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Archive for luglio 2011

La Jornada – Venerdì 29 giugno 2011

Gli indigeni di San Sebastián Bachajón ribadiscono la loro lotta a difesa del territorio

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 28 luglio. Il vescovo Raúl Vera si è incontrato in città con gli ex detenuti di San Sebastián Bachajón e le autorità dell’Altra Campagna della regione che corrisponde a San José en Rebeldía nella cartografia autonoma zapatista, nel cuore storico tzeltal di Chilón. Vera ha ringraziato gli indigeni per il loro “esempio di lotta per il territorio e l’insegnamento di come camminare, resistere e lottare”.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) ha informato che nel contesto della riunione ordinaria del suo consiglio direttivo, presieduto dal vescovo di Saltillo, i cinque ex prigionieri politici “hanno condiviso la gioia” della loro liberazione, e ringraziato a loro volta “per non essere stati lasciati soli in questi frangenti della loro lotta”.

Gli ejidatarios “hanno riaffermato che la loro lotta è per la difesa della terra e del territorio, e che continueranno ad organizzarsi con i compagni e le compagne”.

Da parte sua, il Frayba ha dichiarato che “è in questi momenti di gioia che, a partire dal diritto inalienabile delle persone all’autodeterminazione e dei popoli all’autonomia, diversità culturale e vita degna, il popolo organizzato difende e genera nuove pratiche nell’esercizio del diritto di vivere in pienezza i diritti umani”.

Da parte loro, come per chiudere questo capitolo di una storia che non è finita, gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, aderenti all’Altra Campagna, dalla loro comunità hanno ringraziato per la solidarietà ricevuta: “Grazie per aver confidato in noi, nonostante i ricatti del malgoverno che ha cercando di comprare la nostra dignità per prostituire le nostre terre. Per la nostra lotta, per le nostre sofferenze, noi che siamo in basso resistiamo, siamo qui andremo avanti”.

Hanno spiegato che la liberazione dei loro compagni “non vuol dire che smettiamo di lottare, al contrario, proseguiremo rafforzandoci di giorno in giorno”, perché “la difesa della madre terra e delle sue risorse non ha fine”.

Aggiungono: “Come esseri umani dobbiamo prendere coscienza, perché il malgoverno si sta appropriando della terra come qualcosa su cui lucrare”. Confidano che la loro recente esperienza sia “un esempio chiaro del fatto che il movimento che abbiamo creato non è politico, ma è per la nostra madre terra”, e chiedono “giustizia degna per il popolo ed il mondo”. Gli indigeni invitano collettivi, organizzazioni e media che li hanno appoggiati nei mesi scorsi a continuare a farlo. “Questo è un grazie, non un addio, perché continueremo a lottare”. http://www.jornada.unam.mx/2011/07/29/politica/020n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Martedì 26 luglio 2011

ONG chiede di indagare su possibili frodi nella costruzione della città rurale

 Hermann Bellingausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 25 luglio. La Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani (Limeddh) ha esortato il governo statale, e fondazioni come Azteca e Fomento Social Banamex “a indagare su possibili frodi nella costruzione della città rurale Nuevo Juan de Grijalva”. Ha inoltre sollecitato le commissioni nazionale e statale dei diritti umani (CNDH e CDH) a prendere in considerazione le raccomandazioni relative ai detenuti arrestati un anno fa a Tecpatán e Frontera Comalapa, perché “sono vittime di un processo ingiusto”.

Tre anni fa un disastro naturale ha distrutto la comunità Juan de Grijalva (Ostuacán) e fino ad oggi, oltre che ad “offrire l’opportunità” al governo di mettere in moto le caldeggiate città rurali, non si sono risolti i problemi nella zona. Al disastro dovuto allo smottamento del novembre 2007 sul fiume Grijalva, si è aggiunta “l’erronea strategia di recupero di Conagua e CFE” che hanno tenuto per tre mesi sott’acqua 404 case di 33 villaggi. I governi statale e federale, CFE, Conagua e fondazioni private hanno fornito risorse, programmi di aiuto, indennizzi ed acquisto di terreni. Per Limeddh, “sono positive le iniziative per aiutare i disastrati”, ma è preoccupata che si faccia “senza tenere in considerazione l’opinione e i bisogni della popolazione”. Dopo un’indagine durata tre anni, la Limeddh ha rilevato “irregolarità e conflitti sociali” per “abbandono e la corruzione nel conferimento di risorse e realizzazione di progetti”.

