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Archive for febbraio 2011

La Jornada – Lunedì 28 Febbraio 2011

Scatena le proteste l’arresto in Chiapas degli avvocati del Centro Digna Ochoa

Hermann Bellinghausen

L’arresto in Chiapas dei tre avvocati del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa e la persecuzione al Consiglio Regionale Autonomo della Zona Costa ha generato numerose proteste su scale nazionale ed internazionale. Circa 25 organizzazioni dell’Altra Campagna, chiedendo la liberazione di questi “prigionieri politici”, fanno gravi denunce: “Il governo del Chiapas, guidato da Juan Sabines Guerrero, applica una politica aggressiva e repressiva mediante l’arresto di membri di organizzazioni e comunità indigene”.

Sostengono che, “mentre la strategia di persecuzione delle comunità zapatiste non si è fermata, agli inizi di questo mese, in chiara violazione dei diritti umani e di qualunque garanzia giuridica”, sono stati fermati ejidatarios tzeltales di San Sebastián Bachajón. Citano anche il recente attacco a componenti dell’Altra Campagna a Mitzitón “con la complicità delle autorità chiapaneche”.

Segnalano che, “mentre la retorica del governatore è piena di riconoscimenti per lo zapatismo, le sue azioni rafforzano la strategia contrainsurgente contro le sue comunità. Mentre nei discorsi il governatore nega la persecuzione e la repressione, oggi le prigioni si riempiono, per controllare e disarticolare chi lotta in maniera indipendente e si organizza. Mentre il governatore parla della riduzione della povertà, gli agenti operano per controllare e cooptare e contemporaneamente isolare chi in maniera degna e ribelle si rifiuta di essere controllato.

“Il vecchio priismo si è solo rivestito di giallo e rosso per governare alla maniera di sempre: con una mano il potere distribuisce soldi, con l’altra punisce chi si rifiuta di prenderli. Questa strategia di ‘governabilità’ si completa con l’amichevole alleanza col governo federale e l’Esercito”.

Questo 22 febbraio la persecuzione contro il Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa si è aggravata. “La sua lotta contro il caro tariffe della luce e per l’autorganizzazione di pescatori, comunità e donne, oltre ad una forte solidarietà con le lotte chiapaneche e nazionali, rappresenta ora uno degli obiettivi di questa politica repressiva. Il Consiglio è diventato un problema per il governo chiapaneco”.

Migliaia di persone si sono unite al consiglio ed ai suoi progetti, come la tortillería autonoma per far scendere il prezzo della tortilla, i corsi sui diritti delle donne, l’auto-organizzazione contro le alte tariffe.

Il Consiglio è uscito per le strade a manifestare il suo ripudio per i continui attacchi contro le comunità zapatiste, per appoggiare la liberazione dei prigionieri politici, così come altre comunità ed organizzazioni aderenti all’Altra Campagna come loro. Per questo, “il governo sa che tenere in prigione i tre avvocati Nataniel Hernández, José María Martínez Cruz ed Eduardo Alonso Martínez Silva significa colpire il Consiglio”.

Oltre a ripudiare “la strategia di criminalizzazione della protesta sociale” del governo chiapaneco “come meccanismo di controllo politico”, la persecuzione delle comunità zapatiste e gli arresti di membri della comunità di San Sebastián Bachajón, le organizzazioni chiedono la liberazione di tutti i “prigionieri politici” arrestati questo mese.

Il pronunciamento è sottoscritto da movimenti in resistenza contro l’autoritarismo di governi perredisti, come quello del Chiapas, che impongono autostrade, miniere, dighe, superstrade o repressione in Guerrero (Consiglio di Ejidos e Comunità Contro la Diga La Parota, Polizia Comunitaria e Radio Ñonmdaa La Palabra del Agua) ed il Distretto Federale (Collettivo Autonomia dei Quartieri di Magdalena Contreras, Fronte dei Popolo dell’Anáhuac-Tláhuac e Fronte Popolare Francisco Villa-UNOPII), così coome il municipio autonomo di San Juan Copala (Oaxaca), Fronte Ampio Contro la Miniera San Xavier (San Luis Potosí) e Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (stato del Messico), tra gli altri. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/28/index.php?section=politica&article=020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Una lezione ed una speranza

Luis Villoro

Per il Subcomandante Insurgente Marcos

da Luis Villoro

Febbraio 2011

Ho accettato con piacere e interesse questo scambio di scritti. Condivido la preoccupazione per la situazione che attraversa il nostro paese ed ammiro, da tempo, quello che sta facendo il movimento zapatista.

Nel 1992, due anni prima della sollevazione zapatista, ho avuto l’opportunità di scrivere un libro dal titolo El Pensamiento Moderno. Filosofía del Renacimiento, edizioni del Fondo di Cultura Economica. Rileggendolo ora, ho trovato grandi affinità con quello che l’EZLN avrebbe detto e fatto più avanti, e questo conferma le nostre coincidenze fin dall’inizio. Quello che allora pensavo oggi è diventato ancor più pertinente ed urgente che mai: l’etica e la giustizia devono stare al centro della vita sociale. Non dobbiamo permettere che politici di tutto lo spettro ideologico le espellano da lì e le trasformino in mere frasi da discorso.

Incomincerò in primo luogo a menzionare la situazione attuale: il dominio del capitalismo mondiale. Questo controlla, con alcune eccezioni, le politiche economiche che determinano la vita delle grandi maggioranze così come i mezzi di comunicazione che vogliono giustificarle. Esprime, insomma, un pensiero di dominazione.

Si tratta, in effetti, di una guerra stabilita dal potere. Si suppone sia diretta contro il narcotraffico e contro il crimine organizzato, ma è una guerra di chi detiene il potere economico senza altro progetto che accrescere i guadagni del capitale.

Guerra dall’alto, morte in basso, come lei afferma. Si esprime in un pensiero di dominazione che potrebbe condurre effettivamente alla distruzione del tessuto sociale, essenza di ogni società.

