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Archive for agosto 2014

women-gathering-tim-russo-3Caracol Resistencia Hacia un Nuevo Amanecer – Denuncia di aggressioni da parte della ORCAO in diverse comunità BAZ della Garrucha

Caracol Resistencia Hacia un Nuevo Amanecer

Giunta di Buon Governo El camino del futuro

La Garrucha Chiapas

Messico, 14 agosto 2014

Alle compagne d ai compagni della Sexta Nazionale ed Internazionale

Ai media alternativi nazionali ed internazionali della Sexta.

Al popolo del Messico e del mondo.

DENUNCIAMO PUBBLICAMENTE

I fatti sono iniziati il giorno venerdì 25 luglio 2014. Non abbiamo voluto renderli pubblici a motivo della condivisione che si sarebbe svolta nel Caracol della Realidad dal 4 al 9 agosto, per non turbare la grande condivisione tra i popoli originari di questo paese.

Abbiamo avvertito solo il centro dei diritti umani Fray Bartolome de las Casas Chiapas.

Ma poiché queste provocazioni proseguono, questi sono i fatti.

1.- Un gruppo di 19 persone del villaggio Pojkol, Municipio di Chilón, dell’organizzazione ORCAO, del quartiere chiquinaval, citiamo alcuni nomi di queste persone, sono Andrés Gutierrez Guillen, Andrés Gutierrez de Meza, Eliceo Ruiz Gutierrez, Guillermo Pérez Guillen, Vidal Gutierrez Gomez e Juan Ruiz Gutierrez, questi ultimi due sono i proprietari dei camioncini che trasportavano le persone, è entrato nel villaggio San Jacinto dei compagni basi di appoggio zapatisti, del Municipio autonomo di San Manuel del caracol di La Garrucha.

Alle 6 del mattino del giorno 25 luglio, sono arrivati armati e sparando in aria hanno occupato la terra recuperata.

Hanno distrutto il cartello installato per denunciare l’assassinio del compagno Galeano.

Hanno costruito delle baracche che sono ancora lì. Continuamente minacciavano verbalmente i nostri compagni e compagne basi di appoggio. Siccome lì vicino ci sono gli altri villaggi dei compagni basi di appoggio zapatisti, i villaggi El Egipto ed El Rosario, sono andati anche lì a minacciare di cacciarli e poi sono tornati nelle loro baracche. Nella mattina del giorno 26 luglio, alle ore 1:30 si sono si ritirati.

2.- Il giorno 30 luglio sono tornati alle 6 del mattino ed hanno fumigato il campo di 3 ettari con una sostanza che non conosciamo, proprio lì dove si trovava il bestiame collettivo del Municipio San Manuel, spingendo il bestiame ad andare ad alimentarsi dove avevano fumigato.

Hanno ferito con un pugnale un torello, proprio vicino al corno dove si trova il punto per ucciderlo. Sul terreno hanno tracciato la scritta “Territorio Pojkol” e formato una croce con bossoli di fucile calibro 22 e calibro 20.

Alle 4 del pomeriggio si sono ritirati.

3.- Il 1° agosto alle 11:30 di notte, sono ritornati a San Jacinto, sempre armati gli stessi di Pojkol, del quartiere santiago, ecco alcuni nomi di queste persone: Bersain Gutierrez Gomez, Víctor Gutierrez Gomez, Valdemar Gutierrez Gomez, Romeo Gutierrez Gomez. Questi paramilitari hanno ucciso un torello, mentre altri sparavano in aria e poi si dirigevano verso il villaggio zapatista El Egipto, tutti con le torce in mano, per questo motivo i compagni, le compagne, i bambini e le bambine alle 12:30 del mattino si sono rifugiati in un altro villaggio zapatista dove si trovano tuttora.

Quelli che hanno ucciso il torello erano arrivati su 2 motociclette, 4 persone, e si sono portati via la carne lasciando solo le ossa.

4.- Il 6 agosto, alle 7:30 del mattino, gli stessi di Pojkol sono arrivati su 2 camioncini Nissan, con 15 persone ed una motosega, sono arrivati sparando ed hanno abbattuto un grande albero, al crollo dell’albero hanno cominciato a sparare in aria per tenere lontane le persone e che nessuno li vedesse mentre si ritiravano nel pomeriggio hanno continuato a sparare.

Passando nel villaggio dei compagni basi di appoggio El Rosario, hanno esploso 5 colpi. Passando nel villaggio dei compagni basi di appoggio El Kexil hanno esploso 2 colpi contro la casa di un nostro compagno base di appoggio, hanno sparato dal veicolo Nissane poi si sono diretti al villaggio Pojkol.

5.- EIl giorno giovedì 14 agosto, alle 4:50 del mattino, sono arrivati in 18, gli stessi di Pojkol, armati, appartenenti alla ORCAO, ed hanno circondato il villaggio dei compagni di San Jacinto.

Hanno sparato con armi di diverso calibro contro i muri delle case dove stavano dormendo i compagni che hanno dovuto cercare rifugio in un altro villaggio zapatista, abbandonando ogni cosa.

Solo così sono riusciti ad evitare un massacro come ad Acteal.

Fuggendo hanno potuto sentire il frastuono dei danni che stavano facendo i paramilitari.

Fino ad ora sappiamo che:

5 case sono danneggiate e 50 fgli di lamiera distrutti.

7 sacchi di mais e 130 chili di mais in grani rubati.

Dov’è la pace tanto declamata da Peña Nieto? Questa è la pace di cui parla Manuel Velasco? Ed il presidente Municipale di Ocosingo, Octavio Albores, crede che sia pace quello che stanno facendo alle compagne e compagni basi di appoggio zapatisti?

Che ci pensino se vogliono la pace. Perché loro sono i responsabili di tutto quello che può succedere o succederà.

Se governano come dicono, perché non controllano i paramilitari di Pojkol del quartiere Chiquinival del Municipio di Chilón?

Non li controllano perché sono loro stessi che finanziano, organizzano e realizzano questi attacchi contro di noi.

Ai governanti ed ai paramilitari diciamo che sono di sangue, ossa e carne come noi, ma noi non siamo drogati come voi e come questi paramilitari. Diciamo loro di non manipolare la gente, di non pagare i malviventi,di non spendere denaro per peggiorare la vita dei poveri che è già grama di per sé.

Davvero noi vogliamo la pace, se non c’è pace lotteremo fino a che ci sia la pace.

Non ci vendiamo, non ci arrendiamo, non claudichiamo.

Noi siamo organizzati per una pace giusta e degna. Voi, 3 livelli del malgoverno, non volete la pace, sappiamo che non vi pentite, ma sarete condannati dal popolo del Messico povero e noi siamo con il popolo.

Dunque compagne e compagni del Messico e del mondo, bisogna essere vigili, questi selvaggi ci attaccano e noi e saremo vigili.

Questa è la nostra denuncia.

Distintamente

Autorità dela Giunta di Buon Governo di La Garrucha

Jacobo Silvano Hernandez
Rudy Luna Lopez
Fredy Moreno Rominguez
Elizabeth Ruiz Camera
Yornely Lopez Alvarez

Testo originale

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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FraybaSan Cristóbal de Las Casas, Chiapas

15 de agosto de 2014

Acción Urgente No. 03

Actualización

Desplazamiento, riesgo de despojo y amenazas a Bases de Apoyo del EZLN

El Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas documentó nuevos actos de agresión perpetrados por integrantes de la Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo de (ORCAO) en contra de Bases de Apoyo del Ejército Zapatista de Liberación Nacional (BAEZLN), ocurridos en las tierras de trabajo colectivo1 del Municipio Autónomo Rebelde Zapatista (MAREZ) San Manuel (Municipio oficial de Ocosingo), perteneciente a la Junta de Buen Gobierno (JBG) “El Camino del Futuro”, del Caracol III de La Garrucha, Zona Selva Tseltal en Chiapas.

  • El día 13 de agosto de 2014, por acuerdo de Zona de la JBG, nueve familias BAEZLN construyeron nueve casas (en una de ellas una tienda de abarrotes) fundando así el Nuevo Poblado “San Jacinto” en las tierras recuperadas, de trabajo colectivo, pertenecientes al MAREZ San Manuel que colinda con las comunidades de Egipto y El Rosario; ese mismo día se presentaron también 250 BAEZLN para realizar tareas de roza para preparar el terreno para la siembra.
  • El día 14 de agosto, aproximadamente a las 3:50 horas, un grupo de 18 personas armadas con escopetas y armas calibre .22, provenientes de la comunidad Pojcol, municipio de Chilón, pertenecientes a la ORCAO, rodearon el terreno de trabajo colectivo y comenzaron a disparar al aire sus armas durante aproximadamente 40 minutos. Según testimonios de las personas que dormían esa noche ahí, los agresores gritaban: “estas armas que usamos son de gobierno”, “estas tierras son nuestras y no de esos pinches zapatistas”, advirtiéndoles a la vez que las BAEZLN tenían un plazo de 6 horas para que desalojaran el lugar.

Para evitar que fueran atacadas, las nueve familias (que suman 40 personas entre niñas, niños, mujeres y hombres) más 250 BAEZLN que descansaron en el lugar, decidieron retirarse hacia distintas direcciones. Tras el desplazamiento, los integrantes de la ORCAO de la comunidad Pojcol destruyeron las nueve casas (incluyendo la tienda de abarrotes), robándose la mercancía que se encontraba en la tienda y dinero en efectivo que estaba en las viviendas; además quemaron la ropa que dejaron todas las personas que se encontraban en el lugar, destruyendo 150 techos de lona y nylon, robándose los machetes con los que estaban trabajando la tierra. Los daños hasta el momento no se han terminado de cuantificar.

El mismo 14 de agosto, aproximadamente a las 20:30 horas, se tuvo información de que las mujeres, niñas y niños de la comunidad El Rosario, pertenecientes a la ORCAO, abandonaron la comunidad quedándose únicamente los hombres, mientras según testimonios, se amenazaba con un desalojo inmediato a las BAEZLN. Como consecuencia de ello, las mujeres, niñas y niños de la misma comunidad, pero pertenecientes a las BAEZLN, también decidieron salir ante el riesgo de una posible agresión, quedando también únicamente los hombres.

Durante las últimas horas se nos reportó que las amenazas de la ORCAO contra BAEZLN en la Comunidad de El Rosario se intensifican amenazando con consumar un posible despojo.

Ante esta situación, expresamos nuestra preocupación por el inminente riesgo a la vida, integridad y seguridad personal en que se encuentran expuestas las BAEZLN de las comunidades El Rosario, Kexil, Egipto y Nuevo Poblado San Jacinto pertenecientes al MAREZ de San Manuel.

Ante el desplazamiento de BAEZLN de las comunidades Egipto, Nuevo Poblado San Jacinto y El Rosario por actos de hostigamiento, amenazas, agresión y destrucción de su patrimonio responsabilizamos al gobierno de Chiapas por hacer caso omiso de los hechos denunciados inicialmente, permitiendo que gradualmente se sigan perpetrando violaciones flagrantes a los Derechos Humanos con agravantes cada vez más serios.

Ante estos hechos, este Centro de Derechos Humanos exige a las autoridades del gobierno estatal y federal que:

  1. Cesen las amenazas de muerte, hostigamiento, agresiones, daños e intentos de despojo que han motivado el desplazamiento de BAEZLN de tres comunidades hasta el día de hoy.
  1. Se garanticen adopten las medidas e investigaciones necesarias a fin de favorecer condiciones para proteger la vida, integridad y seguridad personal de las BAEZLN del MAREZ San Manuel, respetando su proceso de autonomía que vienen construyendo en el marco del derecho a la libre determinación de los pueblos, contemplado en los Acuerdos de San Andrés y establecido en tratados internacionales como el Convenio 169 sobre Pueblos Indígenas y Tribales en Países Independientes y en la Declaración de las Naciones Unidas sobre los Derechos de los Pueblos Indígenas.

A la sociedad civil nacional e internacional reiteramos el llamado a solidarizarse para difundir los hechos denunciados y manifestar su indignación ante las agresiones sistemáticas contra las BAEZLN pertenecientes a la JBG de La Garrucha (municipio oficial de Ocosingo).

 

Agradecemos que, en solidaridad, envíen sus llamamientos a:

Lic. Enrique Peña Nieto

Presidente de la República

Residencia Oficial de los Pinos

Casa Miguel Alemán

Col. San Miguel Chapultepec, C.P. 11850, México DF

Tel: (52.55) 2789.1100 Fax: (52.55) 5277.2376

Lic. Miguel Ángel Osorio Chong

Secretario de Gobernación

Bucareli 99, 1er. Piso, Col. Juárez,

Del. Cuauhtémoc, C.P. 06600 México D.F.

Fax: (52 55) 50933414;

Correo: secretario@segob.gob.mx

Lic. Jesús Murillo Karam

Procuraduría General de la República

Av. Paseo de la Reforma #211-213 Col. Cuauhtémoc, Deleg. Cuauhtémoc

Distrito Federal CP. 06500,

Teléfono: 5346-0000 ext. 0108 Fax: 5346-0000 ext. 0908

Lic. Raul Plascencia Villanueva

Presidente de la Comisión Nacional de los Derechos Humanos

Periférico Sur 3469, Col. San jerónimo Lidice,

Delegación Magdalena Contreras, C.P. 10200, México D.F.

