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Archive for dicembre 2013

La lotta continua.

 

La Jornada – Martedì 31 dicembre 2013

 

I combattimenti durarono 12 giorni; la lotta continua

 

A 20 anni dall’insurrezione in Chiapas, gli zapatisti resistono e si reinventano

 

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 30 dicembre.

 

Contrariamente a quanto si continua a dire, e difficilmente confrontabile con la realtà, le comunità autonome zapatiste, senza aiuti governativi (al contrario, il governo messicano risponde alle domande originali di questi popoli con una sostenuta guerra di bassa intensità e logoramento), sono riusciti a realizzare un processo di autogoverno, nel quale sono state fondate decine di nuovi insediamenti sulle terre recuperate dopo la sollevazione del 1994. Questi, sommati agli oltre mille villaggi che formano i municipi autonomi ribelli, danno come saldo non più povertà ed emarginazione, come vorrebbero le cassandre del potere, ma regioni organizzate con sistemi propri ed efficienti di educazione, salute collettiva essenzialmente di prevenzione, produzione agricola per l’autosufficienza, la commercializzazione indipendente di caffè, miele e artigianato. Tutto, al di fuori del consumismo indotto, della dipendenza economica e del controllo politico che implicano, in Chiapas, i piani governativi.

 

Dopo il 1994 lo stato ha sperimentato una virtuale riforma agraria, con l’appropriazione di migliaia di ettari di quello che furono fattorie e proprietà che oggi sono nelle mani dei popoli maya dell’entità. Si parla di 700 mila ettari occupati da indigeni; la maggior parte, in realtà, andarono a beneficio di chi non si era nemmeno ribellato. L’influenza della ribellione zapatista ha raggiunto e portato benefici anche a quelli che si tengono ai margini del governo ed in alcune occasioni sono serviti per osteggiare, aggredire e cacciare i ribelli ed i loro simpatizzanti indigeni. Benché negata sistematicamente dalle autorità, la paramilitarizzazione è un fatto costante, con implicazioni criminali ed impunità garantita.

 

In Chiapas cambiò la vita dei popoli originari

 

Si chiude il mese di dicembre. In queste ore, 20 anni fa, centinaia di comunità maya nel sudest messicano si disponevano finalmente a sollevarsi in armi contro quello che hanno sempre chiamato malgoverno, dopo di anni di preparazione per la guerra di liberazione nazionale. Le famiglie chol, tzeltal, tojolabal, tzotzil, salutavano padri, figli o fratelli miliziani. Gli insorti, molte donne, li avrebbero guidati dalla Selva Lacandona, gli Altos e Zona Nord per occupare simultaneamente diverse città all’alba di fine anno. E così all’alba ad Altamirano a distruggere l’orologio del municipio; a San Cristóbal de Las Casas, alle prime luci del giorno, i locali, i turisti ed i primi giornalisti (Amato Avendaño Figueroa, direttore del Tiempo, il primo fra tutti) andarono a vedere chi aveva occupato e svuotato il palazzo, dal suo balcone lessero, per voce del comandante Felipe notoriamente senza passamontagna, la Dichiarazione della Selva Lacandona dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), e fecero conoscere le loro richieste. Il subcomandante Marcos, unico meticcio, attrasse immediatamente l’attenzione dei media. Dall’oscurità alla luce, un poco impacciati, si vide che chiunque fossero, erano preparati per quello che volevano fare. Col volto coperto, chiedevano per tutti tutto, niente per noi.

 

Ad Ocosingo, il secondo giorno li aspettava una battaglia sanguinosa e lì sarebbe caduto il maggior numero di ribelli, tra loro il comandante Hugo, rispettato dirigente tzeltal. Molti furono giustiziati dall’Esercito federale (che attaccò proveniente da Palenque) faccia a terra, con le mani legate dietro la schiena, ma la maggioranza morirono in combattimento. La strada verso le vallate fu disseminata di cadaveri di indigeni con la divisa di un esercito contadino che avrebbe ridefinito l’idea di modernità, secondo le classi dominanti. Nelle prime ore era corsa voce che non fossero messicani, che parlavano come stranieri. Devono essere del Guatemala, dissero i caxlanes sbarrandosi in casa. Quasi troppo facile sembrò la presa di Las Margaritas, dove gli insorti affrontarono la polizia; in quell’azione cadde il subcomandante Pedro, ed il mondo non lo avrebbe conosciuto. Le comunità della valle tojolabal lo recuperarono e lo piansero con tutti gli onori.

 

Salvo che ad Ocosingo, il ripiegamento degli insorti fu rapido, quasi misterioso. Lasciando Las Margaritas, i ribelli passarono per la fattoria del generale, ex governatore e proprietario terriero Absalón Castellanos Domínguez e lo fecero prigioniero. Era responsbiale di molte vite di indigene e sarebbe stato giudicato per i suoi crimini. E come ne La voragine, di José Eustasio Rivera, se li divorò la selva. O la montagna tzotzil degli Altos.

 

Le elite credevano che all’alba del 1994 il Messico starebbe entrato nel primo mondo come socio di lusso delle potenze del nord. Col chiasso dei guastafeste indigeni in un lontano angolo della patria, il paese si trovò piuttosto di fronte ad una guerra quasi inverosimile, ad un’eloquenza inedita alla quale nessuno potè essere indifferente. Il loro Ya basta! cambiava le regole del gioco. I media accorsero in massa da tutti i paesi. C’era un nuovo giocatore: i popoli indigeni del Messico. Il resto, è storia.

 

Venti anni dopo

 

Con lo stile saccente tanto caro ai neoliberisti, ora chiedono conto agli zapatisti: che cosa è stato fatto in questi 20 anni?, e tirano fuori cifre, conclusioni errate e menzogne malintenzionate. Dopo quattro lustri, cinque presidenti e otto governatori, la pace non è stata firmata e pertanto la dichiarazione di guerra è ancora in atto. Gli incontri tra i ribelli e le autorità sono stati pochi (l’ultimo risale a 18 anni fa). Gli accordi siglati a San Andrés nel 1996 furono rinnegati il giorno dopo dal governo federale che li aveva firmati, e da allora gli zapatisti vengono ignorati nei censimenti, sono trattati come oggetti nei sondaggi, e combattuti con violenza occultata e cannonate di denaro sotto il nome di programmi, i quali non comprendono mai le comunità che dopo l’insurrezione si sono dichiarate in resistenza.

 

I combattimenti di gennaio durarono 12 giorni. Centinaia di migliaia di persone (si parlò di un milione) uscirono per le strade a chiedere il cessate il fuoco. Da allora esiste una tregua tra le parti, benché ripetutamente violata dal governo (rilevante quella del 9 febbraio 1995, con l’offensiva zedillista a tradimento contro le comunità, e quella del 10 giugno 1998, con l’attacco militare al municipio autonomo San Juan de la Libertad). La guerra del governo non si è fermata un solo istante. I fronti sono molti e non necessariamente armati. Tuttavia, nell’agosto del 1994 gli zapatisti avrebbero fatto una dichiarazione inedita dicendo di essere un esercito che aspirava a non esserlo più. Nei fatti, a differenza dei movimenti insurrezionali dell’America Latina in generale, si sono imbarcati nella costruzione di un regime autonomo, autosostenibile anche se modesto, le donne rivendicano i propri diritti e non devono niente a nessuno. Hanno continuato la guerra senza sparare; hanno conquistato pace e territorio, costruito villaggi, municipi e cinque centri di governo, chiamati Caracol, dove dal 2003 funzionano le originalissime giunte di buongoverno.

 

Giunti al 2014, i popoli zapatisti continuano a reinventare, perché possono farlo. La loro resistenza è stata ardua, hanno sofferto senza piegarsi, e continuano ad albeggiare per celebrare la vita. Una guerra come nessuna, no? http://www.jornada.unam.mx/2013/12/31/politica/036n1pol

 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

 

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 La Jornada – 31 dicembre 2013

Zapatismo: la ricchezza della dignità

Luis Hernández Navarro

Nella comunità Emiliano Zapata, nel caracol Torbellino de Nuestras Palabras, 30 famiglie zapatiste lavorano in forma collettiva. Possiedono in comune una piantagione di caffè, orti e circa 350 capi di bestiame. I suoi abitanti non ricevono aiuti governativi di nessun tipo, ma il loro livello di vita è molto meglio di quello dei villaggi priisti dei dintorni.

Nella comunità c’è un piccolo negozio comunale i cui guadagni sono destinati alle opere di cui necessita il villaggio. Lì, come in tutte le altre regioni ribelli, le risorse delle cooperative servono per finanziare opere pubbliche come scuole, ospedali, cliniche, biblioteche o condotte per l’acqua.

