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Archive for dicembre 2010

La Jornada – Venerdì 31 dicembre 2010

Le domande non sono state soddisfatte, denunciano le comunità in resistenza dal 1994

Dopo 17 anni dalla comparsa sulla scena dell’EZLN, il governo continua a sostenere una guerra occulta

Nonostante la strategia contrainsurgente, gli indigeni hanno sviluppato un’autonomia pacifica

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 30 dicembre. L’insurrezione armata dell’Esercito di Liberazione Nazionale (EZLN) compie 17 anni senza che, a giudizio delle comunità indigene in resistenza dal gennaio del 1994, le sue richieste siano state soddisfatte da quattro successivi governi federali e sei amministrazioni statali. Nonostante questo, ed una prolungata strategia contrainsurgente, le comunità e regioni ribelli portano avanti una significativa esperienza di autonomia pacifica, chiaramente nazionale, che è risultata efficace anche a difesa della sovranità territoriale messicana in tempi in cui questa non brilla.

Arrivarono nei quartieri periferici di questa città la notte del 31 dicembre 1993. Chi li vide apparire moltiplicandosi nell’ombra ne contò dapprima centinaia. Verso mezzanotte erano già migliaia, armati e in divisa. Si concentrarono nell’anello periferico, vicino al viale Juan Sabines Gutiérrez, dopo aver occupato la piazza di San Ramón ed il Puente Blanco, accesso alla città provenendo dagli Altos.

Dall’altro estremo, all’uscita per Comitán, il quartiere di San Diego ed Avenida Insurgentes, altre truppe indigene avanzavano verso il centro. Nel corso dell’alba, i nuovi insorti presero il palazzo municipale, la piazza centrale e, di fatto, la città. La stessa cosa succedeva a Ocosingo, Las Margaritas, Altamirano e Huixtán.

A quell’ora era ormai sovvertito in maniera irreversibile tutto il territorio indigeno del Chiapas, ancora ignoto alla maggioranza dei messicani, compreso il governo del presidente Carlos Salinas de Gortari e dei governatori Patrocinio González Blanco Garrido ed Elmar Setzer. I popoli maya dl Chiapas iniziarono una guerra di liberazione tuttora in corso. Il grido di “Ya Basta!” che la mattina seguente attraversò il mondo è una pietra miliare nella storia moderna del Messico.

Da allora, il movimento indigeno zapatista è un attore chiave nella lotta politica del paese. Sebbene i ribelli decretarono una tregua, dopo 12 giorni di combattimento nel gennaio del 1994, la guerra non è finita. Non sono state soddisfatte le domande che diedero origine alla sollevazione, riconosciute come legittime dai governi di Salinas de Gortari, Ernesto Zedillo e Vicente Fox. Inoltre, i governi successivi hanno sviluppato un’incessante guerra irregolare, “di bassa intensità”, contro le comunità organizzate con l’EZLN, suoi simpatizzanti, ed oggi anche gli aderenti all’Altra Campagna.

In un contesto nazionale di diffusa militarizzazione e combattimenti irregolari, frequentemente oscuri, ci si dimentica che le montagne del Chiapas continuano ad essere la regione più militarizzata del paese, e quella che sembra una “pace relativa” è in realtà una guerra occulta. Con le armi come appoggio (numerose truppe federali occupano decine di comunità sul suolo indigeno), il governo sta portando avanti una sofisticata guerra economica, sociale (a volte mascherata come “religiosa”) e psicologica.

Durante questo periodo le comunità ribelli non solo hanno resistito e sono sopravvissute, ma si sono percettibilmente trasformate. Nel dicembre del 1994 stabilirono circa 40 municipi autonomi, dando inizio alla ribellione autonomista più lunga ed efficace dell’era moderna nel mondo. Tre lustri dopo, lo zapatismo ha cinque giunte di buon governo che, in mezzo ad una guerra contrainsurgente contro di loro, rappresentano un fattore ineludibile di governabilità e legalità, letteralmente a dispetto delle politiche governative.

