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Archive for aprile 2017

Q CODE MAG RILANCIA LA CAMPAGNA DI #MÉXICONOSURGE E CHIEDE A FEDERICA MOGHERINI DI LEGGERE QUESTO APPELLO CHE LE VIENE RECAPITATO DA DIVERSI EUROPARLAMENTARI E DAI CITTADINI EUROPEI E NON CHE LO VOGLIANO FARE. CI PARE UNA QUESTIONE NON ELUDIBILE, COSÌ COME SENTIAMO DA SEMPRE IL BISOGNO DI ESSERE NETTI E SCHIERATI, COERENTI, CON POSIZIONI FORTI SUI DIRITTI UMANI. PERCHÉ, CON BUONA PACE DELLA POLITICA DEI COMPROMESSI, SUI DIRITTI NON SI MEDIA.
La situazione dei diritti umani in Messico è molto deteriorata, e come hanno spiegato alcuni europarlamentari in un documentato inviato a Mogherini a inizio aprile, che trovate sotto, l’Europa dovrebbe tenerne conto mentre si appresta a ri-negoziare l’Accordo globale con il Messico. Per questo viene lanciata questa iniziativa.
#MogheriniRisponda: dai promotori dell’appello #MéxicoNosUrge una lettera aperta da indirizzare alla vice-presidente della Commissione europea Federica Mogherini FEDERICA.MOGHERINI@EC.EUROPA.EU,
al vice-ministro degli Esteri Mario Giro
SEGRETERIA.GIRO@ESTERI.IT
e per conoscenza all’ambasciata italiana in Messico
SEGRETERIA.MESSICO@ESTERI.IT
ECCO IL TESTO CHE VIENE PROPOSTO:
#MOGHERINIRISPONDA
Gentile onorevole Mogherini,
siamo a conoscenza di una lettera inviatale nella scorse settimana da un gruppo di europarlamentari, preoccupati per il deterioramento delle condizioni di tutela dei diritti umani in Messico, e in particolare per l’attacco che subisce nel Paese la libertà di stampa e che nel solo mese di marzo ha visto la morte di tre giornalisti.
Siamo cittadini italiani, siamo stati tra i promotori dell’appello #MÉXICONOSURGE, che nell’estate del 2015 volle segnalare all’opinione pubblica del nostro Paese la situazione in Messico, la escalation di violenza che ha probabilmente il suo dato più grave nel numero di desaparecidos, almeno 27mila persone private della propria libertà e dell’affetto delle proprie famiglie dal 2006.
Nel nostro appello facevamo riferimento all’Accordo globale e alla “clausola democratica” perentoria: le reiterate mancanze del governo messicano in materia di tutela dei diritti umani, gli attacchi a giornalisti e difensori dei diritti umani, imporrebbe all’Europa, che lei rappresenta come Vicepresidente della Commissione è come Alto rappresentante della politica estera, di procedere con cautela alla revisione del TLCUEM, come la hanno ricordato anche i parlamentari firmatari della lettera aperta. Lettera a cui le chiediamo come cittadini italiani di prestare ascolto e rispondere. Ne va della credibilità dell’istituzione che rappresenta. E in seno alla quale rappresenta il governo del nostro Paese.

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IL MONDO CAPITALISTA È UNA TENUTA RECINTATA DA MURI

Parole del Subcomandante Insurgente Moisés, mercoledì 12 aprile 2017.

 

Buona notte, buonasera, buongiorno, dipende da dove ci ascoltate.

Fratelli, sorelle, compagni, compagne:

Quello di cui vi parlerò non è quello che penso io, ma quello che ci hanno raccontato i nostri bisnonni, i nostri nonni, le nostre bisnonne e le nostre nonne.

Ho parlato con uno dei nostri bisnonni che, dice lui, ha 140 anni. Secondo me, secondo i miei calcoli, si aggira sui 125 anni. Devi stargli incollato all’orecchio per fargli sentire quel che gli chiedi.

Sono più o meno venti e qualcosa, i bisnonni e le bisnonne con i quali ho parlato. Gli abbiamo fatto delle domande – c’erano anche dei compagni del Comitato Clandestino – e dunque, come diceva il Sub Galeano, ecco una parte di quello che ci hanno detto.

Ad esempio, prima per fare le tegole per i finqueros – cioè, i proprietari delle tenute, i signorotti, il padrone come dicono loro – dovevano trasportare sacchi di sterco di cavallo. Poi dovevano farlo seccare. Dopo averlo fatto seccare, lo polverizzavano con un bastone. Quindi, lo mischiavano con il fango per fare le tegole e i mattoni di adobe con cui costruivano la casa ai padroni, ai proprietari.

Il bisnonno dice di ricordarselo bene, perché questo era un obbligo. Obbligo vuol dire che ognuno di loro doveva consegnare un certo numero di sacchi. Anche se il cavallo aveva defecato da poco, dovevano prendere lo sterco fresco che poi gli sgocciolava sulle spalle. Ma il compito era consegnare i sacchi che chiedeva il padrone.

Così impararono a fare anche le loro casette. Nello stesso modo. La chiamano pareti di fango, si chiamano bajareque [costruzioni di adobe – n.d.t.]. Hanno imparato dunque, ma la loro casa è più piccola, è grande la metà.

Dunque, quello che vi voglio dire è che è da lì che viene la nostra idea, e come zapatisti abbiamo studiato come stiamo noi adesso rispetto a quelli che ci sfruttano. In sintesi, ve lo racconto perché questo è quello che ci aiuta a capire quello che è successo prima e come stiamo oggi, e come sarà in seguito.

I nostri nonni, bisnonni, bisnonne e nonne raccontano: il padrone è il proprietario delle tenute, di molte tenute e molte piantagioni. Tutti i padroni hanno i loro caporali, i loro maggiordomi e i loro capisquadra. Con il padrone ce ne stanno tre o quattro.

Ci raccontano che ci sono tenute di 15 mila, 20 mila e 25 mila ettari. E che ci sono tenute di diverso tipo. Ci sono tenute per la sola coltivazione di caffè. E ci sono tenute per il caffè, l’allevamento, il mais, i fagioli, la canna da zucchero… insomma per diversi scopi.

Ci raccontano anche i metodi di sfruttamento. Ci raccontano che ci sono tenutari, proprietari terrieri o latifondisti che non li hanno mai pagati. Hanno dedicato tutta la loro vita al lavoro. Altri ci raccontano che avevano solo la domenica per sé stessi, e tutti gli altri giorni erano per il padrone. Altri ci raccontano che dedicavano una settimana al padrone e una a sé stessi. Ma questo era un trucco, perché – ci raccontano i nostri bisnonni e bisnonne – che nella settimana che in teoria sarebbe stata per loro, di quello che raccoglievano in quella settima (fagioli, mais, piccoli animali da cortile) nel momento di vendere dovevano darne la metà al padrone e a loro restava solo la metà.

Ci raccontano che quando il padrone voleva vedere tutto il suo bestiame, dovevano andare a radunare gli animali e poi portarglieli. Ci raccontano che, poi, se mancava qualche animale, il padrone incaricava qualcuno di loro per andare a cercarlo vivo o morto. E cosa chiedeva il padrone, cioè il proprietario terriero, per verificare che fosse morto? Bisognava portargli un pezzo di pelle per dimostrare al padrone che l’animale era morto. Ma bisognava cercare gli animali mancanti fino a trovarli, vivi o morti.

Il padrone, quando li portava a vendere, organizzava i lavoratori in gruppi, portando altrettanti capi di bestiame. Per dieci, venti uomini, dovevano esserci altrettanti capi di bestiame. Il padrone li contava prima di partire e li ricontava all’arrivo. Ogni persona doveva consegnare tutto. Se non consegnava tutto, doveva pagarlo.

Ci raccontano che il recinto era fatto di pietra, se così lo voleva il padrone. Altrimenti era fatto di legno lavorato con l’ascia. E dicono che doveva essere del cuore del legno. Vale a dire, la parte più dura del legno, perché non marcisse. Non poteva essere fatto di legno tenero. Il padrone non lo ammetteva.

Ci raccontano anche che quando portavano a vendere i maiali (non i padroni, ma l’animale: il porco), era come per il bestiame. Solo che c’è una differenza, dicono i nonni e i bisnonni. Raccontano che dovevano trasportarli di notte, perché i maiali soffrono il caldo. Quindi la loro lampada, la loro torcia, come diciamo noi, era l’ocote [rami di pino – n.d.t.]. Si portavano dei pezzi di ocote per farne delle torce per camminare nella notte. Allo stesso modo, una certa quantità di maiali per ogni incaricato. E se volevano viaggiare di giorno, dovevano portarsi l’acqua per bagnare i maiali, per rinfrescarli affinché non patissero il caldo.

Le donne, le nonne e le bisnonne ci raccontano che il padrone aveva il suo modo di volere le cose. Ad esempio, le nonne e le bisnonne raccontano che quando il lavoro era duro dovevano farlo le donne sposate. E quale era il loro lavoro? Macinare caffè e macinare sale. E quindi lo facevano le mamme con i loro figli che per macinare il sale usavano il metate [pietra per macinare – n.d.t.]. E c’erano i caporali, i maggiordomi e i capisquadra, la padrona e il padrone. Si tenevano i loro bimbi sulla schiena senza poterli accudire, ed i bimbi piangevano e piangevano ma il padrone era lì e loro dovevano finire il lavoro. Allora, quando il padrone o la padrona magari andava in bagno, la mamma ne approfittava per allattare il figlio.

Ci raccontano che il padrone chiedeva di avere nella tenuta delle ragazzine per vari lavori. Ma a suo piacimento il padrone sceglieva una ragazzina e le diceva: “tu, vai a mettermi a posto la camera da letto”. E quando la ragazzina era lì, il padrone entrava e la violentava. Se le sceglieva e ci raccontano che si prendeva quelle che voleva.

Ci raccontano anche che per il lavoro di macinatura del caffè e del sale, la paga che gli dava il padrone erano tre pezzi di carne di manzo, ma qui quelli che morivano. Questa era la paga.

Ci raccontano che facevano lavorare anche i bambini. Nessuno si salvava. Il loro lavoro si chiamava “portiere”, ma non il portiere di calcio. Il lavoro di questi bambini di sei anni consisteva nel macinare il mais senza calce, che è per i cani, i maiali e i polli. Dopo questo dovevano andare a prendere l’acqua, e molte volte la trasportavano sulle spalle in un barile. Il barile di legno gli scavava le ossa. In questo barile ci stavano dai 18 ai 20 litri d’acqua. Ed i bambini la dovevano portare affinché il padrone potesse lavarsi le mani o farne quel che voleva. Finito questo, si occupavano di portare la legna. Finito di portare la legna, si occupavano di sgranare il mais.

Ci raccontano che non si salvavano neanche i vecchi e le vecchie che non potevano più lavorare nei campi. I vecchi lavoravano una pianta che chiamiamo “ixchte”. I vecchi dovevano rasparla fino ad ottenere il filo. Un gruppo si occupava di rasparla ed un altro gruppo di vecchi faceva il filo, la corda. E un altro gruppo di vecchi si occupava di fare le reti. Questo era il lavoro in serie dei vecchi. E le vecchie? Un gruppo si occupava di sfilacciare il cotone. E un altro gruppo si occupava di fare il filo e un altro gruppo ancora si occupava di tesserlo e fare il tessuto. E questo tessuto era lo stesso che poi i nostri bisnonni e le nostre bisnonne compravano per coprirsi. Ci raccontano che i vestiti che indossavano allora non servivano ad altro che a coprirsi le parti intime, come stiamo adesso.

Ci raccontano delle punizioni. Di punizioni ce n’erano diverse. Una era che il padrone prima mischiava il mais con i fagioli. Poi li spargeva a terra e gli diceva di raccoglierli e separare il mais dai fagioli. Il padrone sapeva – ci raccontano – che non era possibile, perché oltretutto gli dava poco tempo. E per dare il tempo il padrone diceva: “ora io sputo e nel tempo che il mio sputo si secca, voglio che separi il mais dai fagioli”. Come si fa?

Quindi, visto che non si riusciva a superare questa punizione, lì vicino era già pronto il terreno su cui il padrone aveva sparso dei sassolini. E lì ti dovevi mettere in ginocchio per non essere stato capace di separare i fagioli dal mais. Dovevi stare lì in ginocchio fino a che andava al padrone. Se ti alzavi, voleva dire che accettavi la punizione. Quindi, arrivava la frusta. Ve lo dico come me l’hanno raccontato i nonni. Hanno raccontato che il padrone, quando gli moriva un toro, gli tagliava il pene e lo facevano seccare e poi lo usava per frustare i lavoratori. Quindi, mentre eri lì in ginocchio, il padrone veniva a frustarti e non potevi alzarti, perché – ci raccontano – se ti alzavi era ancora peggio. E ci raccontano che dovevi alzarti per il dolore delle frustate e per il dolore alle ginocchia che non potevi più sopportare.

E quando ti alzavi, c’erano i caporali, i maggiordomi e i capisquadra che ti prendevano e ti legavano mani e piedi alle travi della casa fino a quando al padrone passava la voglia di frustarti o fino a quando si rendevano conto che – come dicono i nonni – ormai eri sfinito. Questo vuol dire che svenivi, perdevi conoscenza. A quel punto il padrone ti lasciava stare.

Ci raccontano che i lavori che si facevano erano tutti per obbligo. Non si faceva nulla che non fosse per obbligo. E tutto con i caporali, con i maggiordomi e con i capisquadra. Ci raccontano ad esempio delle piantagioni di caffè. Quando era tempo di raccogliere il caffè, per tutti e per tutte c’era l’obbligo di consegnare una certa quantità di caffè. I bambini che non riuscivano a raggiungere i rami della pianta, raccoglievano le bacche di caffè cadute a terra. Passato il tempo della raccolta del caffè, c’erano molti altri lavori: un gruppo si occupava di pulire la piantagione, cioè la collina; un altro gruppo si occupava di quel che chiamano “encajado”, vale a dire che per ogni pianta di caffè dovevano preparare una cassa dove mettere il concime; un altro gruppo si occupava di pulire la pianta di caffè, perché la pianta ha delle protuberanze che devono essere tolte. I nostri nonni e bisnonni ci dicono – ci raccontano – che con le mani non si riusciva e, quindi, bruciavano la pannocchia di mais da cui usciva come un filo e con quello le tagliavano, e il caposquadra passava a controllare che fosse fatto bene, altrimenti dovevi rifarlo. Se no, c’era la punizione.

Ci raccontano anche che un altro gruppo si occupava di potare il caffè, perché sulla pianta non dovevano esserci né liane né protuberanze. Ci raccontano inoltre che c’era un altro gruppo, i “desombrada” li chiamavano. Cioè, dovevano tagliare gli alberi che facevano troppa ombra alle piante di caffè, ma lasciare solo l’ombra necessaria, come diceva il padrone.

Ci dicono anche che in tutte le tenute che c’erano, e che ci sono – perché ce ne sono ancora – c’è sempre la cappella. E quando si andava alla messa, i nostri bisnonni non potevano sedersi sulle sedie e sulle panche. Se per caso si sedevano, venivano cacciati a spintoni. E il sacerdote guardava e non diceva nulla. Si potevano sedere solo i padroni e i meticci. E se volevano sedersi, per loro c’era il pavimento.

Ci raccontano che ai nostri bisnonni e bisnonne non era permesso andare in città a vendere quel poco che avevano. Ci raccontano che il motivo era che deturpavano l’aspetto della città. Non gli permettevano di andare in centro. Quindi i meticci sbarravano i confini della città e lì, quando volevano, gli prendevano tutto se non pagavano quello che gli chiedevano.

I bisnonni ci raccontano che all’epoca non esisteva la strada, c’erano solo carri con cavalli. Quindi, quando la moglie del padrone voleva andare alla tenuta, alla finca, non usava il carro con il cavallo perché “l’animale è un animale, non pensa”. Quindi può provocare un incidente alla moglie del padrone. Allora un gruppo di uomini andava in città e si caricava in spalla la carrozza con dentro la moglie del padrone. Inoltre dovevano portare anche le merci, e quindi si davano il cambio per trasportare il carico. E quando arrivavano alla tenuta, alla finca, si chiedeva alla donna se fosse andato tutto bene. E chiedevano pure ai lavoratori se tutto era andato bene. E così sia all’andata che al ritorno.

