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Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

“La narcopolitica in questa zona degli Altos. Nessuno ne vuole parlare, nessuno osa denunciare. Ma si sa”. Territori assediati e quasi 6mila sfollati dalla minaccia di paramilitari dei partiti PRI e PVEM. Molti degli aggressori di oggi, con armi di grosso calibro come 20 anni fa, sono gli stessi di Acteal. Altri no, c’è  pure una nuova generazione di paramilitari. Ma oggi esiste un’aggravante: “la narcopolitica ed il traffico di armi, che è molto intenso in Chenalhó ed avviene sotto lo sguardo complice delle autorità”. 

 

La Jornada – Venerdì 1° dicembre 2017

Narcopolitica in Chiapas, una bomba ad orologeria che aumenta il rischio di un nuovo massacro

di Blanche Petrich

Tre settimane fa, il parroco di Simojovel, Marcelo Pérez, ha iniziato a percorrere l’impervio tragitto di almeno quattro ore che va dalla sua parrocchia verso le comunità tra Chenalhó e Chalchihuitán, negli Altos del Chiapas, per constatare quello che gli abitanti di quei luoghi denunciavano: attacchi di gruppi paramilitari del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) e del partito filogovernativo Verde Ecologista del Messico (PVEM); strade bloccate e popolazioni assediate; quasi 6 mila sfollati in condizioni estreme di vulnerabilità; sparatorie notturne e decine di case date alle fiamme dagli aggressori.

È tornato varie volte: Ed è tutto vero. Quando ho visto i bambini che dormivano sotto gli alberi, senza niente da mangiare, molti di loro malati, non ci volevo credere. Non avrei mai pensato che sarei tornato a vedere così tanta sofferenza e malattia, mi dice durante l’intervista telefonica. Martedì scorso è tornato in diverse località di Chalchihuitán a raccogliere le testimonianze di oltre 5 mila sfollati. Mercoledì a Chenalhó, dove sono quasi mille quelli che sono fuggiti in montagna.

Questi i dati che ha raccolto: nel municipio di Chalchihuitán gli sfollati sono 5.035; di Majompepentic sono oltre 800; della cosiddetta Frazione Polhó (una scissione non zapatista di quelli che furono gli accampamenti degli sfollati delle basi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale – EZLN – dopo i massacri di 20 anni insediate a Polhó) ci sono 150 abitanti, tra questi sei donne incinta; di Las Limas, lontano dai villaggi, sono fuggite in montagna 205 famiglie, più di 900 persone, con 15 donne incinta. Inoltre, hanno abbandonato le proprie case quattro famiglie di Campo Los Toros, 30 abitanti di Vayem Vacax, quattro famiglie di Yabteclum.

Dall’altra parte della linea divisoria, già municipio di Chenalhó, mercoledì notte sono state registrate oltre 960 persone sfollate.

I bambini e le donne stanno soffrendo freddo, fame e malattie. È una ripetizione di quello che accadde in questi stessi luoghi 20 anni fa, giorni prima del massacro di Acteal. La storia ci avverte di quello che potrebbe succedere qui, ci dice nell’intervista telefonica. Il massacro può ripetersi.

Un avvertimento che non fa breccia nel governo

Nel 1997 una dozzina di comunità di Chenalhó furono abbandonate dagli abitanti fin dal mese di settembre a causa delle aggressioni di gruppi priisti che, nel contesto della guerra contrainsurgente contro lo zapatismo, aggredivano chi supponevano fossero basi zapatiste. Nel gelido inverno degli Altos, con i raccolti abbandonati nei campi, furono migliaia gli sfollati a vivere sulla montagna, malati e sprovvisti di tutto. Era l’avvisaglia di quello che sarebbe accaduto il 22 dicembre. Tutto questo fu ignorato.

Anche la Diocesi di San Cristóbal de las Casas ed il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas hanno lanciato l’allarme: i fatti di Acteal possono ripetersi. L’allerta non ha fatto breccia nelle autorità.

Il direttore del Frayba, nota organizzazione non governativa fondata dal vescovo Samuel Ruiz, sostiene che oggi i gruppi paramilitari in azione sono gli stessi che commisero il massacro il 22 e 23 dicembre del 1997. È la violenza ciclica generata dall’impunità.

Padre Marcelo concorda: Lo dicono gli sfollati, li hanno riconosciuti. Molti degli aggressori di oggi, con armi di grosso calibro come 20 anni fa, sono gli stessi di Acteal. Certo, altri no, c’è anche una nuova generazione di paramilitari. Ma oggi esiste un’aggravante, aggiunge: “la narcopolitica ed il traffico di armi, che è molto intenso in Chenalhó ed avviene sotto lo sguardo complice delle autorità”.

Nel 1997 e 1998, dopo il massacro di Acteal e l’ondata di repressione, militarizzazione e sfollamento che ci fu, più di 30 paramilitari furono arrestati e processati. L’allora governatore chiapaneco, Roberto Albores, assunse degli avvocati per la loro difesa. Molti di loro rei confessi, nel 2007 furono condannati a 26 anni di carcere. Ma tra il 2009 e 2011, difesi da un team di avvocati privati, tutti sono stati liberati su decisione della Corte Suprema di Giustizia della Nazione (SCJN) che addusse errori nella procedura processuale. Vari dei presunti assassini fecero ritorno a Chenalhó, a convivere con le loro vittime e sopravvissuti.

