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Archive for settembre 2014

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Denuncia dell’Ejido San Sebastián Bachajón

EJIDO SAN SEBASTIAN BACHAJON ADERENTE ALLA SESTA DICHIARAZIONE DELLA SELVA LACANDONA. CHIAPAS. MESSICO. 27 SETTEMBRE 2014
Alle Giunte di Buon Governo

Al Congresso Nazionale Indigeno
Ai compagn@ aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona
Ai mezzi di comunicazione di massa ed alternativi
Alla Rete contro la Repressione e per la Solidarietà
Al Movimento per la Giustizia del Barrio di New York
Ai difensori dei diritti umani nazionali ed internazionali
Al popolo del Messico e del mondo

Compagne e compagni

Denunciamo che il malgoverno ha aumentato le pene per i nostri compagni Juan Antonio Gómez Silvano, Mario Aguilar Silvano e Roberto Gómez Hernández perché ha cambiato il reato a loro attribuito da lesioni aggravate a tentato omicidio del poliziotto municipale di Chilón, Alfredo Bernabé Aguilar Fuentes, affinché non escano su cauzione e rimangano ancora più tempo ingiustamente in prigione per un reato che non hanno commesso, e che è un reato fabbricato dal malgoverno e per questo sono stati maltrattati e torturati per nove ore dai poliziotti municipali di Chilón, e pure il pubblico ministero di Ocosingo, Chiapas, Rodolfo Gómez Gutiérrez, ha puntato una pistola alla testa del compagno Mario Aguilar Silvano e gli ha anche infilato la testa in un sacco di plastica.

Il giudice Omar Heleria Reyes è complice del malgoverno perché ha firmato l’atto di arresto formale perché così glielo ordina il padrone, il governo, non agiscono così i giudici dei nostri villaggi, ci vogliono saggezza e intelligenza per risolvere i problemi, ma queste persone non fanno altro che violare i diritti e proteggere quelli che fanno il lavoro sporco del malgoverno.

Denunciamo che ai nostri compagni in carcere, Juan Antonio Gómez Silvano, Mario Aguilar Silvano e Roberto Gómez Hernández, nella prigione 16 di Ocosingo, Chiapas, viene chiesto denaro all’interno della prigione da parte dei cosiddetti portavoce o favoriti che collaborano con le autorità della prigione, per questo esigiamo che il malgoverno rispetti la vita e l’integrità dei nostri compagni perché sono prigionieri politici e nessuna persona deve essere molestata in prigione per obbligarla a versare denaro o svolgere lavori contro la dignità della persona.

Chiediamo al malgoverno la liberazione immediata dei nostri compagni JUAN ANTONIO GOMEZ SILVANO, MARIO AGUILAR SILVANO E ROBERTO GOMEZ HERNANDEZ che sono stati torturati dal malgoverno e sono privati ingiustamente della libertà dal 16 settembre 2014 perché lottano per la giustizia e la difesa del proprio territorio.

Chiediamo inoltre la liberazione dei nostri compagni rinchiusi della prigione di Playas de Catazajá, SANTIAGO MORENO PEREZ in carcere dal 2009, EMILIO JIMENEZ GOMEZ in carcere dal luglio 2014 e ESTEBAN GOMEZ JIMENEZ in carcere dal 2013 a Playas de Catazajá e poi trasferito a El Amate.

Chiediamo al malgoverno ed al commissario ejidale filogovernativo di San Sebastián Bachajón, Alejandro Moreno Gómez, di smetterla di depredare territorio e risorse naturali al nostro popolo, perché il popolo continuerà a difenderli.

Dalla zona nord dello stato del Chiapas, le donne e gli uomini di San Sebastián Bachajón inviano saluti combattivi.

Mai più un Messico senza di noi.

Distintamente

¡Tierra y libertad!
¡Zapata Vive!
¡Hasta la victoria siempre!
Presos políticos ¡Libertad!
¡Juan Vázquez Guzmán Vive, la Lucha de Bachajón sigue!
¡Juan Carlos Gómez Silvano Vive, la Lucha de Bachajón sigue!
¡No al despojo de los territorios indígenas!

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2014/09/29/denuncia-de-san-sebastian-bachajon/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Il giudice di Ocosingo, Omar Heleria Reyes, decreta l’arresto per gli indigeni tzeltal obbligati a confessare sotto tortura

Pubblicato da: POZOL COLECTIVO 23 settembre 2014

Chiapas, Messico. 24 settembre. Il giudice di Ocosingo, Omar Heleria Reyes, decreta l’arresto per gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, malgrado il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) abbia documentato torture e trattamenti crudeli, inumane e/o degradanti, compiuti da elementi della Polizia Municipale di Chilón contro gli indigeni tzeltal. “I tre indigeni che non sanno né leggere né scrivere, sono stati obbligati a porre la loro impronta digitale sulla deposizione della quale non hanno ricevuto lettura, inoltre non hanno avuto l’assistenza di un interprete”, denuncia il Frayba.

