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Archive for febbraio 2013

LORO E NOI

VII.- Le/I più piccol@ 4.

4.- Le Compagne: ricoprire incarichi.

Febbraio 2013

Non c’è niente di più sovversivo e irriverente di un gruppo
di donne del basso che dice, si definisce: “noi”.
Don Durito de La Lacandona

NOTA: Altri frammenti della condivisione delle compagne zapatiste riguardanti il loro lavoro ed i problemi attuali negli incarichi di direzione, applicazione della giustizia e gestione delle risorse, insieme ad alcune riflessioni sullo spinoso tema “dell’equità di genere” nella costruzione di un mondo che si propone includente e tollerante, un mondo dove “nessuno è di più, nessuno è di meno”.

-*-

(…)

Sì, ci siamo occupate di casi del genere. Vi racconterò di un caso che ci è capitato una volta, quando io e l’altra compagna eravamo appena entrate in Giunta e ci avevano messo a capo di una squadra, e ci è capitato il caso di una compagna che è venuta da noi a lamentarsi per suo marito che la maltrattava. Per noi due fu incredibile e davvero molto brutto, e la compagna ci disse:

– Voglio separami da mio marito – ma quell’ex compa aveva già due mogli.

Allora convocammo i figli della prima e della seconda moglie per vedere come sistemare la situazione. Ci volle un po’ di tempo per questo, e la questione era veramente brutta per quell’uomo, e chiedemmo alla compagna:

– Che cosa è successo? – pensavamo che l’avesse solo picchiata.

No, il collerico marito aveva appeso per i piedi la compagna e lì l’aveva picchiata, e così insieme agli altri due dei suoi figli. Quindi abbiamo dovuto sistemare la faccenda. Come? La compagna chiedeva la separazione, e così è stato ed abbiamo suddiviso i beni dell’uomo tra la prima moglie con i figli che l’uomo aveva pesantemente offeso, e la seconda moglie che anche lei aveva un figlio grande, all’uomo non abbiamo lasciato niente, ma abbiamo dato una parte dei beni al figlio. Abbiamo suddiviso tutti i suoi beni, così abbiamo risolto la questione, riconoscendo i diritti di quella compagna che era venuta a lamentarsi da noi.

(…)

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 Quaderno donne

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(…)

Yolanda: Continuiamo parlando un po’ della questione della legge. Come ormai risaputo, questa legge è stata emessa proprio per la situazione in cui vivevano le compagne. Per questo è nata questa legge perché, come abbiamo sentito le compagne avevano sofferto tanto e questo non doveva più ripetersi. Questa legge è ben presente e visibile in tutti i cinque i caracol.

(…)

In ogni caso è molto importante che noi studiamo bene la legge perché se noi non capiamo realmente quello che ci dice, se non analizziamo un poco se in questa zona possono sorgere le stesse situazioni che si sono presentate nella storia passata, che la donna è colei che dà la vita. Se al contrario non capiamo bene questa legge che abbiamo noi zapatiste, torna a succedere come una volta.

Questa legge è stata fatta non perché le donne possano comandare, non perché le donne dominino sul marito, sul compagno, non è per questo. Bisogna studiare bene questa legge, perché è una cosa che si costruisce per far sì che non si ripeta la stessa storia di adesso, che comandano i compagni che sono maschilisti. Ma se la interpretiamo male, succederà lo stesso che comandano le compagne ed i poveri compagni sono vessati, ma non vogliamo che succeda questo.

Vogliamo costruire un’umanità, è questo che vogliamo cambiare, vogliamo un altro mondo. È una lotta di tutti, uomini e donne, perché come abbiamo sentito, non è una lotta né delle sole donne né dei soli uomini. Quando si parla di rivoluzione, la si fa insieme, tutti, uomini e donne, è così che si fa la lotta.

Non può essere che i compagni dicano stiamo lottando, stiamo facendo la rivoluzione, e solo i compagni ricoprano tutti gli incarichi e le compagne stanno a casa. Questa è una lotta per tutti. Quello che si vuole è per tutti, uomini e donne, è questo che si vuole.

Diciamo chiaramente che siamo ancora un poco confuse con questa prima legge, perché la pura verità è che come compagne ci è ancora difficile assumere l’impegno di ricoprire un incarico, qualunque incarico.

(…)

-*-

(…)

Avete detto che c’è una commissione di onore e giustizia. Qual’è il suo lavoro o che ruolo hanno lì le compagne? 

Nel municipio, nella commissione onore e giustizia, in questioni che riguardano le compagne, si alternano due consigliere e due consiglieri, per esempio, se una compagna ha un problema, se si tratta di violenza sessuale, deve parlarne con la compagna della commissione onore e giustizia, la quale si coordina con gli uomini che fanno parte della commissione di modo che la compagna non sia in imbarazzo. È così che opera la commissione di onore e giustizia.

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(…)

A livello di zona abbiamo un altro esempio di lavoro che hanno realizzato in particolare le compagne donne. Si tratta della realizzazione di una mensa-negozio, cioè hanno la loro mensa ed un negozio di generi alimentari. Hanno cominciato con un prestito di 15 mila pesos ed è nata quest’idea. L’iniziativa è partita dalle compagne della regione, dalle responsabili locali e in coordinamento con la Giunta affinché le aiutassimo per i tavoli, gli utensili da cucina, con tutto quello che poteva servire per una mensa. E’ avvenuto tutto in coordinamento ma l’idea, il lavoro, l’organizzazione e la gestione, sono delle compagne.

Hanno cominciato con 15 mila pesos, hanno la loro dirigenza, a livello di zona lavorano a turno per preparare il cibo, e le compagne responsabili locali ci hanno detto che con le vendite del primo negozio hanno incassato 40 mila pesos. Con questi 40 mila pesos hanno restituito il prestito di 15 mila pesos, ed hanno così guadagnato 25 mila pesos netti.

Si sono poi accorte che mancavano ancora alcune cose. La Giunta le ha aiutate, come ho detto, per gli utensili da cucina, i tavoli, ma le donne hanno pensato che con i guadagni potevano migliorare, allora hanno usato quei guadagni per prepararsi meglio. Adesso lavorano così, hanno la loro dirigenza, le compagne lavorano con turni a rotazione ed ogni anno cambia la dirigenza. Vendono con il controllo della comunità e ci hanno informato che attualmente hanno 56.176 pesos in contanti dopo l’ultima uscita di cassa.

Queste sono attività che stiamo portando avanti a livello di zona, con l’obiettivo di distribuire i piccoli fondi che si vanno generando, per essere preparati a qualsiasi necessità che possa presentarsi nella zona, per cose che ci siano di aiuto nella lotta.

(…)

Si sa che nella zona Selva Tzeltal ci sono compagne che sono commissarie, che sono agenti, raccontaci, condividi come funziona con le compagne commissarie ed agenti. Funzionano le compagne autorità locali? Come fanno? Come lavorano le compagne? Perché ci sono compagni che sono commissari ed agenti, e quello che vogliamo qui è condividere come si insegna, come ci si aiuta, come ci si prepara. In questo caso in particolare per le compagne, come lavorano le compagne autorità nei villaggi? 

Cosa fanno le compagne nella loro comunità come commissarie, come agenti?

