Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 2009

Chiusi i Caracoles.

La Jornada – Giovedì 31 dicembre 2009

L’EZLN vince a dispetto della persecuzione del governo, si rileva nel seminario in memoria di Andrés Aubry.

Gli zapatisti chiudono i Caracoles al pubblico.

Hermann Bellinghausen, inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 30 dicembre. Alla vigilia del 16° anniversario della sollevazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), i cinque Caracoles sono stati chiusi al pubblico. Così, uno striscione posto ad Oventic, nella regione degli Altos, avvertiva oggi che non si riceveranno visitatori, nazionali o internazionali fino al 2 gennaio. A Morelia, un’insegna simile annunciava che le autorità zapatiste sono andate “in ferie”.

Intanto, e con l’anniversario zapatista come riferimento, questa sera ha avuto inizio in questa città il Seminario internazionale di analisi e riflessione. Durante la prima sessione, Gustavo Esteva ha detto: “Sono istanti di pericolo. Come bene ci diceva Andrés Aubry: siamo in un ‘pericoloso momento di oscillazione’ che risulta tragico perché si è rovinato o destabilizzato qualcosa che era essenziale affinché funzionasse il sistema”.  Seguendo il filo dell’interminabile collasso neoliberale, le recenti rivolte nel mondo (da Seattle alla Grecia) e la repressione sempre di più brutale, lo studioso di Unitierra-Oaxaca aggiunge:  “È l’ora dei miserabile, degli oppressi. Di coloro che sono stati sempre esclusi dalla politica, anche se sempre presenti nei discorsi dei politici, che oggi rivendicano un’altra politica che li converta in protagonisti centrali della vita sociale”.  Orbene, quando “vincono” i movimenti di resistenza? Per questi, vincere “è fermare quello che non vogliono” (dicono no a McDonald’s, a una diga, una strada, una politica, un governante, un regime), ma non adottano un sé comune, come i politici ed i partiti. Anche cosí, sottolina Esteva, ci sono sempre più lotte che costruiscono un’alternativa, un sé, e la portano avanti.  “Nonostante l’accerchiamento militare e l’aggressione paramilitare, sotto continuo assedio di tutti i livelli del malgoverno, e la vessazione o l’indifferenza delle classi politiche di tutto lo spettro ideologico, gli zapatisti vincono nel loro territorio recuperato, nel quale hanno creato un regime differente di vita e di governo”, ha affermato.  Ha citato gli aymaras e quechua “che in maniera silenziosa e pacifica hanno occupato un milione di ettari in Perù che ora coltivano secondo le loro pratiche tradizionali e producono il 40% degli alimenti del paese, con rendimenti molto maggiori dell’agricoltura commerciale”. Stanno “vincendo” anche un milione di famiglie del Movimento Sin Tierra del Brasile, insediate “su quello che fino a poco tempo fa era nelle mani dei latifondisti”. Esteva ha insistito che “il pericolo è reale, è stato distrutto lo stato di diritto e le classi politiche ed i loro alleati sono in piena decomposizione morale”. E da tempo “conosciamo i tratti criminali dei nostri governanti”.

Lo storico francese Jérome Baschet ha offerto una lettura sincronica della parola e della pratica dell’EZLN, sostenendo che “l’autonomia zapatista dimostra che è possibile costruire un futuro”. Ma, “che cosa succede alle comunità, e che cosa viene dopo il capitalismo?” Baschet è inoltre editore del libro Planeta tierra, movimientos antisistémicos, la cui presentazione ha dato origine a questo Seminario internazionale, nell’ambito del Primer coloquio internacional en memoria de Andrés Aubry (2007). Il presentatore della sessione, Javier Matas, ha sottolineato che il seminario “è la continuazione” di quelle riflessioni.

All’antropologa ed attivista Mercedes Olivera, che ha aperto la conferenza collettiva celebrata oggi, tale proseguimento della riflessione ha permesso un dialogo personale col suo amico distante Andrés Aubry, ed ha ricordato quando lo accolse al suo arrivo in Chiapas tre decenni fa. Ha parlato con sincerità delle differenze che avevano, ammettendo la sua “ortodossia” militante di allora. Olivera si sarebbe reincontrata con Aubry “alla convocazione dell’EZLN a partire dalla sua sollevazione”. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/31/index.php?section=politica&article=008n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 31 dicembre 2009

Il Chiapas approva una legge sui diritti indigeni che limita usi e costumi

Ángeles Mariscal, corrispondente. Tuxtla Gutiérrez, Chis., 30 dicembre. Il Congresso locale il 29 dicembre ha approvato la Legge dei Diritti Indigeni per lo Stato del Chiapas che dice di riconoscere gli usi e costumi dei popoli indigeni, purché non contravvengano i precetti delle costituzioni statale e federale.

La giustificazione della nuova legge, promossa dal governatore Juan Sabines Guerrero, dice di plasmare i principi normativi per riconoscere il diritto alla libera determinazione e all’autonomia dei popoli indigeni, contenuti negli accordi di San Andrés Larráinzar.

Tuttavia, l’articolo primo dice che la legge approvata regolamenta l’articolo 13 della Costituzione Politica dello Stato del Chiapas che riconosce questa entità come uno stato pluriculturale basato sui popoli indigeni.

All’articolo 12 la nuova legge riconosce il diritto alla libera determinazione e all’autonomia dei popoli e comunità indigene “nella cornice della Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani ed in particolare dello stato”. All’articolo 15 aggiunge che le relazioni dei popoli indigeni chiapanechi con altri fuori dello stato dovranno attenersi a quanto disposto dalle costituzioni statale e federale.

L’articolo 28 recita: “Gli usi e costumi che si riconoscono legalmente validi e legittimi dei popoli indigeni per nessun motivo o circostanza dovranno contravvenire alla Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani, a quella dello stato, alle leggi statali vigenti, né colpire i diritti umani né di terzi”.

L’articolo 65 segnala che i popoli indigeni avranno “accesso” alle risorse delle loro terre e territori nei termini dell’articolo 27 della Costituzione federale, e che i meccanismi e programmi per lo sfruttamento di queste risorse dovranno essere studiati in coordinamento con autorità federali e statali.

Si proibisce qualsiasi tipo di ricollocamento o spostamento delle comunità indigene, salvo che avvengano per propria volontà “o siano motivati da causa di utilità pubblica legalmente accreditata e giustificata, o per la conservazione dell’ordine pubblico, in particolare per quanto si riferisce a casi di rischi, disastri, sicurezza o sanità”.

L’articolo 77 stabilisce che il governo dello stato ed i municipi promuoveranno imprese di proprietà delle comunità indigene, per “ottimizzare” l’utilizzo delle materie prime dei loro territori. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/31/index.php?section=estados&article=021n2est

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 30 dicembre 2009

Inizia oggi in Chiapas il Seminario internazionale di riflessione e analisi che si concluderà il 2 gennaio, al quale partecipano intellettuali e studiosi di fama. L’incontro in occasione della pubblicazione del libro “Primer coloquio in memoriam Andrés Aubry”

Hermann Bellinghausen, inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 29 dicembre. Dal 30 dicembre al 2 gennaio si riuniranno alla periferia di questa città, intellettuali e studiosi di fama nel Seminario internazionale di riflessione ed analisi, che si celebra in occasione della pubblicazione del libro Primer coloquio internacional in memoriam Andrés AubryPlaneta Tierra: movimientos antisistémicos… (Edizioni Cideci Unitierra, 2009, con prefazione dello storico Jérome Baschet).

In questo nuovo incontro di discussione, a due anni da quello svolto qui con la presenza e partecipazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ed alcuni dei pensatori alternativi più importanti al mondo, come Immanuel Wallerstein, John Berger, Pablo González Casanova e Francois Houtart, si dà continuità a quella discussione. Dalla teoria e la pratica anticapitalista, antisistema, autonoma, in resistenza.

Questo mercoledì inizia una serie di sei sessioni o “conferenze collettive”, alle quali parteciperanno Luis Villoro, Paulina Fernández, Javier Sicilia, Walter Mignolo e lo stesso González Casanova. Così, daranno continuità al lavoro di pensiero antisistema che è nato qui grazie all’eminente antropologo Andrés Aubry, morto nel 2007 in un incidente automobilistico. Aubry è stato uno dei principali esponenti della corrente di pensiero rimasto in sintonia col movimento indigeno zapatista dal 1994, e con un dialogo continuo ha partecipato all’evoluzione politica e teorica delle pratiche autonome delle comunità ribelli di oggi.

Durante il Seminario parleranno anche Mercedes Olivera, Gustavo Esteva, Sergio Tischler, Corinne Kumar, Sergio Rodríguez Lazcano, Catherine Walsh, Silvya Marcos, Fernanda Navarro, Arturo Anguiano, Jean Robert, Bárbara Zamora e Theodor Shanin.

Da parte sua, il corposo volume raccoglie le conferenze collettive di quell’inverno del 2007, intessute con la parola zapatista attraverso le sette parti del documento “Né centro né periferia” del subcomandante Marcos, sui “calendari e geografie”.

Tutto un manifesto per “un’altra” etica e “un’altra” politica, “alle quali non si possono neppure applicare queste definizioni”, disse allora Marcos, “per il carico di passato che portano e che ci impedisce di vedere quello che non esisteva fuori ma esiste nei nostri cuori, nelle nostre ragioni, come direbbe Pascal e dicono gli zapatisti”.

Sono inoltre memorabili le conferenze di Naomí Klein (che arrivava sulla cresta dell’onda del suo “Teoria dello shock”), Jorge Alonso e Gilberto Valdés, così come le partecipazioni di Vía Campesina, il Movimento dei Sin Tierra del Brasile e del comandante David, dell’EZLN. Tutto questo raccolto nel… Planeta Tirra, movimientos antisistémicos

Nel prologo del volume, che rappresenta un rinnovato omaggio ad Andrés Aubry, Jérome Baschet afferma: “Andrés, vivi, la tua lotta, la nostra, continua”, e praticamente saluta così il seminario internazionale di questo fine d’anno nelle strutture di Cideci-Unitierra, nella colonia Nueva Maravilla di questa città. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/30/index.php?section=politica&article=009n1pol

Per seguire il Seminario http://www.livestream.com/seminariodereflexionanalisis

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 24 dicembre 2009

Luz y Fuerza del Pueblo si oppone alla privatizzazione dell’acqua alla frontiera sud

Hermann Bellinghausen. L’organizzazione Luz y Fuerza del Pueblo, della regione di confine del Chiapas, aderente alla’Altra Campagna dell’EZLN ha annunciato, “con indignazione e rabbia”, che si disporrà in resistenza civile “di fronte all’intenzione di privatizzare l’acqua” da parte del governo. “Non permetteremo che ci tolgano la risorsa più importante che ci dà vita come popolo e come umanità. Perché privatizzare l’acqua è privatizzare la vita”.

In un comunicato rivolto al presidente Felipe Calderón ed al governatore Juan Sabines Guerrero, Luz y Fuerza del Pueblo manifesta la sua decisione di “prendere nelle nostre mani le fonti d’acqua, fiumi e ruscelli che da tempi ancestrali sono serviti per irrigare la nostra produzione e avere così il nostro cibo quotidiano”.

E avverte: “A voi autorità che sia ben chiaro: lotteremo per difendere la nostra acqua come parte della vita”.

L’organizzazione riferisce: “I nostri agenti municipali e commissari ejidales ci hanno informati che attraverso la presidenza municipale di Comitán si sono svolte riunioni col presidente municipale Óscar Eduardo Ramírez Aguilar, che ha ‘ordinato ‘ alle nostre autorità che le comunità, fattorie ed ejidos del municipio inizino questo anno il processo di concessione e proprietà del sistema delle acque delle comunità, e che dobbiamo passare a registrare sorgenti, fiumi, ruscelli, pozzi profondi e falde”.

Le autorità governative dicono alle comunità che “per adesso” la procedura è gratis, ma chi non lo farà, poi dovrà pagare. “È il principio della privatizzazione del sistema delle acqua delle comunità e delle fattorie della regione di confine e del Chiapas”, sostiene l’organizzazione.

Nello stesso tempo, denuncia che chi ne beneficerà “sono le grandi imprese transnazionali presenti in maniera massiccia a Comitán, come Aurrerá, Sams’ Club, WalMart, Totis, Coca Cola, Pepsi Cola ed altre industrie dell’imbottigliamento, come parte del Proyecto Mesoamericano (già Plan Puebla Panamá), e la loro intenzione è trasformare Comitán in un polo di sviluppo come città di confine vicina al Guatemala”.

Luz y Fuerza del Pueblo aggiunge che “le campagne radiofoniche” promosse dalla presidenza municipale, “non convinceranno la nostra gente; lotteremo fino alle ultime conseguenze e non riusciranno a raggiungere il loro obiettivo”.

L’organizzazione esprime inoltre solidarietà con i funzionari di pastorali della diocesi di San Cristóbal, “perseguitati dal governo”, ed offre sostegno “ai nostri fratelli di Comalapa e Chicomuselo” che respingono i progetti minerari del Canada e difendono “la terra e la vita”. E conclude: “Siamo uniti nella difesa della stessa cosa. Per questo è necessario cercare l’unità tra tutti i fratelli di tutte le comunità”. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/24/index.php?section=politica&article=012n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 23 dicembre 2009

Cocopa: Sono ancora vive le cause che provocarono la sollevazione armata del 1994

Roberto Garduño . La Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa) è integrata nella Camera dei Deputati e sarà presieduta dal perredista José Narro Céspedes. Il gruppo di lavoro vuole far rivivere la strada del dialogo tra l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ed il governo federale, visto che in questi 15 anni il tema è stato relegato nell’oblio.

La Cocopa sarà supportata da un gruppo di specialisti nel tema che negli anni scorsi hanno già fatto parte della commissione. Tra loro ci sono Jaime Martínez Veloz, Miguel Álvarez (che fece parte della Commissione Nazionale di Intermediazione), Juan Guerra e José Murat.

I deputati e senatori membri della Cocopa appartenenti alla 61a legislatura federale sono i panisti Andrés Galván, Ovidio Cortázar e Jesús Giles; del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), Ramiro Hernández, María Elena Orantes, Sami David e Rubén Moreira; per il Partito della Rivoluzione Democratica (PRD), Salomón Jara, Rubén Velázquez, Juan Carlos López Hernández e José Narro; per il Partito del Lavoro (PT), Alejandro González Yáñez, Amadeo Espinoza e Óscar González; per Convergencia, Pedro Jiménez; del Partito Verde, Manuel Velasco ed il deputato locale Carlos Arturo Penagos.

Come rappresentante del governo del Chiapas lavorerà nella Cocopa Jaime Martínez Veloz.

La commissione avrà una presidenza a rotazione di sei mesi, ed inizialmente starà guidata dal PRD con José Narro Céspedes.

Gran parte dei membri dell’attuale commissione hanno svolto un ruolo particolare nella riforma costituzionale che raccoglieva i principali consensi concretati negli accordi di San Andrés e che nel 1996 presentarono al Congresso federale come la Legge Cocopa, per il riconoscimento costituzionale dei diritti collettivi dei popoli indio.

La commissione che riconosce che sono ancora attuali le cause che diedero origine al conflitto armato del primo gennaio 1994, e spera di contribuire a raggiungere una pace giusta e degna nello stato del Chiapas.

Uno dei primi compiti della Cocopa sarà di visitare le giunte di buon governo nei municipi autonomi, per ottenere informazioni diprima mano sullo stato attuale del conflitto. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/23/index.php?section=politica&article=008n1pol

(Traduzione “Maribel” Bergamo)

Read Full Post »

Acteal.

La Jornada – Mercoledì 23 dicembre 2009

“Una presa in giro”, la conclusione dei giudici del caso Acteal: Arizmendi

Elio Henríquez, corrispondente. Acteal, Chis., 22 dicembre. Durante l’omelia in ricordo dei 45 indigeni assassinati 12 anni fa da un gruppo di paramilitari in questa località, Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo di San Cristobal de las Casas, ha dichiarato: “È una presa in giro ed una vergogna che si siano liberati per cavilli legali 29 responsabili di un crimine tanto orrendo.

“Quello che è successo il 22 dicembre 1997 continua a farci male e ci indigna che, nonostante la loro colpevolezza, alcuni siano stati liberati avvalendosi di deficienze del procedimento penale”. Ribadendo che “senza giustizia non ci può essere pace stabile e duratura e si perde fiducia nelle istituzioni”.

Alberto Brunori, rappresentante dell’Alto Commissariato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) per i Diritti Umani in Messico, ha ripetuto il suo appello allo Stato messicano a “porre fine all’impunità” nel caso Acteal e a garantire il diritto alla giustizia, alla verità ed al risarcimento. “L’oblio e l’impunità non sono la risposta che ci si aspetta da uno Stato democratico, rispettoso dei diritti umani”, ha affermato davanti a centinaia di persone.

Ha aggiunto che per il suo ufficio “il caso non è chiuso” e che se sono stati commessi errori ed omissioni nelle indagini, bisogna punire i responsabili. “Ma dopo tanti anni non ho ancora visto nessun responsabile”, ha affermato, dopo aver definito il massacro di Acteal come “il fatto più cruento nella storia recente del Messico”.

Le attività per ricordare le 21 donne, 15 bambini 9 uomini assassinati il 22 dicembre 1997 sono iniziate con un pellegrinaggio di decine di cattolici dalla comunità di Majomut ad Acteal, di circa quattro chilometri.

All’entrata di questa località l’organizzazione della società civile Las Abejas ha collocato uno striscione con la scritta: “A partire da oggi Acteal è stato designato ‘Luogo di Coscienza dell’Umanità ‘, per ispirazione di tutti quelli che lottano per la pace e la memoria incancellabile per le generazioni future”.

In una cerimonia successiva è stata fatta la dichiarazione ufficiale di Acteal come “Luogo di Coscienza”, per cui ora fa parte della Rete Latinoamericana che raggruppa 21 membri.

Alla fine del pellegrinaggio, con riti tradizionali, canti ed accompagnati da diversi sacerdoti e dai vescovi Arizmendi Esquivel ed il suo ausiliare, Enrique Díaz Díaz, gli oltre 500 partecipanti, tra i quali i rappresentanti del Sindacato Messicano degli Elettricisti e del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra di San Salvador Atenco, oltre a molti visitatori stranieri, hanno ricordato le vittime con una messa tradotta in tzotzil.

Las Abejas hanno affermato che i paramilitari “credevano che avrebbero distrutto il nostro seme, ma non solo non siamo scomparsi, ma nostro Dio padre-madre ci ha dato ali per volare in molte parti del Messico e di altri paesi per denunciare l’ingiustizia e le bugie dei governi e la pace che vogliono i popoli”.

(…) “Non vogliamo una guerra che torni a costare il sangue di milioni di fratelli. Vogliamo una nuova rivoluzione, ma non violenta, affinché abbiamo libertà, giustizia e pace e per recuperare la terra dalle mani di coloro che la stanno distruggendo e saccheggiando”, hanno aggiunto. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/23/index.php?section=estados&article=026n2est

(Traduzione “Maribel” Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 23 dicembre 2009

Accordo firmato tra OCEZ e governo

Elio Henríquez, corrispondente. San Cristóbal de las Casas, Chis., 22 dicembre. Il governo dello stato e l’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ-Regione Venustiano Carranza) hanno firmato un accordo per soddisfare le richieste in ambito agrario e sociale dell’organizzazione.

La OCEZ si è impegnata a rimuovere il presidio installato dal 26 ottobre scorso nella piazza della Cattedrale di San Cristóbal de Las Casas. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/23/index.php?section=estados&article=026n1est

Read Full Post »

Accordi di San Andrés.

La Jornada – Venerdì 18 dicembre 2009

 Attualità degli Accordi di San Andrés

Jaime Martínez Veloz

Gli accordi di San Andrés Larráinzar sono il risultato del processo di costruzione di accordi della più grande orizzontalità e partecipazione di cui si abbia memoria negli anni recenti della storia del Messico.    La definizione dell’agenda tra il governo federale e l’EZLN fu concordata dopo un lungo processo di incontro e scontro tra le parti. Il primo tema era Diritti e Cultura Indigeni, al quale, una volta sviluppato, seguivano: Democrazia e Giustizia, Benessere Sociale e Sviluppo; Situazione, Diritti e Cultura della Donna Indigena; Riconciliazione Sociale; Amnistia ed Accordo Finale di Pace.    Quello che oggi si conosce come gli Accordi di San Andrés Larráinzar è il risultato del processo di negoziazione del primo tema dell’agenda concordata tra le parti: Diritti e Cultura Indigeni; gli altri sono rimasti in sospeso per l’inadempimento governativo. Vale la pena ricordare che la costruzione di questi accordi è avvenuta in molti mesi di lavoro e consultazione delle comunità indigene, consulenti, ricercatori, delegazioni del governo federale e dell’EZLN, con la partecipazione della Commissione Nazionale di Intermediazione (Conai) e la partecipazione della Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa), con la copertura dei media nazionali che diedero conto e furono testimoni di un processo serio e responsabile. Per questo risulta inconsistente la successiva campagna di calunnie alimentate dagli uffici del potere politico ed economico contro un processo esemplare di costruzione di accordi. Questo, che sembra facile, si è costruito in mezzo ad una realtà complessa, dove tensioni, provocazioni e scontri si presentavano puntualmente quando si facevano passi avanti nella possibilità di dialogo tra le parti.    A noi che formavamo la prima Cocopa, era ben chiaro che la pace avesse molti nemici: la pace non è un affare, la guerra sì.    L’affermazione della prima Cocopa che una riforma democratica dello Stato è impensabile senza la partecipazione degli zapatisti, è ancora attuale nonostante il tempo trascorso, le orecchie sorde e l’arroganza delle cupole di partito e della classe di governo.    L’atteggiamento di questi ultimi, basato sul breve termine e su agende costruite attorno ai temi del potere e dei soldi, ha impedito loro di vedere le questioni del Messico profondo, le quali, dalla loro visuale, possono aspettare indefinitamente.   L’appello di quella Cocopa per promuovere un dialogo nazionale per la riforma democratica dello Stato che includesse tutti gli attori nazionali, compreso lo zapatismo, fu il punto di partenza per sbloccare il processo di negoziazione a San Andrés Larráinzar che si trovava in un vicolo cieco fino a prima del pronunciamento della commissione legislativa, che all’inizio fu appoggiato dall’allora presidente Ernesto Zedillo, anche se poi il suo personale si incaricò di smentirlo. Superfluo dire che nella riforma elettorale del 1996, concordata da tutti i partiti politici, si esclusero non solo gli zapatisti, ma tutti. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: nella nostra “democrazia” non vince chi presenta programmi migliori, ma chi ha a suo favore il potere e i soldi, legali e illegali.    Nel 2001, Vicente Fox con un evento mediatico inviò al Congresso dell’Unione gli Accordi di San Andrés, tramite il Senato, dove furono gettati nella spazzatura e al loro posto furono approvate modifiche alla Costituzione che snaturalizzarono il contenuto di quanto pattuito tra governo federale ed EZLN, modifiche che furono respinte da tutti i popoli indigeni.    Di fronte al rifiuto, un gruppo misto di 160 deputati, con la consulenza di distinti specialisti, tra questi Magdalena Gómez, ci aiutarono nella redazione della spiegazione dei motivi, riportata nei due ultimi articoli che precedono questo. Il 9 aprile 2002 presentammo al plenum della Camera dei Deputati l’iniziativa di legge originale sulle modifiche costituzionali in materia di diritti e cultura indigeni, elaborata dalla Cocopa, mediante accordo del governo federale e l’EZLN, il quale la accettò mentre il governo federale, con un’azione vergognosa e sleale davanti alla nazione, la respinse brandendo argomenti biechi e volgari, smentendo pubblicamente quello che la sua delegazione aveva pattuito con gli zapatisti. Questa iniziativa di legge non è stata bocciata, ma non gli si è nemmeno dato corso a causa degli interessi di chi si oppone alla costruzione di un Messico più giusto e democratico.

 Il disastro nazionale è l’espressione di tutto quello che si è opposto allo zapatismo. Quelli che accusavano l’EZLN di voler balcanizzare il paese, sono coloro che hanno complottato affinché oggi esistano frange di territorio nazionale sotto il controllo di gruppi mafiosi, alcuni dei quali creati col proposito di combattere gli zapatisti. Quelli che impedivano che le istanze indigene si esprimessero nella Costituzione, sono gli stessi che hanno permesso che si facessero emendamenti e riforme alla Magna Carta per consegnare in mani straniere porti, aeroporti, banche, produzione energetica, satelliti, ferrovie. Per questo credo che il Messico profilato negli Accordi di San Andrés trascenda il Chiapas e configuri i lineamenti di una nuova nazione. La questione non è quanti sono attualmente i membri dello zapatismo, bensì le sue cause e la portata della sua proposta, oggi più attuale che mai. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/18/index.php?section=opinion&article=016a2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Indennizzi alla OCEZ.

La Jornada – Giovedì 17 dicembre 2009

Un vitalizio alle vedove dei militanti della OCEZ morti durante l’arresto del leader

Il governo del Chiapas offre indennizzi

Elio Henríquez, corrispondente. San Cristóbal de las Casas, Chis., 16 dicembre. Il governo del Chiapas si è impegnato a versare pagare una pensione vitalizia di 10 mila pesos al mese a due donne rimaste vedove e ad un membro dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ) rimasto paraplegico a causa dell’incidente stradale avvenuto il 30 settembre, quando membri di questa organizzazione avevano tentato di impedire che la polizia catturasse il dirigente José Manuel Chema Hernández Martínez.  Dopo sette ore di dialogo pubblico nella piazza della cattedrale di questa città, dove decine di contadini mantengono un presidio da 50 giorni, le parti hanno inoltre concordato che le autorità statali daranno un aiuto di 4.500 pesos mensili ed assistenza medica ad altri due membri del gruppo feriti nello stesso incidente, fino a che non si rimetteranno.  http://www.jornada.unam.mx/2009/12/17/index.php?section=estados&article=029n1est

Read Full Post »

Feminicidios in Chiapas.

La Jornada – Mercoledì 16 dicembre 2009

ONG: Il Chiapas al primo posto per feminicidios

Ángeles Mariscal, corrispondente. Tuxtla Gutiérrez, Chis., 15 dicembre. Secondo una prima lettura delle statistiche sulla violenza nello stato, il Chiapas occupa il primo posto per feminicidios (donne uccise) con 138 casi nel primo semestre del 2009. Sessanta di loro presentavano indizi riconducibili al traffico di esseri umani, ha comunicato Martha Figueroa Mier, del Collettivo Donne di San Cristóbal.

Durante la riunione dell’Osservatorio sulla Violenza Sociale e di Genere composto da organizzazioni non governative, dall’Università Autonoma del Chiapas e da rappresentanti di diversi enti statali, il governatore Juan Sabines ha ricevuto l’analisi dei dati forniti dalla Procura Generale di Giustizia dello Stato (PGJE).

Figuero Mier ha spiegato che, secondo le informazioni ricevute dalla Procura, questo anno potrebbe chiudersi con oltre 300 donne uccise, perché la tendenza indica che da agosto a dicembre l’incidenza è aumentata.

“Registriamo come feminicidios i casi in cui c’è intenzione espressa di uccidere la donna per la sua condizione di genere; molte volte si stigmatizzano questi episodi, che comprendono anche la tortura, come se le vittime fossero responsabili della propria morte. La maggioranza sono donne giovani di tra i 15 e 30 anni di età”..

Ha inoltre precisato che nello studio non sono contemplati gli omicidi “incidentali”, per esempio, le morti per fuoco incrociato o quando le vittime sono morte in un luogo dove è stato commesso un illecito che non aveva nulla a che vedere con loro.

“Una stima empirica indica che dei 138 feminicidios registrati, in più di 60 non ci sono dati sulle morti, né sulle origini o identità delle vittime. Sono apparentemente quasi sempre donne straniere, centroamericane, classificate come sconosciute la cui età oscilla tra i 15 e 30 anni e le cui morti mostrano indizi che potrebbero essere legate alla tratta di esseri umani”, ha spiegato Figueroa.

Inoltre, ha comunicato che esistono denunce di scomparsa di 18 donne, apparentemente vittime di trafficanti di esseri umani. “Il Chiapas è lo stato più insicuro per le donne. Ogni giorno se ne ammazza una. Le cifre di feminicidios in Chiapas superano quelle dello stato del Messico, con 80 casi, e Chihuahua, con 71.”

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Digiuno per la libertà.

La Jornada – Sabato 12 dicembre 2009

Gli zapatisti smentiscono il coinvolgimento nella convocazione del forum ¡Váyanse o los sacamos!

I detenuti della Voz del Amate digiunano per la libertà

Hermann Bellinghausen

I “prigionieri politici” della Voz del Amate reclusi el carcere numero 5 di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, questo venerdì hanno iniziato un digiuno di 84 ore per chiedere la libertà, guidati dal professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez, il “prigioniero di coscienza” più vecchio dello stato.  La protesta è “per la mancanza di risposte alle istanze presentate per i nostri arresti ingiusti, dove continuiamo ad essere gli ostaggi del sistema di governo”.  I reclusi, aderenti all’Altra Campagna, sostengono che “non smetteranno mai di resistere e chiedere la vera giustizia, ed oggi iniziano un digiuno e preghiera dall’11 al 17 dicembre, con un’astinenza dal cibo di 84 ore per 12 ore al giorno, allo scopo di continuare a chiedere la nostra liberazione incondizionata al governo di Juan Sabines Guerrero.  “Come lei saprà, siamo innocenti, come hanno sempre dimostrato i nostri avvocati del Frayba. Invitiamo tutti i compagni e compagne, fratelli e sorelle ad unirsi alle nostre giuste richieste e ad accompagnarci in questo digiuno”, hanno dichiarato.  Patishtán Gómez, in carcere da dieci anni con l’accusa (mai provata) di aver partecipato nel 1998 ad un’imboscata contro poliziotti statali nel municipio El Bosque, per telefono ha precisato a La Jornada che la sua difesa è assunta esclusivamente dal Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, e non da altri avvocati, come Miguel Ángel de los Santos, come hanno erroneamente indicato diversi media locali. Su un altro versante, l’equipe di appoggio della Commissione Sesta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ha esautorato “persone il cui lavoro non è avallato dalle comunità zapatiste”, in relazione ad “un’assemblea nazionale di aderenti all’Altra Campagna”, convocata a Città del Messico per il 26 dicembre. L’equipe di appoggio alla commissione ha diffuso questa dichiarazione: “Relativamente alla diffusione di un invito ad un’assemblea nazionale convocata da collettivi, organizzazioni ed individui del Forum Nazionale ¡Váyanse o los Sacamos!, nel quale si usano immagini di zapatisti e le sigle dell’EZLN, abbiamo chiesto in proposito ai compagni zapatisti”, che hanno dichiarato che il loro nome ed immagini sono stati utilizzati senza che fossero consultati, “creando la falsa impressione di appoggiare questa convocazione; non solo è indispensabile segnalare che non la si condivide, ma che non si ha niente a che vedere con questa”.  L’equipe di appoggio della commissione ricorda che, “nello stesso modo menzognero”, alcuni giorni fa sono state pubblicate “calunnie sulla presunta resa delle giunte di buon governo al governo perredista-priista-panista-petista di Juan Sabines” (La Jornada, 25 novembre).”Qualsiasi collettivo dell’Altra Campagna può convocare tutte le riunioni che vuole, ma le decisioni sono di responsabilità di chi vi partecipa e non si possono utilizzare impunemente né il nome né l’immagine dell’EZLN per creare false aspettative; tanto meno, da persone il cui lavoro non è avallato dalle comunità zapatiste”. http://www.jornada.unam.mx/texto/008n2pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Contrainsurgencia.