Teléfonos: (55) 56 81 81 25 y (55) 54 90 74 00

Lada sin costo 01800 715 2000

E-mail: correo@cndh.org.mx

Lic. Manuel Velasco Coello

Gobernador Constitucional del Estado de Chiapas

Palacio de Gobierno del Estado de Chiapas, 1er Piso
Av.
 Central y Primera Oriente, Colonia Centro, C.P. 29009
Tuxtla
 Gutiérrez, Chiapas, México

Fax: +52 961 61 88088 – + 52 961 6188056; Extensión 21120. 21122;

Correo: secparticular@chiapas.gob.mx

Lic. Oscar Eduardo Ramírez Aguilar

Secretario General de Gobierno del Estado de Chiapas

Palacio de Gobierno del Estado de Chiapas, 2do Piso

Av. Central y Primera Oriente, Colonia Centro, C.P. 29009

Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, México

    1. Conmutador: + 52 (961) 61 2-90-47, 61 8-74-60; Extensión: 20003;

    2. Correo: secretario@secgobierno.chiapas.gob.mx

Lic. Raciel López Salazar

Procuraduría General de Justicia de Chiapas

Libramiento Norte Y Rosa Del Oriente, No. 2010, Col. El Bosque

C.P. 29049 Tuxtla Gutiérrez, Chiapas

Conmutador: 01 (961) 6-17-23-00. Teléfono: + 52 (961) 61 6-53-74, 61 6-53-76, 61 6-57-24.

Correo: raciel.lopez@pgje.chiapas.gob.mx

Lic. Octavio Elías Albores Cruz

Presidente Municipal de Ocosingo

Domicilio Conocido , Centro C.P. 29950 Ocosingo, Chiapas.

Teléfono: (919) 67 3-05-06, 67 30015, 67-30500 Fax: 67-30015

Lic. Leonardo Rafael Guirao Aguilar

Presidente Municipal de Chilón

Domicilio Conocido S/N, Presidencia Municipal C.P. 29943 Chilón, Chiapas.

Teléfono: (01 919) 6710115, 6710230, 6710116, 6710030, Fax: 6710034

Enviar con copia a:

Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, A.C.

Calle Brasil 14, Barrio Méxicanos, CP: 29240 San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México

Tel: 967 6787395, 967 6787396, Fax: 967 6783548

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Subcomandante Moises

 

Trascrizione della Conferenza stampa dell’EZLN con i Media Liberi, autonomi, alternativi o come si chimano, del 10 agosto 2014, a La Realidad Zapatista, Chiapas, Messico.

Seconda Parte: Sub Moisés

Bene, compagni e compagne, avete ascoltato il compagno Subcomandante Insurgente Galeano. Questo è come la vediamo, come la pensiamo.

Ovvero, abbiamo bisogno della forza di ognuno perché se abbiamo capito come va la vita, allora perché non capiamo come dobbiamo collegarci gli uni con gli altri.

Alcuni compagni che sono qua in veste di media liberi e contemporaneamente come CNI, questi e queste compagne li avete ascoltati e li avete visti. Ora dovete fare condivisione tra di voi, perché non è la stessa cosa che io parli se però non ho ascoltato.

È qui dunque che dobbiamo unirci, dobbiamo prenderci per mano gli uni con gli altri.

Come si chiedeva ai compagni del Congresso Nazionale Indigeno, se dobbiamo stare insieme, cioè indigeni e non indigeni, la parola salirà in una sola voce? Sì. Cioè, i compagni capiranno la vita di quelli che non sono indigeni, quindi come faremo, come lotteremo?

Cioè, c’è un gran lavoro da fare, noi pensiamo che è molto difficile per quelli che vivono in città, ma anche per noi che viviamo nelle comunità come Congresso Nazionale Indigeno, anche se qui per lo meno c’è ancora il senso di comunità, ma nelle città no.

Dietro le mura domestiche, non si sa nulla dei problemi del proprio vicino, a volte nemmeno si sa chi è il vicino; e tra le tre pareti, io vivo qui e lì vive l’altra, l’altro vicino e lì un altro; il mio vicino non si preoccupa di cosa mi succede, né io mi preoccupo di lui o di lei. E così si resta incatenati.

Dunque è un lavoro molto duro quello di cui parlano i compas “la bestia che arriva”, perché sennò ci distruggeranno. Allora come possiamo fare questo lavoro. Ma noi non vi stiamo chiedendo di diventare indigeni, ma nemmeno chiedete a noi di pensare o comportarci come cittadini.

No. Ognuno faccia la sua lotta ma restiamo uniti. Ricordate che come diceva il defunto SubMarcos, per quanto abbiamo ascoltato e sentito nei vari caracol dove abbiamo fatto incontri, abbiamo cercato di dire che cosa è importante ed è il momento – certo, diverse volte è stato fatto qui -, che arriviamo ad un accordo. Tutti hanno buone idee ma non vengono fuori perché si vuole che per forza sia accettato quello che dice uno, quello che dice un altro, e un altro ancora, ma compagni, quello che possiamo fare è vedere quale idea funziona, e questo possiamo scoprirlo solamente se ascoltiamo e osserviamo.

Avete visto che qualcuno di quelli arrivati in ultimo, alla chiusura dell’assemblea del CNI, si aspettavano che qualcuno prendesse la parola per chiudere, e non è che avevamo concordato che si sarebbe chiusa così, perché hanno chiuso i compagni stessi, e non era stato concordato.

Allora si sono accorti che è arrivato uno che ha detto, ‘ah, anche io voglio dire una cosa’. Quando è cominciata volevano fare una condivisone, ma hanno visto che oramai era la chiusura. Poi si è chiuso tutto, perché? Perché il senso è che l’assemblea è dei compagni e pertanto sono i membri dell’assemblea che devono chiudere l’assemblea. Ecco, un esempio.

Dobbiamo vedere che cosa funziona e che allora si capisce che tutti siamo uguali. Non “io sono il più importante o la più importante”. No. Pensiamo che questo sia un esempio di come possiamo fare questo tutti insieme. Cioè che troviamo quello che diciamo essere un mondo nuovo.

Bisogna continuare a lavorarci. E’ questo che hanno detto i compagni del Congresso Nazionale Indigeno: dobbiamo condividere, non solo noi indigeni, vogliamo condividere con i compagni e compagne della Sexta nazionale ed internazionale. Quindi, come facciamo a condividere, perché bisogna pensare a quelli che non entrano nella Sexta, come condividiamo con loro?

Cioè, come ci rispettiamo? Come costruiamo questo rispetto? Perché bisogna costruire questo rispetto, così come stiamo facendo adesso. E credo che allora dobbiamo dare l’esempio, compagni e compagne della Sexta della città, e compagni e compagne della Sexta delle campagne, e che ci incontriamo e ci sentiamo uno solo, senza chiedere di smettere di essere quello che siamo, ma che ci uniamo a quello che vogliamo, a questo mondo.

Per esempio, quando stavamo preparando questa condivisione con i compagni basi di appoggio, i compagni e le compagne pensavano che noi (noi come comandanti), avremmo detto loro “questo è quello che dovrete fare”. No. Si è fatta un assemblea qui dove siete seduti adesso e sono cominciate a venire fuori le idee fino a trovare quello che sentivamo, come dicono i compas, questi i punti.

Ma sono venuti fuori un mucchio di appunti fino a che tutti insieme hanno detto ‘ecco, è questo’. Per questo si è molto arricchito, perché i nostri compagni dicevano: la terra – la madre terra, come diciamo – nel marxismo, nel leninismo si dice che la base principale del capitalismo sono i mezzi di produzione, che è la terra. Ma i compagni dicevano di no.

E domandavamo loro perché. Perché no, sappiamo che il capitalismo pensa così e quelli che hanno trasmesso l’idea ce l’hanno lasciato per iscritto, ma noi dobbiamo capire, dobbiamo lottare per dire, no accidenti! Non permetteremo che sia così.

Quindi la terra, la madre terra, è la base fondamentale della vita degli esseri viventi, è venuto fuori questo da quelli che stavano seduti qua.

Vediamo, compagno, compagna, dimmi.

Sì – dice –, perché esseri umani della campagna e della città vivono la terra, e tutto quello che c’è sopra la terra, gli insetti, più quello che c’è sotto, i vermi, è la base della vita. Perché permettiamo a queste bestie di distruggere?

E poi si entra nella discussione:

Ah, chingá! Come facciamo? Come facciamo perché stiamo dicendo che bisogna prendersi questi mezzi di produzione.

Così abbiamo detto, perché ricordate che in uno degli incontri al CIDECI, il defunto SubMarcos quando parlò della bottigli di coca cola, è lì che dicevamo che i mezzi di produzione devono essere nostri, allora bisogna prenderli. Allora come ha detto il compas del CNI, dobbiamo capirlo che dobbiamo prenderci i mezzi di produzione.

Un’altra volta abbiamo discusso di questo. Il problema qui è chi ha le terre migliori e chi si impadronisce delle risorse della terra. E’ qui che abbiamo cominciato a separare l’argomento.

No, sono i transnazionali o i proprietari terrieri, e quindi bisogna cacciarli.

Bisogna cacciarli, ora sì, tutti noi che viviamo su questa terra, la madre terra, tutti dobbiamo prendercene cura. E ci sono altri compagni che dicono:

Sì, perché quelli che vivono nelle città producono tonnellate di escrementi che vanno nei fiumi e li inquinano. E gli industriali distruggono la madre terra.

Ma questa è solo una piccola parte, in realtà è molto più ricca quando vediamo le cose in maniera comune. Vi sto raccontando questo perché c’è bisogno di condivisione. Non so come la farete, perché ci deve essere organizzazione, lavoro, bisogna pensarci.

Ma credo che nello spazio già concordato con i compagni, nello spazio dei compagni e delle compagne della Sexta, ognuno deve organizzarsi e lottare per ciò che deve trasmettere.

Davvero si sente se qualcuno trasmette quello che ha osservato, o quello che ha elaborato, o quello che ha convissuto col popolo. (……….) Cioè, lo stai trasmettendo a lui, a lei, e come stavamo dicendo tra noi come CNI, dobbiamo consolidare quello che era prima, che veramente raccontavano i compagni, le compagne.

Perché ancora esistono. Indubbiamente vogliono distruggere tutto, ma il capitalismo non c’è riuscito. In parte sì, ma è per il controllo che esercita.

Quindi crediamo che ci sarà altro lavoro da fare. Ma non pensate che noi abbiamo pianificato tutto questo, questa è una delle tante cose, noi non abbiamo pianificato niente, tutto è venuto fuori dai compagni e dalle compagne; questo è quanto è stato condiviso con i compagni alla fine dell’assemblea.

E questo vogliamo condividere anche qui con i media liberi, perché quando parliamo alle nostre basi, ai nostri popoli, dobbiamo appoggiarli e concordare con loro quello che uscirà dalla loro partecipazione.

Sembrava che noi dovessimo trasmettere un eredità. Ma la sola eredità che trasmettiamo è mostrare come si deve lavorare, come si deve proseguire e tutto questo, perché è l’organizzazione dell’EZLN e dell’autonomia.

Allora i compagni e le compagne dicevano, “manca qualcosa, perché che cosa facciamo, non sappiamo che cosa fare con questa cosa – riguardo all’Altra Campagna -. Ed è stato anche lì che ci hanno svegliato, perché che cosa avremmo detto dell’Altra. Allora abbiamo detto:

– Spetta a voi. Quello che vogliamo dall’Altra è che il popolo si organizzi e che un giorno comandi, cioè è quello che voi state facendo. Quindi voi dovete condividerlo con i compagni della Sexta, quelli che hanno aderito alla Sexta. Quella fu una campagna, per questo si chiama L’Altra Campagna, ma quelli che hanno aderito alla Sexta per organizzarsi, lottare ed essere anticapitalisti, devono condividerlo con gli altri compagni e compagne.

Questo è venuto fuori dalla discussione..

– Bisogna quindi fare una scuola – dicono i compas.

E nasce da qui la escuelita, chiamata così dai compagni perché è una cosa piccina, una escuelita. Allora proviamo e facciamola. Ed è stata di molto aiuto, e molti dei compagni e compagne, degli alunni ed alunne che sono venuti, ora hanno un altro modo di pensare, perché hanno visto con i propri occhi, non perché glielo hanno raccontato, non è perché hanno visto un film, ma hanno vissuto lì.

Sicuramente quei compagni alunni ed alunne che sono venuti, magari vorranno condividere.

Questo è quello che vediamo.

Molte volte quando facciamo questo tipo di condivisione, c’è qualche minuto di calma e poi cominciano a farci domande su tutto quello che abbiamo detto. Che cosa abbiamo visto?Che cosa pensiamo? Che cosa crediamo?

Allora compagni, quelli che sono stati qui come Congresso Nazionale Indigeno, e quelli che ci ascoltano, come la vedono? Che cosa immaginano? Forse i media che sono venuti ad ascoltare quello che hanno detto i compagni in chiusura avranno delle domande da fare, perché attraverso le domande riusciamo a chiarire quello che non è stato chiaro, quindi se avete delle domande da fare, fatele, e se non ne avete vuol dire che tutto è chiaro… o che non si è capito niente.

(Fine dell’intervento del Sub Moisés, seguono interventi e domande dei media liberi e de@ compas de la Sexta mondiale presenti)

(Trascrizione dell’audio originale a cura dei “Los Tercios Compas”)

Copyleft: “los tercios compas” 12 agosto 2014. E’ permessa la riproduzione in vitro, la circolazione anche con carico veicolare ed il consumo smodato.