E ci hanno raccontato un sacco di altre cose. Ad esempio, ci hanno mostrato il centesimo con cui li pagavano. Ci raccontano che quando il padrone ha cominciato a pagare qualcosa, guadagnavano un centesimo al giorno. Ce l’hanno proprio fatto vedere. Ci hanno pure detto che non sopportavano più i maltrattamenti. Dicono che, quindi, hanno cercato di organizzarsi, di trovare delle terre dove andare a vivere. Ma i padroni, i proprietari terrieri erano venuti a sapere che erano scappati dalla tenuta e li avevano cercati. I bisnonni ci raccontano che i padroni si travestivano da soldati e sgomberavano, distruggevano e bruciavano le case che i bisnonni e le bisnonne stavano costruendo per poterci vivere.

Ci raccontano che questo è quello che gli è successo. E che poi hanno scoperto che il padrone -perché uno dei bisnonni era stato in diverse tenute – era travestito da soldato. E ci raccontano che gli hanno distrutto le capanne e hanno riunito tutti quelli che erano andati a costruirsi il villaggio e gli hanno detto: “chi è a capo di tutto questo?”. Così hanno detto i soldati: “chi è a capo di tutto questo?”. Se non direte chi è stato, sarete tutti puniti”. Quindi dissero: “è il tal dei tali” quello che ha avuto l’idea di scappare dalla tenuta e cercare un posto in cui vivere. Quindi gli hanno detto: “pagherai 50 pesos”. E ci raccontano che a quei tempi – vi ho già detto che il bisnonno ha 140 anni e quindi parliamo di circa 140 anni fa – per mettere insieme 50 pesos ci voleva un anno.

Quindi si resero conto che era difficile che qualcuno volesse prendersi la responsabilità di salvarli dalle loro sofferenze. Ma ci hanno anche raccontato che, quando se ne sono resi conto, hanno deciso di non dire più chi era stato, ma che la colpa era del gruppo. Si sono rimessi a ricostruire… a cercare altri terreni e a costruire le loro casette, ma questa volta erano tutti insieme a farlo. Non c’era nessun capo a guidarli. Erano un collettivo. È così che riuscirono a trovare un posto in cui vivere.

Dunque, perché vi stiamo parlando di tutto questo? Noi, zapatiste e zapatisti, vediamo che oggi stiamo tornando di nuovo a quei tempi. Nel capitalismo di oggi non esistono paesi. Noi la vediamo così. Il capitalismo trasformerà il mondo in una tenuta, una finca. Farà il mondo a pezzi, come d’altronde lo è già, come il Messico, il Guatemala. Ci sarà solo un gruppo di padroni-governo. Tutti quelli che dicono che il governo è di Peña Nieto… no, no… diciamo noi. Non è un governo. Perché quello che comanda, non è più chi comanda. Quello che comanda è il padrone capitalista. I governi che si chiamano: quello di Peña Nieto, quello del Guatemala, quello del Salvador e tutto il resto, sono solo capisquadra. I maggiordomi: i governatori. I presidenti municipali sono i caporali. Tutto è al servizio del capitalismo.

Vediamo quindi che non c’è bisogno di studiare molto per rendersi conto della situazione. Perché, per esempio, questa nuova legge strutturale che hanno fatto qui in Messico, noi non crediamo che sia stata fatta dai deputati e dai senatori. Non ci beviamo questa storia. È stata imposta dal padrone: il capitalismo. Perché loro sono quelli che vogliono ripetere quello che fecero i loro trisnonni. Ma ancora peggio.

Per questo all’inizio ne abbiamo parlato. Stiamo dicendo che, ad esempio, Absalón Castellanos Domínguez, l’ex generale, qui in Chiapas e in Oaxaca aveva delle tenute. Stiamo parlando di 5 mila, di 10 mila ettari. Per il capitalismo il mondo è una finca, e per il padrone capitalista che dice: “vado nella mia tenuta messicana, vado nella mia tenuta guatemalteca, vado nella mia tenuta haitiana, vado nella mia tenuta in Costa Rica…” tutti i paesi capitalisti sottosviluppati saranno la sua tenuta.

Vuol dire che se glielo permettiamo, il capitalismo, il padrone, quello che vuole governare, quella che vuole governare, trasformeranno il mondo in una finca. E la domanda di noi zapatisti è: se loro – cioè i capitalisti – cambiano il modo di sfruttare, perché noi non cambiamo il nostro modo di lottare per salvarci?

Per questo vi ho parlato di quello che hanno fatto i nostri bisnonni, da dove veniamo noi indigeni. Ci hanno detto di aver sbagliato quando svelarono chi li aveva guidati. Ma non si sono arresi. Hanno cercato un altro modo di continuare a lottare per scappare dal padrone e hanno detto “nessuno ci ha comandato”, “siamo solo noi”.

Quindi? Perché ora non noi? Perché ormai in questo mondo, non siamo più solo noi indigeni a subire il capitalismo. Stiamo soffrendo sia nei campi che nelle città. Indigeni e non indigeni. Quindi, che cosa facciamo?

Qui, noi, zapatiste e zapatisti, viviamo nella merda del capitalismo! Stiamo lottando e continueremo a lottare… Siamo piccoli ma stiamo mostrando – come ci hanno insegnato i bisnonni – che un modo c’è. Abbiamo la nostra piccola libertà. Ci manca di liberare il Messico. Ma, come facciamo a liberarci in tutti il mondo?

Ma qui, in questo piccolo pezzo di mondo, in Chiapas, i compagni e le compagne hanno la libertà di fare quello che vogliono. Hanno nelle loro mani quel che significa essere autonomi, indipendenti.

Ma come faremo? Perché, come stiamo dicendo, il capitalismo vuole trasformare il mondo nella sua finca.

Quindi vedete voi, pensateci, analizzate. Vedete come fare dove siete, dove vivete, se state nella merda del capitalismo. Perché questo è quello che sta facendo adesso il capitalismo.

Ora seguiranno le parole del Subcomandante Insurgente Galeano.

 

Traduzione a cura di 20zln 

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/04/12/palabras-del-subcomandante-insurgente-moises-miercoles-12-de-abril-de-2017/

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PRELUDIO: GLI OROLOGI, L’APOCALISSE E L’ORA DEL PICCOLO

12 aprile 2017

Buona sera, buona notte, buongiorno, buona mattinata.

Vogliamo ringraziare i compagni e le compagne del CIDECI-UniTierra e quelli che con generosità fraterna hanno nuovamente offerto questo spazio affinché potessimo riunirci. Ringraziamo anche i gruppi di sostegno della Commissione Sexta che si occupano dei trasferimenti (speriamo che non si perdano di nuovo), della sicurezza e della logistica di questo evento.

Vogliamo ringraziare anche quelli che partecipano a queste giornate e che ci accompagnano con le proprie riflessioni ed analisi in questo seminario che abbiamo titolato “I Muri del Capitale, le Crepe della Sinistra”. E quindi grazie a:

Don Pablo González Casanova.

María de Jesús Patricio Martínez.

Paulina Fernández C.

Alicia Castellanos.

Magdalena Gómez.

Gilberto López y Rivas.

Luis Hernández Navarro.

Carlos Aguirre Rojas.

Arturo Anguiano.

Christian Chávez.

Carlos González.

Sergio Rodríguez Lascano.

Tom Hansen.

Ringraziamo in particolare e salutiamo i media liberi, autonomi, indipendenti, alternativi o come si chiamino; il nostro grazie a loro ed ai loro sforzi per far volare le parole da qui ad altre parti.

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Noi zapatisti abbiamo deciso di realizzare questo seminario, o incontro, che fa parte della campagna mondiale “Contro i muri di sopra, le crepe in basso (e a sinistra)”, per permettere a chi ci seguirà di poter puntualizzare o semplicemente criticare.

Per questo siamo soli a questo tavolo, ci accompagna soltanto Don Pablo González Casanova. È qui per varie ragioni: una è che lui va al di là del bene e del male e, lo ha dimostrato in questi 23 anni, non si preoccupa che lo critichino per la frequentazione di cattive compagnie. L’altra ragione è che dice sempre direttamente quello che pensa. È testimone del fatto che mai gli abbiamo imposto opinioni o approcci, proprio per questo il suo pensiero non solo non coincide con il nostro, anzi, spesso è abbastanza critico. Al punto che il codice con il quale ci riferiamo a lui nelle nostre comunicazioni interne, per non far sapere al nemico che stiamo parlando di lui, è “Pablo Contreras”. Lo consideriamo un compagno, uno di noi, tra noi e come noi. Ci inorgoglisce la compagnia del suo passo, la sua parola critica e soprattutto il suo impegno senza sdolcinature ne doppiezze.

Le nostre parole di oggi sono state preparate con il Subcomandante Insurgente Moisés in modo che fili, o almeno questa è la nostra intenzione.

Sappiamo bene che abbiamo fama di essere poco seri e abbastanza irresponsabili, oltre che, chiaramente, irriverenti e sfacciatamente strafottenti; che ci mettiamo a raccontare storie quando l’occasione meriterebbe solennità trascendente e l’accademia esige “un’analisi concreta della realtà concreta”. Insomma, siamo trasgressori della responsabilità, delle buone maniere e dell’urbanità civilizzata.

Ma, nonostante questo, vi chiedo di essere seri perché quello che diremo oggi, provocherà una valanga di denigrazioni e attacchi.

Beh, la sinistra istituzionale è protagonista di un’isteria illuminata pensando ingenuamente di arrivare al potere perché si è rapidamente trasformata nel clone di quanto diceva di voler combattere, compresa la corruzione. Questo progressismo illuminato che ha elevato a concetto di scienze sociali categorie come “complotto”, “mafia del potere” e che prodiga perdoni, assoluzioni e amnistie per i fatti quando vengono compiuti dall’alto, e sentenze e condanne quando si tratta del basso. Bisogna riconoscere che questa sinistra illuminata è di una disonestà coraggiosa, perché non teme il ridicolo quando vuole convincere sé stessa ed i fedeli di stagione che “rigenerare” è sinonimo di “riciclare” quando ci si riferisce alla classe politica ed imprenditoriale.

Quello che vogliamo dirvi oggi è breve e lo faremo esprimendolo in alcune delle lingue originarie del nostro cammino:

Per la lingua chol, lo farà la Comandanta Amada.

Per la lingua tojolabal la Comandanta Everilda.

Per la lingua tzotzil la Comandanta Jesica.

Per la lingua tzeltal la Comandanta Miriam.

Per la lingua castilla la Comandanta Dalia.

Quello che le compagne e i compagni hanno detto, in spagnolo si può tradurre con “vai a farti fottere Trump” ma non voglio dirlo così per non farmi accusare di essere prosaico e volgare. Lo tradurremo allora con un laconico: “Fuck Trump”.

Stabilito ciò che è importante e serio da dire in questo seminario, o come si voglia chiamare questa riunione, diciamo che l’obiettivo principale è quello di dare a Don Pablo Casanova un abbraccio collettivo. Passiamo ora ad esprimere il nostro pensiero.

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GLI OROLOGI.

Il tempo, sempre il tempo. Orologi. Secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, lustri, decadi, secoli. Il tic-tac frenetico della bomba del Capitale, il terrorista per eccellenza, che minaccia l’intera umanità. Ma anche il tempo come calendario, maniera, secondo ciascuno, secondo la lotta dal basso e a sinistra, resistenza e ribellione.

21 anni fa, nei cosiddetti Dialoghi di San Andrés, disperata perché lo zapatismo doveva consultarsi anche per il minimo accordo con i suoi villaggi, la delegazione governativa interrogava quella zapatista sugli orologi che portavano. Parola più, parola meno, reclamavano: “Voi parlate tanto del tempo zapatista e portate orologi digitali che segnano la nostra stessa ora”. Allora le risate a crepapelle dei Comandanti Tacho e Zebedeo risuonarono nella piccola stanza dove si tenevano le discussioni.

Questa fu la risposta zapatista ai governativi. Seduti ad un lato, quali testimoni, c’erano i membri della Commissione Nazionale di Intermediazione, tra i quali Don Pablo González Casanova e un artista della parola, il poeta Juan Bañuelos, morto pochi giorni fa che durante uno dei suoi viaggi di accompagnamento della delegazione nel lungo tragitto fino a La Realidad, insieme al compianto SupMarcos, difese “I versi del Capitano” di Pablo Neruda, che qualcuno tacciava di essere “poesia troppo politica”. “Questa non è poesia”, argomentava, “è un pamphlet”.

Seguì il silenzio sul percorso. Juan Bañuelos ammirava le montagne, forse tessendo nella ente il poema “El Correo de la Selva” in cui, contrariamente a quanto è stato detto, non parla di sé stesso ma di chi faceva da collegamento tra la CONAI e l’EZLN rischiando la vita, la libertà, i propri beni nei tempi bui del tradimento zedillista del 1995 (uno di quei protagonisti, Esteban Moctezuma Barragán, oggi è assolto e promosso a dirigente strategico di punta del “vero cambiamento”).

Immagino che, da parte sua, il defunto SupMarcos tirasse un sospiro di sollievo nello scorgere il territorio zapatista e forse, in un mormorio premonitore, recitasse tra sé i versi della “La Lettera Lungo la Strada” di Pablo Neruda, il poema con cui si chiudono “I versi del Capitano”.

“Così questa lettera termina

senza tristezza alcuna:

sono fermi i miei piedi sulla terra,

la mia mano scrive questa lettera lungo la strada,

e in mezzo alla vita sarò

sempre

vicino all’amico, di fronte al nemico,

col tuo nome sulle labbra,

e un bacio che giammai

s’allontanò dalla tua bocca.”

-*-

Sul tema del tempo (il “timing”dicono gli obesi e pigri carri armati del pensiero di sopra), ci hanno criticato e classificato. Ci hanno detto, per esempio, che nell’era digitale noi zapatisti siamo come orologi che funzionano a molle e a ingranaggi e che bisogna caricare a mano.

“Anacronistici”, dicevano. “Il passato che viene a chiedere il conto”, sentenziavano. “Il ritardo storico”, mormoravano. “Una questione irrisolta della modernità”, minacciavano.

Bene, con il nostro solito senso di opportunità dicemmo loro che noi non siamo come un orologio manuale nell’era degli smartwatch, che ti misurano le calorie, il ritmo cardiaco, che ti dicono anche se fai i movimenti giusti quando i corpi nudi ripetono, questa sì anacronistica, la cerimonia dell’incontro di pelle e umori. Questi orologi sono così moderni e avanzati che a volte puoi vedere l’ora.

Certo, questa è un’epoca in cui la realtà virtuale supera di molto la realtà vera e qualsiasi imbecille può simulare saggezza grazie al fatto che le reti sociali gli permettono d’incontrare echi egualmente sciocchi e cinici; epoca dove la pretesa originalità dell’antipatia viene annullata dall’evidenza che l’impertinenza, l’ignoranza e la pedanteria sono una “individualità” condivisa da milioni di nickname, come se la stupidità non fosse altro che un solitario essere multiaccount, e la misoginia di Calderón e della Calderona abbia i suoi simili in tutto l’universo dei social network, compreso chi, con titoli e dottorati nella sinistra perbene e istituzionale, si riferisce alla possibile portavoce del Consiglio Indigeno di Governo col sarcastico nomignolo di “la Tonantzin”.

Ma quello che a destra è un delitto perseguibile penalmente, per la sinistra istituzionale diventa un divertente commento che non merita condanna ma celebrazione. Benché si travesta da unica ed irripetibile, l’imbecillità è la più comune e corrente caratteristica umana nello spettro politico di un sopra in cui le differenze si diluiscono perfino nei sondaggi.

Ma in questa era tecnologica che ci guarda con divertita riprovazione, noi zapatisti siamo piuttosto una clessidra.

Una clessidra che, benché non richieda di essere rigirata ogni 15 minuti e di essere sempre in attivo per funzionare, deve continuamente rinnovare il suo limitato contenuto.

Anche se poco pratica e scomoda, per come siamo noi zapatisti, la clessidra ha i suoi vantaggi.

Per esempio, in essa possiamo vedere il tempo trascorso, vedere il passato, cercare di comprenderlo.

Possiamo anche vedere il tempo che sta arrivando.

Non si può comprendere il tempo zapatista se non si comprende lo sguardo che tiene il conto di una clessidra.

Per questo, signore e signori, otroa, bambine e bambini, abbiamo portato qui solo per questa occasione, questa clessidra che abbiamo battezzato modello “John Snow non sai niente”.

