Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for agosto 2009

Minacce a Mitzitón.

La Jornada – Giovedì 27 agosto 2009

Evangelici “non cooperanti” minacciano gli ejidatari tzotzil

Hermann Bellinghausen

Le autorità ejidali di Mitzitón, villaggio tzotzil nel municipio di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, hanno denunciato che questo martedì 24 due membri di un gruppo di evangelici “non cooperanti” hanno minacciato di morte Julio de la Cruz Vicente, ejidatario e aderente dell’Altra Campagna, brandendo i machete davanti a sua moglie sulla porta di casa sua.

Membri del “gruppo di delinquenti”, come definiscono quelli che recentemente hanno aggredito gli ejidatari ed assassinato Aurelio Díaz López il mese scorso, Pedro Heredia Jiménez e “un altro sconosciuto”, secondo la testimonianza degli ejidatari, sono arrivati a bordo di un veicolo Suburban con i vetri oscurati di proprietà del primo. “Erano le 10:20 quando il veicolo si è fermato di fronte alla casa dei nostri compagni, le due persone sono scese, hanno bussato alla porta, e la nostra compagna Sebastiána Hernández Díaz, moglie di Julio de la Cruz, ha aperto. I due uomini, con i machete in mano, hanno detto: ‘E’ qui tuo marito? Che esca il figlio di puttana, che dobbiamo parlargli”‘.

Sebastiana ha detto loro che Julio non c’era. “I due uomini hanno allora risposto: ‘Dicci dov’è che l’andiamo a prendere e presto o tardi gliela faremo vedere’. Poi se ne sono andati”. 

La denuncia sottolinea che questi individui appartengono al gruppo “appoggiato da Edras Alonso González (dirigente della chiesa Alas de Águila e dell’Ejército de Dios) e dal governo del Chiapas”.”

Nel documento si evidenzia che Heredia Jiménez è uno dei “non cooperanti e delinquenti organizzati”. E ricorda che dalla casa di questo, nel febbraio scorso erano usciti “i fratelli migranti picchiati dalla Polizia Statale Preventiva, e tre assassinati, a El Carmen Arcotete (San Cristóbal de las Casas)”. 

Sebastiana “si è molto spaventata e si è rinchiusa in casa”. Più tardi, quando è arrivato suo marito Julio, “ha avvertito le autorità del villaggio”, le quali ora dichiarano: “Nel nostro villaggio abbiamovisto che il malgoverno non ci ha rispettati né ha investigato sull’assassinio del compagno Aurelio né sui cinque gravemente feriti il 21 luglio. Tuttavia, pretende di farci sedere a dialogare per coprire il vero problema che viviamo”.

Chiedono “di punire i paramilitari, i trafficanti di clandestini, ben organizzati ed armati”, e gli assassini di Díaz Hernández. “Noi abbiamo sofferto molto a causa di questi delinquenti, ed hanno perfino costruito false accuse davanti alla Procura Generale della Repubblica. Riteniamo responsabile il malgoverno di tutto quello che potrebbe accadere alla famiglia De La Cruz Vicente, così come a tutti gli abitanti del villaggio”.

Il problema di fondo, eluso dal governo statale, è il passaggio dell’annunciata (e già avviata) autostrada a Palenque su un buon tratto dell’ejido. Solo la settimana scorsa gli stessi ejidatari denunciavano: “I paramilitari continuano a minacciare con armi da fuoco, sparando in aria di notte.”

In questo contesto, il 18 agosto si sono presentati nell’ejido dei funzionari della Segreteria di Comunicazioni e Trasporti (SCT) “per ingannarci e farci firmare un verbale di assemblea che concedeva il permesso di passare sul nostro territorio per costruire la strada”. 

Il governo del Chiapas ha insistito nel dire che la strada non attraverserà Mitzitón, ma i piani della SCT (e le sue azioni, per quanto si è visto) dimostrano che la comunità è considerata “il chilometro zero” della controversa opera. 

