internazionali nei territori autonomi. La rete internazionale è infatti chiamata non solo a riprendere i progetti attivi in loco, ma anche a ripartire con una campagna di informazione globale, stimolando incontri e discussioni sulla lotta zapatista, in modo da far tornare il mondo a parlarne, come risposta all’oblio veicolato dallo stato federale messicano. Dal canto loro, gli zapatisti si impegnano a ripartire con gli incontri culturali organizzati nei Caracoles, programmando nuovi Ecuentros internacionales de mujeres que luchan, il festival CompArte (proponendo edizioni specifiche per le varie arti), gli incontri del ConCiencias (seminari di riflessione anticapitalista), il festival del cinema di Oventik e altri ancora.

La strategia di consolidamento appare abbastanza chiara: gli zapatisti, come portato avanti dal 2001 in poi, attuano gli accordi di San Andrés prendendosi ciò che gli spetta senza aspettarsi più niente dallo Stato, accompagnando le conquiste a una difesa attiva, riaccendendo l’attenzione mondiale sul Chiapas; monitorando la situazione prevengono possibili incursioni paramilitari e ripercussioni nei nuovi territori autonomi. L’obiettivo è chiaramente quello di evitare azioni esplicite contro di loro, anche se, intendiamoci, gli zapatisti non sono sprovveduti ed è lecito pensare che questa espansione abbia anche un risvolto di ampliamento e riorganizzazione della componente militare.

Ciò può far meglio comprendere l’importanza della prima parte del comunicato: gli zapatisti aumentano le loro aree di influenza. L’organizzazione cresce sulle adesioni autonome delle nuove famiglie che scelgono la strada della alegre rebeldía, non aumenta i territori grazie a conquiste militari. Per dirla con le parole del comunicato: «le comunità tradizionalmente affiliate ai partiti sono state colpite dal disprezzo, dal razzismo e dalla voracità dell’attuale governo, e sono passate alla ribellione aperta o nascosta. Chi pensava, con la sua politica contro insurrezionale di elemosine, di dividere lo zapatismo e di comprare la lealtà dei non-zapatisti, alimentando il confronto e lo scoramento, ha dato gli argomenti che mancavano a convincere tali fratelli e sorelle sulla necessità di difendere la terra e la natura».

Gli zapatisti ci forniscono gli strumenti per comprendere la natura di questa crescita esponenziale. In primo luogo essa è da attribuire al lavoro politico organizzativo interno, i cui principali interpreti sono le donne ed i giovani. Queste due categorie, probabilmente le più osteggiate e temute dal mondo occidentale, sono divenute nelle comunità zapatiste il principale motore per la crescita dell’autonomia. Assumendo ruoli e responsabilità civili si sono fatti interpreti delle nuove sfide imposte dal modello neoliberale garantendo la coerenza del cammino zapatista a fronte dell’importante avvicendamento generazionale che le comunità stanno vivendo. Le nuove generazioni di zapatisti sono cresciute nel contesto di autonomia, lavorando le terre recuperate, partecipando alla vita civile zapatista, usufruendo del sistema sanitario ed educativo autonomo, e proprio grazie a questo, sono consci del percorso storico de los pueblos indigena e delle ragioni che hanno portato al levantamiento e non sono disposti a fare un passo indietro.

Altro punto importante della prima parte del comunicato sta nella posizione dei nuovi Caracoles, e soprattutto di due di loro. Il CaracolColectivo el corazon de semillas rebeldes, memoria del companero Galeano” ha sede a La Union, su un lato del ejido di San Quintin, nella Selva Lacondona, posizionato vicino a una caserma dell’esercito federale, a sottolineare concretamente la volontà di rompere l’accerchiamento. Il CaracolJacinto Canèk”, invece, ha sede a San Cristóbal, proprio dove sorge il CIDECI-UNITIERRA (Centro Indigena de Capacitacion Integral). Porre un Caracol in città ha una valenza enorme, poiché presuppone la presenza di bases de apoyo zapatiste nel tessuto cittadino e il loro inquadramento nelle strutture organizzative civili zapatiste. Siamo tornati al CIDECi due giorni dopo l’uscita del comunicato, e abbiamo potuto toccare con mano le trasformazioni che stavano avvenendo in quel luogo. Compaiono i cartelli con il nome del Caracol e della Giunta di Buon Governo oltre alla palizzata di legno costruita adiacente alla recinzione per impedire la visione dell’interno; all’ingresso veniamo ricevuti dai compas con il passamontagna che verificano la nostra identità. Il CIDECI da sempre aveva ospitato gli eventi pubblici internazionali che l’EZLN organizzava in città, nella quale trovavano spazio gli interventi della Comandancia e di relatori locali ed internazionali. Non è dunque mai stato un luogo estraneo al percorso di autonomia zapatista, ma ufficialmente non sono mai stati delineati i rapporti che intercorrevano tra le due realtà. Costituiva però un polo di attrazione, un punto di riferimento e di confronto per studiosi, intellettuali, attivisti, vicini alla causa zapatista.

Fino al 17 agosto lo abbiamo dunque conosciuto come luogo nel quale venivano ospitati gratuitamente circa 200 tra ragazze e ragazzi indigeni dai 12 anni in su, la maggior parte provenienti principalmente dalle comunità della zona de Los Altos de Chiapas. Essi vi giungono per formarsi in base alle esigenze espresse dalle comunità di appartenenza o su propria iniziativa. Al CIDECI vi sono più di una quindicina di talleres (che potremmo tradurre come “corsi” o workshop) che formano i ragazzi rispetto a specifiche competenze che vanno dalla falegnameria, alla meccanica, al disegno professionale, alla tessitura, il calzaturificio, etc. I ragazzi stabiliscono autonomamente quali e quanti corsi seguire, nonché la durata della loro permanenza, che può protrarsi per molti anni, sino a quando non stabiliranno di aver conseguito le competenze necessarie per tornare ed avviare il progetto richiesto dalla comunità. Non vi sono vere e proprie modalità di valutazione o voto e molto spesso i ragazzi concludono il percorso circolare divenendo maestri o coadiuvando i talleres. Contestualmente vi è uno spazio dedicato all’alfabetizzazione in castigliano ed all’apprendimento delle lingue indigene.