Questa è, in sintesi, la situazione mondiale. Tuttavia, possiamo segnalare luoghi in cui si scorge l’inizio di una strada verso un mondo migliore. È questa una delle principali ragioni per cui la sua esperienza continua ad essere tanto importante. Lì, in Chiapas, a partire da antiche radici indigene, dalla cosmovisione e dai vostri particolari modi di nominare il mondo, voi avete dimostrato la possibilità di realizzazione anche di valori opposti. Mentre nel capitalismo vige l’individualismo (i sacrosanti diritti individuali) in questa alternativa sorge un altro tipo di valori: valori comunitari che rispettano la persona nella sua individualità e si realizzano in una comunità. Si manifesta così, in tutta chiarezza, “l’etica del bene comune”.

In queste piccole comunità, nel sudest messicano, esiste una nuova organizzazione politica: le cosiddette “Giunte di Buon Governo” (JBG) che cercano di realizzare valori etici differenti ed anche opposti a quelli del capitalismo. Sono valori collettivi basati sull’idea di comunità o comunanza. Di fronte all’individualismo occidentale moderno propizia la proprietà comune che prospera rispetto alla proprietà privata.

Ci dà una lezione anche in ordine giuridico: rispetto alla punizione con la prigione opta per l’assegnazione di un lavoro a beneficio della comunità per scontare la pena, a differenza della reclusione nelle nostre società.

Insomma, contro l’individualismo moderno, si potrebbe ricorrere ad un’altra tradizione precedente già esistente in Indoamerica, la tradizione comunitaria. Questo è un esempio che un altro mondo è possibile rispetto alla modernità occidentale.

Un altro esempio che segna una differenza sostanziale con l’Occidente, per quanto si riferisce ai valori, è la vostra gestione di concetti contrari come vincitore-vinto, buono-cattivo, ecc. Lo spiega molto bene il paradosso della guerra zapatista che lei, Sup Marcos, segnala alla fine del suo scritto e che mette in chiaro che l’obiettivo non è vincere distruggendo il nemico, perché, in realtà, nelle guerre non si può parlare di vincitori o vinti poiché, dal punto di vista umano, per le morti, il sangue versato e la distruzione materiale, entrambe le parti risultano perdenti.

Senza parlare dei sopravvissuti. Come lei dice: “La chiave è nel fatto che la nostra è una guerra che non vuole distruggere l’avversario nel significato classico. È una guerra che vuole annullare il terreno della sua realizzazione e le possibilità dei contendenti (noi compresi)”.

Con riferimento al tema dello Stato nazionale, la cui crisi si avvertiva già da decenni – come dico a pag.153 del mio libro qui citato – “era chiaro che i problemi planetari di allora superavano la sua capacità di risolverli e, d’altra parte, non riusciva ad affrontare le complesse domande delle diverse e particolari comunità, come la crescente attività di nazionalità, etnie, comunità e gruppi sociali che affermavano la propria identità ed esigevano il diritto della diversità dentro l’uguaglianza” (parole, quest’ultime, che mostrano un’indubbia affinità coi postulati zapatisti).

“Con ciò si annunciava un cambiamento profondo nel modo di considerare il posto dell’uomo nell’ordine sociale, che non si delineava più come risultato della volontà maggioritaria di individui uguali, bensì dalla interrelazione complessa tra comunità e gruppi eterogenei. Il potere politico sarà giustificato se sancirà, insieme all’uguaglianza, la differenza.” (Idem)

In quanto al tema tanto reiterato dei “diritti umani che condensano il diritto di ogni persona a realizzarsi pienamente, sembrano ignorare che la persona non può realizzarsi in solitudine; quindi implicano il riconoscimento dei valori specifici di ogni gruppo e comunità; implicano, per esempio, il diritto delle etnie allo sviluppo autonomo della propria cultura e dei propri stili di vita” (pag.154), esattamente il motivo che ha dato luogo alla storica marcia del colore della terra nel 2001, la cui sfortunata e vergognosa conclusione anche lei menziona nella sua missiva.

Tuttavia, gli indiscutibili progressi che abbiamo potuto vedere nelle nostre diverse visite ai Caracoles zapatisti (sedi delle JBG) dal 2003, frutto dell’esercizio della propria autonomia applicata ai campi dell’educazione, salute ed auto-governo, dimostra che un altro tipo di relazione umana è possibile dove governano la fraternità, il rispetto e la fiducia. E dove è possibile esercitare un altro tipo di democrazia più autentica: la democrazia partecipata, tanto distante da quella rappresentativa che noi conosciamo.

In quanto ai processi elettorali ed ai partiti politici, posso dire che non ho nessuna fiducia. Dato che si tratta di etica e giustizia e che è necessario incarnare i valori che ci sostengono, non posso depositare la mia speranza in chi lotta indefinitamente per i suoi piccoli pezzi di potere e tralascia ogni impegno serio di occuparsi del bene comune.

I risultati prima menzionati nella zona zapatista – ed in particolare tra la gioventù – mostrano una realtà assolutamente diversa da quello che i mezzi di comunicazione vogliono mostrarci col loro silenzio circa questo movimento che ha risvegliato un’impressionante solidarietà internazionale. Conosciamo bene la continua distorsione con cui informano e con la quale occultano la costante persecuzione rivolta contro le comunità e basi di appoggio, col fine di modellare l’opinione pubblica e cancellare la sua capacità critica.

Fortunatamente con la tecnologia moderna, sono sorte alternative che stanno cambiando questa realtà: dalle reti sociali fino alle radio comunitarie, impegnate nel portare alla luce quanto taciuto e manipolato dai media di massa, che promettono il recupero del pensiero critico che oggi sembra relegato ad un stato di eccezione.

Infine, posso dire che resta una lezione ed una speranza a chi ha avuto l’opportunità di seguire da vicino la resistenza zapatista negli ultimi 17 anni, così come la trasformazione che hanno apportato nel loro territorio a partire dalla loro autonomia per costruire comunità fraterne dove la paura, che oggi invade l’intero paese, non ha possibilità. Questo costituisce una voce di speranza in momenti come gli attuali in cui il degrado e la violenza sembrano aver offuscato il nostro panorama.

Saluti e avanti.

