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Archive for ottobre 2011

La Jornada – Venerdì 28 Ottobre 2011

Si susseguono le dimostrazioni di solidarietà con gli indigeni in sciopero della fame nelle tre prigioni del Chiapas

HERMANN BELLINGHAUSEN

Si susseguono le espressioni di solidarietà e supporto con lo sciopero della fame e digiuno dei detenuti indigeni in tre prigioni del Chiapas per chiedere la loro scarcerazione, ed in particolare con il professor Alberto Patishtán Gómez, il cui trasferimento alla Prigione N. 8, a Guasave, Sinaloa, ha suscitato lo sdegno del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità (MPJD) e delle organizzazioni civili che promuovono l’assegnazione del premio jTatic Samuel jCanan Lum 2012, che anche loro hanno manifestato solidarietà con i detenuti in sciopero della fame e digiuno nelle prigioni N. 5 a San Cristóbal de Las Casas, N. 14 a Cintalapa e N. 15 a Copainalá, così come dei loro familiari che si trovano in presidio permanente nella Piazza della Cattedrale di San Cristóbal.

Pedro López Jiménez, portavoces della protesta indigena, ha dichiarato a La Jornada che, dopo 29 giorni di sciopero, “la nostra salute si sta deteriorando, abbiamo ormai molti disturbi, ma siamo decisi e proseguiremo per chiedere la nostra liberazione; siamo ingiustamente in carcere, il governo lo sa ma continua a restare sordo”. Ha confermato che non ancora non è stato possibile entrare in contatto con Patishtán.

In un messaggio a Patishtán Gómez, il MPJD, guidato dal poeta Javier Sicilia, dice al detenuto indigeno: “Il suo arresto, la sua condanna ed il suo trasferimento a nord del paese, come fosse un criminale pericoloso, è un’ulteriore chiara prova della mancanza di giustizia che viviamo e che richiede le nostre migliori energie per costruire il paese e la giustizia di cui abbiamo bisogno”.

Il MPJD riferisce: Il 14 ottobre abbiamo informato pubblicamente della sua situazione il presidente Felipe Calderón, il quale aveva detto che si sarebbe informato, e ci siamo indignati del suo improvviso trasferimento a Guasave, Sinaloa, lontano dai tutti i suoi parenti e amici”.

Dice allo “stimato professore”, riconosciuto difensore dei diritti dei detenuti: “Lei ha avuto la solidarietà e la sensibilità permanente dei suoi compagni in prigione, ai quali sono stati violati i diritti umani, e si è dedicato a chiedere giustizia”.

Le organizzazioni del jCanan Lum ricordano che il 26 gennaio 2010 l’allora vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas visitò la Prigione N. 5, per consegnare a Patishtán Gómez il jTatic Samuel jCanan Lum, “come riconoscimento per il suo profondo impegno umano con cui, dalla prigione, porta avanti la causa di chi è ingiustamente imprigionato e, con la sua fede, promuove la difesa dei diritti umani, riuscendo ad ottenere la liberazione di 40 di queste persone, sebbene egli stesso continui a restare in prigione a scontare un’ingiusta condanna”.

Le organizzazioni riaffermano il loro supporto a Patishtán “nella sua lotta per la libertà e la giustizia” e si appellano alle autorità “affinché assicurino il ritorno di Patishtán nel centro di detenzione più vicino alla sua famiglia nel più breve tempo possibile, come indicano gli organismi internazionali dei diritti umani”.

Intanto, L’Altra Campagna ha realizzato una manifestazione davanti alla sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) a Città del Messico, a sostegno dei detenuti, denunciando inoltre che l’ONU segue una “Agenda Chiapas” in base alla quale “sostiene e finanzia” il governo del Chiapas “come difensore dei diritti umani”.

Infine, secondo l’ultimo bollettino medico sullo stato di salute degli scioperanti, “la debolezza e nausea aumentano, ed anche la loro voce ormai è debole”. Hanno perso in media otto chili, molti soffrono di diarrea e dolori addominali, condizione che aumenta la  disidratazione. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/28/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 27 ottobre 2011

Gli avvocati ritengono che il caso di Alberto Patishtán debba essere rivisto nel contesto del clima di repressione che si viveva all’eopoca dei fatti

Hermann Bellinghausen

Questa è la storia di Alberto Patishtán Gómez, professore tzotzil e membro della Voz del Amate, da anni uno dei più importanti prigionieri indigeni e di coscienza del Messico. Si dichiarò in digiuno Dal 29 settembre scorso è in sciopero della fame, come i detenuti dell’Altra Campagna che chiedono la loro liberazione.

