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Archive for giugno 2018

Messico: giornalisti e difensori dei diritti temono la protezione di Stato 

Il Meccanismo per la protezione di giornalisti e persone che difendono i diritti umani in Messico è stato pensato per difendere queste persone quando sono in pericolo. Eppure le vittime di violenza e minacce escono in fretta da questi progetti per paura dello Stato messicano. La ong Fundar prova a capire cosa sta succedendo https://www.osservatoriodiritti.it/2018/06/25/messico-giornalisti-difensori-dei-diritti-stato-messicano/ di Emanuela Borzacchiello 25 giugno 2018 da Città del Messico 

Mentre il Paese si prepara alle imminenti elezioni del primo luglio, altri due giornalisti sono stati uccisi in Messico: Alicia Díaz González e Héctor González Antonio. E questa volta è arrivata anche la condanna ufficialedel relatore speciale per la Libertà di espressione della Commissione Interamericana dei Diritti Umani. Ma il risultato, ancora, non cambia: giornalisti uccisi dall’inizio dell’anno 6, reazione dello Stato messicano 0.

Il Meccanismo per proteggere giornalisti messicani

Eppure gli strumenti istituzionali per salvare delle vite ci sono già. Il Meccanismo per la protezione di giornalisti e persone che difendono i diritti umani, infatti, è stato creato proprio per fornire protezione attraverso scorte personali, “bottoni di panico”, vigilanza, fino ad arrivare al trasferimento in case rifugio segrete per i casi più a rischio.

https://youtu.be/Bg8J1tJ3gTQ

Qualcosa, però, non sta funzionando. La maggior parte delle persone che chiede aiuto allo Stato attraverso questo strumento, infatti, finisce per rinunciarci. E così un centro di analisi e ricerca indipendente del Paese, la ong Fundar, ha deciso di dedicare tempo e risorse per capire cosa sta accadendo.

La geografia del terrore resta dentro i confini di Stato

«Non avevo paura che mi uccidessero, avevo paura che mi facessero scomparire e che nessuno sapesse più nulla di me. Sapevano dove vivevo, sapevano dove e come mi muovevo».

Rossana Reguillo è un’accademica nota a livello internazionale per le sue ricerche su cultura urbana, mezzi di informazione e violenza. Il 26 settembre 2015, in occasione della 17esima Azione globale per i 43 studenti scomparsi ad Ayotzinapa, è stata fra le più attive sul web a diffondere notizie. E informare è un rischio in Messico, anche se sei un’accademica. E così sono arrivate le prime minacce:

«¡Aquí te vamos a matar! (ti uccidiamo); ¡Aquí tenemos fotos de tu hijo! (abbiamo foto di tuo figlio)».

Rossana, per la prima volta nella sua vita, si è sentita sotto assedio. E ha deciso di chiedere di entrare nel Meccanismo di protezione. Ma, una volta dentro, si è sentita più vulnerabile che protetta. E alla fine è uscita, una volta capito che tutte le informazioni relative alla sua vita privata e lavorativa stavano finendo nelle mani delle persone che gestivano il Meccanismo.

Criminalità organizzata e Stato messicano

La maggior parte dei testimoni intervistati da Fundar ha avuto a che fare con questo problema: chiedono protezione a quelle stesse istituzioni statali che spesso sono legate a doppio filo con la criminalità organizzatada cui stanno scappando. Come è successo ad Alma Barraza Gómez.

Alma è un’avvocata di Sinaloa, stato a nord del Messico, famoso per essere il territorio del narcotrafficante Chapo Guzmán. Da anni difende i contadini che si oppongono alla costruzione di una diga che, se fosse realizzata, distruggerebbe la loro terra e le loro vite. Sono in tanti a voler mettere le mani sulla costruzione: si intrecciano gli interessi miliardari del governatore dello stato di Sinaloa, politici locali ed economia criminale. Una miscela perfetta per aver paura. E a un certo punto è arrivato il terrore.

«Una pattuglia con cinque poliziotti, tutti con un passamontagna, mi hanno sequestrato dopo una marcia in difesa della diga e mi hanno portato fuori città. Mi hanno picchiato, privato illegalmente della mia libertà. In quel momento pensavo che non avrei più rivisto la mia famiglia».

Messico: cartina dello Stato di Sinaloa

Il Meccanismo (inceppato) che protegge dalla violenza

Alma non ha avuto altra scelta che chiedere al governo centrale di entrare nel Meccanismo di protezione. Le hanno danno una macchina blindata e una scorta, ma durante un viaggio in autostrada ha subìto un attacco, in cui uno dei due uomini della scorta è stato ucciso durante la sparatoria.

«Attraverso il bottone di panico avevo avvisato che ci stavano seguendo, ma nessuno ci ha aiutato, né prima né dopo la sparatoria».

Alma oggi ha dovuto abbandonare Sinaloa. È fuggita con sua madre, sua sorella e i suoi due nipotini. Non può più lavorare e non può che restare nel Meccanismo che gli fornisce una casa rifugio segreta.

«Il problema è che inviano solo cibo per una persona, per la beneficiaria del Meccanismo, mentre siamo otto in casa, incluse le mie guardie del corpo. Ogni 15 giorni ci danno un cartone di uova, una papaya, sei pompelmi, una mela, un chilo di cipolle, alcuni peperoni e quattro pezzi di pollo. Certo che non basta, ma così viviamo».

Ringraziamo la ONG indipendente Fundar per averci permesso di riprendere alcuni estratti delle interviste a Rossana Reguillo e Alma Barraza Gómez. Lo studio completo si trova a tequesto indirizzo: http://defensores.fundar.org.mx/

https://www.osservatoriodiritti.it/2018/06/25/messico-giornalisti-difensori-dei-diritti-stato-messicano/

 

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Dal 1988 in poi, il 1 luglio ogni sei anni è una data che non ha nulla di scontato. Per la prima volta 30 anni fa la vittoria del Partido Revolucionario Institucional (PRI) non è più elemento scontato, tanto che nel 2000 e nel 2006 il presidente è stato del Partido Acción Nacional (PAN). E la veridicità dei risultati è sempre elemento di discussione. Cosa accadrà? Sappiamo cos’è già accaduto. 

