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Archive for settembre 2013

Sulla Escuelita.

Sulla Escuelita Zapatista

L’Italia

La mail dell’8 maggio non si differenziava molto dalle altre. Proponeva, quasi sfidava, i destinatari a rigenerarsi, a ricompattarsi attraverso l’azione. Ma il gruppo di persone che fino a poche stagioni prima giocava affiatato la partita della militanza anticapitalista in una delle molte periferie europee si stava, pur restando l’amicizia, disgregando. E le proposte, le provocazioni, le idee che comunque continuavano a circolare, spesso, sempre più spesso, sfiorivano senza generare frutti.

Così non accadde, almeno in parte, almeno per il sottoscritto, quella volta: l’invito alla prima Escuelita Zapatista per la settimana di ferragosto 2013 fu accettato e nel giro di 3 mesi mi trovai col culo sollevato da un vecchio charter a chilometri di altezza  con in mano il passaporto fresco di Questura.

Meno fresco ed anzi clamorosamente arrugginito, si rivelò invece il mio spirito d’avventura e il mio piglio da compagno internazionalista. I dubbi mi attanagliavano: i figli piccoli, l’amata, i tempi risicati, il castigliano da scuola elementare (italiana), la sospensione della routine, anche politica, che ormai caratterizzava il mio quotidiano. Come se non bastasse i comunicati dal sudest messicano, firmati da quel vecchio poeta che tanto amavo in gioventù, mi suonavano beffardi, preoccupanti, spiazzanti: “Solo scarpe da tennis e mp3, null’altro è necessario se avrete il cuore aperto e le orecchie disponibili all’ascolto”. Si trattava di una presa per il culo? Ora so che lo era solo in parte… la prima.

L’invito a partecipare alla “Escuelita Zapatista – “La libertad según l@s zapatistas” era giunto a noi, piccoli e marginali compagn@ della Franciacorta, grazie al lavoro decennale di appoggio alle comunità indigene del Chiapas. La vendita del caffè, un blog di informazione e traduzione, i banchetti e la partecipazione ad eventi fruttarono questo importante riconoscimento. Nessuno però sapeva, nemmeno chi di noi seguiva senza interruzioni l’evolversi dell’esperienza nata dal levantamiento dell’EZLN nel 1994, cosa ci aspettasse. L’ipotesi più semplice e tranquillizzante era quella di un rilancio della collaborazione internazionalista attraverso occasioni simili alle giornate di incontro tra i Popoli Zapatisti ed i Popoli del Mondo. Leggendo i numerosi comunicati della Comandancia però si capiva che c’era qualcos’altro, che non c’era nulla da rilanciare ma molto da mostrare, condividere, donare.

Il Messico

Non provavo e non provo alcuna attrazione per il Messico da cartolina turistica e le bianche spiagge di Cancun non hanno in nessun modo messo in crisi questo mio sentire. Dei 18 giorni di permanenza in questo Paese almeno la metà sono stati impegnati nel raggiungere e per andarsene dalla Escuelita. Di queste tappe di attraversamento rimane la sensazione amara che danno i luogi senza una chiara identità, incompiuti e indecisi.

Mai sentito così circondato da tante e tanti tipi di forze armate, fortemente armate, pur in un contesto formalmente pacifico.

Mai provato una presenza così asfissiante di attività commerciali e una tanto diffusa offerta “libera” di prodotti di ogni tipo e in ogni dove.

Mai visto divisioni di classe così evidenti esemplificabili nelle opposte luminosità delle architetture: dagli abbaglianti Grand Hotel alle lucenti lamiere delle barcollanti baraccopoli.

Mai capito così chiaramente di trovarmi in una Nazione che aveva venduto tutto il vendibile a Su Majestad il Capitale.

Ma poi:

Le poche volte che abbiamo ascoltato il molesto gracchiare di un notiziario siamo stati informati di come la Polizia Comunitaria nello stato del Guerrero stesse creando non pochi problemi a chi sta in alto (narcotrafficanti, potenti o speculatori non fa differenza).

Le moltissime volte in cui ci siamo fermati e serviti in una delle tante attività di commercio improvvisate abbiamo sentito sulla pelle la vicinanza a quegli uomini e a quelle donne che compravano una povera sussistenza vendendoci i loro prodotti.

Lo stare forzato in alcuni luoghi del turismo di massa ci ha mostrato l’iper-sfruttamento delle persone che ci lavorano e nel contempo l’evidente crisi del turismo industriale.

Durante la nostra esperienza abbiamo capito che, anche per l’indisponibilità di beni pubblici garantiti, gli Stati Uniti Messicani sono uno dei paesi con più lotte attive e maggiori prospettive di autorganizzazione dal basso e oltre lo Stato.

Tra le caratteristiche del Messico moderno spiccano su tutto le disparità di classe, la corruzione, l’uso massiccio delle armi, la bellicosa presenza del narcotraffico e del traffico di persone, la sanguinaria repressione verso i movimenti sociali e la completa sudditanza al modello capitalista neoliberale. Sopra a  tutto questo sta il Grande Vicino USA, con la sua colonizzazione mediatico cuturale a stento arginata dall’originalità e dalla storia dei popoli originari. In un tale contesto la quantità e la qualità delle forme di lotta, di resistenza, di autonomia è imparagonabile alla nostra situazione italiana: dai movimenti studenteschi del Distrito Federal, alla “comune di Oaxaca”, dall’autonomia in costruzione da parte di molti popoli indigeni alle molteplici lotte vittoriose contro i megaprogetti speculativi e distruttori dei territori. Questo profondo sommovimento proveniente dal basso fa del Messico un paese straordinariamente interessante.

San Cristobal

La crisi arrivò, quasi inaspettata dopo una gradevole cena alla Casa del taco di San Cristobal. I compagni italiani che ci avevano accolto con un inaspettato calore e un’eccezionale disponibilità se ne uscirono con due frasi che mi catapultarono nel caos delle paure: “Non è affatto detto che starete insieme e, no, non è proprio buono che tu non parli spagnolo”. Tutto il resto l’avevo digerito senza timori: le probabili fatiche fisiche, le condizioni di vita in una comunità contadina indigena, i lunghi e tortuosi spostamenti che ci attendevano. Quello che mi agitò all’inverosimile fu l’ipotesi di stare 6 giorni da solo, senza i miei compagni di viaggio a farmi da spalla, senza la possibilità di farmi capire appieno da chi stava al mio fianco. Quella notte, l’ultima su un letto, dormii profondamente solo grazie alle parole di conforto di Paolo e Jacopo e dopo essermi ripetuto più volte che, se le cose non si fossero disposte per il verso giusto, non sarei partito, sarei rimasto a fare il turista solitario a San Cristobal.

