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Archive for luglio 2012

La Jornada – Venerdì 27 luglio 2012

Alberto Patishtán, trasferito in Chiapas  
Hermann Bellinghausen

San Cristobal de las Casas, Chis. 26 luglio. Il professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez è stato trasferito in Chiapas e questa notte è già nella prigione di questa città. Dopo 12 anni di carcere, da 10 mesi era in una prigione federale a Guasave, Sinaloa. La richiesta del suo ritorno nello stato e della sua liberazione immediata è cresciuta incessantemente nei mesi recenti.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas ha confermato il trasferimento ma ha segnalato che solo con la liberazione immediata di Patishtán si sarebbe fatta giustizia, perché attualmente sconta una condanna e 60 anni per rati che, è stato provato, non ha commesso.

Mobilitazioni e proteste nelle sedi consolari messicane si sono svolte in diverse città del mondo per chiedere la sua liberazione. Per il momento, il professor Patishtán torna nella situazione di reclusione in cui si trovava nell’ottobre scorso.

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La Jornada – mercoledì 25 luglio 2012

Basi di appoggio dell’EZLN chiedono il sostegno della comunità globale

Hermann Bellinghausen

San Cristóbal de las Casas, Chis., 24 luglio. I priisti ci fanno soffrire e non lo accettiamo più, dichiarano le basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Librazione Nazionale (EZLN) nella comunità San Marcos Avilés (municipio di Sitalá, nella zona tradizionale dei tzeltales), rivolgendo un appello alla solidarietà internazionale. Denunciano costanti aggressioni, furti e minacce di espulsione: Quando seminiamo i nostri campi di mais non riusciamo nemmeno a portarci a casa le pannocchie. Vengono a rubarci i fagioli, la canna, le banane. In quanto alla canna da zucchero, le tagliano tutte per pura cattiveria. Noi seminiamo e lavoriamo e loro distruggono e non ci resta niente.

Gli indigeni zapatisti aggiungono: Di tutto quello che seminiamo ne approfittano i partiti politici. La situazione delle famiglie in resistenza non interessa perché per le autorità del governo di Felipe Calderón e Juan Sabines Guerrero non ha importanza quello che stiamo reclamando. Sono perfino entrati nelle case. Prima di tutto questo qualcuno aveva un cavallo, del bestiame, delle lamiere per il tetto della casa, un’auto. Hanno portato via tutto. Inoltre, non possiamo godere del frutto del nostro lavoro con i nostri figli, perché se lo godono loro, quelli dei partiti politici PRI, PRD e PAN.

In un video diffuso ieri, gli indigeni, col volto coperto, parlano in lingua tzeltal dell’educazione autonoma: Diamo molta importanza alla scuola. Vogliamo che ci sia un buono insegnamento per i bambini, un buon apprendistato, un buon esempio. Il governo ha le sue scuole, ma non c’è buona educazione né insegnano bene ai nostri figli, e quello che insegnano non ha niente a che vedere con noi. Per questo abbiamo aperto la nostra scuola. Questa è stata il pretesto per i filogovernativi per aggredire le famiglie zapatiste e cacciarle nel 2010, dopo l’inizio delle lezioni il 16 agosto di quell’anno.

Nei giorni successivi un compagno fu convocato dalle autorità ufficiali che tentarono di fargli firmare un documento nel quale dichiarava che qui non c’erano più basi di appoggio dell’EZLN. I nostri compagni si sono rifiutati e le autorità e gli aggressori li hanno messi in  prigione.

Una donna coperta interviene: Non ci prendono in considerazione, ci trattano come cani. Così mi hanno chiamata quando ho partito mio figlio in montagna.

Convocando la società civile e le organizzazioni solidali per fermare questa escalation di violenza che fa temere un nuovo sgombero, dichiarano: Andiamo avanti. Non stiamo commettendo nessun reato. Abbiamo il diritto di lottare affinché ci prendano in considerazione. Libertà, giustizia e pace è quello che chiediamo. Non abbiamo paura perché sappiamo con chiarezza quello che vogliamo e come vogliamo vivere. Uomini, donne e bambini siamo in lotta e vogliamo che si conosca il crimine che sta commettendo il malgoverno qui a San Marcos Avilés. http://www.jornada.unam.mx/2012/07/25/politica/018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Da: Movimiento por Justicia del Barrio movimientoporjusticiadelbarrio@yahoo.com

 
NUOVO MESSAGGIO GRAVE E URGENTE DAGLI ZAPATISTI DI
SAN MARCOS AVILÉS
 
Per favore diffondere e far circolare
 
Compagne e compagni del mondo,
 
Il Movimiento por Justicia del Barrio, La Otra Campagna di New York mandano un forte abbraccio.
 
Inviamo un nuovo ed urgente videomessaggio da parte degli zapatisti della comunità in resistenza di San Marcos Avilés.
 
In questo messaggio i nostri fratelli di questa comunità chiapaneca raccontano con le loro parole ed i volti pieni di emozione e rabbia, la storia dell’incubo in cui vivono. Questo incubo è cominciato dopo l’apertura della loro scuola autonoma nel 2010. In particolare denunciano le costanti aggressioni e terrore che perpetuano i gruppi armati che sono il braccio dei partiti politici donimanti nella regione. Questi vogliono distruggere il movimento zapatista e la sua lotta per la giustizia, la dignità, e l’autonomia.
 
