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Archive for novembre 2017

Il Saccheggio
Racconti dal Chiapas e dal mondo passando per i banchi della “Buona Scuola”.

Testi di: Wolf Bukowsky, Giulia Franchi, Filippo Taglieri, Aldo Zanchetta.

“Estrattivismo” è una parola ancora poco usata in Italia. Fa pensare subito al processo di rimozione di risorse naturali dai sottosuoli allo scopo di esportare materie prime. In realtà, l’estrazione mineraria è solo una parte, seppure importante, della storia. L’estrattivismo si fonda sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori, combinata con il trasferimento forzato di sovranità sugli stessi, da chi li vive a chi li depreda, da chi sopravvive grazie ad essi, a chi se ne serve per garantire la riproducibilità di un modello basato sul profitto a vantaggio di pochi, tendenzialmente sempre gli stessi. L’estrattivismo viaggia veloce e lontano, alimentandosi delle sue stesse bugie.
Ma in molti casi, come in Chiapas, le comunità non si fanno trovare impreparate, e a volte sono sufficienti le domande di un ragazzino inesperto, ma curioso, a svelare l’ipocrisia di fondo su cui si costruisce questo tragico inganno.

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L’importanza di Marichuy

Hermann Bellinghausen

Sembra esistere consenso sul fatto che abbiamo bisogno di un cambiamento quasi in tutto. La strada non passa necessariamente per le urne. Non quelle che conosciamo. Ma le apparenze ingannano, non tutti vogliono il cambiamento. Quello che le élite ed i loro satelliti pretendono è che le cose seguano la propria rotta, così che porti all’abisso dal quale esse credono di potersi salvare con profitto. Per il resto, tra la maggior parte dei messicani, si va generalizzando la certezza che non possiamo fidarci dei partiti né dei loro governi. L’elettorato, che dovrebbe includere tutti gli adulti ma che accoglie solo una parte di essi, si divide artificialmente. Alcuni si rassegnano, altri cercano il cambiamento (almeno di faccia) battendo la stessa strada. Altri ancora, un numero non contabilizzato ma molto rilevante di messicani, vive una realtà differente, cruda e concreta, dove i termini attuali del presunto cambiamento politico sono bullshit, perdonate l’anglicismo.

Come nazione, noi messicani dobbiamo affrontare seri demoni – perché li abbiamo – e come direbbe un celebre pubblico ministero finito malamente, i demoni non si fanno problemi ed hanno trionfato. Per il cambiamento dobbiamo scrollarci di dosso i fantasmi della rabbiosa ipocrisia: razzismo, misoginia, sessismo, violenza familiare, abitudine alla corruzione, predisposizione a tacere e sopportare. La società maggioritaria – quella che non si considera indigena, per carità di Dio – è daltonica, non distingue i colori, la sua gamma si limita al chiaro e allo scuro, e senza batter ciglio si allinea al lato chiaro dell’identità (reale o sognata). Gli stereotipi collettivi e pubblicitari di rispettabilità, intelligenza e bellezza lo predicano e lo garantiscono.

Con questo di fondo e con le quotidiane minacce di esproprio, militarizzazione, divisione, espulsione, avvelenamento col contagocce e distruzione dell’ambiente, una parte diffusa di messicani può testimoniare della realtà di vivere aggrediti e della determinazione di non arrendersi. La lotta continua ad essere di classe per colpa non di quelli di sotto, ma di quelli di sopra. Abbondano gli esempi di danni deliberati a causa dell’espansione e dei benefici di conglomerati tipo Grupo México, Peñoles, Carso, Bimbo, Femsa, eccetera. Tutti hanno una storia nera. Accaparrano, prevaricano, cooptano, distruggono. L’argento, l’acqua, l’energia, la terra ed il vento, a loro interessano più che la nostra sovranità, la gente ed i villaggi, dove i loro artigli avanzano ed affondano. Continuiamo a cozzare contro il vecchio capitalismo. In quelle comunità indigene e per le loro milioni di menti, la vita non ammette il capitalismo, ogni lotta che intraprendano sarà anticapitalista.

