Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for marzo 2011

TRE PUNTI DI SOSPENSIONE A DIECI ANNI DALLA MARCIA DEL COLORE DELLA TERRA
Di Ángel Luis Lara

Nonostante il moltitudinario e massivo processo che implicò la Marcia del Colore della Terra, il suo valore è più qualitativo che quantitativo. Come lo stesso movimento zapatista, la marcia ebbe la forma di un enorme e potente cumulo di paradossi. Se da una parte l’iniziativa si appellava all’ordine affinché questi riconoscesse l’autonomia e la cultura dei popoli indigeni del Messico, il suo sviluppo quotidiano attivava una moltitudinaria disoccupazione dell’ordine per tutto il paese. Al suo passaggio, la marcia rendeva visibile la dura realtà del Messico di sotto e allo stesso tempo tesseva uno spazio politico che non era più quello dell’ordine, ma una sfera pubblica non statale impossibile da riconoscere nei modelli tradizionali dei partiti e delle istituzioni, una nuova qualità di democrazia, di comunicazione, di politica, di desiderio di vita collettiva.

In questo senso, allo stesso tempo che la marcia si rivolgeva all’ordine perché questi riconoscesse i diritti dei popoli indigeni del Messico, si allontanava da esso costituendo il seme di un altro ordine possibile: che la gigantesca infrastruttura di tale mobilitazione venisse costruita con l’energia e lo sforzo della gente comune fu la prova manifesta del fatto che quella proposta di disoccupazione dell’ordine era reale ed effettiva: durante tutto il suo percorso la marcia dimostrò che il Messico di sotto poteva autogovernarsi e auto-organizzarsi senza il potere. Durante quei giorni, i popoli indigeni, non solo misero il loro scarpone sporco di fango sulla scacchiera dei potenti e si presentarono come l’altro giocatore, così come scrisse il Subcomandante Marcos, ma proposero un’altra scacchiera e un altro gioco.

Da questo punto di vista, quella moltitudinaria disoccupazione dell’ordine che fu la Marcia del Color della Terra ebbe un carattere destituente e costituente allo stesso tempo: si rivolgeva all’ordine per denudarlo e al proprio passo strappava dalla terra l’immagine di un altro mondo possibile. In realtà, con quella mobilitazione gli zapatisti non facevano altro che attualizzare la proposta di ossimoro che ci continuavano a fare da quando li conoscemmo nel 1994: la marcia ci invitava ad un esodo collettivo oltre le coordinate dell’ordine stabilito attraverso, paradossalmente, un evento che cercava l’inclusione dell’autonomia e della cultura dei popoli indigeni nello stesso ordine costituito che stava sfidando. Molto probabilmente questa contraddizione in termini può servire a definire la natura e il senso dello zapatismo fino a quella data. La Marcia del Colore della Terra è stata forse l’evento zapatista che ha condensato nel modo più bello e potente la materialità dell’altra politica possibile: il paradosso di un esercito ribelle che percorre disarmato una nazione e che, senza sparare un colpo, occupa la piazza centrale della capitale avvolto da centinaia di migliaia di uomini, donne, anziani e bambini.

Ogni politica e ogni movimento deve inevitabilmente confrontarsi con l’efficacia delle sue azioni: dalla tecnocrazia più sistemica alla sinistra più rivoluzionaria l’azione è sempre stata legata al problema dell’efficacia. Nonostante molti abbiano parlato dell’inefficacia degli zapatisti di cambiare il Messico e il Mondo, basandosi tra le altre cose sull’incapacità di portare a compimento gli Accordi di San Andrés e ottenere il riconoscimento giuridico dell’autonomia e della cultura dei popoli indigeni nel proprio paese, lo zapatismo è stata una forza enormemente efficace. Prova di questo sono l’esperienza di autogoverno che vede protagonisti i popoli indigeni zapatisti in Chiapas e la loro laboriosa articolazione di altre relazioni sociali possibili, forse l’esperienza di comunismo più duratura e moltitudinaria che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Da questo punto di vista, e per strano che possa sembrare sia agli amici che agli sconosciuti, nonostante non abbia ottenuto l’obiettivo fondamentale che si era proposto, la Marcia del Colore della Terra costituì un enorme esercizio di efficacia politica.
In primo luogo, come sempre aveva fatto lo zapatismo fino ad allora, l’iniziativa ebbe la capacità di aprire una congiuntura politica dove prima non c’era: non solo la marcia fu possibile, e con essa che un gruppo ribelle a viso coperto percorresse il Messico sano e salvo e in aperto dialogo con il paese, ma per di più riuscì ad articolare uno spazio di incontro e di espressione capace di tessere infinite connessioni su scala locale e planetaria. In secondo luogo, la Marcia del Colore della Tera ebbe la capacità di mettere a nudo l’ordine istituzionale e la classe politica messicana nel suo insieme: il fatto che i partiti avessero rigettato le domande dei popoli indigeni fu la dimostrazione, da sinistra a destra, che la possibilità reale di cambiamento sociale non ha la sua pietra di paragone né nelle istituzioni né nei partiti. In terzo luogo, la mobilitazione implicò un esercizio di azione politica di massa non identitaria e non ideologica, a partire dal rispetto più radicale e più inclusivo di tutte le differenze: la marcia fu uno spazio dei molti in quanto molti. In questo senso, la sua azione nel campo simbolico e degli immaginari ignorò i significanti, le unificazioni trascendentali, le egemonie, i cliché triti e le estetiche escludenti. Il suo carattere prevalentemente differente e di differenti si manifestò quando fu la comandante Esther e non Marcos a prendere la parola nella camera legislativa del Messico: quel gesto dimostrò fino a quale punto gli zapatisti erano qualcosa di diverso, inedito, molto altro. In quarto luogo, in quello spazio differente e di differenti che fu la marcia, gli zapatisti e i popoli indigeni furono protagonisti, come già erano stati nella costruzione degli Accordi di San Andrés, di un brillantissimo esercizio di enunciazione che metteva sul tavolo la loro incisività nel cambiare il senso del diritto costituzionale e nel perforare la matrice del liberismo politico, trasferendo il soggetto fondamentale del diritto e della cittadinanza dall’individuo alla comunità e alla collettività.