Emerge la “bassa qualità” nella costruzione della città rurale, in contrasto con le valutazioni del catasto statale, dove sono indicati materiali migliori di quelli realmente utilizzati, “situazione che porta a supporre una frode milionaria”. Inoltre, gli abitanti manifestano scontento per la lontananza delle case dalle loro terre, e l’inesistenza di spazi per la coltivazione o l’allevamento di animali. Senza possibilità di attivare l’economia interna, affrontano la “disintegrazione sociale”: mentre le famiglie devono abitare le case “per non perderle, come stabilisce il contratto, gli uomini emigrano in cerca di lavoro”.

Lo studio segnala “mancanza di controllo sulla consegna di risorse e l’esproprio di terreni”, ed una “distribuzione irregolare degli aiuti”. Questo “crea bande, conflitti ed un clima di paura”. I disastrati denunciano inadempimento degli impegni statali e municipali, abusi di polizia e pressioni su chi non accetta il trasferimento, “al punto di ritirare i servizi di salute ed educazione alle comunità per forzare il trasferimento nella città rurale”.

Un anno fa, di fronte alle proteste a Tecpatán e Frontera Comalapa, “le autorità risposero in maniera brutale ed indiscriminata”, dice la Limeddh, e ricorda sia i prigionieri di coscienza sia “quelli ingiustamente associati a motivi politici”.

Di fronte alla mancanza di risposte, “le vittime del disastro naturale sono state costretti ad organizzarsi”. C’è la continua minaccia contro chi è in lotta nelle comunità, e 32 sotto processo. I detenuti sono accusati di reati gravi per “tenerli in prigione” e dimostrare “quello che può succedere”, e così si soffoca lo scontento per lo sbarramento del fiume Grijalva.

Più di 300 famiglie, che vivono in capanne malsane costruite come rifugio provvisorio, “aspettano ancora la costruzione della promessa città e la consegna di altre risorse promesse”.

Il rapporto è stato presentato i primi giorni di giugno all’Esecutivo statale, CFE, Conagua, CNDH e CEDH, “come si farà con le fondazioni e le istituzioni private”. Il 16 luglio, il segretario di Governo, Noé Castañón, ha dichiarato di non essere a conoscenza dell’esistenza di dissensi. http://www.jornada.unam.mx/texto/021n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 25 luglio 2011

Liberati gli ultimi campesinos ancora in carcere dei “cinque di Bachajón”

Hermann Bellinghausen. Inviato San Cristóbal de las Casas, Chis. 24 luglio. Sabato scorso sono stati rilasciati gli ultimi quattro dei “cinque di Bachajón”, campesinos aderenti all’Altra Campagna dell’ejido San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, in carcere da oltre cinque mesi nella prigione di Playas de Catazajá, accusati dell’omicidio di un ejidatario di Agua Azul (Tumbalá) e di presunti reati in relazione alle manifestazioni di protesta svolte sul luogo la prima settimana di febbraio.

Sebbene le accuse fossero risultate false, gli indigeni sono rimasti in prigione come “ostaggi” del governo, come ha ripetutamente sostenuto il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba).

Juan Aguilar Guzmán, Jerónimo Guzmán Méndez, Domingo García Gómez e Domingo Pérez Álvaro, che in diverse occasioni hanno denunciato maltrattamenti da parte delle autorità del Centro di Reinserimento Sociale No. 17, si trovano già nella loro comunità. Lo scorso 7 luglio era stato rilasciato Mariano Demeza Silvano, rinchiuso nel centro di reinserimento  minorile di Villa Crisol (Berriozábal).

