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Archive for agosto 2011

La Jornada – Mercoledì 31 Agosto 2011

Secondo il rapporto del Frayba, i progetti del governo sono un attentato ai diritti degli indigeni

Elio Henríquez. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 30 agosto. I diritti collettivi dei popoli indigeni sono “seriamente minacciati dalla presenza di progetti e piani governativi che fomentano il saccheggio del territorio per interessi estranei ai suoi abitanti ancestrali” afferma il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) nel suo rapporto annuale.

“I popoli indigeni del paese si trovano in una situazione estremamente complessa dovuta, tra le altre ragioni, alla disputa per il controllo territoriale ed alla cultura di violenza generata dallo Stato messicano, che prosegue in un’interminabile voragine”, aggiunge nel rapporto Late la tierra en las veredas de la resistencia (La Terra pulsa sui sentieri della resistenza).

Sottolinea che “all’origine di questo scenario ci sono i progetti ed i piani dei governi federale, statale e municipali, come il Centro Integralmente Planeado, che rispondono ad una politica di esclusione, emarginazione e povertà, e che fomentano il saccheggio del territorio”.

Secondo l’organizzazione presieduta da Raúl Vera López, vescovo di Saltillo, Coahuila, questi piani, collegati al Proyecto Mesoamérica, prima Plan Puebla-Panamá, “hanno causato in Chiapas conflitti con gravi conseguenze sociali nelle regioni dove si trovano le comunità abitate da basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, che stanno costruendo nuove alternative di fronte a progetti di sviluppo indirizzati allo sfruttamento delle risorse naturali e che sono estranei alla cultura dei popoli indigeni”.

Víctor Hugo López, direttore dell’organizzazione, durante la presentazione del rapporto ha detto che col 18% sul totale delle denunce, quelle relative al saccheggio di territori sono state le più ricorrenti nel lasso di tempo che va da marzo 2010 ad aprile 2011.

Ha detto inoltre che l’esercizio dell’autonomia attraverso la libera determinazione “è una questione pendente dello Stato messicano con i popoli indigeni, poiché non c’è la volontà politica del governo di garantire, rispettare e promuovere i diritti collettivi dei popoli, cosa che implica un cambiamento profondo delle basi istituzionali dello Stato, cioè, un cambiamento radicale di sistema di governo”.

In presenza di alcuni invitati, ha dichiarato che “di fronte al disordine nazionale politico e sociale i popoli esercitano e recuperano forme ancestrali di autogoverno”.

Ha affermato che la costruzione delle autonomie che ha luogo in Messico, in particolare in Chiapas, è “come una casa invisibile”, perché “si parla molto dei suoi progressi ma non si guardano o non si vogliono vedere”.

Víctor Hugo López ha precisato che il documento presentato oggi nella sede del Frayba ha tra altri obiettivi quello di “dare conto della situazione dei diritti umani e dei processi di difesa ed esercizio del diritto in quattro ambiti: territorio, criminalizzazione della protesta, autonomia e memoria storica”.

Ha segnalato che l’organizzazione che dirige “ha documentato gli attacchi ai progetti di autonomia in Chiapas relativi a salute, educazione, comunicazione ed autodeterminazione delle comunità e popoli”.

Magdalena Gómez, studiosa dell’argomento, nel suo messaggio ha detto che nelle sue analisi, la relazione “ci pone nella necessità di fare un bilancio a dieci anni dalla controriforma indigena del 2001”.

L’articolista di La Jornada ha aggiunto: “Qui ci sono gli elementi base per rimarcare la ragion di Stato che nel 2001 fu fatta prevalere contro gli accordi di San Andrés: l’impatto di questa controriforma è evidente in tutto il documento”. http://www.jornada.unam.mx/2011/08/31/politica/019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Caro Subcomandante Marcos:

Grazie infinite per le parole riservate al Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità nella sua terza lettera a Don Luis Villoro. L’abbiamo letta con l’attenzione di chi è aperto all’ascolto. Da questa attenzione e ascolto vogliamo ringraziare per la sua profonda umiltà e solidarietà col Movimento e dirvi che portiamo dolorosamente nel nostro cuore i vostri morti, come Dionisio-Chiapas e Mariano, costruttori di pace. Vogliamo inoltre dirvi che anche se non ci comprendete, sebbene il nuovo vi sconcerti – la capacità di tentare di fare pace perfino con i nostri avversari, perché crediamo che gli errori di un essere umano non sono l’essere umano, ma l’alienazione della sua coscienza che bisogna trasformare con la pazienza dell’amore – condividiamo gli stessi aneliti e speranze, quelli di “un mondo nel quale ci stiano molti mondi”.

La pace, caro Subcomandante, come diceva Gandhi è “la strada”, una strada che si percorre solo tutte e tutti insieme. Voi, 17 anni fa, a fianco della società civile, ce l’avete insegnato non solo rendendo visibile e dando dignità al passato negato e vilipeso della nostra tradizione indigena, ma anche quando, a partire dall’ascolto e dal dialogo, avete aperto la discussione su quello che, nella crisi delle istituzioni, potrebbe essere una nuova speranza di ricostruzione della nazione: le autonomie.

Purtroppo, il potere, che è cieco, gli interessi che non ascoltano i battiti del cuore della storia, e l’egoismo, quella forma atroce dell’io che rompe i vincoli con gli altri, non vi hanno ascoltato – cambiare il cuore il potere è sempre lungo e doloroso -. La conseguenza è la spaventosa emergenza nazionale che vive attualmente il paese il cui epicentro, ironia della sordità, si trova a Juárez, alla frontiera norddelpaese.

Oggi la guerra ha lacerato le quattro parti del Messico (il nord, il sud, l’est e l’ovest), ma nella visibilità delle nostre sofferenze – che sono molte e sempre di più – dei nostri volti, dei nostri nomi e delle nostre storie, ci ha anche unito – nella pace dell’amore che ci porta a procedere, ad abbracciare sofferenze e a dialogare per cercare di smuovere la coscienza dei potenti – per trovare quell’io plurale, quel noi che ci hanno sottratto. Ciò ha potuto nascere solo dal cuore, dalla solidarietà e dalla speranza, cioè, dalla grande riserva morale che ancora c’è nella nazione della quale voi siete una delle parti più belle. Oggi più che mai crediamo che solo con l’unità nazionale di questa riserva – che non sta solo in basso, ma anche sopra ed ai lati, da tutte le parti – possiamo fermare la guerra e trovare insieme la strada della rifondazione nazionale.

Il Messico, caro Subcomandante, è un corpo lacerato, un suolo fratturato che bisogna ricomporre come un corpo ed una terra sani in cui – come ogni corpo ed ogni vera terra – ognuna delle sue parti, quando si armonizza e si coltiva nel bene, sono tanto necessarie quanto importanti.

Camminare, dialogare, abbracciare e baciare – questi quattro modi che troviamo nella nostra storia fatta dal mondo indigeno e dal mondo occidentale – sono le forme che adottiamo non solo per accompagnare gli altri e le altre, ma per ritrovare la strada perduta e fare la pace. Camminare, è incontrare gli altri; dialogare è denudare, palpitare, illuminare la verità – che al principio duole, ma poi consola -; abbracciarsi e baciarsi è non solo fare pace, ma anche rompere le differenze che ci dividono e ci portano in conflitto.