Inoltre, in questo videomessaggio i compagni zapatisti di San Marcos Avilés mandano a tutto il mondo alcuni messaggi diretti, in particolare alle donne, ai prigionieri politici e ai popoli degni di tutti i paesi. I nostri fratelli lanciano un appello alla mobilitazione e alla solidarietà nazionale ed internazionale, poiché sono in continuo ed allarmante aumento le minacce e le aggressioni contro di loro.
 
Dopo la diffusione di questo videomessaggio, specialmente negli ultimi giorni, ci sono state altre nuove minacce contro le basi di appoggio zapatiste di San Marcos Avilés da parte del gruppo armato dei partiti locali. Questo gruppo ha minacciato di sequestrare le autorità comunitarie zapatiste, e così sgombererà con la forza le basi di appoggio dell’ejido.  Il gruppo ha anche detto che metterà in prigione tutti coloro che denunciano questi atti di aggressione e minaccia. Per tutto quest, si teme lo sgombero forzato della comunità, come avvenne nel 2010.
 
Qui il link del videomessaggio: 
 

GIUSTIZIA E LIBERTA’ PER GLI ZAPATISTI DI SAN MARCOS AVILES!

 
VIVA L’EZLN! 
Con affetto e solidarietà,
 
Movimiento por Justicia del Barrio
La Otra Campagna New York

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Cherán trasforma il dolore in mobilitazione

15 luglio 2012

Il racconto del sequestro e dell’assassinio dei due comuneros di Cherán e del corso delle successive mobilitazioni per la giustizia.
Intervista (in castigliano) con alcuni membri del Consiglio Maggiore realizzata da Ana Garduño
Ascolta e scarica l’audio (4’00”) qui: http://desinformemonos.org/Audios/consejo%20mayor.mp3

“Come spiego a mio figlio la maniera così vile con cui hanno assassinato suo padre. Esigiamo giustizia”.
Intervista (in castigliano) con la vedova di Guadalupe Gerónimo, uno dei due comuneros assassinati in Cherán realizzata da Ana Garduño
Ascolta e scarica l’audio (3’57”)qui: http://desinformemonos.org/Audios/capsulaviuda.mp3
Gloria Muñoz Ramírez

Messico. “Diciamo addio ai nostri fratelli, ma il nostro dolore non è di disperazione. Stiamo trasformando questo dolore in riflessione e in azioni per ottenere giustizia, democrazia e pace vera”, afferma Salvador Campanur, della comunità purhépecha di Cherán.

Lo scorso 12 luglio, l’intera comunità di Cherán, municipio inchiodato sull’altipiano purhépecha del Michoacán, ha sepolto Urbano Macías e Guadalupe Gerónimo, due comuneros sequestrati e successivamente assassinati dai taglialegna del ranch El Cerecito. Oggi, dichiara Campanur, “il popolo è afflitto, ma non c’è scoraggiamento, semmai una rabbia molto dignitosa”.

Il 15 aprile 2011, i comuneros di Cherán si ribellarono contro i taglialegna, i quali con la complicità del governo, devastavano la comunità saccheggiando il legname dopo aver già distrutto l’ottanta per cento dei boschi (15 mila dei 20 mila ettari). A cominciare dal quel giorno la comunità ha intrapreso la strada dell’autodifesa e nel febbraio 2012 ha ottenuto il riconoscimento ufficiale delle proprie autorità attraverso il Consiglio Maggiore.

La persecuzione tuttavia non è cessata e nemmeno il taglio di legna, in quanto i comuneros non riescono a vigilare sulla totalità dei boschi. Lungo questi 15 mesi di resistenza e autorganizzazione sono stati assassinati 13 comuneros dalla criminalità organizzata, tra cui Urbano Macías y Guadalupe Gerónimo, catturati domenica 8 luglio mentre si stavano dirigendo al loro appezzamento per badare agli animali.

Stanchi di tanta impunità, i comuneros hanno deciso in assemblea una serie di mobilitazioni per “esigere giustizia”, ed è per questo che il 13 luglio hanno occupato i caselli di San Ángel Zurumucapio e Zirahuén dell’autostrada Siglo XXI, evitando che gli automobilisti pagassero il pedaggio.

Con le mobilitazioni, avverte Campanur, “vogliamo che il governo dello stato capisca che vogliamo continuare il dialogo. Si tratta di rendere visibile il dolore e la rabbia che abbiamo, devono fermarli, devono smettere di attaccarci. Se il governo non ce la fa o è con loro, che lo dica apertamente”.

Sulle dichiarazioni del governo statale che etichetta il problema come un conflitto intercomunitario, Campanur afferma che a causa della “loro impotenza vogliono far credere che si tratti di contenziosi tra comunità, ma la realtà è che da un lato c’è la comunità di Cherán e dall’altro la criminalità organizzata, i paramilitari, i taglialegna, e abbiamo già visto che aggrediscono, picchiano, sequestrano e ammazzano la nostra gente. E c’è anche il mal governo, che esercita il disprezzo, la discriminazione e l’oblio, per questo sospettiamo della sua complicità con i delinquenti, perché diversamente risolverebbe il problema”.