Ovviamente tutto ciò avviene nel segno dell’autonomia totale, non vi sono finanziamenti statali ed anzi in più occasioni questa realtà è stata osteggiata e perseguita dalle forze di polizia.

L’autonomia e l’autosostentamento sono le prerogative principali, così, oltre agli stessi edifici, tutto il materiale presente nel CIDECI viene prodotto all’interno (ad esempio scarpe, sedie, tavoli, materiali didattici, strumenti musicali, attrezzi, vestiti…), persino i libri, intellettualmente prodotti all’interno sono anche materialmente impaginati, stampati e rilegati nel centro. Si persegue quasi completamente l’autonomia alimentare grazie ad una piccola zona adibita a coltivo ed allevamento.

Oltre alla portata rivoluzionaria di questa struttura, il valore aggiunto è rappresentato dal ruolo dell’Universidad de la Tierra, che offre spazi di riflessione condivisa tramite seminari e incontri settimanali aperti a tutti. Questi incontri problematizzano le tematiche sociali, culturali ed economiche declinate su scala locale, nazionale ed internazionale, creando occasioni di confronto aperte ai ragazzi ospitati nel centro ma anche a studiosi e attivisti internazionali.

Questi seminari mirano ad aumentare la consapevolezza della realtà quotidiana, delle dinamiche sottese ai provvedimenti politici ed economici presi in Chiapas e nel mondo, comprendendo i modelli che stanno alla base di essi.

Risultava piuttosto chiaro, già da prima del comunicato che annunciava la trasformazione del CIDECI nel Caracol 7, che vi fosse un’unità di visione ed intenti con il cammino delle comunità zapatiste. Sia il CIDECI che il sistema educativo autonomo zapatista infatti, muovono dal presupposto che l’aggressione socioeconomica venga veicolata in primo luogo attraverso il modello culturale e che l’autonomia educativa sia l’unico mezzo per consolidare una cultura in grado di declinare coerentemente la componente indigenista e la lotta contro il neoliberismo.

In questo senso gli zapatisti sono consapevoli che il percorso di autonomia dipenda necessariamente dall’opposizione al modello neoliberista. Questo, infatti, mira ad erodere le basi sociali ed economiche delle comunità attraverso un’azione culturale volta a diffondere i semi dell’individualismo, aprendo crepe nell’ancestrale base sociale e culturale comunitaria, che per secoli ha costituito la miglior arma difensiva per queste popolazioni. Gli zapatisti sono consci che l’individualismo sia la testa d’ariete per veicolare le logiche capitalistiche ed egoistiche necessarie ad imporre un modello sociale ed economico a loro alieno. Per questo è di fondamentale importanza, dopo secoli di educazione eurocentrica che spinge ad interiorizzare un sistema valoriale e culturale estraneo ed omologante, decolonizzare il pensiero. L’obiettivo è piuttosto arduo perché significa affrontare secoli di stigmatizzazione del retaggio indigeno che hanno indotto una parte de los pueblos indigenas a rinnegare le proprie origini a causa del diffuso razzismo presente in Messico.

Gli zapatisti da tempo hanno affrontato questo nodo come una priorità del percorso di autonomia, sviluppando un sistema educativo che mira a recuperare il patrimonio orale e scritto delle numerose lingue presenti in Chiapas, ad affrontare lo studio della storia al di fuori dei paradigmi eurocentrici recuperando così consapevolezza del proprio ruolo e le ragioni del levantamiento. I contenuti infatti non vengono solo appresi ma si stimolano gli studenti ad analizzare i processi e le cause dei fenomeni. Sin dalla giovane età si giunge dunque alla consapevolezza che la strenua difesa del proprio patrimonio culturale e sociale, nonché del modello produttivo collettivo tradizionale, siano l’unica arma per resistere alla pressione del modello imperante che prevedrebbe il loro asservimento al sistema, presentandolo come integrazione.

In questa logica, l’annessione del CIdeCI ai territori autonomi zapatisti pone nuove sfide, e fa sorgere diversi interrogativi sul ruolo che questa struttura assumerà all’interno del sistema educativo autonomo.

Ciò di cui possiamo essere certi è che il processo di resistenza culturale necessario per proseguire la battaglia al modello economico continuerà a crescere, la consapevolezza delle nuove generazioni non si può arrestare, è un fiume in piena che necessariamente scorre verso il mare. Per dirla con le parole del Sup Moises «voi non siete che uno sputo nel mare della storia. Noi siamo il mare dei nostri sogni. Voi siete solo polvere nel vento. Ik O’ tik (noi siamo vento)». https://www.globalproject.info/it/mondi/rompendo-laccerchiamento-autonomia-in-cammino/22334?fbclid=IwAR2mFYGUes5gd6Ky8pDBb_jZP23LvWWuC2vSnH7JZveZlkium8B2fLjIG4w

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ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO

CONVOCAZIONE DEL
SECONDO INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE DONNE CHE LOTTANO

Settembre 2019

Alle donne che lottano in tutto il mondo:

Sorella, compagna, donna che lotta:

Ti salutiamo da donne, indigene e zapatiste, quali siamo.

