Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2014

La Jornada – Giovedì 30 gennaio 2014

La promozione dei programmi federali in Chiapas provoca divisioni tra le comunità

Hermann Bellinghausen. Inviato. Nuevo Jerusalén, Chis. 29 gennaio. Divisione all’interno delle comunità, perfino tra le famiglie. Promesse consumistiche ed offensive. Distribuzione di assegni. Condizionamento di programmi. Minacce velate e non tanto. Compreso gli inviati federali che promuovono il Fondo de Apoyo para Núcleos Agrarios sin Registro (FANAR, successore del Procede), che si presentano a negoziare offrendo bevande alcoliche, come è successo alla fine del 2013 a Joltulijá, una bella comunità con due lagune dal pericoloso potenziale turistico.

“Sono arrivati ad offrire alcolici ai commissari che li hanno rifiutati dicendo ‘noi stiamo cercando di far smettere alla gente di bere e voi ci venite ad offrire alcool?’ “, racconta un anziano della comunità. In maggioranza siamo in resistenza, ma qualcuno, alle nostre spalle, ha chiesto di ottenere titoli di proprietà al governo che vuole solo derubarci. La sua pressione è grande per l’interesse turistico della zona. Arrivano con funzionari pubblici e per spaventarci ci dicono che manderanno l’Esercito se non accettiamo. In effetti, era arrivato un distaccamento dell’Armata, ma di fronte al rifiuto degli indigeni si è ritirato.

Gli indigeni indicano come responsabili diretti di questa operazione, l’ispettrice agraria Rita Guadalupe Medina Septién e l’avvocato Juan René Rodríguez, entrambi della Procura Agraria di Ocosingo, accompagnati da funzionari del Registro Agrario Nazionale (RAN). Non sono stati ricevuti a in Arroyo Granizo, La Arena, San José Guadalupe e Limonar, mentre sono stati accolti a Nuevo Francisco León y Lacanjá Tzeltal, dove si sono recati ad ottobre. Al loro passaggio, i funzionar lasciano divisioni, a volte di false tinte religiose perché normalmente programmi vengono accettati da persone di confessione evangelica. Se quelli che si oppongono sono cattolici (e non pochi presbiteriani), le divergenze e gli scontri sono garantiti: Ci sono già stati conflitti, perfino tra fratelli. Si dividono le autorità ejidales. Si minacciano tra loro.

Si sono presentati a Nuevo Francisco León in settembre, “a parlare del FANAR, promettendo aiuti, crediti, ed anche se non abbiamo soldi, possiamo andare ai magazzini Elektra a comprare un frigorifero. ‘Ne ricaverete molti benefici se accetterete i progetti del governo’, ci dissero”.

La successione delle testimonianze ha la forza della reiterazione, la conferma del perché le comunità nella selva Lacandona nord rifiutano i procedimenti di titolazione e regolarizzazione agraria spinti dal governo. Molte di loro si trovano, almeno in parte, dentro la cosiddetta zona di contenimento della riserva dei Montes Azules. Per molti anni i governi hanno tentato di limitare i loro diritti territoriali, o di sottrarli. Basti dire che in questa zona ci sono anche numerose basi di appoggio zapatiste che respingono qualunque intromissione governativa, non accettano programmi e difendono il loro territorio.

Ma come dice una donna di Lacanjá Tzeltal, la pressione governativa è servita ad unire cattolici e presbiteriani, molti priisti hanno lasciato il partito a causa del FANAR. Non c’è accordo ma hanno già fatto i rilievi della terra che non è stata consegnata. Li possiamo ancora fermare. Molti si stanno pentendo.

Gli inviati governativi dicono che le vecchie visure non sono più valide. Inoltre, condizionano visure e programmi, come il Procampo, all’accettazione del FANAR. Violano la Legge Agraria poiché senza convocare assemblee per l’approvazione del programma, implementano le regole del FANAR. Le loro azioni fuori della legge hanno causato divisioni.