“Non è vero”, insiste, “che si tratta di conflitti tra comunità. Come popolo purhépecha siamo fratelli. Quando ci sono delle controversie le risolviamo secondo la nostra cultura, con il dialogo. Quando si sono avuti problemi di terra, non siamo stati noi a crearli, ma i limiti di legge imposti, adesso però la situazione è diversa”.

In questo contesto, afferma il comunero, “esigiamo che i governi federale e statale intervengano e applichino la legge in modo definitivo. Vogliamo un pace degna e stabile, in quanto noi non stiamo aggredendo nessuna comunità. Noi siamo gli aggrediti dalla criminalità organizzata che opera con la complicità dei governi, insieme a quelli che vogliono cambiare la destinazione d’uso delle nostre terre, da montagna naturale a coltivazioni di avocado”.

Da aprile 2011 la comunità mantiene i suoi vigilanti notturni tradizionali, falò e barricate in tutte le entrate del municipio, e le autorità tradizionali hanno concordato riunioni mensili con il governo statale per dare continuazione alla richiesta di sicurezza e smantellamento dei gruppi paramilitari.

Allo stesso tempo, spiega Campanur, “la comunità unita preserva il lavoro collettivo, dove ognuno ha un ruolo, una funzione e un dovere da compiere. E in questo modo si costruisce la sicurezza della comunità, con tutti gli abitanti, dal bambino fino al nonno più anziano della comunità. Così funziona la protezione, con i nostri usi a cui abbiamo diritto”.

In questi momenti, spiega l’intervistato da Cherán, “siamo stanchi di chiedere al governo lo smantellamento dei gruppi paramilitari che danneggiano questa regione. Loro sanno chi sono e in quali comunità si trovano: Rancho El Cerecito,  Rancho Morelos, Rancho Seco, Santa Cruz Tanaco, Huecate, Aranza, Paracho, Pomacuarán, Capácuaro, San Lorenzo y Nahuatzen. In queste comunità i partiti politici danno vita all’idea che la soluzione passi da loro. Ma in realtà i partiti portano alla divisione, alla disorganizzazione comunitaria e il loro obiettivo è quello di far sparire la nostra cultura”.

“Vogliamo stremare la controparte governativa e porteremo la denuncia anche nelle corti internazionali. Questa non è una faccenda di partiti né uno scontro tra fratelli dello stesso colore. Non ci lasciano altra strada che continuare la lotta, ma lo faremo attraverso le modalità della notra cultura per offrire al nostro popolo sicurezza, libertà e pace degna e vera”, avverte.

Sulle lotte post-elettorali attuali, Campanur riconosce che “ci sono altre lotte, con altri modi e noi le rispettiamo. Quello che diciamo è che stare insieme nel cammino dell’autonomia a noi dà forza per lottare contro la criminalità organizzata e il malgoverno. È questo che c’ha portato dei risultati. Con i nostri saperi stiamo dando una risposta alla crisi del paese, ma non possiamo dire a quanti credono in altre lotte di convertirsi o di fare le stesse cose che facciamo noi, però sì, diciamo che a noi ha portato dei risultati, insieme all’aiuto della società civile nazionale e internazionale”.

fonte: http://desinformemonos.org/2012/07/cheran-transforma-el-dolor-en-movilizacion/

(traduzione a cura di rebeldefc@autistici.orghttp://www.caferebeldefc.org)

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Los de Abajo

Cherán non si arrende

Gloria Muñoz Ramírez

Benché al popolo purépecha di Cherán sia costata cara la sua ribellione, è ben lungi dall’arrendersi. Fino ad ora sono 13 i morti o scomparsi da quando il 15 aprile 2011 decise di ribellarsi non solo contro il crimine organizzato che da anni devastava i suoi boschi, ma contro tutto un sistema che permetteva il controllo assoluto da parte della delinquenza, i talamontes e i paramilitari.

Sì, c’è dolore, dicono i comuneros dalla meseta purépecha, dopo il funerale di Urbano Macías e Guadalupe Gerónimo, solo lo scorso 12 luglio, ma soprattutto, insistono, c’è rabbia e la determinazione di non mollare né rinunciare al diritto all’autodifesa.

Fino al momento, nonostante gli annunci ufficiali, la comunità si difende da sola, perché non è arrivata la sicurezza promessa dai governi statale e federale; i paramilitari imperversano e le minacce incombono sui comuneros che hanno osato sfidare la criminalità organizzata che, denunciano, agisce con la complicità o l’omissione del malgoverno. Le ronde tradizionali, i falò e le barricate a tutti gli ingressi del villaggio sono stati rafforzati tra il dolore per le recenti perdite.

La versione del governo secondo il quale gli omicidi sono avvenuti nel contesto di un conflitto intercomunitario sono assurde e insostenibili. Non c’è conflitto tra le due comunità, bensì, spiega il Consiglio Superiore, c’è il popolo di Cherán da una parte e, dall’altra, ci sono i talamontes, i paramilitari e la negligenza del malgoverno. 

Lungi dal rifiutare il dialogo con i rappresentanti dei governi federale e locale, i comuneros di Cherán vogliono essere ascoltati, anche se fino ad ora hanno ricevuto in risposta la burla o le promesse incompiute che si faranno le indagini del caso, si cercheranno e arresteranno gli assassini, si fornirà sicurezza alla comunità e ci si prenderà cura dei boschi. Ma fino ad ora niente. 