Traduzione a cura del Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo, che chiede scusa per la traduzione imperfetta del complesso ed affascinante linguaggio del Sub Moisés.

– Testo originale

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Il subcomandante Marcos è «morto», ora parla Galeano

Luca Martinelli, LA REALIDAD, 13.8.2014

Media. Come cambia il “punto di vista” della rivoluzione zapatista

Il subcomandante Galeano a La Realidad  © Luca Martinelli

Il sub­co­man­dante Mar­cos –sto­rico por­ta­voce dell’Esercito zapa­ti­sta di libe­ra­zione nazio­nale– è scom­parso, e al suo posto c’è il Sub­co­man­dante Galeano, che ha accolto il nome dell’indigeno zapa­ti­sta ucciso a La Rea­li­dad nel mag­gio del 2014.

Per molti media main­stream, anche in Ita­lia, con que­sta scelta il «Sup» — come viene chia­mato Mar­cos — avrebbe abban­do­nato l’Ezln, ma dome­nica 10 ago­sto, al mar­gine dell’incontro tra Ezln e Con­gresso nazio­nale indi­geno (Cni), il “nuovo” sub­co­man­dante Galeano ha accolto a La Rea­li­dad i mezzi d’informazione liberi, auto­nomi e indi­pen­denti, pren­dendo la parola per la prima volta e spie­gando «la morte di Marcos».

«I mezzi d’informazione — ha detto Galeano, che si è presentato con l’occhio coperto da una benda e un guanto “sche­le­trico” alla mano sini­stra — hanno ana­liz­zato la scelta degli zapa­ti­sti come se fosse una mossa con­tro i mezzi d’informazione, ma non è così: ciò che accade, invece, è che l’Ezln ha scelto di cam­biare punto di vista, sistema di relazioni».

È stata una scelta poli­tica, insomma, che vede oggi un nuovo inter­lo­cu­tore per gli zapa­ti­sti nei mezzi d’informazione indi­pen­denti, che met­tono a dispo­si­zione il pro­prio lavoro libe­ra­mente in rete e — come è suc­cesso a La Rea­li­dad, il 9 e 10 ago­sto– si coor­di­nano per con­di­vi­dere foto, video, inter­vi­ste radio e arti­coli. «Abbiamo fidu­cia, non spe­ranza nel vostro lavoro — ha detto Galeano, rivol­gen­dosi ai pre­senti nell’auditorium che fino al giorno prima aveva ospi­tato il con­fronto con il Con­gresso nazio­nale indigeno-. Vogliamo con­fron­tarci con per­sone che abbiano voglia e capa­cità di ascoltare”.

Galeano ha spie­gato che que­sto pro­cesso era in corso, ma che la morte di Galeano, cioè Jose Luis Solis Lopez, base d’appoggio dell’Ezln, ucciso a La Rea­li­dad a ini­zio mag­gio, ha acce­le­rato e in parte modi­fi­cato il pro­cesso di con­di­vi­sone della deci­sione zapa­ti­sta: «Que­sto momento di con­fronto avrebbe dovuto tenersi ad Oven­tic, a mag­gio. E la con­vo­ca­zione ini­ziale chia­mava a par­te­ci­pare anche i media che offrono infor­ma­zione a paga­mento». È stato il modo in cui que­sti hanno “trat­tato” l’assassinio di Galeano a cam­biare l’attitudine zapa­ti­sta: «Qual­cuno, tra i gior­na­li­sti, dopo l’omaggio a Galeano che abbiamo orga­niz­zato a La Rea­li­dad a fine mag­gio è arri­vato a dire “tutto que­sto per un morto”. Noi sap­piamo, però, che se lasciamo pas­sare un morto poi ce ne sarà un secondo, e infine migliaia. Non pos­siamo per­met­tere che uno di noi siamo assas­si­nato impu­ne­mente». Il Sub­co­man­dante Galeano ha ricor­dato che Galeano, l’uomo assas­si­nato, aveva il com­pito di rice­vere e accom­pa­gnare i gior­na­li­sti che arri­va­vano nella Selva Lacan­dona per inter­vi­stare l’allora Sub­co­man­dante Mar­cos, per ascol­tare le parole della Coman­dan­cia dell’Ezln. «Per loro — ha detto il Sup Galeano — era solo un altro indi­geno; molti, pro­ba­bil­mente, gli affi­da­vano le loro vali­gie, erano sod­di­sfatti per le sue atten­zioni, ma non gli hanno nem­meno mai chie­sto il suo nome».

Anche per que­sto, a La Rea­li­dad — alla con­fe­renza stampa aperta da Galeano e pro­se­guita con il sub­co­ma­dante Moi­ses — la stampa “a paga­mento” non era invi­tata. L’analisi degli zapa­ti­sti, però, guarda anche alla deca­denza dei media tra­di­zio­nali che in Mes­sico — spie­gano — avreb­bero «abbrac­ciato una classe poli­tica anch’essa in deca­denza». La stampa a paga­mento avrebbe ancora un senso, secondo Galeano, solo se «pro­du­cesse ana­lisi e inchie­ste», ma non lo fa. Anzi, il capi­ta­li­smo avrebbe tra­sfor­mato il “pro­dotto infor­ma­zione” per far sì che i media siano pagati per non infor­mare, per non pro­durre una infor­ma­zione decente.

Ai media liberi e indi­pen­denti, il Sup Galeano ha posto però una que­stione fon­da­men­tale, cioè quella della loro soprav­vi­venza: «O cre­scete, o siete desti­nati a scom­pa­rire» ha spie­gato, accen­nando anche al pro­blema del rico­no­sci­mento di un com­penso per coloro che ope­rano in que­sti spazi d’informazione on line: «Lo spa­zio non può fun­zio­nare solo fino a quando c’è la dispo­ni­bi­lità di qual­cuno, per­ché poi c’è da garan­tire anche la soprav­vi­venza di chi lavora, come essere umano, ed il rischio è che quando que­sta per­sona si trovi di fronte alla neces­sità di gua­da­gnare per vivere abban­doni que­sto lavoro d’informazione». Che è fon­da­men­tale, e per­ciò — forte anche della “fidu­cia” accor­data dall’Ezln — deve adesso tro­vare il modo di garan­tire la pro­pria sostenibilità.

Il Manifesto 14 agosto 2014 http://ilmanifesto.info/il-subcomandante-marcos-e-morto-ora-parla-galeano

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Trascrizione della conferenza stampa dell’EZLN con i Media liberi, autonomi, alternativi o come si chiamino, del 10 agosto 2014, a La Realidad Zapatista, Chiapas, México.

Prima Parte: parole del SupGaleano

 Buongiorno Gotham City… Mentre finite di fare le vostre foto lì nel padiglione, qui iniziamo la conferenza stampa.

Prendete posto per favore, in modo che iniziamo a breve e poi ve ne potete andare. Per favore, accomodatevi, compagni, compagne. Seduti.

Buongiorno Gotham City (questo è un saluto a un compagno che twitta così).

Quello che avete appena visto, in termini militari si chiama manovra diversiva, in termini comuni è magia. E ciò che ha richiesto pochi minuti, a qualcun altro è toccato farlo per vent’anni, perché riuscisse così.

Vorremmo iniziare, approfittando della presenza dei media liberi, autonomi, alternativi o come si chiamino, e di compagni della Sexta nazionale e internazionale, rendendovi grazie. E per rendervi grazie vi racconterò la storia di una morte.

Questo 25 agosto si compiranno 10 anni dalla morte del Tenente Insurgente Eleazar. Nel 2004, ma fin dal 2003, iniziò ad avere una malattia di quelle che compaiono solo nel Dr. House o cose così, che si chiama Guillain-Barré, che consiste nel deterioramento progressivo di tutto il sistema vitale fino alla morte. Non ha cura, bisogna tenere in vita il malato artificialmente, collegato.

Iniziò ad ammalarsi e lo portarono a Tuxtla Gutiérrez in un ospedale. Lì gli diagnosticarono questa malattia e iniziarono a dirgli che sarebbe stato meglio che se ne andasse, che non era grave; sebbene quando mi dissero che malattia era sapessi di che si trattava; ma i medici, vedendolo indigeno, sapevano che non avrebbe potuto pagare il trattamento. In realtà è un trattamento di sopravvivenza, non c’è cura possibile.

Mh… vediamo se si riesce a intrufolare i miliziani all’ombra, se no lì cuoceranno vivi, diamine…

La benda è perché pensiate che ho un occhio di vetro, ma no. Io e le mie maledette trovate, ora me la devo tenere addosso.

Ebbene, quella malattia… in Chiapas, e mi immagino anche nel resto del paese, la posizione rispetto al paziente è che il medico calcoli se possa pagare o no il trattamento. Se non lo può pagare, sempre secondo i suoi calcoli, allora gli si dice che non ha nulla o gli si danno dei placebo perché pensi che si curerà, e lo si manda a morire a casa sua.

Noi dicemmo di no. Iniziammo a spendere il fondo di guerra o fondo di resistenza, finché non fu più sufficiente. Allora facemmo appello, sto parlando del 2003 quando ancora ci amava un certo settore dell’intellettualità artistica, per chiedere un sostegno per poter continuare a mantenere in vita questo compagno. Risero di noi, ovvero: gli indigeni si possono ammalare di vaiolo, morbillo, di tifoidea, di tutte queste cose, ma non di un’infermità tanto aristocratica, diciamo, giacché colpisce sono uno su un milione, come la malattia di Guillain-Barré.

Quando non potemmo più mantenerlo, portammo il Tenente Eleazar a Oventic e lì, con le strumentazioni che riuscimmo a trovare, lo mantenemmo in vita, finché un 25 agosto di 10 anni fa morì.

Dieci anni dopo, con la disgrazia dell’omicidio del compagno Galeano, per mano dei paramilitari della CIOAC-Histórica sono state distrutte la scuola e la clinica che erano autonome, ossia erano degli zapatisti di qui de La Realidad.

E per la ricostruzione non siamo andati a cercare l’appoggio di quella gente, ma siamo ricorsi alla gente di sotto, ai nostri compagni, compagne e compagnei della Sexta nazionale e internazionale.

Il compagno Subcomandante Insurgente Moisés, qui presente, con il Comandante Tacho, insieme alle autorità zapatiste di La Realidad, ha fatto un calcolo del materiale necessario, insieme ai compagni che sanno di costruzioni, e ha calcolato 209 mila pesos e rotti. Il calcolo che noi facevamo è: bene, dunque siamo alla frutta, raschiando il fondo del barile forse si arriverà alla metà e un’altra metà la possiamo tirare fuori dal fondo di resistenza o chiediamo supporto agli altri Caracoles.

La storia di quel che poi successe la conoscete perché voi siete i protagonisti. E con “voi” mi riferisco non solo a quelli che sono qui, ma anche a coloro che attraverso di voi vengono a sapere quel che sta succedendo qui, ossia i nostri compagni, compagne e compagnei della Sexta in tutto il mondo.

Avete quintuplicato in eccesso, ormai l’ultimo conto dà il quintuplo rispetto a quella richiesta di appoggio. Noi vorremmo rendervi grazie per questo, perché mai prima d’ora l’EZLN aveva ricevuto tanto sostegno e questo sostegno è stato superiore a quel che avete. Perché noi sappiamo che i compagni della Sexta non ci hanno dato quel che gli avanzava, ma ciò che gli mancava. Abbiamo letto nei vostri media liberi, nei vostri tuitter e i vostri feisbuc, storie che ci riempiono di orgoglio.

Sappiamo che in molti avete dovuto battagliare perfino per mettere insieme i soldi per venire fino a qua, avete perfino raschiato il fondo per mettervi qualcosa sotto i denti, o per cambiarvi –stavo per dire calzoni- quello che usate, ma comunque sia avete fatto lo sforzo per ottenere questo e mostrare cos’è l’appoggio tra compagni e non l’elemosina che viene da sopra.

Quindi la prima cosa che voglio che diciate ai compagni e alle compagne di tutto il mondo, nelle vostre lingue, idiomi, modi, tempi e geografie, è grazie, davvero. Avete dato una bella lezione, non solo a quella gente che là sopra ripartisce elemosine, ai governi che abdicano ai loro doveri e per di più promuovono la distruzione, ma avete anche dato a noi, gli zapatisti, una bella lezione, la più bella che abbiamo ricevuto negli ultimi anni da quando è uscita la Sesta Dichiarazione.

Il senso di questa conferenza stampa era assolvere a un dovere. Originariamente questa conferenza stampa avrebbe dovuto tenersi a Oventic, quando ci sarebbe stata la condivisione con i popoli indigeni, e poi avrebbe dovuto essere al momento del funerale del compagno Galeano, ovverosia l’omaggio. E si trattava essenzialmente delle ultime parole o del congedo del Subcomandante Marcos e delle prime parole del Subcomandante Insurgente, ora Galeano, ma che allora si sarebbe dovuto chiamare in altro modo.

Ed è importante quello che vi sto dicendo, quello che avrebbe dovuto essere, ossia come era stato pensato, per proporvi un’altra possibile lettura di quel che è stato l’omaggio a Galeano e questo transito tra la morte e la vita che è stata la scomparsa della buonanima del Subcomandante Insurgente Marcos, che ora il diavolo gli sta torcendo le narici, proprio così, bel tomo, a ciascuno il suo. Questo era sarcasmo, non so se si è…riesco ancora a distinguere queste cose.