I ribelli di Nuevo Francisco León e Lacanjá Tzeltal hanno chiesto alla Procura Agraria il rispetto dei diritti agrari e che attraverso i programmi non si vada a cambiare il regime ejidale. http://www.jornada.unam.mx/2014/01/30/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 28 gennaio 2014

Allarme sulla privatizzazione delle terre nel nord della Selva Lacandona

Hermann Bellinghausen. Inviato. Palenque, Chis. 27 gennaio. Lo scontento scorre tra le comunità del nord della selva Lacandona per l’applicazione di programmi governativi che limitano l’uso delle loro terre, in particolare il Fondo de Apoyo para Núcleos Agrarios sin Registro (Fanar), che permetterebbe la privatizzazione dei poderi ed è promosso dal Ministero per lo Sviluppo Agrario, Territoriale ed Urbano, (Sedatu) e dalla Procura Agraria.

Perfino i grandi conglomerati filogovernativi della cosiddetta comunità lacandona (Nueva Palestina, tzeltal, e Frontera Corozal, chol) hanno manifestato il loro dissenso. Loro sono stati colpiti in particolare dal programma Redd Plus, ora concluso, ma che è servito per ottenere la loro firma, durante il governo passato, su una serie di impegni che di fatto impediscono loro di fare uso delle terre, un preambolo alla sottrazione delle terre.

Queste comunità, in particolare Nueva Palestina, hanno una lunga storia di violenze ed abusi contro decine di villaggi di diverse organizzazioni dentro la riserva dei Montes Azules e nella zona di contenimento, con l’episodio più grave, ma non l’unico, il massacro a Viejo Velasco Suárez nel 2006, ancora impunito benché due abitanti dell’ejido Nuevo Tila siano accusati dei fatti ed esistano mandati di cattura contro di loro, nonostante fossero compagni delle vittime. Secondo le organizzazioni indipendenti della zona, i veri responsabili sono abitanti di Nueva Palestina e membri del villaggio lacandone di Lacanjá Chansayab.

I ricatti allo stato dei paramilitari

Un indigeno, testimone del massacro che per ragioni di sicurezza conserva l’anonimato, descrive così la situazione: Chi sono quelli che ora chiedono giustizia e rispetto per il loro territorio? Sono gli indigeni privilegiati dal sistema corrotto del PRI e del PRD, semplicemente chiamati paramilitari dalle comunità. Sono stati utilizzati dallo stato per reprimere, ammazzare, sequestrare, far sparire e bruciare vivi chi ha posizioni politiche diverse, ma in fin dei conti tutti sono indigeni.

Ed aggiunge: “Ogni volta che vogliono più potere e risorse ricattano lo stato. L’hanno fatto con Juan Sabines Guerrero, che ha elargito loro soldi a piene mani con la scusa di preservare la selva Lacandona. I lacandoni hanno ceduto le loro terre con il programma Redd Plus per ‘servizi ambientali’, in cambio di 2 mila pesos al mese. I vecchi comuneros hanno firmato l’accordo senza il consenso dei figli, ed ora questi esigono anche dei soldi.

“Non sappiamo che cosa vogliono, forse giustizia, ma dubitiamo che sia davvero così, piuttosto è una strategia per ottenere più soldi. Quanti milioni ha dissipato Pablo Salazar Mendiguchía per comprare le terre dei lacandoni? Quanti milioni ha saccheggiato Sabines allo stato per darli ai lacandoni per ‘servizi ambientali’? Al governo servono i lacandoni, li utilizzano per giustificare i megaprogetti nella zona”, sostiene.

Durante un giro per la selva nord, La Jornada ha rilevato che questa situazione colpisce quasi tutte le comunità. La cosa nuova è che anche i fedelissimi del governo si sono scoperti in trappola. Quelli di Nueva Palestina ed i lacandoni sono conosciuti come paramilitari dei governi dalle comunità chol, tzeltal e zoque, dai tempi del presidente Luis Echeverría e del governatore Manuel Velasco Suárez, sostiene l’indigeno, membro dellaUnión de Comunidades de la Selva de Chiapas (Ucisech).