Qualche anno fa con alcuni amici fondammo una rivista – spero ne abbia qualche numero tra le mani –: *Conspiratio*. Il nome viene dalla prima liturgia cristiana dove c’erano due momenti alti: la *conspiratio* e la *comestio*. Il primo si esprimeva con un bacio sulla bocca. Era una co-respirazione, uno scambio di respiri, una condivisione dello spirito che cancellava le differenze e creava un’atmosfera comune, una vera atmosfera democratica – forse da lì deriva il significato che la parola cospirazione ha nella nostra epoca; forse l’impero romano, un impero, come ogni impero, spaventosamente classista, diceva, “chi sono questi che cospirano e mettono in pericolo il potere” -. Quando baciamo ed abbracciamo creiamo quell’atmosfera comune, un’atmosfera – è la realtà di qualunque atmosfera – instabile che rapidamente può sparire, ma non per questo è falsa. È un segno di quello a cui aspiriamo e che improvvisamente, nell’amore, appare pieno di gratuità come la vita stessa. Così, camminare, dialogare abbracciare e baciare è farlo, dal nostro dolore, per i nostri morti – a chi dimentichiamo di dare questo amore -, per i nostri giovani, i nostri bambini e bambine, i nostri indigeni, i nostri migranti, i nostri giornalisti, i nostri difensori dei diritti umani, i nostri uomini e donne, cioè, per tutti. In qualche modo è impedire che l’indolenza, l’imbecillità e la miseria dell’anima ci condannino tutti alla morte, alla corruzione e all’oblio.

Come lei ha ben detto riferendosi al Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità – una frase che uso da anni in relazione allo zapatismo -: “Si potranno discutere i metodi, ma non le cause”. È per queste cause che fermare la guerra è compito di tutti e di tutte.

Facciamoci carico di quello che oggi è il Messico, facciamoci carico del dolore e del perdono, prendiamo la strada della pace e lasciamo il giudizio alla storia.

Ci vediamo a sud, caro Subcomandante. Mentre arriviamo con la lentezzadelcamminare ed il dolore in spalla, le mandiamo un grande bacio, quel bacio col quale il nostro cuore non cessa di abbracciarvi. 

Da Arca, vicino alle montagne di Vercors

27 agosto 2011, 5 mesi dopo l’assassinio di Juanelo, Luis, Julio e Gabo.

Per il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità
Pace, Forza e Gioia
Javier Sicilia
http://movimientoporlapaz.mx/2011/08/29/carta-de-javier-sicilia-al-subcomandante-marcos/ 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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FORSE…

Terza Lettera a Don Luis Villoro nello scambio su Etica e Politica

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO

Luglio-Agosto 2011

Per: Don Luis Villoro
Da: SupMarcos

Don Luis:

Le mando i saluti di tutt@ noi ed un abraccio forte da parte mia. Speriamo che stia meglio in salute e che la pausa in questo scambio sia servita per nuove idee e riflessioni.

Anche se la realtà attuale sembra precipitare vertiginosamente, una seria riflessione teorica dovrebbe essere in grado di “congelarla” un istante per scoprire in essa le tendenze che ci permettano, rivelando la sua gestazione, di vedere verso dove sta andando.

(E parlando della realtà, ricordo che fu a La Realidad zapatista dove proposi a Don Pablo González Casanova lo scambio: lui doveva farmi arrivare un pacchetto di biscotti Pancrema, ed io dovevo inviargli un presunto quanto improbabile libro di teoria politica (per definirlo in qualche modo). Don Pablo lo fece, ed il dilatato procedere del nostro calendario mi ha impedito di compiere la mia parte dello scambio… non ancora. Ma credo che durante le piogge prossime ci saranno altre parole.

Come forse si è andato insinuando nella nostra corrispondenza (e nelle lettere di coloro che, generosamente, hanno aderito a questo dibattito), la teoria, la politica e l’etica si intrecciano in modi non così evidenti.

Certamente non si tratta di scoprire o creare VERITÀ, quelle pesanti pietre che abbondano nella storia della filosofia e nelle sue figlie bastarde: la religione, la teoria e la politica.

Credo che saremmo d’accordo sul fatto che il nostro impegno mira più a tentare di far “saltare” le linee non evidenti, ma sostanziali, di questi ambiti.

“Abbassare” la teoria all’analisi concreta è una delle strade. Un altro è ancorarla alla pratica. Ma nelle epistole non si compie questa pratica, semmai si rende conto di essa. Cosicché credo che dobbiamo continuare ad insistere “nell’ancorare” le nostre riflessioni teoriche alle analisi concrete o, più modestamente, tentare di delimitare le loro coordinate geografiche e temporali. Cioè, insistere nel fatto che le parole si pronunciano (si iscrivono, in questo caso) da un determinato luogo e tempo.

Da un calendario ed in una geografia.

I. Lo specchio locale.

Anno 2011, Chiapas, Messico, il Mondo.

E siamo qua, in questi calendario e geografia, attenti a quello che succede, a quello che si dice e, soprattutto, a quello che si tace.

Nelle nostre terre proseguiamo la resistenza. Proseguono le aggressioni contro di noi provenienti da tutto lo spettro politico. Siamo l’esempio del fatto che è possibile che tutti i partiti politici abbiano uno stesso obiettivo. Sponsorizzati dai governi federale, statale e municipale, tutti i partiti politici ci attaccano.

Prima o dopo ogni aggressione si svolge una riunione tra funzionari governativi e dirigenti “sociali” o di partito. In queste riunioni si parla poco, solo lo stretto necessario per concordare il prezzo e la forma di pagamento.

Quelli che criticano la nostra posizione zapatista secondo cui “tutti i politici sono uguali”, dovrebbero farsi un giro per il Chiapas. Anche se certamente diranno che è qualcosa di strettamente locale, che questo non succede a livello nazionale.

Ma tra la classe politica chiapaneca si ripetono, con i loro timbri autoctoni, le stesse ridicole routine dei periodi preelettorali.

Ci sono regolamenti di conti interni (come nelle bande criminali) che per la classe politica si mascherano di “giustizia”. Ma da tutte le parti si tratta della stessa cosa: liberare la strada all’eletto di turno. Tutto quello che succede in basso viene fatto passare per il complotto di uno o diversi rivali. Tutto quello che succede in alto viene deformato o si tace.

Nella politica mediatica di elargizione degli elogi, quando si tratta del Chiapas non c’è nessuna differenza tra la stampa della capitale del paese e quella della capitale statale.

Ma, si può parlare seriamente di giustizia in Chiapas quando è sempre libero uno dei responsabili del massacro di Acteal, di nome Julio César Ruiz Ferro? “Presidente non si preoccupi, lasci che si ammazzino, poi mando la pubblica sicurezza a portare via i morti”, rispose l’allora governatore del Chiapas, Julio César Ruiz Ferro, a Jacinto Arias Cruz, sindaco di Chenalhó, che lo avvertiva di un imminente scontro ad Acteal il 19 dicembre 1997. (María de la Luz González, El Universal 18 dicembre 2007).

E che dire di “El Croquetas” Roberto Albores Guillén, responsabile del massacro di El Bosque, che ha eretto un impero di crimini e corruttele che ora gli permettono di concorrere contro Juan Sabines Guerrero ed il suo “gallo”, il coleto Manuel Velasco, per tornare a governare il Chiapas? (parlando di “galli”, il lopezobradorismo renderà mai conto, un giorno, di avere aiutato a riciclare il peggio della politico priista chiapaneca?).

Ah, la vecchia rivalità tra le vetuste classi politiche di Comitán, San Cristóbal de Las Casas e Tuxtla Gutiérrez (a proposito, i loro precedenti si possono trovare nel libro di Antonio García de León, “Resistenza e utopia: memorie di oltraggi e cronache di rivolte e profezie accadute nella Provincia del Chiapas negli ultimi cinquecento anni della sua storia” della casa editrice ERA del caro Neus Espresate).

