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Archive for marzo 2012

La Jornada – Venerdì 30 marzo 2012

Gli abitanti di Mitzitón ammettono l’errore di strategia

Hermann Bellinghausen

La comunità tzotzil di Mitzitón, a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, che come aderente dell’Altra Campagna si è opposta all’autostrada San Cristóbal-Palenque, in un documento collettivo riconosce di aver commesso errori sorti nella contingenza dello sciopero della fame dell’anno scorso dei prigionieri politici in Chiapas, tra loro “due dei nostri compagni. Come comunità, decidemmo la partecipazione e le autorità si incaricarono di partecipare alle riunioni (con funzionari governativi) e poi informare la comunità”.

Come si ricorderà, il 14 ottobre 2011 fu diffuso un comunicato in cui si ringraziava il governo del Chiapas per la liberazione dei compagni detenuti della comunità di Mitzitón, misura che, attraverso l’intervento della Commissione Statale dei Diritti Umani, provocò una scissione nello sciopero della fame in corso tra settembre e novembre dei prigionieri politici dell’Altra Campagna in tre prigioni chiapaneche.

La comunità sostiene: Questa missiva indirizzata al malgoverno era firmata dalle autorità e dai rappresentanti che in quel momento erano competenti e ne avevano facoltà. Tuttavia, il modo in cui il documento fu firmato fu ingannevole e con mancanza di chiarezza da parte dei pochi rappresentanti nei confronti della comunità e della maggioranza delle autorità; fu un errore e lo riconosciamo. Nei mesi successivi, aggiungono, abbiamo verificato e mantenuto l’unità della nostra comunità parlando tra di noi e con i compagni di altre organizzazioni, mentre quei rappresentanti non sono stati disponibili a chiarire quello che era successo.

Ora la comunità denuncia che questi hanno tradito la fiducia del popolo, perché si sono venduti al malgoverno per ottenere qualche progetto; ancora non sappiamo per quanti soldi hanno venduto la dignità e la lotta di Mitzitón. I rappresentanti ejidali oggi delegittimati sono Manuel Díaz Heredia, Osvaldo Blas Díaz Jiménez, Juan de la Cruz Hernández e Juan Manuel Díaz Jiménez.

Queste persone hanno tradito la resistenza del popolo per pochi pesos, hanno tradito la fiducia che compagni e compagne del Messico e del mondo avevano nel popolo di Mitzitón. Gli indigeni riconoscono il loro errore e che per colpa di queste persone si  interrompesse lo sciopero della fame dei prigionieri politici togliendo forza alla lotta per la loro liberazione. Successivamente abbiamo tenuto assemblee e nominato nuove autorità e rappresentanti che saranno maggiormente controllati dal popolo. E con maggiore chiarezza.

Soprattutto continuiamo la lotta, Mitzitón resiste e non si è venduto. Gli indigeni dichiarano: “Non cederemo e non cadremo nei trabocchetti del malgoverno. Difenderemo la nostra terra ed il nostro popolo. L’autostrada San Cristóbal-Palenque non passerà per le nostre milpas e sulle nostre case. Continueremo in lotta e organizzati insieme all’Altra Campagna, ai compagni zapatisti e a tutti coloro che nel mondo resistono per una vita libera e degna”.

Per confermare che Mitzitón c’è, la comunità ha realizzato un blocco sulla strada che attraversa il villaggio nel quadro della mobilitazione nazionale contro le tariffe dell’energia elettrica lanciata questo giovedì in almeno 11 stati del paese. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/30/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 25 marzo 2012

Avanza l’ecoturismo nella selva del Chiapas che calpesta la popolazione originaria

Hermann Bellinghausen. Inviato Palenque, Chis. 24 marzo. L’ecoturismo avanza nella selva nord del Chiapas e sottomette ai suoi piani la popolazione originaria – perfino quella urbana – a fini commerciali, minacciando la proprietà e l’autodeterminazione comunitaria. E chi esprime critiche od oppone resistenza a queste nuove pratiche turistiche, promosse dalle autorità e dagli investitori, viene espulso da questo mercato che è tradizionale nella zona. Ciò fa sì che gli operatori del settore che sono in disaccordo non osino manifestarlo apertamente.