Guardate, compagni, per capire ciò che è accaduto all’alba del 25 maggio bisogna capire quel che era successo prima, quel che sarebbe stato. Ho letto e ascoltato interpretazioni più o meno documentate, la maggior parte delle quali completamente strampalate, su ciò che ha significato quell’alba del 25 maggio. Altre più ingegnose, come per esempio che tutto era un trucco per eludere la pensione familiare (pensione ottenibile sommando i contributi dei coniugi, N.d.T.) o la paternità.

Ma la maggior parte prescindeva da tutto ciò che era successo; per esempio, la si mise che gli zapatisti dicevano che i media prezzolati non esistono, che ora erano il nemico, che era un’azione contro i media prezzolati, etc. Ma se avete un po’ di memoria, nell’invito originario l’evento era aperto a tutti, quando era a Oventic. Vuol dire che sarebbero entrati anche i media prezzolati.

Quello che sarebbe successo allora è che Marcos sarebbe morto e si sarebbe congedato dai media prezzolati, per spiegare come li vedevamo allora, a ringraziarli di tutto. E si sarebbe diretto e presentato ai media liberi, alternativi, autonomi o come si chiamino. Voglio dire con questo che una possibile lettura, magari non la più documentata, dell’alba del 25 maggio 2014, è che l’EZLN sta cambiando interlocutore, ed è per questo che vi ho raccontato la storia del defunto Tenente Insurgente di Fanteria Eleazar, veterano di guerra, che combatté, nel 1994.

Sì, noi zapatisti non solo non abbiamo detto che i media prezzolati non esistono, scemenza che qualcuno ha detto; ma aggiungiamo che ciò che sta succedendo con i media prezzolati è un’altra cosa, che non ha a che vedere con noi e ha a che vedere con l’avanzata del capitalismo a livello mondiale.

I media prezzolati hanno presentato qualcosa che è meraviglioso all’interno del capitalismo, perché è una delle poche volte in cui vediamo che il capitalismo converte in merce la non produzione. Si presume che il lavoro dei media di comunicazione sia produrre informazione, farla circolare in modo che sia consumata dai suoi diversi pubblici o ricettori, mentre il capitalismo ha ottenuto che i media guadagnino per non produrre, ovvero per non informare.

Quel che è successo negli ultimi anni è che, con l’avanzare dei mezzi di comunicazione di massa non in possesso privato, ossia che sono contesi o in lite, o che sono quasi terreno di lotta come internet, la stampa tradizionale è andata via via perdendo potere, potere di diffusione e ovviamente capacità di comunicazione.

Ho qui con me alcuni dati e citerò l’autore perché chiede che ogni volta che si usano i suoi dati lo si citi, autore che è Francisco Vidal Bonifaz, il quale fa un‘analisi della tiratura dei principali giornali in Messico(nota: probabilmente chi parla si riferisce al libro “I padroni del quarto potere“, Editorial Planeta, nel quale l’autore Francisco Vidal Bonifaz fa un’analisi esaustiva della stampa in Messico. In questo libro e nel blog “la ruota della fortuna“ – ruedadelafortuna.wordpress.com -, si possono trovare questi dati così come le tirature di ogni pubblicazione, lo status economico e il livello d’istruzione dei suoi lettori, etc. Il libro e il blog sono raccomandabili a chiunque volesse conoscere più a fondo quanto si riferisce alla stampa messicana. Nota cortesia de “Los Tercios Compas”).I principali giornali in Messico, secondo questa specie di provincialismo inverso tipico dei  chilangos (abitanti di Città del Messico, N.d.T.), considerano giornali nazionali quelli che si producono nel DF, sebbene la tiratura di quelli di provincia sia maggiore.

Nel 1994 si tiravano, a volte in senso più che figurato, più di un milione di esemplari tra i principali giornali. Nel 2007 la produzione era caduta a 800.000 e anche il numero di lettori era diminuito scandalosamente. In un modo o nell’altro il giornalismo d’inchiesta e quello di analisi, che è il terreno che avrebbe permesso ai media prezzolati di competere con l’informazione istantanea che è possibile attraverso internet, furono abbandonati e lasciati ai margini.

Sui media prezzolati – in realtà non è un insulto, è una realtà, è un mezzo che vive a pagamento, no? – qualcuno dice:“no, è che quello che passa dai mezzi prezzolati si sente molto forte, di brutto, meglio che usiate i mezzi commerciali“. Si sente peggio un media commerciale che un media a pagamento.

I giornali non vivono della circolazione, ossia della vendita del loro materiale, vivono della pubblicità. Quindi per vendere la pubblicità hanno bisogno di dimostrare, a chi comprerà pubblicità, a chi si stanno indirizzando e quali sono i loro lettori.  Per esempio, si dice –questi sono i dati fino al 2008 perché poi tutti i giornali hanno chiuso l’accesso alle informazioni su loro stessi-, El Universal e Reforma arrivavano quasi al 70% di tutta la pubblicità che si paga a Città del Messico, e il restante 30% se lo contendevano gli altri giornali.

Pertanto ogni giornale ha un profilo, diciamo, del proprio lettore, una classe alla quale si dirige, il suo livello di istruzione, e così via, e così si presenta a chi compra la propaganda. Vale a dire, se io sono El Despertator Mexicano e il mio principale consumatore sono indigeni, ebbene allora vendo a El Huarache Veloz (catena di ristorazione, N.d.T.) uno spazio pubblicitario perchè venda huaraches o pozol (antipasto e bevanda tipici messicani, N.d.T.), o quel che sia.

Nientemeno, tutti i giornali stampati, compresi quelli che si dicono di sinistra, presentano nella loro analisi il profilo del loro lettore, e tutti, assolutamente tutti, hanno tra il 60% e il 70% dei loro lettori nelle classi con alto potere di acquisto. Gli unici che riconoscono che i propri lettori sono di basso potere di acquisto e di basso livello d’istruzione sono Esto, Ovaciones e La Prensa. Tutti gli altri giornali si rivolgono alla classe alta, diciamo, o a quelli di sopra. E‘ evidente che questa classe con maggior potere di acquisto può accedere all’informazione in forma più istantanea. Perché aspettare per vedere cosa succederà, o cosa sta succedono in un’altra parte del mondo; cosa esce a fare il giornale, se in questo istante posso sapere cosa sta succedendo a Gaza, per esempio? Perché aspetterò il notiziario o di leggere se posso vederlo comunque?

Non c’è partita perché la supervelocità di quei mezzi di comunicazione fa che le esclusive o le primizie di una notizia sfumino dinanzi alla competizione di questa velocità. Pertanto tutti questi media, inclusi i progressisti, stanno combattendo per il rating, ossia per quel pubblico di classe medio-alta e alta, e poi c’è un’altra classe che è ricchissima, che è più in là di tutto, e io credo che siano coloro che producono l’informazione.

I media a pagamento hanno solo due opzioni per sopravvivere, perché sono a pagamento. Uno: contrattano la propria sopravvivenza con chi ancora può pagare, ossia la classe politica, che fa i propri affari e la propria propaganda ma in un altro senso; se vedete le tariffe che applica ogni giornale per inserzioni a tutta pagina, mezza pagina, tre quarti, fino ad arrivare al modulo, come lo chiamano, che è il più piccolo, c’è una tariffa speciale per pubblicazioni non commerciali, che sono le governative, e un’altra tariffa per le notizie in breve, che sono per esempio le interviste, che nessuno capisce che ci facciano in un giornale, perché a nessuno interessa cosa dica certa gente, però paga. Le tariffe più alte sono le non commerciali, ossia quelle che paga il governo, e le notizie in breve, le inserzioni pagate mascherate da informazione.

L’altra opzione che avevano era sviluppare il giornalismo di inchiesta e di analisi che internet non offriva. Non lo offriva fino a che non sono apparsi spazi come quelli ai quali oggi ci riferiamo come media liberi, autonomi, alternativi (a questo punto dirò eccetera, altrimenti ci passo la vita intera).

Quel che si sarebbe potuto fare è che, di ciò che sta accadendo con l’informazione che fluisce così tumultuosamente, si facesse un’analisi, una dissezione, si tirassero le somme e si indagasse cosa c’è dietro, ad esempio, alla politica del governo israeliano a Gaza o alla politica di Manuel Velazco in Chiapas, o lo stesso in qualsiasi altra parte.

Nessuno con un minimo di criterio informa attraverso i giornali su ciò che sta accadendo. Voi siete un cattivo esempio perché voi non siete la classe media-alta né la classe alta, se lo foste non sareste qui. Ossia la ciurma, la banda dice: “no, cioè, voglio sapere cosa sta succedendo in Chiapas, leggerò la profonda analisi giornalistica di inchiesta di Elio Enriquez“… nessuno lo fa.

Nessuno dice: “cosa sta succedendo a Gaza? Leggerò Laura Bozzo perchè mi dica come stanno le cose“. No, questo terreno è stato completamente abbandonato, ma in cambio è attraverso le pagine e i blog che si sta recuperando terreno.

Questo languido scomparire o retrocedere dei media prezzolati non è responsabilità dell’EZLN, e ovviamente nemmeno della buonanima del SubMarcos. E‘ responsabilità dello sviluppo del capitalismo e di questa difficoltà ad adattarsi. I media a pagamento dovranno evolversi e convertirsi in media di intrattenimento, ovvero: se non ti posso informare quantomeno divertiti con me.

Per quanto riguarda il giornalismo di analisi e inchiesta, qualsiasi reporter che sia onesto, di un media prezzolato, ti può dire: “no, il fatto è che questo non me lo pubblicano“; e il giornale guadagna di più a non pubblicare questo tipo di articoli che a pubblicarli.

Questo è quel che vi dicevo del fatto che la non produzione si converte in una merce, in questo caso il silenzio. Se un giornalista mediamente decente e con un minimo di etica facesse un’inchiesta sull’implicazione dei governi statali di Salazar Mendiguchía, Juan Sabines Guerrero e Manuel Velazco con la CIOAC-Histórica, verrebbe fuori che c’è molto denaro che si sta muovendo da quelle parti, compreso quello che ripartisce la signora Robles della campagna nazionale contro la fame.

Però si vende meglio il non pubblicare il tale articolo che il pubblicarlo, perché chi lo leggerà, lo leggeranno i nemici di questi notabili della patria? Al contrario, tacendo, o meglio ancora parlando di quanto sta venendo bene la capitale Tuxla Gutiérrez con le opere urbanistiche che stanno facendo Toledo, che è il presidente municipale, e Manuel Velazco, sì che si vende, anche se è pura menzogna. Noi controlliamo i twitter dei giornalisti, sono giornalisti a pagamento, lavorano, cioè, per media prezzolati, ma stanno informando di tutto questo, dell’immagine di guerra che presenta la capitale del Chiapas a causa di queste opere completamente anacronistiche e assurde che si stanno facendo.

Ma per esempio, venisse gente da Veracruz, io credo che direbbe: “Ebbene, il fatto è che noi per sapere quel che sta accadendo a Veracruz leggiamo l’Heraldo de Xalapa – sempre che esista”. Direbbe: “Non rompere Sub, perché continui se questi non c’entrano niente”.

Pertanto il problema che abbiamo tutti nel mondo è: se nei mezzi di comunicazione non ci sono più, se mai ci sono state, né l’informazione, né l’analisi, né l’inchiesta, allora dove le troveremo? C’è quindi un vuoto nello spazio mediatico che viene conteso.

Ciò che si trattava parimenti di segnalare in quel congedo è che i mezzi che tanto si vantavano di creare personaggi, si vantavano ad esempio di aver creato loro Marcos, sebbene fin da allora si siano sforzati di creare personaggi, non solo non riescono a costruire un personaggio internazionale, ma nemmeno uno nazionale come Lòpez Obrador, sebbene li si paghi.

Non si può. Ora i personaggi che sono sorti, che hanno commosso o mosso in qualche misura l’informazione a livello nazionale, non provengono dai media, ma piuttosto sono nonostante questi.

Non so se lo dirò bene, ma Giulian Assange, che con la rivelazione di tutti i documenti dimostrò ai mezzi di comunicazione a livello mondiale che non stavano informando su ciò che stava accadendo, si converte in un referente. Sebbene sia parte di un collettivo, i media lavorano su di lui. C’è persino un film su di lui come personaggio, anche se tutti sappiamo che è un collettivo.

La signora Chelsea Manning, che si è fatta un’operazione per essere ora Chelsea Manning, e Snowden, non hanno fatto che rivelare quel che è occulto e quel che avrebbe dovuto essere lavoro dei mezzi di comunicazione rivelare. Ma quelli che realmente hanno messo scompiglio nel mondo dell’informazione sono collettivi nei quali l’individuo è completamente diluito, come Anonymous, di cui ora si dice: “E‘ che diAnonymous non si sa nulla, non si mostrano”. La qual cosa è assurda poiché se sono anonimi perché mai gli dovremmo chiedere che si mostrino.

Insomma, quel che noi abbiamo visto è che l’anonimato del collettivo è ciò che sta venendo a supplire e a mettere in crisi questo affanno mediatico di quelli di sopra di incontrare individualità e personalità.

