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La rivoluzione indigena di Marichuy: «Mi candido perché voglio dignità»

Messico. Il paese verso le presidenziali del 2018. La candidata indigena incontra sostenitrici e sostenitori: le servono 800mila firme, ma si firma solo con un tablet, che costa il triplo di uno stipendio. La denuncia di 52 intellettuali.

© Andrea Cegna

Il viaggio di Marichuy alla ricerca delle firme necessarie per trasformare in realtà la candidatura della portavoce del Congresso Indigeno di Governo continua senza pause, in Messico. María de Jesús Patricio Martínez, indigena Nahua dello stato di Jalisco, è arrivata poco dopo le 17 a San Cristobal de Las Casas.

Piazza della Rivoluzione si riempie lentamente. Il palco dove salgono i rappresentanti del Cni, in stragrande maggioranza donne, vede alla sue spalle la cattedrale dove si trova la tomba di Samuel Ruiz, e a destra l’ex palazzo del municipio dell’antica capitale del Chiapas, quello stesso palazzo occupato dagli Zapatisti all’alba del 1 gennaio del 1994.

Per l’occasione sono arrivate in città centinaia di donne dalle diverse comunità indigene dei Los Altos. Ognuna di loro veste con gli abiti tradizionali, molte di loro non parlano nemmeno spagnolo ma hanno voluto essere presenti.

Donne indigene di diverse età, senza uomini ad accompagnarle, con gli occhi lucidi per l’emozione aspettano prima e ascoltano poi in silenzio le parole di una donna che per loro è speranza e orgoglio.

Essere povere, indigene e donne in Messico è una condanna, una firma indelebile sull’essere soggetto escluso da ogni diritti e possibilità. O meglio era così, oggi è diverso.

Solo dieci anni fa una foto di gruppo come quelle scattate mercoledì in piazza della Rivoluzione sarebbe stato un sogno o un fotomontaggio in questo angolo di terra. Oggi, quella foto è un pezzo di realtà, mostra il lavoro coraggioso e continuo delle donne indigene che lottano per la loro emancipazione e riconoscimento, partendo dalle proprie famiglie, passando per le loro comunità e con Marichuy provare ad arrivare al più alto livello possibile: la presidenza della repubblica. Sette interventi anticipano le parole di Marichuy che arrivano quando a illuminarla non è più la luce del sole ma un faro bianco.

Le sette voci che precedono la candidata indigena parlano spagnolo ma soprattutto gli idiomi indigeni delle comunità da cui provengono le quattro donne e i tre uomini che si alternano al microfono. Tutte e tutti devono capire, soprattutto le donne indigene.

Marichuy prima spiega al pubblico perché si è deciso di procedere alla candidatura, poi ha detto: «Andremo ad ascoltare i diversi villaggi indigeni in ogni luogo dove passeremo. Allo stesso tempo faremo sentire la nostra voce e la nostra proposta: noi vogliamo la vita e vogliamo una vita degna per tutte e tutti in Messico e nel mondo».

Ha anche ribadito che la sfida e il percorso intrapreso dal Cni con il supporto dell’Ezln vede in lei solo la portavoce di un Consiglio Indigeno di Governo e che nulla finisce nel 2018 con le elezioni.

Questa è solo una tappa. Il cambiamento non arriverà mai dall’alto e l’organizzazione delle popolazioni, degli uomini e delle donne è l’unico strumento reale per opporre un’alternativa al dominio del capitalismo e della politica asservita agli interessi economici.

Mentre dal palco si alternavano i diversi interventi i volontari in appoggio alla candidata si prodigavano nello smaltire una lunga coda formatasi per dare la propria firma a sostegno della candidatura indipendente indigena. Devono essere raccolte oltre 800mila firme, circa 50mila in 17 diversi stati sui 33 della repubblica messicana, entro febbraio, affinché Marichuy sia a tutti gli effetti votabile.