A Palenque circola un volantino anonimo in cui si dice: “La stagione turistica condiziona l’economia e la assoggetta ad interessi schiavisti, impedendo così la stabilità economica e strozzando con i debiti. L’ecoturismo è utilizzato per comprare le coscienze, identificare gli oppositori ed attaccarli tramite i paramilitari”.

L’ecoturismo, reclamizzato come panacea economica e benefico per l’ambiente minacciato, “è uno strumento politico-economico-militare contro l’autonomia indigena”, si aggiunge nel messaggio. “Si insegna informatica e inglese per ‘civilizzare’ l’agricoltore e trasformarlo in lavoratore dipendente al minimo salariale. Passatempi umilianti, piaceri nocivi, racconti insultanti, ambiente inquinato e profezie televisive sono parte della guerra totale contro di te”.

Bisogna ricordare che la zona nord del Chiapas da oltre 15 anni è lo scenario ricorrente della violenza paramilitare, soprattutto del gruppo priista conosciuto come Paz y Justicia, sebbene periodicamente cambi nome e filiazione di partito. I suoi membri sono stati anche perredisti ed ora una percentuale significativa appartiene al Partito Verde Ecologista del Messico, al quale il tricolore sembra aver ceduto questa zona in vista della prossima tornata elettorale; il candidato a governatore di PRI-PVEM sarà, molto probabilmente, il leader statale dei verdi.

Il turismo non solo esercita nuove pressioni sugli abitanti della selva nord, soprattutto a Palenque ed i vicini Salto de Agua, Playas de Catazajá ed Ocosingo. Le agroindustrie per la produzione di agrocombustibili si sono estese negli allevamenti, sulle piantagioni agricole e terre ejidali. Affittati o venduti, da Palenque fino a Marqués de Comillas, già nella selva Lacandona, migliaia di ettari sono stati riconvertiti in piantagioni di palma africana.

Organizzazioni civili ambientaliste, come Otros Mundos, hanno documentato la “disastrosa” monocoltura della palma, molto diffusa nel municipio di Palenque. Il governo del Chiapas, secondo Otros Mundos (ottobre 2011), obbliga i contadini che accettano il programma di riconversione “a non tagliare la pianta olearia per 25 anni”, e questo “è un modo di rubare la terra all’ejidatario” che non può seminare alimenti né allevare bestiame. “Regala le sue proprietà e ci mette manodopera a basso costo, il governo regala o sovvenziona le piante ed il guadagno se lo portano via le imprese”.

Le piantagioni per il combustibile vegetale del futuro “distruggono boschi, foreste, biodiversità, piante medicinali, fiori ed animali, frutti, legname, fibre, carne, miele, funghi; degrada, erode, inquina ed impoverisce i suoli. Restano solo ‘deserti verdi’ con temperature insopportabili per altre forme di vita”.

Contraddicendo le ottimistiche cifre ufficiali in materia di impiego, Otros Mundos sostiene che non genera molti posti di lavoro, “donne e uomini che lavorano nelle piantagioni passano mesi senza stipendio, senza attrezzi adeguati, in cattive condizioni lavorative e senza assistenza sociale”.

Il governo sostiene che “la palma darà migliori condizioni di vita ai produttori indigeni e contadini, migliori entrate economiche e più posti di lavoro; che con le piantagioni si rimboschisce, si combatte il cambiamento climatico, si recuperano i bacini e non si danneggia l’ambiente”. Ma la riconversione produttiva e le monocolture di palma “non potranno mai essere sostenibili”, sostiene Otros Mundos. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/25/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 24 marzo 2012

I megaprogetti turistici minacciano le aree naturali protette del Chiapas

Hermann Bellinghausen. Inviato. Palenque, Chis. 23 marzo. Un fantasma si aggira nelle regioni indigene del Chiapas: l’espansione territoriale ed economica del turismo transnazionale che pone a rischio la vita produttiva, la cultura maya millenaria e l’ambiente, elementi che la propaganda degli investitori dice, al contrario, di proteggere. L’epicentro dell’imminente riconversione culturale e produttiva si trova a Palenque, ma mira anche alle lagune della selva Lacandona, principalmente Miramar, ancora oggi uno dei grandi prodigi naturali del Messico.

