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Archive for marzo 2011

TRE PUNTI DI SOSPENSIONE A DIECI ANNI DALLA MARCIA DEL COLORE DELLA TERRA
Di Ángel Luis Lara

Nonostante il moltitudinario e massivo processo che implicò la Marcia del Colore della Terra, il suo valore è più qualitativo che quantitativo. Come lo stesso movimento zapatista, la marcia ebbe la forma di un enorme e potente cumulo di paradossi. Se da una parte l’iniziativa si appellava all’ordine affinché questi riconoscesse l’autonomia e la cultura dei popoli indigeni del Messico, il suo sviluppo quotidiano attivava una moltitudinaria disoccupazione dell’ordine per tutto il paese. Al suo passaggio, la marcia rendeva visibile la dura realtà del Messico di sotto e allo stesso tempo tesseva uno spazio politico che non era più quello dell’ordine, ma una sfera pubblica non statale impossibile da riconoscere nei modelli tradizionali dei partiti e delle istituzioni, una nuova qualità di democrazia, di comunicazione, di politica, di desiderio di vita collettiva.

In questo senso, allo stesso tempo che la marcia si rivolgeva all’ordine perché questi riconoscesse i diritti dei popoli indigeni del Messico, si allontanava da esso costituendo il seme di un altro ordine possibile: che la gigantesca infrastruttura di tale mobilitazione venisse costruita con l’energia e lo sforzo della gente comune fu la prova manifesta del fatto che quella proposta di disoccupazione dell’ordine era reale ed effettiva: durante tutto il suo percorso la marcia dimostrò che il Messico di sotto poteva autogovernarsi e auto-organizzarsi senza il potere. Durante quei giorni, i popoli indigeni, non solo misero il loro scarpone sporco di fango sulla scacchiera dei potenti e si presentarono come l’altro giocatore, così come scrisse il Subcomandante Marcos, ma proposero un’altra scacchiera e un altro gioco.

Da questo punto di vista, quella moltitudinaria disoccupazione dell’ordine che fu la Marcia del Color della Terra ebbe un carattere destituente e costituente allo stesso tempo: si rivolgeva all’ordine per denudarlo e al proprio passo strappava dalla terra l’immagine di un altro mondo possibile. In realtà, con quella mobilitazione gli zapatisti non facevano altro che attualizzare la proposta di ossimoro che ci continuavano a fare da quando li conoscemmo nel 1994: la marcia ci invitava ad un esodo collettivo oltre le coordinate dell’ordine stabilito attraverso, paradossalmente, un evento che cercava l’inclusione dell’autonomia e della cultura dei popoli indigeni nello stesso ordine costituito che stava sfidando. Molto probabilmente questa contraddizione in termini può servire a definire la natura e il senso dello zapatismo fino a quella data. La Marcia del Colore della Terra è stata forse l’evento zapatista che ha condensato nel modo più bello e potente la materialità dell’altra politica possibile: il paradosso di un esercito ribelle che percorre disarmato una nazione e che, senza sparare un colpo, occupa la piazza centrale della capitale avvolto da centinaia di migliaia di uomini, donne, anziani e bambini.

Ogni politica e ogni movimento deve inevitabilmente confrontarsi con l’efficacia delle sue azioni: dalla tecnocrazia più sistemica alla sinistra più rivoluzionaria l’azione è sempre stata legata al problema dell’efficacia. Nonostante molti abbiano parlato dell’inefficacia degli zapatisti di cambiare il Messico e il Mondo, basandosi tra le altre cose sull’incapacità di portare a compimento gli Accordi di San Andrés e ottenere il riconoscimento giuridico dell’autonomia e della cultura dei popoli indigeni nel proprio paese, lo zapatismo è stata una forza enormemente efficace. Prova di questo sono l’esperienza di autogoverno che vede protagonisti i popoli indigeni zapatisti in Chiapas e la loro laboriosa articolazione di altre relazioni sociali possibili, forse l’esperienza di comunismo più duratura e moltitudinaria che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Da questo punto di vista, e per strano che possa sembrare sia agli amici che agli sconosciuti, nonostante non abbia ottenuto l’obiettivo fondamentale che si era proposto, la Marcia del Colore della Terra costituì un enorme esercizio di efficacia politica.
In primo luogo, come sempre aveva fatto lo zapatismo fino ad allora, l’iniziativa ebbe la capacità di aprire una congiuntura politica dove prima non c’era: non solo la marcia fu possibile, e con essa che un gruppo ribelle a viso coperto percorresse il Messico sano e salvo e in aperto dialogo con il paese, ma per di più riuscì ad articolare uno spazio di incontro e di espressione capace di tessere infinite connessioni su scala locale e planetaria. In secondo luogo, la Marcia del Colore della Tera ebbe la capacità di mettere a nudo l’ordine istituzionale e la classe politica messicana nel suo insieme: il fatto che i partiti avessero rigettato le domande dei popoli indigeni fu la dimostrazione, da sinistra a destra, che la possibilità reale di cambiamento sociale non ha la sua pietra di paragone né nelle istituzioni né nei partiti. In terzo luogo, la mobilitazione implicò un esercizio di azione politica di massa non identitaria e non ideologica, a partire dal rispetto più radicale e più inclusivo di tutte le differenze: la marcia fu uno spazio dei molti in quanto molti. In questo senso, la sua azione nel campo simbolico e degli immaginari ignorò i significanti, le unificazioni trascendentali, le egemonie, i cliché triti e le estetiche escludenti. Il suo carattere prevalentemente differente e di differenti si manifestò quando fu la comandante Esther e non Marcos a prendere la parola nella camera legislativa del Messico: quel gesto dimostrò fino a quale punto gli zapatisti erano qualcosa di diverso, inedito, molto altro. In quarto luogo, in quello spazio differente e di differenti che fu la marcia, gli zapatisti e i popoli indigeni furono protagonisti, come già erano stati nella costruzione degli Accordi di San Andrés, di un brillantissimo esercizio di enunciazione che metteva sul tavolo la loro incisività nel cambiare il senso del diritto costituzionale e nel perforare la matrice del liberismo politico, trasferendo il soggetto fondamentale del diritto e della cittadinanza dall’individuo alla comunità e alla collettività.

Per il contenuto delle sue rivendicazioni, paradossi, potenzialità ed efficacia, la Marcia del Colore della Terra ebbe una portata universale. Per la sua condizione differente e tra differenti dimostrò di possedere inoltre un carattere multiversale. Entrambe le caratteristiche fecero in modo che l’iniziativa incontrasse connessioni… oltre i popoli indigeni e le frontiere del Messico: la marcia costituì uno dei momenti più importanti di un ciclo vitale di lotte sociali il cui protagonista fu un movimento globale di movimenti che si articolò su scala planetaria a cominciare dalla battaglia contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio nella città statunitense di Seattle nel novembre del 2009.

La comunità di forme, linguaggi e contenuti tra la marcia e il movimento globale collocò la mobilitazione zapatista nel punto culminante di un ciclo mondiale di lotte connesso non solo da una radicalità comune di opposizione al capitalismo, ma anche da un mettere in discussione le dinamiche tradizionali della sinistra, della rappresentanza politica e dei partiti. La portata dell’enorme potenza di quella comunità creativa, che esprimeva il desiderio collettivo di una nuova politica e di una contaminazione costituente della realtà attraverso il tessuto di nuove pratiche istituzionali, può essere misurata attraverso la reazione dei nemici. In maniera simmetrica, mentre il potere rispondeva alla Marcia del Colore della Terra con una violenta strategia di vuoto, di infamia e di intensificazione molare e molecolare della guerra in Chiapas, il movimento globale dei movimenti si scontrò contro due autentici colpi di stato su scala planetaria, uno delle destre e uno delle sinistre.

Il primo golpe, effettuato fondamentalmente dall’amministrazione Bush e dalle forze mondiali neo-conservatrici, ebbe nella strumentalizzazione degli eventi dell’11 settembre del 2001 il motore di una stretta generalizzata alle libertà e di una produzione di panico che contribuirono decisivamente ad soffocare l’energia e la forza della contestazione globale in un regime di guerra generalizzata. Il secondo golpe, simboleggiato dal chavismo e dalle élites del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”, ha attuato un assalto in piena regola alla portata e al senso del movimento globale con una azione di restaurazione delle dinamiche tradizionali della rappresentanza e un recupero della forma Stato come vettore fondamentale della politica.

Tuttavia,  in mezzo ai due colpi di stato globali, alla ininterrotta guerra locale aperta in Chiapas e all’intensificazione del processo di scomposizione del Messico causa il narcotraffico, le comunità zapatiste non solo sono riuscite a resistere e a radicalizzare la propria sfida sociale al capitalismo e la propria esperienza politica oltre lo Stato, ma hanno anche continuato e continuano a proteggere il bene comune della politica per tutti e tutte. Da qui l’attinenza del loro significato e la validità imprescindibile, dopo dieci anni, della loro indimenticabile Marcia del Colore della Terra. Il desiderio radicale di democrazia, di giustizia e di una politica nuova e molto altra continua ad incontrare connessioni universali e a moltiplicarsi per il pianeta, dal zócalo di Città del Messico a piazza Tahrir del Cairo, alle strade di Tunisi, di Teheràn, di Tripoli, di Algeri o di Atene.
http://desinformemonos.org/2011/03/tres-puntos-suspensivos-a-diez-anos-de-la-marcha-del-color-de-la-tierra-2/

(traduzione a cura di rebeldefc@autistici.org – caferebeldefc.org)

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La Jornada – Mercoledì 30 marzo 2011

ONG denunciano la persecuzione giudiziaria contro gli attivisti chiapanechi

Hermann Bellinghausen

I centri dei diritti umani Digna Ochoa, Fray Matías de Córdova y Ordóñez e Fray Bartolomé de Las Casas in Chiapas hanno espresso la loro preoccupazione per la persecuzione giudiziaria contro i membri del centro Digna Ochoa. “In particolare contro il suo direttore Nataniel Hernández Núñez ed altri avvocati della stessa istituzione”. Su di loro accuse di reati federali che in realtà nascondono la persecuzione contro di loro per il fatto di svolgere il loro lavoro nelle comunità.

Di fronte alle prove che si tratta di un processo artificiale, gli organismi civili denunciano che tra le carte del procedimento legale appare la risoluzione di un giudice di Tapachula che “è la riproduzione del fascicolo depositato dall’agente del Pubblico Ministero Federale (MPF) nella città di Arriaga, il quale si basa su ‘dichiarazioni’ di poliziotti che risultano essere state sistemate per fabbricare il reato”. E precisano: “Nella causa penale ci sono dichiarazioni identiche”, perfino “con gli stessi errori di battitura”.

Le organizzazioni dei diritti umani (con sedi a Tonalá, Tapachula e San Cristóbal de las Casas) ricordano che lo scorso 15 marzo Hernández Núñez e sua sorella Jazmín si trovavano presso il tribunale di distretto di Tapachula per assistere legalmente alcuni abitanti della comunità Nicolás Bravo II (municipio di Mapastepec), chi erano stati fermati dalla Polizia Federale Ministeriale (PFM).

Hernánez era rimasto in città “per verificare il motivo” di questi arresti. Quella notte, mentre indagava sulla situazione dei detenuti nei tribunali di distretto, gli si sono avvicinati degli agenti della PFM che gli hanno detto: “Tu sei Nataniel, siamo della AFI ed abbiamo un mandato di cattura”. Hernández li informava di avere una tutela di legge, ma l’agente federale del Pubblico MinisteroGriselda Flores de Léon ha ribattuto “E’ lui, portatelo via, la tua tutela non serve”.

L’avvocato è stato portato nella Procura Generale della Repubblica di Tapachula. Gli agenti l’hanno interrogato chiedendogli se fosse “dirigente di qualche organizzazione contro il governo”, e l’hanno trasferito nel Centro Statale di Reinserimento Sociale N. 3, nella stessa città. Lì è stato informato che il suo accusatore era la Segreteria di Comunicazioni e Trasporti per i fatti accaduti il 22 febbraio a Pijijiapan. Bisogna ricordare che in quell’occasione, gli avvocati del centro Digna Ochoa furono arrestati per 10 giorni, per essere stati presenti come osservatori ad una protesta del Consiglio Regionale Autonomo della zona Costa, aderente all’Altra Campagna.

I quattro detenuti di Mapastepec sono stati liberati la mattina del giorno 16, ed qualche ora dopo anche Hernández, ma sotto cauzione e pagando una multa. Il giorno 18, il giudice della causa penale José Luis Zaya Roldán decretava un ordine di arresto contro di lui “al quale seguirà il processo in libertà su cauzione, con obbligo di firma ogni martedì presso il tribunale”. Il MPF ha aggiunto l’accusa infondata di estorsione, che è un reato comune,  “per cui c’è il rischio che l’avvocato tonalteco sia nuovamente arrestato”.

I centri dei diritti umani manifestano la loro preoccupazione “per l’utilizzo di azioni legali contro gli avvocati, con l’obiettivo di perseguirli giudiziariamente e screditare il loro lavoro”. Chiedono al governo federale di adempiere al suo obbligo “di mettere fine ad ogni tipo di aggressione od ostruzione al lavoro dei difensori dei diritti umani in Chiapas”, ed onorare i suoi obblighi sanciti nei trattati internazionali. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/30/index.php?section=politica&article=016n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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POPOCATÉPETL
La lava del Messico
a cura di Gianni Proiettis
28 marzo 2011

El amigou amerikano

Wikileaks comincia a fare le prime vittime nella diplomazia. Dopo il ritiro di Gene Cretz, ambasciatore Usa in Libia, che si dileggiava a descrivere le bionde e formose infermiere di Gheddafi, è la volta di Carlos Pascual, ambasciatore gringo – anche se nato a Cuba –a Città del Messico che ha presentato il 19 marzo le dimissioni “per motivi personali”.

In realtà, il ritiro di Pascual è la logica conclusione di una serie di incidenti che hanno messo a nudo l’inarrestabile interventismo statunitense a sud del Rio Bravo – iniziato con il Piano Mérida di lotta al narcotraffico e arrivato recentemente a sopravvoli di droni a sud della frontiera – così come il simmetrico servilismo del governo messicano, che è arrivato a chiedere aiuto a Washington per rendere governabile Ciudad Juárez.

La notizia che ha innescato una dinamica distruttiva nei rapporti fra Messico e Stati uniti è stata la venuta a galla dell’operazione “Fast & Furious”, una notizia che non smette di sollevare onde: negli ultimi quindici mesi le autorità statunitensi, attraverso l’Atf (Alcohol, Tobacco and Firearms, l’ufficio federale incaricato del controllo delle armi da fuoco), hanno rifornito di armi da guerra i cartelli dei narcos messicani.

La rivelazione, fatta in un programma di Cbs News lo stesso giorno (3 marzo) in cui il presidente Calderón era in visita ufficiale a Washington, ha già provocato un terremoto negli ambienti politici dei due paesi.

Non fosse stato per la morte di due agenti gringos crivellati da quelle stesse armi – il primo, Brian Terry, era un agente della Border Patrol ucciso in uno scontro a fuoco a dicembre in Arizona, l’altro, Jaime Zapata, un agente dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) trucidato da una banda armata a metà febbraio nel corso di una missione undercover in Messico – dell’operazione Fast & Furious non se ne sarebbe saputo nulla. E’ stato uno degli agenti che vi partecipavano, il 39enne John Dodson, con una grave crisi di coscienza e ora con una gran paura di perdere il posto, a fungere da gola profonda.

Nel programma della Cbs, John Dodson ha vuotato il sacco: l’operazione Fast & Furious, che era stata approvata dal dipartimento di Giustizia, prevedeva che, contrabbandando armi all’interno del Messico e seguendone il percorso, si sarebbe arrivati agli ultimi destinatari, sgominando così intere gang di criminali. In realtà, l’Atf non aveva mai effettuato alcun arresto di rilievo – solo ora, a scandalo esploso, sono stati resi noti una ventina di arresti, ma di semplici “straw buyers”, trafficanti minori e prestanomi – e aveva finito per mettere in mano alla delinquenza organizzata un arsenale sufficiente per un piccolo esercito. Più di duemila armi di grosso calibro, dai classici kalashnikov ai famigerati Barrett 50 prediletti dai narcos, i mitragliatori con mira telescopica che sfondano le auto blindate (e, secondo un marine dimostratore in Youtube, “se ben usati, possono segare in due un uomo a duemila metri”).

Il fatto che quell’armamento cominciasse a seminare vittime fra i loro colleghi ha spinto vari agenti che partecipavano all’operazione, fra cui lo stesso Dodson, a manifestare le loro inquietudini ai propri superiori. Che, a quanto pare, li avrebbero tranquillizzati dicendo: “Ragazzi, se si vuole fare un’omelette, bisogna per forza rompere le uova”. Significa che una certa dose di illegalità è necessaria e tollerabile, se si vuole imporre la legge?

Sia come sia, gli agenti “ribelli” hanno deciso di portare alla luce quella strana operazione e hanno richiamato l’interesse dei media dediti al giornalismo investigativo – primo fra tutti www.publicintegrity.org -, della Cbs e finalmente della commissione giustizia del Senato, presieduta dal repubblicano Charles Grassley, che ha aperto subito un’inchiesta.

In questi giorni, come bombe a grappolo, si sono ascoltate ripetute smentite da vari organi del governo Usa: nessuno ne sapeva un piffero dell’operazione Fast & Furious. Né Janet Napolitano, che pure dovrebbe vegliare sulla sicurezza interna del paese, né Hillary Clinton, che comunque ne ha approfittato per lamentare la violenza a sud del Rio Bravo e chiedere un rafforzamento della frontiera Messico-Guatemala, magari con l’aiuto statunitense. Anche il procuratore generale Eric Holder ha considerato “inaccettabile” un’operazione che ha fatto entrare illegalmente un armamento letale in Messico lasciandolo nelle mani della delinquenza organizzata.

A chi resterà in mano il cerino? Ai dirigenti dell’Atf che si sono inventati l’operazione, all’ufficio del dipartimento di Giustizia che l’ha autorizzata, a qualche funzionario minore che ci ha lucrato sopra? Perché c’è anche da considerare il giro d’affari milionario che sta sotto l’operazione, tanto che non è chiaro – ma dovrebbe uscir fuori – se si tratta di un business travestito da operazione di polizia o viceversa.

Per ora, a più di tre settimane dalle rivelazioni sul caso e con due commissioni d’inchiesta ancora al lavoro nei due paesi, la palla non smette di rimbalzare. Obama, il 26 marzo, ha dichiarato che è normale che i messicani non ne sapessero niente, visto che lui stesso era stato tenuto all’oscuro dell’operazione. Ma il dipartimento di Giustizia, secondo i propri funzionari, l’aveva autorizzata “dai suoi massimi livelli”.

Quello che difficilmente si saprà, a meno di un miracolo futuro di San Wikileaks, è se queste operazioni – Fast & Furious, secondo lo stesso John Dodson, sarebbe solo la punta di un iceberg e neanche conclusa – rispondono a una strategia segreta diretta a destabilizzare il vicino del sud, lo storico “cortile posteriore”, per estendervi il controllo e aumentare le ingerenze.

Sebbene con ritmi più latini, il pandemonio è scoppiato anche in Messico, dove si sente puzza di sovranità incenerita. Davanti a un governo che dice di non saperne assolutamente niente di questo “Rápido y Furioso”, Camera e Senato stanno reclamando spiegazioni e avviando inchieste su un episodio considerato gravissimo e suscettibile di mettere in questione i rapporti fra i due paesi. Il Senato ha convocato urgentemente il ministro degli esteri Patricia Espinosa e l’ambasciatore messicano a Washington Arturo Sarukhán perché informino sull’argomento.

Le relazioni fra il Messico e gli Stati uniti, già in crisi da prima, hanno toccato fondo con l’esplosione del caso Fast & Furious, che potrebbe rivelarsi tanto dirompente come un nuovo scandalo Iran-contras. La recente visita di Calderón a Washington, che ha segnato il quinto incontro fra lui e Obama, si è centrata soprattutto sulla fallita guerra al narcotraffico, che ha aumentato l’ingovernabilità in Messico e rischia di contagiare con la crescente violenza il potente vicino del nord. Ora, le rivelazioni di Fast & Furious gettano una luce schizofrenica sulla lotta al narcotraffico imposta dall’amministrazione Obama e aprono interrogativi inquietanti.

Fast & Furious, il serial cinematografico

A Washington, fino a una settimana fa, mentre Calderón si lamentava dell’ambasciatore statunitense in Messico Carlos Pascual – che lo ha dipinto come un presidente debole e incompetente nei cablo di Wikileaks – ma lo faceva allo sportello sbagliato (in interviste ai giornali, anziché per i canali ufficiali), il governo Usa aveva riconfermato la sua fiducia incondizionata al diplomatico, che non è solo un esperto in “stati falliti”, quindi molto ben collocato sullo scacchiere, ma stava anche ottenendo succosi contratti con Pemex, l’ente petrolifero di stato, a beneficio delle compagnie statunitensi e in spregio alla Costituzione messicana.

Poi improvvisamente, lunedì scorso, ha presentato le dimissioni, riscuotendo il pieno apprezzamento di Obama e della Clinton, che lamentano il suo ritiro. Per Felipe Calderón, dicono gli opinionisti messicani, la caduta del proconsole Carlos Pascual, in carica dall’agosto 2009, è una vittoria di Pirro, che i gringos gli faranno pagare cara.

Nel gossip di Città del Messico faceva rumore la relazione dell’ambasciatore con Gaby Rojas,  figlia del capogruppo parlamentare del Pri, il dinosauro che vuole tornare al potere.

ANCHE I GRINGOS PIANGONO

Senza troppo rumore, giovedì 10 marzo nella cittadina di Columbus, in New Mexico alla fontiera con Chihuahua, agenti federali hanno arrestato il sindaco, il capo della polizia e altri 11 funzionari pubblici della località di confine accusandoli di traffico di armi e droga. Gli arresti sono frutto di un’indagine realizzata congiuntamente dalla Dea (Drug Enforcement Administration), l’Atf (Alcohol, Tobacco and Firearms Department) e l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) e confermano i sospetti di una crescente corruzione fra i funzionari della zona di frontiera.

Secondo un portavoce del Fbi citato dall’agenzia Notimex, i narcotrafficanti hanno aumentato le ricompense agli agenti e ai funzionari per ottenerne la collaborazione. “Esiste una tremenda tentazione, per qualcuno che è meno onesto, a lavorare con i delinquenti. Chi lavora sulla frontiera può farsi vari anni di stipendio in un paio di notti.”