María de Jesús Patricio, portavoce del Congresso Nazionale Indigeno e del suo Consiglio Indigeno di Governo, punta questo principio nel cuore di fantasmi e demoni. Non promette, invita a fare. Chiede sostegno esplicito, non voto segreto. Mette enfasi in quello che importa. Indigeno, donna, madre, attivista, al servizio della propria comunità. Così semplicemente. In eccellente compagnia, Marichuy affronta un’intemperie dominata da canaglie pronte alla macelleria mediatica che la partitocrazia adora. La sua condizione di donna ed il suo discorso smascherano le menzogne di quella candidata consorte del presidente che ci ha dichiarato la guerra, educata nel falangismo, di carriera conservatrice e potenziale piano B delle élite, dei comandi e delle loro campagne per le masse.

Nel Messico patriarcale e violento, per quanto si è visto le donne rappresentano una sfida, vengono denigrate, ferite ed assassinate per sport. Contemporaneamente, per il Messico classista e razzista gli indios incarnano una sfida che ha dimostrato essere insuperabile. La sollevazione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale 23 anni fa, inaugurò non solo l’esperienza collettiva di autogoverno più duratura e formidabile della nostra storia, ma ha seminato nella coscienza di milioni di indigeni messicani un’impronta che non si dissolve e che culturalmente è cresciuta moltissimo.

Al banco scommesse non è favorita. La crudeltà (o è ignoranza razzista?) dell’autorità elettorale predispone il nulla mediatico, l’abituale invisibilità degli indios, la bassa stima verso le donne quando non servono come carne da cannone, la cecità di fronte alle condizioni obiettive della popolazione rurale e migrante. Marichuy viene da lì ed è da dove parla. Gli indigeni possono essere solo la quinta parte della popolazione nazionale: ma sono milioni e costituiscono il 25% della popolazione indigena di tutta l’America. L’impatto della loro voce, l’inclusione del loro discorso non elettorale né elettoralistico dovrà raggiungere ampi settori di questo Messico ferito. Lei e la gente che esce al suo passaggio parlano con la realtà, qualcosa di straordinario per un paese in perpetua simulazione.

Testo originale: http://www.jornada.unam.mx/2017/11/13/opinion/a08a1cul

 

Perché sostenere Marichuy

Guillermo Almeyra

La portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, Marichuy Patricio Martínez (MPM) si presenta alle elezioni presidenziali del 2018 con l’obiettivo di organizzare le comunità indigene, la popolazione lavoratrice e la sinistra anticapitalista per una lotta che oltrepassa ampiamente il processo elettorale. La sua candidatura confida solo nell’unificazione delle forze del popolo messicano che fino ad ora conducono una lotta dispersiva, e scommette sull’innalzamento del livello di coscienza degli oppressi la cui maggioranza attualmente ancora condivide l’ideologia dei suoi sfruttatori.

Marichuy è cosciente di non possedere una macchina elettorale e di scontrarsi con l’ostilità di tutti i fattori di potere (blocco imprenditoriale, stampa e mezzi di comunicazione del capitale, conservatori ed opportunisti che cercano vantaggi personali nelle istituzioni statali, organismi repressivi dello Stato capitalista, oligarchia governante al servizio del capitale finanziario e dell’imperialismo statunitense).

La sua proposta, sorta dai più poveri ed appoggiata da questi e dai più coscienti, non vuole occupare posizioni di potere nello Stato capitalista, ma creare potere popolare cambiando la soggettività delle maggioranze lavoratrici, organizzando e riunendo le forze di queste, elevando la morale e l’autostima degli oppressi per portarli alla lotta sociale e a cambiare il paese.

La sua partecipazione nel processo elettorale è l’opposto dell’elettoralismo, delle promesse preelettorali che si dimenticano il giorno dopo le elezioni, dei programmi – che-mai-si-attueranno – dell’ipocrisia e dell’inganno elettorale, dell’inganno per ottenere voti che esprimono tutto il disprezzo di chi li ottiene verso coloro che incautamente glieli danno ed è il contrario della compravendita di voti attraverso elemosine che tolgono ogni dignità a chi vende la propria cittadinanza per un piatto di lenticchie.

Per questo, in primo luogo, bisogna darle una firma per appoggiare il suo diritto a presentarsi alle elezioni organizzate da e per il capitalismo, come candidata anticapitalista, donna lavoratrice ed esponente avanzata degli indigeni.

Il mero ottenimento di più di un milione di firme per convalidare la sua candidatura sarebbe già di per sé una grande vittoria organizzativa e politica, perché dimostrerebbe che c’è una grande quantità di messicane e messicani che lottano contro la discriminazione razziale e contro l’oppressione delle donne che, proprio per questo, sono capaci di firmare per fare rispettare il diritto altrui lasciando momentaneamente da parte le differenze di opinione politiche partitiche.