E’ stato arrestato nel 2000 e condannato a 60 anni di prigione con l’accusa di aver ucciso sette poliziotti a Las Limas (El Bosque) a giugno di quell’anno. Nello stesso processo fu assolto un altro imputato, Salvador López González, base di appoggio zapatista, perché il giudice ritenne che l’unico sopravvissuto, Rosemberg Gómez, “non fu sincero quando lo denuncò”.

Secondo la sua difesa, rappresentata all’epoca del suo primo sciopero della fame, tra febbraio ed aprile del 2008, da Gabriela Martínez López, “l’unico testimone fu indotto in maniera inverosimile a testimoniare contro López e Patishtán”.

Il giudice ignorò le contraddizioni e condannò alla massima pena il secondo, che aveva presentato prove ragionevoli di non aver partecipato all’imboscata. Nonostante l’appello ed il ricorso, a maggio del 2003 fu condannato. “Chi lo conosce sa della sua innocenza e della sua forza morale. La condanna è una vendetta delle autorità nel caso dei poliziotti uccisi”. Avevano bisogno di un “capro espiatorio”, fatto che ricorda il celebre caso del leader lakota Leonard Peltier, condannato all’ergastolo negli Stati Uniti “perché qualcuno doveva pagare” per la morte di un agente dell’FBI.

Patishtán apparteneva ad un gruppo di comuneros in contrasto con l’allora presidente municipale di El Bosque, il priista Manuel Gómez Ruiz, che li teneva sotto minaccia. Un mese prima dell’imboscata marciarono nella capitale dello stato. Il giorno dei fatti Patishtán si trovava nel municipio di Huitiupan insieme ai genitori, perché lì dirigeva un albergo. Le prove sono numerose.

I suoi avvocati hanno ripetutamente chiesto di ripresentare il caso nel contesto di quegli anni, quando la rappresaglia politica era la regola.

Si ricordi che nella zona operava, fuori controllo, il gruppo criminale-paramilitare dei Los Plátanos, circa 80 ragazzi addestrati dalla polizia e dall’Esercito federale che si erano stabiliti nella comunità di Los Plátanos.

Il periodo del governatore Roberto Albores Guillén (1998-2000) “fu un periodi di repressione, morte ed azioni paramilitari”. Il 10 giugno 1998, centinaia di poliziotti e soldati attaccarono le comunità Chavajeval, Unión Progreso e El Bosque, con un saldo di otto morti e più di 50 arresti. Nel 1999 la violenza in Chiapas si rifugiava sotto la protezione dell’Esercito federale che aumentò la sua presenza da 66 a 111 municipi. Alla fine del 2000, solo negli Altos erano avvenute altre otto esecuzioni.

Le prime indagini della Procura Generale della Repubblica indicavano che gli autori potevano essere stati uno dei “gruppi armati” sui quali indagava (alla fine inutilmente) l’Unità Speciale per i Reati Commessi da Presunti Gruppi di Civili Armati, che concluse che il gruppo aggressore si era impadronito delle armi dei sette poliziotti uccisi, armi ad uso esclusivo dell’Esercito. “Come potevano farlo solo due persone? Come avevano potuto mettersi insieme un priista (Patishtán lo era a quel tempo) ed uno zapatista, Salvador López, per tendere un’imboscata ai poliziotti? Non si conoscevano nemmeno. A questo non è mai stata data una spiegazione”, ancora tre anni fa sosteneva la sua difesa..

Patishtán adduce una rappresaglia dell’allora sindaco Gómez Ruiz, chi obbligò suo figlio Rosemberg ad accusarlo.

“Oggi sappiamo dai familiari di Patishtán che la testimonianza fu comprata con un camioncino Ford. Ogni volta che Rosemberg si ubriaca confessa di essere stato costretto a ‘mandare in prigione Patishtán”, riporta la relazione della sua difesa.