In tutto il territorio ribelle fiorisce un sistema autonomo di benessere basato su una riforma agraria de facto che privilegia l’uso comunitario di terre e risorse naturali, sul lavoro collettivo e sulla produzione di valori d’uso e in pratiche di commercio equo sul mercato internazionale.

Nelle zone di influenza zapatista si è sconfitta la legge di San Garabato, che impone che i contadini debbano comprare a caro prezzo le merci di cui hanno bisogno e vendere a buon mercato i loro prodotti. Succede spesso che i coyote (intermediari commerciali abusivi) siano obbligati a pagare alle basi di appoggio ribelli per i loro raccolti, bestiame ed articoli artigianali, prezzi più alti di quelli che offrono alle comunità non organizzate. Le cooperative zapatiste hanno acquisito un vero parco di autoveicoli per spostarsi e trasportare la loro produzione.

Nelle comunità ribelli è nata una coscienza ambientale. Si pratica l’agricoltura biologica ed è stato bandito l’uso di fertilizzanti chimici. Si effettuano lavori per proteggere i suoli. C’è una preoccupazione genuina e generalizzata per conservare boschi e selve.

Como segnalano gli autori del libro Lotte molto altre: zapatismo e autonomia nelle comunità indigene del Chiapas: le sfide della sostenibilità nella riproduzione comunitaria sottolinea la tensione tra la necessità di sussistere dentro lo schema socioeconomico esistente ed il progetto di trasformazione di questo schema. Quello che lì si profila è, più che un modello economico zapatista, un processo endogeno e diverso delle priorità delle comunità, come alternativa alla sottomissione alla logica distruttrice del capitale transnazionale.

Nei 27 municipi zapatisti non si beve alcool né si coltivano stupefacenti. Si esercita la giustizia senza l’intervento del governo. Più che sulla punizione, si pone l’accento sulla riabilitazione del trasgressore. Le donne hanno conquistato posizioni e responsabilità poco frequenti nelle comunità rurali.

La rete di infrastrutture comuni di educazione, salute, agricoltura biologica, giustizia ed autogoverno che gli insorti hanno costruito al margine delle istituzioni statali, funziona con la propria logica, plurale e diversa. Le comunità zapatiste hanno formato centinaia di promotori di educazione e sanitari e di tecnici agricoli, secondo la loro cultura e identità.

Tutto questo è stato possibile perché gli zapatisti si governano da se stessi e si autodifendono. Costruiscono l’autonomia senza chiedere permesso in mezzo ad una campagna permanente di contrainsurgencia. Resistono alla perenne persecuzione di 51 distaccamenti militari e di programmi assistenziali il cui intento è creare divisioni nelle comunità in resistenza offrendo briciole.

Tuttavia, alla fine di quest’anno si è scatenata una campagna di diffamazione che sostiene che niente di tutto questo è vero. Falsamente, si dichiara che gli zapatisti oggi vivono peggio di 20 anni fa, che distruggono l’ambiente e che dividono le comunità. Si tratta dell’ultimo episodio di una guerra sporca vecchia quanto la sollevazione stessa.

Le calunnie non reggono. Centinaia di testimonianze pubbliche dimostrano che le accuse contro i ribelli non hanno niente a che vedere con la realtà che i calunniatori diffondono. Per esempio, il pittore Antonio Ortiz, Gritón, è stato nella comunità di Emiliano Zapata tra l’11 ed il 16 agosto di quest’anno, nell’ambito della escuelita zapatista, ed ha documentato l’esperienza vissuta in un commovente racconto diffuso su Facebook. L’ha sorpreso vedere che 30 famiglie indigene possedevano 350 capi di bestiame. Il pittore faceva parte di un gruppo di 1.700 persone che, ad agosto di quest’anno, hanno partecipato alla prima escuelita zapatista.

Vi hanno partecipato anche Gilberto López y Rivas e Raúl Zibechi, i quali, dalle pagine de La Jornada, hanno condiviso le loro riflessioni. Lo stesso ha fatto la giornalista Adriana Malvido su Milenio, e la ballerina Argelia Guerrero su pubblicazioni alternative. Tutti hanno constatato in maniera diretta come vivono, lavorano, si istruiscono, si curano e pensano le comunità zapatiste.

Per quasi una settimana i 1.700 invitati sono stati trasportati, ospitati e nutriti dai loro anfitrioni nelle comunità in cui hanno vissuto. Ognuno è stato accompagnato da un quadro zapatista che rispondeva alle loro domande e dubbi sulla loro storia, lotta ed esperienza organizzativa e traduceva dalle lingue indigene allo spagnolo. Questa esperienza si sta ripetendo questo fine d’anno e si ripeterà all’inizio del 2014.

Un’iniziativa educativa di questa grandezza, che presuppone una pedagogia diversa da quella tradizionale, si può reggere solo sull’esistenza di comunità con una base materiale capace di accogliere gli invitati, di un’organizzazione con la destrezza e disciplina necessarie a realizzare un progetto così ambizioso, e migliaia di quadri politici con la formazione adeguata per spiegare la loro vita quotidiana e la loro proposta di trasformazione sociale.

Dal basso, gli zapatisti stanno cambiando il mondo. La loro vita oggi è molto diversa da quella di 20 anni fa. È molto meglio. Negli ultimi due decenni si sono dati una vita degna, liberatrice, piena di significato, al margine delle istituzioni governative. Non lo stanno facendo in poche comunità isolate, ma in centinaia, distribuite in un ampio territorio. Da questo laboratorio di trasformazione politica emancipatrice c’è molto da imparare e di cui ringraziare. http://www.jornada.unam.mx/2013/12/31/opinion/017a1pol

Twitter: @lhan55

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Lettera ai nostr@ compagn@ dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Sergio Rodríguez Lascano

Compagn@:

Quasi 20 anni fa, ci svegliammo con la notizia che gli indigeni maya dello stato del Chiapas si erano sollevati in armi contro il malgoverno dell’ineffabile Carlos Salinas de Gortari. A partire da lì, grandi mobilitazioni ed un dialogo non sempre facile si è sviluppato con l’Esercito Zapatista da Liberazione Nazionale.

In maniera fondamentale, una nuova generazione uscì allora per le strade e si identificò con la ribellione zapatista. Furono loro a contrassegnare una buona parte delle mobilitazioni che si realizzarono in quella prima fase della lotta zapatista.

L’insurrezione zapatista del 1° gennaio aveva scosso la coscienza nazionale. Infatti, come disse José Emilio Pacheco: “Abbiamo chiuso gli occhi pensando che l’altro Messico sarebbe sparito se non l’avessimo guardato. Il primo gennaio del 1994 ci siamo svegliati in un altro paese. Il giorno in cui avremmo festeggiato il nostro ingresso nel primo mondo siamo tornati indietro di un secolo fino a trovarci di nuovo di fronte ad una ribellione come quella di Tomochic. Credevamo e volevamo essere nordamericani e ci ha travolto il nostro destino centroamericano. Il sangue versato chiede di porre fine al massacro. Non si può fermare la violenza dei ribelli, se non si ferma la violenza degli oppressori” (José Emilio Pacheco, La Jornada, 5 gennaio).

La sinistra messicana e mondiale in quel momento era in un apparente vicolo cieco. L’11 novembre 1989 cominciarono a cadere, come birilli, le cosiddette “democrazie popolari” (Repubblica Democratica Tedesca, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Polonia, Romania, Albania). Nel 1991 l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche si “dissolse” e, al di là di quello che ognuno di noi pensava di quel processo, quello che non si può negare è che, in pratica, il suo crollo fece strada all’arrivo di un capitalismo selvaggio guidato dalla mafia criminale.

In America Latina il 25 febbraio del 1990, i sandinisti perdono le elezioni ed inizia non solo il processo di esproprio contro i contadini nicaraguensi e la fine del cooperativismo, ma si sviluppa anche una dinamica di corruzione tra i dirigenti sandinisti. Non avrei mai pensato che uno dei fondatori del sandinismo e figura emblematica della rivoluzione, Tomás Borge, avrebbe realizzato un libro-lode-libello – mascherato da intervista a Carlos Salinas de Gortari – intitolato “Dilemmi della modernità”.

Il 16 gennaio 1992 si firmano gli accordi di Chapultepec che mettono fine alla guerra in Salvador, senza che una serie di richieste centrali del popolo siano state accolte, in particolare, il diritto alla terra. In mezzo a questo processo, il signor Joaquín Villalobos (“dirigente” del FMLN), che già aveva sulle spalle la terribile decisione di uccidere il grande poeta Roque Dalton, consegna il suo AK-47 a Carlos Salinas de Gortari.

Dopo questo, si cercò di riportare tutto nell’ambito istituzionale della democrazia rappresentativa. Tutti promuovevano una sinistra che si limitasse ad essere il cliente impertinente dello Stato capitalista.