I lacandoni ed i loro alleati hanno sempre ottenuto benefici ed immunità e vengono presentati come pacifici, conservazionisti, ospitali col turista, non sono rivoltosi, a differenza dei popoli che vivono nella zona di contenimento e sono considerati dal governo come invasori e ribelli perché difendono il loro territorio.

http://www.jornada.unam.mx/2014/01/28/politica/027n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 21 gennaio 2014

Si vuole costruire un centro commerciale su terre ejidales

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 20 gennaio. Le autorità municipali di Tila, emanazione del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM), questo lunedì hanno iniziato un sondaggio, chiamato consultazione cittadina, per cercare il consenso all’esproprio della Sala Civica del Popolo per la costruzione di un centro commerciale su terre ejidali, nel centro della città, dove gli ejidatarios reclamano il riconoscimento dei loro diritti di proprietà comunale.

Il Centro dei Diritti Umani Miguel Agustín Pro contesta la legalità e legittimità di questo sondaggio che non rispetta gli standard minimi di correttezza, in particolare trattandosi di una località indigena.

La consultazione ed il consenso previo, libero e informato non si realizza con due domande insidiose e con il falso pretesto dello sviluppo economico che implicherebbero i cambiamenti strutturali nello stile di vita della comunità. Deve essere realizzata in buona fede, secondo le procedure che utilizzano le comunità per tramite delle loro strutture organizzative, oltre che essere esaustiva, e garantire che l’informazione arrivi ai destinatari mediante diverse forme di comunicazione e nella propria lingua.

Ancora più grave, ritiene il Centro, “è che le autorità promuovano la consultazione con una firma anonima (‘Cittadinanza di Tila, Chiapas’), cosa che la priva di qualsiasi legalità; oltre che si vuole realizzare un sondaggio per disporre di un immobile che non appartiene al municipio, bensì all’ejido Tila”, nella zona nord dello stato.

I fatti si inseriscono nelle azioni delle autorità, particolarmente del municipio, di esproprio sistematico di parte della superficie e strutture che appartengono all’ejido, che difende il suo territorio da più di 50 anni.

Nonostante sentenze favorevoli, il municipio si rifiuta di restituire la superficie e gli edifici alienati, ed attualmente la contesa si trova davanti al plenum della Corte Suprema di Giustizia della Nazione.

Bisogna ricordare che lo scorso 14 gennaio, l’ejido Tila, aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, ha denunciato gli ultimi tentativi di consumare l’esproprio ed ha presentato ricorso, poiché il municipio a dicembre ha presentato il modellino di un centro commerciale sulla superficie che attualmente occupa la Sala Civica del Popolo, edificio che risale agli anni ’30, su terreno ejidale. Funzionava come sala riunioni dell’assemblea dell’ejido e delle sue autorità. 23 anni fa fu occupato dalla polizia municipale (Protezione Civile), la stessa che ancora oggi lo gestisce come immobile proprio, essendo che storicamente e legalmente appartiene all’ejido, spiega il centro Pro.

Il 14 novembre 2001, un tribunale collegiale riconobbe all’ejido un ricorso (fascicolo AR 223/2001) contro atti di diverse autorità municipali che avevano danneggiato l’antica presidenza municipale ed avevano usurpato la Sala Civica del Popolo.

“L’esproprio colpisce i valori culturali e le forme di organizzazione proprie della popolazione chol e la sua relazione con questo spazio, dato il significato che riveste la Sala Civica come valore culturale e spazio di interazione comunitaria”, si sottolinea nella denuncia del centro Pro.

Innanzitutto, queste azioni non considerano che questa superficie fa parte dell’ejido Tila e che è un territorio indigeno che non può essere coinvolto senza l’autorizzazione dell’assemblea quale massima istanza di autorità ejidale e indigena. http://www.jornada.unam.mx/2014/01/21/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 16 gennaio 2014

Ejidatarios di Tila denunciano una vasta operazione di sottrazione di terreni

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 15 gennaio. L’ejido di Tila, nella zona nord dello stato, denuncia una vasta operazione di sottrazione di terreni ejidales nella città di Tila (dove si trova una parte delle loro terre), guidata dal governo municipale e da alcuni leader di commercianti privi di diritti ejidales, e perfino non residenti in città. Gli organi di rappresentanza ejidale, aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, hanno rivolto la loro protesta alla giunta di buon governo zapatista Nueva semilla que va a producir, nel caracol cinque della Zona Nord, ed al comando dell’EZLN.

