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Convocazione Incontro Reti di Appoggio al CIG 2-5 agosto 2018.

La Commissione Sesta dell’EZLN invita le e gli individui, gruppi, collettivi e organizzazioni che hanno appoggiato il CIG e, chiaramente, che pensano ancora che i cambiamenti importanti non vengono mai dall’alto, ma dal basso (sempreché non abbiano mandato il loro bigliettino d’adesione o di richieste al capoccia futuro) all’Incontro delle reti d’appoggio al Consiglio Indigeno di Governo dal 2 al 5 agosto 2018 nel Caracol di Morelia. 

CONVOCAZIONE A UN INCONTRO DI RETI D’APPOGGIO AL CIG, AL COMPARTE 2018: “Per la vita e la libertà” E AL 15° ANNIVERSARIO DEI CARACOLES ZAPATISTI: “Dipingi chioccioline ai malgoverni passati, presenti e futuri” 

Luglio 2018

Agli individui, gruppi, collettivi e organizzazioni delle Reti d’Appoggio al CIG:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Considerando che:

Primo e unico:

Il gran finale

Vossia arriva al grande stadio. “Monumentale”, “colosso”, meraviglia architettonica”, “il gigante di cemento”, qualificativi consimili si ripetono nelle voci degli speaker che, nonostante le diverse realtà che esprimono, concordano nel mettere in risalto la superba costruzione.

Per arrivare al grandioso edificio, vossia ha dovuto farsi strada tra macerie, cadaveri, sporcizia. I più in là negli anni raccontano che non è stato sempre così: che prima, intorno alla gran sede sportiva si ergevano case, quartieri, negozi, edifici, fiumi e ruscelli di gente che uno schivava finché andava quasi a sbattere il naso contro al gigantesco portone, che si apriva solo ogni tanto, e nella cui insegna si leggeva: “Benvenuto al Gioco Supremo”. Sì, “benvenuto”, in maschile, come se ciò che avveniva dentro fosse cosa soltanto da uomini; come prima i sanitari, le cantine, la sezione di macchine e attrezzi dei negozi specializzati… e, ovvio, il calcio.

Tuttavia, a volo d’uccello l’immagine vista potrebbe benissimo essere un facsimile di un universo che si contrae, lasciando alla sua periferia morte e distruzione. Sì, come se il Grande Stadio fosse il buco nero che assorbe la vita attorno a sé e che, sempre insaziabile, erutta e defeca corpi senza vita, sangue, merda.

Da una certa distanza, si può apprezzare l’immobile nella sua totalità, sebbene ora le sue erronee disposizioni architettoniche, le sue falle strutturali nei calcestruzzi e nelle strutture, le sue decorazioni cangianti secondo il gusto della squadra vincitrice di turno, appaiano coperte da una tramoggia che abbonda di richiami all’unità, la fede, la speranza e, ovvio, la carità. Come se così si ratificasse la somiglianza tra culti religiosi, politici e sportivi.

Vossia non sa molto di architettura, ma sente fastidio per questa insistenza quasi oscena su una scenografia che non coincide con la realtà. Colori e suoni che proclamano la fine di un’era e il passaggio al domani anelato, la terra promessa, il riposo che non promette più nemmeno la morte (si dice vossia mentre ricapitola le proprie conoscenze, le persone scomparse, assassinate, “esportate” in altri inferni, e i cui nomi si diluiscono in statistice e promesse di giustizia e verità).

Come nella religione, la politica e gli sport, ci sono gli specialisti. Mentre vossia non sa molto di nulla. La infastidiscono gli incensi, i salmi e le lodi che popolano quei mondi. Vossia non si sente capace di descrivere l’edificio, perché vossia bazzica altri mondi, e i suoi lunghi e tediosi cammini percorrono quello che, dai superbi palchi dell’edificio, si potrebbe chiamare il “sottosuolo”. Sì, la strada, la metro, il bus collettivo, il veicolo in abbonamento o pagato a carico di altri abbonamenti (un debito sempre posposto e sempre crescente), le strade sterrate, i sentieri sperduti che portano alla milpa, alla scuola, al mercato, al tianguis, al lavoro, agli sbattimenti, al diavolo.

Vossia si inquieta, sì, ma l’ottimismo dentro al grande stadio è maggioritario, travolgente, s-o-p-r-a-f-f-a-t-t-o-r-e, e tracima fino a fuori.

Come in quella canzone che vossia ricorda vagamente, lo spettacolo che è già finito, ha unito “il nobile e il villano, il proboviro e il verme”. In quei momenti l’uguaglianza è stata regina e signora, non importa che al fischio finale ciascuno sia tornato al suo posto. Basta l’oblio che ciascuno è quel che è. Di nuovo, “e con la nausea / torna il povero alla sua povertà, /torna il ricco alla sua ricchezza /e il signor curato alle sue messe/ si son svegliati il bene e il male/ la volpe povera torna al portone, /la volpe ricca torna al roseto, /e l’avaro alle monete”* (*Citazione di “Fiesta” di J.M. Serrat, N.d.T.). E il fatto è che, come vossia sa dallo strepito e dalle immagini, la partita è finita. Il gran finale tanto atteso e temuto si è consumato, e la squadra vincitrice riceve, con falsa modestia, il clamore degli spettatori. “Il rispettabile pubblico”, dicono portavoce e cronisti. Sì, così si riferiscono a chi ha partecipato attivamente con grida, cori, urrà, insulti e diatribe, dai gradoni, come spettatori a cui soltanto nel gran finale è permesso simulare che sono di fronte al pallone e che il loro grido è il calcio che dirige la sfera “in fondo al sacco”.

Quante volte lo ha sentito vossia? Molte, val la pena contarle? Le sconfitte reiterate, la promessa che alla prossima sì, che l’arbitro, che il campo, che il clima, che la luce, che la linea, che la strategia e la tattica, che eccetera. Almeno l’illusione attuale allevia questa storia di sconfitte… a cui dopo si aggiungerà la prevista disillusione.

Nei dintorni del recinto, una mano maliziosa ha tracciato, sul superbo muro che circonda lo stadio, un motto: “MANCA LA REALTA’”. E non paga della sua eresia, la mano ha aggiunto tratti e colori alle lettere, tanto variegati e creativi che non sembrano nemmeno dipinti. Non è più un graffito, ma un’iscrizione fatta a scalpello, che macchia il cemento. Un’orma indelebile nell’apatica superficie del muro. E, per colmo, l’ultimo tratto della “A” finale ha aperto una crepa che si allarga fino al basamento. Un cartello, rotto e scolorito, con l’immagine di una felice coppia eterosessuale, con un paio di figli, bambino e bambina, e l’intestazione “La Famiglia Felice”, cerca invano di occultare la fenditura che, forse per un effetto ottico, sembra graffiare anche la felice immagine della famiglia felice.

Ma neppure il frastuono interno che fa vibrare le pareti dello stadio riesce a nascondere la crepa.

