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Archive for ottobre 2018

#YoPrefieroelLago – Texcoco (Messico) – Io Preferisco il Lago

In Messico una campagna per salvare il lago di Texcoco, chi ci vive attorno e l’acqua della capitale del paese minacciate dalla costruzione del nuovo aeroporto, sta inchiodando il governo alle proprie responsabilità (da RomaLevante.info).

Con l’intenzione di impedire la costruzione del Nuevo Aeropuerto Internacional de México (NAIM), nella zona lacustre di Texcoco, a 15km dal centro della capitale Città del Messico, organizzazioni sociali, comitati di cittadini, attivisti, personalità della musica e dello spettacolo, accademici e scienziati, hanno dato vita alla campagna #YoPrefieroElLago.

Il movimento cercherà innanzitutto di determinare la consulta pubblica sull’aeroporto, convocata dal nuovo presidente eletto Andres Manuel Lopez Obrador per il prossimo 28 ottobre. Dal risultato dipende il futuro del lago.

La storia del lago si intreccia in maniera indissolubile a quella della capitale del paese.

Costruita letteralmente sulle acque, Città del Messico, o Tenochtitlan, come la chiamavano gli Aztechi, è una delle città più grandi del mondo, con una popolazione che arriva quasi ai 25.000.000 di abitanti considerando la cintura metropolitana. Dopo l’invasione, gli spagnoli iniziano un processo di prosciugamento del sistema lacustre. Nel 1900 il presidente messicano Porfirio Diaz è obbligato ad avviare la costruzione di un grande e complesso sistema di drenaggio della valle per assicurare la convivenza forzata della città

con l’acqua nel sottosuolo. Nel 1986 più di metà del territorio della città viene dichiarato Area di Riserva Ecologica.

Presentato da governo, investitori e costruttori come un nuovo fiore all’occhiello per la capitale, le conseguenze immediate della costruzione del NAIM non ricadono solo sul lago. L’innalzamento della temperatura di una metropoli già molto inquinata e il rischio di un collasso del fragile sistema idrico cittadino e le inondazioni di diverse aree urbane sono fra le prime inquietanti sorprese che potrebbero attendere gli abitanti.

Sul fronte delle ripercussioni ambientali le oltre 250 specie di uccelli che vivono nell’area di Texcoco sparirebbero per l’incompatibilità fra la circolazione degli aerei e la riproduzione.

I 4600 ettari occupati dal lago sono necessari per garantire acqua non solo alle 264.000 piante e agli animali che vivono nel lago ma anche alle decine di milioni di persone che abitano intorno ad esso. A fronte di un’ erosione del terreno media calcolata tra i 21 e i 30 centimetri all’anno, la costruzione dell’opera produce un drastico aumento dello sprofondamento del terreno, generando ingenti costi di manutenzione oltre che una vera e propria devastazione ambientale.

La chiamata ad organizzarsi e ad opporsi a quello che definiscono come un «ecocidio» è partita dal FDPT (Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra), organizzazione che dal 2001 si è opposta, con successo, al vecchio progetto per la costruzione del NAIM sulle proprie case e terreni. Adesso la piattaforma organizzativa contro il nuovo aeroporto e per la difesa del lago è uno spazio aperto e plurale che fa paura al governo e ai costruttori.

Ma chi è che ci guadagna dalla costruzione dell’aeroporto?

Carlos Slim Helu, l’imprenditore messicano proprietario della compagnia telefonica Telmex, dal 2010 al 2013 considerato dalla rivista Forbes l’uomo più ricco del mondo ed ora solo al quarto posto, (con un patrimonio calcolato in 64 miliardi di dollari), è la persona che ha vinto la gara d’appalto per costruire il terminal aeroportuale principale (84.000 milioni di pesos), oltre che la copertura di tutti i servizi di telecomunicazione.

Hipolito Gerard Rivero, costruttore e cognato dell’ex presidente della repubblica Carlos Salinas de Gortari ha ottenuto l’altra metà della costruzione dei terminal e quella delle piste.

Hank Rhon, imprenditore, costruttore, membro del gruppo «Atlacomulco» e padrone della compagnia «La Peninsular» ha un contratto per 900 milioni di pesos in costruzione e servizi del NAIM.