La mattina dopo quelle paure furono scacciate da una stupenda telefonata con Cristina che mi incitava, rincuorava, caricava e da quello che vidi al CIDECI, l’atipica Università della Terra ispirata dagli zapatisti e messa in piedi dagli indigeni  in una delle periferie baraccate della città. ***Mi impressionò la bellezza del luogo, l’energia che sprigionava e la quantità di persone presenti; gente da tutto il mondo, di diversi colori, culture e lingue ma tutte con il sorriso sul volto. Non avevo mai visto qualcuno così felice di andare a scuola. Tutti sorridenti seppur nessuno sapeva cosa esattamente sarebbe accaduto. Tutti sorridenti perché sicuri di trovarsi nel posto e nel momento giusto. ***

La giornata filò dritta e senza intoppi, a dimostrazione dell’impegno e della forza organizzativa messa in campo dal Movimento: accoglienza, iscrizione, distribuzione del materiale didattico, assegnazione del Caracol di destinazione (per me e Paolo fu il V “Roberto Barrios”), intrattenimento musicale, divisione per gruppi e partenza sui diversi e numerosissimi mezzi di trasporto comunitario. Tutt’intorno a noi i primi indigeni zapatisti, con e senza passamontagna.

La presenza dello zapatismo per le strade della bella città coloniale di San Cristobal non è più così invasiva come ai tempi della “moda EZLN”. Pochi gadget, nessun riferimento nelle insegne, solo scritte spontanee sui muri e il centro CIDECI. ***Il Centro Indigena de Capacitaciòn Integral è un’Università ma molto atipica: non riceve alcun aiuto dallo Stato ed è un vero e proprio ponte tra la città e il mondo indigeno, in particolare quello che si ispira allo zapatismo. E’ una scuola informale che assomiglia più alle università medioevali quando queste erano un vero centro di cultura e ricerca piuttosto che, come oggi, un luogo per produrre laureati. In questa scuola non si certifica nulla perché il sapere non è certificabile, non si insegnano materie specifiche perché il sapere non è a compartimenti stagni, non ci sono registri perché non esistono prove di verifica né obblighi di presenza, non ci sono aule divise per età o grado di avanzamento perché ognuno apprende secondo i suoi ritmi e secondo la propria maturità. *** Anche la collocazione (in una periferia fatta di piccole baracche sorte spontaneamente) e la sua finezza architettonica (è composto da edifici costruiti secondo i principi della bioedilizia collocati sapientemente nella natura boschiva dell’altopiano) ne fanno un fiore all’occhiello per la Città, per il Messico e sopratutto per gli indigeni che l’hanno creato e lo fanno vivere. Come sia stato possibile concretizzare questo incantesimo in uno degli stati più poveri del Paese e facendo perno sulle forze dei soli popoli indigeni è domanda che contiene già la sua risposta: il pensiero perbenista occidentale del povero indigeno vessato e da aiutare è il concetto neo-coloniale più distante dalla realtà costruita da queste genti ed esemplificata dal CIDECI.

Il Caracol V – Roberto Barrios

Otto ore seduti in quattro su un sedile costruito (almeno 15 anni fa) per ospitarne tre. Aver avuto per sorte l’angolo più distante dal portellone d’uscita e dove l’asiento aveva ormai svelato la sua anima d’acciaio e perso qualsiasi affinità con la parola morbido. Una strada che altalenava in ordine sparso ma consequenziale tornanti, buche e maledetti dossi artificiali. Credevo fosse stata una vera sfortuna, mi sbagliai ancora visto che, ogni spostamento motorizzato da quel giorno in avanti sarebbe stato, seppur diverso, ugualmente scomodo. Ma lo rifarei, eccome se lo rifarei, anche solo per un terzo delle emo-le-zioni provate in quella settimana.

Il mio Votan si chiama Jesus. E’ un ragazzo di 19 anni. Corporatura tozza ma passo svelto e morbido. Occhi scuri ed espressivi, capaci di parlare meglio della voce che comunque sà comunicare ottimamente in castigliano, in Chol e in Tzotzil. Dopo la settimana passata insieme, la sua giovane memoria, ripete anche una discreta quantità di parole italiane. Da principio, seduto alla mia sinistra sulla lunga panca in prima fila del grande auditorium, non riesce a nascondere la sua agitazione. Gli tremano le mani e i suoi occhi non mi guardano. L’imbarazzo dura per tutte e due le ore di lezione. Quando ci alziamo diventa direttivo; mi indica più volte la strada per i bagni, per la fila del pranzo, per il dormitorio dove ho lasciato lo zaino e ripete in continuazione che è il momento di salire sul mezzo che ci condurrà alla comunità a cui siamo stati assegnati. E’ sempre al mio fianco e la cosa, da principio, mi sembra molto limitante.

Nei giorni successivi ho benedetto quella presenza costante che man mano diveniva più allegra, più confidenziale, più preziosa. “Per bocca del vostro Votan parleranno tutti gli Zapatisti” diceva uno degli ultimi comunicati che lessi prima di partire. Non solo questo è stato Jesus per me. E’ stato mano a cui aggrapparsi nelle salite, braccio che dava il cambio durante le fatiche, piede che indicava la strada più sicura, occhi che orientavano lo sguardo nella giusta direzione. E’ stata una presenza fraterna, amica. E’ stato un vero compagno.