Come agenti, per esempio, nel mio villaggio controllano la comunità, si occupano di alcuni problemi come questioni tra persone, animali che fanno dei danni, danneggiamenti, in questi casi l’agente è incaricata di risolvere quel tipo di problemi. Fanno anche riunioni per dare suggerimenti su come non avere problemi con l’alcool o tossicodipendenza. In ogni riunione le compagne dannno informazioni per cercare di evitare questi gravi problemi. Anche le commissarie tengono riunioni per parlare della terra, dell’attenzione ai confini e pertinenze, dell’uso dei prodotti chimici in agricoltura. Attraverso questi compiti che abbiamo esposto, le commissarie e le agenti svolgono il controllo nei villaggi.

Domanda: le compagne che sono diventate agenti con l’incarico di risolvere i problemi nella comunità, possono risolverli da sole o con l’aiuto dei compagni? 

Nella mia comunità le compagne a volte chiedono l’aiuto di un’autorità locale, un responsabile, per sentire se stanno agendo bene, chiedere alcune cose. Molte volte succede, ma altre volte fanno tutto da sole. Per esempio, nella mia comunità c’è una donna agente, una compagna, e così la supplente, ed entrambe hanno risolto da sole i problemi, avendo già visto un paio di volte come fare, l’hanno preso come esempio e così agiscono per trovare le soluzioni.

(…)

I 60 membri, sono metà compagne e metà compagni?

Sì, compagno, siamo la metà, nessuno è di più, nessuno è di meno.

(…)

-*-

(Continua…)

In fede.

Dalle montagne del Sudest Messicano

Subcomandante Insurgente Marcos

Messico, Febrario 2013

 

Ascolta e guarda i video che accompagnano questo testo:

“Tierra y Libertad”, del gruppo “FUGA”.  Il pezzo inizia con un frammento delle parole dell’EZLN al Congresso messicano per chiedere il compimento degli Accordi di San Andrés, una donna indigena zapatista ha portato lì la nostra parola. I gruppo FUGA è composto da Tania, Leo, Kiko, Oscar y Rafa. Il pezzo fa parte del disco “Rola la lucha zapatista” http://www.youtube.com/watch?v=jjE19gvwVAw&feature=player_embedded

Donne Mapuche in resistenza contro le imprese minerarie predratrici. http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=bSzYeTNxhYA

Donne zapatiste con incarichi nella Giunta di Buon Governo, a La Realidad, Chiapas, nel 2008. http://www.youtube.com/watch?v=rzK8mDe7jkQ&feature=player_embedded

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, A.C.

 San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico, 22 febbraio 2013

Azione Urgente No. 1 

Rischio di sgombero forzato delle Basi di Appoggio dell’EZLN a San Marcos Avilés

Secondo informazioni documentate da questo Centro de Diritti Umani, nell’ejido San Marcos Avilés, municipio di Chilón, esiste il rischio imminente che per la seconda volta si verifichi lo sgombero forzato delle Basi di Appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (BAEZLN) da parte di abitanti dell0 stesso ejido affiliati al Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), al Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) e Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM).

(…) info: https://chiapasbg.wordpress.com/2013/02/24/rischio-san-marco-aviles/

Questo Centro dei Diritti Umani manifesta la sua preoccupazione per l’imminente rischio della vita, integrità e sicurezza delle persone, BAEZLN, abitanti dell’ejido di San Marcos Avilés, a seguito delle minacce di morte e persecuzione aumentate nel corso delle ultime settimane; oltre allo sgombero forzato e sottrazione delle terre necessarie al loro sostentamento, dal 9 aprile del 2010 non possono lavorare e questa situazione li ha portati ad una crisi alimentare e minacce costanti contro il loro processo di autonomia. 

Facciamo notare la responsabilità del governo del Chiapas che per omissione deliberata, perché non ha agito per garantire l’integrità e la sicurezza personale delle BAEZLN e l’accesso alla terra nonostante i diversi interventi inviati da questo Centro dei Diritti Umani; 

Pertanto esigiamo che il governo messicano adotti tutte le misure necessarie per:

– Proteggere e garantire la vita, l’integrità e la sicurezza delle BAEZLN

– Rispettare e garantire il diritto alle libertà fondamentali della libera espressione e pensiero nella comunità San Marcos Avilés  

– Rispettare e garantire il diritto alle terre appartenenti alle BAEZLN  

– Rispettare e garantire il processo autonomistico che stanno costruendo nell’ambito del diritto alla libera determinazione dei popoli stabilito nel Trattato No. 169 Sui Popoli Indigeni e Tribali in Paesi Indipendenti e sulla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli indigeni, così come negli Accordi di San Andrés. 

– Indagare e sanzionare i responsabili dello sgombero forzato, dell’esproprio, delle minacce e vessazioni contro le BAEZLN.

 *-*

Poi firmare l’Azione Urgente a questo link: http://www.redtdt.org.mx/d_acciones/d_visual.php?id_accion=258&utm_medium=email&utm_campaign=Acci%C3%B3n+Urgente%3A+Riesgo+de+desplazamiento+…&utm_source=YMLP&utm_term=click+aqu%26iacute%3B

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Info-cdhbcasas mailing list
Info-cdhbcasas@lists.laneta.apc.org
http://lists.laneta.apc.org/listinfo/info-cdhbcasas

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LORO E NOI

VII.- Le/I più piccol@ 3.

3.- Le Compagne. Il lungo camino delle zapatiste.

Febbraio 2013

NOTA: Di seguito, alcuni frammenti della condivisione delle donne zapatiste, che fanno sempre parte del quaderno di testo “Partecipazione delle donne nel governo autonomo”. In questi frammenti le compagne parlano di come vedono la propria storia di lotta come donne ed abbattono alcune delle idee sessiste, razziste ed antizapatiste presenti in tutto lo spettro politico sulle donne, sulle indigene e sulle zapatiste.

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 Quaderno - Donne

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   Buongiorno a tutte e tutti.  Mi chiamo Guadalupe, il mio villaggio è Galilea, nella regione Monterrey, come avete sentito, ci sono regioni che non hanno un municipio autonomo, io vengo da una regione dove non c’è un municipio autonomo. Il mio incarico è di promotrice di educazione e rappresento il Caracol II “Resistencia y rebeldía por la humanidad”, della zona Altos del Chiapas. Per incominciare farò una breve introduzione per introdurvi in argomento.

   Sappiamo che fin dall’inizio della vita le donne hanno svolto un ruolo molto importante nella società, nelle comunità, nelle tribù. Le donne non vivevano come ora, erano rispettate, erano le più importanti per la conservazione della famiglia, erano rispettate perché danno la vita come noi rispettiamo ora la madre terra che ci dà la vita. A quel tempo la donna aveva un ruolo molto importante ma col trascorrere della storia e con l’arrivo della proprietà privata quel ruolo è cambiato.

  Con l’arrivo della proprietà privata, la donna è stata relegata su un altro piano ed arrivò quello che chiamiamo il “patriarcato” con la cancellazione dei diritti delle donne, con a sottrazione della terra. E’ stato con l’avvento della proprietà privata che hanno cominciato a comandare gli uomini. Con la proprietà privata sono arrivati tre grandi mali, lo sfruttamento di tutti, uomini e donne, ma più delle donne, e come donne siamo sfruttate anche da questo sistema neoliberale. E’ arrivata anche l’oppressione degli uomini sulle donne in generale e di questi tempi subiamo inoltre la discriminazione per essere donne indigene. Questi sono i tre grandi mali, ce ne sono altri ma di questi non parleremo ora.