IL MESSICO AL VOTO. OBRADOR FAVORITO, MA L’OMBRA DEL 2006 È ANCORA PRESENTE. 

di Andrea Cegna 

8 giugno 2018. Il 1 luglio prossimo si vota in Messico per il presidente della Repubblica. Enrique Pena Nieto, uscirà di scena con il triste titolo di presidente meno gradito della storia del paese. Andrés Manuel Lopez Obrador, dopo i conclamati brogli del 2006, è dato come grande favorito.

Se dodici anni fa era il candidato del Partido de la Revolución Democrática (PRD), ora è leader di MoReNa, Movimento de Regenation National, che dalla sua nascita ad oggi ha coinvolto nelle sue fila parti della società civile messicana e soprattutto pezzi del mondo del partito tradizionale.

Dal 1988 in poi, il 1 luglio ogni sei anni è una data che non ha nulla di scontato. Per la prima volta 30 anni fa la vittoria del Partido Revolucionario Institucional (PRI) non è più elemento scontato, tanto che nel 2000 e nel 2006 il presidente è stato del Partido Acción Nacional (PAN). E la veridicità dei risultati è sempre elemento di discussione.

Cosa accadrà? Sappiamo cos’è già accaduto.

DICIASSETTE COMUNITÀ INDIGENE HANNO DECISO CHE IL 1 LUGLIO NEI LORO TERRITORI NON SI VOTERÀ, FARANNO TUTTO QUELLO CHE POSSONO PER NON FAR INSTALLARE I COLLEGI ELETTORALI.

Nella comunità ribelle di Cheran, in Michoacan, sarà la terza volta che l’autogoverno territoriale rifiuta elezioni e partiti e non permette che ci siano votazioni. A Cheran, dal 2011, si vota secondo gli usi e costumi originari, e i partiti sono scomparsi.

Il Congresso National Indigeno ha deciso che la proposta di AMLO di unirsi, con la portavoce Maria De Jesus Patricio (Marichuy), alla coalizione elettorale Juntos Haremos Historia fosse irricevibile, perché Obrador, Morena, e la coalizione sono parte del sistema capitalista che è messo a critica.

L’EZLN NON HA PRESO PAROLA, MA È CHIARO CHE LA POSIZIONE ZAPATISTA RESTA QUELLA DI NON VEDERE NEI CANDIDATI IN CAMPO UNO SPAZIO D’ALTERNATIVA.

D’altra parte il percorso iniziato con il CNI e con Marichuy è quello della costruzione dal basso di una rete nazionale capace di andare oltre alla politica tradizionale. In altri termini costruire contro-potere partendo dall’autonomia di governo dei territori indigeni.

MARGHERITA ZAVALA, SI È RITIRATA DALLA CORSA A PRESIDENTESSA DEL MESSICO.

E’ quindi già certo che non ci sarà la prima donna presidente nel 2018. A dire il vero le possibilità di Margherita erano pari allo zero, in un paese dove il sessismo l’ha definita solo ed esclusivamente come la moglie dell’ex Presidente Calderon, la Zavala aveva raccolto le firme necessarie a candidarsi come indipendente alla corsa alla presidenza del paese, ma i sondaggi molto negativi le han fatto cambiare idea. Tanto che nessuna donna era presente al secondo dibattito tra candidati.

Jaime Rodriguez, detto “El Bronco” è il quarto nelle preferenze, secondo i sondaggi. La sua candidatura indipendente è realtà solamente perchè il tribunale elettorale l’ha ammesso alla corsa, validando alcune firme che l’Istituto Nazionale Elettorale aveva invece ritenuto false. La riammissione del Bronco pare una delle mossa che il PRI sta mettendo in campo per togliere voti a Obrador.

CONTRO OBRADOR È SCESA IN CAMPO LA GRANDE INDUSTRIA DEL PAESE. L’ULTIMO IN ORDINE DI TEMPO È IL MAGNATE DELL’ARGENTO E TERZO UOMO PIÙ RICCO DEL MESSICO, ALBERTO BAILLERES.

Secondo quanto riportato da Bloomberg il capo del Grupo Bal ha riunito tutti i suoi dipendenti e detto loro di votare per chi può sconfiggere Obrador, perché ogni altro candidato conserverà l’attuale sistema economico che garantisce al Gruppo Bal successo commerciale.

Intanto sono saliti a sette le vittime tra gli operatori dell’informazione dall’inizio dell’anno. La violenza è costante in alcuni stati del paese dove la saldatura tra polizie, esercito, politica, trafficanti di vario tipo, e aziende colpisce attivisti e attiviste, cronisti e croniste, oppositori e oppositrici.

Lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro, ai microfoni di Radio Onda d’Urto ha dichiarato: “I giornalisti non sono, per la maggior parte, assassinati dai capi del crimine organizzato – le mafie sono troppo occupate con i propri delitti per preoccuparsi di come vengono presentati dalla stampa – chi sta più attento al lavoro dei giornalisti sono i cittadini, apparentemente onorevoli, che fungono da facciata al crimine organizzato.”

E ha aggiunto: “E questo significa che il Messico è diventato un narco-stato, vale a dire che le autorità sono colluse con i criminali e sono loro le supposte autorità che uccidono i giornalisti, per questo è così grave.
Finché il governo non indagherà su se stesso, finché non depurerà la sua forma organizzativa, i giornalisti continueranno a correre un terribile rischio.”

Tra tensioni, paure, omicidi, minacce, a meno di un mese dal voto l’ultimo sondaggio di Reforma dice che il 52% dei votanti esprimerebbe la preferenza per Obrador, Ricardo Anaya (coalizione Por Mexico Al Frente – PAN-PRD-MC) al 26%, Jose Antonio Meade (coalizione Todos por Mexico – PRI-Verde-Panal) al 19%, e per chiudere al 3% El Bronco. http://www.qcodemag.it/2018/06/08/messico-elezioni-2018/

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L’unica “verità storica”: Ayotzinapa crimine di stato 

A tre anni e mezzo dalla sparizione forzata dei 43 ragazzi non è facile dire se anche questa ennesima piccola sconfitta per la PGR porterà alla verità e alla giustizia. Il Messico non è una democrazia, è un paese in guerra, civile, un paese dove la violenza e l’impunità sono parte del sistema democratico e dove la criminalità non è una deviazione del sistema: è il sistema. 

di Christian Peverieri 

7 giugno 2018. I genitori e i difensori dei diritti umani lo hanno ripetuto fino allo sfinimento: i 43 ragazzi di Ayotzinapa non sono stati bruciati nella discarica di Cocula.