Il Frayba inoltre sollecita la Procura Generale dello stato del Chiapas “a svolgere indagini contro i poliziotti municipali di Chilón ed il Pubblico Ministero Rodolfo Manuel Gómez Gutiérrez per il reato di tortura”, poiché Mario Aguilar ha denunciato che è stato sottoposto ad asfissia con una borsa di plastica e di aver ricevuto colpi in testa affinché confessasse di aver sparato e ferito un poliziotto municipale.

In conferenza stampa gli indigeni di San Sebastián Bachajón, insieme al loro rappresentante legale, hanno denunciato che nel caso dei loro compagni detenuto Juan Antonio Gómez Silvano, Mario Aguilar Silvano e Roberto Gómez Hernández della comunità Virgen de Dolores “non è stata rispettata la legge, perché non sono stati presentati al pubblico ministero che si trova a 5 minuti dal luogo di detenzione”. “Sono stati trattenuti per 9 ore sotto custodia di polizia senza essere presentati al PM”, segnalano.

I tre indigeni tzeltal erano stati fermati lo scorso 16 settembre dal comandante Francisco Sánchez Guzmán con l’accusa di aver sparato ai poliziotti di Chilón, malgrado la prova del guanto di paraffina avesse dato esito negativo. Il fermo è iniziato alle 4:30 del mattino e l’ufficiale li ha presentati al PM Ocosingo all’01:30 del pomeriggio, informa l’avvocato difensore.

“Mostravano evidenti segni di percosse in volto e sul corpo e lesioni interne certificate dal PM”, aggiunge il legale. Quando è stato chiesto ai poliziotti il perché del ritardo nel presentare i detenuti, hanno risposto che avevano dovuto pattugliare la città a causa del maltempo nella regione, spiega l’avvocato, anche difensore dei diritti umani, ed aggiunge che la corte suprema stabilisce che tutti gli elementi che derivano da una detenzione come quella degli indigeni tzeltal sono illegali.

Durante la conferenza stampa è stato inoltre spiegato che il reato degli ejidatarios di Bachajón è stato riclassificato da lesioni aggravate a tentato omicidio che non prevede cauzione. La difesa farà appello contro l’arresto per i gravi reati inventati contro gli indigeni. http://www.pozol.org/?p=9851

BOLLETTINO DEL FRAYBA: http://www.frayba.org.mx/archivo/boletines/140924_boletin_26_tortura_tseltales.pdf

COMUNICATO DELL’EJIDO SAN SEBASTIÁN BACHAJÓN: http://kolectivozero.blogspot.mx/2014/09/comunicado-de-san-sebastian-bachajon.html?spref=fb

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portada-rz3Editoriale del N. 3 della Revista Rebeldía Zapatista

Oltre la condivisione

 

La condivisione è qualcosa che va oltre.

Compagne e compagni della Sexta del Messico e del mondo.

Per noi la condivisione è stata uno stringerci la mano, vederci come siamo e che cosa pensiamo.

Conoscerci gli uni con gli altri, noi che siamo in basso e originari di queste terre.

Non rappresentanti, non leader, noi basi dei popoli, nazioni e tribù, noi che non abbiamo avuto l’opportunità di stringerci la mano e conoscerci e toccare i nostri cuori da più di 520 anni.

Alla Realidad, Caracol degli zapatisti, si è realizzata la nostra convivenza di indigeni originari, è diventato realtà l’incrocio di parole degli uni con gli altri e le altre.

Quando parliamo tra di noi basi, non leader, ci capiamo, ci comprendiamo.

E quello che ci fa comprendere subito tra di noi, è la vita che stiamo vivendo, la vita tanto brutta che viviamo, ed oramai non solamente noi che stiamo già così, ma anche gli uomini e le donne poveri che vivono in città.

Abbiamo parlato di come ci vuole il capitalismo e perché ci tiene così, e che cosa ci succederà se continuiamo a stare come ci vogliono i capitalisti.

In 5 giorni ci siamo messi d’accordo nelle 28 lingue che hanno parlato in quella riunione, per vedere quale sarà il nostro camminare con i popoli sfruttati delle campagne e delle città.

I nostri orizzonti si sono fatti grandi ed abbiamo convenuto che dobbiamo unirci con le città e le campagne. Dobbiamo condividere con le compagne ed i compagni della Sexta del Messico e del mondo. Per conoscere come sono le loro lotte ribelli e la loro resistenza. Vogliamo che vengano a condividere proprio le compagne ed i compagni di base.