Gli ejidatarios denunciano che, con l’appoggio del governo dello stato, il presidente municipale, Limberg Gregorio Gutiérrez Góme,z ed un piccolo gruppo di venditori ambulanti dipendenti della CROC, provenienti da alcune comunità e guidati da Jesùs Gilberto Gutiérrez Pérez, vogliono sottrarre parte dell’ejido per costruire un centro commerciale senza il consenso dell’assemblea generale, violando così gli articoli 22, 23 e 43 della Legge Agraria.

Gli ejidatarios chol sottolineano: Qualunque atto che abbia per oggetto alienare, prescrivere o sequestrare queste terre sarà nullo, le nostre terre sono inalienabili, imprescrittibili ed insequestrabili. Questo presunto centro commerciale secondo loro è per dare un aspetto migliore al paese, ma è solo per i loro interessi privati e quello che vogliono è creare conflitto tra i contadini che non vogliano avere niente a che fare col malgoverno. Quello che viene dal governo non è sviluppo ma sfruttamento, schiavismo e discriminazione.

Accusano il consigliere comunale, Gutiérrez Pérez, ed altro piccolo gruppo di venditori ambulanti guidato da Vicente Ramírez Jiménez, di qualunque scontro possa sorgere. Gli ejidatarios si dichiarano proprietari delle terre; solo loro possono deciderne l’uso nell’assemblea generale degli ejidatarios. Riferiscono che il consigliere comunale ed il sindaco municipale Sandro Abel Estrada Gutiérrez, il primo ottobre scorso hanno firmato un accordo con un ridotto gruppo di commercianti, senza il consenso almeno di tutti i commercianti della zona, per effettuare lo sgombero.

Il primo gruppo di venditori, senza alcuna attribuzione legale, si è già messa contro la popolazione. Alla festa del Corpus Cristi, a maggio, erano diventati violenti quando la commissione agraria nominata dall’assemblea generale aveva distribuito gli spazi del commercio ambulante. Gli ejidatarios avvertono che non scambieranno le loro terre con opere o regalie. Ciò nonostante, il 10 dicembre, il municipio ha presentato il plastico di un’ipotesi di centro commerciale dicendo che comunità e governo avrebbero lavorato insieme. Il sindaco non rispetta mai i popolo e tanto meno le leggi e sta esercitando le sue funzioni in un territorio ejidale senza averne la competenza.

Aggiungono che hanno vinto una causa (fascicoli 259/1982 e 723/2000), ma i filogovernativi continuano a derubare l’ejido senza essere portati in giudizio, perché quelli che applicano la giustizia sono gli stessi corrotti che appoggiano il migliore offerente. Il governo di qualunque livello, deve rispettare le nostre forme di vita, proteggere i diritti e consultarci ogni volta che sia necessario sulla destinazione d’uso delle nostre terre. Siamo orami stanchi che non succeda niente e che questi non vengano processati. I commercianti che hanno firmato gli accordi non sono ejidatarios, ed anche se lo fossero, tutto deve avvenire dietro accordo dell’assemblea generale che è la massima autorità.

Gli indigeni si dichiarano in allerta massima. Dicono che difenderanno le loro terre ad ogni costo; se toccano una parte dell’ejido, toccano tutti gli ejidatarios. http://www.jornada.unam.mx/2014/01/16/politica/018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 15 gennaio 2014

Autorità del Chiapas indifferenti all’esilio di centinaia di ejidatarios di Chenalhó

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las casas, Chis., 13 gennaio. Il punto più critico del presunto conflitto nell’ejido Puebla, municipio di Chenalhó, è l’accusa del commissario ejidale, Agustín Cruz Gómez, contro due ejidatarios basi di appoggio zapatiste, di aver avvelenato l’acqua della comunità il 20 luglio scorso. L’ente sanitario dello stato svolse le analisi delle acque e non riscontrò alcuna presenza di veleni. Tuttavia, i risultati delle analisi non sono mai stati resi pubblici. Questa omissione potrebbe essere stata determinante per il successivo sgombero forzato degli indigeni, accusati infondatamente e, come si vedrà, in mala fede.

Non sono stati neppure diffusi i risultati delle analisi a dimostrazione dell’acqua avvelenata, a parte aver mostrato un liquido coloro caffè, realizzate dalla Procura Generale della Repubblica in Quintana Roo.

