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20 (30) anni di zapatismo. Riflessioni e critiche sulla lunga lotta per la democrazia

Gianni Proiettis – 1 gennaio 2014

La sfortuna del Messico si è aggravata negli ultimi anni. La presidenza di Felipe Calderón (2006-2012), con la sua ostinata e fallimentare guerra al narcotraffico, ha insanguinato il paese con decine di migliaia di morti, consegnando gran parte del territorio e dei tre livelli di governo – federale, statale e municipale – al controllo dei cartelli della droga.

Il primo anno di governo di Enrique Peña Nieto, che con elezioni comprate ha restaurato la presidenza imperiale del PRI (il Partito Rivoluzionario Istituzionale che ha dominato lo Stato tra il 1929 e il 2000), invece di combattere la violenza e garantire la governabilità, come aveva promesso, è stato impegnato a privatizzare il petrolio, un tabù nella coscienza dei messicani fin dalla sua nazionalizzazione nel 1938 voluta dal presidente Lázaro Cárdenas con l’appoggio popolare. Peña Nieto, legando in un patto politico gli altri due grandi partiti (PAN, Partito di Azione Nazionale, della destra clericale, ed il PRD, Partito della Rivoluzione Democratica, ex centro-sinistra), è riuscito ad imporre alcune riforme fiscali e della scuola di stampo ultraliberista, addomesticando così l’opposizione.

L’opinionista Luis Hernández Navarro scrive: “Tra le élite messicane soffiano venti simili a quelli di vent’anni fa. Come oggi succede ad Enrique Peña Nieto, allora Carlos Salinas de Gortari si sentiva invincibile. Il suo progetto di riformare il Messico in maniera autoritaria e verticale avanzava senza grandi ostacoli e veniva presentato come il superamento di miti e atavismi storici. Aveva posto le fondamenta del potere transessennale. I suoi indici di gradimento presso l’opinione pubblica erano alle stelle”.

Quando vent’anni fa, all’alba del Nuovo Anno 1994, sei città del Chiapas, tra le quali la città coloniale e turistica di San Cristóbal de Las Casas, si svegliarono occupate dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, il mondo intero fu scosso dalla notizia.

Ma quell’avvenimento, che sembrava uscito dalla penna di un maestro del realismo magico, oscurava un fatto non meno sorprendente: un esercito donchisciottesco di indios armati di machete, vecchie carabine 30-30 della Rivoluzione e fucili di legno – che, nelle parole dello scrittore Carlos Fuentes, “fecero centro nel cuore della nazione” – era riuscito ad organizzarsi e crescere nel più assoluto segreto, niente meno che per un decennio, nelle profondità della Selva Lacandona. L’atto di nascita dell’EZLN porta la data del 17 novembre 1983.

Mentre la clandestinità dei suoi militanti è una condizione abituale tra le formazioni guerrigliere, non è usuale incontrare guerriglie assolutamente segrete e sconosciute perfino nel nome. Quella fu la prima di una serie di sorprese.

Era dal 1840, quando in un prezioso libro di viaggi alla moda ottocentesca, Incidenti di Viaggio in America Centrale, Chiapas e Yucatan, John L. Stephens e Frederick Catherwood descrissero ed illustrarono la regione maya del sudest del Messico, che il nome Chiapas non risuonava nelle orecchie dell’Occidente. All’alba del 1994 gli zapatisti – non utilizzo il termine “neozapatisti” perché implica una frattura mai avvenuta: Emiliano Zapata non ha mai smesso di cavalcare nella coscienza dei messicani – mostrarono al mondo molte cose che erano rimaste invisibili, intrappolate tra le pieghe della storia.