Dentro, sebbene la partita sia terminata, la moltitudine non abbandona lo stadio. Anche se ben presto sarà di nuovo espulsa verso la valle di rovine, la moltitudine imbellettata fa eco delle proprie grida e scambia aneddoti: chi ha gridato più forte, chi ha fatto lo scherzo migliore (si dice “meme”), chi ha divulgato la bugia di maggior successo (il numero di “like” determina il grado di verità), chi lo sapeva fin da subito, chi non ha mai dubitato. Nelle tribune, alcuni, alcune, alcunei, scambiano analisi: che “hai visto che gli avversari hanno cambiato casacca a fine primo tempo e ora festeggiano la vittoria coloro che hanno iniziato l’incontro con la casacca della squadra opposta?”; che “l’arbitro (il sempiterno “arbitro venduto”) ora sì che ha fatto il suo dovere perché la vittoria della squadra ripulisce ed eleva tutto”. Alcuni, alcune, alcunei, più scettici, vedono con sconcerto che, tra coloro i quali celebrano il trionfo, ci sono quelli che hanno giocato e giocano in squadre rivali. Cercano di capire, ma non riescono. O capiscono, ma non è ora di capire, ma di festeggiare. Perché sia chiaro, una lavagna gigante lampeggia con lo slogan visuale di moda: “Proibito Pensare”. La notte ha posposto il suo arrivo, pensa vossia. Ma si rende conto che sono i riflettori e i fuochi d’artificio che simulano chiarore. Chiaro, un chiarore selettivo. Perché là, in quell’angolo, alcuni gradoni sono crollati e le squadre di soccorso non accorrono, occupate come sono nel festeggiamento. La gente non si chiede quanti morti, ma di quale squadra erano tifosi. Più in là, in quell’altro angolo oscuro, una donna è stata aggredita, violentata, sequestrata, assassinata, fatta sparire. Ma, suvvia, è solo una donna, o un’anziana, o una giovane, o una bambina. I media, sempre in sintonia con quel che succede, non chiedono il nome della vittima, ma se aveva addosso la maglietta di una squadra o dell’altra. Ma non è tempo di amarezze, bensì di festa, di brindisi, di f-i-n-e-d-e-l-l-a-s-t-o-r-i-a caro mio, dell’inizio di un nuovo campionato. Fuori l’oscurità sembra il colophon pittorico per la zona devastata. Sì, pensa vossia, come uno scenario di guerra.

La confusione richiama la sua attenzione. Vossia cerca di prendere le distanze per comprendere l’impatto di questo gran trionfo della sua squadra preferita… mh… era la sua squadra preferita? Non ha più importanza, il trionfatore è sempre stato e sarà sempre la squadra favorita dalle maggioranze. E, chiaramente, tutti sapevano che il trionfo era inevitabile, e nelle tribune si susseguono le spiegazioni logiche: “sì, non era possibile alcun altro risultato, solo quello della coppa ubriacante che incorona i colori della squadra favorita”.

Vossia cerca, senza riuscirci, di far suo l’entusiasmo che inonda le tribune, i palchi, e sembra arrivare fino al punto più alto della costruzione, dove ciò che si intuisce è un lussuoso appartamento, che riflette nei suoi vetri polarizzati le luci, le grida e le immagini.

Vossia percorre le tribune con difficoltà, la gente gremisce i corridoi e le scale. Cerca qualcosa o qualcuno che non la faccia sentire straniero, cammina come un extraterrestre o un viaggiatore del tempo che sia atterrato in un calendario e una geografia sconosciuti.

Si ferma un po’ dove due persone di una certa età guardano con attenzione una specie di tavola. No, non si tratta di scacchi. Ora che vossia si è sufficientemente avvicinato, vede che si tratta di un rompicapo con soltanto alcuni pezzi inseriti e con la figura finale neanche abbozzata.

Una persona sta dicendo all’altra: “Be’, no, non mi sembra finzione. Dopo tutto, il pensiero critico deve partire da un’ipotesi, per quanto possa sembrare campata per aria. Ma non deve abbandonare il rigore per confrontarla e verificare se procede, o se bisogna cercare altri appigli”. E, prendendo uno dei pezzi del rompicapo, questa persona lo mostra e dice: “per esempio, può darsi, a volte, che il piccolo aiuti a comprendere il grande. Come se in questa piccola parte potessimo divinare o intuire la figura completata”. Vossia non ascolta ciò che segue, perché i gruppi vicini gridano contro questa strana coppia e zittiscono le loro parole. Qualcuno le ha passato un volantino. “Desaparecida”, si legge, e un’immagine di una donna la cui età vossia non può determinare. Un’anziana, una donna matura, una giovane, una bambina? Il vento le strappa di mano il volantino e il suo volo si confonde con le serpentine e i coriandoli che annebbiano la vista. E parlando di bambine…

Una bambina, piccola, di pelle oscura, dai vestiti stravaganti da quanto sono colorati e adornati, guarda lo stadio, le tribune, le luci multicolori, i sorrisi di vincitori e vinti, allegri i primi, maliziosi i secondi.

La bambina ha un dubbio. Si intuisce dall’espressione del suo viso, dal suo sguardo inquieto.

Vossia si sente generoso, alla fin fine vossia ha vinto… mh… ha vinto? Be’, non importa. Vossia si sente generoso e, sollecito, chiede alla bambina cosa cerca.

La bambina le risponde: “il pallone”. E, senza girarsi a guardarla, continua a setacciare con lo sguardo la gran costruzione.

“Il pallone?”, chiede vossia come se la domanda venisse da un altro tempo, da un altro mondo.

La bambina sospira e aggiunge: “be’, magari lo ha il padrone”.

“Il padrone?”

“Sì, il padrone del pallone, e dello stadio, e del trofeo, e delle squadre, e di tutto questo”, dice la bambina mentre con le sue manine cerca di abbracciare la realtà concentrata nel grande stadio.

Vossia cerca di trovare le parole per dire alla bambina che quelle domande non fanno al caso, o cosa, a seconda, ma allora vossia ricorda… o per meglio dire non ricorda di aver visto il pallone. Nella sua mente appare un’immagine sfocata, crede che a inizio partita, ci fosse la sfera con le sue toppe marchiate dai “nostri amabili patrocinatori”. Non sa collocarlo nemmeno nei gol segnati.

Ma lì c’è la lavagna del punteggio, e la lavagna segna la realtà che importa: il tale ha vinto, il tale ha perso. Nessun segnapunti indica chi è il padrone né del segnapunti stesso né tantomeno del pallone, delle squadre, delle tribune, delle “videocamere e microfoni”.

Inoltre, il segnapunti non è un segnapunti qualsiasi. E’ il più moderno che esiste ed è costato una fortuna. Include il VAR per aiutare i suoi impiegati a sommare o conteggiare punti alla lavagna, e per le ripetizioni istantanee o reiterate di quando “insieme abbiamo fatto la storia”. E il segnapunti non segna i gol, ma le grida. Vince chi grida di più, e allora chi ha bisogno del pallone?

Ma allora vossia passa in rassegna i suoi ricordi e nota qualcosa di strano: minuti prima della fine della partita, gli ultras, i fan, la masnada della squadra contraria sono rimasti in silenzio. E le grida dei seguaci della squadra ora trionfante non hanno avuto rivale. Sì, molto strana questa subitanea ritirata. Ma ancora più strano è che, quando sulla lavagna del segnapunti non si riflettevano ancora i risultati, nemmeno i parziali, la squadra contraria è tornata in campo solo per congratularsi col trionfatore… che ancora non era il trionfatore. Negli alti e lussuosi palchi dello stadio si è imposto il baccano e i colori dei festoni erano già quelli della squadra vincitrice. A che ora hanno cambiato la propria preferenza? Chi ha vinto davvero? E sì, chi è il padrone del pallone?