Il 12 settembre, i risultati furono inviati al titolare della Direzione Generale Perizie della Procura Generale di Giustizia del Chiapas, César Enrique Pulido Guillén.

Le analisi erano negative per qualsiasi sostanza tossica. Il liquido scuro era semplicemente veleno per topi nel suo contenitore commerciale, cosa che non provava niente.

Cinque mesi di esilio

In assenza della smentita ufficiale, nella comunità la voce causò panico e collera, ed aprì la strada allo sgombero violento, un mese dopo, di più di cento indigeni, membri di Pueblo Creyente e Las Abejas, e di basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e di famiglie di religione battista. Da agosto queste famiglie tzotzil vivono da profughi nell’accampamento di Acteal ed in altre comunità.

Mariano Méndez Méndez e Luciano Méndez Hernández furono accusati di aver avvelenato l’acqua della comunità. La polizia li fermò ma dovette liberarli per mancanza di prove. Quando gli ispettori sanitari vollero esaminare la cisterna presunta inquinata, questa era vuota e la parte accusatrice impedì i controlli.

Ciò nonostante, decine di indigeni furono portati all’Ospedale di San Cristóbal de las Casas. Alcuni presentavano sintomi intestinali; la maggioranza per esercitare pressione. La Jornada è in possesso di copia delle cartelle cliniche dei presunti avvelenati visitati dal personale medico. Le cartelle concordano: Non ci sono segni di avvelenamento, benché alcuni pazienti presentavano patologie infettive di altra origine. Niente di tutto questo è stato reso noto.

Non importa che il delegato regionale della Sanità, Ulises Córdova, avesse negato l’esistenza di casi di intossicazione d’acqua in tutta la zona; la comunità era segnata e le autorità governative non fecero niente per disattivare la falsa accusa.

Le conseguenze sono state gravi. Gli accusati erano stati trascinati per strada da Germán Gutiérrez Arias e le autorità comunitarie, con le mani ed il collo legati ad un bastone, con la minaccia di essere cosparsi di benzina e dati alle fiamme. Tra gli aggressori c’erano: Nicolás Santiz Arias e Agustín Méndez López, ausiliari municipali, oltre a Calixto e Benjamín Cruz Gómez, figli del commissario ejidale che guida le aggressioni contro il gruppo cattolico della comunità fin dalla scarcerazione di Jacinto Arias Cruz, ex sindaco di Chenalhó condannato per il massacro di Acteal ed originario dell’ejido, che una volta libero è tornato a far visita ai suoi correligionari in aprile. Le aggressioni sono poi cominciate a maggio.

Invece di indagare sugli autori delle numerose aggressioni (comprese quelle rivolte al parroco di Chenalhó, a funzionari e difensori dei diritti umani), cioè i responsabili della situazione precaria delle famiglie esiliate, il governo li considera suoi unici interlocutori e li premia perfino.

Nel frattempo, gli sfollati che vogliono andare a racciogliere il loro caffè, vengono accusati dal governo statale di essere radicali e di “violare gli accordi”. http://www.jornada.unam.mx/2014/01/14/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 12 gennaio 2014

Il governo del Chiapas disapprova la decisione dei tzotzil di tornare all’ejido Puebla

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 11 gennaio. L’annuncio dei tzotzil dell’ejido Puebla, sfollati ad Ateal (Chenalhó), che venerdì prossimo andranno per 10 giorni a raccogliere il caffè nelle terre dalle quali sono stati espulsi ad agosto, non è piaciuto al governo del Chiapas.

Da parte sua, il gruppo priista della comunità, guidato da Agustín Cruz Gómez, ha dichiarato che non permetterà l’ingresso ad organizzazioni civili che non provengano dal municipio stesso, ed è un veto implicito ai difensori dei diritti umani, ai gruppi cattolici della diocesi sancristobalense ed agli osservatori solidali. Il presidente municipale ha confermato il provvedimento di fronte ai suoi 58 agenti rurali.

Questo aumenta i rischi che potrebbero correre i profughi, quasi tutti membri di Las Abejas, che non smettono di proclamare il loro atteggiamento pacifico, ma anche le loro richieste di giustizia e risarcimento dei danni derivati dalle azioni violente contro cattolici e battisti da parte degli evangelici e rappresentanti ejidali.