Per esempio, che la Rivoluzione del 1910 non era mai passata per il Chiapas, poiché l’oligarchia gattopardesca dei proprietari terrieri da sempre aveva scelto di stare dalla parte dei vincitori. Che più di un milione di indios maya, ormai alla fine del XX° secolo , continuava a sopravvivere in condizioni di estrema miseria, emarginazione e sfruttamento, simili a quelle descritte nei romanzi di Rosario Castellanos e B. Traven. Che la firma del Trattato di Libero Commercio con Canada e Stati Uniti, col quale Salinas de Gortari voleva portare il Messico nel primo mondo, aveva spinto centinaia di comunità indigene ad intraprendere la strada di una guerra “disperata ma necessaria”- come l’ha definì il Subcomandante Marcos – precipitando così in una crisi di dimensioni storiche.

Pochi sono riusciti a descrivere questa frattura sociale, paragonabile per profondità solo al trauma della Conquista, come Ana Esther Ceceña:

“Il 1º gennaio 1994 è il giorno in cui il terzo millennio irrompe in Messico. Speranze e disperazioni si annunciano nel confronto tra due distinti orizzonti di civiltà: quello della costruzione dell’umanità e quello del neoliberismo. Il soggetto rivoluzionario, il portatore della resistenza quotidiana e silenziosa che si rende visibile nel 1994, è molto diverso da quello tracciato dalle teorie politiche dominanti. Il suo posto non è la fabbrica ma le profondità sociali. Il suo nome non è proletariato ma essere umano, il suo carattere non è quello di sfruttato ma di escluso. Il suo linguaggio è metaforico, la sua condizione indigena, la sua convinzione democratica, il suo essere, collettivo”.

A livello politico e ideologico, ma anche a livello personale, lo zapatismo ha fatto venire il mal di testa a molti. In particolare tra gli “orfani” del 1989. Fin dal primo momento si è rivelato una nuova, grandiosa utopia, degna di esistere almeno come fermento della coscienza umana. L’ultimo, grande umanesimo includente che si attrezza per sfuggire alla voragine dall’annichilimento, verso cui lo sospinge la locomotiva liberista. Una legione di lillipuziani che reclamano il diritto di esistere. Il primo esercito di liberazione che non lotta per la presa del potere, ma “si accontenta” di instaurare la democrazia. Che non si proclama avanguardia ma compagno della società civile. L’unico esercito che aspira a deporre le armi ed i passamontagna sperando che non siano mai più necessari.

Il cortocircuito amoroso tra gli zapatisti del Chiapas ed i democratici di tutto il mondo è stato folgorante ed universale. Non trovo esempio migliore per spiegare il neologismo “glocale” che quello degli zapatisti: un fenomeno completamente locale, generato dalle condizioni specifiche di un territorio e di una situazione, che attira l’attenzione del villaggio globale – e contribuisce al fronte antagonista – per molto tempo. E che sfrutta le nuove tecnologie.

In Internet rimbalzano le parole d’ordine di una nuova utopia che, a differenza di quella di Thomas More, trova rapidamente posto nella coscienza collettiva: “comandare obbedendo”, “un mondo dove stanno molti mondi”, “camminare domandando”. Lo zapatismo infiamma gli animi dei giovani rivoluzionari che vedono un nuovo Che nel sub Marcos, e stupisce i vecchi rivoluzionari che osservano come una bestia rara “un movimento armato che non ha come riferimento lo Stato ma la società.”

Lungi dal rappresentare una sorta di teologia della liberazione rifritta e condita con i residui ideologici delle guerriglie latinoamericane sconfitte – secondo la prima, spietata definizione di Octavio Paz, che poi ha rivisto la sua posizione – lo zapatismo ha dimostrato una capacità di adattamento al cambiamento delle circostanze che molte organizzazioni politiche vorrebbero avere. È una risorsa preziosa, affine al miglior situazionismo del 1968 – quello della “immaginazione al potere” – inscritto nel suo codice fin dalla nascita, quando un piccolo gruppo di guerriglieri scombinati – già abbastanza démodés per gli anni Ottanta – decide di acculturarsi alle fonti del sapere autoctono, apprende il funzionamento della democrazia comunitaria, basata sulla ricerca del consenso più che sull’imposizione della maggioranza, ed acquisisce una nuova visione, dove l’uomo non è più un mezzo ma il fine e la terra non una proprietà ma la madre.