Mentre distruggono l’ambiente e il patrimonio socio culturale della città, le speculazioni e le grandi opere arricchiscono politici e costruttori: Non succede solo a Roma, succede anche a Città del Messico.

Andres Manuel Lopez Obrador, il candidato della sinistra che ha appena vinto le elezioni aveva promesso di sospendere i lavori e salvare il lago definendo l’opera «faraonica,costosissima, anti-ecologica, tecnicamente irrealizzabile e in odore di corruzione» mentre una volta eletto, dalle dichiarazioni pubbliche fatte, è parso almeno possibilista sul proseguimento del progetto.

La campagna #YoPrefieroelLago e la mobilitazione messa in campo dai cittadini di oltre 40 municipi, che si sta avvalendo di ogni spazio per denunciare e contrastare la devastazione prodotta dal progetto, rischia di mettere subito in difficoltà il nuovo governo.

Non c’è molto tempo per fermare il NAIM e salvare il lago ma nella dichiarazione di lancio della campagna si legge « abbiamo la certezza che la difesa della vita non ha data di scadenza e non possiamo fermarci di fronte ai tempi che si ostinano ad imporci i ricchi coi loro progetti» 12/10/2018 https://www.globalproject.info/it/mondi/texcoco-messico-io-preferisco-il-lago-yoprefieroellago/21666

 

 

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Invito a: “Il cinema impossibile”.

Commissione Sexta dell’EZLN, ottobre 2018.

 

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Commissione Sexta dell’EZLN

Messico

Ottobre 2018

Alle persone, gruppi, collettivi ed organizzazioni della Sexta nazionale ed internazionale:

Alle reti di appoggio al Consiglio Indigeno di Governo:

A chi ha passione, vizio od ossessione per il cinema:

CONSIDERATO CHE:

Primo e unico:

IL CINEMA IMPOSSIBILE.

(Apertura: il serpente ti offre la mela)

 Stai camminando senza meta. Non sai esattamente dove stai andando e, chiaramente, verso che cosa. Dietro è rimasta la strada percorsa alla base del muro che si sgretola, burlandosi a suo modo, del cartellone deteriorato della felice Famiglia Felice. Ed è ormai lontano anche il monumentale stadio con il suo impertinente punto interrogativo: “chi comanda?”. Ma, adesso non sai dove diavolo ti trovi e pensi che forse sia meglio tornare indietro… ma non sai nemmeno dove e, chiaramente, verso che cosa; quindi ti fermi, ma solo per un momento perché una bambina ti prende per mano e ti sollecita: “muoviti o faremo tardi al cinema”. Non ti dà il tempo di accettare oppure no, perché ti trovi già di fronte ad un cartellone che, con molti colori, dichiara: “Adulti solo accompagnati da un bambino“. Ma qualcuno ha cancellato “un bambino” ed ha messo “una bambina“. Ed un’altra mano anonima ha cancellato “una bambina” ed ha scritto “unoa bambinoa“. Qualcun altro ha annullato “unoa bambinoa” ed ha aggiunto “qui, questo non ha importanza“.

Un essere col passamontagna ti ferma, ma la bambina chiarisce al volto nascosto: “è con me“. L’incappucciato ti fa passare. Una discesa parzialmente ricoperta di cemento. Pozzanghere. Pietre. Fango. Ai lati, diverse casette di legno con i tetti di lamiera. La nebbia è molto fitta cosicché i semplici edifici appaiono e scompaiono ad ogni passo in un viavai di “fade in” e “fade out“. Ma tu continui a non sapere dove stai andando. L’ambiente è come quello di un vecchio film di mistero… o dell’orrore.

Le insegne su diverse capanne sono… come dire?… sconcertanti. Su una, per esempio, tra la nebbia che si potrebbe ben confondere con quella londinese, si legge “The Lodger” e più sotto “room service, fornito personalmente da Norman Bates” e la foto di un giovanotto sgraziato che potrebbe essere Antonhy Perkins, se questo non fosse impossibile.

A questo punto non sai più se sei nelle montagne del sudest messicano o nel quartiere di Whitechapel ed allora ti chiedi se invece di portarti al cinema, la bambina non ti stia portando nella cucina del gastronomo e dottore Hannibal Lecter.

Devi stare calmo, dici a te stesso.

