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Archive for ottobre 2011

La Jornada – Venerdì 28 Ottobre 2011

Si susseguono le dimostrazioni di solidarietà con gli indigeni in sciopero della fame nelle tre prigioni del Chiapas

HERMANN BELLINGHAUSEN

Si susseguono le espressioni di solidarietà e supporto con lo sciopero della fame e digiuno dei detenuti indigeni in tre prigioni del Chiapas per chiedere la loro scarcerazione, ed in particolare con il professor Alberto Patishtán Gómez, il cui trasferimento alla Prigione N. 8, a Guasave, Sinaloa, ha suscitato lo sdegno del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità (MPJD) e delle organizzazioni civili che promuovono l’assegnazione del premio jTatic Samuel jCanan Lum 2012, che anche loro hanno manifestato solidarietà con i detenuti in sciopero della fame e digiuno nelle prigioni N. 5 a San Cristóbal de Las Casas, N. 14 a Cintalapa e N. 15 a Copainalá, così come dei loro familiari che si trovano in presidio permanente nella Piazza della Cattedrale di San Cristóbal.

Pedro López Jiménez, portavoces della protesta indigena, ha dichiarato a La Jornada che, dopo 29 giorni di sciopero, “la nostra salute si sta deteriorando, abbiamo ormai molti disturbi, ma siamo decisi e proseguiremo per chiedere la nostra liberazione; siamo ingiustamente in carcere, il governo lo sa ma continua a restare sordo”. Ha confermato che non ancora non è stato possibile entrare in contatto con Patishtán.

In un messaggio a Patishtán Gómez, il MPJD, guidato dal poeta Javier Sicilia, dice al detenuto indigeno: “Il suo arresto, la sua condanna ed il suo trasferimento a nord del paese, come fosse un criminale pericoloso, è un’ulteriore chiara prova della mancanza di giustizia che viviamo e che richiede le nostre migliori energie per costruire il paese e la giustizia di cui abbiamo bisogno”.

Il MPJD riferisce: Il 14 ottobre abbiamo informato pubblicamente della sua situazione il presidente Felipe Calderón, il quale aveva detto che si sarebbe informato, e ci siamo indignati del suo improvviso trasferimento a Guasave, Sinaloa, lontano dai tutti i suoi parenti e amici”.

Dice allo “stimato professore”, riconosciuto difensore dei diritti dei detenuti: “Lei ha avuto la solidarietà e la sensibilità permanente dei suoi compagni in prigione, ai quali sono stati violati i diritti umani, e si è dedicato a chiedere giustizia”.

Le organizzazioni del jCanan Lum ricordano che il 26 gennaio 2010 l’allora vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas visitò la Prigione N. 5, per consegnare a Patishtán Gómez il jTatic Samuel jCanan Lum, “come riconoscimento per il suo profondo impegno umano con cui, dalla prigione, porta avanti la causa di chi è ingiustamente imprigionato e, con la sua fede, promuove la difesa dei diritti umani, riuscendo ad ottenere la liberazione di 40 di queste persone, sebbene egli stesso continui a restare in prigione a scontare un’ingiusta condanna”.

Le organizzazioni riaffermano il loro supporto a Patishtán “nella sua lotta per la libertà e la giustizia” e si appellano alle autorità “affinché assicurino il ritorno di Patishtán nel centro di detenzione più vicino alla sua famiglia nel più breve tempo possibile, come indicano gli organismi internazionali dei diritti umani”.

Intanto, L’Altra Campagna ha realizzato una manifestazione davanti alla sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) a Città del Messico, a sostegno dei detenuti, denunciando inoltre che l’ONU segue una “Agenda Chiapas” in base alla quale “sostiene e finanzia” il governo del Chiapas “come difensore dei diritti umani”.

Infine, secondo l’ultimo bollettino medico sullo stato di salute degli scioperanti, “la debolezza e nausea aumentano, ed anche la loro voce ormai è debole”. Hanno perso in media otto chili, molti soffrono di diarrea e dolori addominali, condizione che aumenta la  disidratazione. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/28/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 27 ottobre 2011

Gli avvocati ritengono che il caso di Alberto Patishtán debba essere rivisto nel contesto del clima di repressione che si viveva all’eopoca dei fatti

Hermann Bellinghausen

Questa è la storia di Alberto Patishtán Gómez, professore tzotzil e membro della Voz del Amate, da anni uno dei più importanti prigionieri indigeni e di coscienza del Messico. Si dichiarò in digiuno Dal 29 settembre scorso è in sciopero della fame, come i detenuti dell’Altra Campagna che chiedono la loro liberazione.

E’ stato arrestato nel 2000 e condannato a 60 anni di prigione con l’accusa di aver ucciso sette poliziotti a Las Limas (El Bosque) a giugno di quell’anno. Nello stesso processo fu assolto un altro imputato, Salvador López González, base di appoggio zapatista, perché il giudice ritenne che l’unico sopravvissuto, Rosemberg Gómez, “non fu sincero quando lo denuncò”.

Secondo la sua difesa, rappresentata all’epoca del suo primo sciopero della fame, tra febbraio ed aprile del 2008, da Gabriela Martínez López, “l’unico testimone fu indotto in maniera inverosimile a testimoniare contro López e Patishtán”.

Il giudice ignorò le contraddizioni e condannò alla massima pena il secondo, che aveva presentato prove ragionevoli di non aver partecipato all’imboscata. Nonostante l’appello ed il ricorso, a maggio del 2003 fu condannato. “Chi lo conosce sa della sua innocenza e della sua forza morale. La condanna è una vendetta delle autorità nel caso dei poliziotti uccisi”. Avevano bisogno di un “capro espiatorio”, fatto che ricorda il celebre caso del leader lakota Leonard Peltier, condannato all’ergastolo negli Stati Uniti “perché qualcuno doveva pagare” per la morte di un agente dell’FBI.

Patishtán apparteneva ad un gruppo di comuneros in contrasto con l’allora presidente municipale di El Bosque, il priista Manuel Gómez Ruiz, che li teneva sotto minaccia. Un mese prima dell’imboscata marciarono nella capitale dello stato. Il giorno dei fatti Patishtán si trovava nel municipio di Huitiupan insieme ai genitori, perché lì dirigeva un albergo. Le prove sono numerose.

I suoi avvocati hanno ripetutamente chiesto di ripresentare il caso nel contesto di quegli anni, quando la rappresaglia politica era la regola.

Si ricordi che nella zona operava, fuori controllo, il gruppo criminale-paramilitare dei Los Plátanos, circa 80 ragazzi addestrati dalla polizia e dall’Esercito federale che si erano stabiliti nella comunità di Los Plátanos.

Il periodo del governatore Roberto Albores Guillén (1998-2000) “fu un periodi di repressione, morte ed azioni paramilitari”. Il 10 giugno 1998, centinaia di poliziotti e soldati attaccarono le comunità Chavajeval, Unión Progreso e El Bosque, con un saldo di otto morti e più di 50 arresti. Nel 1999 la violenza in Chiapas si rifugiava sotto la protezione dell’Esercito federale che aumentò la sua presenza da 66 a 111 municipi. Alla fine del 2000, solo negli Altos erano avvenute altre otto esecuzioni.

Le prime indagini della Procura Generale della Repubblica indicavano che gli autori potevano essere stati uno dei “gruppi armati” sui quali indagava (alla fine inutilmente) l’Unità Speciale per i Reati Commessi da Presunti Gruppi di Civili Armati, che concluse che il gruppo aggressore si era impadronito delle armi dei sette poliziotti uccisi, armi ad uso esclusivo dell’Esercito. “Come potevano farlo solo due persone? Come avevano potuto mettersi insieme un priista (Patishtán lo era a quel tempo) ed uno zapatista, Salvador López, per tendere un’imboscata ai poliziotti? Non si conoscevano nemmeno. A questo non è mai stata data una spiegazione”, ancora tre anni fa sosteneva la sua difesa..