Per il contenuto delle sue rivendicazioni, paradossi, potenzialità ed efficacia, la Marcia del Colore della Terra ebbe una portata universale. Per la sua condizione differente e tra differenti dimostrò di possedere inoltre un carattere multiversale. Entrambe le caratteristiche fecero in modo che l’iniziativa incontrasse connessioni… oltre i popoli indigeni e le frontiere del Messico: la marcia costituì uno dei momenti più importanti di un ciclo vitale di lotte sociali il cui protagonista fu un movimento globale di movimenti che si articolò su scala planetaria a cominciare dalla battaglia contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio nella città statunitense di Seattle nel novembre del 2009.

La comunità di forme, linguaggi e contenuti tra la marcia e il movimento globale collocò la mobilitazione zapatista nel punto culminante di un ciclo mondiale di lotte connesso non solo da una radicalità comune di opposizione al capitalismo, ma anche da un mettere in discussione le dinamiche tradizionali della sinistra, della rappresentanza politica e dei partiti. La portata dell’enorme potenza di quella comunità creativa, che esprimeva il desiderio collettivo di una nuova politica e di una contaminazione costituente della realtà attraverso il tessuto di nuove pratiche istituzionali, può essere misurata attraverso la reazione dei nemici. In maniera simmetrica, mentre il potere rispondeva alla Marcia del Colore della Terra con una violenta strategia di vuoto, di infamia e di intensificazione molare e molecolare della guerra in Chiapas, il movimento globale dei movimenti si scontrò contro due autentici colpi di stato su scala planetaria, uno delle destre e uno delle sinistre.

Il primo golpe, effettuato fondamentalmente dall’amministrazione Bush e dalle forze mondiali neo-conservatrici, ebbe nella strumentalizzazione degli eventi dell’11 settembre del 2001 il motore di una stretta generalizzata alle libertà e di una produzione di panico che contribuirono decisivamente ad soffocare l’energia e la forza della contestazione globale in un regime di guerra generalizzata. Il secondo golpe, simboleggiato dal chavismo e dalle élites del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”, ha attuato un assalto in piena regola alla portata e al senso del movimento globale con una azione di restaurazione delle dinamiche tradizionali della rappresentanza e un recupero della forma Stato come vettore fondamentale della politica.

Tuttavia,  in mezzo ai due colpi di stato globali, alla ininterrotta guerra locale aperta in Chiapas e all’intensificazione del processo di scomposizione del Messico causa il narcotraffico, le comunità zapatiste non solo sono riuscite a resistere e a radicalizzare la propria sfida sociale al capitalismo e la propria esperienza politica oltre lo Stato, ma hanno anche continuato e continuano a proteggere il bene comune della politica per tutti e tutte. Da qui l’attinenza del loro significato e la validità imprescindibile, dopo dieci anni, della loro indimenticabile Marcia del Colore della Terra. Il desiderio radicale di democrazia, di giustizia e di una politica nuova e molto altra continua ad incontrare connessioni universali e a moltiplicarsi per il pianeta, dal zócalo di Città del Messico a piazza Tahrir del Cairo, alle strade di Tunisi, di Teheràn, di Tripoli, di Algeri o di Atene.
http://desinformemonos.org/2011/03/tres-puntos-suspensivos-a-diez-anos-de-la-marcha-del-color-de-la-tierra-2/

(traduzione a cura di rebeldefc@autistici.org – caferebeldefc.org)

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 30 marzo 2011

ONG denunciano la persecuzione giudiziaria contro gli attivisti chiapanechi

Hermann Bellinghausen

I centri dei diritti umani Digna Ochoa, Fray Matías de Córdova y Ordóñez e Fray Bartolomé de Las Casas in Chiapas hanno espresso la loro preoccupazione per la persecuzione giudiziaria contro i membri del centro Digna Ochoa. “In particolare contro il suo direttore Nataniel Hernández Núñez ed altri avvocati della stessa istituzione”. Su di loro accuse di reati federali che in realtà nascondono la persecuzione contro di loro per il fatto di svolgere il loro lavoro nelle comunità.

Di fronte alle prove che si tratta di un processo artificiale, gli organismi civili denunciano che tra le carte del procedimento legale appare la risoluzione di un giudice di Tapachula che “è la riproduzione del fascicolo depositato dall’agente del Pubblico Ministero Federale (MPF) nella città di Arriaga, il quale si basa su ‘dichiarazioni’ di poliziotti che risultano essere state sistemate per fabbricare il reato”. E precisano: “Nella causa penale ci sono dichiarazioni identiche”, perfino “con gli stessi errori di battitura”.

Le organizzazioni dei diritti umani (con sedi a Tonalá, Tapachula e San Cristóbal de las Casas) ricordano che lo scorso 15 marzo Hernández Núñez e sua sorella Jazmín si trovavano presso il tribunale di distretto di Tapachula per assistere legalmente alcuni abitanti della comunità Nicolás Bravo II (municipio di Mapastepec), chi erano stati fermati dalla Polizia Federale Ministeriale (PFM).

Hernánez era rimasto in città “per verificare il motivo” di questi arresti. Quella notte, mentre indagava sulla situazione dei detenuti nei tribunali di distretto, gli si sono avvicinati degli agenti della PFM che gli hanno detto: “Tu sei Nataniel, siamo della AFI ed abbiamo un mandato di cattura”. Hernández li informava di avere una tutela di legge, ma l’agente federale del Pubblico MinisteroGriselda Flores de Léon ha ribattuto “E’ lui, portatelo via, la tua tutela non serve”.

L’avvocato è stato portato nella Procura Generale della Repubblica di Tapachula. Gli agenti l’hanno interrogato chiedendogli se fosse “dirigente di qualche organizzazione contro il governo”, e l’hanno trasferito nel Centro Statale di Reinserimento Sociale N. 3, nella stessa città. Lì è stato informato che il suo accusatore era la Segreteria di Comunicazioni e Trasporti per i fatti accaduti il 22 febbraio a Pijijiapan. Bisogna ricordare che in quell’occasione, gli avvocati del centro Digna Ochoa furono arrestati per 10 giorni, per essere stati presenti come osservatori ad una protesta del Consiglio Regionale Autonomo della zona Costa, aderente all’Altra Campagna.