Luis Villoro

http://revistarebeldia.org/revistas/numero77/07villoro.pdf

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Scambio epistolare su Etica e Politica

L’etica ha bisogno di un luogo altro per mettere radici e fiorire

Raúl Zibechi

Febbraio 2011:
Don Raúl: Saluti. Abbiamo letto alcuni dei tuoi ultimi scritti e pensiamo di essere in sintonia. Per questo vogliamo invitarti ad unirti e a portare il tuo contributo sul tema Etica e Politica.

Un abbraccio.

SupMarcos

Su invito del SCI Marcos, dall’Uruguay, Raúl Zibechi si unisce con questa lettera allo scambio epistolare su Etica e Politica.

Lettera all’EZLN

Marzo 2011

Per: Subcomandante Insurgente Marcos – Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Da: Raúl Zibechi.

Un abbraccio alle compagne e ai compagni zapatisti da questo angolo del continente sudamericano. E un abbraccio di cuore a quelle bambine e a quei bambini che subiscono la guerra dell’alto, quella guerra alla cui direzione vanno alternandosi conservatori e progressisti, destre e pseudo sinistre che in comune hanno la propria avversione – e timore- a tutti quelli che stanno in basso. Che solamente vengono considerati come masse passive nei loro cortei, che adesso chiamano manifestazioni, e soprattutto nel sacrosanto giorno in cui si accorre alle urne.
Man mano che il mondo, il nostro continente e i nostri differenti modi di stare in basso sono sempre più colpiti dalle molteplici guerre di quelli in alto – la guerra della fame a causa della speculazione sugli alimenti, la guerra del silenzio informativo per cancellarci, la guerra delle politiche sociali per addomesticarci, e la guerra-guerra di pallottole e cannoni per eliminare ammazzando – diventa urgente tracciare “frontiere” tra i più svariati “noi” e “loro”, anche a rischio di trovarci con qualche sorpresa sgradita.
Di fronte ad ogni salto in avanti della rivolta mondiale di quelli in basso, quando moltitudini armate di pietre si scontrano con elicotteri d’attacco e cacciabombardieri, arriva il momento di chiedersi: da quale parte? con chi? Domande a cui si può solo rispondere con il cuore e il più elementare senso di solidarietà umana, anche se tutti i giorni vediamo quelli che occupano i piedistalli in alto fare calcoli di guadagni e perdite, con mediocri motivazioni utili a spiegare qualsiasi cosa perché alcune parole, come diceva León Felipe della giustizia, valgono di meno, infinitamente meno della piscia dei cani.
Quando migliaia e i milioni di persone conquistano le strade, come fecero nel gennaio 1994 in Messico e al Río de la Plata nel dicembre 2001, non bisogna far altro che festeggiare, accompagnare, lasciare le faccende del momento e uscire con loro condividendo allegria e dolore. “E dopo?”, era la domanda che ci facevano a bruciapelo intelligenti analisti e dirigenti di sinistra. Dopo, non si può sapere. L’unica cosa che possiamo dire è: adesso, e basta.
Mentre le acque sono calme, i margini per la speculazione si allargano fino a diventare oceani di discorsi; parole e ancora parole possono essere pronunciate una dopo l’altra, una e un’altra volta, perché non sono legate a fatti, azioni, decisioni, impegni. Sono, diciamo, parole. Come quelle del politico in alto, che rispondono al capriccio e all’interesse individuale.
Ma quando le acque si increspano, quando le onde esplodono in mareggiata, niente resta al proprio posto. I tempi per il calcolo e la speculazione lasciano il passo a risposte quasi automatiche, ed è lì dove ciascuno risponde secondo i valori che ha coltivato man mano. Nelle crisi, come nei naufragi, ci sono solo vie d’uscita collettive, per il semplice fatto che l’opzione individuale non contiene tutti. Questa è la prima lezione che stanno rispolverando le ribellioni che scuotono il mondo.

Un sistema in disfacimento

Possiamo fare tutti gli sforzi intellettuali necessari a comprendere quello che sta accadendo nel mondo. Raccogliere dati, classificarli, analizzarli, rapportarli, sottoporli a verifica, e così via fino a circoscrivere alcune ipotesi su ciò che chiamiamo crisi sistemica, che assomiglia sempre più a un caos sistemico.
Come capire la crisi del sistema? Dicono che ci sono leggi economiche che mostrano tendenze e segnali inequivocabili del fatto che stiamo entrando in un periodo nel quale il capitale incontra limiti per la sua accumulazione. E ci sono altre teorie che dicono che la caduta del capitalismo è inevitabile e che il mondo unipolare, cioè il mondo basato sull’egemonia di un solo paese, gli Stati Uniti, non è più sostenibile.
Secondo alcuni, e possiamo sbagliarci, quella che chiamiamo crisi sistemica, non è né più né meno che un Ya Basta! collettivo, contundente e generalizzato di quelli in basso in tutti gli angoli del mondo. Crisi è: quando donne e giovani, bambini e bambine, contadini e operai, indigeni e studenti, non non tollerano oltre e le loro battaglie si fanno così forti che quelli in alto, i padroni del capitale, cominciano a portare i soldi in posti più sicuri. E quello che provocano è un casino gigantesco nel quale i capitalisti giocano a togliersi i soldi l’un l’altro, perché quelli in basso non si lasciano più derubare e sfruttare tanto facilmente.
Giovanni Arrighi e Beverly Silver, nel loro lavoro che abbraccia cinque secoli di storia del capitalismo, “Caos e governo del mondo“, dicono che questa crisi ha una caratteristica ben diversa da tutte quelle precedenti. Adesso la lotta di quelli in basso è così potente che da sola fa entrare in crisi il sistema. Così è successo in tutta l’America latina dal Caracazo del 1989 fino alla seconda guerra del gas in Bolivia nel 2005 e alla comune di Oaxaca nel 2006. Non sono state le “leggi oggettive” a mettere in crisi la forma di dominio, ma le persone nelle strade che hanno sconvolto il modello neoliberista.
Ciò che chiamiamo crisi sistemica sembra un uragano che ci colpisce tutti e tutte. Non c’è popolo o gruppo sociale che sia al sicuro, e molti degli strumenti che hanno saputo costruire nel corso dei secoli di resistenza sono diventati inutili. Non solo le prime organizzazioni “storiche” di quelli in basso, ma anche una parte delle più giovani, i cosiddetti movimenti sociali si sono trasformati poco a poco in obiettivi essi stessi, in gruppi guidati dalla logica della sopravvivenza. Per inerzia o per quel che sia, una parte di quanto inventato per resistere non sta servendo a resistere in questo periodo in cui tutto si scompone. Perfino il nostro mondo si sta disgregando. Per questo siamo costretti a reinventare i nostri attrezzi di resistenza e i nostri mondi.
Che dire delle teorie, le ideologie, le analisi scientifiche. Le previsioni dei “narratori” sociali e politici assomigliano a quei bollettini meteorologici dove l’unica cosa cosa che azzeccano è dire a che ora spuntano il sole e la luna e tutto il resto è incerto. I “narratori” sociali, come si addice, non si fanno carico dei propri pronostici. Non mettono il corpo insieme alle analisi.
Cosa fa un marinaio quando le mappe di navigazione si mostrano sbagliate, quando le bussole e gli orologi e i sestanti non segnano più con la precisione di un tempo? E cosa fanno i ribelli sociali quando non ci si può aspettare più niente dallo Stato e dalle istituzioni, dai partiti e dalle organizzazioni che parlano di cambiamento e rivoluzione ma in realtà stanno cercando il miglior modo di accomodarsi in questo mondo?
Possiamo confidare nell’etica come supporto e guida dei nostri movimenti, delle nostre scelte e come machete per aprire sentieri?