Benché non aiuti molto nemmeno che su un’altra capanna un cartello segnali: “Taquería Il Silenzio degli Innocenti. Tacos di nana, buche, nenepil* e CERVELLA“; così, l’ultimo ingrediente in maiuscolo. Hai paura ma non che ti aprano il cranio, ma che Sir Anthony Hopkins, con un grembiule con su scritto “Cerchiamo parti, feat Jack The Riper“, scarti il tuo cervello con un “manca di consistenza“. Ti tormenta anche l’immagine delle tue budella nel bidone della spazzatura. E se, insieme al cervello, ti tolgono anche le illusioni? Per le budella, passi, ogni film dell’orrore abbonda in budella (cinema Gore, così credi che oggi chiamino questo genere tanto in voga) ma, che cosa potrebbe toglierti le illusioni? “La Realtà“, leggi su un cartello di età indefinita su un’altra delle casette, seguito da “Elettroshock, schiaffi e ceffoni gratis. Si gonfiano illusioni, palloncini, promesse elettorali e programmi di governo“.

Su un’altra, pochi metri più sotto e sul lato opposto della discesa, un’altra insegna: “Los Tercios Compas. Non siamo media, né autonomi, né indipendenti, né alternativi, né liberi e neanche siamo come-si-dice, ma siamo compas” e più sotto, con un pennino qualcuno ha aggiunto: “non abbiamo finito il documentario, tornate per la prossima sollevazione e vi diremo per quando potrebbe essere pronto“.

Su quella di là: “Il Joker. Estetica orale. Perché così serio? Fai un sorriso per tutta la vita!“, e una fotografia di Heath Ledger nel ruolo di “The Joker”. Più sotto, un’altra col disegno di un samurai col suo katana e l’insegna “Heihachi – Minuro Chiaki. Corso lampo di Hara-Kiri. Propedeutico, corso comune, specializzazione, esame finale e diploma, tutto in meno di un minuto. 100% pratico!“.

 Stai tremando. La bambina si ferma, si volta a guardarti e, per tranquillizzarti, ti spiega:

 “Non fare caso a quei cartelli, è il Sup Galeano che mette sempre quelle cose nei suoi racconti, ma non lo fa per infastidire e perché è arrabbiato perché gli abbiamo vinto la mantecada** e perché non fanno vedere i film che gli piacciono, perché il Sup vuole solo cinema di quelli nudi che te li raccomando. E tu credi che passino quei film? Mai e poi mai. Magari vuole qualche ceffone e la sua bella predica politica di noi donne quali siamo. Gliene abbiamo già date tante, ma lui non capisce. Quegli stronzi di uomini sono fatti così. Inoltre, quei tacos sono di tuluc (tacchino), non di cuche (maiale), né di mucca (manzo), e non sono tacos, sono tamales”.

Proseguite, ma ancora non sai dove ti trovi, in che paese o in che mondo. E la data? Nessuna idea. Piove o è la nebbia che ti bagna la pelle?

Siamo arrivati“, dice la bambina mentre entrate in una sala che, si suppone, deve essere il salone del cinema. Ti trattieni all’ingresso e guardi il luogo.

Per essere un cinema, è molto altro. Lo schermo, per esempio, non sta in fondo, ma in mezzo; e chi assiste al film sta ai lati della proiezione… o di quello che si suppone sia la proiezione.

Da una parte ci sono quelli che fanno cinema, che dirigono, producono, scrivono, sonorizzano, insegnano, analizzano, criticano, proiettano, diffondono e tutti i lavori che si suppone necessari per fare un film.

Dall’altra parte: il pubblico, gli spettatori. Anche se questi hanno il volto coperto e si riesce a distinguere solo il loro sguardo. In molti casi, non si riescono a capire né l’età né il genere. Come se da questo lato dello schermo, la prima ed il secondo non importassero e fossero solo lo sguardo che guarda e ascolta. Non si sa se sorridono, soffrono, si arrabbiano, si rallegrano. Inoltre, scambiano commenti in lingue incomprensibili.

Oltre alla sua assurda posizione, sembra che lo schermo sia trasparente perché quelli che fanno cinema stanno con lo sguardo e l’udito attenti, in attesa delle reazioni dell’auditorium, come se sapessero che questa sala cinematografica permette loro di apprezzare l’impossibile: l’effetto che il film produce nel pubblico. E lo possono fare, forse, dalla prospettiva migliore per chi fa cinema; cioè, dallo schermo. Da lì possono vedere gli sguardi ed ascoltare le reazioni che normalmente dicono più delle parole e, certamente, delle vendite dei biglietti, dei ratings ai servizi di streaming, delle statuette e delle critiche della stampa specializzata.