A Palenque gli investitori si fregano le mani. Nonostante i “contrattempi” di ordine sociale che hanno suscitato i progetti e megaprogetti programmati nella regione (espressi nell’opposizione attiva di comunità indigene in resistenza che ne verrebbero colpite) e le  impreviste limitazioni di bilancio imposte dall’attuale governo, si calcola che in due anni, con la notevole zona archeologica come epicentro, questa regione del nord chiapaneco entrerà nel mercato globale – specificamente rivolto al consumatore statunitense – come “destinatario” di primo livello di “avventura” light (tipo Costa Rica).

Durante il governo di Calderón si è proclamato che questi progetti turistici e infrastrutturali faranno esplodere lo sviluppo.

Secondo la testimonianza di un agente turistico di lunga esperienza che ha chiesto l’anonimato, ma che conosco bene, le autorità “vogliono privatizzare le aree naturali protette, e di fatto si sono già insediate qui le segreterie del ministero del Turismo e Ambiente e Risorse Naturali e l’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia, in un progetto che conta sull’appoggio finanziario di agenzie statunitensi come la USAID”.

L’informatore prevede, così come le autorità e gli investitori, la resistenza di abitanti ed operatori del settore dei servizi tradizionali che verrebbero rimpiazzati da una “nuova generazione” di guide, mentre gli autotrasportatori sarebbero dedicati ad un simpatico “treno archeologico” o autobus per il trasporto dei turisti dal nuovo aeroporto la cui costruzione “ora” sembra procedere.

Con questa “fusione” istituzionale si vogliono superare le scomode contraddizioni e confusioni legali tra parco nazionale, zona archeologica e zona turistico-alberghiera. “Ce n’è per tutti”, dice l’intervistato. “Le grandi catene alberghiere costruiranno i loro hotel nelle vicinanze della zona archeologica (a 9 km dalla città di Palenque), con centri commerciali e tutti i servizi”. Questo turismo pre-confezionato prescinderà dai servizi forniti dalla popolazione locale.

Come si è visto in anni recenti, il principale “ostacolo” sono le popolazioni indigene considerate nel progetto (come quelle che vivono ad Agua Azul, Agua Clara o Roberto Barrios), dove gli abitanti sono divisi o in conflitto, alcuni a favore dei progetti, altri che si oppongono.

Nell’area di Palenque ci sono in particolare due proprietà che, rifiutando di vendere, saranno espropriate “a prezzi stracciati”, “e già sono previsti gli interventi della forza pubblica, se necessario, nella comunità indigena El Naranjo, vicina alla zona archeologica; l’altra sono alcune capanne per turisti nell’area protetta”.

Le nuove guide addestrate per questo nuovo progetto di turismo sono state selezionate tra comunità choles, tzeltales e lacandone, tra i gruppi filogovernativi, impedendo che abbiano legami tra loro. La loro formazione omette conoscenze storiche a favore di un “turismo naturale” ed un addestramento “di sopravvivenza” studiato “secondo i gusti dei gringos; gli indigeni vengono perfino nutriti con hamburger Burger King, come se fosse una cosa straordinaria”. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/24/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo

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La Jornada – Domenica 18 marzo 2012

A Tenejapa, Chiapas, arrestato Francisco Sántiz López, base di appoggio dell’EZLN

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 17 marzo. La Giunta di Buon Governo (JBG) Corazón Céntrico de los Zapatistas Delante del Mundo, con sede nel caracol di Oventic, ha denunciato l’arresto ingiustificato di Francisco Sántiz López, base di appoggio dell’EZLN nel municipio ufficiale di Tenejapa, accusato di un crimine successo quando lo stesso Lopez non si trovava sul luogo dei fatti. Il 4 dicembre 2011 era stato fermato a Tenejapa, “accusato falsamente di aver guidato una provocazione in cui era  rimasto ucciso Pedro Méndez López, del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) dell’ejido Banavil”.