È possibile unire etica e politica

Gli zapatisti propongono di aprire un dibattito su etica e politica. “È possibile portare l’Etica nella guerra?”, ci chiede il Subcomandante Insurgente Marcos nella sua lettera a Luís Villoro. Possiamo allargare la domanda alla politica. Etica e politica possono andare assieme? La risposta non è così evidente.
Come sarebbe? C’è chi pensa di mettere qualche dose di etica in qualcuno dei partiti che occupano ministeri? E alla Camera dei deputati e dei senatori? Quanta? Fino a riempire quante pagine di discorsi? Quale dovrebbe essere la dosi necessaria di etica per rimuovere decenni di pratiche guidate dal calcolo meschino dei benefici quantificati in incarichi, viaggi e compensi straordinari? È evidente che là in alto l’etica è il convitato di pietra o argomento di conversazione. Sono due dimensioni che vivono in mondi diversi e che non possono dialogare né capirsi.
Una notte fredda del 1995, il comandante Tacho si rivolse alla folla nella piazza di San Andrés per spiegare quello che avevano discusso quel giorno con i rappresentanti del governo durante alcune trattative che alla fine sfociarono negli Accordi di San Andrés. “Ci hanno chiesto di spiegare cos’è la dignità”, disse, provocando un terremoto di risate. Con l’etica accade qualcosa di simile. È o non è, ma non può essere spiegata, anche se ho visto intere biblioteche di libri con la pretesa di analizzarla.
L’etica ha bisogno di un luogo altro per mettere radici e fiorire. E quel luogo è in basso e a sinistra, lì dove è nato poco a poco un altro modo di fare politica, dove la parola è intrecciata alla vita e la vita è fatta di realtà che fanno male, né grandi né piccoli, le realtà quotidiane di quelli in basso. Questa politica altra, quella che nasce nel sottosuolo per restarci, la politica che non cerca scale per arrivare in alto ma ponti per arrivare ad altri in basso, e con tutti quelli in basso cerca di costruire un mondo diverso, questa politica è etica, e solo lei può esserlo.
La barca della politica dell’alto, che è la stessa politica di quelli che vogliono arrivare in alto, vicino al timone ha un bussola enorme che punta sempre verso un nord che si chiama pragmatismo o realismo. Che è l’arte di giocare con gli elementi esistenti, con la “correlazione delle forze” (il frustino più usato delle sinistre in alto), con la reale realtà. Il pragmatico e realista misura con maggiore esattezza la congiuntura, la sventra per levarle tutto il succo possibile, per giocare con lei il gioco di sistemare le pedine degli scacchi sulla scacchiera per i propri interessi nel miglior modo possibile. (Si noti che il politico in alto non fa differenza tra politica ed economia, e utilizza gli stessi concetti in entrambi gli ambiti).
Il politico pragmatico e realista, quando si sollevano i popoli, quando contro i proiettili e i cannoni del tiranno ci mettono il corpo, non si turba per il sangue sparso. Si limita a calcolare a chi può beneficiare e a chi nuocere la caduta del tiranno e il trionfo degli insorti.
Fa i suoi calcoli, con lo stesso fervore e la stessa ripugnante indifferenza con cui conta i voti elettorali.
Rinuncia, per tanto, a creare un mondo nuovo. Che non può essere la semplice disposizione delle pedine esistenti, ma un’altra cosa, un altro gioco. Amministrare le cose che esistono, giocare con le pedine del sistema, implica l’accettare le regole del sistema e quelle regole si chiamano, in secondo luogo, elezioni. In primo, sottostare alla violenza dell’alto, quello che chiamano monopolio-della-violenza-legittima. (Gli zapatisti lo subiscono quotidianamente, è violenza tout court, e non vale la pena dilungarsi ora). La politica altra, la politica etica, rifiuta le pedine e le regole del gioco che vuole farci giocare la politica dell’alto.
Con quali pedine la politica altra prepara il gioco del nuovo mondo?
Nella politica altra, la politica dal basso e a sinistra, non ci sono pedine né gioco, a meno che metterci il corpo si chiami gioco.