Noi pensiamo che ha molto a che vedere con la formazione dei media. Se nei media prezzolati c’è una struttura che invidierebbe qualsiasi esercito quanto a verticalità, autoritarismo e arbitrarietà, per quanto riguarda un media collettivo, media alternativo, libero, autonomo, eccetera, vige un’altra forma di lavoro e un altro modo di fare.

Diciamo che nei media prezzolati importa di più chi ha prodotto l’informazione. Se voi riguardate le notizie uscite sui media prezzolati al compimento dei 20 anni della sollevazione, nel gennaio di quest’anno, la maggior parte delle notizie sono di ciò che i giornalisti fecero 20 anni prima e non di quel che è accaduto:“io ho intervistato Marcos“, “io ho fatto la tale intervista“, “io sono stato il primo a entrare“, “io ho scritto il primo libro“. Che pena che in vent’anni non abbiamo fatto altro che ricordarsi. Però su di loro pesa questo criterio: l’esclusiva. Non sapete quanto importi a un giornalista e cosa lo porti a fare, e faccia, ottenere un’esclusiva. Il fatto di poter avere l’esclusiva dell’ultima intervista di Marcos o la prima di Galeano vale, costa, anche se non si pubblica, perché, come vi sto spiegando, anche tacere è una merce e si può vendere. Al contrario mi piace pensare che nei collettivi dei quali fate parte voi e altri che non sono potuti venire, la maniera di lavorare fa in modo che pesi più l’informazione che chi la produce. Certo, ci sono alcuni che devono ancora imparare a redigere, ma la grande maggioranza rivaleggia in ingegno, in analisi, in profondità e in indagine su quel che sta accadendo.

Quello che noi vediamo, in questo casino che è il modo capitalista, è dove troviamo l’informazione. Se ce ne andiamo in Internet e googleiamo, come si dice ora, Gaza, possiamo trovare che i palestinesi sono degli assassini che si stanno immolando solo per distruggere moralmente l’esercito israeliano, o il contrario. Si può trovare qualsiasi cosa. Dove troverai l’informazione di ciò che sta realmente accadendo? L’ideale sarebbe che i palestinesi ci dicessero quello che sta accadendo, non attraverso di altri.

In questo caso, per esempio, noi diciamo: non sarebbe meglio sapere cosa stanno dicendo gli zapatisti? Meglio rispetto a che qualcuno ci dica quel che lui crede che avrebbero dovuto dire, che non è nemmeno quel che credono che abbiamo detto, è quel che dobbiamo aver detto.

Come dire che nel testo della luce e dell’ombra, Marcos dice che non scriverà più e quindi Galeano non potrà scrivere, anche se non si sono accorti che quando tutti si sono congedati il gatto-cane resta. Ci sono molte cose che si possono capire da lì, ma ora non importa.

Quel che noi vogliamo segnalare è che la miglior informazione è quella che viene dall’attore e non da chi sta coprendo la notizia. Chi può fare questo sono i media liberi, autonomi e alternativi. Quello che vi sto dicendo compagni, compagne e compagnei è una tendenza, non è qualcosa che succederà ora, ovvero non pavoneggiatevi come a dire:“ora sì che siamo la créme e il mondo dipende da noi”.

E‘ una tendenza che noi vediamo con questa maledizione che abbiamo di vedere le cose prima che accadano. Vediamo che i media prezzolati, come mezzi di informazioni, sono in franca decadenza, non per loro colpa, ma per aver abbracciato una classe politica che anch’essa va in decadenza per sopravvivere, e questo si capisce.

Noi non questioniamo che qualcuno lavori per un media e di questo viva. Pensiamo piuttosto che la dignità e la decenza abbia un limite e che ci sono limiti che si stanno ormai sorpassando, ma questo è un problema di ciascuno. Noi non lo giudicheremo. Quello che vediamo è che il problema in un media prezzolato è la sopravvivenza, quindi la loro sopravvivenza sta su una strada che non stanno seguendo, perché stanno inseguendo di più l’immediatezza.

A lungo termine il media prezzolato, come qualsiasi cosa che compri e consumi, scomparirà. Perché compri il giornale se puoi consultare la rete? Allo stesso modo non vai a cercare lì l’informazione, non vai a cercare l’analisi di quello che sta accadendo.

Quindi noi diciamo che, se volessimo sapere cosa sta accadendo in Michoacán, l’ideale sarebbe che quelli di Michoacán ci dicessero quello che sta accadendo. Noi pensiamo che se la gente dalle altre parti del mondo e del paese vuole sapere cosa sta accadendo con gli zapatisti, ci sia quanto meno uno spazio dal quale possano saperlo.

Voglio dire con questo che noi non vogliamo militanti a tal fine, militanti della comunicazione zapatista, per quello c’è la maledetta idea dei terzi media. Noi vogliamo orecchie, ossia che la gente che vuole sapere venga a conoscenza di qualcosa di verace, o di un’analisi profonda o di una inchiesta reale, prendendo in considerazione quanto è importante una notizia o un’informazione, e non chi la produce.

Noi vediamo che a lungo termine i media liberi, autonomi, alternativi, riempiranno o possono riempire – non sappiamo se lo faranno – possono riempire quel vuoto che si sta producendo ora nello scambio di informazioni a livello globale. Internet non lo riempie, sebbene lo crediate, su internet puoi trovare quello che vuoi, se sei a favore di qualcosa trovi argomenti a favore, se sei contro qualcosa trovi gli argomenti contrari.

C’è bisogno quindi che questa informazione abbia uno spazio dove si sistemi, che sia leggibile. Ed è, noi diciamo a grandi linee e tendenzialmente, lo spazio che copriranno i media di comunicazione alternativi, autonomi, liberi, o come si chiamano.

E questo è ciò che vi avremmo voluto dire a Oventic: che non avete una fottuta idea dell’impegno che vi ricade addosso. Non è che noi vi ammorbiamo sul fatto che ora veniate a La Realidad, che ora andiate al tal posto e lì vanno i media terzi, o i quinti, che sia, i quinti no, ho pensato, ma è un gioco di parole, quindi meglio che gli abbiamo messo il nome di terzi media (nota: è evidente che chi parla è colpito dall’essere guercio, perché in realtà avrebbe dovuto dire “i terzi compagni” e non “i terzi media“, e gli mandiamo subito un’energica protesta affinché la pubblichi nello stesso spazio e con la stessa importanza del suo strafalcione. Nota cortesia di “Los Tercios Compas”).

No, quel che ve ne viene è la speranza di molta gente. Noi non nutriamo speranza nei vostri confronti, abbiamo fiducia in voi, non soltanto voi che siete qui, ma anche per ciò che siete, la tendenza che possiate coprire questo spazio.

Il problema che noi vediamo è quello che dei soldi, ora sì. I media autonomi, liberi, tutto questo, si sostengono…la maggior parte delle volte succede che quelli che ne entrano a far parte cooperano ma hanno altri impegni, quindi il media autonomo, libero, alternativo, è come i terzi media (nota: strafalcione e proteste reiterate. Cordialmente “Los Tercios Compas”), ossia funziona in base alle possibilità perché bisogna sbattersi, bisogna stare al passo per poter ottenere i soldi. Oppure durano finché dura il grano, e quando finisce il grano il media scompare. E può anche essere che duri, magari non succede così, quando il calendario impone la sua logica ai componenti, cioè, quando crescono e maturano, come dicono là sopra, e la smettono con le pazzie e le ribellioni.

Pensiamo quindi che avete questo problema e lo dovete risolvere in qualche modo, non so come. Io vedo che su alcune pagine già compaiono cose come consigli per scendere di peso, su come non invecchiare, sul ferro per stirare la pelle, non so come lo dite, lifting, quelle robe che si mettono, cose così ed esoterismo e vaffanculo. Si, magari chi vede questo media alternativo non fa caso a queste cose e vi entrano due soldi. Alcuni fanno così, ma pure perché vi diano questo voi dovete dimostrare che qualcuno entra nella vostra pagina, qualcuno oltre a voi.

Noi scherzavamo molti anni fa con quelli che si incaricavano della pagina prima di tutto questo, che dicevano: “no, è che il tale comunicato ha avuto tante visite“. Gli dicevo: “bugia, siamo noi che siamo lì a fare clic, clic, clic, clic, invece no“.

Non so, è la stessa cosa che vi ha portato a lavorare in collettivo, a parte che che molti fanno artigianato urbano, o non so come si chiami, che producono e così via; forse allo stesso modo,  collettivamente, potete trovare la maniera affinché il media non decada, si mantenga e cresca. Non vi resta altra possibilità, compagni, mi spiace di darvi questa informazione, però o crescete  scomparirete. Compresi quelli che sporadicamente tirano fuori informazioni; vi rimane solo questa possibilità perché anche tra di voi inizia a esserci questo sviluppo. Magari questa disparità di sviluppo si deve alla profondità dell’analisi, alla capacità dell’inchiesta, o quel che sia, e non perché alcuni abbiano risolto il problema dei soldi e altri no. Fateci caso, perché c’è molta gente che sta aspettando da voi più di quanto voi vi immaginiate.

Riassumendo. I media prezzolati esistono, sono reali, hanno la loro importanza, questa importanza sta diminuendo tendenzialmente e quel che ha fatto l’EZLN è cambiare radicalmente la sua politica sui media. Non vogliamo parlare con quelli di sopra, a proposito di questo vi spiegherà di più il Subcomandante Moisés nella sessione di domande e risposte, che consiste nel fatto che i media zapatisti fanno le domande e voi date le risposte e non il contrario.

Quindi quello che ha fatto l’EZLN è dire: non ci interessano più coloro a cui era necessario rivolgersi attraverso Durito, il Vecchio Antonio, ovvero della stampa prezzolata, bensì ora ci interessa la gente che capisce il fatto stesso di un gatto-cane; questo riconoscimento della differenza e il riconoscere che ci sono cose che non capiamo, ma non perché non le capiamo le giudicheremo o le condanneremo – come un gatto-cane che esiste, non lo crederete ma esiste, è reale.

Quello che ci interessa è parlare con voi, è ascoltarvi, e con questo voglio dire anche la gente che attraverso di voi ci ascolta e che attraverso di voi parla con noi. Se noi volessimo sapere che cosa sta succedendo nel tal luogo, noi prima cercheremmo sui media liberi alternativi, nei quali l’informazione è poca ma anche se poca è molto meglio di quella di qualsiasi media prezzolato, nei quali oltretutto bisogna iscriversi con carta di credito per poter leggere i Laura Bozzo che ci sono da tutte le parti.

Cos’è accaduto allora che ha alterato questo piano di congedo, ossia di dire ai media prezzolati “grazie per ciò che…”, sebbene la maggior parte di loro siano stati, loro malgrado, complici involontari di ciò che è stato, di ciò che avete visto poco fa: una manovra diversiva o un atto di magia, e avvertirvi del fatto che ora sì che la maledizione vi arriva addosso.

La maggior parte di voi è giovane. Noi pensiamo che la ribellione non abbia e non dovrebbe avere a che vedere con il calendario, perché noi vediamo gente che ora che ha l’età non ha comunque giudizio perché…(incomprensibile), ma continuano a essere ribelli. E noi abbiamo la speranza che voi continuate, anche se non sarete proprio voi, forse alcuni si dividono il lavoro, “allora voi a cercare i soldi e noi a questo, facciamo a turno o qualcosa del genere“, ma non abbandonatelo quell’impegno, è davvero importante.

Cos’è accaduto? Perché se voi prendete in considerazione questo piano originario rispetto al quale sarebbero entrati tutti i media prezzolati, pensate che si manteneva ancora due settimane prima, quindici giorni prima che si dicesse no, non entreranno all’omaggio a Galeano.

Quel che è accaduto è stata una morte. Su questo fatto ho letto solo, non dico che non esista, un articolo di John Gibler, che risulta andare in questo senso. Lui raccontava di aver detto a qualcuno come era stato l’omaggio a Galeano e questa persona con cui parlava gli diceva: “ma tutto questo solo per un morto?“, e lui cercava di dire che un morto, insomma cercò di spiegare meglio che poteva. E noi vogliamo dirvi quanto è importante per noi un morto.

Se noi lasciamo passare una morte ne lasciamo passare due, se ne lasciamo passare due saranno dieci, poi cento, poi mille, poi decine di migliaia come nella guerra che fece Calderón contro il presunto narcotraffico: si lasciò passare una morte e poi se ne lasciarono passare decine di migliaia. Noi no. Moriremo sì di morti naturali o di morti giuste, cioè lottando, ma non permetteremo che nessuno dei nostri compagni e compagne e compagnei sia assassinato impunemente, non lo permetteremo e metteremo in moto tutte le forze anche se si trattasse di uno solo, o il più ignorato, o il più disprezzato,  il più sconosciuto.

E la rabbia che sentivamo rispetto a Galeano è dovuta al fatto che questo questo compagno Galeano era colui che si incaricava di ricevere questi della stampa prezzolata, caricava i loro zaini, li portava con i suoi cavalli fino a dove facevano le interviste o i loro reportage, li riceveva nella sua casa e dava loro da mangiare. A questi che hanno ignorato e disprezzato la sua morte, e hanno innalzato i paramilitari come fossero eroi, vittime di un’arbitrarietà, suvvia, e quando arrivavano nemmeno si prendevano il disturbo di chiedergli alcunché, anche se per vent‘anni lui si incaricò di riceverli, e con alcuni di loro fece persino scommesse di calcio quando c’erano i mondiali.