I quattro detenuti di Mapastepec sono stati liberati la mattina del giorno 16, ed qualche ora dopo anche Hernández, ma sotto cauzione e pagando una multa. Il giorno 18, il giudice della causa penale José Luis Zaya Roldán decretava un ordine di arresto contro di lui “al quale seguirà il processo in libertà su cauzione, con obbligo di firma ogni martedì presso il tribunale”. Il MPF ha aggiunto l’accusa infondata di estorsione, che è un reato comune,  “per cui c’è il rischio che l’avvocato tonalteco sia nuovamente arrestato”.

I centri dei diritti umani manifestano la loro preoccupazione “per l’utilizzo di azioni legali contro gli avvocati, con l’obiettivo di perseguirli giudiziariamente e screditare il loro lavoro”. Chiedono al governo federale di adempiere al suo obbligo “di mettere fine ad ogni tipo di aggressione od ostruzione al lavoro dei difensori dei diritti umani in Chiapas”, ed onorare i suoi obblighi sanciti nei trattati internazionali. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/30/index.php?section=politica&article=016n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

POPOCATÉPETL
La lava del Messico
a cura di Gianni Proiettis
28 marzo 2011

El amigou amerikano

Wikileaks comincia a fare le prime vittime nella diplomazia. Dopo il ritiro di Gene Cretz, ambasciatore Usa in Libia, che si dileggiava a descrivere le bionde e formose infermiere di Gheddafi, è la volta di Carlos Pascual, ambasciatore gringo – anche se nato a Cuba –a Città del Messico che ha presentato il 19 marzo le dimissioni “per motivi personali”.

In realtà, il ritiro di Pascual è la logica conclusione di una serie di incidenti che hanno messo a nudo l’inarrestabile interventismo statunitense a sud del Rio Bravo – iniziato con il Piano Mérida di lotta al narcotraffico e arrivato recentemente a sopravvoli di droni a sud della frontiera – così come il simmetrico servilismo del governo messicano, che è arrivato a chiedere aiuto a Washington per rendere governabile Ciudad Juárez.

La notizia che ha innescato una dinamica distruttiva nei rapporti fra Messico e Stati uniti è stata la venuta a galla dell’operazione “Fast & Furious”, una notizia che non smette di sollevare onde: negli ultimi quindici mesi le autorità statunitensi, attraverso l’Atf (Alcohol, Tobacco and Firearms, l’ufficio federale incaricato del controllo delle armi da fuoco), hanno rifornito di armi da guerra i cartelli dei narcos messicani.

La rivelazione, fatta in un programma di Cbs News lo stesso giorno (3 marzo) in cui il presidente Calderón era in visita ufficiale a Washington, ha già provocato un terremoto negli ambienti politici dei due paesi.

Non fosse stato per la morte di due agenti gringos crivellati da quelle stesse armi – il primo, Brian Terry, era un agente della Border Patrol ucciso in uno scontro a fuoco a dicembre in Arizona, l’altro, Jaime Zapata, un agente dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) trucidato da una banda armata a metà febbraio nel corso di una missione undercover in Messico – dell’operazione Fast & Furious non se ne sarebbe saputo nulla. E’ stato uno degli agenti che vi partecipavano, il 39enne John Dodson, con una grave crisi di coscienza e ora con una gran paura di perdere il posto, a fungere da gola profonda.

Nel programma della Cbs, John Dodson ha vuotato il sacco: l’operazione Fast & Furious, che era stata approvata dal dipartimento di Giustizia, prevedeva che, contrabbandando armi all’interno del Messico e seguendone il percorso, si sarebbe arrivati agli ultimi destinatari, sgominando così intere gang di criminali. In realtà, l’Atf non aveva mai effettuato alcun arresto di rilievo – solo ora, a scandalo esploso, sono stati resi noti una ventina di arresti, ma di semplici “straw buyers”, trafficanti minori e prestanomi – e aveva finito per mettere in mano alla delinquenza organizzata un arsenale sufficiente per un piccolo esercito. Più di duemila armi di grosso calibro, dai classici kalashnikov ai famigerati Barrett 50 prediletti dai narcos, i mitragliatori con mira telescopica che sfondano le auto blindate (e, secondo un marine dimostratore in Youtube, “se ben usati, possono segare in due un uomo a duemila metri”).

Il fatto che quell’armamento cominciasse a seminare vittime fra i loro colleghi ha spinto vari agenti che partecipavano all’operazione, fra cui lo stesso Dodson, a manifestare le loro inquietudini ai propri superiori. Che, a quanto pare, li avrebbero tranquillizzati dicendo: “Ragazzi, se si vuole fare un’omelette, bisogna per forza rompere le uova”. Significa che una certa dose di illegalità è necessaria e tollerabile, se si vuole imporre la legge?

Sia come sia, gli agenti “ribelli” hanno deciso di portare alla luce quella strana operazione e hanno richiamato l’interesse dei media dediti al giornalismo investigativo – primo fra tutti www.publicintegrity.org -, della Cbs e finalmente della commissione giustizia del Senato, presieduta dal repubblicano Charles Grassley, che ha aperto subito un’inchiesta.

In questi giorni, come bombe a grappolo, si sono ascoltate ripetute smentite da vari organi del governo Usa: nessuno ne sapeva un piffero dell’operazione Fast & Furious. Né Janet Napolitano, che pure dovrebbe vegliare sulla sicurezza interna del paese, né Hillary Clinton, che comunque ne ha approfittato per lamentare la violenza a sud del Rio Bravo e chiedere un rafforzamento della frontiera Messico-Guatemala, magari con l’aiuto statunitense. Anche il procuratore generale Eric Holder ha considerato “inaccettabile” un’operazione che ha fatto entrare illegalmente un armamento letale in Messico lasciandolo nelle mani della delinquenza organizzata.