Forse ricordi che nel Primo Incontro ci eravamo dette che dovevamo restare vive. Ma vediamo che la mattanza e la sparizione di donne continuano. Di tutte le età e di tutte le condizioni sociali. Ci uccidono e ci fanno sparire perché siamo donne. Inoltre, ancora ci dicono che è colpa nostra per come ci vestiamo, perché andiamo dove andiamo, perché a quell’ora e in quel posto. E poi, tra i malgoverni non manca chi, uomo o donna, se ne esce con la stupidaggine di dire che allora non dobbiamo uscire di casa. Secondo questo pensiero, le donne devono restare rinchiuse nelle proprie case, non devono uscire, non devono studiare, non devono lavorare, non devono divertirsi, non devono essere libere.

È evidente che il sistema capitalista e patriarcale è come un giudice che ha detto che siamo colpevoli di essere nate donne e pertanto la nostra punizione per questo crimine è la violenza, la morte o la sparizione.

Costa molto, sorella e compagna, metterlo in parole, perché è una malvagità enorme a cui non può essere dato un nome. E se ora si dice “femminicidio” o come la chiamino, non cambia nulla. Le morti e le sparizioni continuano.

E poi le nostre famiglie, le nostre amicizie, i nostri conoscenti devono lottare perché non ci ammazzino o ci facciano sparire un’altra volta, quando lasciano impuniti i colpevoli o dicono che siamo state sfortunate o, peggio ancora, dicono che ce la siamo cercata.

Scusa, sorella e compagna, ma questa è una grande stupidaggine. Dobbiamo ancora lottare contro la discriminazione in casa, per strada, a scuola, sui luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici, con conoscenti e con sconosciuti, e poi dicono che cerchiamo la morte. No, ma ci violentano, ci uccidono, ci squartano, ci fanno sparire.

Quelli che parlano così sono maschilisti o donne con la mentalità maschilista.

-*-

Dunque, compagna, sorella, siccome l’accordo che abbiamo fatto nel Primo Incontro era restare vive, ora dobbiamo rendere conto di che cosa abbiamo fatto o non abbiamo fatto per rispettare questo accordo.

Per questo convochiamo questo Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano con un solo tema: la violenza contro le donne.

E questo tema diviso in due parti: Una di denuncia ed un’altra su che cosa facciamo per fermare questo massacro contro di noi.

Quindi, ti invitiamo, sorella e compagna, a riunirci e tirare fuori tutta la nostra rabbia e dire chiaramente tutto quello che stanno facendo ovunque.

Quello che vediamo è come spezzettano il nostro dolore: una violentata in un posto, una percossa in un altro, una desaparecida lì, una assassinata più là.

Fanno così perché noi pensiamo che sia un problema che riguarda un’altra donna in un’altra parte del mondo, che non ci riguarda, che non è così grave, che i malgoverni lo risolveranno.

Ma non è così, invece ci tocca da vicino, è grave, molto grave, e i malgoverni non fanno niente, fanno solo vuote dichiarazioni che perseguiranno non gli assassini, i violentatori, i sequestratori, ma le donne che con rabbia hanno rotto le vetrine o imbrattato una pietra.

Questo è il sistema capitalista patriarcale, sorella e compagna. Le cose stanno così, vale più un vetro o una parete imbrattata che la vita di una donna.

Questo non può continuare, davvero.

Senti, anni fa, prima della nostra sollevazione e l’inizio della guerra contro l’oblio, qua nelle proprietà valeva più un pollo che la vita di un indigeno. Non si può credere? Sì, così dicevano i padroni. Ora a noi donne dicono di peggio, perché piagnucolano e si scandalizzano per un vetro rotto ed una scritta sul muro che dice la verità.

La verità è che non solo ci violentano, assassinano e ci fanno sparire. Sì, anche questo, ma non dobbiamo comportarci come se non succedesse niente, ben educate e obbedienti.

Ci attaccano talmente tanto che sembra che sia un affare del sistema. Se ci sono più donne assassinate o scomparse o violentate, ci sono più profitti. Forse è per questo che la guerra contro le donne non si arresta. Perché, è incredibile che ogni giorno ci siano donne sparite o assassinate ovunque, mentre il sistema va avanti tranquillamente, felice, preoccupato solo dei soldi.

Può essere che se continuiamo a restare vive, a non essere violentate, gli affari crollino. Bisognerebbe analizzare se mentre sale il numero di donne violentate nel mondo, salgono anche i profitti dei capitalisti. Tante picchiate, tante scomparse, tante assassinate, uguale a tanti milioni di dollari o di euro o della moneta che sia.

Perché sappiamo bene che il sistema risponde solo a ciò che colpisce il suo profitto. E sappiamo bene anche che il sistema fa profitti dalle distruzioni e dalle guerre. Pensiamo che le violenze che subiamo, le nostre morti, siano un guadagno per il capitalista. E le nostre vite, le nostre libertà, la nostra tranquillità, siano una perdita di denaro per il sistema.

Allora vogliamo che tu venga e che faccia la tua denuncia. Non perché l’ascolti un giudice o un poliziotto o un giornalista, ma perché ti ascolti un’altra donna, altre donne, molte donne che lottano. E così, compagna e sorella, il tuo dolore non sia solo, ma si unisca con altri dolori. E da tanti dolori che si uniscono non esce solo un dolore molto grande, ma esce anche una rabbia che è come un seme. E se questo seme cresce in organizzazione, allora il dolore e la rabbia si fanno resistenza e ribellione, come diciamo qua, e la smettiamo di sperare che a noi non tocchi la disgrazia, ma ci mettiamo a fare qualcosa, primo per fermare questa violenza contro di noi, poi per conquistare la nostra libertà in quanto donne.

Questa è la nostra esperienza nella nostra storia come donne, come contadine, come indigene e come zapatiste.