I Caracol, cinque in tutto il Chiapas, sono il centro dell’organizzazione autonoma Zapatista. Si tratta di luoghi in cui sono concentrate tutte le strutture e le “istituzioni autonome” al servizio della comunità. A Roberto Barios, Zona Nord, vi hanno sede la locale Giunta di Buon Governo, la Commissione di Informazione e la Commissione di Vigilanza tutte composte da indigeni provenienti dalle comunità e dai municipi della Zona. Le persone che compongono queste forme di governo dal basso sono scelte nei singoli luoghi di origine attraverso un voto in assemblea, hanno durata variabile e ruolo a rotazione. Chi fa parte di queste “istituzioni” non percepisce stipendio ma la comunità di origine si impegna nel sostenere, col lavoro collettivo, la sua famiglia. Nel Caracol di Roberto Barrios trovano spazio diverse strutture pubbliche: un grande auditorium, le cucine, i servizi igienici, una clinica, diversi dormitori, il negozio di artigianato, e diversi edifici per la formazione. Gli zapatisti lo utilizzano come centro per gli incontri e per le feste, come punto di riferimento per risolvere problemi legali o sanitari, come luogo della formazione collettiva dei promotori (di salute, dell’educazione e delll’agroecologia). Tutto questo seguendo i 7 principi del comandare obbedendo: Servire e non Servirsi; Rappresentare e non Sostituire; Costruire e non Distruggere; Ubbidire e non Comandare; Proporre e non Imporre; Convincere e non Vincere; Scendere e non Salire.

Nazareth

Le nostre facce spaventate erano velate dal buio e dalla pioggia. L’enorme jeep si fermò in mezzo alla stretta valle dopo aver insistito per almeno un’ora a viaggiare su un sentiero che ci sembrava impossibile. Il piccolo gruppo di studenti, dieci in tutto, ognuno con il proprio Votan al fianco, si arrampicò nel fango di un prato dirigendosi verso una casupola in legno che poi scoprimmo essere la scuola autonoma. Li ci aspettavano, imbarazzati quanto noi, altrettanti uomini che, dopo un breve saluto, ci accompagnarono, una coppia per ogni famiglia, nei nostri alloggi. Non vidi il posto quella sera, o meglio non me ne capacitai. Ricordo solo l’indaffarato lavorio a cui collaborai per appendere le amache ma, appena steso, sprofondai in un sonno comodo.

Poche ore più tardi mi trovavo sulla colma di uno dei monti che affiancavano la valle dove stavano le 20 casupole della Comunità Nazareth. Eravamo nella milpa famigliare del mio duegño. Li mi venne impartita una lezione, forse la più tecnica, sui metodi di coltivazione zapatisti. I campi di mais affidati ai singoli gruppi famigliari dalla riforma agraria di inizio 900 sono spesso distanti dalle abitazioni (noi ci mettemmo un’ora comoda a raggiungerlo) e spesso si tratta di terreni difficili, scoscesi, di montagna. Ma il mio capofamiglia andava fiero del suo coltivo: mais da semi autoprodotti e fagioli che si arrampicano alle sue basi. Niente diserbi, niente insetticidi, niente aiuti dal malgoverno, rifiuto di qualsiasi intervento che possa modificare il fertile equilibrio della Madre Terra. A fine stagione si ripristina l’humus grazie ad altre culture tra le quali il chili. La diversità culturale e l’assenza di artifici chimici erano sottolineati in continuazione così come l’obiettivo di sfamare una famiglia di 10 persone con solo due ettari di terreno. Il paragone con la nostra agroindustria basata sulla monocultura e sul massiccio uso della chimica mi faceva impallidire. Mi stupì anche il livello di preparazione teorico che il campesino dimostrava. Anche su questo gli Zapatisti stavano dimostrando il loro grado di avanzamento. Raccogliemmo due sacchi di pannocchie ancora verdi per il Pozol e ce ne scendemmo con passo svelto ma interrotto dalle molte indicazioni, pronunciate in Chol dal Duegño e tradotte dal mio Votan in castitaliano, delle piante e degli arbusti che, pur crescendo spontaneamente, impreziosivano la dieta della comunità.

L’ultima notte fu la più lunga tra quelle passate nella comunità Nazareth. La festa a base di cerdo bollito durò fino a mezzanotte e, nonostante il maltempo, il clima fra studenti e campesini era ormai rilassato. Non poteva che essere così visto come, la novità rappresentata dalla nostra presenza e soprattutto dalla presenza dei nostri votan in quanto indigeni zapatisti di altre comunità sorelle, aveva animato le giornate di studio e di lavoro. Durante la visita agli edifici comuni (la forneria delle donne, la casa della salute, la tienda), grazie al lavoro nel collettivo de ganado e alla presenza nelle case dove abbiamo collaborato in cucina nei lavori che un tempo erano esclusivamente femminili, si sono create affinità e accorciate le distanze che ci separavano. I discorsi di saluto di quella sera peccavano di un’ufficialità un poco forzata ma riuscirono a volteggiare con parole tanto leggere quanto impegnative.

Partimmo alle 4 del mattino con la stessa jeep che ci aveva scaricato alcuni giorni prima. Quando il sole inizio a schiarire l’aria fredda delle montagne, la luce che trapelava dal telone illuminò i visi sussultanti e assonnati dei giovani passeggeri messicani. Mi accorsi che nelle loro espressioni qualcosa era cambiato. Era come se avessero superato un rito di iniziazione, mi sembravano diversi, più maturi e adulti. Chissà se anche loro hanno notato qualche cambiamento nel mio viso?

Le comunità indigene sono il cuore pulsante dell’Autonomia Zapatista. In questi luoghi sparsi nei posti più irraggiungibili della selva o delle montagne si misurano i miglioramenti effettivi delle condizioni di vita degli aderenti al movimento. In questi luoghi la cultura originaria maya rinasce e si arricchisce in opposizione ai dettami del capitalismo neoliberista e alle pressioni del malgoverno. Qui si lotta ogni giorno per avere cibo sufficiente per tutti, perché non ci si ammali o si guariscano le malattie che prima uccidevano, perchè tutti possano ricevere un’istruzione basata su ciò che potrà servire nella vita della comunità.

Nelle comunità si organizzano e sviluppano quei lavori collettivi che consentono a tutti di essere eletti come rappresentanti nei Caracol, di mandare i figli a formarsi per diventare promotori, di essere curati nelle cliniche autonome e di essere sostenuti nei momenti di difficoltà.

Nelle comunità si misurano gli avanzamenti dei diritti delle donne, la diminuzione dei conflitti famigliari e la cancellazione dei disastri causati dall’uso di alcolici (vietati in tutti i territori zapatisti).

Nelle comunità zapatiste in resistenza si misura la forza di un movimento che rifiuta la classica visione novecentesca della “presa del potere” per concentrarsi sulla costruzione di un’Autonomia che non è statale ma basata sui rapporti di appartenenza comunitari. Nelle comunità non ci si divide fra chi è zapatista e chi no e nei territori zapatisti non si tracciano confini intorno alle comunità filo governative ma si sperimenta una quotidiana mescolanza  perché si è consapevoli che il nemico si trova in alto e non di fianco.