Stiamo esaurendo tutte le possibilità, in primo luogo la richiesta al governo affinché smantelli tutti i gruppi criminali che fanno del male alla nostra regione. Loro, il governo, sanno chi sono e dove si trovano: rancho El Cerecito, rancho Morelos, rancho Seco, Santa Cruz Tanaco, Huecate, Aranza, Paracho, Pomacuaran, Capacuaro, San Lorenzo e Nahuatzen, segnala il Consiglio Superiore. 

Che li fermino, chiedono. E se il governo non può o sta con loro, allora che lo dica apertamente. http://www.jornada.unam.mx/2012/07/14/opinion/012o1pol

losylasdeabajo@yahoo.com.mxhttp://www.desinformemonos.org

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 7 luglio 2012

Gli indigeni tzeltales criticano l’operato del Consiglio Statale dei Diritti Umani del Chiapas e chiedono lo sgombero degli occupanti del botteghino di ingresso alle cascate di Agua Azul

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 6 luglio. Gli ejidatarios tzeltales di San Sebastián Bachajón (municipio di Chilón), aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, sostengono di essere vittime dell’ingiustizia di varie istanze e criticano pesantemente l’operato del Consiglio Statale dei Diritti Umani (CEDH) relativamente allo sgombero effettuato lo scorso 19 giugno dalla polizia statale nell’ejido, dopo che gli indigeni dell’Altra Campagna avevano recuperato, fugacemente, il botteghino di ingresso alle cascate di Agua Azul.

Questa è un’ulteriore prova di come istituzioni come il CEDH approfittano della violenza, dicono gli ejidatarios, e rimproverano al consiglio statale di trarre vantaggio dal semplice fatto di conoscere un po’ la sofferenza degli indigeni, perché alcuni membri dell’organismo governativo prima erano con noi; hanno iniziato per la conoscenza ma poi per loro è diventato un affare.

Il CEDH, segnalano, è l’intermediario dei progetti transnazionali, generatore di violenza, testa di ponte del malgoverno. In diverse occasioni, aggiungono, questo è stato dimostrato.

Ricordano che durante le violenze e l’ingiusto arresto dei nostri compagni, il CEDH ha sempre cercato di circuire le vittima, facendoci capire che la soluzione del conflitto era accettare l’accordo redatto dal governo, ma non sono riusciti a convincerci. In occasione della repressione contro gli ejidatarios dell’Altra Campagna del 2 febbraio 2011, i membri del CEDH erano assenti, come se non ci fossero state violazioni dei diritti umani. Agiscono, affermano gli ejidatarios, agli ordine delle corrotte autorità dello stato.

Lo scorso 19 giugno, “800 poliziotti hanno sgomberato violentemente gli ejidatarios dell’Altra Campagna dietro un’ordine di sgombero richiesto dalla CEDH, su richiesta di Francisco Guzmán Jiménez (Goyito) e di Héctor Manuel Velasco Santiago, segretario personale del segretario generale del Governo statale, Noé Castañón León”. Il pretesto della polizia era un possibile scontro tra ejidatarios. Ma quali? Si domandano: “Gli unici che si sono visti erano civili vestiti da poliziotti che accompagnavano i poliziotti veri per indicare ‘chi guida il movimento’ “.

Il CEDH viola le sue stesse leggi quando ordina alla pubblica sicurezza di entrare nelle nostre terre per cacciare chi le difende dal saccheggio del governo. Così facendo legittima il lavoro sporco per imporre il megaprogetto sulle nostre terre attraverso la forza pubblica, violando anche la tutela dell’ejido. Gli ejidatarios considerano i rappresentanti dell’organismo dei burattini del governatore che adesso si riempiono le tasche mentre reprimono il popolo e gli sottraggono la terra su cui vivere. Ritengono responsabile questa istituzione di eventuali possibili scontri.

E avvertono: Abbiamo dimostrato in varie occasioni che non siamo noi a provocare, ma è il governo in complicità con le autorità filogovernative dell’ejido che vogliono consegnare le nostre terre nelle mani del governo dello stato per i suoi progetti transnazionali. Difenderemo le nostre terre, vogliamo continuare ad essere le persone che siamo dove siamo nati, perché da qui noi non ce ne andremo. http://www.jornada.unam.mx/2012/07/07/politica/017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Messico – Il silenzio zapatista e le elezioni presidenziali del 2012.

di Iván Gerardo González.

3 / 7 / 2012

           Messico. Lo scorso primo luglio ci sono state le elezioni per il nuovo presidente della repubblica. Gli attori politici: monopoli televisivi, imprenditori, partiti, candidati, giovani (con un uso rivoluzionario dei social network), e alcuni movimenti storici e recenti. Tra questi ultimi, coloro che hanno mantenuto un silenzio categorico sono stati gli zapatisti del Chiapas. Il Subcomandante Marcos e la dirigenza dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Essi sembrano aver osservato il teatrino politico in vista di un’altra frode elettorale – niente di nuovo in questo paese. Però, perché questo silenzio di un movimento che conta, con una presenza morale a livello nazionale e internazionale? Senza dubbio è perché la “sinistra” in Messico è quella che più li ha attaccati, attraverso le simulazioni dei partiti in Chiapas [il riferimento è al partito di centro sinistra PRD che in questi anni in Chiapas ha avuto tanti sindaci e il governatore dello stato, che hanno spesso attaccato e delegittimato l’esperienza delle comunità autonome. n.d.t.].