La Jornada – Martedì 8 dicembre 2009

Chiapas: le vie della contrainsurgencia

Magdalena Gómez

Tredici anni fa l’interesse di ampi settori sociali nazionali e internazionali era incentrato nell’accompagnare il processo di dialogo e negoziazione tra l’EZLN e il governo federale. Dopo il sabotaggio del dialogo da parte dello Stato messicano e la catena di decisioni prese per “derogare”, nei fatti, la Legge per il Dialogo, la Negoziazione e la Pace Degna in Chiapas, ci troviamo alle prese con le vie della contrainsurgencia chiaramente tracciate. Da un lato, si è consolidata la presenza militare nella regione, le cui attività e posti di blocco non meritano alcun rapporto ufficiale; la sua presenza non vuole più solamente accerchiare e intimorire le basi zapatiste, ma è rivolta verso altri obiettivi, in relazione alla “giustificazione” che l’Esecutivo federale ha definito per tutto il paese. Da dove e con quali fini è stata alimentata la campagna di voci sulla presunta imminenza di “una sommossa” in Chiapas verso il 20 novembre?  La strategia era rivolta anche al cuore del progetto zapatista rappresentato dalle giunte di buon governo, emblematiche all’interno delle esperienze di autonomia nel nostro paese e in America Latina, e la cui base giuridica è pienamente supportata dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni e dal Trattato 169 dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro.   All’improvviso e negli stessi giorni, il 19 novembre il plenum della 63a Legislatura chiapaneca approva “la creazione della commissione speciale davanti alla realtà delle giunte di buon governo, su proposta della Giunta di Coordinamento Politico”, sulla base della “richiesta” di alcuni “rappresentanti ed abitanti delle giunte di buon governo”, la quale riporterebbe quanto segue: “davanti all’attesa e inadempimento degli accordi di San Andrés, abbiamo concordato come messicani che l’Esecutivo del Chiapas riprenda e compia i punti che gli competono di detti accordi nell’ambito delle sue attribuzioni costituzionali”.   E ancora, “l’elaborazione di regolamenti comunitari, compatibili con le legislazioni nazionale e statale”, così come “la definizione di strategie per la soddisfazione dei bisogni umani fondamentali dei popoli autonomi, mediante l’approvazione di un bilancio degno, stabilito per legge dal Congresso locale, il quale sarebbe concesso alla struttura organizzativa di ogni giunta e amministrato dalla stessa secondo i propri usi e costumi”.   Tutti gli elementi citati racchiudono l’intenzione di intervenire “legalmente” e apertamente nelle giunte, dato il fallimento della strategia governativa federale e locale du sconfiggerle e dividerle con risorse pubbliche. Non è stato facile avanzare in questo contesto e il costo è stato alto, perché in senso stretto, queste comunità indigene zapatiste, come i popoli di tutto il paese, hanno il diritto di ricevere risorse pubbliche.   Ricordiamo che questo era il senso della proposta della Cocopa, mutilata con la controriforma del 2001: riconoscere le comunità come soggetti di diritto pubblico. Tuttavia, dato il contesto di sospensione del dialogo e l’evidente proposito dello Stato di svuotare di senso l’EZLN, questo mantiene la sua distanza assoluta con i governi federale e locale, mentre costruisce la sua autonomia nei fatti.   Perciò, e con giusta ragione, le cinque giunte di buon governo zapatiste hanno smentito e smontato la presunta richiesta di “riconoscimento costituzionale” da parte di persone che non le rappresentano, ed hanno dichiarato: “non abbiamo bisogno del riconoscimento dei malgoverni che non sono del popolo; siamo già riconosciuti dai nostri popoli che ci hanno scelto e da moltissimi popoli a livello nazionale e internazionale”, ed hanno aggiunto che a suo tempo avevano chiesto “ai tre poteri del Messico di fare una legge sui nostri diritti e cultura indigeni; questi tre poteri ci hanno gettato nella spazzatura. Non sappiamo leggere né scrivere bene, ma abbiamo buona memoria” (La Jornada, 27/11/09).   L’energica risposta zapatista ha disarticolato questa iniziativa, ed anche il governatore Juan Sabines si è dissociato, anche se è poco credibile che sia estraneo alla vicenda.   Siamo lontani da che esistano le condizioni per riprendere il cammino del dialogo dell’EZLN con lo Stato messicano. Persiste l’egemonia politica di chi ha optato per la controriforma indigena nel 2001, perché raggiungere la pace al costo di concedere potere reale ai popoli indigeni era contrario al senso del progetto neoliberista accettato.   Coerentemente con questa decisione di Stato, si tiene in piedi la finzione della validità della struttura di un dialogo sospeso a tempo indefinito, mentre si applicano le vecchie ricette della contrainsurgencia. Di queste fanno parte le attuali banali politiche indigeniste per eludere il senso originale degli accordi di San Andrés sui diritti dei popoli indigeni, che richiederebbero la vera riforma dello Stato come condizione per l’autonomia. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/08/index.php?section=opinion&article=018a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Campagne per confondere.

La Jornada – Sabato 5 dicembre 2009

Los de Abajo

Campagne di stampa per confondere

Gloria Muñoz Ramírez

Il 25 novembre un collega tedesco mi scriveva allarmato: “È vero che gli zapatisti si sono arresi?”. La falsa informazione che l’aveva portato alla tremenda conclusione fera quella che pubblicata circa il fatto che le giunte di buon governo instaurate dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Chiapas, avevano chiesto il riconoscimento giuridico del Congresso locale, cosa che, in parole povere, significava, effettivamente, l’abdicazione del progetto più importante fino ad ora della lotta zapatista: l’autonomia dei suoi popoli. E questo, se fosse stato confermato, sarebbe stata una notizia da otto colonne sui media del Messico e di tutto il mondo. Ma nessuno si era preso il disturbo di domandarlo a loro.

L’informazione diffusa dal governo di Juan Sabines, che si è caratterizzato durante i suoi tre anni per la repressione, la corruzione e le bugie, ognuna di queste asseverazioni con innumerevoli esempi che le confermano, ha provocato l’immediata smentita delle giunte zapatiste, ma anche l’indignazione di settori della società nazionale ed internazionale per la divulgazione di una notizia che forniva false informazioni (avere una “fonte” non giustifica un’informazione, soprattutto se la notizia è di rilevanza tale da meritare maggiore approfondimento).

La notizia si riferiva ad un punto di accordo preso il 19 novembre scorso dal plenum della 63a Legislatura statale, mediante il quale si era approvata “la creazione della Commissione Speciale di fronte alla realtà delle giunte di buon governo, su proposta della Giunta di Coordinamento Politico”. Perché, trattandosi di un’informazione tanto importante, il governo la diffonde sei giorni dopo? E, d’altra parte, perché non è stata chiesta la versione dell’altra parte coinvolta, cioè, quella degli zapatisti? Se il governo annunciava la resa dell’EZLN, valeva forse almeno la pena di domandarglielo.

Al governo di Sabines perfino le montature vengono male. Diffonde un’informazione insostenibile paragonabile ai peggiori momenti di Roberto Albores Guillén, che a suo tempo montò ridicole sceneggiate con la “consegna di armi” da parte di elementi dell’EZLN. Il teatrino allora durò il tempo di un lampo e non andò oltre. E così succederà con questa nuova offensiva mediatica di Sabines.

A questo punto, dopo 16 anni di lotta pubblica, d’accordo o meno con i progetti politici dell’EZLN, qualcuno può immaginare gli zapatisti seduti nei loro uffici autonomi con una commissione di legislatori locali? Qualcuno se li immagina a riempire moduli per chiedere riconoscimento giuridico, coperte, polli e tetti di cartone? Questo significa non conoscerli. Ma in termini mediatici non importa, perché con questo tipo di campagne la cosa importante non è convincere, bensì confondere. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/05/index.php?section=opinion&article=010o1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Ucciso un altro attivista.

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico
1 dicembre 2009

Comunicato No. 38

IL CENTRO DEI DIRITTI UMANI FRAY BARTOLOME DE LAS CASAS CONDANNA L’OMICIDIO DEL DIFENSORE DEI DIRITTI UMANI MARIANO ABARCA ROBLERO

Malgrado esistesse una denuncia di minacce di morte, la Procura Generale di Giustizia dello Stato non ha adottato sufficienti misure cautelari per salvaguardare la sua vita.  Le organizzazioni civili, sociali, difensori dei diritti umani che si battono contro il settore minerario sono in imminente serio rischio.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, A.C., condanna l’assassinio del difensore dei diritti umani Mariano Abarca Roblero e si unisce alla domanda di giustizia affinché si svolga un’indagine esaustiva, efficace ed obiettiva, punendo gli autori materiali ed intellettuali così come le autorità responsabili per omissione nell’obbligo di garantire la vita e l’integrità personale di Mariano Abarca.

Il giorno 27 novembre del presente anno alle ore 19:45 circa, nel capoluogo municipale di Chicomuselo, Chiapas, è stato assassinato Mariano Abarca Roblero, membro dell’organizzazione Dos Valles Valientes, movimento che si oppone allo sfruttamento minerario ed aderente alla Rete Messicana delle Vittime della Miniera (REMA)..

Secondo le testimonianze raccolte dal Centro dei Diritti Umani, Mariano Abarca si trovava in auto all’esterno della sua abitazione a conversare con Orlando Velásquez, quando un uomo a bordo di una motocicletta si è avvicinato al veicolo ed ha aperto il fuoco. Mariano Abarca è stato raggiunto da tre pallottole al collo ed al petto ed è morto sul colpo, mentre Orlando Velásquez è rimasto ferito. Dopo aver sparato l’uomo a bordo della motocicletta si è diretto all’angolo della strada dove un altro uomo era in attesa e i due sono fuggiti sempre sulla motocicletta.

Mariano Abarca Roblero si opponeva allo sfruttamento minerario nel municipio di Chicomuselo dove la compagnia canadese Blackfire Exploration Ltd da oltre un anno sta estraendo barite. Nei giorni scorsi Mariano Abarca aveva sporto denuncia al Pubblico Ministero per aver ricevuto minacce da parte di Ciro Roblero Pérez e Luis Antonio Flores Villatoro, il primo impiegato dell’impresa ed il secondo Direttore delle Pubbliche Relazioni della Blackfire Exploration Ltd. Le autorità della procura di giustizia non hanno garantito la protezione necessaria malgrado nella denuncia Mariano Abarca avesse specificato che le minacce erano di morte. http://www.frayba.org.mx/archivo/boletines/091201_boletin_38_asesinato_mariano_abarca.pdf

Área de Sistematización e Incidencia / Comunicación
Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas A.C.
Calle Brasil #14, Barrio Mexicanos,
San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México
Código Postal: 29240
Tel +52 (967) 6787395, 6787396, 6783548
Fax +52 (967) 6783551
medios@frayba.org.mx
http://www.frayba.org.mx

Read Full Post »

Guerra d’inchiostro e Internet.

La Jornada – Martedì 1 dicembre 2009

Chiapas: l’altra guerra d’inchiostro e Internet

Luis Hernández Navarro

Nell’aprile del 1995 José Ángel Gurría, allora segretario agli Esteri, dichiarò che lo zapatismo era una guerra d’inchiostro e Internet. Ora, 14 anni dopo, sono i governi federale e del Chiapas ad aver lanciato un’offensiva di disinformazione contro i ribelli, i gruppi che difendono i diritti umani ed i movimenti sociali dissidenti in quello stato.  L’attuale strategia di comunicazione del governo si iscrive nell’arena della “guerra di reti” (netwar). Secondo gli analisti della RAND, Arquilla e Ronfeldt, “Netwar si riferisce al conflitto strettamente legato all’informazioni ad un alto livello tra nazioni o società. Intende tentare di disgregare o danneggiare quello che una popolazione obiettivo sa, o pensa di conoscere su sé stessa ed il mondo che la circonda. Una Netwar può concentrarsi sull’opinione pubblica o d’élite, o entrambe. Può comprendere diplomazia, propaganda e campagne psicologiche, sovversione politica e culturale, discredito o interferenza con media locali, intrusione in reti di computer e database, e attività di promozione di movimenti dissidenti o di opposizione attraverso reti di computer.”  Questo è esattamente ciò che lo Stato messicano ha fatto nelle scorse settimane nello stato meridionale. La lista delle provocazioni è molto lunga: detenzione ed assassinio di oppositori sociali, promozione di una campagna di voci che annunciano una nuova sollevazione armata, tentativo di diffamare lo zapatismo divulgando falsamente una richiesta di appoggio economico delle giunte di buon governo al Congresso locale, liberazione di paramilitari responsabili del massacro di Acteal ed incremento della presenza militare. Tutto questo montato con una campagna sui mezzi di comunicazione per occultare i fatti, nonostante le evidenze.  Col governo di Juan Sabines i gruppi di potere tradizionali si sono ricomposti. Cacicchi, finqueros, allevatori e la più marcia nomenclatura politica priista occupano posizioni chiave nell’amministrazione pubblica, nel Congresso locale e a San Lázaro. Molti partecipano ai grandi affari locali associati a personaggi dell’ambito federale.  Non importa che questo governatore abbia vinto la presidenza all’Esecutivo dello stato come candidato del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD). Lui è uno dei governatori più vicini al Presidente della Repubblica. “Siamo con il Messico ed il suo presidente Felipe Calderón“, ha detto in più di un’occasione. In Chiapas l’uomo di Los Pinos si trova più a suo agio che in molte altre entità governate dal Partito Azione Nazionale (PAN).  Juan Sabines gestisce la vita interna di questa istituzione politica a suo piacimento: toglie e mette dirigenti e candidati. In questo stato il sole azteco è diventato il partito dei paramilitari.  La strategia di comunicazione dell’amministrazione statale si muove su due fronti: uno è l’uso intensivo di radio e televisioni per “promuovere” il Chiapas; l’altro è la politica di contrainsurgencia informativa orchestrata a partire dal controllo della stampa locale e la diffusione sui media nazionali delle posizioni dell’amministrazione di Sabines su temi conflittuali presenti nell’entità.  Nella versione chiapaneca contemporaneo di “panem et circenses“, quotidianamente si filmano puntate di telenovelas, musicisti devoti registrano dischi ed artisti di successo si pasciano tra siti archeologici, monumenti storici e bellezze naturali. I visitatori famosi vengono intervistati sui mezzi di comunicazione locali.  Anche se formalmente la guerra di carta contro lo zapatismo e contro tutto quello che non vuole sottomettersi alla politica di “concertazione” statale sia condotta dall’Esecutivo locale, parte della strategia è stata tracciata dal governo federale. Diego Cadenas, direttore del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, assicura che, secondo informazioni fidate, nelle riunioni settimanali di gabinetto del governo di Juan Sabines sono sempre presenti i militari.  Il più recente anello di questa offensiva informativa è la notizia che le giunte di buon governo abbiano chiesto il “riconoscimento” al Congresso locale ed al governo di Juan Sabines, fatto tanto insolito quanto irreale. La menzogna governativa ha un obiettivo centrale: delegittimare la lotta zapatista, togliere credibilità alla sua proposta. La manovra è una grave offesa. Nonostante la precarietà in cui le comunità in resistenza vivono da molti anni, hanno respinto sistematicamente qualsiasi tipo di aiuto governativo. La loro dignità non ha prezzo, e l’hanno dimostrato al mondo.  Non è la prima volta nella storia del conflitto che le autorità ricorrono ad una simile montatura. Tra il 1999 ed il 2000, con Roberto Albores Guillén governatore provvisorio dello stato – stretto alleato di Juan Sabines – fu montato uno show teletrasmesso nel quale si annunciava la diserzione di 15.000 zapatisti che consegnavano armi e passamontagna. I disertori erano militanti del PRI, molti di loro paramilitari. Uno dei principali organizzatori di quell’opera buffa era Noé Castañón León, allora titolare del Tribunale Supremo di Giustizia dello Stato che, curiosamente, oggi è segretario del governo chiapaneco.  La guerra d’inchiostro e Internet contrainsurgente ha creato una situazione politica molto delicata in Chiapas. Vediamo quanto i governi continueranno a scherzare col fuoco. http://www.jornada.unam.mx/2009/12/01/index.php?section=opinion&article=017a2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Zapatisti picchiati.

La Jornada – Domenica 29 novembre 2009

Zapatisti picchiati e minacciati di morte

Hermann Bellinghausen, inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 28 novembre. Autorità della giunta di buon governo (JBG) di Oventic hanno informato che priisti della comunità La Lagunita II, municipio di San Cristóbal de las Casas, hanno picchiato dei contadini, basi di appoggio dell’EZLN, sequestrato Francisco Gómez Hernández e minacciato di ucciderlo.  I fatti sono avvenuti lo scorso 22 novembre quando un gruppo di zapatisti di La Lagunita II erano andati a pulire la sorgente dove si riforniscono di acqua ed hanno trovato che il flusso d’acqua era stato deviato al pozzo di Macario Pérez Sánchez, di filiazione priista. “I compagni hanno ricollegato i tubi perché l’acqua è di tutti”, riporta la testimonianza raccolta dalla JBG.  Ore dopo, Pérez Sánchez “si è avvicinato alla casa del nostro compagno base di appoggio, Luis Pérez Hernández, a tirare pietre contro la casa malgrado sua moglie fosse malata”. Questi “è uscito per dirgli in buona maniera che non era bene quello che stava facendo e che non voleva avere problemi proprio con suo zio”. Il signor Macario si è scagliato contro di lui ed ha cominciato a picchiarlo. Due zapatisti, Agustín Pérez Gómez ed Antonio Gómez Vásquez, hanno cercato di separarli, “ma Macario ha gridato richiamando il suo gruppo che è arrivato con bastoni e pietre a picchiare i compagni, poi hanno preso il nostro compagno Francisco Gómez Hernández e l’hanno portato via”.  Davanti a questo, gli zapatisti hanno trattenuto Pérez Sánchez che per fuggire si è lanciato in un piccolo dirupo dove si è ferito, ed ora sostiene di essere stato aggredito dai nostri compagni, ma questa è una bugia”. Poi è stato catturato dagli zapatisti, “ma senza essere picchiato”.  La JBG ha smentito la versione dei fatti rilasciata dall’agente municipale ufficiale Alberto Pérez Pérez, che ha dichiarato ai media locali che il conflitto è nato per l’utilizzo del serbatoio dell’acqua, della strada e di un terreno conteso, si presume di proprietà di Macario, “ma questa è una bugia”.  La giunta sostiene che i filogovernativi “vogliono dimostrare che gli zapatisti provocano scontri tra fratelli indigeni, ma le basi di appoggio non vogliono appropriarsi della sorgente, perché è per tutta la comunità; e non c’è nemmeno nessuna contesa per la terra, solo intimidiscono i nostri compagni impedendo loro di transitare; tanto meno c’è l’intenzione di togliere terre a qualcuno”.  Gli zapatisti ribadiscono di aver manifestato in varie occasioni “che la nostra lotta è contro il sistema capitalista e non contro i nostri fratelli poveri”. Accusano delle azioni violente Macario Pérez, sua moglie Rosa Feliciano Pérez Pérez ed una decina di “complici”. Hanno partecipato anche Juan e Martín Collazo, originari di Las Palmas Primera Sección, sul cerro Huitepecc. In casa del primo “è dove avrebbero ucciso Francisco”. Lo hanno denudato, gettato acqua fredda e picchiato con l’aiuto di Sergio Pérez Pérez, originario di Zacualpa. Lo zapatista è stato liberato il giorno dopo ed è stato portato in ospedale per le grave ferite; in ospedale sono ricoverati anche altri tre zapatisti feriti.  Lo stesso Macario Sánchez era stato scoperto dalla polizia giudiziaria statale, a seminare e coltivare marijuana e nell’agosto del 2006 “aveva ingaggiato Juan Díaz, di Zacualpa, per uccidere Antonio Gómez Vásquez”, ma il potenziale assassino aveva desistito. Le aggressioni sono continue fin dal 2004. Attualmente agli zapatisti è impedito l’accesso al tempio cattolico di La Lagunita. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/29/index.php?section=politica&article=015n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

JBG indagano.

La Jornada – Sabato 28 novembre 2009

“Una trappola” la notizia che gli zapatisti abbiano chiesto il riconoscimento del governo. Si indaga sull’identità delle persone che si sono spacciate per rappresentanti ed hanno firmato il documento.

Hermann Bellinghausen, inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 27 novembre. Le giunte di buon governo (JBG) Hacia la esperanza, di La Realidad (zona selva di confine) e Nueva semilla que va a producir, di Roberto Barrios (zona nord) smentiscono di aver chiesto il “riconoscimento” al Congresso locale ed al governo di Juan Sabines Guerrero.  “È triste che qualcuno diffonda queste cose, secondo noi si tratta di una trappola. Non raggiungeranno i loro scopi, noi sappiamo che pubblicheranno altre cose con le quali non abbiamo niente a che vedere. Ci vogliono schiacciare, ma non ci riusciranno”, dichiara la JBG di La Realidad. “Per noi il denaro non vale, non può comprare la nostra dignità”.  Il 25 novembre, denunciano le autorità zapatiste, unendosi alle smentite delle altre tre JBG, “la corrispondente di La Jornada ha scritto che rappresentanti delle cinque JBG hanno avuto incontri con un gruppo di legislatori locali. Sono solo bugie con le quali altri si stanno arricchendo”.  Da parte sua, la giunta zapatista del caracol Que habla para todos, della zona nord, riferendosi alle “falsità” diffuse, “in cui il giornale sottolinea che gli zapatisti hanno chiesto riconoscimento giuridico, politico, finanziario e sociale”, smentisce che una “commissione” guidata dal deputato panista Trinidad Rosales Franco abbia visitato le JBG.  “Questi parassiti imbroglioni e ladri mantengono il potere con la menzogna e vogliono continuare ad esercitare il controllo con la distribuzione delle briciole”.  Gli zapatisti chiariscono che i poteri Esecutivo, Legislativo e Giudiziario, insieme ai partiti PRI, PAN e PRD, “hanno tradito gli accordi di San Andrés, che per loro erano solo carta straccia per pulirsi e da gettare nel cesso, e questo vuol dire che non hanno la capacità di governare il popolo ed il paese.”  La notizia contestata cita l’esistenza di un documento firmato da individui che si sono spacciati per zapatisti. Secondo la JBG della zona nord, “il malgoverno usa e corrompe gente che si presta e si vende per qualche soldo (….), ma ora indagheremo sulle persone che hanno firmato questo documento e si sono spacciate per membri delle JBG, per punirli e mostrare loro come si applica la giustizia nelle nostre comunità, perché non conosciamo queste persone che non fanno parte delle nostre fila zapatiste”.  Le autorità autonome dichiarano: “Il nostro potere è la nostra dignità, non ci vendiamo, non ci arrendiamo né tentenniamo, la nostra lotta è per giustizia, libertà e democrazia e siamo contro le bugie dei malgovernanti. La politica del malgoverno è creare disinformazione e confondere la gente onesta che lotta e resiste, il suo piano di contrainsurgencia è creare terrore e paura nella società”.  Di fronte a questa situazione, conclude, “chiediamo ai fratelli onesti che lottano per la giustizia e la democrazia di non lasciarsi ingannare dagli sporchi interessi di questi governi vampiri e dai media che non dicono la verità”. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/28/index.php?section=politica&article=012n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

SMENTITA DELLE JBG.

DA: DESINFORMEMONOS  27 NOVEMBRE 2009

OGGI 26 NOVEMBRE  LE GIUNTE DI BUON GOVERNO DI OVENTIC, LA GARRUCHA E MORELIA HANNO EMESSO TRE COMUNICATI, RISPETTIVAMENTE, PER SMENTIRE LA NOTIZIA DIFFUSA DAL GOVERNO DEL CHIAPAS E DAL CONCGRESSO LOCALE, PUBBLICATA IL 25 NOVEMBRE DAL QUOTIDIANO LA JORNADA, NELLA QUALE SI AFFERMAVA CHE, TRA ALTRE FALSITA’ , LE GIUNTE ZAPATISTE CITATE AVREBBERO CHIESTO IL RICONOSCIMENTO GIURIDICO DELLO STATO.

LE AUTORITA’ AUTONOME ZAPATISTE DELLE TRE GIUNTE CITATE PRECISANO DI NON AVER RAPPORTO ALCUNO CON IL GOVERNO DEL CHIAPAS E CHE MAI HANNO ACCOLTO MEMBRI DEL GOVERNO NEL LORO TERRITORIO.

“QUINDI, CHIEDIAMO A TUTTI, ORGANIZZAZIONI E PERSONE DI BUONA VOLONTA’ CHE LOTTANO PER LA LIBERTA’, PER LA GIUSTIZIA E PER I DIRITTI DI TUTTI, DI NON FARSI INGANNARE DAI PIANI E INTERESSI DEI MALGOVERNI E DAI LORO COMPLICI”, DICHIARA LA GIUNTA DI OVENITC.

 PER L’IMPORTANZA DI QUESTE DICHIARAZIONI, CONSULTARE IL TESTO ORIGINALE DEI COMUNICATI EMESSI DALLE GIUNTE ALLA PAGINA DI ENLACE ZAPATISTA (http://enlacezapatista.ezln.org.mx/)

ED OGGI, PIU’ CHE MAI, “CONTROIFORMIAMOCI……”

Read Full Post »

Smentita delle JBG.

La Jornada – Venerdì 27 Novembre 2009

LE JBG SMENTISCONO LA NOTIZIA GIORNALISTICA SECONDO CUI SI SAREBBERO RIVOLTE AL CONGRESSO DEL CHIAPAS

Hermann Bellinghausen.  

Le cinque giunte di buon governo (JBG) zapatiste hanno smentito le notizie giornalistiche secondo le quali avrebbero chiesto al Congresso del Chiapas “il riconoscimento costituzionale”. Gli zapatisti “non hanno bisogno del riconoscimento dei malgoverni che non sono del popolo; siamo già riconosciuti dalla nostra gente che ci ha scelto e da moltissimi popoli a livello nazionale ed internazionale”, dichiarano.  A nome delle cinque JBG, quella di Oventic, Corazón céntrico de los zapatistas delante del mundo, ha dichiarato: “Il 25 novembre, il giornale La Jornada ha pubblicato che il Congresso locale ha approvato un accordo che sollecita il governo di Juan Sabines Guerrero a ‘rispondere’ alla richiesta che, secondo i legislatori, gli zapatisti hanno fatto di riconoscimento giuridico”.  Las JBG smentisce “energicamente” queste presunte richieste: “Mai abbiamo proposto, verbalmente o per iscritto, di chiedere le briciole al malgoverno statale né a quello federale”.  Anche le JBG di La Garrucha e Morelia si sono pronunciate al riguardo. Quella di Oventic sostiene: “Nessuno rappresenta le JBG di fronte ad alcuna istanza governativa”. Ai presunti “rappresentanti” menzionati nella notizia (David Gómez Pérez, Daniel Santiz López, Pablo Méndez Cruz, Moisés Cantor Decelis e Pedro Gómez Santiz) “nessuno li conosce in nessuna zona zapatista; tanto meno fanno parte delle nostre file; sono solo persone che vogliono approfittare delle risorse economiche che tanto promette il malgoverno”. Secondo la notizia giornalistica “una commissione governativa ha visitato le cinque JBG. Questo “è assolutamente falso, perché gli zapatisti non hanno bisogno della visita dei funzionari del malgoverno”. Inoltre, “nessun governo risolverà mai le principali domande dei nostri popoli, né i bisogni che i nostri popoli hanno da secoli.  