Forse anche per questi motivi, per quest’originalità costruita negli ultimi 20 anni, lo zapatismo non è più fra i riferimenti internazionali dei movimenti europei ed italiani. Facciamo fatica a capirlo, a codificarlo, perché spesso siamo troppo autoreferenziali e supponenti. O forse sono loro ad essere troppo avanti.

Furore MD http://www.di-wan.org/2013/09/sullescuelita-zapatista/

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    Non ci resta altra alernativa che l’organizzazione e la lotta, non solo per la libertà di Alberto Patishtán, ma per la nostra, di tutte e di tutti.

A Alberto Patishtán
A su familia y a sus hijos
A los compañeros y compañeras zapatistas
A la sexta
A la Red contra la Represión
Al pueblo de México
A los pueblos del mundo

15 de septiembre de 2013.

Los colectivos abajo firmantes, como en reiteradas ocasiones lo hemos expresado al compañero Alberto Patishtán: Aquí seguimos, aquí la lucha por su libertad continua…¡No esta usted solo!

Imaginamos el sentimiento del profe, de sus amigos, de su comunidad del Bosque, de los diferentes colectivos y organizaciones en estos momentos de indignación, de coraje, de rabia y de impotencia.

Al menos ese es nuestro sentimiento cuando se espera un mínimo de respeto y en respuesta se obtiene la soberbia, el desprecio y la impunidad. Ya no nos sorprende la actitud con la que actuó el primer tribunal colegiado del vigésimo circuito con sede en Chiapas, al declarar infundadas las pruebas con las cuáles los abogados del profesor Patishtán pretendían obtener su reconocimiento de inocencia, como tampoco nos sorprendió la actitud de la Primera Sala de la Suprema Corte de Justicia de la Nación cuando aquel 6 de marzo determinó por mayoría de tres votos, no asumir la atracción del Incidente de Reconocimiento de Inocencia presentado en favor de Patishtán.

Con respecto a los magistrados, ya no tenemos el mínimo interés para escuchar sus cuentos y mentiras, sus resoluciones y sus acuerdos. Sus declaraciones están vacías, son letra muerta, como la del Gobernador de Chiapas, Manuel Velasco Coello, que sirviéndose de la visita de Peña Nieto al estado de Chiapas, y para quedar bien, aseguró que Patishtán Gómez, debía ser puesto en libertad. Nada se puede esperar cuando los que “hacen la ley” carecen de memoria. Los magistrados Freddy Gabriel Celis Fuentes, Manuel de Jesús Rosales Suárez y Arturo Eduardo Zenteno Garduño que tuvieron en sus manos la posibilidad de poner en libertad a Alberto Patishtán, no son sino un espejo de la justicia servil que mantiene al poder en su lugar, así como la corrupción y el desprecio.

Nosotros si tenemos memoria, por que el atropello que se esta cometiendo con Patishtán, es el mismo con el que por mas de 500 años los indígenas han sido pisoteados, humillados y despreciados; cuantas veces hemos recibido los testimonios de los presos y presas que nos cuentan los tratamientos que reciben por parte de las autoridades penitenciarias, la falta de medicamentos, los malos tratamientos y diagnósticos, la mala alimentación, la falta de traductores, las torturas y desapariciones, la facilidad con la que los grupos de seguridad penitenciaria roban las pertenencias y dinero en efectivo de los reclusos y las construcciones falsas de sus casos. Ese 12 de junio del año 2000, tras una emboscada que dejó seis policías estatales y uno municipal muertos, Pathistán estaba a muchos kilómetros de distancia de dicho lugar, cual ceguera crónica, todo esto no importó … Y hoy, en medio de un sin fin de eventos, reclamos, acciones, comunicados de solidaridad con el profe desde San Cristobal de las casas, pasando por la ciudad de México, Estados Unidos, Barcelona, Valencia, Francia, Italia y Alemania, el tribunal colegiado del vigésimo circuito de Tuxtla Gutiérrez, declara sin un mínimo de seriedad, que las pruebas presentadas son infundadas. Esta respuesta ¡Es una burla !

Varios de nuestros colectivos tuvimos el honor de participar como alumnos al curso de primer grado intitulado : La libertad según los y las zapatistas, sin duda las enseñanzas fueron inmensas y siguen, pero lo que es claro, es que en materia de “justicia”, solo aquella que se construye por el pueblo, con los hombres y mujeres de abajo, con principios como el servir y no servirse, representar y no suplantar, construir y no destruir, obedecer y no mandar, proponer y no imponer, convencer y no vencer, bajar y no subir, darán cabida a esa otra forma de justicia que anhelamos y la libertad que esperamos.

No nos queda otra alternativa que la organización y la lucha, no solamente por la libertad de Patishtán, si no por la nuestra, la de todos y todas nosotras.

La lucha sigue!

En solidaridad:

Les trois passants (Francia)
Grupo de Solidaridad con Chiapas de Dorset (Inglaterra)
Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo (Italia)
CGT (Estado español)
Plataforma de Solidaridad con Chiapas y Guatemala de Madrid
Centro de Documentación sobre Zapatismo-CEDOZ (Estado español)
Tamazgha, association berbère (París, Francia)
Comité de Solidaridad con los Pueblos de Chiapas en Lucha-CSPCL(Francia)
Plataforma Vasca de Solidaridad con Chiapas (País Vasco)
Grupo Rebelde FC – Brescia (Italia)
ASSI-Acción Social Sindical Internacionalista (Estado español)
Plataforma de Solidaridad con Chiapas de Aragón (Estado español)
Asociaciòn Ya Basta, Milano (Italia)
Secretariado Internacional de la CNT(Francia)
Comité de solidaridad con los pueblos Indígenas des las Américas
(CSIA-Nitassinan, Francia)
Grupo de apoyo à Leonard Peltier(LPSG-Francia)
Associu Sulidarità (Corsica)
Corsica Internaziunalista (Corsica)
Manchester Zapatista Solidarity Group(Inglaterra)
Union syndicale Solidaires (Francia)
Fédération SUD éducation (Francia)
Espoir Chiapas (Francia)
Colectivo Farma, Atenas (Grecia)
Groupe CafeZ (Bélgica)
La Pirata: Nodo Solidale Roma-México,
Colectivo Zapatista Lugano y Nomads Bologna-Berlino
Gruppe B.A.S.T.A.,Munster(Alemania)