Il professore tzotzil è stato trasferito ingiustificatamente in una prigione federale a Guasave, Sinaloa, lo scorso 20 ottobre, e fino ad ora nessuno ha potuto mettersi in contatto con lui. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/27/politica/026n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Los de Abajo

 Ingiustizia in Chiapas

Gloria Muñoz Ramírez

Emilia Díaz è la moglie di Rosario Díaz, detenuto nell’Istituto Penitenziario N. 5 di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, dove sta scontando una condanna a 45 anni di prigione accusato di sequestro e omicidio. Rosario, come gli altri 10 prigionieri politici da 24 giorni in sciopero della fame per chiedere la loro liberazione, sta scontando una sentenza frutto di un processo ingiusto e razzista, piagato da irregolarità di cui trabocca l’apparato di giustizia del governo di Juan Sabines e dei suoi predecessori, sia Pablo Salazar Mendiguchía sia Roberto Albores Guillén, in uno stato storicamente emblematico per l’ingiustizia verso gli indigeni.

Torture, testimoni falsi, detenzioni arbitrarie, mancanza di traduttori nei processi ed un’infinità di irregolarità sono presenti nei processi di centinaia di indigeni imprigionati in Chiapas. Di molti si presume l’innocenza, perché è dimostrabile l’arbitrio dei processi giuridici. Il reato di essere indigeno e, la cosa peggiore, di organizzarsi dentro le prigioni per chiedere la propria libertà, ha fatto sì che uno dei leader dello sciopero della fame, Alberto Patishtán Gómez, fosse trasferito improvvisamente in una prigione federale a duemila chilometri di distanza, a Guasave, Sinaloa, azione che è stata criticata da molti settori della società civile e da organismi dei diritti umani, come Amnesty International, che in un comunicato ha denunciato che si è trattato di “una rappresaglia per il suo ruolo attivo nello sciopero della fame e nelle rivendicazioni per il rispetto dei diritti umani dei detenuti”.

Venerdì scorso convocata dalla Rete contro la Repressione e la Solidarietà, si è svolta un’azione di protesta di fronte alla rappresentanza del “malgoverno del Chiapas” a Città del Messico, per chiedere la liberazione immediata degli 11 detenuti dell’Altra Campagna che appartengono alle organizzazioni La Voz del Amate, Voces Inocentes e Solidarios de la Voz del Amate. Contemporaneamente, sta circolando un’Azione Urgente del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, che chiede ai governi federale e statale informazioni su dove si trovi Alberto Patishtán Gómez, così come le ragioni del suo trasferimento; il suo ritorno immediato nella prigione di San Cristóbal de las Casas; che si accolgano le richieste di giustizia che esigono i detenuti in sciopero della fame e si rispettino i diritti delle persone private della libertà; e che si rispetti il diritto di manifestazione, riunione e libertà di espressione dei familiari dei detenuti in sciopero della fame che si sta svolgendo nella Piazza della Cattedrale di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/22/opinion/015o1pol

losylasdeabajo@yahoo.com.mxhttp://desinformemonos.org

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 22 ottobre 2011

Amnesty International chiede la revisione dei casi dei detenuti a San Cristóbal de las Casas

Ángeles Cruz Martínez

Amnesty International chiede alle autorità messicane di rivedere i casi dei detenuti in sciopero della fame nella prigione di San Cristóbal de las Casas, perché esistono le prove dell’irregolarità dei processi e delle sentenze. In particolare, esprime la sua preoccupazione per il trasferimento del professor Alberto Patishtán in una prigione federale di Sinaloa.

Denuncia che la misura sembrerebbe una rappresaglia per la sua partecipazione al digiuno iniziato il 29 settembre insieme ad altri condannati per protestare contro la persecuzione delle autorità penitenziarie. Denunciano anche che hanno negato loro la visita di familiare e amici.

Inoltre, dallo scorso 8 ottobre, i familiari dei detenuti in sciopero della fame sono in presidio permanente nella Piazza della Cattedrale.

Amnesty International segnala che i processi giudiziari contro gli indigeni in sciopero della fame devono essere rifatti secondo gli standard internazionali sul giusto processo, o devono essere messi in libertà.

Amnesty International rivolge anche un appello ai governi federale e statale affinché rispettino il diritto dei detenuti di realizzare lo sciopero della fame ed a procurare adeguata assistenza medica, così come a non ricorrere all’alimentazione forzata.