   Con l’organizzazione, vista la mancanza di diritti per le donne, è stato necessario lottare per l’uguaglianza di diritti tra uomini e donne, ed è così che è nata la nostra Legge Rivoluzionaria delle Donne. Sappiamo che qui nella Zona Altos forse non abbiamo visto grandi progressi, ci sono stati piccoli avanzamenti, sono lenti ma continuiamo ad avanzare, compagne e compagni.

  Qui spieghiamo come abbiamo progredito nella Zona Altos a tutti i livelli, nelle varie aree, nei differenti posti dove lavoriamo. Raccontiamo come, prima di venire qui, abbiamo analizzato, tra uomini e donne, la situazione rispetto ad ogni punto della Legge Rivoluzionaria delle Donne. Perché è molto importante che in quest’analisi non partecipino solo le donne, devono partecipare anche gli uomini, per sentire quello che pensiamo, quello che diciamo. Perché se parliamo di lotta rivoluzionaria, la lotta rivoluzionaria non la fanno solo gli uomini né solo le donne, è compito di tutti, è compito del popolo e del popolo fanno parte bambini, bambine, uomini, donne, ragazzi, ragazze, adulti, adulte, anziani ed anziane. Tutti abbiamo un posto in questa lotta e per questo tutti dobbiamo partecipare in quest’analisi e nei compiti che dobbiamo svolgere.

(…)

-*-

(…)

Compagni, compagne, mi chiamo Eloísa, e vengo dal villaggio Alemania, municipio San Pedro Michoacán, ho fatto parte della Giunta di Buon Governo del Caracol I “Madre de los caracoles. Mar de nuestros sueños”. Dobbiamo parlare delle compagne ed io vi racconterò un po’ della partecipazione delle compagne prima del ‘94 e di come ci siamo un poco emancipate dopo il ‘94.

   Nella nostra zona, all’inizio noi compagne non partecipavamo, le nostre compagne di allora non avevamo idea che noi compagne potevamo partecipare. Pensavamo che noi donne eravamo buone solo per la casa o per la cura dei figli, per cucinare; forse sarà per l’ignoranza imposta dal capitalismo che avevamo in testa questa cosa. Ma anche noi come donne avevamo paura di non essere capaci di fare altre cose al di fuori della casa, così come non avevamo spazio da parte dei compagni.

   Inoltre non avevamo la libertà di partecipare, di parlare, siccome si pensava che gli uomini fossero superiori a noi. Eravamo sotto il dominio dei nostri padri, i nostri genitori non ci davano la libertà di uscire ed era molto forte il machismo. Forse i compagni erano così non perché lo volessero davvero, ma perché avevano quell’idea che il capitalismo o il sistema ci hanno messo in testa. Anche perché il compagno non è abituato a sbrigare le faccende dentro casa, a prendersi cura dei figli, a fare il bucato, a cucinare ed è difficile per il compagno occuparsi della casa o prendersi cura dei figli affinché la compagna possa uscire a svolgere il suo lavoro.

  Come ho detto prima, le compagne che vivono sotto il dominio dei genitori o vivono ancora con i genitori, siccome abbiamo rispetto per i genitori, i genitori dicono se possiamo lavorare oppure no, se possiamo andare oppure no dove dobbiamo svolgere il lavoro. Ma, se i nostri genitori a volte ci dicono di no, a volte obbediamo, perché abbiamo in testa il rispetto per i nostri genitori. Ci sono delle volte che i nostri padri non ci lasciano andare, perché pensano che una volta fuori di casa non andiamo al lavoro ma facciamo altre cose e ci mettiamo in guai che creano problemi che i nostri padri dovranno poi sistemare. A volte è questa l’idea che si fanno i nostri genitori, o i mariti, o i partner, cioè, a volte è questo che pensano i compagni.

(…)

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   Compagni e compagne buon pomeriggio a tutti voi che siete qui. Il mio nome è Andrea, il mio villaggio è San Manuel, municipio Francisco Gómez del Caracol III “La Garrucha”. Vengo in rappresentanza delle compagne della zona di La Garrucha, e ci esprimiamo con poche parole perché la maggioranza di noi parla in lingua tzeltal.

   In primo luogo comincerò a raccontarvi di prima del ’94 quando molte compagne avevano sofferto molto. C’erano umiliazioni, maltrattamenti, violenze, ma al governo non importava, il suo lavoro è solo quello di distruggerci come donne. Non gli importava se una donna si ammalava o chiedeva aiuto, a lui non importa.

   Noi donne, adesso, non possiamo mollare, dobbiamo andare avanti. A quei tempi abbiamo sofferto, così hanno raccontato le compagne. A quei tempi c’erano molte umiliazioni, e cosa facevano il malgoverno e i proprietari terrieri? Il fatto è che non prendevano affatto in considerazione le compagne.

   Cosa facevano i proprietari terrieri? Trattavano i compagni come servi, le compagne si alzavano all’alba a lavorare e le povere donne lavoravano duramente come gli uomini. C’era schiavitù ma, compagni, non ne potevamo più e così è cominciata la nostra partecipazione come compagne. A quel tempo non c’era partecipazione, ci tenevano come ciechi, senza poter parlare. Ma adesso vogliamo che la nostra autonomia funzioni, vogliamo partecipare come donne, non dobbiamo farci indietro. Andremo avanti affinché il malgoverno veda che non ci lasciamo più sfruttare come ha fatto con i nostri antenati. Non lo vogliamo più.

  E da lì fino all’anno ’94 quando si seppe che c’era la nostra legge delle donne. Che bello, compagni, che abbiamo partecipato. Da quell’anno ci sono state manifestazioni e le compagne vi partecipavano, per esempio alla Consulta Nazionale sono andate anche le donne. Anch’io allora ho partecipato alla Consulta Nazionale, avevo 14 anni. Allora non sapevo neanche parlare, ma ho fatto quel che ho potuto, compagni.

   Hanno lottato, manifestato, e il governo si è accorto che le donne non si arrendevano più, ma andavano avanti. Ho detto che vogliamo che la nostra autonomia funzioni, ed ora che sono chiari i nostri diritti come donne, quello che dobbiamo fare è costruire, lavorare, è nostro dovere andare avanti.

   Ho una domanda, non so che qualcuna delle compagne qui presenti sa chi ha fatto questa legge rivoluzionaria. Se qualcuno vuole, può rispondere, perché qualcuno ha lottato per questo e qualcuno l’ha difesa per noi. Chi ha lottato per noi, compagne? La Comandante Ramona è stata colei che ha fatto questo sforzo per noi. Non sapeva né leggere né scrivere, né parlare in castigliano. E perché noi allora, compagne, non facciamo questo sforzo? Questa compagna è un esempio. E’ l’esempio che seguiremo per fare molto di più, per dimostrare quello che sappiamo fare nella nostra organizzazione.

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   Rappresento le 5 compagne che partecipano sul tema delle donne. Buona sera a tutti. Il mio nome è Claudia. e vengo dal Caracol IV di Morelia. Sono base appoggio del villaggio Alemania, regione Independencia, municipio autonomo 17 de Noviembre. Leggerò un pezzo prima di entrare in argomento. Lo leggo perché parlando qui, davanti a tante persone, non voglio dimenticarmi niente.