“Abbiamo detto loro che qui non avevano niente da fare e di andarsene, perché il governo sa che non diamo il nostro consenso per colpire il nostro territorio, e mente sui mezzi di comunicazione quando dice che il progetto della strada non esiste ancora e che non passerà per Mitzitón”. I governi federale e statale “vogliono ingannarci”, sostengono gli ejidatari. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/27/index.php?section=politica&article=016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

Gli assassini di Acteal.

La Jornada – Lunedì 24 agosto 2009

Carlos Fazio

Gli assassini di Acteal

Il massacro di Acteal fu un’operazione di guerra. E come tale, un crimine di Stato. L’assassinio di 45 indigeni tzotziles per mano di paramilitari provvisti di armi di grosso calibro e pallottole ad espansione diede inizio ad una nuova fase della guerra di bassa intensità del regime di Ernesto Zedillo contro l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), le sue basi di appoggio comunitarie e gli alleati civili.

L’azione genocida si iscrisse nel contesto di una guerra irregolare studiata dalla Segreteria della Difesa Nazionale (sedena) a fronte dell’insurrezione zapatista. La prima versione della strategia contrainsurgente è contenuta nel Plan de Campaña Chiapas 94, attribuito al generale Miguel Godínez, comandante della settima regione militare (1990-95). L’obiettivo strategico di questo piano era distruggere la volontà di combattere dell’EZLN isolandolo dalla popolazione civile. Come obiettivi tattici figuravano la distruzione, disorganizzazione o neutralizzazione della struttura politica e militare dell’insurgencia, per cui, insieme ad operazioni di intelligenza, psicologiche e di controllo della popolazione, si istruiva l’organizzazione ed addestramento di “forze di autodifesa”.

Si ordinava testualmente di “organizzare segretamente certi settori della popolazione civile, tra gli altri, allevatori, piccoli proprietari ed individui caratterizzati da alto senso patriottico, che saranno impiegati ad eseguire ordini a sostegno delle nostre operazioni“. Secondo il piano, le operazioni militari includevano “l’addestramento, assistenza ed appoggio delle forze di autodifesa ed altre organizzazioni paramilitari“, compiti che rimanevano a carico di istruttori dell’Esercito. I paramilitari dovevano partecipare “ai programmi di sicurezza e sviluppo” della Sedena. Tra altri compiti, dovevano fornire informazioni che alimentassero i diversi rami dell’intelligenza militare (controinformazione, intelligenza di combattimento, intelligenza per l’appoggio di operazioni psicologiche, intelligenza della situazione interna). Inoltre, in coordinamento col governo del Chiapas ed altre autorità, la settima regione militare doveva “applicare la censura” ai mezzi di comunicazione di massa.

La Sedena stimava allora che tra truppe di élite e miliziani l’EZLN contava su 4.800 effettivi, mentre il suo mare territoriale (organizzazioni di massa) comprendeva 200.000 persone. I gruppi paramilitari cominciarono ad agire in Chiapas quasi contemporaneamente all’offensiva militare del 9 febbraio 1995. Questa azione, conosciuta come “il tradimento di Zedillo“, fallì nel suo intento di catturare il subcomandante Marcos e decapitare il comando indigeno, ma diede inizio alla fase di guerra sporca e paramilitarizzazione del conflitto.

La campagna militare fu guidata dal comandante della settima regione militare, generale Mario Renán Castillo (1995-1997), uscito dal Centro di Addestramento alla Guerra psicologica, Operazioni Speciali e Forse Speciali di Fort Bragg, Stati Uniti. Il generale creò la Fuerza de Tarea Arcoiris e gruppi di forze aerotrasportate dell’Esercito. Seguendo l’esempio dei baschi verdi del Pentagono in Vietnam, dentro la strategia di guerra irregolare creò in Chiapas una dozzina di gruppi paramilitari. Tale strategia contrainsurgente, perfezionata dai kaibiles in Guatemala negli anni ’80, consisteva nel reclutare, armare ed addestrare indios per cercare di ammazzare, da dentro, il seme dell’autonomia zapatista. Per i comandi castrensi, i municipi ribelli rappresentavano la nascita di un nuovo soggetto politico indipendente che bisognava distruggere.