Gli zapatisti non solo hanno applicato una riforma agraria ugualitaria che ha elevato i livelli di vita, dignità e libertà di migliaia di contadini indigeni, ma attraverso autentiche “scuole” di governo (inteso come servizio), le giunte dei cinque Caracoles, dove operano dal 2003, hanno costruito sistemi alternativi di educazione, salute, giustizia, produzione e commercializzazione di prodotti agricoli. Inoltre, sono tre lustri di relazioni solidali e politiche con lotte ed organizzazioni del resto del paese, America ed Europa.

Nel 2010, attivi ed in lotta sulle montagne del sudest, gli zapatisti hanno mantenuto un pertinace silenzio, occasionalmente rotto per denunciare aggressioni paramilitari, poliziesche e militari quando queste raggiungono livelli intollerabili, cosa che non toglie che succedano costantemente. http://www.jornada.unam.mx/2010/12/31/index.php?section=politica&article=011n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 30 dicembre 2010

Commercianti indigeni di San Cristóbal denunciano manovre per cacciarli

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 29 dicembre. Commercianti indigeni del mercato tradizionale di questa città, aderenti all’Altra Campagna, denunciano la pretesa da parte del governo municipale di cacciarli dal mercato. Ci sono voci secondo le quali si vuole costruire un self-service Soriana, catena di supermercati che si è diffusa in Chiapas in questi ultimi anni.

Da 40 anni il mercato José Castillo Tielemans è “per noi il centro di lavoro, quello che svolgiamo ogni giorno, da dove arrivano i soldi per il nostro cibo”. Il mercato è un riferimento sancristobalense perfino per il turismo, in una zona ampiamente occupata da commercianti e produttori agricoli tzotziles e tzeltales degli Altos.

Un anno fa il sindaco priista ed impresario edile Mariano Díaz Ochoa ed il governo statale hanno iniziato la costruzione di un nuovo mercato nella zona nord della città, vicino all’uscita per San Juan Chamula dove il governo statale ha costruito una nuova stazione di autobus. Entrambe le opere, di grandi dimensioni, non hanno vie di comunicazione adeguate e si trovano in zone altamente popolate da indigeni e con scarse infrastrutture urbane. Già prima della loro inaugurazione, la zona era sull’orlo del collasso stradale. Soprattutto se si aggiunge la completa mancanza di manutenzione delle strade di San Cristóbal a cui si sommano i gravi problemi ambientali. (…)

I locatari e venditori aderenti all’Altra Campagna, che non sono gli unici che si oppongono al trasferimento, dichiarano: “Non si sa esattamente che succederà al mercato José Castillo Tielemans. Alcuni dicono che la municipalità ha venduto il terreno all’impresa Soriana, ed altri che faranno un parco turistico. Noi non vogliamo né l’impresa né il parco. Neanche il mercato della zona nord, perché è un altro posto ed un altro lavoro”.

Secondo informazioni giornalistiche, il governo municipale vuole cacciare a forza i commercianti. “I funzionari dicono che non abbiamo il diritto di parlare perché non siamo cittadini di San Cristóbal, ma questo non è vero. Inoltre, come dice la Costituzione Politica, tutti abbiamo il diritto di manifestare e difendiamo il nostro posto di lavoro, perché è la nostra vita”. Ed annunciano che si opporranno allo sgombero. (..)

Bisogna segnalare che l’anno prossimo entrerà in carica il nuovo governo municipale, e Díaz Ochoa consegnerà il comune a Cecilia Flores, vincitrice per il Partito della Rivoluzione Democratica delle recenti elezioni locali. Essendo il mercato nord un progetto del governo statale, è probabile che i piani per sgomberare il vecchio mercato proseguano. Questo era un progetto delle amministrazioni passate che avevano costruito il mercato popolare del sud con la stessa intenzione, ma gli indigeni si erano opposti, come oggi si oppongono almeno 600 commercianti tradizionali. http://www.jornada.unam.mx/2010/12/30/index.php?section=politica&article=013n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Denuncia da Mitzitón.