Perché solo chi è alla base e sta in basso sa come deve nascere una nuova società. Non ne sanno niente quelli che vengono dai partiti politici, né dai nuovi partiti politici, né i politici, servitori del capitalismo.

Popoli, nazioni, tribù. Quartieri poveri, i poveri lavoratori e le lavoratrici sfruttati delle campagne e delle città sono coloro che sanno come deve essere un mondo nuovo, un nuovo modo di governare. Perché? Perché loro hanno subito ingiustizia, miseria, disuguaglianza. Hanno sofferto la tristezza, il dolore, l’amarezza, la solitudine. Hanno patito le prigioni, la tortura, le sparizioni. Hanno subito secoli e secoli di inganni, discriminazione, cose molto orribili, crudeltà disumane, hanno subito umiliazioni, depredazioni, sono secoli e secoli di scherni e di vita senza pace per colpa di quelli di sopra, del sistema capitalista. E lì che sono infognati i partiti politici ed i politici. Le nostre spalle sono solo le scale che salgono i politici verso il potere, le nostre spalle sono consumate dal tanto salire e scendere al potere di quei mafiosi.

Abbiamo parlato anche di molte altre cose, sono venute fuori centinaia di proposte ed abbiamo concordato su una: ritornare nei nostri villaggi, nazioni e tribù e fare grande questa prima condivisione, cioè moltiplicare la condivisione e preparare l’altra condivisione con le compagne ed i compagni della Sexta nazionale e mondiale.

Dalla condizione delle basi dei popoli, nazioni e tribù sono emerse molte altre cose ricche e contemporaneamente tanto chiare e veritiere.

Nella condivisione si è comunemente rilevato che c’è sempre stato qualcuno che parlava per noi e di noi, che diceva di lottare per noi e sono stati 520 anni di bugie e di sfruttamento.

Si è condiviso che la lotta del popolo povero del Messico del 1810 e del 1910 è stata sfruttata per portare al potere i latifondisti proprietari terrieri, ed oggi al potere sono i loro trisnipoti che rovinano e distruggono la nostra madre terra di questo paese che si chiama Messico.

Tutte e tutti siamo tornati con forza e con dignità come i compagni GALEANO E DAVID, che saranno sempre con noi. Come tutt@ i nostri caduti nella lotta.

Siamo tornati con l’intento di una strada migliore per il nostro futuro.

Abbiamo imparato e sappiamo molto, ma c’è ancora molto da conoscere tra noi originari di questa terra, sia nazionale che mondiale e qui va questo camminare.

Vogliamo lottare insieme anche se non indigeni, compagne e compagni della Sexta, sorelle e fratelli delle campagne e delle città, vi vogliamo per lottare, perché nessuno lotterà per noi.

Cosicché preparatevi compagne e compagni, per l’incontro di condivisione mondiale dal 22 dicembre 2014 al 3 gennaio 2015.

Da quella condivisione uscirà tutta la nostra saggezza che ci dirà come proseguirà la nostra lotta.

Che siano le nostre basi a comandare in questa condivisione, che parlino loro, discutano, spieghino le lotte che ognuno fa là dove vive, lavora e lotta.

Perché si è visto che la cosa migliore è che parlino le basi. Non lo diciamo noi zapatisti. Lo dice la realtà di quanto fatto nella condivisione del Caracol della Realidad, dove hanno parlato le basi ed è venuto fuori come deve essere. Il popolo comanda.

Subcomandante Insurgente Moisés

Messico, agosto 2014. A venti anni dall’inizio della guerra contro l’oblio.

Testo originale

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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  sub Genealogia di un ologramma: Marcos, Galeano e noi

Pubblicato il 21 settembre 2014 · in Osservatorio America Latina · CARMILLA OnLine

di Martino Sacchi

“Iniziò così una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso, un malizioso trucco del nostro cuore indigeno, la saggezza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione. Incominciò allora la costruzione del personaggio chiamato Marcos”

Nel maggio di quest’anno un gruppo di paramilitari uccide in un’imboscata il maestro Galeano, figura di spicco all’interno dell’escuelita zapatista, un progetto che nel corso del 2013 aveva aperto le comunità zapatiste a migliaia di attiviste e attiviste per farne conoscere i percorsi d’autonomia. Pochi mesi dopo l’attacco paramilitare, esce il comunicato Entre Luz y Sombra (tra la luce e l’ombra) in cui Marcos si destituisce enigmaticamente come portavoce del movimento zapatista, per ricomparire sul palco pochi secondi più tardi come “Subcomandante Galeano”.