Noi ci aspettavamo una reazione, da qualcuno con cui hai una relazione così, ma non sapevano nemmeno chi fosse. Loro venivano a intervistare Marcos, loro venivano a vedere Marcos, loro vedevano che il cavallo, che l’arma, che quello che ha letto, sebbene la buonanima di Marcos sapeva che libri aveva letto. Vedevano tutte queste cose e non importava chi fosse colui che li stava ricevendo.

Magari comprendiamo che non gli importasse perché era un indigeno, che per giunta non aveva nemmeno volto, tuttavia gli dava da mangiare, gli caricava le cose, li aiutava con il cavallo, li accompagnava, gli diceva da dove passare, da cosa bisognava guardarsi e così via. Comprendiamo che non gli importasse ma a noi sì che importa, Galeano e tutti e ciascuno degli zapatisti. Abbiamo fatto questo casino e continueremo ogni volta a fare casino, perché non permetteremo nessuna morte, non ne accadrà una sola che resti impunita, perciò abbiamo cambiato tutto, e nella rabbia che sentivamo accadde che il Subcomandante Moisés, che è chi comanda ora su questo, ha detto non entra nessuno della stampa, e non entrò nessuno della stampa prezzolata sebbene originariamente sarebbero dovuto entrare tutti.

Lì in quella stanza c’è stato il cadavere del compagno Galeano; c’è un video dove c’è il cadavere, sono circondati e ci sono i compagni che recriminano con quelli della CIOAC per la morte di Galeano. Non li hanno toccati, compagni; io, che si suppone sia un essere controllato eccetera, quantomeno gli avrei dato uno spintone: niente, gli gridano contro ma non li toccano. Da qualsiasi altra parte li avrebbero linciati sul posto perché erano corresponsabili di quella morte e lì stava il cadavere. Lì arrivammo noi. Noi eravamo ad Oventic a preparare, io stavo saggiando una sedia a rotelle; qui quel giorno entrai a cavallo, lì sarei entrato su una sedia a rotelle per alimentare la diceria che fossi molto malato, molto fottuto, e alla fine mi sarei alzato perché mi dolevano le ginocchia dall’esercitazione.

Quando lo abbiamo saputo siamo venuti qua e abbiamo visto, e guardate quel che non uscì sulla stampa e ne uscirà: uno di qui, uscendo di qui, l’altro di lì, l’altro di lì, l’altro di lì, l’altro di lì, sono quelli che erano nella zuffa e venivano qui alla porta del Caracol a burlarsi dei compagni che stavano qui rinchiusi perché non li aggredissero, lì come siete ora voi, stavano loro.

E si facevano beffe di come ballava, dicevano del defunto, con le mazzate che gli stavano dando; si facevano beffe di come gli hanno sparato, di come lo hanno preso a colpi di machete, e tutte quelle cose che abbiamo pubblicato nell’inchiesta perché sono dolori nostri. Il Subcomandante Insurgente Moisés ha ormai terminato l’inchiesta, ma non verrà resa pubblica per evitare la vendetta. La si consegnerà al Frayba con i nomi eccetera, perché ormai sappiamo chi è stato. Eravamo in questa situazione, compagni, e non potevamo rispondervi nemmeno minimamente perché era una prateria secca, e con niente, una scintillina, si sarebbe incendiato tutto, e qui sarebbe stato un pandemonio di sangue. Abbiamo sopportato e sopportato ma questa rabbia non l’abbiamo slegata. Non l’abbiamo slegata ancora.

Allora la risposta, John Gibler, è: per gli zapatisti una morte ingiusta è troppo e per questo siamo disposti a tutto.

Questa conduzione dei media impone una logica inumana, assurda, fuori luogo in tutto il mondo. Guardate, per esempio i bambini e le bambine in Palestina: hanno dimostrato una grande pazienza nel morire, perché muore uno e non gli fanno caso, e continuano a sommare cadaveri finché prima i grandi mezzi comunicazione si voltino a vedere, e continuano a morire perché esca l’immagine. E continuano a morire perché l’immagine sia vista e devono morire in una forma scandalosa, indignante, perché la gente di sopra inizi a dire:“ sentite, no, cosa stiamo facendo lì?”, ossia per fare qualcosa. A noi zapatisti sorprende ogni volta di più quanto poco di umano ci sia nell’umanità di sopra.  Perché è necessario tanto sangue affinché dicano qualcosa? E poi viene fuori che sfumano la loro posizione: “sì, ammazzateli, ma non mostratelo perché ci mette in evidenza”.

Robert Fisk, che scrive su The Independent, della Gran Bretagna, diceva in altro modo quello che stiamo dicendo adesso: il fatto è che i grandi mezzi di comunicazione sono in crisi perché la gente che li legge – che è la classe alta, con alto poter di acquisto e ben informata, dicono – , è indignata perché i mezzi di comunicazione la trattano da idiota, cercando di presentare il massacro che avviene a Gaza come fosse uno scontro o come se la colpa fosse di Hamas. La gente si sente insultata, non è perché hanno i soldi che siano stupidi, alcuni sì che lo sono, ma in genere sono intelligenti e si sentono insultati, e lo riconosceva in un articolo, diceva: “è che siamo in crisi, la gente non ci crede più, non ci prende sul serio, e per di più reclama”. Da altre parti questo succede da anni, come qui in Messico. Tutto ciò che sta succedendo in Palestina, di cui nessuno parla, di questa pazienza mortale dell’infanzia palestinese, noi diciamo che è responsabilità del governo di Israele. Noi differenziamo sempre i governi dai popoli, sappiamo che c’è una tendenza naturale, anche se in altre occasioni abbiamo detto che il problema non è sionismo o antisemitismo, come continuano a dire le grandi teste pronunciando stupidaggini in grande stile.

Noi non possiamo dire che, poiché il governo di Israele è assassino, che il popolo di Israele sia assassino, perché allora direbbero che il popolo messicano è idiota perché il governo messicano è idiota, e noi, quanto meno, non siamo idioti. C’è gente in Israele, non sappiamo quanta, nobile, cosciente, onesta, e non ha bisogno di essere di sinistra, perché la condanna per ciò che sta accadendo in Palestina non ha a che vedere con la posizione politica, ha a che vedere con la decenza umana: nessuno può vedere quel massacro e dire che non sta accadendo nulla o che è colpa di un altro.

Quel che vi sto spiegando sulla crisi dei media prezzolati e l’emergere dei media liberi, alternativi o autonomi è una tendenza nella quale, nel lungo cammino dei media liberi o autonomi, vi accadranno cose: io non vorrei dirvelo, ma bisogna dirvelo.

C’è gente che si demoralizzerà, dicono i compagni, che è quando si arrende qualcuno, quando lascia il suo lavoro, la lotta, dicono che si è demoralizzato, che ha lasciato la lotta.

Gente a cui i media prezzolati diranno così: vieni dalla nostra parte – a mangiare merda, disse un subdirettore di un giornale, ma ti pagheranno per mangiare merda -, sia perché scrive bene, perché fa buone analisi o perché inquadra bene la foto, il video o quel che sia.

E alcuni se ne andranno, altri vi tradiranno, diranno: “no, non ce n’è, quel testo non è veritiero, lo hai inventato”, e così via. E altri che zoppicheranno. La claudicazione è una parola che i compagni capiscono bene, che vuol dire che sei lungo una strada e dici: ”ah no, sempre no, di qui no, meglio che vada altrove”. Quasi sempre in questo caso la questione ha a che fare non con il lasciare un impegno poiché a volte uno deve lavorare per vivere, ma con il lasciare una posizione rispetto all’utilizzo dell’informazione, in questo caso dei media liberi, autonomi, alternativi.

Uno dei problemi che avrete è quello dei soldi, ossia dovrete sopravvivere. Sopravvivenza. Questo è il vostro problema, non solo come media ma anche come essere umani: non dovete ancora mangiare? Anche se alcuni ormai stanno superando il problema, tuttavia…

Ciò che inoltre vogliamo sappiate, e attraverso di voi altri media liberi, è che noi vi riconosciamo questo sforzo e sacrificio. Sappiamo che è una cazzata venire fin qua per chi ha i soli, ma per chi non ce li ha è qualcosa di eroico. Noi ve lo riconosciamo, vi conosciamo, lo sappiamo e vi salutiamo. Tenete per certo che se c’è qualcuno che prende in considerazione quel che fate, siamo noi. Dove cercheremo l’informazione? Sui media prezzolati? No. Nelle reti sociali? Nemmeno. Nell’instabile e increspato mare della rete? Ti dico che nemmeno lì puoi trovare quel che cerchi.

Dunque c’è un vuoto su dove stia l’informazione. Il mezzo che usate ora è anche il vostro limite, arrivate a più gente ma è anche un limite perché la gente che non ha internet a media velocità, io li sfido a scaricare ora una vostra pagina, diamine, va a finire che succede un’altra guerra, un’altra sollevazione e arriviamo a vincere la guerra e non ha ancora finito di scaricare. Ci dovrebbe essere una versione più leggera o qualcosa del genere, da smartfon o roba simile. Ma la maggior parte dei vostri interlocutori o di quelli che dovrebbero essere i vostri interlocutori non lo sa usare, ma questo può cambiare. Noi diciamo che in questi tempi il mezzo principale di comunicazione è l’ascolto, per questo noi ci riferiamo a voi come gli ‘ascolta’. C’è gente, lo dicevo a Moi, che ha bisogno di parlare, non gli importa che non lo stiano ad ascoltare, deve parlare di qualsiasi cosa. Ma c’è gente che si preoccupa che l’ascoltiate, e affinché la ascoltiate sta scommettendo perché questo messaggio e questa parola arrivino più lontano.

La preoccupazione dei compagni e compagne del CNI che avete visto, è che portavano l’incarico che li ascoltaste. A differenza dell’Altra Campagna. Io mi ricordo di quegli incubi multipli, del divano collettivo del “flagellatevi, noi andiamo”, che è stato l’Altra Campagna, dove chiunque diceva quello che gli veniva in mente, non gli importava se lo stavano ascoltando oppure no, se lo stavano capendo oppure no, il gusto stava nel cavarsi, come si dice, la voglia. Per di più era gratis, immaginati quanto spenderesti dallo psicanalista o dallo psichiatra o come si dice ora.

Quindi non si tratta di altro che di avvisarvi che il mezzo è anche il limite e che bisogna ricercare. La fonte diretta appare ora come la principale, e noi diciamo: i popoli originari sono gli specialisti dell’ascolto. In verità vi sto avvertendo di ciò che verrà con il festival mondiale della ribellione e della resistenza, ossia è un’esortazione che non diventi il cartellone delle riunioni de La Otra, le assemblee preparatorie eccetera, perché questi compagni e compagne dei popoli originari sono specialisti nell’arte dell’ascolto, nella comunicazione per eccellenza.

Il fatto che chi in questo momento è l’attore, o sta soffrendo, o sta esercitando un’azione, ti dica come la vede, non impedisce che ci sia un’analisi. E’ quel che tu mi dici, ma io vedo questo e quest’altro. E’ cioè il lavoro dell’informatore.

E noi vediamo anche in questo utilizzo dei media, a partire dalla disgrazia della morte di Galeano, che anche nei media c’è questa differenza tra elemosina e il sostegno. Se i mezzi di comunicazioni prezzolati ti danno attenzione devi ringraziare, e qualcosa che non perdonano agli zapatisti, “non solo vi porgiamo la mano”, direbbero, “ma ci mordete la mano che vi aiuta”. Noi non vogliamo fare indigestione, sputiamo sulla mano, perché anche l’attenzione dei media è un’elemosina. Al contrario, per i media liberi, alternativi, autonomi, eccetera, non è una elemosina. E’ un dovere a cui stanno assolvendo, e lo fanno nonostante tutte le difficoltà che hanno, ed è il caso in cui diciamo “un media compagno”. So già che Tacho vi ha fatto a pezzi, e per questo che abbiamo tirato fuori il fatto dei ‘terzi compagni’ (nota: ora sì che chi parla ha detto giusto. Cordialmente “Los Tercios Compas”).

Ma questa è la differenza tra un media prezzolato e un media compagno. Non è che uno abbia i soldi, o guadagni, o no. La differenza sta nel fatto che per alcuni siamo una merce, sia che parlino di noi sia che non parlino; e per altri, come i vostri e come ce ne sono migliaia in tutto il mondo, siamo uno spazio di lotta.

Nell’evento di ieri che era aperto alla stampa, sono venuti solo tre giornalisti, anzi quattro: uno era dei tre visconti che hanno calunniato la morte di Galeano, e non è entrato. Gli altri tre erano uno di Proceso, uno che lavora nella stampa alla frontiera sud e un’altra che lavora con Aristegui. Fino ad ora avevo citato solo quello di Proceso, ma non è venuto nessun altro media, non so se è una cosa tipo “Paquita la del barrio” (nome d’arte di Francisca Viveros Barradas, cantante messicana, N.d.T.), per dispetto, ma sia come sia.

Oh quanti morti, poiché non era un evento dell’EZLN, era del CNI, oh quanti morti deve avere il CNI perché si voltino a guardare. “Molti”, diranno i media, “perché diventi una merce, e poi per vedere se vendiamo menzionandoti o vendiamo non menzionandoti”. La differenza per noi è che l’appoggio che si dà al compagno non pone condizioni perché sa che è davvero parte della stessa lotta.