Patishtán adduce una rappresaglia dell’allora sindaco Gómez Ruiz, chi obbligò suo figlio Rosemberg ad accusarlo.

“Oggi sappiamo dai familiari di Patishtán che la testimonianza fu comprata con un camioncino Ford. Ogni volta che Rosemberg si ubriaca confessa di essere stato costretto a ‘mandare in prigione Patishtán”, riporta la relazione della sua difesa.

Il professore tzotzil è stato trasferito ingiustificatamente in una prigione federale a Guasave, Sinaloa, lo scorso 20 ottobre, e fino ad ora nessuno ha potuto mettersi in contatto con lui. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/27/politica/026n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Los de Abajo

 Ingiustizia in Chiapas

Gloria Muñoz Ramírez

Emilia Díaz è la moglie di Rosario Díaz, detenuto nell’Istituto Penitenziario N. 5 di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, dove sta scontando una condanna a 45 anni di prigione accusato di sequestro e omicidio. Rosario, come gli altri 10 prigionieri politici da 24 giorni in sciopero della fame per chiedere la loro liberazione, sta scontando una sentenza frutto di un processo ingiusto e razzista, piagato da irregolarità di cui trabocca l’apparato di giustizia del governo di Juan Sabines e dei suoi predecessori, sia Pablo Salazar Mendiguchía sia Roberto Albores Guillén, in uno stato storicamente emblematico per l’ingiustizia verso gli indigeni.

Torture, testimoni falsi, detenzioni arbitrarie, mancanza di traduttori nei processi ed un’infinità di irregolarità sono presenti nei processi di centinaia di indigeni imprigionati in Chiapas. Di molti si presume l’innocenza, perché è dimostrabile l’arbitrio dei processi giuridici. Il reato di essere indigeno e, la cosa peggiore, di organizzarsi dentro le prigioni per chiedere la propria libertà, ha fatto sì che uno dei leader dello sciopero della fame, Alberto Patishtán Gómez, fosse trasferito improvvisamente in una prigione federale a duemila chilometri di distanza, a Guasave, Sinaloa, azione che è stata criticata da molti settori della società civile e da organismi dei diritti umani, come Amnesty International, che in un comunicato ha denunciato che si è trattato di “una rappresaglia per il suo ruolo attivo nello sciopero della fame e nelle rivendicazioni per il rispetto dei diritti umani dei detenuti”.

Venerdì scorso convocata dalla Rete contro la Repressione e la Solidarietà, si è svolta un’azione di protesta di fronte alla rappresentanza del “malgoverno del Chiapas” a Città del Messico, per chiedere la liberazione immediata degli 11 detenuti dell’Altra Campagna che appartengono alle organizzazioni La Voz del Amate, Voces Inocentes e Solidarios de la Voz del Amate. Contemporaneamente, sta circolando un’Azione Urgente del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, che chiede ai governi federale e statale informazioni su dove si trovi Alberto Patishtán Gómez, così come le ragioni del suo trasferimento; il suo ritorno immediato nella prigione di San Cristóbal de las Casas; che si accolgano le richieste di giustizia che esigono i detenuti in sciopero della fame e si rispettino i diritti delle persone private della libertà; e che si rispetti il diritto di manifestazione, riunione e libertà di espressione dei familiari dei detenuti in sciopero della fame che si sta svolgendo nella Piazza della Cattedrale di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/22/opinion/015o1pol

losylasdeabajo@yahoo.com.mxhttp://desinformemonos.org

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 22 ottobre 2011

Amnesty International chiede la revisione dei casi dei detenuti a San Cristóbal de las Casas

Ángeles Cruz Martínez

Amnesty International chiede alle autorità messicane di rivedere i casi dei detenuti in sciopero della fame nella prigione di San Cristóbal de las Casas, perché esistono le prove dell’irregolarità dei processi e delle sentenze. In particolare, esprime la sua preoccupazione per il trasferimento del professor Alberto Patishtán in una prigione federale di Sinaloa.

Denuncia che la misura sembrerebbe una rappresaglia per la sua partecipazione al digiuno iniziato il 29 settembre insieme ad altri condannati per protestare contro la persecuzione delle autorità penitenziarie. Denunciano anche che hanno negato loro la visita di familiare e amici.

Inoltre, dallo scorso 8 ottobre, i familiari dei detenuti in sciopero della fame sono in presidio permanente nella Piazza della Cattedrale.

Amnesty International segnala che i processi giudiziari contro gli indigeni in sciopero della fame devono essere rifatti secondo gli standard internazionali sul giusto processo, o devono essere messi in libertà.

Amnesty International rivolge anche un appello ai governi federale e statale affinché rispettino il diritto dei detenuti di realizzare lo sciopero della fame ed a procurare adeguata assistenza medica, così come a non ricorrere all’alimentazione forzata.

L’organizzazione segnala che tentare di alimentare gli scioperanti contro la loro volontà è ingiustificato, perché sono nel pieno delle loro capacità mentali, specialmente se questo avviene senza adeguata supervisione di uno specialista, e prima che esista una fondata ragione medica o avvenga in modo crudele.

Un’altra preoccupazione espressa da Amnesty International riguarda le minacce e le intimidazioni delle autorità per porre fine alla protesta. In particolare, si riferisce alla situazione di Rosa López Díaz, anch’ella in sciopero della fame nella prigione, che è stata minacciata di essere separata in maniera permanente da suo figlio.

Intanto, il Consiglio Statale dei Diritti Umani (CEDH) ha chiesto alla Segreteria di Pubblica Sicurezza federale di “realizzare le azioni necessarie” affinché Patishtán sia riportato nella prigione di San Cristóbal de las Casas, poiché il suo trasferimento nell’Istituto Penitenziario N. 8, con sede a Guasave, Sinaloa, “costituisce una violazione dei suoi diritti umani”.

In un comunicato, il CEDH afferma che il trasferimento dell’indigeno “evidenzia la violazione dell’articolo 69 della legge federale di esecuzione delle sanzioni penali, secondo cui per i trasferimenti degli internati deve essere rispettato l’imperativo costituzionale di protezione dell’organizzazione e dello sviluppo della famiglia”.

Aggiunge che questo principio è stato violato, perché Patishtán è di etnia tzotzil ed allontanandolo gli viene negata l’integrazione personale, familiare e comunitaria. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/22/politica/015n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – 21 ottobre 2011

Trasferito in un carcere di Sinaloa, Alberto Patishtán Gómez, portavoce dei detenuti in sciopero della fame in Chiapas

HERMANN BELLINGHAUSEN

All’alba di ieri, giovedì, intorno alle 2:30, il direttore della prigione di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, José Miguel Alarcón García, ed il comandante della prigione, scortati da sette agenti di custodia, hanno trasferito nella prigione di Guasave, Sinaloa, il professor Alberto Patishtán Gómez, portavoce dei detenuti da 22 giorni in sciopero della fame.

Secondo i suoi compagni che si trovano nel presidio all’interno del carcere, il trasferimento di Patishtán Gómez “è chiaramente un tentativo di scoraggiare lo sciopero della fame”. Segnalano che le autorità governative “sono consapevoli, come noi, dell’autorità morale che rappresenta Patishtán all’interno della prigione, e più concretamente nello sciopero”.

Nel pomeriggio del giovedì, il governo statale ha annunciato che, “nell’ambito del programma di riduzione del sovraffollamento dei centri penitenziari, questo giovedì la Segreteria federale di Pubblica Sicurezza ha eseguito il trasferimento di 48 detenuti che si trovavano nelle prigioni del Chiapas in diverse prigioni federali del paese”.