Entre Luz y Sombra non è però una semplice commemorazione di un compagno ucciso: parlando di Galeano, il comunicato ripercorre l’intera storia della lotta zapatista. Ripensando a questa storia sembra che, fin dalla presa di San Cristobal de Las Casas nel 1994, Marcos abbia costituito in qualche modo la cartina tornasole di questa lotta: è stato leader militare dell’EZLN, “delegato zero” durante la Otra Campaña (che si opponeva dal basso alla campagna elettorale per le elezioni politiche del 2006), è stato a lungo la faccia senza volto che appariva sui media globali e potente simbolo per movimenti politici da tutto il mondo. Eppure, nel comunicato del maggio scorso, il portavoce dell’EZLN dichiara: “se posso definire il personaggio di Marcos, direi senza indugio che è stato una montatura”. Nient’altro che un “trucco”, un “ologramma”, dunque. Ma c’è di più: questa “montatura”, dopo la escuelita, non è nemmeno più necessaria. Affinché Galeano possa continuare a vivere, un altro dovrà morire, e sarà proprio Marcos. Ma attenzione: ciò che la morte si porterà via al posto di Galeano non sarà “una vita, ma solo un nome, poche lettere prive di senso, senza storia propria, senza vita”.

Cosa è cambiato con l’escuelita zapatista? Cosa significa la “morte” di Marcos? Che cosa è Marcos? Per comprendere l’intelligenza politica di una scelta tanto misteriosa si potrebbe quasi fare una genealogia di questo “trucco” chiamato Marcos: cioè una storia dei modi attraverso i quali il movimento zapatista si è letteralmente reso intellegibile a sé stesso e al mondo. Quando gli indigeni occuparono San Cristobal nel 1994 come un “esercito di giganti”, dice il comunicato, “ci rendemmo conto che quelli di fuori non ci vedevano. Abituati a vederci umiliati, il loro cuore non comprendeva la nostra degna ribellione. Il loro sguardo si era fermato sull’unico meticcio con addosso un passamontagna, ovvero, non guardavano”.

Fu così che questo esercito di giganti si ritrovò costretto a inventare “qualcuno piccolo come loro” affinché attraverso di lui, il mondo intero potesse vederli: “incominciò allora la costruzione del personaggio chiamato Marcos”. E’ una storia vecchia quanto il colonialismo: è la storia che lega capitalismo e modernità in una geografia fatta di centri europei e periferie coloniali, in cui tutto ciò che sta alla periferia esiste solo attraverso le parole di chi sta nel centro. Ma è anche una storia di classe, di “quelli in basso” contro “quelli in alto”, di razza, dei “meticci” e degli “indigeni, e di genere, delle mujeres rebeldes e del patriarcato messicano. Ecco che possiamo porre una prima tesi: ciò che per un certo periodo si è chiamato “Marcos” è stata la mediazione necessaria affinché questa molteplicità di storie divenisse strumento di ribellione per popoli che sono sistematicamente spossessati di ogni strumento: primo fra tutti il linguaggio, la facoltà di parlare ed essere compresi, di denunciare, urlare per dire “non può continuare così”.

Ma se Marcos è questa mediazione, in che senso ora, dopo l’escuelita, non è più necessaria? Per capirlo è utile notare come, facendo questa genealogia dell’ologramma-Marcos, incontriamo due tipi diversi di rotture, di discontinuità, di cambiamenti nel modo in cui lo zapatismo si è presentato nel corso della sua storia.

Ci sono discontinuità verso l’esterno. C’è, ad esempio, un superamento della tradizione avanguardista e guevarista a lungo centrale in Latinoamerica, così come della non-violenza della teologia della liberazione: entrambe tradizioni che hanno influenzato lo zapatismo. In questo senso è anche significativo che l’insurrezione zapatista scoppi nel contesto della sconfitta sandinista nel 1990 e l’affermarsi del capitalismo neoliberale.

Dall’altro lato, e questo è l’elemento più importante, lo zapatismo ha posto delle discontinuità dal suo interno. In parole più semplici, è un movimento che è stato capace di reinventarsi costantemente, dettandosi da solo i tempi di questo cambiamento. Spesso, qui in Italia, ci interroghiamo sulla difficoltà di uscire da una logica “reattiva” rispetto al potere: notiamo come il nostro mobilitarsi sia spesso la “risposta” a uno sgombero, a degli arresti o a un corteo nazionale di cui, anche quando delle contraddizioni esplodono, abbiamo difficoltà a trattenere la potenza politica. Ecco, potremmo dire che lo zapatismo ha saputo dare una durata a questi momenti di rottura senza per questo rimanere sempre uguale a sé stesso. Ma soprattutto, ha saputo decidere i tempi e gli spazi di questo cambiamento, la sua “geografia” e il suo “calendario”, in maniera autonoma.