In mezzo all’euforia anticomunista e ai discorsi in cui si proclamava la fine della storia e l’arrivo di un nuovo ordine mondiale, qualcuno descrisse bene l’epoca in cui vivevamo e fece un’affermazione che diede senso alla nostra stoltezza: Eduardo Galeano, che scrisse un testo memorabile: “A Bucarest, una gru si porta via la statua di Lenin. A Mosca, una folla avida fa la coda da McDonald’s. L’abominevole muro di Berlino si vende a pezzi, e Berlino Est conferma che si trova a destra di Berlino Ovest. A Varsavia e a Budapest, i ministri economici parlano come Margaret Thatcher. A Pechino pure, mentre i carri armati schiacciano gli studenti. Il Partito Comunista Italiano, il più importante in Occidente, annuncia il suo prossimo suicidio. Si riducono gli aiuti sovietici all’Etiopia ed il colonnello Mengistu scopre improvvisamente che il capitalismo è buono. I sandinisti, protagonisti della rivoluzione più bella del mondo, perdono le elezioni: Cade la rivoluzione in Nicaragua, titolano i giornali. Sembra non esserci più posto per le rivoluzioni, se non nelle vetrine del Museo Archeologico, né c’è posto per la sinistra, salvo per la sinistra pentita che accetta di sedersi alla destra dei banchieri. Siamo tutti invitati al funerale mondiale del socialismo. Il corteo funebre include, come dicono, l’umanità intera.

Confesso di non crederci. Questi funerali hanno confuso il morto”.

(Eduardo Galeano: El niño perdido a la intemperie).

L’insurrezione zapatista del 1° gennaio aprì un nuovo ciclo di confronti sociali. La capacità di trasmettere il loro messaggio, che era ed è quello dei condannati della terra, aprì una breccia per ri-percorrere la strada nella ricerca di una pratica emancipatrice.

Il pensiero libertario zapatista aprì un grande buco nell’edificio ideologico apparentemente solido del potere del capitale, e permise che da lì si esprimessero vecchie buone idee e nuove buone idee.

Tra l’euforia della classe dominante; mentre si levavano coppe di champagne per brindare al nostro ingresso nel primo mondo (il 1° gennaio entrava in vigore il Trattato di Libero Commercio); quando il priismo era consolidato, mentre era riuscito a “scoprire” il suo candidato senza che si verificassero rilevanti spaccature al suo interno; quando le 15 famiglie più ricche del paese festeggiavano la capacità degli strumenti di controllo di dominare i “poveracci” (come era solito definire i poveri lo zar della televisione privata: Emilio Azcárraga Milmo); avvenne l’insurrezione dei popoli zapatisti. Scelsero questa data per dimostrare che la memoria non era stata sconfitta da una modernità escludente.

Né il governo ed i partiti di destra, né la sinistra o i settori democratici, avevano la minima idea che sarebbe successo qualcosa di simile. Sapevamo del rancore che covava, ma non pensavamo che avrebbe potuto esprimersi in questa maniera.

Incominciammo a cercare di capire. Ovviamente, non solo non sempre non capivamo esattamente l’insieme della nuova grammatica della ribellione zapatista, ma molte idee ci erano estranee e, molte volte, le fraintendevamo.

La cosa più importante è che il 1° gennaio fu una boccata d’aria fresca. Uscimmo per le strade non solo per chiedere al governo di fermare la guerra, ma per evidenziare che tutti i proclami alla fine della storia erano, prima di tutto, vuoti discorsi ideologici.

L’idea che NON tutto fosse perduto fu la chiave per comprendere che, alla fine, quella ribellione non era altro che una crepa attraverso cui potevamo vedere che c’erano ancora molte lotte da combattere. Che la storia non solo non era finita, ma era, ancora, una-molte pagine in bianco.

Ora possiamo aggiungere che, per noi, l’insurrezione zapatista non è un’effemeride, un evento che corre il pericolo di essere inghiottito dal carattere onnivoro del capitalismo. Che, nonostante i tentativi dei mezzi di comunicazione, lo zapatismo non fa parte della società dello spettacolo.

Lo zapatismo è stato un processo effettivamente ricco di molti brillanti momenti, ma prima di tutto, è stato un processo ininterrotto di lotte, azioni, esperienze che, concatenate tra loro, hanno costituito una nuova pratica della sinistra del basso.

Dunque, nonostante le volte che commentatori ed analisti – che confondono la loro illusione con la realtà – hanno dato per morto lo zapatismo, questo non solo è andato avanti ma ha continuato a generare nuovi processi sociali.

All’interno, con lo sviluppo dell’autonomia (autentico processo di auto-organizzazione senza paralleli nella storia, per lo meno in maniera tanto profonda e prolungata) e la costruzione di nuove relazioni sociali, cioè, di nuove forme di vita. E verso l’esterno, non cercando di egemonizzare od omogeneizzare né dirigere altri movimenti sociali.

Collocandosi sempre al fianco dei perseguitati, vilipesi e offesi, in particolare, dei più perseguitati, più vilipesi e più offesi.

Non in funzione della difesa in astratto della patria o della nazione, bensì in funzione degli esseri umani che, vivendo in basso ed ancora più in basso, sono considerati prescindibili o semplice carne da cannone che non merita nient’altro che seguire sempre i suoi dirigenti sempre pronti a dire loro quando alzare la mano. Quegli esseri umani che sono l’essenza fondamentale della patria o della nazione.

Se qualcuno domandasse ad uno zapatista: Quali sono stati i tuoi anni migliori? Lui risponderebbe: “Quelli che verranno”. Perché alcune delle cose più importanti che ci ha dimostrato lo zapatismo, è la sua permanente volontà di lotta, la sua capacità organizzativa e la sua convinzione – a prova di tutto, perfino dell’incomprensione di molt@ – che vinceremo.

Se la ribellione zapatista – della quale vogliamo essere complici – non è una data, né un compleanno, né un avvenimento, né qualcosa di pietrificato, dogmatico o finito, allora, è qualcosa che si prepara, si costruisce, si consolida ogni i giorno.

Se altri vogliono darsi per sconfitti perché ritengono che ormai si è persa “la madre di tutte le battaglie”, è un suo diritto. Noi preferiamo la visione che, come dicevano gli studenti francesi del maggio 1968: “questo non è che l’inizio, la lotta continua”.

Molta acqua è passata sotto i ponti dal 1° gennaio 1994. E molti gli attacchi dei signori del denaro, della classe politica e dei suoi palafrenieri, “intellettuali” da strapazzo che fin dal primo giorno furono ingaggiati per una missione impossibile: denigrare con una certa credibilità i popoli zapatisti e il suo esercito. Le penne in divisa si offrirono al miglior offerente, dal libello Nexos fino a quello che oggi è il suo specchio: il quotidiano La Razón. Tutti loro hanno accolto diversi legulei disposti a mostrarsi per quello che sono: mercenari che scrivono con la mano destra e riscuotono con la sinistra.

L’impulso vitale che veniva dal basso fu ascoltato e compreso solo da una parte della sinistra messicana. Quella che non soffre di torcicollo a forza di tenere la testa sempre rivolta a guardare in alto, ad aspirare ad un potere che – benché nessuno di loro se ne sia accorto – non esiste più, è un ologramma.

Da parte nostra, quelli che mantenevamo il progetto ribelle dell’Altra Sinistra, decidemmo, con l’aiuto dell’esempio dei popoli zapatisti, di restare in basso e a sinistra. Ostinati nel costruire un’altra realtà, dove i meccanismi comunitari di auto-organizzazione siano il motore delle trasformazioni pratiche e teoriche. Al fianco di chi vive nelle cantine e ai piani bassi del palazzo capitalista.

Per realizzare questa costruzione fu necessario essere dispost@ a ri-apprendere molte cose, come vedremo più avanti.

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In questo processo nel quale “l’educatore deve essere educato”, riapprendere è stato fondamentale.

Naturalmente, la strada non è stata facile. Molti paradigmi teorici del pensiero di sinistra sono stati messi in discussione:

a) L’idea di un’avanguardia che guida dall’esterno il movimento sociale.

b) L’idea che la teoria è ad esclusiva dei pensatori universitari.

c) L’idea che la classe operaia sia l’unica classe rivoluzionaria.

d) L’idea che l’importante nel concetto di lotta di classe, sia il secondo elemento e non il primo.

e) L’idea che la diversità e le differenze siano un ostacolo per lottare insieme.

f) L’idea che lo Stato è l’unico strumento utile per cambiare in maniera duratura le condizioni di vita e l’organizzazione sociale del popolo.

g) L’idea che lottiamo per una rivoluzione socialista alla quale si deve firmare un assegno in bianco, lasciando da parte le cosiddette lotte minoritarie (indigene, donne, omosessuali, lesbiche, altri amori, punk, eccetera).

h) L’idea della sinistra – che ha un pensiero unico – che chi non rientra nella sua visione è un nemico.