Due mesi fa è entrata in vigore una nuova legge che obbliga tutti gli aspiranti ad entrare in un corpo di polizia di frontiera a sottomettersi a un test con la macchina della verità.

Gli arresti di Columbus sono stati eseguiti un giorno dopo la commemorazione (non festiva) di un evento storico localmente rilevante: una scorribanda oltreconfine, con relativo saccheggio della cittadina, perpetrata da Pancho Villa e le sue truppe il 9 marzo del 1916. Curiosamente, il motivo dell’incursione era una rappresaglia contro un mercante d’armi che aveva truffato il generale Villa vendendogli munizioni inservibili.

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La Jornada – Venerdì 25 marzo 2011

Le autorità premiano con aiuti sociali chi diserta dalla resistenza zapatista

HERMANN BELLINGHAUSEN

La strategia contrainsurgente in Chiapas, ampiamente denunciata e documentata fin dal 1995, non ha cessato di svilupparsi principalmente sul piano militare ed economico. Sebbene oggi sia poco visibile, la militarizzazione attiva viene mantenuta nelle zone indigene. Le strategie economiche, frammiste a programmi istituzionali che cambiano nome, privilegi e consegna di denaro, soddisfano gli stessi fini.

La Jornada recentemente ha documentato in comunità delle varie regioni indigene, che i programmi sono più immediati e generosi verso chi abbandona la resistenza ribelle zapatista, e con priorità più bassa verso ex aderenti all’Altra Campagna. Indigeni priisti e di altre organizzazioni affini al governo degli Altos, per esempio, si lamentano che “tutto è per quelli che erano zapatisti”. Questo, mentre il governatore elargisce elogi ed espressioni di rispetto alle giunte di buon governo ed alle comunità autonome.

In questo contesto, un tribunale del Chiapas questo martedì ha giudicato innocente della sua partecipazione nel massacro di Acteal, l’indigeno Juan Pérez, dopo 13 anni di prigione. La risoluzione si basa su una sentenza della Corte Suprema di Giustizia della Nazione che nel 2009 aveva stabilito che la Procura Generale della Repubblica “falsificò le prove” per incolpare Pérez. Degli oltre 80 paramilitari che scontavano condanne fino a 35 anni per la loro partecipazione al massacro del 1997, ne restano in carcere solo 23 che potrebbero essere presto liberati.

Nello stesso tempo, tra i giornalisti circola un documento che lascia facilmente immaginare chi sia il vero autore. Anonimamente firmato da “membri di organizzazioni sociali di San Sebastián Bachajón, Mitzitón, Tila, Tumbalá, Sabanilla, Chilón, Tonalá, Mapastepec e Pijijiapan” (esattamente le comunità e le zone dove la resistenza si scontra col potere statale ed i suoi piani di investimento), non si specifica mai di che organizzazioni si tratta.

Diffuso sui media locali e scritto in una forma affine agli argomenti dei funzionari della Segreteria di Governo e dei poliziotti statali, i suoi autori dicono di essersi organizzati “da febbraio” in quella che chiamano “l’altra dell’altra civile”, in “risposta alla campagna mediatica dell’Altra Campagna EZLN (sic), che attraverso le sue reti sociali vuole screditarci ed usarci come carne da macello contro il governo e contro la comunità nazionale e internazionale, per i suoi più oscuri ed abietti scopi di terrore e morte”.

Citati nel “pronunciamento”, ma evidentemente non consultati, gli evangelici di Mitzitón (in lotta con gli ejidatarios dell’Altra Campagna per il progetto di un’autostrada privata sulle le loro terre) hanno subito appoggiato il testo alla pagina La Voz de los Mártires.

Secondo lo scritto, gli aderenti all’Altra Campagna “non sono nativi di qui, vengono da altri stati, appoggiati logisticamente da gruppi ribelli, molti di origine straniera, i cui propositi sono volti a creare la divisione tra noi a favore di gruppi guerriglieri e terroristi”. Ed avvertono che “ad ogni attacco” dell’Altra Campagna via Internet,  “ci sarà una risposta”.

Rispetto al conflitto all’entrata delle cascate di Agua Azul (Tumbalá) che attraversa il territorio dell’ejido San Sebastián Bachajón (Chilón), si sostiene senza fondamento che “gli invasori vogliono impadronirsi della zona turistica e del controllo del botteghino di riscossione”. Bisogna dire che il botteghino di riscossione a San Sebastián era stato installato dagli ejidatarios stessi che non vogliono impadronirsene, ma recuperarlo.

Gli autori del testo fanno capire falsamente che sarebbero stati loro ad essere aggrediti e che il botteghino appartiene all’ejido Agua Azul. Si descrivono anche “propensioni al dialogo” col governo, e senza smentirla, rispondono all’accusa di essere paramilitari sostenendo che “L’Altra Campagna e l’EZLN sono un gruppo militare, armato, violento, insorto, terrorista e al servizio degli interessi del crimine organizzato della regione”. Lo scritto si ostenta come ufficiale, perché conclude dicendo: “Aspettiamo la comunicazione, attraverso questo mezzo, della riunione col segretario di Governo, come da risposta dell’ufficio della Presidenza della Repubblica”. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/25/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 24 marzo 2011

Las Abejas: Los Zetas son il prodotto della contrainsurgencia in Chiapas

Hermann Bellinghausen

Commemorando il massacro di Acteal A Chenalhó, Chiapas, la Società Civile Las Abejas questo martedì ha dichiarato: “Tutto il Messico ogni giorno sta vivendo dei massacri. In luoghi come Ciudad Juárez e Sinaloa, si uccidono intere famiglie, si bruciano le loro case, si minacciano i sopravvissuti ed il governo non fa niente, dice che sono i narcotrafficanti. Ma quando uccidono un agente degli Stati Uniti, in una settimana hanno già i presunti responsabili. Quando viene assassinata gente del popolo, quando ammazzano una donna proprio sulla porta del palazzo di governo, quando famiglie intere sono distrutte, il governo non fa niente”.

Ricordando l’offensivo contrainsurgente che subiscono da quattro lustri, gli indigeni sostengono che “tutto questo” ha seguito un piano di contrainsurgencia che i militari messicani “hanno appreso nelle scuole militari degli Stati Uniti, ed ora i loro cani coraggiosi che li hanno addestrati sono usciti dall’Esercito e continuano a massacrare innocenti, ma ora come il gruppo che si chiama Los Zetas”.

Da Acteal, Las Abejas dicono: “Il governo dice che quelli che muoiono sono delinquenti o gente che per caso passava da quelle parti durante le sparatorie, ma noi vediamo che molti sono morti per difendere la vita di fronte ai progetti di morte e distruzione. Vediamo che in Chiapas e in Messico c’è il massacro di gente innocente a favore della pace, ci sono persecuzioni dei leader di molte organizzazioni, carcere per coloro che chiedono giustizia, pace e dignità”.

Con questi fatti, aggiunge l’organizzazione tzotzil, “vediamo che il governo ha paura del popolo e vuole far tacere la sua voce. Uccide chi difende la vita; mentre quelli che ammazzano, quelli che organizzano guerre ed i delinquenti sono liberi o vengono liberati, come agli autori del massacro di Acteal”. Colpevoli di questi fatti e della violazione dei diritti umani sono i governanti “che non sanno amministrare la giustizia”.

Citano come esempio quelli che sono perseguiti “per difendere la vita” dei propri compagni aderenti all’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón (Chilón), “che subiscono repressione, persecuzione, criminalizzazione delle loro lotte ed arresti ingiusti come conseguenza della difesa della Madre Terra”. Ciò mette in evidenza la strategia contrainsurgente del governo “ed il modo in cui si continui ad agire” per “il dominio sui popoli e sulle comunità in resistenza”.

Las Abejas di Acteal sostengono: “Non scoraggiamoci mai di commemorare i nostri padri e madri e chiedere giustizia per i nostri cari massacrati nel 1997. Non dimentichiamo questo crudele avvenimento compiuto dai paramilitari organizzati dal presidente Ernesto Zedillo, dal governatore Julio César Ruiz Ferro e dal comandante della zona militare, Mario Renán Castillo”. Il loro piano di contrainsurgencia si proietta al presente, ora con Los Zetas.

Nel loro modo caratteristico, Las Abejasi, insistono: “Anche se i governanti considerano quell’anno ormai parte della storia, noi non possiamo dimenticare. Come pacifisti diciamo che ‘la pallottola non uccide, quello che uccide è l’oblio’ ed è fondamentale per noi mantenere viva la memoria”.

Da parte sua, il Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa del Chiapas, anch’esso dell’Altra Campagna, denuncia: “In queste settimane abbiamo vissuto circondati da governi, funzionari, procuratori, poliziotti, falsi avvocati, servizi di intelligence al punto che il paesaggio non era tale se non erano presenti”. Riconosce che il Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa “ha svolto un ruolo di intermediazione”, e ciò nonostante, i suoi membri sono perseguitati dalla giustizia.

“Non abbiamo nessun impegno col governo, solo domande e richieste. Non abbiamo firmato nessun patto di governabilità, perché la governabilità c’è solo quando esiste giustizia sociale e siamo molto lontano da questa realtà. Vogliamo dire al governo che non ci sarà nessun tavolo di lavoro, dialogo o colloquio, perché non crediamo nelle sue parole piene di bugie, non ci sarà nessuno che parlerà a nome del Consiglio Autonomo, continueremo a mettere per iscritto le istanze delle comunità ed a mobilitarci se queste non saranno soddisfatte”, precisa il Consiglio. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/24/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Lunedì 21 marzo 2011

L’ondata di violenza colpisce i difensori dei diritti umani nel sudest del Paese

Attivisti di Chiapas, Tabasco e Yucatán operano in condizioni estremamente ostili

Le aggressioni alle donne nella zona sono sempre più simili a quelle di Ciudad Juaréz

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 20 marzo. La violenza generalizzata nel paese e l’impunità diffusa acutizzano il contesto di repressione, povertà, criminalizzazione, emigrazione, esproprio territoriale ed attacchicontro chi promuove, difende ed esercita i diritti per tutti, ha dichiarato oggi la Rete Nazionale di Organismi Civili ‘Tutti i Diritti per Tutte e Tutti’, con enfasi particolare nel sudest del Messico.

A conclusione della 41a Assemblea Nazionale, i difensori si sono pronunciati sulle ostili condizioni in cui lavorano i loro colleghi in Chiapas, Tabasco e Yucatan, in una regione del paese dove le violazioni dei diritti non sono minori.

L’estesa Rete, alla quale appartengono 72 organizzazioni, constata che l’esproprio territoriale è pratica ricorrente di governi ed impresari contro chi difende le risorse naturali e si rifiuta di cedere i propri territori per gli investimenti privati (sfruttamento delle miniere, progetti turistici e stradali), perché hanno deciso di praticare l’autonomia esercitando in pienezza i loro diritti fondamentali.

Mentre questa mattina si svolgeva un nutrito corteo nel viale Juan Sabines di questa città contro il progetto governativo di trasformare i campi sportivi in grandi centri commerciali con il pretesto di creare posti di lavoro (benché non vengano accompagnati da diritti del lavoro), la Rete ha denunciato che la cancellazione degli spazi pubblici e sportivi è un’azione di governi municipali e statali che favoriscono gli interessi economici e commerciali delle imprese, e provocano la distruzione dell’ambiente.

La crescente militarizzazione, l’occupazione poliziesca e la paramilitarizzazione di comunità e città del sudest, giustificata da una presunta lotta contro la criminalità organizzata, vuole smobilitare e controllare le dinamiche dei popoli che si organizzano. Tra gli aggiustamenti strutturali si strumentalizzano i poteri Legislativo e Giudiziario per legalizzare la criminalizzazione dell’azione sociale, in particolare contro gli avvocati difensori.

La violenza sulle donne, aggiunge la Rete nella sua dichiarazione finale, è arrivato a livelli simili agli stati del nord, al punto da incoraggiare la violenza contro le donne come parte di una strategia che vuole frammentare il tessuto sociale. Inoltre, la migrazione che transita sui nostri territori non è più solo dei popoli dell’America Centrale; è delle comunità e città impoverite del sudest.

Denuncia inoltre che un forte investimento a livello mediatico presenta i governi statali “come ‘avanguardia’ nel compimento degli standard dei diritti umani”, quando in realtà è nulla la loro applicazione a causa della corruzione strutturale.

La difesa delle garanzie si traduce in azioni di denuncia, formazione, processi, azioni politiche, incidenza pubblica, accompagnamento sociale, solidarietà ed articolazione permanente; l’abbiamo imparato da chi tiene viva la memoria delle lotte e delle resistenze che i nostri popoli portano avanti giorno per giorno.

La Rete riafferma il suo impegno di proseguire vigile ed attiva di fronte alla crescente violazione dei diritti umani che la guerra ufficiale sta generalizzando contro la popolazione civile. A dispetto del crescente rischio per la loro vita ed integrità fisica, riconosciamo nei compagni avvocati difensori in Chiapas, Tabasco e Yucatan un impegno permanente nella difesa della dignità umana.

In maniera particolare trovandosi in Chiapas, i difensori hanno annunciato che seguiranno attenti i loro compagni dei centri dei diritti umani Fray Bartolomé de Las Casas, dei Diritti Indigeni e Fray Matías de Córdova, il collettivo Educazione alla Pace e ai Diritti Umani, i comitati Fray Pedro Lorenzo de La Nada e Por la Defensa y Libertad Indígena, e Iniciativas para la Identidad y la Inclusión, che svolgono il loro compito in un contesto in cui le azioni di contrainsurgencia sono studiate ed attuate dallo Stato. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/21/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

Marzo 2011

Alla 41 Assemblea Nazionale della Rete Nazionale di Organizzazioni Civili “Todos los Derechos para Todas y Todos.”

Da: Subcomandante Insurgente Marcos.

Signore e signori.

Vi mandiamo i nostri saluti. Prima di tutto vogliamo ringraziare il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas AC. per l’invito che ci hanno fatto di mandare un messaggio amico alla vostra Assemblea Nazionale.

Ho il privilegio di conoscere personalmente qualcun@ di voi, ma conosciamo la maggioranza in un modo gratificante, cioè, per l loro lavoro.

Per questo, permettetemi di usare un tono colloquiale per questo messaggio-saluto. Se non me lo permettete, basta saltare tutto quello che segue e dire solo “l’EZLN manda un saluto”. In ogni caso, ci sono sentimenti che non hanno ancora un alfabeto che permetta di esprimerli.

Se state leggendo già queste righe, significa che mi avete concesso la forma colloquiale, ergo, procedo.

_*_

Sono sicuro che la maggior parte di voi, se non tutti, sapranno ascoltare in queste righe non i pensieri del SupMarcos, bensì quelli degli uomini, donne, bambini ed anziani dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Nello stesso modo in cui noi, zapatiste e zapatisti, abbiamo saputo vedere nelle azioni di Don Samuel non solo quelle di un individuo, ma quelle di una collettività.

Ma oggi ricordiamo che, è vero, ora manca un viandante, ma la strada è lì. E sappiamo che chi la percorre collettivamente, riuscirà a trasformare il dolore in bandiera e deciderà di non dimenticare, e nemmeno di fermarsi.

Noi pensiamo che sia così perché, come nella storia di quest’assenza fisica, la sua strada ed il suo passo è la sua collaborazione, la sua ragion d’essere, la sua vita.

So che qualche idiota (solo maschi, bisogna ammetterlo) ha approfittato della scomparsa di Don Samuel per mettere l’EZLN contro la diocesi, e Don Samuel contro il SubMarcos rispetto a quello che accadde in queste terre quel Primo Gennaio 1994, per qualcuno ora dimenticato (non sono pochi quelli che, considerando i contributi democratici e sociali, saltano dal 1998 al 2006), o per vedere chi ha fatto o fa di più per i popoli originari del Chiapas e del Messico.

Con argomenti del tipo il “mio papa è più bravo”, o ostentando la potenza maschilista del “vediamo chi ce l’ha più grande” o “vediamo chi arriva più lontano” o “vediamo chi fa più schiuma”, questi personaggi hanno voluto infangare la significativa assenza di Don Samuel.

C’è stato chi ha partecipato a questo gioco per bambini idioti o per politici (che sono la stessa cosa). E così hanno rivisto la storia per coprire la loro ignoranza, o per manipolare i nostri coscienti e premeditati silenzi. Arriverà il momento in cui la nostra parola raggiungerà quegli angoli oscuri, che sono stati occupati da chi vuole vincere questa contesa senza senso.

Noi no. Noi zapatisti non contendiamo un credito che in realtà appartiene a chi da 500 anni vuole uscire da un incubo che cambia regime politico o partito al potere, ma che continua ad imporre la sua dose di sfruttamento, abuso, repressione, disprezzo.

Neppure aspiriamo o aneliamo ad una nota a piè di pagina nel pesante libro della storia contemporanea di questo angolo del mondo.

L’unico credito che ci riconosciamo è quello dei nostri errori e mancanze che, è vero, non sono pochi né lievi, ma non comprendono l’incoerenza in nessuno dei suoi ipocriti aspetti.

Chi ha fatto o fa di più per le comunità indigene di questo angolo del Messico?

Per quanto riguarda l’EZLN, noi rispondiamo che abbiamo fatto poco o niente. Invece, aggiungiamo umilmente che è molto, è tutto, quello che i popoli indios del Chiapas e del Messico hanno fatto per noi. Niente meno che darci identità, strada, direzione, destino, ragion d’essere.

E non solo a noi. Anche a molti distanti e distinti nei calendari e nelle geografie del Messico e del mondo.

Il posto che Don Samuel ha avuto ed ha tra le comunità indigene è quello che si è guadagnato nel suo cammino. Non solo lì, certo, ma ora parlo solo di quello che ho conosciuto di prima mano. E questo non dipende dalle qualità banali che, nei funesti giorni della sua scomparsa fisica, hanno condito gli interventi, articoli ed interviste di chi copre con le chiacchiere la sua mediocrità ed opportunismo.

_*_

Uno dei meriti di Don Samuel, gli dissi una volta, è che potendo scegliere se essere Onésimo Cepeda, scelse di essere Don Samuel Ruiz García.

Proprio come tutte e tutti voi potevate scegliere di essere un’altra cosa rispetto a cosa siete ora, tuttavia avete scelto di essere, nei vostri rispettivi calendari e geografie, difensori promotori dei diritti fondamentali dell’essere umano.

E scegliendo questa identità, nello stesso tempo comune e differente (comune nel suo spirito, differente nella sua storia, luogo e tempo), non avete scelto la strada più facile, la più comoda, quella con più privilegi e maggiori compensi, ma una delle più difficili, scomode, ingrate.

Perché, chi difende i diritti umani delle/dei difensori dei diritti umani?

Infine, voi potevate scegliere, per fare un esempio, se essere Diego Fernández de Cevallos (chiedo scusa per le parolacce) e trasformare la gestione perversa delle leggi in una fonte di ricchezza e potere.

O potevate scegliere di lavorare agli ordini di chi viola i diritti umani, cioè, con governi statali o federali, e nascondervi dietro il fragile alibi del “cambiare le cose dall’interno” o “attenuare le arbitrarietà dei governanti”.

Ma voi, meglio di nessun altro conoscete le mille e una forma, alibi, pretesti e giustificazioni per fare o per smettere di essere quello che ora siete (e che è quello che motiva questa Assemblea ed il nostro saluto), cioè, la vostra identità.

In sintesi: voi potevate scegliere di essere altre, di essere altri, tuttavia avete scelto di essere quello che ora vi convoca e vi riunisce

Ognuno ha la sua storia privata e personale di come è nata questa decisione, questo cammino, ed il fatto fondamentale, l’essere ora ostinati viandanti per un mondo migliore, non dipende da regali, articoli sui media, aneddoti in dibattiti o incontri, o capacità di stimare il valore umano in centimetri.

Ed il riconoscimento di questa decisione non viene solo da chi vi persegue, vi minaccia, vi calunnia, vi colpisce, vi imprigiona, vi assassina o cerca di convincervi ad arrendersi, a cedere, a vendersi. Cioè, non viene solo dai molti governi di diverso colore.

Il riconoscimento per quello che avete scelto di essere, può venire anche da chi non ha i diritti elementari o li vede calpestati da chi ha la forza perché non ha la ragione. Da chi ha trovato nei vostri progetti, nei vostri passi, l’accompagnamento nella domanda del diritto fondamentale. Il diritto di avere tutti i diritti e di esercitarli.

_*_

A noi zapatisti hanno sempre suscitato ammirazione e rispetto le persone che, potendo scegliere di stare sopra, scelgono di stare sotto e con quelli che stanno sotto.

Notare che non sto parlando di filiazione politica o di credo ideologico, ma di una posizione, di qualche chiara e semplice risposta alle domande “dove?”, “con chi?”, “di fronte a chi?”

E notare anche che, messe così, queste domande mettono in ridicolo le domande “chi è il migliore?”, “chi fa di più?”, “chi vince?”

Forse per qualcuno di lì la cosa importante saranno le risposte alle domande competitive. Non lo mettiamo in discussione. Ognuno fa uso del suo tempo secondo le sue possibilità… ed amicizie.

Quello che voglio dire è che sono le vostre domande alle domande che danno identità, quelle che si riconoscono qua in basso. Dove, in basso, con chi, con chi lotta, contro chi, contro chi opprime.

Questo riconoscimento che viene dal basso nessuno lo può contendere, né aspetta la certificazione di chicchessia delle geografie politiche, da un estremo all’altro.

Ed a volte questo riconoscimento prende la forma di un saluto, come in questo caso in cui, attraverso le mie lettere, le comunità indigene zapatiste vi mandano un abbraccio col pretesto di questa Quarantesima Assemblea Nazionale.

_*_

Quarantuno assemblee sono molte, è vero, ma sembra che quella di quest’anno si svolga in tempi particolarmente delicati.

Delicati per la violenza diffusa su tutto il territorio nazionale, e delicati per la violazione/negazione dei diritti umani che è la conseguenza di quella violenza esercitata fondamentalmente dallo stato.

Difficilmente si potrà trovare un altro calendario in cui la violazione e negazione dei diritti umani abbraccia tutta la geografia nazionale… e dove la difesa di questi diritti sia tanto pericolosa.

Perché gli attentati ai diritti fondamentali (vita, libertà, beni, verità) ora vengono subito non solo dai settori sociali cosiddetti “vulnerabili”.