Ora, anche una corte di giustizia messicana riconosce quanto era già sotto gli occhi di tutti, quanto è stato provato scientificamente dalle contro inchieste del GIEI e dell’EAAF: la “verità storica” prodotta dalla Procura Generale della Repubblica (PGR), secondo la quale i 43 studenti della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa sarebbero stati bruciati nella discarica di Cocula, è viziata da gravi irregolarità. Talmente palesi da indurre i giudici di una corte federale del Tamaulipas a ordinare la Creazione di una Commissione per la Verità e la Giustizia in cui siano presenti i familiari dei desaparecidos, la Comisión Nacional de Derechos Humanos (CIDH) e funzionari del ministero. Soprattutto, dato che le indagini fino ad ora sono da ritenersi parziali e approssimative e che la linea investigativa è avanzata con informazioni ottenute sotto tortura, a decidere in che direzione dovranno orientarsi ora le indagini dovranno essere i familiari dei ragazzi e la Comisión Nacional de Derechos Humanos.

Sulle torture con cui sono state estorte confessioni agli arrestati del caso e che avevano permesso di pilotare le indagini, si era espresse recentemente anche l’ONU. In un lungo report dal significativo titolo Doble Injusticia, l’Alto Commissariato per i Diritti Uani (ACNUDH), ha denunciato e provato che almeno 34 arrestati del caso Iguala sono stati torturati per estorcergli confessioni forzate. A questo si aggiungono numerose altre violazioni dei diritti umani e arresti indiscriminati.

Dalla PGR fanno sapere che non accettano i criteri dei giudici di Tamaulipas e che proseguiranno le indagini su diverse piste tra cui quella suggerita dal Mecanismo Especial de Seguimiento, il gruppo di lavoro della Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) che un anno fa si è insediato per proseguire il lavoro del GIEI.

E a proposito del Mecanismo Especial de Seguimiento, si è tenuta mercoledì a Washington la riunione della commissione a un anno dal suo insediamento. I commissari della CIDH hanno ripetuto ciò che ormai sono costretti a ripetere ad ogni riunione: le indagini proseguono troppo lentamente e non ci sono sviluppi dopo oltre tre anni; non solo, i 9 telefoni cellulari appartenenti agli studenti ancora attivi dopo la notte del 26 settembre 2014 non sono ancora stati esaminati e, ancora, non si è voluta approfondire la piste che porta alla Polizia Federale e al 27° battaglione dell’esercito, quando appare chiaro che le informazioni provenienti da queste piste potrebbero essere di fondamentale importanza per arrivare alla verità.

Questo report si somma dunque a quanto hanno detto e documentato il GIEI, la EAAF, la CIDH. L’Alto Commissariato per i Diritti Umani e ora anche la corte federale del Tamaulipas con la recente sentenza. La relatrice della commissione, Esmeralda Arosemena, ha infine esortato lo Stato a rispettare la decisione del tribunale, ad abbandonare definitivamente la pista della discarica di Cocula e a far ripartire le indagini seguendo le nuove indicazioni.

A tre anni e mezzo dalla sparizione forzata dei 43 ragazzi non è facile dire se anche questa ennesima piccola sconfitta per la PGR porterà alla verità e alla giustizia. Il Messico non è una democrazia, è un paese in guerra, civile, un paese dove la violenza e l’impunità sono parte del sistema democratico e dove la criminalità non è una deviazione del sistema: è il sistema. E sconfiggere questo sistema sarà dura ma, come recita un murales nella scuola di Ayotzinapa, la giustizia avanza, lenta ma implacabile. Si tratta di ottenere il riconoscimento dell’evidenza. L’unica verità storica: Ayotzinapa crimine di stato. http://www.yabastaedibese.it/2018/06/lunica-verita-storica-ayotzinapa-crimine-di-stato/

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Messico, «manca una sinistra capace di nuovi immaginari»

Messico al voto. Un panorama politico desolante, schiacciato su insolite alleanze. Intervista a Juan Villoro*  

Luca Martinelli. Il Manifesto 06.06.2018 

«Ho votato per la prima volta nel 1976, e in quell’occasione c’era un solo candidato alla presidenza del Messico, José López Portillo, del Partito rivoluzionario istituzionale (PRI). Stanca delle frodi elettorali, l’opposizione decise di non presentarsi per evidenziare la farsa» racconta al manifesto Juan Villoro, scrittore e giornalista, editorialista del quotidiano Reforma.

Il prossimo primo luglio in Messico si torna a votare per eleggere il presidente della Repubblica. I candidati sono quattro, ma secondo Villoro la situazione è anche peggiore rispetto a 42 anni fa: «È vero che per il mio debutto alle urne non c’erano alternative, ma potevamo sognare che in futuro, quando ci sarebbe stata lotta aperta tra partiti politici, la situazione era destinata a migliorare.
La realtà era pessima, ma la speranza era in salute. Oggi, invece, né la realtà né l’illusione ci soddisfano. Siamo di fronte a una doppia crisi».

Che Paese arriva al voto?

Il Messico è una delle democrazie più costose e fallimentari al mondo. Le campagne elettorali durano troppo, e i partiti politici si auto-assegnano risorse che nessuno controlla (5,3 miliardi di pesos all’anno, pari a circa 230 milioni di euro). Il PRI ha governato il Paese per 71 anni, fino al 2000. Nell’epoca del “partito unico”, la democrazia era una congettura, una mera speranza. Pensavamo però che quando avremmo avuto elezioni vigilate e credibili tutto sarebbe stato diverso, e avrebbero vinto candidati magnifici. Se Manuel Vázquez Montalbán, con ironia, disse «stavamo meglio contro Franco», noi potremmo replicare: «Stavamo meglio contro il vecchio PRI».