   Molti anni fa soffrivamo per i maltrattamenti e la discriminazione, la disuguaglianza in casa, nella comunità. Soffrivamo sempre e ci dicevano che eravamo un oggetto, che non servivamo a niente, perché così ci dicevano le nostre nonne. Ci insegnavano solo a lavorare in casa, nei campi, a prenderci cura dei bambini, degli animali e servire il marito.

   Non avevamo l’opportunità di andare a scuola, per questo non sapevamo leggere né scrivere, tanto meno parlare in castigliano. Ci dicevano che una donna non ha il diritto di partecipare né di protestare. Non sapevamo difenderci né sapevamo cosa sono i diritti. Così sono state educate le nostre nonne dai loro padroni, i rancheros.

  Alcune di noi hanno ancora quest’idea di lavorare solo in casa, e così è stata questa sofferenza fino ad arrivare ad ora. Ma dopo il dicembre del 1994 si formarono i municipi autonomi ed è lì che abbiamo cominciamo a partecipare, a sapere come lavorare, grazie alla nostra organizzazione che ci ha dato lo spazio di partecipazione come compagne, ma anche grazie ai nostri compagni, ai nostri padri che hanno capito che abbiamo il diritto di svolgere il nostro lavoro.

 (…)

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 Compagna Ana. Nuovamente è il turno della Zona Nord, qui ci sono i partecipanti che parleranno dei temi analizzati nel nostro caracol. Comincio con un’introduzione.

  Molti anni fa c’era uguaglianza tra uomini e donne perché non esisteva che uno era più importante dell’altro. A poco a poco è iniziata la disuguaglianza con la divisione del lavoro, quando gli uomini uscivano a coltivare i campi per il cibo, uscivano a caccia per procurarsi la carne per le proprie famiglie e le donne rimanevano a casa a svolgere le faccende domestiche, come la filatura, la confezione dei vestiti e la fabbricazione di utensili da cucina, come pentole, bicchieri, piatti di coccio. Poi c’è stata un’altra divisione del lavoro con l’avvento dell’allevamento. Il bestiame prima serviva come forma di denaro per scambiare i prodotti. Col tempo quest’attività diventò la più importante, ancor di più col nascere della borghesia che comprava e vendeva bestiame per accumulare i guadagni. Tutto questo lavoro lo facevano gli uomini, per questo erano gli uomini a comandare in famiglia, perché solo loro portavano i soldi in casa ed il lavoro delle donne non era ritenuto importante, per questo erano inferiori, deboli, incapaci di svolgere un lavoro autonomo.

  Così erano i costumi, lo stile di vita che portarono gli spagnoli quando vennero a conquistare i nostri popoli, come già abbiamo detto, erano i frati che ci educavano ed istruivano nei loro costumi e conoscenze. Ci insegnavano che la donna doveva servire l’uomo e obbedirgli sempre ad ogni suo ordine, e che le donne dovevano coprire la testa con un velo quando andavano in chiesa e che dovevano tenere testa ed occhi bassi. Si ritenevano che erano le donne a far cadere nel peccato gli uomini e per questo la chiesa non permetteva alle donne di andare a scuola o di rivestire cariche.

  Noi popoli indigeni abbiamo assorbito culturalmente il modo in cui gli spagnoli trattavano le loro donne, per questa ragione nelle comunità è nata la disuguaglianza tra uomini e donne che prosegue fino ad ora, come questi esempi.

  Alle donne non era permesso andare a scuola e se una ragazza studiava era malvista dalla comunità. Alle bambine non era permesso giocare con i bambini né toccare i loro giocattoli. L’unico lavoro che le donne dovevano fare era in cucina e allevare i figli. Le ragazze celibi non erano libere di uscire né di passeggiare nella comunità né in città, dovevano essere rinchiuse in casa, e quando si sposavano venivano scambiate con alcool ed altre merci, senza che la donna potesse dire qualcosa, perché non aveva il diritto di scegliere il suo compagno. Quando erano sposate non potevano uscire da sole né parlare con altre persone, tnato meno se uomini. C’erano maltrattamenti sulle donne da parte dei mariti e nessuno applicava giustizia, questi maltrattamenti aumentavano quando gli uomini bevevano. Così dovevano vivere tutta la sua vita, tra sofferenze e abusi.

  Un’altra delle cose che facevano le mamme, era istruire le figlie a servire il pranzo ai fratelli, affinché più avanti potessero vivere bene con il marito senza ricevere maltrattamenti, perché si credeva che una delle ragioni dei maltrattamenti sulla donna era perché non imparavano a servire il proprio marito e fare tutto quello che l’uomo voleva.

  Anche i nostri nonni e nonne avevano le loro buone abitudini, che continuano a praticare, e non c’era preoccupazione in caso di malattie, perché conoscevano le piante medicinali e sapevano molto su come curare la salute. Non si preoccupavano per la mancanza di denaro, perché tutto quello di cui avevano bisogno per mangiare lo coltivavano, per questo le donne di allora erano forti, lavoratrici, perché si confezionavano i propri vestiti, la calhidra (*), anche se non conoscevano i loro diritti sono riuscite ad andare avanti.

(…)

-*-

(Continua…)

In Fede.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Subcomandante Insurgente Marcos

Messico, Febbraio 2013

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(*) idrossido di calcio -n.d.t.]

Guarda e ascolta i video che accompagnano questo testo: VIDEO 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo

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La Jornada – Lunedì 25 febbraio 2013

Minaccia paramilitare contro sette famiglie tzeltal sfollate da Busiljá

HERMANN BELLINGHAUSEN

San Cristóbal de las Casas, Chis. 24 febbraio. Nove organizzazioni civili del Chiapas denunciano che un gruppo di famiglie tzeltal, aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e sfollate dall’ejido Busiljá, Ocosingo, vivono una situazione drammatica causata da paramilitari filogovernativi della stessa comunità. Una minorenne è stata rapita e fatta sparire dai paramilitari, uno degli ejidatari si trova ingiustamente in carcere nella prigione di Playas de Catazajá, e su tutti i membri delle famiglie pendono mandati di cattura “per non aver abbandonato le loro terre né aver accettato i progetti del governo”.

Questa situazione critica è iniziata nel 1997, “e per 16 anni ha lasciato una scia di morti, feriti, imprigionati, sfollati e desaparecidos” nel nord di Ocosingo, denunciano con un comunicato congiunto centri e comitati per i diritti umani come il Frayba, Diritti Indigeni (Cediac) e Fray Pedro Lorenzo de Nada.

“La situazione delle sette famiglie sfollate da Busiljá esprime una profonda crisi umanitaria e mette in dubbio la volontà e l’efficacia degli strumenti istituzionali di applicazione della giustizia nel nostro stato, rendendo evidente l’impunità delle persone e gruppi che hanno perpetrato i reati ed i fatti che costituiscono grave e continuata violazione dei diritti umani da parte delle autorità statali e con effetti deplorevoli che perdurano fino ad oggi”.

Per questo invitano le istituzioni statali a “manifestare concretamente la volontà di raggiungere una risoluzione giusta, garantendo il risarcimento dei danni causati e la non reiterazione dei reati”.

Le organizzazioni firmatarie solidarizzano con le famiglie indigene attualmente rifugiate ad Ocosingo, e sollecitano “l’applicazione pronta, seria ed imparziale di misure avviate alla soluzione giusta e a norma di legge della situazione che li colpisce”, tra le quali “l’applicazione delle misure cautelari previste dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani, con risoluzione MC-485-11 del 16 maggio 2012, a favore della bambina Gabriela Sánchez Morales, figlia di Elena Morales Gutiérrez”.