“E perché vuoi sapere chi è il padrone?”, chiede vossia alla bambina, perché le pare che, nonostante i suoi dubbi, è tempo di fischietti e raganelle, e non di domande stupide. “Ah, perché lui non perde. Non importa che squadra vinca o perda, il padrone vince sempre”. Vossia si incomoda al dubbio che ciò implica. E si incomoda ancor di più a vedere coloro che dichiaravano che la squadra ora vincitrice avrebbe portato disgrazie, ora celebrare un trionfo che, appena alcune ore prima, non era il loro. Perché non si vede che hanno perso, bensì festeggiano come se il trionfo fosse loro, come se dicessero “abbiamo vinto ancora”.

Vossia è sul punto di dire alla bambina che lasci da parte l’amarezza, che magari ha le sue cose, o la depressione, o non capisce niente, in fin dei conti è solo una bambina, ma in quel mentre il rispettabile prorompe in un urlo: la squadra vincitrice torna in campo per ringraziare il rispettabile per il suo sostegno. La gente-gente continua a stare sugli spalti e contempla, rapita, i moderni gladiatori che hanno sconfitto le bestie… un momento! Non sono le bestie quelle là che ora abbracciano e festeggiano e si mettono in spalla la squadra vincitrice?

Vossia è rimasto pensieroso su ciò che ha detto la bambina. E allora ricorda, inquieto, che la squadra contraria, conosciuta per il suo gioco rude, i suoi trucchi e i suoi inganni, ha abbandonato la partita giusto prima che risuonasse il fischio finale. Sì, come se temesse che la sua stessa inerzia potesse farla vincere (con l’inganno, ovvio) e, per evitarlo, si fosse ritirata completamente. E con essa, fossero scomparsi i suoi tifosi, i suoi fanatici, le sue, ora vossia lo ricorda, contate bandierine e bandiere.

Il baccano continua. Sembra che alle tribune non importi l’assurdità che sta avvenendo al centro del campo, dove il podio aspetta la premiazione finale.

Vossia si fa eco della domanda della bambina e, con timidezza, chiede a sua volta:

“Chi è il padrone del pallone?”, ma il grido di massa ingoia la sua domanda, e nessuno la ascolta.

La bambina la prende per mano e le dice: “Andiamo, dobbiamo uscire”.

“Perché?”, chiede vossia.

E la bambina, indicando la base del grande edificio, risponde:

“Sta per cadere”.

Ma nessuno sembra rendersene conto… Un momento, nessuno?

(continua?)

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In base a quanto sopra esposto, la Commissione Sesta dell’EZLN invita le e gli individui, gruppi, collettivi e organizzazioni che hanno appoggiato il CIG e, chiaramente, che pensano ancora che i cambiamenti importanti non vengono mai dall’alto, ma dal basso (sempreché non abbiano mandato il loro bigliettino d’adesione o di richieste al capoccia futuro) a un:

Incontro delle reti d’appoggio al Consiglio Indigeno di Governo

Con la seguente proposta di ordine del giorno:

.- valutazioni del processo di appoggio al CIG e alla sua portavoce Marichuy, e della situazione secondo la prospettiva di ogni gruppo, collettivo o organizzazione.

.- proposte per i passi successivi.

.- proposte per tornare a consultare i propri gruppi, collettivi, organizzazioni su quanto stabilito.

Arrivo e registrazione: giovedì 2 agosto 2018; registrazione e attività nei giorni venerdì 3, sabato 4 e domenica 5 agosto.

Per registrarsi come partecipante all’incontro delle reti, l’indirizzo è:

encuentroredes@enlacezapatista.org.mx

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Inoltre, le comunità indigene zapatiste invitano chi ha l’arte come vocazione e anelo al

CompARTE PER LA VITA E LA LIBERTA’

“Dipingi chioccioline ai malgoverni passati, presenti e futuri”

Dal 6 al 9 agosto 2018

Arrivo e registrazione: quando potete dal 6 al 9 agosto.

Chiusura il giorno 9, 15° anniversario della nascita dei caracoles zapatisti.

Il programma sarà in base a chi si iscriverà, ma è certo che ci saranno musiciste e musicisti, teatranti, ballerine e ballerini, pittrici e pittori, scultori, declamatori, eccetera, delle comunità zapatiste in resistenza e ribellione.

Per registrarsi come partecipante e/o assistente, l’indirizzo è

asistecomparte2018@enlacezapatista.org.mx

participacomparte2018@enlacezapatista.org.mx

Tutto nel caracol di Morelia (dove si è tenuto l’incontro delle donne che lottano), nella zona Tzotz Choj, terra zapatista in resistenza e ribellione.

Molta attenzione:

Portate il vostro bicchiere, piatto o cucchiaio, perché le donne che lottano hanno consigliato già di non usare usa e getta che contaminano, oltre a lasciare un mondezzaio. Non fa mai male portare una propria torcia (o lampada portatile), un proprio coso da mettere fra il degno suolo e il vostro degnissimo corpo, o una tenda. Un impermeabile o nylon o equivalente in caso di pioggia. Le vostre medicine o cibo speciale se vi servono. E qualsiasi altra cosa che poi vi dovesse mancare e, quando ci lascerete le vostre critiche, noi potremo rispondere: “vi avevamo avvisato”. Per le persone di una certa età, “di giudizio” come diciamo qua, vedremo, per quanto possibile, di fornire alloggi in qualche luogo speciale.

Nota: sarà consentito l’accesso a uomini e ad altre minoranze.

Per la Comissione Sesta dell’EZLN

Subcomandante Insurgente Moisés           Subcomandante Insurgente Galeano

Messico, luglio 2018

P.S.: No, noi zapatiste e zapatisti NON ci uniamo alla campagna “per il bene di tutti, prima le ossa”. Potranno cambiare il capoccia, i maggiordomi e i caporali, ma il proprietario continua a essere lo stesso. Ergo…

 

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2018/07/05/convocatoria-a-un-encuentro-de-redes-de-apoyo-al-cig-al-comparte-2018-por-la-vida-y-la-libertad-y-al-15-aniversario-de-los-caracoles-zapatistas-pintale-caracolitos/

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Chi ha vinto le elezioni messicane? 

Daniele Di StefanoLunedì 9 luglio 2018 

Andrés Manuel López Obrador, detto AMLO, dopo vani tentativi inficiati da frodi elettorali a suo danno, stavolta ha vinto le elezioni in Messico. Il fatto ha causato un’ondata di interesse anche dalle nostre parti, con articoli più asciutti e osservatori e altri che vanno dall’esaltato al possibilista: la sinistra latinoamericana rialza la testa. Come già titolano i giornali di lingua spagnola, solo l’EZLN (http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2018/07/09/convocazione-a-un-incontro-di-reti-dappoggio-al-cig-al-comparte-2018-per-la-vita-e-la-liberta-e-al-15-anniversario-dei-caracoles-zapatisti-dipingi-chioccio/) resiste e tiene le distanze dal partito-movimento Morena e dal suo fondatore neopresidente. E’ peraltro noto anche in Italia il tentativo, fallito, di conseguire le numerose firme necessarie alla candidatura di Marichuy a nome del Consiglio Indigeno di Governo, sorto a partire dal Congresso Nazionale Indigeno. L’EZLN starebbe quindi all’angolo, recalcitrante e isolato da una sinistra in trionfo.