I partiti hanno visto nella democrazia un affare, che non punta a risolvere i problemi ma ad amministrarli. Questo porta a stringere alleanze che non rispondono ad ideali, ma a interessi e opportunità. Come si spiegherebbe, altrimenti, che il PRD (Partido de la Revolución Democrática), il partito della socialdemocrazia per quel che ne sappiamo, sia alleato del PAN (Partido de Acción Nacional), conosciuto per essere di destra, e che Morena (Movimiento de Regeneración Nacional), che è di sinistra, sia alleato al partito evangelico? La delusione di fronte a tutto questo è profonda.

Ha appoggiato la candidatura indigena indipendente di Marichuy, María de Jesús Patricio Martínez. Che significato ha la sua esclusione dal voto?

Era l’unica candidata veramente onesta, e l’unica che non ha fatto imbrogli. Il 94% delle firme raccolte per presentarsi come indipendente sono state validate, ma in Messico chi è onesto è un fuorilegge, e così il suo nome non è nella lista dei votabili.

Dove trovate però coloro che hanno raccolto l’inaudito numero di firme necessarie, 867mila. Ovviamente, Marichuy non avrebbe mai vinto, non aveva i mezzi economici per competere, ma con la sua esclusione si è persa l’opportunità di ascoltare la voce dei cittadini più poveri, quelli che conoscono meglio i problemi del Paese, per averli sofferti.

Tra una conferma del PRI (tornato al potere nel 2012 con Enrique Peña Nieto) e il PAN quale sarebbe l’opzione peggiore, oggi?

Il PRI ha governato per 71 anni al margine della democrazia, e facendo di tutto per evitarla. Ha reso la politica uno strumento per arricchirsi a partire dal potere, permesso la corruzione e l’impunità, ha convertito il governo in un “ramo” del crimine organizzato. Non c’è niente di peggio.

Crede che Andrés Manuel Lopez Obrador (Amlo), candidato di Morena, possa realizzare una trasformazione della società?

Amlo è un importante attore della lotta sociale, per la terza volta candidato alla presidenza. Non rappresenta però un’alternativa concreta, né è capace di lavorare in gruppo. Dipende essenzialmente dal suo carisma (straordinario nelle piazze, molto debole nei dibattiti). Il suo grande problema è che per raggiungere il potere ha rinunciato a essere diverso, stringendo alleanza con politici che sono l’opposto delle idee che lui dovrebbe rappresentare. Stanno dalla sua parte ex membri reazionari del PAN (Espino, Germán Martínez, Gabriela Cuevas), leader sindacali corrotti (Napoleón Gómez Urrutia, Elba Esther Gordillo), evangelici e pentecostali del partito PES, ex membri del PRI (Esteban Moctezuma e Manuel Bartlett, quest’ultimo responsabile della frode elettorale del 1988).

Questo mix non è incoraggiante. Per anni, Amlo ha criticato la “mafia del potere”, però le si è avvicinato per poter governare. Gore Vidal ha detto che negli USA le elezioni sono decise dal denaro, e che un candidato che non abbia ricevuto almeno dieci tangenti dalle grandi imprese non ha la possibilità di vincere. In Messico i patti politici definiscono tutto: per riuscire, bisogna umiliarsi dieci volte. Per certi versi, oggi Amlo si presenta come un oppositore ad Andrés Manuel Lopez Obrador che era candidato nel 2006. E la cosa triste è che ha più possibilità di vincere oggi.

Che cosa manca, oggi, in Messico?

Chiunque immaginerà che in un Paese con 50 milioni di poveri, due quinti dei quali in situazione di povertà estrema, popoli indigeni spogliati delle loro terre e senza diritti, femminicidi, discriminazione rampante e disuguaglianze sociali crescenti, ci sia un partito di sinistra disposto a modificare la realtà.

Ma non è così.

L’autentica trasformazione della realtà pare un’illusione del passato, una forma di nostalgia. Per fortuna, i più poveri non smettono di lottare e organizzarsi. La campagna di Marichuy ha permesso che per la prima volta le comunità di tutto il Paese articolassero un processo comune di riconoscimento dei problemi. E questo non è un progetto che riguarda solo gli indigeni, come una riserva folkloristica, ma un’idea di rinnovazione che può impegnare tutta la società. Una comunità futura, con nuove forme di partecipazione in una democrazia diretta, è in marcia. Ci vorrà tempo, ma è in movimento. “Andiamo piano perché il cammino è lungo”, dicono gli zapatisti. https://ilmanifesto.it/messico-manca-una-sinistra-capace-di-nuovi-immaginari/

 *Juan Villoro è nato a Città del Messico nel 1956. Scrive, anche per il teatro, e libri per bambini. Tra le sue opere di narrativa «Il testimone» (Gran Via, 2016), storia di un professore messicano emigrato in Europa, in esilio volontario, che torna nel 2000 dopo la sconfitta del PRI.

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Senza seggi elettorali né partiti: i popoli indigeni messicani che cercano di autogovernarsi. 

Dopo sette anni di autogoverno coi propri usi e consuetudini, Cherán contagia più comunità che aspirano a governarsi senza partiti. La maggioranza ha attuato una serie di misure legali e azioni politiche perché lo Stato messicano riconosca il loro modello di governo. http://www.globalproject.info/it/mondi/senza-seggi-elettorali-ne-partiti-i-popoli-indigeni-messicani-che-cercano-di-autogovernarsi/21492 

Nei comizi più grandi della storia del Messico, nei quali si disputeranno 3406 incarichi pubblici, per la terza volta Cherán non permetterà l’entrata dei seggi e delle schede elettorali. Per questo, nelle strade di questo municipio michoacano non ci sono pubblicità coi nomi dei candidati, né incontri coi candidati che dispensano cappellini. Ci sono invece assemblee, dato che i quattro barrios di questa comunità tra poco nomineranno le proprie autorità, dopo il movimento che iniziarono sette anni fa. Il 15 aprile del 2011, gli abitanti di Cherán arrestarono i boscaioli che devastavano i loro boschi e li espulsero, accusandoli di essere collusi con il crimine organizzato. L’allora presidente municipale e la polizia furono costretti ad andarsene.