Facendo eco alle richieste delle famiglie sfollate, le organizzazioni si sono pronunciate anche per la liberazione di Elías Sánchez Gómez (figlio), “ingiustamente recluso nel Carcere N.17 di Playas de Catazajá, e che nel frattempo gli sia garantito un trattamento dignitoso e umano”.

Contemporaneamente, sollecitano la cancellazione dei mandati di cattura contro Elías Sánchez Gómez, Pablo Sánchez Gómez, José Sánchez Gómez, Nicolás Sánchez Gómez, Felipe Sánchez Gómez, Timoteo Sánchez Gómez, Fausto Sánchez Gómez, Luis Sánchez Gómez e Felipe Sánchez Gómez (figlio), in relazione al procedimento N. 331/2011.

Chiedono di indagare e sanzionare i membri del PRI dell’ejido Busiljá per la loro partecipazione, “in complicità con la Polizia Statale”, negli eventi denunciati, oltre a punire i responsabili delle minacce, delle persecuzioni, degli arresti illegali, delle torture, delle violenze sessuali, degli sgomberi e delle sparizione ai danni delle famiglie che fanno parte del Frente de Ejidos en Resistencia “Genaro Vázquez Rojas”, aderenti alla Sesta. Infine, chiedono di creare le condizioni affinché le famiglie sfollate possano fare ritorno nelle proprie case.

Il comunicato è firmato inoltre da Servicios y Asesoría para la Paz (Serapaz), Comisión de Apoyo a la Unidad y Reconciliación Comunitaria (Coreco), Desarrollo Económico y Social de los Mexicanos Indígenas (DESMI), Educación para la Paz (Edupaz), Enlace, Comunicación y Capacitación, e Voces Mesoamericanas-Acción con Pueblos Migrantes.

http://www.jornada.unam.mx/2013/02/25/politica/018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo

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La Jornada – Domenica 24 febbraio 2013

Il Frayba avverte sul rischio imminente di espulsioni dall’ejido di San Marco Avíles. Militanti dei partiti e poliziotti esigono dagli zapatisti il pagamento dell’imposta prediale. 

Hermann Bellinghausen. Inviato. Enviado. San Cristóbal de las Casas, Chis. 23 febbraio. Esiste l’imminente rischio di espulsione delle famiglie zapatiste dell’ejido San Marcos Avilés, nel municipio di Chilón, da parte di abitanti dello stesso ejido affiliati ai partiti Rivoluzionario Istituzionale (PRI), della Rivoluzione Democratica (PRD) e Verde Ecologista del Messico (PVEM). Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba), ha diffuso oggi un’Azione Urgente per chiedere al governo federale e statale le garanzie per gli indigeni minacciati.

Lo scorso 19 febbraio, autorità ejidali e poliziotti della comunità, in maniera aggressiva, hanno consegnato un documento alle basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), esigendo il pagamento dell’imposta prediale. I civili zapatisti sostengono le loro ragioni per non partecipare in nessuno spazio dei governi statale e federale: “Abbiamo sofferto molto a causa di tutte le aggressioni di questi gruppi dei partiti, ed il governo non ha fatto niente. Ora non è il momento di pagare perché siamo in resistenza ed esigiamo il rispetto del diritto alle nostre terre. Se non riceviamo niente dal governo, non paghiamo le imposte.

Le autorità ejidali hanno risposto che devono pagare, perché questo è l’ordine del presidente municipale e del Ministero delle Finanze. In caso contrario saranno sgomberati ed hanno dichiarato che li arresteranno loro stessi e li porteranno davanti alle autorità e taglieranno loro luce e acqua.

Il giorno 20 i partiti si sono riuniti per concordare le azioni contro le basi dell’EZLN. Questi, secondo le testimonianze raccolte dal Frayba, hanno redatto un verbale in cui si concorda che si cercherà il modo di cacciarli, oltre a rivolgersi ai governi municipale e statale per cercare strategie per lo sgombero degli zapatisti dalla comunità. 

Il giorno 21 i partiti sono partiti molto presto da San Marcos Avilés con l’obiettivo di eseguire quanto messo a verbale e parlare col presidente municipale e la Procura Agraria di Ocosingo per attivare lo sgombero, ed hanno inviato inoltre delle lettere ai governi municipale, statale e federale.

Le basi dell’EZLN riferiscono che le autorità ejidali li hanno informati di questo. Quella notte, intorno alle 21:00, gli ejidatari filogovernativi hanno minacciato gli zapatisti, sostenendo che il sindaco di Chilón aveva dato l’ordine di sgombero e che il prossimo lunedì 25 febbraio avrebbero sollecitato l’intervento del governo dello stato di Tuxtla Gutiérrez.

Il centro Frayba esprime la sua preoccupazione per l’imminente rischio della vita, integrità e sicurezza personale delle basi zapatiste di San Marcos Avilés, a seguito delle minacce di morte e persecuzione che sono aumentate nelle ultime settimane.

A questo si aggiungono lo sgombero forzato e l’esproprio delle loro terre iniziato il 9 aprile del 2010, situazione che li ha portati ad una crisi alimentare ed alla minaccia costante contro il loro processo di autonomia.

Il centro Frayba sottolinea la responsabilità del governo del Chiapas che, per omissione deliberata, non ha agito per garantire l’integrità e la sicurezza personale delle basi zapatiste e l’accesso alle loro terre, nonostante i diversi interventi del Frayba che chiedevano al governo messicano le misure necessarie per garantire l’integrità e la sicurezza personale degli indigeni minacciati, così come il diritto alle libertà fondamentali di libera espressione e pensiero, ed il loro diritto alle terre alienate ed al processo autonomistico in corso nell’ambito del diritto alla libera determinazione dei popoli.

Bisogna ricordare che il 9 settembre 2010 la Giunta di Buon Governo di Oventic denunciò lo sgombero forzato dall’ejido di 170 uomini, donne e bambini zapatisti dopo che nell’agosto di quell’anno gli zapatisti avevano costruito nell’ejido la prima scuola autonoma.

Quel giorno, 30 persone dell’ejido, guidate da Lorenzo Ruiz Gómez e Vicente Ruiz López, entrarono di forma violenta, con bastoni, machete ed armi nelle case degli zapatisti e cercarono di violentare due donne che riuscirono a scappare. Per non rispondere all’aggressione, le famiglie zapatiste si rifugiarono in montagna. Dopo 33 giorni di sfollamento, le 27 famiglie sono tornate nella comunità il 12 ottobre. Per più di due anni hanno vissuto in condizioni precarie, spoglatii delle loro terre e sotto costanti minacce che ora potrebbero concretizzarsi. http://www.jornada.unam.mx/2013/02/24/politica/019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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LORO E NOI

VII.- Le/I più piccol@ 2.

2.- Come si fa?

 

Febbraio 2013

Nota: Compas, in un’altra occasione (se ci sarà l’opportunità) spiegheremo com’è organizzato il nostro EZLN. Ma adesso non vogliamo distrarvi dalla “Condivisione“. Vi diciamo solo che incontrerete una cosa come “Commissione di Informazione”. Questa Commissione è formata da compagne e compagni, comandanti (il CCRI o Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno) che verificano i lavori dell’autonomia, supportano le Giunte di Buon Governo e tengono informate le basi di appoggio zapatiste su come va tutto l’insieme.