Quel 22 dicembre del 1997, ad Acteal furono giustiziati alle spalle 15 bambini, 21 donne, quattro di loro incinta e 9 uomini. Circa 30 persone risultarono ferite. Tutti stavano digiunando e pregando. Erano disarmati.

Per il terrore, quasi un terzo degli abitanti del municipio fuggirono dalle proprie case e si rifugiarono in accampamenti organizzati o semplicemente alle intemperie, in pieno inverno.

Oggi le scene di 20 anni fa si ripetono negli stessi luoghi. Ci sono comunità, come quella di Polhó ed altre, che ripetono l’esodo al quale furono costrette nel 1997 e 1998. Nelle stesse condizioni di precarietà.

Le autorità dello stato hanno reagito tardivamente con l’invio di aiuti umanitari. Per il momento solamente le parrocchie della diocesi e la società civile stanno portando negli accampamenti generi alimentari, medicine e coperte. È molto complicato, spiega padre Marcelo.

Impunità, violenza ciclica

Pedro Faro, direttore del Frayba, ha denunciato da questo giornale che il governo statale ha dimostrato la totale incapacità di risolvere il conflitto. Tra le altre cose, Rosa Pérez, presidentessa municipale di Chenalhó, protetta dal governatore ed imposta con la frode, si era impegnata di fronte ai rappresentanti del governo dello stato ad ordinare la rimozione dei blocchi stradali che tengono sotto assedio le comunità di Chalchihuitán e a permettere che si reinstalli la Base di Operazioni Miste che si era ritirata quando sono cominciate le aggressioni. Non ha fatto nulla di tutto questo.

Il vecchio conflitto tra i coloni di Chalchihuitán e Chenalhó si è riacceso dopo l’omicidio, ancora impunito, di Samuel Pérez Luna, indigeno tzotzil, il 18 ottobre scorso, in un attacco paramilitare. Spiega Pedro Faro: Non è stato il primo caso. C’è omissione delle autorità nel risolvere il conflitto che risale al 1979, per la disputa di 900 ettari di terra a causa di una errata sentenza dell’allora Segreteria della Riforma Agraria. Per questo il ciclo di violenza favorito dall’impunità. Di tanto in tanto esplode la violenza. Il governatore ha gestito vari accordi che non si sono mai realizzati, a tavoli di negoziazione che non sono mai stati fra uguali. Ci sono state negligenza ed inettitudine. Nei prossimi giorni dovrebbe essere emessa una sentenza da un tribunale agrario che deciderà se Chenalhó deve accettare 15 milioni di pesos di indennizzo in cambio dell’assegnazione delle terre a Chalchihuitán. Suppongo che sia per questo che i paramilitari si sono riattivati, come una forma di pressione.

Il parroco Marcelo Pérez aggiunge un altro elemento di questa bomba ad orologeria: “La narcopolitica in questa zona degli Altos. Nessuno ne vuole parlare, nessuno osa denunciare. Ma si sa”.

http://www.jornada.unam.mx/2017/12/01/politica/010n1pol – Foto gentilmente concesse da Marcelo Pérez.

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A vent’anni dal massacro di Acteal qualcuno ricorda ancora il conflitto in Chiapas e i diritti indigeni negati in Messico? 

 Il 22 dicembre l’anniversario dell’eccidio che nel 1997 costò la vita a 45 persone, tutte appartenenti al gruppo pacifista “Las Abejas”. 

di Luca Martinelli – 29 novemembre 2017 

Sono passati vent’anni dall’evento che ha cambiato la mia vita. Il 22 dicembre del 1997 ad Acteal, sulle montagne del Chiapas, nella regione conosciuta come Los Altos, un gruppo paramilitare uccise i fedeli riuniti in preghiera nella chiesetta. Erano tutti indigeni di etnia Tzotzil, affiliati ad un gruppo pacifista. Si chiamava, e si chiama, Las Abejas.

Che in italiano significa “le api”.

Non seppi nulla di Acteal fino all’anno dopo, quando ebbi l’opportunità di ascoltare la testimonianza di fray Pablo Romo, che allora era il direttore del Centro diritti umani “Fray Bartolomé de Las Casas” a San Cristobal de Las Casas.
Ci spiegò che quell’evento, che tutto il mondo conosce come “il massacro di Acteal”, era parte di una guerra di bassa intensità combattuta dall’esercito messicano e da truppe irregolari nello Stato più meridionale del Paese a partire dal gennaio 1994, dopo insurrezione armata dell’EZLN (Ejercito Zapatista di Liberación Nacional), un esercito indigeno.

Ad Acteal morirono in 45, più quattro vite che erano ancora nell’utero delle loro madri.
(Nella foto in alto, dall’archivio del quotidiano La Jornada, i loro funerali, celebrati da don Samuel Ruiz, il vescovo di San Cristobal, fondatore del centro diritti umani Fray Bartolomé de Las Casas.)
Allora, avevamo 18 anni, ci colpì la storia tremenda di alcuni bambini, di Zenaida che perse la vista e degli altri trucidati dalle raffiche sparate dall’esterno verso l’interno della chiesetta, che resta “ferita” ed è un monito intorno al quale ogni anno si ritrovano migliaia di persone, che arrivano dagli Altos, da San Cristobal e da tutti il mondo per una veglia di preghiera che si ripete ogni 22 dicembre (l’ho vista con i miei occhi, nel 2003, quando ebbi l’opportunità anch’io di partecipare alla celebrazione).