Guardate, apprezzate la perfezione delle sue curve che ci ricordano che il mondo non è rotondo, eppur si muove, gira e, come disse a suo tempo Mercedes Sosa, “cambia, tutto cambia”.

Guardatela e capite che non ci capite, ma non importa un accidente, perché non è verso il nostro mondo arcaico (che, più che pre-moderno è preistorico) che vi chiediamo di guardare, no. È molto più in là che abbiamo bisogno della vostra vigilanza.

Perché a voi chiedono di porre l’attenzione a quel breve istante in cui un granello di sabbia attraversa lo stretto passaggio per poi cadere e sommarsi agli altri granelli che si accumulano a ciò che noi chiamiamo “passato”.

Perché questo vi insinuano, consigliano, chiedono, ordinano, comandano: vivi l’attimo, vivi questo presente che si può ancora ridurre di più con la più alta e sofisticata tecnologia.  Non pensare al tempo che giace ormai nel passato, perché nella vertigine della modernità, “un secondo fa” è lo stesso di “un secolo fa”.

Ma, soprattutto, non affacciarti su quello che viene dopo.

E noi, chiaro, contropelo, testardi come muli (senza offendere nessuno in particolare), analizziamo e mettiamo in discussione il granello di sabbia che, anonimo, in mezzo agli altri, aspetta il suo turno di passare nell’angusto tunnel, e nello stesso tempo guardiamo quello che giace in basso e a sinistra in ciò che chiamiamo “passato”, domandarsi l’un con l’altro che accidenti c’entrano loro in questa discussione sui muri del Capitale e le crepe del basso.

E noi, con un occhio al gatto e l’altro allo sgorbio, cioè al cane, il “gatto-cane” che diventa strumento di analisi del pensiero critico, e smette di essere la compagnia costante di una bambina che si immagina senza paura, libera, compagna.

Ma non vi invitiamo a cercare di capire o spiegare lo zapatismo. Anche se, chiaro, se volete continuare nella vostra lentezza, limitazione e dogmatismo anti o pro, chi siamo noi per impedirlo.

E allora diciamo no, non valiamo la pena, lo zapatismo è solo una lotta tra le tante. Forse la più piccola in quanto a numeri, impatto e trascendenza.

Sebbene, questo sì, forse la più irriverente in riferimento al nemico scelto, all’ispirazione, al suo obiettivo, al suo orizzonte, al suo testardo impegno nel costruire un mondo che contiene molti mondi, tutti quelli che già esistono e quelli che nasceranno.

Tutto questo mentre, con assurda ostinazione, rigiriamo una volta ancora la clessidra come se volessimo dirle, dirci, che questa è la lotta: qualcosa dove non c’è riposo, dove si deve resistere e non spalancare le porte alla prudente codardia che, con il cartello “USCITA”, appare lungo il cammino.

Nella lotta devi stare attento al tutto e ai particolari, stare pronti, pronte, perché questo ultimo granello di sabbia non è l’ultimo, ma il primo, e la clessidra deve essere girata perché non c’è oggi ma ieri e, se hai ragione, anche il domani.

Ecco quindi il segreto del metodo zapatista per l’analisi e la riflessione: non usiamo un orologio a carica manuale, ma una clessidra.

Chiaro, si capisce, che cosa ci si può aspettare da chi ora sostiene che in questa epoca, oltre alla logica del denaro, viene globalizzata la signora madre di Donald Trump perché in tutto il pianeta la ricordano, la menzionano, cioè, la citano.

O forse usiamo una clessidra perché il nostro desiderio di capire non è un interesse accademico, scientifico descrittivo, o un tribunale che pensa di sapere tutto e di poter opinare su tutto, perché è risaputo e confermato dai social network che qualsiasi idiozia trova seguaci e si formano greggi di pecoroni per un pastore che, a sua volta, fa parte del gregge di un altro pastore.

No, il nostro interesse è sovversivo. Combattiamo il nemico. Vogliamo sapere com’è, conoscerne la genealogia, il suo “modus operandi” potremmo dire seguendo Elias Contreras, un investigatore dell’EZLN, ora defunto, che sosteneva che il capitalismo era un criminale e che l’intera realtà mondiale era la scena del crimine e come tale dovrebbe essere analizzata e studiata.

Ora mi accorgo che le tracce lasciate da Elias Contreras, quelle lasciate dal defunto SupMarcos, quelle che noi zapatiste e zapatisti vi stiamo lasciando, signore e signori, otroa, bambine e bambini, non più giovani nel calendario ma nello sguardo, sono tutte segnali di un cammino.

Il trucco, l’abilità, come dice il SubMoy, “la magia” come diceva il SupMarcos, sta nel fatto che queste tracce non sono fatte per farci trovare, scoprire, catturare. Secondo questo appunto che ho trovato nel baule dei ricordi del SupMarcos e che ora rileggo sconcertato, sono fatte trovare non solo lo specchio, ma anche per costruire la risposta, la vostra risposta, alla domanda apocalittica che vi schiaffeggerà indipendentemente dal vostro colore, genere o transgenere, credo o non credo, filiazioni e fobie politiche e ideologiche, il vostro modo, il vostro tempo, la geografia.

La domanda che annuncia l’apocalisse più terribile e meravigliosa: E tu che fai?

L’apocalisse che, secondo quanto racconta la bambina autodenominatasi Difesa Zapatista, è di genere. “È colpa di quegli stronzi di uomini” sentenzia ogni volta che può, a proposito o sproposito, questa bambina che sogna di completare la sua squadra di calcio.

“È tutto a posto, anche se il pallone è un po’ ammaccato, come lo avessero picchiato in testa, è pieno di bernoccoli”, mi risponde la bambina ad una domanda che non avevo neanche pensato.

È vero che devo completare la squadra, ma non preoccuparti Sup, stiamo già crescendo, forse ci vorrà tempo, ma stiamo crescendo”, mi dice per tranquillizzarmi mentre nel caracol aspettiamo con ansia che ritrovino la squadra di appoggio che si è smarrita.

Il Subcomandante Insurgente Moisés mormora “maledizione, credo che dobbiamo fare una squadra di appoggio per la squadra di appoggio, perché gli capita sempre qualcosa”, mentre Difesa Zapatista cerca di convincermi a trovare tra voi un volontario per rincorrere un pallone informe attraverso un campo pieno di zecche e una vipera, che da qualche giorno è allagato da una pioggia alla quale manca sicuramente l’orologio perché non doveva proprio cadere in aprile.

Le indicazioni che ricevo dalla bambina sono ben lungi dall’essere semplici. La squadra non ha bisogno di un portiere, posizione che so occupata da un vecchio cavallo orbo che si differenzia dagli altri perché non ha briglia, né marchio, né padrone e mastica indifferente una bottiglia vuota di plastica con l’etichetta di una nota cola.

La posizione in difesa ovviamente è già coperta. E la squadra ha un’ala sinistra che pare un gatto… o un cane, che qui il mouse del computer del SubMoy salta, e c’è il Monarca che lo insegue gridando “maledetto cane!” e l’insurgenta Erika chiarisce che non è un cane, e il Monarca “allora un gatto”. “Nemmeno”, dice Erika, che vuole solo assicurarsi che il gatto-cane scappi illeso, e ci riesce.

Della sempre incompleta formazione fa parte anche Pedrito che, per quanto capisco dallo schema che Difesa Zapatista dispiega di fronte a me, è una specie di libero multi funzionale. “Pedrito non obbedisce”, mi spiega, “un giorno vuol fare il portiere, un altro l’attaccante, il difensore se lo sogna proprio” avverte la bambina. Poi aggiunge “ma gli uomini sono stronzi così, un giorno dicono una cosa e un attimo dopo il contrario” mentre mi guarda con gli occhi socchiusi e fa la sua miglior faccia di “Fuck Trump e fatti da parte se non ti vuoi sporcare”.

Prima di andarsene Difesa Zapatista mi riassume: “Senti Sup, non è per tutti, ci deve essere disciplina e lotta perché sennò poi si scoraggiano in fretta e nella squadra resta solo resistenza e ribellione”. Non volevo disilluderla ma il solo requisito di disciplina taglia fuori tutte le squadre di appoggio e tutte e tutti, todoas, i presenti, cominciando proprio da Pablo Contreras qui presente.

Per il defunto SupMarcos, come sono venuto a sapere dopo la sua morte e dopo il recupero delle sue lettere, l’apocalisse non è lo specchio né la domanda, bensì la risposta. “Qui”, scriveva con i suoi stentati caratteri da bambino poco diligente e sempre bocciato in calligrafia, “Qui è dove il mondo finisce… o comincia”.

Tornerò in un’altra occasione su questi fogli macchiati dall’umidità e dal tabacco contenuti, insieme ad altri, in un baule di tela corroso e rotto che il SupMarcos mi consegnò pochi momenti prima della sua morte con una frase laconica: “Vedrai”.

La stessa frase me la aveva ripetuta mentre scendeva dal palco de La Realidad, con il sangue ancora caldo del mio fratello morto, il maestro Galeano, quando, come premonizione di quanto sarebbe avvenuto dopo, l’unica luce era quella della pioggia che rompeva la logica di quel maggio già sorpassato dai calendari.

No, non parlerò di quello scritto. O meglio, non ancora. E nemmeno di quello che ho appena trovato e che, sfidante, ha questo breve titolo: “Di come Durito decise di abbracciare la nobile professione di Cavaliere Errante e iniziare a correre per il mondo riparando torti, soccorrendo l’indifeso, riscattando l’oppresso, appoggiando il debole e strappando sospiri libidinosi alle caste donzelle e sbuffi d’invidia ai maschi. Relazioni, presupposti senza impegno e contrattazioni in Foglia di Huapac #69”.

Sì, concordo con voi, è un titolo modesto quanto il suo autore.

Ma non ve lo leggerò ora, non perché non voglia sentire le risate che susciterebbe questa storia, scritta di proprio pugno dal defunto e con il solo chiarimento di data e ora: “Accampamento Watapil Sierra di Almendro, aprile 1986”, si riesce a leggere, sono passati 30 anni, ma solo perché adesso non è il caso.

Vi starete certamente incazzando perché la sto tirando per le lunghe (…) con questa menata che non vi leggerò la storia dal titolo breve e altrettanto eloquente, ma lasciatemi dire che questi fogli trovati nel baule del SupMarcos mi hanno fatto ricordare qualcosa accaduto quando all’orologio de La Realidad, ancora non batteva l’ora della sua morte:

Il SupMoy e l’ormai defunto SupMarcos tornavano dalla riunione con il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dello EZLN, che si era svolta in una delle strutture del caracol de La Realidad, e mi mandarono a chiamare.

Capii che era scoccata l’ora nei due orologi che il defunto portava dal 1° gennaio 1994. Sapevo che la sua morte era già stata decisa ma non sapevo quando. Il fatto che mi mandassero a chiamare significava solo una cosa: la morte era imminente e mi avrebbe dato le ultime istruzioni prima che nascessi.

Il SupMoy si ritirò e rimasi solo con il SupMarcos.

Mi consegnò una piccola valigia di tela, vecchia, rappezzata senza dirmi niente di più.

Domandai cosa farne, mi rispose che lo avrei saputo quando sarebbe venuto il momento. Annuii in silenzio.

Poi mi diede le indicazioni sull’ubicazione di una scatola in montagna dove, mi disse, conservava alcuni libri.

Ora mi tornano in mente: le antologie poetiche di León Felipe e Miguel Hernandez, il Gitano romantico di Garcia Lorca, i due tomi del Chisciotte, i “Versi del Capitano” di Pablo Neruda, una edizione bilingue dei Sonetti di William Shakespeare, 2Storie di Cronopios e di Famas” di Julio Cortázar e altri che ora non ricordo.

Mi sembrò strano che nelle sue ultime volontà avesse pensato al riscatto di alcuni libri probabilmente già fatti a pezzi dall’umidità e dalle formiche.

Devo aver fatto qualche gesto perché si sentì obbligato a spiegare: “Non c’è solitudine più disperante di quella di un libro senza lettore”.

Non aggiunse altro, io mi limitai a copiare in codice le coordinate della scatola.

Poi, alla fine, alla sua maniera mi domandò: ““Dubbi, domande, timori, dissensi, altro?”.

Restai pensieroso.

Ho una domanda”, gli dissi, ma non perché l’avessi, bensì per prendere tempo e poter pensare a qualcosa.

Lui rimase in silenzio.

Non so perché, gli chiesi di Durito.

Sì, lo so, avrei dovuto chiedere altro, ad esempio le ragioni della sua morte, o fare l’urgente domanda di sempre “cosa accadrà?” E invece no, gli chiesi di Durito.

Perché hai scelto come personaggio un insetto? Capisco il Vecchio Antonio, anche i bambini e le bambine, ma un insetto? E peggio ancora, uno scarafaggio! Gli scarafaggi qui sono quelli che fanno il nido negli escrementi e lì allevano i figli”.

Lui accese la pipa e, tra una boccata di fumo e l’altra, rispose:

In primo luogo, come capirai subito, quelli non sono i personaggi, ma sono io. E per quanto riguarda Don Durito, lui è il “piccolo”, il debole e insignificante che si solleva, si ribella e sfida tutto, persino il suo destino imposto”.

Per quel che riguarda lo sterco, gli scarafaggi non sono gli unici sulla terra a lavorare con lo sterco e ad usarlo anche per le case. Anche gli indigeni. Beh, almeno prima della nostra sollevazione”.

Sì, parlammo di altre cose, non perché fosse un interrogatorio, ma perché l’inizio del funerale stava ritardando e il SupMarcos faceva come al suo solito, mentre pensava a qualcosa si metteva a parlare di altro, come se dovesse occupare i suoi pensieri con varie cose contemporaneamente per poter risolvere la cosa principale.

Queste altre cose ve le racconterò, forse, in un’altra occasione. O no, chissà.

Ma la storia del legame tra lo scarafaggio e gli indigeni zapatisti, forse la capirete meglio nelle storie che seguono per voce del SupMoy.

Passo quindi la parola al nostro capo e portavoce, il Subcomandante Insurgente Moisés, che di recente è tornato dal profondo della Selva Lacandona dov’è andato per spiegarci perché il mondo capitalista somiglia a una tenuta recintata da mura.

 

Molte grazie.

Sup Galeano.

Messico, aprile 2017

 

Traduzione a cura di 20zln

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/04/12/preludio-los-relojes-el-apocalipsis-y-la-hora-de-lo-pequeno/

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Perciò non preoccupatevi compagne e compagni, il problema non è che votiate o no, il problema si chiama capitalismo, si chiama sfruttamento in cui ci tengono e che soffriamo.

PAROLE DI CHIUSURA DEL SEMINARIO DI RIFLESSIONE CRITICA “I MURI DEL CAPITALE, LE CREPE DELLA SINISTRA”

Parole del Subcomandante Insurgente Moisés, venerdì 15 aprile 2017

 

Buona sera.

Grazie compagne e compagni del Messico e del mondo.

Grazie sorelle e fratelli del Messico e del mondo.

 

Vi dico grazie perché avete fatto un grande sforzo ad ascoltarci in questi giorni e uno sforzo per venire e uno sforzo per tornare, e non è cosa da poco.

Noi relatori abbiamo detto molte parole, vi tocca fare una cernita per vedere quali vi servono per organizzarvi, lavorare e lottare, là dove vivete.

Insistiamo soltanto, il capitalismo convertirà il mondo in tante sue tenute e piantagioni.

Ciò ci dice che noi povere e poveri del mondo dobbiamo organizzarci, lottare e lavorare.

Abbiamo ormai visto, compreso e detto tante e tante volte come ci costringe a vivere il capitalismo, là nei nostri villaggi dove ciascuno di noi vive, cioè nel paese in cui viviamo, cioè nel continente in cui siamo.

Oggi scopriamo ciò che il capitalismo manteneva occulto, ciò che ci avrebbe fatto, e abbiamo persino scoperto il nome di come si chiamerà, giacché dicono “il mondo è la mia tenuta” e là ho e avrò i miei servi della gleba.

Questo ci sta dicendo, che dovremmo ormai pensare e trovare il modo di organizzarci, lavorare e lottare come mondo che siamo noi poveri, come guardiane e guardiani del mondo che siamo, e dire No al capitalismo.