A chi resterà in mano il cerino? Ai dirigenti dell’Atf che si sono inventati l’operazione, all’ufficio del dipartimento di Giustizia che l’ha autorizzata, a qualche funzionario minore che ci ha lucrato sopra? Perché c’è anche da considerare il giro d’affari milionario che sta sotto l’operazione, tanto che non è chiaro – ma dovrebbe uscir fuori – se si tratta di un business travestito da operazione di polizia o viceversa.

Per ora, a più di tre settimane dalle rivelazioni sul caso e con due commissioni d’inchiesta ancora al lavoro nei due paesi, la palla non smette di rimbalzare. Obama, il 26 marzo, ha dichiarato che è normale che i messicani non ne sapessero niente, visto che lui stesso era stato tenuto all’oscuro dell’operazione. Ma il dipartimento di Giustizia, secondo i propri funzionari, l’aveva autorizzata “dai suoi massimi livelli”.

Quello che difficilmente si saprà, a meno di un miracolo futuro di San Wikileaks, è se queste operazioni – Fast & Furious, secondo lo stesso John Dodson, sarebbe solo la punta di un iceberg e neanche conclusa – rispondono a una strategia segreta diretta a destabilizzare il vicino del sud, lo storico “cortile posteriore”, per estendervi il controllo e aumentare le ingerenze.

Sebbene con ritmi più latini, il pandemonio è scoppiato anche in Messico, dove si sente puzza di sovranità incenerita. Davanti a un governo che dice di non saperne assolutamente niente di questo “Rápido y Furioso”, Camera e Senato stanno reclamando spiegazioni e avviando inchieste su un episodio considerato gravissimo e suscettibile di mettere in questione i rapporti fra i due paesi. Il Senato ha convocato urgentemente il ministro degli esteri Patricia Espinosa e l’ambasciatore messicano a Washington Arturo Sarukhán perché informino sull’argomento.

Le relazioni fra il Messico e gli Stati uniti, già in crisi da prima, hanno toccato fondo con l’esplosione del caso Fast & Furious, che potrebbe rivelarsi tanto dirompente come un nuovo scandalo Iran-contras. La recente visita di Calderón a Washington, che ha segnato il quinto incontro fra lui e Obama, si è centrata soprattutto sulla fallita guerra al narcotraffico, che ha aumentato l’ingovernabilità in Messico e rischia di contagiare con la crescente violenza il potente vicino del nord. Ora, le rivelazioni di Fast & Furious gettano una luce schizofrenica sulla lotta al narcotraffico imposta dall’amministrazione Obama e aprono interrogativi inquietanti.

Fast & Furious, il serial cinematografico

A Washington, fino a una settimana fa, mentre Calderón si lamentava dell’ambasciatore statunitense in Messico Carlos Pascual – che lo ha dipinto come un presidente debole e incompetente nei cablo di Wikileaks – ma lo faceva allo sportello sbagliato (in interviste ai giornali, anziché per i canali ufficiali), il governo Usa aveva riconfermato la sua fiducia incondizionata al diplomatico, che non è solo un esperto in “stati falliti”, quindi molto ben collocato sullo scacchiere, ma stava anche ottenendo succosi contratti con Pemex, l’ente petrolifero di stato, a beneficio delle compagnie statunitensi e in spregio alla Costituzione messicana.

Poi improvvisamente, lunedì scorso, ha presentato le dimissioni, riscuotendo il pieno apprezzamento di Obama e della Clinton, che lamentano il suo ritiro. Per Felipe Calderón, dicono gli opinionisti messicani, la caduta del proconsole Carlos Pascual, in carica dall’agosto 2009, è una vittoria di Pirro, che i gringos gli faranno pagare cara.

Nel gossip di Città del Messico faceva rumore la relazione dell’ambasciatore con Gaby Rojas,  figlia del capogruppo parlamentare del Pri, il dinosauro che vuole tornare al potere.

ANCHE I GRINGOS PIANGONO

Senza troppo rumore, giovedì 10 marzo nella cittadina di Columbus, in New Mexico alla fontiera con Chihuahua, agenti federali hanno arrestato il sindaco, il capo della polizia e altri 11 funzionari pubblici della località di confine accusandoli di traffico di armi e droga. Gli arresti sono frutto di un’indagine realizzata congiuntamente dalla Dea (Drug Enforcement Administration), l’Atf (Alcohol, Tobacco and Firearms Department) e l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) e confermano i sospetti di una crescente corruzione fra i funzionari della zona di frontiera.

Secondo un portavoce del Fbi citato dall’agenzia Notimex, i narcotrafficanti hanno aumentato le ricompense agli agenti e ai funzionari per ottenerne la collaborazione. “Esiste una tremenda tentazione, per qualcuno che è meno onesto, a lavorare con i delinquenti. Chi lavora sulla frontiera può farsi vari anni di stipendio in un paio di notti.”

Due mesi fa è entrata in vigore una nuova legge che obbliga tutti gli aspiranti ad entrare in un corpo di polizia di frontiera a sottomettersi a un test con la macchina della verità.

Gli arresti di Columbus sono stati eseguiti un giorno dopo la commemorazione (non festiva) di un evento storico localmente rilevante: una scorribanda oltreconfine, con relativo saccheggio della cittadina, perpetrata da Pancho Villa e le sue truppe il 9 marzo del 1916. Curiosamente, il motivo dell’incursione era una rappresaglia contro un mercante d’armi che aveva truffato il generale Villa vendendogli munizioni inservibili.

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 25 marzo 2011

Le autorità premiano con aiuti sociali chi diserta dalla resistenza zapatista

HERMANN BELLINGHAUSEN

La strategia contrainsurgente in Chiapas, ampiamente denunciata e documentata fin dal 1995, non ha cessato di svilupparsi principalmente sul piano militare ed economico. Sebbene oggi sia poco visibile, la militarizzazione attiva viene mantenuta nelle zone indigene. Le strategie economiche, frammiste a programmi istituzionali che cambiano nome, privilegi e consegna di denaro, soddisfano gli stessi fini.

La Jornada recentemente ha documentato in comunità delle varie regioni indigene, che i programmi sono più immediati e generosi verso chi abbandona la resistenza ribelle zapatista, e con priorità più bassa verso ex aderenti all’Altra Campagna. Indigeni priisti e di altre organizzazioni affini al governo degli Altos, per esempio, si lamentano che “tutto è per quelli che erano zapatisti”. Questo, mentre il governatore elargisce elogi ed espressioni di rispetto alle giunte di buon governo ed alle comunità autonome.