Nessuno ci darà la pace, la libertà, la giustizia. Dobbiamo lottare, sorella e compagna, lottare e fregare il Prepotente.

L’invito a discutere della Violenza contro le Donne non è solo per denunciare, ma anche per dire che cosa si fa o che cosa si è fatto o che cosa si può fare per fermare questi crimini.

Sappiamo, perché l’abbiamo sentito e visto negli interventi del Primo Incontro, che ci sono molte forme o modi di lottare delle donne. Sappiamo che alcune dicono che è meglio il loro modo piuttosto che la maniera di altre. Sta bene che si discuta anche senza essere pienamente d’accordo.

Ma il problema che vediamo noi zapatiste, è che per poter discutere e litigare tra noi su chi è più femminista, per prima cosa dobbiamo essere vive. E ci stanno ammazzando e facendo sparire.

Quindi l’invito a questo incontro è su un solo tema: Violenza contro le donne, diviso in due parti: denuncia e proposte su come fare per fermare questa guerra.

Non è che dobbiamo concordare di lottare tutte nello stesso modo, perché ognuno ha i suoi modi, le sue geografie ed i suoi tempi. Ma dobbiamo ascoltare i diversi modi, perché ci daranno idee su come fare, su cosa è utile o no.

Il sistema vuole che gridiamo solo di dolore, di disperazione, di angoscia, di impotenza.

Ora si tratta di gridare insieme ma di rabbia, di coraggio, di indignazione. Ma non ognuna per conto suo, spezzettate come quando ci violentano, ammazzano e fanno sparire, ma unite, benché ognuna nel suo tempo, il suo luogo ed il suo modo.

E chissà, compagna e sorella, che impariamo non solo a gridare di rabbia, ma trovare anche il modo, il luogo ed il tempo per gridare un mondo nuovo.

Sorella e compagna, per come stanno le cose, per poter essere vive, dobbiamo costruire un altro mondo. Il sistema è arrivato fino a questo: possiamo vivere solo se lo ammazziamo. Non sistemarlo un poco, o fare buon viso, chiedergli di comportarsi bene, che non sia così cattivo. No. Distruggerlo, ammazzarlo, farlo sparire, che non rimanga niente, nemmeno la cenere. Così la vediamo noi, compagna e sorella, o il sistema o noi. Così lo vuole il sistema, non noi in quanto donne.

Ti invitiamo dunque il 26 dicembre 2019 come giorno di arrivo. I giorni 27, 28 e 29 dicembre 2019, sono i giorni degli incontri, per parlarci ed ascoltarci. Il 29 dicembre 2019 sarà il giorno di chiusura.

Il luogo è il Semillero che ora si chiama “Huellas del Caminar de la Comandanta Ramona”, del Caracol Torbellino de Nuestras Palabras, della zona Tzots Choj (nella comunità di Morelia, MAREZ 17 de Noviembre), lo stesso luogo del Primo Incontro.

L’arrivo è nel caracol dove saranno consegnati i cartellini di riconoscimento ed il programma e da dove le compagne choferas ti porteranno al Semillero dove non sarà permesso l’ingresso agli uomini, che siano buoni o regolari, nessuno. Cioè, gli uomini non potranno neppure sbirciare da lontano la nostra riunione perché il Semillero è protetto dalle montagne.

Gli uomini possono restare nel caracol ad aspettare mentre ci riuniamo noi donne, ma solo se sono accompagnati da una donna che si renda responsabile che non facciano stronzate. Questo posto lo chiameremo “misto”, cioè potranno restarci uomini e donne che lo vorranno.

In questo luogo, dove possono stare gli uomini, forse potrebbe presentarsi una commissione di donne zapatiste proveniente dal luogo dell’incontro per raccontare loro quello che si sta denunciando nel Semillero, perché si sappia ovunque. E che provino un po’ di vergogna perché lo raccontino ad altri uomini, e dicano loro la cosa principale, cioè che non ci aspettiamo che capiscano, o che si comportino bene, e la smettano con le stronzate, ma che in primo luogo ci organizziamo per difenderci, e poi per cambiare tutto, Tutto, TUTTO.

Vi diciamo un’altra cosa, compagne sorelle, stiamo rivedendo quello che non abbiamo fatto bene nel Primo Incontro. Per questo vogliamo farlo nello stesso luogo, per vedere se possiamo correggere i nostri errori.

Un’altra cosa di cui ci siamo rese conto del Primo Incontro è che nel processo di registrazione e programmazione c’è stato un certo favoritismo nei confronti delle osservazioni che erano più in linea con il pensiero di coloro che hanno collaborato con la registrazione e la programmazione, e che alcune donne e attività erano state escluse. Ciò è accaduto perché chi collaborava alla registrazione e alla programmazione ha dato priorità alle attività di quelle che la pensavano allo stesso modo e quindi non c’era tempo o spazio per le altre.

Quindi, perché non accada che alcune donne valgano più di altre, faremo tutto noi donne indigene zapatiste, dall’inizio alla fine, cioè dalla registrazione alla programmazione.

Non l’abbiamo mai fatto, ma non siamo mai state nemmeno choferas e lo abbiamo imparato. Forse verrà male ed il programma non sarà perfetto, ma è perché stiamo imparando e non perché alcune donne ci stanno simpatiche perché la pensano come noi, mentre altre ci piacciono meno.