“Piano contrainsurgente

“Le menzogne del malgoverno, dei suoi deputati e dei suoi complici, sono parte di un piano contrainsurgente per confondere l’opinione pubblica e colpire la resistenza dei nostri popoli nella lotta per costruire la propria autonomia”.  Anche la JBG El camino del futuro, di La Garrucha, ha smentito questa notizia “su un giornale a cui piace molto il denaro e pubblica le bugie”. Nega che si sia stata una riunione con legislatori o funzionari: “È falso che ci siano documenti consegnati al malgoverno perredista. È una sciocchezza quanto dichiarano il Congresso locale e Juan Sabines Guerrero”.  Definiscono “falso” il deputato panista Carlos Pedrero che dice di aver visitato le JBG, e tutti i deputati locali e federali dei diversi partiti. “Non li vogliamo vedere neppure in foto e molto meno in persona, perché sono solo dei ladri che vivono alle spalle del popolo”. La notizia “fa schifo tanto è falsa”.  Aggiungono che “i malgoverni, insieme al loro padrone del neoliberalismo, si credono potenti con i loro soldi, ma si imbattono in noi gli zapatisti e zapatiste, che abbiamo un potere che può avere chiunque nel mondo che si chiama la dignità che non si vende, non si arrende e non claudica, che arriva fino al fine di una lotta”.  Gli zapatisti aggiungono di aver chiesto “ai tre poteri del Messico”, e non ai poteri locali, “che si faccesse la legge sui nostri diritti e cultura indigena; ma questi tre poteri ci hanno trattato come spazzatura. Non sappiamo leggere né scrivere bene, ma abbiamo memoria”.  Sostengono che “ci sono persone” che si spacciano per zapatisti “e si stanno arricchendo col tradimento, come la banda dei deputati; sappiamo che è lo stesso malgoverno che organizza questi gruppi che producono falsità, ma un giorno faremo giustizia”.  Ha parlato anche la JBG di Morelia, Corazón del arcoiris de la esperanza: “Il mondo è testimone dei nostri sforzi affinché si compissero i nostri primi accordi ed i professionisti della menzogna non si sono mai disturbati a rispettarli, si sono solo impegnati a perseguirci”. Sicuramente, i tre poteri dello stato “stanno assegnando compiti e risorse per realizzare la grande bugia”. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/27/index.php?section=politica&article=015n1pol

Comunicati integrali delle Giunte di Buong Governo: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/jbg/2688 La Garrucha; http://enlacezapatista.ezln.org.mx/jbg/2703 La Realidad; http://enlacezapatista.ezln.org.mx/jbg/2701 Roberto Barrios; http://enlacezapatista.ezln.org.mx/jbg/2687 Morelia; http://enlacezapatista.ezln.org.mx/jbg/2685 Oventic

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

JBG riconosciute legalmente.

La Jornada – 25 Novembre 2009

I deputati chiedono a Juan Sabines di riconoscere legalmente le giunte di buon governo 

Ángeles Mariscal. Tuxtla Gutiérrez, Chis., 24 novembre. Il Congresso locale ha approvato un punto d’accordo che sollecita il titolare del Potere Esecutivo statale, nell’ambito di sua competenza, di rispondere alle richieste delle giunte di buon governo (JBG), instaurate dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Secondo i legislatori, gli zapatisti hanno chiesto il riconoscimento giuridico di queste istanze.  Il 19 novembre scorso il plenum della 63a Legislatura statale ha approvato la creazione della Commissione Speciale davanti alla Realtà delle Giunte di Buon Governo, su proposta della Giunta di Coordinamento Politico.  Il deputato panista Trinidad Rosales Franco, che guida questa istanza legislativa, ha comunicato che il Congresso del Chiapas lo scorso 9 novembre ha ricevuto un documento firmato dai cittadini David Gómez Pérez, Daniel Santiz López, Pablo Méndez Cruz, Moisés Cantor Decelis e Pedro Gómez Santiz, “in qualità di rappresentanti ed abitanti delle giunte di buon governo nello stato del Chiapas”.  Nel documento i firmatari ritengono che “di fronte all’attesa e inadempimento degli Accordi di San Andrés, hanno concordato come messicani che l’Esecutivo del Chiapas riprenda e compia i punti che gli competono di detti accordi nell’ambito delle sue attribuzioni costituzionali”.  Ha spiegato che gli zapatisti esigono il rispetto dei loro modi tradizionali di organizzazione sociale e politica, così come della “loro amministrazione comunale nello sfruttamento delle risorse naturali e habitat; protezione e integrità e legalità della terra in possesso delle giunte di buon governo come popoli autonomi, e il rispetto della risoluzione interna dei conflitti, nei quali predominano i loro diritti individuali”.  Rosales Franco ha ricordato inoltre che gli zapatisti sollecitano “l’elaborazione di regolamenti comunitari, compatibili con le legislazioni nazionale e statale”. Nello stesso tempo chiedono “la definizione di strategie per la soddisfazione dei bisogni umani fondamentali dei popoli autonomi mediante l’approvazione di un bilancio degno, stabilito per legge al Congresso locale, che sarebbe concesso alla struttura organizzativa di ogni giunta ed amministrato dalla stessa secondo i propri usi e costumi”.  Trinidad Rosales, a nome della commissione che guida, ha spiegato che la missiva ha motivato la creazione di questa commissione, la quale verificherà gli aspetti giuridici, politici, finanziari e sociali. Inoltre, ha già visitato le cinque giunte di governo – La Realidad, Morelia, La Garrucha, Roberto Barrios e Oventic – per accogliere le richieste poste dagli zapatisti.  Il deputato del Partito Azione Nazionale, Carlos Pedrero, presidente della Giunta di Coordinamento Politico, ha comunicato lunedì scorso in un intervista, che una commissione di legislatori locali ha fatto visita “ai rappresentanti delle cinque giunte di buon governo per raccogliere le loro necessità”.  Per questo, nella sessione ordinaria di questo martedì i legislatori hanno approvato questo punto di accordo. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/25/index.php?section=politica&article=013n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Dialogo tra OCEZ e governo.

La Jornada – 25 Novembre 2009

La OCEZ riconosce la mediazione del PRD e proseguirà il dialogo col governo del Chiapas

In conferenza stampa, José Manuel Hernández, El Chema Ratón, ha riconosciuto la mediazione di María Elena Meneses, presidente della Commissione dei Diritti Umani del PRD, ed ha annunciato che il dialogo col governo continuerà al tavolo di negoziato.  Al tavolo di riconciliazione formato da rappresentanti del gobernó dello stato, del Tribunale Superiore di Giustizia, del Congresso dello stato e della Commissione dei Diritti Umani, si è convenuto che in Chiapas si privilegia l’applicazione Della giustizia ed inizia una nuova tappa per le organizzazioni sociali, come ha affermato anche José Manuel Hernández Martínez.  “Con la nostra liberazione abbiamo avuto la dimostrazione della volontà politica del governo. Crediamo che questo contribuisca a risolvere i problemi ancora pendenti con la nostra organizzazione”, ha dichiarato José Manuel Hernández, membro della OCEZ regione Carranza. (……..) http://www.jornada.unam.mx/texto/015n2pol.htm

Read Full Post »

Liberato Chema.

La Jornada – Mercoledì 25 Novembre 2009

LIBERATO IL DIRIGENTE DELLA OCEZ

ELIO HENRÍQUEZ e ÁNGELES MARISCAL. San Cristóbal de las Casas, Chis., 24 novembre. Ore dopo la sua scarcerazione, il leader dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ), José Manuel Chema Hernández Martínez, ha dichiarato davanti a decine di suoi compagni che per quasi due mesi hanno manifestato per liberarlo, che i contadini non sono “carne da cannone” e che la repressione e la corruzione dei leader non risolvono le domande di terra e giustizia.   Accogliendolo di fronte alla Cattedrale della Pace di questa città, tra fuochi d’artificio e allegria, molti dei presenti piangevano ricordando la lotta per la terra che in 30 anni è costata la vita a circa 40 compagni e la repressione poliziesca e militare.  Il dirigente era partito dalla sua abitazione nel municipio di Venustiano Carranza – dove l’avevano condotto dei funzionari statali – per San Cristóbal per riunirsi con i suoi compagni in presidio e che hanno occupato gli uffici locali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) per chiedere la sua liberazione e quella di altri due contadini.  Chema era in carcere a Tepic, Nayarit, ed i suoi compagni José Manuel de la Torre e Roselio de la Cruz, nel carcere chiapaneco di Cintalapa. I tre già liberi sono stati portati dal governatore Juan Sabines Guerrero il quale ha chiesto loro di “riprendere i negoziati” ed ha promesso che non saranno eseguiti altri mandati di cattura. I contadini hanno ascoltato ma hanno chiarito che manterranno le loro richieste di terra e indennizzi alle famiglie dei due contadini morti durante uno degli operativi di polizia.  In un’intervista, Chema ha affermato che gruppi di potere dentro il governo chiapaneco vogliono una “repressione di massa” e pensavano di “annichilire la OCEZ”. rispetto all’occupazione degli uffici dell’ONU, ha detto di non sapere quando si concluderà, perché deve consultarsi ancora coi tutti i membri dell’organizzazione, ma l’ente internazionale ha fatto sapere che gli occupanti hanno accettato di sedere ad un tavolo di distensione questo giovedì.  Prima di far visita nell’ospedale regionale di San Cristóbal a José Santos Aguilar, ferito durante le operazioni di arresto del dirigente, questi ha precisato che il governo statale ha accettato di pagare la cauzione per i tre detenuti ed ha rinunciato all’azione penale per associazione a delinquere. Intanto, a Tuxtla Gutiérrez indigeni tzotziles dei municipi di Chenalhó, Rayon e Chalchihuitán hanno chiesto la liberazione di otto contadini detenuti a San Cristóbal, che il 16 novembre hanno iniziato uno sciopero della fame, ha riferito l’agenzia Notimex. http://www.jornada.unam.mx/texto/031n1est.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Paramilitari in azione.

La Jornada – Martedì 24 novembre 2009

Denunciato il furto di un podere a Tunapaz da parte di ex elementi dei Chinchulines

Hermann Bellinghausen, inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 23 novembre. Rappresentanti di Tunapaz, villaggio annesso all’ejido San Jerónimo Bachajón, municipio di Chilón, i cui abitanti hanno aderito all’Altra Campagna, hanno denunciato il furto di un podere da parte di Jerónimo Méndez Jiménez, ex membro del gruppo paramilitare Los Chinchulines, che dieci anni fa imperversava in questa regione tzeltal.  Nonostante alcuni leader siano in carcere per crimini e frodi, “questo gruppo ha contato e conta sull’appoggio delle autorità locali, municipali, statali e federali, quindi non temono nessuna persona od organizzazione”, sostengono Cristóbal e Nicolás Pérez Cruz a nome degli ejidatarios di Tunapaz.  Questo furto non è nuovo, data dal gennaio 1996. La novità sono le minacce di questa persona e del suo gruppo, della fattoria Kantelá, una delle culle dei Chinchulines. A quel tempo, “non avendo voluto unirci a questo gruppo, invasero i nostri appezzamenti per circa 20 ettari”, bruciarono case e coltivazioni ed assassinarono un professore della comunità. Col passare degli anni, e dopo cause legali e faticose pratiche agrarie, gli ejidatarios di Tunapaz recuperarono parte degli appezzamenti alienati con il sostegno del municipio autonomo zapatista Olga Isabel, oggi incorporato nel municipio Comandanta Ramona.  Il citato Méndez Jiménez, aggiungono gli ejidatarios, “si rifiuta di consegnare il nostro appezzamento; abbiamo cercato una soluzione pacifica ma lui non vuole ed inoltre sta organizzando i suoi familiari per realizzare delle costruzioni, sapendo di possederlo irregolarmente”.   Abbondano gli indizi che dimostrano che l’impunità dei gruppi paramilitari che operavano dieci anni fa nella zona Nord e negli Altos si estende al presente e benché le sigle siano cambiate e la loro aggressività sia diminuita, esistono ancora e partecipano agli schemi di contrainsurgencia sociale che non sono mai cessati contro le basi zapatiste e le organizzazioni indipendenti affini, oggi parte dell’Altra Campagna.  L’Organizzazione per la Difesa dei Popoli Indigeni e Contadini (Opddic) ha ereditato membri dei Chinchulines a Chilón, così come di Paz y Justicia a Sabanilla, Tumbalá e Tila. La seconda organizzazione è sopravvissuta sotto questo nome o scissa in altre sigle, sempre filogovernative, e perpetua l’invasione di proprietà appartenenti a zapatisti. La stessa cosa succede a Chenalhó, ora con l’aggiunta della liberazione di una trentina dei paramilitari che compirono il massacro di Acteal.  Questa domenica 22, la senatrice priista María Elena Orantes López ha tenuto nel parco centrale di Sabanilla una “udienza pubblica” con Paz y Justicia ed altre organizzazioni filogovernative alle quali ha ribadito il suo appoggio. Erano presenti abitanti di Boca Chulum, Shushupa, Calvario, Los Moyos, Paraíso, Naranjos, Cerro de Nava, Majastic ed Atoyac Naylum. Molti di loro, come negli Altos e Chilón, continuano ad occupare terre che appartengono agli zapatisti e loro simpatizzanti, cacciati nel 1996 e 1997. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/24/index.php?section=politica&article=016n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Basi EZLN pronte a difendersi.

La Jornada – Lunedì 23 novembre 2009

Le basi dell’EZLN sono pronte a difendere il territorio e le risorse a Bachajón

Hermann Bellinghausen, inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 22 novembre. “Siamo pronti a difendere le nostre terre quante volte sia necessario”, dichiara il signor Carmen Aguilar Gómez a nome dell’ejido San Sebastián Bachajón. Riferisce che la maggioranza degli ejidatarios e le loro famiglie, circa 4.000 persone, sono aderenti all’Altra Campagna dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), “perché il nostro principale obiettivo è difendere il territorio e le risorse naturali”.  Appena due mesi fa questa posizione gli è costata un’imboscata ed una pallottola da parte di elementi dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic) a Jotolá, ejido vicino a San Sebastián, dove si trova la maggioranza degli aderente all’Altra Campagna osteggiati e minacciati dalla Opddic con la “tolleranza” della polizia statale (i cui agenti si comportano come amici dei priisti e frequentano perfino le loro case), il sostegno del sindaco tricolore di Chilón e la simpatia del giudice del tribunale penale di Tuxtla Gutiérrez.  Aguilar Gómez spiega che nel settembre scorso gli ejidatarios hanno recuperato la cabina di riscossione all’ingresso delle cascate di Agua Azul, che la polizia aveva distrutto il 17 aprile per stabilirvi un accampamento che è rimasto lì fino a che i contadini “hanno fatto ritirare” pacificamente 40 poliziotti il giorno 26 di quel mese. L’hanno riaperta il 3 ottobre ed ora l’hanno ricostruita e perfino abbellita da un murales. Il rappresentante indigeno sostiene che così tutti ne traggono beneficio, perché le risorse sono per gli ejidatarios e non unicamente per ‘il gruppetto’ della Opddic”.  Solo ieri la Brigata di Osservazione della Rete contro la Repressione e la Solidarietà riassumeva così la situazione del vasto ejido: “L’azione costante di elementi della Opddic si è aggravata nella comunità tzeltal San Sebastián Bachajón, dopo che il governo dello stato ha concesso dei documenti originali ai paramilitari comprovanti la loro appartenenza all’ejido, cosa assolutamente falsa”.  Nel giugno del 2007 fu consegnata “al gruppo paramilitare” la concessione della cabina di accesso al complesso turistico. A partire da quella data le vessazioni e le minacce diventarono ricorrenti. Il 18 giugno 2008 i coloni di San Sebastián Bachajón hanno presero per la prima la cabina “per esercitare il diritto all’uso e sfruttamento del loro territorio”, ha affermato questo sabato la Brigata di Osservazione.  Ad aprile di questo anno sono stati arrestati sette abitanti dell’ejido ed uno base di appoggio zapatista; dei sette restano ancora in carcere Antonio e Gerónimo Gómez Saragos. Il 16 aprile un operativo al quale hanno partecipato 1.800 poliziotti e truppe federali distruggeva la cabina di accesso ed occupava parte dell’ejido. Ora tutto è stato recuperato dai legittimi ejidatarios. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/23/index.php?section=politica&article=016n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Violenza dilagante.

La Jornada – Domenica 22 novembre 2009

La Brigata della Rete contro la Repressione dell’Altra Campagna ha concluso la sua visita in Chiapas e definisce preoccupante la situazione di violenza a Mitzilón, Jotolá e Bachajón

Hermann Bellinghausen, inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 21 novembre.  Esiste una logica “comune e ricorrente” che tinge di violenza gli ejidos di Mitzitón, Jotolá e San Sebastián Bachajon, ha concluso la Brigata di Osservazione della Rete contro la Repressione e per la Solidarietà dell’Altra Campagna, dopo aver visitato per cinque giorni questi ejidos che stanno vivendo una “costante pressione della polizia statale e dei gruppi paramilitari Ejército de Dios e Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic): vessazioni, aggressioni fisiche e psicologiche, minacce di detenzione, morte e violenza”.  In questi tre villaggi – ora emblematici della resistenza indigena all’autostrada San Cristóbal-Palenque e in generale ai progetti turistici e di privatizzazione del territorio che li minacciano – l’impunità garantita agli aggressori dai governi statale, municipali e federale “permette la continuità della violenza”.  Secondo la Brigata, queste comunità resistono alla “sottrazione e sgombero della terra e del territorio che va contro l’autonomia e la libera determinazione dei popoli indigeni basata su legislazioni e trattati riconosciuti nel nostro paese (come il Trattato 169 della Organizzazione Mondiale del Lavoro)”.  Gli osservatori ritengono “preoccupante la situazione di violenza” che hanno constatato “per il fatto che un gruppo di 60 compagni indigeni hanno dovuto accompagnarci nel nostro viaggio” per motivi di sicurezza. Inoltre “sono stati documentati casi di violenza sessuale sulle donne e l’incarceramento di compagni aderenti in altre regioni”.  La problematica più recente e grave è a Jotolá, dove le minacce di esproprio di terre da parte del gruppo paramilitare Opddic sono state impunemente scatenate “contro i coloni dell’Altra Campagna dell’ejido tzeltal”, ha sottolineato la Brigata durante la conferenza stampa di oggi. “L’escalation di violenza è iniziata con l’arresto ingiustificato del professor Manuel Aguilar Gómez, dirigente della comunità, il 20 novembre 2008. Il 18 settembre 2009 in un’imboscata di membri della Opddic è stato aggredito Ricardo Lagunes, del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas mentre è stata ferita da una pallottola Carmen Aguilar Gómez e brutalmente picchiata Rosa Díaz Gómez”.  Per questi fatti erano stati catturati quattro degli aggressori: Juan, Rogelio e Guadalupe Cruz Méndez ed Agustín Hernández Santiz. Dopo tre giorni di carcere sono stati liberati dal giudice del tribunale penale a El Amate, Carlos Alberto Bello Avendaño, lo stesso che ha condannato i fratelli Gerónimo e Antonio Gómez Saragos, ejidatarios dell’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón; scarcerato gli aggressori di Jotolá e dato consulenza ad Antonio Moreno López, sindaco priista di Chilón, ed al delegato di Governo, César Santiago.  Ora, donne e bambine di Jotolá “sono oggetto di costanti minacce di violenza da parte dei soggetti rilasciati e dei loro famigliari” che hanno anche minacciato di bruciare le case degli ejidatarios dell’Altra Campagna. Il governo statale si è dichiarato “non d’accordo” con la decisione del giudice ed ha tiepidamente annunciato ricorso. Doveva presentarlo questo venerdì, ma non c’è conferma che lo abbia fatto. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/22/index.php?section=politica&article=015n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Governo “nervoso”.

La Jornada – Sabato 21 novembre 2009

Senza alcuna base le voci di disordini in Chiapas

Hermann Bellinghausen, inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 20 novembre. È risultato infondato il nervosismo del governo nel 99° anniversario della Rivoluzione Messicana che attraverso informazioni della stampa locale e notiziari radio aveva generato  la paura di una “sommossa” di gruppi contestatari. Era talmente ufficiale l’origine di queste voci da dare corso ad arresti, perquisizioni, interrogatori ed accuse pubbliche contro dirigenti contadini, comunità, religiosi delle zone indigene e difensori dei diritti umani. Notizie filtrate”, dichiarazioni di funzionari e comunicati – che sono risultati essere stati alimentati da un documento “confidenziale” della procura statale (La Jornada, 14 novembre) – concordavano che la data probabile per la “sommossa”, denominata “20 y 10”, sarebbe stata questo venerdì. Secondo tali previsioni, la Segreteria di Sicurezza e Protezione Cittadina (SSPC) a partire dalle ore zero di oggi ha scatenato un ampio ed inusuale “operativo di sicurezza nella geografia chiapaneca per proteggere la pace sociale e l’armonia tra la popolazione durante la commemorazione della Rivoluzione Messicana”, come dichiarato dall’ente stesso. Il piano aveva l’obbiettivo di proteggere “la folla che assiste alla celebrazione nei municipi, proteggere l’integrità fisica e le proprietà delle persone, e con ciò evitare fatti deplorevoli”. La SSPC spiegava: “Le strategie comprendono pattugliamenti a pedi, in auto, così come controllo sulla circolazione veicolare, delle piazze dove si concentra la cittadinanza e le autorità dei tre livelli di governo per presenziare alla manifestazione”. Questo, alludendo alle manifestazioni ufficiali ed alle mobilitazioni annunciate da organizzazioni come MOCRI e OCEZ-CNPA che non avevano nessuna ragione di essere violente. All’operazione hanno partecipato 4.700 agenti delle polizie statali Preventiva, di Confine,  Stradale, Ausiliare e del Traffico, oltre ai gruppi speciali della SSPC. In un altro contesto i lavoratori del municipio di San Cristóbal riferiscono che giorni prima era stato ordinato loro di “proteggere” i loro computer di fronte alla possibilità che “gruppi sovversivi” potessero occupare il palazzo municipale. Con tali ingredienti non stupisce che tra la popolazione si fossero diffuse voci di ogni genere. Molta gente si diceva convinta che “qualcosa” sarebbe successo. Nei primi minuti di oggi una fonte governativa bene informata avvertiva della presenza di “incappucciati” a nord della città; un’organizzazione filogovernativa assicurava: “Gli zapatisti occuperanno le installazioni della ‘INI’ (CDI)”. Ed anche che un’improbabile gruppo di “zapatisti, gruppi di Carranza, Aric ed Abejas occuperanno le strade a San Cristóbal, Comitán, Ocosingo, Altamirano, Polhó ed Oventic, oltre a Tuxtla”. Niente di questo è accaduto, ma la “premonizione” è rimasta nell’aria e sui media stampati. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/21/index.php?section=politica&article=013n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

“Rumors” in Chiapas.

La Jornada – Sabato 21 novembre 2009 – Los de Abajo

Voci in Chiapas

di Gloria Muñoz Ramírez

Nelle scorse settimane un’ondata di voci invade lo stato meridionale nel quale 26 anni fa si installò la prima cellula di quello che dieci anni dopo si sarebbe conosciuto come l’EZLN. Nei quasi 16 anni di lotta pubblica i momenti di silenzio della comandancia generale zapatista sono stati sfruttati da altri per propagare voci di ogni genere, così come comunicati apocrifi, manifesti con firme collettive che li includono, annunci di un prossimo attacco zapatista o un piano militare che mira a decapitare il movimento. “La politica delle voci” in Chiapas non nasce ora, ma già da molto prima, e adesso: a chi convengono le voci su possibili iniziative militari in Chiapas? Chi ne beneficia? Da dove parte la voce? Chi la studia e per quale motivo?  Quando le voci si riferiscono a “possibili sollevazioni di gruppi armati“, pur trattandosi di sigle differenti dall’EZLN, sulle comunità zapatiste si intensifica la pressione militare, si rafforzano i pattugliamenti e si creano nuovi posti di controllo. In questo contesto si potrebbe pensare che le voci siano diffuse da qualche sfera del potere per giustificare la pressione che viene comunque esercitata sulle comunità in resistenza. Da quali istanze possono provenire? Dall’Esercito? Dal governo statale? Dall’Esecutivo? Da tutti loro, rappresentano gli stessi interessi od ognuno ha le proprie mire?  La cosa certa è che, al di là delle voci, in Chiapas c’è una guerra che oltrepassa i tre lustri e da questa in diversi momenti hanno voluto trarre vantaggio i governi di turno, l’Esercito, le multinazionali, la Chiesa ed alcune ONG. Quando la parola dell’EZLN è assente, il vuoto si riempie non solo di voci, ma di iniziative e strategie di ogni tipo che seminano incertezza in settori realmente interessati a sapere che cosa sta succedendo.  Lo scorso 17 novembre l’EZLN ha compiuto 26 anni senza festeggiamenti pubblici e, apparentemente, neanche privati. È vero, ci sono cose che stanno accadendo: nei giorni scorsi le giunte di buon governo con sede a La Garrucha, Roberto Barrios ed Oventic hanno lanciato l’allarme su diverse provocazioni provenienti da gruppi paramilitari coordinati con le forze armate ed i governi locali. Da parte sua il gruppo civile Las Abejas, di Acteal, ha denunciato che negli Altos continuano ad operare gruppi paramilitari e contemporaneamente organizzazioni dei diritti umani denunciano la loro costante persecuzione. Nonostante la tensione e la mancanza di festeggiamenti, nelle comunità il lavoro autonomo non si ferma. Sembra che si viva in due epoche diverse. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/21/index.php?section=opinion&article=012o1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Minacce di morte agli zapatisti.

La Jornada – Venerdì 20 novembre 2009

Le autorità di Zinacantán minacciano di morte le basi zapatiste

Hermann Bellinghausen, inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 19 novembre. Basi di appoggio zapatiste di San Isidro Chactoj, municipio di Zinacantán, oggi sono state apertamente minacciate di morte dalle autorità ufficiali della loro comunità appartenenti al Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) che governa il municipio. La giunta di buon governo (JBG) Corazón céntrico de los zapatistas delante del mundo ha informato che i familiari di Juan Gómez Méndez e Luis Pérez Gómez sono accorsi questo giovedì al caracol di Oventic per denunciare che i perredisti “vogliono catturare i compagni ma non per arrestarli ma per ammazzarli, e così minacciano di fare con Pedro Gómez Gómez, Agustín López López, José Laurencio Pérez e Manuel Conde Patihstán che sono già sotto controllo per essere presi e colpiti”. Il giorno 16 scorso, i menzionati Gómez Méndez e Pérez Gómez, insieme a Mariano López Jiménez, basi di appoggio dell’EZLN, sono stati rinchiusi per 16 ore senza mangiare. “Il pretesto della detenzione è stato un lavoro comunitario di cui non erano stati avvertiti; l’abitudine di questa comunità è avvisare gli incaricati andando a casa loro una settimana prima”. Questa volta non è andata così, “perché sanno bene che i compagni zapatisti collaborano sempre nei lavori comunitari come concordato, per fare lavori di manutenzione sulle strade comunali o sugli impianti della luce”. Quelli del PRD “sono stati in riunione tutta la notte per controllarli, minacciando le comunità vicine perché pensavano che sarebbero venute a liberarli e così hanno fatto esplodere 10 cariche come avvertimento”. La JBG denuncia come responsabili diretti di questi fatti il primo agente di Chactoj, Alfredo Benito Gómez Gómez, il sua vice Domingo Gómez López, e Juan Conde Patihstán ed altre nove persone. Il giorno 17 Mariano e Luis sono stati liberati dopo il pagamento di una multa. “Siccome non è giusto, Luis non ha voluto pagare. Le autorità perrediste si sono arrabbiate ed hanno proibilito loro di transitare sulla strada con qualsiasi mezzo, biclicletta o auto”. Nel frattempo, Juan è rimasto in carcere 23 orea San Pedro Chactoj ed il giorno 17 è stato trasferito a Pastè e lì è rimasto per altre 16 ore. Il giudice municipale lo ha rilasciato a “condizione di firmare una presunta ‘minuta di lavoro’ dove si ‘impegna’ a svolgere i lavori comunitari che già svolge regolarmente”.http://www.jornada.unam.mx/2009/11/20/index.php?section=politica&article=014n2pol

Comunicato completo della JBG http://enlacezapatista.ezln.org.mx/jbg/2667

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Contro la repressione.

La Jornada – Giovedì 19 novembre 2009

Petizione degli aderenti all’Altra Campagna per chiedere che cessino le ostilità contro gli attivisti in Chiapas

Hermann Bellinghausen. San Cristóbal de las Casas, Chis., 18 novembre. Il Consiglio Regionale Autonomo della Costa del Chiapas chiede la sospensione “di persecuzione, repressione e minacce contro gli aderenti all’Altra Campagna nello stato, perpetrate dalle autorità”. Dalla città di Tonalá denuncia “l’ondata di atti repressivi contro le basi di appoggio dell’EZLN e gruppi simpatizzante della lotta zapatista” e respinge “la politica adottata dai governi dello stato e federale contro gli attivisti sociali”.  Il consiglio che riunisce comunità costiere aderenti all’Altra Campagna, informa che si è mobilitato a Pijijiapan lo scorso venerdì per chiedere la sospensione dei tagli della luce contro i membri della Rete Statale di Resistenza Civile La Voz de Nuestro Corazón in diversi municipi. Esige “tariffe giuste ed il rispetto degli accordi di San Andrés Larráinzar”.  Si pronuncia per la libertà dei detenuti politici e di coscienza del paese (Atenco) Campeche, Chiapas) e chiede alle autorità di fermare la persecuzione contro “attivisti sociali, difensori dei diritti umani e militanti in Chiapas”. (…….)  Conclude con la richiesta al sindaco di Tonalá, Hilario González Vázquez, di rispettare il Comitato de Diritti Umani Digna Ochoa, poiché la giunta del municipio “nega assistenza e servizi affinché il comitato possa svolgere il suo lavoro”, in una zona dell’entità dove non è molto diffusa la difesa delle garanzie individuali e collettive.  Il consiglio ribadisce il suo impegno con L’Altra Campagna: “se toccano uno di noi,  toccano tutti”, perché “il dolore che uno sente lo sentiamo tutti noi”, e lanciano un appello a “continuare ad organizzarsi”. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/19/index.php?section=politica&article=016n2pol

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

26° anniversario dell’EZLN.