Quindi, quello che noi vediamo in questo panorama caotico che vi sto presentando è che con l’ultra velocità e l’indigestione, l’eterogeneità delle informazioni, è paradossale che il miglior livello o il livello supremo di comunicazione sia la condivisione, questo livello diretto.

I compagni hanno scoperto qualcosa che voi avete scoperto nel vostro lavoro, che è il potere dell’ascolto. Se non è possibile che tutti stiamo ascoltando, allora serve qualcuno che afferri questa parola e la scagli indietro, come diciamo noi, ossia ai popoli, che è ciò che fanno gli “ascolta”. E in una maniera o nell’altra è quel che fate voi.

Ma siccome (secondo noi, già lo sapete, noi che non sappiamo nulla di mezzi di comunicazione) il livello supremo ora è la condivisione, coloro che lo usano meglio sono proprio coloro che bisogna ascoltare. Mi risulta che i popoli originari sono tosti in questo, quanto a pazienza, ma ve ne parlerà di più il Subcomandante Moisés.

Questo è quanto volevo dirvi. Compagni e compagne, non ci saranno domande perché mi risulta che in 20 anni mi avete ormai domandato tutto quello che mi dovevate domandare e credo di aver ricevuto un certificato di impunità per non rispondere nulla; ma questa ve la dovevamo.

Lo avremmo fatto comunque in quell’alba, ma siccome ora mi avete come terzo media (nota: mh… quello che parla non impara. Los Tercios Compas!) e stavo controllando che vi stavano piratando tutto, abbiamo detto no, meglio che vi lanciate perché non è giusto quello che stanno facendo i media prezzolati, perché non è stato soltanto un furto ma una sottrazione per disprezzo. O sia, me lo piglio e non dico di chi è perché a chi importa quel fottuto tuit o quella fottuta pagina che nessuno vede.

Era il reclamo, secondo quanto ci raccontano, che facevano i grandi mezzi di comunicazione che arrivarono a San Cristóbal: “quel Marcos è pazzo, come fa a scegliere gente che non ha nemmeno dieci visite nella sua pagina – quindi cliccate di più (incomprensibile), arrivate a 100 -, e non noi che abbiamo milioni di lettori”.

Quindi ve la dovevamo, compagni, ecco. Galeano non resterà in silenzio; a volte parlerà Tacho, a volte Moisés, a volte Galeano, a volte qualcun altro, il gatto-cane, o chissà. L’importante qui è che: uno, è cambiato l’interlocutore. Due, l’importante è la tendenza che noi vediamo nella vostra comparsa come media liberi, autonomi, alternativi, eccetera.

Il fatto è che abbiamo creato i terzi media (nota: argh! L-o-s T-e-r-c-i-o-s C-o-m-p-a-s!) perché non dobbiate farvi questo sbattimento di venire fin qua per mandarvi i materiali.

Non solo riconosciamo e diamo valore al vostro lavoro, soprattutto riconosciamo e diamo valore al sacrificio e allo sforzo che fate per voltarvi a vedere da questa parte.

Perciò, specialmente a voi, e in generale a tutti i compagni della Sesta, grazie.

E’ tutto Gotham City. (nota: chi parla ha voluto imitare la voce del supervillano, Mr Bane, però non gli è riuscito).

Fine dell’intervento del SupGaleano.

(Trascrizione dell’audio originale a carico de “Los Tercios Compas”. Sì, protestando e un po’ incazzati per gli strafalcioni, ma non importa, così è la storia, bisogna sopportare).

Copyleft: “los tercios compas” 12 agosto 2014. E’ consentita la riproduzione senza ricorrere all’autoerotismo, la circolazione underground e il consumo in modalità “impantanatevi che c’è fango”.

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2014/08/14/trascrizione-della-conferenza-stampa-dellezln-con-i-media-liberi-autonomi-alternativi-o-come-si-chiamino-del-10-agosto-2014-a-la-realidad-zapatista-chiapas-mexico-prima-parte-parole-del-supg/

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In Chiapas la «condivisione» di tutte le ribellioni

Luca Martinelli, LA REALIDAD, 13.8.2014

Zapatisti. Lo scorso weekend l’Ezln ha riunito nella Selva Lacandona i popoli indigeni del Messico. E annunciato per fine anno il primo «Festival mundial de las resistencias y rebeldias». La lotta e la festa, il «baile» e le rivendicazioni di chi la terra la abita e la cura

Selva Lacandona, il 10 agosto scorso  © Luca Martinelli

Al Cara­col de La Rea­li­dad ci sono quasi due­mila per­sone. Alla mez­za­notte del 9 ago­sto si muo­vono sul campo da basket per il baile (ballo) che con­clude ogni grande mani­fe­sta­zione pro­mossa in Chia­pas, nel Sudest mes­si­cano, dall’Esercito zapa­ti­sta di libe­ra­zione nazionale.

In que­sto ago­sto del 2014, l’Ezln ha dato appun­ta­mento nella Selva Lacan­dona ai popoli indi­geni di tutto il Mes­sico, riu­niti nel Con­gresso nazio­nale indi­geno (Cni). Dal 4 al 9 ago­sto, i dele­gati una tren­tina tra popoli, tribù e nazioni, arri­vati da tutto il Paese, hanno messo in comune le pro­prie lotte, le «resi­stenze» e le «ribel­lioni« che in tutto il Mes­sico riven­di­cano il rico­no­sci­mento dei diritti dei popoli ori­gi­nari sulle terre che abi­tano e che curano.

Poi, il 9 ago­sto, La Rea­li­dad ha accolto anche osser­va­tori nazio­nali e inter­na­zio­nali, per l’evento con­clu­sivo dell’incontro, che fin dal titolo — Com­par­ti­cion entre Cni e pue­blos zapa­ti­stas– richiama all’idea di «con­di­vi­sione». Alla ceri­mo­nia, con la let­tura dei docu­menti frutto dei cin­que giorni di lavoro, ha potuto par­te­ci­pare anche la stampa. Ezln e Cni hanno così annun­ciato che dal 21 dicem­bre 2014 al 3 gen­naio 2015 ospi­te­ranno il primo incon­tro mon­diale delle resi­stenze e delle ribel­lioni (Festi­val mun­dial de las resi­sten­cias y rebel­dias), un’iniziativa iti­ne­rante che verrà inau­gu­rata nell’Estado de México, pre­vede ini­zia­tive a Città del Mes­sico, il Capo­danno nel Cara­col zapa­ti­sta di Oven­tic, in Chia­pas, e la chiu­sura presso l’Universita della terra di San Cri­sto­bal de Las Casas.

foto Luca Martinellifoto Luca Martinelli

Il mes­sag­gio è chiaro: solo le lotte dal basso hanno il potere di cam­biare il Paese, di creare un mondo in cui pos­sano con­di­vi­dere molti mondi, tra cui quello indi­geno. Era il 2001 quando Ezln e Cni, insieme, rag­giun­sero Città del Mes­sico, nella «Mar­cia del colore della terra», per chie­dere il rico­no­sci­mento costi­tu­zio­nale dei diritti dei popoli indi­geni, come pre­vi­sto dagli Accordi di San Andres siglati nel 1996 tra Ezln e governo mes­si­cano. Ven­nero rice­vuti dal Parlamento messicano.

Tre­dici anni dopo quella richie­sta rimane ine­vasa, ma nel frat­tempo sono cam­biate molte cose. Anche la strada che porta a La Rea­li­dad, entrando nella Selva a Las Mar­ga­ri­tas, che ormai è “pavi­men­tata” fino alla comu­nita di Gua­da­lupe Tepeyac: non ser­vono più quat­tro ruote motrici per rag­giun­gere il rin­con zapa­ti­sta più cono­sciuto, ma il mes­sag­gio dell’Ezln e dei popoli indi­geni del Mes­sico si deve arram­pi­care ancora per sen­tieri impervi, per cer­care l’ascolto.

Il governo mes­si­cano, ad esem­pio, ha recen­te­mente appro­vato una legge di riforma ener­ge­tica, che apre la strada a pra­ti­che come il frac­king (la frat­tu­ra­zione idrau­lica per estrarre petro­lio e gas) e alla pri­va­tiz­za­zione della pro­du­zione e distri­bu­zione di ener­gia elet­trica e petro­lio, finora affi­date alle imprese pub­bli­che Cfe e Pemex.

La riforma del set­tore mine­ra­rio, appro­vata invece negli anni Novanta, e col­le­gata al Trat­tato di libero com­mer­cio del Nord Ame­rica tra Canada, Mes­sico e Stati Uniti d’America, ha invece por­tato alla con­ces­sione (tra atti­vita di esplo­ra­zione e sfrut­ta­mento dei gia­ci­menti) di una super­fi­cie pari a circa il 16% del ter­ri­to­rio nazionale.

Quando sabato mat­tina arri­viamo a La Rea­li­dad, men­tre la com­mis­sione di sicu­rezza («ofi­cina de vigi­lan­cia de los pue­blos») con­trolla i nostri pas­sa­porti all’ingresso del Cara­col, ascol­tiamo la fine dell’assemblea, con la let­tura del docu­mento che verrà pre­sen­tato nel pomeriggio.

È una lista di grandi opere (inu­tili), che come in Ita­lia vanno dalle auto­strade — come la San Cristobal-Palenque, qui in Chia­pas — ai grandi pro­getti ener­ge­tici, tra cui risal­tano dighe e gasdotti, come quello di 160 chi­lo­me­tri tra gli Stati di Pue­bla e Tlax­cala, nel cen­tro del Mes­sico. Si tratta di uno dei due inter­venti che, secondo la denun­cia del Con­gresso nazio­nale indi­geno, coin­vol­ge­rebbe un’impresa ita­liana, la Bonatti spa, che ha sede a Parma, si occupa di infra­strut­ture ener­ge­ti­che e ha par­te­ci­pato con alcuni pro­pri dele­gati alla mis­sione del gen­naio 2014 dell’allora pre­si­dente del Con­si­glio Enrico Letta. L’altra impresa ita­liana rite­nuta respon­sa­bile di vio­la­zioni ai danni dei popoli indi­geni si chiama invece Enel Green Power, par­te­ci­pata dallo Stato ita­liano, attra­verso Enel, e risulta impe­gnata nello svi­luppo di pro­getti eolici su terre comu­nali nella zona dell’Istmo di Tehuantepec.

Sotto il sole, alle tre del pome­rig­gio (ma alle quat­tro nel Sudest mes­si­cano, dove vige sem­pre la hora de Dios, quella solare), tutte le per­sone pre­senti si accal­cano di fronte al palco.

Tutte le foto scat­tate dai rap­pre­sen­tanti dei mezzi d’informazione pre­senti, quasi tutti indi­pen­denti, rac­con­tano que­sto momento della gior­nata, che si è tenuto nel tem­plete mon­tato a fianco del campo da basket, e ha visto i rap­pre­sen­tanti dell’Ezln e del Cni inter­ve­nire pro­tetti da un cor­done di sicu­rezza, neces­sa­rio dopo che pro­prio a La Rea­li­dad, nel corso di un’imboscata, il 2 mag­gio scorso era stato assas­si­nato un indi­geno, base d’appoggio dell’Esercito zapa­ti­sta di libe­ra­zione nazionale.

foto Luca Martinellifoto Luca Martinelli

Durante la ceri­mo­nia, che si e aperta con l’inno mes­si­cano e chiusa con quello zapa­ti­sta, il Sub­co­man­dante insur­gente Moi­ses, che guida l’Ezln, ha spie­gato che nes­suno «sa piu imma­gi­nare come deve essere la giu­sti­zia, e che solo il sudore può aiu­tare a capirla», aggiun­gendo che «biso­gna cono­scere il dolore, per capirla». «Siamo uomini e donne di mais, e come una milpa siamo ancora capaci di fio­rire. Men­tre il potere distrugge, noi dal basso rico­struiamo» ha con­cluso Moi­ses, lan­ciando l’invito al Festi­val che si aprira il pros­simo 21 dicem­bre anche Oltreo­ceano, abbrac­ciando ideal­mente ini­zia­tive come il Forum con­tro le grandi opere inu­tili e impo­ste (per l’Italia par­te­ci­pano, tra gli altri, il Movi­mento No Tav, re:Common e Opzione Zero, che si batte con­tro l’autostrada tra Orte e Mestre) e il Forum ita­liano dei movi­menti per la terra e il pae­sag­gio (www​.sal​via​moil​pae​sag​gio​.it).

Oltre all’appuntamento poli­tico, pero, l’iniziativa de La Rea­li­dad ha rap­pre­sen­tato uno spa­zio impor­tante di con­di­vi­si­zione («com­par­ti­cion» si legge sullo stri­scione espo­sto all’ingresso del Cara­col). Biso­gnava esserci, così, per vedere e rac­con­tare tutto il resto: il baile, le cucine sem­pre attive: «Per coloro che si alzano pre­sto per par­tire, le com­pa­ñe­ras hanno assi­cu­rato che dalle tre il caffè è pronto; dalle 4.30 ci sarà anche il pozole» (bevanda a base di acqua e mais, ndr) ha detto sabato sera, intorno alla mez­za­notte, uno zapa­ti­sta al micro­fono, inter­rom­pendo il ballo. Le file ordi­nate per usare le docce e i bagni, piatto, cuc­chiaio e bic­chiere, uno a testa, da con­ser­vare (con cura) vicino al pro­prio gia­ci­glio. Fri­jo­les, arroz, tor­til­las de mais y agua de limon, il menù. I «mili­ziani» che, armati di scope e sec­chielli, puli­vano e disin­fet­ta­vano i bagni.