In questo gruppo si trova Patishtán Gómez – aggiunge il bollettino ufficiale – “condannato a 60 anni di prigione per reati federali, dopo il suo arresto nel 2000”. Il maestro “si trova in buono stato di salute” ed è stato trasferito nel Carcere N. 8 di Guasave, Sinaloa.

Il sottosegretario degli Istituti Penali in Chiapas, José Antonio Martínez Clemente, ha precisato che tutti i detenuti trasferiti sono condannati per reati in ambito federale. In realtà, le autorità dello stato si sono dissociate dall’operativo. Ricordiamo che nel 2010, il governatore Juan Sabines Guerrero si era personalmente impegnato per la liberazione di Patishtán durante la sua visita all’ospedale di Tuxtla Gutiérrez, dove il professore tzotzil era stato ricoverato per sei mesi per problemi diabetici, per i quali non ha ricevuto l’assistenza adeguata, e si pensa che ne riceverà ancora meno nel nuovo carcere.

Patishtán è stato il portavoce ufficiale dell’azione di protesta pacifica intrapresa dai detenuti indigeni nelle prigioni di San Cristóbal, El Amate e Motozintla, rispetto al quale “il governo non solo non si è pronunciato, ma ha fatto di tutto per oscurare la protesta”, hanno dichiarato i familiari dei detenuti, ed ora “cerca di spezzare questo sciopero della fame”.

I detenuti e le loro famiglie – in presidio nel centro di San Cristóbal de Las Casas – chiedono la liberazione immediata di Patishtán Gómez e di tutti gli altri carcerati in sciopero della fame. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/21/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 20 ottobre 2011

Negate le visite ai detenuti in sciopero della fame nel carcere di San Cristóbal

HERMANN BELLINGHAUSEN

Pedro López Jiménez, 31 anni, tzeltal di Colonia Sibactel, municipio di Tenejapa, Chiapas, è da 21 giorni in sciopero totale della fame insieme ad altri sei detenuti indigeni nel carcere di San Cristóbal de las Casas. Chiede la sua liberazione perché sostiene di essere innocente dalle accuse per le quali è stato condannato a 14 anni di prigione, e che è stato torturato ed obbligato a dichiararsi colpevole di sequestro e violenza, reati che non ha commesso.

L’hanno arrestato gli agenti della polizia giudiziaria dello stato il 10 maggio 2007 a San Cristóbal de Las Casas. Come riferisce lo stesso López Jiménez, gli agenti non gli mostrarono nessun mandato di cattura. Nemmeno gli dissero il motivo dell’arresto. Condotto in una “casa” gli praticarono la tortura dell’asfissia con una busta di plastica, con l’acqua, gli bendarono gli occhi con uno straccio intriso di sostanza urticante e gli applicarono scariche elettriche. I suoi aguzzini lo bastonarono fino a fargli perdere i sensi.

López Jiménez ha riferito che alle torture partecipò “un numero imprecisato di poliziotti, perché erano in tanti”. Nello stesso luogo dove fu torturato firmò la sua dichiarazione su un foglio in bianco. Il giorno seguente la polizia lo consegnò al Pubblico Ministero (MP) dove, con l’intervento di qualcuno appartenente al Pubblico Ministero stesso, si ratificò la dichiarazione che consegnarono i poliziotti. Non ebbe né l’assistenza di un avvocato né di un interprete in tzeltal. Lo trasferirono in un’altra casa e da lì al Centro Statale di Reinserimento Sociale (CERSS) numero 5, a San Cristóbal.

Gli formalizzarono l’arresto 9 giorni dopo con una condanna a 14 anni, riconfermata anche in appello. Come succede anche per gli altri casi dei detenuti attualmente in sciopero della fame e digiuno, l’avvocato d’ufficio incaricato del loro caso non li tiene informati dell’andamento dei processi.

Secondo i collettivi dell’Altra Campagna che seguono il suo caso e l’hanno visitato in prigione, “lo stato di sovraffollamento in cui vivono i reclusi è preoccupante”. “Nelle celle di tre per tre metri e mezzo dormono minimo 10 persone”. López Jiménez è membro dell’organizzazione Solidarios de La Voz del Amate, ed ha effettuato digiuni “come forma di denuncia e pressione”. Ha denunciato pubblicamente anche il sovraffollamento in cui vivono i carcerati e la pessima qualità del cibo che ricevono, spesso scaduto.

Al momento del suo arresto era vice presidente dell’istruzione nella sua comunità. Ha cinque figli. Sua moglie, una donna contadina, ha dovuto cominciare a lavorare come salariata. La famiglia si è unita alle azioni in difesa dei detenuti e partecipa al presidio nella piazza di San Cristóbal, in corso da 12 giorni.

Con López Jiménez partecipano allo sciopero della fame, dal 29 settembre, Rosario Díaz Méndez, “prigioniero politico” della Voz del Amate; José Díaz López, Alfredo López Jiménez e Alejandro Díaz Sántiz, dell’organizzazione Solidarios de La voz del Amate, e Juan Díaz López, di Voces Inocentes.

Altri cinque detenuti partecipano con digiuni di 12 ore al giorno: Alberto Patishtán Gómez, della Voz del Amate, Andrés Núñez Hernández e Rosa López Díaz. Juan Collazo Jiménez (a Motozintla) ed Enrique Gómez Hernández (an Cintalapa) si sono uniti al digiuno il 3 ottobre.

Questo lunedì, un gruppo di indigeni cattolici di Huixtán ha chiesto di visitare i detenuti in sciopero nel Carcere N. 5, ma il direttore, José Miguel Alarcón García, ha vietato loro la visita dicendo di ritornare “tra 15 giorni”. Secondo Indymedia Chiapas, “non è la prima visita agli scioperanti che il direttore della prigione proibisce”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 19 ottobre 2011

Prosegue da 20 giorni lo sciopero della fame dei detenuti nelle prigioni del Chiapas

HERMANN BELLINGHAUSEN

Alberto Patishtán Gómez, portavoce della Voz del Amate e tutti i detenuti in sciopero della fame e digiuno nelle tre prigioni del Chiapas, via telefono oggi dal carcere di San Cristóbal de Las Casas, sottolinea che la protesta delle organizzazioni L’Altra Campagna, Voces Inocentes, Solidarios con la Voz del Amate e la comunità di Mitzitón “sono da 20 giorni in sciopero della fame senza alcuna risposta da parte del governo”.

Segnala che i detenuti, in particolare quelli che non assumono cibo dal 29 settembre scorso, accusano orami già forti nausee e debolezza, e che le autorità della prigione hanno ristretto le visite e l’ingresso di personale medico.

Rispetto al suo caso in particolare, il professor Patishtán ricorda “l’impegno (di concedere la sua libertà) preso dal governatore Juan Sabines Guerrero più di un anno fa nell’ospedale in cui era ricoverato; che non rimanga solo a parole, ma si concretizzi nei fatti”.

Dopo la liberazione – nel fine settimana – di Manuel Heredia e Juan Jiménez, della comunità di Mitzitón, nella sezione maschile del Carcere N. 5 restano sei indigeni in sciopero della fame, ed altri due a digiuno per 12 ore al giorno. A loro si uniscono Rosa Díaz López – nella sezione femminile -, Juan Collazo, nel Carcere N. 6 di Motozintla, ed Enrique Gómez Hernández, nel Carcere N. 14 di El Amate.

Rispetto alla liberazione di due membri dell’ejido di Mitzitón, le autorità della comunità hanno chiarito – per telefono – che non hanno inviato nessun ringraziamento al governatore né hanno negoziato col governo. I contadini tzotziles liberati sono rimasti in carcere ingiustamente per quasi 10 anni.