Di fronte a questa crisi di paradigmi abbiamo cominciato a costruire un pensiero molto Altro. La prima cosa è stata rompere con la convinzione che la politica sia un compito che possono svolgere solo gli specialisti. Che si tratta di un discorso pieno di arcani segreti non adatto alla popolazione in generale.

Un po’ alla volta abbiamo scoperto che esiste un’altra teoria: quella che nasce in seno ai movimenti veri, quelli che non sono rondini che non fanno primavera. Che è lì nelle comunità, nei quartieri, negli ejidos, nei villaggi, dove la gente comincia a riflettere sul significato di prendere in mano il controllo dei propri destini e, a partire da lì, elaborare una teoria prodotta da sé stessi.

Quell’irruzione dei “pedoni della storia”, come dicono i compagni zapatisti, ha messo in crisi più d’uno di quelli che si considerano possessori del pensiero politico, che hanno le “risposte” a tutto quello che accade nel mondo, che è il prodotto di una lettura profonda… dei giornali. Naturalmente, come sempre succede, nessun popolo presta loro attenzione.

Le ed i clandestini della politica, quelli che non hanno ruoli né titoli universitari sono quelli che, già da molti anni, stanno facendo la vera teoria politica.

La grande domanda a coloro che si ritengono organizzazioni d’avanguardia e a coloro che si considerano “creatori di opinione” è sapere se hanno la modestia di ascoltare queste voci. Se sono capaci di abbassare il volume del frastuono che producono le loro teorie quasi sempre prodotto di piani analogici validi per qualunque momento della storia, cioè, per nessuno.

Si impara ad ascoltare solo quando si tace. Sarà possibile che dopo tanti anni di parlare, la sinistra abbia la capacità di tacere ed ascoltare? Le voci che vengono dal basso, anche se di pochi decibel, sono chiare e nitide. È solo questione di abbassarsi un po’ e prestare attenzione.

Ed allora, ci accorgeremo che dal profondo della società messicana, come un fiume, stanno sgorgando un tale livello di idee e pensieri come quelli che oggi vediamo nella Escuelita Zapatista. Se aguzziamo l’udito per guardare dovremo riconoscere che sì, è vero, le nuove generazioni di zapatisti sono molto più lucide e capaci di quelle che fecero l’insurrezione. Le molteplici voci delle basi di appoggio zapatiste ci confermano che, nonostante l’importante sforzo del suo capo militare e portavoce, lui è riuscito a trasmetterci solo un pallido riflesso di quello che stava accadendo in territorio zapatista.

La ricchezza di questa esperienza ci ha fornito nuovi strumenti pratici e teorici. È nostra responsabilità che il loro uso sia fruttifero. Sappiamo che non è stato facile, e siamo lontani dal successo, ma ci stiamo provando, davvero ci stiamo provando. Ed oggi possiamo dire che siamo qua.

Che non ci arrendiamo, che non ci vendiamo, che non rinneghiamo. Che, senza dubbio, ci siamo sbagliati, ma siamo riusciti a preservare il fuoco e separare la cenere. Che questo fuoco oggi è solo una fiamma, o meglio, una fiammella, ma che tutti i giorni è alimentato da due cose: le azioni distruttive del potere neoliberale escludente e rapace che ci obbliga a mantenerci nell’imperativo categorico di eliminarlo, e la volontà incrollabile di quello che siamo.

Ogni giorno con la nostra pratica e pensiero vegliamo su questa fiamma o fiammella che rappresenta la nostra volontà di lottare contro lo sfruttamento, la spoliazione, la repressione ed il disprezzo, cioè, contro l’essenza del capitalismo.

Facciamo nostre le seguenti parole che voi avete pronunciato al festival della Digna Rabia:

Permettetemi di raccontarvi questo: L’EZLN ebbe la tentazione dell’egemonia e dell’omogeneità. Non solo dopo l’insurrezione, anche prima. Ci fu la tentazione di imporre modi e identità. Che lo zapatismo fosse l’unica verità. Ed in primo luogo furono le comunità ad impedirlo, e poi ci insegnarono che non è così, che non si fa così. Che non potevamo sostituire un dominio con altro e che dovevamo convincere e non vincere chi era ed è come noi ma non è noi. Ci insegnarono che ci sono molti mondi e che è possibile e necessario il mutuo rispetto

Quello che vogliamo dirvi, è che questa pluralità tanto uguale nella rabbia e tanto diversa nel sentirla, è la direzione e il destino che noi vogliamo e vi proponiamo

Non tutti sono zapatisti (cosa di cui in alcuni casi ci rallegriamo). Non siamo nemmeno tutti comunisti, socialisti, anarchici, libertari, punk, ska, dark e come ognuno chiami la propria differenza …”

(Stralci del discorso del Subcomandante Insurgente Marcos: “Sette venti nei calendari e geografie del basso”).

Questa concezione ci sollecita a continuare a formulare una risposta. Di seguito daremo alcune idee che vogliono essere solo una riflessione iniziale.

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Nella Sesta non diciamo che tutti i popoli indios entrino nell’EZLN, né diciamo che guideremo operai, studenti, contadini, giovani, donne, altri, altre. Diciamo che ognuno ha il suo spazio, la sua storia, la sua lotta, il suo sogno, la sua proporzionalità. E diciamo di stringere un patto per lottare insieme per il tutto e per ognuno. Fare un patto tra la nostra rispettiva proporzionalità ed il paese che ne risulti, che il mondo che nasca sia formato dai sogni di tutti e di ogni diseredato.

Che quel mondo sia così variopinto che non ci siano gli incubi che assillano chi sta in basso.

Ci preoccupa che in quel mondo partorito da tanta lotta e tanta rabbia, si continui a considerare la donna con tutte le varianti del disprezzo che la società patriarcale ha imposto; che si continuino a considerare stranezze o malattie le diverse preferenze sessuali; che si continui a presumere che i giovani devono essere addomesticati, cioè, obbligati a “maturare”; che noi indigeni continuiamo ad essere disprezzati e umiliati o, nel migliore dei casi, considerati come i buoni selvaggi che bisogna civilizzare.

“Ci preoccupa che quel nuovo mondo non sia un clone di quello attuale, o un transgenico o una fotocopia di quello che oggi ci inorridisce e ripudiamo. Ci preoccupa, dunque, che in quel mondo non ci sia democrazia, né giustizia, né libertà.

Allora vogliamo dirvi, chiedere, di non fare della nostra forza una debolezza. L’essere tanti e tanto differenti ci permetterà di sopravvivere alla catastrofe che si avvicina, e ci permetterà di costruire qualcosa di nuovo. Vogliamo dirvi, chiedervi, che quel nuovo sia anche differente”.

(Stralci del discorso del Subcomandante Insurgente Marcos: “Sette venti nei calendari e geografie del basso”).

Che cosa scriveremmo se oggi avessimo la pretesa di dire che cosa ci dimostra l’esperienza zapatista?

Ogni volta che un uomo, una donna, un bambino o un anziano basi di appoggio zapatista parla della sua lotta, della sua autonomia, della sua resistenza, c’è una parola che si ripete con insistenza: organizzazione. Ma come arrivarci? Il problema non si risolve utilizzando la parola come una specie di “apriti sesamo” buona per tutto.

Nemmeno si può semplicemente portare a modello quello che loro stessi ci dicono non essere un modello. Loro l’hanno fatto così, ma ci saranno altri modi.

Se respingiamo il pensiero unico della destra, è impossibile pensare ora di introdurre una specie di pensiero unico della sinistra del basso.

No, si tratta invece di imparare dalle esperienze quotidiane che viviamo. E queste esperienze benché simili non saranno uguali. Ma, ci sarebbe qualcosa che ci permetta di orientarci in questo tortuoso cammino?