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Sentenza contro Alberto Patishtán, un crimine di Stato

Hermann Bellinghausen

In un certo senso sono irrilevanti, solo un anello inferiore nella catena alimentare in cui si è trasformato il nostro obbrobrioso ed oneroso sistema giudiziario, ma non è superfluo insistere nel nominarli. Freddy Gabriel Celis Fuentes, Manuel de Jesús Rosales Suárez ed Arturo Centeno Garduño, giudici federali di Tuxtla Gutiérrez, hanno respinto in ultima istanza il riconoscimento di innocenza del professor Alberto Patishtán. Grazie a loro l’incubo continua. Nel mezzo del riformismo radicale e regressivo che smantella i contenuti sociali e la difesa della Nazione nel corpo delle leggi, e mentre si riducono le garanzie di giustizia e libertà, il giudizio contro Patishtán costituisce un messaggio dello Stato (come ha segnalato da queste pagine Luis Hernández Navarro) indirizzato agli insegnanti, ai popoli indigeni e ad ogni messicano che dice no.

Separazione dei poteri, indipendenza? Ormai non ci crede più nessuno. Per ragioni di Stato, o per impegni presi in precedenza, questo stesso sistema di tribunali con peregrini sofismi legali e mediatici, ha liberato narcotrafficanti e sequestratori internazionali, politici e loro parenti infangati fino al collo, paramilitari rei confessi di genocidio, e gente così. Comunque, il Consiglio della Magistratura Federale, per mettersi al riparo, ha comunicato che la sentenza “stabilisce che la decisione riguardo questo caso di riconoscimento di innocenza non contiene un pronunciamento sulla responsabilità penale del condannato”.

La divisione dei poteri si riduce ad una rete di complicità e spartizione di prebende tra gruppi mafiosi. Tutti questi giudici della Corte formano una casta esorbitatamente ben pagata, “affinché non vengano corrotti” ed in funzione della loro “alta investitura”. A loro volta legati ad altri gruppi di potere in televisioni, università, classi politiche regionali, non è trascurabile che nella Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) esista, già con una certa tradizione, un certo numero di ministri chiapanechi. Armando Valls e Margarita Luna Ramos, attuali membri della Corte, hanno chiari legami con la classe politica del loro stato. Come nel caso di Patishtán. Lo sdegno e l’arroganza della SCJN, trasmessi tali quali ai giudici di Tuxtla Gutiérrez, hanno permesso a giudici e magistrati di sprecare l’opportunità di procedere con decenza e sensibilità. Si può attribuire al razzismo, a calcoli politici di congiuntura in un momento vertiginoso di smantellamento della sovranità in nome degli affari dei veri soci, o a dettagli microscopici e retorici di tecnica giuridica (che hanno funzionato benissimo nella campagna umanitaria del CIDE per liberare i paramilitari di Acteal e chiudere il cerchio di criminalità di Stato in totale impunità).

Tuttavia, il caso di Patishtán implica un mistero particolare, forse così importante e delicato da renderne impensabile la liberazione. Chi lo arrestò nel 2000 credette che non valesse niente, che fosse eliminabile. Lui solo sta scontando una condanna per un crimine grave che necessariamente fu commesso da numerose persone: un’imboscata da professionisti contro dei poliziotti in un territorio fortemente militarizzato.

Salvo che  per la tremenda corte, è provato che Patishtán non partecipò né ebbe niente a che fare. Ma siccome nessuno pagherà per quelle morti emblematiche (sette poliziotti), il sistema crede che reggerà la pressione sociale. Governava il Chiapas il priista e genocida, come il suo capo Zedillo, Roberto Albores Guillén, ancora oggi parte attiva dei poteri che controllano il governo statale. Nel 2000 presiedeva la corte suprema dell’entità Noé Castañón León, chi fino a poco tempo fa è stato segretario di Governo (ed in un’epoca successiva di “esilio politico”, per presunta corruzione, ministro della SCJN!). Questi politici ed i loro scagnozzi sono parte dello Stato realmente esistente nell’entità. Non bisognerebbe far partire le indagini dalle loro stanze?

Che cosa nascondono? Quale cloaca proteggono questi attori? L’ex prima dama Margarita Zavala de Calderón, “come avvocato”, mostrò interesse, si suppone genuino, per la sua liberazione, ma non fece mai niente. Si dice che fu fermata da Genaro García Luna, il capo polizia agli ordini di suo marito. E che ordini. Il governatore attuale ed il suo predecessore si sono pronunciati per la libertà di Patishtán. A parole si può dire tutto, di modo che sembri che non dipende da loro. E nel codice di polizia, sette agenti imboscati non si coprono con indulto presidenziale.

La trama è scritta. A fronte degli appelli alla giustizia internazionale, lenta come tutte, il governo di Enrique Peña Nieto, il suo docile congresso ed i suoi partiti satelliti di scagnozzi e sgherri, e compagnia cantante, chiudono i lucchetti per proteggersi ed attenuare l’impatto di regolamenti e decisioni internazionali in materia di diritti umani e procedimenti penali. Di giustizia. Per indios.

Fino a prova contraria, dietro l’incarceramento di Patishtán potrebbe esserci un crimine di Stato.

La Jornada, 16 settembre 2013

Video della conferenza stampa in carcere di Alberto Patishtán: http://www.youtube.com/watch?v=vYzvYeO8qeg&feature=player_embedded

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Alberto Patishtán: messaggio di Stato

Luis Hernández Navarro

Alberto Pathistán non è una sequestratrice francese come Florence Cassez, né un narcotrafficante come Rafael Caro Quintero, né uno degli assassini del massacro di Acteal. È un professore toztzil, membro dell’Altra Campagna, ingiustamente carcerato da 13 anni. Lei, loro e lui non sono la stessa cosa. La giustizia ha messo in libertà Cassez, Caro Quintero ed i paramilitari di Chenalhó nonostante siano colpevoli. Il sistema di ingiustizia tiene in prigione il maestro Pathistán nonostante sia innocente.