Vent’anni dopo, Acteal è ancora una ferita aperta, cui se ne sono aggiunte molte in tutto il Messico (come quella di San Salvador Atenco, che racconto qui) e anche in Chiapas (e dei giorni scorsi la denuncia di un conflitto tra le comunità di Chenalhó e Chalchihuitán, con circa 5mila nuovi desplazados).

Intorno a metà novembre, intanto, Las Abejas ed alcuni dei sopravvissuti alla strage di Acteal hanno potuto incontrare a San Cristobal de Las Casas Victoria Tauli Corpus, relatrice speciale ONU per i diritti dei popoli indigeni.
Le hanno consegnato una lettera:

Mi chiamo Guadalupe Vásquez Luna, ho 30 anni, e il 22 dicembre del 1997 ho perso per sempre mio padre, mia madre ed altri 7 membri della mia famiglia, quel giorno in cui i paramilitari affiliati al Partito Rivoluzionario Istituzionale attaccarono la mia comunità […]. Il massacro di Acteal è un messaggio che lo Stato messicano volle dare alla comunità indigene e ai movimenti sociali che lottano contro un sistema di governo repressore, che disprezza e non rispetta i popoli indigeni come soggetti della propria storia e titolari di diritti in un Paese dove concetti come democrazia, libertà e sovranità sono solo parole.

Lo Stato messicano, invece, di avanzare nella ricerca di giustizia per il Massacro di Acteal e far conoscere la verità su quanto occorso, 10 anni dopo l’infame delitto, con un giudizio di quella che a torto è definita Suprema Corte de Justicia de la Nación, liberò tutti i paramilitari che erano stati riconosciuti come autori materiali del massacro, e la cui identità era stata segnalata dai sopravviventi. Mentre aspettiamo che sia la Corte interamericana per i diritti umani ad esprimersi sul caso Acteal, l’impunità è ancora vigente, ed è un cancro che ci consuma. Anche se sono passati 20 anni da quando abbiamo perso i nostri genitori, le nostre sorelle, i nostri fratelli, soffriamo ancora, anche psicologicamente, perché i paramilitari sono libri e camminano per le nostre comunità […]. Abbiamo denunciato più volte che qui in Messico si condannano gli innocenti, mentre vengono premiati gli assassini.

L’incontro con Tauli Corpus è parte dalla campagna “Acteal: Raíz, Memoria y Esperanza”, che Las Abejas e il Centro “Frayba” hanno promosso a partire dal marzo del 2017, e che culminerà nel giorno dell’anniversario. La speranza è che ci sia ancora spazio per ottenere giustizia.

Nel rapporto preliminare presentato al termine della propria missione nel Paese, purtroppo, Tauli Corpus ha dovuto riconoscere che il sentiero è difficile:

Mi sono stati presentati numerosi casi di gravi violazioni dei diritti umani dei popoli indigeni in diversi Stati del Paese. Molti sono ancora irrisolti. Questi casi riguardano anche massacri, omicidi, sparizioni forzate, violenze sessuali, torture. I crimini sono attribuiti a privati, ma anche al crimine organizzato, ai gruppi paramilitari, a ufficiali o militari, in molti casi in relazione a ‘progetti di sviluppo’ che interesseranno i territori indigeni. Ho potuto percepire, inoltre, la mancanza di fiducia che i popoli indigeni hanno nei confronti del sistema ordinario di giustizia, vincolato alla mancata applicazione delle sentenze quando queste sono loro favorevoli ed al fatto che una condanna non garantisce che i fatti non si ripetano.

La missione di Tauli Corpuz in Messico, che si è conclusa con una conferenza stampa il 17 novembre, segue quella del precedente Relatore Onu per i diritti dei popoli indigeni, Rodolfo Stavenhagen, che era stato nel Paese nel 2003. Lasciando un elenco di raccomandazione, che sono rimaste lettera morta per il governo messicano. “Una brecha de implementación” scrive Tauli Corpus.

Significa che il Messico ha perso almeno quindici anni.

https://medium.com/@lucamartinelli130180/a-ventanni-dal-massacro-di-acteal-qualcuno-ricorda-ancora-il-conflitto-in-chiapas-e-i-diritti-e9467fc104ce

 

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Violenza sulle donne: 11 vittime di stupro denunciano il Messico. 

Nei giorni scorsi 11 donne vittime di violenza sessuale hanno raccontato la propria storia alla Corte interamericana per i diritti umani. Trascinando così il Messico davanti alla giustizia per non aver indagato su quanto accaduto nel 2006. Quando la polizia usò violenza carnale e torture contro le mobilitazioni.

di Luca  Martinelli – 24 novembre 2017  

«Il riconoscimento della responsabilità dev’essere completo. Una verità a metà, non è la verità». «Il lavoro che mi dà forza giorno dopo giorno è quello che faccio insieme alle altre donne della campagna Rompendo il Silenzio. È a partire da questo spazio che ho potuto ricostruirmi». La prima frase è di Norma Aidé Jiménez Osorio, la seconda di Barbara Italia Méndez Moreno.

Quando hanno parlato così, entrambe si trovavano di fronte alla Corte interamericana per i diritti umani, che il 16 e il 17 novembre 2017 ha accolto in udienza 11 donne che hanno denunciato le aggressioni sessuali subite il 3 e il 4 maggio 2006 da parte di elementi delle forze di polizia del Messico.

Gli agenti fecero ricorso alla violenza carnale come risposta repressiva alle mobilitazioni di massa promosse a San Salvator Atenco e a Texoco, nello Stato del Messico, contro la costruzione di un nuovo aeroporto.