La violenza dilagante, col governo federale guidato dalla macabra brigata, non solo si estende su tutto il territorio nazionale e distrugge tutti gli ambiti della vita quotidiana. Ora  “democratizza” il suo arbitrio facendo vittime in tutti gli strati sociali.

Un oltraggio così nazionale e così attuale dovrebbe provocare una reazione di uguale estensione in identico tempismo, ma si vede che il calendario tracciato dall’alto, quello elettorale, impone altre priorità.

Anche per questo questi tempi delicati. Perché lassù vogliono prendere posizione nella falsa alternativa elettorale. Non c’è bisogno che mi dilunghi nei pericoli che, per la strada che avete intrapreso, rappresentano questi appelli all’emergenza.

Chi lavorano sul serio nella difesa dei diritti umani sa bene che i diversi simboli politici al potere si contendono con entusiasmo solo la sistematica violazione dei diritti fondamentali.

Noi confidiamo in coloro che hanno saputo ascoltare e guardare, e di conseguenza, hanno cercato di comprendere.

Perché così come per noi il loro impegno è fuor di dubbio, così lo è anche la loro intelligenza e la loro capacità di analisi.

_*_

Bene, non voglio disturbare oltre. Ho visto l’agenda preliminare della vostra Assemblea e so che avete molto da fare… e solo un pranzo in 3 giorni (cosa che chiaramente è una violazione al diritto di fare pausa).

Con l’abbraccio che vi mandiamo, va anche il nostro augurio di una buona assemblea.

Come tutte le decisioni che realmente sono importanti e che fanno la differenza, quelle che voi prenderete in questi giorni non avranno eco né conseguenze immediate, ma saranno fondamentali per la geografia ed il calendario che sceglierà la vostra identità.

Perché chi cammina sa che ogni passo conta, benché il percorso si renderà visibile solo giunti a destinazione.

Salve e che, senza che importino rischi e maldicenze, si mantenga la vostra identità.

Dalle montagne del Sudest Messicano

Subcomandante Insurgente Marcos

Messico, Marzo 2011

P.S. – Mi dispiace che la mia firma, e la data che scrivo in calce, contraddica le dicerie apparse su twitter, notizie e comunicati governativi sul mio stato di salute. Benché, bisogna dirlo, la cosa dell’enfisema polmonare e del cancro abbia provocato che non mi mandano più tabacco, questa è un chiara manovra contrainsurgente. Quindi è ufficiale. Non ho quello che dicono che ho… o non ancora. Dunque non temete e mandate tabacco, ed avrò cura di coprire la scritta che recita. “Fumare è causa di cancro ed enfisema polmonare. Fumare in gravidanza aumenta il rischio di parto prematuro e di neonato sotto peso (ovvero non potrò più dire “fat is beatifull”?) ed altri rischi riproduttivi” (cioè, non potrò vincere al concorso di “vediamo chi ce l’ha più grande”? bah, io ero già in fondo alla lista). In ogni caso, mandate tabacco.

Ora sì. Vale de nuez.

Dalle montagne… cof…cof…cof…arghhh…cof…cof…puah!…

Oh,oh… cos’è questo, un pezzo di polmone o di zucca non digerita?

Il Sup, che alimenta i pettegolezzi.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 16 Marzo 2011

Invasione di un complesso scolastico in una comunità tzeltal chiapaneca

Hermann Bellinghausen

La comunità tzeltal di Guaquitepec, nel municipio di Chilón, Chiapas, è nota da 15 anni per accogliere un progetto educativo innovativo, un riferimento obbligato per le zone indigene dello stato. Ora è lo scenario della riapparizione dei vecchi cacicchi, si presume appoggiati dal governo statale come ai vecchi tempi, con il sostegno e la consulenza dell’ex deputato perredista Carlos Bertoni Unda, legato all’organizzazione Oruga, con sede ad Ocosingo, già denunciata come strumento di contrainsurgencia economica contro la resistenza indigena.

Lo scorso 17 gennaio, il plesso scolastico della secondaria interculturale Emiliano Zapata Salazar è stato invaso da milizie clientelari dell’ex deputato Bertoni, che nel 2009 è stato in carcere per frode ed oggi prepara il terreno per la prossima tornata elettorale. La proprietà invasa, ed ora distrutta, è dove si svolgono le attività comunitarie educative, artistiche e culturali dalla secondaria.

Le autorità della comunità e degli ejidos vicini, e lo stesso direttore della scuola, Mariano Méndez López, denunciano che l’amministrazione statale, “per mezzo della segretaria Generale di Governo, è intervenuta nel problema senza dare soluzione all’invasione, ed il gruppo invasore ha approfittato per rubare e distruggere il patrimonio educativo del progetto, senza che si applichi la giustizia per questi atti criminali”.

Denunciano direttamente la sottosegretaria di Governo, Ana del Carmen Valdivieso Hidalgo, con ufficio a Yajalón, ed il titolare di Governo, Noé Castañón León, “che si erano presentati come coadiuvanti nella soluzione del conflitto, ma non hanno agito realmente”. Gli indigeni da gennaio avevano informato Castañón, ed il 28 di quel mese erano stati ricevuti a Tuxtla Gutiérrez dall’assessore giuridico dell’ente, che avrebbe parlato anche con gli invasori promettendo loro 15 ettari di terra da un’altra parte. L’unica cosa certa è che “i cacicchi che guidano l’invasione stanno costruendo delle case nell’appezzamento scolastico”.

Bisogna dire che non è un centro scolastico qualunque. Fa parte di un progetto interculturale bilingue riconosciuto a livello internazionale, appoggiato dal Patronato Pro Educazione Messicana e con la partecipazione di pedagoghi nazionali di primo livello. L’esperienza, modello per i popoli indigeni dell’area è, insieme al sistema educativo zapatista, una delle alternative di istruzione più avanzate e di successo in regioni dove l’educazione ufficiale è molto carente.

“I cacicchi hanno sempre ostacolato lo sviluppo”, sostengono maestri, comuneros ed ejidatarios. “Il loro metodo è armare il gruppo per reprimere e minacciare”. Nonostante le reiterate denunce, le autorità statali e municipali hanno permesso i loro abusi.

Gli indigeni descrivono il dirigente Bertoni Unda come “un destabilizzatore sociale, che è già stato in prigione per quelle attività che perseguono il lucro” ed ora funge da “consulente” dei cacicchi filogovernativi. Riferiscono che il 20 febbraio è stato festeggiato dagli invasori: “Com’è possibile che qualcuno che si dice servitore del popolo fa di tutto per provocare divisione e scontri tra fratelli”. Dicono di ignorare gli “interessi” di Bertoni a Guaquitepec, “ma siamo convinti che non sono per il bene delle comunità, ma per approfittarsi di loro”.

Appoggiano la denuncia l’Organizzazione Sociale Indigena Yip Lumaltik, la Fondazione Colosio regionale, le autorità di Maquejá, San Vicente, Pinabetal e San Antonio Bulujib, i Principales di Guaquitepec, così come le basi zapatiste e il direttore del liceo Bartolomé de las Casas. Si dichiarano a favore di “equità, uguaglianza, giustizia, dignità ed una vera democrazia” per vivere liberamente. “Si stanno violando i nostri diritti all’educazione, allo sviluppo come popoli indigeni e a vivere in pace ed armonia”, concludono. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/16/index.php?section=politica&article=025n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Scambio Epistolare su Etica e Politica

La classe politica e la guerra

Sergio Rodríguez Lascano

Nella lettera che il Subcomandante Insurgente Marcos scrive a don Luis Villoro, dal titolo “Appunti sulla guerra”, si illustra in maniera molto dettagliata il bilancio utilizzato da Felipe Calderón per portare a termine la sua guerra contro la popolazione messicana, seguendo gli obiettivi del vicino mandante del Nord. Questo è molto importante perché, a parte tutto, una guerra deve essere analizzata nei suoi costi. Quello che mi piacerebbe sottolineare, partendo da questo punto relativo ai costi per poi passare ad altri argomenti, è il ruolo che l’insieme della classe politica messicana ha svolto in questa guerra.

Racconta chi c’era, che quando Lenin lesse su un giornale svizzero che la socialdemocrazia di Germania e Francia aveva votato i crediti di guerra che autorizzavano entrambi i governi ad avviare quella follia che si chiamava Prima Guerra Mondiale, pensò che si trattasse di un’edizione falsa di quel giornale. Da allora, è molto importante sapere come si comportano i diversi partiti politici presenti nei parlamenti quando si vota sui soldi per fare una guerra. Sebbene in Messico il presidente ogni anno elabori una proposta di bilancio, chi ne decide l’importo e le destinazioni sono i deputati e i senatori di ogni partito politico.

In Messico, negli ultimi quattro anni – e si potrebbe dire anche negli ultimi dieci anni – i bilanci sono stati votati praticamente all’unanimità, con l’eccezione di alcuni deputati la cui obiezione non riguarda il bilancio di guerra. Con questo possiamo dire che la guerra che ha deciso di lanciare Calderón ha contato sull’avallo e l’appoggio di tutta la classe politica messicana. L’unica critica che gli muove il dissidente contumace, López Obrador, si incentra unicamente sul fatto che Calderón ha sollevato un bel vespaio, e così – volente o no – cade nella logica che il governo ha tentato di imporre: che ci troviamo di fronte ad una guerra contro il crimine organizzato, in particolare, contro il narcotraffico.

Nello stesso modo in cui Felipe Calderón utilizza questa guerra come suo unico elemento di legittimazione, la screditata classe politica messicana si aggrappa a questa guerra e giura e spergiura che, accada quel che accada nel 2012, questa politica non cambierà.

Recentemente, la dichiarazione di un vecchio priista ha suscitato clamore. Sócrates Rizzo García, ex governatore di Nuevo León, ha detto: “Durante i regimi priisti, il presidente della Repubblica aveva il controllo sulle rotte del narcotraffico, cosa che impediva che ci fossero attacchi alla popolazione. In precedenza, i presidenti definivano le strade che doveva seguire il traffico di droga per non coinvolgere la società civile… In qualche modo, si era risolto il problema del transito della droga. Esisteva un controllo e c’era uno stato forte ed un presidente forte ed una Procura forte e c’era il ferreo controllo dell’esercito… Dicevano: ‘Tu passi di qui; tu di qua; ma non toccare questi posti’… “. Subito, Enrique Peña Nieto ha dichiarato che se arriverà alla presidenza, continuerà la strada intrapresa da Calderón.

Marcelo Ebrard insistentemente ha dato il suo appoggio a Calderón in questa guerra, sostenendo che sarebbe stato meschino lesinare l’appoggio. Il consenso alla guerra comprende molti altri e molte altre istituzioni. Tutti i governatori degli stati e praticamente tutti i sindaci condividono questa strategia. Per questo, governatori e sindaci di varie regioni del paese hanno respinto le dichiarazioni di Felipe Calderón, nel senso che sfuggivano dalle loro responsabilità nella lotta al crimine organizzato, e gli hanno chiesto di “precisare meglio” le sue parole, perché sembra avere un panorama incompleto di quello che accade.

Felipe Calderón in un intervista ha dichiarato che in stati, municipi ed in altri ambiti del potere pubblico si elude la corresponsabilità prevista dalla Costituzione per affrontare in forma congiunta il crimine organizzato. Ha detto che quei livelli di governo credono che “sia facile passare la palla al governo della Repubblica”. Mario Anguiano, mandatario di Colima, ha detto che in nessuna circostanza ha eluso “né sfuggiremo mai da questa responsabilità costituzionale e stiamo lavorando in funzione degli obiettivi che abbiamo definito e garantiremo la sicurezza alla popolazione”. Al di là degli sfoghi isterici di Calderón, la realtà è che tutti sono coinvolti in questa politica.

Si potrebbe dire, ed è vero, che esiste una forte corruzione tra i governatori o i presidenti municipali, ma questo non è diverso da quello che accade nell’insieme delle istituzioni federali. Così, per esempio, il Revisore dei Conti Superiore della Federazione (ASF) ha riscontrato errori amministrativi ed omissioni in una fiduciaria della Segreteria della Difesa Nazionale (Sedena) che, nel 2009, ha gestito risorse per 1.640 milioni di pesos “per urgenze e spese per la sicurezza nazionale”. Nella revisione delle risorse, l’ASF ha rilevato la mancanza di licitazioni negli acquisti e contratti milionari che fanno perdere risorse all’Esercito, tra altre anomalie. Per un contratto firmato con un’impresa russa per la riparazione di cinque elicotteri, la Sedena ha dovuto sborsare 10,5 milioni di pesos solo per la cancellazione dell’accordo, poiché le condizioni non erano convenienti per l’ente.

Ugualmente, si potrebbe dire che molti governatori o presidenti municipali o deputati fanno parte delle reti del crimine organizzato, ma la stessa cosa si può dire di una serie di agenti federali, membri delle forze armate o dello stesso potere esecutivo.

Mentre l’insieme della classe politica partecipa attivamente a questa guerra, i presunti obiettivi che si è posta per portarla a termine non solo sono lontani, ma lo sono più che mai. La violenza non è diminuita, ma è aumentata in maniera esponenziale. Ogni settimana si supera il record precedente di violenza. Ogni volta sono più morti, ogni volta più scomparsi, ogni volta più arrestati, ogni volta più bambini coinvolti nella guerra, da una parte e dall’altra. Per esempio, la Rete per i Diritti dell’Infanzia in Messico (Redim), formata da 67 organizzazioni civili, ha documentato che, nel 2009, la Segreteria della Difesa Nazionale ha arruolato dei minorenni nel servizio militare anticipato per lo sradicamento di coltivazioni di marijuana e papavero. Ha inoltre denunciato, sulla base di documenti ufficiali, che nella lotta dell’esercito contro il narcotraffico partecipano dei minorenni reclutati mediante il Servizio Militare Nazionale ed il Sistema Educativo Militare. Lo scorso 31 di gennaio, la Redim ha presentato il documento “Infanzia e conflitto armato in Messico”, elaborato con informazioni della stessa Sedena, nella cui Terza Relazione dei Lavori 2009 consta che, dal 25 maggio al 1 agosto di quell’anno, 314 adolescenti hanno svolto questo compito in Michoacán. Secondo la Redim, è la prima volta che “si sa” con certezza che degli adolescenti sono coinvolti in azioni di “lotta contro il narcotraffico”.

E se l’obiettivo di ridurre la violenza non si raggiunge, non lo è neppure quello di ridurre il consumo di droga. Mentre il consumo di marijuana nel paese aumenta, la distruzione di colture di questa droga ed i sequestri diminuiscono. Durante l’amministrazione del presidente Felipe Calderón, la media annuale della distruzione di coltivazioni documentata dall’esercito è inferiore a quella dei mandati di Ernesto Zedillo e Vicente Fox. Dal 1995 al 2000, secondo la relazione della Segreteria della Difesa Nazionale, ogni anno venivano distrutti 19.523 ettari di marijuana, in media; dal 2001 al 2006, la cifra è stato di 25.800; ma nell’attuale  amministrazione, dal 2007 al 2009, è crollata a 17.014 ettari l’anno.

Il consumo di droga in Messico è schizzato: il suo valore attuale sul mercato nazionale supera gli 8.780 milioni di dollari l’anno, secondo informazioni della Segreteria di Pubblica Sicurezza (SSP) federale. “In Messico è aumentata in maniera importante la dipendenza, e devo segnalare che è uno dei fattori più importanti che bisognerebbe denunciare e assistere”, ha ammesso il suo titolare, Genaro García Luna durante la sua comparizione davanti ai legislatori. “La parte più importante nel consumo è occupata dalla marijuana, con una proporzione quadruplicata negli ultimi dodici anni”.

Naturalmente, per realizzare un’analisi completa sull’argomento è impossibile non considerare che si tratta di un grande affare. Affare del quale fanno parte i grandi industriali del paese e del mondo. E fino a che questo sarà un grande affare, i capitali continueranno a fluire verso questo settore.

Come segnala il Subcomandante Insurgente Marcos nella lettera citata, in questo grande affare il capitale nordamericano guadagna su due fronti: vendendo armi alle forze incaricate della violenza dello Stato e vendendo le stesse armi ai capi della droga. Lo fa anche, ed ora si sa, dagli uffici stessi delle istituzioni incaricate di vigilare sulla vendita delle armi.

Ma l’affare non si ferma lì. Secondo Víctor Cardoso, del quotidiano La Jornada, nei quattro anni del governo di Felipe Calderón sono stati riciclati 25.991 milioni di dollari. Parlando solo di quello che si lava attraverso il sistema bancario, per non parlare della quantità di hotel, scuole, centri ricreativi, eccetera, che sono semplicemente la facciata che occulta il riciclaggio di denaro sporco.

Stando così le cose, possiamo dire che, dentro le finanze di questa guerra, è possibile incontrare il sistema bancario messicano, oggi prevalentemente in mani straniere, e dunque non si può negare che una buona parte della quantità di soldi che si trovano in questo settore viene dal narcotraffico.

Inoltre, sappiamo che ogni anno entrano in Messico 29 mila milioni di dollari dal narcotraffico. Questo spiega, in buona parte, perché il Messico nel 2009 non sia caduto in una crisi peggiore ed quello che sta dietro la ripresa tanto esaltata del 2010, in un momento in cui le esportazioni di petrolio sono minori così come l’entrata di valuta grazie alle rimesse degli emigrati. Questa cifra è superiore a tutto l’Investimento Straniero Diretto che solo l’anno scorso è stato di 16 mila milioni di dollari, e di questo affare beneficia una buona parte della classe politica messicana. Per questo, questa guerra non è realmente contro il narcotraffico, perché sarebbe come tagliare la mano che ti nutre.

Il potere corrompe dice la vecchia massima, ma il potere e il denaro corrompono due volte. Per questo il panorama nel Messico del 2011 è quello di funzionari dello Stato che scoprono le mille e una strada per accedere a quella fonte inesauribile di entrate. Nella loro opera Mil mesetas, Delleuze e Guattari dicevano: “Così come il capitale cresce in maniera costante e smisurata rispetto al capitale variabile, la guerra diventa sempre più una guerra di armamenti. La crescita della composizione organica di capitale si traduce così nella crescita della composizione organica di capitale militare”.

Con questo si è aperta un’epoca di degrado ed umiliazione. Una guerra fatta con l’ordine di combattere il crimine organizzato cerca di contendere a quest’ultimo i guadagni. Si tratta dell’azione degradata del potere che utilizza una copertura ideologica per uno scopo inconfessabile. Ma vuole anche un’altra cosa: umiliare la società, facendole pagare i costi di sangue di questa guerra, cercando di distruggere l’ambito collettivo che trova sul suo passaggio; ogni ambito sociale che riesca a calpestare. Epoca di degrado e umiliazione che tutto annuncia proseguirà dopo il 2012 mentre si sta realizzando tutto quello che i candidati avevano presentato nel 2006; compreso quello che López Obrador aveva esposto nel suo libro Proyecto alternativo de nación, in cui segnalava che era giusto utilizzare l’esercito contro i narcos, poiché si trattava di un problema di sicurezza nazionale.

Oggi, in Messico, le elite politiche ed economiche che esercitano il potere, inteso non unicamente come l’esecutivo ma come l’insieme del potere, incarnano gli obiettivi più eccessivi tanto nell’accaparramento di denaro come di capacità di comando sulla società.

Tuttavia, questo slancio, questa volontà, questa apparente sicurezza svanisce quando il suo padrone alza la voce perché gli hanno ucciso un agente doganale, invece di chiedersi, là in alto, cosa ci faceva un agente doganale degli Stati Uniti a San Luis Potosí – forse la dogana non è più sul Río Bravo?- no, immediatamente, si scopre “l’assassino”.

Gli esperti sui mezzi di comunicazione mettono in discussione la rapidità con la quale si è saputo nel vicino paese del nord dell’arma assassina e dove è stata venduta, e non mettono in discussione il fatto che, in due giorni, lo Stato messicano – lo stesso che non sa chi ha assassinato Maricela Escobedo, lo stesso incapace di trovare chi ha ucciso gli studenti dell’Istituto Tecnologico di Monterrey, lo stesso che ha quasi distrutto la famiglia Reyes – ora, in due giorni, trovi un ragazzo, si presume l’assassino del funzionario statunitense, conosciuto come el Piolín.

Il problema che sorge dall’inizio è il seguente: quale è il livello di credibilità del potere politico in Messico? Perché dovremmo credergli? Chi può dire che i 35 mila assassinati in questa guerra erano membri del crimine organizzato? Perché davanti alle telecamere appaiono con armi, pistole, granate, fucili? Lo Stato, storicamente, non si è mai premurato di mettere davanti alle telecamere qualche ragazzo, vivo o morto, circondato da un arsenale? Ci siamo già dimenticati degli anni della guerra sporca contro le organizzazioni rivoluzionarie?

Queste domande sorgono, soprattutto, quando si conoscono bene le velleità cinematografiche del genio della menzogna, García Luna, che monta operativi a beneficio dei mezzi di comunicazione.

Per questo ha ragione Julio Scherer quando, nel suo libro Historias de muerte y corrupción, dice: “Dietro ogni vittima c’è un nome, un cognome, una storia, ma arriverà il giorno della resa dei conti da parte di chi si è visto coinvolto in questa tragedia che non cessa”.

Tutto questo in piena democrazia rappresentativa

Già nel numero precedente avevamo parlato del carattere di Stato d’emergenza che sta acquisendo lo Stato messicano, che lo sta trasformando in uno Stato penale di controllo che ha perso ogni prospettiva di legittimità sociale, a partire dalla mancanza di consenso. Il dominio è diventato crudo, privo di qualsiasi copertura sociale. Per questo, per il potere tutto è guerra.

Ma la cosa peculiare è che tutto questo si svolge nella cornice del sistema di democrazia rappresentativa, con un potere legislativo e giudiziario apparentemente separati dall’esecutivo.

Dalla prospettiva di detta democrazia rappresentativa, nessuno sta presentando un progetto di nazione diversa, non diciamo socialista – che sarebbe chiedere troppo – ma semplicemente alternativo alla politica della terra bruciata che si sta portando avanti contro la società e il paese.

In ultima istanza, se qualcuno vuole un’ulteriore dimostrazione dei limiti di questo sistema rappresentativo, oggi la può trovare in quello che sta accadendo in Messico.

Hanno diviso il paese in amici e nemici. I primi si trovano nel potere politico ed economico, e i secondi sono ogni cittadino al quale si vogliono togliere tutti i diritti, ad eccezione di quello di votare per i suoi carnefici.