Sì, molte cose, per lo meno è quello che pensiamo noi.

a) Metterci sempre al fianco dei condannati della terra.

b) Non guardare in alto, ma nemmeno in basso. Cercare sempre di lanciare sguardi di complicità ai lati, cioè dove apparteniamo, in basso.

c) Privilegiare l’ascolto al discorso. Dare l’opportunità che chi sta in basso parli e ci dica quello che sa.

d) Capire che è inevitabile che dal potere e dai suoi media arrivino linciaggi contro quegli altr@ che stonano, che non si inquadrano né quadrano: contro i ribelli.

e) Sfuggire alla tentazione di guidare i movimenti. Questo provoca sempre una vertigine. Sorge sempre la domanda di come si esprimeranno quelli che lottano, la popolazione che vive in basso, se non c’è chi li guidi. Perché la risposta, molto semplice, comporta una grande complessità accettarla: da loro stessi.

f) Rispettare le forme organizzative che ognuno si dà, benché ci sembrino tortuose e disperatamente lente. Ognuno a modo suo.

g) Non perseguire le congiunture che ci impongono dall’alto, bensì lavorare per creare le nostre proprie congiunture. Muovere le tavole della politica vuol dire non rispettare le regole del “politicamente corretto”. Aspiriamo ad essere “politicamente scorretti”.

h) Lavorare e costruire nella differenza. Generando spazi abitabili dove le donne non siano vessate per il semplice fatto di essere donne. Dove si accettino le diverse preferenze sessuali. Dove non si imponga una religione ma neanche l’ateismo. Dove si promuova l’incontro dei diversi, degli altr@.

i) Dove non ci auto-limitiamo perché la polis è molto più complessa della selva. Molti hanno detto che gli zapatisti possono fare ciò che fanno perché la loro società non è complessa. Che nelle grandi città viviamo in una società complessa che impedisce la possibilità che le persone prendano il controllo del proprio destino. Questo è stato teorizzato sia dalla destra che dalla sinistra. Questo “argomento” contiene due stupidaggini: pensare che i popoli zapatisti formino una società semplice. Chi dice questo non è mai stato in territorio zapatista, dove quasi ogni compagn@ è un municipio autonomo. Semplicemente bisogna ricordare che in una Giunta di Buon Governo convivono compagn@ che parlano fino a quattro lingue differenti. L’altra stupidaggine è sottovalutare i popoli delle grandi città ed espropriarli della capacità di decisione per un problema tecnico: la difficoltà di comunicazione. Dico, questi stessi sono quelli che cantano le glorie di Internet e delle reti sociali.

Infine, queste sono solo alcune idee. Non tutte, e molto probabilmente neanche le migliori.

La questione è che come dice qualcuno: la storia ci morde il collo, dobbiamo voltarci e mordere il collo alla storia. Chiaro, tutto questo fatto con grande serenità e pazienza.

In questo processo sorgeranno molte esperienze dalle quali apprendere. Qui sì “fioriranno cento fiori” che rappresentino cento o più forme di organizzazione diverse. Non ci sono altri limiti se non quelli che ci imponiamo noi stessi.

Nelle parole che ricordiamo de@ compagn@ dell’EZLN durante il festival della Digna Rabia, si trova la cosa fondamentale di quella che sarebbe la buona notizia: Sì, è vero, il popolo unito non sarà mai vinto, ma a patto che sarà sempre nella diversità che si costruisca il grande Noi che questo paese ed il mondo necessita.

Da parte nostra, infine, vogliamo dire che dal 1° gennaio del 1994 abbiamo deciso che il nostro futuro è al fianco dei nostri fratelli e sorelle e compagn@ zapatisti. Che non siamo stati di quelli che hanno voluto semplicemente farsi fare una foto nel momento in cui i mezzi di comunicazione, e quelli che seguono sempre la moda, spiavano i dirigenti zapatisti, in particolare il Subcomandante Insurgente Marcos.

Ed oggi, quasi 20 anni dopo la grande insurrezione e 20 anni dopo da quando abbiamo saputo che la vostra ribellione è anche la nostra, compagn@ zapatisti vi diciamo: siamo qua, qua seguiremo, cercando di camminare con voi, spalla a spalla, come parte della Sexta. Vi diciamo che, effettivamente, anche noi abbiamo un obiettivo molto modesto: cambiare la vita, cambiare il mondo.

Per tutto quanto detto sopra e per molte altre ragioni e non, un gruppo di uomini, donne, bambin@, anzian@, altr@, abbiamo deciso di organizzarci, perché abbiamo capito che la ribellione organizzata è una delle strade, per noi la più importante, che ci porterà dove vogliamo andare.

Non a costruire una strada unica e senza ostacoli, bensì una strada dove incontriamo molt@ altr@ e possiamo lavorare insieme senza che questo significhi dire loro: “venite di qua, questo è bene”. Perché dopo venti anni stiamo imparando che le strade si fanno camminando, nell’azione e non in dibattiti teorici senza radici pratiche.

Dalle visioni zapatiste del mondo, del Messico e della vita, vogliamo generare una cornice comune, un rifugio abitabile alla nostra ribellione, una casamatta che sia un punto di appoggio per continuare col nostro lavoro di vecchia talpa (o meglio: di scarabeo chiamato Don Durito de la Lacandona) che corrode le fondamenta del capitale.

Per questo, noi, ribelli ed insubordinati, esprimiamo la volontà di camminare insieme agli zapatisti ed il desiderio di essere vostri compagn@. Vi diciamo che ce la metteremo tutta e che, effettivamente, nella lunga notte che è stato quello che qualcuno chiama giorno, prima o poi “la notte sarà il giorno che sarà il giorno”.

Fuori non è più notte… già si vede l’orizzonte.

Sergio Rodríguez Lascano

Messico, dicembre 2013

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/12/20/carta-a-nuestrs-companers-del-ejercito-zapatista-de-liberacion-nacional/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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SupMarcos: Rewind 1.

QUANDO I MORTI TACCIONO A VOCE ALTA

(Rewind 1)

(Nel quale si riflette sulle/sugli assenti, le biografie, narra il primo incontro di Durito col Gatto-Cane, e parla di altri temi che non fanno al caso, o cosa, come detterà il post scriptum impertinente)

Novembre-Dicembre 2013

A me pare che abbiamo fatto molta confusione sulla questione della Vita e della
Morte. Mi sembra che quella che chiamano la mia ombra qui sulla terra,
sia la mia
autentica sostanza. Mi pare che, guardando le cose spirituali, siamo
come ostriche che osservano il sole attraverso l’acqua e pensano che
l’acqua torbida sia la più fine delle atmosfere. Mi sembra che il mio corpo
non sia altro che le azioni del mio essere migliore. Di fatto, che si prenda il mio corpo
chiunque voglia, che se lo prenda, dico: non sono io.

Herman Melville “Moby Dick”.

Da molto tempo sostengo che la maggioranza delle biografie non sono altro che una menzogna documentata, e a volte, non sempre, ben scritta. Il biografo medio ha una convinzione previa ed il margine di tolleranza è molto ridotto, se non inesistente. Con questa convinzione comincia a frugare nel puzzle di una vita che gli è estranea (per questo il suo interesse nel fare la biografia), e raccoglie i pezzi falsi che gli permettano di documentare la propria convinzione, non la vita recensita.

La cosa certa è che forse potremmo conoscere con certezza data e luogo di nascita, e, in alcuni casi, data e luogo di morte. Oltre a ciò, la maggior parte delle biografie dovrebbero rientrare nel genere dei “romanzi” o della “fantascienza”.

Che cosa resta dunque di una vita? Tanto o pco, diciamo noi.

Tanto o poco, dipende dalla memoria.

O, piuttosto, dai frammenti che quella vita ha impresso nella memoria collettiva.

Se questo non vale per biografi ed editori, poco importa alla gente comune. Normalmente quello che realmente importa non appare sui mezzi di comunicazione, né si può misurare coi sondaggi.

Ergo, di una persona assente abbiamo solo pezzi arbitrari del complesso puzzle fatto di brandelli, squarci e propensioni che si conoscono come “vita”.

Quindi, con questo inizio confuso, permettetemi di prendere qualcuno di questi pezzi frammentari per abbracciare ed abbracciarci per il passo che oggi ci manca e che ci è necessario…

-*-

Un concerto nel silenzio messicano. Don Juan Chávez Alonso, purépecha, zapatista e messicano, fa un gesto come per allontanare un insetto fastidioso. È la sua risposta alle scuse che gli porgo per uno dei miei rozzi spropositi. Siamo in territorio Cucapá, in mezzo ad un terreno sabbioso. In quelle coordinate geografiche e quando nel calendario è indicata la Sesta 2006 nel Nordovest del Messico, nella grande tenda da campeggio che usa come alloggio, Don Juan prende la chitarra e chiede se vogliamo ascoltare un pezzo che ha composto. Qualche accordo ed inizia un concerto che, letteralmente, narra l’insurrezione zapatista del primo gennaio 1994 fino alla presenza della Comandanta Ramona nella formazione del Congresso Nazionale Indigeno.

Poi il silenzio, come fosse una nota in più.

Un silenzio nel quale tacevano a voce alta i nostri morti.

-*-

Anche nel nordest messicano, la follia sanguinaria del Potere tinge di assurdi ancora impuni il calendario del basso. 5 giugno 2009. L’avidità e il dispotismo governativi hanno dato fuoco ad un asilo infantile. Le vittime mortali, 49 bambini e bambine, sono gli effetti collaterali quando si distruggono archivi compromettenti. All’assurdo che siano i genitori a seppellire i figli, segue quello di una giustizia debole e corrotta: i responsabili non ricevono un mandato di cattura, bensì poltrone nel gabinetto del criminale che, sotto l’azzurro di Azione Nazionale, tenterà di occultare il bagno di sangue nel quale ha sommerso il paese intero.