Il popolo organizzato di Mitzitón denuncia attacco paramilitare
26 dicembre 2010
Alla Commissione Sesta
Alle Giunte di Buon Governo
Al Congresso Nazionale Indigeno
Alla Sesta Internazionale
A tutti gli aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona
Ai Centri dei Diritti Umani Non Governativi
Ai media liberi e indipendenti

Prima di tutto, un saluto da uomini, donne, bambine, bambini ed anziani del popolo organizzato di Mitzitón aderente all’Altra Campagna. In questi giorni che sono di festa in molti luoghi, il nostro cuore è forte ma nello stesso tempo non viviamo tranquilli a causa dei paramilitari. Questa volta, come abbiamo fatto altre volte, scriviamo per denunciare gli attacchi che stiamo subendo dai paramilitari dell’Ejército de Dios “Alas de Águila”.

Lo scorso 23 dicembre, alle 18:30 circa, quattro nostri compagni sono stati aggrediti mentre si recavano alla casa ejidale. A pochi metri dal luogo sono stati raggiunti da un gruppo di circa 20 paramilitari, siccome era buio non è stato possibile riconoscerli tutti, ma alcuni sono stati visti bene, ed erano Miguel Díaz Gómez, Luis Rey Pérez Heredia, Carmen Gómez Gómez, Feliciano Jiménez Heredia, Roberto Jiménez Heredia, Victor Heredia Jiménez, Tomás Díaz Gómez e Julio Hernández Gómez.

Questi paramilitari hanno cominciato a picchiare i nostri compagni e tre di loro, dibattendosi e lottando, sono riusciti a scappare, e sono Manuel de la Cruz Vicente, Julio de la Cruz Vicente, Lucio de la Cruz Vicente, I compagni erano feriti e con la testa rotta perché sono stati picchiati con pugni e bastoni e pietre. Il compagno Domingo de la Cruz Vicente non è riuscito a scappare e l’hanno portato a casa di Francisco Gómez Díaz e Gregorio Gómez Jimémez, dove i paramilitari hanno costruito una prigione per rinchiuderci tutti. È una stanza di metro e mezzo dove l’hanno cosparso di benzina, gli hanno orinato addosso, l’hanno denudato e picchiato ancora per un’ora. Questo compagno, ferito gravemente, è stato trattato come non si tratta nemmeno una bestia, e così conciato l’hanno messo su un furgone e scaricato vicino alla casa ejidale.

 

Verso le 20:30 si sono messi a sparare vicino al nostro cartellone di Aderenti all’Altra Campagna, si sono sentiti molti spari, forse di due interi caricatori. Verso le 23:00 i quattro compagni aggrediti erano ormai a casa loro quando sono arrivati un’altra volta i paramilitari che volevano farli uscire per ucciderli. Sono arrivate due auto a fari spenti. Ci sono due entrate per la sua casa e Quando i compagni hanno visto le auto con i fari spenti sono usciti da una porta sul retro e si sono nascosti per ascoltare cosa dicevano i paramilitari. Dal loro nascondiglio hanno visto i paramilitari Roberto e Feliciano sparare a 300 metri dalla casa.

Poi, all’alba, circa alle ore 2, hanno di nuovo sparato alla casa di Gregorio. Da quella notte, e quasi tutte le notti, sparano vicino alle case dei nostri compagni, tra i quali il compagno Pedro Díaz Gómez.

Dov’è la giustizia, la punizione per chi viola i diritti di cui tanto si vanta il malgoverno dello Stato e Federale? Abbiamo molte denunce pubbliche sufficienti affinché si indaghi, abbiamo portato prove e presentato denunce alle autorità di aggressioni, disboscamento clandestino ed ogni tipo di reato che i paramilitari commettono contro noi, ma non fa niente, né rispetta la sua parola, perché la sua parola non vale niente, per questo vengono qui i suoi rappresentanti e firmano accordi e poi si comportano come non fosse successo niente.