Il portavoce di Mitzitón ha ricordato che si è trattato di una lunga lotta; nel gennaio scorso la comunità aveva realizzato un presidio di fronte alla prigione per chiedere la liberazione dei suoi compagni. “C’è stata anche l’azione dei compagni nazionali ed internazionali” (con riferimento alla solidarietà ricevuta). Resta in prigione Artemio Díaz Heredia.

Domenica scorsa, a 17 giorni di protesta, un gruppo dell’Altra Campagna, compreso personale medico, ha visitato la prigione di San Cristóbal. Sui carcerati in sciopero della fame riferiscono che Rosario Díaz Méndez, Pedro López Jiménez, José Díaz López, Alfredo López Jiménez, Alejandro Díaz Santis e Juan Díaz López sono “esposti alle intemperie ed al freddo ed alla pioggia, fuori dalle celle, in presidio sotto una tettoria di lamiera e teli di plastica”. Accusano mal di testa, petto e stomaco, nausea, riduzione di peso, diarrea, stanchezza, segni di disidratazione, crampi alle gambe e pressione sanguigna bassa. Secondo il rapporto, i segni ed i sintomi osservati indicano “conseguenze fisiche dovute al digiuno; i detenuti sono in una fase in cui il digiuno inizia ormai a produrre effetti sulla salute fisica”.

Nella sezione femminile è a digiuno per 12 ore al giorno Rosa López Díaz che accusa dolori al petto e dolore permanente per ernia ombelicale da vari mesi. “Nell’ultima settimana Tomás Trejo Liévano, che si è presentato come psicologo del Carcere, è stato da le per convincerla a ‘parlare’, nonostante il rifiuto di Rosa”, alla quale sono state esercitate pressioni affinché abbandoni la protesta.

Impossibilitati allo sciopero della fame per motivi di salute, sono a digiuno anche Andrés Núñez Hernández e Patishtán Gómez; nel Carcere N. 14, Enrique Gómez Hernández, nel Carcere N. 6, a Motozintla, Juan Collazo Jiménez, che è “stabile, ma molto preoccupato per la madre che si trova al presidio dei familiari dei detenuti nella piazza di San Cristóbal” dall’8 ottobre.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 17 Ottobre 2011

La donna tzotzil in carcere in Chiapas chiede aiuto alle Mamme Antifasciste di Roma

HERMANN BELLINGHAUSEN

Dal carcere di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, Rosa López Díaz così scriveva nell’aprile scorso alle Mamme Antifasciste di Roma che, nella capitale italiana, avevano organizzato un incontro contro la tortura nelle prigioni: “Sono indigena di lingua tzotzil. Sono di famiglia umile e povera. Mi hanno arrestata il 10 maggio del 2007 insieme a mio marito (Alfredo López Jiménez) con l’accusa di un reato che non abbiamo commesso; ho subito trattamenti inumani come la tortura fisica e psicologica, e minacce di morte.

“E’ la cosa più triste che mi sia capitata nella mia vita di donna, non dimenticherò mai i volti delle persone che mi hanno picchiata ingiustamente; uomini e donne che dicono di essere autorità pubbliche non hanno cuore e solo violano i diritti umani imputando reati a persone che non danno loro denaro; e siamo finiti in prigione perché non conosciamo i nostri diritti e così siamo calpestati, ignorati per tutti i nostri diritti come esseri umani”.

Vittima di fabbricazioni giudiziarie e condannata a 27 anni di carcere, come suo marito oggi in sciopero della fame, Rosa raccontava alle madri italiane: “Chiedo solo perdono a Dio e che un giorno guarisca le ferite che porto dentro e fuori; la cosa più dolorosa della mia vita è che durante le torture ero incinta di quattro mesi e poi ho dato alla luce un bambino di nome Natanael López López, nato con danni cerebrali, il volto deforme e paralizzato”.

Rosa, da 17 giorni a digiuno, accompagna dalla prigione femminile di San Cristóbal lo sciopero della fame dei detenuti dell’Altra Campagna della sezione maschile del carcere N. 5, che chiedono la loro liberazione; è madre anche di un bambino di due anni, sano, che vive con lei in prigione: “I dottori hanno detto a mia madre che il bambino è nato malato per le torture ricevute al mio arresto”.

Oggi, aggiunge, “chiedo misericordia a Dio affinché mio figlio possa ricevere un trattamento adeguato per la sua malattia; ho bussato a tante porte ma nessuno mi ha ascoltato, oggi chiedo a Dio di toccare i vostri cuori affinché un giorno insieme possiate aiutarmi a superare questo dolore che mi porto giorno dopo giorno sola; non ce la faccio più, ho bisogno di voi, compagne e compagni, affinché insieme sconfiggiamo i malgoverni nei nostri paesi, meritiamo un trattamento degno, meritiamo uguaglianza”.

Funzionari governativi hanno fatto pressioni su Rosa perché abbandoni il digiuno, minacciando di toglierle la custodia del piccolo che vive con lei in prigione.

Dal 29 settembre sono in sciopero della fame Rosario Díaz Méndez, Pedro López Jiménez, José Díaz López, Alfredo López Jiménez, Alejandro Díaz Sántiz e Juan Díaz López. Oltre ad Alberto Patishtán e Rosa Díaz López, digiunano Andrés Núñez Hernández, Juan Collazo ed Enrique Gómez Hernández. I loro familiari, organizzati nella Voz del Amate, Voces Inocentes, Solidarios de La Voz del Amate e Mitzitón, mantengono una presidio nella piazza centrale di San Cristóbal de Las Casas per chiedere la liberazione dei prigionieri in sciopero della fame.

La comunità di Mitzitón ha comunicato che sabato scorso sono stati liberati dalla prigione di San Cristóbal i primi due detenuti in sciopero della fame: Manuel Heredia Jiménez e Juan Jiménez Pérez, “dopo 9 anni e 4 mesi di reclusione ingiusta”. La comunità tzotzil ribadisce che: “Stiamo lottando per la libertà di chi sta dentro le prigioni e fuori”. Annunciano che continueranno a lottare fino a vedere libero il loro compagno Artemio Díaz Heredia e gli aderenti che proseguono lo sciopero della fame.

“I nostri passi accompagnano quelli delle basi di appoggio dell’EZLN. Continueremo ad essere compagni e per questo vogliamo che cessi la persecuzione contro le comunità zapatiste, il cui unico reato, come noi, è quello di lottare per la propria autonomia”, concludono gli indigeni.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 15 Ottobre 2011

Basi di appoggio zapatiste subiscono aggressioni e saccheggi nella comunità Che Guevara, denuncia la JBG

Hermann Bellinghausen

La giunta di buon governo (JBG) Hacia la esperanza, di La Realidad Trinidad, Chiapas, ha denunciato minacce di morte con armi da fuoco, furto di prodotti, saccheggi e tentativi di omicidio contro le basi di appoggio zapatiste del villaggio Che Guevara, o Rancho La Paz, nel municipio autonomo di confine Tierra y Libertad, da parte di persone di insediamenti vicini protette da funzionari governativi.

Nei giorni 6, 7 e 8, Eladio Pérez e Filadelfo Salas, loro familiari ed altre sei persone sono  arrivate a rubare due ettari di piante di caffè ed altrettanti sono stati tagliati da Olegario ed Ángel Roblero. “Le piantagioni di caffè sono coltivate dai nostri compagni, ma queste persone stanno tagliando le piante nel terreno recuperato di Che Guevara, che si trova nel municipio ufficiale di Motozintla”, comunica la JBG.

La mattina del giorno 10, queste persone sono arrivate nuovamente sul terreno di 30 ettari con l’intenzione di tagliare altro caffè, ma le donne di Che Guevara l’hanno impedite. Tra gli intrusi, Bersaín e Misael Escobar si sono scagliati contro le donne a colpi di machete.