Il fatto che le firme per Marichuy fossero le sole percentualmente veritiere e autentiche in un consueto panorama di brogli, non cancella l’amara constatazione che il suo risultato, al di sotto delle trecentomila firme e con la conseguente esclusione della candidatura, è stato modesto rispetto all’ambizione di mobilitare i popoli indigeni messicani, che contano milioni di individui. Il tentativo, del resto, si scontrava con difficoltà logistiche che sono costate anche un grave incidente alla carovana di Marichuy, e non aveva alcuna pretesa di competere effettivamente per la presa del potere: è stato utilizzato come strumento per fare uscire i popoli indigeni dall’isolamento e dalle aggressioni cui sono sottoposti, accendendo su di essi i riflettori. Non so dire, da questo tragicomico paesino mediterraneo che è l’Italia, quanto tale risultato sia stato ottenuto, ma ritengo che non si tratti di un obiettivo misurabile sul breve periodo. Deve comunque aver pesato il posizionamento verso i partiti di molte realtà di base, specialmente cittadine, orientate verso AMLO anche in base a una tendenza di allontanamento delle proprie simpatie dall’EZLN. Frattura che risale alle elezioni del 2006, con l’Altra Campagna lanciata dalle e dagli zapatisti, che per molti messicani di centrosinistra significava “remare contro” AMLO e il PRD e in favore del PRI, ragione per la quale l’intellighenzia simpatizzante con lo zapatismo gli voltò le spalle. La frattura continua, con ricorrenti attacchi via social network alla figura del Subcomandante Galeano, chiamato ancora Marcos, senza alcun rispetto per quel maestro zapatista che rivive nel suo nome: fantoccio, attore, servo del PRI, fratello di una deputata del PRI, burattinaio o burattino, eccetera. Curiosamente, il fatto si ripete ora che esce un comunicato a firma sia di Galeano che di Moisés, come se Moisés stesso, cui fa capo la responsabilità sull’EZLN, non facesse testo perché lo stile è chiaramente quello di Galeano, che dunque starebbe parlando per sé, strumentalizzando i poveri indigeni zapatisti. Un’ennesima prova del razzismo latente in questi attacchi e dell’incomprensione delle posizioni che le zapatiste e gli zapatisti hanno ripetuto fino alla nausea, e che nuovamente vengono attribuite al solo Marcos-Galeano.

Il Subcomandante Moisés

Cerchiamo di entrare nel merito del comunicato zapatista. Cosa dice? Sotto metafora, nota un fatto strano: la squadra avversaria di Morena, il PRI, si è ritirata prima del fischio finale, e ora esulta con i vincitori. Ma non dovevano essere le bestie sconfitte? Come è possibile che nel chiasso generale siano tutti vincitori? E perché si sono affrettati a riconoscere la vittoria dell’avversario ben prima che essa fosse certa? Perché a un certo punto sono sparite le bandierine degli avversari ed è stato lasciato campo libero ai vincitori designati? Perché, aggiungiamo, le felicitazioni di Trump, noto amante dei messicani, che ha così cortesemente permesso il libero procedere della democrazia nel cortile di casa?

Ricordo un intervento del Sup Galeano in aprile, che alcuni giorni fa mi fece pensare che stavolta gli zapatisti si fossero sbagliati. “El capital va por todo, no va a permitir Lulas, por reformista o lo que sea, no lo va a permitir, ni Dilmas, ni Kirchner, ni Correas, ni Evos, ni López Obrador, ni cualquier cosa que ofrezca un respiro”. E invece no: il capitale lo ha permesso, López Obrador ha vinto a furor di popolo. Ma il López Obrador immaginario, il difensore dei deboli che il capitalismo non avrebbe fatto vincere, non è il López Obrador reale che esce vincitore.

Ora, leggendo queste allusioni sotto metafora calcistica, intendo che gli zapatisti devono aver notato qualcosa che a noi, dall’Italia, sfugge. Devono aver notato, cioè, una strategia gattopardesca della cricca del PRI, che a un certo punto deve essersi detta: accontentiamo la gente che vuol cambiare, purché nulla cambi. E devono essere partiti gli abboccamenti e i giochetti che consentiranno alla vecchia guardia del PRI e del capitalismo nazionale di riciclarsi, con aggiunta quella ventata di novità e di speranza idonea a nascondere le loro complicità, connivenze, e soprattutto i loro crimini. AMLO, nel suo primo discorso rassicurante e conciliante verso il capitale che ha interesse nelle grandi opere, è sembrato affrettarsi a confermare questa lettura: in sostanza non cambierà nulla. O, come si dice nell’ultimo comunicato zapatista, chi comanda non è una squadra o l’altra, ma il padrone del pallone, dello stadio e di tutta l’impalcatura mediatica, che non perde mai. Naturalmente, il padrone non è una persona sola, ma è il grande capitalismo finanziario, speculatore e mafioso. Ecco perché, contrariamente alle previsioni di aprile, il capitalismo ha permesso la vittoria di AMLO: perché si è già cautelato affinché tutto resti al suo posto. Vittoria schiacciante, per giunta, che è molto più comoda delle vecchie frodi elettorali: perché così i nuovi governanti avranno piena legittimazione popolare in ciò che faranno. Su ciò che faranno, qualcuno si potrà anche illudere brevemente, potrà concedere il beneficio del dubbio, similmente a quanto è avvenuto in Italia prima per Renzi e poi per il governo grillino in cui comanda la Lega: non noi. Già si parla a vanvera di portare a compimento gli accordi di San Andrés per il riconoscimento di diritti e cultura indigena. La cosa appare lievemente comica: perché riesumare una trattativa di ventitré anni fa, il cui tradimento a opera del PRI di Salinas e di Zedillo segnò la fine di una fase in nome di un’altra, cioè di quella che ha portato all’autonomia zapatista? Perché riesumare vecchie foto di quando si tentò questo dialogo in un’epoca in cui il PRI era il dominatore assoluto e il PRD era pura opposizione, come ha appena fatto la morenista Rosario Piedra Ibarra pubblicando uno scatto che ritrae Marcos accanto ad AMLO (oltre che alla madre, Rosario Ibarra)?

Viene in mente José Carlos Mariátegui, il grande marxista peruviano che collegava la questione indigena alla questione centrale della ripartizione delle terre. Che ne è dei diritti astratti degli indigeni, del resto più riconosciuti dalla Corona spagnola del Seicento che dai nuovi stati latinoamericani, se non si intacca la proprietà latifondista e non si ridanno le terre alle popolazioni contadine indigene? Che parliamo a fare di diritti indigeni, se assicuriamo che le grandi opere continueranno a strappare terra coltivabile e sacra, fiumi, valli, montagne, suoli e sottosuoli agli abitanti del Messico più povero e a rischio di scomparsa?

Le zapatiste e gli zapatisti conoscono bene la concretezza di questi problemi storici e conoscono bene AMLO, questo è certo. La polemica è vecchia, e non è questo che deve interessarci, ma la lettura, che deve valere anche qui da noi: si è d’accordo o no che i cambiamenti veri possono venire solo dal basso? La metafora arriba/abajo è la più utilizzata dal movimento zapatista, che oggi non sta dicendo niente di nuovo. Si può essere d’accordo o no, si possono modificare i termini parlando di classi invece che di alto e basso, ma la sostanza resta quella. La differenza nella risposta divide i socialdemocratici dal pensiero rivoluzionario, c’è poco da fare. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Naturalmente, gli zapatisti sono dei rivoluzionari eretici: non cercano la presa del potere come è sacro dovere del rivoluzionario classico e dell’avanguardia del partito. In ciò, e nel loro modo di mantenere un’etica forte dinanzi alle scelte politiche, possono avere torto o ragione: la dimostrazione definitiva non c’è, dato che il famoso “mondo migliore” o “altro mondo possibile” su vasta scala sembra ancora soltanto una terra promessa, cui comunque non intendiamo rinunciare.