Il crimine di lesa umanità di Acteal fu un’azione bellica orchestrata con freddezza. Rispose ad una logica profonda: l’intensificazione del conflitto. Il generale Castillo applicò ad Acteal gli insegnamenti del Manuale di Guerra Irregolare, Operazioni di Controguerriglia e Ristabilimento dell’Ordine, pubblicato dalla Sedena e di cui gli si attribuisce la paternità. In questo manuale si insegna come combattere l‘insurgencia. Citando Mao Tse-Tung si afferma che “il popolo sta alla guerriglia come l’acqua al pesce“. Ma al pesce, aggiunge, si può rendere impossibile la vita nell’acqua, agitandola, introducendo elementi dannosi alla sua sussistenza, o pesci più aggressivi che lo attacchino, lo perseguano e lo obblighino a sparire. Secondo il manuale, per fare della “vita del pesce un incubo” è necessario mantenere azioni interconnesse tra le operazioni per controllare la popolazione civile e le azioni tattiche di controguerriglia. In questo senso il coinvolgimento di civili in operazioni militari fu coordinato con azioni psicologiche, l’azione civica e l’implementazione di un’ampia rete di informazione. Tale strategia fu diretta a tendere un cerchio sanitario intorno all’EZLN, per fissarlo ad un terreno previamente tracciato e, una volta isolato dalla sua base sociale, cercare di distruggerlo ed annichilirlo.

Nei fatti di Acteal la politica e la giustizia rimasero subordinate alla logica della guerra di bassa intensità. Ora, la liberazione di 20 paramilitari, poiché non sono state osservate le procedure del giusto processo, lascia aperto il problema della verità. Un rapporto recentemente desecretato, elaborato dall’Agenzia di Intelligence della Difesa degli Stati Uniti (DIA), conferma il vincolo diretto tra l’Esercito ed i paramilitari in Chiapas e contraddice la storia ufficiale e gli scribi revisionista di Nexos ed il CIDE.

Seguendo verso l’alto la catena di comando, la paternità intellettuale del massacro arriva ai due comandanti della settima regione militare dell’epoca; il segretario della Difesa, generale Enrique Cervantes, ed il comandante supremo delle Forze Armate, l’allora presidente Ernesto Zedillo.   http://www.jornada.unam.mx/texto/018a1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

Info del 24 agosto.

La Jornada – Lunedì 24 agosto 2009

RIVIELLO: L’ESERCITO FIN DAL 1984 SI PREPARAVA AD AFFRONTARE L’INSURREZIONE IN CHIAPAS

Jesús Aranda

L’irruzione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Chiapas obbligò all’Esercito Messicano a modernizzare la sua struttura operativa, materiale e di armamento; migliorare l’addestramento dei soldati in territorio nazionale ed all’estero; modificare la divisione territoriale ricollocando e creando nuove unità, oltre ad affrontare i problemi di corruzione e mancanza di aiuti economici che colpivano le sociali, la morale e la vita dei soldati e delle loro famiglie. http://www.jornada.unam.mx/texto/008n1pol.htm

 Il caso Acteal debe essere riaperto “a partire dall’ipotesi che fu un crimine di Stato”

Alfredo Méndez

L’origine del massacro di Acteal e l’individuazione dei suoi autori intellettuali e materiali devono essere indagati dalla Procura Generale della Repubblica (PGR) a partire dall’ipotesi che pongono i rapporti desecretati del servizio di intelligenza del governo degli Stati Uniti, nei quali si rivela che gli ex presidenti Carlos Salinas ed Ernesto Zedillo appoggiarono la creazione di gruppi paramilitari in Chiapas, afferma il costituzionalista Elisur Arteaga Nava.    http://www.jornada.unam.mx/texto/009n1pol.htm

Il caso Acteal per la giustizia internazionale è ancora

Gabriel León Zaragoza

Sebbene i rapporti desecretati dal governo degli Stati Uniti rivelano che gli ex presidenti Carlos Salinas ed Ernesto Zedillo appoggiarono la creazione e l’addestramento di gruppi militari in Chiapas, non si tratta di informazioni nuove, perchè già cinque anni fa queste furono rese note e fanno parte dell’interpellanza presentata alla Corte Interamericana dei Diritti Umani contro lo Stato messicano per il massacro di Acteal, ha sottolineato il Segretariato Internazionale Cristiano di Solidarietà con i Popoli dell’America Latina (Sicsal).   http://www.jornada.unam.mx/texto/010n1pol.htm