Pensiamo a come organizzarci, come lottare e lavorare nel mondo, che il capitalismo vorrebbe ridurre a una sua tenuta, perché si vede che non dobbiamo più lottare solamente per un paese, ma per il mondo. È ciò che abbiamo ascoltato qui, è ciò che vi abbiamo detto qui, che è quel che accade in Messico e quel che accade in altri paesi d’America, e siamo sicuri che è quel che accade negli altri continenti, perché è il medesimo capitalismo che sta fottendo lì, non è necessario essere troppo esperti per sapere che il capitalismo sfrutta allo stesso modo negli altri continenti; ma crediamo che invece dobbiamo essere esperti su come distruggere il capitalismo perché smettano di rinascere queste malvagità.

Tutte e tutti dobbiamo studiare, ma non dobbiamo fermarci allo studio, bensì mettere in pratica ciò che abbiamo capito nello studio, studiare le storie per migliorare nella pratica, per progredire.

Lo studio non è solo quello dei libri, che è buono, ma è studio anche pensare com’è la vita o pensare come sarà fare bene, o perché la vita è stata tanto brutta e come invece dovrebbe essere.

Tutti abbiamo detto la parola rivoluzione o cambiamento; questo cambiamento o rivoluzione deve essere per tutte e tutti gli uomini e le donne del mondo, non è rivoluzione o cambiamento se riguarda solo alcuni uomini e donne, è come la giustizia, la democrazia e la libertà: è per tutti e tutte, e così il resto.

Oggi i compagni e le compagne del Congresso Nazionale Indigeno ci stanno chiamando a organizzarci per lottare dalla campagna e dalla città contro il capitalismo.

Non ci stanno chiamando a cercare voti, ci stanno chiamando, stanno cercando noi milioni di poveri della campagna e della città, per organizzarci a distruggere il capitalismo nel mondo.

Perciò non preoccupatevi compagne e compagni, il problema non è che votiate o no, il problema si chiama capitalismo, si chiama sfruttamento in cui ci tengono e che soffriamo.

Quel che vogliamo e vogliono i compagni e le compagne del Congresso Nazionale Indigeno, è che in tutto il Messico ci organizziamo noi della campagna e della città anticapitalisti.

Non c’è altra strada, rimedio a questi mali di cui soffriamo per colpa del capitalismo. È organizzarci, di ciò si tratta per quanto riguarda il giro, i cosiddetti candidata e consiglio indigeno di governo, è come una commissione che farà il proprio giro nazionale, per chiamarci a ORGANIZZARCI.

Ad ascoltare direttamente le donne e gli uomini della campagna e della città, cioè il consiglio indigeno di governo e la candidata sono le nostre orecchie, i nostri occhi, e perché? Per dirci come il malsistema capitalistico fattosi governo non abbia potuto rispondere alle loro necessità, dalla viva voce dei popoli, e i popoli sanno come a tali necessità si debba rispondere, ma manca il popolo organizzato che affronti tutto ciò, perché nel sistema in cui ci tengono non siamo presi in considerazione. Ecco perché dobbiamo organizzarci, senza chiedere il permesso a nessuno.

Così come non ci hanno chiesto permesso per sfruttarci, allo stesso modo non c’è motivo di chiedere permesso su come organizzarci contro questo sfruttamento.

Noi dirigeremo noi stessi, non permetteremo che chicchessia ci diriga; ascoltiamo proposte e rifiutiamo imposizioni: basta così, già lo abbiamo vissuto, il popolo comanda e il governo obbedisce, diciamo noi zapatiste e zapatisti.

È un’opportunità in più per ascoltarci, per congiungere la rabbia degna e la sapienza e l’intelligenza, noi popolo del Messico della campagna e della città, per segnare noi stesse e stessi la strada che si deve percorrere per la nostra destinazione, dopo che già tante ne abbiamo dette su tutte queste malvagità.

Di ciò si tratta rispetto allo sforzo del Congresso Nazionale Indigeno, è per questo che escono la candidata e il consiglio indigeno di governo. Non di cercare voti, sappiamo già che saranno pochi voti e anche su quei pochi ci saranno frodi e quelli del malsistema faranno rivivere i morti affinché votino perché vincano loro. Basta con tutto ciò!

Stiamo cercando la strada della nostra destinazione, questo è l’incarico che hanno le compagne e i compagni del consiglio indigeno di governo e la portavoce candidata indipendente, tessere l’organizzazione dei popoli originari, tessere la decisione di questi popoli. Anche dei non indigeni.

Il congresso Nazionale Indigeno e il consiglio indigeno di governo e la portavoce devono sempre dirigere il loro sguardo verso il basso, il loro udito attento a quelli di sotto, e non guardare né ascoltare là sopra: non verrà la vita da lì, solo la morte.

Costruiamo noi il mondo in cui ci sarà vita. Perciò bisogna essere organizzati e organizzate.

Abbiamo bisogno di organizzarci, non ci stancheremo di dirlo, perché è l’unica cosa che ci resta, organizzarci è ciò che ci resta, con intelligenza e saggezza, dalla campagna e dalla città.

Compagne e compagni, sorelle e fratelli del Messico e del mondo, implica organizzarsi su come vogliamo una nuova giustizia, su come vogliamo la vera democrazia, su come dobbiamo vivere e lavorare la nostra libertà.

Implica organizzazione su come tener conto di come faremo le nuove leggi nate dai popoli.

Implica organizzazione, su come fare per ottenere risposta alle nostre 13 domande: Terra, lavoro, alimentazione, Tetto o casa, Salute, Educazione, informazione veritiera, Uguaglianza tra donne e uomini, indipendenza, Libertà, Giustizia, Democrazia e Pace.

C’è molto da dire, perché ci dobbiamo organizzare, ma chi ne sa di più sono le donne e gli uomini poveri della campagna e della città.

Diciamo soltanto questo, e vi diciamo che ci dobbiamo organizzare.

Per tutto ciò, non ci sarà soluzione dall’organizzare i voti, perciò che votiate o no non è il problema.

Organizzati, lotta e lavora, con resistenza e ribellione.

Organizzatevi popoli originari del mondo.

Organizzatevi cittadini poveri

Organizziamoci mondo povero.

Non dimenticatevi questo, compagne e compagni del Congresso Nazionale Indigeno.

Non dimenticatevi questo, compagne e compagni del Consiglio Indigeno di Governo.

Non dimenticare questo, compagna portavoce candidata indipendente: chiamare i popoli a organizzarsi in campagna e in città.

Grazie.

 

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/04/15/palabras-del-subcomandante-insurgente-moises-viernes-15-de-abril-de-2017/

 

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CAFFÈ ORGANIZZATO CONTRO IL MURO

Intervento del Subcomandante Insurgente Moisés, giovedì 13 aprile 2017.

Buonasera o buongiorno a tutti quelli che ci ascoltano nel mondo.

Quello di cui voglio parlarvi compagni, compagne, fratelli e sorelle qui presenti e che ci guardate dall’altro lato… Quello di cui vi voglio parlare non è quello che penso io, ma è quello che pensano le compagne e i compagni basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Con le compagne e i compagni che sono qui al nostro fianco, abbiamo capito che siamo di appoggio alle migliaia di compagne e compagni basi di appoggio. Così abbiamo detto ultimamente, perché gli abbiamo trasmesso quello che abbiamo visto, sentito e saputo. E cos’è che abbiamo saputo e sentito? È il muro di Trump.

Quando l’abbiamo sentito, quando siamo venuti a sapere di cosa si trattava, ci siamo riuniti con le compagne e i compagni del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno ed abbiamo parlato di quello che stava accadendo ai fratelli e sorelle migranti che stanno negli Stati Uniti.

Come sempre, le compagne ed i compagni comandanti, sono con loro. È questo che hanno detto. Dunque, sono come noi, dicono. Ma è veramente tosto quello che succederà, perché quei fratelli e sorelle migranti non sono andati là perché lo volevano, sono andati di là perché ormai la vita gli andava stretta nel loro villaggio o nella finca dove vivevano (per non dire nel paese).

Non avevano niente. E se possedevano qualcosa, hanno dovuto venderlo o impegnarlo per mettere insieme i soldi per andarsene negli Stati Uniti, perché si pensa che lì ci sia lavoro.

E adesso che sono di là, li cacciano. E dove possono andare se non hanno niente? E allora noi abbiamo detto, parlando, discutendo, pensando, studiando, analizzando, che è uguale a come era prima, centinaia di anni fa, come succedeva ai nostri trisavoli. Perché le terre migliori le volevano i proprietari terrieri. Ce le hanno tolte, ci hanno cacciato da lì. Ci hanno cacciato sulle montagne. Oggi, vogliono toglierci anche le montagne. Prima non ne avevano bisogno, oggi invece la montagna gli serve: lì c’è qualcosa. E adesso, dove dovremmo andare, noi che ancora siamo qui nella terra dove viviamo? Ma loro non sono più nella loro terra. L’hanno ormai lasciata, venduta o svenduta. Quindi, non hanno dove andare.

E allora un compagno del Comitato dice: “sì, è vero” e ha fatto l’esempio della fabbrica della Ford. Quel matto di Trump deve restituirla a quell’industriale e vuole riportare la fabbrica negli Stati Uniti. Un’altra volta, qui in Messico, non ci sarà più lavoro. Quindi la fabbrica andrà di là e di là ci sarà lavoro. Ci sarà lavoro per quelli di là, ma non per gli immigrati.

Allora ci siamo chiesti, che cosa possiamo fare? Ed abbiamo detto: “dobbiamo aiutarli”. Dobbiamo dire loro di lottare lì perché non hanno più dove andare.

Abbiamo quindi ricordato l’anno 1994, 1995… quando allora abbiamo chiesto alla società civile di aiutarci, sia in Messico che nel mondo. Allora ci siamo detti: crediamo, credo, che adesso tocca a noi. Che bisogna aiutare, come ci aiutò quel popolo solidale quando vide la nostra lotta. Credo che ora tocca a noi appoggiare quel popolo, bisogna dire loro di lottare, resistere e ribellarsi. Perché non gli resta altro.

Quindi, abbiamo controllato le nostre casse: ma non c’erano né euro, né dollari, niente. Abbiamo però scoperto che lì c’era il risultato del lavoro collettivo di villaggi, regioni, municipi autonomi ribelli zapatisti e della zona dove opera la Giunta di Buon Governo.

Abbiamo detto: sì, ci sono guineo (cioè, banane), yucca, patate dolci… ma poi marciscono, come facciamo? Allora, spunta l’idea, come dice il compa: ma ho dimenticato di portarla, l’ho dimenticata, ma qui c’è il compagno dottor Raymundo che ce l’ha. Ed ecco qua i 3 mila e tanti chili di caffè pronti per essere preparati e bevuti.

Ecco quindi come possiamo aiutarli. E come prima cosa i fratelli e le sorelle di là si devono organizzare per vendere il caffè e ricavarne dollari, per trasformarli in lotta, in resistenza e ribellione là dove stanno. E ci siamo detti: allora c’è bisogno di una certa quantità di caffè da mettere insieme. E così ne abbiamo parlato con le basi di appoggio di com’è la faccenda e del perché e per come. Come avevano fatto loro in quegli anni quando ci hanno aiutato quando ne avevamo bisogno noi.

Poi, è venuto fuori che “il caffè macinato potrebbe venire fuori diverso, un po’ con una bella tostatura, un po’ scuro perché molto tostato”… Quindi, sarebbe stato meglio parlarne in collettivo. Allora i compagni e le compagne comandanti sono andati a spiegare la questione in ogni zona ed i compagni hanno detto: Sì!

In alcuni villaggi i compagni e le compagne coltivano caffè, ed in altri no. Allora i compagni hanno detto: compriamo noi il caffè che il compagno o la compagna dei villaggi organizzati in collettivo vendono altrove, e così ricaviamo i soldi. Altri hanno pensato di farlo nella regione – una regione è composta da 20, 30 o 40 villaggi -. Altri ancora hanno detto: ci compriamo noi il nostro caffè. I soldi li tiriamo fuori dal lavoro collettivo della regione. Alcuni di altre zone hanno detto: che si incarichino di questo i compagni e le compagne autorità dei municipi autonomi ribelli zapatisti. Che comprino il caffè del lavoro collettivo dei compagni ed anche dei fratelli e delle sorelle, se non ci riusciamo, ognuno nella sua zona. Ed altri hanno detto: nella zona c’è la Giunta di Buon Governo. L’assemblea delle autorità, donne e uomini, prendono accordi e la Giunta di Buon Governo si incarica di comprare il caffè dei compagni e delle compagne. È così che siamo riusciti a metterci insieme.

Abbiamo pensato che il caffè deve essere di buona qualità. Allora, abbiamo mandato i 5 mila chili di caffè in bacche ai collettivi di compagni della zona che hanno la macchina per tostare e la macchina per macinare il caffè. Dunque, 3.791,5 chili di caffè macinato sono il risultato dei 5 mila chili in bacche.

Noi eravamo fiduciosi dunque perché c’era la macchina per la tostatura e la macinatura. Le zone si sono organizzate per mandare i lavoratori dove c’erano le macchine ed anche le compagne che sanno come macinare il caffè. Eravamo molto contenti perché era tutto a posto, ma proprio il primo giorno la macchina si è guastata. I compagni che erano lì hanno detto: “ma questo è un complotto”. “No, non è stato un complotto”. Dobbiamo rimediare a questo inconveniente.

Abbiamo chiamato Sergio, un compagno insurgente per chiedergli di darci una mano. Il compagno insurgente è venuto a vedere. E risulta che si era incastrato un cuscinetto. Non è stato quindi per colpa del capitalismo. Non è stata la mafia del potere. È successo per colpa nostra perché non abbiamo fatto manutenzione alla macchina. Un compagno che era lì ha detto: manca del grasso e lì c’è del grasso animale. Quello, ma senza sale, si usa come grasso. Non si deve comprare il grasso. La sola cosa che mancava dunque era la pulizia e la manutenzione.

Insomma, avevamo bisogno che il lavoro andasse avanti.

Allora è cominciato il coordinamento con i compagni incaricati della tostatura; la compagna pronta ad intervenire nei giorni di lavoro; i compagni autisti in attesa di caricare il prodotto; i compagni per imballare e sigillare. Ma tutto era fermo perché la macchina ha fatto un complotto. Allora, ci si è organizzati. Abbiamo chiesto ad un gruppo di compagni e compagne che ci aiutano dalla città, di procurarci un cuscinetto che sarebbe poi andato a recuperare un nostro compagno.

Il collettivismo quando si organizza e si coordina gira liscio come una ruota. E così abbiamo risolto immediatamente il problema del fermo della macchina. Il compagno ha estratto il cuscinetto, l’ha poi rimesso…. e via. Ed ora, ecco qua il caffè.

L’idea è che questo sia per i compagni, compagne, fratelli e sorelle migranti negli Stati Uniti. È per appoggiare la lotta che stanno portando avanti. E diciamo loro: è necessario che vi organizziate dove siete e resistete e vi ribellate. In che modo? Questo è quello che dovete decidere voi.

L’aiuto che diamo è incondizionato, come aiutiamo qui in Chiapas i fratelli e le sorelle maestri. Aiutiamo non perché si diventi base di appoggio, né perché noi possiamo dire: “dovete fare questo e quello”. Sono loro che devono decidere. Perché abbiamo imparato da quello che ci hanno insegnato negli anni ’94 e ’95. Perché abbiamo imparato e scoperto l’arma di lotta che è la resistenza e la ribellione.

Questo è quello che abbiamo fatto con i compagni e compagne comandanti. Ci siamo domandanti cosa sarebbe stato se non avessimo ascoltato le compagne e i compagni basi di appoggio nel ’94, che ci dicevano di lottare anche come basi di appoggio, e non con le armi come miliziane, e miliziani, compagni e compagne insurgentes. Noi siamo contro il governo – così dicevano – e pertanto non ci vendiamo, non ci arrendiamo né cambiamo. Dobbiamo rifiutare l’elemosina, gli avanzi, le briciole. Allora, lo capimmo e cominciammo a pensare come metterlo in pratica. E grazie a questo oggi siamo qui a parlare, perché per 23 anni la lotta è stata combattuta con l’arma che si chiama resistenza e ribellione.

Con i compagni e compagne comandanti abbiamo fatto un paragone: se avessimo trascorso 23 anni a sparare, a bombardare o fare imboscate, non ci sarebbero i municipi autonomi ribelli zapatisti, non ci sarebbero le Giunte di Buon Governo, non ci sarebbe educazione, cioè, le scuole zapatiste, non ci sarebbero cliniche né ospedali zapatisti, né si sarebbero svolti tanti incontri quanti ne abbiamo fatto, perché non ce ne sarebbe stato il tempo. E sappiamo quello che sarebbe stato: 23 anni di fuoco.