 

Il malgoverno dice che è problema religioso, ancora una volta vogliamo che sia ben chiaro che noi rispettiamo il credo di ognuno e non permetteremo che si continuino a commettere delitti nella nostra comunità e si continui ad utilizzare L’Ejército de Dios “Alas de Águila” per attaccarci e fermare la nostra lotta e la nostra organizzazione ed il cammino verso l’autonomia ed i diritti che abbiamo come popolo indigeno.

 

Questa domenica 26 dicembre ci siamo riuniti in assemblea generale dove si è deciso di esigere il rispetto dell’accordo firmato con i funzionari del malgoverno in data 5 luglio di questo anno, perché fino ad ora non c’è stato il ricollocamento dei paramilitari; in quel documenti il governo chiese un mese di tempo per negoziare con quelli dell’Ejército de Dios ma fino ad ora non hanno fatto niente.

Il popolo ha deciso ed è ormai stanco di tante torture e minacce. Vediamo i paramilitari  sentirsi sempre di più forti e per questo continuano a picchiare e sparare cercando di provocarci. Se succederà qualcosa nel nostro villaggio, i responsabili diretti saranno Juan Sabines Guerrero e Felipe Calderón Hinojosa, perché danno impunità a delinquenti paramilitari e non mantengono quanto promesso e ratificato al popolo di Mitzitón.

Distintamente.
Pueblo Organizado de Mitzitón, Adherente a La Otra Campaña.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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13 anni da Acteal

La Jornada – Venerdì 24 dicembre 2010

A 13 anni dal massacro di decine di tzotziles, l’organizzazione aspetta ancora giustizia

Massacri come quello di Acteal ora accadono “tutti i giorni”, denunciano Las Abejas

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, 23 dicembre. In occasione di un altro anniversario del massacro di Acteal (“un’operazione contrainsurgente, un crimine di Stato”), l’organizzazione Las Abejas ha dichiarato che “oggi sembra che tutto il Messico sia caduto nelle mani dei signori di Xibalbá, che impongono la loro legge di paura ed oscurità: 30 mila morti dalla violenza assassina nel periodo di mandato di Calderón”. I massacri “avvengono tutti i giorni, non ci sono più reazioni di denuncia nazionale ed internazionale come dopo il 22 dicembre del 1997”. Il governo disse allora che il massacro fu per “conflitti intercomunitari”. Oggi, che i massacri quotidiani “sono il risultato della sua guerra contro il crimine organizzato”.

I tzotziles di Chenalhó rilevano che per 13 anni hanno denunciato costantemente gli autori materiali ed intellettuali del massacro e l’impunità di cui godono. Mese dopo mese, in 156 occasioni, Las Abejas hanno chiesto giustizia: “Abbiamo detto che non vogliamo vendetta. E allora ci chiedono perché continuiamo a denunciare, se abbiamo ormai perdonato. Noi rispondiamo che non vogliamo che si ripeta un altro Acteal, che rinunciamo alla vendetta ma non alla verità né alla giustizia”.

I signori del Xibalbá “non vogliono che vediamo quello che succede, ma noi, come i gemelli Jujnapú e Ixbalanqué, sappiamo come accendere un ocote affinché le tenebre dell’inframondo non ci accechino”. In mezzo a tante migliaia di cadaveri, aggiungono, “scopriamo i corpi di uomini e donne di cui il governo vuole disfarsi; difensori dei diritti umani, comunicatori, giornalisti indipendenti, leader sociali”.

Il “malgoverno”, sostengono, “ha voluto distruggere Las Abejas, e quando ha creduto di averci indeboliti, ha aperto le porte della prigione ai suoi complici paramilitari e tenta di introdurre i suoi megaprogetti” a Chenalhó.

“I paramilitari escono liberi con regali e premi. La giustizia messicana ha deciso di lasciare liberi senza nessun ostacolo coloro che hanno fatto del male ai nostri fratelli e sorelle. Non sappiamo che cosa potrebbe succedere ai testimoni ed ai sopravvissuti, perché i paramilitari sono tornati e tengono nascoste le loro armi”. Riferiscono che alcuni giorni fa, a La Esperanza, una delle comunità in cui sono tornati i paramilitari, si sono uditi spari.