Di fronte a questa postura zapatista, a poter essere utilizzata in chiave filo-Morena resta la critica antimperialista del compianto Domenico Losurdo, che da una prospettiva per così dire chavista accusava tra gli altri il pensiero negriano di non saper stare con la sinistra quando questa va al potere, godendo nel restare opposizione. Non a caso, dalle nostre parti le uscite più entusiastiche sulla vittoria di AMLO si devono ai fautori del socialismo del XXIesimo secolo, di cui Losurdo era eminente esponente. Questa accusa, che tutto sommato è una ricorrente polemica contro il trotskismo, può benissimo essere rivolta contro lo zapatismo, che pure non può dirsi negriano, e contro di noi che cerchiamo di tenerci alla larga dalla sinistra partitica nostrana per costruire faticosamente le nostre esperienze dal basso. Accettiamo la critica: ma prima dimostrateci che il potere che andrete costituendo abbia qualcosa di rivoluzionario, o anche solo di veramente riformista.

Gli zapatisti non hanno cambiato alcuna idea, non c’è contraddizione in questa loro presa di posizione, che non ha niente di sorprendente: risponde picche a una mano maliziosa tesa da AMLO, come prima mostrava il dito medio al PRI di Peña Nieto, al governatore chiapaneco del PVEM e alle loro lusinghe. Eppure molti, e purtroppo anche qualche messicano che abbiamo conosciuto e ospitato in Italia, lamentano come gli zapatisti non abbiano rispetto delle masse popolari, ritenendo che sottraendosi alla morsa di AMLO le trattino da stupide. Perché tanta preoccupazione per chi non si è allineato con Morena? Ci sono decine di milioni di messicani che hanno dato il loro voto speranzoso: perché costoro non pensano a dialogare con essi, a costruire quel futuro migliore di cui si stanno riempiendo la bocca da mesi? Non conviene a tutti i sinceri democratici, per lungimiranza, che nel contesto attuale ci sia anche chi si mantiene all’opposizione in basso e a sinistra? O vogliono un Messico schierato come un sol uomo accanto al Leader (come se poi AMLO fosse Fidel, Sankara, Ho Chi Minh o chissà chi altro)? Questo eccesso di risentimento verso lo zapatismo (che continua in barba a tutti a essere quel che è), nasconde forse la sottile irritazione dell’entusiasta nel constatare che lo scettico potrebbe aver più ragione di lui: se è così, passi. Ma che si prenda per snob e nemico delle masse chi ha saputo sollevare in armi gli ultimi e ha poi costruito in pace la propria autonomia col popolo e sotto gli ordini del popolo, sembra più che ridicolo: sembra in malafede.

La risposta di Marcos alla Crociata Nazionale contro la Fame lanciata dal Chiapas

Naturalmente aver ragione non serve a nulla, se i rapporti di forza restano quelli: la polemica è sterile. Gli zapatisti, per quanto ne sappiamo, non si sono mai accontentati di aver ragione, ma costruiscono ogni giorno una sperimentazione di autogoverno e di economia alternativa. I limiti geografici di questa esperienza sono noti, ma la lezione resta intatta: il popolo comanda e il governo obbedisce. Milioni di votanti sono qualcosa di definibile come un popolo in grado di far obbedire un governo federale messicano, e di portarlo ad agire contro il malaffare, per la libertà, la democrazia e la giustizia? Abbiamo qualche esperienza nostrana in fatto di elezioni, in base alla quale concluderei che è lecito dubitarne.

Daniele Di Stefano, Associazione Ya Basta! Milano https://www.facebook.com/notes/daniele-di-stefano/chi-ha-vinto-le-elezioni-messicane/2031844816827901/

 

Rassegna stampa minima:

https://www.qcodemag.it/indice/interventi/amlo-ultima-speranza/

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/07/02/il-messico-incorona-amlo-la-sfida-del-cambiamento-comincia-ora-0105491 http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/07/03/lunga-vita-al-messico-0105523

https://www.dinamopress.it/news/amlo-vince-messico-futuro-resta-incognita/

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-abbiamo_un_grande_leader_al_terzo_tentativo_amlo_vince_le_presidenziali_in_messico/5694_24587/

http://www.globalproject.info/it/mondi/messico-il-trionfo-della-speranza/21528

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2062804653961543&set=a.1564567163785297.1073741828.100006960848268&type=3&theater

http://www.eluniversal.com.mx/elecciones-2018/fotografia-de-amlo-con-subcomandante-marcos-es-autentica-verificado-2018

 

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@lhan55 Il bacio del diavolo

López Obrador si è opposto pubblicamente alla maggioranza delle riforme previste dal Pacto por Mexico denunciandole come parte degli affari della mafia al potere. Tuttavia non ha mai invitato a mobilitarsi contro di esse e benché parte dei suoi simpatizzanti si siano inseriti direttamente nella lotta contro quelle riforme, lui non l’ha fatto ed ha concentrato le sue forze ad organizzare il suo partito, Morena, e costruire la sua candidatura. È stato un leader politico di partito e non un dirigente sociale. Ha vinto la scommessa.

 La Jornada, Luis Hernández Navarro, 3 luglio 2018. Nel calendario del potere emerge una data: 20 dicembre 2012. Quel giorno, nel Castello di Chapultepec, raggiante, dopo aver firmato il Patto per il Messico, si fecero fotografare i firmatari: il presidente Enrique Peña Nieto; Gustavo Madero, leader del Partito Azione Nazionale; Cristina Díaz, dirigente ad interim del Partito Rivoluzionario Istituzionale, e Jesús Zambrano, alla guida del Partito della Rivoluzione Democratica.

Cinque anni e mezzo dopo, le cose sono cambiate. Quelle figure politiche ed i loro partiti che allora credevano di avere il futuro nelle proprie mani, sono ridotti quasi in macerie. L’uragano elettorale del primo luglio li ha travolti, in grande parte come risultato di quel patto.

Il patto, in essenza un accordo copulare ed autoritario per intraprendere un nuovo ciclo di riforme neoliberali, quel giorno fu annunciato con grande clamore come il potente strumento per smuovere il Messico e modernizzarlo. La realtà sarebbe stata un’altra. In quell’occasione, oltre alle intenzioni dei suoi promotori, come è successo in ogni occasione in cui una élite ha voluto riformare radicalmente dall’alto il paese contro quelli che stanno in basso, il paese reale ha presentato il conto ai modernizzatori sbaragliando le loro riforme.

Così accadde quando il Messico era ancora la Nuova Spagna, con le riforme borboniche che sfociarono nella Rivoluzione di Indipendenza; così è successo con la modernizzazione e la pax sociale porfirista, deragliata nella Rivoluzione Messicana, e così è avvenuto con la riforma dell’articolo 27 della Costituzione e la firma del Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord durante l’amministrazione di Carlos Salinas de Gortari, severamente contestato dalla sollevazione zapatista del primo gennaio del 1994.

L’implementazione del Patto per il Messico ha lasciato sul suo passaggio una sequela di devastazione sociale e distruzione del tessuto comunitario. Lungi dal potenziare la crescita ed il benessere economico, le nuove norme hanno inaugurato un nuovo ciclo di depredazione ed acutizzazione delle disuguaglianze.

Invece di restare a braccia conserte, i disastrati dalle riforme hanno protestato. Tuttavia, invece di rispondere ai loro reclami, il governo federale e la classe politica li hanno insultati. Hanno seguito la massimo salinista del non li vedo né li sento. Fingendo di non sapere. Di fronte ad ogni nuova protesta, assicuravano che la situazione era sotto controllo. Invece di ascoltare la tempesta che si avvicinava i firmatari del patto ed i loro successori alla guida dei partiti si sono ostinati a continuare a sorridere per le foto.