Il Potere Giudiziario in questi giorni aveva la possibilità di emendare il danno arrecato all’indigeno tzotzil del municipio di El Bosque. Ma questo giovedì il primo tribunale collegiale del ventesimo circuito con sede in Chiapas ha dichiarato infondate le prove con le quali i suoi avvocati cercavano di ottenere la sua assoluzione.

Ignominia su obbrobrio, la Suprema Corte di Giustizia della Nazione ha deciso di essere complice dell’ingiustizia e se n’è lavata le mani. Solo lo scorso marzo, la sua prima sezione decise, con tre voti a favore contro due contrari, di non avere competenza sull’incidente di riconoscimento di innocenza del maestro. Il processo fu rimandato al tribunale che ha dichiarato infondate le prove a favore di Pathistán.

In un paese dove l’applicazione del diritto ha in sé un forte risvolto politico e dove raramente i giudici sono indipendenti dall’Esecutivo, la decisione dei giudici del primo tribunale collegiale del ventesimo distretto, Freddy Gabriel Félix Fuentes, Manuel de Jesús González Suárez ed Arturo Eduardo Centeno Garduño, si può interpretare solo come un messaggio di Stato. Un messaggio inviato sia allo stesso prigioniero sia a chi vede in lui un simbolo della lotta contro l’ingiustizia. Il maestro è un ostaggio del potere.

Alberto Pathistán non è un detenuto qualsiasi: è il prigioniero politico più noto nel paese. È una figura emblematica del movimento indigeno nella quale si riassume la discriminazione razziale, la trascuratezza processuale e l’uso fazioso della giustizia riservato ai popoli originari. Un simbolo di dignità di fronte agli abusi del potere.

Letteralmente, migliaia di voci dentro e fuori del Messico hanno chiesto la sua liberazione immediata. Il Pueblo Creyente, l’EZLN, il movimento indigeno, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE), Amnesty International e centinaia di organismi difensori dei diritti umani ed intellettuali pubblici sono convinti della sua innocenza e chiedono la sua libertà. È a loro che lo Stato ha detto la sua ultima parola: le vostre ragioni non mi importano; vi ascolto ma vi ignoro.

La storia è nota. Il 12 luglio del 2000, a Las Lagunas de Las Limas, Simojovel, furono imboscati sette poliziotti. Quel giorno e a quell’ora, Pathistán si trovava a molti chilometri di distanza da quel luogo. Non importò. Fu accusato ugualmente degli omicidi. Fu condannato per i reati di criminalità organizzata, omicidio aggravato, uso di armi di uso esclusivo delle forze armate e lesioni aggravate. Nel suo processo non ci furono traduttori. I testimoni mentirono e non furono presentate prove certe della sua colpevolezza. I giudici non prestarono attenzione. Egli finì in prigione.

In tutto il paese, i popoli indigeni si oppongono alla devastazione ambientale ed al saccheggio delle loro terre, territori, acque e semi. Per affrontare l’insicurezza pubblica e difendersi hanno formato poliziotti comunitari. Tenere in prigione Pathistán è un avviso del Messico di sopra di quello che può succedere se persistono con l’ostinazione con la quale l’hanno fatto, nella difesa delle loro risorse naturali e le loro forme di esercitare la giustizia.

Centinaia di migliaia di insegnanti chiedono l’abrogazione delle riforme del lavoro mascherate come riforme dell’istruzione recentemente promosse dal Congresso. Nelle loro mobilitazioni e petizioni chiedono che il professore detenuto, uno di loro, sia liberato. Negargli l’uscita di prigione è un avvertimento di quello che li aspetta se non sospendono le loro azioni di disubbidienza.

Lo zapatismo continua imperterrito ad autogovernarsi e mantenersi in armi, al margine delle istituzioni governative. Continua ad essere una fonte di ispirazione ed esempio per molte comunità indigene nel paese. Tenere dietro le sbarre l’aderente dell’Altra Campagna è l’avviso che la guerra contro i ribelli del sudest messicano non è finita.

In un paese in cui il diritto si applica regolarmente contro la giustizia, allo Stato messicano non importa che Alberto Pathistán sia innocente e quello che il suo processo sia pieno di irregolarità. Non lo imbarazza che la sua detenzione sia uno scandalo internazionale. Vuole, solamente e semplicemente, mandare un messaggio affinché chi simpatizza col professore e la sua causa imparino la lezione. Non ci riuscirà. Come fa Pathistán, i molti che solidarizzano con lui resistono e continueranno a resistere.

Twitter: @lhan55

http://www.jornada.unam.mx/2013/09/13/politica/021a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Messico e ingiustizie: resta in prigione il Prof. Alberto Patishtán

Pubblicato il 13 settembre 2013 · in Osservatorio America Latina ·

di Fabrizio Lorusso

patish 3La fabbrica dei colpevoli messicana non si ferma mai e il professore Alberto Patishtán ne è vittima da 13 anni, accusato e sentenziato ingiustamente per omicidio. Il primo tribunale collegiale del ventesimo circuito del Chiapas ha dichiarato infondate le prove con cui gli avvocati di Alberto Patishtán, professore messicano d’etnia tzotzil detenuto ingiustamente da 13 anni e condannato a 60 anni di reclusione per omicidio, volevano ottenere il riconoscimento della sua innocenza (link notizia Desinformémonos). La “fabbrica” è una scure inarrestabile, la giustizia dei più forti contro i più deboli, l’ingiustizia perpetrata col sostegno della legge, anzi, ormai senza nemmeno quello. Anche quando sbaglia, anche quando è palese, anche quando un paese si mobilita contro i suoi meccanismi perversi e ne dimostra le nefandezze, fuori da ogni ideologia, la fabbrica dei colpevoli non torna indietro perché sarebbe un ammissione di colpa, un’azione culturalmente inaccettabile.

Dunque è meglio affondare la lama e scavare, punire chi alza la voce, beffarsi degli scioperi della fame e del mondo che ti osserva, incredulo. Patishtán è un detenuto politico, discriminato per la sua appartenenza a un gruppo etnico indigeno e per la sua militanza politica nella comunità de El Bosque, Chiapas, di cui è originario.