 ARIC si dice disposta al dialogo con gli zapatisti

Elio Henríquez

San Cristóbal de las Casas, Chis., 23 agosto. La Asociación Rural de Interés Colectivo (ARIC) Unión de Uniones Independiente y Democrática ha deciso in assemblea generale di “riprendere gli spazi di dialogo con i fratelli zapatisti per cercare soluzioni ai diversi conflitti relazionati con la terra, in maniera pacifica e positiva”. 

Durante l’incontro svolto nei giorni scorsi nella comunità di Las Tazas, municipio di Ocosingo, si è inoltre deciso di appoggiare “totalmente” tre villaggi situati nella riserva dei Montes Azules per impedire che vengano ricollocati o sgomberati con la forza, hanno dichiarato i partecipanti nel loro pronunciamento.

“Ci preoccupa la chiusura delle autorità statali e federali per regolarizzare le terre, perché offrono solo indennità o ricollocamento alle tre comunità situate nel bacino del Río Negro”, hanno affermato i partecipanti. 

Si chiede inoltre di analizzare e risolvere l’inesistenza o precarietà dei servizi prioritari perché solamente nell’ambito della salute la segreteria statale di settore ignora le comunità iscritte all’organizzazione – molte di queste situate nella selva Lacandona – e le strutture esistenti non hanno medicine o le hanno ormai scadute.   http://www.jornada.unam.mx/texto/010n2pol.htm

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 21 agosto 2009

Un rapporto dell’Agenzia di Intelligence della Difesa (DIA) parla della partecipazione dell’Esercito

CSG e Zedillo autorizzarono l’appoggio ai paramilitari in Chiapas, dicono gli Stati Uniti

Questi gruppi armati erano sotto la supervisione dell’intelligenza militare messicana nelle date in cui si perpetrò il massacro di Acteal

L’Archivio Nazionale della Sicurezza ha mostrato i documenti

David Brooks – Corrispondente

New York, 20 agosto. L’Agenzia di Intelligence della Difesa degli Stati Uniti (DIA) ha informato circa “l’appoggio diretto” dell’Esercito Messicano ai paramilitari in Chiapas dato fin dalla metà del 1994, con l’autorizzazione dell’allora presidente Carlos Salinas, come parte della strategia contrainsurgente contro le basi zapatiste, e segnala che questi gruppi armati erano sotto la supervisione dell’intelligenza militare messicana durante le date in che si perpetrò il massacro ad Acteal, già con Ernesto Zedillo come titolare dell’Esecutivo. Tutto questo è riportato in documenti ufficiali statunitensi recentemente resi pubblici e presentati oggi dall’organizzazione denominata National Security Archive (Archivio Nazionale di Sicurezza).

Un cablogramma inviato dalla Difesa degli Stati Uniti in Messico alla direzione dell’Agenzia di Intelligence della Difesa (DIA), istanza del Pentagono, datato 4 maggio 1999, informa che “a metà del 1994, l’Esercito Messicano contava sull’autorizzazione presidenziale per istituire squadre militari incaricate di promuovere gruppi armati nelle aree conflittuali del Chiapas. L’intento era addestrare personale indigeno locale per resistere all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Inoltre, durante il massacro di Acteal del 1997, ufficiali dei servizi dell’Esercito erano coinvolti nella supervisione dei gruppi armati negli Altos del Chiapas“.

Descrivendo “l’appoggio diretto” dell’Esercito Messicano a gruppi indigeni armati nella zona del Chiapas dove si trova Acteal, il cablogramma informa di una rete clandestina di “squadre di uomini dell’intelligence” formati dall’Esercito a metà del 1994, con l’autorizzazione dell’allora presidente Carlos Salinas de Gortari. Queste squadre avevano il compito di infiltrare comunità indigene per ottenere informazioni su “simpatizzanti” zapatisti.