Nel 2012 Cherán impedì l’entrata dei seggi elettorali e consolidò la sua struttura di governo sugli usi e sulle consuetudini locali. Questa nuova organizzazione comunitaria è stata riconosciuta dalla Suprema Corte di Giustizia della Nazione. Questo esempio concreto di lotta dei membri della comunità ha ispirato altri municipi messicani.

Nel 2015 al secondo blocco dei seggi elettorali di Cherán si unirono altri cinque pueblos. E in questo 2018, la ribellione elettorale potrebbe arrivare a una dozzina di luoghi solo nello stato di Michoacan.

Aranza, Zopoco, Santa Fe de la Laguna, Sevina, Urapicho, San Felipe de los Herreros y San Benito, membri del Consiglio Supremo Indigeno del Michoacan, non parteciperanno alle prossime elezioni. In aggiunta a questi pueblos, anche Pichátaro e Arantepakua stanno progettando di bloccare l’installazione dei seggi elettorali, così come l’autorità di Nahuatzen, vicina di Cherán.

«Informiamo i presidenti di tutti i partiti politici, senza distinzione di colore o filiazione, che nelle comunità in questione non permetteremo la realizzazione di nessun atto o azione di proselitismo e propaganda elettorale», dice un comunicato del 28 febbraio scorso e diffuso dal già menzionato Consiglio. Nello stesso comunicato avvertono anche l’Instituto Electoral de Michoacan (IEM) e la Junta Local del Instituto Nacional Electoral (INE), che le comunità che ne fanno parte non permetteranno le installazioni dei seggi elettorali.

Ma la tendenza a non permettere l’installazione delle strutture elettorali si è estesa a altri stati della repubblica messicana.

In Chiapas, alcune comunità del municipio tzeltal de Oxchuc (43 mila abitanti) hanno deciso di non permettere l’installazione dei seggi. Lo stesso succede nel municipio ch’ol di Tila (73 mila abitanti).

Tzeltales di altri municipi – Sitalá (12 mila abitanti) e Chilón (111 mila abitanti), hanno intrapreso misure legali per cercare di impedire l’entrata dei “pacchetti” elettorali. Ad Ayutla de los Libres (60 mila abitanti), nello stato di Guerrero, è in corso una lotta per bloccare l’entrata delle strutture, come nelle comunità wixárikas di San Sebastián Teponahuaxtlán (300 abitanti) e Tuxpan de Bolaños (1300 abitanti), nello stato di Jalisco.

In una intervista del 23 maggio, pubblicata da Excélsior, il consigliere elettorale Marco Baños ha spiegato di aver individuato 17 luoghi dove verrà impedita l’installazione dei seggi elettorali. E lo ha giustificato in questo modo: «In alcuni municipi ci sono problemi in quanto sono state fatte richieste di carattere sociale che non sono ancora state evase».

L’EFFETTO CHERÁN

Sette mila militari arrivarono in Michoacan nel dicembre 2006. L’allora presidente Felipe Calderon Hinojosa, dichiarò una guerra contro il narcotraffico, nella teoria e nella pratica. Nei sei seguenti anni si rafforzò il vincolo tra delinquenti e politici locali sotto ogni aspetto.

A Cherán, le elezioni del 2006 e del 2009 e la lotta interna del disgregato Partito della Rivoluzione Democratica, aprirono le porte alla vittoria elettorale del Partito della Rivoluzione Istituzionale. Bande di narcotrafficanti approfittarono della spaccatura per entrare nella comunità. Mauricio el Güero Cuitláhuac Hernández per esempio ritornò ad essere il capo della piazza. Le persone che alzavano la voce erano assassinate o fatte sparire.

Dopo l’espulsione dei boscaioli di Cherán, e l’uscita delle autorità politiche e di sicurezza, il villaggio si dotò una ronda comunitaria – una vecchia pratica che gli anziani del luogo ricordavano -. I giovani nominati in questa assemblea difendevano la comunità.

Con la nascita dei consigli operativi – che vanno dalla giustizia, allo sviluppo sociale, alle donne, ai giovani e al Consiglio Maggiore – Cherán avanza «dal 2012… a un ritmo diverso», riferisce Jerónimo Lemus.

Jerónimo è uno dei giovani che si è formato nelle barricate alzate dal popolo contro il crimine organizzato. Ora ha un tatuaggio con la bandiera p’urhépecha nell’avambraccio. Allora i giovani furono costretti a prendere le armi, trasformarsi in polizia comunitaria. Ora vede una gioventù attenta. Riconosce che «abbiamo partecipazione nelle assemblee e nelle comunità».

Dopo che Jerónimo divenne membro del movimento del suo municipio, cominciò a realizzare altre attività in parallelo. Decise di studiare filosofia della cultura all’Università Michoacana, si trasformò in speaker di Radio Fogata e fondo uno spazio studio chiamato “Memoria viva”, per recuperare la tradizione orale del suo popolo.

Decine di murales e graffiti che alludono alla lotta colorano le pareti del villaggio. Teatri, orchestre infantili di musica tradizionale, economia solidale. Tutto questo è arrivato a Cherán da quando hanno instaurato l’autogoverno e molti adulti si sono impegnati nel compito di condividere le proprie conoscenze con i giovani.

Tramite un intenso sforzo di riforestazione, Cherán ha recuperato il 35 per cento degli ettari tagliati. Il suo Consiglio dei Beni Comuni amministra diverse “imprese” tra i quali una segheria, una miniera e una fabbrica di mattoni. Quella più degna di nota, il vivaio, è uno spazio di lavoro che non opera come un’impresa dello Stato né privata, ma comunitaria. Nel vivaio il lavoro ruota tra persone di tutto il quartiere. Bambine e bambini delle scuole primarie di Cherán lo visitano; lì seminano e ricevono lezioni di salvaguardia ambientale. In fondo al vivaio si trovano i camion dei boscaioli catturati durante il levantamiento. Sono sistemati e ordinati con una cura artistica che racconta il processo di lotta di Cherán.

«Li terremo li per un po’» scherza Jerónimo Lemus.