Etica è metterci il corpo

Gli zapatisti dicono che il pensiero critico è stato rinviato, nuovamente, dall’urgenza dei calcoli del momento. Al suo posto guadagna spazio il marketing elettorale. Pensare criticamente non è altro che pensare contro se stessi, contro quello che siamo e facciamo; non per smettere di essere e fare, ma per crescere e avanzare. Il pensiero critico non può adeguarsi al luogo cui è arrivato, per quanto interessante esso sia.
Adesso le sinistre e gli “intellettuali Petrobras” (quelli che si fanno finanziare i libri dalle multinazionali progressiste e stampano il logo dell’azienda sulla quarta di copertina), si dedicano ad abbellire le supposte realizzazioni dei governi progressisti. Il loro “pensiero critico” è più che curioso: criticano l’imperialismo del Nord, come se al Sud non esistesse, e l'”estrema sinistra” che, dicono, lavora per le destre. Intere popolazioni sono state soggiogate da Petrobras, così avida di profitti da voler diventare la prima compagnia petrolifera del mondo (già è la seconda). Questi intellettuali parlano di pensiero critico ed emancipazione, come se non sapessero che le aziende che li finanziano sono macchiate di sangue.
Per noi il pensiero critico è sempre stato e sempre sarà autocritica. È il modo di levigare quello che siamo, di migliorarci, di farci migliori, più veri. Non siamo mai soddisfatti di quello che facciamo perché vogliamo sempre andare oltre. Non per smania di perfezionismo né di risalto. Quelli in basso hanno bisogno di quel motore che è la critica/autocritica perché non possono adeguarsi al posto che occupano in questo mondo. Non è un pensiero scientifico nel senso accademico, perché non viene convalidato da altri accademici ma dalla gente comune, quelli in basso organizzati in movimenti.
Il pensiero critico è un pensiero in transito, che non ha vocazione per ancorarsi ma per stare in movimento, non solo con i movimenti. Non è fine a se stesso, perché deve servire ai più per la loro resistenza sempre impegnata ad affrontare nuove sfide. Se no che senso ha il pensiero? Non si aggrappa alle idee che ha formulato in un determinato momento, è disposto a modificarle perché non vuole avere ragione per essere più di altri, ma con tutti.
È un pensiero a cielo aperto, nasce e cresce e sente vicino agli spazi delle resistenze. Non trova posto nelle accademie e negli uffici riscaldati/condizionati, e non dipende da bilanci. Se è vero, se è sincero e impegnato, insieme alle idee e ai ragionamenti ci mette il corpo. Non pensa e invia altri al fronte, come i generali codardi degli eserciti che spendono milioni di dollari in droni, quegli aerei senza pilota che radono al suolo villaggi evitando ogni rischio per la vita di chi attacca. Per chi fa la guerra, è un videogioco: i droni vengono manovrati sugli schermi da un altro continente, per adesso gli Stati Uniti. Per chi la subisce, è il genocidio impersonale.
Il pensiero critico, che è un pensiero etico, non può essere un videogioco dove il politico mette le idee e gli altri il corpo.
Nelle ultime pagine del romanzo di Alejo Carpentier, “Il secolo dei lumi“, Sofia si lancia nelle strade di una Madrid insorta contro le truppe di Napoleone, il 2 di maggio 1807. Esteban cerca di fermarla perché sarebbe stata morte certa: cannoni e fucili contro urla e coltelli. Entrambi uscivano sofferenti dal tradimento degli ideali della Rivoluzione Francese:
– Andiamo là!
– Non essere stupida: stanno mitragliando. Non ci farai niente con quei ferri vecchi.
– Resta se vuoi. Io vado!
– E per chi vai a combattere?
– Per quelli che si sono buttati nelle strade! Bisogna fare qualcosa.
– Cosa?
– Qualcosa!