Donne violentate: le «sopravvissute a tortura sessuale»

In quei giorni di undici anni fa furono uccise due persone e ben 31 donne denunciarono le violenze subite. In tutto 217 persone furono detenute in modo arbitrario. A chi scrive toccò raccogliere le loro testimonianze insieme ad altre 27 persone di sette Paesi che tra il 29 maggio e il 4 giugno del 2006 presero parte ad una Commissione civile internazionale di Osservazione dei diritti umani sul “caso Atenco” (qui il resoconto scritto allora per Altreconomia).

Il Centro diritti umani Miguel Augustin Pro di Città del Messico (Centro Prodh), che ha accompagnato per 11 anni le vittime di Atenco, oggi descrive le donne che hanno portato il governo messicano sul banco degli imputati come «sopravvissute a tortura sessuale».

Violenza sessuale durante un’operazione di polizia

Gli uomini impegnati nell’operazione di polizia utilizzarono dita e manganelli contro molte delle donne fermate. Le prime a denunciarlo erano state due cittadine spagnole, Cristina Valls e Maria Sostres, che si trovavano ad Atenco la sera del 3 maggio 2006 per portare la propria solidarietà.

La violenza sessuale avvenne sia durante il trasferimento verso le carceri di massima sicurezza dove vennero rinchiusi i manifestanti, sia all’arrivo nelle strutture. Il paradosso è che, mentre le vittime hanno dovuto subire per anni processi penali con accuse come oltraggio a pubblico ufficiale, porto d’armi, blocchi stradali e sequestro, le gravi violazioni ai diritti umani commesse contro di loro sono rimaste impunite.

Undici donne trascinano il Messico in giudizio

Tra le detenute c’erano anche le 11 donne che nel 2011 decisero di cercare giustizia nel Sistema interamericano per i diritti umani. Si chiamano Mariana Selvas Gómez, Georgina Edith Rosales Gutiérrez, María Patricia Romero Hernández, Norma Aidé Jiménez Osorio, Claudia Hernández Martínez, Bárbara Italia Méndez Moreno, Ana María Velasco Rodríguez, Yolanda Muñoz Diosdada, Cristina Sánchez Hernández, Patricia Torres Linares e Suhelen Gabriela Cuevas Jaramillo. E sono loro ad aver costretto il governo messicano a difendersi.

Violenza sulle donne di Atenco ancora impunita

Un comunicato del Centro diritti umani Miguel Augustin Pro, che ha accompagnato 5 delle 11 “sopravviventi” all’udienza, specifica che «gli interventi della Commissione interamericana per i diritti umani, quelli delle rappresentanti delle vittime e anche quello dello Stato messicano, hanno reso evidente di fronte alla Corte che su questo caso ad oggi regna la totale impunità».

Conferenza stampa tenuta nel 2007 in difesa delle donne arrestate ad Atenco in seguito ai fatti del 2006 – Foto: contralatorturaccti (via Flickr)

Un’impunità coltivata per 11 lunghi anni, durante i quali Enrique Peña Nieto, governatore dello Stato del México nel 2006, è diventato presidente della Repubblica messicana (in carica dal dicembre del 2012).

Nessuna indagine sui poliziotti coinvolti nelle violenze

Il governo del Messico ha disatteso la sentenza della Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh). L’organismo, infatti, nel 2015 aveva concluso l’analisi avviata dopo la denuncia delle 11 vittime invitando lo Stato a realizzare un’inchiesta penale. Le autorità, dunque, avrebbero dovuto investigare gli appartenenti alle forze dell’ordine impegnati ad Atenco e Texcoco il 3 e 4 maggio 2006.

Ma non lo hanno fatto. Ed è proprio per questo che la Cidh nell’ottobre 2016 ha invitato il caso alla Corte, che dovrebbe emettere la propria sentenza nella primavera del 2018.

La sentenza «dovrà essere osservata»

«Per quei Paesi come il Messico che riconoscono la giurisdizione della Corte interamericana, che è un tribunale internazionale, la sentenza che verrà emessa dovrà essere necessariamente osservata. Non si tratta di raccomandazioni, ma di disposizioni equiparabili a quelle di una Corte Suprema o di un Tribunale federale, e pertanto da rispettare», spiega a Osservatorio Diritti Araceli Olivio Portugal, avvocata del Centro diritti umani Miguel Augustin Pro.

La richiesta delle vittime di stupro alla Corte dei diritti umani

Le 11 donne che hanno denunciato il governo federale hanno rifiutato ogni offerta di risarcimento. Dice ancora Araceli Olivio Portugal: «Chiediamo di riconoscere che non si è investigato, non si è cercato di capire chi ha inviato quasi 3 mila elementi di polizia federale e statale, che avrebbero dovuto “riportare l’ordine”. Chi ha pianificato quell’operazione, chi ha deciso di non prevenire gli abusi il giorno 4 maggio, nonostante sapessero quanto era successo il giorno 3, durante le proteste del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco. Chi non fece niente per evitare gli abusi, la detenzione arbitraria e le torture nei confronti di oltre duecento fermati. Pratiche che avrebbero potuto essere evitare, dato che tutta l’operazione era monitorata in tempo reale.

Si chiede l’avvocata: «Possibile che nessuno si rendesse conto? Ricordiamo che il 90% delle donne fermate ha denunciato violazioni».