Ma quell’arma che abbiamo scoperto è quella che ci ha reso quello che siamo ora. E allora, con quell’arma di lotta, la resistenza e la ribellione, ovviamente bisogna organizzarsi. Questo è quello che ha permesso di costruire un piccolo mondo con un nuovo sistema di governo proprio.

Ognuno deve decidere da sé, ma abbiamo visto che con l’arma di lotta della resistenza e ribellione questo è possibile. Non neghiamo neppure gli strumenti che abbiamo. Noi chiamiamo strumenti le nostre armi. Per noi le armi sono uno strumento, un qualsiasi attrezzo, sono come un machete, una motosega, un’ascia. Quindi, bisogna usarle quando è necessario, ma bisogna saperle usare.

Perché come sentiamo, il nemico capitalista non ci lascerà in pace. Non permetterà che a comandare sia il popolo, donne e uomini. Non lo permetteranno mai. Non negozierà né discuterà il suo modo di sfruttare. Non dirà: “ah bene, adesso ti sfrutterò solo un po’”. Non succederà questo. Non dirà: “ah, allora rinuncio a fruttarti”. Non ci sarà altro che il popolo, donne e uomini che devono organizzarsi.

Dunque, il lavoro collettivo è pulito e bello. Una cosa è cosa si dice in teoria, un’altra cosa sono i fatti. Ma la teoria ci aiuta a capire cosa è importante, necessario ed il perché e per come. E se nel momento in cui devi affrontare un problema, non ti viene come sarebbe in teoria, non devi scoraggiarti, perché teoricamente sai il perché, il per come e ne conosci l’importanza.

Ognuno deve fare e organizzare il lavoro collettivo. Io non so come dovrebbero lavorare in collettivo i maestri e le maestre. Non so come dovrebbero fare le operaie o gli operai. Ognuno, nei propri luoghi, dovrà inventarselo, crearselo, lo dovrà immaginare e studiare e metterlo in pratica.

Ma il collettivismo ha molta forza. Il collettivismo non è meramente lavorare la terra, ma deve esserci collettivismo se vuoi la buona sanità, la buona educazione e tutto il resto delle tredici domande che vi abbiamo esposto. Come vogliamo tutto questo? Le leggi che regolano la nostra vita devono scaturire dal collettivo. Non che qualcuno sappia fare la legge e la cali dall’alto e il popolo sia quello che paghi.

Quindi, diciamo che il collettivismo non significa come lavorare la terra. Riguarda tutto. Dunque, questo lavoro collettivo, in questo caso il mero prodotto – è qui e ce l’ha il compagno dottor Raymundo – e magari uscirà in collettivo come fare a portarlo ai fratelli, sorelle, compagni, compagne migranti là negli Stati Uniti.

Pensiamo che allora noi, che comprendiamo l’importanza della lotta che dobbiamo fare contro il capitalismo, dovremmo inventare altre cose, tipo come aiutare i fratelli e le sorelle, i compagni e le compagne là negli Stati Uniti. Perché hanno bisogno di appoggio incondizionato. Perché se mettiamo condizioni, non va bene. Dobbiamo aiutarci, dunque, affinché dimostriamo che non abbiamo bisogno di quelli che vogliono aiutare dettando le condizioni.

Quindi, il caffè è qui. E adesso vediamo chi dirà “me lo prendo e lo consegno”. Non vogliamo venderlo, ma farlo arrivare negli Stati Uniti. E là i fratelli e le sorelle si organizzeranno per venderlo. Perché è necessaria l’organizzazione. Oggi più che mai ci si deve organizzare contro il capitalismo. Lottare e lavorare.

E quando crederemo di esserci organizzati, ci accorgeremo che dovremo riorganizzarci di nuovo. Dovremo perfino rieducarci, perché è quello che facciamo. Ci stiamo rieducando. Ci stiamo riorganizzando per quello che credevamo fosse già organizzato.

Per questo è così importante organizzarsi. È una parola organizzarsi. Che cosa porta? Forse porta aglio, forse porta olio, forse porta i condimenti. Bisogna vedere. Che tipo di organizzazione? Di che cosa si tratta questa organizzazione? Per quale motivo questa organizzazione? Questo è affare di ognuno.

Ovviamente che non passi che stiamo deviando dal nostro percorso o che ci vendiamo o che ci arrendiamo. Perché è questo che ci chiede il capitalismo. Di smettere di lottare. Non puoi dire che non vuoi più lottare. Non puoi dire: “Non voglio più miseria”. Non si può: smetti di lottare e la miseria peggiorerà.

Quindi, dobbiamo pensarci bene. Ed ognuno deve costruire quello che lui vuole costruire. Con la sua lotta, con la sua organizzazione.

Dunque, vi consegniamo questo caffè affinché diciate chi è pronto – intendo a fare quello che abbiamo detto, che è per quei fratelli e sorelle – e che si organizzi per venderlo. Pensiamo che dobbiamo aiutarli di più, ma devono resistere lì, perché altrimenti non sia mai che consegniamo il caffè a Trump. C’è bisogno che il popolo migrante negli Stati Uniti si organizzi affinché possiamo consegnare loro anche il caffè del raccolto successivo.

E speriamo che ci accompagnerete nell’aiutare questi fratelli e sorelle, con quello che potete.

Grazie.

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/04/13/palabras-del-subcomandante-insurgente-moises-jueves-13-de-abril-de-2017/

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KAGEMUSHA: APRILE È ANCHE DOMANI

12 aprile 2017

Qualche mese fa il Subcomandante Insurgente Moisés mi ha fatto una sintesi di quello che vi ha appena raccontato con più estensione e contenuto.

Senza volerlo ha tracciato una linea di continuità tra il passato e la tormenta di oggi.

Questa mattina, dopo aver ascoltato le storie che, per voce del SupMoy, hanno raccontato i più anziani tra i nostri compagni, sono tornato alla mia capanna.

La pioggia, fuori stagione, ha iniziato a battere sul tetto di lamiera e non era possibile ascoltare altro se non la tormenta.

Sono così tornato a cercare nel baule che mi ha lasciato il SupMarcos perché mi pareva di aver visto un testo che si poteva riferire a quello che avevo appena finito di ascoltare.

Riguardare questi scritti non è facile, credetemi. La maggior parte di questi testi riposti con disordine dentro il contenitore vanno dal 1983 al primo gennaio del 1994, diciamo che almeno fino al 1992, si vede che il Sup non solo non aveva un computer, ma nemmeno una macchina da scrivere. Così i testi sono manoscritti su fogli di diverse dimensioni. Gli scritti del defunto erano già illeggibili di per sé, se poi a questo si aggiunge l’età ed il clima della montagna, con l’umidità, le macchie e le bruciature di tabacco.

C’è di tutto. Per esempio, ho ritrovato il manoscritto originale con gli ordini operativi per le diverse unità militari zapatiste alla vigilia della rivolta. Non solo ci sono le piantine delle unità, ma anche ogni operazione dettagliata con minuziosità che rivela l’annosa preparazione.

Non sono questi gli appunti di un poeta perso nelle montagne del sudest messicano, o un cantore di storie. Sono gli scritti di un soldato. No, meglio di un capo militare.

Ma abbondano e si trovano anche racconti e storie, ci sono pochissime poesie e i racconti sono di analisi politica ed economica.

Cioè, più che analisi, si tratta di schemi e temi appena tratteggiati, come se fossero qualcosa che doveva essere migliorato in seguito, o completati, o corretti. Ho ritrovato in questi alcune cose che sono stata poi rese pubbliche, certamente migliorate.

Però non stavo cercando questo. Le storie ricordate dal SupMoy mi hanno ricordato che c’era dell’altro in questa montagna disordinata di fogli e idee, qualcosa che parlava della genealogia della lotta anticapitalista.

Eccolo qua. Questo è dopo l’inizio della guerra perché è stampato ed è scritto con un processore di testi.

Per quanto c’è scritto, deve essere stato redatto una ventina di anni fa, quando gli zapatisti iniziarono a pubblicare alcune analisi più approfondite su quel che era e che sarebbe stato. Bene, per lo meno le prime righe, perché qualcosa sembra essere stato scritto successivamente.

Il testo ha un titolo sconcertante, ma che si capisce mano a mano si prosegue nella lettura. Si intitola “Aprile è anche domani”. E continua con diversi punti da sviluppare, perché incompleti in quel momento.

La maggioranza dei punti sembrano essere stati sviluppati in testi che divennero pubblici tra il 1996 e 1997, così che vi annoierei ripetendoli. I principali sono stati raggruppati in un libro dal titolo “Scritti sulla guerra e l’economia politica”, pubblicato dalla casa editrice “Pensamiento Crítico Ediciones”. Se a qualcuno interessa capire di più, questo libro può essere utile. Oppure potete consultare la pagina elettronica di Enlace Zapatista.

La parte che mi interessa illustrarvi, non appare in nessuno di questi testi pubblici, certamente già mediamente sviluppata, è l’inizio di una serie di riflessioni sulle scienze sociali, come dire, sull’economia politica, nonché sulla sfida vecchia e attuale della teoria e pratica politica.

Vi leggo:

– Le tappe possibili del capitalismo. Più che una definizioni scientifica, l’approccio secondo cui l’imperialismo era una delle ultime fasi del capitalismo, si è trasformato in un piano di azione per le lotte di tutto il mondo. Da essere “una fase superiore”, si concludeva che l’imperialismo era “l’ultima fase” del capitalismo.

– Su questa base si stabilì una specie di divisione internazionale non del lavoro, ma delle lotte anticapitaliste. Nei cosiddetti paesi del Terzo Mondo, che non avevano un’industria sviluppata e quindi mancavano di classe operaia solida, la lotta per il socialismo doveva passare per una lotta nazionalista, antimperialista e anticoloniale, e solo così potevano aspirare a diventare “anticapitalisti”. Si stabilì che la lotta contro il capitalismo e per il socialismo doveva passare necessariamente per una lotta di liberazione nazionale. Questo almeno nei paesi del terzo mondo. Per poter arrivare al socialismo le nazioni dovevano prima di tutto liberarsi dal giogo neocoloniale imposto dall’imperialismo nordamericano, in questo caso. Non era possibile la costruzione del socialismo in un solo paese, tanto meno se il paese era sottosviluppato. La rivoluzione socialista o era mondiale o non sarebbe stata. Le analisi scientifiche si convertirono, così, in una specie di comando centrale della rivoluzione mondiale, con sede nella CCCP. Da lì partivano le strategie e le tattiche per le lotte anticapitaliste di tutto il mondo. Chi seguiva gli ordini riceveva il beneplacito “dell’avanguardia” mondiale. Per chi non lo faceva, perché voleva costruire il proprio cammino, cioè, la propria lotta, arrivava la condanna, l’ostracismo e la denigrazione.

La scienza della storia e dell’economia politica, smisero di essere scienze per poi abbandonare l’analisi scientifica diventando slogan. Se la realtà non coincideva con la visione del Comitato Centrale, la realtà veniva catalogata come reazionaria, piccolo borghese, divisionista, revisionista e i molti “ista” possibili. Il pensiero critico passò da essere analisi a giustificazione, e le battute d’arresto e gli errori sono stati coperti con l’alibi dello scontro con l’imperialismo. La semplificazione di un mondo bipolare invase la scienza sociale, così le forze politiche e i governi patteggiavano solamente per uno dei due grandi contendenti. L’intelligenza fu vinta e la mediocrità s’impose facilmente.

– Passando per il ventesimo secolo, tutti erano contenti e tranquilli. Il cosiddetto “blocco socialista” era impegnato in quella che noi chiamiamo la terza guerra mondiale. In Asia, Africa, e particolarmente in America Latina, le lotte avvenivano senza intaccare le dinamiche della guerra, i partiti e le organizzazioni della sinistra erano impegnate principalmente ad appoggiare il Blocco Socialista. Qualsiasi tentativo di lotta doveva avere l’approvazione di chi, pensante o meno, nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche redigeva manuali che più che semplificare, imbavagliavano lo sviluppo delle scienze sociali. Come se si fosse alle olimpiadi, nelle scienze sociali non si competeva per capire meglio quello che stava accadendo e che sarebbe accaduto, ma per issare la propria bandiera sempre più in alto degli altri, e poco importava se fosse quella a stelle e strisce o quella con la falce e il martello.

Sullo scenario mondiale tutto sembrava prevedibile e semplice…. ma poi è arrivato Fidel. E “il problema”, come dicono i compagni, è che non è arrivato da solo, ma portava con sé un tal Camilo che di cognome aveva la sua definizione, e con questa coppia tremenda arriva anche un argentino-medico-fotografo-asmatico, senza un nome rilevante nell’albero genealogico delle rivoluzioni mondiali e senza un ruolo in nessuna struttura. Pochi mesi dopo il pianeta intero lo conoscerà con solo tre lettere: Che.

Poi accadde quel che accadde e la luce che ha illuminato il Caribe in quei primi anni della ‘60 è diventata, senza volerlo, un virus che ha contaminato tutto il continente. Dopo tanti anni di sconfitte in questo dolore chiamato latinoamerica, un popolo intero organizzandosi cambiava il suo destino e diffondeva il suo nome.

Dopo la sconfitta dell’invasione mercenaria con patrocinio nordamericano, Cuba si chiamò Fidel e Fidel Castro fu a “Cuba” il nome che significava resistenza, ribellione e lotta.

Il paese più piccolo, il più disprezzato, il più umiliato si ribellava e la sua azione organizzata cambiava la geografia mondiale.

Lo statista che il popolo di Cuba mise a capo, in pochi anni cancellò, praticamente, gli altri “leader mondiali”, e come deve essere, attorno alla sua figura si raccoglievano gli estremi: pochi per adularlo molti per attaccarlo.

Solo pochi guardarono e capirono che qualcosa di nuovo era nato e che la rivoluzione cubana non solo aveva rotto il dominio che sull’intera America imponeva l’impero a stelle e strisce, il “nord confuso e brutale”.

Non solo, aveva dato un calcio alla già malconcia teoria sociale promossa dai commissari che in tutto lo spettro politico sono la costante e mai l’eccezione.

Nonostante tutto, 60 anni dopo non manca un vecchio commissario che “eroicamente” trincerato in un’accademia e con la rete sociale come arma, vuole dettare al popolo di Cuba quello che deve o non deve fare o non smettere di fare.

Alieno alla masturbazione teorica delle articolazioni accademiche, il popolo di Cuba ha iniziato il suo lungo cammino di resistenza proseguito in condizioni avverse senza precedenti.

A tutt’oggi prosegue il blocco economico più esteso ed intenso della storia mondiale. Non solo, ha resistito anche ad attacchi terroristici, è stata invasa militarmente, e nonostante tutto ha procurato al superbo zio Sam la sua prima sconfitta nel continente, e con tutto e tutti contro, ha costruito il proprio destino.

Ma non ha subìto gli attacchi solo della destra mondiale, ma anche della sinistra che contro questo popolo ha scagliato il suo scudo fatto di cliché e luoghi comuni che ignorano non solo la realtà cubana, ma soprattutto l’eroico sforzo per sollevarsi da errori e fallimenti.

Con l’unico obiettivo di aggraziarsi la destra, la sinistra istituzionale in tutto il mondo ha attaccato la rivoluzione cubana ripetendo i motti della destra e seguendo la moda di turno.

È tanto consistente la resistenza del popolo di Cuba, che l’isteria intellettuale, che basta e avanza in questo paese a pezzi chiamato Messico, sicuramente dirà che è continuata perché fu una creazione di Salinas e che è appoggiata dalla “mafia del potere”.

Giorni dopo quel lampo di abilità militare e di coraggio che diede nuovo significato a un piccolo territorio e sistemò il nome di “Playa Girón” nello scaffale quasi vuoto di vittorie della sinistra mondiale, in quel primo di maggio del 1961 il popolo di Cuba, attraverso la voce roca di un barbuto inguainato nella sua tenuta da combattimento verde oliva, pronunciava le seguenti parole:

“Se a Mr. Kennedy non piace il socialismo, va bene, a noi non piace l’imperialismo, a noi non piace il capitalismo. Abbiamo tanto il diritto di protestare per l’esistenza di un regime imperialista e capitalista a 90 miglia dalle nostre coste, quanto può essere considerato un suo diritto protestare per l’esistenza di un regime socialista a 90 miglia dalle sue coste.