Proseguendo nella nostra genealogia, ci accorgiamo quindi che questo processo di cambiamento politico coincide anche con un progressivo decentramento della figura di Marcos che, da leader-simbolo negli anni ‘90 diviene progressivamente marginale: niente più che un “trucco” o “ologramma” dopo l’escuelita di quest’anno. Fare una genealogia dello zapatismo significa dunque cercare di comprendere la relazione tra questi due movimenti: il decentramento di Marcos da un lato, le forme di autorganizzazione dall’altro. E’ attraverso la messa in relazione di questi due processi, quasi due facce della stessa medaglia, che è possibile cogliere l’autonomia zapatista.

Senza entrare troppo nei dettagli, possiamo semplicemente dire che il progressivo decentramento di Marcos corrisponde a un decentramento dell’Esercito Zapatista (struttura tutt’ora gerarchicamente militare) e alla venuta in primo piano della base sociale (della popolazione delle comunità, le cosiddette “bases de apoyo”).

Nel 2003 già nascevano le Giunte di Buon Governo, istituzioni municipali che si prendevano carico dell’amministrazione dei territori occupati secondo il principio del “comandare obbedendo”. Le Giunte di Buon Governo sostituivano gli aguascalientes, luoghi in cui la base sociale incontrava l’esercito zapatista, e ponevano al centro dell’agenda politica le pratiche quotidiane dell’autogoverno nelle comunità. Le Giunte del 2003 sono quindi una delle discontinuità che scandiscono questo doppio movimento dell’autogoverno e del personaggio-Marcos.

Si tratta di un processo che attraversa la storia dello zapatismo fin dal periodo di clandestinità negli anni ‘80, quando un manipolo di guerriglieri marxisti leninisti arrivano nella selva e decidono di imparare dagli indigeni anziché semplicemente “organizzarli”, e che giunge fino a noi e alla escuelita, durante la quale gli attivisti non hanno incontrato i quadri dell’esercito ma proprio la popolazione comune. Nel 2006, con la Otra Campana e la Sexta Declaracion de la Selva Locandona, incontravamo una ulteriore discontinuità: fine di ogni speranza di contrattazione con le istituzioni e sempre più forte legame con i movimenti anticapitalisti globali.

L’escuelita del 2013-14 è dunque l’ultima di queste continue riconfigurazioni del progetto politico zapatista. Si tratta, in sintesi, di un progressivo costituirsi di un soggetto collettivo, dotato di un proprio linguaggio, calendario e geografia, e di cui Marcos è stato tanto lo strumento quanto il prodotto.

Eppure c’è nell’escuelita e nel comunicato Entre Luz y Sombra qualcosa di particolarmente importante, che getta luce su tutte le precedenti discontinuità (ne ho citate alcune arbitrariamente e a titolo di esempio). Anche dopo questa simbolica morte di Marcos e rinascita di Galeano, morte di un nome che troppo a lungo è stato associato a una leadership, è chiaro che la persona-Marcos continuerà a svolgere un ruolo chiave nella lotta del sud-est messicano. Ma ciò che è importante capire è la sostanza estremamente materiale di questo ologramma: i tanti modi verticali attraverso cui lo zapatismo si è rapportato con il potere e con il mondo, avevano sempre delle condizioni di possibilità orizzontali nelle reti di cooperazione e autogoverno che venivano sperimentate nei pueblos della gente comune.

Lo scontro verticale con il potere e con i media che, come si è detto, “sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione”, ha potuto esistere solo grazie a qualcosa che stava fuori da questo teatro mediatico, cioè l’apprendimento quotidiano all’autorganizzazione. Il 21 dicembre 2012, anno della fine del mondo seconda la tradizione Maya, gli zapatisti hanno nuovamente invaso San Cristobal dopo dieci anni in cui poco si è saputo di loro fuori dal Chiapas. Ma a differenza del 1994, l’hanno fatto in silenzio e senza armi.

Questo non è pacifismo, ma la potenza silenziosa di chi sa che ora ha le forze materiali per smettere di parlare il linguaggio mediatico che è stato a lungo costretto a utilizzare per farsi ascoltare. Nella marcia silenziosa, il personaggio-Marcos già moriva, non più necessario: negli anni di silenzio, le pratiche di autogoverno si erano sviluppate. Si trattava ora di mostrare che fuori dai riflettori mediatici un altro tempo di lotta aveva continuato a battere nelle comunità. Si trattava di mostrare ciò che a lungo e in silenzio si andava ancora costruendo, passo a passo, con tentativi e ripensamenti. E così, venne inaugurata una “piccola scuola zapatista”.