Quindi, ci stiamo organizzando e suddividendo i compiti affinché tutto sia completamente organizzato da noi. Così, quando tu manderai la tua mail (ti diremo poi l’indirizzo di posta elettronica e quando cominceranno le iscrizioni), saprai che sarà una di noi, donne indigene zapatiste, che aprirà la tua mail e riporterà il tuo nome e la tua organizzazione, gruppo o collettivo se ne hai, o solo individuale; e ti risponderemo affinché tu sappia che il tuo nome sarà nella lista. E se nella tua mail dirai che farai qualcosa, lo metteremo nel programma. Per questo ti chiediamo che quando ti registrerai, lo farai in lingua spagnola, perché la nostra lingua è di radice maya e sappiamo un po’ di spagnolo, ma di altre lingue del mondo non ne sappiamo niente. E se ci sbagliassimo e non registrassimo il tuo nome, non c’è problema, perché ti potrai registrare al tuo arrivo e ti daremo il tuo cartellino del Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano.

Dunque, ora conosci luogo e data. Così ti puoi già organizzare per venire o mandare qualcuno o incaricare qualcuno che ti racconti quello di cui abbiamo parlato. Così, benché sei lontano, saprai che il nostro dovere di donne che lottano è che non si spenga la luce che ti abbiamo dato. Perché non è solo per illuminare, ma può servire anche per bruciare il maledetto sistema capitalista patriarcale.

Per ora è tutto, sorella e compagna. Presto ti daremo l’indirizzo di posta elettronica e ti diremo quando comincerà la registrazione. Ma sai già la cosa più importante: i giorni 26, 27, 28 e 29 dicembre 2019, nello stesso luogo del Primo Incontro, che è da dove ti scriviamo queste parole e da dove ti mandiamo un abbraccio, cioè…

Dalle montagne del sudest messicano.

Coordinamento delle Donne Zapatiste per il
Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano:

Zona Selva-Fronteriza:

Marisol
Yeni
Mirella
Neri
Yojari
Arlen
Erica
Mariana
Mayder
Cleyde
Evelin
Alejandra
Nayeli

Zona Altos de Chiapas:

Yessica
Zenaida
Lucía
Teresa
Fabiola
Flor
Gabriela
Lidia
Fernanda
Carla
Ofelia

Zona Selva Tzeltal:

Dalia
Rosalinda
Marina
Carolina
Alejandra
Laura
Ana
Cecilia
Julia
Estefanía
Olga
Eloisa

Zona Tsots Choj:

Gabriela
Elizabeth I

Maydelí I

Elizabeth II

Guadalupe
Leydi
Lauriana
Aliz
Ángeles
Maydelí II

Karina
Jhanilet
Fabiola
Mariela
Daniela
Yadira
Yolanda
Marbella
Elena
Elissa

Zona Norte de Chiapas:

Diana
Ximena
Kelsy
Jessica
Ana María

Marina
Valentina
Yadira
Elizabeth

Messico, Settembre 2019

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/09/19/convocatoria-al-segundo-encuentro-internacional-de-mujeres-que-luchan/

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Dal quaderno di appunti del Gatto-Cane:

Verso il Puy Ta Cuxlejaltic, il CompArte di Danza ed il Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano.

Nel 1993, 26 anni fa, le donne zapatiste elaborarono la “Legge Rivoluzionaria delle Donne”. In uno dei suoi comma, segnalavano il loro diritto a studiare… “e perfino essere choferas” [autiste – N.d.T.], come narrò il defunto SupMarcos in una lettera pubblica ricordando, 25 anni fa, la nascita di quella legge ed il ruolo che ebbero nella sua creazione la scomparsa Comandanta Ramona e la Comandanta Susana. Forse in un’altra occasione si racconterà il perché di questa aspirazione delle donne indigene zapatiste. Adesso, in esclusiva, la Commissione Sexta dell’EZLN vi presenta alcuni spezzoni o cortometraggi o trailer di uno dei documentari che L@s Terci@s Compas mostreranno, in Prima assoluta, in data indefinita. Procediamo, dunque.

“…E PERFINO ESSERE CHOFERAS

Documentario girato, in tutti i sensi, completamente nelle montagne del Sudest Messicano nell’anno 2019. Realizzato, diretto e prodotto dalle donne zapatiste, questo documentario raccoglie alcune scene della preparazione delle compagne choferas zapatiste. Durata indefinita. Formato non so. Classificazione Z (come deve essere). Non si vedrà su Netflix, né su Amazon Prime, né Tv Apple, né su HBO, né su Fox, né … su quali altre?… Beh, quelle. Nemmeno nei cinema. Solo nei Caracol Zapatisti… Anche nel Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano? Metto così?… ok, ma non metto la data né il posto?… Oh, dunque… È che protesteranno perché lasciamo la suspense… Almeno diamo una pista… no, non nel senso di guida, ma di un’idea. Dicembre?… di questo anno?… Pronto?… Pronto?… Pronto?… Tristi@?… Se ne sono andate, ma vi dirò che non sembravano tristi… avevano qualcosa nello sguardo, una specie di sfida, di scommessa, di ribellione, di zapatismo. Nota: Nessun maschio è stato maltrattato nella realizzazione di questo documentario…, beh, sì, ma è stato colpito solo il suo ego… Ah, ed alcuni sono caduti mentre fuggivano da una compagna che si era arrabbiata per qualcosa che le stavano dicendo… No, io no, io guardavo da lontano, non mi ha raggiunto nessuna randellata… ahia...

Sinopsi versione Apocalittica: Un virus creato nei laboratori degli Iluminatti si è diffuso nelle montagne del Sudest Messicano. Per qualche strana ragione, colpisce solo le trasgreditrici della legge degli autoproclamati zapatisti. Il virus le induce a fare cose fuori da ogni ragione e logica, si ribellano, si oppongono e vogliono ricoprire incarichi e lavori che dovrebbero essere esclusivi degli uomini. In questo documentario si raccolgono le prove di questa indisciplina e si vede fino a che punto le zapatiste vogliono essere libere e, da non credere, perfino essere choferas, ma vi pare? Non ci si capisce più.