Allora, bene, a noi non interessa protestare per questo, perché non è una questione che dovrebbe interessarci, spetta al popolo degli Stati Uniti. Sarebbe assurdo che noi volessimo dire al popolo degli Stati Uniti quale regime di governo dovrebbero avere, perché in questo caso considereremmo gli Stati Uniti un popolo non sovrano e che noi avremmo diritti sulla vita all’interno degli Stati Uniti.

Il diritto non è dato dalla dimensione, il diritto non lo dà il fatto che un popolo sia più numeroso di un altro. Questo non importa. Noi non abbiamo altro che un piccolo territorio, un piccolo popolo, ma il nostro diritto è rispettabile quanto quello di un qualsiasi paese, qualunque sia la sua dimensione. Non sta a noi dire agli Stati Uniti che regime deve avere. Quindi, è assurdo che il signor Kennedy voglia dire quale regime di governo dobbiamo avere noi qui, è una cosa assurda; il signor Kennedy non ha un concetto chiaro di quello che è la legge internazionale e la sovranità dei popoli.”

Quello che segue è un’estesa riflessione sulle scienze sociali e sul pensiero critico. Ma, mi prendo la libertà di segnalare che al posto di “Kennedy” si può ben mettere quello di “Trump” e si vedrà che queste parole non sono state solo una dichiarazione congiunturale, ma una dichiarazione di principio.

Interruppi la lettura e guardai la clessidra.

Mi venne in mente che non era sabbia qualunque quella contenuta nella clessidra. E non è una sabbia qualunque perché viene da una spiaggia entrata nella storia delle lotte e delle resistenze dell’umanità contro il capitalismo.

Forse la sabbia che scorre in questa clessidra, viene da un posto del continente americano e la sua geografia la colloca in un’isola che si estende nei Caraibi, come un caimano ribelle che si rifiuta di essere sottomesso e per questo indurisce la pelle e lo sguardo.

Forse, me ne accorgo ora, la sabbia di questa clessidra è sabbia di Playa Girón, così si chiama quella crepa nel muro del Capitale e che, con la sua persistenza, ha insegnato a tutti che il grande e potente può essere sconfitto dal piccolo e debole quando ci sono resistenza organizzata, ostinato impegno e orizzonte.

-*-

Lasciatemi dire che il defunto SupMarcos, e non solo lui, provava una grande ammirazione per il popolo di Cuba e un profondo rispetto per Fidel Castro Ruz.

In quella chiacchierata informale che avemmo alcune ore prima della sua morte, tornammo sul tema militare. Mi raccontò che riteneva che la storia militare delle lotte dei popoli era poco conosciuta. Parlò quindi della famosa Battaglia di Zacatecas e della presa di Città Juarez, entrambe condotte da Francisco Villa. Mi raccontò che prese in prestito l’idea del Generale Villa per prendere Città Juarez, e con quella pianificò l’inizio della rivolta. “Per la battaglia di Zacatecas non mi mancava la cavalleria” disse scherzando “ma pianificarla”.

In campo internazionale, contrariamente al luogo comune della sinistra, il suo riferimento non era la battaglia di Leningrado, bensì la Battaglia di Santa Clara, condotta dal Che, quella di Cuito Cuanabale condotta da Fidel Castro, e quella di Playa Girón, anch’essa condotta da Fidel Castro.

Approfittai per chiedergli perché, sempre, quando parlava di Fidel Castro non diceva “Comandante” nonostante la sinistra latinoamericana lo facesse. Mi rispose così:

Tutti lo chiamano così e potrebbe bastare, ma non è per questo. Noi siamo un esercito e quando diciamo ‘comandante’ diciamo comando. E a noi non ci comanda nessuno, se non il nostro popolo. Ma Fidel Castro non ha bisogno che noi lo chiamiamo così. Il suo popolo gli ha dato quel grado, ed è più che abbastanza”.

Continuò a raccontarmi di Playa Girón, e con ammirazione raccontava quando Fidel Castro discuteva e litigava con i suoi ufficiali perché non lo lasciavano avanzare verso Playa Girón per combattere contro i mercenari. “Figurati”, mi disse ridendo della grossa, “Fidel contro tutto il suo Stato Maggiore. Lui arrabbiato perché vuole stare al fronte a combattere e gli altri che dicono di no, che deve stare al sicuro. E sai una cosa? Fidel non disse che era suo dovere, ma disse che era un suo diritto”. Il defunto accese la pipa e dopo la prima boccata sollevò la pipa come per brindare e disse “Ovviamente la discussione la vinse Fidel”.

Poi, dando per terminato il tutto, aggiunse “Fidel Castro è il Maradona della politica internazionale. E mai gli perdoneranno i gol che segnò a chi osò affrontarlo”.

Ho ricordato le parola del defunto SupMarcos quando lessi ciò che il famelico spettro politico dell’America Latina dichiarò sulla morte di Fidel Castro. La reiterazione della destra, così come della sinistra per bene, di rimproveri o presunte critiche. La destra che mai gli perdonerà le sconfitte da lui propinate, e la sinistra istituzionale che non lo assolverà mai di essere stato tutto quello che lei, nella sua mediocrità, mai sarà.

Ci sono anche i mediocri che ancora dettano giudizi e sentenze, ma che semplicemente non possono spiegare perché, se era un dittatore, la più grande potenza mondiale non è riuscita ad organizzare una ribellione popolare, optando invece per compiere attentati terroristici per distruggerlo.

Lontano da film e serie televisive dove i servizi segreti nordamericani distruggono i cattivi armati solo di penna, a Cuba sono stati sconfitti semplicemente perché “Comandante Fidel” era il nome, l’immagine e la voce che questo popolo si dava per riaffermare quello che stava costruendo contro tutto: la propria libertà.

Il denaro ha sempre trovato e trova psicopatici disposti a vendere la propria sete di sangue e distruzione. Sempre troverà i Mas Canosa, o Posada Carriles, sebbene in altre geografie e calendari si chiamino Felipe Calderón Hinojosa o come la sua precedente moglie ora presunta leader Margara Zavala, o Maurizio Macrì in Argentina, o Temer in Brasile, o Leopoldo Lopez in Venezuela. Politici, psicopatici e corrotti di tutti i tipi, sempre pronti a che altri muoiano e loro incassino.

Vi racconto questo non solo perché il tema colpisce il piccolo che si ribella e si solleva rompendo modelli imposti, ma anche per quello che vi racconto ora: proprio qualche giorno dopo la morte di Fidel Castro, ho dovuto incontrarmi con il Subcomandante Insurgente Moisés in un nostro accampamento.

Quando arrivai la insurgenta Erika mi disse senza riuscire a trattenere le lacrime, “È morto Fidel Cuba”. Così disse. La rivoluzione cubana resiste da 58 anni contro tutto, la insurgenta Erika ha circa vent’anni, non è mai uscita da queste terre, ha imparato lo spagnolo in un accampamento di montagna, battagliato con la matematica e con le parole “dure”, e nonostante questo, o proprio per tutto questo, ha sintetizzato in due parole una storia di lotta, resistenza e ribellione.

E sono qui a parlarvi di Cuba, cioè di Fidel Castro, cioè di Cuba, per la semplice ragione che ora non parlano più di lui. Forse perché pensano che sia morto, e con lui la Cuba ribelle. Per quanto si riferisce a Fidel Castro Ruz, noi diciamo solo “se non lo avete potuto uccidere quando era vivo, tanto meno si può fare adesso che è morto”.

Tutto questo viene a proposito, perché è vero, il defunto SupMarcos aveva ragione: Aprile è anche domani.

-*-

Tornando a quella volta, mentre il tempo passava, continuavo a parlare con il defunto SupMarcos che ancora non era defunto. Il tempo a La Realidad zapatista aveva assunto quel ritrmo in cui pare che il giorno ha fretta di andarsene e la notte si attarda pigra. Mi pareva che tutte le pratiche operative del giorno 24 maggio 2014 le stesse sbrigando il Subcomandante Insurgente Moisés, e nessuno si avvicinava al SupMarcos per informazioni e domande. Come se Il SubMoy stesse facendo il possibile affinché il SupMarcos trascorresse tranquillo i suoi ultimi minuti.

Mantre aspettavo, gli chiesi perché dicesse che il personaggio era lui e non Durito, o il Vecchio Antonio, o altri esseri che popolavano i sui racconti. Certo, io, come nessun altro, conoscevo ancora il testo che avrebbe letto l’alba seguente e intitolato “Tra luce ed ombra”.

Prima di rispondermi, il Sup guardò i due orologi.

Non l’avevo mai fatto. Guardavo sempre uno o controllavo l’altro, a seconda della situazione.

Dopo aver confrontato entrambi gli orologio, sospirò profondamente e mi domandò:

“Cosa non capisci?”

“Questo” risposi, “insomma, chi eri, o meglio, chi sei stato?”

Quindi, inclinando la testa e cercando paradossalmente di imitare il tono di voce serio e formale dei samurai di Akira Kurosawa, disse:

“Kagemusha”.

E dico paradossalmente perché il SupMarcos scherzava su tutto e su tutti e prendeva in giro soprattutto se stesso.

Avevo la stessa faccia che avete voi adesso.

“Chi diavolo è Kagemusha?”.

“Un’esca” mi rispose “una distrazione, un’ombra, l’ombra del guerriero”.

Compresi quindi perché nei suoi ultimi testi era comparso da poco un nuovo personaggio: “Ombra, il guerriero”.

“E quindi?” domandai.

“Quindi nulla, qualcuno doveva farlo, ed è toccato a me”.

“Allora, che farai?” insistetti.

“Morirò” mi rispose mentre si metteva il passamontagna. Si sistemò anche il cappello, accese la pipa e dirigendosi verso la guardia sulla porta ordinò per l’ultima volta “Vai a dire al SupMoy che sono pronto”.

-*-

Arriva la tormenta.

Ancora una volta il denaro cercherà di sfasciare la storia importante. E ancora una volta sarà sconfitto. Come in un mese di aprile di 56 anni fa, a Playa Girón, una generazione intera prenderà il controllo del gioco e si ribellerà non fidandosi del destino imposto.

Quel giorno si torneranno ad ascoltare, con un’altra voce, le parole che il popolo di Cuba ha rivolto a chi voleva sconfiggerlo:

“Non sfuggiranno nemmeno al verdetto dalla storia, che non sarà un semplice verdetto a parole, ma il verdetto che segna inesorabile il destino degli sfruttatori di tutto il mondo, come un orologio che dice ‘i tuoi giorni sono contati, la fine del tuo sistema sfruttatore è vicina’”.

Cuba sopravviverà. I popoli originari sopravviveranno. L’umanità sopravviverà.

E quando si dirà “Patria”, si dirà “mondo”, si dirà “casa”, si dirà “vita”.

Certo, non ci saranno lampi più feroci, né tormenta più grande, ma alla fine, questa terra si solleverà e con lei le sue donne, i suoi uomini e chi è quel che è senza essere né uno né l’altra.

La memoria non dimenticherà, ma non ci saranno celebrazioni.

Non perché non ne varrà la pena, ma perché la vita intera sarà quello che dovrebbe sempre essere, cioè, una celebrazione.

E quando questo domani arriverà, io, nuovo Kagemusha nomade, sarò solo triste di non essere presente per guardarvi beffardo e dire:

“Odio dire che io l’avevo detto, ma l’avevo detto”.

 

Grazie, non molte, ma sempre quanto bastano.

SupGaleano

Aprile 2017

 

Traduzione a cura di 20ZLN

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/04/12/kagemusha-abril-tambien-es-manana/

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23 anni fa, da diverse parti del mondo arrivò “l’aiuto umanitario” (…) non era elemosina quello che ci mandavano, bensì appoggio per la resistenza e la ribellione. (…) con quegli aiuti abbiamo costruito scuole, ospedali, progetti per l’autogestione. A poco a poco e non senza problemi, difficoltà ed errori, abbiamo costruito le basi materiali per la nostra libertà. (…) si  dovrebbe capire che chi rischia tutto, vuole tutto. E per noi zapatisti, il tutto è la libertà. (…) Non vogliamo scegliere tra un padrone crudele ed uno buono, semplicemente non vogliamo padroni.

LEZIONI DI GEOGRAFIA E CALENDARI GLOBALIZZATI

14 aprile 2017

Non è cambiato niente”, così dicono.

In Chiapas gli indigeni stanno uguale o peggio a prima della sollevazione zapatista”, ripetono i media prezzolati ogni volta che glielo ordina il loro caporale.

23 anni fa, da diverse parti del mondo arrivò “l’aiuto umanitario”. Noi indigeni zapatisti capimmo allora che non era elemosina quello che ci mandavano, bensì appoggio per la resistenza e la ribellione. Invece di tenerci tutto o venderlo, come fanno quelli dei partiti, con quegli aiuti abbiamo costruito scuole, ospedali, progetti per l’autogestione. A poco a poco e non senza problemi, difficoltà ed errori, abbiamo costruito le basi materiali per la nostra libertà.

Ieri abbiamo ascoltato il Subcomandante Insurgente Moisés dirci che le comunità indigene zapatiste si sono organizzate non per chiedere aiuto, bensì per aiutare altra gente in altre terre, con un’altra lingua e cultura, con un altro volto, con un altro modo, affinché resista. Ci ha parlato del processo seguito per realizzare tutto questo. Chiunque abbia ascoltato le sue parole può dire, e non si sbaglierebbe, che quello in quella lunga strada che va dalla piantagione di caffè a questo chilo di caffè impacchettato, c’è una costante: l’organizzazione.

Ma torniamo al 1994-1996.

Mano a mano che arrivavano donne, uomini e otroas da diverse parti del Messico e del mondo, noi zapatiste e zapatisti capimmo che, in quel calendario, non era una particolare geografia a tenderci la mano e il cuore.

Non era la superba Europa che si dispiaceva per quei poveri indio che, inutilmente, aveva voluto sterminare secoli prima.

Era l’Europa del basso, ribelle, quella che, senza badare alla sua dimensione, lotta giorno dopo giorno. Quella che, col suo appoggio, ci diceva “non arrendetevi”.

Non era il nord caotico e brutale che è governo e Potere nascosto dietro la bandiera a sbarre e torbide stelle che, simulando umanità, mandava briciole.

Era la comunità latina ed anglo che difende la sua cultura e modi, che resiste e lotta, che non si abbrutisce con la droga del “sogno americano”, quella che ci ha aiutato mentre mormorava “non vendetevi”.

Non era il Messico dei partiti, quello della nomenclatura di tutte le sconfitte convertite in poltrone e incarichi per i dirigenti e oblio per le basi, che cercava di incassare due volte: con il sangue dei nostri e poi con l’elemosina che avrebbe portato.

Era il Messico del basso, quello che si organizza senza contare se si è in molti o pochi, se comparirà o no nei notiziari, se sarà intervistato dai media prezzolati; quello che porta i propri morti, i propri detenuti, i propri desaparecidos non come un lamento ma come un impegno. È stato quel Messico a privarsi del poco che aveva per darlo a noi mentre i suoi occhi ci comandavano: “non tentennate”.

Anche dall’Africa, Asia e dall’Oceania è arrivato l’incoraggiamento e la speranza che ci sussurrava: “resistete”.

E fin da quei primi anni, noi, zapatiste e zapatisti, abbiamo capito che non ci lasciavano un aiuto bensì un impegno, e da quel calendario ci siamo sforzati di onorarlo.

Sebbene con tutto contro, molestati dall’esercito e paramilitari, diffamati dai media prezzolati, dimenticati da tutti quelli che scoprivano che non avrebbero tratto vantaggio dal nostro dolore, anche così, ci siamo impegnati ad onorare quel debito, tutti i giorni ed ovunque, non senza errori e mancanze, non senza inciampi e cadute, non senza morti.

Quell’uomo, quella donna, quel otroa, che lotta in altri angoli del pianeta, ora può dire che ha lottato al nostro fianco. E senza remore può lasciare a noi gli errori e i pasticci e, giustamente, fare suoi i nostri successi che, benché piccoli, valgono.

Grazie a tutta quella gente che è stata ed è compagna forse senza saperlo, non siamo gli stessi di 23 anni fa.

Due decenni fa, ogni volta che i nostri compagni e compagne parlavano, invariabilmente terminavano chiedendo scusa per la loro poca padronanza dello spagnolo.