Ecco, dunque, altri frammenti della “condivisione” zapatista:

 -*-

(…)

  Noi lavoriamo così. Qualcuno ha chiesto: come si risolvono i problemi? Sì, ci sono stati problemi nel municipio. Problemi di terra, problemi di minacce, problemi di luce, i problemi ci sono e credo che ce ne siano in tutti i villaggi, perché non ci siamo soltanto noi basi di appoggio, e ce ne sono di più quando viviamo in villaggi filo-governativi dove ci sono i nemici, quelli che governano, dove ci sono i paramilitari, a causa di questi ci sono problemi. Ma dobbiamo trovare il modo di governare, anche se imparare è davvero duro perché, come dicevano alcuni compagni, non ci sono istruzioni. Non c’è un manuale scritto cui riferirsi, ma dobbiamo ricordare come facevano i nostri antenati che non erano nominati dagli organi ufficiali, ma dal popolo che loro servivano senza alcuno stipendio. La corruzione, il malaffare sono cominciati quando è arrivato lo stipendio.

   Per il poco che sono stato nel mio villaggio, nel mio municipio, è in questo modo che ho potuto servire benché, come ho detto, abbiamo ancora molto da imparare, indipendentemente dall’età. Continuiamo ad imparare con tutti e tutte. Credo che questo riguardi tutti i livelli, così come i commissari, gli agenti hanno la loro funzione da svolgere ma devono ancora imparare come risolvere un problema. Sì, non siamo preparati, perché noi contadini siamo esperti della campagna, la nostra legge è il machete, la lima e il pozol. Non so se faccio male a dirlo, compagni, ma questo è quello che voglio condividere con voi.

(…)

-*-

(…)

  Abbiamo fatto tante riunioni e preso molti accordi, non solo una volta, e ci siamo resi conto che è un lavoro pesante, non è facile farlo. Perché? Perché, come ho detto poco fa, non abbiamo un manuale, non abbiamo un libro da seguire; abbiamo lavorato col nostro popolo.

-*-

(…)

  Compagni, è di questo che stiamo parlando e non mi manca molto per concludere. Dicevamo del modo in cui vogliamo svolgere il lavoro. Molte volte non lo può fare solo la Giunta, anche e abbiamo in testa come fare, deve essere svolto in coordinamento con i consigli, comitati [CCRI], affinché ci si possa fare l’idea di quello che abbiamo in mente, perché è così che abbiamo visto è meglio fare in alcuni casi.

   Per esempio, parliamo degli incarichi, delle responsabilità, qui abbiamo visto le difficoltà di svolgere determinati lavori. Quando io ho avuto degli incarichi, ho visto che a volte nella Giunta mancavano le persone per tutto il lavoro da svolgere; per esempio, a quel tempo non c’erano autisti per la clinica, ogni membro della Giunta doveva essere anche autista, cuoco, doveva andare a cercare legna, c’era parecchio da fare e bisognava svolgere anche i lavori d’ufficio, dovevamo studiare le questioni in sospeso, i lavori in attesa o le questioni del municipio che non si erano potute risolvere per mancanza di tempo. Adesso mi rendo conto, e c’era passato per la testa, che c’era bisogno di un aiuto, di un autista dedicato, perché a volte a noi della Giunta toccava trasportare un malato urgente in piena notte e tornare poi alle tre o alle quattro del mattino. Ci avevamo pensato ma non eravamo in grado di risolvere quel problema.

   Un esempio: quando fu il mio turno di diagnosticare la malattia più frequente nei municipi e non fu possibile definirlo nella Giunta, né avere l’informazione. Dovetti chiedere se si poteva fare o no ed ottenni l’appoggio del comando, che è quello che si vuole; si chiesero le informazioni ai municipi ed alcuni municipi non risposero, altri fornirono l’informazione, consultarono le comunità sulla malattia più frequente, perché c’era un focolaio di febbre tifoidea, ma non riunirono i consigli. Allora tutto va bene quando tutto funziona, è come una macchina. Quando in una macchina non funziona un pistone o un cilindro, la macchina non riesce ad andare in salita, non ha potenza. Questo è quello che succede, anche se la Giunta pensa o vuole fare la sua proposta da approvare in l’assemblea, molte volte non si riesce e tutto resta lì.

   A quel tempo, in quell’anno, c’era molto lavoro perché non c’era un autista. Adesso per le cliniche si stanno alternando degli autisti che non lavorano nella Giunta, ma si occupano dell’auto, dei suoi pneumatici, della benzina.

  Si sta migliorando un po’ su questo aspetto e credo che a poco a poco si migliori, a patto abbiamo ben presenti quali sono le necessità che si presentano, perché il lavoro della zona o del municipio aumenta sempre. Poco alla volta partecipano sempre più compagne perché aumenta il lavoro. Vediamo che è molto importante il coordinamento tra tutti e la considerazione ti tutti per ricavare le proposte e le idee nuove su come lavorare.

   L’importante è non perdere il contatto con il popolo perché di questi tempi sento che ci sono cose che si erano fatte consultando il popolo ed ora invece si possono fare senza consultare il popolo, si possono cambiare alcune lettere senza che il popolo lo sappia, e questo diventa un problema, perché quando al popolo insegniamo, spieghiamo e poi improvvisamente lo escludiamo, il popolo parla, discute.

   Questo può provocare dissenso o che si parli male delle autorità, e molte volte è necessario dare spiegazioni, come dicevamo oggi, la Giunta deve aver ben chiari i sette principi. [Si riferisce ai 7 principi del “comandare ubbidendo”, guida delle Giunte di Buon Governo, che sono: Servire e non Servirsi; Rappresentare e non Sostituire; Costruire e non Distruggere; Ubbidire e non Comandare; Proporre e non Imporre; Convincere e non Vincere; Scendere e non Salire].

  Bisogna convincere il popolo e non vincere con la forza, un’autorità deve spiegare la ragione di modificare alcuni regolamenti o alcuni accordi, deve spiegarlo al popolo; perché se sono un’autorità e non spiego il perché di una cosa, come gli arriva al popolo? Può portare a un dissenso anche se il popolo lo capisce, ma dando spiegazioni si tratta di convincere e non vincere con la forza, affinché il popolo non si scoraggi e non si disperda. Perché da lì nascono i dissensi e il popolo si demoralizza, per come l’ho visto io, questo è il problema.

   Bisogna stare sempre molto vicino al popolo.

   Ci sono anche comunità che vogliono fare una cosa senza la maggioranza, allora anche a loro bisogna spiegare che non si può, perché è già successo. Ci sono persone che vengono nei nostri uffici e protestano contro le autorità ma non possiamo accettarlo perché dipende dalla maggioranza. Su questo bisogna essere chiari, ma bisogna spiegarlo alla gente e cercare di convincerla, fargli capire la ragione del perché si fanno queste cose. Io la penso così, compagni, e questo è quello che cerco di spiegare dei sette principi, è quello che ho inteso, quello che ho imparato un po’. Non ho imparato molto perché ho lavorato solo tre anni e me ne sono reso conto poco a poco, sul momento non si riusciva a svolgere facilmente il lavoro perché eravamo nuovi senza aiuto, ma adesso ci sono compagni che sono rimasti anche un anno ad accompagnare ed aiutare le nuove autorità.