Per cinque anni e mezzo le vittime delle controriforme del Patto per il Messico hanno resistito. In ondate successive di indignazione organizzata, centinaia di migliaia di insegnanti hanno contestato la riforma della scuola. All’inizio del 2017 moltitudini iraconde hanno saccheggiato i grandi magazzini e bloccato le strade per esprimere il loro scontento col gasolinazo, eredità diretta della riforma energetica. Industriali indignati dalla riforma fiscale hanno fatto tintinnare i gioielli e sventolato portafogli per fare sentire la loro disapprovazione verso le nuove norme. Lungi dall’interrompere il monopolio delle grandi società di telecomunicazione, la riforma del settore ha riunito nelle proteste grandi consorzi.

Nella fotografia del Patto per il Messico di quel 20 dicembre 2012 non c’è Andrés Manuel López Obrador. Non è un piccolo dettaglio. Solo qualche mese prima era arrivato secondo alle elezioni per la presidenza della Repubblica con quasi 16 milioni di voti. A loro non importava. Credevano che lasciandolo fuori dall’accordo e cancellandolo dall’immagine lo avrebbero escluso dalla scena politica nazionale. Se non appare nella foto del potere – si sono detti – non esiste. In realtà, gli hanno fatto un favore.

López Obrador criticò l’accordo. In realtà, il Patto per il Messico – dichiarò in molte occasioni – un Patto contro il Messico. Si tratta – spiegava – di una mera manovra per privatizzare l’industria petrolifera. Si è opposto pubblicamente alla maggioranza delle riforme che l’accompagnavano. Le ha denunciate come parte degli affari della mafia al potere. Tuttavia, salvo nel caso della riforma energetica (e molti anni dopo essere stata approvata, in un’occasione, quella della scuola) non ha mai invitato a mobilitarsi contro di esse. Benché parte dei suoi simpatizzanti si siano inseriti direttamente nella lotta contro quelle riforme, lui non l’ha fatto ed ha concentrato le sue forze ad organizzare il suo partito, Morena, a partecipare alle elezioni e costruire la sua candidatura. È stato un leader politico di partito e non un dirigente sociale.

Ha vinto la scommessa. Senza partecipare direttamente in Morena, e senza che i suoi dirigenti siano stati candidati nelle sue liste, una parte di chi ha organizzato la contestazione nell’ultima fase delle riforme neoliberali si è unita all’onda lopezobradorista. Hanno votato contro i partiti del Patto per il Messico e premiato elettoralmente chi ha preso le distanze criticamente da una modernizzazione verticale, autoritaria ed escludente. Per i suoi firmatari, il Patto per il Messico è risultato essere il bacio del diavolo. http://www.jornada.com.mx/2018/07/03/opinion/019a1pol

Twitter: @lhan55

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AMLO, ULTIMA SPERANZA 

Obrador potrebbe essere per movimenti sociali radicali, l’inaspettato volto del cambiamento oppure sarà l’altro volto dello stato al servizio della speculazione, degli equilibri secondo cui il capitale domina sull’umanità. Sarà la fine della speranza che qualcuno ancora coltiva, che attraverso l’alternanza elettorale ci possa essere un cambiamento. https://www.qcodemag.it/indice/interventi/amlo-ultima-speranza/ 

Q Code Magazine. Andrea Cegna, 3 luglio 2018. Il trionfo di Andrés Manuel López Obrador, nuovo presidente del Messico. La sua coalizione Juntos Haremos Historia è avanti alla camera e al senato. A Città del Messico ci sarà una donna, per la prima volta, come sindaca, Claudia Sheinbaum. Anche lei di MoReNa il partito fondato da AMLO nel 2012.

MoReNa vince anche diversi degli otto stati dove si votava per cambiare governatore. Il PRI, il partito stato che ha governato senza pause fino al 2000 e poi nuovamente dal 2012 è al minimo storico.

Il trionfo di AMLO è il fallimento dei partiti di potere, della politica messicana, della corruzione, della svendita della vita umana nel nome del profitto. Carlos Fazio, sulla Jornada, oggi riassumeva anni del paese in maniera magistrale e scrivendo “come ha ricordato Gilberto Lopez y Rivas, su queste pagine, questo conflitto armato, mai riconosciuto come tale, è la dimensione repressiva che William I Robinson definisce ‘accumulazione militarizzata’. La finalità è l’occupazione e ricolonizzazione integrale di vasti territori rurali e urbani volta al saccheggio e la spogliazione delle risorse geostrategiche, il tutto attraverso una violenza esponenziale che altro non è che lo spettro complessivo che caratterizza l’attuale paradigma del capitalismo; il conflitto e la repressione altro non sono che il mezzo di accumulazione della plutonomia”

Quindi più che il programma, AMLO, uomo nato dentro i partiti e già sindaco della capitale, ha vinto perché è riconosciuto come politico senza macchia. Un paese stanco di violenza, di privilegi e di falsità ha deciso di sfiduciare gli unici due partiti che hanno governato il Messico dalla fine della rivoluzione di Zapata e Villa.

No, non si tratta di una rivoluzione. AMLO e MoReNa per vincere hanno ceduto a molti compromessi. Il programma di AMLO è meno radicale di quello con cui perse nel 2006 subendo una frode elettorale pari a quella del 1988. Forse per la paura di essere nuovamente scippato della vittoria, o forse per volontà di potere, la coalizione Juntos Haremos Historia è stata formata aggiungendo al Movimento di Rigenerazione Nazionale, il Partito dei Lavoratori e gli antiabortisti ultra religiosi del PES, Partito di Encuentro Social. Non solo. Come ricordava Juan Villoro intervistato da Luca Martinelli per il Manifesto “Il suo grande problema è che per raggiungere il potere ha rinunciato a essere diverso, stringendo alleanza con politici che sono l’opposto delle idee che lui dovrebbe rappresentare. Stanno dalla sua parte ex membri reazionari del PAN (Espino, Germán Martínez, Gabriela Cuevas), leader sindacali corrotti (Napoleón Gómez Urrutia, Elba Esther Gordillo), evangelici e pentecostali del partito Pes, ex membri del Pri (Esteban Moctezuma e Manuel Bartlett, quest’ultimo responsabile della frode elettorale del 1988).”

No, non è una coalizione di sinistra, non è una coalizione che ha a cuore i diritti sociali e civili. Le porte girevoli del partito movimento hanno trasformato il volto di MoReNa.

Domenica durante il voto sono stati riscontrati comunque migliaia di irregolarità. Gruppi armati nei seggi, schede rubate, omicidi, arresti pretestuosi, compravendita di voti, seggi chiusi per ore e tante altre storie che ci dicono come la macchina della manipolazione del voto era attiva. Ma la grande sfiducia generalizzata sui governati non dava spazio ad una nuova frode. Così Obrador ha vinto.

Uno dei nodi del governo di AMLO sarà quindi quello di tenere assieme una coalizione ampia, e di salvaguardare la sua figura di uomo contro la corruzione. Nonostante pezzi della storia corruttiva del paese sono entrati dentro il suo partito. Ma anche come non tradire i sogni della speranza che ha spinto la cavalcata del nuovo presidente.