Sinopsi versione “Nessun lieto fine”: Un gruppo di donne indigene zapatiste si dicono e proclamano “basta!” e si ribellano e vogliono essere libere e perfino essere choferas. Un gruppo di intrepidi e valorosi uomini dei partiti politici decidono di sfidarle burlandosene e minacciandole di ricacciarle in cucina e a fare bambini. Le trasgreditrici delle leggi patriarcali (e stradali) li affrontano. I maschi perdono, le donne vincono. Sì, è così, per questo dico che non c’è nessun lieto fine.

Sinopsi versione “Hanno continuato” (da un’intervista inedita con un chofer maestro di choferología): Bene, i maestri hanno detto che avrebbero insegnato a guidare solo i veicoli che chiamano “estaquitas” [pick-up – N.d.T.] perché sono quelli più usati nei villaggi, ma le compagne hanno detto no, che volevano conoscere anche la meccanica. Non c’è stato modo, quindi anche la meccanica. E fin qui tutto ok. Ma lo scandalo è stato quando hanno voluto anche il Guardián e la Guardiana, che sono due camion di 6 tonnellate. “Camionzote”, li chiamano le compagne. E con questo, Roma brucia! come diceva il defunto, perché 6 tonnellate non sono per tutti. Perfino i choferes uomini evitano di guidare veicoli di più di 3 tonnellate, perché non sono mica giocattoli. Bene, abbiamo pensato, sarà sufficiente se imparano ad avviarlo. Ma niente da fare, hanno proseguito fino alla manutenzione dei camion. No, non si sono accontentate. Ora vogliono imparare a guidare camion a rimorchio, di quelli che portano i tronchi di alberi. Ma dove lo andiamo a prendere un camion a rimorchio? Nemmeno per sogno. E se poi vogliono imparare a guidare furgoni o TIR? (…) Ah, sì servirebbero perché dobbiamo trasportare materiali per i caracoles. Dicono che faranno il festival del cinema e le compagne faranno il loro incontro con le altre donne. E dicono un CompArte speciale di danza e quelle cose lì. No, io so solo ballare quella del moño colorado, ma non è cosa mia saltare come un cervo o indossare tutù di tulle. E poi ti raccontano una storia ma solo attraverso la danza. Non so neppure zompettare, o sì, ma solo nel fango quando il cerchione si impantana e non puoi fare altro che saltare e prenderlo a calci. Sì, ecco Las Tercias che girano un film sulle choferas e dicono che vogliono che sia allegro, con battute spiritose, perché altrimenti il film viene molto triste mentre la ribellione è allegria, dicono. Allora bisogna fare qualcosa come degli scontri. Ehi? No, quello della compagna che viene addosso a noi uomini con l’auto non era previsto, credo che la compagna pensasse ad uno scherzo e si è lanciata contro di noi. Siamo scappati ma non per l’auto, ma perché abbiamo visto lo sguardo della compagna chofera e si vedeva che era arrabbiata, ma la cosa strana è che sorrideva. Le compagne sono molto “altre”.

Sinopsi versione “fottuti uomini”: Bene, risulta che in questo secondo corso, le compagne ci hanno detto che nei loro villaggi, quando fanno pratica con l’auto della comunità, a volte quelli dei partiti gridano loro parolacce. Allora ci hanno detto a noi e ai maestri di choferólogias di fare come quelli dei partiti, di gridargli contro parolacce. Sì, per allenarsi anche a questo. Cioè, dovevamo recitare, così ci hanno spiegato la Teresa ed il Cochiloco.

(Nota: lo speaker si riferisce all’attrice Dolores Heredia e all’attore Joaquín Cosío, nei loro ruoli in Capadocia y El Infierno, rispettivamente. Le/gli zapatisti si riferiscono a chi interpreta dei personaggi al cinema non con i propri nomi veri. Nel primo festival del cinema, a novembre del 2018, la Teresa e il Cochiloco hanno avuto tempo e modo di parlare in privato con le insurgentas e gli insurgentes mentre si ingozzavano di tamales de tuluc. Hanno risposto a tutte le domande. Quello di cui hanno parlato con la Teresa sulle donne, solo loro lo sanno. La cosa certa è che si sono finiti tutti i tamales, non me ne hanno lasciato nemmeno uno. Fine della nota.)

Allora ci hanno parlato di come si recita, cioè che non è reale quello che si fa, ma è come se lo fosse. E così abbiamo fatto. Alcuni compas hanno fatto perfino gli ubriachi, ma era una recita. Già, ma quando la compagna scende col bastone, che sia recita o no, via e scappare, perché metti che la compagna si dimentica che non è reale e che siamo compagni. Io ho detto di usare un cartone o una rivista piegata, ma hanno preso un tubo di ferro. E questo fa male Eh? Io ho visto che erano contente di poterlo fare. Non più in teoria, ma lo hanno dimostrato nella pratica. Ora il problema è nei loro villaggi. Immaginate che la merce arriva su un camion guidato da una donna. Quelli dei partiti restano zitti e le compagne gli gridano “fottuti uomini!”. Eh? No, noi siamo compagni, gli altri sono i fottuti uomini. Non è lo stesso.

Sinopsi versione “Filtrazione”: Senti, non scriverlo, ma noi compagni maestri eravamo nei guai perché si è presentato il caso di dover cambiare il filtro. Ed una compagna, tutta bella nel suo nagua [costume tradizionale – N.d.T.] l’ha fatto in un minuto. Allora siamo andati a cambiare il filtro ad un camion della Giunta. Porca miseria, eravamo in 6 e dopo mezz’ora non ci siamo riusciti. Siamo andati a chiedere aiuto alle compagne. Per fortuna che ce l’abbiamo fatta, ma che pena. E peggio sarebbe se questo uscisse nel film che stanno facendo Las Tercias.