È così che nascono i principi zapatisti di “comandare obbedendo” e di “tutto per tutti, niente per noi”. Mentre gli undici diritti rivendicati dalla loro lotta – lavoro, terra, casa, alimentazione, salute, educazione, autonomia, libertà, democrazia, giustizia e pace – non sono mai ammainati, le strategie per conquistarli subiscono varie rettifiche. L’EZLN ha dato prova di un grande istinto di sopravvivenza – l’alternativa sarebbe stata un’autoimmolazione testimoniale – e cessò il fuoco offensivo contro l’esercito federale dopo dodici giorni di combattimenti, rispettando un esplicito mandato della società civile che, il 12 gennaio 1994, inondò le strade di Città del Messico e di molte altre città per fermare il conflitto.

In questi vent’anni, gli zapatisti hanno realizzato due consultazioni, mobilitando più elettori delle consultazioni governative. In entrambi i casi, la società civile che simpatizza con gli zapatisti, ha spinto per la loro entrata nell’arena politica, cosa che hanno fatto solo parzialmente, restando un esercito.

La mancanza di conformità al mandato popolare non si deve tanto alla cattiva volontà dell’EZLN, quanto a vari fattori convergenti. Sebbene, dopo la prima consultazione dell’agosto 1995, gli zapatisti si fossero dichiarati favorevoli alla “costruzione di una forza politica non di partito, indipendente e pacifica”, il governo – e con gli ultimi cinque presidenti concordi – non ha mai permesso loro di deporre le armi attraverso una doppia politica di dialogo e accordi da una parte, e di costante militarizzazione del Chiapas – con tutte le piaghe che questa implica – dall’altra.

Nella primavera del 1995, mentre il Congresso votava una legge di concordia e pacificazione che riconosceva agli zapatisti impunità e diritto di esistenza, il presidente Zedillo li faceva sedere al tavolo del dialogo di San Andrés, che si concluse nel 1996 con la firma degli accordi mai rispettati dal governo.

Durante tutto il periodo del dialogo di San Andrés, che rappresentò un momento di incontro e collaborazione tra indios ribelli e intellighenzia progressista, che stabiliva una saldatura inedita nella storia del Messico, il governo occupò militarmente il Chiapas, scomponendo il suo tessuto sociale, formò e protesse gruppi paramilitari lanciandoli a massacri tristemente celebri come quello di Acteal, seminando il terrore e provocando decine di migliaia di sfollati, rifugiati interni abbandonati alla carità internazionale.

Se hanno dovuto resistere agli assalti di un’economia di guerra – basti solo pensare allo sconvolgimento del ciclo agricolo provocato dalla militarizzazione della Selva Lacandona e ad altre conseguenze devastanti come la prostituzione, le malattie, l’alcolismo, l’inquinamento, la nascita di lavori umilianti e malpagati, la divisione nelle comunità, etc. – gli zapatisti, d’altra parte, hanno potuto contare in questi due decenni sulla solidarietà concreta della società civile nazionale e internazionale e con un continuo, prezioso scambio di esperienze.

A partire dal 1995, quando il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, fondato dal vescovo Samuel Ruiz Garcia, e poi la ONG Enlace Civil cominciarono ad organizzare accampamenti di osservatori internazionali nella zona di conflitto, decine di migliaia di giovani di tutto il mondo si sono alternati nelle comunità zapatiste della Selva Lacandona. Alcuni portavano il frutto di collette di quartiere, altri il mero lavoro manuale, tutti condividevano un periodo, breve ma intenso, di immersione nella vita delle comunità. Un doppio apprendistato, un arricchimento mutuo, che è servito tanto agli zapatisti come una finestra sul mondo, quanto agli internazionali, come un’esperienza utile e positiva. Ed ha aiutato a contenere la guerra sporca dell’esercito federale al prezzo, accettabile, di alcune decine di espulsioni.