Questo sistema consente solo una cittadinanza sotto controllo; per questo il cumulo di leggi che vogliono criminalizzare, non diciamo la protesta sociale, ma chiunque voglia esercitare i propri diritti più elementari come quello del libero transito o quello di fare una festa con gli amici, o uscire di scuola e camminare per le strade, o essere un vero difensore dei diritti umani, o dipingere graffiti, o chiamarsi Reyes, o vivere ad Apatzingán o a Ciudad Mier o a Ciudad Juárez, o quello di non andare negli Stati Uniti, o andare ad una festa, o, perfino consumare uno stupefacente.

Gli unici che hanno diritti sono i membri della classe politica e quelli che appaiono nell’elenco della rivista Forbes.

La democrazia rappresentativa, si presume, ha come base il fatto che il potere è il risultato di un’autorizzazione concessa da tutti e da ognuno degli individui. Questo, ora è chiaro, non è così. Il potere esiste nonostante lo stato di malessere che regna nella società, ed ora governa per i mezzi di comunicazione e per sé stesso.

Prima, il potere rappresentativo esisteva in funzione dell’esistenza dei diritti dell’essere umano. Oggi, questo potere rappresentativo si è trasformato in una brutta caricatura da quando i messicani sono stati espropriati dei propri diritti.

L’obiettivo non è più semplicemente garantire la vendita della forza lavoro, ma il controllo della vita stessa (il biopotere) dei cittadini in quanto tali: di quello che fanno, con chi passeggiano, con chi vanno alle feste, con chi giocano, con chi convivono, con chi si rapportano, con chi fanno l’amore.

In questo senso, si vuole generare l’idea di unanimità, di omogeneità. Non sorprende la campagna a favore del film Presunto colpevole, prodotta e diretta dagli avvocati degli assassini di Acteal. Tutti nella classe politica si sono lanciati nella difesa della libertà di espressione, come se questa fosse in pericolo, quando è completamente inesistente per la stragrande maggioranza della società, e si perseguita un ragazzo che aveva osato presentare un ricorso, mentre non è stato interpellato sull’utilizzo della sua immagine in un documentario che non è vero che semplicemente rifletteva quello che era successo in tribunale, ma rivelava quello che il direttore e l’editore volevano.

E’ stato patetico sentire commentatori “progressisti” parlare di qualcuno che strumentalizzava quel ragazzo, perché non poteva essere che uno così ignorante, che aveva fatto solo le elementari potesse presentare un ricorso.

Con un’azione di potere sono stati eliminati i diritti civili di un giovane povero, mentre gli avvocati dei criminali vivevano i loro 15 minuti di gloria. Queste sono le cause di tutta la classe politica. Ed i morti di Acteal? Qui è meglio voltare pagina e non importunare le buone coscienze che controllano i mezzi di comunicazione. Qui abbiamo un buon esempio di quello che in altri paesi è noto come “governanza”. Si crea l’immagine che, dalla società civile, esiste un movimento per frenare gli “eccessi” dello Stato e tutti i mezzi di comunicazione si muovono in quella direzione. Lo Stato felice crea un movimento di distrazione. Alla fine, si autorizza l’esibizione del documentario che mostra che la società civile ha vinto, la libertà di espressione è garantita. Nel frattempo, la guerra rade al suolo il paese.

Si può dire lo stesso dei partiti politici, concentrati come sono nel 2012. Tutti sono fuochi artificiali: alleanze sì o no, l’arrivo di Moreira al PRI, la crisi terminale del PRD, le campagne di AMLO ed Ebrard, eccetera.

Nessuno si occupa né si preoccupa dei 35 mila morti, del fatto che il mandante del Nord inonda con armi il territorio nazionale. L’unica cosa che a loro interessa è quello che succede nella propria bottega. Mai prima nella loro storia, la classe politica e le istituzioni statali sono state così inutili come oggi.

“Se prendo uno Zeta lo uccido. Perché interrogarlo?”

Così ha dichiarato il titolare della Sicurezza della città di Torréon, il generale Carlos Viviano Villa Castro. Questa è la filosofia dei militari in questa guerra. Il problema è che con questa dichiarazione è evidente che viviamo in stato di emergenza. Il fermato non richiede un processo, neanche un interrogatorio; la sola cosa da fare è ucciderlo.

A questo si aggiunge che il generale dice che bisogna “avere le palle”. E’ comprensibile quando si ha il cervello nei genitale, e così, aggiunge: “Io diffido dei poliziotti federali perché non uccidono, arrestano soltanto”. Ma, più ancora, basta e avanza che il generale creda che si tratti di uno Zeta per ucciderlo. E questo riguarda i testimoni sotto protezione, le voci, il non fermarsi ad un posto di blocco, ecc. Ed il generale dice che tutto questo fa parte del “codice d’ onore”.

Stato penale di controllo man mano che si riduce lo Stato sociale: non si tratta più di prevenire o di aiutare, si tratta di infliggere punizioni. Tutti siamo suscettibili di punizione, di morte. La punizione come metodo pedagogico. Come insegnare? Con le pallottole.

Naturalmente, dietro c’è l’obiettiva centrale di questa guerra che come abbiamo già visto non è sconfiggere il narcotraffico, ma distruggere il tessuto sociale. Paralizzare con la paura. Governare attraverso questi strumenti.

Per i mezzi di comunicazione, questi sono i nuovi eroi nazionali, per lo meno li presentano come qualcosa di spiritoso, folcloristico. Dietro, la realtà è che questa è la nuova filosofia del potere. E qui è indispensabile ripeterlo: non è un solo uomo il portatore di questa filosofia, ma l’insieme della classe politica, per azione o per omissione, è comproprietaria di questa struttura politica che si chiama Stato penale di controllo.

L’alternativa può venire solo dal basso

Se, come abbiamo detto e dimostrato, a nessuno là in alto importa niente di questo problema, ma sono la causa dello stesso; la sola alternativa reale, più reale che mai, verrà dal basso.

Seguendo le orme dei ragazzi che a Ciudad Juárez hanno deciso di controllare la loro paura ed uscire per strada a mostrare il corpo, comprendendo qualcosa che in prima istanza è complicato capire: che è lo Stato a causare il terrore; che questo è responsabile di aver messo la società civile nella situazione in cui si trova; che non è possibile parlare di due bande, mentre uno, lo Stato, è l’unico responsabile, in teoria, nel garantire la sicurezza dei cittadini.

Seguendo le orme di coloro che, tra i popoli originari, lottano per non permettere che i propri territori si trasformino in zone militarizzate e si perdano tutti i segni d’identità delle comunità.

E, soprattutto, seguendo le orme delle comunità zapatiste che hanno dimostrato, nel momento più terribile del paese, quando sembra che tutto sia ormai terra bruciata, che si può costruire un’altra cosa: una dove i militari non hanno potuto introdurre la loro filosofia di morte; dove lo Stato e la classe politica non sono riuscite ad imporre la loro agenda. Un’altra cosa dove la violenza è esiliata e si impone solo quando i paramilitari del PRI, del PRD o del Partito Verde attaccano su ordine del governatore più popolare del quotidiano La Jornada.

Lì dove non entra la droga, lì dove ciò che avanza è l’educazione, la salute, i progetti agroecologici. Lì, dove si sta costruendo il nuovo che ci permette di avere un punto di riferimento e propaganda in tutto il paese e nel mondo.

Come è stato possibile arrivare a questo?

Una parte della società civile è stata abbagliata dai giochi elettorali. Dice si sia costituito un governo legittimo, ma sembra che a questo governo i problemi reali della società facciano un baffo, e la sola cosa che ripete, in un interminabile e noioso monologo, è che è necessario prepararsi per il 2012. E, mentre si arriva a quell’appuntamento, se ci saranno altri 16 mila morti, anche questi saranno danni collaterali per raggiungere il grande obiettivo (che, d’altra parte, è sempre più remoto).

Mentre in alto si fa questo, in basso, non senza difficoltà, si sono costruite nuove organizzazioni che, indipendentemente dalla loro dimensione, fanno quello che devono fare; ancora una volta possiamo riprendere l’esempio di Ciudad Juárez.

Il malessere di fronte all’epoca in cui viviamo, epoca di morti, desaparecidos e imprigionati; epoca piena di soldati per le strade sempre con le armi spianate; epoca di canaglie che dagli scranni parlamentari si vantano della propria inettitudine e malvagità; epoca in cui, dalle corti, inclusa quella suprema, si dà copertura legale all’estremamente illegale; questa epoca richiede che avanzino le organizzazioni sociali per frenare la mano visibile del crimine che lo Stato sta compiendo. Nuove organizzazioni che guardino le comunità zapatiste e dicano “sì, si può”. Organizzazioni sociali che impediscano che questo paese sia raso al suolo dalla politica che dall’alto ha decretato che “tutti sono miei nemici”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Intervento di Sergio Rodríguez Lascano in castigliano: http://revistarebeldia.org/revistas/numero77/11rodriguez.pdf

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La Jornada – Lunedì 14 marzo 2011

Proseguono le proteste in 12 nazioni per la liberazione degli indigeni dell’Altra Campagna

Le azioni a New York, Londra, Parigi, Berlino, Buenos Aires, ed in altre città

Hermann Bellinghausen

Sono proseguite questa domenica le azioni pubbliche per chiedere la liberazione degli indigeni dell’Altra Campagna che si trovano in carcere in Chiapas, in particolare dei cinque coloni di San Sebastián Bachajón reclusi nelle prigioni di Catazajá e Berriozabal. Da lunedì 7 scorso si sono svolti meeting, mostre ed azioni di protesta davanti a consolati ed ambasciate messicane, o in piazze pubbliche in una dozzina di paesi.

A Città del Messico, New York, Londra, Edimburgo, Parigi, Berlino, Barcellona e Buenos Aires si sono visti striscioni con scritto “assassini” e “repressori” ai governi federale e chiapaneco, e si sostegno ai diritti alla terra ed al territorio delle comunità indigene zapatiste e dell’Altra Campagna. Ci sono state proteste anche in Sudafrica, Puerto Rico, Austria, Marocco, Filippine e Colombia.

Collettivi, organizzazioni ed aderenti all’Altra Campagna, membri della Rete Contro la Repressione e per la Solidarietà, hanno tenuto oggi una manifestazione sul piazzale del palazzo delle Belle Arti, come parte delle azioni per la liberazione dei cinque tzeltales di San Sebastián, così come del maestro Alberto Patishtán Gómez (tzotzil in prigione a San Cristóbal de las Casas) e Máximo Mojica Delgado (a Tecpan di Galeana, Guerrero).

Nello stesso tempo, attivisti dell’Altra Campagna in Messico chiedono al governo di Oaxaca la liberazione di Álvaro Sebastián Ramírez, “prigioniero politico e di coscienza”. Tutti loro sono aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona.

I collettivi della Rete sostengono che gli ejidatarios di San Sebastián “difendono il loro territorio che vogliono togliere loro perché è molto bello”, per progetti presuntamente turistici alle cascate di Agua Azul, “ma in realtà sono a beneficio degli interessi di quelli che stanno in alto e delle multinazionali”. Per questo, come i contadini choles dell’ejido di Tila, “gli vogliono togliere le terre”.

Ricordano i fatti che hanno scatenato la repressione a San Sebastián: “Coltivavano la terra e gestivano l’accesso al sito con un botteghino ed il 2 febbraio sono stati aggrediti da priisti e paramilitari, appoggiati dalle autorità municipali di Chilón. Negli scontri è morto uno degli aggressori, vittima delle armi della sua stessa gente”. Il giorno 3, quando gli ejidatarios erano in riunione “per concordare la risposta da dare al governo statale sull’offerta di iniziare un tavolo di dialogo, sono stati attaccati a tradimento da centinaia di poliziotti statali, federali e da elementi dell’Esercito”.

Furono fermati 117 ejidatarios. 107 furono presto rilasciati e gli altri restarono in carcere con  gravi accuse come omicidio aggravato. Successivamente, “grazie alle azioni in Messico ed in altri paesi”, dice la Rete, ne sono stati rilasciati cinque. Sono ancora in prigione Mariano Demeza Silvano, Domingo Pérez Álvaro, Domingo García Gómez, Juan Aguilar Guzmán e Jerónimo Guzmán Méndez.

Rispetto ai maestri Patishtán e Mojica, L’Altra Campagna inizierà attività su scala nazionale, soprattutto nelle scuole inferiori, medie e superiori, contro la loro “detenzione arbitraria ed ingiustificata” da anni.

 

Condannato per reati mai commessi

 

I collettivi vogliono “richiamare l’attenzione su un problema che sta diventando angoscioso: la continua repressione contro la società civile da parte di polizia, militari e paramilitari”.

Questo appello si rivolge ai lavoratori della scuola, genitori, piccoli commercianti, operai, contadini. “I nostri compagni devono stare in classe ad insegnare e non in prigione”.

Un altro caso è la domanda di appello per Álvaro Sebastián Ramírez, di Loxicha, condannato a 29 anni per gravi reati che non ha mai commesso. È da 13 anni in carcere, ora nel penitenziario di Santa María Ixcotel (Oaxaca).

In un’analisi sul caso, l’ex prigioniero politico Jacobo Silva Nogales ha spiegato in dettaglio e con fondamento giuridico perché Ramírez non è responsabile dei reati a lui imputato. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/14/index.php?section=politica&article=021n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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SULLE GUERRE

Scambio epistolare tra Luis Villoro ed il Subcomandante Marcos su Etica e Politica – Gennaio-Febbraio 2011

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

Gennaio-Febbraio 2011

Per: Don Luis Villoro.
Da: Subcomandante Insurgente Marcos.

Dottore, La saluto.

Speriamo davvero che stia meglio in salute e che accolga queste righe non solo come uno scambio di idee, ma anche come un abbraccio affettuoso da noi tutti.

La ringraziamo per aver accettato di partecipare a questo scambio epistolare. Speriamo che da questo sorgano riflessioni che ci aiutino, qua e là, a tentare di comprendere il calendario che patisce la nostra geografia, il nostro Messico.

Mi permetta di iniziare con una specie di bozza. Si tratta di idee, frammentarie come la nostra realtà, che possono seguire una loro strada indipendente o intrecciarsi (l’immagine migliore che ho trovato per “disegnare” il nostro processo di riflessione teorica), e che sono il prodotto della nostra inquietudine per quanto sta attualmente accadendo in Messico e nel mondo.

E qui iniziano questi veloci appunti su alcuni temi, tutti loro in relazione con l’etica e la politica. O piuttosto su quello che noi riusciamo a percepire (e a patire) di loro, e sulle resistenze in generale, e la nostra resistenza in particolare. Come c’è d’aspettarsi, in questi appunti regneranno la schematicità e la riduzione, ma credo che bastino a tracciare una o molte linee di discussione, di dialogo, di riflessione critica.

E si tratta proprio di questo, che la parola vada e venga, scavalcando posti di blocco e pattugliamenti militari e di polizia, del nostro da qua fino al Suo là, anche se poi accada che la parola se ne vada da altre parti e non importa se qualcuno la raccoglie e la rilancia (è per questo che sono fatte le parole e le idee).

Sebbene il tema su cui ci siamo accordati sia Politica ed Etica, forse è necessaria qualche deviazione, o meglio, avvicinamenti da punti apparentemente distanti.

E, dato che si tratta di riflessioni teoriche, bisognerà iniziare dalla realtà, quello che gli investigatori chiamano “i fatti”.

In “Scandalo in Boemia“, di Arthur Conan Doyle, il detective Sherlock Holmes dice al suo amico, il Dottor Watson: “È un errore capitale teorizzare prima di avere dati. Senza rendersi conto, uno comincia a deformare i fatti affinché si adattino alle teorie, invece di adattare le teorie ai fatti“.

Potremmo cominciare dunque da una descrizione, affrettata e incompleta, di quello che la realtà ci presenta nella stessa forma, cioè, senza anestesia alcuna, e ricavare alcuni dati. Qualcosa come cercare di ricostruire non solo i fatti ma la forma con la quale prendiamo conoscenza di essi.

E la prima cosa che appare nella realtà del nostro calendario e geografia è una vecchia conoscenza dei popoli originari del Messico: La Guerra.

I.- LE GUERRE DELL’ALTO.

“E in principio erano le statue”.

Così potrebbe iniziare un saggio storico sulla guerra, o una riflessione filosofica sulla reale genitrice della storia moderna. Perché le statue belliche nascondono più di quanto mostrano. Erette per glorificare in pietra la memoria di vittorie militari, non fanno altro che occultare l’orrore, la distruzione e la morte di ogni guerra. E le figure in pietra di dee o angeli incoronati con l’alloro della vittoria non solo servono affinché il vincitore abbia memoria del suo successo, ma anche per forgiare la smemoratezza del vinto.

Ma, attualmente questi specchi di roccia sono in disuso. Oltre ad essere seppelliti quotidianamente dalla critica implacabile di uccelli di ogni tipo, hanno trovato nei mezzi di comunicazione di massa un avversario insuperabile.

La statua di Hussein, abbattuta a Baghdad durante l’invasione nordamericana dell’Iraq, non è stata sostituita da una di George Bush, ma dai cartelloni pubblicitari delle grandi multinazionali. Benché il volto ebete dell’allora presidente degli Stati Uniti sarebbe stato adatto a promuovere cibo spazzatura, le multinazionali hanno preferito auto-erigersi l’omaggio di un nuovo mercato conquistato. All’affare della distruzione, è seguito l’affare della ricostruzione. E, benché si susseguano le perdite tra le truppe nordamericane, la cosa importante è che il denaro vada e venga come deve essere: con fluidità e in abbondanza.

La caduta della statua di Saddam Hussein non è il simbolo della vittoria della forza militare multinazionale che invase l’Iraq. Il simbolo sta nel rialzo delle azioni delle aziende sponsor.

“Nel passato erano le statue, ora sono le borse valori”.

Potrebbe essere questa la storiografia moderna della guerra.

Ma la realtà della storia (questo caotico orrore guardato sempre meno e in maniera sempre più asettica), compromette, presenta conti, esige conseguenze, domanda. Uno sguardo onesto ed un’analisi critica potrebbero identificare i pezzi del rompicapo e dunque ascoltare, come un macabro urlo, la sentenza:

“In principio era la guerra”.

La Legittimazione della Barbarie.

Forse, in qualche momento della storia dell’umanità, l’aspetto materiale, fisico, di una guerra è stata la cosa determinante. Ma, con l’avanzare della pesante e turpe ruota della storia, questo non è bastato. Così, come le statue sono servite per il ricordo del vincitore e la smemoratezza del vinto, nelle guerre i contendenti hanno dovuto non solo sconfiggere fisicamente l’avversario, ma anche servirsi di un alibi propagandistico, cioè, di legittimità. Sconfiggerlo moralmente.

In qualche momento della storia è stata la religione a conferire questo certificato di legittimità alla dominazione guerriera (benché alcune delle ultime guerre moderne non sembrano aver progredito molto in questo senso). Ma poi è stato necessario un pensiero più elaborato e la filosofia ha rilevato il testimone.

Ricordo ora alcune sue parole: “La filosofia ha sempre avuto un rapporto ambivalente col potere sociale e politico. Da un lato, ha preso il posto della religione come giustificazione teorica della dominazione. Ogni potere costituito ha tentato di legittimarsi, prima con un credo religioso, poi con una dottrina filosofica. (…) Sembrerebbe che la forza bruta che sostiene il dominio manchi di significato per l’uomo se non si giustificasse con un fine accettabile. Il discorso filosofico, che subentra alla religione, è stato incaricato di conferirgli questo senso; è un pensiero di dominio.” (Luis Villoro. “Filosofia e Dominio”. Discorso di ingresso nel Colegio Nacional. Novembre 1978).

In effetti, nella storia moderna quest’alibi è riuscito ad essere talmente elaborato come una giustificazione filosofica o giuridica (gli esempi più patetici li ha dati l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ONU). Ma la cosa fondamentale era, ed è, munirsi di una giustificazione mediatica.

Se una certa filosofia (per seguire Lei, Don Luis: il “pensiero di dominio” in contrapposizione al “pensiero di liberazione”) ha sostituito la religione in questo compito di legittimazione, ora i mezzi di comunicazione di massa hanno sostituito la filosofia.

Qualcuno ricorda che la giustificazione della forza armata multinazionale per invadere l’Iraq, era che il regime di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa? Su questo si è costruita una gigantesca impalcatura mediatica che è stata il combustibile per una guerra che non è ancora finita, almeno in termini militari. Qualcuno ricorda che non si sono mai trovate queste armi di distruzione di massa? Non importa più se è stata una bugia, se c’è stato (e c’è) orrore, distruzione e morte, perpetrati con un falso alibi.

Si racconta che, per dichiarare la vittoria militare in Iraq, George W. Bush non aspettò i rapporti che dicevano del ritrovamento e distruzione di queste armi, né la conferma che la forza multinazionale controllava ormai, se non tutto il territorio iracheno, almeno i suoi punti nodali (la forza militare nordamericana era trincerata nella cosiddetta “zona verde” e non riusciva nemmeno ad avventurarsi nei quartieri vicini – si leggano gli stupendi reportage di Robert Fisk per il giornale britannico “The Independent” -).

No, il rapporto che ricevette Washington e gli permise di dichiarare finita la guerra (che di sicuro non è ancora finita), arrivò dai consulenti delle grandi multinazionali: l’affare della distruzione può cedere il passo all’affare della ricostruzione (su questo si vedano i brillanti articoli di Naomi Klein sul settimanale statunitense “The Nation“, ed il suo libro “La Dottrina dello Shock“).

Dunque, la cosa essenziale nella guerra non è solo la forza fisica (o materiale), è anche necessaria la forza morale che, in questi casi, è fornita dai mezzi di comunicazione di massa (come prima dalla religione e dalla filosofia).

La Geografia della Guerra Moderna.

Se l’aspetto fisico lo riferiamo ad un esercito, cioè, ad un’organizzazione armata, quanto più forte è (cioè, più potere di distruzione possiede), tante più possibilità di successo ha.

Se è l’aspetto morale ad essere riferito ad un organismo armato, quanto più legittima è la causa che lo anima (cioè, quanto più potere di convocazione ha), tanto maggiori sono le possibilità di raggiungere i suoi obiettivi.

Il concetto di guerra si è allargato: si tratta non solo di distruggere il nemico nella sua capacità fisica di combattimento (soldati ed armi) per imporre la volontà propria, ma è anche possibile distruggere la sua capacità morale di combattimento, benché abbia ancora sufficiente capacità fisica.