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https://youtu.be/ZtYorn_F7mA

https://youtu.be/QavRzZun_Vw

https://youtu.be/_grEQZKLTZI

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Qualche recensione sulla stampa specializzata:

“Niente da fare, noi maschietti abbiamo perso, again. Ma torneremo, anche se ogni volta saremo di meno. Se ieri eravamo migliaia, oggi siamo un piccolo contingente che cerca di impedire l’inevitabile”. Il SupMarcos (da 3 metri sotto terra), nella sezione cultura della rivista inedita “El Pozol Agrio”.

Non tutto è perduto. Nutriamo ancora la speranza che le compagne Tercias non finiscano di montare il documentario in tempo per il secondo festival Puy Ta Cuxlejaltic. Cosa direbbero Pedro Infante e José Alfredo Jiménez?! Per non parlare del defunto SupMarcos. Che peccato”. Il SupGaleano nella sezione “Palomeros del Mundo, Uníos!” dell’esclusiva rivista specializzata in cinema, “Questo film l’ho già visto”.

In fede.

Il Gatto-Cane al volante… qual’è il freno e l’aceleratore?… Ops!… Via!

Tempo dopo…

La insurgenta Erika: “Compagno Subcomandante Insurgente Moisés, dalla Giunta avvertono che si sono scontrati il Guardián e la Guardiana, e che non si sa chi li ha fatti sbattere uno con l’altro, la Guardiana ha sbattuto contro il Guardián e l’ha ammaccato”.

Il SupMoy: “Dov’è il SupGaleano?”

La Erika: “È corso via col Gatto-Cane. Io credo che sono stati loro perché li ho visti, avevano lo sguardo colpevole”.

Nel frattempo, in cima alla Ceiba…

Il SupGaleano al Gatto-Cane: “Te l’avevo detto prima di mettere in folle. Adesso ci manca solo che si metta a piovere”.

Il Gatto-Cane al SupGaleano: “Guau, miau, grrrr”.

E cominciò a piovere, forte, come se le nubi gridassero alla terra:

Sveglia!

Sono le montagne del Sudest Messicano, è Chiapas, è Messico, è Latinoamerica, è il mondo, è settembre 2019 e, sì, piove.

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/09/11/del-cuaderno-de-apuntes-del-gato-perro-rumbo-al-puy-ta-cuxlejaltic-el-comparte-de-danza-y-el-segundo-encuentro-internacional-de-mujeres-que-luchan/

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IMMAGINI DELLA ROTTURA DELL’ACCERCHIAMENTO II (e ultimo)

DEL 17 AGOSTO 2019

Settembre 2019

 https://youtu.be/ZaAGt2XSoKw

 https://youtu.be/wE5RHfl8zOc

 https://youtu.be/Jc2jHoy-RrM

Nota del SupGaleano: Qui devono esserci una serie di foto dei diversi CRAREZ creati con la rottura dell’accerchiamento del 17 agosto di 2019. È probabile che questo video venga eliminato dal sig. YouTube che esige che si inseriscano annunci per la pubblicazione perché è musicalizzato con una canzone di Ana Tijoux (cilena-francese) e Shadia Mansour (palestinese), dal titolo “Somos Sur”, e dice che bisogna pagare “diritti d’autore” o accettare annunci commerciali. Ovviamente non inseriamo annunci commerciali e, se non abbiamo i soldi per i serbatoi d’acqua nel nuovo caracol Tulan Kaw, tanto meno ne abbiamo per pagare diritti d’autore. La Commissione Sexta non “monetizza” i suoi video (inoltre, certo, il “traffico” sul nostro canale è come quello della Settimana Santa nel DF), quindi non credo che il sig. YouTube diventi meno ricco, né che Ana Tijoux e Shadia Mansour perdano qualità artistiche e “followers” se accompagniamo la loro disubbidienza con la nostra.

Forse sarebbe meglio che il sig. YouTube invece di “abbattere” i video di che la banda musicalizza e carica con qualsiasi tema perché, come non disse Zapata; “la musica è di chi la canta-balla-canticchia-fischietta-grida-protesta” (a suo modo, lo dice Shadia Mansour nel rap che, in arabo, intona in questa strofa: “la musica è la lingua materna del mondo”), dovrebbe lavorare meglio al suo maledetto algoritmo (ah!, “le regole tortuose di YouTube”) perché, per esempio, uno comincia a cercare i video dei botellos de jerez per salutare la memoria di Armando Vega Gil, o ska dei Los de Abajo, o di Salón Victoria, o brani di Jijos del Mais, o Van T, o Mexican Sound, o LenguaAlerta, o Lirica, o Ely Guerra, o Keny Arkana, o le Batallones Femeninos, o i maestri Óscar Chávez e Guillermo Velázquez e Los Leones de la Sierra de Xichú, e, all’improvviso, si ritrova video di jaripeos, o di combattimenti di galli, o di Maluma che dà lezione di rispetto per la donna, o di trucco (“ora mostriamo come si esegue un trucco per farsi un selfie ´senza trucco´”).

E non è che uno sia schizzinoso, dopo tutto, come disse Inodoro Pereyra [popolare fumetto argentino – N.d.T.] (o era Mendieta?): “il mondo è grande e alieno” [titolo di un romanzo indigenista di Ciro Alegría – N.d.T.]; è perché qua, la grandezza della banda è come il QI di Trump, cioè, una miseria.