Furono queste squadre, aggiunge, a promuovere gruppi armati antizapatisti – che significa, paramilitari – fornendo sia “formazione” sia protezione di fronte alle autorità di pubblica sicurezza ed unità castrensi nella regione. Il cablogramma informa che queste attività si realizzavano già dal dicembre del 1997, quando avvenne il massacro di Acteal.

La cosa più importante sui documenti della DIA è che contraddicono direttamente la storia ufficiale sul massacro raccontata dal governo dell’allora presidente Ernesto Zedillo“, afferma Kate Doyle, direttrice del Progetto México del National Security Archive, nella sua presentazione dei documenti che la sua organizzazione ha ottenuto secondo le leggi sulla libertà di informazione e diffusi attraverso il suo sito internet. Doyle ricorda che la relazione del procuratore generale della Repubblica, Jorge Madrazo, nel 1998, affermava che la Procura Generale della Repubblica aveva documentato l’esistenza di gruppi civili armati a Chenalhó, “non organizzati, articolati, addestrati né finanziati dall’Esercito Messicano né da altre istanze governative, ma la loro nascita ed organizzazione risponde ad una logica interna determinata dallo scontro tra le comunità e dentro le comunità, con le basi di appoggio zapatiste“.

Il cablogramma della DIA offre anche dettagli fino ad ora sconosciuti sul funzionamento delle squadre di “intelligence umana” dell’Esercito Messicano nel concedere questo appoggio. Il cablogramma descrive che queste squadre erano composte “al principio da ufficiali giovani con gradi di capitano in seconda e in primo, così come da alcuni sergenti scelti che parlavano i dialetti della regione“.

Il rapporto inviato alla sede della DIA aggiunge che le squadre di intelligence “erano composte da tre/quattro persone incaricate di coprire le comunità per un periodo di tre o quattro mesi. Dopo tre mesi, gli ufficiali appartenenti alle squadre venivano trasferiti a rotazione in una comunità differente in Chiapas. La preoccupazione per la sicurezza delle squadre era la ragione principale della rotazione di questi ogni tre mesi“.

Per Doyle questi documenti portano alla conclusione che la logica della Segreteria della Difesa Nazionale (Sedena) era “una strategia di contrainsurgencia accuratamente studiata che combinava programmi di azione civica – spesso annunciati dalla Segreteria della Difesa con dichiarazioni alla stampa – con operazioni di intelligence segrete studiate per rafforzare i paramilitari e provocare il conflitto contro i sostenitori dell’EZLN“.

Doyle critica la mancanza di accesso da parte del governo messicano a tutta la documentazione su Acteal. “Fino a che l’amministrazione attuale non deciderà di onorare il suo obbligo di informare i cittadini sulla verità del massacro del 1997, il reclamo della gente per i fatti rimarrà perso negli archivi scomodi. Ed a noi non resta che ricorrere agli Stati Uniti alla ricerca di informazioni sull’Esercito Messicano ed Acteal“.

Spiegamento di truppe

Nel secondo dei due documenti declassificati e presentati dal National Security Archive, si trasmettono informazioni sullo spiegamento di 5.000 elementi di truppa da parte del governo di Zedillo – per rinforzare i 30.000 dispiegati permanentemente in Chiapas, o in quella che è chiamata “zona di conflitto” – immediatamente dopo il massacro dei 45 indigeni tzotziles ad Acteal, il 22 dicembre 1997.

Citando “fonti aperte” ai mezzi di comunicazione, così come segrete, l’ufficio aggiunto della Difesa degli Stati Uniti in Messico informa la DIA nel cablogramma datato 31 dicembre 1997, che circa 2.000 truppe, più altre forze, sono state dispiegate nella zona di Chenalhó per offrire “legge ed ordine” nella regione, così come “compiti sociali” a comunità indigene, in particolare alle comunità sfollate dal gruppo MIRA. Indica che elementi di questo gruppo paramilitare hanno governato la zona con “minacce e violenza nella regione di Chenalhó“. Nello stesso tempo, si informa che altre unità sono state “messe in allerta per intervenire nel caso di un’insurrezione”.