Se le guerre si potessero mettere unicamente sul terreno militare (fisico, poiché ci riferiamo a questo), è logico aspettarsi che l’organizzazione armata con maggiore potere di distruzione imponga la sua volontà all’avversario (tale è l’obiettivo dello scontro tra forze) distruggendo la sua capacità materiale di combattimento.

Ma non è più possibile collocare nessun conflitto sul terreno puramente fisico. È sempre più complicato il terreno su cui si svolgono le guerre (piccole o grandi, regolari o irregolari, di bassa, media o alta intensità, mondiali, regionali o locali).

Dietro quella grande ed ignorata guerra mondiale (“guerra fredda”, come la chiama la storiografia moderna, noi la chiamiamo “la terza guerra mondiale”), si può trovare una sentenza storica che segnerà le guerre a venire.

La possibilità di una guerra nucleare (portata al limite dalla corsa agli armamenti che consisteva, grosso modo, in quante volte si era capaci di distruggere il mondo) offrì la possibilità di “un altro” finale di un conflitto bellico: il risultato di uno scontro armato poteva non essere l’imposizione della volontà di uno dei contendenti sull’altro, ma poteva presupporre l’annullamento delle volontà in lotta, cioè, della loro capacità materiale di combattimento. E per “annullamento” mi riferisco non solo a “incapacità di azione” (dunque un “pareggio”), ma anche (e soprattutto), alla “scomparsa”.

In effetti, i calcoli geomilitari ci dicevano che in una guerra nucleare non vi sarebbero stati vincitori né vinti. E ancora, non ci sarebbe stato nulla. La distruzione sarebbe stata così totale e irreversibile che la civiltà umana avrebbe ceduto il passo a quella degli scarafaggi

L’argomento ricorrente tra le alte sfere militari delle potenze dell’epoca era che le armi nucleari non servivano per combattere una guerra, ma per inibirla. Il concetto di “armi di contenimento” si tradusse allora nel più diplomatico “mezzi di dissuasione”.

In sintesi: la dottrina “moderna” militare si sintetizzava così: impedire che l’avversario imponga la sua volontà (o “strategia”), equivale ad imporre la propria volontà (“strategia”), cioè, spostare le grandi guerre verso le piccole o medie guerre. Non si trattava più di distruggere la capacità fisica e/o morale di combattimento del nemico, ma di evitare che la usasse in uno scontro diretto. Invece, si cercava di ridefinire i teatri di guerra (e la capacità fisica di combattimento) dall’ambito mondiale all’ambito regionale e locale. Insomma: diplomazia pacifica internazionale e guerre regionali e nazionali.

Risultato: non c’è stata guerra nucleare (almeno non ancora, sebbene la stupidità del capitale sia tanto grande quanto la sua ambizione), ma al suo posto ci sono stati innumerevoli conflitti a tutti i livelli che hanno lasciato milioni di morti, milioni di profughi di guerra, milioni di tonnellate di materiale distrutto, economie rase al suolo, nazioni distrutte, sistemi politici fatti a pezzi… e milioni di dollari di profitti.

Ma era stata data la definizione delle guerre “più moderne” o “postmoderne”: sono possibili conflitti militari che, per la loro natura, siano irrisolvibili in termini di forza fisica, cioè, nell’imporre con la forza la propria volontà all’avversario.

Potremmo supporre dunque che si iniziò una lotta parallela SUPERIORE alle guerre “convenzionali”. Una lotta per imporre una volontà sull’altra: la lotta del potente militarmente (o “fisicamente” per transitare nel microcosmo umano) per impedire che le guerre si svolgessero su terreni dove non si potevano raggiungere risultati convenzionali (del tipo “l’esercito meglio equipaggiato, addestrato ed organizzato sarà potenzialmente vittorioso sull’esercito peggio equipaggiato, addestrato ed organizzato”). Potremmo supporre, quindi, che al contrario, c’è la lotta del militarmente (o “fisicamente”) debole per fare che le guerre si svolgano su terreni dove il predominio militare non sia un fattore decisivo.

Le guerre “più moderne” o “postmoderne” non sono, quindi, quelle che mettono sul terreno le armi più sofisticate (e qui includo non solo le armi come tecnica militare, ma anche quelle considerate tali negli organigrammi militari: la fanteria, la cavalleria, i blindati, etc.), bensì quelle che sono portate su terreni dove la qualità e la quantità del potere militare non è il fattore determinante.

Con secoli di ritardo, la teoria militare di quelli che stanno in alto scopriva che sarebbero possibili conflitti nei quali un concorrente terribilmente superiore in termini militari sia incapace di imporre la sua volontà su un rivale debole.

Sì, sono possibili.

Gli esempi nella storia moderna abbondano, e quelli che adesso mi vengono in mente sono di sconfitte della più grande potenza bellica al mondo, gli Stati Uniti d’America, in Vietnam e a Playa Girón. Anche se potremmo aggiungere alcuni esempi dai calendari passati e della nostra geografia: le sconfitte dell’esercito realista spagnolo da parte delle forze insorte nel Messico di 200 anni fa.

Tuttavia, la guerra è lì con la sua questione centrale: la distruzione fisica e/o morale del rivale per imporre la propria volontà, continua ad essere il fondamento della guerra di quelli che stanno in alto.

Allora, se la forza militare (o fisica, ripeto) non solo non è rilevante ma può essere prescindibile come variabile determinante nella decisione finale, abbiamo che nel conflitto bellico entrano altre variabili o alcune di quelle presenti come secondarie passano in primo piano.

Questo non è nuovo. Il concetto di “guerra totale” (sebbene non come tale) ha precedenti ed esempi. La guerra a tutti i costi (militari, economici, politici, religiosi, ideologici, diplomatici, sociali ed anche ecologici) è sinonimo di “guerra moderna”.

Ma, manca la cosa fondamentale: la conquista di un territorio. Ovvero, questa volontà si impone sì in un calendario preciso, ma soprattutto in una geografia delimitata. Se non c’è un territorio conquistato, cioè, sotto il controllo diretto o indiretto della forza conquistatrice, non è vittoria.

Benché si possa parlare di guerre economiche (come il blocco che il governo nordamericano mantiene contro la Repubblica di Cuba) o di aspetti economici, religiosi, ideologici, razziali, ecc. di una guerra, l’obiettivo continua ad essere lo stesso. E nell’epoca attuale, la volontà che vuole imporre il capitalismo è distruggere/spopolare e ricostruire/riordinare il territorio conquistato.

Sì, ora le guerre non si accontentano di conquistare un territorio e ricevere il tributo dalla forza vinta. Nella tappa attuale del capitalismo è necessario distruggere il territorio conquistato e spopolarlo, cioè, distruggere il suo tessuto sociale. Parlo dell’annichilimento di tutto quello che dà coesione ad una società.

Ma la guerra di quelli che stanno in alto non si ferma qui. Contemporaneamente alla distruzione ed allo spopolamento, si opera la ricostruzione di questo territorio ed il riordino del suo tessuto sociale, ma ora con un’altra logica, un altro metodo, altri attori, un altro obiettivo. Insomma: le guerre impongono una nuova geografia.

Se in una guerra internazionale questo complesso processo avviene nella nazione conquistata e si opera dalla nazione assalitrice, in una guerra locale o nazionale o civile il territorio da distruggere/spopolare e ricostruire/riordinare è comune alle forze in lotta.

Cioè, la forza attaccante vittoriosa distrugge e spopola il proprio territorio.

E lo ricostruisce e riordina secondo il suo piano di conquista o riconquista.

Anche se non ha un piano… “qualcuno” opera quella ricostruzione/riordino.

Come popoli originari messicani e come EZLN possiamo dire qualcosa sulla guerra. Soprattutto se si svolge nella nostra geografia ed in questo calendario: Messico, inizi del secolo XXI…

II – LA GUERRA DEL MESSICO DELL’ALTO.

“Io darei il benvenuto a qualsiasi guerra
perché credo che a questo paese ne serva una”.
Theodore Roosevelt

Ed ora la nostra realtà nazionale è invasa dalla guerra. Una guerra che non solo non è più lontana per chi era abituato a vederla in geografie o calendari distanti, ma incomincia a governare le decisioni e le indecisioni di chi pensava che i conflitti bellici erano solo nei notiziari o nei documentari di luoghi lontani come… Iraq, Afghanistan,… Chiapas.

Ed in tutto il Messico, grazie al patrocinio di Felipe Calderón Hinojosa, non dobbiamo ricorrere alla geografia del Medio Oriente per riflettere criticamente sulla guerra. Non è più necessario risalire il calendario fino al Vietnam, Playa Girón, sempre la Palestina.

E non dico il Chiapas e la guerra contro le comunità indigene zapatiste, perché si sa che non sono più di moda (per questo il governo dello stato del Chiapas ha speso un mucchio di soldi per far sì che i media non lo collochino sull’orizzonte della guerra, ma dei “progressi” nella produzione di biodiesel, nel “buon” trattamento degli emigranti, dei “successi” in agricoltura ed altre storielle ingannevoli passate a comitati di redazione che firmano come proprie le veline governative povere di forma e contenuti).

L’irruzione della guerra nella vita quotidiana del Messico attuale non arriva da un’insurrezione, né da movimenti indipendentisti o rivoluzionari che 100 o 200 anni dopo, si contendono la riedizione nel calendario. Viene, come tutte le guerre di conquista, dall’alto, dal Potere.

Questa guerra ha in Felipe Calderón Hinojosa il suo iniziatore e promotore istituzionale (e vergognoso).

Chi si è impossessato della titolarità dell’esecutivo federale per le vie di fatto, non si è accontentato del supporto mediatico ed è dovuto ricorrere a qualcosa di più per distrarre l’attenzione ed eludere la sua evidente mancanza di legittimità: la guerra.

Quando Felipe Calderón Hinojosa ha fatto suo il proclama di Theodore Roosevelt (alcuni attribuiscono la frase a Henry Cabot Lodge): “questo paese ha bisogno di una guerra”, ha ricevuto la sfiducia timorosa degli industriali messicani, l’entusiasta approvazione degli alti comandi militari ed il caloroso plauso di chi realmente comanda: il capitale straniero.

La critica a questa catastrofe nazionale chiamata “guerra contro il crimine organizzato” dovrebbe essere completata da un’analisi approfondita dei suoi sostenitori economici. Non mi riferisco solo al vecchio assioma che in epoche di crisi e di guerra aumenta il consumo superfluo. Nemmeno solo agli incentivi che ricevono i militari (in Chiapas, gli alti comandi militari ricevevano, o ricevono, un salario extra del 130% per essere in “zona di guerra”). Bisognerebbe cercare anche tra le licenze, i fornitori ed i crediti

internazionali che non rientrano nella cosiddetta “Iniciativa Mérida”.

Se la guerra di Felipe Calderón Hinojosa (benché si sia tentato, invano, di addossarla a tutti i messicani) è un affare (e lo è), manca la risposta alla domanda per chi o quale è l’affare, e a che cifra ammonta.

Qualche stima economica.

Non è poco quello che è in gioco:

(Nota: le cifre indicate non sono esatte poiché non c’è chiarezza nei dati governativi ufficiali. Per cui, in alcuni casi si è ricorsi a quanto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Federazione completando con dati forniti da enti e organi di informazione seri).

Nei primi 4 anni della “guerra contro il crimine organizzato” (2007-2010), i principali enti governativi incaricati (Segreteria della Difesa Nazionale – cioè: Esercito e Forza Aerea -, Segreteria della Marina, Procura Generale della Repubblica e Segreteria di Pubblica Sicurezza) hanno ricevuto dal Bilancio di Spesa della Federazione una somma superiore ai 366 mila milioni di pesos (circa 23 miliardi di Euro al cambio attuale). I 4 enti governativi federali hanno ricevuto: nel 2007 più di 71 mila milioni di pesos (4.366.070.000 Euro); nel 2008 più di 80 mila milioni (4.919.520.000 Euro); nel 2009 più di 113 mila milioni (6.948.820.000 Euro) e nel 2010 sono stati più di 102 mila milioni di pesos (6.272.390.000 Euro). A questo bisogna sommare oltre 121 mila milioni di pesos (7.440.770.000 Euro al cambio attuale) che riceveranno nel 2011.

Solo la Segreteria di Pubblica Sicurezza da 13 mila milioni di pesos di finanziamenti nel 2007, è arrivata a gestire uno degli oltre 35 mila milioni di pesos previsti nel 2011 (forse perché le produzioni cinematografiche sono più costose).

Secondo il Terzo Rapporto di Governo del settembre 2009, nel mese di giugno di quell’anno, le forze armate federali contavano su 254.705 elementi (202.355 di Esercito e Aereonautica e 52.350 dell’Armata).

Nel 2009 il bilancio per la Difesa Nazionale è stato di 43 mila 623 milioni 321 mila 860 pesos (2.682.570.000 Euro), ai quali si sono aggiunti 8 mila 762 milioni 315 mila 960 pesos (538.830.000 Euro, il 25,14% in più), in totale: più di 52 mila milioni di pesos (3.197.690.000 Euro) per l’Esercito e l’Aereonautica. La Segreteria della Marina: più di 16 mila milioni di pesos (983.904.000 Euro); Pubblica Sicurezza: quasi 33 mila milioni di pesos (2.029.300.000 Euro); e Procura Generale della Repubblica: più di 12 mila milioni di pesos (737.928.000 Euro).

Bilancio totale per la “guerra contro il crimine organizzato” nel 2009: più di 113 mila milioni di pesos (6.948.820.000 Euro).

Nel 2010 un soldato semplice federale guadagnava circa 46.380 pesos l’anno (2.852 Euro); un generale di divisione 1 milione 603 mila 80 pesos l’anno (98.575 Euro), ed il Segretario della Difesa Nazionale percepiva redditi per 1.859.712 pesos (114.317 Euro).

Se la matematica non mi difetta, con il bilancio bellico totale del 2009 (113 mila milioni di pesos per i 4 enti – 6.948.820.000 Euro) si sarebbero potuti pagare i salari annui di 2 milioni e mezzo di soldati semplici; o di 70.500 generali di divisione; o di 60.700 titolari della Segreteria della Difesa Nazionale.

Ovviamente, non tutto quello che è a bilancio viene speso per stipendi e prestazioni. C’è bisogno di armi, attrezzature, munizioni… perché quelle a disposizione non servono più o sono obsolete.

“Se l’Esercito messicano entrasse in combattimento contro qualsiasi nemico interno o esterno con le sue poco più di 150 mila armi e le sue 331,3 milioni di munizioni, il suo potere di fuoco sarebbe al massimo di 12 giorni di combattimento continuo, segnalano stime dello Stato Maggiore della Difesa Nazionale (Emaden) elaborate da ognuna delle armi dell’Esercito e dell’Aereonautica. Secondo le previsioni, il fuoco di artiglieria dei cannoni da 105 millimetri, per esempio, potrebbe combattere solo per 5,5 giorni sparando in maniera continuative 15 granate per ogni arma. Le unità blindate, secondo l’analisi, hanno in dotazione 2.662 granate da 75 millimetri.

Entrando in combattimento, le truppe blindate esaurirebbero tutte le munizioni in nove giorni. In quanto all’Aereonautica, si segnala che esistono poco più di 1,7 milioni di munizioni calibro 7.62 mm impiegate sugli aerei PC-7 e PC-9, e sugli elicotteri Bell 212 e MD-530. In un conflitto, questo 1,7 milione di cartucce si esaurirebbe in cinque giorni di fuoco aereo, secondo i calcoli della Sedena. L’ente rileva che i 594 equipaggiamenti per la visione notturna ed i 3.095 GPS usati dalle Forze Speciali per combattere i cartelli della droga, “hanno già concluso la loro vita di servizio”.

Le carenze e l’usura nelle file dell’Esercito e dell’Aereonautica sono palesi e raggiungono livelli inimmaginabili praticamente in tutte le aree operative dell’istituzione. L’analisi della Difesa Nazionale segnala che le maschere per la visione notturna ed i GPS hanno tra i cinque e i 13 anni di vita, ed “hanno ormai svolto il loro compito”. Lo stesso succede per i “150 mila 392 caschi antiframmentazione” in uso tra le truppe. Il 70% ha esaurito la sua vita utile nel 2008 ed i 41 mila 160 giubbotti antiproiettile lo faranno nel 2009. (…).

In questo panorama l’Aereonautica risulta il settore più colpito dal ritardo e dalla dipendenza tecnologica dall’estero, in particolare da Stati Uniti e Israele. Secondo la Sedena, nei depositi di armi dell’Aereonautica ci sono 753 bombe da 250 a mille libbre ognuna. Gli aerei F-5 e PC-7 Pilatus usano queste armi. Le 753 esistenti potrebbero combattere aria-terra per un giorno. Le 87 mia 740 granate calibro 20 millimetri per i jet F-5 potrebbero combattere contro nemici esterni o interni per sei giorni. Infine, la Sedena rivela che i missili aria-aria per gli aerei F-5 sono solo 45 pezzi, che significa solo un giorno di fuoco aereo.” Jorge Alejandro Medellín su “El Universal”, Messico, 2 gennaio 2009.

Questo è quanto noto per il 2009, due anni dopo l’inizio della cosiddetta “guerra” del governo federale. Lasciamo da parte la domanda ovvia di come sia stato possibile che il capo supremo delle forze armate, Felipe Calderón Hinojosa, si lanciasse in una guerra (“di lungo respiro”, dice lui) senza avere le condizioni materiali minime per sostenerla, non diciamo per “vincerla”. Allora domandiamoci: Quali industrie belliche beneficeranno dell’acquisto di armi, equipaggiamenti e munizioni?

Se il principale promotore di questa guerra è l’impero delle torbide stelle e strisce (a conti fatti, in realtà gli unici complimenti ricevuti da Felipe Calderón Hinojosa sono arrivati dal governo nordamericano), non bisogna dimenticare che a nord del Río Bravo non si concedono aiuti, ma si fanno investimenti, cioè, affari.

Vittorie e sconfitte.

Gli Stati Uniti vincono con questa guerra “locale”? La risposta è: sì. Tralasciando i guadagni economici e gli investimenti monetari in armi, munizioni ed equipaggiamenti (non dimentichiamo che gli USA sono il principale fornitore di tutto questo materiale alle due bande rivali: autorità e “criminali” – la “guerra contro la criminalità organizzata” è un affare per l’industria militare nordamericana -), il risultato di questa guerra è la distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordino geopolitico a loro favore.

Questa guerra (persa dal governo in quanto concepita non come la soluzione di un problema di insicurezza, bensì di un problema di mancanza di legittimità), sta distruggendo l’ultima cosa che resta ad una Nazione: il tessuto sociale.

Quale migliore guerra per gli Stati Uniti che una che gli garantisca profitti, territorio e controllo politico e militare senza le imbarazzanti “body bags” [i sacchi neri in cui vengono messi i corpi dei soldati morti in guerra – N.d.T.] e gli invalidi di guerra che gli arrivavano dal Vietnam, prima, ed ora dall’Iraq e dall’Afghanistan?

Le rivelazioni di Wikileaks sulle opinioni dell’alto comando nordamericano circa le “deficienze” dell’apparato repressivo messicano (la sua inefficienza e la sua frequentazione con la criminalità) non sono nuove. In Messico questa è una certezza non solo tra la gente comune, ma tra le alte sfere del governo e del Potere. La barzelletta che questa è una guerra impari perché il crimine organizzato è organizzato mentre il governo messicano è disorganizzato, è una triste verità.

Questa guerra è iniziata formalmente l’11 dicembre 2006, con l’allora cosiddetta “Operazione Congiunta Michoacán”. 7 mila elementi dell’Esercito, della Marina e della Polizia Federale lanciarono un’offensiva (conosciuta come “el michoacanazo”) che, passata l’euforia mediatica di quei giorni, risultò essere un fallimento. Il comando militare era del generale Manuel García Ruiz ed il responsabile dell’operazione era Gerardo Garay Cadena della Segreteria di Pubblica Sicurezza. Dal dicembre del 2008 ad oggi, Gerardo Garay Cadena è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Tepic, Nayarit, con l’accusa di collusione con “el Chapo” Guzmán Loera.

Ad ogni passo di questa guerra, per il governo federale è sempre più difficile spiegare dove sta il nemico da sconfiggere.

Jorge Alejandro Medellín è un giornalista che collabora con diversi organi di informazione – la rivista “Contralínea”, il settimanale “Acentoveintiuno”, ed il portale di informazione “Eje Central”, tra gli altri – e si è specializzato sulle questioni del militarismo, forze armate, sicurezza nazionale e narcotraffico. Ad ottobre del 2010 ha ricevuto minacce di morte per un articolo in cui denunciava possibili legami del narcotraffico col generale Felipe de Jesús Espitia, ex comandante della V Zona Militare ed ex capo della Sezione Settima – Operazioni Contro il Narcotraffico – nel governo di Vicente Fox, e responsabile del Museo della Droga che si trova negli uffici della S-7. Il generale Espitia è stato rimosso dall’incarico di comandante della V Zona Militare per il clamoroso fallimento degli operativi ordinati da lui a Ciudad Juárez e per la risposta insufficiente data ai massacri compiuti nella città di confine.

Ma il fallimento della guerra federale contro la “criminalità organizzata”, il gioiello della corona del governo di Felipe Calderón Hinojosa, non è un dispiacere per il Potere in USA: è l’obiettivo da raggiungere.

Per quanto i mezzi di comunicazione di massa si sforzino di presentare come vittorie della legalità le scaramucce che tutti i giorni si verificano sul territorio nazionale, non riescono ad essere convincenti.

E non solo perché i mezzi di comunicazione di massa sono stati superati dalle altre forme di scambio di informazioni a disposizione della gran parte della popolazione (non solo, ma anche dalle reti sociali e dalla telefonia mobile), ma anche, e soprattutto, perché il tono della propaganda governativa è passato dal tentativo di inganno al tentativo di scherno (da “anche se non sembra stiamo vincendo”, fino alla definizione di “una minoranza ridicola”, passando per le battute da bar del funzionario di turno).

Su quest’altra sconfitta della stampa, scritta e radio e televisiva, tornerò in un’altra missiva. Per ora, e rispetto al tema di cui adesso ci occupiamo, basta ricordare che la dichiarazione “a Tamaulipas non succede niente” lanciata dai notiziari (marcatamente di radio e televisione), è stata sbugiardata dai filmati girati dalla gente con i cellulari e le video-camere portatili e diffusi in internet.

Ma torniamo alla guerra che, secondo Felipe Calderón Hinojosa, non ha mai detto essere una guerra. Non l’ho detto, non lo è?