A loro volta, quelli che assistono alla proiezione guardano e commentano, ma apparentemente non sono attenti allo schermo, bensì a chi li sta guardando. In qualche modo che non riesci a spiegare, al pubblico non interessa tanto quello che si proietta, ma gli sguardi di chi ha lavorato affinché quelle storie chiamate “cinema” si proiettassero, cioè, si raccontassero. Inoltre, ci sono alcune persone, anche loro con passamontagna, con le proprie videocamere rivolte verso chi definiscono “artisti dei film“. Come se nella sala, la scena del film “Les Carabiniers” (Jean Luc Godard, 1963) si invertisse, ed invece di vedere il carabiniere atterrito dal treno che sta arrivando, o che si affaccia per guardare la donna che si sveste e si lava nella tinozza (tutto su uno schermo che, stracciato, denuda un muro impudico e superbo), volessimo guardare non lo sguardo del macchinista, né della donna che è guardata, bensì lo sguardo dei fratelli Lumiére.

“Sembra che qua siano le papere a sparare ai fucili”, stai pensando, quando la bambina che, come chiarisce, si chiama “Difesa Zapatista”, ti dice di sederti perché il film è iniziato.

Un bambino che, come ti dice, si chiama “il Pedrito” – e che è apparso alle tue spalle – ti dice sottovoce: “Difesa è un’inguaribile romantica. Crede che i film, se non c’è chi li guardi, chi applauda, rida, pianga, si spaventi, fischi, si commuova, rifletta, li promuova o li bocci, si sentano molto soli. E che cosa fanno i film se nessuno li guarda? Piangono? Sono tristi? Stanno male? Non lo sappiamo, e Difesa non vuole accertarsene. Così, quando danno un film lei va sempre a vederlo, non importa quale sia. Io le ho già dimostrato che questo mistero è impossibile da risolvere perché, per sapere se un film piange perché nessuno lo guarda, dobbiamo guardarlo. Può essere che vediamo che piange, ma non sarà più perché non lo guardano, perché qualcuno l’ha guardato per vedere se piange perché non lo guardano. Quindi, se vediamo che piange, può essere perché l’argomento è molto brutto, o l’edizione, o le interpretazioni, o le musiche, o la produzione, o perché ne ha parlato male un critico malevolo, o tutto quanto. Capisci il paradosso? Il modo di dimostrare l’ipotesi che si deduce dall’ipotesi stessa, annulla la possibilità di dimostrare l’ipotesi. Io lo chiamo “Il paradosso del film triste”. L’ho spiegato al Sup Galeano, ma il Sup ha detto che non ne sa niente di film, ma che se non ci sono i popcorn allora non c’è cinema ed ogni speculazione è inutile”.

Stai tentando di seguire il ragionamento logico del bambino e pensi che chi chiamano “il Sup Galeano” potrebbe collocarsi in quello che il maestro Jorge Ayala Blanco definisce “mentalità mangiapopcorn” ma, mentre si siede, senti chiaramente che la bambina mormora, come se fosse una preghiera:

 “Non temere, sorellina [in spagnolo film è: película, sostantivo femminile – N.d.T.], sono venuta. Io ti guardo e ti applaudo anche se non mi piace quello che metti, anche se si vedono serpenti o ragni, che sono feroci e mi spaventano tanto, e poi ho i “quesadillas” [equivoco con il termine “pesadillas“=incubi – N.d.T.] quando mi addormento, ma poi chiudo gli occhi e basta. E se la tua storia è triste, piango ma non tanto… beh, sì un po’, dipende. E se racconti barzellette rido tanto perché è sicuro che sono migliori delle stupidate del Pedrito qui presente. E se spieghi le porcherie dei maledetti capitalismi, io prendo appunti. E se racconti una lotta, ti grido “si vede, si sente, siamo tornati”. E se balli, ballo. E se canti, canto. E se dici sognare, ti sogno. E se gridi svegliare, ti sveglio. Dunque, sono qui, guardami che ti guardo e che il tuo cuore sia lieto”.