La Jornada – Mercoledì 18 novembre 2009

Notevole dispiegamento di truppe in Chiapas nel 26° anniversario dell’EZLN

Hermann Bellinghausen, Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 17 novembre. Mentre una dichiarazione pubblica di sacerdoti e religiose ha rivelato oggi il livello di tensione esistente tra la diocesi di San Cristóbal de las Casas ed il governo statale, l’Esercito continua a svolgere un’intensa attività con perquisizioni e pattugliamenti in comunità del centro e la selva di confine, e questo lunedì è stato registrato un eccezionale spostamento di truppe verso gli Altos, secondo le testimonianze raccolte a San Juan Chamula.  A 26 anni dalla fondazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione (EZLN) e sottolineando il silenzio zapatista da più di otto mesi, oggi è risaltata l’assenza di qualsiasi manifestazione commemorativa nei caracoles; non c’è stato nemmeno un pronunciamento del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’EZLN, il quale non ha firmato né emesso alcun comunicato  dall’8 marzo scorso. Come avverte da alcune settimane la pagina web di Enlace Zapatista, “qualsiasi testo successivo a questa data che porti la firma dell’EZLN, è apocrifo”.  Intanto, sacerdoti, religiose e missionarie della zona sud della diocesi di San Cristóbal hanno protestato “energicamente” contro “la persecuzione scatenata contro la Chiesa cattolica” dal governo statale nei confronti del vescovo Felipe Arizmendi e, “in particolare”, del sacerdote Jesús Landín (padre Chuy), parroco di San Bartolomé, a Venustiano Carranza, ed i suoi collaboratori. “Non siamo criminali né stiamo promuovendo la violenza in nessuna forma”, sostengono.  I funzionari pastorali denunciano che “l’ossessione persecutoria” contro Landín è arrivata ad un punto tale che il governatore Juan Sabines Guerrero ha tentato di metterci del suo per far espellere il vescovo dalla diocesi e da Chiapas”. Tuttavia – aggiungono – “nessuno ha il diritto di espellere un cittadino da nessun posto nel territorio nazionale; se fa questo, si sta procedendo contro la Costituzione”.  Il governo “ha scatenato una persecuzione permanente contro Landín, accusandolo di aizzare la gente e promuovere la violenza e l’uso delle armi”. Affermano che sono “calunnie” e “bugie”. Manifestano la loro solidarietà con i membri della parrocchia di San Bartolomé e ribadiscono il loro impegno sociale, dichiarandosi “a fianco del popolo”, che  “vogliono sostenere nei suoi diritti alla libertà ed al rispetto della nostra Madre Terra”.  Sulla base all’esperienza delle comunità nella loro zona, dichiarano: “La causa della persecuzione contro la Chiesa ed i popoli del Chiapas sono le concessioni minerarie a compagnie straniere per estrarre i tesori del sottosuolo. Si sa che il governo ha dato loro il permesso di esplorare e sfruttare il sottosuolo chiapaneco per più di un milione di ettari”.  I religiosi si ritengono obbligati a protestare “contro la persecuzione e l’indebita ingerenza in questioni proprie della nostra chiesa”. Il governatore – affermano – “accusano la chiesa del fatto che gli abitanti di Acteal si siano rifiutati di riceverlo. Questi considerano una presa in giro la presenza di funzionari di un governo che fu complice del massacro e che liberando gli assassini continua ad essere parte di tremendo delitto.  “La diocesi non avrebbe accompagnato il governatore, ma non è stata lei a prendere la decisione di non riceverlo. Queste decisioni spettano unicamente ed esclusivamente alle comunità interessate”.  Infine, respingono l’infiltrazione di spie della polizia “in atti di culto e formazione cristiana, che cercano inutilmente di dimostrare reati che non abbiamo mai commesso e che, Dio lo voglia, non commetteremo mai”. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/18/index.php?section=politica&article=014n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Assedio dei militari.

La Jornada – Martedì 17 novembre 2009

I militari entrano nei villaggi del Chiapas quando le donne sono sole

Hermann Bellinghausen.  San Cristóbal de Las Casas, Chis., 16 novembre. Malgrado il governo statale abbia firmato con decine di organizzazioni altrettanti “accordi di governabilità” (che includono la consegna di risorse economiche e l’impegno di non realizzare azioni di protesta né presentare istanze agrarie), continuano le perquisizioni, i pattugliamenti, le minacce armate e l’ammassamento di truppe federali nei villaggi di Las Margaritas, Comitán, Socoltenango, Venustiano Carranza, Frontera Comalapa, La Trinitaria, Amatenango del Valle e Nicolás Ruiz.  È significativo quanto accade alla Organización Proletaria Emiliano Zapata (OPEZ), cosiddetta “storica”, sempre molto docile nei riguardi del governo statale.  Il fine settimana scorso l’organizzazione ha chiesto il ritiro dell’Esercito dalle sue comunità. Solo nel mese di novembre le truppe hanno realizzato perquisizioni delle case e si sono addirittura installati in alcuni villaggi. L’occupazione militare viene giustificata, come in altre aree della frontiera e del centro dello stato, con l’ambigua combinazione di “lotta alla criminalità organizzata” e caccia ai “sovversivi”.  Rubén Méndez Méndez, dirigente della OPEZ, ha denunciato perquisizioni, posti di blocco e ammassamenti di soldati a La Trinitaria, Frontera Comalapa e Comitán. I militari della Settima Regione Militare, con sede nella base di Copalar, entrano nelle comunità “quando le donne sono sole con i bambini”, sostenendo di cercare armi, droga o narcotrafficanti.  Lo stesso è accaduto a Nuevo Villaflores, dove i soldati hanno perquisito diverse case “davanti a donne e bambini spaventati”.  Ed ancora, durante un corso per donne nello stabilimento balneare Uninajab, decine di militari hanno fatto irruzione “saltando fuori dai cespugli” e provocando “molto spavento”, come testimonia Reina Santiago Guadalupe, della stessa organizzazione.   Méndez si è detto sorpreso di fronte a questa persecuzione, poiché la OPEZ realizza solo “azioni pacifiche” e non è mai successo che i suoi soci, indigeni e contadini, siano stati coinvolti nella sovversione o nella delinquenza. Ha annunciato che l’organizzazione prossimamente deciderà azioni contro la presenza dei soldati “che si trovano nelle comunità da un paio di settimane”.  Intanto, centinaia di cattolici questa domenica a Comitán hanno chiesto la sospensione delle “calunnie contro sacerdoti ed agenti di pastorali della diocesi di San Cristóbal”, e si sono pronunciati in favore dei sacerdoti Jesús Landín (Venustiano Carranza) e Juan Manuel Hurtado (della diocesi di Ocosingo ed Altamirano), così come dei vescovi Felipe Arizmendi Esquivel ed Enrique Díaz Díaz.  Hanno protestato contro l’attività militare anche nelle comunità di Frontera Comalapa, La Trinitaria ed in altri municipi, chiedendo di interrompere lo sfruttamento minerario nelle regioni sul confine e sulla Sierra.   In questo contesto restano in carcere tre dirigenti dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ-regione Carranza) ed altri oceístas si sono rifugiati negli uffici delle Nazioni Unite a San Cristóbal per chiedere la sospensione della persecuzione nelle loro comunità e per evitare di essere catturati.  Luis Manuel Hernández ha comunicato che María Elena Meneses, inviata del governo statale e dirigente de El Barzón, ha fatto visita a suo padre, José Manuel Hernández Martínez, Chema, rinchiuso nel carcere di Nayarit, accompagnata dal dirigente perredista Alejandro Gamboa, e gli ha consigliato di “convincere” la OCEZ a negoziare, “altrimenti la situazione si aggraverà con le ‘azioni programmate per il 20 novembre’, poiché il governo ha ricevuto informazioni secondo le quali ci sarà una mobilitazione (di presunti gruppi guerriglieri) che si chiama ’20 y 10′ “. http://www.jornada.unam.mx/texto/014n2pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Aggressioni a Roberto Barrios.

La Jornada – Lunedì 16 novembre 2009

 La giunta zapatista denuncia indimidazioni di paramilitari e militari

Aggrediti e filmati gli alunni del caracol Roberto Barrios. Rotti a colpi di pietre i tetti delle aule e dei dormitori.

Hermann Bellinghausen – Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 15 novembre. La giunta di buon governo (JBG) “Nueva semilla que va a producir”, del caracol Roberto Barrios, nella zona nord, denuncia le costanti minacce ed aggressioni contro le autorità civili zapatiste, e contro gli alunni Della scuola autonoma che si trova dentro il caracol. “La situazione è sempre peggio”, avverte allarmata la giunta zapatista.  “Negli ultimi mesi il malgoverno ha intensificato le sue azioni di intimidazione e provocazione attraverso gruppi armati paramilitari che operano nella zona nord, responsabili di sparizioni, violenze, assassini, sgomberi contro i loro stessi fratelli indigeni”.  Individui “addestrati dalle istituzioni repressive” provocano “tensioni e violenze dentro il nostro territorio zapatista”. Principalmente nel “Caracol que habla para todos“. Dal 1994 il governo applica una “guerra di bassa intensità contro i popoli in resistenza, al fine di dividerci, farci arrendere ed annichilirci”, sostiene la JBG.  “Il tentativo di sgombero del centro educativo autonomo è dovuto al progetto di ecoturismo per metterci i negozi, perché la scuola si trova proprio all’entrata alle cascate del fiume Bascán”.  In realtà, il governo ha spinto la creazione di uno stabilimento balneare nella località, dove si trova un bel gruppo di cascate che da dieci anni hanno risvegliato l’avidità turistica. Questo, “pianificato dalle imprese e dallo stesso malgoverno”, attraverso Luis H. Álvarez (ex coordinatore del dialogo di pace del governo federale ed attuale titolare della Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni) ed i suoi subalterni Hugo García e Jesús Caridad.  Lo scorso 20 ottobre sono arrivati nel caracol Carlos e Luciano Méndez Méndez minacciando gli alunni della scuola “con le cartucce di una pistola calibro 9 millimetri”. Gli aggressori indossavano uniformi dell’Esercito federale “e passano sempre con una pistola infilata nella cintura”. Il giorno 26, degli sconosciuti hanno rubato nel negozio di artigianato delle donne basi di appoggio della comunità Roberto Barrios, che si trova di fronte al portone del caracol.  La JBG segnala: “Lo stesso comandante supremo delle forze armate manda i suoi militari ad addestrare gente delle comunità che si lasciano ingannare e convincere a creare la violenza e la disintegrazione della convivenza comunitaria”.  A settembre, “per alcune notti si sono sentiti gruppi di persone marciare gridando slogan militari nell’oscurità, a circa 50 metri dal caracol“, nelle cui vicinanze si sono sentiti “continui spari”.  La JBG cita altri precedenti: l’8 gennaio 2007 “un gruppo di priisti radicali e violenti occuparono la scuola autonoma, cacciando e spaventando i bambini e le promotrici di educazione”. Gli aggressori erano armati di machete. Il 27 agosto 2008, gli stessi priisti occuparono la scuola per la seconda volta capeggiati da José Méndez Méndez e con la partecipazione di tre maestri della scuola ufficiale secondaria. Gli alunni, le promotrici e “i compagni genitori” dovettero sopportare “una sequela di volgarità”.  “Le aggressioni contro le autorità civili autonome sono cominciate” da quando si è installata questa JBG. “Gli alunni sono costantemente vessati durante le lezioni, quando si lavano nel fiume, nella pausa pranzo e quando fanno educazione fisica”. I tetti delle classi e dei dormitori sono stati rotti a sassate.  Il governo “ha informatori forniti di videocamere e cellulari” che giornalmente vanno a Palenque “a fare rapporto e prendere istruzioni dai loro capi”. La persona “più visibile che fa questo lavoro sporco” è Humberto Balcázar Mendoza che filma gli alunni autonomi, il personale che lavora in questo centro e le strutture della JBG. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/16/index.php?section=politica&article=016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Agricoltori zapatisti minacciati.

La Jornada – Domenica 15 novembre 2009

Persone vicine al governo statale e municipale cercano di appropriarsi del mercato indigeno di Ocosingo. Gli agricoltori zapatisti sono stati minacciati di espulsione

Hermann Bellinghausen- Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis., 14 novembre. Gli agricoltori zapatisti che da molti anni vendono i loro prodotti al mercato indigeno della città di Ocosingo, vengono discriminati e sono minacciati di espulsione dal cosiddetto mercato campesino. Questo denunciano le giunte di buon governo (JBG) di La Garrucha e Morelia.  Le JBG denunciano che commercianti Della regione ed un consigliere del governo municipale, insieme a elementi dell’Organizzazione Regionale dei Coltivatori di Caffè di Ocosingo (Orcao) “si sono organizzati per impadronirsi del mercato campesino, mentre in realtà rincorrono solo il beneficio personale”.  Il mercato è aperto al pubblico dal 1975, ma ora alcune persone vicine al governo statale perredista ed al sindaco panista di Ocosingo, Carlos Leonel Solórzano, vogliono “comperarlo”. Si tratta dei commercianti Marcos Gómez López e Daniel Gómez López, Delle fattorie 5 de Febrero e Getsemaní, rispettivamente. Sono “capeggiati” da Elías López Gómez, Della fattoria Guadalupe e consigliere del municipio, e José Pérez Gómez, dirigente della Orcao.  “Ora, con l’ambizione di questi capi, in complicità con alcuni locatari, stanno ingannando di obbligando a contribuire, secondo loro, per comprare il mercato campesino“, denuncia il comunicato. “C’è già un gruppo che ha collaborato e sono quelli che provocano gli scontri”. Dal 2005 “i venditori degli altri municipi sono discriminati che vengono cacciati e picchiati con l’intervento della polizia municipale”.  Firmano la Denuncia della JBG (http://enlacezapatista.ezln.org.mx/jbg/2632) i consigli municipali autonomi di Lucio Cabañas, Francisco Gómez, Francisco Villa, Ricardo Flores Magón e San Manuel, da dove provengono i produttori ed i commercianti zapatisti coinvolti.  Le autorità zapatiste sostengono che questi “opportunisti approfittano dello stato di bisogno dei piccoli produttori”, appoggiati “dai tre livelli del malgoverno”, cioè, Felipe Calderón Hinojosa, Juan Sabines Guerrero e Carlos Leonel Solórzano.  “A causa delle intenzioni di questi leader corrotti ed ambiziosi, stanno peggiorando sempre più i problemi tra i produttori stessi ed i nostri compagni basi di appoggio”, prosegue il comunicato. Marcos Gómez e Daniel Gómez, “su istruzioni” del governo, “devono far litigare i venditori tra loro, così da far credere che i tre malgoverni possono comprare il mercato per darlo ai loro agenti provocatori”. Ricordano che dal 1971 lo spazio dove si trova il mercato fu donato dall’allora proprietario del luogo, José Solórzano Navarro, al presidente municipale provvisorio José Adán Sánchez López. Il posto fu consegnato “legalmente” ai produttori nel 1975. “A quel tempo  i produttori dei villaggi non avevano problemi a vendere i loro prodotti, perché tutti erano rispettati”. (Come succede in qualsiasi mercato indigeno, un numero significativo di donne vende i prodotti agricoli).  I cinque municipi autonomi e le due JBG dichiarano: “Nel 1994 sono state sacrificate molte vite per recuperare le terre che sono state sempre nostre. Non con l’ambizione di qualche opportunista che vuole privatizzare spazi pubblici e collettivi, che sono patrimonio del popolo”.  I governi zapatisti della regione rivolgono un appello ai venditori contadini affinché si astengano dal contribuire all’acquisto di questo mercato poiché da molto tempo è nelle mani del popolo e non permetteremo che un gruppo di avidi continui ad ingannare la gente”.  Dai caracoles Torbellino de nuestras palabras e Resistencia hacia un nuevo amanecer, le giunte ed i municipi autonomi dichiarano: “Il mercato è del popolo, per zapatiste e non zapatisti”. E avvertono: “Lo difenderemo a tutti i costi. Riteniamo responsabili di quanto potrà accadere Calderón, Sabines, Leonel ed il gruppo di provocatori”. www.jornada.unam.mx/2009/11/15/index.php?section=politica&article=011n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Criminalizzazione in Chiapas.

La Jornada – Sabato 14 novembre 2009

“Preparativi di un movimento armato”, pretesto per la repressione in Chiapas

La Procura diffonde un documento dal titolo Situazione prevalente nel municipio Venustiano Carranza. La Procura Generale di Giustizia lancia l’allarme su una presunta rete “sovversiva” guidata dal parroco cattolico Jesús Landín

Hermann Bellinghausen – Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 13 novembre. Le autorità chiapaneche si dicono convinte che in certe zone dell’entità si starebbe forgiando un “movimento armato” per l’anno prossimo. Questo illustra l’eloquente documento Situazione prevalente nel municipio Venustiano Carranza, elaborato dalla Procura Generale di Giustizia dello Stato (PGJE) e diretto specificamente a “documentare” l’esistenza di una presunta rete “sovversiva” il cui asse sarebbe il parroco cattolico Jesús Landín García. L’ampio documento, datato 27 luglio di questo anno, e del quale La Jornada possiede una copia, è l’origine delle numerose “versioni” e “notizie filtrate” ai media locali e nazionali che hanno giustificato recenti azioni poliziesche e militari, catture, perquisizioni e conrolli sulle strade delle comunità di Carranza e municipi circostanti (Comitán, Nicolás Ruiz, San Cristóbal de las Casas). Col metodo “taglia e incolla”, il documento mette insieme presunti passaggi di omelie del chierico Landín (già parroco di San Andrés Larráinzar) con le foto prese con telefono cellulare di una riunione pastorale a Nicolás Ruiz, la cattura di una banda criminale denominata Los Pelones in possesso di un arsenale a Frontera Comalapa, ed una visita dei fratelli Héctor ed Antonio Cerezo Contreras al Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) durante la commemorazione pubblica dei 20 anni di questo centro. Si aggiungono “considerazioni” sul vescovo emerito Samuel Ruiz García che avrebbe fatto di Landín il “suo successore”, non è chiaro in che cosa, ma si deduce come leader di “movimenti antisistema finanziati da diverse organizzazioni non governative che fungono da protezione dei principali leader”. Il sacerdote “gode di ampia stima nelle zone emarginate di ascendenza indigena, per il suo carattere radicale ed i suoi discorsi di rifiuto dell’ordine stabilito e delle istituzioni del governo”. L’intento diretto del documento della PGJE è screditare il dirigente della OCEZ-Carranza José Manuel Hernández Martínez, Chema, il quale “se autodefinisce (sic) attivista sociale da 30 anni”. Sulla base delle “prove” contenute nel documento, Hernández Martínez ed altri dirigenti della OCEZ-Carranza sono stati poi arrestati. Il primo, in maniera irregolare, è stato trasferito in un carcere federale a Nayarit. Il documento cita azioni agrarie della OCEZ, soprattutto l’occupazione di fattorie di proprietà dei grandi cacicchi della zona, come la famiglia Orantes, e le mischia con la cattura di Los Pelones, senza provare il legame di questi con la OCEZ. Fa riferimenti al “traffico di droga e clandestini”, poiché il centro del Chiapas, dice la PGJE, “è percepito come una regione dove prevalgono condizioni favorevoli per il traffico illecito di qualsiasi merce”. Più avanti descrive i “gruppi avversi allo Stato” con frasi che non lasciano adito a interpretazioni: “La presenza di attori belligeranti sorti dalla lotta contadina e dalla disputa delle terre attrae l’attenzione di leader sociali e religiosi collegati alla sovversione, i quali davanti al dissenso dei coloni, cercano di raccogliere simpatie per comportamenti dottrinari, situazione che contribuisce a generare nuove condizioni di mobilità della protesta”. E aggiunge: “la formazione di un fronte antisistema regionale per raccogliere istanze di carattere strategico quali la protesta per le tariffe dell’energia elettrica, la giustizia sociale indigena ed un maggiore sviluppo delle comunità rurali emarginate” come “principale obiettivo dei gruppi di protesta “. Presuppone che il Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo (FSLN), starebbe preparando “la convocazione del movimento di disobbedienza civile generalizzata nel 2010”, dove “sottolinea la partecipazione della chiesa cattolica che predica il Neoliberismo (sic), così come la Teologia Indigena”. A questa presunta “rete” parteciperebbe il CDHFBC, perché diffonde denunce “per presunti atti di persecuzione e diventa, insieme al FSLN, il principale mezzo per attrarre l’attenzione della comunità internazionale”. Aggiustando all’uopo fatti isolati, perfino falsi, il documento vuole criminalizzare anche Diego Cadenas Gordillo, direttore del CDHFBC, collegandolo ala presunta struttura della “sovversione antisistema”. Lo schema della “rete” di padre Landín ritiene un certo Patrocinio González essere il “collegamento con l’EZLN” ed interpreta la presenza in riunioni ecclesiastiche di presunti diaconi zapatisti e membri dell’Altra Campagna di Cruztón, Socoltenango e San Cristóbal de las Casas parte come della trama “sovversiva”. Tutto questo ha generato una tensione inedita tra il governo del Chiapas e la diocesi di San Cristóbal de las Casas, al punto che, come avrebbero dichiarato funzionari statali, “si sta indagando” sullo stesso vescovo Felipe Arizmendi. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/14/index.php?section=politica&article=014n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

A tre anni da Viejo Velasco.

La Jornada – Sabato 14 novembre 2009 –Los de Abajo

A tre anni da Viejo Velasco Suárez

Gloria Muñoz Ramírez

Non c’è governatore del Chiapas che non abbia la sua quota di sangue indigeno. Uno dietro l’altro proseguono la politica di repressione contro le comunità che indipendentemente dalla loro appartenenza politica resistono al furto del territorio ed al ricollocamento che favorisce unicamente i progetti imprenditoriali nella regione. Come tanti altri crimini di Stato, o che hanno contato sulla sua complicità, il massacro avvenuto nella comunità indigena Viejo Velasco Suárez, nel municipio di Ocosingo, questo 13 novembre compie un altro anno di impunità. Esattamente tre anni fa furono assassinate quattro persone ed altre quattro furono fatte sparire durante un operativo al quale parteciparono 300 agenti con armi di grosso calibro, che affiancavano un gruppo di 40 persone in abiti civili, provenienti dalla comunità Nueva Palestina. In questo terzo anniversario, per non dimenticare e continuare a chiedere giustizia, diverse organizzazioni dei diritti umani ricordano che il massacro “avvenne in un contesto di rivendicazione del diritto al territorio (…) e di violazioni sistematiche da parte dello Stato messicano, in quanto all’implementazione di politiche agrarie ed ambientali che hanno generato processi di esproprio territoriale, ricollocamento forzato e minacci di sgombero violento nella regione, in particolare contro quattro villaggi: Viejo Velasco, Flor de Cacao, Ojo de Agua Tsotsil e San Jacinto Lacanjá, dove si commisero molte violazioni del diritto alla vita, all’integrità personale, alla personalità giuridica, alla libertà personale ed alla sicurezza personale, così come ai diritti alla terra, al territorio, al non ricollocamento forzato, all’abitazione e ad una vita degna, con azioni come l’omicidio, la sparizione forzata, lo sgombero interno di 39 persone, la sottrazione di territorio, la distruzione di abitazioni, aggressioni fisiche e detenzioni illegali”. Organizzazioni come il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas ed il Comitato di Difesa delle Libertà Indigene Xi´nich, tra altre, chiedono la risoluzione delle cause che diedero origine a questi avvenimenti ed all’uso sproporzionato e indebito della forza pubblica; di realizzare un’indagine completa, imparziale, efficace e veloce dei fatti, e di eseguire un’analisi genetica che permetta di identificare i resti dei due corpi ritrovati il 6 luglio 2007 e di localizzare, identificare e consegnare alle famiglie i resti mortali delle persone ancora scomparse; la punizione dei responsabili materiali ed intellettuali del massacro avvenuto a Viejo Velasco e la cancellazione immediata dei mandati di cattura che ancora pendono sui sopravvissuti e sui familiari delle vittime. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/14/index.php?section=opinion&article=014o1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Messico 2010.

Dalla rivista LATINOAMERICA – Venerdì 13 Novembre 2009

Luce e Forza per il Messico che si prepara al 2010

 Per il fiume di popolo che questa settimana è tornato a scendere in piazza a Città del Messico e in 35 altre città del paese ci sono in ballo ben più dei 44.000 posti di lavoro della compagnia elettrica “Luz y Fuerza del Centro” (LyFC), liquidata come un ferro vecchio dal presidente Felipe Calderón lo scorso 10 ottobre e che da allora sono in resistenza.  Mentre i lavoratori dell’elettricità senza stipendio da un mese resistono all’idea di trasformarsi in padroncini di una giungla di microimprese deregolamentate, così come vuole il governo, il grande popolo di quelli che stanno pagando un prezzo troppo duro nel Messico neoliberale, dove il presidente Calderón è solo a metà del mandato, è sceso in piazza come passo indispensabile verso uno sciopero generale da molti evocato ma difficilissimo da realizzare soprattutto per le debolezze, divisioni ed opportunismi della classe politica.  Dallo Stato del Messico a Puebla, da Morelos a Hidalgo a Michoacán, dal Chiapas a Jalisco fino a Oaxaca, che ha vissuto una manifestazione particolarmente partecipata, fino ovviamente allo Zócalo di Città del Messico il Sindacato Messicano degli Elettricisti ha vinto la prova della solidarietà in una delle più grandi manifestazioni sindacali della storia del paese. C’erano tutti, dagli altri sindacati agli studenti e i docenti dell’UNAM e delle altre Università della capitale, ai militanti vicini ad Andrés Manuel López Obrador, ai partiti di sinistra, ai movimenti sociali, alla otra campaña zapatista.  Intanto il governo ha approvato la finanziaria 2010 che prevede un generalizzato aumento delle tasse per i redditi medio bassi. È un passo fatto con leggerezza per un governo ultraliberale che vuole completare la liquidazione del Messico del XX secolo, quello priista dove, nonostante mille fallacie ed ignominie, lo Stato nato dalla Rivoluzione contribuiva a perequare le enormi ingiustizie del paese.  Così il Messico stato fallito si prepara al 2010. Crisi economica, aumento delle tasse, carestia nelle campagne alla fame, narcotraffico rampante che controlla intere zone del paese come fossero in Italia. Addirittura l’ONU valuterebbe, poi smentisce, se mandare i caschi blu a Ciudad Juárez, la città di frontiera con il Texas dove si sono già superati i 2.000 morti ammazzati quest’anno in una delle più sanguinose guerre criminali della storia.  Già: il 2010, l’anno fatale dal quale molti messicani si aspettano un nuovo inizio per veder rinascere un paese che da decenni si sta avvitando in una crisi di sistema. Nel 1810 vi fu il “Grito de independencia”. Era finito il Messico coloniale e nasceva il Messico indipendente. Il 1910 fu l’anno della Rivoluzione zapatista. Moriva il porfiriato e le masse degli esclusi entravano nella storia del paese. Non ci vuole Nostradamus per capire che anche alla vigilia del 2010 un modello di Messico è finito e qualcosa deve succedere.  http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/498-luce-e-forza-per-il-messico-che-si-prepara-al-2010

Read Full Post »

L’Aviazione contro l’EZLN.

La Jornada – Venerdì 13 novembre 2009

 

l’Aviazione Messicana (FAM) armò aerei C-7 per combattere l’EZLN nel 1994, mentre questi potevano essere usati solo per addestramento. Il costruttore svizzero ha applicato un ambargo per alterazione del contratto.

Jesus Aranda

Nel 1994 la Forza Aerea Messicana (FAM) armò irregolarmente aeroplani Pilatus C-7 affinché intervenissero nel conflitto armato in Chiapas. Quando il governo della Svizzera se ne accorse, applicò un embargo commerciale per impedire che il governo messicano nel 1995 acquisisse 48 aeronavi Pilatus C-9, in ragione del fatto che le aeronavi erano state usati per scopi diversi da quelli per i quali erano state acquisite. Cioè, da aeroplani da addestramento si erano trasformati in aerei da combattimento. (…)Come riportato da media aeronautici internazionali, il contratto di compravendita stabiliva che i Pilatus acquisiti dal Messico sarebbe stati utilizzati strettamente per addestramento; tuttavia questi accordi non furono rispettati ed i Pilatus furono armati per appoggiare l’Esercito a soffocare il movimento zapatista nel 1994. (…)  http://www.jornada.unam.mx/2009/11/13/index.php?section=politica&article=017n1pol

Read Full Post »

Impunità.

La Jornada – Venerdì 13 novembre 2009

Liberati, gli aggressori degli aderenti all’Altra Campagna ora minacciano la comunità

Hermann Bellinghausen. San Cristóbal de las Casas, Chis., 12 novembre. Le autorità giudiziarie del Chiapas hanno rilasciato quattro dei responsabili delle aggressioni a spari e percosse contro indigeni aderenti all’Altra Campagna nell’ejido Jotolá (municipio di Chilón) e contro un difensore dei diritti umani avvenuta due mesi fa. Benché la cattura degli aggressori fosse stata molto reclamizzata, sono rimasti in carcere solo una settimana. Ieri sono tornati nella comunità ed ora minacciano di “vendicarsi”.  Sono stati riconosciuti come membri del gruppo priista Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic), ripetutamente denunciata come paramilitare.  Secondo le testimonianze degli ejidatarios di Jotolá, i fratelli Juan, Guadalupe e Rogelio Cruz Méndez, ed Agustín Hernández Sántiz, fermati lo scorso 3 novembre dalla polizia ministeriale per la loro partecipazione nelle aggressioni del 18 settembre, sono stati liberati ieri dal Centro Statale di Reinserimento Sociale numero 14, El Amate, e sono giunti in comunità alle ore 23. “Tra l’una e le tre del mattino di oggi, i priisti liberati sono stati visti ubriachi e in atteggiamento minaccioso nei dintorni della casa di un’ejidataria aderente all’Altra Campagna, madre di Cándido Cruz, testimone a carico nel procedimento penale istruito contro gli aggressori liberati”, riferiscono gli ejidatarios tzeltales.  Più tardi, quando alcune donne di Jotolá transitavano per strada, i fratelli Cruz Méndez ed altri membri della Opddic hanno gridato loro: “ammazzeremo quelli dell’Altra Campagna uno alla volta e violenteremo le donne”. Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) ha lanciato l’allarme “sul rischio imminente” di un’aggressione contro gli ejidatarios dell’Altra Campagna e delle loro famiglie da parte di quelli della Opddic, ed ha sollecitato il governo statale ad adottare idonei provvedimenti per la comunità. Il CDHFBC ha espresso “sorpresa al governatore Juan Sabines Guerrero, perché il nuovo evento di impunità conferma l’uso del sistema giudiziario per reprimere la protesta sociale (come nel caso dei detenuti politici Jerónimo ed Antonio Gómez Saragos) e d’altra parte per coprire i paramilitari”. Il 18 settembre erano stati aggrediti con armi, pietre e bastoni, donne e uomini di Jotolá e l’avvocato del CDHFBC Ricardo Lagunes, che era stato minacciato di linciaggio. Gli aggrediti avevano sporto denuncia ed il Pubblico Ministero aveva spiccato mandato di cattura al giudice Carlos Alberto Bello Avendaño, titolare del tribunale penale a Tuxtla Gutiérrez, per i reati di omicidio, privazione illegale della libertà e lesioni. Il 3 novembre erano stati arrestati Juan, Guadalupe e Rogelio Cruz Méndez ed Agustín Hernández Sántiz. “Tuttavia, il giorno 10, il sopracitato giudice ha decretato il rilascio dei quattro aggressori”. Si tratta dello stesso magistrato che ha arrestato i fratelli Gómez Saragos, aderenti all’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón, rinchiusi a El Amate da mesi.  Solo questo sabato, gli ejidatarios hanno denunciato un’incursione della Opddic che minacciava di incendiare le case con le taniche di benzina. Quel pomeriggio, 30 di questi si sono riuniti nella casa dei Cruz Mendez, identificati come i principali aggressori degli ultimi mesi. I 23 ottobre Cándido Cruz fera stato picchiato dai priisti che avevano partecipato all’aggressione di settembre. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/13/index.php?section=politica&article=018n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Laguna Verde.