Las Abejas dicono che “il megaprogetto che il malgoverno ha cercato di introdurre” a San Pedro Chenalhó sono le città rurali. Grazie alle denuncie, “gli abitanti di San Pedro Chenalhó di tutti i partiti si sono ribellati, perfino i priisti”, ed il governo “si è incagliato nelle sue stesse contraddizioni”. Dapprima ha negato il progetto. “Poi, il presidente municipale ha ammesso che c’era, mentre il governo statale continuava a negarlo”.

Alla fine, gli agenti municipali filo-governativi hanno inviato una lettera alla fine di novembre al governatore Juan Sabines Guerrero sollecitando la cancellazione totale di questa proposta, “poiché rompe con i nostri usi, costumi e tradizioni”. Inoltre, così “non si combatte la povertà né l’emarginazione”.

Nonostante i tentativi del governo “di indebolire e distruggere Las Abejas”, l’organizzazione si ritiene rafforzata. “La nostra voce viene ascoltata da altre organizzazioni, anche se non l’ammettono”. E concludono: “Smettere di lottare è tradire il sangue versato ad Acteal dai nostri 45 fratelli e sorelle, è ingannare noi stessi. Altri volevano che perdessimo la speranza, ma non l’abbiamo persa perché sappiamo che la nostra lotta, come l’azione di seminare mais, presto o tardi darà i suoi frutti”. Un annuncio di questi frutti, affermano, è il recente accoglimento del caso dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH)”.

A differenza della “Corte Suprema dei ricchi e criminali”, la relazione preliminare della CIDH “conferma il valore delle testimonianze dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti al massacro”. http://www.jornada.unam.mx/2010/12/24/index.php?section=politica&article=013n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Martedì 21 dicembre 2010

Il Centro Frayba denuncia aggressioni contro i suoi collaboratori

Persistono le minacce ai difensori dei diritti umani in Chiapas

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 20 dicembre. Si accumulano òe denunce di minacce, effrazioni e persecuzioni contro i difensori de diritti umani che lavorano nelle regioni indigene del Chiapas.

Ora, mentre il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) denuncia aggressioni contro i suoi collaboratori, in maniera quasi simultanea coloni choles del municipio di Tumbalá informano che l’attivista Claudia Díaz Moreno ha ricevuto minacce ed è stata oggetto di persecuzione da parte della polizia su ordine della delegata della segreteria di Governo, Ana del Carmen Valdivieso, e della presidentessa municipale Mercedes Guadalupe Solís Sánchez, “appartenenti al PAN ed a Paz y Justicia”, specificano.

Il CDHFBC ha reso noto che Julio César Pérez Ruiz, del comitato degli ex prigionieri politici Voces Inocentes ed il medico José Alejandro Meza, della Rete del Personale Medico e di Salute Mentale per l’Assistenza ai Sopravvissuti alla Tortura, collaboratori esterni del Frayba, “sono stati oggetto di sorveglianza e persecuzione in diverse occasioni qui in città”.

Pérez Ruiz, che “compie visite nelle prigioni per documentare la situazione delle persone private della libertà”, è stato seguito e fotografato ostentatamente per le strade ed in “altri luoghi”, come la facoltà di diritto, dove studia.

Da parte sua, Meza ha subito effrazioni nella sua macchina ed in casa sua. Lo scorso 7 dicembre ha trovato la sua auto aperta con un messaggio minatorio rivolto a lui. Alle due e mezza del mattino del giorno 10 ha ricevuto una chiamata: “Ciao dottore, hai una bella casa, ma si vede che non ci sei mai perché le tue piante hanno sete ed è molto in disordine, con tutti quei libri sul tavolo”, poi sono partiti gli insulti.