Un ruolo importante l’hanno svolto anche i governi del PAN [partito della destra imprenditoriale che è stato al potere a livello federale nelle ultime due legislature. n.d.t.] che hanno mantenuto la stessa politica del PRI di guerra di bassa intensità. Stiamo parlando dell’uso clientelare dei programmi di assistenza sociale, col fine di dividere le comunità indigene (strategia di contrainsurgencia). Questi governi federali (2000-2012) hanno promosso questa guerra insieme ai governi statali del PRD in Chiapas, i cui governatori, tutti senza eccezione, erano stati precedentemente parte del Partido Revolucionario Istitucional (PRI). Il Partido de la Revolucion Democratica (PRD) ha sempre avuto un’essenza priista, anche se dopo l’insurrezione armata del ’94 si è presentato con una nuova faccia per simulare una democrazia “reale”. Per questo non è casuale che oggi il Chiapas si svegli con un governo Priista-Verde ecologista [in Messico il partito dei Verdi è un partito di destra. n.d.t.], alla fine la simulazione è crollata.

E’ importante ricordare che il PVE (Partito Verde ecologista) era la terza forza politica in Chiapas ed oggi diventa la prima. Perché? Senza dubbio è perché lo Stato vuole continuare le sue politiche che puntano a fare del Chiapas uno stato turistico, dove si sfruttino le sue risorse naturali e gli ecosistemi come attrattive per i turisti messicani e stranieri, e allo stesso tempo si utilizzi la sua biodiversità per farmaci, biocombustibili ed energie non rinnovabili, tra le altre cose da sfruttare. Gli zapatisti sembrano essere soli e messi alle strette da parte dello stato.

Il silenzio zapatista è servito a rendere evidente quello che già da alcuni anni avevano detto riguardo allo stato, le sue istituzioni e i partiti politici, cioè che “Tutti sono in crisi!” perché non rappresentano il popolo, sono in crisi perché sono tutti uguali: una classe politica corrotta e oligarca, per tanto sono un malgoverno. E la sinistra istituzionale in Chiapas e in altri luoghi del paese, non è una sinistra reale, ma simulata.

          Dopo le elezioni federali del 2006, molti del PRD criticarono il Subcomandante Marcos e l’EZLN di essere opportunisti, di essere i responsabili della sconfitta di Andrés Manuel Lopez Obrador (AMLO) [candidato del PRD alla presidenza federale. n.d.t.].

Oggi il silenzio dimostra che il Subcomandante Marcos e gli zapatisti non sono responsabili del fatto che il PRI si è imposto di nuovo, con l’aiuto del presidente di turno. Sicuramente, questi “critici” dello zapatismo argomenteranno che il Subcomandante e le basi di appoggio dovevano dare l’indicazione di votare per AMLO; che lui è stato l’unico a parlare di loro dicendo che se diventava presidente si sarebbero rispettati gli Accordi di San Andrés [accordi stipulati tra EZLN e governo messicano nel 1996, per riconoscere nella costituzione i diritti delle popolazioni indigene. n.d.t.]. Quando è stato lo stesso PRD a non riconoscere questi accordi [gli accordi furono stracciati dal voto di tutti i partiti in parlamento nel 2001. n.d.t.].

Una cosa evidente è stata che Enrique Peña Nieto e Josefina Vázquez Mota, uno candidato del PRI e l’altra del PAN, non hanno mai fatto alcun cenno al conflitto in Chiapas. Questo ci mostra che le culture indigene e la loro lotta per il riconoscimento dei popoli originari, con i loro “usi e costumi”, continuano a non ricevere nessuna importanza. Come quando non si vuol parlare di qualcuno scomodo. Dunque, il silenzio zapatista e il silenzio dei candidati del PRI e del PAN è un silenzio da battaglia.

           Quello che è chiaro e convincente in termini di lotta è la differenza tra l’Autonomia e la Democrazia rappresentativa: oggi l’Autonomia zapatista è la forma diretta e reale di un autogoverno sociale e orizzontale; la Democrazia rappresentativa è la democrazia verticale che mantiene il dominio sul Messico, dove la società non è altro che uno strumento nel gioco politico tri-partito (PAN-PRI-PRD) che permette la simulazione di quanto richiesto da parte dei cittadini, cioè la democrazia. Quello che noi messicani oggi stiamo vivendo è il perfezionamento di quella che è stata definita la “dittatura perfetta” [termine riferito ai 70 anni di governo di un solo partito, il PRI, dagli anni ’30 al 2000. n.d.t.] che ha smesso di essere presidenzialista per diventare partitista, obbediente come sempre all’oligarchia messicana e nordamericana.

http://www.globalproject.info/it/mondi/messico-il-silenzio-zapatista-e-le-elezioni-presidenziali-del-2012/11910

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Elezioni in Messico: brogli e forse qualcosa di nuovo

Il 1° luglio scorso in Messico si sono svolte le elezioni presidenziali e ad urne ancora aperte capi di Stato, primo fra tutti Barack Obama, e stampa internazionale hanno salutato il “nuovo” presidente Enrique Peña Nieto, il macellaio della repressione di San Salvador Atenco.