L’etica come pensiero critico e viceversa

Per navigare a favore di corrente, per lasciarsi trasportare senza sforzo, non serve né pensiero critico né etica. Che senso possono avere la critica e l’etica se tutto consiste nel seguire la corrente? Se il sentiero è già tracciato, come dice la canzone di un amico uruguayano, e non resta che seguirlo, e in più è in discesa, la critica è un impiccio e l’etica, al massimo, un ornamento. La critica ci spinge ad uscire dal sentiero, a cercare pendenze scoscese, a entrare nel fango fino alle orecchie. L’etica non può fare compromessi con il conformismo.
Lo stesso può essere detto di quelle pratiche politiche condotte da dirigenti che concentrano tutto il sapere e il potere e che devono essere seguiti ciecamente. Chi abbia conosciuto da vicino l’esperienza di Sendero Luminoso in Perù, ha potuto constatare che la relazione tra i capi “rivoluzionari” e i militanti di base riproduceva fedelmente la relazione verticale e autoritaria tra i proprietari terrieri feudali e i loro braccianti. Lì non c’è mai stato cambiamento ma mera riproduzione di relazioni di oppressione, basate sul “partito d’avanguardia” i cui timonieri navigavano sospinti dal vento della storia.
“Nulla ha corrotto la classe operaia tedesca come l’idea che essa nuota con la corrente”, scrisse Walter Benjamin nelle “Tesi sulla Storia”. Le donne e gli indigeni, che non erano contemplati in quella Storia grande, hanno fatto il loro cammino contro corrente e per questo si sono trasformati nei soggetti delle proprie vite. Sarà che la politica elettorale è fedele erede di quella tradizione conformista in cui non serve metterci il corpo ma un foglio nell’urna ogni quattro cinque anni?
Nella frase di Benjamin il soggetto non è “essa”, la classe operaia, ma la corrente storica, così come in altre esperienze è il partito o il capo supremo. L’infallibile. Quelli che come me vengono dall’esperienza marxista/maoista ne sanno qualcosa. I soggetti non sono mai stati i contadini in carne ed ossa ma il Grande Timoniere, il Libretto Rosso (o era verde?) o la dirigenza superiore. La gente comune, quella che chiamiamo sempre massa, era quello: materiale blando modellabile dalla dirigenza e/o dalla linea corretta. Nella massa non abbiamo mai saputo vedere persone, non è mai apparso un Vecchio Antonio o una bambina di nome Patricia, uomini e donne veri con pensieri, tradizioni, identità, con le quali potessimo dialogare e dalle quali imparare. I pochi nomi propri che compaiono nei principali racconti del Grande Timoniere, sono personaggi stranieri o ben altri dirigenti dell’alto. Mai la persona comune, mai quelli in basso.
Di conseguenza, ci siamo dedicati a seguire i passi dei “grandi”, di quelli veramente importanti, dei capi storici (maschi, istruiti, abili nel maneggiare la parlata corretta). Ogni frase dei dirigenti era letta e riletta fino a cavarne un senso straordinario, ogni gesto veniva studiato, ogni fotografia scandagliata e quell’esercizio – guardare sempre verso l’alto – ci ha accorciato la capacità di vedere, ascoltare, sentire l’allegria e il dolore di quelli in basso. Di tutti quelli che non avevano un discorso pulito, che non frequentavano i luoghi e le forme del potere. Essi ed esse erano tanto invisibili per i “rivoluzionari” quanto lo erano stati per i funzionari imperiali. (Se mi inoltro in questa tradizione non è perché sia eccezionale, ma perché fa male, ferisce, e mantenerne vivo il dolore è l’unica forma che conosco per non ripeterlo).
Questa dolorosa tradizione arriva fino ai nostri giorni e assume forme molto più raffinate e cortesi, impersonali e scientifiche. Tra gli accademici: cifre e dati oggettivi che nascondono gli esseri umani dietro grafici e statistiche. Non c’è qualcosa in comune tra tutti i modi di fare e di pensare che nascondono il dolore umano?
Se è certo, come dice Benjamin, che la vita quotidiana degli oppressi è uno “stato d’eccezione” permanente, e per constatarlo basta andare in una comunità indigena o in qualsiasi quartiere povero di qualsiasi periferia urbana latinoamericana, sorge un imperativo etico. Non è più possibile pensare criticamente fuori dallo stato d’eccezione, lontano dal luogo dove viene esercitato il potere nudo della violenza fisica. Per prendere distanza, per parlare in nome di quelli in basso, sono state create le agenzie per lo sviluppo. Più in là, il pensiero critico nascerà nelle condizioni che ci vengono imposte dallo stato d’eccezione, o non sarà pensiero critico.
Diranno che così si perde il distacco necessario per poter esercitare la critica. Qui c’è una differenza fondamentale, che è inerente al modo con cui si elabora la conoscenza: da dove e in quali circostanze si parla, si pensa, si scrive. Ci sono due opzioni. O quelli in basso sono un pretesto perché altri facciano politica o elaborino tesi, oppure entrambe si sviluppano in minga, lavoro comunitario, con quelli in basso. “Non vogliamo continuare ad essere le vostre scale”, gridano gli aymara boliviani ai politici dell’alto; a quelli di destra, a quelli di sinistra e adesso anche ai politici “plurinazionali”, l’ultima fauna nata per parassitare i movimenti.
La maggiore ambizione che possiamo avere come militanti, pensatori, scrittori, quel che sia… è smettere di essere quello che siamo. Che gli altri ci superino, ci sorpassino, che diventando pensatori collettivi, scrittori collettivi, militanti che comandano obbedendo, “annullino il terreno della loro realizzazione”, come dice la lettera a don Luís Villoro. Quale gioia più grande di un pensiero che lanciato al vento arrivi a rappresentare i collettivi più disparati, i quali lo amplificherebbero, arricchirebbero e modificherebbero fino a far diventare irriconoscibile la sua origine, diventando così patrimonio di tutti e tutte!
Lascio alcune idee disordinate, scritte al calore della rabbia che provoca l’impotenza di constatare come la ribellione dei popoli cerca di essere negoziata sul mercato degli interessi geopolitici.
Salute agli indigeni del Chiapas che ci insegnano che la paura può essere vinta collettivamente.

Raúl Zibechi
Montevideo, marzo 2011.

(traduzione a cura di rebeldefc@autistici.orghttp://www.caferebeldefc.org/)

.pdf dell’intervento di Zibechi in castigliano qui: http://revistarebeldia.org/revistas/numero77/09zibechi.pdf

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La Jornada – Domenica 27 Febbraio 2011

Sono nel carcere di El Amate, accusati di sommossa, i tre attivisti catturati in Chiapas il 22 scorso

Svolgevano azione di osservazione per possibili violazioni dei diritti umani

Gli avvocati denunciano l’uso fazioso del sistema giudiziario a scopo di intimidazione

HERMANN BELLINGHAUSEN

I tre giovani avvocati, difensori dei diritti umani, fermati a Pijijiapan (Chiapas) lo scorso 22 febbraio, sono stati rinchiusi nel carcere di El Amate, a Cintalapa. José María Martínez Cruz ed Eduardo Alonso Martínez Silva, del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa, così come Nataniel Hernández Núñez, direttore dello stesso, con sede nella città di Tonalá, sono accusati del reato di sommossa.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (CDHFBC) ha espresso la sua preoccupazione per questi arresti, eseguiti mentre gli avvocati realizzavano “attività di osservazione e documentazione di possibili violazioni dei diritti umani da parte delle autorità statali mentre si svolgeva un blocco stradale sulla strada Tonalá-Pijijiapan, nel punto conosciuto come La Pilita”. Inizialmente, la polizia federale e statale aveva fermato mezzo centinaio di manifestanti.

Al blocco, organizzato dal Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa del Chiapas, partecipavano diverse comunità dei municipi di Mapastepec, Tonalá e Pijijiapan, nel contesto delle azioni di protesta di molte organizzazioni civili, comunità indigene e contadine per chiedere la liberazione di 10 ejidatarios tzeltales, aderenti all’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, arrestati all’inizio di febbraio ed attualmente carcerati nella prigione di Playas de Catazajá.

Gli avvocati del Centro Digna Ochoa rinchiusi nel carcere di El Amate, municipio di Cintalapa, sono stati messi a disposizione del tribunale penale con procedimento 34/201. Il giudice ha ritirato le accuse di attentato contro la pace e l’integrità corporale e patrimoniale della collettività dello stato, e mantenuto solo il presunto reato di sommossa.

Il Centro Digna Ochoa da parte sua denuncia che l’arresto dei suoi compagni significa che “continua la criminalizzazione dei difensori dei diritti umani da parte del governo del Chiapas”.