Il raggiungimenti prima di dicembre del numero di firme richieste dall’Istituto Nazionale Elettorale (INE) sarà possibile grazie all’appoggio degli anticapitalisti, come l’Organizzazione Politica dei Lavoratori (OPT), il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (PRT), la Nuova Centrale dei Lavoratori (NCT) ma, soprattutto, dei gruppi organizzati di lavoratori e di oppressi, di democratici coerenti presenti soprattutto in Morena e, in misura minore, tra i simpatizzante di altri partiti e con l’appoggio militante di vasti gruppi di studenti in tutto il paese che così renderebbero omaggio concreto ai 43 studenti della Normale di Ayotzinapa vittime del terrorismo di Stato.

Firmare la domanda alla candidata indigena non obbliga nessuno a tralasciare altre opzioni perché Marichuy non compete con nessuno in campo elettorale, poiché questo non è il suo terreno di lotta e perché ha piena coscienza che l’oligarchia che controlla il paese come agente del capitale finanziario internazionale, giammai riconoscerebbe un candidato che non sia della famiglia e, tanto meno, uno anticapitalista che, per colmo, mobiliterebbe le donne e gli indigeni e godrebbe pertanto di grande simpatia in tutta l’America Latina e perfino negli Stati Uniti. Invece, compete, e molto, nella contesa per le menti e i cuori degli oppressi, contro il fatto aberrante che esistano poveri che accettano l’ideologia di chi li affonda nella povertà, e sfruttati che credono che il proprio sfruttatore sia il loro benefattore.

Nelle sue bandiere MPM si definisce anticapitalista. La raccolta di firme per la sua campagna, tuttavia, guadagnerebbe in forza ed impeto ed avrebbe maggiore eco se a questa fondamentale definizione generale aggiungesse l’esigenza di un piano nazionale di lavoro per ridurre la disoccupazione, il lavoro nero e l’emigrazione ed accogliere i compatrioti cacciati da Trump.

Sarebbe necessaria inoltre la rivendicazione di un aumento generale dei salari del 50% percento (data la caduta del salario reale ed il fatto che la maggioranza dei lavoratori non guadagna tre salari minimi), l’esigenza di un sostegno all’agricoltura familiare ed ejidale e di un’ampia protezione legale ai lavoratori messicani emigrati perseguiti da Trump e la domanda di priorizzare l’educazione pubblica, favorendo i più poveri dalla primaria fino all’università.

Il capitale internazionale ed internazionalista deve essere l’anticapitalismo. Non è possibile un governo solo di indigeni perché questi sono una minoranza ed hanno bisogno di alleati fraterni tra i contadini e i lavoratori di ogni tipo. Per questo, per fare alleanze, bisogna definire per quale futuro governo si combatte.

È fondamentale inoltre organizzare l’opposizione alla preparazione di guerre imperialiste – che in tutti i paesi comportano la repressione dei movimenti sociali e l’eliminazione delle conquiste storiche dei lavoratori – e difendere i paesi che hanno indebolito la catena dell’imperialismo e che, come Cuba o il Venezuela, sono oggi un obiettivo del Pentagono. Il silenzio rafforza i piani aggressivi del capitale.

Il programma seleziona e forma i quadri e dà coscienza di se stessi a coloro abituati ad accogliere tutte le idee di chi li opprime. Per questo, definire il programma anticapitalista è indispensabile per quello che verrà nei prossimi anni.

almeyraguillermo@gmail.com –  Testo originale http://www.jornada.unam.mx/2017/11/12/opinion/016a1pol

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Los de Abajo

Omaggio a Manuel

Gloria Muñoz Ramírez

Sulla strada verso Acteal, nel tratto tra Chenalhó e Chalchihuitán, si sentono degli spari. La popolazione è per strada. La tensione non se n’è mai andata da questa regione, dove venti anni fa i gruppi paramilitari assassinarono 45 indigeni tzotzil dell’organizzazione Las Abejas.

Il conflitto è a causa delle terre. Gli uni e gli altri si dicono padroni delle mojoneras [cippi di confine – N.d.T.]. Le istanze governative spiccano per la loro assenza. A loro conviene che se la vedano tra indigeni, anche a schioppettate. A loro non importa, dicono i coloni di una regione che non riesce ad abituarsi a vivere in mezzo agli spari.