Secondo il primo spoglio, visto che

è in corso il riconteggio del 54,5% delle schede, Peña Nieto è stato votato da 17,5 milioni di messicani, su una popolazione di 100 milioni, con un astensionismo vicino al 40%. In pratica, hanno votato 46 milioni di aventi diritto, ma i principali giornali del mondo occidentale democratico non fanno quasi menzione del dato dell’astensionismo perpetrando la menzogna del “governo eletto” quale espressione della maggioranza del Paese e continuare a dipingere il Messico come una democrazia, magari un poco turbolenta, tutta “nuvole e cielito lindo”.

Anche questa volta Andrés Manuel López Obrador, candidato di sinistra del PRD, è arrivato secondo non superando i 14,7 milioni di voti, ed e

sattamente come nel 2006 l’Istituto Federale Elettorale (IFE) è travolto dalle accuse di aver manipolato i numeri per favorire un candidato. Ma, a differenza di allora, questa volta le prove dei brogli sono state immediatamente raccolte e diffuse attraverso la rete. Solo un esempio: su 143 mila verbali elettorali controllati, in 113 mila sono state riscontrate irregolarità. Le cifre riportate nelle tabelle fornite dall’IFE non coincidono con i dati originali, e sempre a sfavore di Andrés Manuel López Obrador, che ha chiesto il riconteggio dei voti.

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Le reti e i media alternativi hanno diffuso centinaia di video, migliaia di immagini e testimonianze che dimostrano la mole di irregolarità a favore del candidato del PRI. La vendita di voti in cambio di generi alimentari, denaro contante e addirittura

buoni spesa da spendere nella catena di supermercati Soriana è orami documentata tanto che i giornali già parlano del “Sorianagate”, e molte delle persone che hanno venduto il loro voto dietro la promessa di denaro, denunciano alla stampa di non essere ancora state pagate. Milioni di voti sono stati comprati con denaro in contanti e c’è da chiedersi da dove vengano tanti milioni di pesos cash, quando solo pochi individui, se non i narcos, dispongono di tanto contante.

Di democratico e trasparente queste elezioni non hanno nulla, come sostengono i ragazzi del movimento

#YoSoy132 che insieme a molti cittadini comuni hanno vigilato sulle elezioni fotografando i tabelloni riassuntivi di ogni seggio per confrontarli con i dati ufficiali dell’Istituto Federale Elettorale (IFE) che, infatti, non coincidono. Centinaia di persone, a costo anche di essere aggredite, con i loro cellulari e macchine fotografiche hanno ripreso e mandato in rete le immagini di militanti del PRI dare fuoco alle urne per impedire il conteggio definitivo delle schede.

Rispetto alle presidenziali del 2006 la cosa più interessante è la mobilitazione della società civile che da subito ha ripudiato il nuovo presidente e il processo elettorale. In Messico sembra essere in atto una presa di coscienza, soprattutto tra giovani e studenti che non accettano più le imposizioni di una classe dirigente che, nel caso del PRD ancora una volta ha usato i movimenti sociali solo come cinghia di trasmissione per le proprie aspirazioni presidenziali, o cementata nell’autoritarismo del PRI che dal 1929 ha messo in atto quella che in America Latina è conosciuta come la “dittatura perfetta”.

E come nel 2006, quando negarono il loro sostegno a Manuel López Obrador, inimicandosi l’intellighenzia di sinistra interessata al potere e alle poltrone e non al vero cambiamento, gli zapatisti non hanno partecipato al circo elettorale. Come da anni gli zapatisti e l’EZLN sostengono e praticano, il voto non cambia la struttura economica, sociale e politica del Messico, e la democrazia non si manifesta nel rito elettorale ma nella partecipazione dei cittadini che si ribellano e si riprendono in mano il proprio destino.

Annamaria Pontoglio Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo

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Messico: IFE e Media occultano le irregolarità elettorali

 di Guadalupe Lizarraga

Mercoledì, 4 luglio 2012 06:12

Esattamente come nel 2006, l’Istituto Federale Elettorale (IFE) viene denunciato di manipolare le cifre, corrompere con prebende la stampa nazionale ed i corrispondenti stranieri con l’obiettivo di imporre un candidato

Fonte: Los Angeles Press

Messico, DF.- Il Sistema di Conteggio Elettorale Civico circola tra le reti sociali e media alternativi per verificare il numero di voti ottenuti dai candidati alla presidenza del Messico. Questo sistema è stato implementato come alternativa a quella dell’Istituto Federale Elettorale e mette in evidenza il contrasto tra i numeri diffusi dall’IFE per favorire il candidato del PRI, Enrique Peña Nieto.

Esattamente come nel 2006, l’Istituto Federale Elettorale (IFE) viene denunciato di manipolare le cifre, corrompere con prebende la stampa nazionale ed i corrispondenti stranieri con l’obiettivo di imporre un candidato, ma la differenza questa volta è la massiccia e rapida raccolta di prove che vengono subito e continuamente pubblicate e diffuse in rete.

Un esempio: su 143 mila verbali elettorali controllati, in 113 mila sono state riscontrate irregolarità. Le immagini dei risultati forniti dall’IFE non coincidevano con i dati rilevati dalla PREP, e la vittima è il candidato della Coalizione di Sinistra, Andrés Manuel López Obrador, che ha chiesto il riconteggio dei voti.