La cattura era stata ordinata dai giudici Alonso Méndez Guzmán e Juan Fernando Guzmán López, e da Alonso López Hernández, comandante in seconda della polizia municipale. Priíiti degli ejidos Mercedes, Santa Rosa e Banavil “hanno fatto pressione presso il pubblico ministero per far arrestare definitivamente Francisco, per soddisfare il volere dei cacicchi”. Il detenuto ha rivelato che le autorità gli avevano detto: “Ti teniamo qua un po’ per proteggerti da eventuali aggressioni da parte dei priisti”. È da allora che è rinchiudo “ed ora hanno costruito dei reati contro di lui” riportati negli atti 177/2011.

Secondo queste false accuse, Francisco si sarebbe “trovato in casa di Antonio López Girón insieme a Lorenzo e Pedro López Girón ed Alonso López Luna”, ed ognuno di loro si presume “avevano armi da fuoco”. La JBG ha concluso le proprie indagini ed appoggia le versioni del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) e dei coloni di Banavil che furono aggrediti dai priisti delle comunità citate. Durante i fatti perse la vita Pedro Méndez che, insieme ad una cinquantina di priisti “armati di bastoni, machete ed armi avevano aggredito Alonso, Antonio, Lorenzo e Pedro nelle loro case”.

I López Girón “non sono zapatisti né appartengono a qualche partito politico” ma sono innocenti, sostiene la JBG. Da parte sua, Francisco qualche ora dopo, a Tenejapa, aveva incontrato Petrona ed Anita, figlie di Alonso López Luna. “Anita sanguinava ancora per le bastonate ricevute e dissero che avevano ammazzato il loro papà e che loro erano presenti quando questo è avvenuto ed hanno denunciato gli aggressori al pubblico ministero”. Francisco ha dei testimoni che dichiarano che egli non si trovava sul luogo dei fatti: Diego Girón Hernández, Rosa Pérez Luna, Daniel Pérez Sántiz e María Girón Jiménez, che hanno già depositato le loro testimonianze.

Il Frayba ha raccolto altre testimonianze che confermano l’innocenza degli arrestati. Ciò nonostante, “i giudici, i funzionari e la commissione de diritti umani del malgoverno sono rimasti sordi ed inumani, ed è chiaro che stanno proteggendo e difendendo i veri colpevoli”.

Gli aggressori di Banavil da tempo minacciavano di espellere o ammazzare le famiglie López Girón ed Alonso López Luna, che da allora è desaparecido e si teme per la sua vita, benché le autorità non sembrano stare indagando sul caso.

“I cacicchi di queste tre comunità hanno organizzato la provocazione”, prosegue la JBG. Circa 50 uomini armati “circondarono la casa e tirarono fuori Alonso per picchiarlo. Lorenzo, suo figlio, per difenderlo, fu colpito da colpi di pistola al petto e all’inguine”. In quell’attacco “organizzato dai cacicchi morì uno degli aggressori”.

La JBG chiede la libertà immediata e incondizionata del suo compagno Francisco Sántiz e di Lorenzo López Girón, in prigione da 104 giorni. È stata offerta loro la libertà “pagando una cauzione di 32 mila pesos per l’omicidio e 40 mila per porto d’armi” ognuno. Somme che si rifiutano di pagare “perché il loro arresto è ingiusto”.

La JBG ritiene “insopportabile, inaccettabile ed inumano l’atteggiamento dei giudici, del ministero e dei malgoverni statale e federale, corrotti ed abituati a fabbricare reati e condannare persone innocenti”. Gli attacchi “violenti e assurdi”, conclude, sono contro l’autonomia delle comunità e dei municipi zapatisti; il loro obiettivo è impedire “l’esercizio del nostro diritto all’autonomia ed alla libera determinazione come popoli originari”. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/18/politica/017n1pol

Comunicato della JBG

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Los de Abajo

 Deve essere liberato

Gloria Muñoz Ramírez

 Il professor Alberto Patishtán Gómez, professore tzotzil e membro della Voz del Amate, è stato arrestato in Chiapas nel 2000 e condannato a 60 anni di prigione. Difensore della sua comunità e dei diritti degli indigeni ingiustamente imprigionati, oltre ad essere membro dell’Altra Campagna, lo scorso 20 ottobre è stato ingiustificatamente trasferito in una prigione federale di Guasave, Sinaloa. Da 12 anni gli abitanti della sua comunità, gruppi sociali ed organizzazioni per i diritti umani lottano per la sua libertà.