Mentre si addensano le nubi di una bufera nella politica del Chiapas dell’alto, Juan Sabines Guerrero prosegue ostinato nella linea che ha già causato tanti fallimenti al “Croquetas” Albores: attivare gruppi, paramilitari e non, per aggredire le comunità zapatiste; occultare i vertici delle mafie criminali con o senza l’alibi di partito politico; mantenere l’impunità per gli amici; la simulazione come programma di governo.

La stampa, locale e nazionale, ben “oliata” dai soldi, non riesce ad occultare, attraverso l’unanimità, la guerra intestina nella politica dell’alto.

Soprattutto, basta segnalare questo: da tempo le regole interne della classe politica sono rotte. Gli aguzzini di ieri sono gli incarcerati di oggi, ed i persecutori di oggi saranno i perseguiti di domani.

Non è che non si facciano “accordi”, ma non riescono a rispettarli.

Ed una classe politica che non rispetta i suoi accordi interni è un cadavere in attesa di sepoltura.

No, la classe politica di sopra non capisce niente. Ma soprattutto non capisce la cosa fondamentale: il suo tempo è finito.

Governare non è più un lavoro politico. Ora il lavoro per eccellenza dei governanti è la simulazione. Più importanti dei consulenti politici ed economici, sono i consulenti d’immagine, pubblicità e marketing.

Così fanno oggigiorno i governanti in Messico, mentre le realtà locali, regionali e nazionali vanno in pezzi.

Nemmeno i bollettini governativi mascherati da “reportage” e “cronache giornalistiche” riescono a coprire la crisi economica: nelle principali città del Chiapas reale cominciano a vedersi e crescere l’indigenza ed i “lavori” più marginali. La povertà che sembrava essere esclusiva delle comunità rurali inizia a crescere nelle zone urbane del sudest messicano.

Proprio come nel resto del territorio nazionale.

Sembra che stia parlando della politica di sopra a livello nazionale e non locale?

Ah, i frammenti dello specchio rotto, irrimediabilmente rotto…

II. Epitaffio per una classe politica o per una Nazione?

Quando Felipe Calderón Hinojosa (presidente grazie alla colpa ora confessata di Elba Esther Gordillo), travestito da guida turistica per far arrivare in Messico non solo poliziotti e militari nordamericani, si affaccia al Sótano de Las Golondrinas, ad Aquismón, San Luis Potosí, ed esclama “Oh my god!” (http://mexico.cnn.com/nacional/2011/08/17/calderon-promuovere-destino-turistico-in-il-programma-the-royal-tour), potrebbe ben dire la stessa cosa se si affacciasse al pozzo nel quale il paese è sprofondato durante il suo mandato.

Secondo le statistiche rivelate dal Consiglio Nazionale di Valutazione della Politica di Sviluppo Sociale (CONEVAL), il numero di poveri in Messico è passato da 48.8 milioni a 53 milioni. Quasi la metà della popolazione messicana vive in condizioni di povertà. Quasi 12 milioni di persone sono in condizioni di povertà estrema.

E se si riguardano le mappe dello stesso CONEVAL, si vede che le sacche di povertà, prima esclusiva degli stati del sud e sudest del Messico (Guerrero, Oaxaca, Chiapas) cominciano ad estendersi agli stati del nord del paese.

In questo sessennio i prezzi dei generi di largo consumo sono raddoppiati e triplicati.

Secondo i dati del Centro di Analisi Multidisciplinare, per avere il denaro sufficiente al paniere alimentare raccomandato, all’inizio del sessennio di Felipe Calderón Hinojosa si doveva lavorare per 13 ore e 19 minuti al giorno. 5 anni dopo, in questo 2011, si dovrebbe lavorare per 22 ore e 55 minuti.

 

Mentre i profitti dei milionari negli ultimi 10 anni sono quadruplicati.

A tutto questo andrebbero sommate le perdite dei posti di lavoro per la chiusura delle fonti di impiego. Tra le quali il colpo criminale al Sindacato Messicano degli Elettricisti. L’attacco è stato guidato dal facinoroso segretario del lavoro, Javier Lozano Alarcón (che sarà ricordato anche per le estorsioni da gangster – Zhenli Ye Gon ed i 205 milioni di dollari per la frode elettorale del 2006 -), ed “acclamato” dai grandi mezzi di comunicazione di massa.

Tra l’altro, la gigantesca campagna propagandistica contro i lavoratori del Sindacato Messicano degli Elettricisti (che comprende la minaccia di azioni penali contro i suoi dirigenti) che lo stesso accusa di essere indolenti e terroristi, sarebbe in contrasto con la realtà: se questi lavoratori erano pigri ed inutili, com’è che c’era la luce elettrica nella zona centrale del paese? Com’è che funzionavano le televisioni che ora li attaccano, i giornali che li calunniano, le stazioni radio che li diffamano? Ed i disservizi ora presenti con la Compagnia Federale di Elettricità nella maggioranza delle case di quella parte del Messico? E le nuove bollette con cifre esorbitanti?

Ma la resistenza di questi lavoratori non passa inosservata. Non a noi.

E mentre la crisi mondiale si affaccia sull’economia nazionale, la classe politica va avanti, quella sì, nel suo ozio.

Il 2012 nel calendario di sopra è arrivato il 1 dicembre del 2006, ed in questi 5 anni non ha fatto che evidenziare che questi calendari non servono nemmeno per decorare i muri diroccati della casa grande che ancora chiamiamo “Messico”.

Nel PRI un Beltrones ed una Paredes fanno calcoli per spodestare un Peña Nieto più preoccupato di fare passerelle mediatiche (aveva i soldi) che fare politica (non ne era capace).

Nel PRD la coppia López Obrador e Marcelo Ebrard si sta solo ora accorgendo che la cosa fondamentale dipende dalle burocrazie di partito dell’autodenominata “sinistra” istituzionale.

E nel PAN dell’incubo nazionale, un ometto impazzito di morte e distruzione cerca chi gli copra le spalle quando le guardie presidenziali ed il palazzo nazionale non lo faranno più.

Nonostante il discredito e il deterioramento del partito al governo sia grande, Felipe Calderón Hinojosa scommette, e forte, sull’uso di tutte le risorse a sua disposizione per imporre la sua proposta. Se l’ha già fatto nel 2006, potrebbe ripeterlo nel 2012. E ne avrà bisogno, perché le sue carte sono pessime: Un Cordero [in spagnolo significa agnello – n.d.t.] che promette al suo pastore che continuerà ad esserlo; un Lujambio che spera di non ricevere la stoccata della estela de luz [Stele di Luce, Lujambio ministro dell’istruzione accusato di frode nella realizzazione del monumento per la commemorazione del bicentenario – n.d.t.]; un Creel al quale il grigio sta bene (e lo definisce); ed una Vázquez Mota il cui unico argomento è essere donna.

(Ricordo una discussione su Barack Obama e Hillary Rodham Clinton mentre si contendevano la candidatura presidenziale. Alcune femministe chiedevano l’appoggio a Hillary perché donna, alcuni afroamericani chiedevano di appoggiare Obama perché di colore. Il tempo ha dimostrato che in alto non contano né il colore né il genere).

Nel frattempo, come la matrona di un bordello, Elba Esther Gordillo sfoglia la margherita… e non esclude di candidarsi, invece di appoggiare qualcuno.

In questo patetico panorama è logico, e perfino auspicabile, che nascano candidati esterni… e cardellini che li accompagnino.

In realtà, al di fuori delle combriccole di partito, del potere economico e di qualche militante, il passaggio governativo non sembra interessare a nessuno.