“La nostra compagna Martha Zunun Mazariegos è stata aggredita a colpi di machete ed è stata colpita al collo e presa a calci e poi, caduta a terra, minacciata con una pistola da Misael Escobar. Julia Aguilar ha ricevuto un colpo di con machete in testa, uno al braccio ed un calcio nell’addome. La compagna Guadalupe, di 75 anni, è stata aggredita con spintoni e minacce di morte”. Misael ha esploso tre colpi in aria. Sono poi spraggiunti altri sei zapatiste per difendere le donne e sono state minacciate di essere “eliminate una per volta”.

All’alba di martedì 11, Ángel Hernández Hernández, base di appoggio dell’EZLN di Che Guevara, mentre aspettava un’auto alla deviazione del Rancho La Paz, è stato avvicinato dai fratelli Escobar che “gli hanno legato collo e mani e picchiato, portandolo quindi in un’autofficina di proprietà di Misael al crocevia di San Dimas, dove hanno continuato a picchiarlo, e quando ha perso conoscenza hanno deciso di gettarlo nel fiume Río Grande di La Paz, a circa 100 metri, ma una donna che era con loro è intervenuta chiedendo che non lo facessero”. Poi, gli aggressori “hanno detto ad un altro dei nostri compagni, Manuel Barrios, che l’avrebbero ammazzato”.

Il gruppo degli aggressori è guidato da Silvano Bartolomé e Guillermo Pompilio Gálvez Pinto che la JBG accusa, insieme ai tre livelli di governo – municipale, statale e federale – di organizzare e manipolare la gente per provocare le basi zapatiste. “Questi atti criminali ci riempiono di rabbia e indignazione, ancora di più quando le istanze governative alle quali compete di fare giustizia li ignorano lasciandoli nell’impunità”.

La JBG denuncia Rodolfo Suárez Aceituno, presidente municipale di Motozintla, il governatore Juan Sabines Guerrero ed il presidente Felipe Calderón Hinojosa, quali “autori intellettuali” di questi “atti criminali”. Chiede alle autorità di fare giustizia. “Siamo stanchi di quello che fa il malgoverno; imprigiona gli innocenti mentre i criminali godono di piena libertà”.

La giunta zapatista avverte: “Pensano di farci paura affinché i nostri compagni abbandonino le terre che abbiamo riscattato con il sangue dei nostri compagni caduti nel 1994. Non ci arrenderemo, le difenderemo a qualunque costo e se il governo non fa niente al riguardo e l’unica opzione che ci lascia è difenderla con la nostra stessa vita, lo faremo volentieri”.

Se le autorità ufficiali non interverranno, “saranno complici di questi delinquenti”, aggiunge la JBG. “Come zapatisti, non ci vendiamo per le porcherie che distribuisce Juan Sabines, e molto meno per gli avanzi di quello che lui non riesce a mangiare”.

A due settimane dallo sciopero della fame di sette detenuti indigeni di diverse organizzazioni dell’Altra Campagna, ed altri sei a digiuno per 12 ore al giorno, il presidio dei familiari in corso da una settimana nella piazza centrale di San Cristóbal de las Casas denuncia nuove minacce di sgombero da parte del governo statale. Questo, perché lunedì prossimo inizia nello stesso luogo il Forum Mondiale del Turismo di Avventura, e non sembrano molto favorevoli all’immagine del governo chiapaneco le evidenze che si torturano e si imprigionano ingiustificatamente gli indigeni.

Come riferisce Indymedia Chiapas, questo giovedì i parenti in presidio hanno ribadito  che gli indigeni nelle prigioni di San Cristóbal, Cintalapa e Motozintla sono stati torturati sistematicamente. “L’asfissia è una delle forme di tortura più comuni in Chiapas, non solo durante i governi precedenti, ma anche nell’attuale amministrazione la cosa è sistematica”. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/15/politica/015n1pol

Denuncia della JBG

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 12 ottobre 2011

Il Tribunale Permanente dei Popoli darà visibilità agli indigeni

MATILDE PÉREZ U.

Si installato il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) che sarà un luogo per pensare ad una nuova costituente ed opererà affinché i popoli indigeni siano riconosciuti come soggetti di diritto, ha affermato il vescovo di Saltillo, Raúl Vera López, partecipando al forum Messico ed il Mondo Attuale, organizzato da Casa Lamm e La Jornada.

Dopo aver raccontato alcune delle sue esperienze nella lotta dei minatori di Pasta de Conchos, nel lavoro per documentare la sparizione di almeno 200 persone a Coahuila e la creazione della Rete dei Familiari Desaparecidos, Vera López ha riferito che la lotta del vescovo Samuel Ruiz García affinché gli indigeni – i più poveri – fossero considerati soggetti di diritto, continua ed ora con il TPP saranno visibili e saranno presi in considerazione.

In questo tribunale, ha specificato, “si farà una radiografia chiara di chi guida il paese, della mancanza di razionalità e si recupererà il vero sentire politico e della giustizia”.

Luis Hernández Navarro, opinionista di La Jornada, e Magdalena Gómez, collaboratrice di questa testata, hanno descritto i precedenti del TPP, stabilito formalmente nel 1979 a Bologna, Italia, ed il cui compito è dare visibilità ed esaminare i casi in cui si commettono crimini contro l’umanità.

Hernández Navarro ha raccontato che, nei 32 anni di esistenza del TPP, i suoi 130 membri si sono riuniti in più di 40 occasioni per giudicare dai genocidi fino ai crimini ambientali ed abusi commessi dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e da imprese transnazionali in diversi paesi. Nel caso del Messico si stabilirà dopo quattro anni di intenso lavoro realizzato da Andrés Barreda per giudicare i casi che denunceranno i popoli. “Sarà una tribuna per dare la parola a chi subisce abusi, uno spazio per conservare la memoria; sarà il luogo in cui i popoli che hanno subito gravi violazioni ai propri diritti presentino i loro casi”.

Jorge Fernández Souza, avvocato e studioso dell’Università Autonoma Metropolitana, ha affermato che nel paese lo stato di diritto è praticamente sepolto, perché “si è persa la bussola del diritto; si è distorto tutto, c’è distanza tra la legge e quello che succede nella realtà. La possibilità di accedere ad istanze minimamente credibili è scarsa”.

Ha dichiarato che il TPP farà da cassa di risonanza, perché la sua statura morale è molto alta.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 12 ottobre 2011

Le autorità del PRD premono perché sia rimosso il presidio a San Cristóbal

HERMANN BELLINGHAUSEN

San Cristóbal de las Casas, Chis. 11 ottobre. Funzionari municipali inviati dal sindaco Cecilia Flores, del PRD, hanno esercitato pressioni sugli indigeni accampati nella piazza centrale di questa città, familiari dei detenuti in sciopero della fame nel Carcere N. 5 ed in altre due prigioni chiapaneche, che chiedono la loro liberazione.

Come ha comunicato questa mattina Alberto Patishtán Gómez, membro della Voz del Amate e portavoce dei sette detenuti in sciopero della fame, che oggi sono al 13° giorno di protesta, gli emissari municipali pretendono che si tolga il presidio dalla piazza della cattedrale di San Cristóbal almeno mentre si svolgerà il Forum Mondiale del Turismo di Avventura il prossimo fine settimana. Nei prossimi giorni è previsto l’arrivo dei partecipanti.

Patishtán ha detto a La Jornada che le famiglie hanno risposto alle pressioni “che si ritireranno dalla piazza solo quando usciranno liberi tutti i detenuti rinchiusi ingiustamente”.

Il portavoce dei detenuti ha rivolto un appello alla società civile ed a coloro che simpatizzano con la richiesta di libertà, a realizzare azioni di solidarietà in difesa delle famiglie indigene che sono in presidio permanente, di fronte al pericolo che, ha detto, “vengano cacciati con la forza dalla piazza affinché i governanti possano fare bella figura con la loro festa per promuovere il turismo”.