La relatrice speciale sulla Situazione dei Difensori dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha dichiarato che i governi si servono dal sistema giudiziario come strumento di ostilità e punizione contro i difensori dei diritti umani. Secondo loro, la difesa dei diritti umani è un atto criminale, e “normalmente accusano i difensori dei diritti umani di reati contro la sicurezza dello Stato”.

Di conseguenza, il CDHFBC teme l’utilizzo di azioni legali contro i difensori “con l’obiettivo di vessarli giuridicamente e screditare il loro lavoro”. Pertanto, esige dal governo del Chiapas “che rispetti il suo obbligo di mettere fine a tutte le aggressione ed ostruzione al lavoro degli avvocati”.

Ricordiamo che a giugno del 2010, Nataniel Hernández Núñez era già stato oggetto di persecuzione giudiziaria, accusato di “attacco alle vie generali di comunicazione”, in relazione con altre proteste sulla costa chiapaneca. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/27/index.php?section=politica&article=017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 25 febbraio 2011

Arrestati membri del CARZCC e del Centro Digna Ochoa

Terza offensiva ufficiale contro L’Altra Campagna in Chiapas

HERMANN BELLINGHAUSEN

Con una nuova operazione repressiva iniziata martedì scorso in Chiapas contro aderenti dell’Altra Campagna, oggi si troverebbero in carcere 16 membri del Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa del Chiapas (CARZCC). Tra gli arrestati ci sono tre avvocati del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa, contadini e pescatori di almeno cinque comunità, appartenenti al Consiglio Autonomo Regionale. Dopo le sei del pomeriggio 13 di loro sono stati rilasciati, restano in prigione i giovani avvocati Nataniel Hernández, José María Martínez Cruz ed Eduardo Alonso Martínez Silva. che sarebbero stati trasferiti nel carcere di El Amate o in un domicilio coatto di Tuxtla Gutiérrez.

È la terza aggressione diretta contro L’Altra Campagna dall’inizio di febbraio, dopo il violento sgombero degli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, all’entrata delle Cascate di Agua Azul (10 sono ancora in carcere con gravi accuse non provate) e l’attacco dell’Ejército de Dios a Mitzitón, con un saldo di due feriti gravi. Ora, sulla costa dello stato; lì, il CARZCC sta sostenendo una forte resistenza regionale contro gli abusi governativi.

Nel pomeriggio di oggi, il Consiglio Regionale ha sfilato nella città di Tonalá fino alla Procura di Distretto Istmo-Costa, per chiedere la liberazione degli arrestati. La manifestazione è proseguita in serata fino a bloccare per breve tempo la Panamericana.

Come riferisce lo stesso consiglio, lo scorso 22 febbraio “è stata bloccata la strada internazionale nel municipio di Pijijiapan, all’altezza di Las Pilitas, da un gruppo di 300 compagni del CARZCC che manifestavano contro le aggressioni, gli sgomberi e gli arresti avvenuti nella loro regione ed in solidarietà con i compagni di San Sebastián Bachajón e Mitzitón, con i quali condividono un sentimento di fratellanza”.

Quel giorno, verso le 16, “il blocco è stato rimosso perché a Tonalá si stava insediando un tavolo di dialogo con i rappresentanti del governo”.

Un’ora più tardi, mentre i delegati al dialogo tornavano nelle rispettive comunità, “avvenivano gli arresti da parte della PF aiutata dall’AFI, che durante il blocco, con l’aiuto di un elicottero della presunta Protezione Civile, aveva individuato i suoi obiettivi”.

Il consiglio riferisce che i fermi “sono stati indiscriminati ed hanno coinvolto perfino donne e minori, che più tardi sono stati fatti scendere dai camion a suon di spintoni e insulti”. Davanti a questi fatti, il direttore del Centro Digna Ochoa, Nataniel Hernández, insieme a Martínez Cruz e Martínez Silva, si sono presentati al blocco, “per scoprire che quelli del CARZCC erano stati circondati, impedendo loro di tornare a casa”. In quel momento gli agenti di polizia hanno fermato oltre 50 persone trasferendole su otto camion alla Procura Regionale Istmo Costa di Tonalá. Anche se durante il tragitto “lasciavano andare donne e bambini”, alla stazione di polizia sono arrivati anche due minorenni.

Ai fermati, coloni di La Central, Joaquín Amaro, El Carmen, Mapastepec e Tonalá, non sono state rispettate le garanzie legali ed il diritto di difesa, prosegue il CARZCC, “cosa che ha dato origine ad un presidio” per chiedere la loro liberazione. Diciannove di loro sono stati portati al comando di polizia, e 16 sono rimasti in custodia. Dopo ore “di attesa e mancanza di informazioni” si è saputo che gli avvocati dei diritti umani, che non sono stati rilasciati, sono stati accusati di: attacco alle vie di comunicazione, ammutinamento e cospirazione.

Si vogliono criminalizzare i difensori del centro Digna Ochoa come “massimi rappresentanti del movimento”, quando la loro funzione, segnala il consiglio, “è stato proteggere le garanzie delle comunità nel corretto esercizio delle loro funzioni, che dovrebbe essere la regola visti i tempi che corrono, poiché il governo utilizza la vecchia politica di ‘si el mensajero es malo, muerte al mensajero’” .

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada- Venerdì 18 febbraio 2011

Le donne del Chiapas sostengono gli indigeni arrestati dell’ejido di San Sebastián Bachajón

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 17 febbraio. Collettivi di donne indigene organizzate della zona nord dello stato, comprese le appartenenti agli ejidos San Sebastián e San Jerónimo Bachajón, hanno manifestato il loro appoggio ai 10 arrestati di  San Sebastián Bachajón accusati di crimini che assicurano non aver mai commesso, ed hanno rivolto un eloquente messaggio al governo statale per chiedere la loro immediata liberazione.