In mezzo alla tensione si affaccia Acteal, la comunità tzotzil che rappresenta uno dei livelli più alti di impunità in Messico e nel mondo. Due decenni senza giustizia sono il contesto in cui la popolazione celebra Manuelito, l’ambasciatore di Acteal, quello che raccontava barzellette, il migliore negli indovinelli e nei racconti, quello che per anni ha accolto gli internazionalisti che arrivavano nella comunità per ascoltare il racconto del massacro dei 45 indigeni. Questo venerdì sono cinque anni che è morto a causa della negligenza medica, sommando la sua morte a quella delle vittime di un sistema che se non uccide a colpi di pistola ma lo fa per mancanza di servizi sanitari.

L’omaggio a Manuel Vázquez Luna è parte della campagna “Acteal, Radice, Memoria e Speranza”, a 20 anni dal massacro e a 25 dalla fondazione di Las Abejas, l’organizzazione nata contro l’ingiustizia e che continua a lottare senza tregua. Questa campagna, annuncia Antonio Gutiérrez, è per alzare la voce, per denunciare quello che continua a succedere, per continuare a cercare giustizia. Hanno iniziato a marzo e concluderanno a dicembre un processo di memoria e di denuncia. La cosa certa è che oggi gli assassini intellettuali di una delle più importanti tragedie del Messico continuano ad essere impuni, mentre gli assassini reo confessi sono stati liberati e perfino premiati con le terre.

Qui, come ad Ayotzinapa, la verità non arriva, dicono nella semplice commemorazione dedicata a Manuelito. Oggi i sopravvissuti celebrano la resistenza e l’organizzazione, e respingono le bugie del governo. Il massacro non avvenne per un conflitto comunitario né religioso, ma perché parte di una strategia studiata dallo Stato. Assicurare la non ripetizione continua ad essere l’obiettivo.

Manuelito non era molto visibile, ma quello che ha seminato continuiamo a raccogliere, dice oggi Lupita, sua sorella, consigliere del consiglio indigeno di governo, donna forte e coraggiosa che nel massacro ha perso nove parenti.

Oggi qui si celebra la vita. Decine di bambini e bambine rompono una pignatta e ridono, perché così era Manuelito, giocherellone e burlone.

www.desinformemonos.org

losylasdeabajo@yahoo.com.mx

http://www.jornada.unam.mx/2017/11/11/opinion/012o1pol

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La rivoluzione indigena di Marichuy: «Mi candido perché voglio dignità»

Messico. Il paese verso le presidenziali del 2018. La candidata indigena incontra sostenitrici e sostenitori: le servono 800mila firme, ma si firma solo con un tablet, che costa il triplo di uno stipendio. La denuncia di 52 intellettuali.

© Andrea Cegna

Il viaggio di Marichuy alla ricerca delle firme necessarie per trasformare in realtà la candidatura della portavoce del Congresso Indigeno di Governo continua senza pause, in Messico. María de Jesús Patricio Martínez, indigena Nahua dello stato di Jalisco, è arrivata poco dopo le 17 a San Cristobal de Las Casas.

Piazza della Rivoluzione si riempie lentamente. Il palco dove salgono i rappresentanti del Cni, in stragrande maggioranza donne, vede alla sue spalle la cattedrale dove si trova la tomba di Samuel Ruiz, e a destra l’ex palazzo del municipio dell’antica capitale del Chiapas, quello stesso palazzo occupato dagli Zapatisti all’alba del 1 gennaio del 1994.

Per l’occasione sono arrivate in città centinaia di donne dalle diverse comunità indigene dei Los Altos. Ognuna di loro veste con gli abiti tradizionali, molte di loro non parlano nemmeno spagnolo ma hanno voluto essere presenti.

Donne indigene di diverse età, senza uomini ad accompagnarle, con gli occhi lucidi per l’emozione aspettano prima e ascoltano poi in silenzio le parole di una donna che per loro è speranza e orgoglio.

Essere povere, indigene e donne in Messico è una condanna, una firma indelebile sull’essere soggetto escluso da ogni diritti e possibilità. O meglio era così, oggi è diverso.

Solo dieci anni fa una foto di gruppo come quelle scattate mercoledì in piazza della Rivoluzione sarebbe stato un sogno o un fotomontaggio in questo angolo di terra. Oggi, quella foto è un pezzo di realtà, mostra il lavoro coraggioso e continuo delle donne indigene che lottano per la loro emancipazione e riconoscimento, partendo dalle proprie famiglie, passando per le loro comunità e con Marichuy provare ad arrivare al più alto livello possibile: la presidenza della repubblica. Sette interventi anticipano le parole di Marichuy che arrivano quando a illuminarla non è più la luce del sole ma un faro bianco.