L’organizzazione segnala che tentare di alimentare gli scioperanti contro la loro volontà è ingiustificato, perché sono nel pieno delle loro capacità mentali, specialmente se questo avviene senza adeguata supervisione di uno specialista, e prima che esista una fondata ragione medica o avvenga in modo crudele.

Un’altra preoccupazione espressa da Amnesty International riguarda le minacce e le intimidazioni delle autorità per porre fine alla protesta. In particolare, si riferisce alla situazione di Rosa López Díaz, anch’ella in sciopero della fame nella prigione, che è stata minacciata di essere separata in maniera permanente da suo figlio.

Intanto, il Consiglio Statale dei Diritti Umani (CEDH) ha chiesto alla Segreteria di Pubblica Sicurezza federale di “realizzare le azioni necessarie” affinché Patishtán sia riportato nella prigione di San Cristóbal de las Casas, poiché il suo trasferimento nell’Istituto Penitenziario N. 8, con sede a Guasave, Sinaloa, “costituisce una violazione dei suoi diritti umani”.

In un comunicato, il CEDH afferma che il trasferimento dell’indigeno “evidenzia la violazione dell’articolo 69 della legge federale di esecuzione delle sanzioni penali, secondo cui per i trasferimenti degli internati deve essere rispettato l’imperativo costituzionale di protezione dell’organizzazione e dello sviluppo della famiglia”.

Aggiunge che questo principio è stato violato, perché Patishtán è di etnia tzotzil ed allontanandolo gli viene negata l’integrazione personale, familiare e comunitaria. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/22/politica/015n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – 21 ottobre 2011

Trasferito in un carcere di Sinaloa, Alberto Patishtán Gómez, portavoce dei detenuti in sciopero della fame in Chiapas

HERMANN BELLINGHAUSEN

All’alba di ieri, giovedì, intorno alle 2:30, il direttore della prigione di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, José Miguel Alarcón García, ed il comandante della prigione, scortati da sette agenti di custodia, hanno trasferito nella prigione di Guasave, Sinaloa, il professor Alberto Patishtán Gómez, portavoce dei detenuti da 22 giorni in sciopero della fame.

Secondo i suoi compagni che si trovano nel presidio all’interno del carcere, il trasferimento di Patishtán Gómez “è chiaramente un tentativo di scoraggiare lo sciopero della fame”. Segnalano che le autorità governative “sono consapevoli, come noi, dell’autorità morale che rappresenta Patishtán all’interno della prigione, e più concretamente nello sciopero”.

Nel pomeriggio del giovedì, il governo statale ha annunciato che, “nell’ambito del programma di riduzione del sovraffollamento dei centri penitenziari, questo giovedì la Segreteria federale di Pubblica Sicurezza ha eseguito il trasferimento di 48 detenuti che si trovavano nelle prigioni del Chiapas in diverse prigioni federali del paese”.

In questo gruppo si trova Patishtán Gómez – aggiunge il bollettino ufficiale – “condannato a 60 anni di prigione per reati federali, dopo il suo arresto nel 2000”. Il maestro “si trova in buono stato di salute” ed è stato trasferito nel Carcere N. 8 di Guasave, Sinaloa.

Il sottosegretario degli Istituti Penali in Chiapas, José Antonio Martínez Clemente, ha precisato che tutti i detenuti trasferiti sono condannati per reati in ambito federale. In realtà, le autorità dello stato si sono dissociate dall’operativo. Ricordiamo che nel 2010, il governatore Juan Sabines Guerrero si era personalmente impegnato per la liberazione di Patishtán durante la sua visita all’ospedale di Tuxtla Gutiérrez, dove il professore tzotzil era stato ricoverato per sei mesi per problemi diabetici, per i quali non ha ricevuto l’assistenza adeguata, e si pensa che ne riceverà ancora meno nel nuovo carcere.

Patishtán è stato il portavoce ufficiale dell’azione di protesta pacifica intrapresa dai detenuti indigeni nelle prigioni di San Cristóbal, El Amate e Motozintla, rispetto al quale “il governo non solo non si è pronunciato, ma ha fatto di tutto per oscurare la protesta”, hanno dichiarato i familiari dei detenuti, ed ora “cerca di spezzare questo sciopero della fame”.