Messico: presidente di fronte alla Corte interamericana

L’importanza del giudizio in corso è confermata anche da Emilio Álvarez Icaza, che è stato segretario esecutivo della Corte interamericana per i diritti umani. Intervistato da Newsweek, ha ricordato che «la discussione riguarda oggi un elemento, ovvero la violenza e gli abusi sessuali nei confronti di molte donne, e riguarda non solo gli autori materiali ma anche chi ordinò quelle azioni. Oltre alla responsabilità attiva c’è anche quella passiva, legata al controllo, e la giurisprudenza interamericana affronta i due aspetti in modo diverso. Questo però non cancella l’importanza di un aspetto: colui che oggi è titolare del potere esecutivo, il presidente della Repubblica, è giudicato di fronte a un tribunale internazionale. Questo non è normale. E rende il caso paradigmatico».

Emilio Álvarez-Icaza – Foto: Juan Manuel Herrera / OAS (via Flickr)

Una condanna dello Stato potrebbe obbligare il Messico a prendere dei provvedimenti per evitare che il 98% dei delitti restino impuniti. O per rafforzare i controlli nei confronti dei membri delle diverse forze di polizia (municipali, statali, federali). O per equiparare la violenza di genere, la violenza sessuale, a una forma di tortura. https://www.osservatoriodiritti.it/2017/11/24/violenza-sulle-donne-messico/

 

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Il Saccheggio
Racconti dal Chiapas e dal mondo passando per i banchi della “Buona Scuola”.

Testi di: Wolf Bukowsky, Giulia Franchi, Filippo Taglieri, Aldo Zanchetta.

“Estrattivismo” è una parola ancora poco usata in Italia. Fa pensare subito al processo di rimozione di risorse naturali dai sottosuoli allo scopo di esportare materie prime. In realtà, l’estrazione mineraria è solo una parte, seppure importante, della storia. L’estrattivismo si fonda sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori, combinata con il trasferimento forzato di sovranità sugli stessi, da chi li vive a chi li depreda, da chi sopravvive grazie ad essi, a chi se ne serve per garantire la riproducibilità di un modello basato sul profitto a vantaggio di pochi, tendenzialmente sempre gli stessi. L’estrattivismo viaggia veloce e lontano, alimentandosi delle sue stesse bugie.
Ma in molti casi, come in Chiapas, le comunità non si fanno trovare impreparate, e a volte sono sufficienti le domande di un ragazzino inesperto, ma curioso, a svelare l’ipocrisia di fondo su cui si costruisce questo tragico inganno.

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IL-SACCHEGGIO-COMPLETO-WEB

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L’importanza di Marichuy

Hermann Bellinghausen

Sembra esistere consenso sul fatto che abbiamo bisogno di un cambiamento quasi in tutto. La strada non passa necessariamente per le urne. Non quelle che conosciamo. Ma le apparenze ingannano, non tutti vogliono il cambiamento. Quello che le élite ed i loro satelliti pretendono è che le cose seguano la propria rotta, così che porti all’abisso dal quale esse credono di potersi salvare con profitto. Per il resto, tra la maggior parte dei messicani, si va generalizzando la certezza che non possiamo fidarci dei partiti né dei loro governi. L’elettorato, che dovrebbe includere tutti gli adulti ma che accoglie solo una parte di essi, si divide artificialmente. Alcuni si rassegnano, altri cercano il cambiamento (almeno di faccia) battendo la stessa strada. Altri ancora, un numero non contabilizzato ma molto rilevante di messicani, vive una realtà differente, cruda e concreta, dove i termini attuali del presunto cambiamento politico sono bullshit, perdonate l’anglicismo.

Come nazione, noi messicani dobbiamo affrontare seri demoni – perché li abbiamo – e come direbbe un celebre pubblico ministero finito malamente, i demoni non si fanno problemi ed hanno trionfato. Per il cambiamento dobbiamo scrollarci di dosso i fantasmi della rabbiosa ipocrisia: razzismo, misoginia, sessismo, violenza familiare, abitudine alla corruzione, predisposizione a tacere e sopportare. La società maggioritaria – quella che non si considera indigena, per carità di Dio – è daltonica, non distingue i colori, la sua gamma si limita al chiaro e allo scuro, e senza batter ciglio si allinea al lato chiaro dell’identità (reale o sognata). Gli stereotipi collettivi e pubblicitari di rispettabilità, intelligenza e bellezza lo predicano e lo garantiscono.

Con questo di fondo e con le quotidiane minacce di esproprio, militarizzazione, divisione, espulsione, avvelenamento col contagocce e distruzione dell’ambiente, una parte diffusa di messicani può testimoniare della realtà di vivere aggrediti e della determinazione di non arrendersi. La lotta continua ad essere di classe per colpa non di quelli di sotto, ma di quelli di sopra. Abbondano gli esempi di danni deliberati a causa dell’espansione e dei benefici di conglomerati tipo Grupo México, Peñoles, Carso, Bimbo, Femsa, eccetera. Tutti hanno una storia nera. Accaparrano, prevaricano, cooptano, distruggono. L’argento, l’acqua, l’energia, la terra ed il vento, a loro interessano più che la nostra sovranità, la gente ed i villaggi, dove i loro artigli avanzano ed affondano. Continuiamo a cozzare contro il vecchio capitalismo. In quelle comunità indigene e per le loro milioni di menti, la vita non ammette il capitalismo, ogni lotta che intraprendano sarà anticapitalista.