“Vediamo se è guerra o non è guerra: il 5 dicembre 2006 Felipe Calderón disse: “Lavoriamo per vincere la guerra alla criminalità…”. Il 20 dicembre 2007, durante una colazione con del personale navale, il signor Calderón utilizzò per quattro volte in un solo discorso il termine guerra. Disse: “La società riconosce in maniera particolare l’importante ruolo dei nostri marinai nella guerra che il mio Governo guida contro l’insicurezza…”, “La lealtà e l’efficienza delle Forze Armate sono una delle più potenti armi nella guerra che stiamo portando avanti contro essa…”, “iniziando questa guerra frontale contro la criminalità, ho avvertito che questa sarebbe stata una lotta di lungo respiro”, “…le guerre, sono proprio così…”.

Ma ce n’è ancora: il 12 settembre 2008, durante la Cerimonia di Chiusura ed Apertura dei Corsi del Sistema Educativo Militare, l’autoproclamato “Presidente del lavoro”, si è lasciato andare pronunciando fino a una mezza dozzina di volte il termine guerra contro il crimine: “Oggi il nostro paese combatte una guerra molto diversa da quella che affrontarono gli insorti nel 1810, una guerra diversa da quella che affrontarono i cadetti della Scuola Militare 161 anni fa…” “… tutti i messicani della nostra generazione hanno il dovere di dichiarare guerra ai nemici del Messico… Per questo, in questa guerra contro la criminalità”… “È imprescindibile che noi tutti ci uniamo in questo fronte comune, passiamo dalle parole ai fatti e veramente dichiariamo guerra ai nemici del Messico…” “Sono convinto che vinceremo questa guerra…” (Alberto Vieyra Gómez. Agencia Mexicana de Noticias, 27 gennaio 2011).

Contraddicendosi, sfruttando il calendario, Felipe Calderón Hinojosa non si corregge né testualmente né concettualmente. No, il fatto è che le guerre si vincono o si perdono (in questo caso, si perdono) ed il governo federale non vuole ammettere che il punto principale della sua gestione è fallito militarmente e politicamente.

Guerra senza fine? La differenza tra la realtà… e i videogiochi.

Di fronte all’innegabile fallimento della sua politica guerrafondaia, Felipe Calderón Hinojosa cambierà strategia?

La risposta è NO. E non solo perché la guerra dell’alto è un affare e, come ogni affare, si tiene in piedi finché continua a produrre profitti.

Felipe Calderón Hinojosa, il comandante in capo delle forze armate; il fervente ammiratore di José María Aznar; l’auto-denominato “figlio disubbidiente”; l’amico di Antonio Solá; il “vincitore” della presidenza per mezzo punto percentuale di voti grazie all’alchimia di Elba Esther Gordillo; quello degli atteggiamenti autoritari che sfociano in collera (“o scendete o vi mando a prendere”); quello che vuole coprire con altro sangue quello dei bambini assassinati nell’Asilo ABC, di Hermosillo, Sonora; quello che ha accompagnato la sua guerra militare con una guerra contro il lavoro degno ed il salario giusto; quello del calcolato autismo di fronte agli omicidi di Marisela Escobedo e Susana Chávez Castillo; quello che etichetta come “membri del crimine organizzato” bambini e bambine, uomini e donne morti, che sono stati e vengono assassinati perché si trovavano nel calendario e nella geografia sbagliati, e non possono nemmeno essere nominati perché nessuno ne tiene il conto, né la stampa, né le reti sociali.

Lui, Felipe Calderón Hinojosa, è anche un fan dei videogiochi di strategia militare.

Felipe Calderón Hinojosa è il “gamer“che in quattro anni ha trasformato un paese nella versione banale di The Age of Empire – il suo videogioco preferito -, (…) un amante – e cattivo stratega – della guerra” (Diego Osorno per “Milenio Diario”, 3 ottobre 2010).

È lui che ci porta a chiedere: il Messico è governato come un videogioco? (io credo di poter fare questo tipo di domande compromettenti senza il rischio che mi licenzino per mancato rispetto del “codice etico” che si regge sulla pubblicità a pagamento).

Felipe Calderón Hinojosa non si fermerà. E non solo perché le forze armate non glielo permetterebbero (gli affari sono affari), anche per l’ostinazione che ha caratterizzato la vita politica del “comandante in capo” delle forze armate messicane.

Rinfreschiamoci un po’ la memoria: A marzo 2001, quando Felipe Calderón Hinojosa era il coordinatore parlamentare dei deputati federali di Azione Nazionale, ci fu quel deplorevole episodio del Partito Azione Nazionale che negò ad una delegazione indigena del Congresso Nazionale Indigeno e dell’EZLN di utilizzare la tribuna del Congresso dell’Unione in occasione della “Marcia del colore della terra”.

Malgrado il PAN stesse dando l’immagine di un’organizzazione politica razzista ed intollerante (e lo è) volendo negare agli indigeni il diritto ad essere ascoltati, Felipe Calderón Hinojosa mantenne il rifiuto. Tutto gli diceva che era un errore assumere quella posizione, ma l’allora coordinatore dei deputati panisti non cedette (ed andò a nascondersi, insieme a Diego Fernández de Cevallos ed altri illustri panisti, in uno dei saloni privati della Camera a guardare in televisione gli indigeni che parlavano nel luogo che la classe politica riserva alle sue farse).

“Non m’importa dei costi politici”, avrebbe detto allora Felipe Calderón Hinojosa.

Ora dice la stessa cosa, benché oggi non si tratti dei costi politici che si assume un partito politico, ma dei costi umani che paga il paese intero per questa ostinazione.

Mentre concludevo questa missiva, ho trovato le dichiarazioni della segretaria della sicurezza interna degli Stati Uniti, Janet Napolitano, che speculava sulle possibili alleanze tra Al Qaeda ed i cartelli messicani della droga. Il giorno prima, il sottosegretario dell’Esercito degli Stati Uniti, Joseph Westphal, ha dichiarato che in Messico c’è una forma di insurgencia guidata dai cartelli della droga che potenzialmente potrebbero prendere il governo, cosa che implicherebbe una risposta militare statunitense. Ha aggiunto che non desiderava vedere una situazione in cui i soldati statunitensi fossero mandati a combattere un’insurrezione “alla nostra frontiera… o doverli mandare ad attraversare la frontiera” col Messico.

Nel frattempo, Felipe Calderón Hinojosa, presenziava ad un’esercitazione militare in un villaggio, a Chihuahua, e saliva su un aereo da combattimento F-5, si sedeva sul sedile del pilota e scherzava dicendo “fuori i missili”.

Dai videogiochi di strategia ai “simulatori di combattimento aereo” e “spari in prima persona”? Da Age of Empires a HAWX?

Il HAWX è un videogioco di combattimento aereo dove, in un futuro prossimo, le società militari private (“Private military company”), in molti paesi hanno sostituito gli eserciti governativi. La prima missione del videogioco consiste nel bombardare Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico, perché le “forze ribelli” si sono impadronite della piazza e minacciano di avanzare in territorio nordamericano.

Non nel videogioco, ma in Iraq, una delle società militari private contrattate dal Dipartimento di Stato nordamericano e dalla CIA era la “Blackwater USA”, che poi ha cambiato nome in “Blackwater Worldwide”. Il suo personale ha commesso gravi abusi in Iraq, compreso l’assassinio di civili. Ora ha cambiato nome in “Xe Services LL” ed è il più grande appaltatore di sicurezza privata del Dipartimento di Stato nordamericano. Almeno il 90% dei suoi profitti provengono da contratti col governo degli Stati Uniti.

Lo stesso giorno in cui Felipe Calderón Hinojosa scherzava sull’aereo da combattimento (10 febbraio 2011), nello stato di Chihuahua una bambina di 8 anni moriva raggiunta da una pallottola vagante durante una sparatoria tra persone armate ed elementi dell’esercito.

Quando finirà questa guerra?

Quando sullo schermo del governo federale apparirà la scritta “game over” della fine del gioco, seguito dai nomi dei produttori e finanziatori della guerra?

Quando Felipe Calderón potrà dire “abbiamo vinto la guerra, abbiamo imposto la nostra volontà al nemico, abbiamo distrutto la sua capacità materiale e morale di combattere, abbiamo (ri)conquistato i territori che erano in suo potere?”

Da come è stata concepita, questa guerra non ha fine ed è persa.

Non ci sarà un vincitore messicano in queste terre (a differenza del governo, il Potere straniero ha un piano per ricostruire/riordinare il territorio) e lo sconfitto sarà l’ultimo ambito dell’agonizzante Stato Nazionale in Messico: le relazioni sociali che, dando identità comune, sono la base di una Nazione.

Ancora prima della presunta fine, il tessuto sociale sarà completamente distrutto.

Risultati: la Guerra in alto e la morte in basso.

Vediamo cosa dice il Segretario di Governo federale sulla “non guerra” di Felipe Calderón Hinojosa:

“Il 2010 è stato l’anno più violento del sessennio con 15.273 omicidi legati al crimine organizzato, il 58% in più dei 9.614 registrati nel 2009, secondo con i dati diffusi questo mercoledì dal Governo Federale. Da dicembre 2006 alla fine del 2010 sono stati registrati 34.612 crimini, dei quali 30.913 sono casi indicati come “esecuzioni”; 3.153 sono definiti “scontri” e 544 rientrano nel capitolo “omicidi-aggressioni”. Alejandro Poiré, segretario tecnico del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ha presentato il database ufficiale elaborato dagli esperti che a partire da ora mostrerà “informazioni disgregate mensili, a livello statale e municipale” sulla violenza in tutto il paese.” (Periodico “Vanguardia”, Coahuila, Messico, 13 gennaio 2011)

Domanda: Di questi 34.612 assassinati, quanti erano criminali? E gli oltre mille bambini e bambine assassinati (che il Segretario di Governo “ha dimenticato” di estrapolare dal suo conto), erano anche loro “sicari” del crimine organizzato? Quando nel governo federale si proclama che “stiamo vincendo”, a quale cartello della droga si riferiscono? Quante altre decine di migliaia fanno parte di quella “ridicola minoranza” che è il nemico da sconfiggere?

Mentre là in alto cercano inutilmente di sdrammatizzare con le statistiche i crimini che la loro guerra ha provocato, è necessario segnalare che si sta distruggendo anche il tessuto sociale in quasi tutto il territorio nazionale.

L’identità collettiva della Nazione sta per essere distrutta e soppiantata da un’altra.

Perché “l’identità collettiva non è altro che l’immagine che un popolo si crea per riconoscersi come appartenente a quel popolo. Identità collettiva sono quei tratti in cui un individuo si riconosce come appartenente ad una comunità. E la comunità accetta questo individuo come parte di essa. Questa immagine che il popolo si crea non è necessariamente la conservazione di un’immagine tradizionale ereditata, ma generalmente se la crea l’individuo che appartiene ad una cultura, per consolidare il suo passato e la sua vita attuale con i progetti che ha per questa comunità.

Dunque, l’identità non è un semplice lascito che si eredita, ma è un’immagine che si costruisce, che ogni popolo si crea, e pertanto è variabile e può cambiare secondo le circostanze storiche”. (Luis Villoro, novembre 1999, intervista con Bertold Bernreuter, Aachen, Germania).

Nell’identità collettiva di buona parte del territorio nazionale non esiste, come si vuole far credere, la contesa tra l’inno nazionale e il narco-corrido (se non si appoggia il governo allora si appoggia la criminalità, e viceversa).

No.

C’è invece l’imposizione, con la forza delle armi, della paura come immagine collettiva, dell’insicurezza e della vulnerabilità come specchi nei quali si riflette questa collettività.

Che relazioni sociali si possono mantenere o tessere se la paura è l’immagine dominante con la quale un gruppo sociale si può identificare, se il senso di comunità si rompe al grido di “si salvi chi può”?

Da questa guerra non solo ne verranno migliaia di morti… e lucrosi guadagni economici.

Ma anche, e soprattutto, ne verrà una nazione distrutta, spopolata, irrimediabilmente spezzata.

III.- NIENTE DA FARE?

A chi trae le sue meschine somme e sottrazioni elettorali da questo conteggio mortale, ricordiamo che:

17 anni fa, il 12 gennaio 1994, una gigantesca mobilitazione cittadina (attenzione: senza capi, comandi centrali, leader o dirigenti) qui fermò la guerra. Di fronte all’orrore, la distruzione e le morti, 17 anni fa la reazione fu quasi immediata, contundente, efficace.

Ora è lo shock, l’avarizia, l’intolleranza, la meschinità che lesina appoggi e convoca all’immobilismo… e all’inefficienza.

La lodevole iniziativa di un gruppo di lavoratori della cultura (“NON PIU’ SANGUE”) è stata screditata fin dall’inizio per non “essersi piegata” ad un progetto elettorale, per non aver rispettato il mandato di aspettare il 2012.

Ora che hanno la guerra nelle loro città, per le strade, nelle proprie case, che cosa hanno fatto? Dico, oltre a “piegarsi” davanti a chi ha “il progetto migliore”.

Chiedere alla gente di aspettare il 2012? Che bisogna tornare a votare per il meno peggio, perché allora si rispetterà il voto?

Se si contano più di 34 mila morti in 4 anni, sono oltre 8 mila morti all’anno. Cioè, bisogna aspettare altri 16 mila morti per fare qualcosa?

Perché si metterà al peggio. Se gli attuali candidati alle elezioni presidenziali del 2012 (Enrique Peña Nieto e Marcelo Ebrard) governano le entità con maggior numero di cittadini, non dobbiamo aspettarci che lì aumenterà la “guerra contro la criminalità organizzata” con la sua scia di “danni collaterali”?

Che cosa faranno? Niente. Proseguiranno sulla stessa strada dell’intolleranza e della demonizzazione di quattro anni fa, quando nel 2006 tutto quello che non era a favore di López Obrador era accusato di fare gli interessi della destra. Quell@ che allora ci attaccarono e calunniarono, ora seguono la stessa strada nei confronti di altri movimenti, organizzazioni, proteste, mobilitazioni.

Perché la presunta grande organizzazione nazionale che si prepara perché alle prossime elezioni federali vinca un progetto alternativo di nazione, non fa qualcosa adesso? Dico, se pensano di poter mobilitare milioni di messicani affinché votino per qualcuno, perché non mobilitarli per fermare la guerra e il paese sopravviva? O è un calcolo meschino e vile? Che il conto dei morti e delle distruzione sottragga punti al rivale e ne aggiunga al favorito?

Oggi, in mezzo a questa guerra, il pensiero critico viene di nuovo rimandato. In primo luogo: il 2012 e le risposte alle domande sui “galletti”, nuovi o riciclati, per quel futuro che già da oggi si sta gretolando. Tutto deve essere subordinato a questo calendario ed ai suoi passaggi: prima, le elezioni locali in Guerrero, Bassa California Sud, Hidalgo, Nayarit, Coahuila, Stato del Messico.

E mentre tutto precipita, ci dicono che la cosa importante è analizzare i risultati elettorali, le tendenze, le possibilità. Invitano a resistere fino al momento di tracciare il segno sulla scheda elettorale, e poi di aspettare che tutto si sistemi e si torni ad innalzare il fragile castello di carta della classe politica messicana.

Si ricordano che si burlavano ed attaccavano chi nel 2005 invitava la gente ad organizzarsi secondo le proprie esigenze, storia, identità e aspirazioni, e non scommettere su qualcuno là in alto che risolvesse tutto?

Ci siamo sbagliati noi o loro?

Chi nelle principali città può dire di uscire di casa tranquillo se non all’alba, almeno al tramonto?

Chi fa suo quel “stiamo vincendo” del governo federale e guarda con rispetto, e non con paura, soldati, marinai e poliziotti?

Chi sono quelli che adesso si svegliano senza sapere se saranno vivi, sani o liberi al termine della giornata che comincia?

Chi non riesce ad offrire alla gente una via d’uscita, un’alternativa, che non sia aspettare le prossime elezioni?

Chi non riesce a lanciare un’iniziativa che davvero attecchisca localmente, non diciamo a livello nazionale?

Chi è rimasto solo?

Perché alla fine, chi rimarrà sarà chi resisterà; chi non si sarà venduto; chi non si sarà arreso; chi non avrà tentennato; chi avrà compreso che le soluzioni non vengono dall’alto, ma si costruiscono in basso; chi non avrà scommesso né scommette sulle illusioni che vende una classe politica vecchia che appesta come un cadavere; chi non avrà seguito il calendario di chi sta in alto né adeguato la sua geografia a quel calendario trasformando un movimento sociale in una lista di numeri di schede elettorali; chi non sarà rimasto immobile di fronte alla guerra, aspettando il nuovo spettacolo di giochi di prestigio della classe politica nel circo elettorale, ma avrà costruito un’alternativa sociale, non individuale, di libertà, giustizia, lavoro e pace.

IV.- L’ETICA E LA NOTRA ALTRA GUERRA.

Prima abbiamo detto che la guerra è inerente al capitalismo e che la lotto per la pace è anticapitalista.

Lei, Don Luis, prima ha detto anche che “la moralità sociale costituisce solo un primo livello, pre-critico, dell’etica. L’etica critica incomincia quando l’individuo si allontana dalle forme di moralità esistenti e si pone domande sulla validità delle sue regole e comportamenti. Ci si può rendere conto che la moralità sociale non obbedisce alle virtù che proclama”.

È possibile portare l’Etica nella guerra? È possibile farla irrompere nelle parate militari, tra i gradi militari, posti di blocco, operativi, combattimenti, morti? È possibile portarla a mettere in discussione la validità delle regole e dei comportamenti militari?

O l’ipotesi della sua possibilità non è altro che un esercizio di speculazione filosofica?

Forse l’inclusione di questo “altro” elemento nella guerra sarebbe possibile solo come paradosso. Includere l’etica come fattore determinante di un conflitto avrebbe come conseguenza un’ammissione radicale: il rivale sa che il risultato della sua “vittoria” sarà la sua sconfitta.

E non mi riferisco alla sconfitta come “distruzione” o “abbandono”, bensì alla negazione dell’esistenza come forza belligerante. È così, una forza fa una guerra che, se la vince, significherà la sua scomparsa come forza. E se la perde è lo stesso, ma nessuno fa una guerra per perderla (beh, Felipe Calderón Hinojosa sì).

E qui sta il paradosso della guerra zapatista: se perdiamo, vinciamo; e se vinciamo, vinciamo. La chiave sta nel fatto che la nostra è una guerra che non vuole distruggere il rivale nel senso classico.

È una guerra che vuole annullare il terreno della sua realizzazione e le risorse dei contendenti (noi compresi).

È una guerra per smettere di essere quello che ora siamo e così essere quello che dobbiamo essere.

Questo è stato possibile perché riconosciamo l’altro, l’altra, l’altro che, in altre terre del Messico e del Mondo, e senza essere uguale a noi, soffre le stesse pene, sostiene resistenze simili, che lotta per un’identità molteplice che non annulli, assoggetti, conquisti, e che anela ad un mondo senza eserciti.

17 anni fa, il 1 gennaio 1994, si è resa visibile la guerra contro i popoli originari del Messico.

Guardando la geografia nazionale su questo calendario, noi ricordiamo:

Non eravamo noi, gli zapatisti, i violenti? Non ci accusavano di voler dividere il territorio nazionale? Non si diceva che il nostro obiettivo era distruggere la pace sociale, minare le istituzioni, seminare il caos, promuovere il terrore e distruggere il benessere di una Nazione libera, indipendente e sovrana? Non si segnalava fino alla nausea che la nostra richiesta di riconoscimento dei diritti e della cultura indigeni minava l’ordine sociale?

17 anni fa, il 12 gennaio 1994, una mobilitazione civile, senza definita appartenenza politica, ci chiese di tentare la strada del dialogo per ottenere le nostre richieste.

Noi abbiamo obbedito.

Più e più volte, nonostante la guerra contro di noi, abbiamo insistito con iniziative pacifiche.

Per anni abbiamo resistito ad attacchi militari, ideologici ed economici, ed ora al silenzio su quello che sta accadendo qua.

Nelle condizioni più difficili non solo non ci siamo arresi, né ci siamo venduti, né abbiamo tentennato, ma abbiamo anche costruito migliori condizioni di vita nei nostri villaggi.

Al principio di questa missiva ho detto che la guerra è una vecchia conoscenza dei popoli originari, degli indigeni messicani.

Più di 500 anni dopo, più di 200 anni dopo, più di 100 anni dopo, ed ora con questo altro movimento che reclama la sua molteplice identità comune, diciamo:

Siamo qua.

Abbiamo un’identità.

Abbiamo il senso della comunità perché non abbiamo aspettato né sospirato che le soluzioni di cui necessitiamo e che meritiamo arrivassero dall’alto.

Perché non sottomettiamo il nostro cammino a chi guarda verso l’alto.

Perché, mantenendo l’indipendenza della nostra proposta, ci relazioniamo con equità con l’altro che, come noi, non solo resiste, ma ha costruito un’identità propria che gli dà appartenenza sociale, e che ora rappresenta anche l’unica solida opportunità di sopravvivenza al disastro.

Noi siamo pochi, la nostra geografia è limitata, non siamo nessuno.

Siamo popoli originari dispersi nella geografia e nel calendario più lontani.

Noi siamo un’altra cosa.

Siamo pochi e la nostra geografia è limitata.

Ma nel nostro calendario non comanda l’insicurezza.

Noi solamente teniamo a noi stessi.

Forse è poco quello che abbiamo, ma non abbiamo paura.

Bene, Don Luis. La saluto e che la riflessione critica animi nuovi passi.

Dalle montagne del Sudest Messicano.
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, Gennaio-Febbraio 2011

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2011/03/09/apuntes-sobre-las-guerras-carta-primera-completa-del-sci-marcos-a-don-luis-villoro-inicio-del-intercambio-epistolar-sobre-etica-y-politica-enero-febrero-de-2011/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Scambio Epistolare su Etica e Politica

 Questione di interezza

Gustavo Esteva

Marzo 2011:

Don Gustavo: Saludos. Abbiamo letto uno dei suoi ultimi scritti editi e crediamo di trovarci sulla stessa barca. Per questo vogliamo invitarla a scrivere su questo dimenticato e disdegnato (da chi sta in alto) tema dell’Etica e Politica. Un abbraccio. SupMarcos.

Interezza. a. Integrità | b. Rettitudine | c. Forza, costanza, fermezza d’animo.