Installato Accampamento di Osservazione a Laguna Verde

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas informa che a partire da questa settimana è stato installato un Accampamento di Osservazione a Laguna Verde, Venustiano Carranza.
 
Saluti solidali,
Rosy, Yasmina y Bárbara
Coordinamento delle Brigate Civili di Osservazione
Centro die Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas AC
Brasil #14, Barrio Mexicanos, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas
29240, MEXICO
Tel +52 (967) 6787395, 6787396, 6783548
Fax +52 (967) 6783551
www.frayba.org.mx – bricos@frayba.org.mx     

Read Full Post »

OPDDIC minaccia zapatisti.

La Jornada – Domenica 8 novembre 2009

La OPDDIC minaccia di incendiare le case degli zapatisti

Elio Henríquez, corrispondente. San Cristóbal de Las Casas, Chis. Membri dell’organizzazione priista Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (OPDDIC) hanno minacciato di dare alle fiamme le case degli aderenti all’Altra Campagna zapatista nella comunità di Jotolá, municipio di Chilón, come rappresaglia per l’arresto di quattro suoi iscritti (http://www.jornada.unam.mx/2009/11/07/index.php?section=estados&article=029n6est) accusati di aver aggredito un avvocato del movimento guidato dal vescovo emerito Samuel Ruiz. Al fine di impedire l’aggressione è stata chiesta la protezione ufficiale, ha comunicato Diego Cadenas Gordillo, direttore del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/08/index.php?section=estados&article=028n5est

Read Full Post »

OCEZ propone il dialogo.

La Jornada – Venerdì 6 novembre 2009

 La OCEZ propone un tavolo di distensione

 Elio Henríquez e Ángeles Mariscal. San Cristóbal de las Casas, Chis., 5 novembre. L’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ) ha proposto al segretario di Governo del Chiapas, Noé Castañón León, di parire un tavolo “di distensiones e buona volontà” per dare soluzione alle sue richieste ed all’occupazione degli uffici dell’Organizzazione delle nazioni Unite (ONU) in questa città.  “Sarebbe un primo avvicinamento per preparare un possibile dialogo”, ha dichiarato Emma Cosío Villegas, portavoces della OCEZ, che da venerdì scorso occupa la sede dell’ONU per chiedere la liberazione del suoi dirigenti José Manuel Chema Hernández Martínez, arrestato il 30 settembre, e José Manuel de la Torre e Roselio de la Cruz González, catturati il 24 ottobre.  Ha spiegato che la sera di mercoledì negli uffici dell’ONU è arrivato Héctor Buendía, collaboratore di Castañón León, dicendo ai manifestanti che si poteva montare una tenda e chiudere la strada affinché il segretario di Governo dialogasse con loro.  Questa mattina, davanti a Óscar Torrens, direttore dell’ufficio dell’ONU in Chiapas, Cosío Villegas ha parlato per telefono con Buendía al quale ha detto: “Come dimostrazione di buona volontà, il gruppo ha accettato l’installazione di un tavolo di distensione per preparare un possibile dialogo.”  Ha inoltre riferito che la proposta sarebbe che questa riunione si tenga sabato e domenica, come proposto dallo stesso Buendía, per strada, di fronte agli uffici dell’ONU.  Buendía ha detto: “Lo riferirò al segretario di Governo non appena lo incontrerò e resterò in contatto con Oscar per dare una risposta affermativa o negativa per sederci a tavola a dialogare”. Il gruppo è ora in attesa della risposta di Castañón León. http://www.jornada.unam.mx/texto/033n2est.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

Nuove scarcerazioni per Acteal.

La Jornada – Giovedì 5 Novembre 2009

 La Corte ordina il rilascio di altre 9 persone condannate per il massacro di Acteal

Jesús Aranda

La prima sezione della Corte Suprema di Giustizia della Nazione (SCJN) ha ordinato – per quattro voti contro uno – la liberazione immediata di altri nove accusati per il massacro di Acteal; a 16 ha concesso l’appello affinché un tribunale unitario stabilisca la loro situazione giuridica, ma prendendo in considerazione esclusivamente prove lecite, ed ha archiviato (rifiutato) sei richieste di appello. Come accaduto il 12 agosto scorso, quando la sezione ordinò il rilascio di 20 indigeni accusati di partecipazione nell’assassinio di 45 tzotziles che si trovavano in una cappella, i magistrati hanno argomentato che la loro decisione si è basata sulla violazione del diritto al processo legale, la Procura Generale della Repubblica (PGR) fabbricò prove ed il Pubblico Ministero Federale non ha mai dimostrato la responsabilità dei presunti colpevoli che erano già stati condannati a 25 anni di carcere. http://www.jornada.unam.mx/texto/017n1pol.htm

Read Full Post »

Uffici ONU occupati.

La Jornada – Domenica 1° novembre 2009

 I funzionari hanno offerto una mediazione in cambio dello sgombero degli uffici

Elio Henríquez, corrispondente. San Cristóbal de Las Casas, Chis, 31 ottobre. Funzionari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) hanno tenuto oggi la prima riunione con i 18 membri dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ) che venerdì scorso hanno occupato gli uffici dell’ONU in questa città per chiedere la liberazione di tre dei suoi dirigenti. Óscar Torrens, responsabile del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD) in Chiapas, ha detto che “in nessun caso” l’organizzazione chiederà alle autorità di sgomberare i suoi uffici con la forza, ma ha ripetuto il suo appello agli indigeni affinché escano volontariamente. Ha aggiunto che sulla base del primo accordo al quale si è giunti nell’incontro privato di questo sabato, i contadini gli consegneranno una petizione affinché la faccia avere alle autorità statali e federali al fine di stabilire un tavolo di negoziato, con l’impegno “da parte nostra di accompagnarli in tutto il processo di dialogo, se questo si concretizzerà”. Si è concordato che solo gli indigeni che sono entrati venerdì possono rimanere negli uffici dell’ONU, le cui chiavi sono in possesso del personale dell’organizzazione mondiale.  “Abbiamo ribadito loro di lasciare gli uffici perchè impediscono il nostro lavoro e non è il luogo adatto a fare proteste….. non possiamo garantire loro la sicurezza dentro i nostri uffici perché non è un’ambasciata, non possiamo dare asilo a nessuno”, ha dichiarato, ed ha comunicato che la risposta dei contadini è stata negativa e che non usciranno dall’edificio. Torrens ha detto che si è accordato con i membri della OCEZ che “sarà sua responsabilità, da questo sabato, fornirli di cibo, acqua e medicine in caso di bisogno. Abbiamo stabilito due orari – le 9 e le 16 – per aprire la porta e permettere ai loro compagni di consegnare i generi alimentari”. Ema Cosío Villegas, portavoce dei contadini, ha dichiarato che la loro richiesta è la rinuncia all’azione penale affinchè siano liberati i loro dirigenti José Manuel Hernández Martínez, Roselio de la Cruz González e José Manuel de la Torre Hernández; che si diano cure mediche adeguate a José Santos López Aguilar, ricoverato in un ospedale di Tuxtla Gutiérrez; che si crei una fideiussione per indennizzare le famiglie dei due indigeni morti nell’incidente in cui è stata coinvolta l’auto sulla quale viaggiavano nel tentativo di impedire la cattura del loro dirigente José Manuel Hernández, Chema, il 30 settembre scorso, e che si cancellino gli 11 mandati di cattura contro membri della OCEZ. Ema, il cui padre Daniel Cosío Villegas è stato presidente del consiglio economico e sociale dell’ONU, ha aggiunto che la delegazione dell’organismo internazionale si è impegnata a “bussare a tutte le porte affinché si stabilisca un tavolo di negoziato.”  Come ringraziamento per l’appoggio ricevuto dalla società, i 150 membri della OCEZ che da lunedì scorso hanno installato un presidio di fronte all’entrata principale della cattedrale, hanno lasciato libero il passaggio ai fedeli che si recano alla messa in questa chiesa. http://www.jornada.unam.mx/2009/11/01/index.php?section=estados&article=028n1est

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

                             AMNESTY INTERNATIONALscan
27 ottobre 2009
URGENT ACTION
DUE UOMINI TORTURATI IN MESSICO
Due uomini, membri dell’organizzazione di contadini in Chiapas, sud del Messico, sono stati torturati in dopo essere stati arrestati senza un mandato. Un terzo uomo, anche lui membro della stessa organizzazione, è detenuto a 2.000 km di distanza dal suo avvocato e dai famigliari. Tutti e tre gli uomini sono accusati di aver occupato illegalmente delle terre nel 2005
 
Nelle prime ore del 24 ottobre le case di Venustiano Carranza, città caposaldo di molti membri dell’Organización Campesina Emiliano Zapata (OCEZ) sono state perquisite dalla polizia statale. Quando la polizia è entrata nella casa di Roselio de la Cruz González, hanno picchiato e minacciato uno dei suoi figli affinché rivelasse dove si trovava suo padre. Roselio de la Cruz si è subito consegnato. La sua famiglia ha assistito mentre lo colpivano allo stomaco prima di essere caricato su un furgone della polizia. Nella stessa notte, la polizia è entrata nella casa di José Manuel de la Torre Hernández. Hanno picchiato sia lui che i suoi tre bambini che cercavano di impedire che lo portassero via. La polizia non ha mostrato alcun mandato di cattura per gli uomini o di perquisizione. Sono state perquisite anche le abitazioni di altri membri della OCEZ, ma nessun altro è stato arrestato. Secondo un’organizzazione dei diritti umani locale, un centinaio di agenti di polizia e soldati sono rimasti nella zona per almeno due giorni.
Roselio de la Cruz e José Manuel de la Torre si trovano attualmente in stato di arresto. Il loro avvocato ha denunciato che durante l’interrogatorio sono stati bendati, legati e picchiati. Roselio de la Cruz è stato anche minacciato di morte, mentre gli agenti mettevano un sacchetto di plastica in testa a José Manuel de la Torre fino a quasi soffocarlo, poi è stato costretto ad inalare acqua fino a svenire. Entrambi gli uomini sono stati costretti a firmare documenti che non è stato però concesso loro di leggere. Un altro membro della OCEZ che vive nell’area, José Manuel Hernández Martínez, è stato arrestato il 30 settembre.  Sebbene dovesse essere giudicato dalle autorità dello stato del Chiapas, il 16 ottobre è stato trasferito in una prigione federale a 2.000 km di distanza dalla sua famiglia e troppo lontano per essere assistito dal suo avvocato, quindi è praticamente nell’impossibilità di comunicare.
 
CHIEDIAMO DI SCRIVERE IMMEDIATAMENTE in lingua spagnola o nella vostra lingua, chiedendo alle autorità messicane di:
            Garantire che Roselio de la Cruz e José Manuel de la Torre non vengano torturati o maltrattati;
            Avviare accurate indagini sulla loro tortura, consegnando i responsabili alla giustizia;
            Assicurare che i due uomini siano rilasciati immediatamente, o che vengano addebitate loro precise accuse e trattati secondo le leggi internazionali che ritengono inammissibile qualsiasi prova ottenuta sotto tortura;
            Assicurare che José Manuel Hernández Martínez possa vedere la sua famiglia ed il suo avvocato;
            Interrompere le perquisizioni illegali e le intimidazioni ne confronti dei sostenitori della OCEZ e degli abitanti di Venustiano Carranza, ed indagare sulla condotta dell’operazione di polizia.
 
SPEDIRE L’APPELLO PRIMA DELL’8 DICEMBRE 2009 A:
 
Governatore del Chiapas
Lic. Juan Sabines Guerrero
Palacio de Gobierno
Tuxtla Gutierrez, Chiapas, MEXICO
Fax:  +52 961 6188050 ext. 21122
Email: juansabines@chiapas.gob.mx
Intestazione: Spett. Governatore/Sig. Governatore
 
Procuratore Generale del Chiapas        
Mtro. Raciel Lopez Salazar
Procuraduria General de Justicia
Libramiento Norte no.201
Tuxtla Gutierrez, Chiapas, Mexico       
Fax: + 52 961 6165724
Intestazione: Spett. Procuratore Generale/ Sig. Procuratore
 
Procuratore Generale della Repubblica
Lic. Arturo Chávez Chávez      
Procuraduría General de la Republica
Av. Paseo de la Reforma no. 211.213, México D.F., C.P. 06500, MEXICO  
Fax:  + 52 55 53 460908
Intestazione:
Spett. Procuratore  General/ Sig. Procuratore
 
COPIA A “Fray Bartolomé” Human Rights centre Email: accionurgente@frayba.org.mx 
 
Spedire copia anche ai rappresentanti diplomatici del Messico accreditati nel vostro paese..
Consolato Generale del Messico a Milano
Amb. Benito Andión Sancho
Console Generale
Via dei Cappuccini, 4
20122 Milano
http://portal.sre.gob.mx/milan/index.php
Tel 02.7602.0541; Fax 02.7602.1949
e-mail: info@mexico.it
 

Read Full Post »

Contro caro bollette.

La Jornada – Mercoledì 28 ottobre 2009

 Denuncia di persecuzione contro le comunità che rifiutano di pagare la luce in Chiapas

Hermann Bellinghausen

Le comunità, organizzazioni e municipi in Chiapas che formano la Rete Statale di Resistenza Civile La Voz de Nuestro Corazón, aderenti all’Altra Campagna dell’EZLN, sostengono che “la persecuzione e l’escalation repressiva contro i popoli e movimenti in resistenza al pagamento della luce è una chiara strategia di repressione, basata sulla criminalizzazione della lotta sociale, che inventa reati per fermare ed imprigionare i compagni”.  I gruppi avvertono: “Non permetteremo l’entrata di personale della Commissione Federale di Elettricità (CFE) in tutti i posti dove sia presente la resistenza”.  Dopo essersi riuniti in assemblea lo scorso fine settimana per “discutere l’escalation repressiva che stanno subendo le comunità e villaggi in resistenza”, la rete denuncia recenti vessazioni.  Informa che lo scorso 8 ottobre, coloni in resistenza della comunità El Puerto, municipio Villa las Rosas, sono stati vittime di un operativo dell’Esercito federale “che ha spaventato e picchiato dei bambini che giocavano a pallacanestro chiedendo loro: ‘Dove sono i narcotrafficanti? Dove è la marijuana?'”  Nella comunità di Cruztón, aggiunge, “Il governo dello stato, attraverso Noé Castañon, segretario di Governo, ha minacciato i compagni della rete di costruire contro di loro dei reati gravi, come il possesso di armi e droga, oltre che vessarli con pattugliamenti e sorvoli di elicotteri; tutto allo scopo di montare un operativo militare che disarticoli l’organizzazione”.  D’altra parte, a partire dall’arresto di José Manuel Hernández Martínez, Chema, dirigente della OCEZ a Venustiano Carranza, ed il suo trasferimento in una prigione a Nayarit, si sono scatenate vessazioni in diverse comunità e nel capoluogo municipale, con pattugliamenti, sorvoli ed arresti, causando terrore nella popolazione, poiché durante le perquisizioni sono state picchiate le persone e derubate dei loro i risparmi e distrutto le case”.  La rete denuncia i “violenti operativi” della CFE, per smantellare gli impianti elettrici in diverse comunità in resistenza, “privando di energia le famiglie il cui unico crimine è quello di denunciare gli abusi dell’ente parastatale che ruba al popolo e beneficia le grandi imprese”.  Esprime il suo “rifiuto e condanna” per il decreto presidenziale che chiude l’azienda pubblica “Luz y Fuerza del Centro” (chiusura annunciata a sorpresa dal presidente Felipe Calderon; l’azienda rifornisce di elettricità 6 milioni di abitanti della capitale messicana e la sua chiusura ha scatenato la rabbia del potente sindacato messicano degli lavoratori elettrici – N.d.T.) “Questo atto riflette l’autoritarismo che caratterizza il governo illegittimo di Felipe Calderón che, facendo un uso irresponsabile dei suoi poteri, rende evidenti i veri motivi: consegnare le risorse energetiche all’iniziativa privata e zittire la voce del popolo organizzato, attaccando i movimenti sociali, i sindacati e qualsiasi resistenza al modello capitalista neoliberista imposto dall’alto”.  Infine, invita comunità ed organizzazioni dello stato alla mobilitazione del prossima 13 novembre in diverse regioni del Chiapas, “per non far tacere la nostra voce e denunciare questi oltraggi”. http://www.jornada.unam.mx/texto/014n2pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Prigionieri Politici.

La Jornada – Martedì 27 ottobre 2009

La OCEZ chiede la liberazione dei suoi tre dirigenti

Elio Henríquez e Ángeles Mariscal. San Cristóbal de Las Casas, Chis, 26 ottobre. Centinaia di aderenti all’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ) hanno marciato oggi a San Cristóbal de las Casas e a Tuxtla Gutiérrez per denunciare le intimidazioni poliziesco-militari ed esigere la liberazione dei suoi dirigenti José Manuel Hernández Martínez, Rogelio de la Cruz e José Manuel de la Torre Hernández. Ricordano che José Manuel Hernández Martínez è stato arrestato il 30 settembre e trasferito nella prigione di massima sicurezza di Nayarit il 16 ottobre; De la Cruz González e De la Torre Hernández sono stati catturati sabato e rinchiusi nella prigione di El Amate, municipio di Cintalapa, accusati di esproprio, danneggiamenti ed associazione a delinquere, tra altri reati. A nome dei manifestanti, Uberlaín Aguilar de la Cruz ha detto che poliziotti statali hanno realizzato un operativo domenica scorsa nelle comunità 28 de Junio e Laguna Verde, bastioni della OCEZ, ma non hanno trovato né droga né armi. Ha riferito che funzionari statali hanno cercato altri dirigenti per informarli sui processi proporre loro un accordo, ma hanno risposto che non ci sarà accordo finché i tre leader resteranno in carcerati, perché non sarebbe la prima volta che le autorità “li tradiscono”. A Tuxtla Gutiérrez, membri di 11 comunità fondate dalla OCEZ hanno negato di essere un gruppo armato o di occultare delitti. “Vogliamo solo un pezzo di terra dove lavorare e la nostra lotta è pacifica e legale”, ha dichiarato Dominga Torres, di Laguna Verde. http://www.jornada.unam.mx/texto/030n2est.htm

 ONG chiedono la liberazione dei “prigionieri politici” nel paese

Israel Dávila, Sergio Ocampo e Elio Henríquez

Membri di organizzazioni sociali e dei diritti umani degli stati di Messico, Guerrero e Chiapas, e familiari e difensori delle vittime, hanno chiesto la liberazione dei “prigionieri politici” del paese, tra loro i membri del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (FPDT) di San Salvador Atenco, detenuti nel maggio del 2006. (…)  I manifestanti hanno chiesto giustizia al governatore Enrique Peña Nieto, e la scarcerazione degli ejidatarios di San Salvador Atenco, guidati da Ignacio de la Valle Medina – condannato a 112 anni di prigione – recluso nella prigione federale di massima sicurezza dell’Altopiano, ad Almoloya de Juárez.  (…)  Come parte della Campagna Nazionale per la Liberazione dei Prigionieri Politici, a San Cristóbal de las Casas, Chiapas, aderenti dell’Altra Campagna zapatista di quelsta città e del municipio di Chilón hanno sfilato per chiedere la liberazione di “tutti i prigionieri politici” del paese ed il rispetto dei territori dei popoli indigeni. (….). http://www.jornada.unam.mx/texto/015n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 26 ottobre 2009

Denunciate minacce della CFE agli utenti in Chiapas

Hermann Bellinghausen

La Commissione Federale di Elettricità (CFE) nel nord del Chiapas minaccia le comunità in resistenza al pagamento delle bollette, non solo con “tagli in massa” del servizio, ma anche con arresti e sospensione dei programmi governativi di assistenza sociale, come il programma Oportunidades.  Per questo, la delegazione della CFE, con sede a Yajalón, farebbe ricorso alla Polizia Statale Preventiva e all’Esercito federale, denuncia l’organizzazione Popoli Uniti in Difesa dell’Energia Elettrica (Pudee), aderente all’Altra Campagna dell’EZLN.  La parastatale vuole scavalcare le assemblee ejidales e nominare “agenti” incaricati di riscuotere. Questo succede nella comunità Álvaro Obregón, municipio di Tila, la cui assemblea ha deciso di non fare la nomina che andrebbe contro la resistenza civile in atto.  Per non aver rispettato le disposizioni ufficiali, devono “aspettarsi le conseguenze”. Le autorità ejidales di Álvaro Obregón denunciano: “Ci considerano delinquenti solo perché resistiamo. Costruiscono reati contro di noi”.  Ancora una volta la CFE mostra il suo aspetto autoritario e poliziesco nell’entità. La sua partecipazione ad azioni repressive è stato chiaramente dimostrato nella confusa ed irregolare cattura del dirigente della OCEZ a Venustiano Carranza, José Manuel Hernández Martínez, Don Chema, il 30 settembre. In un operativo della Polizia Giudiziale, gli agenti sono entrati nella comunità 28 de Junio indossando le divise dei lavoratori dell’ente parastatale a bordo di un veicolo della CFE ed hanno catturato il dirigente senza identificarsi né dare spiegazioni.  Gli abitanti di 28 de Junio avevano pensato ad un sequestro, e per questo avevano cercato di impedire la cattura. Nell’inseguimento, un’auto dei contadini ha avuto un incidente che è costato la vita a due persone della comunità. In seguito, né la CFE né la Procura Generale di Giustizia dello Stato hanno dato una spiegazione esauriente dell’azione che le vittime definiscono “un attentato”.  Il Pudee e la comunità Álvaro Obregón, oltre a manifestare il loro appoggio ai lavoratori del Sindacato Messicano degli Elettricisti, dichiarano: “Non vogliamo che continuino a minacciarci e ingannarci. Non è la prima volta che lo fanno. Ci hanno ingannati col programma della tariffa Vida mejor ed ora con Luz solidaria che il governo di Juan Sabines ha implementato, ingannando le comunità del Chiapas”.  Conclude: “Non cadremo nei loro tranelli. E non pagheremo le bollette, perchè non abbiamo con che pagarle. E tanto meno possiamo pagare adesso, con le tasse approvate dalla Camera dei Deputati. Il ‘falso’, o ‘presidente del empleo’ (come si è definito il Presidente Calderón – n.d.t.) ci vuole ‘suicidare’ con la sua iniziativa di legge finanziaria, lasciandoci senza nemmeno l’indispensabile per le nostre famiglie. Vogliono far pagare più tasse ai poveri e rendere più ricchi i ricchi”. http://www.jornada.unam.mx/texto/018n2pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 26 ottobre 2009

Denunciate torture contro i detenuti della OCEZ

Agenti Della polizia statale cercano senza successo esplosivi e stupefacenti nelle comunità di Laguna Verde e 28 de Junio.

 Elio Henríquez e Ángeles Mariscal. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 24 ottobre. José Manuel de la Torre Hernández e Roselio de la Cruz González, leader dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ) arrestati sabato, sono stati “torturati fisicamente e psicologicamente” per cinque ore nei locali della Procura di Giustizia statale (PJE) e costretti a firmare documenti, ha dichiarato il loro avvocato Marcos López Pérez.  Quando è stata chiesta la sua versione riguardo queste accuse, la PJE si è rimessa ai suoi comunicati di ieri ed oggi, uno dei quali segnala che gli accusati sono stati sottoposti a visite mediche che provano che sono “in buono stato di salute”.   L’ente ha dichiarato di avere le prove che entrambi gli attivisti appartengono alla banda criminale dei Los Pelones, “conosciuta per la sua attività nel traffico di armi e droga, e responsabile di diversi omicidi che includono l’esecuzione di poliziotti statali compiuta nel 2007 dopo una falsa chiamata di emergenza nel municipio di Pueblo Nuevo Solistahuacán”.  L’avvocato ha detto che De la Torre Hernández è stato ammanettato, bendato, infilato la testa in un sacchetto di plastica e versato acqua nel naso, cosa che ha provocato diversi svenimenti, e poi obbligato a firmare alcune carte prima di trasportarlo nella prigione di El Amate insieme a Roselio de la Cruz González. De la Torre e De la Cruz sono stati catturati all’alba da uomini incappucciati ed alle 10 del mattino condotti nel penitenziario, accusati di danni, esproprio ed associazione a delinquere.  La PJE sostiene che un altro dirigente dell’organizzazione ha deciso di collaborare sotto protezione confermando le accuse contro Cruz González e De la Torre Hernández, per cui è stata realizzata l’operazione a causa della loro “pericolosità” nel municipio di Venustiano Carranza.  “Il testimone ha rivelato che la OCEZ, attraverso Roselio Cruz e José Manuel de la Torre, ha ricevuto 300 mila pesos per comperare armi, consegnati dal sindaco panista di questo municipio, Amín Coutiño Villanueva.” Inoltre, i detenuti “tra i loro affari illeciti comprendevano la tratta di clandestini e nascondevano droga nelle loro terre, sulle quali impedivano l’accesso ad autorità civili e militari spacciandosi per organizzazione sociale”, dice uno dei comunicati.   Tuttavia, per un’ispezione realizzata domenica nelle comunità di Laguna Verde e 28 de Junio appartenenti alla OCEZ, a Venustiano Carranza, i poliziotti non hanno trovato né armi né droga.  Temendo che seminassero false prove, i contadini hanno chiesto la presenza di giornalisti ed osservatori umanitari prima che gli agenti della Procura Specializzata Contro la Criminalità Organizzata della Procura statale perquisisse le abitazioni. http://www.jornada.unam.mx/texto/032n1est.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 26 ottobre 2009
 L’editorialista de La Jornada presenta il primo numero della sua rivista digitale Desinformémonos
Gloria Muñoz: L’imparzialità che insegnano nelle scuole di giornalismo è irreale. È più etico presentarsi come media alternativo senza fingere una pluralità che non esiste
Ángel Vargas

 Pensare che il giornalismo è o può essere imparziale è un’illusione. Sostiene Gloria Muñoz, direttrice della rivista digitale Desinformémonos, che, coerentemente con questo pensiero, non esita a definirla un mezzo alternativo di controinformazione, collocato “in basso e a sinistra” per quanto concerne la sua linea editoriale.  “Ritengo più corretto dal punto di vista etico presentarsi come si è, piuttosto che fingere una pluralità che non esiste. L’imparzialità che ci insegnano nelle scuole di giornalismo è irreale”, spiega la giornalista intervistata in occasione dell’apparizione di questa pubblicazione elettronica il cui primo numero è nello spazio cibernetico dal 15 ottobre.  “Esiste in realtà un media che non abbia una posizione ideologica? La regola è che i mezzi di comunicazione di massa non dicono mai chiaramente qual’è la loro posizione; si camuffano dietro una presentazione pluralista, mentre in realtà si sa chi rappresentano.  “Quello che facciamo dalla parte alternativa, è di non mascherarci e presentarci per quello che siamo. Così il lettore può decidere, e lo fa da una posizione che non è ambigua. Leggere Desinformémonos è leggere una parte dell’informazione, a differenza dei grandi media ed agenzie che pretendono una pluralità che non hanno e non dicono che cosa sono né chi rappresentano”.  Relativamente alla dichiarazione di principio della rivista che dirige, l’editorialista di La Jornada sottolinea: “Siamo assolutamente parziali nel senso che stiamo dalla parte dei diseredati, dalla parte di quelli che stanno in basso; inoltre, più che stare dalla loro parte, siamo dei loro, il che è diverso. Non osserviamo i movimenti, né vogliamo guardarli da fuori; ci siamo dentro”.  Secondo Gloria Muñoz, la nascita di questa rivista digitale di politica e cultura risponde alla necessità di disporre di “uno strumento di informazione e controinformazione che si inserisce come strumento di lotta, molto definita e senza ambiguità: in basso e a sinistra, sul terreno politico e culturale. Cioè, nell’ambito della resistenza”.  Dal termine che gli dà il nome – preso da una poesia di Mario Benedetti, in omaggio alla sua morte avvenuta nel maggio scorso – la pubblicazione vuole evidenziare la necessità della società di controinformarsi, nel senso di spogliarsi da quell’informazione promossa dal potere a beneficio di pochi.  Questo sarà il tema sul quale John Berger rifletterà nel prossimo numero che uscirà il 15 novembre, come anticipa l’editrice. “Berger ci allerta sul fatto di non confondere l’intenzione deliberata di controinformarci con l’essere controinformati. Ciò dà senso a questo progetto”.   Un aspetto che distingue questa iniziativa da altre simili che sono nate nell’ambito alternativo ed indipendente, è che i suoi fautori, un gruppo di giornalisti di diverse parti del mondo, l’accolgono come proposta giornalistica mediante la quale vogliono anche rivendicare questo mestiere ed i suoi professionisti, rispetto alla considerazione negativa che pesa su di loro tra i movimenti e lotte sociali.  “La nostra base è la testimonianza; sono le voci, è la parola, è l’altro e l’altra. I popoli, i movimenti hanno le proprie voci; non diamo voce a nessuno. Quello che vogliamo è ascoltarli; essere il loro udito, essere il loro sguardo”, afferma Gloria Muñoz.  “L’informazione che gestiamo è quella del basso, di quartiere, comunitaria. Questo è, le diverse espressioni artistiche e culturali, così come i movimenti e le lotte politiche che nascono o sono prodotte dai quartieri per i quartieri, dai popoli per i popoli, dalle comunità per le comunità”.  La giornalista precisa che Desinformémonos, in termini generali, non sarà guidata da nessun tipo di congiuntura. Non sarà nemmeno circoscritta all’ambito nazionale.  “Non ci consideriamo un media locale, né nazionale, ma globale. Si tratta di far sì che questa cultura di quartiere e comunitaria possa essere vista in altre parti del mondo, e presentare storie di quartiere e comunitarie di altri luoghi: le favelas del Brasile, i quartieri in Grecia, la cultura prodotta tra gli immigrati negli Stati Uniti. La nostra pretesa è produrre informazione che generi identificazione tra un posto ed un altro”.  Gloria Muñoz puntualizza che questa proposta vuole essere più di una rivista digitale. In questo senso offre un’edizione in formato PDF che può essere scaricata dalla pagina web, allo scopo di essere stampata su carta, in otto lingue diverse: spagnolo, italiano, francese, portoghese, tedesco, greco, tzeltal ed inglese.  Esistono inoltre progetti editoriali: creare un’agenzia di notizie e laboratori di giornalismo in comunità e tra gruppi sociali. Attualmente lavorano in uno di questi laboratori con i lavoratori del sesso di La Merced, e “sogniamo anche di diventare carta stampata”.  L’indirizzo di questa rivista digitale alternativa di politica e cultura è http://www.desinformemonos.org  e nel suo primo numero si possono trovare le basi di quelle che saranno le sue diverse sezioni, tra queste una con le informazioni del giorno, un’altra di reportage fotografici, in questo numero di Tepito; una intitolata I nessuno, con testimonianze di vita di quegli esseri anonimi che non hanno voce; ed un’altra dal titolo I nostri, aperta alla riflessione ed al dibattito tra gli intellettuali, in questo caso dell’uruguaiano Eduardo Galeano. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/26/index.php?section=cultura&article=a13n1cul