Tornando a casa, Meza (che forma promotori di salute a Mitzitón ed Acteal) sul suo letto ha trovato “documenti e relazioni relative alla sua attività di difensore ed alle sue collaborazioni mediche con il Frayba; dal suo computer sono state sottratte cartelle cliniche e perizie di sopravvissuti alla tortura”. Gli intrusi non hanno preso alcun oggetto di valore.

Il CDHFBC sottolinea che questi nuovi avvenimenti avvengono nel contesto di recenti minacce di morte all’attivista Margarita Martínez, di Comitán, ed a componenti del centro stesso.

Intanto, il Comitato dei Diritti Umani di Base Digna Ochoa, della zona Nord, ha trasmesso le testimonianza dei coloni del quartiere La Independencia (Tumbalá) riguardo alle “pressioni” del sindaco Solís Sánchez per far passare un canale di scolo nel loro territorio fino all’impianto di trattamento. Gli indigeni dichiarano che l’impianto è stato studiato con una capacità limitata ai bisogni del quartiere. “La gente non è d’accordo perché non è mai stato contemplato in questo modo”.

Il 16 de dicembre, la delegata di governo e l’ingegner Francisco Zavaleta, dell’impresa costruttrice del canale di scolo nei quartieri Deportiva e Calzada Villa Nueva, “hanno mandato a chiamare il giudice rurale di La Independencia, Francisco Velasco Álvaro”; con lui è arrivata Rosa Claudia Díaz Moreno. C’erano più di 30 persone di altri quartieri, agenti municipali e statali con armi a canna lunga ed un veicolo con poliziotti del ministero.

La delegata Valdivieso voleva obbligare il giudice rurale a firmare l’autorizzazione senza consultare i suoi rappresentati; ma il giudice si è rifiutato. Díaz Moreno ha accusato la funzionaria di “violare i diritti della gente”, e questa ha ordinato di fotografarla e “prendere le sue generalità”. Il Comitato “Digna Ochoa” si dice preoccupato e chiede al governo del Chiapas la sospensione di persecuzioni e minacce. http://www.jornada.unam.mx/2010/12/21/index.php?section=politica&article=018n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Denuncia ejido Bachajón.

La Jornada – Sabato 18 dicembre 2010

Aderenti zapatisti denunciano i commissari ejidali di Bachajón, Chiapas, di essere i responsabili delle rapine sulla strada Ocosingo-Palenque

Hermann Bellinghausen. San Cristóbal de las Casas, 17 dicembre. Le autorità dell’ejido San Sebastián Bachajón, aderenti all’Altra Campagna della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona Chiapas, nel municipio di Chilón, denunciano i membri del commissariato ejidale di realizzare assalti e rapine sulla strada Ocosingo-Palenque con la protezione del governo.

Lo scorso 12 dicembre, alle ore 19, un gruppo di incappucciati armati ha realizzato un assalto al chilometro 99 della strada. Secondo gli ejidatarios tzeltales, “autorità della Polizia Preventiva li hanno colti sul fatto”. Erano “persone non identificate che bloccavano la strada con dei tronchi”.

Agenti della Polizia Stradale si sarebbero scontrati con i delinquenti chi sono fuggiti, “senza riuscire a stabilire quanti fossero”. E’ stato rinvenuta una carabina calibro 22 persa dagli assalitori durante la fuga. Tuttavia, “la polizia non li ha inseguiti”.

Qualche ora dopo, proseguono gli ejidatarios, “autorità dell’Altra Campagna sono venute a conoscenza dei fatti”. Nello scontro con la polizia, uno degli assalitore è rimasto ferito. Alle 6 del giorno seguente, nella comunità vicina si è svolta un’assemblea. Poi, “abitanti delle comunità vicine ed i membri dell’organizzazione si sono assunti  il compito di investigare e seguire le tracce di sangue lasciate dagli assalitori che portavano alle case della famiglia Morales Álvarez”

Le organizzazioni insieme agli “abitanti che non fanno parte dell’organizzazione nella comunità” chiedono agli enti preposti di governo “di far luce sui fatti, poiché non è la prima volta che si verificano assalti in diversi tratti stradali”. Bisogna ricordare che il governo statale aveva tentato di criminalizzare gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón dell’Altra Campagna, accusandoli senza fondamento di queste rapine.