L’apatia è sostituita dal rancore, e non sono pochi a sognare di riuscire finalmente a seppellire il sistema politico messicano, e con mani plebee scrivere sulla sua tomba l’epitaffio: “E’ stato difficile, ma alla fine il gioco è finito”.

Nel frattempo la guerra prosegue… e con lei le vittime…

III. Incolpare la vittima.

Uno psicologo nordeamericano, William Ryan, nel 1971 scrisse il libro “Incolpare la vittima” (“Blaming the Victim”). Nonostante la sua intenzione iniziale fosse una critica al cosiddetto “Rapporto Moynihan” che attribuiva la responsabilità della povertà della popolazione nera degli Stati Uniti alle condotte ed ai modelli culturali e non alla struttura sociale, quest’idea è stata applicata principalmente a casi di sessismo e razzismo (più frequentemente nei casi di violenza sessuale, dove si accusa la donna di aver “provocato” il violentatore con l’abbigliamento, l’atteggiamento, il luogo, ecc..).

Anche se detto in altro modo, Theodor Adorno definì il fatto di “incolpare la vittima” come una delle caratteristiche specifiche del fascismo.

Nel Messico contemporaneo sono stati alcuni membri dell’alto clero, autorità governative, artisti e “leader di opinione” dei mezzi di comunicazione a ricorrere a questa bugia per condannare delle vittime innocenti (principalmente donne e minorenni).

La guerra di Felipe Calderón Hinojosa ha trasformato questo tratto fascista in un programma di governo e di applicazione della giustizia. E non sono pochi i mezzi di comunicazione che l’hanno fatto proprio, permeando così il pensiero di chi ancora crede a quello che si dice e si iscrive su stampa, radio e televisione.

Qualcuno, da qualche parte, ha segnalato che i crimini contro gli innocenti racchiudono una triplice ingiustizia: quella della morte, quella della colpa e quella dell’oblio.

Il sistema che subiamo si prende cura, conserva e coltiva il nome e la storia dell’assassino, sia per la sua condanna, sia per la sua glorificazione.

Ma il nome e la storia delle vittime restano dietro.

Le vittime vengono uccise un’altra volta quando sono condannate a diventare un numero, una statistica. Molte volte nemmeno questo.

Nella guerra che Felipe Calderón Hinojosa ha imposto alla società intera del Messico, senza distinzione di classe sociale, razza, credo, genere o ideologia politica, si aggiunge un ulteriore sofferenza: quella di etichettare le vittime innocenti come criminali.

In questo modo, con lo slogan del “regolamento di conti tra narcotrafficanti”, si maschera l’impero d’impunità.

E questa pesantissima lapide cade anche su familiari e amici.

L’ingiustizia imperante non serve solo a garantire l’impunità a funzionari governativi di ogni tipo, federali, statali e municipali. Ma opprime anche le famiglie e le amicizie delle vittime.

Ed opprime anche i loro morti quando a livello sociale si prescinde dal loro nome e dalla loro storia, ed una vita retta viene deformata dagli appellativi prodigati dalle autorità e ripetuti fino alla nausea dai mezzi di comunicazione.

Le vittime della guerra diventano allora colpevoli ed il crimine che li amputa o li uccide altro non è che una forma quasi divina di giustizia: “se la sono cercata”.

Felipe Calderón Hinojosa sarà ricordato come un criminale di guerra, non importa se oggi, avvolto nello scapolare, si dà arie da statista o “salvatore della patria”.

La sua storia sarà ricordata con rancore.

Nemmeno avrà, in mancanza di giustizia, la beffa e lo scherno popolari che normalmente accompagnano l’uscita dei mandatari.

Le sue patetiche imitazioni di “guida turistica”, l’illegalità e l’illegittimità del suo arrivo alla presidenza, i suoi fallimenti politici, le sue responsabilità nella crisi economica, l’essersi circondato di una squadra di picchiatori e guardie del corpo travestiti da funzionari, il nepotismo, il consolidare quello che è ormai noto come “il cartello di Los Pinos”; tutte le sue figuracce resteranno in secondo piano.

Rimarrà la sua guerra, persa, con la sua quota di vittime “collaterali”: la sconfitta, il deterioramento e il discredito irrimediabili delle forze armate federali (i vari telefilm potranno fare poco o niente per contrastarlo); la consegna della sovranità nazionale all’impero delle strisce e le torbide stelle (l’abbiamo già detto: gli Stati Uniti d’America saranno gli unici vincitori di questa guerra); l’annichilimento delle economie locali e regionali; la distruzione irreparabile del tessuto sociale; ed il sangue innocente, sempre il sangue innocente…

Può essere che alla morte non ci sia rimedio.

Che niente possa riempire il vuoto di solitudine e disperazione che lascia la morte di un innocente. 

Può essere che niente di quello che si fa possa riportare in vita le decine di migliaia di innocenti morti in questa guerra.

Ma quello che si può fare è lottare contro la tesi fascista di “incolpare la vittima”, e nominare i morti e con questo recuperare le loro storie.

Liberarli così dalla colpa e dell’oblio.

Alleviare la loro assenza.

IV. Nominare i morti e la loro storia.

Mariano Anteros Cordero Gutiérrez, era il suo nome. Doveva compiere 20 anni quando, il 25 giugno 2009 a Chihuahua, Chihuahua, fu assassinato.

Il padre di Mariano, il dott. Mariano Cordero Burciaga, incontrò l’allora governatore dello Stato di Chihuahua, José Reyes Baeza, e questi gli disse che l’omicidio era dovuto a scontri di strada. Qualche settimana dopo gli avvenimenti, il Collegio degli Avvocati dello Stato chiese chiarimenti sui fatti alle autorità competenti. Queste risposero che di era trattato di “un regolamento di conti tra narcotrafficanti”. Incolpare la vittima.

Di seguito, qualche passaggio della sua storia:

Mariano studiava ingegneria gestionale all’Istituto Tecnologico di Parral (ITP) ed era stato ammesso all’Università Autonoma España de Durango, Campus Parral.

Prima di questi studi era stato volontario presso il Collegio Marista del villaggio di Chinatú, Municipio di Guadalupe y Calvo, Chihuahua. Era responsabile di 32 bambini indigeni che studiavano nella primaria del collegio.

Mariano era un giovane zapatista, di quelli che lottano senza passamontagna. Nel marzo del 2001, insieme al padre, partecipò come cintura di pace alla Marcia del Colore della Terra. Nel 2002 partecipa alle molte manifestazioni della sfera altromondista a Monterrey, Nuevo León, in occasione di un vertice di capi di Stato a cui partecipavano Bush ed anche Fidel Castro. Quando è morto, Mariano conservava nel suo zainetto che usava quotidianamente la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, il Manifesto del Partito Comunista ed il suo ultimo libro da lui acquistato: “Notti di fuoco e insonnie”.

Quando abbiamo percorso il nord del Messico con L’Altra Campagna, al nostro passo per lo stato di Chihuahua il giovane Mariano era presente ad una delle riunioni. Alla fine della riunione chiese di parlare con me privatamente.

La data? 2 novembre del 2006. Alcune settimane prima, il 17 ottobre di quell’anno, Mariano aveva compiuto 17 anni.

Ci sedemmo nella stessa stanza in cui si era svolta la riunione. Parola più, parola meno, Mariano mi manifestò il desiderio di venire a vivere in una comunità zapatista. Voleva imparare.

Mi sorprese la sua semplicità ed umiltà: non disse che voleva venire ad aiutare, ma ad imparare.