Per firmare occorre utilizzare una App che funziona solo su cellulari e tablet di ultima generazione. Proprio questo piccolo particolare racconta di un sistema classista, in cui indigene e indigeni (oltre che poveri e povere) sono esclusi. Per questo martedì scorso a Città del Messico 52 intellettuali, tra cui Pablo González Casanova, Francisco Toledo, Juan Villoro, Oscar Chávez, Eduardo Matos Moctezuma, Bárbara Zamora, Gilberto López y Rivas, Mardonio Carballo, Luis de Tavira, e Paul Leduc hanno denunciato, in una conferenza stampa, che il costo medio dei dispositivi adatti alla raccolta delle firme è di 5mila pesos, il triplo dello stipendio mensile dell’81.7% degli assunti nel paese.

I 52 hanno anche denunciato i lunghi tempi necessari per inserire le firme, fino a 20 minuti a firma. Juan Villoro ha chiuso come portavoce dell’associazione di accademici e artisti in supporto alla candidatura indigena dicendo: «Marichuy è nata come candidatura contro la discriminazione e la prima cosa che incontra nel suo percorso è discriminazione». Il Manifesto – 9.11.2017

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cni

Dal Messico, una proposta importante

Andrea Cegna

“23 anni fa iniziammo il nostro sollevamento, il nostro percorso era escludente, non potevano partecipare tutte e tutti. Ora, il Congresso Nazionale Indigeno ci chiama a una lotta nella quale possiamo partecipare tutti, tutte, senza discriminazione di età, colore, altezza, razza, religione, lingua, salario, istruzione, forza fisica, cultura, preferenza sessuale. Chi vive, lotta e muore nelle campagne e nelle città ha ora un cammino di lotta in cui si può unire con altre e altri. La lotta a cui ci chiama e ci invita il Congresso Nazionale Indigeno è una lotta per la vita, nella libertà, nella giustizia, nella democrazia, nella dignità. Chi si permetterà di dire che è una lotta non giusta?”.

Subcomandante Insurgentes Moises – Oventik 1 Gennaio 2017

 

Una donna di sangue e cultura indigena si candiderà alle elezioni politiche, come indipendente, in Messico nel 2018.

Sarà la portavoce del Congresso Nazionale Indigeno, organizzazione politica che racchiude una quarantina di etnie indigene sulle oltre 60 che vivono nel paese.

La proposta nasce dalla mente delle donne e uomini di mais, del sud-est messicano, meglio conosciute e conosciuti come zapatisti e zapatiste. Ma occorre andare oltre alla proposta in sé, e alla sua punta di maggior visibilità, ovvero la candidatura di una donna indigena, per capirla davvero.

 

Attenti osservatori potrebbe rimanere spiazzati dalla notizia che l’EZLN, arrivato al 23esimo anno di sollevazione armata e dopo aver promosso dall’Agosto 2003 l’Autonomia rispetto al governo, possa aver proposto una direzione elettorale al CNI.

Osservatori ancora più attenti potranno ricercare nelle parole della formazione politica nata nel Novembre del 1984 come diretta emanazione delle Fuerzas de Liberación Nacional che non è mai stato scritto che si rifiutava l’opzione elettorale, semplicemente con forza e perseveranza è stato detto che i partiti politici messicani sono uno strumento del capitalismo e del neoliberismo e già da diversi anni il potere politico nazionale è fortemente subordinato (usando un eufemismo) ai poteri economici trans-nazionali. Lasciando libertà di scelta l’EZLN si è così sempre detto altro dai percorsi elettorali, pur giocando strumentalmente dentro e fuori le campagne elettorali. Così nel ’94 ha supportato Amado Avendaño Figueroa come candidato alla presidenza del Chiapas, oppure nel 2001 ha organizzato la marcia del colore della pelle alcuni mesi dopo l’entrata al potere del primo presidente della repubblica non del PRI, Vicente Fox, o come nel 2006 lanciò e organizzò l’altra campagna.