Tra le “fonti aperte” citate dal documento, comprese alcune pubblicazioni, si menziona La Jornada, alla quale si riferisce come “un giornale ritenuto ben scritto, inclinato a sinistra, con buona copertura delle notizie“. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/21/index.php?section=politica&article=003n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 20 agosto 2009

Il Congresso chiederà a Calderón una nuova inchiesta su Acteal

Si rileva che gli autori intellettuali restano impuniti

C. Pérez Silva e G. Saldierna

La Commissione Permanente del Congresso dell’Unione ha trovato ieri un punto di accordo nel quale si esorta il presidente Felipe Calderón ed il governatore del Chiapas, Juan Sabines, a riaprire una nuova indagine sul massacro del 22 dicembre 1997 nel villaggio di Acteal.http://www.jornada.unam.mx/2009/08/20/index.php?section=politica&article=011n1pol

Read Full Post »

ONU chiede giustizia per Acteal.

La Jornada – Mercoledì 19 agosto 2009

ONG chiedono di riaprire il processo di Acteal

Presa di posizione dell’Alto Commissariato dell’ONU che solleverà la richiesta di giustizia in ambito internazionale http://www.jornada.unam.mx/2009/08/19/index.php?section=politica&article=012n1pol

Foto Moysés Zúñiga Santiago

Foto Moysés Zúñiga Santiago

Su invito dell’organizzazione civile Las Abejas, Alberto Brunori, rappresentante in Messico dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha visitato la località nel municipio di Chenalhó, dove 45 indigeni furono assassinati il 22 dicembre 1997. Il funzionario ha dichiarato che la sentenza della Corte Suprema cheha permesso la liberazione di 20 implicati nel massacro, rivela “che non ci fu un’indagine adeguata alla gravità dei fatti e, pertanto, non è stata garantita giustizia per le vittime”.

Read Full Post »

Acteal, un’altra volta.

La Jornada – Martedì 18 agosto 2009

Acteal, un’altra volta

Luis Hernández Navarro

Non è una visione manichea e semplicista. Il massacro di Acteal è quello che è: un crimine di Stato perpetrato dal governo di Ernesto Zedillo. La liberazione di 20 dei paramilitari responsabili del massacro da parte della Corte Suprema di Giustizia della Nazione (SCJN), col pretesto che non è stato garantito oro un giusto processo, non copre questo fatto. La ragione giuridica non può occultare la verità storica.

L’imminenza del bagno di sangue ad Acteal era stata avvertita da molti giornalisti, analisti e conoscitori della regione. I drammatici reportage di Hermann Belinhausen, Blanche Petrich e Juan Balboa mostravano le tracce della preparazione del crimine prima ancora che si verificasse. Il sacrificio era annunciato.

Per comprendere appieno la tragedia bisogna capire tanto quello che succedeva nella comunità e in Chiapas. Luoghi come la regione chol ed il municipio di Bachajón vivevano situazioni simili da mesi. Anche se parlava di pace, Ernesto Zedillo faceva la guerra. Nei posti chiave dello stato si promuoveva la formazione di gruppi paramilitari. Ma molte delle sue vittime non furono zapatisti, ma civili pacifici e disarmati che, come nel caso di Acteal, pregavano per la pace.

Editoriali de La Jornada del 22 novembre e del 17 dicembre 1997 dicevano senza ambiguità quello che sarebbe successo ad Acteal. Nel primo si segnalava che (la crescita della violenza) “è estremamente preoccupante poiché il tipo di conflitto in atto a Chenalhó ha grandi similitudini con quanto accaduto nella zona nord dello stato, dove agisce Paz y Justicia“. Il supplemento Masiosare dedicò la copertina del 14 dicembre 1997 a questo tema e titolò: “Chenalhó, un altro giro di guerra“.

Padre Miguel Chateau, parroco di Chenalhó ed uno dei più profondi conoscitori della regione avvertiva: “la guerra di bassa intensità annichilisce il mondo tzotzil” (La Jornada, 15/12/97). Il prete non parlava tanto per dire. Egli stesso era minacciato di morte. Jacinto Arias, presidente municipale del PRI ed uno dei principali promotori dei paramilitari, gli mise una birra in mano e gli disse: “Se non controlla la sua gente, un giorno o l’altro l’ammazziamo. Glielo dico faccia in faccia, padre. Bruceremo il suo corpo perchè non brucino i vermi“.