Il Pedrito ti guarda con l’espressione di “te l’avevo detto” e sorride burlone. La bambina se ne accorge e gli molla un ceffone. Il bambino protesta: “Ma se non ho detto niente“. La bambina: “Già, ma l’hai pensato“. Il bambino: “Non sto pensando a niente” e, complice, ti strizza l’occhio.

Ora, accanto a te e sulla stessa panca c’è ormai una banda di bambini e bambine, ognuno con un paliacate rosso al collo o un passamontagna che copre il volto. Senza che nessuno l’abbia chiesto espressamente si presentano: “Io sono la Esperanza“, “Io sono il Pablito”, “Io sono l’Amado“. E, con una specie di miagolio-latrato, un animaletto un po’ gatto e un po’ cane salta in braccio alla bambina Difesa Zapatista.

Uno dei bambini, l’Amado, chiede “È già cominciato?” “Adesso“, risponde Esperanza. “E i popcorn?“, domanda il Pablito. Il Pedrito risponde: “Ce li ha il Sup Galeano, dice che gli dei hanno creato il mais popcorn solo per i subcomandanti e che a chi glieli vuole prendere avrà un colpo di machete sulla nuca, senza filo perché ci metta un po’, ed ossidato affinché si infetti e si debbano poi fare le iniezioni“. Tutta la banda trema alla parola “iniezioni“. “Tieni il posto alla Calamidad se arriva“, dice Difesa Zapatista. “E va bene, anche al Sup“, aggiunge.

L’ho visto dagli occhi che era arrabbiato“, senti dire al Pedrito che racconta di quello che è successo quando ha detto al Sup che doveva condividere i suoi popcorn.

“Dunque qui guardano il tuo sguardo”, dici a te stesso ed aggiungi: “e ti obbligano a guardare quello sguardo che ti guarda. Un bel problema”.

Qualcuno chiede silenzio e la banda si calma. Ora hai il tempo di guardare con attenzione questo cinema incomprensibile. Al di là dell’assurda ubicazione dello schermo e della disposizione dell’auditorium, tutto sembra normale, ma solo in apparenza. Adesso non ricordi che film si stava proiettando. Inoltre, non ricordi nemmeno se si stava proiettando qualcosa.

Ma ricordi che… all’improvviso, la bambina con un orsacchiotto di peluche mascherato (“io mi chiamo Esperanza e mi cognomo Zapatista”, ricordi che lei ha detto così) si alza e, dirigendosi verso lo schermo, lo attraversa e si siede dalla parte di chi fa il film. Da lì, fa segno al resto della banda di attraversarlo. Gli altri spettatori la seguono e siccome non ci sono sedili sufficienti, chi fa cinema deve alzarsi e cercare posto sul lato opposto.

Allora noti che lo schermo non solo è trasparente, non solo lascia passare gli sguardi da una parte all’altra. Lascia anche passare i corpi, come se fosse una finestra, o meglio ancora, una porta, ma è impossibile che esista uno scherno così.

Continui ad osservare e, supponi, i ruoli si invertono: gli spettatori guardano dal lato di chi fa cinema; e chi fa cinema guarda dal lato degli spettatori. Un momento stanno così e poi tornano ad incrociarsi. Il movimento si ripete più volte. Tu hai preso posizione su un lato, cosicché puoi vedere quello che sembra una danza anacronistica.

Chi non attraversa cambiando posto e prospettiva, si dedica all’antico sport di gettare popcorn nello schermo. Anche se, chiaramente, i proiettili non rimbalzano, ma lo attraversano. E così parte una battaglia campale di popcorn: pubblico contro cineasti. Vincono i cineasti, ma non perché abbiano una mira migliore o perché siano di più. In realtà sono di meno e non colpiscono neppure il monte da cui scende la nebbia come una lunga sottana; ma il pubblico, nonostante superi in quantità e mira la squadra avversaria, è rimasto a secco perché, come è giusto che sia, si è mangiato le munizioni, cioè, i popcorn.

È dura“, senti dire da uno che fa cinema ad un altro, “perché non guardi che guardino il tuo film, ma guardi come ti guardano il cuore, te lo strappano, lo disarmano, lo scombussolano e te lo restituiscono come niente fosse. Non ci torno più. O magari sì. O non lo so. E tutto senza una parola. Devo dirti che mi mancano le critiche con le quali la stampa specializzata ha demolito la mia opera prima“. L’uomo accanto a lui non risponde, è occupato a sistemarsi il giubbotto perché non si veda la ferita nel petto.