Mentre il governo non ha praticamente fatto nulla per rispondere alle richieste dei detenuti, alcuni rappresentanti del Consiglio Statale dei Diritti Umani (CEDH) nei giorni scorsi si erano offerti ai detenuti dell’Altra Campagna di intervenire nei loro casi se avessero firmato un documento nel quale designavano lo stesso CEDH come loro rappresentante legale.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) ha inviato comunicazioni al governatore ed al titolare del sistema penitenziario in Chiapas, e l’unica risposta è stata una notifica della direzione delle carceri secondo la quale i casi saranno “dati in carico” ai tribunali locali delle prigioni corrispondenti. “Non c’è alcuna risposta ufficiale”, sostiene Víctor Hugo López, direttore del Frayba. “Il governo vuole solo prendere tempo”.

Intanto, 15 collettivi, organizzazioni sociali e reti solidali della Sesta Internazionale dell’Altra Campagna in diverse nazioni europee hanno manifestato il loro sostegno allo sciopero ed al digiuno degli indigeni dell’Altra Campagna: “Ci uniamo alla vostra richiesta contro gli arbitri di José Antonio Martínez Clemente, sottosegretario per l’Applicazione delle Sanzioni Penali e Misure di Sicurezza dello stato, e di José Miguel Alarcón García, direttore del Carcere N. 5. Chiediamo che si permetta l’ingresso di familiare, amici, accompagnatori e personale medico”.

Gruppi civili di Francia, Svizzera, Italia, Spagna e Germania ritengono responsabili questi funzionari ed il governatore chiapaneco Juan Sabines Guerrero “di qualunque cosa possa accadere” ai detenuti Rosario Díaz Méndez, Pedro López Jiménez, José Díaz, Alfredo López Jiménez, Alejandro Díaz Santis, Manuel Heredia Jiménez, Juan Díaz López, Alberto Patishtán Gómez, Andrés Núñez Hernández, Rosa López Díaz e Juan Jiménez Pérez.

Chiedono che “cessi il ricatto contro Rosa López Díaz, alla quale hanno minacciato di togliere il figlio” se non interrompe il digiuno. Soprattutto chiedono la “liberazione immediata” dei detenuti di La Voz del Amate, solidali di La Voz del Amate, L’Altra Mitzitón e Voces Inocentes.

I collettivi concludono: “Seguiamo la situazione ed eserciteremo la pressione necessaria per ottenere, tutti insieme, la loro liberazione”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 10 ottobre 2011

Compie due anni Desinformémonos, la rivista elettronica “indipendente e libera” diretta dalla giornalista Gloria Muñoz

Mónica Mateos-Vega

La rivista elettronico Desinformémonos compie due anni e conferma lo spirito che ha animato la sua nascita: dare voce agli indignati nel mondo.

“Non trattiamo né ci preoccupiamo dell’informazione di governi, deputati, presidenti municipali, né dell’informazione calata dall’alto. Qui non passa, a meno che si tratti di mettere in discussione determinati modi di governare, ma non è la cosa più importante, la cosa importante è come agiscono coloro che stanno in basso: che cosa fanno per le strade, come si sta trasformando la politica e come se ne stanno appropriando”, spiega Gloria Muñoz, direttrice di questo progetto “di comunicazione autonoma, libera ed indipendente”.

La giornalista dirige una squadra di comunicatori, “ma anche di persone dei movimenti sociali, persone dei villaggi, giovani dei quartieri e molte donne, che condividono con noi le loro storie di lotta, di resistenza, di sopravvivenza e di repressione”, segnala nell’intervista.

Aggiunge che in due anni la rete dei collaboratori è aumentata (circa 100 persone), con le quali stiamo preparando il numero speciale dell’anniversario che includerà “sogni, attività, lotte, resistenze, illustrazioni, fotografie e video di ragazzi di Messico, Cile, Brasile, Honduras, Guatemala, Cuba, Hawai, Austria, Ucraina, Georgia, Siberia, Nigeria, Spagna, Argentina, Francia, Italia, Stati Uniti, Bolivia, Uruguay, Haiti e Turchia.

La cosa meravigliosa di questo è che tutto proviene da lavoro volontario, molto professionale, di persone che credono in questa trincea e che in qualche modo fa parte delle sue lotte. Sono stati due anni di apprendimento, durante i quali la componente più rilevante è stato l’attivismo”.

Desinformémonos viene pubblicato in sei lingue e viene visitato mensilmente da persone di 125 paesi.

Muñoz, collaboratrice anche della Jornada, ritiene che “la società esige spazi di giornalismo che si occupino di quello che i grandi mezzi di comunicazione non affrontano, di quello che succede in basso, nei quartieri, nelle fabbriche, in campagna.

“Da due anni è in corso il progetto di un laboratorio di giornalismo per le lavoratrici del sesso, con le quali stiamo realizzando un libro di interviste realizzate da loro stesse. Stiamo inoltre facendo scambi tra le comunità.

“C’è un’esplosione di mezzi di comunicazione di cittadini, autonomi, liberi che  rispondono ai bisogni della loro realtà, della società in complesso. Sono la risposta a quello che offrono i grandi media”.

La giornalista aggiunge che negli ultimi 12 mesi “Desinformémonos ha subito un colpo emotivo molto forte: la perdita di Matteo Dean, fondatore, giornalista, giovane, compagno, un uomo che ha dato molta vitalità al progetto. La sua dolorosa e repentina scomparsa ci ha portato a molte riflessioni, e parte del lavoro che si sta facendo per il secondo anniversario, e quello che verrà, è un omaggio a lui”.

Contemporaneamente alla pubblicazione on-line, nelle prossime settimane, per la prima volta, la rivista sarà pubblicata su carta, e prossimamente avrà un’edizione propria in Brasile e Italia. Esiste anche una versione in PDF che si può scaricare e stampare.

Il numero di visitatori della pagina di Desinformémonos si aggira intorno ai 35 mila al mese, e molti dei suoi contenuti sono ripresi da altri siti web e blog, con cui si incrementano le visite.

!La nostra successiva tappa sarà il rafforzamento l’impegno che abbiamo acquisito in questi due anni: maggiore coinvolgimento con quello che succede nel mondo, incominciando con lo stampare la rivista e diventare una rivista quindicinale.

“E’ sempre una scommessa lavorare senza risorse, ma ne vale la pena”, conclude Muñoz, che dirige una squadra formata, nel suo nucleo, da Marcela Salas, Sergio Castro, Jaime Quintana, Amaranta Cornejo, Isabel Sanginés e Adazahira Chávez, oltre ad un gruppo solidale di traduttori in tutto il mondo.

Le celebrazioni per il secondo anniversario della rivista elettronica Desinformémonos partono questo martedì 11 ottobre con la tavola rotonda Etica giornalistica, alla quale partecipano Luis Villoro, Fernanda Navarro, Miguel Ángel Granados Chapa, Hermann Bellinghausen, un rappresentante del laboratorio di giornalismo dei lavoratori del sesso Aquiles Baeza, e Muñoz. L’appuntamento è alle 18:00 presso l’auditorium Ricardo Flores Magón della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Nazionale Autonoma del Messico.

I festeggiamenti proseguiranno il 22 ottobre con il Fandango de los Nadies, che si svolgerà nella Scuola Emiliano Zapata (Canacuate 12, angolo Cicalco, Santo Domingo, Coyoacán, dalle ore 12 alle 22), ed il 12 novembre con un concerto presso il Foro Alicia (avenida Cuauhtémoc 91-A, colonia Roma).

http://www.jornada.unam.mx/2011/10/10/cultura/a10n1cul

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 9 ottobre 2011

Il movimento di Javier Sicilia esprime il suo sostengo alle basi zapatiste

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 8 ottobre. Javier Sicilia ha espresso “sostegno morale e politico a tutte le basi di appoggio zapatiste” da parte del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità (MPJD).