Bisogna ricordare che questa persecuzione contro gli indigeni è avvenuta nel contesto di un conflitto a San Sebastián Bachajón per il possesso del botteghino di ingresso degli ejidatarios alle cascate di Agua Azul, importante attrazione turistica nella selva a nord dello stato. Il botteghino, installato dagli ejidatarios, era stato attaccato da militanti del PRI e del PVEM (Fondazione Colosio), che “hanno distrutto e rubato tutto quello che hanno trovato al loro passaggio”, e si sono appropriti con violenza del sito agli inizi di febbraio, con il sostegno dell’Esercito federale e della polizia che da allora rimangono acquartierati lì.

Durante gli scontri perse la vita Marcos García Moreno, del gruppo aggressore, e furono accusati quelli dell’Altra Campagna, “quando in realtà ‘l’ideologo” era il segretario generale del Governo”, dissero questi, denunciando l’aggressione come “il prodotto delle riunioni private” tra funzionari ed ejidatarios filogovernativi.

L’arresto degli indigeni, per diversi mesi ha dato origine a decine di azioni di protesta presso Consolati ed Ambasciate del Messico in Europa, Stati Uniti, Sudafrica, Australia ed Argentina, oltre a mobilitazioni in Chiapas ed in altre parti del paese. Sulla costa del Chiapas le proteste dell’Altra Campagna sono state soffocate con nuovi arresti, anche se per pochi giorni.

Il Movimento per la Giustizia del Barrio, di New York, che ha animato e diffuso queste proteste solidali ed ha giocato un ruolo determinante nella loro organizzazione, ieri sera ha confermato la liberazione dei contadini tzeltales, ed oggi l’ha fatto il Frayba, incaricato della loro difesa legale.

Gli ejidatarios dell’Altra Campagna hanno dichiarato che manterranno la resistenza e opposizione ai progetti turistici privati, così come la difesa della loro terra e territorio. http://www.jornada.unam.mx/2011/07/25/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 24 luglio 2011

Gli indigeni chiapanechi reclamano la liberazione dei tzeltales di Bachajón

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 23 luglio. Comunità indigene del selva nord del Chiapas reclamano la liberazione immediata ed incondizionata dei quattro tzeltales di San Sebastián Bachajón rinchiusi nella prigione di Playas de Catazajá per motivi politici, che la loro difesa ha definito “ostaggi dello Stato” per aver rivendicato i propri diritti territoriali ed essersi opposti ai progetti turistici as Agua Azul.

“Sono in carcere per aver fatto sentire la propria voce per reclamare quello che spetta loro, perché costruire l’autonomia in Messico è un reato. In Chiapas il malgoverno ha implementato una nuova strategia di contrainsurgencia mascherato da progetti che generano divisioni, violenza, minacce e persecuzioni contro gli attivisti sociali che difendono la madre terra”, affermano i tzeltales di Chilón e choles di Tila. Denunciano anche le condizioni carcerarie del professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez, che sta perdendo definitivamente la vista.

Il governo, accusano, “è sempre di più interessato ai suoi progetti transnazionali e reprime la società con la presenza di polizia e militari, come se fosse una zona di guerra”. Sostengono che “(…) il botteghino di ingresso di Agua Azul è strapieno di militari; sarà perché al comandante delle forze armate avanzano soldati, o perché gli interessi vanno oltre le sue ambizioni, per militarizzare le zone dove la popolazione si oppone alla prostituzione delle sue terre”.

Denunciano che “per il malgoverno è un reato difendere quello che è dei nostri antenati; stiamo subendo molte ingiustizie, intimidazioni ed espropri violenti; ci sono molte ragioni per lottare”.

Raccontano: “Ai compagni di Tila sta togliendo le terre, subiscono persecuzioni da parte del municipio e dei paramilitari di Paz y Justicia manipolati dagli alti comandi della sfera politica”; per la loro opposizione “hanno ricevuto persecuzioni ed arresti il Consiglio Regionale Autonomo della Zona Costa e i difensori dei diritti umani, ed ai compagni di Mitzitón che si oppongono alla costruzione di un’autostrada, hanno paramilitarizzato la comunità per generare disordini”.