Le sette voci che precedono la candidata indigena parlano spagnolo ma soprattutto gli idiomi indigeni delle comunità da cui provengono le quattro donne e i tre uomini che si alternano al microfono. Tutte e tutti devono capire, soprattutto le donne indigene.

Marichuy prima spiega al pubblico perché si è deciso di procedere alla candidatura, poi ha detto: «Andremo ad ascoltare i diversi villaggi indigeni in ogni luogo dove passeremo. Allo stesso tempo faremo sentire la nostra voce e la nostra proposta: noi vogliamo la vita e vogliamo una vita degna per tutte e tutti in Messico e nel mondo».

Ha anche ribadito che la sfida e il percorso intrapreso dal Cni con il supporto dell’Ezln vede in lei solo la portavoce di un Consiglio Indigeno di Governo e che nulla finisce nel 2018 con le elezioni.

Questa è solo una tappa. Il cambiamento non arriverà mai dall’alto e l’organizzazione delle popolazioni, degli uomini e delle donne è l’unico strumento reale per opporre un’alternativa al dominio del capitalismo e della politica asservita agli interessi economici.

Mentre dal palco si alternavano i diversi interventi i volontari in appoggio alla candidata si prodigavano nello smaltire una lunga coda formatasi per dare la propria firma a sostegno della candidatura indipendente indigena. Devono essere raccolte oltre 800mila firme, circa 50mila in 17 diversi stati sui 33 della repubblica messicana, entro febbraio, affinché Marichuy sia a tutti gli effetti votabile.

Per firmare occorre utilizzare una App che funziona solo su cellulari e tablet di ultima generazione. Proprio questo piccolo particolare racconta di un sistema classista, in cui indigene e indigeni (oltre che poveri e povere) sono esclusi. Per questo martedì scorso a Città del Messico 52 intellettuali, tra cui Pablo González Casanova, Francisco Toledo, Juan Villoro, Oscar Chávez, Eduardo Matos Moctezuma, Bárbara Zamora, Gilberto López y Rivas, Mardonio Carballo, Luis de Tavira, e Paul Leduc hanno denunciato, in una conferenza stampa, che il costo medio dei dispositivi adatti alla raccolta delle firme è di 5mila pesos, il triplo dello stipendio mensile dell’81.7% degli assunti nel paese.

I 52 hanno anche denunciato i lunghi tempi necessari per inserire le firme, fino a 20 minuti a firma. Juan Villoro ha chiuso come portavoce dell’associazione di accademici e artisti in supporto alla candidatura indigena dicendo: «Marichuy è nata come candidatura contro la discriminazione e la prima cosa che incontra nel suo percorso è discriminazione». Il Manifesto – 9.11.2017

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SECONDA EDIZIONE DEL “CONSCIENZE PER L’UMANITÀ” CON IL TEMA “LE SCIENZE DI FRONTE AL MURO”

Alla comunità scientifica del Messico e del mondo:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

 

Informazioni sulla seconda edizione del “ConScienze per l’Umanità” con il tema “Le scienze di fronte al muro”, che si terrà dal 26 al 30 dicembre 2017 presso il CIDECI-UniTierra, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico.

  1. Finora hanno confermato la partecipazione 51 scienziate e scienziati di 7 paesi: Germania, Austria, Canada, USA, Francia, Messico (Bassa California, Quintana Roo, Città del Messico, Puebla, Jalisco, Morelos, Chiapas, Querétaro, Stato del Messico) e Uruguay.
  2. I campi di cui si occupano sono: Agroecologia, Astrofisica, Astronomia, Biologia, Biochimica, Cosmologia, Ecologia, Pedologia, Etnomicologia, Fisica, Genetica, Geofisica, Matematica, Medicina, Microbiologia, Neuroscienze, Ottica, Chimica, Vulcanologia.
  3. Il 26 dicembre 2017 potranno registrarsi le e gli scienziati e partecipanti. Le attività inizieranno il 27 dicembre alle ore 10:00 e si concluderanno il 30 dicembre.
  4. L’indirizzo di posta elettronica per iscriversi come escucha-vidente è: conCIENCIAS@ezln.org.mx

GRUPPO D’APPOGGIO DELLA COMMISSIONE VI

 

Traduzione a cura di 20ZLN

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