Sulle politiche economiche Obrador ha deciso di difendere il NAFTA. Non solo ha proposto di trasformarlo e allargarlo creando tra Messico, Usa e Canada non solo un’area di libero scambio, ma un’area senza confini, di fatto attaccando le politiche anti-migranti di Trump ma senza trasformare le condizioni materiali che generano la povertà nel paese. L’entrata in vigore del NAFTA fu il detonatore della rivoluzione Zapatista dell’EZLN. Le donne e gli uomini con il passamontagna scesero in armi e in azione proprio il 1° gennaio del 1994 per mostrare, anche fisicamente, l’altro Messico. Il Messico povero che sarebbe diventato più povero. Il Messico dimenticato che subiva il razzismo classista del modo di vita urbano e che poteva trovare un posto al sole solo smettendo di essere indigeni e facendosi assoggettare dal paradigma del capitalismo. AMLO difende il NAFTA e quindi esprime una lontananza sistemica con l’EZLN e con le tante forme di opposizione al capitalismo che vivono in rivolta nel paese.

Che la vittoria di AMLO non sia rivoluzione e non faccia paura agli equilibri continentali o globali è esplicitato dalle congratulazioni ricevute dal neo-presidente, con Trump tra i primi a complimentarsi.

Il Congresso Nationale Indigeno e l’EZLN, presentando la “folle” idea di partecipare come indipendenti alle elezioni e così provando a raccogliere le firme necessarie per candidare Marichuy, scrissero “non abbiate dubbi, andremo avanti su tutto, perché sappiamo che ci troviamo di fronte forse all’ultima occasione, come popoli originari e come società messicana, di cambiare pacificamente e radicalmente le nostre forme di governo, rendendo la dignità l’epicentro di un nuovo mondo.”. Se la proposta di EZLN e CNI aveva una portata rivoluzionaria quella di AMLO certamente no. Obrador è uno dei tanti volti del riformismo. Non è nemmeno assimilabile alle sperimentazioni dei governi “progressisti” che hanno governato in latino America senza successo.

Ma, certamente chi ha votato AMLO ha votato per la speranza di un cambiamento pacifico e democratico del paese. Quindi parafrasando il documento di EZLN e CNI, AMLO è l’ultima speranza per quei milioni di messicani che l’hanno votato, per vedere attraverso il voto un cambiamento, anche magari limitato, del paese. PAN e PRI sarebbero stati la continuità. La certezza che lo stato criminale avrebbe continuato a generare violenza raccontando di essere stato sconfitto dai narcos e di essere incapace di controllare lo scontro di potere per il controllo del territorio. E avendo dalla loro parte giornalisti di mezzo mondo pronti a mostrare il lato assassino del crimine organizzato, le poche parti della politica comprate dai narcos come mele marce, insomma tutto il coté comunicativo buono ad assolvere presidenti, governi, forze di polizia ed esercito.

Abbiamo visto e sentito entusiasmo nel paese per la vittoria di AMLO. Anche da parti che storicamente non si “scaldano” per i risultati elettorali. Forse nulla di più dell’entusiasmo sfrenato per il nuovo presidente rappresenta lo stato di guerra e di oppressione in cui il Messico ha vissuto negli ultimi 12 anni, con governi corrotti e pronti a tutto per tenere e conservare il potere.

Certo il voto del 1° luglio è un momento storico per il Messico. Non perché ha vinto la supposta sinistra. Non perché la rivoluzione bussa alle porte a sud degli USA. Perché da oggi in poi non ci sarà ritorno: se AMLO non opererà nessun cambiamento, se sarà coinvolto in giochi di potere e corruzione, se sarà attore di una nuova versione dello stato criminale, se asseconderà le perverse logiche del capitalismo estrattivo e dei mega progetti, e/o non garantirà indigeni, campesinos e poveri, allora la sua vittoria altro non sarà che la legittimazione della violenza dello stato, che si dà un volto di democrazia facendo vincere il “presunto uomo di sinistra”. In queste ore in Messico in moltissime e moltissimi festeggiano. Obrador potrebbe essere per movimenti sociali radicali, l’inaspettato volto del cambiamento oppure sarà l’altro volto dello stato al servizio della speculazione, degli equilibri secondo cui il capitale domina sull’umanità. Sarà la fine della speranza che qualcuno ancora coltiva, che attraverso l’alternanza elettorale ci possa essere un cambiamento. https://www.qcodemag.it/indice/interventi/amlo-ultima-speranza/

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MESSICO: ANDRES MANUEL LOPEZ OBRADOR E’ IL NUOVO PRESIDENTE.

Il successo di AMLO arriva dopo una giornata molto tesa, tra gruppi armati nei seggi, furto di schede elettorali, arresti pretestuosi di misteriose forze di polizia, compravendita di voti e altre centinaia di irregolarità. Una speranza per un pezzo di paese stanco di subire lo stato criminale e la violenza generata dallo stato come forma di governo del territorio. Obrador non è certo un rivoluzionario, per vincere (al terzo tentativo) la tornata elettorale non solo ha presentato un programma meno radicale che nel 2006 ma si è alleato con tutto e di più, dagli anti-abortisti del PES a politici ex PAN e PRI noti per la loro corruzione. Oltre che sostenere apertamente il NAFTA.

http://www.radiondadurto.org/2018/07/02/messico-andres-manuel-lopez-obrador-e-il-nuovo-presidente/?fdx_switcher=true 

Radio Onda D’Urto. 2 luglio 2018 L’aggiornamento pomeridiano con Andrea Cegna, della nostra redazione e di 20zln.org. Ascolta o scarica qui

L’Istituto nazionale elettorale (Ine) del Messico ha fornito i dati relativi a 88.978 seggi (il 56,7% del totale) del Programma di risultati elettorali preliminari confermando la decisa affermazione di Andrés Manuel López Obrador, neopresidente del Messico.

A lui quasi il 53,6% dei voti, con ampio vantaggio su Ricardo Anaya (Pan-Prd) che ha il 22,6%, e ancor più su José Antonio Meade (Pri, partito-Stato dell’uscente presidente Pena Nieto) che raccoglie solo il 15,6%.

L’affluenza alle urne, la più importante nella storia elettorale messicana, è al momento stimata nel 62,2% degli aventi diritto.

AGGIORNAMENTO MATTINA – Messico. La vittoria alle presidenziali di domenica 1 luglio 2018 di Andres Manuel Lopez Obrador, AMLO, è stata celebrata da decine di migliaia di persone nelle piazze del paese. Allo Zocalo di Città del Messico, per il primo discorso da presidente di Obrador, non c’era posto più neppure per uno spillo.

Il successo di AMLO arriva dopo una giornata molto tesa, tra gruppi armati nei seggi, furto di schede elettorali, arresti pretestuosi di misteriose forze di polizia, compravendita di voti e altre centinaia di irregolarità. Una speranza per un pezzo di paese stanco di subire lo stato criminale, e la violenza generata dallo stato come forma di governo del territorio. Obrador non è certo un rivoluzionario, per vincere (al terzo tentativo) la tornata elettorale non solo ha presentato un programma meno radicale che nel 2006 ma si è alleato con tutto e di più, dagli anti-abortisti del PES a politici ex PAN e PRI noti per la loro corruzione. Oltre che sostenere apertamente il NAFTA.

Eppure in un paese stremato da 12 anni di guerra, non alla droga come vorrebbe far credere al governo ma per lo sfruttamento del territorio e delle risorse naturale andando di fatto a fiaccare resistenze indigene e campesine, Obrador porta in se il volto della novità, della possibilità di un cambio di passo. Moderato, ma necessario. Probabilmente l’ultima possibilità per il Messico, come già scriveva 18 mesi EZLN e CNI. Certamente Obrador non è Marichuy e quindi non ci sarà una rottura di paradigma economico.