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 25 ottobre 2009

Militari e poliziotti arrestato due dirigenti della OCEZ in Chiapas Ángeles Mariscal e Elio Henríquez – Corrispondenti

Villaggio 28 de Junio, Venustiano Carranza, Chis., 24 ottobre. I dirigenti dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ), José Manuel de la Torre Hernández e Roselio de la Cruz González, sono stati arrestati durante un operativo poliziesco e militare effettuato all’alba di sabato. Rappresentanti del gruppo hanno riferito che altri due leader sono sfuggiti alla cattura perché non si trovavano nelle proprie abitazioni al momento dell’irruzione degli agenti senza mandato giudiziario. Aggiungono che ore dopo gli arresti, centinaia di soldati dell’Esercito Messicano e poliziotti federali e statali sono arrivati fino alle comunità di Laguna Verde e 28 de Junio, principali bastioni della OCEZ, con l’intenzione di effettuare perquisizioni nelle case o di arrestare altri dirigenti. Con i due arresti di sabato, salgono a tre i dirigenti del gruppo arrestati in meno di un mese, poiché lo scorso 30 settembre è stato catturato nella colonia 28 de Junio, José Manuel Hernández Martínez (Chema), uno dei principali leader della OCEZ, che la settimana scorsa è stato trasferito nella prigione di massima sicurezza di Nayarit. I due arrestati di sabato facevano parte della commissione della OCEZ che stava trattando col sottosegretario di Governo del Chiapas, Nemesio Ponce, la liberazione di Chema, accusato di reati legati alla lotta per la terra. “La persecuzione del governo contro di noi si deve al recupero delle terre che storicamente ci appartengono”, afferma Uverlaín Aguilar de la Cruz, uno dei coloni di Laguna Verde.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo http://chiapaswordpress.com )

Read Full Post »

Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, AC
San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico
25 ottobre 2009
 
RICHIESTA DI AZIONE URGENTE No.10
 
La comunità di Laguna Verde e 28 de Junio, nel municipio di Venustiano Carranza, si trovano sotto persecuzione e minaccia da parte della polizia.
– Le comunità appartengono all’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata – Regione Carranza (OCEZ-Regione Carranza), si teme per l’integrità e la sicurezza degli abitanti.
– In un operativo di polizia sono state arrestate 2 persone membri di questa organizzazione e sono state perquisite diverse abitazioni.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, AC, è in possesso di informazioni certe riguardo la privazione arbitraria della libertà di Roselio de la Cruz González e de José Manuel de la Torre Hernández, membri dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata – Regione Carranza, avvenuta all’alba di sabato 24 ottobre, a Venustiano Carranza, Chiapas, Messico.

Alle ore 02.00 circa di sabato 24 ottobre, in maniera simultanea sono state perquisite le abitazioni di familiari e membri della OCEZ – Regione Carranza. I fatti sono avvenuti nel capoluogo municipale di Venustiano Carranza e realizzati dalla Polizia Statale Preventiva, Polizia Ministeriale, elementi della Procura Generale di Giustizia dello Stato del Chiapas e da altri corpi di polizia. 

Nella colonia San Francisco, circa 30 elementi della Polizia Statale Preventiva, Polizia Ministeriale, elementi della Procura Generale di Giustizia dello Stato del Chiapas ed altri corpi di polizia hanno fatto irruzione nell’abitazione della famiglia del la Cruz García. In casa si trovavano José Gildardo de la Cruz García, Juan Carlos de la Cruz García, Rosa Isabel de la Cruz García, Roselio de la Cruz González, Dolores García ed altri familiari, anche minorenni. Durante la perquisizione Juan Carlos de la Cruz è stato picchiato, trascinato per terra, minacciato con una pistola puntata in testa mentre chiedevano dove si trovasse suo papà Roselio e dove tenevano le armi. Roselio de la Cruz si è consegnato gridando: “Sono io Roselio, sono qui, non fate niente alla mia famiglia”. È stato subito catturato, ammanettandolo, picchiato e caricato sul furgone della polizia.

Nel quartiere El Palmar, la perquisizione è avvenuta nella casa di José Manuel de la Torre Hernández, sul posto si trovavano anche Juana Candelaria Zuñiga Solana, la moglie e tre bambini, José Manuel de la Torre Zuñiga (16 anni), Citlali Elizabeth de Torre Zuñiga (10 anno) e Cristian Omar de la Torre Zuñiga (10 anni), che vedendo che volevano prendere il loro papà hanno cercato di aiutarlo e per questo sono stati picchiati dai poliziotti. José Manuel de la Torre Hernández è stato quindi ammanettato, colpito all’addome e caricato su un veicolo.

I poliziotti responsabili della perquisizione, pestaggio e detenzione di Roselio de la Cruz González e di José Manuel de la Torre Hernández, non hanno presentato nessun documento legale che giustificasse queste azioni. Secondo le informazioni raccolte, i detenuti si trovano nel Centro Statale di Reinserimento Sociale No. 14, El Amate, nel municipio di Cintalapa, Chiapas. Secondo l’avvocato difensore dei detenuti, questi sono stati sottoposti a tortura ed obbligati a firmare documenti senza conoscerne il contenuto.

Nel quartiere di San Pedro è stata perquisita la casa di Bartolo Martínez Vázquez, membro della OCEZ – Regione Carranza, ma non trovandosi nel suo domicilio non è stato catturato. Nel quartiere El Calvario, è stata perquisita la casa di Ricardo Magdaleno Velasco, dove si trovavano solamente sua moglie Julieta Calvo Villatoro ed i suoi due figli minorenni. I poliziotti hanno interrogato Julieta per sapere dove si trovasse suo marito ed il posto dove nascondevano le armi. Sul posto non è stato effettuato nessun arresto. Per nessuna delle perquisizioni è stato presentato un mandato.

Lo stesso 24 ottobre, alle ore 10:00 circa, nella comunità di 28 de Junio, municipio di Venustiano Carranza, due elicotteri hanno sorvolato a bassa quota la comunità spaventando donne e bambini che sono corsi a nascondersi. Nella comunità di Laguna Verde, a 5 minuti da 28 de Junio c’erano, secondo le testimonianza sul posto, circa 20 veicoli con centinaia di militari e poliziotti statali e federali, oltre a civili riconosciuti come cacicchi della regione che esercitano il potere politico ed economico nella zona. La presenza di queste forze armate ha allertato gli abitanti di 28 de Junio che temono per la loro sicurezza ed integrità personale.

Oggi, incaricati di questo Centro dei Diritti Umani chi si trovano sul posto, hanno informato sulla presenza di 2 elicotteri della Polizia Statale Preventiva (PEP), e di circa 20 furgoni del Gruppo Tattico della PEP, che sono entrati nella comunità di 28 de Junio per perquisire le case. Gli abitanti hanno paura perchè tutti i poliziotti sono armati e con cani addestrati.

Lo scorso 30 settembre, nella comunità 28 de Junio, è stato arrestato José Manuel Hernández Martínez, Don Chema, membro della OCEZ – Regione Carranza, che attualmente si trova recluso nel Centro Federale di Reinserimento Sociale No. 04 (CEFERESO No. 4) nello stato di Nayarit, Messico. L’OCEZ – Regione Carranza, è un’organizzazione contadina che concentra la sua attività nella lotta sociale per il possesso della terra, recentemente aveva firmato il Patto di Governabilità promosso dal Governo del Chiapas per soluzione a molte istanze sociali, agrarie e legali, cioè, si trovava al tavolo di dialogo col governo dello stato del Chiapas, con Nemesio Ponce Sánchez, Sottosegretario Generale di Governo, quale rappresentante del governo. 

Gli arrestati Roselio de la Cruz González e José Manuel de la Torre Hernández, memebri della OCEZ – Regione Carranza, facevano parte della commissione che negozia col Governo dello Stato del Chiapas, per ottenere la liberazione di José Manuel Hernández Martínez, Don Chema.

Questo Centro dei Diritti Umani condanna questo modo di criminalizzare le organizzazioni sociali ed i loro rappresentanti, così come qualsiasi uso della forza pubblica. Esige che si garantiscano i diritti umani, alla sicurezza ed integrità personale dei detenuti, le garanzie giudiziarie, i loro diritti alla sicurezza e difesa legale ed il diritto alla presunzione di innocenza, così come il rispetto all’integrità e sicurezza personale di uomini, donne e bambini delle comunità sopra menzionate.

Di fronte alla gravità dei fatti esortiamo la comunità nazionale ed internazionale a chiedere:

 – La completa garanzia del rispetto dei diritti umani dei detenuti e in particolare il diritto alla presunzione di innocenza, alla difesa legale ed alle garanzie giudiziarie, così come il rispetto del diritto ad un giusto processo.

– Il rispetto del diritto all’onore e dignità dei detenuti, poiché le dichiarazioni sui detenuti che il Governo dello Stato del Chiapas rilascia sui i mezzi di comunicazione definiscono gli stessi pubblicamente come criminali, e questa è ormai la tendenza di trattare come “criminali” membri di organizzazioni sociali e contadine.

– Evitare l’uso sproporzionato ed indebito della forza pubblica nella comunità di 28 de Junio e Laguna Verde, appartenenti alla OCEZ – Regione Carranza, garantendo sempre il rispetto all’integrità e sicurezza personale degli abitanti e dei membri della OCEZ – Regione Carranza.

 Mandare appelli e firme a: 

Lic. Felipe de Jesús Calderón Hinojosa
Presidente de la República
Residencia Oficial de los Pinos
Casa Miguel Alemán
Col. San Miguel Chapultepec,
C.P. 11850, México DF
Tel: (52.55) 2789.1100 Fax: (52.55 ) 5277.2376
Correo: felipe.calderon@presidencia.gob.mx
 
Lic. Fernando Gómez Mont
Secretario de Gobernación
Bucareli 99, 1er. Piso, Col. Juárez,
Del. Cuauhtémoc,
C.P. 06600 México D.F.
Fax: (52.55) 50933414
Correo: secretario@segob.gob.mx
 
Lic. Juan José Sabines Guerrero
Gobernador Constitucional del Estado de Chiapas
Palacio de Gobierno del Estado de Chiapas
Av. Central y Primera Oriente, Colonia Centro, C.P. 29009
Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, México
Correo-electrónico: secparticular@chiapas.gob.mx
Fax: +52 961 61 88088 – + 52 961 6188056
 
Dr. Noé Castañòn León
Secretario General de Gobierno del Estado de Chiapas
Secretaría General de Gobierno
Palacio de Gobierno, 2o. piso, Colonia Centro, C.P. 29000
Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, México
Conmutador: + 52 (961) 61 2-90-47, 61 8-74-60
 
Lic. Raciel López Salazar
Procurador General de Justicia
Procuraduría General de Justicia de Chiapas
Libramiento Norte Y Rosa Del Oriente, No. 2010, Col. El Bosque
C.P. 29049 Tuxtla Gutiérrez, Chiapas
Conmutador: 01 (961) 6-17-23-00. Teléfono: + 52 (961) 61 6-53-74, 61 6-53-76, 61 6-57-24,
61 6-34-50
Email: raciel.lopez@pgje.chiapas.gob.mx
 
inviare copia a:
Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, AC.
Calle Brasil 14, Barrio Méxicanos, 29240 San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México
Tel: 967 6787395, 967 6787396, Fax: 967 6783548
Correo: accionurgente@frayba.org.mx
 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Cruzton si ribella.

La Jornada – Venerdì 23 ottobre 2009

Gli abitanti di Cruztón, Chiapas, neganoi i legami con le attività criminali

Hermann Bellingahusen

Il comitato contro la repressione della comunità di Cruztón, municipio di Venustiano Carranza, Chiapas, reagisce alle diverse accuse mosse dal segretario di Governo, Noé Castañón León. Il funzionario dal settembre scorso dichiara che sul monte della comunità, così come in comunità ed ejidos vicini, si “sarebbe scoperto un traffico di armi, droga e migranti”, mentre nello stesso tempo scarta l’ipotesi che siano in programma “esplorazioni minerarie sul Cerro de Cruztón”.

I rappresentanti di Cruztón, comunità aderente all’Altra Campagna dell’EZLN, dichiarano che la loro lotta “è pacifica e per il rispetto dei nostri diritti di popoli indigeni” 

“Non siamo stupidi”, affermano rispetto alle dichiarazioni del funzionario. “La violenza che sta generando il malgoverno nelle nostre comunità attraverso il suo Esercito e poliziotti è per implementare progetti turistici che non sono per niente a beneficio delle nostre comunità”.

Nel municipio vicino di Nicolás Ruiz, alcuni sconosciuti hanno distribuito dei volantini ai bambini, dicendo di portarli ai loro genitori, con le dichiarazioni del segretario di Governo. Ora “c’è la costante presenza dell’Esercito federale nelle strade del villaggio”. 

La comunità respinge le accuse: “Non permetteremo che il malgoverno ci invada col suo Esercito e si impadronisca del nostro territorio; non ci riuscirà con le sue bugie, le sue maldicenze non ci faranno perdere la pazienza e ci organizzeremo per difenderci”.

A loro volta, i coloni di Mitzitón (municipio di San Cristóbal de las Casas), aderenti all’Altra Campagna, informano di aver saputo che i paramilitari dell’Ejército de Dios (membri della chiesa evangeliche Alas de Águila) vanno dicendo che alla fine di questo mese verranno nella nostra comunità a spargere sangue. In assemblea abbiamo deciso che difenderemo il nostro territorio ed i nostri diritti di popoli indigeni”.

Avvertono che, “se succederà qualcosa” nel villaggio, “riterremo responsabile il malgoverno dei tre livelli, perché i paramilitari passeggiano impunemente per strada, non hanno nessuna paura per quello che hanno fatto il giorno 21 luglio, quando hanno ucciso il nostro compagno Aurelio Díaz”. Come hanno già fatto in precedenza, denunciano che i “paramilitari” sono guidati da Esdras Alonso González, Carmen Días López e Refugio Días Ruiz.   http://www.jornada.unam.mx/texto/016n2pol.htm

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Criminalizzare la lotta sociale.

La Jornada – Giovedì 22 ottobre 2009

Secondo gli attivisti, la criminalizzazione della lotta sociale in Chiapas è in aumento

Hermann Bellinghausen

In un contesto in cui in Chiapas si accentuano i conflitti agrari contro comunità dell’Altra Campagna e di basi di appoggio zapatiste, molto spesso artefatti, con dichiarazioni ufficiali, comunicati stampa ed azioni di polizia si manifesta una crescente criminalizzazione della lotta sociale non affine al governo statale, che include organizzazioni indipendenti, difensori dei diritti umani e la Chiesa cattolico locale.  In sincronia con questo scenario, Carlos Pascual, ambasciatore degli Stati Uniti nel paese, questo mercoledì ha dichiarato che “è importante lavorare congiuntamente” alla frontiera del sud del Messico per controllare il traffico di armi che provengono dall’America centrale.  Le dichiarazioni del rappresentante di Washington (che ha parlato di cooperazione ed ha affermato che il narcotraffico “minaccia l’intero emisfero”) fanno seguito a recenti informazioni, molto pubblicizzate dalla Procura Generale di Giustizia dello stato del Chiapas (PGJE), su alcuni sequestri di armi nell’entità. Solo uno di questi vicino alla frontiera con il Guatemala. Nonostante sia ampiamente documentato che il maggiore trasferimento di armi via terra nel continente avviene dagli Stati Uniti al Messico, l’ambasciatore ha fatto riferimento solo alla frontiera meridionale.  Un paio di sequestri in Chiapas (a Frontera Comalapa e Chenalhó) non significano niente. E’ pur vero che entrambi sono stati attribuiti non al crimine organizzato, bensì a preti e catechisti presunti “sovversivi” che starebbero preparando “un’esplosione sociale” nel 2010. Le espressioni della PGJE coincidono con il ripetuto riferimento a questa “esplosione” che il segretario di Governo, Noé Castañón León ripene nelle sue dichiarazioni pubbliche.  Da tutto ciò si può prevedere, in base all’esperienza generale del paese, che la cosiddetta “guerra” al narcotraffico si aggiungerebbe (non l’ha ancora fatto) alla vasta militarizzazione del Chiapas indigeno dal 1995, dove si mantiene l’occupazione castrense di intere comunità e regioni, intorno ai municipi autonomi zapatisti ed ai Caracoles.  Qui si svolge una sostenuta guerra di bassa intensità, con componenti militari, economici, di clientelismo politico e proselitismo religioso, in particolare evangelico.  Le accuse hanno raggiunto l’organizzazione pacifista Las Abejas. Su questa incombe l’imminente liberazione di una ventina di paramilitari detenuti per il massacro di Acteal. Secondo La Voz de los Mártires, che rappresenta legalmente i detenuti: “La Corte Suprema di Giustizia della Nazione potrebbe liberare tra i 20 e 22 evangelici, accusati da quasi 12 anni ingiustamente di avere partecipato al massacro di 45 indigeni”.  Dopo aver dichiarato quanto sopra, Óscar Moha, rappresentante del gruppo, cita Estela Pérez, portavoce di un presidio dei famigliari, ammette: “Ci sono 4 persone che si sono dichiarate colpevoli, ma hanno fatto ricorso, quindi è probabile che anche loro saranno rimessi in libertà”. La donna ha aggiunto, secondo l’avvocato, “che sono in trattative con senatori dei tre principali partiti politici del paese affinché si formi un ‘tavolo di riconciliazione’, poiché i 20 individui evangelici messi in libertà temono aggressioni a causa delle dichiarazioni in cui vengono segnalati come paramilitari”‘.  Si cerca di ottenere, prosegue, “che rappresentanti del Partito Rivoluzionario Istituzionale, della Rivoluzione Democratica ed Azione Nazionale possano inviare rappresentanti in Chiapas ed entrare in contatto con le parti in conflitto per giungere ad accordi che permettano il pacifico ritorno degli scarcerati nei rispettivi luoghi di origine”. Questo, in un’entità dove sono state sospese le elezioni di medio termine del 2010; su accordo degli stessi partiti politici e del governo statale, i deputati locali rimarrannoin carica due anni in più. http://www.jornada.unam.mx/texto/016n2pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Altri furti di terre comunitarie.

La Jornada – Mercoledì 21 ottobre 2009

Gli ejidatarios denunciano che la Opddic vuole effettuare un altro saccheggio di terre

Hermann Bellinghausen

L’assemblea degli ejidatarios di Jotolá (municipio di Chilón, Chiapas) aderenti all’Altra Campagna dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha denunciato che membri dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic) vogliono procedere ad una ripartizione delle terre con una falsa maggioranza, contando su persone estranee all’ejido, militanti della citata organizzazione filogovernativa, che è stata denunciata in più occasioni come paramilitare.  Un mese fa, membri della Opddic hanno sequestrato e minacciato di linciare un avvocato del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, ed hanno aggredito contadini di Jotolá e del vicino San Sebastián Bachajón mentre erano riuniti in assemblea nella casa ejidale. In quei fatti è rimasta ferito Rosa Díaz Gómez che si trova ancora ricoverata in ospedale in condizioni gravi, in conseguenza dei colpi ricevuti lo scorso 18 settembre.  Il gruppo paramilitare vuole provocarci per farci cadere nello scontro, affermano gli ejidatarios alle giunte di buon governo (JBG) zapatiste degli Altos e Morelia. Nel tentativo di appropriarsi delle terre di Jotolá vogliono “fare la ripartizione spacciandosi per ‘maggioranza’ includendo altre persone e giovani di Delina Baja, guidati da Jerónimo Moreno Pérez e Juan Pérez, portando dei provocatori, gli stessi che erano presenti il giorno dell’imboscata”. Questi non sono ejidatarios e non hanno niente a che vedere dentro il nostro territorio.  Denunciano che le due persone menzionate, che usurpano l’autorità agraria, sono autorità ejidales del governo. Gli ejidatarios sostengono che rispetteranno la sentenza emessa dalla procura agraria, ma i tentativi denunciati avvengono senza il consenso delle autorità ejidales. Avvertono che se faranno la ripartizione senza il consenso dell’assemblea, questo sarà in violazione degli articoli 22 e 23 in materia agraria.  Da parte sua, in un’altra comunicazione pubblica indirizzata alle JBG zapatiste, il Fronte Popolare Campesino Lucio Cabañas, anch’esso aderente all’Altra Campagna e con sedi in municipi della zona di confine (La Trinitaria, Las Margaritas e Comitán) , denuncia che le autorità vogliono derubare 25 famiglie delle terre dove vivono e lavorano da dieci anni Lázaro Cárdenas (La Trinitaria).  Raccontano di aver cominciato nel 1999 a lavorare nel rancho La Yuria (nome ispirato ad uno dei libri più famosi del poeta ufficiale del Chiapas, Jaime Sabines), di proprietà di Ismael Gutiérrez Sánchez, che nel 2004 assassinò una persona di nome Osmar, e per questo motivo il padrone Ismaele fuggì dal luogo, e da allora continuiamo a lavorare la terra.  Ora, cinque anni dopo, si è presentato un funzionario della Procura Generale di Giustizia dello stato a chiederci di consegnare la terra ad un individuo che dice di essere rappresentante del padrone. Di nome Miguel, offre denaro. I contadini dichiarano: La madre terra non è un affare. Tutti noi l’abbiamo coltivata per 10 anni, cinque come peones ed altri cinque come se fossimo i padroni, perché il padrone aveva abbandonato la terra.  I contadini reclamano il diritto su queste proprietà. Citando il generale Emiliano Zapata, sostengono che la terra è di chi la lavora e avvertono che la difenderanno fino alle ultime conseguenze. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/21/index.php?section=politica&article=016n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Niente più elezioni in Chiapas.

La Jornada – Martedì 20 ottobre 2009

È ufficiale: in Chiapas nel 2010 non si terranno elezioni municipali né legislative

Hermann Bellinghausen

 È ufficiale che in Chiapas non ci saranno elezioni il prossimo anno per rinnovare comuni e Congresso locale che resteranno in carica fino al 2012, cioè fino al termine costituzionale del mandato a governatore Juan Sabines Guerrero.  Intanto, organizzazioni indigene e contadine denunciano una crescente militarizzazione delle loro comunità che hanno in comune di opporsi allo sfruttamento minerario che avanza sulle loro terre. La Sierra Madre del Chiapas è occupata dall’Esercito federale e da corpi di polizia federali e statali che, spettacolarmente armati ed incappucciati, chiudono strade e sentieri con posti di blocco dove fanno scendere la gente dai veicoli, per interrogarli duramente.  Come dichiarano il Fronte Regionale Contro le Privatizzazioni (FRCP) ed il Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo (FNLS), i controlli vogliono verificare se le persone fanno parte di qualche organizzazione. Tra Huixtla e Frontera Comalapa ci sono almeno tra i cinque e sei posti di blocco fissi, oltre ad altri volanti che collocano arbitrariamente in qualsiasi posto.  Simultaneamente, José Manuel Hernández Martínez (dirigente dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata nel municipio di Venustiano Carranza), noto come Chema ed arrestato a settembre, è stato trasferito in una prigione di massima sicurezza a Nayarit, malgrado gli unici reati formali a suo carico siano di ordine statale e non giustificano il trattamento di imputato pericoloso. Le prime versioni ufficiali sul trasferimento di Chema sono state benevoli. Nemesio Ponce Sánchez, sottosegretario generale di Governo, ha confermato il trasferimento a familiare ed amici adducendo ragioni di sicurezza, e che chiunque voglia visitarlo in quello stato, lontano dal Chiapas, poteva disporre di biglietti aerei pagati dal governo dello stato. Ora si sta diffondendo la versione secondo la quale i suoi stessi compagni lo vogliano liquidare affinché non riveli dove si trovino le armi. Già si parla del più grande arsenale sequestrato in Chiapas, e questo viene dalle stesse fonti che hanno attribuito recenti sequestri a Frontera Comalapa e Chenalhó a carico di catechisti, parroci, e Las Abejas, pronti per una sollevazione nel gennaio prossimo, o prima. La giornalista Concepción Villafuerte questa comunica ha scritto sul periodico La Foja Coleta, che più di un mese fa il Congresso dello stato ha approvato una riforma alla Costituzione Politica del Chiapas dove, su iniziativa inviata dal governatore Sabines Guerrero, i deputati locali rimarranno in carica due anni in più, cioè, fino al 2012. Nello stesso modo, “i municipi termineranno il loro mandato il 31 dicembre 2010, ma invece di nuove elezioni, gli stessi deputati nomineranno 118 ‘consigli municipali’, contravvenendo alla Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani”. Il fatto è stato taciuto per un mese dal governo, anche se due settimane fa alcuni media  hanno riferito che l’11 settembre, durante una riunione plenaria, i deputati locali avevano approvato questa riforma. L’hanno inviata all’Esecutivo che ne ha ordinato la sua pubblicazione il 16 settembre. Tuttavia, non è apparso in nessun periodico e tanto meno sulla gazzetta ufficiale, così che nessuno potesse rilevarlo e, per lo meno, denunciare lo scandalo, scrive Villafuerte. Trascorsi 30 giorni, durante i quali tutti hanno mantenuto il silenzio, il 16 ottobre hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni, sapendo che ormai nessuno può impugnare il decreto. In un stato governato formalmente dal Partito della Rivoluzione Democratica, saranno i partiti politici ed i suoi deputati permanenti a decidere i governi municipali in tutta l’entità, e non gli elettori. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/20/index.php?section=politica&article=012n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

Denuncia Frayba.

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico – 19 Ottobre 2009 – Comunicato No. 34

 Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, esprime la sua condanna peri l trasferimento forzoso di José Manuel Hernández Martínez, Don Chema, nel Centro Federale di Reinserimento Sociale No. 04 (CEFERESO No. 4) nello stato di Nayarit. Si teme per la sua integrità e sicurezza personale.

Secondo informazioni raccolte da questo Centro, il giorno 16 ottobre dell’anno in corso, alle ore 21.00 circa, José Manuel è stato trasferito da agenti penitenziari, con l’appoggio della Polizia Federale, al CEFERESO No. 4. Dal 30 settembre Don Chema era detenuto nel Centro Statale di Reinserimento Sociale No. 14, El Amate, nel municipio di Cintalapa, Chiapas. Il trasferimento è avvenuto senza alcuna comunicazione previa al suo avvocato difensore, né ai familiari del detenuto che sono venuti a sapere del trasferimento quando questo era già avvenuto. I familiari di José Manuel hanno detto che il Dr. Nemesio Ponce Sánchez, Sottosegretario Generale di Governo dello stato del Chiapas, ha detto che il trasferimento è stato deciso “per la sicurezza del “detenuto”, e burlandosi di loro ha promesso i biglietti aerei per andare a visitarlo. Riguardo alla detenzione di José Manuel il 30 settembre, questo Centro ha denunciato la violazione del diritto alla libertà personale, alla presunzione di innocenza e alle garanzie individuali che non garantiscono un giusto processo. Oltre che a volerlo collegare ad altre persone ed organizzazioni e movimenti armati. (Vedere Comunicato Stampa No. 32 di questo Centro). Per questo Centro dei Diritti Umani, il trasferimento di José Manuel, è una misura di punizione, per lui e la sua famiglia. Con questa azione lo Stato ha violato i Principi e le Buone Pratiche sulla Protezione delle Persone Private della Libertà nelle Americhe, i quali stabiliscono che:

I trasferimenti delle persone private della libertà devono essere autorizzati e supervisionati dalle autorità competenti, che rispetteranno, in ogni circostanza, la dignità ed i diritti fondamentali, e terranno in considerazione la necessità delle persone private della libertà, di essere destinate in luoghi prossimi o vicini alla loro famiglia, alla loro comunità, all’avvocato o rappresentante legale (…)

I trasferimenti non si dovranno praticare con l’intenzione di punire, reprimere o discriminare le persone private della libertà, i loro familiari o rappresentanti (…)

Il fatto che José Manuel si trovi nel CEFERESO No. 4 impedisce, tra le altre cose, che abbia una difesa legale adeguata, che lui ed il suo avvocato possano svolgere le procedure giudiziarie, ostacola la visita di familiari ed amici, e questo favorisce una inadeguata difesa legale e compromette l’integrità fisica e mentale del detenuto; inoltre, trovandosi in un clima di vulnerabilità si favoriscono elementi sufficienti affinché sia oggetto di tortura, trattamenti o pene crudeli inumane o degradanti poiché i CEFERESOs sono noti per i loro metodi di punizione, per cui esiste il timore ed il rischio per l’integrità e la sicurezza personale del detenuto. Nonostante il governo del Chiapas abbia espresso pubblicamente il suo impegno di garantire i diritti umani, con questa azione arbitraria lo Stato non ha rispettato la Convenzione Americana sui Diritti Umani, così come l’Insieme dei Principi per la Protezione di Tutte le Persone Sottoposte a Qualsiasi Forma di Detenzione o Prigione.  Il trasferimento di Don Chema è un chiaro esempio di repressione e punizione dei detenuti che appartengono ad organizzazioni sociali e contadine. Questo Centro teme che i trasferimenti forzosi diventino una pratica ricorrente del governo dello stato del Chiapas per punire i detenuti politici nello stato. (….) La OCEZ – Regione Carranza, è un’organizzazione contadina che concentra la sua attività nella lotta sociale per il possesso della terra, recentemente aveva firmato il Patto di Governabilità promosso dal Governo del Chiapas per risolvere diverse domande sociali, agrarie e legali, cioè, si trovava al tavolo di dialogo col governo dello stato del Chiapas, con Nemesio Ponce Sánchez, Sottosegretario Generale di Governo, come rappresentante governativo.