María de Jesús Patricio, portavoce del Congresso Nazionale Indigeno e del suo Consiglio Indigeno di Governo, punta questo principio nel cuore di fantasmi e demoni. Non promette, invita a fare. Chiede sostegno esplicito, non voto segreto. Mette enfasi in quello che importa. Indigeno, donna, madre, attivista, al servizio della propria comunità. Così semplicemente. In eccellente compagnia, Marichuy affronta un’intemperie dominata da canaglie pronte alla macelleria mediatica che la partitocrazia adora. La sua condizione di donna ed il suo discorso smascherano le menzogne di quella candidata consorte del presidente che ci ha dichiarato la guerra, educata nel falangismo, di carriera conservatrice e potenziale piano B delle élite, dei comandi e delle loro campagne per le masse.

Nel Messico patriarcale e violento, per quanto si è visto le donne rappresentano una sfida, vengono denigrate, ferite ed assassinate per sport. Contemporaneamente, per il Messico classista e razzista gli indios incarnano una sfida che ha dimostrato essere insuperabile. La sollevazione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale 23 anni fa, inaugurò non solo l’esperienza collettiva di autogoverno più duratura e formidabile della nostra storia, ma ha seminato nella coscienza di milioni di indigeni messicani un’impronta che non si dissolve e che culturalmente è cresciuta moltissimo.

Al banco scommesse non è favorita. La crudeltà (o è ignoranza razzista?) dell’autorità elettorale predispone il nulla mediatico, l’abituale invisibilità degli indios, la bassa stima verso le donne quando non servono come carne da cannone, la cecità di fronte alle condizioni obiettive della popolazione rurale e migrante. Marichuy viene da lì ed è da dove parla. Gli indigeni possono essere solo la quinta parte della popolazione nazionale: ma sono milioni e costituiscono il 25% della popolazione indigena di tutta l’America. L’impatto della loro voce, l’inclusione del loro discorso non elettorale né elettoralistico dovrà raggiungere ampi settori di questo Messico ferito. Lei e la gente che esce al suo passaggio parlano con la realtà, qualcosa di straordinario per un paese in perpetua simulazione.

Testo originale: http://www.jornada.unam.mx/2017/11/13/opinion/a08a1cul

 

Perché sostenere Marichuy

Guillermo Almeyra

La portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, Marichuy Patricio Martínez (MPM) si presenta alle elezioni presidenziali del 2018 con l’obiettivo di organizzare le comunità indigene, la popolazione lavoratrice e la sinistra anticapitalista per una lotta che oltrepassa ampiamente il processo elettorale. La sua candidatura confida solo nell’unificazione delle forze del popolo messicano che fino ad ora conducono una lotta dispersiva, e scommette sull’innalzamento del livello di coscienza degli oppressi la cui maggioranza attualmente ancora condivide l’ideologia dei suoi sfruttatori.

Marichuy è cosciente di non possedere una macchina elettorale e di scontrarsi con l’ostilità di tutti i fattori di potere (blocco imprenditoriale, stampa e mezzi di comunicazione del capitale, conservatori ed opportunisti che cercano vantaggi personali nelle istituzioni statali, organismi repressivi dello Stato capitalista, oligarchia governante al servizio del capitale finanziario e dell’imperialismo statunitense).

La sua proposta, sorta dai più poveri ed appoggiata da questi e dai più coscienti, non vuole occupare posizioni di potere nello Stato capitalista, ma creare potere popolare cambiando la soggettività delle maggioranze lavoratrici, organizzando e riunendo le forze di queste, elevando la morale e l’autostima degli oppressi per portarli alla lotta sociale e a cambiare il paese.

La sua partecipazione nel processo elettorale è l’opposto dell’elettoralismo, delle promesse preelettorali che si dimenticano il giorno dopo le elezioni, dei programmi – che-mai-si-attueranno – dell’ipocrisia e dell’inganno elettorale, dell’inganno per ottenere voti che esprimono tutto il disprezzo di chi li ottiene verso coloro che incautamente glieli danno ed è il contrario della compravendita di voti attraverso elemosine che tolgono ogni dignità a chi vende la propria cittadinanza per un piatto di lenticchie.

Per questo, in primo luogo, bisogna darle una firma per appoggiare il suo diritto a presentarsi alle elezioni organizzate da e per il capitalismo, come candidata anticapitalista, donna lavoratrice ed esponente avanzata degli indigeni.

Il mero ottenimento di più di un milione di firme per convalidare la sua candidatura sarebbe già di per sé una grande vittoria organizzativa e politica, perché dimostrerebbe che c’è una grande quantità di messicane e messicani che lottano contro la discriminazione razziale e contro l’oppressione delle donne che, proprio per questo, sono capaci di firmare per fare rispettare il diritto altrui lasciando momentaneamente da parte le differenze di opinione politiche partitiche.

Il raggiungimenti prima di dicembre del numero di firme richieste dall’Istituto Nazionale Elettorale (INE) sarà possibile grazie all’appoggio degli anticapitalisti, come l’Organizzazione Politica dei Lavoratori (OPT), il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (PRT), la Nuova Centrale dei Lavoratori (NCT) ma, soprattutto, dei gruppi organizzati di lavoratori e di oppressi, di democratici coerenti presenti soprattutto in Morena e, in misura minore, tra i simpatizzante di altri partiti e con l’appoggio militante di vasti gruppi di studenti in tutto il paese che così renderebbero omaggio concreto ai 43 studenti della Normale di Ayotzinapa vittime del terrorismo di Stato.