E proprio in questo territorio del Messico profondo e (para)militarizzato, comincia l’odissea dell’attivista che è stato accusato dell’omicidio di sette poliziotti federali, avvenuto il 12 giugno del 2000, nella cosiddetta “strage di Simojovel” (a questo link un racconto dettagliato in italiano). Il 19 giugno il Profe viene praticamente sequestrato mentre va al lavoro da quattro poliziotti in borghese sprovvisti del mandato di arresto. Il giorno dopo viene preso anche due militanti legati all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, i fratelli Manuel e Salvador López González, anche loro accusato di aver preso parte all’imboscata-strage.

Patishtán è stato malmenato, umiliato, torturato e poi messo agli arresti domiciliari per 30 giorni mentre si “raccoglievano” le prove contro di lui. La presenza degli interpreti delle lingue indigene messicane è quasi un’utopia e “el Profe” non fa eccezione, quindi niente traduzione. Come spesso accade in questi casi, in pratica le condanne dell’attivista si basano sul racconto contraddittorio, nel senso che è stato cambiato in diverse occasioni, di un testimone che prima dice di “non aver riconosciuto nessun partecipante dell’imboscata” e poi sostiene di “aver visto il professore poco prima di perdere i sensi”.

Le prove presentate da Patishtán, che lo avrebbero scagionato dimostrando la sua NON partecipazione all’imboscata e il suo alibi, cioè la sua presenza a una riunione in un altra città chiamata Huitiupan, sono state rigettate. Alla fine non sono state “reperite” le prove contro i due attivisti zapatisti. Invece il Profe è rimasto in galera, ha affrontato processi viziati da numerose irregolaritò e da 13 anni la sua lotta contro l’ingiustizia e gli abusi è diventata un caso internazionale, una battaglia epica e disperata contro la fabbrica dei colpevoli e la burocrazia

Quindi il caso è chiuso in Messico e i motivi veri sono chiari, hanno poco a che vedere con il famigerato rispetto dello stato di diritto. Resta solo la possibilità di un ennesimo ricorso, presso la Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), che potrebbe esprimersi a favore de “el Profe”, come viene soprannominato l’attivista Patishtán, ed “obbligare” lo stato messicano a metterlo in libertà, sempre che le istituzioni decidano di ascoltare e applicare le risoluzioni della CIDH che spesso passano inosservate. patish libero

I tre magistrati del tribunale chiapaneco con sede a Tuxtla Gutiérrez, la capitale di questo martoriato stato meridionale del Messico, si sono espressi all’unanimità. Niente dubbi, niente perplessità. Fuori dal tribunale, già da vari giorni, c’era un picchetto di sostenitori e difensori della libertà di Patishtán che non si muoveranno da lì finché un funzionario non si sarà presentato per realizzare una chiara e dettagliata esposizione delle motivazioni della sentenza.

“Né Alberto Patishtán né noi come avvocati chiederemo un indulto all’esecutivo”, ha spiegato Lionel Rivero, avvocato difensore del Profe.  ”La decisione è una porcheria per tutti i messicani e non ci arrenderemo” sostiene senza mezzi termini Trinidad Ramírez, del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra, che si trovava nell’accampamento di protesta allestito a Città del Messico l’11 settembre scorso. Il Comitato per la Libertà di Patishtán continuerà a lottare per la sua liberazione, rispettando la volontà del professore. Andrea Spotti, in un articolo su Globalist dell’aprile scorso ha ben descritto il contesto della regione in cui si svilupparono e si sviluppano queste vicende:

“Siamo nel Chiapas degli anni successivi all’insurrezione zapatista e la tensione politica e (para)militare nella regione, dove i conflitti locali si moltiplicano, é assai alta. Ad El Bosque, un imponente movimento chiede la destituzione del sindaco Manuel Gómez, priista (membro del PRI, Partido Revolucionario Institucional, al governo attualmente in Messico) accusato di corruzione, nepotismo e abuso di potere; e Patishtán, come spesso accade ai maestri rurali – in molti casi veri e propri intellettuali organici delle loro comunità -, é il portavoce della protesta. Il governo, timoroso che la situazione possa degenerare dando vita a nuove sollevazioni, manda sul posto rinforzi della polizia federale. Durante uno dei pattugliamenti delle forze poliziesche, nei pressi del villaggio di Las Limas, avviene l’imboscata, effettuata da una decina di uomini a volto coperto armati di R-15 e di AK-47. 

Inizialmente, governo statale e federale puntano il dito contro le guerriglie dell’Ezln e dell’Epr (Esercito Popolare Rivoluzionario). Gli zapatisti, attraverso le parole del Subcomandante Marcos, rispondono invece indicando nei gruppi paramilitari legati al Pri  i probabili autori della strage, la quale sarà utilizzata come pretesto per intensificare ulteriormente la militarizzazione della regione. Dopo l’arresto di Patishtán, che scatena immediatamente vivaci proteste nella sua comunità (si arriverà fino ad occupare il palazzo municipale), vengono coinvolti nelle indagini anche due basi d’appoggio dell’Ezln, uno dei quali, Salvador López, sarà arrestato”.

patishtan-12Nel marzo scorso anche la Suprema Corte messicana, che in altri casi s’era dimostrata sensibile a ingiustizie macroscopiche e disposta ad annullare sentenze in base a eventuali vizi di forma dei processi, ha voltato le spalle al Profe ha rigettato il ricorso dei suoi avvocati contro le decisioni dei tribunali del Chiapas. Una recente decisione della Corte Suprema di Giustizia messicana, la quale ha stabilito un orientamento giurisprudenziale in materia di diritti umani, ha aperto la strada all’applicazione interna, a livello costituzionale, dei trattati internazionali che siano considerati migliorativi per quanto riguarda la protezione dei diritti dell’uomo rispetto alle norme vigenti in Messico. Ciononostante l’applicazione di tale orientamento, che potrebbe forse servire a Patishtán una volta ottenuta, eventualmente, una sentenza favorevole della CIDH, è stato depotenziato dalla stessa Corte Suprema con la previsione di eccezioni, casistiche e limiti che hanno fatto parlare addirittura di un retrocesso sul fronte dei diritti. 