Dove i biografi interrompono gli appunti “perché pochi anni di vita non sono redditizi”, la storia del basso apre il suo quaderno di altri assurdi: con la sua ingiusta assenza, questi bimbi hanno partorito altri uomini e donne. Da allora, i loro genitori innalzano la domanda di giustizia più grande: che l’ingiustizia non si ripeta.

-*-

Il problema con la vita è che alla fine ti uccide”, avrebbe detto Durito, le cui fantastiche storie cavalleresche divertivano tanto la Chapis. Tuttavia lei avrebbe domandato, con quell’impertinente miscuglio di ingenuità e sincerità che sconcertava chi non la conosceva, “e perché un problema?”. Don Durito de La Lacandona, scarabeo di origine e di mestiere cavaliere errante, avrebbe evitato di polemizzare con lei, dato che, secondo un presunto regolamento della cavalleria errante, non si deve contraddire una signora (soprattutto se la signora in questione ha buone conoscenze “molto in alto”, aggiungeva Durito che sapeva che la Chapis era religiosa, suora, sorella, o come voi chiamate le donne che fanno della fede la loro vita e professione).

La Chapis non ci conosceva. Voglio dire, non come chi ci guarda da fuori e scrive su di noi, parla… o sparla (sapete bene quanto le mode siano passeggere). La Chapis era con noi. E lo era tempo prima che uno scarabeo impertinente si presentasse sulle montagne del sudest messicano e si dichiarasse cavaliere errante.

E forse a farla essere tra noi era che alla Chapis non sembrava inquietare tanto la faccenda della vita e della morte. Quell’atteggiamento tanto nostro, dei neozapatisti, in cui tutto si inverte e non è la morte che preoccupa ed occupa, ma la vita.

Ma la Chapis non era solo tra noi. È chiaro che fummo solo una parte del suo cammino. E se ora vi racconto qualcosa di lei non è per fornire appunti per la sua biografia, ma per dirvi quello che qua sentiamo. Perché la storia di questa credente, la sua storia con noi, è di quelle che fanno dubitare gli atei fanatici.

“La religione è l’oppio dei popoli”? Non lo so. Quello che so è che la spiegazione più brillante che ho sentito sulla distruzione e spopolamento che la globalizzazione neoliberale opera in un territorio, l’ha data non un teorico marxista-leninista-ateista-e-altri-ista, ma… un parroco cristiano, cattolico, apostolico e romano, aderente alla Sexta, e confinato dall’alto clero (“per pensare troppo”, mi disse come chiedendo scusa) in uno dei deserti geografici dell’altopiano messicano.

-*-

Credo (forse mi sbaglio, non sarebbe la prima volta e, certamente, non sarà l’ultima) che molta gente, se non tutta, che si è avvicinata a quello che si conosce come neozapatismo, l’ha fatto cercando risposte a domande fatte nelle storie personali di ognuno, secondo il proprio calendario e geografia. E che ha indugiato solo l’indispensabile per trovare la risposta. Quando si sono accorti che la risposta era il monosillabo più problematico della storia, si sono voltati da un’altra parte ed hanno seguito quella direzione. Non importa quanto dicano e si dicano che continuano a stare qua: sono andati via. Qualcuno più velocemente di altri. E la maggioranza di loro non ci guardano, o lo fanno con la stessa distanza e sdegno intellettuale mostrati calendari prima che albeggiasse il gennaio del 1994.

Credo di averlo detto prima, in qualche altra missiva, non sono sicuro. Ma dico, o ribadisco, che quel pericoloso monosillabo è “tu“. Così, minuscolo, perché questa risposta era ed è intima per ognuno. Ed ognuno la prende con rispettivo terrore.

Perché la lotta è collettiva, ma la decisione di lottare è individuale, personale, intima, come lo è quella di continuare o tentennare.

Voglio dire che le poche persone che sono rimaste (e non mi riferisco alla geografia ma al cuore) non hanno trovato questa risposta? No. Quello che cerco di dire è che la Chapis non venne a cercare quella risposta alla sua personale domanda. Lei già conosceva la risposta ed aveva fatto di quel “tu” la sua strada e meta: il suo essere credente e conseguente.

Molte altre, molti altri come lei, ma diversi, si sono risposti in altri calendari e geografie. Atei e credenti. Uomini, donne ed otroas di tutti i calendari. Sono quelli, quelle, ésoas, che sempre, vivi o morti, si pongono di fronte al Potere non come vittime, ma per sfidarlo con la multipla bandiera della sinistra del basso. Sono le nostre compagne, compagni e compañeroas… benché nella maggioranza dei casi né loro né noi lo sappiamo… non ancora.

Perché la ribellione, amici e nemici, non è patrimonio esclusivo dei neozapatisti. È dell’umanità. E questo è qualcosa che bisogna celebrare. Da tutte le parti, tutti i giorni e a tutte le ore. Perché anche la ribellione è celebrazione.

-*-

Non sono pochi né deboli i ponti che, da tutti gli angoli del pianeta Terra, sono stati lanciati fino a questi suoli e cieli. A volte con sguardi, a volte con parole, sempre con la nostra lotta, li abbiamo attraversati per abbracciare quell’uno altro che resiste e lotta.

Forse di questo e nient’altro si tratta “l’essere compagni”: di attraversare ponti.

Come in questo abbraccio fatto lettere per le sorelle della Chapis alle quali, come a noi, manca e, come noi, hanno bisogno di lei.

-*-

L’impunità, caro Matías, è qualcosa che solo la giustizia
può concedere; è la Giustizia che esercita l’ingiustizia”.

Tomás Segovia, ne “Cartas Cabales”.

Già prima ho detto che, secondo la mia umile opinione, ognuno è l’eroe o l’eroina della propria storia individuale. E che nel sedativo autocompiacimento di raccontare “questa è la mia storia personale”, si pubblicano fatti e misfatti, si inventano le fantasie più incredibili, ed il narrare aneddoti somiglia troppo al fare i conti dell’avaro che ruba il non suo.

L’ancestrale affanno di trascendere la propria morte trova nelle biografie il sostituto dell’elisir dell’eterna giovinezza. Chiaro, anche nella discendenza. Ma la biografia è, per così dire, “più perfetta”. Non si tratta di qualcuno a cui si somiglia, è “l’io” esteso nel tempo grazie alla “magia” della biografia.

Il biografo di sopra ricorre a documenti d’epoca, forse a testimonianze di familiari, amici o compagn@ della vita di cui la morte si appropria. I “documenti” hanno la stessa certezza delle previsioni meteorologiche e le testimonianze ovviano alla sottile separazione tra il “io credo che…” ed il “io so che…”. E la “veridicità” della biografia si misura per la quantità di note a piè di pagina. Per le biografie vale la stessa regola delle fatture per spesa per “immagine” del governo: quanto più sono voluminose, tanto più sono corrette.

Attualmente, con internet, twitter, facebook ed equivalenti, i miti biografici smussano le loro fallacie e, voilà, si ricostruisce la storia di una vita, o suoi frammenti, che poco o niente hanno a che vedere con la storia reale. Ma non importa, perché la biografia è pubblicata, stampata, circola, è letta, citata, recitata… come la menzogna.

Controllate nelle moderne fonti documentali delle biografie future, cioè, Wikipedia ed i blog, Facebook ed i rispettivi “profili”. Ora fate il confronto con la realtà:

Non vi fa rabbrividire pensare che, forse, in un futuro…

Carlos Salinas de Gortari sarà “il visionario che comprese che vendere la Nazione era, oltre ad un affare di famiglia (certo, intendendo come famiglia quella di sangue e quella politica), un atto di moderno patriottismo”, e non il leader di una banda di traditori (non fatevi ingannare, nell’opposizione “matura e responsabile” ce ne sono divers@ che appoggiarono la riforma dell’articolo 27 della Costituzione, lo spartiacque della claudicazione dello Stato Nazionale in Messico);

Ernesto Zedillo Ponce de León non sarà “l’uomo di Stato” che portò la Nazione da una crisi ad un’altra peggiore (oltre ad essere uno degli autori intellettuali, insieme ad Emilio Chuayffet e Mario Renán Castillo, del massacro di Acteal), ma seppe tenere “le redini del paese” con un singolare senso dell’umorismo… per finire ad essere quello che è sempre stato: l’impiegato di una multinazionale;

Vicente Fox sarà la dimostrazione che il posto di presidente di una repubblica e di una filiale di bibite è intercambiabile… e che entrambi i posti possono essere occupati da inetti;

Felipe Calderón Hinojosa sarà un “presidente coraggioso” (perché altri morissero) e non uno psicopatico che rubò l’arma (la presidenza) per i suoi giochi di guerra… e che finì ad essere quello che era sempre stato: l’impiegato di una multinazionale;

Enrique Peña Nieto sarà un presidente colto e intelligente (“è ignorante e stupido ma abile”, è il nuovo profilo che gli si costruisce nei capannelli degli analisti politici), e non un analfabeta funzionale (come dice il proverbio popolare: “ciò che natura non dà, Monex non compra”)…?