 

Ripartiamo proprio dal 2006: la otra campaña è stato il tentativo di organizzare la società messicana per creare un alternativa non tanto al potere partitico ma ai diversi poteri. Il tentativo di unire lotte, resistenze, pratiche e generare l’alba di una nuova società che avesse nell’autonomia zapatista un esempio. Scommessa in parte persa, anche se per il Messico l’esempio dell’autonomia ha creato percorsi interessanti: da esperienze di autogestione nelle grandi città, alla formazione dei gruppi di autodifesa, soprattutto in Michoacan. Ma la miccia non è esplosa. Negli ultimi anni è cresciuto, per qualità e quantità, il rapporto con il Congresso Nazionale Indigeno. L’idea di andare ad una candidatura indipendente può essere vista prima di tutto come il tentativo, attraverso la costruzione di un percorso su un obiettivo chiaro e materiale, di organizzare, legare, le comunità indigene in resistenza per andare a creare una rete capace di andare oltre al percorso elettorale. Siamo chiari ed onesti, in Messico esistono tante e plurime forme di resistenza locale. Per lo più legate al mondo indigeno. Ma a parte le grandi corporazioni legare al PRI, manca un soggetto politico nazionale. Organizzare la campagna elettorale, la raccolta delle 850mila firme (50 mila per 17 stati), definire il consiglio di governo indigeno che poi andrà ad eleggere la sua portavoce donna, hanno più lo scopo di costruirsi come soggetto politico che vincere le elezioni. Tanto che la donna indigena sarà solo la portavoce di un consiglio di governo. Il consiglio di governo è il grimaldello e punto d’osservazione centrale.

 

Sì, se si guarda oltre la provocazione della candidatura della donna indigena si può vedere una proposta politica radicale e potente che prende linfa e agisce sulle difficoltà organizzative delle resistenze del Messico, oltre che dalla conclamata inconcludenza dei precedenti tentativi di ampliare territorialmente la proposta zapatista.

Girando un po’ la testa quindi si può cogliere come “l’assurda proposta” fatta dall’EZLN al CNI sia invece una ponderata fase di un percorso ben più lungo, e che non fa esodo neppure per un secondo dall’idea di costruire altro al sistema capitalista nelle sue diramazioni. Osservando un po’ più in là dei pruriti bellicosi della forma secondo i quali è scandaloso rivolgersi al percorso elettorale si può vedere come lo strumento della candidatura indipendente dia per la prima volta in Messico la possibilità di organizzare un percorso alternativo a quello dei partiti, sfruttando la temporalità delle elezioni per testarsi su un piano organizzativo e anche potersi contare. Dare il protagonismo alle comunità indigene significa andare a cercare di unire e fortificare le forme di resistenza più radicali all’omologazione capitalista. Allo stesso tempo la proposta è ricevibile anche dai non indigeni, cioè quella parte di società messicana che è stata per anni al centro del dialogo costruttivo dell’EZLN.

 