“Questi assalitori fanno parte del commissariato e sono figli del dirigente del movimento filogovernativo”, affermano ora gli ejidatarios. Ed avvertono: “Se le autorità di governo non assumeranno una posizione al riguardo, l’organizzazione indagherà su questi fatti e riterrà responsabili i diversi enti di governo”. http://www.jornada.unam.mx/2010/12/18/index.php?section=politica&article=020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 17 Dicembre 2010

Gianni Proiettis denuncia che il suo fermo è un “attentato contro la libertà di stampa”

Fermato in Chiapas per “confusione” un giornalista di origine italiana, già rilasciato

La Polizia statale aveva accusato il docente universitario anche di possesso di marijuana

Elio Henríquez. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 16 dicembre. Gianni Proiettis, collaboratore del quotidiano italiano Il Manifesto e professore universitario dell’Università Autonoma del Chiapas (Unach), la mattina di oggi è stato fermato da poliziotti statali con l’accusa di possesso di marijuana, ma nove ore dopo è stato liberato dicendo che si è trattato di “confusione”.

Il giornalista di origine italiana ha dichiarato che il suo fermo rappresenta un “attentato contro la libertà”, perché è sicuro di essere stato fermato per aver scritto alcuni articoli critici contro le autorità federali.

Intervistato per telefono dopo essere stato liberato, poco prima delle ore 22, Proiettis ha raccontato che intorno alle 11.30 era uscito di casa nel quartiere di Cuxtitali “per comprare delle sigarette e mi hanno afferrato tre civili con le pistole; mi hanno caricato su un’auto senza dirmi che erano poliziotti statali; l’ho saputo dopo”.

Ha aggiunto che i poliziotti non l’hanno nemmeno informato di cosa fosse accusato e l’hanno portato nella sezione antidroga con sede a Tuxtla Gutiérrez, dove è rimasto isolate per diverse ore.

Ha raccontato che un’ora prima di essere liberato gli hanno detto che era accusato “di avere uno spinello (sic) di marijuana, cosa non vera. Mi hanno fatto questa accusa falsa. E’ stato solo in Procura che ho saputo di cosa mi accusavano di avere una piccola bustina, che se anche fosse stata mia era assurdo, ma non era neppure mia”.

Dal 1993 Proiettis insegna antropologia alla Facoltà di Scienze Sociali della Unach, con sede in questa città, e dal 1994 quando insorse pubblicamente l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, collabora con Il Manifesto.

“Vedo la mia detenzione come un attentato alla libertà di stampa. Sicuramente quello che ho scritto non è piaciuto a qualche politico. Credo che sia questa la ragione di fondo del mio fermo, non vedo altra ragione”, ha aggiunto.

Ricorda che nei suoi recenti articoli ha trattato il tema del narcotraffico in Messico, cosa che irrita “particolarmente il governo federale”, e recentemente ha coperto il forum sui cambiamenti climatici di Cancun, Quintana Roo.

Sostiene che i poliziotti non lo hanno picchiato né maltrattato, “ma al momento di entrare nel veicolo mi hanno minacciato con una pistola e mi hanno infilato un cappuccio in testa, ma nient’altro di particolare”.

E’ stato liberato intorno alle 21.30, dopo che Mónica Mendoza Domínguez, segretaria particolare del vice-procuratore generale di Giustizia dello stato, Jorge Culebro Damas, gli ha detto che si era trattato di una “confusione” e gli ha offerto le proprie scuse.

A Città del Messico, l’Istituto Nazionale di Migrazione ha confermato che “non ha citato né ha fermato” Gianni Proiettis.

Ha detto di non avere informazioni e che, eventualmente, questa responsabilità sarebbe delle procure statale e Generale della Repubblica, perché fino alla notte di questo giovedì la Migrazione non aveva partecipato a nessun operativo.

Con informazioni di Fabiola Martínez

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)



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