Il segretario di Governo, Eduardo Ramírez Aguilar, ha dichiarato a Tuxtla Gutiérrez che la decisione di ritornare inasprisce il clima, disapprova l’atteggiamento radicale degli sfollati (un centinaio di persone, la metà minorenni, costretti ad abbandonare le proprie case per salvarsi la vita) ed mostrato chiaramente di intendersi con gli aggressori filogovernativi della comunità e del municipio. Disapprovando questo tipo di azioni, sostiene che l’accordo tra il governo e l’ejido di Puebla (il cui commissario ejidale è il leader degli aggressori, notoriamente legato ai paramilitari della regione) è che tutto debba avvenire in un clima di tranquillità e discrezione. Quindi, che improvvisamente ci sia un intervento di organismi non governativi gli sembra sospetto. Secondo Ramírez Aguilar, lungi da abbonare la pace e la concordia, ad alterare il clima sarebbe l’atteggiamento radicale degli sfollati (Expreso, 10 gennaio).

Ed aggiunge: Ci sono personaggi esterni agli sfollati che per loro convenienza vogliono mantenere nell’agenda mediatica questa questione. Ciò nonostante, la segreteria vigilerà su quello che faranno le famiglie che stanno violando in maniera unilaterale l’accordo siglato con le autorità dell’ejido Puebla.

Con una tale approssimazione del governo chiapaneco al conflitto (iniziato con l’esproprio violento di una proprietà usata da 40 anni dai cattolici per il suo culto), non stupisce che i furti e i saccheggi nelle proprietà delle famiglie sfollate siano avvenuti alla luce del sole e in presenza della polizia statale che controlla il villaggio.

Le testimonianze delle vittime e della squadra parrocchiale di Chenalhó sottolineano la generalizzata disposizione alla violenza dei giovani nell’ejido. Nelle riunioni del coordinatore delle Organizzazioni della Società Civile della Segreteria di Governo, Francisco Yáñez Centeno, e del segretario statale Ramírez Aguilar o i suoi rappresentanti, con gli aggressori e gli sfollati, i primi hanno minimizzato la situazione.

Sono solo ragazzi fuori controllo, dicono. E davanti all’insistenza, il governo ha accettato di impartire corsi di pace per quei giovani visti in azione lo scorso 20 agosto, quando in decine, armati di pietre ed insolenti, hanno impedito il tentativo di ritorno delle famiglie fuggite dalla violenza giorni prima. Gli sfollati denunciano che Javier Cruz López li aveva organizzati per distruggere la chiesa già costruita, e che tra loro è frequente il consumo di alcool e droghe. Il commissario ejidale, Cruz Gómez, si era congratulato con loro per averi mpedito il ritorno.

Rafael Landerreche, da molti anni attivo in ambito sociale nella regione, sostiene: Le autorità devono controllare questi ragazzi, ma non lo fanno. Lo possono fare, ma non vogliono. Secondo il direttore del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, Víctor Hugo López, né i rappresentanti del governo, né il delegato per il Dialogo coi Popoli Indigeni, Jaime Martínez Veloz, sono disposti ad essere presenti in occasione del ritorno, ma sostengono che le condizioni ci sono e non sussistono problemi.

Si è saputo che Cruz Gómez aveva cercato il supporto degli agenti rurali del municipio per impedire il passaggio degli sfollati, ma questi non hanno accettato perché non ritengono giusto quanto accaduto.

Il governo statale ha consegnato, o promesso, borse di studio, progetti produttivi, tetti di lamiera, attrezzi, denaro, opere pubbliche e posti di lavoro agli ejidatarios, principalmente al gruppo di Cruz Gómez. Invece di indagare e punirli, li premia. I rappresentanti governativi pensano di risolvere tutto così, che il problema non è religioso né politico, e che non esistono i paramilitari. http://www.jornada.unam.mx/2014/01/12/politica/013n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada- Sabato 11 gennaio 2014

Frayba: Lo Stato assente di fronte alla crisi degli sfollati di Chenalhó

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 10 gennaio. A quattro mesi e mezzo da quando 98 persone sono state sfollate forzatamente dall’ejido di Puebla, municipio di Chenalhó, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba), che ha accompagnato gli indigeni in questo doloroso percorso, testimonia le reiterate omissioni delle autorità statali e federali per risolvere un conflitto la cui gravità avverte che potrebbero ripetersi fatti irreparabili, come già è accaduto negli Altos del Chiapas.