Passato l’alterco ai popcorn, il viavai non si ferma. Sì, il caos è evidente, ma ha una specie di coreografia involontaria, come nei primi cartoni animati.

Lì ci sono le due parti: chi si mostra dietro un passamontagna e chi si mostra dietro un film. Oltre a questo, non hanno niente in comune, ma lo schermo li convoca. È lui che definisce i luoghi, i movimenti, gli incessanti scambi.

Lo schermo è… come dire? sì, un ponte.

Ma questo non è possibile…

Oppure sì?

-*-

 Sulla base di quanto sopra esposto, la Commissione Sexta dell’EZLN, invita gli uomini, donne, otroas, bambini ed anziani della Sexta, del CNI e delle reti di appoggio al CIG in tutto il mondo e, bene, le/i cinefil@ che possano e vogliano, al

FESTIVAL DEL CINEMA

“PUY TA CUXLEJALTIC”

(“Caracol della nostra Vita”)

 La cui prima edizione (pensiamo che sarà annuale) si svolgerà nel Caracol zapatista di Oventik, nelle montagne del Sudest Messicano (con proiezioni alternate presso il CIDECI di San Cristóbal de las Casas, Chiapas) dal 1 al 5 novembre di questo anno 2018.

I film che saranno presentati e le attività del citato festival (che sembra includono, tra altre assurdità: una tavola non rotonda, forse rettangolare, sul… calcio?! Ma non è un festival del cinema? Un film che si legge e diretto da uno scarabeo schizofrenico?) saranno resi noti pubblicamente tra qualche giorno (speriamo).

-*-

(continua…)

Dal salone “Comandanta Ramona”
Per la Commissione Sexta dell’EZLN

Il Sup Galeano che fuma, irresponsabilmente, nella cabina di proiezione.

(non sono irresponsabile, va bene, sì, ma non è questo il punto; sto dando una mano agli effetti speciali, che dici se in quei giorni non c’è nebbia? Ah, vero? E non mi hanno vinto la mantecada, me l’hanno sottratta, non è la stessa cosa. E non guardo film di nudi, sono le mie lezioni di anatomia per corrispondenza; il fatto è che Difesa Zapatista mi sta autocriticando per essere maschio, ma, beh, dipende… cosa? E finito? Okela, non ve l’ho detto?)

Messico, Ottobre 2018

Traduzione “Maribel – Bergamo

*) nana=utero del maiale; buche=stomaco del maiale; nenepil= combinazione di lingua, stomaco e utero del maiale

**) mantecada=brioche

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2018/10/04/una-invitacion-a-el-cine-imposible-comision-sexta-del-ezln-octubre-del-2018/

 

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Se la coca cola nei caracol zapatisti fa più notizia dei morti in mare

di Christian Peverieri

3/10/2018

Si è ritornato a parlare di zapatisti e coca cola per un reportage pieno zeppo di luoghi comuni, inesattezze e falsità scritto dal numero due del movimento Cinque Stelle, Alessandro Di Battista, il quale lo ha intitolato proprio “I nuovi zapatisti con la coca cola”. Come ben sapete il reportage ha provocato la reazione degli attivisti italiani che da sempre accompagnano il cammino degli indigeni del Chiapas e ha provocato la polemica #dibattistafueraya che tanto ha fatto discutere i social nei giorni scorsi.

Proviamo a capirci.

Una decina di anni fa al Primo Incontro dei popoli zapatisti con i popoli del mondo tenutosi ad Oventik, un auditore appoggiò sul tavolo dietro al quale alcuni rappresentanti zapatisti stavano parlando, alcune lattine di coca cola. Seguì poi una critica spietata agli ideali rivoluzionari zapatisti, accusati da questo signore di non essere conseguenti con ciò che dicevano perché all’interno delle comunità si consumavano tali bevande. Gli zapatisti restarono in silenzio ad ascoltare gli applausi e il chiacchiericcio di approvazione che questa performance suscitò. Questo silenzio era solo di cortesia, non di approvazione. Alcuni giorni dopo il Subcomandante Marcos lesse la risposta nata da questo silenzio e frutto di una profonda discussione all’interno del movimento zapatista, che qui proverò a riassumere.