Dichiarano che “per il malgoverno questa è la sua guerra occulta, non contro la delinquenza ma contro coloro che reclamano giustizia con dignità”, e che “oggi più che mai è necessario prendere misure per fermare questa guerra e ricomporre il tessuto sociale e comunitario”. In “molte comunità autonome del Chiapas che si rifiutano di prostituire le proprie terre impera la violenza e l’insicurezza per la presenza della polizia “.

La situazione non migliora nelle comunità che “giorno dopo giorno sono popolate da veicoli del governo; quando si raggiunge un centro di salute l’unica cosa che si trova è il mal di testa per ottenere le ricette, non ci sono medicine ma, questo sì, dopo l’esproprio violento del botteghino a Bachajón, al governo è venuta l’idea da costruire un’altra clinica, solo per depistare dalla sua vera intenzione: l’avanzata dei i suoi progetti transnazionali”.

A sua volta, Patishtán Gómez, il prigioniero politico più vecchio dello stato, da più di dieci anni dietro le sbarre, e la cui innocenza è stata ben documentata, ha visto aggravarsi seriamente il suo stato di salute senza ricevere adeguata assistenza medica e si trova sul punto di restare cieco per un glaucoma e complicazioni diabetiche.

Patishtán Gómez, portavoce della Voz del Amate ed aderente all’Altra Campagna, rinchiuso nella prigione di San Cristóbal, ha dichiarato in un manoscritto: “I governanti parlano molto di rispetto dei diritti umani, mentre vediamo il grande numero di persone assassinate, scomparso ed imprigionate, senza protezione alcuna da parte delle autorità. A causa di queste violazioni proseguono le nostre reclusioni ingiuste e fabbricazione di reati”.

Il suo problema si colloca in questa “cornice di ingiustizia”, a causa della quale è stato accusato dell’omicidio di alcuni poliziotti durante un’imboscata a El Bosque nel 1998, accusa che non è mai stata dimostrata. Patishtán, rispettato docente che in prigione è diventato attivo difensore dei diritti umani, scrive: “Sono affetto da glaucoma in fase terminale con conseguente cecità, per cui chiedo al presidente Felipe Calderón Hinojosa la mia liberazione incondizionata; Juan Sabines Guerrero, governatore del Chiapas, ha già riconosciuto pubblicamente la mia innocenza”, come fece lo scomparso vescovo Samuel Ruiz.

I reati a suo carico sono di competenza federale, per cui è stato escluso dalla liberazione di oltre 40 prigionieri politici, molti dei quali dell’Altra Campagna, avvenuta dopo numerosi scioperi della fame durante la presente legislatura. http://www.jornada.unam.mx/2011/07/24/politica/021n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 23 luglio 2011

Ad Actela denunciano persecuzioni ed il taglio dell’energia elettrica

Hermann Bellinghausen. Inviato. Acteal, Chis., 22 luglio. Presto saranno 14 anni dal massacro compiuto qui, e l’organizzazione della società civile Las Abejas denuncia almeno tre attentati recenti contro l’auto del parroco di Chenalhó, Marcelo Pérez Pérez, che potevano costargli la vita. “È evidente l’intenzione di fare del male a padre Marcelo”, sostengono i tzotziles sopravvissuti di Acteal durante una cerimonia religiosa officiata dallo stesso sacerdote, anch’egli tzotzil e “impegnato per la verità e la giustizia”.

Durante la cerimonia per ricordare i 45 caduti il 22 dicembre 1997, Las Abejas, aderenti all’Altra Campagna, hanno denunciato la persecuzione della Commissione Federale dell’Elettricità (CFE) a Nuevo Yibeljoj. L’ente parastatale ha tagliato la luce a 10 famiglie dell’organizzazione in resistenza. La cosa dolorosa del fatto è che la CFE ne ha approfittato per mettere contro tra loro le famiglie indigene del villaggio.

“Siamo tutti fratelli nel condividere lo sfollamento del 1997 ed i molti anni di lotta”. Si dicono dispiaciuti che i membri dell’organizzazione oggi chiamata Las Abejas AC, staccatasi da Las Abejas e dalla resistenza per negoziare col governo statale, si siano prestati per attaccarci”.