In questo contesto, un tribunale del Chiapas questo martedì ha giudicato innocente della sua partecipazione nel massacro di Acteal, l’indigeno Juan Pérez, dopo 13 anni di prigione. La risoluzione si basa su una sentenza della Corte Suprema di Giustizia della Nazione che nel 2009 aveva stabilito che la Procura Generale della Repubblica “falsificò le prove” per incolpare Pérez. Degli oltre 80 paramilitari che scontavano condanne fino a 35 anni per la loro partecipazione al massacro del 1997, ne restano in carcere solo 23 che potrebbero essere presto liberati.

Nello stesso tempo, tra i giornalisti circola un documento che lascia facilmente immaginare chi sia il vero autore. Anonimamente firmato da “membri di organizzazioni sociali di San Sebastián Bachajón, Mitzitón, Tila, Tumbalá, Sabanilla, Chilón, Tonalá, Mapastepec e Pijijiapan” (esattamente le comunità e le zone dove la resistenza si scontra col potere statale ed i suoi piani di investimento), non si specifica mai di che organizzazioni si tratta.

Diffuso sui media locali e scritto in una forma affine agli argomenti dei funzionari della Segreteria di Governo e dei poliziotti statali, i suoi autori dicono di essersi organizzati “da febbraio” in quella che chiamano “l’altra dell’altra civile”, in “risposta alla campagna mediatica dell’Altra Campagna EZLN (sic), che attraverso le sue reti sociali vuole screditarci ed usarci come carne da macello contro il governo e contro la comunità nazionale e internazionale, per i suoi più oscuri ed abietti scopi di terrore e morte”.

Citati nel “pronunciamento”, ma evidentemente non consultati, gli evangelici di Mitzitón (in lotta con gli ejidatarios dell’Altra Campagna per il progetto di un’autostrada privata sulle le loro terre) hanno subito appoggiato il testo alla pagina La Voz de los Mártires.

Secondo lo scritto, gli aderenti all’Altra Campagna “non sono nativi di qui, vengono da altri stati, appoggiati logisticamente da gruppi ribelli, molti di origine straniera, i cui propositi sono volti a creare la divisione tra noi a favore di gruppi guerriglieri e terroristi”. Ed avvertono che “ad ogni attacco” dell’Altra Campagna via Internet,  “ci sarà una risposta”.

Rispetto al conflitto all’entrata delle cascate di Agua Azul (Tumbalá) che attraversa il territorio dell’ejido San Sebastián Bachajón (Chilón), si sostiene senza fondamento che “gli invasori vogliono impadronirsi della zona turistica e del controllo del botteghino di riscossione”. Bisogna dire che il botteghino di riscossione a San Sebastián era stato installato dagli ejidatarios stessi che non vogliono impadronirsene, ma recuperarlo.

Gli autori del testo fanno capire falsamente che sarebbero stati loro ad essere aggrediti e che il botteghino appartiene all’ejido Agua Azul. Si descrivono anche “propensioni al dialogo” col governo, e senza smentirla, rispondono all’accusa di essere paramilitari sostenendo che “L’Altra Campagna e l’EZLN sono un gruppo militare, armato, violento, insorto, terrorista e al servizio degli interessi del crimine organizzato della regione”. Lo scritto si ostenta come ufficiale, perché conclude dicendo: “Aspettiamo la comunicazione, attraverso questo mezzo, della riunione col segretario di Governo, come da risposta dell’ufficio della Presidenza della Repubblica”. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/25/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 24 marzo 2011

Las Abejas: Los Zetas son il prodotto della contrainsurgencia in Chiapas

Hermann Bellinghausen

Commemorando il massacro di Acteal A Chenalhó, Chiapas, la Società Civile Las Abejas questo martedì ha dichiarato: “Tutto il Messico ogni giorno sta vivendo dei massacri. In luoghi come Ciudad Juárez e Sinaloa, si uccidono intere famiglie, si bruciano le loro case, si minacciano i sopravvissuti ed il governo non fa niente, dice che sono i narcotrafficanti. Ma quando uccidono un agente degli Stati Uniti, in una settimana hanno già i presunti responsabili. Quando viene assassinata gente del popolo, quando ammazzano una donna proprio sulla porta del palazzo di governo, quando famiglie intere sono distrutte, il governo non fa niente”.

Ricordando l’offensivo contrainsurgente che subiscono da quattro lustri, gli indigeni sostengono che “tutto questo” ha seguito un piano di contrainsurgencia che i militari messicani “hanno appreso nelle scuole militari degli Stati Uniti, ed ora i loro cani coraggiosi che li hanno addestrati sono usciti dall’Esercito e continuano a massacrare innocenti, ma ora come il gruppo che si chiama Los Zetas”.

Da Acteal, Las Abejas dicono: “Il governo dice che quelli che muoiono sono delinquenti o gente che per caso passava da quelle parti durante le sparatorie, ma noi vediamo che molti sono morti per difendere la vita di fronte ai progetti di morte e distruzione. Vediamo che in Chiapas e in Messico c’è il massacro di gente innocente a favore della pace, ci sono persecuzioni dei leader di molte organizzazioni, carcere per coloro che chiedono giustizia, pace e dignità”.

Con questi fatti, aggiunge l’organizzazione tzotzil, “vediamo che il governo ha paura del popolo e vuole far tacere la sua voce. Uccide chi difende la vita; mentre quelli che ammazzano, quelli che organizzano guerre ed i delinquenti sono liberi o vengono liberati, come agli autori del massacro di Acteal”. Colpevoli di questi fatti e della violazione dei diritti umani sono i governanti “che non sanno amministrare la giustizia”.

Citano come esempio quelli che sono perseguiti “per difendere la vita” dei propri compagni aderenti all’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón (Chilón), “che subiscono repressione, persecuzione, criminalizzazione delle loro lotte ed arresti ingiusti come conseguenza della difesa della Madre Terra”. Ciò mette in evidenza la strategia contrainsurgente del governo “ed il modo in cui si continui ad agire” per “il dominio sui popoli e sulle comunità in resistenza”.