La Rea­li­dad — che all’alba del 10 ago­sto è avvolta da una neb­bia quasi irreale — si è tra­sfor­mata in una cit­ta­della della spe­ranza. Che dalle mon­ta­gne del Sudest mes­si­cano — come si firma la coman­dan­cia dell’Ezln nei comu­ni­cati — ha lan­ciato un mes­sag­gio uni­ver­sale di «demo­cra­zia, giu­sti­zia, libertà».

Il Manifesto 14 agosto 2014 – http://ilmanifesto.info/in-chiapas-la-condivisione-di-tutte-le-ribellioni/

 

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Trascrizione della Conferenza stampa dell’EZLN con i Media Liberi, autonomi, alternativi o come si chimano, del 10 agosto 2014, a La Realidad Zapatista, Chiapas, Messico.

Seconda Parte: Sub Moisés

Segunda parte: palabras del Sub Moisés.

Bueno, compañeros, compañeras, escucharon lo que dijo el compañero Subcomandante Insurgente Galeano. Eso es lo que vemos, eso es lo que pensamos.

O sea necesitamos la fuerza de uno a otro porque si lo entendemos de cómo está la vida, entonces por qué no lo entendemos de cómo tenemos que enlazarnos unos a otros.

Algunos otros compañeros que quedan acá, que estuvieron como medios libres pero al mismo tiempo como CNI, esos y esas compañeras los escucharon y los vieron. Deben ahora sí que hacer compartición entre ustedes porque no es lo mismo de que yo platico pero yo no he escuchado.

Es allí donde se siente entonces que tenemos que enlazarnos, tenemos que agarrarnos de las manos unos a otros.

Como se les preguntaba a los compañeros del Congreso Nacional Indígena, de que tenemos que agarrarnos juntos, o sea indígenas y no indígenas, y los compañeros, ¿en una sola voz sale pues la palabra? Sí. O sea que los compañeros se entiende la vida de los que no son indígenas, entonces cómo vamos a hacer eso, ¿cómo vamos a luchar?

O sea hay un gran trabajo que es mucho más, nosotros pensamos que es mucho más difícil pues a ustedes los que viven en la ciudad, aunque también nosotros, los que vivimos en las comunidades como Congreso Nacional Indígena, pero por lo menos ahí todavía queda lo que es lo común, pero en las ciudades no.

Atrás de la barda de donde vive uno no sabe qué problema tiene su vecino, a veces ni lo conoce quién es su vecino; y en las tres paredes, yo vivo aquí y ahí vive la otra, el otro vecino y ahí vive el otro; no se preocupa mi vecino qué me está pasando a mí, ni yo me preocupo por parte de él o de ella. Y así está encadenado.

Entonces pues es un trabajo muy fuerte, con lo que viene, lo que dicen los compas “la bestia que viene”, pues entre todos nos van a destruir. Entonces cómo podemos hacer ese trabajo. Pero ahí lo que nosotros pensamos, no les estamos pidiendo de que entonces háganse indígenas, pero ni nos pidan tampoco que pensemos o que seamos como ciudadanos que están ahí.

No. Cada quien luchemos pero estemos unidos. Recuerden que como decía el finado SubMarcos, por tanto que hemos escuchado, por escuchar en varios de los caracoles que hemos hecho encuentro, tratamos de decir qué es lo importante y la hora de –por cierto, varias veces se hizo aquí–, no llegamos de acuerdo. Todos tienen las ideas buenas y no sale pues porque a fuerzas quieren que sea aceptado lo que dice uno, lo que dice otro, y esto, pero a los compañeros, lo que podemos hacer es ver cuál es lo que sí les funciona, pero solamente esto podemos detectarlo si es que escuchamos y si es que observamos.

Ya ven que algunos aquí, los que ya habían entrado ya en la última, el cierre de la asamblea del CNI, esperaban los compañeros que alguien va a dar la palabra para que se cierra, y no es que así lo teníamos acordado que así se iba a cerrar, bueno, para los que lo vieron, porque son los mismos compañeros lo cerraron, no estaba acordado.

Entonces se dieron cuenta de que pasó uno, ‘ah, entonces yo también quiero decir’. Cuando empezó querían dar todavía como compartición, pero se dieron cuenta de que no, ya es el cierre. Se encarrilaron ahí luego, luego y así se cerró, ¿por qué? Porque es nada más el sentido de que es de los compañeros la asamblea y por lo tanto son los asambleístas los que tienen que cerrar la asamblea. Esas cosas, por ejemplo.

Necesitamos ver qué cosa es que funciona y que entonces se sienten que todos somos iguales. No es eso de que “yo soy la más importante o el más importante”. Pensamos nosotros es que no. Pensamos que ése es ejemplo, cómo podemos hacer entre todos nosotros eso. O sea que vayamos encontrando cómo es eso que decimos que un mundo nuevo.

Hay que ir trabajando eso. Tan es así que los compañeros del Congreso Nacional Indígena dijeron: sí necesitamos compartir, no sólo nomás nosotros los indígenas, queremos compartir con los compañeros y compañeras de la Sexta nacional e internacional. Luego entonces, cómo vamos a compartir, porque hay que pensar los que no le entran a la Sexta, ¿cómo vamos a compartir con ellos y con ellas?

O sea, ¿cómo vamos a respetarnos? ¿Cómo vamos a construir ese respeto? Porque hay que construir ese respeto, así como estamos ahorita, esto. Y creo que entonces tenemos que mostrar ese ejemplo, compañeros y compañeras de la Sexta de la ciudad, y compañeros y compañeras de la Sexta en el campo, y que nos encontremos y nos sentimos uno solo, sin pedirnos dejar lo que somos, sino que nos unimos a lo que queremos, a este mundo.

Por ejemplo, cuando estábamos preparando esta compartición con los compañeros bases de apoyo, pensaban los compañeros y compañeras que (nosotros como mandos) íbamos a decirles “esto es lo que van a hacer”. No. Se tuvo que hacer la asamblea aquí donde están sentados ahorita, y empezó a salir las ideas y hasta que lo encontramos donde lo sentimos, como dicen los compas, estos son los puntos.

Pero salieron un montón de apuntes y hasta que comúnmente dijeron ‘esto es’. Para eso se enriqueció mucho, porque decían nuestros compañeros: la tierra –la madre tierra, como hablamos– se dice que en el marxismo, en el leninismo se dice que la base principal del capitalismo es los medios de producción, que es la tierra. Entonces los compañeros dicen no.

Y les preguntábamos por qué. Porque no, sí sabemos que así piensa el capitalismo y así nos hizo el favor de dejar escrito, ésos, los que transmitieron la idea, pero nosotros tenemos que entender, tenemos que luchar para decir ¡ni madres! No vamos a permitir que sea así.

Entonces la tierra, la madre tierra, es la base fundamental de la vida de los seres vivos, así sale de los que estábamos sentados acá.

A ver, compañero, compañera, argumenta eso.

Sí –dice–, porque entonces campo y ciudad, seres humanos en el campo y en la ciudad viven la tierra, y todo lo que hay encima de la tierra, los bichos, más lo que hay abajo, también es su base de la vida, los gusanitos, eso. ¿Por qué vamos a permitir a esos bestias que vienen a destruir?

Y luego entra en discusión otra vez así:

¡Ah, chingá! ¿Cómo vamos a hacer? Cómo vamos a hacer porque estamos diciendo de que es medio de producción y hay que quitárselos.

Así dijimos, porque se acuerdan que en uno de los encuentros ahí en CIDECI, el finado SubMarcos cuando presentó el bote de la coca ahí es donde decíamos que sí es medio de producción para nosotros, entonces que hay que quitar. Entonces cómo vamos a hablar con los compas del CNI, que tenemos que entenderlo que tenemos que quitar como medio de producción.

 

Otra vez empezamos a discutirlo eso. El problema de aquí es quién tiene las mejores tierras y quién se adueña de la riqueza que tiene la tierra. Ahí es donde empezamos a apartar eso.

No, pues es que son los transnacionales o los terratenientes, y por lo tanto sí se necesita de que hay que quitárselo.

Hay que quitárselo, nada más que ahora sí, entre todos los que vivimos en esa tierra, la madre tierra, todos tenemos que cuidarlo. Y hay compañeros que ahí dicen otra vez:

 

Sí, porque los que viven en la ciudad cuántas toneladas le va ahí en el excremento y se va en un río, entonces contaminan el río. Y los empresarios lo tienen jodido a la madre tierra.

Pero bueno, es nada más una partecita, cómo es tan rico cuando vemos común. Entonces les estoy pasando eso porque como que se necesita que haya compartición. No sé cómo lo vayan a hacer eso, porque se necesita organización, se necesita trabajo, se necesita pensar pues.

Pero creo que en el espacio que ya acordaron los compañeros, en el espacio como compañeros y compañeras de la Sexta, que se vaya organizándose eso y cada quien va a tener que luchar de lo que va a tener que transmitir.

De verás que se siente que si alguien transmite lo que ha observado, o lo que ha trabajado, o lo que ha convivido con el pueblo. Porque luego se siente de que alguien así como presumiendo “es que yo”, “es que mí” o “él”, o “ella”. O sea, lo estás levantando a él, a ella, y lo real, no es cierto, es lo que estábamos explicando entre nosotros como CNI, que tenemos que consolidar lo que era antes, que verdaderamente representaban a los compañeros, las compañeras.

Porque todavía existen. Claro que lo quieren destruir por completo, pero no han podido el capitalismo. Pero sí hay una buena parte ya que sí, pero es por el control está haciendo su trabajo.

Entonces creemos de que con esto algo va a tener que venir, otro trabajo. Porque esto, no se crean que nosotros lo planeamos, ésa es una de las cosas, nosotros no lo planeamos esto, vino del mismo de los compañeros y las compañeras; eso es uno de lo que les compartía a los compañeros casi finalizando la asamblea.

Y eso queremos compartirles también aquí como medios libres, porque vemos que cuando hablamos a nuestras bases, a nuestros pueblos, nada más tenemos que apoyarlos a ellos y acordar con ellos y con ellas si les parece pues de lo que sale en su participación de ellos y de ellas.

Estaba eso de que nosotros estábamos como entregando la herencia, como decimos. Y la única herencia que íbamos pasándoles de cómo se tiene que trabajar, cómo se tiene que cuidar y todo eso, pues es la organización como EZLN y la autonomía.

Entonces los compañeros y las compañeras decían, “te falta otra, porque qué vamos a hacer, no sabemos qué vamos a hacer con eso –sobre de la Otra Campaña–. Y es también ahí donde a nosotros eso nos despertaron porque entonces qué íbamos a decir de la Otra. Ahí es donde les dijimos:

Pues más bien ustedes. Lo que queremos de la Otra es que el pueblo se organiza y que un día tiene que mandar ese pueblo, o sea es lo que ustedes están haciendo. Entonces ustedes tienen que compartir con los compañeros de la Sexta, los que le entran al trabajo de la Sexta. Eso fue una campaña que hicimos, por eso se llama Otra Campaña, pero los que le entran al trabajo de lo que dice la Sexta, que es organizarse, que es luchar y ser anticapitalistas, entonces hay que compartir con esos compañeros y compañeras.

Como estábamos discutiendo eso, ya entre todos y todas, ahí es donde sale.

Pues como que hay que hacer una escuelita entonces –dicen los compás.

Por eso de ahí nace, pues se va a llamar escuelita porque así sienten, sintieron los compañeros que es una cosa chiquitita, es una escuelita. Entonces vamos a probar y vamos a hacer. Y sí, ayudó mucho, y muchos de los compañeros y compañeras, de los alumnos y alumnas que vinieron, tienen otro forma de pensar ahora porque ya lo vieron en sus propios ojos, no es porque se lo cuentan, no es porque vieron en película, sino que las vivieron esas horas que estuvieron ahí.

Entonces de seguro que esos compañeros alumnos y alumnas que vinieron, algo quizás, nos van a querer compartir.

Entonces eso es lo que vemos.

Pero muchas veces cuando hacemos ese tipo de compartición, a veces se calma unos minutos y luego nos empezamos a hacernos pregunta de todo lo que ya dijimos. ¿Qué vimos? ¿Qué pensamos? ¿Qué creemos?

Entonces aquí los compañeros, los que estuvieron como Congreso Nacional Indígena, y lo que ahora escucharon otra vez ahorita, ¿cómo lo ven? ¿Qué se imaginan? Y como medios que llegaron pues escucharon lo que presentaron los compañeros en la clausura, a lo mejor de ahí tienen alguna pregunta pues, porque dentro de la pregunta vámonos ayudando y vámonos aclarando lo que no está claro, así que si tienen pregunta hagan la pregunta y si no hay quiere decir que todo está claro… o nada se entendió.

(Fin de la intervención del Sub Moisés, siguen las intervenciones y preguntas de los medios libres y l@s compas de la sexta mundial presentes)

(Transcripción del audio original a cargo de “Los Tercios Compas”)

Copyleft: “los tercios compas” 12 agosto del 2014. Se permite la reproducción in vitro, la circulación aún con carga vehicular y el consumo desmedido.

http://radiozapatista.org

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