Occorre ricordare come il CNI nasce nel 1996, e 20 anni dopo la sua formazione scende in campo con una proposta non difensiva ma offensiva. Fa suoi i sette principi fondanti dello zapatismo e conosciuti come “comandare obbedendo”: obbedire e non comandare, rappresentare e non sostituire, abbassarsi e non salire, servire e non servirsi, convincere e non vincere, costruire e non distruggere, proporre e non imporre. Propone una donna come portavoce del consiglio di governo indigeno. Donna e indigena nel Messico del 2017 è come dire l’ultima tra gli ultimi. Il sessismo è un male indescrivibile nel paese, tanto che i movimenti femministi stanno prendendo la scena della lotta per i diritti civili e sociali in gran parte del Messico. Indigena e spesso così messa da parte. Un parallelismo da noi potrebbe essere una migrante senza permesso di soggiorno indicata come futura prima ministra da un lista indipendente. Proposta ponderata, provocatoria, dirompente che oltre allo sguardo oltre la scadenza elettorale gioca una partita nel breve periodo, quella della voce altra rispetto ai megaprogetti (grandi opere diremmo noi) che rischiano, con oltre 400 proposte attive, di trasformare pesantemente il territorio non metropolitano andando così ad incedere sulle relazioni sociali, dell’alternativa alla “guerra al narcotraffico”, costata oltre 100.000 vite umane e 30.000 desaparecidos, è che chiaramente non è mai stata un vero scontro stato-narcos ma un’eccellente diversivo mediatico e pubblico per la creazione di una relazione di potere di continuità tra politica, malavita, e strutture statali. Chi ha pagato il conto sono giornalisti critici, attivisti sociali, difensori dei diritti civili e umanitari, e centinaia di innocenti. Tanto che lo spettacolo legato all’arresto, fuga, ri-arresto ed estradizione de El Chapo ha mostrato come in Messico nulla sia cambiato.

 

Gli USA di Trump che minacciano parti di economia del paese, la paura del crollo del pesos e della chiusura delle grandi fabbriche automobilistiche, e che rischiano di modificare velocemente il laboratorio neoliberale che il Messico è sempre stato per i vicini di casa. Il muro che Obama stava già costruendo, tanto che nel Machete già se ne parla, non spaventa quanto la trasformazione economica che potrebbe portare il nuovo volto della globalizzazione a stelle e strisce. Una nuova incognita sulla fragilità di uno stato svenduto pezzo per pezzo dai tanti governi e che ha trovato in Peña Nieto un capo di stato capace di aggredire e colpire quello che mai era stato toccato ovvero privatizzare il petrolio e modificare le leggi sul lavoro.

 

Morti, scontri e arresti servono a giustificare e coprire lo scambio d’interesse reale, governare con e sulla paura. Agitare lo spettro della crisi economica che il cambio di governo USA può portare è un nuovo segnale della volontà politica di sottostare ai diktat del neoliberalismo. Solo per questo una voce diversa fa paura. Anche solo una voce che può descrivere rapporti economici diversi spaventa. Anche solo perché un punto di vista differente può mostrare una realtà diversa da quella venduta come unica ed ineluttabile destabilizza. E forse per questo che tutte le formazioni politiche nel paese hanno fortemente criticato l’idea e la proposta. Forse proprio per questo essere altro e oltre trasforma una “proposta moderata” come il correre alle elezioni in una proposta possibilmente dirompente, anche se piena d’incognite e di rischi.

 

Una proposta che potrebbe creare un rapporto di forza assolutamente anomalo in un paese che ha fatto della rivolta la sua forma d’opposizione in assenza di organizzazioni di massa capaci di creare contropotere. Una proposta legata alla storia dell’EZLN, con uno sguardo alle FLN, e del Messico. Una proposta che non si può leggere con gli occhi distorti da altre esperienze latinoamericane. Nel Messico della violenza armata e della contiguità tra potere legale ed illegale l’alternativa agita dal CNI e dall’EZLN spaventa. Abbiamo già visto il 26 Settembre 2014 ad Iguala come il narcostato si occupa dei soggetti sociali che operano alternativa e opposizione sociale agli interessi economici, facendo sparire nel nulla 43 studenti della scuola normale Rurale Isido Burgos di Ayotzinapa, e uccidendone sei. Cosa succederà sarà l’incognita del futuro, forse proprio per questo il documento del CNI e dell’EZLN che lancia la candidatura si chiude così: “Per il recupero dei territori invasi o distrutti, per la riapparizione dei desaparecidos del paese, per la libertà di tutte e tutti i prigionieri politici, per la verità e la giustizia per i morti, per la dignità della campagna e della città. Non abbiate dubbi, andremo avanti su tutto, perché sappiamo che ci troviamo di fronte forse all’ultima occasione, come popoli originari e come società messicana, di cambiare pacificamente e radicalmente le nostre forme di governo, rendendo la dignità l’epicentro di un nuovo mondo”. http://www.milanoinmovimento.com/mondinmovimento/dal-messico-una-proposta-importante