Per gli zapatisti ci sono vari modi per combattere il capitalismo: il primo è quello di aggredirlo attraverso il consumo anticapitalista, ovvero rinunciare a bere coca cola, a comprare Adidas o Nike e via dicendo. Apprezzabile e salutista. Il secondo modo è quello di attaccarlo attraverso la circolazione, ovvero comprare solo prodotti del piccolo commercio, quello che oggi chiamiamo km0. Anche questo modo è apprezzabile e soprattutto favorisce i commercianti più svantaggiati. Il terzo modo è quello zapatista e qui cercherò di spiegarlo nel modo più semplice, diretto e breve possibile, sperando sia di facile comprensione per chi in questi giorni ha pesantemente insultato gli attivisti che hanno attaccato Di Battista, senza nemmeno sapere di cosa stessimo parlando.

Cosa significa il titolo “i nuovi zapatisti con la coca cola”? Di Battista già dal titolo cerca di fare un’operazione di détournement, ovvero ci vuole far credere che lo zapatismo si è lasciato in qualche modo corrompere dal sistema. Che non c’è alternativa all’accettazione dello status quo. Questa immagine è propedeutica all’obiettivo che il reportage si propone: in primo luogo cerca di riportare verso sinistra il baricentro del suo partito, spostatosi pericolosamente a destra dopo l’alleanza con la Lega razzista e fascista di Salvini e con il recente “decreto sicurezza” e in secondo luogo lascia intendere che, se anche gli zapatisti hanno accettato il compromesso della coca cola, noi possiamo benissimo accettare il compromesso che migliaia di persone affoghino nel mar Mediterraneo e altrettante vengano deportate, schiavizzate, torturate e stuprate nei lager libici.

Mi si potrà dire quindi che anche gli zapatisti sono responsabili indirettamente dello sfruttamento e della morte dei lavoratori della coca cola ed è proprio questo il messaggio capitalista che Di Battista vuole che arrivi alla sua gente: per il nostro benessere dobbiamo sacrificare qualcuno. Gli zapatisti sacrificano i lavoratori della coca cola, noi sacrifichiamo i clandestini.

Solo che non è proprio così: gli zapatisti non abbandonano i lavoratori della coca cola al loro destino, non li lasciano morire. Gli zapatisti bevono un sorso di questa bevanda e invitano gli operai che la producono e la trasportano ad unirsi alla loro lotta per rovesciare questo sistema che li sfrutta. Perché il problema vero e che poche persone detengono la maggior parte della ricchezza. E la detengono perché sfruttano il lavoro di migliaia di esseri umani, li opprimono e li sacrificano per il proprio benessere. Un po’ come fanno i cinque stelle con i migranti.

Quindi, se il cambiamento che volete è questo, sappiate che non siete né antisistema né anticasta. Nella migliore delle ipotesi siete solo degli strumenti di questo sistema, che vi usa per far la guerra ai poveri, agli emarginati, agli sfruttati, che divide la società in pochi che hanno tutto e tanti che non hanno niente. Nella peggiore delle ipotesi, invece, state solo sperando di essere considerati ed accettati in quella parte di società che sfrutta, opprime, uccide le persone e distrugge e violenta i territori.

Potrei andare ancora avanti ma mi fermerò qui. Spero che almeno questo breve testo riusciate a leggerlo e a comprenderlo, anche se ho i miei dubbi perché questa esperienza, diventare il parafulmini di una polemica social, mi ha fatto capire che è una battaglia basata sullo schieramento e non sui contenuti: le centinaia di persone che in questi giorni mi hanno insultato non sapevano assolutamente niente del contendere, semplicemente si schieravano apertamente con il loro idolo senza porsi minimamente domande o dubbi, come fedeli soldatini ammaestrati.

So che questa campagna ha fatto male al signor Di Battista, immagino sia un dolore non paragonabile al dolore provato dai migranti morti in mare o torturati nei lager libici, mi dispiace aver turbato le sue vacanze, ma ho ritenuto doveroso per i miei compagni e le mie compagne zapatiste, che da vent’anni camminano domandando per combattere realmente questo sistema di morte, chiarire ancora una volta la questione. https://www.globalproject.info/it/mondi/se-la-coca-cola-nei-caracol-zapatisti-fa-piu-notizia-dei-morti-in-mare/21645

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