Detto questo, dichiariamo: se YouTube “butta via” il video (come già ci buttò via quello della Principessa Mononoke perché, dice, gli studi Ghibli preferiscono mettersi dalla parte del sistema nella loro lotta contro la natura) per la musica inserita, allora qui mettiamo le stesse immagini, ma senza musica, e lì voi mettete l’audio che vi va. In ogni caso, qui allego la traduzione dall’arabo allo spagnolo della parte che Shadia Mansour rappa (basata sul contributo dell’utente qmqz nel video ufficiale di questa canzone):

“(Dammi il microfono) La musica è la lingua madre del mondo. Sostiene la nostra esistenza. Protegge le nostre radici. Ci unisce dalla grande Siria, Africa fino all’America Latina. Sono qui con Anita Tijoux. Io sto con coloro che soffrono, e non con coloro che ti hanno venduto. Io sto con la resistenza culturale. Dal principio, e fino alla vittoria sempre. Sto con quelli che sono contro, con coloro che non sono qui con noi. Tempo fa, ho calcolato, cosicché decisi di investire in Banksy dopo che Ban-Ki cadde (nota del Supgaleano: forse si riferisce a Ban-Ki Moon che, come segretario generale dell’ONU all’uscita di questa canzone, “cadde” e non condannò le azioni terroristiche del governo israeliano contro il popolo palestinese). Come dice il detto “la situazione deve essere bilanciata ma in realtà la situazione si deve fermare”. Per ogni prigioniero politico libero, una colonia israeliana si ingrandisce. Per ogni saluto, demoliscono mille case. Loro usano la stampa per avvantaggiarsene. Ma nonostante la mia pena, la realtà si impone”.

Sapete una cosa? Con o senza YouTube, con o senza annunci, il popolo Palestinese ed il paese Mapuche saranno liberi. Vinceranno dieci, cento, mille volte.

E se il sig. YouTube come parte della campagna “fuck the zapatistas now” ci rimuove completamente l’account, torneremo ai vecchi tempi del Sistema Zapatista di Televisione Intergalattica, “l’unica televisione che si legge” (Autorizzazione numero 69 in corso nelle Giunte di Buon Governo – è stata richiesta nel 1996 ma il caracol procede leeentooo -).

 https://youtu.be/Rb_UvZsD9xg

 

Dalle montagne del Sudest Messicano

Los Tercios Compas
Commissione Sexta dell’EZLN
Settembre 2019

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/09/01/imagenes-de-la-ruptura-del-cerco-ii-y-ultimo-del-17-de-agosto-del-2019/

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IMMAGINI DELLA ROTTURA DELL’ACCERCHIAMENTO I

AGOSTO 2019

https://youtu.be/vUDCojwX6u0

https://youtu.be/6BNPXbfup_E

 https://youtu.be/cVCZJka9sXM

 

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Los Tercios Compas

Commissione Sexta dell’EZLN

Agosto 2019

 

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/08/31/imagenes-de-la-ruptura-del-cerco-i/

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La sconfitta della contrainsurgencia sociale

Raúl Zibechi

Nella misura in cui le politiche o i programmi sociali suonano come il volto buono degli stati della nostra regione, indipendentemente da chi li amministrino, è necessario ricordare le loro origini ed obiettivi dichiarati. Non basta dire che si propongono di ridurre la povertà o che vogliono indebolire i movimenti antisistemici. La storia risale alla guerra del Vietnam e ad un personaggio chiamato Robert McNamara, uno dei quadri più astuti che abbia mai avuto il capitalismo.

Nel 1960 McNamara fu il primo presidente della Ford a non appartenere alla famiglia, carica che abbandonò quando fu nominato segretario alla Difesa tra il 1961 e 1968, durante la guerra del Vietnam. Passò quindi alla presidenza della Banca Mondiale fino al 1981. Durante la Seconda Guerra Mondiale era entrato nell’Aeronautica Militare dove applicò l’arte della gestione aziendale appresa ad Harvard all’efficienza dei bombardieri statunitensi, cosa che gli valse la Legione al Merito come tenente colonello.

Durante il conflitto in Vietnam comprese che le armi, per quanto siano sofisticate, non vincono le guerre. Diresse la Banca Mondiale con l’obiettivo di ribaltare la sconfitta militare e preparare il terreno affinché questa situazione non si ripresentasse. Comprese che l’ingiustizia sociale e la povertà potevano mettere in pericolo la stabilità del sistema capitalista e, per rimediare, concepì la politica della lotta alla povertà.

Si capisce che per McNamara la povertà è un problema del momento, e solo momentaneamente può destabilizzare il dominio. È una questione strumentale, non etica. Sotto la sua gestione la Banca Mondiale si è trasformata nel centro di pensiero (think tank) più citato dalle accademie andando a definire le politiche dei paesi in via di sviluppo. Come ha sottolineato uno dei suoi collaboratori, Hollis Chenery, si tratta di distribuire un pezzo della crescita della ricchezza e non la ricchezza(*).

La lotta alla povertà ebbe altri due effetti. Riuscì a rimuovere la ricchezza dalla centralità dello scenario politico, come era stato fino al decennio degli anni ’70. Benché oggi sembri incredibile per chi non ha vissuto la rivoluzione mondiale del 1968, la sinistra credeva che il vero problema sociale fosse la ricchezza, per questo tutti i programmi di governo andavano rivolti alla riappropriazione dei mezzi di produzione e di cambiamento, come la riforma agraria, tra molti altri.

La seconda è che si propose, riuscendovi, di influenzare i movimenti antisistemici in una forma molto sottile; attraverso una politica che definirono rafforzamento organizzativo (si ricordi il Pronasol), si scelsero movimenti di lotta per trasformarli – con l’appoggio della Banca Mondiale – in organizzazioni burocratizzate che, d’ora in poi, si specializzeranno nel fare da tramite con le agenzie di sviluppo. La banca smise di gestire i prestiti e si limitò ad accompagnare, formare, fornire consulenza e controllo finanziario.

Per tutto quanto sopra, è importante che le basi di appoggio dell’EZLN siano riuscite a sconfiggere questa contra