Il 29 febbraio scorso, il giudice di distretto di Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, ha ordinato il ritorno del professor Patishtán nel Carcere numero 5, con sede a San Cristóbal de Las Casas, a riconscimento dei suoi diritti umani violati. Questo vuol dire che da un momento all’altro l’attivista sociale sarà di nuovo in Chiapas, più vicino ai suoi familiari, ma anche che continuerà a restare in carcere per un delitto che non ha commesso, per essere indigeno e, la cosa peggiore, per essersi organizzato dentro le prigioni per chiedere la sua libertà e quella dei suoi compagni.

Accusato di aver ucciso sette poliziotti a Las Limas (El Bosque), nel giugno del 2000, Patishtán, insieme ad altri detenuti accusati di reati inventati, aveva organizzato scioperi della fame e mobilitazioni internazionali, ottenendo la liberazione di molti di loro. Questo ha fatto sì che improvvisamente lo trasferissero in una prigione federale a 2 mila chilometri di distanza, azione che è stata deplorata dai difensori dei diritti umani del Messico e del mondo, come Amnesty International che ha denunciato che il trasferimento è una rappresaglia per il suo ruolo attivo negli scioperi della fame e nelle rivendicazioni per il rispetto dei diritti umani dei detenuti.

Patishtán apparteneva ad un gruppo di comuneros avversari dell’allora presidente municipale di El Bosque, il priista Manuel Gómez Ruiz, che li teneva sotto minaccia. Il giorno dei fatti, Patishtán si trovava nel municipio di Huitiupan insieme a dei padri di famiglia, perché lì dirigeva una casa d’accoglienza, fatto esposto chiaramente negli atti. La sua liberazione deve essere immediata.

(Circola una campagna di solidarietà con la comunità di San José del Progreso, Oaxaca, dove è stato assassinato Bernardo Vásquez, dirigente della sua comunità contro il progetto dell’impresa mineraria canadese Fortuna Silver Mines, e membro del Tribunale Permanente dei Popoli.Per aderire, scrivere all’indirizzo di posta elettronica: afectadosambientales@yahoo.com.mx)

http://www.jornada.unam.mx/2012/03/17/opinion/017o1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 15 marzo 2012

Funzionari della commissione dell’ambiente minacciano tre comunità dei Montes Azules che hanno una settimana di tempo per abbandonare le terre che occupano; in caso contrario arriverà la polizia

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 14 marzo. Anche se ufficialmente non lo ammettono, funzionari della commissione dell’ambiente hanno ribadito la minaccia di sgombero contro le comunità di San Gregorio, Salvador Allende e Ranchería Corozal, nei Montes Azules, Il direttore regionale, Francisco Javier Jiménez González, ed il direttore della riserva della biosfera, Julio César Romi Cortez, entrambi della Commissione Nazionale per le Aree Naturali Protette, “hanno mandato una persona dell’ejido Candelaria nei tre villaggi per trasmettere il messaggio di questi due funzionari, ovvero: ‘i tre villaggi hanno solo una settimana di tempo, a partire da lunedì 12, per accettare il denaro e lasciare le terre che stanno occupando; in caso contrario, i poliziotti federali e statali sono pronti a cacciarli’ “.

Questo ha denunciato la Asociación Rural de Interés Colectivo Unión de Uniones Independiente y Democrática (ARIC-UUID), alla quale appartengono questi villaggi che si trovano nella cosiddetta zona lacandona, con le cui autorità per i beni comunali sono arrivati ad un accordo diretto, tra comunità, e che ora i funzionari vogliono violentare. Si sa che il governo e gli investitori privati vogliono realizzare progetti turistici e commerciali autorizzati dalla legge dentro la “riserva” della selva. E per fare questo, le popolazioni indigene sono d’intralcio.