Il ruolo della CFE è chiaro: “E’ quello che fa il governo e l’ha fatto con lo sfollamento ed il massacro di Acteal, comandare agli indigeni stessi di aggredire i loro fratelli. Ripetiamo che il pagamento della luce è solo un pretesto per attaccarci e creare conflitti ‘intercomunitari’, perché anche alcuni dei membri del gruppo che si fa chiamare ‘Las Abejas AC’, di Nuovo Yibeljoj, non pagano, perché vivono alla giornata come noi, ma a loro non hanno tagliato la luce”.

Giorni dopo, la notte del 13 luglio, un membro di Las Abejas filogovernative è andato a casa di José Alfredo Jiménez Pérez (dirigente di Las Abejas originali) “insultandolo, minacciandolo e prendendosi gioco della resistenza pacifica”. Questo clima di tensione è nuovo. Come ha detto un ragazzo che ha condotto la manifestazione di denuncia prima dellaa messa, “il governo vuole far rinascere la situazione del ’97 ed ingannare per distruggere il popolo”.

Gli indigeni ripetono che la loro resistenza è pacifica, e che i loro compagni di Nuevo Yibeljoj hanno partecipato all’installazione della linea elettrica nel villaggio dove sono tornati dopo il loro esodo. “Speriamo che gli ex compagni ci rispettino e non si lascino strumentalizzare dalla CFE e dal governo, poiché abbiamo sentito voci minacciose secondo le quali ai nostri compagni non permetteranno più di ricollegarsi alla rete.

Durante la cerimonia alla quale hanno partecipato un centinaio di indigeni, con la presenza di osservatori solidali di Messico, Stati Uniti, Stato spagnolo, Italia e Svezia (seguita da due per nulla dissimulate “spie” con cappellini da baseball ed auto ufficiale), Las Abejas hanno dichiarato: “Anche se il governo vuole umiliare la nostra lotta e resistenza, e benché il governo con la sua malvagità, attraverso programmi assistenziali, tenti di rompere il tessuto sociale delle nostre comunità, non permetteremo che questo accada, perché la nostra lotta è legata al cielo e alla terra, è sorella della saggezza della natura”.

Ricordano che il prossimo 12 agosto saranno due anni che la “Corte Suprema di Ingiustizia della Nazione”, ha ordinato la scarcerazione dei paramilitari “che hanno assassinato i nostri fratelli e sorelle di Acteal”. A motivo di ciò, hanno annunciato una protesta per quel giorno “per denunciare questa grave impunità e violazione del nostro diritto di conoscere la verità come sopravvissuti e familiari di quelli massacrati”.

Durante la cerimonia senza fretta, durata diverse ore alla maniera comunitaria indigena, dove ha pure cantato il Coro di Acteal con vera vocazione canora, Las Abejas hanno dichiarato: “Mentre il governo di Juan Sabines Guerrero spende milioni di soldi del popolo per vantarsi delle sue grandi opere, come le città rurali, la realtà delle comunità del Chiapas è molto diversa da quello che ci vogliono far credere sui loro mezzi di comunicazione completamente controllati”.

Si riferiscono alle recenti aggressioni contro le comunità zapatiste dei caracoles di Oventic, La Garrucha e Morelia, ma non solo contro di esse “che da sempre sono critiche nei confronti del governo”. “Aggrediscono anche gli abitanti della città rurale Nuevo Juan de Grijalva, che per tradizione politica e religiosa sono poco critici nei riguardi del governo, e che si sono visti obbligati a protestare per le numerose mancanze e frodi presenti nella loro città rurale, e che per questo sono finiti in prigione”.

Sottolineano che “dietro la sofferenza dei nostri fratelli di Nuevo Juan de Grijalva c’è sempre la CFE, che si conferma il braccio armato del governo per i suoi piani di contrainsurgencia”. http://www.jornada.unam.mx/2011/07/23/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 22 luglio 2011

Le comunità del Chiapas lamentano gli impegni disattesi del governo

Hermann Bellingahusen. San Cristóbal de las Casas, Chis. 21 luglio. Nei giorni scorsi sono avvenuti, opuure si sono aggravati, una serie di episodi di repressione contro mobilitazioni e proteste indigene e contadine in diverse regioni della geografia chiapaneca che, nonostante le loro grandi differenze, hanno due cose in comune: sono gruppi che hanno negoziato col governo e partecipato ai suoi programmi sociali, e che ora reclamano (e vengono puniti per questo) gli inadempimenti degli impegni del governo. In altre parole, sono famiglie, comunità od organizzazioni che non sono in resistenza,ma piuttosto sono in stato di assistenza.