Oggi, senza dimenticare la loro lingua madre, ogni nostro giovane e jóvenas, con tatto corregge la pronuncia e l’ortografia a più di uno, una, unoa con diploma di laurea.

Due decenni fa l’EZLN era organizzazione, riferimento e comando delle comunità indigene. Oggi sono loro a comandare noi, che obbediamo.

Prima li guidavamo e davamo loro ordini, ora il nostro lavoro è capire come appoggiare le loro decisioni.

Prima stavamo davanti, segnando la rotta e la destinazione. Oggi stiamo dietro i nostri popoli, non poche volte correndo per raggiungerli.

Siamo passati in secondo piano. Qualcuno penserà che questo sia un fallimento.

Per noi, è il buon conto che possiamo dare ai nostri morti, alle nostre morte. Come al SupPedro, come alla compagna Malena, deceduta solo pochi giorni fa, e della quale ancora non possiamo parlarvi senza che il dolore ci intorpidisca le mani e le parole e gli occhi si inumidiscano.

Lei, per noi zapatiste e zapatisti, era grande.

Siamo arrivati a questi giorni e questa riunione con la sua morte sulle spalle e, benché non esplicitamente, la sua voce ha preso la nostra.

Un paio di giorni fa abbiamo voluto saldare un debito d’onore con chi oggi ci manca e molto. Abbiamo voluto fare nostre le parole che immaginiamo loro se fossero qui, al nostro fianco, come lo sono stati per tutta la loro vita.

Ma ora dobbiamo andare avanti e far sapere a tutti loro che le nostre comunità, i nostri popoli, hanno deciso che è il momento di ricordare a chi ha creduto e si è fidato della nostra bandiera e modo, che siamo qui, che resistiamo, che non ci arrendiamo, che non ci vendiamo, che non tentenniamo.

Vogliamo che sappiano che ora possono contare su di noi, sulle comunità zapatiste. Che benché poco e a distanza, li appoggeremo.

E neanche il nostro appoggio sarà un’elemosina. Anche per loro, per voi, sarà un impegno.

Perché speriamo che resistano fino all’ultimo. Speriamo che non si arrendano, che non si vendano, che non tentennino.

Perché speriamo che anche nei momenti in cui si sentano più soli, più sconfitti, più dimenticati, abbiano nel dolore e angoscia almeno una certezza: che c’è qualcuno che, benché lontano e col colore della terra, dice loro che non sono soli, sole, soloas. Che il loro dolore non ci è alieno. Che la loro lotta, la loro resistenza, anche la loro ribellione, è la nostra.

Li appoggeremo a modo nostro, cioè, un appoggio organizzato.

E devono sapere ed avere ben chiaro, che con questo appoggio va il nostro affetto, la nostra ammirazione, il nostro rispetto.

L’imballo non lo dice, ma dentro c’è il lavoro degli uomini, donne, bambini ed anziani zapatisti.

Perché da anni abbiamo capito che il nostro anelito non è locale, né nazionale, è internazionale.

Abbiamo capito che per il nostro impegno le frontiere sono d’intralcio. Che la nostra lotta è mondiale. Che lo è sempre stata, ma che chi ci ha partorito non lo sapeva e che è stato quando il sangue indigeno ha preso il timone oltre al motore, e segnato la rotta, che abbiamo scoperto che il dolore, la rabbia e la ribellione non hanno passaporto e che sono illegali sopra, ma sono sorelle in basso.

Oggi possiamo chiamare “compañero”, “compañera”, “compañeroa” chiunque resiste, si ribella e lotta in qualsiasi parte del pianeta.

Questa è la nuova geografia che non esisteva nell’altro calendario.

Dunque accogliete il nostro appoggio senza pena.

Ricevetelo per quello che è, un saluto.

Con questo come pretesto scuotete il mondo, graffiate i muri, dite “no”, alzate il cuore e lo sguardo.

E se il potente non vi vede né vi sente, invece vi vedono e vi ascoltano le zapatiste, gli zapatisti che, benché non siamo grandi, bazzichiamo da secoli e sappiamo bene che il domani è partorito come dev’essere, cioè, in basso e a sinistra.

-*-

Di individu@ e collettiv@.

Ci sono molte cose che non siamo in grado di spiegare. Sappiamo che sono così, ma la nostra conoscenza è rudimentale e non possiamo spiegare perché.

Vedete, per esempio, “le grandi menti” ci dicono che non ne sappiamo di marxismo (non so se questo è un difetto o una virtù), che siamo una fantasia prolungata nel tempo per cause che non possono spiegare ma che sono sospette. Siccome non è possibile che un gruppo di indigeni pensi, vuol dire che è l’uomo bianco o qualche forza oscura a manipolarci e a portarci non so dove.

La nostra conoscenza, ci dicono, nel migliore dei casi non è altro che volontarismo e fortuna, o semplice manipolazione di qualche mente perversa nel peggiore.

Ma non è che li preoccupa se qualcuno ci comanda ed orienta. Quello che li disturba è che non siano loro a farlo. Li infastidisce che non obbediamo, che l’insubordinazione in queste terre non sia una bandiera ma ormai uno stile di vita.

In sintesi, li disturba e infastidisce che siamo zapatisti.

E la stessa incapacità per la lotta che suppongono abbiamo, la estendono alla conoscenza.

Continuano a guardarci dall’alto. Si affacciano dalle loro ampie e lussuose balconate a guardarci con scherno, con pena, con disapprovazione. Per tornare poi a masturbarsi nelle loro spaziose cabine pensando alla loro prosperità e benessere. Eccitandosi nell’immaginare il dolore dell’altro, la disperazione dell’altra, l’angoscia dell’otroa.

Perché loro, stanno sopra nella superba nave, navigano sulla grande finca galleggiante che percorre le geografie e i calendari attuali.

Ma se si riaffacciano e rivolgono lo sguardo in basso e a sinistra, con preoccupazione ci vedono più vicini.

No, non è che siamo cresciuti per raggiungerli. Non è che ci allunghiamo per cercare di essere come loro.

No, noi non siamo loro. E non vogliamo esserlo.

Se ci vedono più vicini, è semplicemente perché la loro superba nave affonda. Affonda irrimediabilmente, e lo sanno il finquero, i capoccia e i caporali che hanno già pronte le scialuppe per abbandonare il vascello quando la catastrofe sarà tanto evidente che nessuno potrà negarla.

Ma non fate caso a me. Sono loro i grandi studiosi, quelli che maneggiano con abilità le nuove meraviglie tecnologiche. Sono loro che possono, con un colpo di dito, trovare giustificazioni per il loro cinismo, la loro viltà, la loro imbecillità che, non perché istruita, smette di essere quello che è: incompetenza pedante e cinica. Loro che, con destrezza, evitano le argomentazioni contrarie, che truccano e pubblicano parole e fatti adattandoli a convenienza.

E non gli interessa nemmeno correggerci. Vogliono solo consolarsi nella loro bassezza, nella loro solitudine. E si credono individuali, unici, irripetibili, ma non sono altro che una mosca in più tra le milioni che volano sulla merda.

Loro che credono di sapere e non sanno. Loro che vogliono vincere, e perdono.

Perché loro credono di essere al salvo dal collasso. Che il dolore sarà sempre di altri.

Davvero credono che la disgrazia prima busserà alla loro porta e chiederà il permesso di entrare nella loro vita?

Credono che ci sarà un annuncio preventivo, che ci sarà un’applicazione sul cellulare che li avviserà dell’avvicinamento della tragedia?

Sperano che suonerà l’allarme e potranno uscire ordinati dal proprio luogo di lavoro, dalla loro casa, dalla loro auto e raggrupparsi in un determinato punto?

Sperano che nei loro miserabili mondi apparirà, all’improvviso, il segnale che indichi: “punto di incontro in caso di apocalisse”?

Nei loro villaggi, nelle loro colonie, nelle loro città, nei loro paesi, nei loro mondi, c’è una porta con un’insegna luminosa che dice “USCITA DI SICUREZZA”?

Pensano che sarà come nelle serie e film catastrofici, dove tutto è normale ed in un istante tutto svanisce?

Forse. Sono loro che sanno, che impartiscono giudizi e condanne.

Ma, secondo noi, zapatiste e zapatisti, l’incubo lo sta costruendo a poco a poco il Potente. Il più delle volte, lo presenta come un beneficio, un avanzamento. A volte è il progresso, lo sviluppo, la civiltà.

Ma noi siamo solo indigeni, cosa che, secondo loro, vuol dire ignoranti, manipolati dalla religione, o dalla necessità, o da entrambe.

Per loro non abbiamo né la capacità né il raziocinio per distinguere una cosa da un’altra.

Per loro non siamo capaci della minima elaborazione teorica.

Ma, per esempio, più di 20 anni fa denunciammo il collasso che avrebbe subito la globalizzazione neoliberale. Ora le grandi menti scoprono che, in effetti, la globalizzazione scoppia, e scrivono minuziosi saggi per dimostrare quello che si può constatare spegnendo la televisione, il computer o lasciando in pace il cellulare per alcuni istanti e, non diciamo di uscire per strada, ma basterebbe affacciarsi alla finestra per vedere quello che succede. Si citano e ricitano tra loro, si congratulano e scambiano moine e festini teorici (ok, anche carnali, ma a ognuno faccia come gli pare).

Se, in teoria, ci fosse giustizia, si potrebbe ammettere che i più piccoli dei piccoli si sono affacciati per primi alla catastrofe in corso e l’hanno segnalata.

Non hanno detto se era bene o male, non hanno abbondato e ridondato di citazioni a piè di pagina, né hanno accompagnato le loro asseverazioni con riferimenti a strani nomi pieni di titoli accademici.

Vi racconto questo perché, un paio di giorni fa, vi dicevo che tra le carte del SupMarcos avevo trovato quel testo che si suppone spiega le ragioni e i motivi che hanno portato uno scarabeo di nome proprio Nabucodonosor, a scegliere un nome di lotta ed una conseguente professione, abbandonare la sua casa e famiglia, ed armato di un guscio di noce come elmo, un tappo di plastica del flacone di un medicinale come scudo, una graffetta piegata come lancia ed un rametto come spada (che, ovviamente, si chiamava Excalibur), scegliere un amore impossibile, assegnare ad una tartaruga la missione di cavalcatura col paradossale nome di “Pegaso”, scegliere come scudiero un guerrigliero dal naso prominente e lanciarsi a percorrere le strade del mondo.

Ma io non cercavo quel testo. Perché nell’ultimo periodo ho letto ed ascoltato studi ed analisi che sostengono che sembra, è probabile, può essere, è una supposizione, la globalizzazione neoliberale non sia la panacea promessa e che, in realtà, stia portando più danni che benefici.

Allora sono andato a frugare in quel baule perché ricordavo di averlo già letto.

E poi l’ho trovato e ve lo leggo. È datato aprile 1996 ed è una relazione scritta da uno scarabeo. Si intitola:

“ELEMENTI PROMETTENTI PER UN’ANALISI INIZIALE COME PRIMA BASE DI UN APPROCCIO ORIGINALE ALLE PRIMOGENITE CONSIDERAZIONI FONDAMENTALI CIRCA IL BASAMENTO SOVRASTORICO E SUPERCALIFRAGILISTICOESPIRALIDOSO DEL NEOLIBERISMO NELLA CONGIUNTURA DECISIVA DEL 6 APRILE 1994 ALLE ORE 0130 IN PUNTO, ORA SUDORIENTALE, CON LA LUNA CHE TENDE A SVUOTARSI COME LA TASCA DI UN LAVORATORE ALL’APICE DELLE PRIVATIZZAZIONI, DEGLI AGGIUSTAMENTI MONETARI ED ALTRE MISURE ECONOMICHE TANTO EFFICACI DA PROVOCARE INCONTRI COME QUELLO A LA REALIDAD” (Prima di 17.987 parti).

La relazione era abbastanza sintetica. Di fatto, si compone di una sola frase che dice:

“Il problema con la globalizzazione nel neoliberismo è che i globos [palloncini in spagnolo – n.d.t.] scoppiano”.

Capisco che in una pubblicazione “seria” dell’accademia o del limitato universo dei media prezzolati non si può citare a piè di pagina: “Don Durito de La Lacandona. Op. Cit. 1996). Perché poi bisognerebbe chiarire, alla fine della pubblicazione, che l’autore è uno scarabeo che si crede un cavaliere errante le cui tracce si sono perse a La Realidad il 25 maggio del 2014.

Ma, vi dicevo che ci sono molte cose di cui non riusciamo a spiegare il perché, ma sono così.

Per esempio, l’individualità e il collettivo.

La forma collettiva è meglio che individuale. Non sono in grado di spiegarvi scientificamente perché, ed avete tutto il diritto di accusarmi di esoterismo, o di qualcosa di altrettanto orribile.

Quello che abbiamo visto nel nostro limitato ed arcaico orizzonte, è che il collettivo può tirare fuori e far brillare la parte migliore di ogni individualità.

Non è che il collettivo ti renda migliore e l’individualità ti renda peggiore, no. Ognuno è quel che è, un complesso intrico di virtù e difetti (per quello che significhino le une e gli altri), ma in determinate situazioni affiorano le une o gli altri.

Provateci almeno una volta. Non vi succederà niente. In ogni caso, se siete così meravigliosi come pensate di voi stessi, allora rafforzerete la vostra convinzione che il mondo non vi merita. Ma forse troverete dentro voi delle abilità e capacità che non sapevate di avere. Provate, se non vi piace potete sempre tornare al vostro account di tuiter, al vostro muro di feisbuc, e da lì continuare a dettare al mondo intero quello che si deve essere e fare.

Ma non è per questo che ora vi suggerisco di lavorare e lottare in collettivo. Il fatto è che sta arrivando la tormenta. Quello che si vede adesso non è nemmeno lontanamente il punto più alto. Il peggio deve arrivare. E le individualità, per quanto brillanti e capaci siano, non potranno sopravvivere se non con altri, altre, otroas.

Noi abbiamo visto come il lavoro collettivo non solo ha permesso la sopravvivenza dei popoli originari alle diverse tormente terminali, ma anche a progredire quando sono comunità, e sparire quando ognuno guarda al proprio benessere individuale.

Per quanto riguarda le comunità indigene zapatiste, il lavoro collettivo non l’ha portato l’EZLN, neanche il cristianesimo, né Cristo né Marx hanno avuto a che fare con questo, ma nei momenti di pericolo, di fronte a minacce esterne, per le feste, la musica e il ballo, la comunità nei territori dei popoli originari diventa un solo collettivo.

È lì da vedere.

In ogni caso, io vi suggerirei di approfittare di quello che farà il Congresso Nazionale Indigeno a partire da maggio di questo anno. Speriamo davvero che il CNI compia il suo mandato e non cada nella trappola della ricerca di voti e incarichi, ma porti l’ascolto fraterno di chi in basso è dolore e solitudine, che lo possa alleviare con l’invito all’organizzazione.

Il cammino di queste compagne e compagni renderà visibili quartieri, comunità, tribù, nazioni, popoli originari. Avvicinatevi a loro, agli indigeni. Abbandonate, se potete, la lente dell’antropologo che li vede come insetti rari ed anacronistici. Lasciate da parte la pena ed il ruolo di missionario evangelizzatore che offre loro salvazione, aiuto, conoscenza. Avvicinatevi come sorella, fratello, hermanoa.

Perché, quando arriverà il momento in cui nessuno saprà dove andare, i popoli originari, quelli che oggi sono disprezzati e umiliati, sapranno dove posare il passo e lo sguardo, sapranno il come e il quando. In sintesi, sapranno rispondere alla domanda più importante ed urgente in quei momenti: “che cosa succederà adesso?”.

-*-

Ed ora, per finire, alcune brevi segnalazioni. Alcune piste.

– Quando Trump parla di recuperare le frontiere degli Stati Uniti, dice che è quella col Messico, ma lo sguardo del finquero punta al territorio Mapuche. La lotta dei popoli originari non può né deve limitarsi al Messico, deve alzare lo sguardo, l’ascolto e la parola ed includere tutto il continente, dall’Alaska fino alla Terra del Fuoco.

– Quando per voce del Subcomandante Insurgente Moisés, diciamo che il mondo intero si sta trasformando in una finca ed i governi nazionali in capoccia che simulano potere e indipendenza quando il padrone è assente, non solo stiamo segnalando un paradigma con conseguenze teoriche. Stiamo segnalando anche un problema che ha conseguenze pratiche per la lotta. E non ci riferiamo alle lotte “grandi”, quelle dei partiti politici e dei movimenti sociali, ma a tutte le lotte. Lo zapatismo, come pensiero libertario, non riconosce il Río Bravo e Suchiate come limiti alla sua aspirazione di libertà. Il nostro “per tutti, tutto” non riconosce frontiere. La lotta contro il Capitale è mondiale.