Firmare la domanda alla candidata indigena non obbliga nessuno a tralasciare altre opzioni perché Marichuy non compete con nessuno in campo elettorale, poiché questo non è il suo terreno di lotta e perché ha piena coscienza che l’oligarchia che controlla il paese come agente del capitale finanziario internazionale, giammai riconoscerebbe un candidato che non sia della famiglia e, tanto meno, uno anticapitalista che, per colmo, mobiliterebbe le donne e gli indigeni e godrebbe pertanto di grande simpatia in tutta l’America Latina e perfino negli Stati Uniti. Invece, compete, e molto, nella contesa per le menti e i cuori degli oppressi, contro il fatto aberrante che esistano poveri che accettano l’ideologia di chi li affonda nella povertà, e sfruttati che credono che il proprio sfruttatore sia il loro benefattore.

Nelle sue bandiere MPM si definisce anticapitalista. La raccolta di firme per la sua campagna, tuttavia, guadagnerebbe in forza ed impeto ed avrebbe maggiore eco se a questa fondamentale definizione generale aggiungesse l’esigenza di un piano nazionale di lavoro per ridurre la disoccupazione, il lavoro nero e l’emigrazione ed accogliere i compatrioti cacciati da Trump.

Sarebbe necessaria inoltre la rivendicazione di un aumento generale dei salari del 50% percento (data la caduta del salario reale ed il fatto che la maggioranza dei lavoratori non guadagna tre salari minimi), l’esigenza di un sostegno all’agricoltura familiare ed ejidale e di un’ampia protezione legale ai lavoratori messicani emigrati perseguiti da Trump e la domanda di priorizzare l’educazione pubblica, favorendo i più poveri dalla primaria fino all’università.

Il capitale internazionale ed internazionalista deve essere l’anticapitalismo. Non è possibile un governo solo di indigeni perché questi sono una minoranza ed hanno bisogno di alleati fraterni tra i contadini e i lavoratori di ogni tipo. Per questo, per fare alleanze, bisogna definire per quale futuro governo si combatte.

È fondamentale inoltre organizzare l’opposizione alla preparazione di guerre imperialiste – che in tutti i paesi comportano la repressione dei movimenti sociali e l’eliminazione delle conquiste storiche dei lavoratori – e difendere i paesi che hanno indebolito la catena dell’imperialismo e che, come Cuba o il Venezuela, sono oggi un obiettivo del Pentagono. Il silenzio rafforza i piani aggressivi del capitale.

Il programma seleziona e forma i quadri e dà coscienza di se stessi a coloro abituati ad accogliere tutte le idee di chi li opprime. Per questo, definire il programma anticapitalista è indispensabile per quello che verrà nei prossimi anni.

almeyraguillermo@gmail.com –  Testo originale http://www.jornada.unam.mx/2017/11/12/opinion/016a1pol

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Los de Abajo

Omaggio a Manuel

Gloria Muñoz Ramírez

Sulla strada verso Acteal, nel tratto tra Chenalhó e Chalchihuitán, si sentono degli spari. La popolazione è per strada. La tensione non se n’è mai andata da questa regione, dove venti anni fa i gruppi paramilitari assassinarono 45 indigeni tzotzil dell’organizzazione Las Abejas.

Il conflitto è a causa delle terre. Gli uni e gli altri si dicono padroni delle mojoneras [cippi di confine – N.d.T.]. Le istanze governative spiccano per la loro assenza. A loro conviene che se la vedano tra indigeni, anche a schioppettate. A loro non importa, dicono i coloni di una regione che non riesce ad abituarsi a vivere in mezzo agli spari.

In mezzo alla tensione si affaccia Acteal, la comunità tzotzil che rappresenta uno dei livelli più alti di impunità in Messico e nel mondo. Due decenni senza giustizia sono il contesto in cui la popolazione celebra Manuelito, l’ambasciatore di Acteal, quello che raccontava barzellette, il migliore negli indovinelli e nei racconti, quello che per anni ha accolto gli internazionalisti che arrivavano nella comunità per ascoltare il racconto del massacro dei 45 indigeni. Questo venerdì sono cinque anni che è morto a causa della negligenza medica, sommando la sua morte a quella delle vittime di un sistema che se non uccide a colpi di pistola ma lo fa per mancanza di servizi sanitari.

L’omaggio a Manuel Vázquez Luna è parte della campagna “Acteal, Radice, Memoria e Speranza”, a 20 anni dal massacro e a 25 dalla fondazione di Las Abejas, l’organizzazione nata contro l’ingiustizia e che continua a lottare senza tregua. Questa campagna, annuncia Antonio Gutiérrez, è per alzare la voce, per denunciare quello che continua a succedere, per continuare a cercare giustizia. Hanno iniziato a marzo e concluderanno a dicembre un processo di memoria e di denuncia. La cosa certa è che oggi gli assassini intellettuali di una delle più importanti tragedie del Messico continuano ad essere impuni, mentre gli assassini reo confessi sono stati liberati e perfino premiati con le terre.

Qui, come ad Ayotzinapa, la verità non arriva, dicono nella semplice commemorazione dedicata a Manuelito. Oggi i sopravvissuti celebrano la resistenza e l’organizzazione, e respingono le bugie del governo. Il massacro non avvenne per un conflitto comunitario né religioso, ma perché parte di una strategia studiata dallo Stato. Assicurare la non ripetizione continua ad essere l’obiettivo.