Gli dissi la verità: che la cosa migliore era che studiasse e si laureasse, perché qua (e là, e da tutte le parti) le persone d’onore finiscono quello che cominciano; nel frattempo che non smettesse di lottare lì, nella sua terra, con la sua gente.

Che al termine degli studi, se la pesava ancora così, avrebbe avuto un posto tra noi, ma al nostro fianco, non come maestro né come alunno, ma come uno in più di noi.

Chiudemmo il patto con una stretta di mani.

7 anni prima, l’8 maggio 1999, quando Mariano aveva 9 anni, io gli avevo scritto un messaggio su una pagina di quaderno:

“Mariano: Arriverà il momento, (non ancora, ma arriverà, è sicuro) in cui sul tuo cammino ne incontrerai altri che lo attraversano e dovrai sceglierne uno. Quando arriverà questo momento, guardati dentro e saprai che non ci sono opzioni, che la risposta è una sola: essere conseguente con quello che si pensa e si dice. Se questo è vero, non importa la strada né la velocità del passo. Quello che importa è la verità che questo passo porta con sé”.

Oggi nominiamo Mariano, la sua storia, e da questa geografia mandiamo alla sua famiglia un abbraccio zapatista fraterno che, sebbene non guarisca, allevia…

V. Giudicare o tentare di capire?

Anche dalla nostra geografia abbiamo tentato di seguire con attenzione il passaggio del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità guidato da Javier Sicilia.

So bene che giudicare e condannare o assolvere sono la strada preferita dai commissari del pensiero presenti in ogni lato dello spettro intellettuale, ma pensiamo che bisogna fare uno sforzo per tentare di capire varie cose:

La prima è che si tratta di una mobilitazione nuova che, nel suo progetto di costituirsi in movimento organizzato costruisce le proprie strade, con i propri successi e cadute. Come ogni cosa nuova, pensiamo che merita rispetto. Loro possono dire, a ragione, che si possono discutere le forme ed i metodi, ma non le cause.

E merita inoltre attenzione per tentare di comprendere, invece di esprimere giudizi sommari, tanto cari a chi non tollera niente che non sia sotto la sua direzione. 

E per rispettare e comprendere bisogna guardare in alto, ma anche in basso. 

Vero che in alto balzano all’attenzione ed irritano le moine che ricevono i responsabili diretti di tante morti e distruzione.

Ma in basso vediamo che, tra familiari e amici delle vittime, si risveglia speranza, consolazione, unione.

Noi pensavamo che forse era possibile che nascesse un movimento che fermasse questa guerra assurda. Non sembra che sia così, o non ancora.

Ma quello che si può apprezzare, fin d’ora, è che ha reso tangibili le vittime.

Le ha tirate fuori dalla lista nera, dalle statistiche, dalle fantastiche “vittorie” del governo di Felipe Calderón Hinojosa, dalla colpa, dall’oblio.

Grazie a questa mobilitazione, le vittime cominciano ad avere nome e storia. E si sgretola la menzogna della “lotta al crimine organizzato”.

Certo ancora non capiamo il perché si dedichi tanta energia e lavoro ad interloquire con una classe politica che, da tempo, ha perso ogni volontà di governo e non è altro che una banda di facinorosi. Forse lo scopriranno da soli.

Noi non giudichiamo e, pertanto, né condanniamo né assolviamo. Tentiamo di capire i loro passi e l’anelito che li anima.

Insomma, il degno dolore che li unisce e muove merita ed ha il nostro rispetto e ammirazione.

Pensiamo logico dialogare con i responsabili dei problemi. In questa guerra è ragionevole rivolgersi a chi l’ha scatenata e la cavalca. Chi critica che si dialoghi con Felipe Calderón Hinojosa dimentica questo elementare fattore.

Sulle forme che ha preso questo dialogo sono piovute critiche di ogni tipo.

Non credo che a Javier Sicilia tolgano il sonno le critiche vili, per esempio, di Paty Chapoy di La Jornada, Jaime Avilés (di frivolo e isterico), o le viltà del Dottor ORA (….) a cui manca solo di dire che Sicilia ha fatto ammazzare suo figlio per “promuovere” l’immagine di Felipe Calderón Hinojosa; o le critiche di chi gli rimprovera di non essere radicale, fatte proprio da chi si vanta di “non aver rotto neanche un vetro”.

Nella sua corrispondenza (e mi sembra in alcuni eventi pubblici), a Javier Sicilia piace ricordare un poema di Kavafis, in particolare il verso che dice: “Non devi temere né i lestrigoni né i ciclopi, né la collera dell’adirato Poseidón”. Questi critici isterici non arrivano neppure lontanamente a questo, ed i patetici rancori di questi omuncoli non vanno oltre i loro pochi lettori.

In realtà questo movimento sta facendo qualcosa per le vittime. E questo è qualcosa che nessuno dei suoi “giudici” può portare a proprio favore.

Per il resto, né Javier Sicilia né alcuni dei suoi amici disprezzano le osservazioni critiche che ricevono dalla sinistra, che non sono poche e sono serie e rispettose.

Ma non bisogna dimenticare che sono osservazioni, non ordini.

Trascrivo il finale di una delle lettere private che gli abbiamo mandato:

“Personalmente, se me lo permette, le direi di continuare con la poesia, e l’arte in generale, al suo fianco. In essa si trovano sostegni più fermi di quelli che sembrano abbondare nel chiacchiericcio senza senso degli “analisti” politici.

Per questo termino queste righe con le parole di John Berger:

Non posso dirti quello che l’arte fa e come lo fa, ma so che spesso l’arte processa i giudici, chiede vendetta per l’innocente e proietta verso il futuro quello che ha subito il passato, in modo che non sia mai dimenticato.

So anche che il potente teme l’arte in ognuna delle sue forme, ed a volte questa arte passa tra la gente come una diceria e una leggenda perché dà senso a ciò che la brutalità della vita non riesce a dare, un senso che ci unifica, perché alla fine è inseparabile dalla giustizia. L’arte, quando funziona così, diventa il luogo di incontro dell’invisibile, dell’irriducibile, durevole, il valore e l’onore”.

Infine, forse tutto questo è irrilevante…

VI.- Una breve storia.

E forse è irrilevante anche questa breve storia che ora le racconto, Don Luis: 

Il giorno 7 maggio 2011 una colonna di veicoli uscì di buon mattino dalla zona zapatista Tzots Choj con uomini e donne basi di appoggio dell’EZLN che avrebbero partecipato, insieme alle altre zone, alla mobilitazione di appoggio al Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità guidata da Javier Sicilia. Alle ore 06:00 una delle auto uscì di strada e nell’incidente perse la vita il compagno Roberto Santis Aguilar. Ancora molto giovane Roberto diventò zapatista e scelse il nome di lotta “Dionisio”.

La storia del compagno Dionisio è semplice raccontata dai suoi genitori e da sua moglie. Suo padre dice che, nella sua famiglia, fu Dionisio il primo che diventò zapatista:

“Stavamo lavorando qui nella milpa quando ad una certa ora ci disse, andiamo a parlare un momento, c’è un’organizzazione che dicono sia molto buona. Allora incominciò a parlare con noi, con i suoi fratelli, di come era un bene questa organizzazione che pare ci portasse aiuto, così disse. Allora entrammo nell’organizzazione ma prima ascoltammo le parole e poco a poco si avvicinò anche altra gente. E’ così che entrò nell’organizzazione.

A quel tempo eravamo molto sfruttati e non c’era terreno dove poter lavorare perché siamo molto poveri. Siamo andati a parlare col malgoverno per avere un pezzo di terra, ma il malgoverno nemmeno ci prese in considerazione, e quando abbiamo saputo di questa organizzazione ci siamo entrati, era il 1990″.