Ah, le biografie. Non poche volte sono autobiografie, benché siano i discendenti (o i complici) a promuoverle e così addobbano il loro albero genealogico.

I criminali della classe politica messicana che hanno malgovernato queste terre continueranno ad essere, per coloro che subirono i loro eccessi, criminali impuni. Non importa quante righe si paghino sui media; né quanto si spenda in azioni spettacolari per le strade, sulla stampa scritta, in radio e televisione. Dai Díaz (Porfirio e Gustavo) ai Calderón e Peña, dai Castellanos e Sabines agli Albores e Velasco, è solo il succedersi (sulle reti sociali, perché sui media di massa sono sempre “persone responsabili e mature”) della ridicola frivolezza dei “junior”.

Ma il mondo è rotondo e nel continuo sali scendi dalla politica di sopra, si può passare, in poco tempo, dalla copertina di “Hola”, a “RICERCATO: CRIMINALE PERICOLOSO”; dall’euforia del dicembre del TLC, al dopo sbornia dell’insurrezione zapatista; da “uomo dell’anno”, allo “sciopero della fame” con acqua minerale di marca “chic” (inutile mio caro, perfino per le proteste ci sono classi sociali); dagli applausi per le brutte barzellette, al parricida putativo da concretarsi; dal nepotismo e la corruzione ornate di furberie, alle indagini per legami col narcotraffico; dalle divise militari taglia extra large, all’esilio pavido e macchiato di sangue; dall’euforia del dicembre di svendita a…

-*-

Con tutto questo e quello che segue, voglio dire che non si devono scrivere-leggere biografie? No, ma quello che fa girare la vecchia ruota della storia sono i collettivi, non gli individui… o individue. La storiografia si nutre di individualità; la storia impara dai popoli.

Voglio dire che non bisogna scrivere-studiare la storia? No, ma quello che dico è che è meglio farla nell’unico modo possibile, cioè, con altri ed organizzati.

Perché la ribellione, amici e nemici, quando è individuale è bella. Ma quando è collettiva ed organizzata è terribile e meravigliosa. La prima è materia di biografie, la seconda fa la storia.

-*-

Non con le parole abbracciamo i nostri compagni e compagne zapatisti, atei e credenti,

quelli che di notte si misero in spalla lo zaino e la storia,

quelli che afferrarono con le mani il lampo e il tuono,

quelli che indossarono gli stivali senza futuro,

quelli che si coprirono il volto e il nome,

quelli che, senza aspettarsi nulla in cambio, morirono nella lunga notte

affinché altri, tutti, tutte, in un’alba ancora da venire,

possano vedere il giorno come si deve fare,

ovvero, di fronte, in piedi e con lo sguardo e il cuore in alto.

Per loro né biografie né musei.

Per loro la nostra memoria e ribellione.

Per loro il nostro grido:

libertà! Libertà! LIBERTÀ!

Bene. Salve e che i nostri passi siano grandi come i nostri morti.

Il SupMarcos.

P.S. OVVIE ISTRUZIONI. – Ora siate così gentili da leggere, in calendario inverso, dal Rewind 1 al 3, e forse troverete il gatto-cane ed alcuni dubbi si chiariranno. E sì, siate certi che altre domande sorgeranno.

P.S. CHE SODDISFA, SOLLECITA, I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA. – Ah! Commovente lo sforzo dei contras sui media di massa di tentare di fornire argomenti ai pochi lettori-ascoltatori-spettatori contras che gli rimangono. Ma, generosamente visto il periodo natalizio, vi mando alcuni tips affinché li usiate come materiale giornalistico:

– Se le condizioni delle comunità indigene zapatiste sono le stesse di 20 anni fa e non è progredito nulla nel loro livello di vita, perché l’EZLN – come fece nel 1994 con la stampa di massa – si “apre” con la escuelita affinché la gente del basso veda e conosca direttamente, SENZA INTERMEDIARI, quello che c’è qua?

E messo in “forma interrogativa”, perché nello stesso periodo si è ridotto, in modo esponenziale, il numero di lettori-ascoltatori-spettatori dei mezzi di comunicazione di massa? Pst, pst, potete rispondere che non avete meno lettori-ascoltatori-spettatori – questo ridurrebbe la pubblicità ed il chayote -, ma che adesso siete più “selettivi”.

– Voi chiedete “Che cosa ha fatto l’EZLN per le comunità indigene?” E noi rispondiamo con la testimonianza diretta di decine di migliaia di nostri compagni e compagne.

Ora voi, padroni e azionisti, direttori e capi, rispondete:

Che cosa avete fatto voi, in questi 20 anni, per i lavoratori dei media, uno dei settori più colpiti dal crimine patrocinato e incoraggiato dal regime che tanto adorate? Che cosa avete fatto per i giornalisti, le giornaliste minacciate, rapite ed assassinate? E per le loro famiglie? Che cosa avete fatto per migliorare le condizioni di vita di questi lavoratori? Gli avete aumentato lo stipendio per permettergli una vita degna e non dover vendere la loro parola o il loro silenzio sulla realtà? Avete creato le condizioni perché possano andare in pensione dopo aver lavorato degnamente per voi per anni? Gli avete dato la certezza del lavoro? Voglio dire, il lavoro di una o un reporter non dipende più dall’umore del capo redazione o dai “favori”, sessuali o di altro tipo, che si chiedono a tutti i generi?

Che cosa avete fatto affinché l’essere lavoratore dei media sia un orgoglio che non costi la perdita della libertà o della vita per essere onesti?

Potete dire che il vostro lavoro è più rispettato da governanti e governati rispetto a 20 anni fa?

Che cosa avete fatto contro la censura imposta o tollerata? Potete dire che i vostri lettori-ascoltatori-telespettatori sono meglio informati di 20 anni fa? Potete dire che avete più credibilità di 20 anni fa? Potete dire che sopravvivete grazie ai vostri lettori-ascoltatori-spettatori e non grazie alla pubblicità, in maggior parte governativa?

Forza, rispondete ai vostri lavoratori e lettori-ascoltatori-spettatori, così come noi rispondiamo ai nostri compagni e compagne.

Oh, andiamo, non siate tristi. Non siamo gli unici sfuggiti al vostro ruolo di giudice e boia, a supplicare la vostra assoluzione e ricevere sempre la vostra condanna. C’è anche, per esempio, la realtà.

Bene di nove, o, meglio, di sessanta nove.

Il Sup che dice a se stesso che è meglio il pollice verso che il dito medio alzato.

È territorio zapatista, è Chiapas, è Messico, è America Latina, è la Terra. Ed è dicembre 2013, fa freddo come 20 anni fa e, come allora, oggi ci ripara una bandiera: quella della ribellione.

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Guarda e ascolta i video che accompagnano questo testo.

In una delle scuole autonome zapatiste, bambini e bambine ballano durante una festa scolastica. http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=MNGbe_XtiOo

Di e da León Gieco: “El Desembarco”. Attenzione alla lettera, perché “ci sono quelli che resistono e non si lamentano mai /… / non pretendiamo di vedere il cambiamento / solo aver lasciato qualcosa / sulla strada percorsahttp://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=sgcxvL9sR6U

Joan Manuel Serrat con il suo “Sería Fantastic”, che potrebbe ben essere un programma di lotta: “Sarebbe fantastico /… / che non perdessero sempre gli stessi / e che ereditassero i diseredati. / Sarebbe fantastico / che vincesse il migliore / e che la forza non fosse la ragione /… / Che tutto fosse come è comandato / e che non comandasse nessuno /…” http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=lzFsO_JjXGg

Hugh Laurie (forse lo conoscete come il dottor Gregory House, in un’interpretazione molto particolare del blues “Saint James Infirmary”. Per quelli che muoioni in piedi. http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=WUz-WqUw4Ic

Comunicato originale

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Los de Abajo

Dichiarazione di guerra

Gloria Muñoz Ramírez

Tutto è cominciato con una dichiarazione di guerra. L’ultima opzione, dissero, ma una guerra. Molti allora dissero che tutto fu simbolico, che le armi non importavano, che non si trattava di un esercito regolare, bensì di un gruppo di pezzenti con fucili di legno. Ma ci fu e c’è una guerra. Si presero allora sette città, si aprirono le porte delle prigioni stracolme di indigeni innocenti, si distrussero i palazzi municipali, simboli del potere e dell’ignominia; si recuperarono terre, proprietà e bestiame in possesso di proprietari terrieri e cacicchi; si disarmarono poliziotti e guardias blancas; si fece un prigioniero di guerra. E la morte che già c’era, diventò visibile.