Il prossimo 27 giugno Cherán nominerà il suo Consiglio Maggiore. Tuttavia la comunità ha già designato tramite assemblee le persone più adatte per occupare le proprie strutture di governo. Devono solo ratificarle davanti al IEM. Questo permette che la nomina dei responsabili di Cherán sia molto più economica in tempo e denaro rispetto al bilancio assegnato ai partiti politici. Il processo del 2015 non costò più di 63 mila pesos [circa 2700 € al cambio attuale, ndt] e la maggior parte dei costi ha avuto a che fare con i funzionari dell’istituto elettorale statale.

Nahuatzen: municipio vicino a Cherán in cui gli abitanti vogliono bloccare l’installazione delle strutture elettorali. FOTO: DALIRI OROPEZA

A differenza dei politici di professione, chi ha una carica a Cherán non vuole guadagnare una poltrona. Tutte le persone delle strutture di governo sono convocate dalla propria comunità. E non è necessario fare campagna. «Qui non c’è bisogno di vendere le proposte, ci conosciamo bene. Se qualcuno non ha buone intenzioni nella comunità, si sa», racconta Jerónimo. E aggiunge: «Nessuno si può autonominare in modo spontaneo».

Per Érika Bárcenas, avvocata del Colectivo Emancipaciones, dedicato a trovare crepe nelle leggi messicane per ottenere il riconoscimento di queste forme di fare politica, ora esiste una specie di “effetto Cherán” nel paese. Il motivo? «L’incapacità e la mancanza di interesse dello Stato di fornire sicurezza e permettere alle comunità di vivere in pace senza il crimine organizzato».

L’avvocata assicura che la mancanza di interesse dello Stato messicano di fornire sicurezza e le divisioni interne delle comunità, provocate dai partiti politici, hanno causato una risposta dei popoli michoacani. Attualmente le comunità di San Francisco Pichátaro, San Felipe de los Herreros e, recentemente, Arantepakua, stanno seguendo l’esempio di Cherán: hanno usato la giurisprudenza esistente per ottenere l’assegnazione delle proprie risorse senza che queste passino per i municipi ufficiali.

«Stimola la gente a pensare di fare politica in altre forme, di organizzarsi, una risposta molto semplice di difendere la propria vita. In questi contesti di violenza si è generata una riflessione rispetto al non funzionamento di questo modello di democrazia elettorale», sostiene l’avvocata Bárcenas.

Spiega che il sistema di governo di Cherán ha la forma di un sistema solare: l’orbita più grande è l’assemblea di tutta la comunità; dentro si trovano i consigli operativi per tema e infine, come autorità centrale, c’è il Consiglio Maggiore.

Jerónimo Lemus riassume così il modello di governo: «è una democrazia in senso stretto, in una visione occidentale; ma nella nostra visione è la possibilità della comunità di scegliere le proprie autorità».

Di sicuro c’è che ai membri della comunità non è proibito votare. L’avvocata Bárcenas dice che gli abitanti possono andare nelle circoscrizioni installate fuori dalle comunità o in altri municipi. L’unica posizione politica concessa è non permettere l’entrata nel proprio territorio a tutto quello che li ha divisi.

È così che gli abitanti di Cherán stanno scommettendo sull’autogoverno, partendo dalla premessa centrale di ottenere il rispetto per le loro terre ancestrali.

“COMUNALICRAZIA” MESSICANA

Jaime Martínez Luna è un antropologo zapoteco di Gueletao, municipio nascosto tra le montagne di Oaxaca. Da tre decadi ha sviluppato il termine “comunalità” per parlare dell’organizzazione dei popoli originari. Così vede questo conflitto: «Noi popoli non siamo liberali, siamo comunali”. Per questo parla di “comunalicrazia”, per differenziarla dalla democrazia rappresentativa.

D’accordo con l’antropologo, nello stato di Oaxaca ci sono 417 municipi su 570 che si amministrano con le assemblee grazie a una riforma statale chiamata “Código de Instituciones y Procedimientos Electorales”, promulgata nel 1995, «per paura che la ribellione zapatista si estendesse nello stato». Questa riforma ha dato la possibilità di registrare i propri rappresentanti senza colori di alcun partito. Ogni municipio ha in media 15 comunità, si parla quindi di migliaia di persone che si organizzano al di fuori dei partiti politici.

«Mi faccio la domanda: chi comanda quotidianamente in Oaxaca?, si domanda Martínez Luna. Lui stesso spiega: «Potrei dirti che in determinate regioni del Messico prolifera questo regime politico, ma accovacciato, clandestinamente stabilito: in Michoacan, Guerrero, Chiapas credo preferiscano non far troppo rumore per mantenere la propria capacità di autogovernarsi».

Nell’articolo 2 della costituzione ci sono “porte” per modelli politici differenti. Tuttavia l’antropologo pensa: «La proposta di riconoscere i requisiti che dichiarino i nostri modelli politici, implica che riconoscano la nostra “comunalità”».

Accerchiato da decine di wixárikas vestiti coi tradizionali abiti bianchi, il portavoce della comunità di Tenpohauxtlán, Ubaldo Valdez, lancia un suggerimento: «Dato che il governo non risponde, noi proseguiamo nella lotta, organizzandoci».

Cherán: questa comunità ha affrontato con successo il crimine organizzato, l’apatia dei partiti politici e delle autorità municipali, statali e federali. FOTO: ANDREA MURCIA/CUARTOSCURO

E assicura: «D’ora in poi non regaleremo più voti al sistema politico che abbiamo in Messico».

I wixárikas hanno dei posti di blocco custoditi dagli abitanti. Nelle immediate vicinanze ci sono le propagande elettorali dei partiti politici ma per entrare nelle loro terre bisogna leggere un regolamento che dice: “è proibita l’entrata a qualsiasi candidato, la propaganda di qualsiasi partito politico sarà confiscata”.

Il 12 aprile, un avvocato e un perito sono stati quasi linciati al confine tra Jalisco e Nayarit di fronte alla polizia statale che non ha fatto molto per evitarlo. L’avvocato e il perito, membri del Congreso Nacional Indigena e rappresentanti della regione wixárika di Tuxpan de Bolaños e San Sebastián Teponahuaxtlán, chiedevano la restituzione di 10 mila ettari che erano nelle mani dei granaderos.