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zapaturismo

Una terra che resiste anche alla speculazione edilizia e al modello di turismo di massa

di Andrea Cegna

Inserito oggi dentro alle mappe turistiche di ogni agenzia di viaggio, il Chiapas è uno dei 33 stati che compongono il Messico.
L’esplosione turistica è cosa recente. Fino ai primi anni ’90 era uno dei punti di passaggio della Ruta Maya. Palenque e San Cristobal erano divise da diverse ore di viaggio su una strada piena di curve.

Alberghi e ristoranti erano rari e radi. Le carte di credito non venivano prese quasi da nessuna parte.
Parliamo di uno stato vissuto da indigeni e meticci. L’insurrezione Zapatista ha poi messo il Chiapas all’interno delle cartine delle rivoluzioni mondiali.

Il fascino occidentale per i passamontagna e per il SubComandante Marcos hanno spinto centinaia di persone a prendere aerei e sfidare posti di blocco di militari e polizia federale per raggiungere le comunità in resistenza.

C’è chi dice che l’esplosione turistica del Chiapas viste le sue bellezze naturali doveva solo arrivare.
C’è chi dice che l’esplosione turistica del Chiapas sia una delle diverse forme di contro-insurgencia aperte dal governo Messicano per rispondere agli Zapatisti.

Riempire lo stato di turisti, far guadagnare molti pesos a chi con loro lavora, dare un’immagine diversa del territorio e quindi non povero ed abbandonato, ma ricco e vissuto, sono evidentemente degli strumenti. La crescita costante di turisti si sta accompagnando sempre più alla giustificazione di mega progetti nelle aree di influenza dell’EZLN.

Che sia l’autostrada Palenque-San Cristobal de Las Casas, oppure l’aeroporto di Palenque, oppure eco-villaggi turistici attorno ad Aqua Azul, Santa Clara, Roberto Barrios, oppure le gite turistiche nella Selva Lacandona, oppure trasformare le lagune Miramar e Montebellos in luoghi attrezzati per il turismo di massa, poco importa.

La speculazione edilizia e della natura è nei progetti statali e delle grandi aziende del turismo. Sgomberi di comunità indigene e di campi collettivi sarebbero il passaggio necessario per fare tutto questo. Lo zapatismo lotta così anche contro le trasformazioni del territorio, nel nome della difesa della terra.

Questi giorni trascorsi nello Stato situato nel Sud-Est messicano e al confine con il Guatemala mi hanno permesso di parlare molto delle trasformazioni che il territorio ha subito e sta subendo con l’avvento del turismo di massa. Tanto che molti giornali locali, nonché nazionali, criticavano in maniera molto colorata la mobilitazione dei maestri della CNTE di questi giorni proprio perché i loro blocchi stradali stanno facendo perdere milioni di pesos a chi lavora con il turismo.

Ed è così diventato immediatamente palese come il turismo da queste parti sia si una forma di ricchezza ma anche di limitazione di conflitti e della possibilità delle popolazioni indigene di vivere secondo le loro tradizioni.

Nonostante tutto il Chiapas è un territorio costantemente attraversato da conflitti sociali. Lo Zapatismo è sicuramente la punta di diamante, ma occorre ricordare che qui si trovano due delle sezioni più combattive del sindacato dell’educazione, si trova una delle poche scuole normali rurali sopravvissute alla chiusura di massa delle stesse operata dal governo messicano dopo il massacro di piazza delle 3 culture il 2 ottobre del 1968, si trovano sedi di moltissime ONG e associazioni che lottano per i diritti umani.