Secondo stime locali, la presenza più significativa di stranieri in tutti questi anni è stata quella degli italiani, seguiti – in ordine approssimativo di importanza – da spagnoli, baschi, statunitensi, francesi, norvegesi, tedeschi, svizzeri, canadesi, giapponesi, argentini, brasiliani, portoghesi ed un lungo eccetera. Molti di loro hanno partecipato a progetti di cooperazione che vanno dall’educazione alla salute, alla commercializzazione di caffè ed artigianato, all’alimentazione ed agricoltura biologica, fino all’installazione di stazioni radio in FM.

Il fatto che gli zapatisti non abbiano ancora potuto deporre le armi, arroccati nell’autodifesa e la protezione delle comunità, non ha impedito i tentativi, fino ad ora falliti, di costruire un “braccio civile”. Del Fronte Zapatista, creato nel gennaio del 1996, la cosa migliore che si possa dire è che non ha soddisfatto le aspettative. Se la speranza dell’EZLN era di dotarsi di un futuro braccio politico, questa speranza è andata delusa.

Molto più di successo si è rivelata la pratica dell’autonomia, il processo di autogoverno e gestione del territorio delle comunità zapatiste. Dopo l’infame tradimento istituzionale nel 2011, quando i tre poteri dell’Unione hanno eretto un muro al riconoscimento storico dei popoli originari, beffando con una legge-truffa l’entusiasmo popolare che aveva accompagnato la grande marcia nella capitale – “la marcia del colore della terra” del marzo del 2001, la più importante manifestazione antirazzista nella storia del Messico, secondo Carlos Monsivais – gli zapatisti hanno optato per la pratica dell’autonomia senza chiedere permesso a nessuno e l’hanno formalizzata nell’agosto del 2003 con la nascita dei Caracol, veri organismi di autogoverno regionale.

Simbolo del procedere lento ma sicuro dei gasteropodi, rappresentazione della spirale della vita e del processo di uscita/entrata dell’informazione, i Caracol sono le sedi delle cinque Giunte di Buon Governo, che coordinano l’amministrazione dei municipi autonomi zapatisti. È alle Giunte che devono rivolgersi, da un decennio, tutte le organizzazioni che vogliono presentare nuovi progetti di cooperazione. Sono queste che orientano la società civile in quanto alle priorità.

Le Giunte di Buon Governo rappresentano un passo avanti nell’esercizio dell’autonomia che gli zapatisti non hanno mai smesso di praticare, confermando che la loro vera sfera d’azione è sociale e politica più che militare, e si fonda sull’organizzazione autonoma delle comunità.

All’EZLN non ci sono molte critiche costruttive da fare. I pochi errori commessi nei suoi vent’anni di vita pubblica – come la sfortunata polemica tra Marcos ed il giudice Garzón – sono stati corretti brillantemente. Il lungo silenzio adottato in più di un’occasione di fronte alla verbosità del potere, ha espresso dignità – un valore che gli zapatisti hanno rivissuto a costo di grandi sacrifici – ma si è rivelato controproducente sul piano politico, dove ogni spazio lasciato libero è occupato da altri.

Le attuali posizioni del massimo stratega zapatista, che attacca frontalmente ad ogni occasione il candidato “dei poveri” Andrés Manuel López Obrador, per due volte spogliato della presidenza con la frode, hanno prodotto un certo sconcerto e malessere nella sinistra che si sente scossa da posizioni tanto radicali.