Quattro anni dopo, ormai miliziano zapatista, il compagno Dionisio, con un fucile calibro 20, era tra le file del reggimento che prese i capoluoghi municipali di Altamirano, Chanal ed Oxchuc. Le guarnigioni governative furono sconfitte in quelle piazze, ma durante il ripiegamento il compagno Dionisio ed altri miliziani furono catturati e torturati dai priisti di Oxchuc.

Don Luis, forse ricorda le immagini che mandarono fino alla nausea i mezzi di comunicazione nazionali ed internazionali: gli zapatisti picchiati e legati in un chiosco del capoluogo di Oxchuc, la torba priista che gridava e minacciava di bruciarli vivi. Un elicottero governativo li trasportò nella prigione di Cerro Hueco dove continuarono ad essere interrogati e torturati. Li tennero 15 giorni senza mangiare, solo con acqua, e li tirano fuori alle 4 del mattino per lavarli con acqua fredda. Non fecero avere nessuna informazione. In seguito fu liberato, insieme ad altri prigionieri zapatisti, in cambio del prigioniero di guerra, il generale Absalón Castellanos.

Poi seguì il Dialogo della Cattedrale, il Dialogo di San Andrés, la firma degli accordi, l’ inadempimento del governo, la resistenza zapatista.

Decine di migliaia di uomini, donne, bambini e anziani rifiutarono l’aiuto del governo ed iniziarono il processo di costruzione della propria autonomia con le proprie forze e l’aiuto della società civile nazionale e internazionale. 

Il compagno Dionisio fu scelto come autorità di un Municipio Autonomo Ribelle Zapatista e fu presidente della commissione di produzione municipale. Quando nacquero le Giunte di Buon Governo, fu membro di una di esse. Alla fine del suo servizio comunitario come autorità autonoma, fu promotore locale nella sua comunità. 

Di come svolgeva il suo compito ci parla sua moglie:

Il compagno diceva che non gli importava il tempo che ci metteva per svolgere il suo lavoro, e nemmeno che non portava soldi a sufficienza, né il luogo dove doveva andare a lavorare, si aiutava col pozol, non gli importava la fatica perché il suo lavoro era necessario alla nostra lotta. Ed era convinto della lotta, non si sarebbe arreso per nessuna sofferenza perché era deciso a lottare. Al compagno piaceva il lavoro, non gli importava se non aveva soldi, ma gli importava il lavoro (….).

Quando il compagno Dionisio svolgeva il compito come consiglio autonomo, sua moglie restava a lavorare nella milpa o raccoglieva legna. E condividevano il lavoro: quando il compagno tornava a casa dal lavoro nel suo ufficio, poi il giorno seguente usciva alle quattro, alle cinque del mattino per vedere il suo lavoro nella milpa o altro, e sua moglie l’accompagnava sempre, così condividevano tra loro il lavoro.

Il giorno della marcia, il 7 maggio di quest’anno, si alzano alle 2 del mattino e si preparano: macinano la pasta per le tortillas, preparano il cibo da lasciare ai figli e si preparano il pozol da portarsi alla marcia. Sua moglie racconta che ogni volta che il compagno Dionisio partiva, le diceva che non sapeva se sarebbe tornato. Quel giorno, all’alba, partì felice. Il corpo del compagno è ritornato accompagnato da molte basi di appoggio zapatiste.

L’hanno portato fino a casa.

Quando abbiamo parlato con i familiari del defunto compagno Dionisio, ci hanno chiesto di trasmettere questo messaggio a coloro che lottano contro la guerra del malgoverno:

Il padre: Questo è un messaggio per il compagno Javier Sicilia ed altri compagni i cui figli sono morti perché cercavano il bene, mando loro questo messaggio per dare coraggio alla loro lotta per sconfiggere il malgoverno.

La moglie: Mando un messaggio al compagno Javier Sicilia ed agli altri compagni i cui figli sono morti per dare coraggio alla loro lotta, perché non smettano di lottare, per lottare insieme.

La madre: Continuate a lottare, coraggio con le vostre lotte, siamo pronti a lottare contro questa situazione, continuate a lottare, non siete soli.

Vero, non sono soli.

La storia del compagno Dionisio è semplice e, come quella di tutte e tutti gli zapatisti, si può riassumere così: non si arrese, non si vendette, non tentennò.

-*-

Mmm… questa lettera è venuta lunga. Immagini quella che sarà indirizzata a Don Pablo González Casanova al quale non devo una missiva, ma un libro.

Ed ora che la rileggo prima di inviarla, mi accorgo che forse tutto quello che c’è scritto  non venga a proposito di quello su cui stiamo riflettendo su etica e politica.

O forse sì?

Bene. Salute e speriamo ci sia più impegno nel capire e meno nel giudicare.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, Luglio-Agosto 2011

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2011/08/25/sci-marcos-tal-vez-carta-tercera-a-don-luis-villoro-en-el-intercambio-sobre-etica-y-politica/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 24 Agosto 2011

Ejidatarios di Tila denunciano la campagna delle autorità per spogliarli delle terre

HERMANN BELLINGHAUSEN

L’assemblea degli ejidatarios di Tila, Chiapas, ha denunciato il tentativo di esproprio delle terre da parte delle autorità governative ed ha chiesto la rimozione dell’attuale parroco, il discusso sacerdote cattolico Heriberto Cruz Vera, “che il governo federale, statale e municipale utilizza per ingannare e manipolare la popolazione e sottrarci le nostre terre”. Aggiungono che questa “non ha prezzo, non è merce per progetti ‘ecoturistici’ o di presunto ‘sviluppo’, e solo la massima autorità del popolo chol di Tila, che è l’assemblea generale, può determinare la destinazione d’uso” dei suoi 5.405 ettari.

“L’ejido lotta da oltre 30 anni per la difesa e la cura della madre terra contro la discriminazione ed il razzismo del malgoverno municipale, statale e federale”. I suoi fondatori “sono scesi dalla montagna a piedi, patendo la fame, per andare a Tuxtla Gutiérrez e Città del Messico per ottenere la risoluzione presidenziale ed il piano definitivo. Questi documenti, aggiungono gli ejidatarios, “rappresentano la libertà del nostro popolo che ha vissuto da schiavo all’epoca della colonia con l’invasione degli spagnoli e dopo lavorando nelle proprietà degli stranieri”. Solo dopo la “rivoluzione di Emiliano Zapata” si riconobbe “che la terra è degli indigeni, perché sono i soli originari delle terre che occupano”, che sono “di chi le lavora”, e pertanto non si vendono né si indennizzano.

Con un tono inusuale, sostengono: “Ci riempie di tristezza che un pastore di Gesù Cristo non senta il dolore del suo popolo e voglia solo riempirsi le tasche di soldi e vendersi al governo per fare il lavoro sporco di provocare l’ejido e fabbricare accuse contro le quali difendiamo la nostra madre terra”. Dicono che il parroco “umilia gli indigeni e ci ha proibito di accendere candele in chiesa e celebrare le nostre tradizioni”.

L’assemblea generale dell’ejido ha chiesto in tre occasioni al vescovo di San Cristóbal de las Casas, Felipe Arizmendi, di nominare un nuovo sacerdote. Il parroco “raccoglie firme con inganni e pressioni” per impedire la sua rimozione “e così possa continuare ad appoggiare il governo nell’esproprio della terra e discriminare ed abusare del nostro popolo”. L’ejido “non è contro la chiesa, perché la chiesa siamo noi, non solo un sacerdote”, chiariscono gli indigeni offesi. Tuttavia, “non siamo stati ascoltati, sembra che il vescovo voglia proteggerlo e stare col governo per spogliarci”.