– Tra le varie opzioni, la nostra posizione è stata ed è chiara: non esiste un capoccia buono. Ma comprendiamo che qualcuno, la maggior parte delle volte come terapia consolatoria, faccia distinzione tra i cattivi e i peggiori. Ok, chi poco fa, di poco o niente si accontenta.

Ma questi dovrebbero cercare di capire che chi rischia tutto, vuole tutto. E per noi, zapatiste e zapatisti, il tutto è la libertà.

Non vogliamo scegliere tra un padrone crudele ed uno buono, semplicemente non vogliamo padroni.

È tutto qui.

Molte grazie. Oltre a quelle che mi adornano.

SupGaleano.

Aprile 2017

DAL QUADERNO DI APPUNTI DEL GATTO-CANE

I.- Scene dalla Finca Globale.

I signori John McCain e John Kelly vengono convocati. Il primo è senatore ed il secondo è segretario alla Sicurezza Nazionale nel governo nordamericano. Il padrone li rimprovera per il commento sul fatto che sarebbe un problema che arrivasse una candidatura di sinistra alla presidenza del Messico, cosa che è stata sfruttata da uno dei pre-candidati per promuoversi.

Tanto McCain quanto Kelly si guardano stupiti e dicono: “ma noi ci stavamo riferendo a quello che vogliono quei fottuti indio mangiafagioli, che vanno dicendo che possono governare non solo il Messico ma il mondo intero con il loro fottuto consiglio. Loro sì che sono un problema, non so perché l’altro si sia sentito coinvolto, quando sappiamo bene che lui non rappresenta nessuna minaccia se non per sé stesso”.

Il padrone, che sia il finquero o che sia il capitalista, li ha ascoltati e mosso il capo assentendo con approvazione. Ha dato loro ordine di ritirarsi e poi ha chiamato Donaldo e sua mamma (che appare solo qui per citarla), così come i principali leader politici per dare loro indicazioni.

Ore dopo, in solenne sessione del congresso nordamericano, Trump consegna al senatore McCain ed al generale Kelly la medaglia al merito capitalista, il più alto onore che il padrone concede a capoccia, maggiordomi e caporali.

La sessione trascorreva senza contrattempi quando si è sentito del chiasso provenire dalla sala stampa dove i corrispondenti assegnati alla Casa Bianca si stavano annoiando a morte. All’improvviso, tutti si accalcano intorno ad uno dei monitor.

Sembra che una collega, più annoiata del ciuffo di Trump, facendo “zapping” in rete sia arrivata alla pagina del Sistema Zapatista di Televisione Intergalattica (“SIZATI” la sigla in spagnolo).

Sullo schermo si vedeva la stessa cerimonia ma attraverso una telecamera che riprendeva tutto alle spalle di Trump.

Nell’immagine si vedeva Trump con un foglio incollato su una delle natiche su cui c’era scritto “Kick mi“, ed un altro sull’altra natica che diceva “Fuck me” ed un altro, all’altezza della spalla sinistra, su cui si leggeva “Vamos por todo para todoas” e firmato “Il fottuto Congresso Nazionale Indigeno“.

I corrispondenti impazziti chiamano frenetici le redazioni, le principali catene televisive del mondo sospendono la programmazione abituale per collegarsi col SIZATI. In tutto il pianeta gli schermi si riempiono delle natiche del signor Trump.

Le conseguenze non si fanno attendere: la famiglia molto onorevole, discreta e schiva Kardashian, viene colta da una sincope cardiaca perché il suo reality show ha perso il 100% dell’audience; il mondo intero non vede la scena culminante della serie The Walking Dead, dove Darill confessa il suo amore a Rick e quando Rick e Flechitas si baciano appassionatamente, zac!, la Michone taglia la testa ad entrambi e, rinfoderando la sua katana dice, guardando la telecamera: “meglio che vada nella fottuta selva lacandona a cercare il mio vero amore, il fottuto SupGaleano, non sia mai che mi freghi la fottuta Rousita”; e neanche si è potuto vedere l’ultimo episodio della serie Trono di Spade, in cui Dayanaris dà un bacio a Tyron, dimostrando che il fottuto piccoletto vince quando gioca e che, in effetti, John Snow non sapeva niente.

Dal podio del congresso, Trump osserva l’agitazione tra i corrispondenti e pensa tra sé che finalmente la fottuta stampa ha capito la sua grandezza, cioè di Trump himself.

Ore dopo, la settima flotta navale dei fottuti marines e la fottuta 101 divisione aerotrasportata vigilano mari e cieli del mondo, sperando che i servizi segreti della NATO scoprano l’ubicazione del fottuto SIZATI per lanciargli 3 mila missili Tomahawk con 3 mila testate nucleari ognuno, oltre alla madre di tutte le bombe.

Nel bunker del padrone arriva la comunicazione: “i fottuti bastardi are fuckin every where” che in spagnolo si può tradurre come “non abbiamo una fottuta idea di dove siano quei dannati”.

L’industria militare lavora ormai a tutto regime per fornire nuovi missili, quindi bisogna esaurire quelli che già ci sono, altrimenti la fottuta compagnia del finquero si arrabbia. Il padrone scarabocchia un nuovo ordine. Il fottuto segretario alla difesa gringo guarda sconcertato il finquero. Il capoccia lo guarda con la faccia di “fallo!“, e il militare corre a trasmettere il nuovo fottuto ordine.

I 3 mila fottuti missili Tomahawk ricevono un nuovo fottuto obiettivo: la fottuta Casa Bianca (quella di Trump, si capisce, don’t worry fottuto Peña Nieto).

Sparate”, ordina il fottuto finquero, “troveremo un altro fottuto capoccia”.

Qualche ora dopo i leader mondiali esprimono il proprio cordoglio al “popolo fratello degli Stati Uniti”, ed una lunga fila di afflitti aspetta il suo turno fuori dalla casa del padrone.

Tra le fila si possono distinguere la Hillary, il Chapo, la Calderona e l’aspirante poliziotto Aurelio Nuño Ramsey, che ripete a sé stesso “si dice read, non red“.

Molto lontano da lì, nello stato messicano sudorientale del Chiapas, sulla cima di una ceiba, connessa ad internet col suo computer attraverso un’antenna fabbricata dal SubMoy e dal Monarca col coperchio di una pentola, liane, nastro adesivo e un modem usb, una bambina e un bambino si guardano sconcertati e lei lo rimprovera: “Te l’avevo detto di non fare click lì“. Il bambino si difende “Non sono stato io“. In mezzo ai due bimbi, un animaletto che sembra un gatto… o un cane, agita allegramente la coda e sorride con fottuta malizia.

(fottuta dissolvenza)

-*-

 

II.- Difesa Zapatista e la pietra sul sentiero.

Perché sono così stronzi gli uomini?”.

La domanda viene dalla porta della capanna ed è la bambina Difesa Zapatista che, con le mani sui fianchi, mi guarda con severità.

Mi ha colto di sorpresa. Io stavo tentando di decifrare com’era possibile che più di 50 missili nordamericani Tomahawk avessero provocato solo 5 o 6 morti nell’aeroporto militare in Siria. O quei Tomahawk erano stati fatti in Cina, o i gringo avevano avvisato prima i russi per dargli il tempo di sloggiare.

Potrei chiedere a Difesa Zapatista la sua opinione ma credo che il momento non sia opportuno. Perché, mentre vi racconto questo, la bambina è già dentro la capanna e si è piantata davanti a me. Al suo fianco, anche il gatto-cane mi guarda fisso con disapprovazione.

Ero sul punto di rispondere “così come?“, ma la bambina non aspetta una risposta ma si assicura solo che la ascolti. Prosegue:

“Vi ha fatti così dio o studiate apposta per essere tarati? O vi preparate e allenate per essere pervertiti?”.

“O si viene fuori così e quando si è piccini non si sa ma quando si cresce allora quello che è tarato è uomo e quella che è intelligente è donna?”

Io mi sto preparando un lungo discorso, come si dice, di difesa di genere, ma c’è un machete troppo vicino alla bambina arrabbiata e dubito che sia prudente cercare di muovermi perché il gatto-cane grugnisce, ostile, ai miei stivali.

Non riesco a capire che cosa abbia provocato la furia zapatista della bambina zapatista, ma lei non si trattiene nemmeno per riprendere fiato.

“Che forse in quanto donne non sappiamo usare il machete? Lo sappiamo fare. E sappiamo lavorare la terra e quando si zappa e quando si brucia e quando si semina”.

“Che forse non ne sappiamo di animali? Cioè degli altri animali, non parlo degli uomini”.

Quando la tempesta si placa, domando a Difesa Zapatista che cosa è successo che l’ha fatta tanto arrabbiare.

Tra minacce e proteste di genere, la bambina mi racconta:

Sembra che il commissario autonomo sia venuto a misurare il campo per installare un palco per il prossimo CompArte.

Difesa Zapatista voleva che il palco stesse su un lato del campo, dalla parte del ruscello. Così, più avanti, può servire perché lei ci salga a ricevere il trofeo una volta completata la squadra e vinto il campionato.

Il commissario ha pensato che stia meglio dietro la porta che dà sulla strada principale, e non ascolta gli argomenti della bambina che, vedendosi contrariata, ha deciso che il commissario, in quanto uomo, sta attaccando i suoi diritti di “come donne che siamo” ed ha cominciato a dare contro alla classe politica.

Mi racconta che la cosa è diventata grave perché il Gatto-cane si è sentito obbligato ad intervenire nella questione ed ha morso il commissario alla caviglia. Cosicché il cane, gatto o quello che sia e la bambina, sono stati portati nella scuola dove la promotrice di educazione ha ascoltato scandalizzata, come si dice, “il resoconto dei fatti” che le ha riferito il commissario.

Risultato: punizione, la bambina ed il gatto-cane dovevano cercare e parlare col SupGaleano affinché lui spiegasse loro perché l’arte è importante nella lotta.

Non vedendo particolare predisposizione ad apprendere né nella bambina né nell’animaletto, ho tentato di applicare il mio famoso metodo pedagogico “gira e rigira” che si basa sul postulato filosofico secondo cui “non c’è problema sufficientemente grande, che non si possa aggirare”.

Quindi, ho raccontato loro la seguente storia:

“La Pietra sul sentiero”

Ci sarà una volta una comunità. Tutti i giorni, molto presto, gli uomini e le donne prendevano il loro caffè ed un po’ di fagioli e dopo aver messo una palla di pozol ed una bottiglia d’acqua nello zaino, andavano alla milpa collettiva. Così era tutti i giorni, e la vita del villaggio indigeno seguiva il suo corso di resistenza e ribellione.

Ma, un giorno piovve molto forte ed una grande pietra precipitò dal monte fino ad ostruire il sentiero verso la milpa. Tutto il villaggio andò a vedere. Sì, era una pietra enorme. Provarono a rimuoverla, ma niente da fare.

Quindi, fecero un’assemblea sul posto ed espressero il loro pensiero sul da farsi.

Alcuni dissero che non c’era modo, che bisognava cercare un altro posto per coltivare la milpa.

Altri dicevano di no, che il terreno già era stato zappato e sarebbe rimasto incolto se non lo avessero più lavorato.

Altri dicevano che la pietra l’aveva messa lì la mafia del potere come parte di un complotto contro il Consiglio Indigeno di Governo del Congresso Nazionale Indigeno.

Andarono avanti quindi a discutere e si formarono vari gruppi: un gruppo diceva che bisognava pregare dio affinché togliesse la pietra, un altro gruppo diceva che non serviva dio, ma la scienza; ed un altro diceva che bisognava indagare e scoprire le orme dei chupacabras Salinas, il De Gortari, non il Pliego. Perché il Salinas De Gortari era il Salinas cattivo ed il Salinas Pliego era il Salinas buono.

Allora, ogni gruppo si mise a fare quello che pensava.

Quelli della preghiera portarono l’incenso ed un’immagine del santo patrono del villaggio, costruirono un piccolo altare e si misero a pregare e pregare.

L’altro gruppo prese quaderni e metro a nastro e si misero a misurare e calcolare per rimuovere la pietra facendo leva con un palo.

Un altro ancora portò una squadra di detective marca “Mi Allegría” che con lente e microscopio ispezionava la pietra per vedere se il chupacabras aveva lasciato le impronte del suo zoccolo.

I tre gruppi erano lì a fare quello che avevano pensato di fare, credendo che fosse il modo migliore di risolvere il problema.

In quel mentre arrivò una bambina.

Veniva dalla milpa.

Tutti la circondarono e cominciarono a farle domande.

Il gruppo dei devoti le chiedeva se dio le avesse inviato un angelo che l’aveva trasportata volando sopra la pietra, e cominciarono a gridare “miracolo! miracolo!” e a cantare salmi e lodi.

Il gruppo scientifico le domandò come aveva risolto la distribuzione del punto di appoggio, forza e resistenza, e si prepararono a prendere appunti nei loro quaderni.

Il terzo gruppo le chiese le prove della partecipazione del chupacabras cattivo, mentre redigevano un documento in cui i sotto firmatari invitavano tutti ad appoggiare col loro voto il redentore di turno. Il documento sarebbe uscito sui mezzi di comunicazione di proprietà del chupacabras buono.

La bambina taceva e guardava tutti stupita.

Alla fine la lasciarono parlare e lei spiegò che, quando quella mattina era uscita con un altro bambino, la stupida pietra era lì (così disse) e siccome non si riusciva a passare, il bambino e lei erano andati a prendere il machete ed avevano creato un varco che girava intorno alla stupida pietra (così disse) e, con la sua manina indicò il tracciato che, in effetti, aggirava l’ostacolo e più avanti si collegava con la strada. Al suo fianco, il bambino taceva.

Solo allora i tre gruppi notarono il sentiero.

Tutti festeggiarono e si congratularono con la bambina perché aveva risolto “la” problema.

Il commissario si lanciò in un discorso per lodare la bambina. Lei sì aveva pensato che è importante la strada per la milpa e per questo aveva fatto il sentiero.

Tutti applaudirono e chiesero che la bambina dicesse la sua parola.

La bambina si mise di fronte all’assemblea e spiegò:

“Non ho pensato affatto a quello che dite, io volevo solo raccogliere qualche fiore di Chene´k Caribe per far giocare la mia sorellina, e il Pedrito qui presente voleva scovare il tasso che ruba il mais”, e mostrò i fiori all’assemblea, mentre il bambino si nascose dietro di lei.

Tutti rimasero zitti e un po’ delusi.

Alla fine il commissario prese la parola e disse: “facciamo festa“.

Sììì” risposero tutti ed andarono a fare festa.

Tan-tan.

Difesa Zapatista ascoltò con attenzione tutta la storia.

Allora il gatto-cane andò nell’angolo dove c’era il mio machete e, muovendo la coda, abbaiò e miagolò alla bambina. Difesa Zapatista lo guardò e, all’improvviso, si alzò esclamando “Certo!”, e prese il machete.

Vai a tracciare un altro sentiero?”, le domandai.

Ma quale sentiero!”, mi disse sulla porta.

“Vado a cercare il Pedrito e in collettivo distruggeremo il palco del commissario. Metto di guardia il Pedrito per controllare se si avvicina il nemico. E poi costruiremo un altro palco più bello di quello del commissario e metteremo fiori e colori e sarà molto allegro e musicanti e ballerine vorranno andare sul nostro palco e non su quello del commissario che sarà molto triste perché è degli uomini del cavolo. E dirò ai musicanti di fare la canzone di quando vinciamo la partita, e convincerò le ballerine ad entrare nella mia squadra e così saremo di più, anche se ci vorrà tempo, ma saremo di più”.

Difesa Zapatista se ne andò. Io rimasi nella capanna a pensare dove avevo sbagliato nel mio metodo pedagogico.

Ora sono qui, seduto fuori della capanna, sperando che vengano a dirmi che Difesa Zapatista è in castigo nella scuola, col Gatto-cane che le dorme in braccio, mentre scrive nel suo quaderno per 50 volte “non devo ascoltare le storie del fottuto SupGaleano”.

Fottute grazie.

SupGaleano.

Aprile 2017

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/04/14/lecciones-de-geografia-y-calendarios-globalizados/

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