Mi azzardo ad entrare in conversazione. Non voglio interferire. Ma nemmeno posso non farlo: tanto le circostanze come la lettera impongono esigenze etiche. E mi accingo a partecipare sostenuto dalle stampelle prestate da qualche amico – qualcuno vicino e immediato ed altri con la vicinanza data dai libri e dalle incarnazioni delle loro idee.

Pensare con la propria testa

Domandando provocatoriamente se pensiamo e perché ci rifiutiamo di farlo, Pietro Ameglio poco tempo fa ha mostrato il modo in cui il rumore a cui siamo continuamente sottoposti ostacola i pensieri e porta ad accettare infantilmente quello che viene affermato con autorità. Evoca Fromm quando segnala che, per ottenere questo risultato, si procede col distruggere ogni immagine strutturata del mondo, riducendola a piccoli pezzettini, ognuno separato dall’altro e sprovvisto di qualunque senso di totalità. I notiziari televisivi, mescolando notizie di massacri o ingiustizie sociali con cronache rosa o sport, illustrerebbero questo dispositivo che ci conduce ad ubbidire all’autorità, a piegarci ai suoi ordini. Per questo Pietro ci chiede di pensare, come condizione per essere liberi. E cita Canetti: “L’uomo libero è quello che ha imparato a liberare gli ordini” e non quello che, come un soldato, “è costantemente in attesa di essi”. 1

Arrivo all’argomento, anche prima di mettere le carte in tavola. Mi chiedo, con allarme e preoccupazione, perché milioni di messicani sono in attesa dell’ordine che indicherà loro cosa segnare sulla scheda elettorale l’anno prossimo… Mi domando come potremmo riflettere criticamente su quello che è davvero importante, senza cortine di fumo né fuochi d’artificio.

Pensare criticamente

Nella lettera, il sup segue don Luis per mostrare come la filosofia può prendere il posto della religione al fine di giustificare la dominazione e la barbarie, conferendo loro un fine accettabile, e come i mezzi di comunicazione di massa prendono ora il posto della filosofia in questa funzione.

Riflettendo sulla fine dell’era attuale, in una conversazione con David Cayley, Illich fa riferimento agli annunci pubblicitari che ci inondano di istruzioni e consigli che non sono più trasmessi con delle frasi, ma con icone. Le immagini sono impiegate come argomenti. “Un’icona è una cornice, scelta non da me, ma da un altro per me. Non è il caso di una frase: mediante quella libertà singolarmente bella e inerente al linguaggio che impone al mio interlocutore di aspettare pazientemente che mediti quelle parole nella mia bocca, le mie frasi possono sempre rompere la cornice che tu vuoi imporre loro. L’icona, invece, fissa subito ciò che evoca, producendo una paralisi visiva che immediatamente viene interiorizzata… La rappresentazione visiva, iconica, determina la parola al punto che non si può più pronunciare una senza evocare l’altra”. Per Illich, “la guerra del Golfo, quella guerra informatizzata che ha mostrato agli uomini la sua perfetta impotenza e contemporaneamente la sua grande assiduità dagli schermi sui quali la videro” illustra bene la condizione a cui siamo arrivati.

Illich in quell’occasione ricordava che uno dei suoi amici, il linguista tedesco Uwe Pörksen, chiamava quelle icone visiotipi, che sono forme elementari di interazione sociale che, al contrario delle parole, non permettono di formulare una frase. Nascono quando già si sono generalizzati gli “spazi virtuali” che sono apparsi negli anni settanta. “Ogni volta che vediamo un visiotipo lasciamo che la virtualità di cui è portatore ci contamini”.

Faccio questo giro perché pensare alla libertà richiede oggi di difenderci attivamente dai visiotipi che ci catturano col loro bombardamento programmato dagli specialisti e formano percezioni generali. Questo sarà sempre più difficile. Siamo in una nuova fase di programmazione. Siccome la guerra ha creato “più gente spaventata che gente insicura”, ora si cercherà di far sì che i media “modulino con rigore e intelligenza l’informazione”. Così Héctor Aguilar Camín ha spiegato il nuovo decalogo che uniformerà i criteri editoriali dei principali mezzi di comunicazione del paese. Alle 10 del mattino del 24 marzo, i 10 comandamenti dell’Accordo per la Copertura Informativa della Violenza furono presentati su una “catena nazionale volontaria” alla presenza di alti “rappresentanti” della società – lo stesso rettore della UNAM che i dirigenti del Consiglio Messicano degli Industriali, l’Unione Nazionale dei Genitori o il Comitato Centrale della Comunità Ebraica… Felipe Calderón celebrò immediatamente l’Accordo, preso per “non ignorare la violenza che quotidianamente accompagna i messicani in tutti gli ambiti della vita”. Gli sembrò “cruciale per consolidare la politica dello Stato in materia di sicurezza”. Avrebbe permesso “la gestione dell’informazione legata alla violenza”.

Cittadini allarmati, coscienti della nuova minaccia, reagirono immediatamente su twitter contro questa “gestione”: “uniformare invece di informare”; “nasce un nuovo cartello della disinformazione”; “meglio che la censura, l’autocensura”; “perché non si senta parlare di massacri prima delle elezioni”… Qualcuno decise di “spegnere la televisione e la radio”. Va bene, ma non basta scollegarsi. Per pensare con la nostra testa bisogna arrivare alla riflessione critica. “L’etica critica inizia”, scrisse Villoro, come cita il sup, “quando l’individuo si allontana dalle forme di moralità esistenti e si pone domande sulla validità delle sue regole e comportamenti. Può comprendere che la moralità sociale non rispetta le virtù che proclama”. Gli zapatisti ci convocano oggi a praticare questa etica critica.

In un momento come questo, dice Jean Robert, una dimensione etica addizionale permette di raggiungere “una nuova comprensione del nostro posto nel mondo e nella storia”. Esplorando il suo significato, Jean ricorda cosa diceva Hugo, l’amico di Illich nel secolo XII: “attraverso quello che si dice di fare, si vuole dire qualcosa che si deve fare”. Di questo si tratta, in effetti. La guerra zapatista “è una guerra per smettere di essere quello che ora siamo e così essere quello che dobbiamo essere”, sottolinea il sup, perché “vuole annullare il terreno della sua realizzazione e le possibilità dei contendenti” (zapatisti compresi), e si riconosce in altri “che anelano un mondo senza eserciti”. Se ci arrendiamo, ci fanno essere quello che non siamo. Invece di farci essere, senza senso critico, dobbiamo passare alla condizione in cui quello che facciamo è anche quello che dobbiamo fare.

La via armata

“La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza”. Queste erano le parole d’ordine del Partito Interno nel racconto allucinante di Orwell.

Tutti i giorni si ripete che la violenza di ogni tipo scatenata contro di noi non ha altro scopo che “portare tranquillità e sicurezza ai messicani”. Così ha detto Felipe Calderón celebrando l’accordo sull’uniformità, la censura e la disinformazione, che sarebbe “pieno rispetto della libertà di espressione e della libertà editoriale”.

Sì, ha detto questo.

Orwell ricorse alla sua immaginazione letteraria per avvertirci della strada che seguivano gli Stati del suo tempo – strada che sembrava invisibile benché fosse sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo trasferire il suo avvertimento nella nostra attuale situazione.

Andrés Manuel López Obrador ripete continuamente che le uniche opzioni per accedere al potere politico sono la via armata e l’esercizio elettorale. Siccome la prima sembra essere condannata dalla storia dalla maggioranza dei messicani, secondo lui non ci resta altra scelta che le elezioni. Per questo, contro ogni esperienza, dobbiamo concentrare la nostra energia su quelle del 2012; ora sì, afferma, potremo sconfiggere la mafia politica che si è impadronita del paese.

È vero che la maggioranza dei messicani respinge la violenza. Ma nella sua rappresentazione orwelliana AMLO dissimula che queste opzioni politiche sono diventate una. Felipe Calderón ha adottato la via armata. Incapace di governare con un potere politico che non ha mai avuto – come ha constatato perfino l’ambasciatore statunitense – è ricorso ad esercito e polizia per dimostrare che governava, immagine che i media si sono affrettati a rafforzare. Le elezioni fanno parte del dispositivo. Cambiare killer non modifica la caratteristica dell’arma né la sua funzione.

“Perché – rileva la lettera a don Luis – perché la presunta grande organizzazione nazionale che si prepara affinché nelle prossime elezioni federali vinca un progetto alternativo di nazione, non fa qualcosa adesso? Se pensano di poter mobilitare milioni di messicani a votare per qualcuno, perché non mobilitarli per fermare la guerra e far sì che il paese sopravviva?”.

Non cadiamo nella trappola di valutare l’entità e la qualità di questa “organizzazione nazionale”, ancora rinchiusa nelle sue beghe di cortile, che si spegneranno solo nel circo mediatico della campagna elettorale. Speculare sulle sue possibilità non sarebbe pensare liberamente. Implicherebbe attenersi agli ordini del Ministero della Verità e del Partito Interno, rifiutarsi di pensare.

Dobbiamo rendere evidente, come dice don Luis, che la moralità attuale non ha le virtù che proclama. Il paese cade a pezzi. “Si sta distruggendo il tessuto sociale su quasi tutto il territorio nazionale”. Dalla guerra attuale “non solo ne verranno migliaia di morti…. e lauti  guadagni economici. Ma anche, e soprattutto, ne verrà una nazione distrutta, spopolata, irrimediabilmente spezzata”. È questo quello che ci sta accadendo. Dobbiamo guardarlo con chiarezza per agire di conseguenza. Queste proposte, invece, sostenendo in maniera equivoca, che non c’è altra strada che le elezioni, ci condannano alla paralisi. Vogliono alimentare illusioni statistiche per inciampare di nuovo nella stessa pietra. Ostacolano la nostra attuale lotta.

È necessario riconoscere fortemente, senza vacillare, senza paura, la condizione in cui siamo. Al margine di qualsiasi discussione teorica e storica sul valore e sul significato della democrazia rappresentativa, le elezioni oggi in Messico non costituiscono un’autentica alternativa politica. Non importa chi vincerà. Sono solo un’altra forma della via armata che prevale nel paese, quella che tiene la quinta parte dei messicani negli Stati Uniti ed esclude gli altri, abbassa le loro condizioni di vita, distrugge i loro ambienti naturali e cancella passo dopo passo le loro libertà.

Le elezioni di 2012 non farebbero largo al cambiamento per ricostruire in pace quello che rimane del paese. Esposte come unica opzione, presuntamente pacifica, non sono altro che un ingrediente in più della guerra scatenata contro di noi. Contribuiscono ad estenderla ed approfondirla. Alzano un muro, nella percezione di milioni di persone, che impedisce loro di costruire un’alternativa reale.

Alcuni, diceva Foucault, vogliono cambiare l’ideologia senza modificare le istituzioni: sostituire solamente le teste. Altri vogliono riformare le istituzioni senza cambiare l’ideologia. Quella che manca è l’incontro simultaneo tra ideologie e istituzioni. Per questo dobbiamo chiederci in che misura si impone, oggi e qui, quello che esprime con eloquenza Ali Abu Awwad, un giovane palestinese che guida un nuovo movimento nei territori occupati da Israele: “La pace stessa è la strada per la pace…e non c’è pace senza libertà”.

Il Messico non è Gaza

No, no lo è. Ma potrebbe esserlo. Esistono analogie scandalose che meritano considerazione. Non sarebbe utile riflettere su alcuni somiglianze raccapriccianti, come quella che sembra esistere tra i palestinesi in Israele ed i messicani in Arizona? O la sproporzione tra la forza militare/fisica di Israele e quella della Palestina e quella che esiste tra i corpi militari, polizia, paramilitari e parapolizie degli Stati Uniti e del Messico, da una parte, e la gente, dall’altra? E c’è qualcosa di più grave di queste analogie. La cosa più grave, là e qui, è il silenzio, l’abitudine: abituarsi a vedere con naturalezza l’insopportabile.

Molte voci esprimono, dentro lsraele, crescente preoccupazione per gli atteggiamenti che osservano nella loro società. Neppure riescono a risvegliarla gli orrori del recente libro che riporta le testimonianze dei saldati israeliani che hanno partecipato negli ultimi 10 anni all’occupazione della Palestina. “Quello che passa come normalità sotto l’occupazione”, segnala David Shulman, “è anche peggiore che negli anni di combattimento per il giogo incessante, quotidiano, disumanizzante. Chiunque leggerà questo libro vedrà il modo in cui l’occupazione si è trasformata in un sistema degradante di controllo… Ho constatato gli effetti devastanti della droga dell’abitudine… Ho visto come il male, inserito in un sistema ramificato e spesso impersonale, può scomporsi in piccole azioni quotidiane che, per molto ripugnanti che siano al principio, presto diventano routine” . 2

Non voglio mettere l’analogia al servizio del mio argomento. Forse, dopo l’Accordo, dagli schermi scompariranno gli spettacoli di violenza che sono andati aumentando. Si ridurrà la dose di droga. Forse, come hanno commentato flemmaticamente alcuni giornalisti dopo aver ascoltato il decalogo dei criteri editoriali, cambierà il linguaggio. Ora si dirà: “Due decapitati con poca violenza”. Oppure: “Gli asociali hanno smembrato gli arti della vittima che non ha sofferto”… Mi preoccupa che in qualche misura ci siamo abituati a quelle immagini di violenza. Ma mi preoccupa molto più che si sia fatta l’abitudine alla criminalizzazione dei movimenti sociali. I media si accanirono in alcuni aspetti della violenza ad Atenco o Oaxaca. Ma eludono od omettono sempre di più quella che si impiega quotidianamente in tutto il paese contro i più diversi movimenti sociali, ed in particolare quella che si è impiegata per anni in tutti i territori indigeni e contro le comunità zapatiste e che si è recentemente intensificata.

Mi preoccupa che questo silenzio non copra solamente i media ma abbracci già ampi settori sociali – perfino quelli che teoricamente difendono le cause popolari. Gli stessi che denunciano con risalto ogni gesto di Calderón o dei suoi rivali politici. Quelli che proclamano il loro impegno per la giustizia sociale o per il bene del paese e promettono di riportare quello che i neoliberali ci hanno tolto e portare molte altre benedizioni. Quelli che tracciano la loro linea rispetto alla repressione. Perché restano in silenzio davanti agli oltraggi costanti contro la gente ed i movimenti che dicono di difendere? Perché non denunciano, con lo stesso risalto, le repressioni e le aggressioni in cui incorrono i loro stessi colleghi e soci di partito e di governo? Perché ormai al potere adottano gli stessi comportamenti, incorrono nella stessa corruzione, proteggono la stessa impunità? Alla luce dell’esperienza, con quale autorità morale pretendono ora che si cancelli tutto e non si prenda in considerazione quello che è successo e continua a succedere in nome di una nuova illusione, di una semplice promessa?

Di questo passo, se invece di iniziative degne e conseguenti seguitiamo a intrattenerci con questi passatempi, non ci sarà nazione nella quale possa materializzarsi il sogno di un vago “progetto alternativo” che si continua ad alimentare.

“Vi auguro l’Egitto”, ha scritto alcuni giorni fa il palestinese Omar Barghouti. “Vi auguro la capacità di resistere, di lottare per la giustizia sociale ed economica e di ottenere la vostra vera libertà.

“Vi auguro la volontà e la capacità di uscire dalla vostra prigione camuffata con tanta cura. Nella nostra parte del mondo i muri delle prigioni sono troppo ovvi, dominanti, asfissianti. Per questo siamo ancora ribelli, preparandoci al giorno della nostra libertà. Quando raccoglieremo potere popolare sufficiente, romperemo le catene ossidate che hanno imprigionato per tutta la vita menti e corpi. Le celle della vostra prigione sono differenti. I muri sono ben nascosti, non sia mai che evochino la volontà di resistere. Non ci sono porte nelle celle della vostra prigione: potete spostarvi ‘liberamente’ senza riconoscere mai la prigione più grande nella quale siete confinati….

“Vi auguro l’Egitto per decolonizzare le vostre menti e fare a pezzi la scheda con la domanda: ‘che cosa volete?’, perché tutte le risposte che date sono sbagliate. Lì la vostra unica opzione sembra essere tra il male e il male minore.

“Vi auguro l’Egitto affinché, come i tunisini, gli egiziani, i libici, i bahreinesi, gli yemeniti, e certamente i palestinesi, possiate gridare: “No! non vogliamo scegliere la risposta meno brutta. Vogliamo un’altra opzione che non c’è nella vostra maledetta lista”. “Vi auguro l’Egitto affinché possiate collettivamente, democratica e responsabilmente ricostruire le vostre società, per restaurare le leggi affinché siano al servizio del popolo, non del capitale selvaggio e del suo esercito di banche; per farla finita col razzismo ed ogni tipo di discriminazione; per preservare ed essere in armonia con l’ambiente; per tagliare guerre e crimini di guerra e non posti di lavoro, prestazioni sociali e servizi pubblici; per abbattere il governo tiranno ed oppressore delle multinazionali, e per cacciare l’inferno dall’Afghanistan, dall’Iraq e da tutti i luoghi in cui, col pretesto di “diffondere la democrazia”, i vostri moralmente superiori crociati hanno sparso la disintegrazione sociale e culturale, la povertà abietta e la disperazione assoluta…

“La nostra oppressione e la vostra sono profondamente correlate e intrecciate… La nostra battaglia collettiva per diritti e libertà non è uno slogan, ma una lotta per la vera emancipazione e l’autodeterminazione, un’idea il cui momento è arrivato. Dopo l’Egitto toccherà a noi. È l’ora della liberazione e della giustizia per la Palestina. È ora che tutti i popoli di questo mondo, in particolare i più sfruttati ed oppressi, riaffermiamo la nostra comune umanità e recuperiamo il controllo sul nostro destino comune”.

Rese e resistenze

 

La lettera a don Luis descrive con precisione la situazione attuale in Messico e le prospettive. Voglio aggiungere un altro aspetto che permette di illustrare le risposte.

Felipe Calderón non ha saputo governare, ma può ancora distruggere e prosegue nell’azione che ha orientato le politiche ufficiali degli ultimi 30 anni: mettere il paese nelle mani del mercato, del capitale. Non c’è altra soluzione, sosteneva Salinas, che salire sulla locomotiva statunitense, anche se come camerieri. Per facilitare l’aggancio aprì al mercato la terra ejidale e comunale, e nella sua febbre privatizzatrice smantellò buona parte del settore pubblico.

Aggrappato a questa tradizione, Calderón ha messo in vendita quanto ha potuto ed ora deve consegnare la merce. Per esempio: ha ceduto in concessione quasi la decima parte del paese per 50 anni, e queste concessioni prevedono l’obbligo da parte del governo messicano di disfarsi della gente che abiti nei territori dati in concessione. Un altro affare sta nel demandarle se questo non avviene nei termini previsti. Ed i termini non si rispettano perché la gente resiste.

La resistenza incomincia di solito come lotta localizzata di un piccolo gruppo che cerca di proteggere le proprie terre e acque, ma presto incontra legami orizzontali e s’incatena a lotte simili in altre parti fino a formare ampie alleanze che si estendono in tutto il paese. Questa lotta racchiude una mutazione politica di grande trascendenza: rappresenta il passaggio dalla lotta per la terra alla difesa del territorio. Chi è riuscito ad ottenere un pezzo di terra che assicuri la sua sussistenza e mantenere il tessuto sociale comunitario, affronta in maniera organizzata la nuova sfida. Non difende più, o non solo, quel pezzo di terra. Esercita una forma di sovranità popolare in cui la difesa del suo territorio è anche la difesa della sovranità nazionale. Abbondano esempi di queste lotte specifiche che si collegano anche con alte simili, come quelle contro le dighe e contro molti megaprogetti. In tutti i casi è evidente il significato e le conseguenze della guerra descritti nella lettera a don Luis. La distruzione, a prima vista insensata, irrazionale, senza ragione, una distruzione che colpisce la natura ma ancor di più la gente che si occupa di essa e vive dei suoi frutti, acquisisce il suo senso ultimo nella ricostruzione – quando sono spariti il tessuto sociale e la sussistenza autonoma, e gli individui, uno alla volta, separati, restano esposti alla volontà del mercato, del capitale, alla schiavitù che questi impongono. “Che facciano i giardinieri in Texas o mettano su un negozietto”, diceva Fox quando gli domandavano che cosa avrebbero fatto quelli che il suo governo sgomberava. Anche quelli di Calderón se ne vanno dal paese, sono già sotto terra o sono “antisociali” – l’etichetta che le forze pubbliche appiccicano indistintamente a delinquenti e ribelli.

Oggi abbiamo bisogno della spinta che ci augura il palestinese Barghouti, quella che 17 anni fa ci permise di fermare la guerra di sterminio di Salinas ed oggi può fermare quella di Calderón e liberarci di lui. Ma non basterebbe disfarci delle classi politiche… per poi ricominciare di nuovo con la pratica elettorale, fosse anche con facce nuove. Cerchiamo un’altra trasformazione, una molto altra, più vicino e più lontano: vogliamo smantellare gli apparati politici ed economici della dominazione, invece di tentare di conquistarli con l’illusione di utilizzarli in maniera diversa; e vogliamo mantenere nelle nostre mani la transizione, per assicurare che sia l’inizio della nostra ricostruzione, non più della stessa cosa. E per quello che bisogna fare, adesso e dopo, abbiamo bisogno dell’etica critica.

Perché don Luis?

È utile domandarci perché gli zapatisti hanno deciso una corrispondenza pubblica col filosofo Luis Villoro richiamando nuovamente la nostra attenzione. Non si tratta più di estendere l’omaggio che gli resero a San Cristóbal. È che don Luis incarna, come molte poche persone, i temi che gli zapatisti considerano urgente esaminare. Esprime in pieno il rapporto tra etica e politica.

Negli anni ’90 scrisse El poder y el valor: Fundamentos de una ética política, un libro che segue e culmina la sua opera. Aveva vissuto, come filosofo, nel seno della ragione sul cui dominio ha confidato l’Occidente negli ultimi due secoli – quella che concepì “il progetto storico di rompere con la dominazione e la miseria e di raggiungere, finalmente, una società liberata e razionale, degna dell’uomo”. Invece di arrendersi al fallimento di quella ragione e la sua sequela di conformità e delusione, don Luis tentò una riflessione innovativa. “È ancora possibile – si domandò – un comportamento politico che proponga di contrastare il male? Si potrebbe rinnovare, davanti alla delusione, una riflessione etica?… È inevitabile l’opposizione tra la volontà di potere e la realizzazione del bene? Come si può articolare il potere col valore?”. Il libro risponde radicalmente a queste domande: “È un progetto di riforma del pensiero politico moderno, con la speranza di contribuire, in questa triste epoca, a scoprire i ‘mostri della ragione’ che hanno devastato il nostro secolo”.