“Non è come il nostro Tatik Samuel (Ruiz García), che seppe camminare con noi e sentire il nostro dolore di popolo indigeno povero”. Chiariscono che il santuario “non è un centro turistico di commercio”, bensì “un luogo di fede aperto a tutte le persone di buona volontà; non vogliamo più che il sacerdote Heriberto maltratti il nostro popolo e chi visita il signore di Tila”.

Dicono di trovarsi “in un momento importante della loro lunga lotta” a difesa della terra, per questo chiedono alla Corte Suprema di Giustizia della Nazione, presso cui hanno presentato un esposto “di garantire il rispetto della nostra autonomia e la libera determinazione come popolo indigeno”.

Chiedono ai loro “fratelli di Tila” di non lasciarsi ingannare dal governo e dal suo “operatore politico”, il parroco. Il santuario di Tila non “è di proprietà di una persona, è della nostra comunità e di altre comunità che vengono a visitarlo”.

L’assemblea generale dell’ejido ha deciso che i coloni “ingannati dal municipio nell’acquisto delle terre ejidali come se fossero di proprietà privata, saranno rispettati per quanto riguarda i loro diritti e la loro tranquillità”, e la situazione delle loro case sarà soggetta al regolamento interno dell’ejido, alla legge agraria ed ai trattati internazionali sui popoli indigeni”. http://www.jornada.unam.mx/2011/08/24/politica/023n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Le popolazioni del Guerrero iniziano la lotta contro il lavoro delle miniere straniere.

Oggi più di 700 poliziotti comunitari verranno dispiegati nella Costa Chica e nella Montaña.

Il governo federale ha concesso le autorizzazioni alle imprese per sfruttare i giacimenti in un’area di 500 km.

Non “hanno chiesto il permesso”, l’attività è inquinante e si portano via i profitti, dicono.

Sergio Ocampo Arista, corrispondente
La Jornada, domenica 21 di agosto 2011

Chilpancingo, Gro., 20 agosto. Dalle 7 alla mezzanotte di domenica, la Polizia Comunitaria dispiegherà i suoi 700 circa integranti per le strade, i sentieri e i viottoli, così come all’entrata e all’uscita delle 63 comunità dei 10 municipi delle regioni Costa Chica e Montaña, per informare dell’inizio della lotta contro le imprese minerarie canadesi e inglesi che vogliono sfruttare giacimenti di oro e argento, ed altri metalli, senza il consenso dei popoli indigeni.

Così ha reso noto Valentín Hernández, consulente giuridico del gruppo di autodifesa conosciuto anche come Coordinamento Regionale delle Autorità Comunitarie (CRAC), che in un’intervista telefonica ha affermato che i poliziotti comunitari installeranno dei posti di blocco dai quali informeranno sui passi in avanti della lotta contro le compagnie minerarie.

Ha ricordato che quelle imprese straniere vogliono sfruttare giacimenti in un’area di 500 km a partire dalle concessioni rilasciate dal governo federale soprattutto nei municipi di San Luis Acatlán, Malinaltepec, Tlacoapa, Zapotitlán Tablas, Iliatenco y Metlatónoc.

Andando oltre, ha detto che questo anno inizierà lo sfruttamento in tre punti: uno, ad opera dell’impresa inglese Hochschild Mining e della sua filiale Minera Zalamera. Questa dovrebbe sfruttare 47 mila ettari concessi a nome del progetto Corazón de Tinieblas, in aree specifiche dei municipi de La Montaña e Costa Chica.

Altri due progetti sono quelli di San Javier e La Diana e saranno a carico della canadese Camsim Minas SA. Il primo ha 15 mila ettari concessi all’impresa Casmin per 46 anni dal governo federale sotto il nome di Diana.

È noto che dal 21 di ottobre del 2010 queste compagnie hanno ricevuto i permessi del governo messicano attraverso la Direzione Generale Ambientale e di Geografia dell’Instituto Nazionale di Statistica e Geografia.

Da allora e sotto l’influenza della CRAC, le assemblee di 30 nuclei agrari hanno rigettato formalmente i progetti delle multinazionali di sfruttare i giacimenti all’aperto in quanto non era stato chiesto il permesso alle comunità e in quanto la loro attività è altamente inquinante e i benefici per gli abitanti sono pochi, poiché la maggior parte dei profitti viene portata via dal paese.

Per rafforzare questo rifiuto, la CRAC mobiliterà questa domenica i suoi 700 poliziotti comunitari, con un’operazione che inoltre sarà di “appoggio alla popolazione in materia di sicurezza, visto che a partire da lunedì 22 di agosto insegnanti e studenti ritorneranno al lavoro e a lezione”.

La mobilitazione servirà anche “per trovare un posto ai compagni del municipio di Marquelia, nella Costa Chica, che sono perseguitati dalla giunta e dai cacicchi in disaccordo con la polizia comunitaria. Essi hanno chiesto l’uscita della polizia comunitaria ma si sbagliano, poiché solo il popolo, nelle sue assemblee, è l’unico che ha facoltà di fare questa richiesta”.

Valentín Hernández ha detto che la polizia smetterà momentaneamente di occuparsi dei casi di sicurezza nella Casa della Giustizia situata nel capoluogo municipale di San Luis de Acatlán, una delle tre con cui conta la CRAC nella regione. “(Lì) proporremo che i quartieri e le colonie si uniscano all’organizzazione perché questo capoluogo non ha la polizia comunitaria”

Ha ricordato che del totale dei casi di giustizia e sicurezza di cui si occupa la Casa della Giustizia, “più della metà provengono dal capoluogo municipale di San Luis de Acatlán”.

La CRAC venne fondata nel 1995 dagli abitanti dei popoli indigeni delle regioni Montaña e Costa Chica del Guerrero. Da allora sono diminuiti fino al 90 per cento gli omicidi, le violenze sessuali, i casi di abigeato e altri reati.

http://www.jornada.unam.mx/2011/08/21/estados/026n1est

(traduzione a cura di rebeldefc@autistici.org)

Link utili
http://www.policiacomunitaria.org/

Messico – Costa Chica del Guerrero: esperienze indigene di lotta e di dignità
La Polizia Comunitaria, la lotta per la terra, l’altra educazione e le radio comunitarie –

Pronunciamiento del “Encuentro Nacional por la Justicia y la Seguridad de los Pueblos” (Guerrero). –

video:
Tenemos Todo y Nos Falta Todo – http://vimeo.com/20859747
Policia Comunitariahttp://desinformemonos.org/2010/11/policia-comunitaria/

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La Jornada – Domenica 21 agosto

La Orcao distrugge la casa delle basi di appoggio dell’EZLN, denuncia la giunta di buon governo. La casa serviva da cucina per gli osservatori civili; è stata completamente distrutta da 150 persone

Hermann Bellinghausen

La giunta di buon governo (JBG) Arcoíris de la Esperanza, del caracol zapatista di Morelia, ha denunciato che il 17 agosto scorso nella comunità Patria Nueva, regione Primero de Enero, municipio autonomo Lucio Cabañas, Chiapas, l’Organizzazione Regionale dei Coltivatori di Caffè di Ocosingo (Orcao) ha compiuto nuove aggressioni, quando circa 150 persone hanno distrutto una casa delle basi di appoggio dell’EZLN che serviva da cucina per campamentisti ed osservatori civili.

L’attacco è stato guidato dai rappresentanti locali della Orcao: Cristóbal Gómez López, El Saddam, e Manuel Bautista Moshan, El Empresario, a loro volta coordinati dai dirigenti Antonio Juárez Cruz, Alejandro Gómez Navarro e Carlos Ramírez Gómez, ed assistiti da Nicolás López Gómez, El Tzirin, Juan Vázquez López e José Pérez Gómez.