In un messaggio letto questa mattina dalla Commissione Azioni di Resistenza del MPJD, in conferenza stampa, Sicilia ha dichiarato: “Durante la nostra visita in Chiapas, con la  Carovana del Sud, in settembre scorso, siamo stati informati delle minacce e delle aggressioni contro le basi di appoggio zapatiste, ed in particolare della comunità di San Patricio, municipio autonomo La Dignidad, corrispondente al municipio ufficiale di Sabanilla”.

Nello stesso tempo, il movimento civile ha chiesto ai governi federale e statale “che si garantisca in forma immediata la vita e l’integrità di tutte le basi di appoggio dell’EZLN” nella comunità autonoma di San Patricio, e che si garantisca il libero accesso ed il rispetto delle terre di questa comunità, poiché riteniamo che tali aggressioni sono un attentato, non solo contro le basi di appoggio zapatiste, ma contro una nuova speranza di ricostruzione della nazione: le autonomie”.

La delegazione del MPJD ha inoltre reso noto un messaggio indirizzato alle giunte di buon governo dei caracoles di Roberto Barrios ed Oventic, per annunciare che invierà in Chiapas una delegazione di 13 persone per “conoscere direttamente dalle vostre voci di quello che succede”.

(….) In due messaggi più, rivolti a Las Abejas di Acteal ed ai detenuti in sciopero della fame e digiuno nella prigione di San Cristóbal, il MPJD ha ribadito la sua vocazione pacifica. A questi ultimi ha detto: “Riconosciamo pienamente il digiuno e lo sciopero della fame come due forme di lotta di grande radicalità morale e fisica, il cui scopo è far venire a galla la verità e toccare la coscienza di chi li fa e dell’avversario. Confidiamo pienamente che questo sciopero della fame e digiuno dia i frutti che tutti aspettiamo quanto prima, e che possiamo riunirci in un abbraccio solidale di libertà”.

 

Questa mattina, i famigliari, in maggioranza donne, di questi detenuti indigeni hanno installato un presidio di fianco alla cattedrale, per chiedere la liberazione dei membri della Voz del Amate, Voci Innocenti, Voces Inocentes, Solidarios con la Voz del Amate e la comunità organizzata di Mitzitón.

Nella piazza della soprannominata Cattedrale della Pace il prossimo fine settimana si svolgerà il Forum Mondiale del Turismo di Avventura, in occasione del quale albergatori e ristoratori aspettano un gran numero di visitatori che vengono a visitare le bellezze dello stato. Le autorità hanno già installato una struttura espositiva proprio a pochi metri dal presidio degli indigeni che chiedono giustizia.

Questo presidio è stato dichiarato a tempo indeterminato e fino alla liberazione dei detenuti in sciopero della famer dal 29 settembre in tre prigioni del Chiapas. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/09/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 6 ottobre 2011

Costante aggressione contro le scuole autonome zapatiste. ONG lanciano una “dichiarazione mondiale a difesa dell’ejido San Marcos Avilés

HERMANN BELLINGHAUSEN

Le scuole autonome zapatiste delle comunità del Chiapas, come San Marcos Avilés, Tentic e Las Mercedes, “sono ripetutamente aggredite da gruppi filogovernativi che in tal modo impediscono il loro normale funzionamento colpendo non solo la scolarità dei bambini indigeni, ma la convivenza comunitaria”.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) ed il Movimento per la Giustizia del Barrio – dell’Altra Campagna di New York – lanciano una “dichiarazione mondiale” a difesa dell’ejido San Marcos Avilés (municipio di Sitalá): “Lo Stato messicano, per mezzo degli attori politici e delle organizzazioni filogovernative, ha tentato di smantellare il processo che va a compimento, con la sua pratica quotidiana, degli accordi di San Andrés nel progetto di autogoverno, giustizia, lavoro, salute, giusta tecnologia ed educazione”.

I promotori ritengono che “l’avanzamento del Sistema Educativo Ribelle Autonomo Zapatista a San Marcos Avilés ha dato il pretesto per attaccare le basi di appoggio  che hanno subito minacce di morte, persecuzione, furti, aggressioni sessuali e sgomberi forzati con l’intervento di membri dei diversi partiti politici”.

Ricordano che il 9 settembre 2010, dopo la costruzione della prima scuola autonoma dell’ejido, più di 170 basi zapatiste sono state cacciate con violenza dalle proprie case da un gruppo di scontro guidato da Lorenzo Ruiz Gómez e Vicente Ruiz López e da persone affiliate ai partiti PRI, PRD e PVEM. Questo gruppo “armato di machete ed armi da fuoco, fece irruzione nelle abitazioni e cercò perfino di violentare due donne dell’ejido”.

Secondo le testimonianze di abitanti della regione, gli attacchi “intendono indebolire il progetto di educazione autonoma”. Dopo l’accaduto, le basi zapatiste trascorsero più di un mese alle intemperie. Il 12 ottobre dello stesso anno, al loro ritorno – accompagnati da una carovana di solidarietà – “trovarono le loro case saccheggiate, gli animali uccisi, il raccolto, le piantagioni di caffè e gli alberi da frutto distrutti”.

Le vessazioni non sono cessate e questa situazione genera ulteriore violenza, impunità e violazioni dei diritti umani, impedendo la vita quotidiana ed i lavori agricoli degli zapatisti di San Marcos Avilés.

Le condizioni di salute si sono deteriorate. Si registrano “livelli gravi denutrizione e la morte di un neonato di pochi mesi”. A San Marcos e nelle comunità vicine c’è un’epidemia di tifo che ha ucciso almeno un’altro bambino.

Nell’appello si denuncia che, con la violenza, si vuole “soffocare il processo storico in atto nella costruzione della nuova istituzione educativa degli zapatisti” che, come popolo indigeno “hanno il diritto di costruire la propria autonomia, difendere i propri territori ancestrali e creare un sistema educativo che sostenga e rifletta le loro pratiche culturali e intellettuali”.

La dichiarazione chiede la sospensione immediata e permanente delle minacce di morte, saccheggi, espropri, aggressioni sessuali e sgomberi contro le basi di appoggio dell’EZLN, così come il rispetto del loro diritto alla libera determinazione che si esprime nella loro costruzione di autonomia di governo, giustizia, educazione, diritto all’alimentazione e salute.

Nella comunità di Tentic, a circa 20 chilometri dal caracol di Oventic, appartenente al municipio autonomo San Andrés Sakamch’en de los Pobres, i priisti impediscono il funzionamento della scuola autonoma contravvenendo ad un accordo del 2004. Il governo dello stato ha costruito una nuova scuola primaria, mentre gli zapatisti conserverebbero il possesso di quella vecchia, oggi scuola primaria autonoma “Compañero Salvador“. Ciò nonostante, il 10 di maggio scorso, circa 50 priisti hanno abbattuto i muri e messo catene e lucchetti. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/06/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 2 ottobre 2011

“Detenzione e tortura” contro gli aderenti all’Altra Campagna

Hermann Bellinghausen

Gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, Chiapas, hanno denunciato detenzioni ingiustificate, furti e torture avvenute nei giorni scorsi contro aderenti dell’Altra Campagna, perpetrati dalla Polizia Statale Preventiva (PEP), in complicità con i gruppi filogovernativi della regione.

Segnalano che Miguel Vázquez Deara era stato catturato dalla PEP lo scorso 26 settembre senza alcun mandato di arresto. “Attraverso montature e falsi testimoni” hanno cercato di accusarlo di diversi assalti alle auto sulla strada Ocosingo-Palenque. L’altro giorno, l’accusato “è apparso” presso la Procura Indigena, riconosciuto da un avvocato della società di trasporto per cui lavora.