Las Abejas di Acteal sostengono: “Non scoraggiamoci mai di commemorare i nostri padri e madri e chiedere giustizia per i nostri cari massacrati nel 1997. Non dimentichiamo questo crudele avvenimento compiuto dai paramilitari organizzati dal presidente Ernesto Zedillo, dal governatore Julio César Ruiz Ferro e dal comandante della zona militare, Mario Renán Castillo”. Il loro piano di contrainsurgencia si proietta al presente, ora con Los Zetas.

Nel loro modo caratteristico, Las Abejasi, insistono: “Anche se i governanti considerano quell’anno ormai parte della storia, noi non possiamo dimenticare. Come pacifisti diciamo che ‘la pallottola non uccide, quello che uccide è l’oblio’ ed è fondamentale per noi mantenere viva la memoria”.

Da parte sua, il Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa del Chiapas, anch’esso dell’Altra Campagna, denuncia: “In queste settimane abbiamo vissuto circondati da governi, funzionari, procuratori, poliziotti, falsi avvocati, servizi di intelligence al punto che il paesaggio non era tale se non erano presenti”. Riconosce che il Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa “ha svolto un ruolo di intermediazione”, e ciò nonostante, i suoi membri sono perseguitati dalla giustizia.

“Non abbiamo nessun impegno col governo, solo domande e richieste. Non abbiamo firmato nessun patto di governabilità, perché la governabilità c’è solo quando esiste giustizia sociale e siamo molto lontano da questa realtà. Vogliamo dire al governo che non ci sarà nessun tavolo di lavoro, dialogo o colloquio, perché non crediamo nelle sue parole piene di bugie, non ci sarà nessuno che parlerà a nome del Consiglio Autonomo, continueremo a mettere per iscritto le istanze delle comunità ed a mobilitarci se queste non saranno soddisfatte”, precisa il Consiglio. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/24/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 21 marzo 2011

L’ondata di violenza colpisce i difensori dei diritti umani nel sudest del Paese

Attivisti di Chiapas, Tabasco e Yucatán operano in condizioni estremamente ostili

Le aggressioni alle donne nella zona sono sempre più simili a quelle di Ciudad Juaréz

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 20 marzo. La violenza generalizzata nel paese e l’impunità diffusa acutizzano il contesto di repressione, povertà, criminalizzazione, emigrazione, esproprio territoriale ed attacchicontro chi promuove, difende ed esercita i diritti per tutti, ha dichiarato oggi la Rete Nazionale di Organismi Civili ‘Tutti i Diritti per Tutte e Tutti’, con enfasi particolare nel sudest del Messico.

A conclusione della 41a Assemblea Nazionale, i difensori si sono pronunciati sulle ostili condizioni in cui lavorano i loro colleghi in Chiapas, Tabasco e Yucatan, in una regione del paese dove le violazioni dei diritti non sono minori.

L’estesa Rete, alla quale appartengono 72 organizzazioni, constata che l’esproprio territoriale è pratica ricorrente di governi ed impresari contro chi difende le risorse naturali e si rifiuta di cedere i propri territori per gli investimenti privati (sfruttamento delle miniere, progetti turistici e stradali), perché hanno deciso di praticare l’autonomia esercitando in pienezza i loro diritti fondamentali.

Mentre questa mattina si svolgeva un nutrito corteo nel viale Juan Sabines di questa città contro il progetto governativo di trasformare i campi sportivi in grandi centri commerciali con il pretesto di creare posti di lavoro (benché non vengano accompagnati da diritti del lavoro), la Rete ha denunciato che la cancellazione degli spazi pubblici e sportivi è un’azione di governi municipali e statali che favoriscono gli interessi economici e commerciali delle imprese, e provocano la distruzione dell’ambiente.

La crescente militarizzazione, l’occupazione poliziesca e la paramilitarizzazione di comunità e città del sudest, giustificata da una presunta lotta contro la criminalità organizzata, vuole smobilitare e controllare le dinamiche dei popoli che si organizzano. Tra gli aggiustamenti strutturali si strumentalizzano i poteri Legislativo e Giudiziario per legalizzare la criminalizzazione dell’azione sociale, in particolare contro gli avvocati difensori.

La violenza sulle donne, aggiunge la Rete nella sua dichiarazione finale, è arrivato a livelli simili agli stati del nord, al punto da incoraggiare la violenza contro le donne come parte di una strategia che vuole frammentare il tessuto sociale. Inoltre, la migrazione che transita sui nostri territori non è più solo dei popoli dell’America Centrale; è delle comunità e città impoverite del sudest.

Denuncia inoltre che un forte investimento a livello mediatico presenta i governi statali “come ‘avanguardia’ nel compimento degli standard dei diritti umani”, quando in realtà è nulla la loro applicazione a causa della corruzione strutturale.

La difesa delle garanzie si traduce in azioni di denuncia, formazione, processi, azioni politiche, incidenza pubblica, accompagnamento sociale, solidarietà ed articolazione permanente; l’abbiamo imparato da chi tiene viva la memoria delle lotte e delle resistenze che i nostri popoli portano avanti giorno per giorno.

La Rete riafferma il suo impegno di proseguire vigile ed attiva di fronte alla crescente violazione dei diritti umani che la guerra ufficiale sta generalizzando contro la popolazione civile. A dispetto del crescente rischio per la loro vita ed integrità fisica, riconosciamo nei compagni avvocati difensori in Chiapas, Tabasco e Yucatan un impegno permanente nella difesa della dignità umana.

In maniera particolare trovandosi in Chiapas, i difensori hanno annunciato che seguiranno attenti i loro compagni dei centri dei diritti umani Fray Bartolomé de Las Casas, dei Diritti Indigeni e Fray Matías de Córdova, il collettivo Educazione alla Pace e ai Diritti Umani, i comitati Fray Pedro Lorenzo de La Nada e Por la Defensa y Libertad Indígena, e Iniciativas para la Identidad y la Inclusión, che svolgono il loro compito in un contesto in cui le azioni di contrainsurgencia sono studiate ed attuate dallo Stato. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/21/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

Marzo 2011

Alla 41 Assemblea Nazionale della Rete Nazionale di Organizzazioni Civili “Todos los Derechos para Todas y Todos.”