   Ma quando abbiamo cominciato non era così, c’era solo l’aiuto dei comitati [CCRI] che ci aiutavano e a poco a poco noi imparavamo. Questo è quello che posso raccontarvi, compagni.

(…)

  Come venivano nominati?

   Attraverso l’assemblea, per esempio come facciamo ora. In ogni municipio si convocava un’assemblea di tutta la base e in maniera diretta si sceglieva quel determinato gruppo di compagni per fare il lavoro dell’autonomia.

   Di che lavoro si trattava? Cosa dovevano fare quei compagni? Praticamente non avevamo nessuna conoscenza, forse alcuni sì, ma la maggioranza non aveva conoscenze, che cosa dovevamo fare? Lavoravamo per l’autonomia, per autogovernarci, ed è sorta la domanda: cos’è che dobbiamo fare? Nessuno aveva la risposta, ma col passare del tempo, quando quelle autorità erano insediate, arrivavano i problemi. C’erano tanti problemi in ogni nostra comunità, in ogni municipio.

   Quali sono i problemi che a quel tempo hanno dovuto affrontare le autorità?

   Allora il problema principale era l’alcolismo, questioni familiari, problemi tra vicini ed alcuni problemi agrari.

   E cosa facevano quindi quei compagni quando si presentava un problema?

   Loro ne discutevano; prima sentivano quello che aveva qualche problema di cui lamentarsi, lo si ascoltava, poi si sentiva l’altra parte, si ascoltavano le due parti. Quello che facevano quel gruppo di compagni era ascoltare, sentire dai propri fratelli quale fosse il problema e contemporaneamente sentire le ragioni. Quando si vedeva che uno dei due aveva ragione, allora si doveva parlare con l’altro fratello col quale aveva il problema.

   Quello che facevano le autorità a quel tempo era dare delle idee, cioè convincere le parti ad arrivare ad una soluzione pacifica senza tanto chiasso.

   E’ questo che facevano le autorità anche per altri tipi di problemi, nelle questione agrarie facevano così, convincevano i fratelli a non litigare per un pezzo di terra; se ad un fratello stanno togliendo la sua terra bisogna sentire anche l’altro che la sta togliendo e digli che non deve essere così, quello che è, è.

(…)

 -*-

(…)

  Sì, questo sì, ma allora si deve fare un regolamento, allora chi propone l’idea? Da dove nasce l’idea di come dovrebbe essere un regolamento? Chi dice ‘propongo questo’? Poi, come si fa per raccogliere la voce del popolo, perché se viene dalla Giunta, si accetta così o deve essere sostenuta dai compagni della Commissione di Informazione? Oppure, chi è che dice che bisogna fare un regolamento?

 Risposta di un altro compagno: Non esiste ancora che ci sia un’iniziativa di compagne autorità, l’iniziativa di fare un regolamento, così solo dalle compagne che svolgono incarico di autorità. Avviene tra compagne e compagni.

   No, compa, la mia domanda è come Giunta di Buon Governo, non come compagne. Come Giunta di Buon Governo è solo per fare un esempio, non si tratta in particolare di regolamento o di legge. Quando vedete che c’è una necessità o c’è un problema, per questo faccio l’esempio di un regolamento, perché questo richiede una relazione, perché la Giunta di Buon Governo non impone una legge, allora vorremmo sapere com’è che fate. Perché qui entra in gioco la democrazia, vorremmo capire, perché, come ci avete detto, i comandanti ribelli non staranno qui sempre, e capiamo che non ci sarà per sempre anche la Commissione di Informazione, cioè il CCRI [Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno]. Allora voi, Giunta di Buon Governo, come fate a soddisfare una necessità, sia una legge, sia un problema, qualche questione che è necessario mandare avanti, un progetto o quello che sia. Come si relazionano Giunta di Buon Governo, MAREZ [Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti], autorità e poi le comunità?

 

  Cioè, come si fa la democrazia.

(…)

-*-

(Continua…)

In fede.

Dalle montagne del Sudest Messicano

Subcomandante Insurgente Marcos

Messico, Febbraio 2013

 

Ascolta e guarda i video che accompagnano questo testo: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/02/22/ellos-y-nosotros-vii-ls-mas-pequens-2-como-se-hace/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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LORO E NOI 

VII.- Le/I più piccol@ 1. 

1.- Imparare a governare e governarci, ovvero, a rispettare e rispettarci.

Febbraio 2013

Nota: i quaderni di testo che sono parte del materiale di supporto del corso “La Libertà secondo le/gli zapatisti”, sono il risultato delle riunioni realizzate dalle basi di appoggio zapatiste di tutte le zone per valutare i lavori dell’organizzazione. Compagne e compagni tzotzil, chol, tzeltal, tojolabal, mam, zoque e meticci, provenienti dalle comunità in resistenza dei 5 caracol, si sono posti tra loro domande e risposte, hanno scambiato le proprie esperienze (che sono diverse da zona a zona), hanno criticato, hanno fatto autocritica ed hanno valutato i progressi e quello che c’è ancora da fare. Le riunioni sono state coordinate dal nostro compagno Subcomandante Insurgente Moisés e sono state registrate, trascritte ed elaborate per la redazione dei quaderni di testo.

Poiché in queste riunioni le/i compagn@ hanno condiviso i loro pensieri, le loro storie, i loro problemi e le possibili soluzioni, loro stessi hanno battezzato questo processo: “la condivisione”.

Questi sono alcuni frammenti estratti dalla condivisione zapatista:

-*-

(…)

  Siamo qui per condividere le nostre esperienze, una delle quali, come zapatisti, è come governiamo insieme, governiamo collettivamente. Che esperienza si può condividere del modo in cui si governa insieme, collettivamente?

  Il modo in cui stiamo lavorando è non separarsi dal popolo. Così come facciamo sempre in questioni di regolamenti o di pianificare le attività, il lavoro, l’informazione deve arrivare alle persone, le autorità devono essere presenti nel pianificare le attività, nel fare le proposte.

(…)

  Stiamo lavorando su alcune cose e riteniamo, come parte degli obblighi del governo autonomo, suo dovere assistere ogni persona che si presenti nei suoi uffici per varie questioni, che si risolva o no il suo problema, la persona deve essere ascoltata. Che sia, zapatista o non zapatista, così lavoriamo, a patto che non sia gente del governo o mandata dal governo, perché queste persone non sono accolte né assistite. Se non sono del governo, ma di qualsiasi organizzazione sociale, allora sono assistite. Lavoriamo sempre attenti a rispettare i sette principi del “comandare ubbidendo”, perché pensiamo che dobbiamo farlo così, è un dovere, per non commettere gli stessi errori che commettono le istanze del malgoverno e non riprodurre le loro stesse modalità, quindi, quello che ci guida sono i sette principi.

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  Nel primo Aguascalientes costruito a Guadalupe Tepeyac la nostra organizzazione fece il primo passo nel nostro modo di far valere i nostri diritti. Questo Aguascalientes era un centro culturale, politico, sociale, economico, ideologico, ed Ernesto Zedillo pensò che col suo smantellamento, a seguito dell’offensiva scatenata dopo il suo tradimento, avrebbe distrutto politicamente la nostra organizzazione. Ma è stato il contrario, perché in quello stesso 1994 furono aperti altri cinque Aguascalientes.