In carcere l’attivista ha sempre cercato di rendersi utile, inegnando a leggere a a scrivere ai detenuti analfabeti o fungendo da interprete-traduttore per i compagni di cella che non parlano lo spagnolo. Progressivamente si avvicina agli zapatisti, partecipa alle mobilitazione per il miglioramento delle condizioni di vita in prigione, si fa portavoce degli altri detenuti e nel 2006 entra a far parte della Otra Campaña, l’offensiva politica dell’EZLN, basata sulla VI Dichiarazione della Selva Lacandona, che irrompe nella campagna elettorale e denuncia la corruzione del sistema politico e di tutti partiti che lottano per il potere politico e il controllo dello stato. Sempre in quell’anno fonda

Nel 2006 entra a far parte de La Otra Campaña e fonda, insieme agli altri reclusi aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, il collettivo La Voz del Amate che, collegando tra loro le iniziative di resistenza delle carceri del Chiapas con movimenti sociali esterni, negli anni ha fatto ottenere il rilascio di 137 prigionieri. Nell’ottobre 2012 ha subito un intervento chirurgico per l’asportazione di un umore benigno al cervello e ha vinto la battaglia contro il cancro. In questa breve video-intervista del luglio scorso El Profe parla di un’altra dura battaglia, delle sue sofferenze e dell’allontanamento dalla sua famiglia, ma soprattutto ricorda con dignità al Messico e al mondo che “a volte uno deve passare da queste situazioni affinché altra gente si accorga di quello che viviamo” e che il suo caso è solo “uno dei tanti tra quelli di persone che sono detenute ingiustamente in qualunque prigione, molte volte per non saper parlare spagnolo, per non avere soldi o per non saper leggere e scrivere”.

Segnalo due raccolte di firme per la libertà di Patishtán: 1) qui LINK e 2) Appello e firme di Amnesty International “Nessun giorno in più senza giustizia”: LINK

Documentario sul caso di Alberto Patishtán: LINK

Hashtag Twitter: #LibertadPatishtan

Comitato Città del Messico Twitter @TodosxPatishtan

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Francesca Svampa

Messico. In un video dalla prigione di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, nella quale vive quelli che potrebbero essere i suoi ultimi due giorni dietro le sbarre, il prigioniero tzotzil Alberto Patishtán dichiara che la sua lotta è perché “non posso accettare che mi accusino di un mucchio di reati, quando la mia coscienza è pulita. Non posso accettare di restare prigioniero neppure per due giorni se non sono colpevole di nulla”. (Video)


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http://www.chiapasdenuncia.blogspot.mx/2013/09/denuncia-publica-de-los-desplazados-de.html

 
VIDEO

Denuncia pubblica degli sfollati di Banavil

4 settembre 2013, San Cristobal de Las Casas, Chiapas.

 
Al Congresso Nazionale Indigeno
Ai Centri dei Diritti Umani onesti e indipendenti
Ai mezzi di comunicazione indipendenti
Alla società Civile nazionale e internazionale
Agli Aderenti alla Sexta
Alla Rete Contro la Repressione
Alle Giunte di Buon Governo
All’opinione pubblica 
 
Il 4 dicembre del 2011, in 13 persone siamo state aggredite e costrette a fuggire dai priisti di Banavil, municipio di Tenejapa, Chiapas, e tutto questo perché crediamo nell’autonomia zapatista. Nostro padre Alonso López Luna è stato fatto sparire dalla gente della comunità e dalle autorità comunitarie. Per un anno e nove mesi non ci hanno completamente ignorato; il governo federale, statale ed il Pubblico Ministero Specializzato nella Giustizia Indigena, Cristóbal Hernández Lopez, sono complici degli aggressori ed appoggiano gli assassini. Ci domandiamo, dov’è lo stato di diritto? Che dovrebbe impartire la giustizia, ma per questo stato la giustizia è lasciare liberi gli assassini ed imprigionare gli innocenti come Lorenzo Lopez Giron e Francisco Santiz Lopez. 
 
Venerdì 30 agosto abbiamo ricordato con grade tristezza i desaparecidos come nostro padre Alonso Lopez Luna e molti altri, a causa della guerra sporca del governo, li ricordiamo con tristezza e con coraggio nei nostri cuori, sperando che un giorno arrivi la verità e la giustizia. Perché la giustizia non è ancora arrivata come dimostra la nostra denuncia che giace da mesi presso il Tribunale di Tuxtla Gutierrez, caso n. 523/2013, affinché si eseguano gli 11 mandati di cattura contro gli aggressori ed assassini. Ma non c’è risposta e l’impunità impera contro di noi popoli indigeni discriminati. 
 

Abbio visto cosa è successo recentemente nell’ejido Puebla, dove sono sfollate 91 persone tra uomini, donne e bambini, ed anche in questo caso il Pubblico Ministero per la Giustizia Indigena, Cristóbal Hernandez, non applica lo stato di diritto, sta solo a guardare quello che fanno ai nostri fratelli sfollati e perfino proibisce loro di diffondere pubblicamente le loro denuncie, che è l’unica forma di difesa dei fratelli cattolici. Ci domandiamo dove sono i nostri diritti come popoli indigeni. E per quanto resteranno impunite le aggressioni contro i nostri fratelli dell’ejido Puebla.

Noi profughi di Banavil viviamo in condizioni inumane e condividiamo con voi la nostra memoria delle molte aggressioni contro di noi ed i nostri fratelli dell’ejido Puebla; essere profughi non è vivere come esseri umani, perché gli esseri umani hanno dei diritti.
 
Che dicano gli aggressori cosa hanno fatto a nostro padre, perché gli aggressori sanno quello che è successo. Sono trascorsi i mesi e la giustizia non arriva. E questi aggressori ed assassini sono liberi e non c’è stata alcuna punizione né prigione per loro, mentre gli innocenti vengono condannati ad anni di prigione.
 
Al signor presidente della repubblica Enrique Peña Nieto ed al Governatore Manuel Velasco Coello:
 

Vogliamo la verità sulla sparizione forzata di nostro padre Alonso López Luna. 
Vogliamo giustizia per i fatti successi il 4 dicembre 2011. 
Vogliamo giustizia per i fratelli sfollati dell’ejido Puebla 
Vogliamo la libertà per il nostro fratello Alberto Patisthan condannato a 60 anni di prigione.

 
Distintamente 
I profughi di Banavil, municipio di Tenejapa, Chiapas.
Simpatizzanti dell’EZLN
Lorenzo Lopez Giron 
Miguel Lopez Giron
Petrona Lopez Giron
Anita Lopez Giroz

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Info-cdhbcasas mailing list
Info-cdhbcasas@lists.laneta.apc.org
http://lists.laneta.apc.org/listinfo/info-cdhbcasas

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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