Di fronte al silenzio del governo, centinaia di abitanti, di almeno 35 comunità, hanno realizzato una serie di assemblee dalle quali è derivata la seguente posizione: «La cittadinanza wixárika non voterà nella giornata elettorale del 1° luglio nell’eventualità che non sia data risposta alla nostra domanda».

In Chiapas, quando si sono accorti che un’autostrada sarebbe passata per il loro territorio, gli abitanti di 12 municipi del nord dello stato, hanno lanciato il Movimento in Difesa della Vita e del Territorio (Modevite). Nel 2016, a seguito di riunioni hanno deciso di passare dal “no” al “si” e hanno cercato di far nascere governi comunitari in almeno due di questi municipi: Chilón e Sitalá. Così hanno formato promotori e coordinatori di governo per creare una propria struttura e affrontare un processo di legalizzazione. Dalla difesa dei propri boschi, ruscelli e montagne hanno intrapreso una serie di ricorsi legali che gli apre la possibilità di ottenere il riconoscimento di municipio comunitario. Tuttavia, in considerazione della lentezza del tribunale elettorale dello stato del Chiapas, e della sua risoluzione secondo cui le elezioni del 2018 devono essere svolte col sistema dei partiti politici, hanno presentato un altro ricorso legale per fermare l’ingresso delle strutture elettorali. A loro volta, questo 17 marzo, hanno “seminato” le cariche, una forma tradizionale di nominare i propri rappresentanti, a 12 persone membri del Consiglio dei Portavoce del Governo Comunitario.

Nel municipio di Oxchuc, un movimento sociale ha mantenuto una serie di blocchi stradali a seguito dell’ingresso di gruppi armati che hanno assassinato tre persone lo scorso 24 gennaio. Un mese dopo, e a seguito di un lungo conflitto post elettorale con il Partito Verde Ecologista [conservatore, ndt], questo movimento di indigeni tzeltales ha installato il proprio Consiglio Municipale. E ora bloccheranno l’entrata delle cabine elettorali. E a Tila, famosa per i pellegrinaggi che riceve il Cristo nero nella sua chiesa, l’assemblea di ejidatarios [membri del ejido, pezzo di terra comune, ndt] ha deciso di espellere le autorità dello stesso partito. Dopo una serie di dispute che sono arrivate fino alla Suprema Corte di Giustizia, decisero di abbattere, letteralmente, il palazzo municipale che ora chiamano “le rovine di Tila”. Da un anno e mezzo si dichiarano autonomi e ora impediranno l’ingresso dei seggi elettorali.

Chilón, Sitalá, Tila e Oxchuc hanno decine di comunità. In tutte è stato possibile nominare autorità al di fuori dei partiti politici. I percorsi di lavoro continueranno su economia, lavoro e il diritto alla propria cultura. Al posto di piani di sviluppo cominceranno a costruire “piani di vita completi”.

Erika Bárcenas spiega che esiste tutto un aspetto legale che in buona misura parte dagli Accordi di San Andrés, firmati dal governo e dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale nel 1997 e rimasti incompiuti dall’amministrazione di Ernesto Zedillo. La riforma in materia di diritti umani del 2011 ha aperto scappatoie nella legge. Ora, a partire dall’articolo 2 della Costituzione devono essere riconosciuti i diritti politici dei popoli originari.

«In particolare, quando il movimento di Cherán decise di appellarsi al diritto, era stata recentemente approvata la riforma costituzionale sui diritti umani», ricorda Bárcenas.

Pichatáro: nel giugno 2015 si accesero i fuochi rossi, da allora le autorità comunitarie non permettono le installazioni delle cabine elettorali e bloccano le entrate al villaggio. FOTO: JUAN JOSÉ ESTRADA SERAFÍN/CUARTOSCURO.COM

Vale a dire, Cherán ha inaugurato la riforma che ha elevato a rango costituzionale, accordi internazionali come il 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e i trattati dell’ONU e della CIDH in materia di diritti indigeni. Questo ha dato vigore agli sforzi di cercare modi di garantirsi la sicurezza in un Messico afflitto dal crimine organizzato.

«Abbiamo vari principi giuridici dove non solo si riconosce, ma sono anche chiariti gli scopi, c’è giurisprudenza dei tribunali elettorali, questi casi a partire da Cherán, si sviluppano nella giurisprudenza e si è ampliato il diritto alla libera determinazione», ricorda l’avvocata.

recentemente in Morelos, le comunità di Xoxocotla, Coatetelco, Hueyapan e Tetelcingo hanno ottenuto il riconoscimento attraverso un decreto legislativo. Anche alcune comunità di Xochimilco ora stanno avviando un processo di assemblee per scegliere almeno un rappresentante di usi e consuetudini di fronte alla delegazione.

Le comunità di San Francisco Pichátaro (foto), San Felipe de los Herreros e di Arantepakua ora usano la giurispudenza per ottenere l’assegnazione delle risorse senza che queste passino per il municipio ufficiale. FOTO JUAN JOSÉ ESTRADA SERAFÍN/CUARTOSCURO.COM

Ad Ayutla de los Libres c’è un processo interessante, è il primo municipio interculturale (me phaa, na savi, nahua e meticcio) dove si potrebbe dare un’elezione di questo tipo se si superano gli ostacoli messi in essere dalla presidenza municipale. Questo processo si può dare a partire dalla Legge 701 del Riconoscimento, Diritto e Cultura dei Popoli e delle Comunità Indigene dello stato di Guerrero, approvata nel 2011, la quale ha riconosciuto la Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias – Policía Comunitaria, un sistema di giustizia con due decenni di esperienza, che affronta gli attacchi del narcotraffico e alla quale apparteneva l’attuale candidata al Senato Nestora Salgado.

Uno degli obiettivi della candidatura di María de Jesús Patricio Martínez, meglio conosciuta come Marichuy, portavoce náhuatl del Concejo Indígena de Gobierno, era di porre questo tema nell’agenda del paese intero. Tuttavia, con il non raggiungimento delle firme necessarie alla candidatura ufficiale, il tema ora rimane nelle mani delle comunità che esercitano la propria autonomia.