I conflitti in questa parte del mondo sono concreti e materiali: in questi giorni, tra le tante mobilitazioni che chiedono la testa del governatore dello stato Manuel Velasco, gli autotrasportatori dello stato sono in sciopero permanente contro i “pirati” ovvero contro chi svolge lavoro di trasporto di persone senza avere la licenza pubblica.

Ricorda molto da vicino quello che è successo da noi quando i taxisti si sono alzati in protesta contro “Uber”. Il sindacato dei trasportisti pratica sequestro e rogo dei mezzi non ufficiali.

Tra questi anche due taxi della cooperativa di trasporto Zapatista sono stati colpiti nella città di Ocosingo, da sempre città anti-zapatista. La cooperativa Emiliano Zapata nel nome della proclamata autonomia non ha rapporti di alcun tipo con il governo e quindi dal 2003 non rinnova più le licenze. Tanto basta per incorrere nell’ira della lobby del trasporto turistico che genera migliaia di pesos al giorno.

Il Chiapas non è un luogo semplice da raccontare, gli ultimi 22 anni sono segnati dall’accelerazione costante di conflitti, speculazioni, resistenze, militarizzazioni, e turismo.

Fino a qualche anno fa parlavamo della seconda zona al mondo per militarizzazione, dopo la striscia di Gaza. Non ci sono dati ufficiali ma probabilmente il secondo posto è stato recentemente raggiunto dal Bakur, il Kurdistan Turco. Militari e polizie riempiono le strade e gli incroci delle diverse città.

Più ci si muove verso le zone di influenza zapatista più le basi militari aumentano. Fino ad un decennio fa i posti di blocco erano costanti e pervasivi. Oggi, per far percepire ai turisti un senso di sicurezza e nella pratica della guerra di bassa intensità contro l’EZLN, sono stati dismessi, senza però dismettere basi, presenza militare e minacce alle comunità indigene.

L’equilibrio su cui tutto si basa è fine come una corda di violino. I conflitti vengono spesso sedati nel sangue, come successo a dicembre con l’assassinio di un maestro della CNTE, durante una delle prime proteste contro la riforma educativa. Nel nome del turismo si permette mobilità assoluta agli stranieri mentre si stringono le maglie degli spostamenti per le popolazioni autoctone, e il grande numero di forze speciali resta in attesa d’azione.

La visita del Papa da questi parti non ha toccato nessuno dei punti scomodi e contraddittori dello Stato, e si è fermata ad una facciata di comodo con la visita alla tomba di Don Sumuel Ruiz Garcia, teologo della Liberazione.

Ci piace ricordare come Bergoglio abbia combattuto una feroce lotta contro la teologia della liberazione e probabilmente anche grazie a questo suo impegno è stato eletto Papa.

In mezzo a tutto ciò la lotta zapatista continua a costruire la sua autonomia. In 12 anni, sanità e istruzione sono garantiti per tutte le comunità anche attraverso strutture di qualità e impensabili fino a pochi anni prima.

Recentemente il subComandante Moises, capo militare e portavoce dell’EZLN dal 2013, ha rilasciato un importante intervista dove racconta come la scelta di abbandonare l’azione armata nel nome dello sviluppo delle comunità sia stata vincente soprattutto visti i risultati ottenuti.

Risultati non banali raggiunti nonostante l’accerchiamento militare e paramilitare, nonostante i programmi di governo per le famiglie e le comunità non zapatiste, nonostante la negazione pubblica dell’esistenza dell’EZLN. I media non ne parlano più.

E quando ne parlano raccontano di un movimento in crisi. La spiegazione è facile: il governo Peña Nieto è il più impopolare della storia del paese, e quindi raccontare che esiste un esperienza che in maniera autonoma, e nel nome dell’anticapitalismo, costruisce una società dove diritti e futuro sono realtà, sarebbe ingestibile per i poteri che governano il Messico.

Q CODE Magazine http://www.qcodemag.it/2016/05/28/viaggio-in-chiapas/

 

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