A causa delle omissioni governative, il caso è in esame presso la Commissione Interamericana dei Diritti Umani. Ed ora, senza garanzie che salvaguardino la loro integrità fisica, le famiglie sfollate raccoglieranno il proprio caffè.

L’organizzazione riferisce che dopo innumerevoli riunioni con rappresentanti dei governi statale e federale, rileviamo che lo sfollamento forzato porta con sé molteplici violazioni dei diritti umani, ma il caso è stato sottovalutato dalle autorità. Queste propongono interventi amministrativi senza rispondere a istanze minime di giustizia né dare chiari segnali di voler risolvere un conflitto nel quale lo Stato mostra tutta la sua inefficienza e complicità.

Da parte sua, Agustín Gutiérrez, dirigente di Las Abejas di Acteal, sostiene che le autorità alimentano l’impunità e non applicano la giustizia. I governi non favoriscono la vita nella dignità, preferiscono distruggerci, lasciarci senza terre. Denuncia che si continua a premiare i paramilitari scarcerati con terre, beni, soldi. Agli aggressori dell’ejido di Puebla hanno consegnato attrezzature complete e denaro attraverso i progetti, promettono loro opere pubbliche. Vige la forza dei paramilitari.

Il Frayba constata che le richieste minime al governo dello stato, presentate dagli sfollati, di assicurare le condizioni per il ritorno nella loro comunità, non sono state soddisfatte. Tra queste, la restituzione della proprietà sottratta loro dal gruppo priista guidato dal pastore evangelico Agustín Cruz Gómez, noto membro del gruppo paramilitare che organizzò e perpetrò il massacro di Acteal nel 1997, e della cui appartenenza, secondo testimonianze degli abitanti di Puebla raccolti da La Jornada, si vanta ora davanti ai giovani dell’ejido, a riprova che non succede niente, cioè, che l’impunità è garantita.

Non è stato neppure chiarito pubblicamente il caso delle false voci fatte circolare riguardo l’avvelenamento dell’acqua potabile dell’ejido, né dei provvedimenti presi per riparare il danno causato dai malintenzionati, né i risultati delle tre indagini della Procura di Giustizia Indigena della Procura Generale di Giustizia dello Stato.

In diverse occasioni, segnala il Frayba, Francisco José Yañez Centeno, capo dell’Unità per l’Assistenza alle Organizzazioni Sociali della Segreteria di Governo, ed Oscar Eduardo Ramírez Aguilar, segretario di Governo del Chiapas, hanno proposto misure economiche, materiali e di apparente riconciliazione e progetti di sviluppo a beneficio degli abitanti dell’ejido, includendo i colpevoli di fatti criminali, in cambio di dimenticare fatti inerenti le indagini, impunità per gli aggressori e firma di accordi privi di sostentamento e senza garanzie di non reiterazione.

Scaduti ormai i termini entro i quali le autorità si erano impegnate a trovare una soluzione, l’organizzazione civile ha annunciato che accompagnerà le famiglie sfollate, rifugiate ad Acteal dall’agosto scorso, in una difficile decisione: tornare nelle loro terre coltivate per raccogliere il loro caffè. Organizzazioni nazionali ed internazionali dei diritti umani accompagneranno la giornata di lavoro dei profughi, dal 17 al 27 gennaio. Queste sottolineano la responsabilità dello Stato per eventuali gravi situazioni o eventi possano accadere.

Il Frayba ribadisce che il conflitto evidenzia i risultati ed costi dell’impunità con la quale le autorità continuano a proteggere attori locali che polarizzano le comunità indigene nel loro tentativo di smantellare il tessuto comunitario che favorisce proposte organizzative, come l’autonomia, in risposta alla crisi di governabilità dello Stato messicano. http://www.jornada.unam.mx/2014/01/11/politica/011n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Older Posts »