I detenuti e le loro famiglie – in presidio nel centro di San Cristóbal de Las Casas – chiedono la liberazione immediata di Patishtán Gómez e di tutti gli altri carcerati in sciopero della fame. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/21/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 20 ottobre 2011

Negate le visite ai detenuti in sciopero della fame nel carcere di San Cristóbal

HERMANN BELLINGHAUSEN

Pedro López Jiménez, 31 anni, tzeltal di Colonia Sibactel, municipio di Tenejapa, Chiapas, è da 21 giorni in sciopero totale della fame insieme ad altri sei detenuti indigeni nel carcere di San Cristóbal de las Casas. Chiede la sua liberazione perché sostiene di essere innocente dalle accuse per le quali è stato condannato a 14 anni di prigione, e che è stato torturato ed obbligato a dichiararsi colpevole di sequestro e violenza, reati che non ha commesso.

L’hanno arrestato gli agenti della polizia giudiziaria dello stato il 10 maggio 2007 a San Cristóbal de Las Casas. Come riferisce lo stesso López Jiménez, gli agenti non gli mostrarono nessun mandato di cattura. Nemmeno gli dissero il motivo dell’arresto. Condotto in una “casa” gli praticarono la tortura dell’asfissia con una busta di plastica, con l’acqua, gli bendarono gli occhi con uno straccio intriso di sostanza urticante e gli applicarono scariche elettriche. I suoi aguzzini lo bastonarono fino a fargli perdere i sensi.

López Jiménez ha riferito che alle torture partecipò “un numero imprecisato di poliziotti, perché erano in tanti”. Nello stesso luogo dove fu torturato firmò la sua dichiarazione su un foglio in bianco. Il giorno seguente la polizia lo consegnò al Pubblico Ministero (MP) dove, con l’intervento di qualcuno appartenente al Pubblico Ministero stesso, si ratificò la dichiarazione che consegnarono i poliziotti. Non ebbe né l’assistenza di un avvocato né di un interprete in tzeltal. Lo trasferirono in un’altra casa e da lì al Centro Statale di Reinserimento Sociale (CERSS) numero 5, a San Cristóbal.

Gli formalizzarono l’arresto 9 giorni dopo con una condanna a 14 anni, riconfermata anche in appello. Come succede anche per gli altri casi dei detenuti attualmente in sciopero della fame e digiuno, l’avvocato d’ufficio incaricato del loro caso non li tiene informati dell’andamento dei processi.

Secondo i collettivi dell’Altra Campagna che seguono il suo caso e l’hanno visitato in prigione, “lo stato di sovraffollamento in cui vivono i reclusi è preoccupante”. “Nelle celle di tre per tre metri e mezzo dormono minimo 10 persone”. López Jiménez è membro dell’organizzazione Solidarios de La Voz del Amate, ed ha effettuato digiuni “come forma di denuncia e pressione”. Ha denunciato pubblicamente anche il sovraffollamento in cui vivono i carcerati e la pessima qualità del cibo che ricevono, spesso scaduto.

Al momento del suo arresto era vice presidente dell’istruzione nella sua comunità. Ha cinque figli. Sua moglie, una donna contadina, ha dovuto cominciare a lavorare come salariata. La famiglia si è unita alle azioni in difesa dei detenuti e partecipa al presidio nella piazza di San Cristóbal, in corso da 12 giorni.

Con López Jiménez partecipano allo sciopero della fame, dal 29 settembre, Rosario Díaz Méndez, “prigioniero politico” della Voz del Amate; José Díaz López, Alfredo López Jiménez e Alejandro Díaz Sántiz, dell’organizzazione Solidarios de La voz del Amate, e Juan Díaz López, di Voces Inocentes.

Altri cinque detenuti partecipano con digiuni di 12 ore al giorno: Alberto Patishtán Gómez, della Voz del Amate, Andrés Núñez Hernández e Rosa López Díaz. Juan Collazo Jiménez (a Motozintla) ed Enrique Gómez Hernández (an Cintalapa) si sono uniti al digiuno il 3 ottobre.