Manuelito non era molto visibile, ma quello che ha seminato continuiamo a raccogliere, dice oggi Lupita, sua sorella, consigliere del consiglio indigeno di governo, donna forte e coraggiosa che nel massacro ha perso nove parenti.

Oggi qui si celebra la vita. Decine di bambini e bambine rompono una pignatta e ridono, perché così era Manuelito, giocherellone e burlone.

www.desinformemonos.org

losylasdeabajo@yahoo.com.mx

http://www.jornada.unam.mx/2017/11/11/opinion/012o1pol

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La rivoluzione indigena di Marichuy: «Mi candido perché voglio dignità»

Messico. Il paese verso le presidenziali del 2018. La candidata indigena incontra sostenitrici e sostenitori: le servono 800mila firme, ma si firma solo con un tablet, che costa il triplo di uno stipendio. La denuncia di 52 intellettuali.

© Andrea Cegna

Il viaggio di Marichuy alla ricerca delle firme necessarie per trasformare in realtà la candidatura della portavoce del Congresso Indigeno di Governo continua senza pause, in Messico. María de Jesús Patricio Martínez, indigena Nahua dello stato di Jalisco, è arrivata poco dopo le 17 a San Cristobal de Las Casas.

Piazza della Rivoluzione si riempie lentamente. Il palco dove salgono i rappresentanti del Cni, in stragrande maggioranza donne, vede alla sue spalle la cattedrale dove si trova la tomba di Samuel Ruiz, e a destra l’ex palazzo del municipio dell’antica capitale del Chiapas, quello stesso palazzo occupato dagli Zapatisti all’alba del 1 gennaio del 1994.

Per l’occasione sono arrivate in città centinaia di donne dalle diverse comunità indigene dei Los Altos. Ognuna di loro veste con gli abiti tradizionali, molte di loro non parlano nemmeno spagnolo ma hanno voluto essere presenti.

Donne indigene di diverse età, senza uomini ad accompagnarle, con gli occhi lucidi per l’emozione aspettano prima e ascoltano poi in silenzio le parole di una donna che per loro è speranza e orgoglio.

Essere povere, indigene e donne in Messico è una condanna, una firma indelebile sull’essere soggetto escluso da ogni diritti e possibilità. O meglio era così, oggi è diverso.

Solo dieci anni fa una foto di gruppo come quelle scattate mercoledì in piazza della Rivoluzione sarebbe stato un sogno o un fotomontaggio in questo angolo di terra. Oggi, quella foto è un pezzo di realtà, mostra il lavoro coraggioso e continuo delle donne indigene che lottano per la loro emancipazione e riconoscimento, partendo dalle proprie famiglie, passando per le loro comunità e con Marichuy provare ad arrivare al più alto livello possibile: la presidenza della repubblica. Sette interventi anticipano le parole di Marichuy che arrivano quando a illuminarla non è più la luce del sole ma un faro bianco.

Le sette voci che precedono la candidata indigena parlano spagnolo ma soprattutto gli idiomi indigeni delle comunità da cui provengono le quattro donne e i tre uomini che si alternano al microfono. Tutte e tutti devono capire, soprattutto le donne indigene.

Marichuy prima spiega al pubblico perché si è deciso di procedere alla candidatura, poi ha detto: «Andremo ad ascoltare i diversi villaggi indigeni in ogni luogo dove passeremo. Allo stesso tempo faremo sentire la nostra voce e la nostra proposta: noi vogliamo la vita e vogliamo una vita degna per tutte e tutti in Messico e nel mondo».

Ha anche ribadito che la sfida e il percorso intrapreso dal Cni con il supporto dell’Ezln vede in lei solo la portavoce di un Consiglio Indigeno di Governo e che nulla finisce nel 2018 con le elezioni.

Questa è solo una tappa. Il cambiamento non arriverà mai dall’alto e l’organizzazione delle popolazioni, degli uomini e delle donne è l’unico strumento reale per opporre un’alternativa al dominio del capitalismo e della politica asservita agli interessi economici.

Mentre dal palco si alternavano i diversi interventi i volontari in appoggio alla candidata si prodigavano nello smaltire una lunga coda formatasi per dare la propria firma a sostegno della candidatura indipendente indigena. Devono essere raccolte oltre 800mila firme, circa 50mila in 17 diversi stati sui 33 della repubblica messicana, entro febbraio, affinché Marichuy sia a tutti gli effetti votabile.

Per firmare occorre utilizzare una App che funziona solo su cellulari e tablet di ultima generazione. Proprio questo piccolo particolare racconta di un sistema classista, in cui indigene e indigeni (oltre che poveri e povere) sono esclusi. Per questo martedì scorso a Città del Messico 52 intellettuali, tra cui Pablo González Casanova, Francisco Toledo, Juan Villoro, Oscar Chávez, Eduardo Matos Moctezuma, Bárbara Zamora, Gilberto López y Rivas, Mardonio Carballo, Luis de Tavira, e Paul Leduc hanno denunciato, in una conferenza stampa, che il costo medio dei dispositivi adatti alla raccolta delle firme è di 5mila pesos, il triplo dello stipendio mensile dell’81.7% degli assunti nel paese.

I 52 hanno anche denunciato i lunghi tempi necessari per inserire le firme, fino a 20 minuti a firma. Juan Villoro ha chiuso come portavoce dell’associazione di accademici e artisti in supporto alla candidatura indigena dicendo: «Marichuy è nata come candidatura contro la discriminazione e la prima cosa che incontra nel suo percorso è discriminazione». Il Manifesto – 9.11.2017

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