Ma se AMLO avrà il coraggio di fare esodo dalla violenza di stato, smilitarizzare il paese e togliere consenso alla cultura di morte e distruzione del capitale legale e illegale sarà un gesto di cambiamento importante.

Mentre i punti di domanda restano molti e l’entusiasmo di una parte di paese è visibile, le comunità in resistenza hanno a diverso titolo rifiutato il processo elettorale.

Cosa significa la vittoria di Obrador? Abbiamo approfondito il tema con Annamaria Pontoglio, comitato Chiapas Maribel di Bergamo, Luca Martinelli gionalista indipendente e Christian Peverieri, associazione Ya Basta-Edibese! Ascolta o scarica

http://www.radiondadurto.org/2018/07/02/messico-andres-manuel-lopez-obrador-e-il-nuovo-presidente/?fdx_switcher=true

Notizia scritta il 02/07/18 alle 11:34. Ultimo aggiornamento: 03/07/18 alle: 06:42

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Messico, il trionfo della speranza. 

Quello che si festeggia oggi nelle piazze e nelle strade messicane è comunque la voglia di rinnovamento, la risposta “democratica” all’inaccettabile violenza e impunità a cui è stato sottoposto indiscriminatamente il popolo messicano dai due governi precedenti. AMLO vince perché la famigerata “guerra al narcos” (che altro non è se non una guerra civile per il controllo dei cittadini, dei territori e delle risorse) promossa da Felipe Calderón e portata avanti da Enrique Peña Nieto ha superato ogni limite e non è più accettabile per i cittadini messicani e giustificabile dai regimi democratici.  

Di Christian Peverieri, Camilla Camilli2/7/2018. AMLO, come è comunemente chiamato, a spoglio ancora in corso, ha ottenuto oltre il 53% delle preferenze, staccando di quasi trenta punti il successivo candidato, Ricardo Anaya della coalizione PAN-PRD. Ancora più indietro José Antonio Meade, il candidato del PRI, il partito della rivoluzione istituzionale e dell’attuale presidente Enrique Peña Nieto.

Il vantaggio è talmente esagerato che nemmeno i temuti brogli elettorali potranno eventualmente ribaltare e ha costretto gli avversari a riconoscere la sconfitta e ad augurare al nuovo presidente un buon lavoro. A riprova del successo, anche il presidente degli Stati Uniti, Trump, ha riconosciuto la vittoria di AMLO e si è detto pronto a lavorare con lui in sintonia. A lui si sono aggiunte le congratulazioni del presidente canadese Justin Trudeau, soprattutto in riferimento alla volontà di lavorare insieme al mantenimento del NAFTA (North American Free Trade Agreement), punto chiave sostenuto anche da AMLO durante la sua campagna elettorale.

In uno Zocalo gremito come solo nelle grandi occasioni, il presidente eletto ha festeggiato assieme ai suoi tantissimi sostenitori tutta la notte questa che, comunque la si veda, è una giornata storica per il paese. È la prima volta infatti che il Messico avrà un presidente che non proviene dal PRI o dal PAN dopo oltre 70 anni. È una sconfitta storica per il sistema politico e criminale messicano, che negli ultimi dodici anni (dalla vittoria di Felipe Calderón nel 2006 grazie ai brogli elettorali proprio su AMLO), ha visto crescere una spirale di violenza inarrestabile che ha prodotto oltre 250 mila morti, 35 mila desaparecidos, 360 mila rifugiati interni. In quella che è stata definita da molti come la campagna elettorale più violenta della storia, con oltre un centinaio di candidati (o familiari dei candidati) morti ammazzati, anche la giornata di ieri si è caratterizzata per la violenza che solitamente avvolge la quotidianità messicana. Alcune tensioni si sono registrate già la mattina presto quando la gente in coda da alcune ore è stata informata della mancanza di schede elettorali per tutti, vedendosi così privati della possibilità di votare. In altri casi si sono registrati casi di compravendita di voti a favore soprattutto dei partiti del PRI e del PAN.

In Michoacán è stata uccisa a colpi di pistola fuori dalla porta di casa l’attivista del Partito del Lavoro (PT) Flora Resendiz, mentre un’altra donna, Jeny Torres, è stata uccisa nello stato di Tabasco mentre si trovava in coda al seggio in attesa di votare da due uomini a bordo di una moto. In totale sembrano essere nove le persone assassinate nella giornata di ieri, tra cui anche un militante del partito di Morena. In altri seggi gruppi di uomini dal volto coperto e armati di bastoni, pietre e, in alcuni casi, anche da armi da fuoco hanno aggredito le persone presenti. Alcuni giornalisti e osservatori denunciano di essere stati detenuti illegalmente da gruppi armati o da forze di polizia.

Le prime parole dal palco e su twitter del nuovo presidente sono state: «Non vi tradirò, sarà un governo del popolo, con il popolo, per il popolo».

Nel suo primo discorso di ringraziamento AMLO ha inoltre dichiarato che la missione principale del suo mandato sarà «sradicare la corruzione e l’impunità. La corruzione non è un fenomeno culturale ma il risultato di un regime politico decadente».

Nella giornata di lunedì si conosceranno i risultati definitivi non solo rispetto all’incarico di presidente ma anche rispetto agli altri 3400 incarichi pubblici, tra i quali Camera e Senato, per i quali domenica si è votato e che permetteranno di capire la forza che avrà Morena in Parlamento per mettere in pratica i numerosi cambiamenti promessi.

Cambiamenti che non sono per nulla scontati. La coalizione “Juntos haremos historia” della quale è capofila Morena, è composta anche dal PT (partito dei lavoratori) e dal PES (Partito Incontro Sociale) di destra, cattolico e tra le altre cose contro aborto e matrimoni omossessuali e che promette essere una spina nel fianco alle istanze sociali e democratiche promesse da Lopez Obrador. Quello che si festeggia oggi nelle piazze e nelle strade messicane è comunque la voglia di rinnovamento, la risposta “democratica” all’inaccettabile violenza e impunità a cui è stato sottoposto indiscriminatamente il popolo messicano dai due governi precedenti. AMLO vince perché la famigerata “guerra al narcos” (che altro non è se non una guerra civile per il controllo dei cittadini, dei territori e delle risorse) promossa da Felipe Calderón e portata avanti da Enrique Peña Nieto ha superato ogni limite e non è più accettabile per i cittadini messicani e giustificabile dai regimi democratici.

Ora, dopo le tante promesse elettorali, si passerà ai fatti concreti. Non c’è dubbio che per i movimenti messicani, zapatisti e indigeni del CNI in testa, si apre una nuova e importante stagione politica: le varie esperienze progressiste del continente latinoamericano hanno dimostrato, coi fatti, i limiti di questa linea politica: il tradimento di ideali e valori, la svendita dei territori e delle risorse alle multinazionali, sono solo alcuni dei cortocircuiti che hanno fatto deragliare “la conquista del potere” dei vari caudillos progressisti latinoamericani e che potrebbero ripresentarsi in Messico nei prossimi anni. Il rischio di veder svanire anni di battaglie per i diritti nella lotta fratricida tra favorevoli e contrari al governo “amico” sarà un pericolo serio in questa fase.

Oggi però è il tempo dei festeggiamenti. Il grande merito di AMLO è quello di aver spezzato l’egemonia di un sistema politico mafioso, corrotto, violento e impune. Diamogli il beneficio del dubbio che, anche solo dovesse riuscire a far diventare il Messico un paese meno violento, sarebbe un primo e importante successo. http://www.globalproject.info/it/mondi/messico-il-trionfo-della-speranza/21528

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