Ovviamente uno scontro “verticale” con il potere e i media c’è sempre stato e continuerà ad esserci, come la guerra paramilitare e la morte di Galeano ha mostrato. Ma è sul piano “orizzontale” e quotidiano che la risposta politica viene messa in pratica. L’escuelita zapatista non è stata una piattaforma politica tra realtà di movimento e quadri dell’EZLN, ma un momento in cui gente qualsiasi è stata ospitata in casa da indigeni zapatisti. Anziché scrivere un manifesto politico ci si è sforzati di comunicare tra lingue diverse delle quali, questa volta, lo spagnolo coloniale era quella straniera e i dialetti indigeni quella quotidiana. Si è imparato che “tradurre” è sempre cosa complicata, sia che si tratti di una lingua che di una pratica politica.

Abbiamo lavorato nei campi, letto libri e condiviso il cibo, ma non per imparare un modello di autonomia da esportare nei nostri paesi di provenienza. Al contrario, abbiamo sperimentato la differenza e il duro tentativo di dialogo tra lotte e vite completamente diverse tra loro. Non conosco di nessuna altra rete di popoli in guerra nel mondo intero capace di un simile sforzo umano e organizzativo. Fa sorridere pensare come qualcosa di così vero, così fisico e palpabile, sia stato reso possibile da un “ologramma”, durato vent’anni.

“Avevamo bisogno di tempo per incontrare chi ci vedesse non dall’alto, non dal basso, ma di fronte, che ci vedesse con uno sguardo da compagni”

Ghost Track

[Due segnalazioni di libri sullo zapatismo, usciti in Italia recentemente e complementari. Il primo, di Alessandro Ammetto, osservatore attento della ribellione zapatista sin dai suoi inizi (Ed. Red Star Press, 2014), s’intitola Siamo ancora qui. Uno storia indigena del Chiapas e dell’EZLN ed è tra i testi più completi e dettagliati in circolazione sulla storia del movimento zapatista e sul contesto politico, storico e sociale che ha preceduto l’insurrezione del 1994 e che ha segnato tutte le evoluzioni successive della lotta. Il secondo, di Andrea Cegna e Alberto “Abo” di Monte (AgenziaX, 2014) completa la storia e la arricchisce di testimonianze dirette e recenti. Si basa sull’esperienza della escuelita ma anche sul raccordo di più voci di movimenti, media indipendenti e militanti tra Messico e Italia (tra cui il centro per i diritti umani Frayba, la Brigada Callejera di Città del Messico, Promedios, Centro de medios libres, alcuni storici comitati italiani e artisti solidali come Rouge, 99 posse, Lo stato sociale e Punkreas). S’intitola 20zln. Vent’anni di zapatismo e liberazione. F. L.]

http://www.carmillaonline.com/2014/09/21/genealogia-ologramma-marcos-galeano/

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bachajon

Il Pubblico Ministero Rodolfo Gómez Gutiérrez ha torturato un indigeno tzeltal”, denunciano gli ejidatari di Bachajón

 

Pubblicato da: POZOL COLECTIVO 19 settembre 2014

Chiapas, Messico. 18 settembre. “Rodolfo Gómez Gutiérrez, Pubblico Ministero ascritto alla Procura Specializzata in Giustizia Indigena con sede in Ocosingo, Chiapas, ha torturato MARIO AGUILAR SILVANO affinché si autoacusasse dei fatti a lui imputati e firmasse una confessione”, denunciano gli indigeni tzeltal della comunità Virgen de Dolores, dell’ejido San Sebastián Bachajón, catturati violentemente il passato 16 settembre dalla polizia di Chilón.

“Gli ha puntato una pistola alla testa, gli ha infilato un sacco di plastica in testa per provocargli asfissia e lo ha picchiato in volto a mano aperta, e questo è accaduto il pomeriggio del 17 settembre”, dichiarano gli ejidatari e raccontano di essere stati sottoposti a trattamenti crudeli, disumani e tortura durante il loro fermo di polizia a Chilón. Sono stati trascinati sulla strada sterrata provocando gravali ferite sul corpo mentre gli elementi della polizia municipale si prendevano gioco di loro, aggiungono.

Gli indigeni tszltal aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, JUAN ANTONIO GOMEZ SILVANO, MARIO AGUILAR SILVANO e ROBERTO GOMEZ HERNANDEZ sono stati consegnati dal Pubblico Ministero ascritto alla Procura Specializzata di Giustizia Indigena con sede a Chilón, Chiapas, al Giudice Misto di Prima Istanza del Distretto Giudiziario di Ocosingo, per il reato di lesioni aggravate a danno di elementi della polizia municipale di Chilón il 16 settembre 2014.