Questo lunedì, un gruppo di indigeni cattolici di Huixtán ha chiesto di visitare i detenuti in sciopero nel Carcere N. 5, ma il direttore, José Miguel Alarcón García, ha vietato loro la visita dicendo di ritornare “tra 15 giorni”. Secondo Indymedia Chiapas, “non è la prima visita agli scioperanti che il direttore della prigione proibisce”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 19 ottobre 2011

Prosegue da 20 giorni lo sciopero della fame dei detenuti nelle prigioni del Chiapas

HERMANN BELLINGHAUSEN

Alberto Patishtán Gómez, portavoce della Voz del Amate e tutti i detenuti in sciopero della fame e digiuno nelle tre prigioni del Chiapas, via telefono oggi dal carcere di San Cristóbal de Las Casas, sottolinea che la protesta delle organizzazioni L’Altra Campagna, Voces Inocentes, Solidarios con la Voz del Amate e la comunità di Mitzitón “sono da 20 giorni in sciopero della fame senza alcuna risposta da parte del governo”.

Segnala che i detenuti, in particolare quelli che non assumono cibo dal 29 settembre scorso, accusano orami già forti nausee e debolezza, e che le autorità della prigione hanno ristretto le visite e l’ingresso di personale medico.

Rispetto al suo caso in particolare, il professor Patishtán ricorda “l’impegno (di concedere la sua libertà) preso dal governatore Juan Sabines Guerrero più di un anno fa nell’ospedale in cui era ricoverato; che non rimanga solo a parole, ma si concretizzi nei fatti”.

Dopo la liberazione – nel fine settimana – di Manuel Heredia e Juan Jiménez, della comunità di Mitzitón, nella sezione maschile del Carcere N. 5 restano sei indigeni in sciopero della fame, ed altri due a digiuno per 12 ore al giorno. A loro si uniscono Rosa Díaz López – nella sezione femminile -, Juan Collazo, nel Carcere N. 6 di Motozintla, ed Enrique Gómez Hernández, nel Carcere N. 14 di El Amate.

Rispetto alla liberazione di due membri dell’ejido di Mitzitón, le autorità della comunità hanno chiarito – per telefono – che non hanno inviato nessun ringraziamento al governatore né hanno negoziato col governo. I contadini tzotziles liberati sono rimasti in carcere ingiustamente per quasi 10 anni.

Il portavoce di Mitzitón ha ricordato che si è trattato di una lunga lotta; nel gennaio scorso la comunità aveva realizzato un presidio di fronte alla prigione per chiedere la liberazione dei suoi compagni. “C’è stata anche l’azione dei compagni nazionali ed internazionali” (con riferimento alla solidarietà ricevuta). Resta in prigione Artemio Díaz Heredia.

Domenica scorsa, a 17 giorni di protesta, un gruppo dell’Altra Campagna, compreso personale medico, ha visitato la prigione di San Cristóbal. Sui carcerati in sciopero della fame riferiscono che Rosario Díaz Méndez, Pedro López Jiménez, José Díaz López, Alfredo López Jiménez, Alejandro Díaz Santis e Juan Díaz López sono “esposti alle intemperie ed al freddo ed alla pioggia, fuori dalle celle, in presidio sotto una tettoria di lamiera e teli di plastica”. Accusano mal di testa, petto e stomaco, nausea, riduzione di peso, diarrea, stanchezza, segni di disidratazione, crampi alle gambe e pressione sanguigna bassa. Secondo il rapporto, i segni ed i sintomi osservati indicano “conseguenze fisiche dovute al digiuno; i detenuti sono in una fase in cui il digiuno inizia ormai a produrre effetti sulla salute fisica”.

Nella sezione femminile è a digiuno per 12 ore al giorno Rosa López Díaz che accusa dolori al petto e dolore permanente per ernia ombelicale da vari mesi. “Nell’ultima settimana Tomás Trejo Liévano, che si è presentato come psicologo del Carcere, è stato da le per convincerla a ‘parlare’, nonostante il rifiuto di Rosa”, alla quale sono state esercitate pressioni affinché abbandoni la protesta.

Impossibilitati allo sciopero della fame per motivi di salute, sono a digiuno anche Andrés Núñez Hernández e Patishtán Gómez; nel Carcere N. 14, Enrique Gómez Hernández, nel Carcere N. 6, a Motozintla, Juan Collazo Jiménez, che è “stabile, ma molto preoccupato per la madre che si trova al presidio dei familiari dei detenuti nella piazza di San Cristóbal” dall’8 ottobre.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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