Irregolarità senza fine

Le reti ed i media alternativi hanno diffuso oltre 490 video, migliaia di immagini, testimonianze che dimostrano la quantità di irregolarità e reati che favoriscono il PRI. Tra questi, rivelano la vendita di voti in cambio di generi alimentari o denaro contante e buoni spesa del supermercato Soriana. Questo ha irritato profondamente gli elettori defraudati che chiedono un boicottaggio generale di questo supermercato per essersi prestato a perpetrare questo reato.

Molte delle persone che hanno venduto il loro voto, hanno avuto la promessa di denaro dopo l’elezione. Tuttavia, questi denunciano di non essere ancora stati pagati. 

E’ stata ricorrente anche la coazione del voto. Secondo l’IFE, il PRI è stato l’unico che è riuscito a coprire con i suoi rappresentanti il 90% dei seggi, ma c’è stata intimidazione degli elettori e perfino priisti armati. Secondo le informazioni che circolano costantemente in rete, ci sono state problemi tecnici in almeno l’80% dei seggi installati.

Sono stati fermati militanti con 150 schede elettorali già contrassegnate a favore del PRI, così come poliziotti che trasportavano schede elettorali e c’è stato perfino il sequestro di un presidente di seggio. Il Movimento #YoSoy132 ha dettagliato ogni dato con dei video e denunciato la televisione messicana non ha dato notizia di nessuna di queste irregolarità  e nemmeno la stampa nazionale le ha dettagliate.

La stampa complice

Domenica, quando mancavano ancora due ore alla chiusura dei seggi, la stampa straniera dava già la notizia della vittoria di Peñ Nieto. Colombia e Costa Rica sono stati i primi. In Messico, la prima pagina online de El Universal si apriva chiaramente a favore del PRI, come mostra il video del Movimento #YoSoy132.

I media hanno dato la notizia della vittoria di Peña Nieto quando erano state scrutinate poco più di 7 mila seggi su oltre 143 mila. Inoltre, prosegue infinito il racconto delle irregolarità ed il quotidiano spagnolo El País dedica al candidato priista un paio di pagine per descriverne le virtù e titola la notizia enfatizzando sul fatto che “è stato eletto” e che il Messico “lo ha scelto”, nonostante le numerose irregolarità registrate. El País fa inoltre riferimento alla distanza dei voti per Andrés Manuel Lopez Obrador e definisce Peña Nieto come un uomo “galante, pragmatico e introverso”.

Nella lunga biografia del priista, il quotidiano spagnolo evita di citare le denunce presso la Commissione Interamericana dei Diritti Umani degli attentati contro il suo ex compagno omosessuale e non menziona nemmeno la responsabilità confessa dello stesso priista nel caso Atenco che il 3 maggio 2006 provocò due morti, un giudice assassinato e donne violentate. Non menziona neppure la strana morte di sua moglie né delle sue guardie del corpo nel 2007, proprio quando ci fu l’attentato contro l’ex amante Agustín Estrada Negrete.

Un altro argomento che non cita El País è quello della corruzione a Televisa e della frode in California. Neppure parla degli uomini di Peña Nieto che sono favoriti con contratti per loro e per i loro figli. È dunque una biografia pulita pubblicata ad urne aperte e senza citare le irregolarità ed i reati che potrebbero anche invalidare l’elezione.

 

Elenco dei media che hanno dato notizia della vittoria a seggi ancora aperti:

“Peña Nieto vince le elezioni in Messico” | Handelsblatt (Germania)

“Vázquez Mota ammette la sconfitta: ‘Le proiezioni non sono a mio favore'” | El Mundo de España

“Candidato del PRI vince le elezioni in Messico” | La Nación di San José de Costa Rica

“Candidata alle elezioni in Messico ammette la sconfitta” | El Universal di Caracas

“Elezioni in Messico: Il PRI vince” | El Tiempo di Colombia

“PRI proclama Enrique Peña vincitore delle elezioni presidenziali” | El Mercurio di Santiago

“Enrique Peña Nieto in testa nelle elezioni in Messico” | El Comercio di Lima

“Elezioni presidenziali in Messico: Nieto chiaramente favorito” | The Guardian Inghilterra

“Enrique Peña Nieto si impone nelle elezioni in Messico” | La Nación di Buenos Aires

“I messicani riscoprono i vecchi demoni” | Le Monde audio in francese

“Clima trionfante nella città natale del probabile prossimo presidente del Messico” | Los Angeles Times Los Angeles, California

“Secondo gli exit-pool Peña Nieto è il vincitore delle elezioni in Messico” | The Washington Post

 Media prudenti

“I sondaggi danno Peña vincitore alle presidenziali messicane” | El Mercurio di Santiago

“Il PRI potrebbe tornare a governare in Messico”| El Mundo Spagna

“Peña Nieto, del PRI, potrebbe vincere le elezioni in Messico” | La Tribuna Honduras

Media più attinenti alla realtà

“Sospette frodi nelle elezioni messicane” | Le Fígaro di Parigi

http://www.kaosenlared.net/america-latina/item/23574-méxico-ife-y-medios-ocultan-irregularidades-electorales.html

 

In fondo a questo blog, la prova evidente della frode nel riportare il numero dei voti dai verbali a favore di Enrique Peña Nieto : http://teatrodelamente.wordpress.com/2012/07/02/anonymous-hackea-al-ife-todo-sea-por-la-democracia-2/

 Qui il video di diversi eventi accaduti il giorno delle elezioni: http://www.youtube.com/watch?v=z74yKLL1O_I

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Urne e sangue.