Il giudice misto di prima istanza di Ocosingo, Omar Heleria Reyes ha fissato una cauzione di 300mila pesos per ognuno degli indigeni fermati, “cosa assolutamente incostituzionale perché sproporzionata rispetto alla situazione economica dei compagni e viola il principio della presunzione di innocenza”, sostiene la difesa. “Viene impedito loro di esercitare il diritto costituzionale ed internazionale di affrontare in libertà il loro processo”, aggiunge l’avvocato.

Il termine per definire la loro posizione giuridica scade mercoledì 24 settembre. “Useremo ogni risorsa della difesa per ottenere la loro libertà entro questo termine” assicura il legale.

Gli ejidatari fermati denunciano che al momento della loro cattura hanno riconosciuto uno dei poliziotti di nome Agustín Sánchez che vive nel villaggio di Carmen Xaquilá, e che è amico stretto e vicino di Sebastián Méndez Hernández, che ha parteciato all’omicidio di Juan Carlos Gómez Silvano, membro della comunità Virgen de Dolores, il 21 marzo 2014 e che ora è rinchiuso nella prigione EL Amate in attesa di processo.

I fermati affermano che i poliziotti di Chilón stanno agendo in rappresaglia contro di loro per l’arresto del poliziotto Méndez Hernández

FONTE: AVVOCATO RICARDO LAGUNES

Testo originale

COMUNICATO DELLA COMUNITA’ VIRGEN DE DOLORES:

Video: Terra e resistenza a San Sebastián Bachajón

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SPECIALE YAQUI

Mario Luna

Yaquis, racconto della lotta per l’acqua e del loro prigioniero politico

 L’arresto di Mario Luna, una delle autorità yaqui più visibili nell’opposizione all’Acquedotto Indipendenza, ha acuito il conflitto. La sua tribù non è disposta a cedere né l’acqua, né la libertà.

 Mario Luna, autorità yaqui, racconta la sua cattura e l’arresto

GLORIA MUÑOZ RAMÍREZ

In un intervista inviata per iscritto, il portavoce e autorità della tribù yaqui racconta i momenti della sua cattura lo scorsoo 11 giugno, il suo trasferimento nel carcere di Hermosillo, la visita del vice-procuratore, la solidarietà degli altri detenuti, mentre spera che oggi ci si pronunci sulla sua libertà o arresto. (proseguire la lettura)

Rabbia e speranza an Vícam

CAROLINA BEDOYA MONSALVE/ INVIATA

L’arresto del portavoce yaqui, Mario Luna Romero, ha suscitato nei membri della tribù maggior voglia di lottare. “Nessuno può dire che la nostra lotta non è giusta”, segnalano dal presidio che blocca la strada. (proseguire la lettura)

La polizia federale minaccia gli yaquis di Vícam

CAROLINA BEDOYA MONSALVE/ INVIATA

La presenza della polizia er le strade e uomini in abiti civili che sorveglano la casa di Mario Luna e di altri yaquis non scoraggia la tribù che si è riunita per decidere i prossimi passi. (proseguire la lettura)

Disprezzo, illegalità e negoziato politico dietro l’arresto del leader yaqui

ADAZAHIRA CHÁVEZ PÉREZ

Oltre agli abusi ed il razzismo, la contesa tra il miliardario Germán Larrea ed il governatore di Sonora contro Enrique Peña Nieto è parte fondamentale nell’arresto di Mario Luna, concordano gli analisti. (proseguire la lettura)

Indignazione tra i popoli indigeni per l’arresto di Mario Luna

ADAZAHIRA CHÁVEZ PÉREZ

Comunità appartenenti al Congresso Nazionale Indigeno avvertono che prenderanno provvedimenti contro “l’ingiustizia” commessa contro l’autorità tradizionale degli yoeme. (proseguire la lettura)

Altri yaqui si uniscono alla ltta per la difesa del fiume di di Mario Luna

CAROLINA BEDOYA MONSALVE/ INVIATA

La lotta contro l’Acquedotto Indipendenza proseguirà anche con il suo portavoce yaqui in prigione, perché “è un intero popolo ad essere colpito”, dichiarano da Vicam. (proseguire la lettura)

“Il fiume ci manca moltissimo”: dicono le donne yaqui

CAROLINA BEDOYA MONSALVE/ INVIATA

Per gli yoeme, l’acqua del fiume Yaqui è la vita e fondamento della loro cultura. “Vogliamo che torni ad esserci l’acqua, affinché torniamo a riavere quello che avevamo”, chiedono. (acoltare l’audio)

“Il governo deve costruire l’immagine che noi siamo aggrappati ad un capriccio, ma non è vero”: Tribu Yaqui