Firmata dalla presidentessa della ARIC-UUID, Vicenta Méndez Ruiz Salvador Lorenzo, la denuncia dice: “Dopo più di 35 anni di conflittualità agraria tra i beni comunale zona lacandona (BCZL) ed i tre villaggi collocati in terreni della zona, siamo giunti ad un accordo di conciliazione che ha posto fine al conflitto agrario ed a permesso il riconoscimento da parte dei BCZL del possesso dei terreni dei nostri tre villaggi”.

In conseguenza di questo, le autorità ejidali della zona lacandona “hanno chiesto alla Segreteria della Riforma Agraria che, come stabilito dalla legge agraria, articolo 93, procedesse ad espropriare i loro terreni e consegnarli ai fratelli tzeltales e tzotziles dei tre villaggi”.

I due gruppi “abbiamo proceduto congiuntamente per avere giustizia, ma fino ad ora abbiamo trovato solo omissioni e minacce di sgomberare i tre villaggi”. L’ultima, riferiscono, “è arrivata l’11 marzo”.

Di questa, “illegale secondo gli articoli 1, 2 e 27 della Costituzione Politica”, l’ARIC-UUID ritiene responsabili i segretari federali del Ministero dell’Ambiente e Risorse Naturali e della Riforma Agraria, il delegato nazionale per le Aree Naturali Protette, ed in generale lo Stato messicano, per “le azioni che hanno compiuto, come le minacce e le omissioni nelle quali sono incorsi non rispondendo alla richiesta di regolarizzazione attraverso l’esproprio agraria, come previsto dagli accordi raggiunti”.

L’organizzazione dichiara: “Non permetteremo più lo sgombero, il diritto e la ragione sono dalla nostra parte come popoli indigeni e secondo i nostri diritti umani. Inoltre, ricordiamo loro, siamo discendenti ed eredi del popolo maya che ha abitato e vissuto su queste terre da prima della colonizzazione”. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/15/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Martedì 13 marzo 2012

Il Frayba ed i familiari chiedono la liberazione immediata del professore tzotzil Alberto Patishtán

HERMANN BELLINGHAUSEN

Con l’eccezionale sostegno di più di 60 organizzazioni, comitati e commissioni indipendenti per i diritti umani di tutto il paese, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) ed i familiari del professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez questo lunedì hanno chiesto la liberazione immediata del forse più importante prigioniero di coscienza del paese. Hanno inoltre comunicato che il 29 febbraio scorso Patishtán ha vinto un ricorso per essere riportato a San Cristóbal de las Casas.

Hanno denunciato che il governo del Chiapas è responsabile della “punizione” inflitta al docente ed attivista indigeno, che dopo 11 anni trascorsi nelle prigioni statali scontando una condanna a 60 anni, è stato trasferito per punizione alla lontana prigione federale di Guasave, Sinaloa. Questo, per uno sciopero della fame dei detenuti dell’Altra Campagna in tre prigioni chiapaneche, del quale era portavoce. Le organizzazioni sostengono che le autorità statali volevano spedirlo alle isole Marías.

“Il governo del Chiapas ha sempre negato di aver chiesto questo trasferimento” segnalano. “Tuttavia, nelle carte del ricorso appare chiaramente che il segretario generale di Governo, Noé Castañón León, sollecitava il suo trasferimento ‘al complesso penitenziario isole Marías o ad altro centro penitenziario fuori dal Chiapas’, mostrando chiaramente l’intenzione di allontanarlo dalla degna lotta per la sua libertà”.

Ricordano che “come punizione per questa lotta e per difendere i diritti umani, il 20 ottobre del 2011, per uno sciopero della fame della Voz del Amate e dei Solidarios de La Voz del Amate in Chiapas, è stato trasferito al Centro Federale di Reinserimento Sociale numero 8 di Guasave, dove si trova attualmente”.