Il Fatto Quotidiano – Martedì 3 luglio 2012

MESSICO, URNE E SANGUE: A NIETO IL 40%. UCCISI TRE DIRIGENTI DELLA SINISTRA

di Federico Mastrogiovanni

Città del Messico. Lo show post elettorale è cominciato. In un Messico che si risveglia dopo una giornata estenuante, con un presunto presidente eletto. Tutti i più grandi media messicani e alcuni internazionali concordano sul risultato e confermano le previsioni che dopo mesi di bombardamento mediatico sono considerate realtà: Enrique Peña Nieto avrebbe vinto con il 40 per cento dei voti. Il conteggio non è ancora terminato, anzi, ci vorranno alcuni giorni, il candidato della coalizione di sinistra, Andrés Manuel López Obrador (Amlo), ha sostenuto di avere a sua disposizione altri dati rispetto a quelli sbandierati fin troppo da tutti gli altri contendenti, e che attenderà il conteggio dell’ultimo voto.

   Il presidente uscente, Felipe Calderón, del Partido de Acción Nacional (Pan, la destra ultracattolica) nel suo discorso a reti unificate ha data per conclusa l’elezione, passando lo scettro al successore del Pri. La confusione regna sovrana. Peña Nieto e Calderón si affannano a sostenere che l’elezione si è svolta in un clima “pacifico”, “tranquillo” e “democratico”. Almeno su questo i fatti li smentiscono. Soltanto domenica sono stati assassinati tre coordinatori del Prd, il  partito di Amlo, in tre Stati diversi, Nuevo León, Guerrero e Guanajuato. A Nuevo Laredo, nello stato di Tamaulipas, considerato un feudo del cartello degli Zetas, è esplosa un’auto-bomba venerdì di fronte al palazzo di governo, e sempre venerdì nello stesso Stato, a Ciudad Victoria, sono state lanciate delle granate contro una caserma della polizia e contro una stazione degli autobus.

   IN TUTTO il Paese sono stati documentate da parte di migliaia di osservatori, che in molti casi hanno filmato le violazioni, intimidazioni da parte di persone armate, centinaia di furti di urne elettorali. La compravendita massiccia di voti da parte del Pri è avvenuta alla luce del sole in tutto il Messico, con denaro, di provenienza dubbia. Alcuni analisti considerano proprio questa una testimonianza della partecipazione dei narcos nell’elezione di Peña Nieto: l’enorme quantità di denaro speso per impedire che si svolgessero elezioni democratiche. E a prescindere dal risultato si sono portate a termine una quantità di irregolarità e violazioni spaventose, sotto gli occhi silenti dell’istituzione che avrebbe dovuto fare da arbitro, l’Instituto Federal Electoral (Ife), che già nel 2006 si è caratterizzato per quella che molti oggi definisconouna frode elettorale che ha portato al governo lo stesso Felipe Calderón. Da anni il duopolio televisivo (Televisa e Tv Azteca) ha sostenuto e costruito la candidatura di Enrique Peña Nieto, il candidato “da telenovela”, operando una massiccia intrusione mediatica in un Paese in cui l’80% dell’opinione pubblica si informa solo attraverso la televisione. Ma l’ombra dei narcos è onnipresente ed è difficile pronosticare i futuri scenari. Secondo il professor Sergio Aguayo, accademico del Colegio de México e uno dei più influenti intellettuali messicani, “con l’elezione di Peña Nieto non si risolverà positivamente il problema dei narcos; la relazione tra Stato e criminalità organizzata è una delle sfide più grandi del Paese. Per risolvere questo problema il nuovo presidente dovrebbe affrontare il tema della corruzione della classe politica, ma come fa, quando il suo partito, il  Pri, proprio negli Stati in cui i narcos la fanno da padrone, governa da anni, con governatori legati a doppio filo con i capi più potenti?”. La vittoria di Peña Nieto garantisce anche continuità con la strategia degli Stati Uniti nella “lotta alla droga”, che presuppone la militarizzazione del Messico, portata a termine da Calderón: ma oltre a non aver diminuito il traffico di droga e di armi (che è invece aumentato), ha prodotto quasi 70mila morti e più di 10mila desaparecidos.

Nonostante le gravi irregolarità il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha già chiamato Peña Nieto, congratulandosi con lui e dichiarando che le elezioni si sono svolte in modo trasparente. Unica nota positiva di questo processo elettorale, marcato da continue violazioni a qualsiasi principio democratico, è il risveglio della società civile. In questo 2012 c’è stato un reclamo democratico più profondo e più radicale da parte di tanti movimenti, a cominciare da quello degli studenti #YoSoy132, che ieri hanno manifestato contri i brogli. Se il ritorno all’autoritarismo, alla violenza e alla corruzione del Pri sono imminenti, ci sono giovani messicani che sembrano pronti a lottare. Forse. Nel frattempo il candidato da telenovela e la sua truppa di Televisa sono ormai pronti per il potere.

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