(…)

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  Una volta stabilita la sede nei municipi, si sono cercati i nomi da dare loro. Il primo municipio autonomo è La Garrucha e si chiama Francisco Gómez; l’altro municipio è San Manuel, che è Las Tazas; Taniperlas si chiama Ricardo Flores Magón; San Salvador, Francisco Villa. Tutti i nomi sono stati scelti in onore dei compagni: Francisco Gómez, che tutti conosciamo perché è il compagno che ha dato la vita per la causa per cui ci battiamo, di cui ci ha parlato il compagno morto in combattimento ad Ocosingo il primo gennaio. San Manuel in onore del compagno Manuel, fondatore della nostra organizzazione. Ricardo Flores Magón, perché sappiamo che è stato un attivista sociale passato alla storia. E Francisco Villa, perché è il rivoluzionario che tutti conoscono. Una volta formati i nostri municipi, gli accordi sono stati tutti presi in un’assemblea comunitaria ed i loro nomi sono stati decisi nell’assemblea regionale. Compas, adesso altri compagni e compagne spiegheranno altre cose.

(…)

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  I problemi si sono presentati fin dal principio, [incomprensibile], come il problema dell’alcolismo: com’è questo problema adesso nella vostra zona?

  Compagno, a quei tempi, all’inizio del 1994, appena iniziata la guerra, alcuni avevano molta paura. Con la guerra tutti ci siamo messi assieme per partecipare alla guerra. Alcuni l’hanno fatto coscientemente ma altri l’hanno fatto per paura, e chi l’ha fatto per paura non faceva bene il suo lavoro, e allora cosa faceva? Anche se avevamo l’ordine di non bere, c’era chi lo faceva di nascosto. Cosa facevamo? Noi non lo punivamo, per questo c’era la commissione degli anziani, incaricati di parlargli e spiegargli il danno che provoca a sé stesso. Allora, praticamente chi ubbidisce va avanti e chi non ubbidisce viene cacciato. Questa è la risposta.

(…)

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 Quaderno 3

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  Compagni e compagne, buon pomeriggio a tutti. Io vengo da un villaggio che si chiama ____, che appartiene al municipio Francisco Villa. Rappresento la Giunta di Buon Governo, sono stato Consigliere dal 2006 al 2009. Vi spiegherò le cause che hanno portato al nostro impegno, ancora non tocca a me spiegare quando abbiamo cominciato nell’anno 1994, vi racconterò un po’ come abbiamo cominciato poco prima del 1994. Prima, ’91, ’92, qual’è stata la causa della sollevazione armata? La causa è stata la dominazione, l’emarginazione e l’umiliazione, le ingiustizie e le norme o leggi dei malgoverni e dei proprietari terrieri sfruttatori. I nostri genitori e nonni non erano considerati, soffrivano e non avevano terra da coltivare per mantenere i figli. Così le comunità zapatiste hanno cominciato ad organizzarsi ed hanno detto “basta con questa umiliazione”. Allora si sono sollevate in armi, incuranti del buio e della fame.

  Così ci siamo andati formando ed abbiamo visto che organizzati, uniti, potevamo e possiamo fare di più. Poi, dopo la nostra sollevazione, abbiamo studiato come andare avanti ed abbiamo formato le nostre autorità autonome in ogni municipio. Per questo siamo qui riuniti tutti insieme per parlare e condividere come abbiamo cominciato a far funzionare i nostri governi autonomi; perché vi parlo di questo? Perché credo che è da lì che abbiamo cominciato e progredito fino ad arrivare fino a dove siamo adesso. E per parlarvi di dove siamo adesso do la parola al compagno ___ che spiegherà come lavoriamo oggi nei nostri municipi e nelle Giunte di Buon Governo. È tutto, compagni.

  Compagni, come ha detto il compa, ora ci parlerà il compagno ____, che è stato il fondatore del nostro governo autonomo nel Caracol III, a La Garrucha, insieme a coloro che sono state le prime autorità. Ora condivideranno con noi come hanno fatto, come erano, come hanno cominciato e come siamo adesso che siamo arrivati fino a qui.

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(…)

  Come mi è capitato già di raccontarvi, più o meno un mese dopo l’inizio delle nostre funzioni un’organizzazione che si chiama CIOAC [di filiazione perredista] ha sequestrato un compagno con il suo camion, e ci siamo quindi visti obbligati a denunciarlo, ma non avevamo idea di come scrivere una denuncia. Membri della Giunta di Buon Governo e consiglieri municipali abbiamo messo insieme le nostre parole, una o due parole, per fare questa denuncia, in squadra, ognuno con le sue parole, e così abbiamo formulato una denuncia. E così abbiamo svolto lavori come segretario, come cuoco, come spazzino, perché dovevamo fare le pulizie nei nostri uffici e in tutta la nostra zona di lavoro, e non c’è chi svolge in particolare questi compiti, e così li facciamo tutti noi e così continuiamo a fare.

(…)

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 Quaderno 4

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 (…)

  Così abbiamo lavorato e siamo arrivati al 2003, con la formazione delle Giunte di Buon Governo. Siamo arrivati alle giunte di buon governo in questa zona, ma allora non sapevamo se il direttivo dell’associazione dei municipi un giorno sarebbe diventato autorità e governo. Ma nel 2003, quando nascono le Giunte di Buon Governo, il popolo e l’associazione dei municipi decidono che quegli otto compagni, membri del Direttivo dell’Associazione dei Municipi, sarebbero diventati autorità della Giunta di Buon Governo. E quegli otto compagni sono quelli che entrano in carica nella Giunta di Buon Governo, nel primo periodo della Giunta di Buon Governo, che è andato dal 2003 al 2006.

  Così sono nate le giunte, nelle stesse condizioni e senza una sede adeguata. Giorni prima che fosse resa pubblica la nascita delle Giunte di Buon Governo, le comunità costruirono nel centro del Caracol, in tutta fretta, una sede per la Giunta di Buon Governo ed una sede per ognuno dei municipi autonomi. Sono state costruite con il materiale disponibile in quei momenti, si è cominciato con legno usato, lamiere usate ed in meno di una settimana sono state tutte realizzate. Così si comincia, gli uffici sono pronti, arriva l’agosto del 2003 e diventano pubbliche; dopo la loro pubblicizzazione, le comunità si riuniscono, orgogliose di aver creato una nuova istanza di governo autonomo. Con una grande festa stabiliscono formalmente il nuovo governo autonomo, consegnando gli uffici col materiale a disposizione.

  Possiamo dire che non era molto, ma la comunità ha dato alla Giunta di Buon Governo un tavolo e due sedie, questo era tutto il materiale, ed un locale un po’ più piccolo di questo in cui ci troviamo ora. Giorni dopo, qualcuno ha regalato una macchina da scrivere vecchissima e con quella si è cominciato a lavorare. Partendo da un locale vuoto abbiamo avviato delle iniziative di lavoro e sistemato lo spazio.

(…)

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  Come potete vedere, nella zona in cui lavoriamo esistono diversi modi di essere, di vestire, differenti colori, diverse credenze, differenti modi di parlare, ma si rispetta il compagno e la compagna, indipendentemente da com’è. L’unica cosa che ci interessa è la volontà di lavorare e le sue capacità, e non ci importa di com’è.

(…)

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(continua…)

                                                                                                               In fede.
                                                                             Dalle montagne del Sudest Messicano
                                                                              Subcomandante Insurgente Marcos
                                                                                       Messico, Febbraio 2013

 

Ascolta e guarda i video che accompagnano questo testo: testo e video

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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