In conferenza stampa, con la presenza , tra altri, del direttore del Frayba, Víctor Hugo López, e della figlia del professore, Gabriela Patishtán, avvocatessa, è stato diffuso un pronunciamento in cui si sottolinea: “Questo caso è un chiaro esempio del grave problema nell’amministrazione della giustizia in Messico”. L’arresto risale al 19  giugno 2000, “condannato a 60 anni con l’accusa di imboscata ed omicidio di poliziotti del municipio di El Bosque”.

Oggi è stata decretata la sua innocenza. Durante la sua detenzione, “Patishtán ha sempre partecipato attivamente alla vita politica del suo municipio”, e denunciato la corruzione dell’allora giunta, sollecitando le dimissioni del sindaco “e la creazione di un consiglio municipale”, raccontano gli organismi dei diritti umani.

In quegli anni era in auge la contrainsurgencia del governo federale e del governatore Roberto Albores Guillén, proprio in questo municipio, dove nel 1998 soldati e poliziotti misero a ferro e fuoco il municipio autonomo zapatista San Juan de la Libertad, imponendo un sindaco priista complice di molti delitti. Il massacro di poliziotti del quale Patishtán è unico accusato non è mai stato chiarito in maniera soddisfacente. Come neppure il massacro precedente di zapatisti e perfino priisti.

Sottoscrivono il documento il vescovo Raúl Vera, Javier Sicilia, Gustavo Esteva, Magdalena Gómez e decine di altre persone, insieme a numerose organizzazioni nazionali e di una decina di paesi che dicono di unirsi alla “degna lotta” di Patishtán. “Dalla prigione ha lavorato per la difesa dei diritti delle persone private della libertà, denunciando le violazioni delle garanzie che avvengono nel sistema penitenziario in Chiapas”, sostiene la denuncia collettiva.

Il 29 febbraio, il giudice di distretto di Tuxtla Gutiérrez, “ha ordinato il ritorno di Patishtán nel Carcere N. 5 di San Cristóbal de Las Casas, dove si trovava prima”. Questo, “in restituzione dei suoi diritti umani violati”.

Il pronunciamento conclude: “Per la sua azione politica prima della sua detenzione e per la sua difesa dei diritti umani è un prigioniero politico, per questo chiediamo al governo messicano la sua immediata liberazione”. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/13/politica/016n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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ROBERTO BARRIOS