Da: Subcomandante Insurgente Marcos.

Signore e signori.

Vi mandiamo i nostri saluti. Prima di tutto vogliamo ringraziare il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas AC. per l’invito che ci hanno fatto di mandare un messaggio amico alla vostra Assemblea Nazionale.

Ho il privilegio di conoscere personalmente qualcun@ di voi, ma conosciamo la maggioranza in un modo gratificante, cioè, per l loro lavoro.

Per questo, permettetemi di usare un tono colloquiale per questo messaggio-saluto. Se non me lo permettete, basta saltare tutto quello che segue e dire solo “l’EZLN manda un saluto”. In ogni caso, ci sono sentimenti che non hanno ancora un alfabeto che permetta di esprimerli.

Se state leggendo già queste righe, significa che mi avete concesso la forma colloquiale, ergo, procedo.

_*_

Sono sicuro che la maggior parte di voi, se non tutti, sapranno ascoltare in queste righe non i pensieri del SupMarcos, bensì quelli degli uomini, donne, bambini ed anziani dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Nello stesso modo in cui noi, zapatiste e zapatisti, abbiamo saputo vedere nelle azioni di Don Samuel non solo quelle di un individuo, ma quelle di una collettività.

Ma oggi ricordiamo che, è vero, ora manca un viandante, ma la strada è lì. E sappiamo che chi la percorre collettivamente, riuscirà a trasformare il dolore in bandiera e deciderà di non dimenticare, e nemmeno di fermarsi.

Noi pensiamo che sia così perché, come nella storia di quest’assenza fisica, la sua strada ed il suo passo è la sua collaborazione, la sua ragion d’essere, la sua vita.

So che qualche idiota (solo maschi, bisogna ammetterlo) ha approfittato della scomparsa di Don Samuel per mettere l’EZLN contro la diocesi, e Don Samuel contro il SubMarcos rispetto a quello che accadde in queste terre quel Primo Gennaio 1994, per qualcuno ora dimenticato (non sono pochi quelli che, considerando i contributi democratici e sociali, saltano dal 1998 al 2006), o per vedere chi ha fatto o fa di più per i popoli originari del Chiapas e del Messico.

Con argomenti del tipo il “mio papa è più bravo”, o ostentando la potenza maschilista del “vediamo chi ce l’ha più grande” o “vediamo chi arriva più lontano” o “vediamo chi fa più schiuma”, questi personaggi hanno voluto infangare la significativa assenza di Don Samuel.

C’è stato chi ha partecipato a questo gioco per bambini idioti o per politici (che sono la stessa cosa). E così hanno rivisto la storia per coprire la loro ignoranza, o per manipolare i nostri coscienti e premeditati silenzi. Arriverà il momento in cui la nostra parola raggiungerà quegli angoli oscuri, che sono stati occupati da chi vuole vincere questa contesa senza senso.

Noi no. Noi zapatisti non contendiamo un credito che in realtà appartiene a chi da 500 anni vuole uscire da un incubo che cambia regime politico o partito al potere, ma che continua ad imporre la sua dose di sfruttamento, abuso, repressione, disprezzo.

Neppure aspiriamo o aneliamo ad una nota a piè di pagina nel pesante libro della storia contemporanea di questo angolo del mondo.

L’unico credito che ci riconosciamo è quello dei nostri errori e mancanze che, è vero, non sono pochi né lievi, ma non comprendono l’incoerenza in nessuno dei suoi ipocriti aspetti.

Chi ha fatto o fa di più per le comunità indigene di questo angolo del Messico?

Per quanto riguarda l’EZLN, noi rispondiamo che abbiamo fatto poco o niente. Invece, aggiungiamo umilmente che è molto, è tutto, quello che i popoli indios del Chiapas e del Messico hanno fatto per noi. Niente meno che darci identità, strada, direzione, destino, ragion d’essere.

E non solo a noi. Anche a molti distanti e distinti nei calendari e nelle geografie del Messico e del mondo.

Il posto che Don Samuel ha avuto ed ha tra le comunità indigene è quello che si è guadagnato nel suo cammino. Non solo lì, certo, ma ora parlo solo di quello che ho conosciuto di prima mano. E questo non dipende dalle qualità banali che, nei funesti giorni della sua scomparsa fisica, hanno condito gli interventi, articoli ed interviste di chi copre con le chiacchiere la sua mediocrità ed opportunismo.

_*_

Uno dei meriti di Don Samuel, gli dissi una volta, è che potendo scegliere se essere Onésimo Cepeda, scelse di essere Don Samuel Ruiz García.

Proprio come tutte e tutti voi potevate scegliere di essere un’altra cosa rispetto a cosa siete ora, tuttavia avete scelto di essere, nei vostri rispettivi calendari e geografie, difensori promotori dei diritti fondamentali dell’essere umano.

E scegliendo questa identità, nello stesso tempo comune e differente (comune nel suo spirito, differente nella sua storia, luogo e tempo), non avete scelto la strada più facile, la più comoda, quella con più privilegi e maggiori compensi, ma una delle più difficili, scomode, ingrate.

Perché, chi difende i diritti umani delle/dei difensori dei diritti umani?

Infine, voi potevate scegliere, per fare un esempio, se essere Diego Fernández de Cevallos (chiedo scusa per le parolacce) e trasformare la gestione perversa delle leggi in una fonte di ricchezza e potere.

O potevate scegliere di lavorare agli ordini di chi viola i diritti umani, cioè, con governi statali o federali, e nascondervi dietro il fragile alibi del “cambiare le cose dall’interno” o “attenuare le arbitrarietà dei governanti”.

Ma voi, meglio di nessun altro conoscete le mille e una forma, alibi, pretesti e giustificazioni per fare o per smettere di essere quello che ora siete (e che è quello che motiva questa Assemblea ed il nostro saluto), cioè, la vostra identità.