In un reportage televisivo sugli indigeni sfollati del municipio dai paramilitari, intitolato Chiapas: testimonianza di un’infamia, Ricardo Rocha percepiva la tempesta che si stava avvicinando. Intervistando don Samuel Ruiz e don Raúl Vera, il giornalista confessò loro: “Vengo dagli Altos del Chiapas e sono profondamente indignato, attonito che ancora possano succedere queste cose (…) anche profondamente addolorato per quello che succede là e che sicuramente voi conoscete: è inumano…

Andrés Aubry e Angélica Inda, due dei più grandi conoscitori della dinamica sociale degli Altos del Chiapas, analizzarono con rigore la nascita dei paramilitari nella regione in nove illuminanti articoli pubblicati da La Jornada. Il primo di questi, “Chenalhó in bilico“, apparso il 30 novembre 1997, tre settimane prima del massacro, smontava l’ipotesi che dietro la violenza in corso c’era un conflitto religioso. “A Chenalhó i due dirigenti antagonistici, il presidente costituzionale (del PRI) ed il suo concorrente, il presidente (ribelle) della sede autonoma dello stesso municipio, sono evangelici“, scrivevano.

Mesi prima nell’articolo: “Chenalhó: i pericoli dell’anima“, pubblicato da La Jornada a giugno del 1997, analizzavo la gestazione dell’offensiva paramilitare in quel municipio per concludere: “Quello che oggi è in pericolo non è l’anima, ma la vita degli uomini pipistrello“. Il 2 dicembre, ne “La guerra che non osa dire il suo nome“, scrivevo che la paramilitarizzazione era la risposta governativa all’espansione politica e sociale dello zapatismo, evidenziata dalla trionfale marcia dei mille 111 ribelli a Città del Messico a settembre di quell’anno, così come alla sua crescente installazione in territorio chiapaneco. “I paramilitari – scrivevo – a differenza dell’Esercito o della polizia, non devono rendere conto a nessuno, esulano dal giudizio pubblico. Possono agire con la più assoluta impunità e, perfino, presentarsi come vittime.” Purtroppo la recente sentenza della SCJN dà ragione a quelle parole.

Il massacro non fu un fatto isolato o fortuito, prodotto dalla rivincita di fazioni indigene in lotta per problemi comunitari. Non fu uno scontro. In Chiapas c’è una guerra, e non c’è attività umana più pianificata di questa. Acteal è stata un’azione bellica che rispondeva alla sua logica profonda: l’intensificazione del conflitto, che avviene, secondo Clausewitz, quando due eserciti si affrontano e “devono divorarsi tra loro senza tregua, come l’acqua ed il fuoco che non si equilibrano mai.”

La strategia governativa era tracciata in anticipo. Immediatamente dopo il massacro l’Esercito ampliò la sua presenza in Chiapas con più di 5.000 effettivi oltre a quelli già presenti ed autorizzò la sua partecipazione “nella prevenzione di nuovi fatti violenti“. Si trasferirono verso le Cañadas truppe distaccate in Campeche e Yucatan, mentre si stabilirono nuovi accampamenti nella regione degli Altos. Si volle tendere un nuovo accerchiamento militare allo zapatismo, un nuovo cordone sanitario, per tentare di frenare la sua espansione e l’esrcizio dei municipi autonomi.

Questa logica venne allo scoperto nei mesi successivi. La guerra sporca contro lo zapatismo seguì il suo corso sanguinoso. Acteal fu il segnale di partenza per accrescere l’offensiva bellica. Forze combinate di diverse polizie ed eserciti attaccarono violentemente i municipi di Taniperlas, Amparo Aguatinta, Nicolás Ruiz e El Bosque, fino a che il 6 luglio 1998, a Chavajeval ed Unión Progreso, le forze repressive cozzarono contro un muro.

La liberazione degli assassini di Acteal e la pretesa di riscrivere la storia del massacro non sono un atto di giustizia: sono la continuazione della guerra con altri mezzi. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/18/index.php?section=opinion&article=019a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Older Posts »