Si tratta di ricollocamenti concordati, alcuni consumati, che oggi naufragano. La Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani (Limeddh), l’Osservatorio delle Prigioni (OPN) e Maderas del Pueblo del Sureste, presentando diversi casi che comprendono ormai un buon numero di arrestati, torturati e sfollati sia nel municipio di Ostuacán che a Frontera Comalapa, Salto de Agua, Jaltenango e Tecpatán, rilevano:

“Sono trascorsi più di tre anni dal disastro che ha cancellato la comunità Juan de Grijalva, e fino ad oggi, oltre ad offrire l’opportunità perfetta al governo di mettere in moto l’ambizioso progetto delle città rurali, più che risolvere i problemi della zona, si è creato lo scontro all’interno delle comunità colpite, la dispersione dei loro abitanti e la repressione dei movimenti sociali sorti in questo ambito, oltre a molte persone arrestate”.

Nel caso della città rurale Nuevo Juan de Grijalva, molti hanno dovuto abbandonare le proprie case perché sono inabitabili, ma non possono più tornare al loro domicilio originale nell’area conosciuta come El Tapón dopo le inondazioni del fiume Grijalva del novembre 2007, quando furono colpite decine di comunità; il governo non ha rispettato gli impegni presi con gli abitanti di La Herradura (Rómulo Calzada), ma ha già dato in concessione le loro terre ad imprese di Giappone e Stati Uniti per allevare pesce. “Chi ci restituirà quello che abbiamo perso? Il governo si era impegnato ma non ha rispettato la parola”, si lamenta il contadino Victorino González.

In questo tipo di casi si trovano alcune famiglie choles che sono stae sfollate sei volte, due dai Montes Azules, ed ora sono state sgomberare “da paramilitari”, dicono, di Las Conchitas (Salto de Agua), dove anni fa le aveva ricollocate il governo con una serie di promesse non mantenute, ed ora non hanno più nemmeno la propria case. Sono state espulse e le autorità non sono intervenute per proteggerle. Oggi sono accampate davanti alla cattedrale di San Cristóbal, sostenute dal Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo (FNLS), per chiedere giustizia.

Balza all’attenzione che, oltre alle proteste delle vittime, sono state represse anche mobilitazioni di appoggio da parte di organizzazioni come MOCRI-CNPA-MLN. Qualche settimana fa, a Tecpatán e Frontera Comalapa, questo appoggio è costato la prigione ad oltre 20 di loro. La metà, di Tecpatán, sono ancora in carcere ed in cattive condizioni. Alcuni sono stati torturati dai poliziotti, come Santos Saas Vázquez, di 60 anni, al quale hanno ustionato col fuoco entrambe le braccia e non ha ricevuto assistenza.

An Jaltenango, decine di famiglie da ricollocare spettano un alloggio e vivono da due anni in un accampamento di rifugiati in condizioni di insalubrità ed abbandono. La Villa Rural (variante delle città reclamizzate) Emiliano Zapata, concordata tra la OPEZ-MLN a Tecpatán ed il governo statale, e che è quasi conclusa, è abbandonata da quasi due anni perché mancano le condizioni di sicurezza, mentre i suoi potenziali abitanti vivono in condizioni insalubri. Nel frattempo la loro organizzazione si è rotta, ci sono dirigenti in prigione ed è in soseso il futuro dei quartieri Rubén Jaramillo, Genaro Vázquez, Nuevo Limoncito, Ricardo Flores Magón e Los Guayabos. Nelle loro proteste hanno occupato le sedi dell’ONU, a motivo “degli Obiettivi del Millennio”.