La JBG sostiene: “I tre livelli del malgoverno sono rabbiosi perché non vogliono che si sappiano i loro inganni, per questo organizzano gente ignorante per introdurre i loro progetti di morte nei nostri territori autonomi, dove ci governiamo a modo nostro, come vuole il popolo. Non lottiamo per obbligo o strumentalizzati, come questi rappresentanti locali, regionali, consulenti e presunti governanti federali, statali e municipali, che tengono la povera gente sotto pressione e minaccia, obbligandola ad accettare miserabili progetti e compiere provocazioni”.

Denuncia che la Orcao minaccia di espellere “chi non obbedisce all’ordine di compiere provocazioni in territorio zapatista”.

Gli aggressori hanno cercato di entrare in una “casa di legno” che serve da scuola secondaria autonoma per distruggerla.

“Sappiamo che sono solo manovalanza, perché i veri autori intellettuali si chiamano Felipe Calderón e Juan Sabines Guerrero, che realizzano i progetti di morte e guerra per milioni di pesos nei nostri territori”.

Poi è arrivata una ruspa. “I militanti della Orcao la stavano aspettando e minacciavano di uccidere gli zapatisti a colpi di machete e pallottole”, segnala la JBG. Quindi gli orcaístas hanno formato sette gruppi che comunicavano tra loro con i cellulari. “I governi li hanno ben equipaggiato e addestrati per provocare i nostri compagni”, sottolinea.

Non è l’unica aggressione. Il 10 luglio ad Ocosingo erano stati aggrediti due cameraman del caracol di Morelia. Vicino alla stazione Ocosingo – Altamirano, tre individui li hanno obbligati a salire su un’auto Tsuru di colore bianco, senza targa, e li hanno portati nel quartiere Sauzal, nella stessa città.

Gli zapatisti sono stati derubati di un computer portatile, due videocamere ed una macchina fotografica, un cellulare, 600 pesos ed una valigia. Sono stati rinchiusi per quattro ore. Due dei sequestratori erano usciti lasciandone uno solo di guardia. La JBG racconta: “I nostri compagni hanno visto la possibilità di affrontarlo e poter scappare”. E’ stato riconosciuto come uno degli assalitori di Juan Decelis, originario di Balaxté.

Uno dei rapiti era stato invitato varie volte “a lavorare come spia da una persona che si chiama José Guadalupe, che gestisce progetti per le comunità. Come rappresaglia per non aver accettato, è stato derubato dell’attrezzatura. I tre livelli di governo “sono gli autori responsabili” perché “sviluppano e fomentano le provocazioni; ora non usano più soldati né poliziotti, ma indigeni.

“Per anni hanno speso milioni di pesos per distruggerci e perché regalassimo loro la nostra terra, per distruggere i nostri costumi e la nostra lingua, ma come tutto il mondo può vedere, noi zapatisti siamo ancora vivi e resistiamo.

“Non rispondiamo alle loro provocazioni; noi stiamo costruendo la vita e non la morte, come fanno i malgoverni. Non siamo mendicanti come loro; tuttavia non temiamo alcun governo, nemmeno con i loro milioni di pesos sono riusciti ad eliminarci, e tanto meno con una piccola organizzazione come la Orcao”, conclude la JBG. http://www.jornada.unam.mx/2011/08/21/politica/015n1pol

Comunicato completo della JBG

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Martedì 16 agosto 2011

Basi dell’EZLN denunciano attacchi da parte dell’organizzazione dei coltivatori di caffè di Ocosingo

HERMANN BELLINGHAUSEN 

La giunta di buon governo (JBG) El camino del futuro, del caracol zapatista di La Garrucha, Chiapas, ha denunciato atacchi armati da parte di gruppi della Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (Orcao), che descrivono come paramilitari che contano sull’appoggio della polizia statale e municipale. Gli aggressori provengono dagli ejidos Guadalupe Victoria e Las Conchitas (Ocosingo), e da Pojcol (Chilón), che hanno tentato invadere terre delle basi di appoggio dell’EZLN del municipio autonomo Francisco Villa.

Il 12 agosto scorso gruppi organizzati ed armati della Orcao hanno aggredito a coli d’arma da fuoco alcuni contadini tzeltales che si dirigevano a svolgere lavori collettivi nelle loro terre recuperate. “Uomini e donne orcaístas di Guadalupe Victoria hanno impedito il passaggio dei nostri compagni minacciando di bruciare il veicolo con tutte le cose che trasportavano”, ha informato la JBG.

“Uno dei nostri compagni ha tentato di filmare quanto stava accadendo”, e gli è stata strappata la videocamera. “In quel momento sono arrivati altri nostri compagni e l’orcaísta José Alfredo Peñate Gómez tira fuori una pistola calibro 22 ed incomincia a sparare e colpisce Manuel Hernández López.” Gli zapatisti allora decidono di ritirarsi. Poco dopo un altro veicolo del municipio autonomo è arrivato con altri zapatisti che si dirigevano al lavoro e “a mille metri dalla strada un gruppo armato di Pojcol” ha sparato raggiungendo il veicolo con due pallottole calibro 22.

Secondo la JBG, “il malgoverno li ha organizzati come paramilitari perché stanno arrivando persone da Las Conchitas che rubano la nostra terra recuperata”, e dopo sono arrivate persone da Pojcol che “volevano circondare i nostri compagni” ed un altro zapatista è stato ferito in fronte da una sassata “ed all’aggressore è arrivata una bastonata”.

Quelli di Pojcol, che “si sa sono paramilitari”, si sono posizionati sulla colina per sparare con armi di grosso calibro, insieme a quelli di Las Conchitas, “anche loro con armi di grosso calibro”. Gli aggressori “sono forniti di radio consegnate dai tre livelli di governo, perché sanno che non possono utilizzare l’Esercito. Preparano gruppi di indigeni paramilitari per attaccare le basi dell’EZLN”.

Di fronte a questo, gli zapatisti “hanno distrutto le piccole capanne che avevano lì gli invasori”. Il giorno 13 quelli di Pojcol, “sono arrivati di nuovo armati ed hanno abbattuto degli alberi protetti dai paramilitari”, ed hanno sparato 18 colpi “di grosso calibro”. Il giorno 14 sono continuati gli spari.

La JBG accusa il presidente Felipe Calderón, il governatore Juan Sabines Guerrero ed il sindaco Arturo Zúñiga, e ricorda la sua precedente denuncia del 7 luglio relativa ad altre aggressioni. “Si vede chiaramente che queste azioni sono preparate, guidate ed appoggiate dai malgoverni, perché quella notte è arrivata a Guadalupe Victoria un’auto della polizia con due ambulanze. Crediamo che siano arrivate a consegnare altre munizioni ed ha consegnare soldi”.

La JBG denuncia che questo “è uno dei mille modi di fare campagne di contrainsurgencia contro gli zapatisti”, perché i governanti “sono esperti nel manipolare i dirigenti”, e si domanda: “Perché a loro piace tanto che ci siano vedove, bambini e bambine orfani?”. 

Tutto indica che la Orcao sia fuori controllo. Ricordiamo che il 27 luglio, secondo fonti ufficiali, circa 200 membri di questa organizzazione causarono danni nel comune di Ocosingo ed in un hotel vicino per protestare contro il presidente municipale, Arturo Zúñiga, che “non ha mantenuto le promesse fatte loro in campagna elettorale”. http://www.jornada.unam.mx/2011/08/16/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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