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Senza dubbio, i fuochi si riaccendono ogni 15 aprile a Cherán, anniversario della sollevazione di questo popolo che, armato di soli bastoni e pietre avvolte negli scialli neri dei p’urhépecha, fermò chi per un lustro disboscò 20 mila ettari intorno a questa comunità incastrata nell’altopiano dello stato di Michoacan.

Oggi, all’anniversario di quello che è chiamato il “levantamiento di Cherán” partecipano centinaia di persone della comunità, del paese e del mondo.

FOTO: ARCHIVIO/JUAN JOSÉ ESTRADA SERAFÍN/CUARTOSCURO.COM

Alla mattina, le donne preparano il tè bollente con l’erba di nurite nella chiesa del Calvario, un piccolo tempio trasformato in un punto di riferimento di questa lotta vittoriosa. Successivamente c’è una cerimonia dedicata a Naná Echeri e Tatá Juriata: Madre Terra e Padre Sole in lingua p’urhépecha.

Cinque donne alzano copal (resina) fumante verso i quattro punti cardinali, salutano la terra e infine il cielo. Più tardi, nella piazza del paese, c’è musica e sfilate, saluti alla bandiera locale e alla bandiera messicana, tavoli di approfondimento ed esposizioni culturali.

Intorno al fuoco la gente parla e ricorda di Cherán. Tra i mormorii, l’impresa ritorna viva: “qui è cominciato tutto”.

Per Jerónimo Lemus, ciò che è successo a Cherán è stato principalmente un ritrovare sé stessi, un ritorno alla conoscenza degli antenati.

Oggi ci sono 189 “fuochi” o assemblee nel suo paese. Gli ultimi sette anni di lotta sono stati il prodotto dell’eredità culturale p’urhépecha, che si basa sui principi della sicurezza, della giustizia e della ricostituzione del territorio. È la dimostrazione che esisteva già qualcosa di formato nel profondo, che guarda al passato, ma che punta a svilupparsi per i prossimi trent’anni.

Lemus ricorda che la polemica rispetto all’utilizzo dei termini “usi e cosuetudini”, qualcosa che sembra abbia a che fare il vecchio, ma che invece ha significato, per esempio nell’ambito delle feste di Cherán, un riscatto di musica e cibo tradizionale e della lingua stessa: una serie di saperi culturali che costituiscono una memoria viva.

Lo zapatismo del Chiapas, la “comunalità” di Oaxaca e la lotta per nuovi modelli di giustizia comunitari in Guerrero, ha lasciato precedenti importanti per il suo riconoscimento. Cherán si aggiunge a queste eredità e apre nuove possibilità:

«A partire dal 2015 ci sono comunità con le quali dialoghiamo su questo stesso percorso. La sentenza a favore di Cherán è un precedente importante su scala nazionale perché altre comunità possano prendere questo percorso con le proprie differenze».

Il governo, dice, serve per risponde a principi imprenditoriali. I popoli originari sono l’ultima preoccupazione, per questo non si può sperare in nessun cambio radicale che provenga dall’alto: «Non ci resta che continuare a lavorare nel nostro progetto».

Rispetto a questo processo su scala nazionale è sicuro: «Indipendentemente da chi vincerà, anche se è evidente che ci sono differenze, Cherán continuerà nel suo percorso di auto governo».

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INE: è disponibile a installare le strutture elettori in questi paesi e a rispondere alle loro richieste.

L’Instituto Nacional Electoral (INE) è disposto a formare, consegnare le strutture elettorali e anche ad aiutare a indirizzare le richieste delle comunità che fino a questo momento hanno ribadito il loro rifiuto a ospitare i comizi dei partiti politici nei loro territori.

«È logico che alcune comunità in questo momento di campagna elettorale cerchino di mettere nell’agenda sociale le proprie istanze perché vengano risolte» dice Roberto Cardiel, direttore esecutivo di Capacitación Electoral y Educación Cívica dell’INE.

A detta del funzionario, le istanze elettorali indirizzano partiti, candidati e governo a risolvere le problematiche.

Attualmente il funzionario identifica tre stati dove c’è una maggior incidenza di comunità “ribelli”: Chiapas, Michoacan e Oaxaca. Su scala municipale, identifica nei villaggi dei municipi di Palenque, Ocosingo, Villa Flores e Las Margaritas in Chiapas; il municipio di Zacapu in Michoacan e Ciudad Ixtepec in Oaxaca.

Questi municipi sono diversi da quelli identificati dal consigliere Marco Baños alcuni giorni prima: Oxchuc, Tila e Nahuatzen.

Su richiesta, il funzionario ha risposto che l’INE non monitora le zone di conflitto del paese: «Il nostro indicatore è l’avanzamento delle procedure», ha dichiarato.

Fino a questo momento, l’INE ha formato il 50 per cento dei 1,4 milioni di abitanti funzionari di seggio. Poiché l’invito a diventare funzionario di seggio è fatto tramite sorteggio, nelle comunità indigene la nomina è fatta a persone delle comunità stesse: «Una misura che utilizziamo è assumere persone del luogo. Questo aiuta a convincere e a responsabilizzare le persone».

Degli oltre 300 distretti elettorali che ha il paese, un totale di 28 distretti sono classificati come indigeni. D’accordo con Cardiel, il criterio che utilizzano è che oltre il 40 per cento della popolazione del distretto si identifichi con qualche pueblo originario.

Sulle comunità che pretendono bloccare l’entrata delle strutture elettorali con l’idea di eleggere  le proprie autorità locali con usi e costumi propri, spiega che, per essere un’autorità federale, l’INE ha competenza solo riguardo ai partiti politici. Spetta agli istituti elettorali locali intavolare dialoghi con le comunità indigene che presentano questa richiesta.

Tuttavia, concorda che la forma organizzativa delle comunità deve essere garantita: « Si tratta di una questione della massima importanza e dovrebbe essere fatta nel campo legislativo. L’esistenza di un esercizio politico è riconosciuto nella Costituzione e deve essere rispettato».

Tratto da newsweekespanol.com, tradotto da Christian Peverieri. Foto di copertina di Andrea Murcia/Cuartoscuro.com

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