“È la vecchia storia della sinistra che si fa male da sola, dividendosi senza necessità”, afferma la scrittrice Elena Poniatowska, che, sebbene zapatista “de hueso colorado”, appoggia la candidatura di López Obrador e collabora con lui in ambito culturale. “Anche se tentano di squalificarlo come populista, Obrador è un uomo onesto e ben intenzionato”, sostiene la scrittrice, “una vera rarità nella politica messicana”. Attualmente Amlo, come è conosciuto Andrés Manuel López Obrador, si sta riprendendo da un recente infarto e sta per vedere riconosciuto legalmente il suo nuovo partito, il Morena (Movimento di Rigenerazione Nazionale).

Ci sono altre critiche – tutte costruttive – da fare al leggendario subcomandante. La sua politica di alleanze non sempre è stata fortunata, portandolo a relazionarsi con “amici” opportunisti e a lasciare da parte molti alleati di valore non considerandoli politicamente importanti. Non hanno suscitato grandi applausi nemmeno la mancanza di riconoscimento di Evo Morales, che rappresenta in ogni caso un grande avanzamento per il movimento indigeno continentale, né gli attacchi all’opportunista Partito della Rivoluzione Democratica, nominalmente di centro-sinistra ma troppo intelligente per accordarsi col potere. Etichettare il PRD come “un partito di assassini”, senza distinguere i leader dalle basi, a molti è sembrato eccessivo.

Tuttavia, le iniziative sorprendenti, come sono state recentemente le “escuelitas zapatistas” – un tentativo di socializzare l’esperienza dello zapatismo chiapaneco – oltre a rilanciare l’immagine di un leader carismatico come il sub Marcos, che inoltre è un ottimo stratega, una notevole penna ed un vero ponte tra due mondi, hanno fatto riprendere quota ai ribelli col passamontagna. Fino a riservare loro un posto particolare nel movimento “antiglobalizzazione” che dopo le manifestazioni di Cancún nel 2003 ha iniziato a chiamarsi altromondista.

Agli zapatisti, che si simpatizzi o no con loro, non possono essere negati molti meriti. Hanno imposto al paese il rispetto dell’emancipazione indigena. Hanno riattivato il diritto di ribellarsi in un paese che, nonostante le sue origini rivoluzionarie, l’aveva sospeso dal 1968, utilizzando la guerra sporca ed il massacro di Stato. Hanno inviato – e continuano ad inviare – al mondo un messaggio di dignità, forza, rispetto, creatività e altruismo. Hanno rivendicato la presenza dell’etica nella politica. Per la prima volta, hanno fatto risuonare le lingue indigene del Messico all’interno del Congresso federale. Hanno combattuto contro tradizioni retrograde e promulgato una legge delle donne rivoluzionaria. Hanno contribuito alla formazione del Congresso Nazionale Indigeno, massima istanza rappresentativa dei 56 popoli autoctoni del Messico. La loro resistenza ha ispirato tutto il movimento indoamericano, una forza crescente a livello continentale.

Gli zapatisti hanno anche ravvivato l’interesse mondiale verso la cultura maya, divulgando in un linguaggio antico, nuove certezze rivoluzionarie. Hanno suscitato un’onda permanente di solidarietà internazionale come non si vedeva dalla guerra di Spagna. Hanno ispirato analisi, canzoni, siti web, tesi di laurea, formazione di collettivi e centri sociali, libri, articoli, trasmissioni radio e documentari, proposte di legge, festival di appoggio, iniziative di gemellaggio, progetti di sviluppo e manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo. Sono stati gli invisibili compagni di strada in tutte le manifestazioni antagoniste da Seattle in poi. Ci ricordano che i principi di libertà, uguaglianza e fraternità, inseparabili dal diritto alla felicità, non sono ancora stati compiuti da nessuna rivoluzione. Che un altro mondo è possibile, necessario, urgente.

 

*Gianni Proiettis, corrispondente del quotidiano italiano Il Manifesto, è stato sequestrato e deportato dal Messico nel 2011 dal governo di Felipe Calderón.

Testo originale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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