“Non vogliamo centri turistici sulle nostre terre”, dicono. “Non vogliamo la privatizzazione della terra e delle risorse naturali, né minacce e repressione nelle nostre comunità. Non vogliamo divisioni e scontri per colpa vostra, e neanche la vostra compassione, ma il vostro rispetto. Non potete cacciarci dalle nostre terre, le coltiviamo e le difenderemo perché ci danno da mangiare e da vivere”.

Appartenenti ai collettivi Las Gaviotas, Las Golondrinas, Las Palomas, Las Colibrí, Mujeres de Johosil, ed all’Altra Campagna e donne comuni, le donne tzeltales e choles hanno dichiarato: “Sappiamo degli incidenti del 2 febbraio tra gruppi dell’Altra Campagna e del PRI (e PVEM) per la presa del botteghino per l’ingresso alle cascate di Agua Azul, e del morto, dei molti feriti e 117 fermati, dei quali 10 ora sono in carcere nella prigione di Playas de Catazaja”.

Respingono “la grave repressione contro i nostri compagni e compagne dell’Altra Campagna, e sappiamo che l’obiettivo del governo è comprare tutti e tutte, dividerci e impadronirsi delle nostre terre, ma non lo permetteremo”.

Avvertono il governo del Chiapas che continueranno ad organizzarsi “come donne nella difesa della nostra terra e della nostra dignità”. E gli dicono: “Deve capire che noi viviamo di quello che coltiviamo e la terra è la radice di una vita degna per noi e le nostre famiglie. Vogliamo una proprietà familiare e che le autorità siano del popolo, che rispettino quello che decide il popolo e la sua maniera di organizzarsi”.

In riferimento ai problemi legati alla situazione attuale, che hanno causato la repressione contro gli ejidatarios di San Sebastián perché si oppongono ai progetti di sviluppo turistico e riconversione produttiva, le donne organizzate dicono: “Non vogliamo più l’alcolismo nella nostra comunità, perché genera violenza verso le donne; non vogliamo che il governo dia il permesso di vendere alcool nelle comunità. Esigiamo rispetto e giustizia per i nostri popoli indigeni. Che la smetta di farci firmare accordi per la privatizzazione della terra. Sappiamo che abbiamo dei diritti e li difenderemo. Che smetta di dividerci. Sappiamo che i progetti e i programmi di governo servono per dividere le nostre comunità, affinché tra noi, uomini e donne indigene ci scontriamo”.

La Jornada ha potuto osservare un’alta incidenza di alcolismo e tossicodipendenza nel centro Alan Sacum, uno dei villaggi di San Sebastián Bachajón, dove il gruppo filogovernativo tiene le famiglie sotto la paura, e nei giorni scorsi ha obbligato molte di esse a firmare i verbali che hanno permesso al governo di ottenere un “accordo” sul botteghino di ingresso alle cascate di Agua Azul, cosa che contravviene la volontà degli ejidatarios aderenti all’Altra Campagna.

I collettivi chiedono il rispetto per le loro forme di organizzazione e decisione: “Non vogliamo che la Procura Agraria ci imponga le autorità nell’ejido. Vogliamo un commissario che rispetti la lotta per la difesa della nostra terra, perché anche i compagni dell’Altra Campagna stanno lottando per difenderla dalla privatizzazione”.

Chiedono che si garantisca il rispetto del diritto delle donne alla terra: “Che si ascolti la nostra parola nelle assemblee, perché la terra è anche nostra: l’abbiamo ereditata dai nostri nonni e nonne ed abbiamo il diritto anche di decidere riguardo ad essa, perché la coltiviamo. Che si fermi la repressione, le vessazioni e la violenza verso uomini e donne, non vogliamo più la presenza di militari e poliziotti nelle nostre comunità. Vogliamo dire al governo che come donne siamo organizzate, siamo forti e non saranno né le minacce né i progetti a fermarla”.

Hanno manifestato per la liberazione dei prigionieri di San Sebastián anche altre organizzazioni comunitarie, quali Pueblos Unidos por la Defensa de la Energía Eléctrica a Tila ed il Consejo Regional Autónomo de la Región Costa, tra gli altri. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/18/index.php?section=politica&article=024n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 17 Febbraio 2011

I genitori Jyri Jaakkola chiedono di far luce sulla sua morte e chiedono al Parlamento Europeo di vigilare

Víctor Ballinas

I genitori di Jyri Jaakkola, attivista finlandese ucciso il 27 aprile 2010 insieme all’attivista per i diritti umani Bety Cariño, quando il convoglio umanitario su cui viaggiavano è stato sulla strada per San Juan Copala, Oaxaca, hanno riferito che funzionari della Procura Generale della Repubblica (PGR) e della segreteria degli Interni e degli Esteri “si sono impegnati a completare l’indagine sull’omicidio a breve termine”.

David Peña, avvocato che si occupa di questi crimini, e il direttore di Amnesty International in Messico, Alberto Herrera, hanno espresso la speranza che l’inchiesta si concluda prima del primo anniversario della morte di Jyry e Bety Cariño, ed hanno chiesto che “questi due omicidi non restino impuniti”.

I genitori del giovane finlandese assassinato nel 2010, hanno detto in una conferenza stampa: “Martedì abbiamo incontrato i funzionari degli Affari Esteri, PGR e di governo, e siamo stati accompagnati dall’avvocato David Peña, da funzionari dell’Ambasciata di Finlandia e dell’Unione europea in Messico per conoscere lo stato delle indagini, ed abbiamo chiesto protezione per i testimoni degli omicidi e per i sopravvissuti all’agguato, perché è cruciale che vengano protetti”.

Eeve e Raimo Jaakkola hanno dichiarato che “chiederanno al Parlamento Europeo di inviare in Messico una missione di ispezione per dare continuità al caso. Ci troviamo in Messico per aggiornare il caso e presentarlo al Parlamento”.

Peña ha ricordato che “dai primi giorni dell’omicidio di Jyri e Bety Cariño, la procura di Oaxaca ha rinunciato alla facoltà di investigare mandado il caso alla PGR. Dai primi giorni di maggio del 2010 dei testimoni hanno dato forza alle indagini, ma vediamo che ci sono problemi di incapacità di indagare da parte della PGR”. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/17/index.php?section=politica&article=021n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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