La parte in causa ha potuto documentare che il detenuto “è obbligato a dire i nomi dei dirigenti” dell’Altra Campagna, e siccome non ci sono elementi per accusarlo, lo portano su una strada, gli mettono in mano un’arma e così diventa un assaltante”. I poliziotti avrebbero agito su ordine di Juan Alvaro Moreno, dirigente del PVEM, molto vicino al gruppo di ejidatarios che, insieme alla polizia, occupò la cabina di riscossione delle cascate di Agua Azul e la consegnò al governo senza l’accordo della comunità, gruppo guidato da Francisco Guzmán Jiménez, Goyito, e Miguel Ruiz Hernández.

“È evidente che è la polizia stessa a compiere gli assalti su quel tratto di strada”, sostengono gli ejidatarios, che raccomandano ai turisti in visita ad Agua Azul di “prendere misure precauzionali perché può succedere come ad un gruppo di maestri in pensione, che sono stati assaltati a 300 metri dai poliziotti”. Al contrario, “con gli attivisti sociali ci mettono tutto l’impegno”. Il giorno 26, i poliziotti hanno perquisito la casa di Juan Aguilar Guzmán, ex prigioniero politico, “sembra alla ricerca di armi, come principale dirigente dell’Altra Campagna”.

“Sono arrivati sparando, hanno picchiato una donna, spaventato i bambini e non hanno trovato niente”. Gli agenti “hanno rubato uno stereo, un cellulare, delle torce e 5 mila pesos, distruggendo tutto; hanno fatto un disastro e si sono portati via il compagno Jerónimo Aguilar Espinoza senza alcun mandato di arresto, e dopo ore di tortura, il giorno seguente l’hanno liberato, senza nessun documento”.

Il 7 settembre era stato arrestato l’aderente dell’Altra Campagna Antonio Estrada che, dopo cinque giorni “di torture”, è stato processato il giorno 13, “dopo aver montato un presunto assalto al chilometro 100 del tratto stradale, secondo le dichiarazioni della Polizia Federale, mentre invece era stato fermato al chilometro 93 dalla polizia preventiva”.

Queste azioni “sono dirette contro gli attivisti sociali, non contro i delinquenti”. Nella denuncia si sostiene che “c’è molta violenza nell’ejido sempre più disgregato e la presenza della polizia nelle comunità è più violenta, dicono per combattere gli assalti sulla strada di Xanil e Agua Azul”. Ciò nonostante, “grazie alla presenza dei preventivi, gli assalti sono aumentati”. “I veri delinquenti” sono nel gruppo filogovernativo. Solo il 21 era stato sequestrato “ad un gruppo di persone di Jukuton un campo coltivato con stupefacenti”, ma il commissario ejidale li ha coperti.

Le minacce contro L’Altra Campagna sono continue, quando è questa organizzazione “che questo facendo di tutto per fermare i delinquenti, perché i veri delinquenti sono i filogovernativi”, concludono gli ejidatari.

Il quotidiano britannico Financial Times, lo scorso venerdì 30, ha pubblicato un insolito servizio su San Sebastián Bachajón ed il il conflitto per la cabina di riscossione all’ingresso delle cascate. Nell’articolo intitolato “Mexico: paradise in dispute”, Fionn O’Sullivan descrive con obiettività i fatti violenti e le detenzioni illegali (più di 100) contro L’Altra Campagna a San Sebastián. Attribuisce tutto ciò alle ambizioni governative e private per sviluppare un “esclusivo” centro turistico nella località.

“Nonostante un’altra cabina costruita dal governo e le barricate della polizia, non sembra imminente nessuno sviluppo turistico. Per molti, il turismo ecosostenibile implica l’armonia tra i visitatori e l’ambiente. Considerati i punti di vista sul futuro di Agua Azul, tutto indica che i danarosi stranieri ed i messicani ricchi non avranno tanto presto la loro versione del Nirvana”. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/02/politica/015n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 1° ottobre 2011

In sciopero della fame 11 detenuti in Chiapas; chiedono la scarcerazione

Hermann Bellinghausen

Sette detenuti, considerati “politici”, questo giovedì hanno iniziato uno sciopero dello fame a tempo indeterminato, ed altri quattro sono a digiuno per chiedere la loro “liberazione immediata” dal Centro Statale di Reinserimento Sociale del Penitenziario numero cinque, a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas. Sono membri delle organizzazioni La Voz del Amate e Voces Inocentes, entrambe aderenti all’Altra Campagna, o “solidali” con questi gruppi.

“Dopo aver sopportato le ingiustizie che hanno causato danni alle nostre famiglie con questi ingiusti arresti e la montatura di reati che ci hanno privato della libertà”, in alcuni casi “per aver difeso i nostri diritti ed altri solo perché poveri ed analfabeti”, i detenuti sostengono che sono stati violati i loro diritti e che questo continua a succedere: “Le autorità competenti ci ignorano”.

Per dimostrare la loro “innocenza” hanno iniziato lo sciopero ed il digiuno alle ore 10:30 di ieri. Sette sono in sciopero totale della fame: Rosario Díaz Méndez e Manuel Heredia Jiménez, “prigionieri politici” della voz del Amate; Pedro López Jiménez, José Díaz López, Alfredo López Jiménez e Alejandro Díaz Sántiz , “solidali” con La Voz del Amate, e Juan Díaz López, “prigioniero politico” di Voces Inocentes.

Altri quattro reclusi partecipano con digiuni di 12 ore “per ragioni di salute”: Alberto Patishtán Gómez, anch’egli della La Voz del Amate, Andrés Núñez Hernández e Rosa López Díaz, “solidali”, oltre a Juan Jiménez Pérez, aderente dell’Altra Campagna, originario di Mitzitón.

La protesta è stata dichiarata a tempo indeterminato, “al fine di ottenere la giustizia vera”. Esigono l’intervento immediato del governatore Juan Sabines Guerrero, “per la libertà incondizionata che ci spetta”.

La Rete contro la Repressione e per la Solidarietà, che fa parte dell’Altra Campagna, ha espresso la propria solidarietà con questa azione: “I nostri compagni detenuti hanno più volte denunciato le violazioni dei loro diritti fondamentali, le condizioni inumane in cui vivono dentro la prigione e le prove della loro innocenza ed il diritto di essere liberati”.

La sezione chiapaneca della Rete sostiene: “Ascoltando la storia di ognuno dei detenuti non mancano motivi per esigere la loro immediata liberazione, perché la maggioranza di loro è stata torturata fisicamente e psicologicamente, con lo stesso metodo di tortura che si pratica ogni giorno in Chiapas. Non sono mai state rispettate le garanzie al giusto processo; in prigione sono sottoposti ad un regime autoritario ed arbitrario che quotidianamente calpesta la loro dignità e quella dei loro famigliari”.

Aggiunge: “I compagni si sono organizzati per lottare in maniera instancabile e permanente contro gli abusi delle istituzioni penitenziarie e per non cadere nell’oblio. Ora iniziano uno sciopero della fame, una delle poche armi che resta per chiedere la liberazione, e che mette in pericolo la loro vita”.

La Rete appoggia in particolare la liberazione del “prigioniero politico” Alberto Patishtán Gómez, “privato della libertà dal 2000, accusato di reati che non ha mai commesso e montati da istanze governative”.

Il professore tzotzil Patishtán Gómez, che da anni difende i diritti umani della popolazione carceraria, prima nella prigione El Amate (Cintalapa) ed ora in quella di San Cristóbal, ha comunicato telefonicamente che il presidio pacifico e lo sciopero della fame si svolgeranno all’esterno dell’edificio penitenziario, a Los Llanos, nel municipio di San Cristóbal, “affinché il governo ci restituisca la libertà”.. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/01/politica/016n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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