In sintesi: voi potevate scegliere di essere altre, di essere altri, tuttavia avete scelto di essere quello che ora vi convoca e vi riunisce

Ognuno ha la sua storia privata e personale di come è nata questa decisione, questo cammino, ed il fatto fondamentale, l’essere ora ostinati viandanti per un mondo migliore, non dipende da regali, articoli sui media, aneddoti in dibattiti o incontri, o capacità di stimare il valore umano in centimetri.

Ed il riconoscimento di questa decisione non viene solo da chi vi persegue, vi minaccia, vi calunnia, vi colpisce, vi imprigiona, vi assassina o cerca di convincervi ad arrendersi, a cedere, a vendersi. Cioè, non viene solo dai molti governi di diverso colore.

Il riconoscimento per quello che avete scelto di essere, può venire anche da chi non ha i diritti elementari o li vede calpestati da chi ha la forza perché non ha la ragione. Da chi ha trovato nei vostri progetti, nei vostri passi, l’accompagnamento nella domanda del diritto fondamentale. Il diritto di avere tutti i diritti e di esercitarli.

_*_

A noi zapatisti hanno sempre suscitato ammirazione e rispetto le persone che, potendo scegliere di stare sopra, scelgono di stare sotto e con quelli che stanno sotto.

Notare che non sto parlando di filiazione politica o di credo ideologico, ma di una posizione, di qualche chiara e semplice risposta alle domande “dove?”, “con chi?”, “di fronte a chi?”

E notare anche che, messe così, queste domande mettono in ridicolo le domande “chi è il migliore?”, “chi fa di più?”, “chi vince?”

Forse per qualcuno di lì la cosa importante saranno le risposte alle domande competitive. Non lo mettiamo in discussione. Ognuno fa uso del suo tempo secondo le sue possibilità… ed amicizie.

Quello che voglio dire è che sono le vostre domande alle domande che danno identità, quelle che si riconoscono qua in basso. Dove, in basso, con chi, con chi lotta, contro chi, contro chi opprime.

Questo riconoscimento che viene dal basso nessuno lo può contendere, né aspetta la certificazione di chicchessia delle geografie politiche, da un estremo all’altro.

Ed a volte questo riconoscimento prende la forma di un saluto, come in questo caso in cui, attraverso le mie lettere, le comunità indigene zapatiste vi mandano un abbraccio col pretesto di questa Quarantesima Assemblea Nazionale.

_*_

Quarantuno assemblee sono molte, è vero, ma sembra che quella di quest’anno si svolga in tempi particolarmente delicati.

Delicati per la violenza diffusa su tutto il territorio nazionale, e delicati per la violazione/negazione dei diritti umani che è la conseguenza di quella violenza esercitata fondamentalmente dallo stato.

Difficilmente si potrà trovare un altro calendario in cui la violazione e negazione dei diritti umani abbraccia tutta la geografia nazionale… e dove la difesa di questi diritti sia tanto pericolosa.

Perché gli attentati ai diritti fondamentali (vita, libertà, beni, verità) ora vengono subito non solo dai settori sociali cosiddetti “vulnerabili”.

La violenza dilagante, col governo federale guidato dalla macabra brigata, non solo si estende su tutto il territorio nazionale e distrugge tutti gli ambiti della vita quotidiana. Ora  “democratizza” il suo arbitrio facendo vittime in tutti gli strati sociali.

Un oltraggio così nazionale e così attuale dovrebbe provocare una reazione di uguale estensione in identico tempismo, ma si vede che il calendario tracciato dall’alto, quello elettorale, impone altre priorità.

Anche per questo questi tempi delicati. Perché lassù vogliono prendere posizione nella falsa alternativa elettorale. Non c’è bisogno che mi dilunghi nei pericoli che, per la strada che avete intrapreso, rappresentano questi appelli all’emergenza.

Chi lavorano sul serio nella difesa dei diritti umani sa bene che i diversi simboli politici al potere si contendono con entusiasmo solo la sistematica violazione dei diritti fondamentali.

Noi confidiamo in coloro che hanno saputo ascoltare e guardare, e di conseguenza, hanno cercato di comprendere.

Perché così come per noi il loro impegno è fuor di dubbio, così lo è anche la loro intelligenza e la loro capacità di analisi.

_*_

Bene, non voglio disturbare oltre. Ho visto l’agenda preliminare della vostra Assemblea e so che avete molto da fare… e solo un pranzo in 3 giorni (cosa che chiaramente è una violazione al diritto di fare pausa).

Con l’abbraccio che vi mandiamo, va anche il nostro augurio di una buona assemblea.

Come tutte le decisioni che realmente sono importanti e che fanno la differenza, quelle che voi prenderete in questi giorni non avranno eco né conseguenze immediate, ma saranno fondamentali per la geografia ed il calendario che sceglierà la vostra identità.

Perché chi cammina sa che ogni passo conta, benché il percorso si renderà visibile solo giunti a destinazione.

Salve e che, senza che importino rischi e maldicenze, si mantenga la vostra identità.

Dalle montagne del Sudest Messicano

Subcomandante Insurgente Marcos

Messico, Marzo 2011

P.S. – Mi dispiace che la mia firma, e la data che scrivo in calce, contraddica le dicerie apparse su twitter, notizie e comunicati governativi sul mio stato di salute. Benché, bisogna dirlo, la cosa dell’enfisema polmonare e del cancro abbia provocato che non mi mandano più tabacco, questa è un chiara manovra contrainsurgente. Quindi è ufficiale. Non ho quello che dicono che ho… o non ancora. Dunque non temete e mandate tabacco, ed avrò cura di coprire la scritta che recita. “Fumare è causa di cancro ed enfisema polmonare. Fumare in gravidanza aumenta il rischio di parto prematuro e di neonato sotto peso (ovvero non potrò più dire “fat is beatifull”?) ed altri rischi riproduttivi” (cioè, non potrò vincere al concorso di “vediamo chi ce l’ha più grande”? bah, io ero già in fondo alla lista). In ogni caso, mandate tabacco.

Ora sì. Vale de nuez.

Dalle montagne… cof…cof…cof…arghhh…cof…cof…puah!…

Oh,oh… cos’è questo, un pezzo di polmone o di zucca non digerita?

Il Sup, che alimenta i pettegolezzi.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Older Posts »