Organizzazioni internazionali dei diritti umani hanno lanciato urgenti appelli contro l’arresto arbitrario di José Manuel Hernández Martínez, Don Chema.

Área de Sistematización e Incidencia / Comunicación
Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas A.C.
Calle Brasil #14, Barrio Mexicanos,
San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México
Código Postal: 29240
Tel +52 (967) 6787395, 6787396, 6783548
Fax +52 (967) 6783551
(Traduzione “Maribel” – Bergamo)
————————————————————————————-

BOLETIN DE PRENSA

 A los medios masivos de comunicación nacionales e internacionales
A las organizaciones solidarias democráticas y progresistas.
A los organismos defensores de los derechos humanos nacionales e internacionales.
A los embajadores de los diferentes países que visitaron a Chiapas.
Al organismo de amnistía internacional y la ONU.
A todos los solidarios y al pueblo en general.
La organización campesina Emiliano zapata OCEZ REGION CARRANZA denunciamos lo siguiente:
 
Hoy nuevamente estamos manifestándonos y exponiendo la situación que estamos viviendo por el tipo de trato que se esta dando a la organización por parte del gobierno del estado, el dia 30 de septiembre del año 2009 fue detenido nuestro compañero José Manuel Hernández Martínez por parte de las fuerzas policíacas de la PGR y de PROCURADURIA GENERAL DE JUSTICIA DEL ESTADO y fue llevado al amate. En esta detención se incrustaron agentes de investigación con vestimenta de la comisión federal de electricidad donde se le fabrican cargos del fuero común para justificar su detención, en este hecho ocurre un accidente donde otro vehiculo de escolta arroyo a nuestros compañeros que intentaban rescatarlo en manos de la policía donde pierde la vida nuestro compañero JORDAN LOPEZ AGUILAR y como consecuencia quedan tres heridos de gravedad Juan Jiménez zepeda, José santos López Aguilar y el compañero BALLARDO DE LA CRUZ HERNANDEZ. Este último por la situación de salud delicada el dia 17 del mes de octubre del 2009 como a eso de la 5 de la tarde pierde la vida por falta de atención médica en el hospital regional de la ciudad de Tuxtla Gutiérrez de la capital chiapaneca. Ante esta situación manifestamos nuestra molestia y nuestra indignación por la situación que estamos viviendo como organización.
 
Lo mas lamentable de toda esta situación, nuestra organización desde un principio firmamos un pacto de civilidad política y acuerdos de gobernabilidad donde se planteaba trabajar de manera conjunta con el actual gobierno de Juan sabines en la búsqueda de solución a nuestras demandas mas urgentes en lo que se refiere la solución agraria de los predios que tenemos en posesión, la cancelación de ordenes de aprehensión de varios compañeros, los programas de atención social, proyectos productivos y un alto a los hostigamientos de las fuerzas policíacas en las comunidades que forman parte de nuestra organización, bajo esta situación concensamos y firmamos el pacto de gobernabilidad y de respetar dichos acuerdos en el periodo de gobierno de Juan sabines guerrero, para ello desahogamos varias mesas de dialogo y establecimos acuerdos de trabajo conjunto y durante este proceso nos hacen la detención de José Manuel Hernández Martínez, por lo que emprendimos una serie de acciones en contra del gobierno del estado por que para nosotros fue una traición a los acuerdos firmados por la forma de su detención, por los cargos fabricados y sobre todo la violación a los acuerdos con el actual gobierno. Estas acciones que emprendimos salimos a manifestarnos en una sola voz por la liberación inmediata de nuestro compañero detenido por cargos fabricados del fuero común, el dia 09 de octubre en un plantón indefinido nos posesionamos en las entradas del palacio de gobierno para exigir la libertad inmediata de José Manuel Hernández Martínez por lo que fuimos recibidos por parte de las instancias de gobierno y en una mesa de dialogo se acordó buscar los mecanismos de liberación de nuestro compañero en un lapso no mayor de 90 días y el gobierno de Juan sabines se comprometía a buscar la libertad incondicional de nuestro compañero, Ante esta situación buscando los mecanismos de desahogo de pruebas el dia 16 de octubre como a eso de las 4 de la tarde nos percatamos que nuestro compañero ya no se encontraba en los separos del cerezo el amate y no sabemos de su paradero y no nos han informado de manera oficial de su situación y de su estado físico y mental del compañero. Solo por parte de Nemesio Ponce vía telefónica nos enteramos que lo tienen en una cárcel de máxima seguridad en el estado de Nayarit.
 
Ante esta situación responsabilizamos al gobierno de Juan sabines por que es un golpe a nuestra organización y a la lucha social en el estado de Chiapas y del gobierno fascista de Felipe calderón donde a toda costa quieren someter al pueblo a sus intereses de grupos de poder y dar paso a los tratados de libre comercio y de los acuerdos bilaterales entre países que quieren y sueñan tener el control de la resistencia social y civil en América. Para ello responsabilizamos directamente al gobierno de Juan sabines como el principal violador de los derechos humanos en el estado de Chiapas, lo responsabilizamos por su integridad física del compañero JOSE MANUEL HERNANDEZ MARTINEZ y de su situación que se le imputa en la fabricación de hechos para frenar nuestra lucha social. Al DR. NEMECIO PONCE SANCHEZ por lo que pueda suceder en el estado de Chiapas en contra de las organizaciones sociales y a cualquiera de nuestros compañeros que forman parte de nuestra organización y al cacique de la región a Jesús alejo orantes Ruiz por lo que siga sucediendo en las diferentes comunidades.
 
Por esta situación, hacemos un llamado a los organismos nacionales e internacionales defensores de los derechos humanos, a las organizaciones solidarias, a los solidarios que estén atentos y se sumen a las diversas acciones que posteriormente haremos para hacer y respetar la lucha social en Chiapas. A los embajadores para que a través de su país hagan una recomienda al gobierno de México por la libertad inmediata del compañero, que frenen la violación a los derechos humanos y se respete a las organizaciones sociales de lucha campesina y a los sindicatos tanto magisterial como de los trabajadores electricistas.
 
¡! CON LA UNION DE LOS POBRES VENCEREMOS ¡!
¡! TIERRA Y LIBERTAD ¡!
¡! JUSTICIA Y RESPETO A LOS DERECHOS A LAS GARANTIAS INDIVIDUALES ¡!
ORGANIZACIÓN CAMPESINA EMILIANO ZAPATA  OCEZ – REGION CARRANZA
18 OCTUBRE DEL 2009

Read Full Post »

Foto Carlos Fazio

Foto Carlos Fazio

 Compagne e Compagni, dal Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas inviamo la proposta di un’iniziativa dei compagni di Word Press, che invitano a realizzare azioni, ognuno nel proprio paese o regione, per chiedere la riapertura delle indagini sul caso Acteal in occasione del prossimo 2 novembre, Giorno dei Morti.  Ringraziamo per l’iniziativa dei compagni e speriamo che in molti possiamo unire le nostre forze per chiedere Giustizia nel caso Acteal.

Rosy Rodriguez
Brigate Civili di Osservazione bricos@frayba.org.mx
—————————————————————-
Oggetto: Giustizia per Acteal nel Día de Muertos
               Sat, 3 ottobre 2009 13:15:24 +0000 (GMT)
Da:         Adri <diazenciso@btinternet.com>
A:           frayba@frayba.org.mx, bricos@frayba.org.mx, medios@frayba.org.mx
 
Da Londra lanciamo un’iniziativa per coordinare la richiesta di riapertura del caso Acteal per il prossimo 2 novembre, Giorno dei Morti. L’idea è che ognuno organizzi un evento nel luogo in cui vive, in Messico o nel resto del mondo.  
Las Abejas hanno approvato la Nostra proposta. Abbiamo aperto una pagina web che stiamo inviando a organizzazioni di diversi paesi e nella quale inseriremo le informazioni al riguardo.
Questo il link:
http://actealjusticiaymemoria.wordpress.com
 
Contattateci per qualsiasi informazione.
Cordiali saluti.
Adriana Díaz Enciso

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 19 ottobre 2009

Comunità Della OCEZ sotto minaccia

Ángeles Mariscal e Elio Henríquez. Tuxtla Gutiérrez, Chis., 18 ottobre. Poliziotti federali hanno fatto incursione in due villaggi della zona di influenza dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ), dopo che il leader José Manuel Hernández Martínez, Chema, venerdì scorso è stato trasferito nella prigione di massima sicurezza di Nayarit, anche se ciò di cui è accusato è un reato comune in relazione con la lotta agraria. Verso mezzogiorno di sabato una dozzina di agenti sono entrati a El Puerto e Las Delicias, municipio di Venustiano Carranza (due delle 11 comunità fondate dalla OCEZ) ed hanno fermato i loro veicoli in mezzo ad un campo dove stavano giocando dei bambini che sono stati circondati e minacciati, ed ai quali è stato mostrato un mazzo di erba, sembra marijuana, secondo i testimoni. “Li minacciavano dicendo loro che se non rivelavano dove si nasconde la droga li avrebbero portati in prigione. E siccome i bambini non rispondevano, ne hanno colpito uno alla testa avvertendo di dire ai loro padri che sarebbero tornati a prendere loro”, aggiunge un altro degli abitanti. L’irruzione è avvenuta mentre in un villaggio vicino si vegliava Bayardo Hernández de la Torre, morto qualche ora prima in conseguenza delle lesioni subite 30 settembre quando, insieme ad altri compagni, aveva inseguito il veicolo con a bordo i poliziotti travestiti da lavoratori della Commissione Federale di Elettricità (CFE) che avevano prelevato Chema. José Manuel de la Torre Hernández, un altro dirigente della OCEZ, ritiene che la minaccia dei poliziotti “è parte della strategia per inibire le proteste” per il trasferimento di Chema. In conferenza stampa a San Cristóbal de las Casas, ha comunicato che la OCEZ abbandonerà il tavolo di dialogo perché “non si fida più del governo dello stato”. Ha dichiarato che l’amministrazione di Juan Sabines “ha tradito gli accordi firmati”, ed ha ricordato che ore prima che il corpo diplomatico accreditato in Messico visitasse il Chiapas, la settimana scorsa, aveva promesso di cercare alternative per la liberazione del detenuto entro un lasso di tempo non maggiore di 90 giorni; ma Chema è stato trasferito a Nayarit senza che le autorità lo notificassero al suo avvocato, alla sua famiglia o alla OCEZ, “mentre si suppone che siamo al tavolo del dialogo”. Accompagnato da altri dirigenti, De la Torre Hernández ha annunciato che questo lunedì incomincerà una giornata di mobilitazioni per chiedere la liberazione di Chema “che non è un criminale, ma un attivista sociale”, ed ha ricordato che altri mandati di cattura pendono su 14 membri della OCEZ. Marcela Hernández Pérez, figlia di Chema, ha raccontato che alcuni giorni fa Ismael Brito Mazariegos, funzionario della Segreteria di Governo del Chiapas, al tavolo di dialogo aveva assicurato che suo padre sarebbe rimasto nel carcere di El Amate, municipio di Cintalapa, dove si trovava dal 30 settembre. “Se pensano che non lo andremo a visitare a Nayarit si sbagliano, perché metteremo insieme i soldi per il viaggio; e se credono che la lotta si fermerà perché è isolato, sono in errore, perché è proprio ora che lotteremo di più”, ha dichiarato l’indigena con gli occhi colmi di lacrime e la voce strozzata. http://www.jornada.unam.mx/texto/038n3est.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Sabato 17 ottobre 2009

 La diocesi di San Cristóbal denuncia la campagna diffamatoria in atto contro i religiosi

Hermann Bellinghausen

 I vescovi cattolici Felipe Arizmendi Esquivel e Enrique Díaz Díaz, titolari della diocesi de San Cristóbal de las Casas, Chiapas, hanno risposto a diverse denunce pubbliche dei giorni scorsi: “Ancora una volta e con forza, è stata lanciata contro la nostra diocesi una serie di attacchi e calunnie attraverso i mezzi di comunicazione (stampa, radio, televisione, Internet) ed alcuni enti di governo”.  I prelati ed altri rappresentanti cattolici della diocesi si riferiscono alle accuse lanciate contro alcune persone e contro gruppi che “mantengono viva la speranza che si possa costruire una società nuova che sia il segno del regno di Dio, indicandoli come promotori di violenza ed instabilità, di azioni belligeranti, saccheggi, sabotaggi. Questa non è assolutamente la nostra strada”.  Nel mondo, sostengono, è in atto una crisi del sistema sociale, economico e politico che smaschera il fallimento del progetto neoliberista. Nel nostro paese, questo si esprime in un crescente impoverimento della popolazione, disoccupazione, fame, abbandono delle campagne, inefficienza delle istituzioni educative e sanitarie, emigrazione. Tutto questo genera scontento sociale.  Ribadiscono ciò che è ormai risaputo da anni rispetto alla diocesi, che questa ha deciso di camminare accanto alla povera gente che soffre le conseguenze di questo sistema sociale in crisi.  Rivolgendosi al loro gregge, i vescovi dichiarano: Non ci spaventi né ci stupisce che i potenti vogliano intimidere e cercare colpevoli, usando la stessa strategia di diffondere calunnie che, nei decenni scorsi, hanno portato alla persecuzione, vessazione ed arresto di animatori e coordinatori pastorali e di servitrici e servitori nella nostra diocesi. Si riferiscono alle accuse apparse sulla stampa (si presume della procura statale) contro i sacerdoti Eleazar Juárez, Jesús Landín e Juan Manuel Hurtado.  (…)

Invitano inoltre gli attivisti pastorali a non perdere la speranza; piuttosto,a rinnovare e rafforzare l’impegno e le scelte, accompagnando il popolo di Dio. Inoltre, “ad essere prudenti e prendere precauzioni per evitare di essere sorpresi dalla ‘semina’ di prove false, o da probabili intercettazioni telefoniche o attraverso Internet. Analizziamo spassionata e criticamente le nostre parole ed azioni, verificando se abbiamo dato adito a cattive interpretazioni, per evitare che venga distorto quello che diciamo o facciamo”.  (…)

Il seguente episodio, riferito a La Jornada da testimoni oculari, illustra chiaramente la tensione esistente tra la diocesi sancristobalense ed il governo statale. Lo scorso fine settimana, durante la sfarzosa, blindata ed esclusiva visita di 65 ambasciatori nella città di San Cristóbal, il vescovo Arizmendi Esquivel ha cercato di avvicinarsi al governatore Juan Sabines Guerrero.   Sbarrandogli il passo, il sindaco coleto Mariano Díaz Ochoa ha consigliato al prelato di ritirarsi, perché il governatore, ha detto, è molto arrabbiato con la diocesi. Un sacerdote che accompagnava Arizmendi Esquivel gli ha detto: Andiamocene, monsignore. Ci hanno cacciato da posti migliori.

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Autostrada e imbrogli.

La Jornada – Venerdì 16 ottobre 2009

 Esortano tutti i villaggi chiapanechi coinvolti ad organizzarsi e difendere il proprio territorio. Le Autorità di Mitzitón denunciano grossi imbrogli nel progetto di costruzione dell’autostrada

Hermann Bellingahusen

Le autorità ejidales di Mitzitón, nel municipio di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, hanno dichiarato che “il malgoverno continua ad ingannarci per tentare di disorganizzare la nostra lotta”. Esortano “tutti i villaggi dove si presume passerà l’autostrada San Cristóbal de las Casas-Palenque, ad organizzarsi e difendere il proprio diritto al territorio”.

Al riguardo sostengono: “Non è possibile che gli impresari famelici ed il malgoverno si alimentino a costo delle nostre terre, dove loro guadagneranno molto denaro e noi resteremo come sempre, nella povertà e nell’emarginazione”. 

Il governo chiapaneco la settimana scorsa ha annunciato che l’autostrada non passerà per Mitzitón, come invece era intenzione iniziale, che aveva suscitato il rifiuto del progetto da parte dei contadini tzotziles, aderenti all’Altra Campagna dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), ed attizzando un conflitto interno alla comunità. Ora, gli ejidatarios esigono di conoscere il progetto definitivo che si suppone esista già.

Gli indigeni si riferiscono alle informazioni ufficiali secondo le quali “l’autostrada non passerà più per la nostra comunità, così non lotteremo più e secondo, il governo, pensa che sia ormai tutto finito, ma non permetteremo che si calpestino i nostri diritti e quelli degli altri villaggi”. 

Il governo statale ha inoltre annunciato una “grande” consultazione nelle comunità. I contadini di Mitzitón ritengono che “sicuramente consisterà nell’offrire progetti come hanno fatto con noi (lamiere per i tetti, case, pavimenti di cemento, cisterne, asfaltatura di strade) in cambio delle nostre terre”. Aggiungono che il governo dice “ci consulterà su un progetto che hanno già approvato, ma che nessuna comunità conosce. Questo è rispettare i nostri diritti?”

Inoltre denunciano che il passato 11 ottobre, a mezzanotte si è sentito uno scoppio “dalle parti della casa di Elemesio Jiménez Vicente, attuale falso testimone dell’assassino, delinquente e paramilitare Francisco Jiménez Vicente, dell’Ejército de Dios. Abbiamo sentito i cani abbaiare verso persone che si nascondevano e controllavano”. 

Indicano questi come i “paramilitari” che mesi fa hanno partecipato all’omicidio di Aurelio Díaz Hernández ed al ferimento di altri cinque abitanti della comunità. Gli aggressori restano ancora impuniti, “passeggiano come niente fosse, perché il malgoverno li protegge”.

Avvertono che non faranno nessun passo indietro e continueranno a difendere il loro territorio ed i loro diritti. Chiedono “il reale rispetto del Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni”.

Di fronte alla “costante repressione, persecuzione ed arresti che subiamo nelle nostre comunità ed organizzazioni da parte del malgoverno di Felipe Calderón e Juan Sabines, così come delle multinazionali”, i contadini tzotziles invitano questo venerdì ad una cerimonia tradizionale chiamata ‘Sbentá Táj Ka’k Nichimtik yuún sbenta smukul jtotik yajbal binajel chiuk banamil’ (“Per accendere candele al grande Dio del cielo e della Terra”), allo scopo di “rafforzare i nostri cuori e le nostre lotte, e chiedere la protezione della nostra vita per noi e coloro che, attraverso L’Altra Campagna, lottano per un mondo più giusto.

Questo, nel contesto della convocazione della Rete Contro la Repressione e per la Solidarietà alla campagna nazionale ed internazionale “Prima i Nostri Prigionieri”, lanciata il 26 settembre e che finirà il 30 novembre prossimo. http://www.jornada.unam.mx/texto/021n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Nuove aggressioni.

La Jornada – Giovedì 15 Ottobre 2009

Nuova ondata di aggressioni governative contro le comunità chiapaneche

Hermann Bellingahusen

La campagna ufficiale contro le organizzazioni e le comunità del Chiapas è iniziata a settembre con l’arresto irregolare di José Manuel Hernández Martínez, Chema, leader dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ) a Venustiano Carranza (interrogato dalla Procura Generale di Giustizia dello stato circa i suoi colpevoli “contatti” col vescovo Samuel Ruiz, col Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, col parroco di Carranza, con l’Esercito Popolare Rivoluzionario e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale).  La strategia è proseguita con altre “filtrazioni di notizie” dopo la cattura di un indigeno di Chenalhó che possedeva un arsenale, si presume per “la difesa di Las Abejas”. Su diversi giornali, catechisti e parroci sono stati segnalati come promotori di azioni violente. Questa settimana il governo ha informato dell’arresto a Frontera Comalapa di presunti criminali in possesso di un altro arsenale, “raccomandati” da catechisti della diocesi.  Osservatori e giornalisti consultati da La Jornada concordano sull’ipotesi che il governo starebbe preparando “qualche scenario, forse con l’uscita di altri paramilitari detenuti per il massacro di Acteal”. Nelle comunità e tra le organizzazioni c’è preoccupazione. Non destano meno preoccupazione le insistenti dichiarazioni del segretario di Governo, Noé Castañón León, secondo il quale si teme “un’esplosione sociale” nel 2010.  Nel caso del dirigente della OCEZ-Carranza, il giorno della sua detenzione il governo statale aveva negato la sua partecipazione all’arresto, adducendo (attraverso Castañón León) che era di competenza federale. Tuttavia, la Procura Generale della Repubblica (PGR) si è dissociata attraverso il suo portavoce, che ha comunicato ai giornalisti che l’ente non aveva fermato il contadino. La procura statale ha poi ammesso l’arresto (durante un presunto “operativo congiunto” con la PGR).  Nella sua prima dichiarazione, Chema ha denunciato il tipo di interrogatorio a cui è stato sottoposto, al quale ha partecipato lo stesso agente del Pubblico Ministero competente del al caso, registrato con numero 253/2005, l’unico che è stato avviato, per “esproprio” di una proprietà privata a Carranza. Un reato statale. In maniera ufficiosa, operatori governativi volevano imporre ai giornalisti la versione che il detenuto e la sua organizzazione preparavano attacchi armati. Siccome non ha avuto eco, l’hanno diffusa con un’inserzione a pagamento su alcuni giornali. Altre versioni governative consegnate alla stampa citano presunte “azioni violente che includono l’occupazione di strutture pubbliche, commerciali ed attentati contro banche”. Questi sarebbero “piani di parroci della diocesi di San Cristóbal” che, a detta di “un gruppo di cattolico degli Altos” (sic), sono spinti dal parroco di Altamirano (che non si trova negli Altos) Juan Hurtado López”. Sono stati pubblicati nomi di catechisti che starebbero “esortando” alla violenza, indicando che “la data è il 2010, ma le azioni si potrebbero anticipare. Benché il vescovo Felipe Arizmendi abbia smentito queste informazioni, ciò è stato minimizzato, sottolineando invece sulla stampa ufficiale dichiarazioni di “abitanti di Nueva Galicia” secondo i quali, istigati dai preti, “il primo gennaio faremo azioni violente in tutto il paese, occuperemo edifici pubblici, strade federali e qui nello stato saccheggeremo banche, negozi, distributori di benzina, tutto quello che potremo. E non chiedono se vogliamo farlo. Abbiamo paura”.

 Secondo un’altra versione ufficiale, citando Juan Rodríguez Sánchez, “leader” della OCEZ, Chema avrebbe commentato “in un’occasione” i suoi piani per “irrompere con azioni violente nei municipi di Acalá, Chiapa de Corzo, Chicomuselo e Venustiano Carranza, in occasione del prossimo Bicentenario dell’Indipendenza”.

Il fatto è stato ripreso da un discorso del governatore Juan Sabines Guerrero davanti ai rappresentanti di un importante organizzazione civile, e che è stato trasmesso a La Jornada. Il mandatario si è dichiarato pronto a mantenere la pace e “tirare fuori il Chiapas dall’agenda militare” nell’offensiva militare che si sta preparando per l’anno prossimo su scala nazionale. http://www.jornada.unam.mx/texto/019n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 11 ottobre 2009

Il piano vuole convincere che essere contadino non ha futuro e che bisogna entrare nel turismo.  Gli studi statali per l’autostrada per Palenque contengono considerazioni di carattere militare

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis., 10 ottobre. Studi e prospezioni elaborati da diversi enti del governo statale hanno accompagnato il progetto dell’autostrada San Cristóbal de las Casas-Palenque. Fin da subito sono predominanti le considerazioni turistiche e sulle vie di comunicazioni, ma ce ne sono anche riguardo la riconversione agricola, l’impatto ambientale, agrarie, esplorazione ed estrazione di altre risorse naturali che non siano quelle paesaggistiche. Ed infine, ma non come ultime, ci sono considerazioni militari.  La Segreteria per le Campagne (Secam) ha inserito la sua parte attraverso l’Istituto per la Riconversione Produttiva ed Agricoltura Tropicale (IRPAT), prospettando coltivazioni alternative per quella che definisce “zona di influenza” dell’autostrada. Dall’aprile scorso, l’Istituto di Promozione dell’Agricoltura Tropicale (IFAT), sempre della Secam, lavora su un preciso scenario in termini di ettari, ripartizione economica e flusso commerciale.  Sono quattordici i municipi presi in considerazione. Abitati da indigeni in ejidos, terre comunali, terre recuperate, riserve. Non considera i capoluoghi municipali. Tutto questo è percepito come normale, e desiderabile, come parte dello sviluppo. Non è esattamente quello che storicamente chiedono i popoli. Il piano non è stato concepito per loro; in realtà, disturbano. Ed ora bisogna “gestirli”. Per il momento, dovranno seminare frutti esogeni, di poco valore nutrizionale per loro, e che in alcuni casi degraderanno rapidamente il suolo (gomma e palma, per esempio).  Le coltivazioni per le quali si prevedono maggiori investimenti, territorio e valore commerciale sono la palma da olio, gomma, rambután (pianta della famiglia del litchi) e lime. Con alcune varianti, perché il tracciato va dalla montagna alla pianura, attraverso selve e gole. Altre coltivazioni programmate sono noci di macadamia, litchi, avocado Haas e frutti tropicali, come guanabana e mamey. Le previsioni di “flusso commerciale” della IRPAT sono che in un’area stimata di 24 mila 908 ettari, 12 prodotti di valore commerciale dovranno generare 1.738 milioni di pesos, indirizzati su tre “scenari”: regionale, Puerto Chiapas e Penisola dello Yucatan. Il primo è solo una sesta parte. La maggior parte andrà all’esportazione o al settore turistico della Riviera Maya.  Un piccolo capitolo che appare per ogni municipio è riservato “all’agricoltura protetta”, che si riferisce alle coltivazioni degli stessi contadini, cose di minore importanza, come mais, fagioli ed altri prodotti che nessuno esporterebbe. Si tratta, infine, di penetrarli col libero mercato, e spingerli verso esso. Una concezione di Stato che si conforma ai trattati di libero commercio ed agli impegni in essi contenuti.  È convinzione generalizzata nel governo che il turismo è “la soluzione”. Si tratta di convincere le comunità indigene che conviene loro esportare dolci orientali e servire colazioni ai turisti, e che non hanno futuro come contadini. Un altro aspetto di questa concezione è quello di “città rurale” che salverà “dall’isolamento” le comunità e le concentrerà in ghetti urbanizzati affinché cambino stile di vita e lavoro, e dipendano ancora di più dall’assistenza pubblica e dalla beneficenza dalla Banca Mondiale. La priorità sono le automobili ed il flusso commerciale. Nel suo recente annuncio che il progetto dell’autostrada San Cristóbal-Palenque è pronto, e senza menzionare i 12 municipi intermedi sul tragitto, il governo ha sostenuto che “la strada ridurrà i rischi per gli automobilisti e farà risparmiare due ore di strada tra i due municipi, percorso che attualmente si percorre in circa sei ore” (in realtà quattro e mezza).  Ed ha aggiunto che “risponde ad una domanda sociale, di fronte alle frequenti proteste degli utenti che denunciano che l’attuale strada è in pessime condizioni” (e di chi è la competenza?). Ed ha dichiarato che “chi utilizza il progetto dell’autostrada come bandiera di lotta, inganna il popolo”. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/11/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Sabato 10 ottobre 2009

Il governo del Chiapas “consulterà” gli indigeni sull’autostrada già in costruzione per Palenque

Hermann Bellinghausen. San Cristóbal de las Casas, Chis., 9 ottobre. Il governo del Chiapas non solo ha già il “progetto definitivo” della costruzione dell’autostrada San Cristóbal-Palenque, ma ha già avviato da mesi i lavori in diversi punti del tracciato, benché non tutto sia di dominio pubblico. Nel Piano di Sviluppo nella zona di influenza dell’autostrada San-Cristóbal-Palenque, dell’Istituto di Promizione dell’Agricoltura Tropicale (IFAT) del governo statale, non solo si specificano decine di nuove coltivazioni (gomma, palma e litchi, tra altre) che saranno promosse nei territori indigeni che attraverserà l’autostrada, ma presenta un piano generale dell’opera. Il tracciato della controversa strada superveloce che i governi statale e federale hanno promosso è stabilito, con poca chiarezza ma molte parole, da quando sono iniziate le amministrazioni di Felipe Calderón e Juan Sabines Guerrero. Questa settimana il governo chiapaneco ha annunciato che “a breve inizierà un ampio ed includente processo di consultazione con le comunità indigene, attraverso la Segreteria dei Popoli Indios e dell’Istituto Chiapas Solidale”. Ora che si ha “il tracciato definitivo dell’autostrada”. Vuol dire che il tracciato è deciso e si consulteranno le comunità su cose già decise? Il piano illustra le coltivazioni che si imporranno alle comunità della “zona di influenza”, anche se il comunicato ufficiale pubblicato questa settimana dice che si chiederà alle comunità. Secondo l’IFAT, sono presi in esame i municipi di Huixtán, Oxchuc, Altamirano, Sabanilla, Tenejapa, San Juan Cancuc, Sitalá, Ocosingo, Chilón, Yajalón, Tumbalá e Salto de Agua, oltre alle due municipalità del progetto.Nella zona nord è già in funzione il tratto che includerà un ponte sul fiume Tulijá nella comunità Tortuguero, vicino a Paso Naranjo (Salto de Agua). Da lì uscirà a Cerro Norte per Actiopá Yochib, e da lì una lunga linea retta fino al progettato nuovo aeroporto di Palenque. Proprio questo giovedì 60 ambasciatori accreditati in Messico hanno cominciato una visita nella zona, che prosegue oggi, evento inusitato organizzato dalla Segreteria degli Affari Esteri per “vendere” il prodotto delle ambiziose opere avviate. Tre mesi fa, il governatore Sabines ha visitato Totuguero per convincere la popolazione chol della località delle bontà del progetto stradale, turistico ed agricolo. Da allora hanno cominciato a funzionare le macchine degli appaltatori per realizzare lo svincolo dalla comunità Santa María a Tránsito Paraíso, La Cascada Moypá e Tortuguero. Anche ora a Paso Naranjo c’è un accampamento dell’Esercito federale attivo. Il ponte darà accesso al tratto dell’autostrada che verrà da San Cristobal, passando per Sitalá e Bachajón, fino alla comunità Esperanza Morrison, municipio di Tumbalá (dove si trova il municipio autonomo zapatista La Paz). La mappa diffusa dall’IFAT non mostra questa né altre strade o deviazioni a località come Agua Azul (Tumbalá) e Misolhá (Salto de Agua), che sono parte del progetto turistico. Il tronco centrale consiste in un primo tratto da San Cristóbal a Tenango, attraverso Huixtán e Oxchuc. Da lì segue la parte più lunga e rettilinea del progetto (più della metà del totale) fino al ponte di Tortuguero. Intanto, il governo statale “ha confermato” nei giorni scorsi che “la nuova via di comunicazione, non passerà per la comunità Mitzitón, nel municipio di San Cristóbal de Las Casas”, come indicato nei progetti precedente della Segreteria di Comunicazioni e Trasporti. Ciò nonostante, nelle vicinanze di Mitzitón proseguono le opere di “ampliamento” della strada per Comitán. Il piano dell’IFAT, sebbene sia impreciso nel primo tratto che esce da San Cristóbal, in effetti elude Mitzitón e Los Llanos, ejidos in resistenza che hanno annunciato il loro rifiuto della strada. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/10/index.php?section=politica&article=011n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Sabato 10 ottobre 2009

In Chiapas la OCEZ chiede la liberazione del suo leader

Ángeles Mariscal. Corrispondente. Tuxtla Gutiérrez, Chis. Membri dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ) hanno iniziato un presidio nella capitale per chiedere la liberazione del suo dirigente José Manuel Hernández Martínez. I manifestanti hanno detto di aver inviato delle lettere ai 65 ambasciatori che stanno visitando lo stato, nelle quali i espongono le condizioni in cui vivono i contadini. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/10/index.php?section=estados&article=029n7est

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 9 ottobre 2009

Una nuova Cocopa per i nuovi tempi

Jaime Martínez Veloz/I

All’inizio della 61 Legislatura e di fronte alla necessità che si risolvano le cause che diedero origine all’insurrezione zapatista, così come i motivi che provocarono l’attuale sospensione del dialogo, è indispensabile fare un’analisi dei principali momenti che si sono presentati nello svolgimento del conflitto.