DIFENSORE DELLA RIFORMA AGRARIA

Gloria Muñoz Ramírez

Nell’ottobre del 1991, nello sprint finale dei preparativi per lo smantellamento delle conquiste rivoluzionarie plasmate nell’articolo 27 della Costituzione, il settimanale Punto mi mandò ad intervistare Roberto Barrios Castro, capo del Dipartimento dell’Agricoltura all’epoca del presidente Adolfo López Mateos (1958-1964). Si trattava di conoscere la sua opinione sulla fine della ripartizione agraria, al quale si era dedicato durante quell’amministrazione, ed è così che il suo nome arrivò in Chiapas, e sull’inizio della privatizzazione della terra. Venti anni dopo, tra i ruderi apparve un libro intitolato El hombre es la tierra [L’uomo è la terra – n.d.t.], dedicato da Roberto Barrios a quell’autunno. E’ da allora che ho potuto vincolare questo ex funzionario pubblico al nome della comunità zapatista del nord del Chiapas in cui si trova uno dei cinque Caracoles, sedi del governo autonomo dell’EZLN. In quell’ottobre fui accolta da un signore ultraottantenne che sarebbe poi scomparso proprio nel 1994, a 86 anni. Due anni dopo la riforma al testo originale dell’articolo 27, relativo alla proprietà della terra e delle risorse naturali promossa dall’allora presidente Carlos Salinas de Gortari, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) sarebbe stato protagonista di un’insurrezione che aveva come uno dei suoi assi principali la difesa della terra. Questo, esattamente 18 anni fa; e la riforma ha compiuto venti anni lo scorso 6 gennaio, data in cui il decreto fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Le conquiste agrarie promosse dal Movimento Zapatista del 1910 erano plasmate nell’articolo 27 della Costituzione nata da un processo rivoluzionario. Insieme all’articolo terzo, relativo all’educazione, ed al 123, dedicato al lavoro, rappresentava la conquista più significativa della rivoluzione dell’inizio del secolo XX. Poco o nulla resta ormai di questi tre commi. Nel libro El hombre es la tierra, scritto nel 1966, Roberto Barrios, che fu anche segretario generale della Confederación Nacional Campesina (CNC) e del Sindacato degli Insegnanti, oltre che deputato e dirigente Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), rileva: “Il problema agrario in Messico ha profonde radici storiche che si manifestano in maniera graduale fino a prendere corpo in tensioni e conflitti sociali che spesso hanno portato a ribellioni ed importanti movimenti armati …nel divenire storico, il Messico ha imparato che il diritto alla terra e alla libertà sono concetti e realtà in mutua relazione. La libertà del messicano è in rapporto diretto con il possesso della terra, fatto dimostrato con l’analisi della struttura agraria durante la Colonizzazione, l’Indipendenza e la Rivoluzione del 1910”. Non sappiamo cosa possa aver pensato dell’insurrezione del 1994, ma nelle sue dichiarazioni del 1991 alla rivista Punto denunciava chiaramente che la ripartizione agraria in Messico non era conclusa e che c’erano ancora terre da distribuire, e difendeva in ogni momento la validità dell’articolo 27. “I nostri popoli indigeni assegnavano alla terra una funzione sociale, imponendo obblighi verso la società a chi traeva benefici dal suo sfruttamento. Questa struttura dei popoli autoctoni non era motivata da scopi economici – avevano poca popolazione e molto territorio – ma, piuttosto, era la base della loro organizzazione sociale. Così facendo, arrivarono al nocciolo della questione: impedire che la terra in sé avesse un fine commerciale, riconoscendo il lavoro dell’uomo come vero valore”.

Nei momenti precedenti l’inizio della privatizzazione della terra in Messico, Roberto Barrios riaffermava nell’intervista quanto scritto nel libro El hombre es la tierra: “La commercializzazione illimitata della terra e la libera appropriazione delle nostre risorse sono contrari al benessere collettivo ed allo sviluppo economico”. Originario di Atlacomulco, Stato di México, culla di priisti di dubbia reputazione, Roberto Barrios è stato insegnante delle elementari prima di iniziare la carriera  politica. La sua passione era la riforma agraria ed al suo passaggio per l’allora Dipartimento dell’Agricoltura  stabilì le fondamenta dell’attuale Segreteria della Riforma Agraria. Fondatore della Lega delle Comunità Agrarie, Barrios Castro figura come uno degli uomini illustri di Atlacomulco, nei cui registri spicca la sua opera come scrittore ed intellettuale: “Scrisse poesie e tenne conferenze sul tema della riforma agraria, materia nella quale era un’autorità indiscussa. Scrisse e pubblicò diversi libri, tra i quali: Seis años de política agraria del presidente Adolfo López Mateos (1958-1964); El hombre es la tierra (1966), che tratta della riforma agraria nel mondo; El Istmo de Tehuantepec en la encrucijada de la historia de México (1987); México en su lucha por la tierra. De la Independencia a la Revolución (1987) e Vientos y sombras (1991). Scrisse articoli per El Sol de México e per alcune riviste a carattere storico e letterario. Fondò l’Associazione Nazionale dei Maestri in Pensione Lauro Aguirre AC”.

In Chiapas alcune comunità portano il suo nome. C’è, ovviamente, la comunità zapatista della zona nord, sede del CaracolQue habla para todos” e della Giunta di Buon Governo “Nueva Semilla que va a Producir” (il nome non gliel’hanno dato gli zapatisti). C’è un’altra comunità Roberto Barrios a Marqués de Comillas, vicino alla frontiera, che nel passato è stata legata agli affari del narcotraffico. Ed un altro nel municipio di Mapastepec, sulla costa. http://www.jornada.unam.mx/2012/03/10/ojarasca179.pdf

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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