GLORIA MUÑOZ RAMÍREZ
FOTO: EFRAÍN RUÍZ NIEBLAS

Sulla stampa locale si parla della divisione all’interno della tribù, ma “in realtà questa lotta ha riunito tutte le truppe della tribù e generato consenso sulla difesa del territorio ed il rifiuto dell’Acquedotto Indipendenza”. (proseguire la lettura)

La tribu yaqui con la legge a su favore ed il governo contro

GLORIA MUÑOZ RAMÍREZ

Alejandro Olea, incaricato della difesa legale del bacino del fiume Yaqui, racconta i dettgli di un processo iniziato dal 2010 contro l’Acquedotto Indipendenza, opera la cui costruzione è viziata da irregolarità. (proseguire la lettura)

“Vogliono farci sparire”: Mario Luna dal carcere

OTRAS VOCES OTRA HISTORIA, MAS DE 131, RADIO ZAPOTE, REGENERACIÓN RADIO, LA OTRA VALLE DE CHALCO, RAPS

In un’intervista con i media liberi, il portavoce yaqui racconta il disordine e la corruzione che imperano nella gestione dell’acqua in Sonora; denuncia la banda del governatore Padrés che specula sul’acqua e descrive la campagna di odio scatenata contro il suo popolo. (proseguire la lettura)

Mario Luna, la voce degli yaqui in resistenza

ENRIQUETA LERMA

Il suo incarico di segretario è il più umile dentro la struttura del governo tradizionale, e l’aver svolto il suo compito di rappresentare la sua gente davanti agli yoris (i bianchi,)nella lotta per l’acqua, l’ha condotto in prigione. (proseguire la lettura)

Acqua, la vera faccia della Guerra del Yaqui

ELEUTERIO GABÓN

AUDIO: ACCIÓN SOCIAL SINDICAL INTERNACIONALISTA

Un viaggio nella storia di questo popolo mostra la sua resistenza al genocidio e all’esprioprio dei territori e ricorda un detto: “anche se restasse in vita un solo yaqui, in lui sarebbe rappresentata tutta la cultura del suo popolo”. (proseguire la lettura)

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“…desinformémonos hermanos
hasta que el cuerpo aguante
y cuando ya no aguante
entonces decidámonos
carajo decidámonos
y revolucionémonos.”
Mario Benedetti

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Mujeres-y-ninos “Esprimiamo la nostra protesta e la nostra preoccupazione per il sacheggio delle nostre terre”, denunciano gli indigeni del Chiapas.

 

Chiapas, Messico, 13 settembre. “Esprimiamo la nostra protesta e preoccupazione di fronte al saccheggio delle nostre terre con i mega progetti imperialisti”, dichiarano le comunità che formano la Red Contra las Altas Tarifas de Energía Eléctrica “La Voz de Nuestro Corazón”, tra cui figurano La Grandeza, El Madronal, Rancheria Santa Anita, Teopisca, Nuevo Tepeyac, La Gloria, Santa Lucia, San Vicente, Oxchuc, Candelaria el Alto, San Juan de las Tunas, Guadalupe Xuncalab e Marcos E. Becerra.

All’interno dei megaprogetti che denunciano gli indigeni degli Altos del Chiapas, ci sono miniere, parchi eolici, strade, strutture tecnologiche, centrali idroelettriche. Inoltre aggiungono che “inoltre c’è l’inganno della cosiddetta Crociata Nazionale Contro la Fame che attraverso la distribuzione di cibo e case sono una trappola per le donne e gli uomini dei nostri villaggi e la sola cosa che generano è creare sempre più dipendenza e farci dividere all’interno delle nostre comunità”.

In un comunicato le/gli ejidatari organizzati spiegano che tali programmi governativi “sono una modo dei grandi impresari per approfittarsi della povertà della gente e vendere le nostre terre alla Banca Mondiale ed alle multinazionali di Canada, Europa e Stati Uniti, cambiando le leggi a loro favore, come è stato per la riforma Agraria ed Energetica”.

“Ci dichiariamo contrari a tutte queste riforme per che portano inquinamento dell’acqua e dell’aria, la morte degli animali ed anche degli esseri umani”, affermano gli agricoltori indigeni e rivolgono un appello “a tutt@ i compagni dei villaggi e dei quartieri ad organizzarsi nei modi che ritengono opportuni per difendere i nostri diritti di popoli e difendere la nostra terra e territorio”.

“Impariamo a lavorare la nostra terra. Difendiamo i nostri diritti. Non lasciamoci ingannare dai partiti politici”, esortano le contadine e i contadini. Nello stesso tempo esprimono la loro solidarietà con le comunità che stanno lottando contro la costruzione dell’Autostrada San Cristobal-Palenque, “vi diciamo che non siete soli, noi vigileremo su quanto potrebbe accadere”, sottolineano.

Testo originale

Pubblicato da: POZOL COLECTIVO

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