20 anni non sono niente? Dipende. Ormai due decenni da che l’EZLN ha iniziato una strada che non fu mai pensata solo per loro. Formato in maggioranza da tzotzil, tzeltal, tojolabal, chol, zoque e mam, non nacque con rivendicazioni puramente indigene. Fin dal principio (novembre 1983 e perfino prima) si proposero la lotta nazionale. Nel 1983 l’EZLN si chiedeva, come faremo per ottenere buona salute, buona educazione, buona casa, per tutto il Messico? È un impegno troppo grande. E così lo vedevamo. In quei primi 10 anni acquisimmo molte conoscenze, esperienze, idee, modi di organizzarci. E pensavamo: come ci accoglierà il popolo del Messico (perché non lo chiamavamo società civile)? E pensavamo che ci avrebbero accolto con gioia perché lottiamo e moriamo per loro, perché vogliamo che ci siano libertà, democrazia e giustizia per tutti. Ma nello stesso tempo pensavamo, Come sarà? Se ci accetteranno? Ricordò alcuni anni fa l’attuale subcomandante Moisés, visionario e rivoluzionario capo tzeltal. Il momento arrivò il 1º gennaio 1994. La guerra sorprese il mondo. E l’irruzione di una società civile con la quale si incontrano da 20 anni…. Se c’è qualcosa da riconoscere al movimento, è la sua ostinazione a realizzare iniziative che benché non tutte di successo, la cosa importante è percorrerle, non arrendersi. Oggi gli zapatisti sono gli stessi e altri. Gli stessi perché le loro domande sono attuali quanto prima. Diversi perché gli anni non passano invano, non si compiono impunemente gli anni. Anche il Messico è altro ed è lo stesso. Il salinismo che li vide nel 1994 è quello che domina ora con un altro nome. Il saccheggio non finisce. Nessuno nega allo zapatismo di aver inferto il colpo più duro ad un sistema che inghiotte tutto. Il suo Ya Basta! fu demolitore. Continuano ad essere una lotta molto vigorosa in un mondo impantanato da negoziazioni affaristiche che svendono tutto.

L’organizzazione autonoma dei suoi popoli, unica al mondo in questa modalità, è uno dei loro più notevoli successi. Non l’unico. Limitare lì il lascito zapatista è non vedere la risonanza nazionale e mondiale di un movimento che arriva al suo 20° anniversario (30 dalla sua nascita) senza arrendersi. Qualcuno può dire la stessa cosa senza un po’ di vergogna?

www.desinformemonos.org

losylasdeabajo@yahoo.com.mx

http://www.jornada.unam.mx/2013/12/28/opinion/006o1pol

 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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 La Jornada – Venerdì 27 dicembre 2013

Aggredite basi di appoggio dell’EZLN a San Marcos Avilés, Chilón. Da tre anni resistono ad attacchi, esproprio di terre e minacce dei gruppi filogovernativi

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 26 dicembre. Basi di appoggio dell’EZLN della comunità San Marcos Avilés, a Chilón, denunciano aggressioni, esproprio di terre e minacce in corso dal 15 dicembre scorso da parte di gruppi filogovernativi: Abbiamo avuto pazienza, abbiamo sopportato e resistito a tutto il male che ci fanno i membri dei partiti di questa comunità. La pazienza ora è finita e diciamo basta! E’ arrivato il momento di difenderci costi quel che costi, accada quel che accada.

Gli indigeni avvertono: Non permetteremo più che ci manchino di rispetto e ci neghino il diritto di vivere nella nostra comunità. A partire da questo momento riteniamo responsabili di tutto ciò che accadrà i tre livelli di governo ufficiale per non aver prestato attenzione all’accaduto.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) ha ricevuto rapporti dalle brigate civili di osservazione internazionali su continue vessazioni, aggressioni, minacce di morte e sgomberi forzati contro gli zapatisti della comunità. E sottolinea che le autorità governative, invece di compiere il loro dovere di garantire l’integrità e la sicurezza personale degli abitanti e cercare una soluzione al conflitto, fino ad giorno la loro unica risposta è stata amministrare il conflitto.

Il Frayba ricorda che da tre anni la giunta di buon governo di Oventic e le basi zapatiste diSan Marcos Avilés hanno resistito agli attacchi del gruppo definito appartenente ai partiti, che ha compiuto azioni contro la scuola ed il progetto di autonomia zapatista con la copertura di funzionari di Chilón e del governo dello stato.

Il Frayba riferisce che l’11 dicembre, alle 6:30, Juan Pérez Cruz e sua moglie María Elena Cruz, entrambi del PRI, sono entrati nella piantagione di caffè di uno zapatista ed hanno rubato il raccolti di 200 pante di caffè. Alle ore 20:00 dello stesso giorno, dalla casa di Pérez Cruz, a 50 metri dall’accampamento della brigata di osservazione civile presente nel villaggio, si sono sentiti spari intimidatori contro le basi zapatiste. Il giorno 12, alle ore 06:00, Pérez Cruz si è presentato alla casa di uno zapatista dicendogli testualmente: Ti avverto che la tua piantagione di caffè non ti appartiene più, è mia perché tu non paghi l’imposta, quindi non tornare più nella piantagione di caffè e nella milpa altrimenti ti ammazzo col machete. Il giorno 14 sono partiti degli spari dalla casa di Pérez Cruz.

Successivamente, il Frayba è stato informato dagli osservatori civili che gli affiliati ai partiti continuano con le aggressioni contro altre basi zapatiste, consistenti in furti nelle milpe ed attrezzi. L’organismo esprime preoccupazione per la grave situazione e chiede al governo statale di controllare quelli che agiscono in maniera impune nella comunità, di sanzionare i responsabili di aggressioni, minacce di morte, furti, saccheggi e sgomberi, e che si rispetti l’esercizio del diritto all’autonomia, alla libertà di pensiero e di espressione, alla proprietà ed al possesso delle terre delle basi di appoggio dell’EZLN.

Il problema risale al 9 settembre 2010, quando 170 indigeni di tutte le età, zapatisti dell’ejido, furono cacciati violentemente da 30 persone del PRI, PRD e Partito Verde Ecologista del Messico, che arrivarono nelle loro case con bastoni, machete ed armi da fuoco. I fatti si verificarono dopo la costruzione della prima scuola autonoma nell’ejido. Quel giorno, per non rispondere all’aggressione, gli zapatisti si rifugiarono in montagna per 33 giorni. http://www.jornada.unam.mx/2013/12/27/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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 La Jornada – Giovedì 26 dicembre 2013

LIBERATO ANTONIO ESTRADA

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 25 dicembre. Martedì, nelle prime ore del pomeriggio, è stato liberato Antonio Estrada Estrada, aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona ed abitante dell’ejido tzeltal San Sebastián Bachajón, che era detenuto nel Centro di Reinserimento Sociale (CERSS) numero 17, a Playas de Catazjá, a nord del Chiapas.

Il giorno 19 era stato rilasciato Miguel Demeza Jiménez, anch’egli aderente alla Sesta e dello stesso ejido, Con l’uscita di Estrada, San Sebastián Bachajón non ha più prigionieri politici che, nel contesto della resistenza ai progetti turistici del governo ed al saccheggio del territorio da parte di enti federali e statali, ed a costo di dividere gli ejidatarios, erano stati catturati e condannati durante il governo di Juan Sabines Guerrero per reati che non hanno mai commesso.

Gli ejidatarios in resistenza ore prima avevano dichiarato: Il nostro cuore ribelle e degno continua a lottare per la giustizia ed il rispetto alla nostra autonomia di popolo, lottando manteniamo viva la lotta del compagno Juan Vázquez Guzmán assassinato mesi fa sulla porta di casa, si presume per la sua partecipazione alla difesa del territorio di San Sebastián Bachajón. Il crimine è ancora impunito.

L’esproprio che denunciano gli ejidatarios risale al 2 febbraio 2011, quando il malgoverno ha costruito un botteghino di ingresso gestito dalla Commissione Nazionale per le Aree Naturali Protette.

Dopo la scarcerazione di Estrada, l’unico aderente della Sesta ancora in carcere è Alejandro Díaz Santiz, solidale della Voz del Amate, recluso nel CERSS numeroro 5 a San Cristobal de las Casas. http://www.jornada.unam.mx/2013/12/26/politica/010n3pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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