Don Luis ha sofferto e goduto, come tanti di noi, la scossa del 1994 – quella che mosse il mondo intero, come riconoscono oggi tutti i movimenti antisistema. Da allora ha accompagnato gli zapatisti, vicino o lontano a seconda delle circostanze. Fu loro consulente nei negoziati col governo, nel 1996, e fu uno dei tre che si sedettero al tavolo principale in cui si giunse ai principali accordi. Soffrì come pochi la conclusione – che non dobbiamo dimenticare. Siamo nel 10º anniversario della Marcia del Colore della Terra, alle cui riunioni parteciparono circa 40 milioni di messicani. Migliaia di organizzazioni, a nome di milioni di persone, appoggiarono l’iniziativa di riforma costituzionale concordata con la commissione del Congresso, la Cocopa. Non ci fu una sola organizzazione, una sola, che si oppose. Ma il Congresso produsse una controriforma infame e la Corte Suprema, ovviamente, se ne lavò le mani.

Il culmine dell’opera di don Luis, in quel libro ed in altri testi, riflette la sua stessa trasformazione. Trovò ispirazione negli zapatisti e nelle comunità indios e lì scoprì l’alternativa che stava cercando. Trasformandosi, don Luis ci trasforma: la sua lucida riflessione apporta elementi centrali a quello che oggi manca. L’utopia si è fatta realtà nel presente, ci dice dal 2009; ha già posto in questo mondo, nelle comunità zapatiste. La democrazia non può stare in un luogo diverso da quello in cui sta il popolo, affermò, ed osservò “un’inversione dei rapporti di potere esistenti” e “l’abolizione di ogni dominazione dall’alto” nell’azione comunitaria che riorganizza la società dal basso, nella propria geografia, nel proprio calendario…

“Il desiderio di autenticità”, insiste don Luis, “è l’impulso a liberarsi dell’oppressione della farsa”. Della farsa, dice; la farsa. La ragione che risponde a quel desiderio scopre i veri valori, e così “assumono primato quelli che integrano la dignità insostituibile della persona: libertà, autenticità, responsabilità, uguaglianza”. E non dimentichiamo le ultime parole di quel libro eccezionale: si tratta di “compiere il proposito dell’amore: realizzare sé stesso per l’affermazione dell’altro”. Oltre ogni farsa.

Tra interminabili risse e circhi mediatici, aggrappati alle loro poltrone, le classi politiche continuano a lacerare il tessuto sociale e distruggere la natura fino a minare le basi stesse della sopravvivenza. E’ una strada senza uscita. È inutile, profondamente immorale continuare a percorrerla. Dobbiamo uscirne. E questo esige, innanzitutto, impegnarci seriamente nella riflessione, nella critica, nell’etica. Con integrità. Seguendo le orme di don Luis e la nuova convocazione degli zapatisti.

San Pablo Etla,

marzo 2011

Note:

1 Tomo della rivista Conspiratio, 2, nov.-dic. 2009, citazioni di Pietro Ameglio, Iván Illich e Jean Robert.

2 David Shulman, “Israel & Palestine: Breaking the Silence”, The New York Review of Books, LVIII-3, February 24-March 9, 2011, p.43

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Versione in castigliano http://revistarebeldia.org/revistas/numero77/10esteva.pdf

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La Jornada – Giovedì 10 marzo 2011

Castañón León accusato di usare la violenza per sottrarre Agua Azul agli ejidatarios

Hermann Bellinghausen

Gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón aderenti all’Altra Campagna nel municipio di Chilón, in Chiapas, accusano il governo dello stato, il segretario di Governo, Noé Castañón León, ed il Consiglio Statale dei Diritti Umani (CEDH) “dello sgombero violento dei compagni lo scorso 2 febbraio, da parte di un gruppo di priisti che lo stesso segretario di Governo ha organizzato con le autorità del municipio di Chilón”.

Sostengono che l’operazione per spogliarli dell’accesso alle cascate di Agua Azul “è stata finanziata dai tre livelli di governo, a fronte di un accordo con le autorità del municipio di Tumbalá ed i filogovernativi di San Sebastián Bachajón “per consegnare al governo il sito turistico” che ora è sotto la gestione della Segreteria delle Entrate dello stato in base “agli accordi firmati tra loro”.

Gli ejidatarios di San Sebastián sottolineano che “questo ‘accordo’ è stato fatto in un’assemblea del 3 e 5 febbraio”, convocata due giorni prima, quando “normalmente la convocazione avviene 15 giorni prima, con notifica affissa in luoghi visibili, e secondo la Legge Agraria, almeno con 8 giorni di anticipo”.

In un’inserzioni sulla stampa, la CEDH il giorno 8 marzo ha affermato che “il problema” è dovuto “alla non presenza dell’Altra Campagna” ai tavoli dei negoziati installati dal governo e che per questo “il conflitto non è stato risolto”. La commissione stessa ha accusato i membri dell’Altra Campagna, che lunedì scorso hanno bloccato la strada, di essere “armati di machete e bastoni, alterare l’ordine, commettere danni a terzi”.

Questo, replicano gli ejidatarios, quando “l’arma peggiore che portavano i manifestanti erano i loro slogan e le loro richieste”. Questa volta, “la strategia del malgoverno è un risultato vergognoso, avendo fatto ricorso ad un accordo povero di contenuti che è solo uno strumento per ingannare la gente ed impadronirsi delle nostre terre e delle sue risorse. Per questo, “purtroppo, i nostri compagni sono in carcere”.

Rispetto alla versione della CEDH, gli indigeni affermano: “È vergognoso che essendo un organismo per i diritti umani, sia stato la maschera per il malgoverno”, che vuole “nascondere la vera intenzione di spogliare con violenza, crudeltà, odio e rabbia chi difende la propria dignità, la terra, il territorio e la propria autonomia”.

Di fronte alle accuse, ejidatarios ed aderenti all’Altra Campagna, questo mercoledì a San Cristóbal de las Casas dichiarano: “Non ci arrenderemo, che sia ben chiaro al governo di Juan Sabines Guerrero, che fino a che non libererà i nostri compagni carcerati ingiustamente, continueremo a manifestare e in maniera sempre più decisa”.

Sostengono che il loro “è un territorio autonomo e non per progetti transnazionali; difenderemo le nostre terre e le risorse senza badare alle conseguenze”.

Annunciano che, come “padroni legittimi di queste terre, eredità dei nostri antenati”, sospenderanno “l’attività” che stavano svolgendo (il blocco della strada Ocosingo-Palenque), “per cercare altre alternative ed ottenere la libertà incondizionata dei nostri compagni prigionieri politici”. Avvertono che continueranno “a smascherare il malgoverno corrotto, che con il suo operato ci ha voluti intimorire”.

Concludono che “è il momento di organizzarci meglio e continuare a dimostrare realmente al governo chi siamo e perché lottiamo, ed al CEDH che siamo un’organizzazione pacifica che lotta per le proprie terre, territori e autonomia, che non si inganni”. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/10/index.php?section=politica&article=022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 6 marzo 2011

Rilasciati quattro membri dell’Altra Campagna

Elio Henríquez. Corrispondente. San Cristóbal de las Casas, Chis., 5 marzo. Con la rinuncia dell’azione penale da parte della Procura Generale di Giustizia dello Stato (PGJE), da mercoledì ad oggi sono stati liberati quattro dei dieci indigeni dell’Altra Campagna fermati il 3 febbraio scorso nel centro turistico delle Cascate di Agua Azul, dopo uno scontro con ejidatarios priisti di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón che ha provocato un morto e due feriti.

Fonti ufficiose hanno detto che la notte di mercoledì è stato rilasciato Pedro García Alvarado, presuntamente non in possesso delle facoltà mentali, che era accusato di danneggiamenti ed attentato contro la pace e la collettività. Tra giovedì e sabato sono stati scarcerati Miguel Álvaro Deara, Pedro Hernández López e Miguel López Deara.

Per il minorenne di 17 anni, Mariano Demeza Silvano, uno dei sei che ancora sono in prigione, è stata stabilita una cauzione di 22 mila pesos. È probabile che nei prossimi giorni o settimane possano essere scarcerati gli altri cinque che si trovano nella prigione del municipio di Playas de Catazajá, a nord del Chiapas, hanno dichiarato le fonti consultate.

In questo contesto, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas ha comunicato che gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, aderenti all’Altra Campagna, hanno presentato un esposto contro la costruzione del botteghino di ingresso alle cascate da parte del governo statale, su mandato delle segreterie delle Infrastruttura e del Fisco, le quali il 13 febbraio hanno sottoscritto un accordo “in maniera illegale ed arbitraria, perché non è stata consultata l’assemblea”.

Ricardo Lagunes, avvocato dell’organizzazione, ha detto che la costruzione del botteghino di riscossione conteso dai due gruppi di ejidatarios, colpisce i diritti collettivi dell’ejido San Sebastián Bachajón, come comunità, come nucleo agrario e come popolo indigeno.

Aggiunge che il settimo tribunale di distretto esaminerà l’esposto presentato nei giorni scorsi affinché si sospenda immediatamente la costruzione su una superficie ad uso comune. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/06/index.php?section=politica&article=014n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 5 marzo 2011

Mobilitazioni in Stati Uniti ed altri paesi per la liberazione dei “prigionieri politici” in Chiapas

Hermann Bellinghausen

Gli ejidatarios dell’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, Chiapas, annunciano che nei giorni 7 e 8 marzo realizzeranno “un blocco a tempo indefinito” davanti alla sede della regione autonoma zapatista San José en Rebeldía, vicino al crocevia di Agua Azul, sulla strada Ocosingo-Palenque. “Per chiedere la liberazione dei nove compagni detenuti nel carcere di Playas de Catazajá”, ed un minorenne nel centro Villa Crisol, “autorità comunitarie, familiari dei carcerati, donne e uomini saranno in digiuno e preghiera”.

“Sappiamo molto bene che il malgoverno di Juan Sabines Guerrero ha elaborato una strategia per spogliarci delle nostre terre, usando i vari leader priisti di altri municipi”.

Denunciano “l’ondata di violenza, intimidazioni e minacce da parte di leader del Partito Verde Ecologista”, al quale appartiene l’attuale sindaco di Chilón. Questo si ostenta come “il primo presidente cristiano”, e secondo gli ejidatarios è “esperto nel convincere la gente con progetti di ecoturismo degli investitori internazionali, violentando i diritti di uomini, donne e bambini”.

Attualmente il posto è occupato da poliziotti, in “spazi privati” della comunità e senza il consenso dei proprietari. È il caso di una chiesa cattolica della comunità Sakil Ulub, che mostra “una situazione preoccupante: donne, uomini e poliziotti, l’hanno presa come un gabinetto privato, mentre gli indigeni nativi di questa comunità l’hanno conservata come un’area sacra per le preghiere”.

Aggiungono che il cosiddetto “tavolo di dialogo” che il governo ha proposto ai detenuti “per ottenere la loro liberazione”, è “solo una dimostrazione degli interventi del governo per espropriare il centro turistico rispondendo ad interessi economici, senza tenere conto di cultura, tradizione, né dell’eredità dei nostri antenati, che è la nostra madre Terra”.

Gli ejidatarios tzeltales lamentano “che il denaro del malgoverno ha reso ignoranti persone che sono indigeni, aumentando la tensione, la minaccia e l’intimidazione”.

Con la loro mobilitazione, gli ejidatarios dell’Altra Campagna insisteranno sulla liberazione immediata dei detenuti, “il rispetto della loro dignità e quella dei loro familiari” ed il ritiro della polizia da Agua Azul.

Esigono anche “la soluzione dei conflitti di Agua Azul, Mitzitón, Tila, Chicomuselo ed altre comunità, per problemi legati all’uso delle risorse naturali ed il controllo delle terre e territori, e lo stop alla violenza del sistema capitalista neoliberale patriarcale contro le donne, le loro famiglie e le comunità, ed alla violenza nelle regioni indigene, contadine e nei territori autonomi zapatisti”.

Nella città di New York per il prossimo lunedì 7 si svolgerà “La giornata mondiale per la liberazione dei prigionieri politici di San Sebastián Bachajón”, la cui eco raggiungerà molte parti dell’Europa, America Latina e Messico.

La convocazione è stata fatta dal Movimento per la Giustizia del Barrio, nell’est di Harlem, aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. Sono confermate azioni in Sudafrica, Francia, Inghilterra, Scozia, Stati Uniti, Catalogna, e Germania.

La giornata internazionale culminerà martedì 8 con una commemorazione del “Giorno Internazionale in Onore delle Donne dell’Altra Campagna”. Gli organizzatori di New York – la maggior parte immigrati messicani che hanno sconfitto molte volte le imprese costruttrici multinazionali a El Barrio – condividono l’appello degli ejidatarios: “I nostri fratelli di San Sebastián sono riusciti a rompere la frontiera neoliberale che ci impongono quelli che stanno in alto, inviandoci un videomessaggio. Hanno toccato i nostri cuori. Il videomessaggio include una spiegazione della loro degna lotta, degli attacchi recenti e dell’arresto dei loro compagni”. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/05/index.php?section=politica&article=021n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 4 marzo 2011

I conflitti in Chiapas, “creati e gestiti dal governo”

Il Frayba denuncia Noé Castañón León quale “autore intellettuale

Hermann Bellinghausen

In una rapporto Rapporto presentato a San Cristóbal de las Casas, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC, noto anche come Frayba) rileva che il governo del Chiapas “crea e gestisce i conflitti per il controllo del territorio”, a scapito dei diritti delle comunità indigene.

Si tratta di un’analisi documentale sulla situazione imperante e gli interessi nel marco del “conflitto armato interno, ora nella fase di disputa del territorio, poiché il Chiapas è una vena di enorme ricchezza per gli investimenti privati, promossi con i progetti turistici”. Secondo lo studio, i progetti d’investimento “vogliono sottrarre le terre alle comunità attraverso sgomberi forzati, cooptazione per la firma di ‘accordi di sviluppo’, occupazione poliziesca e militare, e criminalizzazione di attivisti e avvocati”.

In questa cornice, prosegue il Centro, i fatti successi il 2 febbraio nella zona di Agua Azul, nell’ejido San Sebastián Bachajón (Chilón), dove ha perso la vita Marcos García Moreno ed è rimasto ferito Tomás Pérez Deara, e la cattura di 117 persone, 10 delle quali restano in carcere come “prigionieri”, rappresentano “l’implementazione di una strategia calcolata dal governo dello stato, che ha generato lo scontro per poi inserirsi come mediatore e gestire il conflitto”.

Il CDHFBC assicura di essere in possesso di testimonianze che denunciano il segretario generale di Governo, Noé Castañón León, come uno dei “autori intellettuali” dell’aggressione. Sottolinea che il governo statale “ha rotto un processo di dialogo comunitario che gli attori stavano portando avanti dal 2010” affinché gli abitanti della zona amministrino e preservino le proprie risorse.

Il Rapporto include la testimonianza di una persona presente ad una delle riunioni dove si sarebbe deciso di affrontare gli ejidatarios, “creando gruppi di scontro”, e “catturare gli aderenti all’Altra Campagna” per distrarli con una lotta per la liberazione dei loro prigionieri. Lo scopo ufficiale di occupare il botteghino di ingresso ejidale è stato attuato il 2 febbraio. “Non è un conflitto comunitario”, aggiunge. Come nemmeno lo è a Mitzitón né lo fu adActeal nel 1997. Castañón León sarebbe “l’artefice del conflitto” per favorire i piani di investimento privato. Inoltre, “c’è l’interesse militare di controllare quest territorio”, che si trova vicino a comunità autonome zapatiste come San José en Rebeldía e Bolón Ajaw (che, con le nuove disposizioni amministrative, verrebbe circondata).

La situazione “è il prodotto di una guerra di logoramento che genera le condizioni per affrontare le organizzazioni della regione; ciò che è in disputa non è un botteghino di ingresso alle cascate, ma la difesa della terra e del territorio dei popolo indigeni che stanno costruendo un progetto di autonomia”. Sulla base delle informazioni raccolte (documenti, testimonianze, denunce di ejidatarios), il CDHFBC afferma che “il governo messicano non è intervenuto per prevenire il conflitto” e “ha pianificato gli eventi mediante una strategia per il controllo del territorio nell’ambito di un conflitto armato irrisolto”.

Il CDHFBC comunica di aver assunto la difesa legale degli arrestati di San Sebastián. I filogovernativi (priisti e del Partito Verde Ecologista) “hanno consegnato le terre al governo Juan Sabines Guerrero senza l’autorizzazione dell’assemblea degli ejidatarios”. Questo gruppo è utilizzato dal governo “per cacciare le comunità dell’Altra Campagna e spingere la privatizzazione delle cascate di Agua Azul”.

In questo modo si attacca il progetto di autonomia “che impedisce al governo di privatizzare la terra per progetti imprenditoriali”. Attizzare il conflitto non è cosa nuova. “La strategia è la stessa, ma più aggressiva”. Giorni fa il presidente Felipe Calderón Hinojosa ha visitato la regione ed avrebbe “dato il benestare” all’incursione della polizia.

Per il resto, è stato ignorato il fatto che nell’aggressione filogovernativa ci sono stati dei feriti dell’Altra Campagna. Questi ribadiscono che è stato il gruppo di scontro guidato da  Carmen Aguilar Gómez “che ha ucciso il proprio compagno”, e non gli arrestati che nemmeno si trovavano sul luogo dei fatti. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/04/index.php?section=politica&article=024n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Da: Cruz Negra mexico <cna.mex@gmail.com>
Giovedì 3 marzo 2011, 17:14

Intorno alle ore 22:20 abbiamo ricevuto la notizia della liberazione degli avvocati del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa. La Carovana del Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa del Chiapas, in presidio davanti al palazzo di governo dello stato del Chiapas, si è in parte diretta verso il carcere El Amate per accogliere i compagni liberati. Aspettiamo oer domani ulteriori informazioni al riguardo.

fonte: http://radiopozol.blogspot.com/2011/03/companeros-liberados.html

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La Jornada – Martedì 2 marzo 2011

Gli arrestati di San Sebastián Bachajón denunciano di essere stati ricattati dal governo del Chiapas

Hermann Bellinghausen

Dalla prigione di Playas de Catazajá, Chiapas, i nove contadini tzeltales dell’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón dichiarano: “Ci tengono in prigione solo in cambio delle nostre terre”. Altri di loro si trovano nella prigione di Villa Crisol (municipio di Berriozábal).

Denunciano che alcuni rappresentanti del governo li hanno visitati ripetutamente nel penitenziario “proponendoci di accettare il dialogo riguardo al territorio su cui sorge il botteghino di accesso alle cascate di Agua Azul”, promettendo in cambio la loro liberazione, “ma conosciamo bene quanto siano ingannevoli le autorità, che vogliono impadronirsi delle risorse e delle terre dei nostri antenati”.

I rappresentanti governativi sostengono l’accordo con gli ejidatarios filogovernativi guidati da Francisco Guzmán Jiménez (Goyito) e Melchorio Pérez Moreno. I reclusi sostengono che “quelli del governo statale sono bugiardi, corrotti e traditori”, visto che ai dirigenti filogovernativi “vengono regalate auto nuove perché convincano la gente a consegnare i terreni che hanno ereditato dai loro genitori”. E ribadiscono: “Ci tengono rinchiusi ingiustamente. Il malgoverno sa che non abbiamo niente a che vedere con i fatti del 2 febbraio scorso”. Come si ricorderà, quel giorno perse la vita uno degli aggressori filogovernativi, vicino al botteghino degli ejidatarios dell’Altra Campagna, appena sgomberati a pistolettate.

Con una visita alla prigione di Catazajá, nove note organizzazioni civili che formano la Rete per la Pace in Chiapas, hanno appoggiato questi indigeni arrestati il 3 febbraio. La rete esprime il suo rifiuto “alla nuova ondata di violenza nello stato, ed in questo contesto di deterioramento guardiamo con preoccupazione la mancanza di volontà o capacità del governo di intervenire nei conflitti, evitando di affrontarli, oppure cercando ‘soluzioni’ a breve termine e, non riuscendoci, ricorrono alla repressione contro gruppi contrari alla sua politica”.

I recenti attacchi a San Sebastián e Mitzitón “sono un’espressione di questa conflittualità sociale, ed entrambi i conflitti sono cresciuti in violenza e polarizzazione”, ed una soluzione “dialogata e pacifica è sempre più urgente”. La rete sottolinea che, nel primo caso, “i gruppi a confronto avevano stabilito meccanismi di dialogo per costruire soluzioni che garantissero l’unità dell’ejido ed il controllo delle risorse naturali a beneficio dei suoi abitanti”. Questa via negoziata si è interrotta “con l’azione unilaterale, appoggiata dal governo dello stato, di occupare con la forza il botteghino di ingresso alle cascate, reprimere una delle parti nel conflitto e condizionare la liberazione dei detenuti all’accettazione delle condizioni imposte. Invece di privilegiare il dialogo, il governo è intervenuto con la repressione ed ha finito per gestire il conflitto prendendo il controllo della zona”.

Questo metodo “è già stato usato” dai governi di Ruiz Ferro ed Albores Guillén, nella zona Nord e negli Altos. “Il risultato di questa strategia è stato un alto numero di morti, sparizioni, migliaia di sfollati e la distruzione del tessuto sociale. Ripetere questo modo di agire è un grave errore in questi tempi di crescente violenza nel paese”, conclude la Rete per la Pace.

Da parte sua, una carovana di molte organizzazioni chiapaneches di donne, dopo aver visitato nei giorni scorsi i detenuti a Catazajá, ha dichiarato: “La guerra in Chiapas non si può nascondere con promesse né con la guerra contro il crimine organizzato. La violazione dell’autonomia delle comunità fa parte delle strategie attualmente rivolte contro la resistenza organizzata di San Sebastián, Mitzitón, Tila e Chicomuselo”. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/02/index.php?section=politica&article=021n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Nomina del direttore del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas

2 marzo 2011

Il Consiglio Direttivo del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, A.C. (Frayba), presieduto da Mons. Raúl Vera López, O.P., dopo un processo di consultazione e riflessione ha nominato Victor Hugo López Rodríguez direttore per i prossimi tre anni. Questa nomina è effettiva a partire da oggi.

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