Tuttavia, tutti loro continuano ad aspettare che il governo “paghi il giusto”, mantenga le promesse e smetta di perseguirli penalmente. http://www.jornada.unam.mx/texto/020n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 21 luglio 2011

L’Altra Campagna chiede la fine delle minacce e dei saccheggi e denuncia la “crescente paramilitarizzazione” nei villaggi zapatisti

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 20 luglio. La minoranza filogovernativa di Jotolá, municipio di Chilón, ora sembra si sia affiliata all’Organizzazione Regionale dei Coltivatori di Caffè di Ocosingo (Orcao), una novità. Le costanti aggressioni nella comunità tzeltal contro gli aderenti dell’Altra Campagna hanno  solo cambiato nome.

Visto nell’insieme dei fatti recenti nella regione, che colpiscono le comunità zapatiste, dell’Altra Campagna o perfino di altre organizzazioni, tutto indica che ci troviamo di fronte alla paramilitarizzazione (almeno di una strumentalizzazione contrainsurgente) dell’organizzazione dei coltivatori di caffè col pretesto di presunte dispute per le terre recuperate dagli zapatisti, cosa che annuncia anche l’imminenza della stagione elettorale in Chiapas.

Da parte sua, facendo eco alle nuove denunce delle giunte di buon governo (JBG) di Oventic, Morelia e La Garrucha, la Rete contro la Repressione e per la Solidarietà si è pronunciata contro fatti come quelli accaduti a Nuevo Paraíso, municipio autonomo Francisco Villa, “dove membri della Orcao hanno occupato violentemente le terre delle basi di appoggio zapatiste”. Come denunciato dalla JBG El Camino del futuro “l’azione della Orcao è dettata dai suoi legami con i tre livelli di governo”.

Non sono fatti isolati. Recentemente la JBG di Oventic ha denunciato che le basi di appoggio dell’EZLN a San Marcos Avilés (Sitalá) “vivono una situazione di forte tensione e paura per le aggressioni e le minacce della gente dei partiti e per la presenza di pattuglie di polizia”.

Questo, mentre la JBG di Morelia ha denunciato che elementi della Orcao “hanno sequestrato e torturato basi zapatiste del municipio autonomo Lucio Cabañas”.

Questo modo di “camuffare il saccheggio del territorio” da parte del governo, “utilizzando l’intervento di gruppi di stampo paramilitare o di scontro, è una strategia di contrainsurgencia elaborata da istanze governative. E’ chiaro che l’esproprio della terra è l’attuale arma che dà accesso ai loro piani economici, ma non solo, è anche il modo attraverso il quale vogliono lacerare un popolo in resistenza, annichilire la sua cultura e distruggerne l’autonomia”.

Citando la JBG di Oventic (primo luglio), la Rete avverte: “Che non pensino di fermare con le provocazioni, le minacce, le aggressioni e le persecuzioni la lotta dei popoli zapatisti per la costruzione della propria autonomia e per la liberazione nazionale. Costi quel che ci costi, succeda quel che succeda, noi andremo avanti perché è nostro diritto”.

Ricorda che tutte queste “terre sono state recuperate nel 1994 nel contesto della sollevazione dell’EZLN, e riassegnate alle famiglie originarie; né i politici corrotti ed i loro gruppi armati, né gli interessi finanziari ed i loro eserciti industriali hanno nessun diritto su di esse, la libertà in territorio zapatista non è quella del libero commercio, ma quella che costruiscono in forma comunitaria partendo dalla loro autonomia”.

L’organizzazione dell’Altra Campagna chiede la sospensione immediata delle minacce e degli espropri contro le basi zapatiste da parte dei tre livelli di governo e della Orcao.

Ma anche a Nuevo Jerusalén (Ocosingo) i coloni, questo martedì, hanno chiesto l’intervento delle autorità governative affinché “cessino le provocazioni” di elementi dellaOrcao, guidati da José Pérez Gómez e Nicolás Bautista Huet, “che hanno tentato di cacciarci dalle nostre case armati di machete, bastoni ed asce”. Precisano che delle 150 famiglie di Nuevo Jerusalén, vicino al sito archeologico di Toniná, solo 8 appartengono alla Orcao. http://www.jornada.unam.mx/2011/07/21/politica/023n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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