Il primo gennaio 1994 l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) convocò all’insurrezione con una dichiarazione di guerra all’Esercito Messicano e all’occupazione militare di diversi municipi, innalzando le bandiere dei diritti collettivi dei popoli indigeni e la costruzione di un nuovo modello di nazione.

La minaccia di una destabilizzazione generalizzata mobilitò ampi settori sociali ed obbligò i contendenti a sospendere gli scontri militari e riunirsi intorno ad un tavolo a dialogare per la prima volta nella cattedrale di San Cristóbal de las Casas, in un processo che è risultato difficile e complesso.

Era allora presidente della Repubblica Ernesto Zedillo Ponce de Leone. Ci furono i primi incontri tra i funzionari dell’Esecutivo federale e la dirigenza dell’EZLN, bruscamente interrotti il 9 febbraio 1995, quando furono emessi mandati di cattura contro la dirigenza della comandancia zapatista.

Questa decisione dell’Esecutivo scatenò una grave crisi che si superò solo con l’intervento del Potere Legislativo federale che il 10 aprile 1995 approvò all’unanimità la Legge per il Dialogo, la Negoziazione e la Pace Degna in Chiapas, che contiene la strategia per favorire la comprensione tra le parti, riafferma la sovranità tra poteri e risolve giuridicamente la questione dei mandati di cattura.

Di fatto, e con il sostegno di tutte le istituzioni e partiti politici, da questa legge nacque la piattaforma per strutturare il processo di dialogo e pacificazione tra il governo federale e l’EZLN dall’aprile 1995 al settembre 1996.

L’agenda di questo processo, promossa congiuntamente, includeva i temi: diritti e cultura indigeni, democrazia e giustizia, benessere e sviluppo, riconciliazione in Chiapas e diritti della donna, lasciando alla fine la cancellazione della dichiarazione di guerra e gli accordi di pace definitivi. Il metodo di lavoro permetteva lo svolgimento di incontri e consultazioni tra le delegazioni delle parti con le sue rispettive istanze.

Il 16 febbraio 1996 a San Andrés Larráinzar si firmò il primo accordo parziale sul tema dei diritti e cultura indigeni, dopo un intenso e promettente processo di dialogo e negoziazione. Il secondo tema in agenda era democrazia e giustizia, il cui sviluppo fu contrario a precedente; la parte governativa si rifiutava costantemente di esporre la sua posizione ai tavoli di dialogo, atteggiamento che differiva dalle intenzioni che il presidente della Repubblica aveva dichiarato alla Cocopa (Commissione di Concordia e Pacificazione).

Davanti al fallimento del tavolo ed i ritardi nella realizzazione dei primi accordi, nell’agosto del 1996 l’EZLN dichiarò sospeso il dialogo fino a che non si fosse concretizzato quanto concordato in materia di diritti e cultura indigeni. Per superare la crisi, contando sull’appoggio delle rispettive dirigenze di partito, i membri della Cocopa nel novembre del 1996 elaborarono la Iniziativa di Riforma Costituzionale in Materia di Diritti e Cultura Indigeni, che fu presentata all’EZLN che la accettò, benché, disse, non includesse tutte le sue aspirazioni. Al riguardo il subcomandante Marcos affermò che dopo la sua approvazione al Congresso dell’Unione, nel marzo del 1997, si sarebbe potuto firmare un protocollo di pace anticipato, per permettere che i successivi temi dell’agenda si sviluppassero senza tensioni di carattere militare.

La risposta del governo federale all’iniziativa della Cocopa fu in senso contrario alla posizione zapatista; il presidente della Repubblica non riconobbe i termini approvati dai suoi rappresentanti e respinse assolutamente l’iniziativa, adducendo “imprecisioni tecnico giuridiche”; successivamente si rifiutò apertamente di affrontare le questioni di fondo.

Questi incidenti provocarono l’allontanamento delle parti e dentro il governo federale si rafforzò la strategia contrainsurgente di incoraggiare settori indigeni a scontrarsi con violenza con gli zapatisti, con risultati disastrosi per le comunità e per il processo di pace; la tragedia di Acteal è risultato di questa strategia. Vicente Fox Quesada assunse quindi la Presidenza della Repubblica e la legge Cocopa in materia di diritti e cultura indigeni, defenestrata dal suo predecessore, fu presentata al Congresso. Tuttavia, questa decisione non ebbe l’accompagnamento indispensabile affinché i suoi effetti si trasformassero in incentivi per la pace. Il testo promosso dal Congresso escluse parti sostanziali già concordate nei conclavi di San Andrés Larráinzar, e questo fu interpretato dall’EZLN come il tradimento di tutta la classe politica. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/09/index.php?section=opinion&article=021a2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Da 10 anni in carcere.

La Jornada – Venerdì 9 ottobre 2009

Il governo chiapaneco contro l’ultimo detenuto de La Voz del Amate

In carcere da 10 anni, non è mai stata dimostrata la sua colpevolezza nell’omicidio di alcuni poliziotti

Hermann Bellinghausen

Il comitato degli ex detenuti e familiari dei “prgionieri politici” Voces Inocentes ha denunciato “la politica imperativa” del governo di Juan Sabines Guerrero contro il professor Alberto Patishtán Gómez, attualmente recluso nel Centro Statale di Reinserimento Sociale numero 5 di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. Il comitato riferisce che ultimamente ai suoi membri è stato ostacolato o impedito di visitare Patishtán in carcere. “Subiamo intimidazioni e disprezzo da parte delle guardie; e tanto più quando si tratta dei compagni ex prigionieri politici, che sono trattati come fossero un pericolo per le autorità penitenziarie”.  Di fronte alle proteste del comitato – aderente all’Altra Campagna – “i guardiani sostengono che è un’ordine del direttore della prigione, Arturo Bolaños. E su ordini dal’alto”. I familiari di Patishtán, gli ex detenuti ed i rispettivi parenti denunciano: “Quello che più ci sorprende è che registrano e identificano ogni visita che riceve il nostro compagno. In questo modo, il malgoverno vuole spaventarci, dimenticando così la sua politica demagogica di ‘rispettare’ i diritti umani”. Inoltre “ricordano” al governo “che non faremo un passo indietro nella richiesta di libertà” del professor Pastishtán che da quasi 10 anni è in prigione accusato di un crimine che non è mai stato dimostrato; si tratta di un’imboscata contro alcuni poliziotti avvenuta nel municipio El Bosque nel 1998.

Una vendetta ordita dai priisti

Come unico membro ancora in carcere de La Voz del Amate, Patishtán ha ribadito la sua innocenza. E’ stato documentato che la sua condanna fu il risultato di una vendetta politica ordita dalle autorità priiste di allora che, trasformandolo nel capro espiatorio, garantirono l’impunità ai veri assassini dei poliziotti. Il comitato Voces Inocentes denuncia di subire costanti minacce, persecuzioni e pedinamenti. “È molto preoccupante la situazione che le organizzazioni chiapaneche stanno vivendo”, aggiunge, e smentisce “totalmente” le notizie della stampa locale “che dimostrano poca professionalità” attaccando senza fondamento un organismo dei diritti umani” (in riferimento al Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas -Frayba). Questi media “vendono la loro etica professionale e si vede chiaramente che sono utilizzati come arma e strumento del malgoverno di Sabines Guerrero”.  Recentemente, lo stesso Frayba ed altri organizzazioni civili hanno denunciato persecuzione, sorveglianza e tattiche diffamatorie e di discredito contro i difensori dei diritti umani in Chiapas. D’altra parte, a San Cristóbal de las Casas è stato annunciato l’avvio di una campagna internazionale per la liberazione di José Manuel Hernández Martínez, (Don Chema). L’iniziative è promossa dalla giornalista Concepción Villafuerte Blanco, Marisa Kramsky, Mercedes Osuna, Yolanda Castro, Luis Alonso Abarca, Rosalinda Sántiz Díaz (Kinal Antsetik), Celerina Ruiz Núñez (Jolom Mayaetik) e dal Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo. Sostengono che il governo dello stato vuole negare la sua responsabilità “nella cattura illegale” di Hernández Martínez. Tuttavia – sottolineano – “i fatti dimostrano il contrario, poiché tutte le accuse sono state depositate dalla Procura Speciale per le Questioni Rilevanti, che dipende dalla Procura Generale di Giustizia dello Stato, e non esiste nessun carico da parte della giurisdizione federale”, e ritengono il membro dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ-Regione Venustiano Carranza) “prigioniero politico e di coscienza”). http://www.jornada.unam.mx/2009/10/09/index.php?section=politica&article=016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Arresto per “Chema”.

La Jornada – Giovedì 8 ottobre 2009

Arresto per il leader della OCEZ.  Si annunciano proteste

Ángeles Mariscal e Elio Henríquez – Tuxtla Gutiérrez, Chis., 7 ottobre. José Manuel Hernández Martínez, dirigente della Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ), ha ricevuto oggi in carcere il mandato di arresto, una settimana dopo essere stato fermato per esproprio e danni, reati presumibilmente commessi nel 2003 durante il recupero di un podere. Il giudice ha dichiarato che i reati imputati al dirigente e ad altri 14 campesinos sono “gravi”. Parte del procedimento 253/2005, avviato due anni dopo la presunta invasione della proprietà El Desencanto, nel municipio di Venustiano Carranza, contiene le testimonianze di un gruppo di proprietari di terre del municipio di Comitán presunti proprietari del podere. Le testimonianze, tutte uguali tra loro, non spiegano perché quelli che dicono di essere i proprietari hanno aspettato più di due anni a chiedere la restituzione del podere. In conferenza stampa, dirigenti della OCEZ hanno detto che il vero motivo dell’arresto è frenare le proteste che il dirigente portava avanti perché le autorità non hanno mantenuto la promessa di regolarizzare a loro favore 115 ettari di terra, tra altre istanze presentate a luglio, quando Hernández Martínez guidò uno sciopero della fame. A San Cristóbal de las Casas, organización sociali, collettivi ed attivisti hanno fatto sapere di aver inviato una lettera agli ambasciatori che questo fine settimana visiteranno il Chiapas, e cercheranno di parlare con loro per fargli sapere che in Chiapas “si violano i diritti umani”. Nel frattempo l’avvocato Marcos Gómez Pérez ha detto che esistono due possibilità: l’appello o il ricorso. “Vogliamo il ritiro dell’azione penale affinché José Manuel Hernández esca di prigione”, ha affermato. La OCEZ ed anche organizzazioni solidali hanno consegnato una lettera indirizzata a Magdy Martínez Solimán, rappresentante in Messico del Programma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, nella quale chiedono un’udienza e lo invitano a visitare la comunità 28 de Junio. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/08/index.php?section=estados&article=032n1est

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Acteal, ancora impunità.

La Jornada – Martedì 6 ottobre 2009

Potrebbero lasciare il carcere altri 31 condannati peri il massacro di Acteal

Hermann Bellingahusen

Prossimamente potrebbero uscire dal carcere altri 31 paramilitari condannati per aver partecipato al massacro di Acteal, Chiapas, il 22

Foto Cristina Rodriguez

Foto Cristina Rodriguez

dicembre 1997. Cinque di loro sono rei confessi. La notizia è stata appresa recentemente da la Società Civile Las Abejas di Chenalhó e dal Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC). Quest ultimo ha detto di essere stato informato che il prossimo 14 ottobre la Corte Suprema di Giustizia della Nazione (SCJN) delibererà sulla situazione legale di 31 condannati come responsabili del massacro che “vittime e sopravvissuti hanno identificato come gli autori materiali”. A su vez, integrantes de Las Abejas tuvieron conocimiento de que las autoridades municipales de Chenalhó informan a los agentes municipales “que los ahora liberados emprenderán acciones contra los sobrevivientes y testigos de cargo” en los procesos donde la SCJN concedió amparo a quienes llevan más de 11 años en prisión. Di fronte a questa possibilità, il CDHFBC esprime preoccupazione, “poiché già c’è il precedente del 12 agosto scorso”, quando la SCJN ha deciso di rilasciare 20 condannati, anche loro partecipanti al massacro, “concedendo loro tutte le tutele, il che significa un’ulteriore negazione della giustizia in questo crimine di lesa umanità”. L’eventuale delibera della SCJN potrebbe andare nello stesso senso, cioè, “incentrarsi sulle negligenze commesse dagli agenti della Procura Generale di Giustizia dello Stato”, avallate allora da giudici e magistrati federali”. La liberazione dei 20 paramilitari precedenti “ha generato un clima di paura ed insicurezza negli Altos del Chiapas, in particolare nelle comunità dove vivono i membri di Las Abejas”. Questa volta potrebbero uscire cinque assassini confessi del massacro, ritenuti penalmente responsabili di omicidio aggravato, lesioni aggravate e detenzione di armi di uso esclusivo dell’Esercito. Le decisioni della SCJN nell’agosto scorso hanno messo in evidenza, sostiene il CDHFBC, “che lo Stato messicano non ha compiuto il suo dovere di garantire l’accesso alla giustizia alle vittime e sopravvissuti”, e non ha svolto “un’indagine seria ed efficace, al fine di punire i responsabili materiali ed intellettuali ed evitare l’impunità”. Benché il governo de Chiapas assicuri che le persone rilasciate non ritorneranno nei loro luoghi di origine, bisogna considerare che i loro famigliari e gli altri membri del loro gruppo paramilitare rimangono lì, “esattamente dove si trovano le armi, poiché fino ad ora lo Stato non ha disarticolato né disarmato i paramilitari nel municipio di Chenalhó”. Per quello che si capisce, questa situazione non è stata considerata dallo Stato che oltre a non indagare adeguatamente, omette qualsiasi misura per ricostituire il tessuto sociale delle comunità indigene ed impedire la violenza. Lo dimostra il fatto che i membri di Las Abejas che vivono ancora nel campo profughi conosciuto come Acteal, continuano a rimanere fuori dalle loro comunità originarie. Lo stesso si può dire delle migliaia di profughi zapatisti del municipio autonomo di Polhó. Inoltre, la presenza dell’Esercito Messicano ha contribuito alla rottura del tessuto sociale”. Esiste così “un pericolo imminente” per i sopravvissuti. A giudizio del CDHFBC, non liberare queste 31 persone “sarebbe l’unica misura per salvaguardare i diritti delle vittime”. Bisogna ricordare che la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha stabilito che lo Stato ha l’obbligo di combattere l’impunità con tutti gli strumenti legali, poiché questa favorisce la ripetizione cronica delle violazioni dei diritti umani e la totale mancanza di difesa delle vittime e dei loro famigliari. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/06/index.php?section=politica&article=010n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Chiapas ed emigrazione.

La Jornada – Lunedì 5 ottobre 2009

Gli immigrati del Chiapas residenti negli USA ora sono un peso per le loro famiglie

Hermann Bellinghausen

Negli Altos del Chiapas l’emigrazione negli Stati Uniti riversa i suoi effetti a fronte della recessione economica dall’altro lato della frontiera, e quello che sembrava un’opzione per migliorare le entrate delle famiglie indigene, si è trasformato in un peso, quasi una paradossale prigione che separa gli emigranti dal loro paese e dalle loro famiglie. Solo a Catixtik, nel municipio tzotzil di San Juan Chamula, ci sono attualmente circa 55 uomini “illegalmente” negli Stati Uniti. Solo un pugno tra le migliaia di indigeni che negli anni recenti si sono legati ai polleros (trafficanti di clandestini – N.d.T.) nelle proprie terre per attraversare la frontiera. Ora che anche là non c’è lavoro sono disoccupati e vivono alla macchia per evitare la deportazione. Per di più, “non possono ritornare”, perché non hanno soldi per farlo e devono ancora pagare il pollero. Nella loro comunità non li aspetta nessuna possibilità di lavoro ed andandosene hanno abbandonato o trascurato i loro campi. Sussistono nel loro inattivo esilio grazie al denaro dei programmi governativi come Oportunidades che ricevono le loro mogli in Chiapas. Queste sono obbligate a trasferire questi pesos attraverso la Western Unione affinché gli uomini li convertano in costosi dollari.

I polleros, “del XXI° secolo spesso sono indigeni. Qualche fortuna personale (da non sottovalutare) a San Juan Chamula, Zinacantán e San Pedro Chenalhó si può attribuire a questo nuovo tipo di intermediari della manodopera tzotzil, i cui predecessori popolano i racconti indigenisti di Rosario Castellanos e Ramón Rubín. Alcuni anni fa “l’esportazione” di chamulas, zinacantecos e pedranos era considerata “un’industria in crescita” (La Jornada, 5/6/06), mentre gli studiosi Floriana Teratol e John Burstein l’anno scorso riferivano che ogni emigrante pagava circa 10 mila pesos per il viaggio dal Chiapas all’Arizona, attraversando il deserto. Una volta là, “l’emigrante acquisisce un debito di altri 5 mila pesos affinché il ‘raitero‘ (il trafficante in loco) lo sistemi” (Ojarasca, 8/08). Indipendentemente dall’effetto sull’integrità comunitaria e familiare dello sradicamento economico (la maggioranza degli emigranti sono uomini sposati), per un po’ è sembrata un’alternativa contro la scarsità di mezzi nei propri villaggi. Il governo di Vicente Fox arrivò a promuovere ed idealizzare questa forma di “impiego” per i messicani poveri. Secondo i ricercatori citati, gli emigranti inviavano a casa “tra i 3 e 4 mila pesos ogni quindici giorni, la metà delle loro entrate”. Così pagavano i debiti nella loro comunità e potevano investire nella costruzione della casa, a volte sontuosa e non necessaria. Come indigeni e contadini di altre zone del Chiapas, i tzotziles degli Altos normalmente vanno in Florida, Carolina del Nord ed in altri stati nel nord degli Stati Uniti. Il relativo benessere permetteva loro di pagare le multe per l’assenza alle assemblee o l’inadempimento degli obblighi comunitari, ed al ritorno disponevano di risorse per occupare cariche religiose nelle proprie comunità. Emigrare era una “moda” tra i giovani. Una “prova” di virilità, un’avventura prestigiosa. Secondo le testimonianze delle mogli rimaste a casa, raccolte in diverse occasioni, l’emigrazione non aveva solo effetti monetari. Vivendo là, gli uomini ricorrono a prostitute e a pornografia di ogni tipo, e questo modifica i loro comportamenti (e a volte la diffusione di malattie). Per dirla chiaramente, quando tornano, gli emigranti cercano di riprodurre nella vita matrimoniale le pratiche “apprese” dal porno, e le loro mogli, se non le accettano, vengono ripudiate.Ora, gli emigranti stanno ritornando. Ma molti sono ancora “bloccati”, e sono i limitati programmi governativi ed i prestiti degli strozzini locali a mantenerli là. Rappresentano un ulteriore peso, forse il peggiore, nell’economia familiare degli indigeni più poveri. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/05/index.php?section=politica&article=017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Frayba denuncia la repressione.

La Jornada – Domenica 4 ottobre 2009

Crescono le azioni repressive in Chiapas, afferma il Frayba

Hermann Bellinghausen

Foto Víctor Camaco

Foto Víctor Camaco

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (CDHFBC) denuncia che sono aumentate le azioni repressive contro membri di organizzazioni contadine, civili e di difesa dei diritti umani, “come parte della strategia di contrainsurgencia ordinata dall’amministrazione federale ed eseguita dal governo del Chiapas”. Nel clima che descrive l’organizzazione, emerge il tentativo di incendiare le strutture del centro Kinal Antsetik la notte del 26 settembre a San Cristóbal de las Casas, da uno sconosciuto vestito di nero e con passamontagna. L’individuo “è entrato nella sede del Centro di Formazione per Donne dell’Associazione Civile Kinal Antsetik, ha sparso benzina e dato fuoco alle travi di legno”. Alcune ragazze che risiedono nel posto hanno impedito che l’incendio si propagasse. Kinal Antsetik è un’organizzazione civile formata prevalentemente da indigeni; promuove i loro diritti, combatte la violenza di genere, favorisce la partecipazione politica ed offre assistenza a collettivi di donne. Negli scorsi mesi la cofondatrice di Kinal Antsetik, Yolanda Castro Apreza, e Daniel Alfonso Luna Alcántara, membri del Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo (FNLS), hanno subito perquisizioni e pedinamenti da parte della polizia. Il 30 settembre scorso è stato arrestato José Manuel Hernández Martínez, Chema, dirigente storico dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ-Regione Carranza), nella comunità 28 de Junio del municipio di Venustiano Carranza, in un operazione delle procure generali della Repubblica e di Giustizia dello Stato (PGJE). In quell’occasione gli agenti sono arrivati nella comunità su un veicolo della Commissione Federale di Elettricità indossando le uniformi di questo ente e senza esibire alcun mandato nel momento dell’arresto. Hernández Martínez è rinchiuso nel carcere di El Amate accusato di associazione a delinquere, esproprio aggravato e danneggiamenti, oltre ad attentati contro i simboli patri e cospirazione, tra altri illeciti. Secondo fonti attendibili, sostiene il CDHFBC, Hernández Martínez “è stato interrogato negli uffici della PGJE da persone che gli domandavano insistentemente se appartenesse all’Esercito Popolare Rivoluzionario ed all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale; se aveva rapporti con monsignor Samuel Ruiz García e con Diego Cadenas (presidente e direttore del Frayba, rispettivamente) o col FNLS”. Il CDHFBC ha denunciato in precedenza “la politica di repressione che il governatore Juan Sabines Guerrero applica contro le organizzazioni sociali e civili che non si sottomettono alle sue direttrici né firmano il suo Patto di Governabilità”. Nel luglio scorso, Ruiz García e Cadenas Gordillo avevano personalmente informato Sabines Guerrero e Ponce Sánchez di essere in possesso di informazioni attendibili secondo le quali esistevano ordini di indagini giudiziarie contro diversi attivisti sociali e difensori dei diritti umani per collegarli ad organizzazioni guerrigliere. Il governatore aveva negato che esistessero tali indagini. Durante il suo lavoro di documentazione, l’organizzazione “ha individuato soggetti e pratiche” che permettono di ritenere che il governo statale implementa una strategia di contrainsurgencia il cui “obiettivo militare” è la popolazione civile che, “secondo gli organi di intelligenza, appoggia la ribellione”. Utilizza la forza pubblica per reprimere, imprigionare ed assassinare membri di movimenti ed organizzazioni, “usando i mezzi di comunicazione per mettere a tacere le denunce e screditare la difesa dei diritti umani”. Per il Frayba, i danni alle strutture di Kinal Ansetik, la persecuzione degli avvocati, gli arresti di Hernández Martínez e di oltre 20 membri della MOCRI-CNPA-MN ed indigeni di San Sebastián Bachajón, così come gli omicidi di contadini ed emigranti da parte di elementi della polizia statale preventiva “sono i segnali dell’autoritarismo del governo el Chiapas”. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/04/index.php?section=politica&article=014n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 4 ottobre 2009

José Manuel Hernández: persecuzione senza fine

Luis Hernández Navarro

Negli uffici della Casa del Popolo, a Venustiano Carranza, Chiapas, c’è uno striscione con i nomi di più di 40 contadini. Sono i 37 morti e i desaparecidos nella lotta iniziata nella comunità nel 1965 per il recupero delle terre. Le loro fotografie sono appese sopra l’altare. Sono le casa pueblo2vittime dei cacicchi, paramilitari, poliziotti ed Esercito.

I comuneros di Carranza sono stati permanentemente vessati, perseguitati, umiliati e mai riconosciuti. Molti dei defunti omaggiati nella sede dell’organizzazione erano commissari de beni comunali. Molti erano leader dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ), fondata nel 1982 dalla Casa del Pueblo e da nuclei contadini di altri municipi dello stato. Così accadde al commissario Bartolomé Martínez Villatoro. Nel luglio nel 1974, Carmen Orantes, il cacicco regionale, lo avvertì: “Guarda, indio, se non vai via di qui, ti giochi la vita”. Un anno dopo fu assassinato. L’ultimo episodio di questa persecuzione senza fine è l’arresto del dirigente storico della comunità, José Manuel Hernández Martínez, conosciuto come Don Chema, lo scorso mercoledì 30 settembre, con un’operazione tanto vile quanto precipitosa. I poliziotti che lo hanno catturato sono arrivati nella comunità 28 de Junio a bordo di un furgone della Commissione Federale di Elettricità, con indosso le divise dell’impresa. Hanno chiesto agli abitanti se c’erano problemi con l’elettricità o se avevano bisogno di qualcosa. Quando hanno identificato Don Chema l’hanno preso e caricato sul veicolo senza alcun mandato di cattura. Qualche chilometro dopo hanno trasferito Don Chema su un altro veicolo occupato da uomini armati che indossavano abiti scuri e col volto coperto da passamontagna. Hernández Martínez è stato rinchiuso nella prigione di El Amate. È accusato dell’esproprio della proprietà El Desencanto, si presume compiuto nel luglio del 2003an Venustiano Carranza. Sarà processato per reati contemplati in quasi una decina di indagini. È indagato per danni a proprietà altrui, esecuzione di fatti criminosi, danneggiamento aggravato, furto ed esproprio. Vogliono processarlo anche per attentato contro i simboli patri o valori storici nazionali o dello stato, esproprio, cospirazione e frode. Don Chema ha dichiarato al pubblico ministero ed al suo avvocato difensore che presso la Procura dello Stato del Chiapas (PGJE) chi lo interrogava insisteva affinché si dichiarasse membro di qualche gruppo armato. “Mi domandavano, ha detto, se appartenevo all’EPR. Quando ho detto loro che l’unica organizzazione alla quale appartengo è la OCEZ e che questa organizzazione lotta per la via civile e pacifica, allora mi hanno accusato di appartenere all’EZLN.”Non è la prima volta che Hernández Martínez è finisce in prigione. In due occasioni ha trscorso del tempo dietro le sbarre. Nel 1984 Amnesty International l’ha riconosciuto e adottato come prigioniero di coscienza. Don Chema è un attivista sociale che da oltre trent’anni lavora al recupero delle terre della sua comunità. Ha 56 anni. È indigeno tzotzil e padre di sei figli.Perseguitato dal potere e dai cacicchi, in molti momenti della sua vita ha dovuto vivere alla macchia, perseguitato e vessato. Molti funzionari pubblici hanno tentato di comprarlo offrendogli un impiego pubblico o uno stipendio senza svolgere alcun lavoro. Non ha mai accettato. Egli afferma: “La mia unica funzione è informare su cosa fa l’organizzazione. Non ho mai accettato questo. Perché? Perché non dipende da me, ma dalla comunità; è il popolo. Io posso anche vendermi, ma i problemi rimangono. L’abbiamo detto chiaro alle istituzioni di governo: mi possono mettere in prigione, possono comprarmi e possono assassinarmi, ma il governo facendo questo non risolverà un bel niente se non si risolvono i problemi delle comunità”.Solo nel luglio scorso, 13 membri della OCEZ hanno realizzato con successo uno sciopero della fame per chiedere al governo la sospensione di 15 mandati di cattura, l’approvazione di progetti produttivi per quasi 7 milioni di pesos, e la soluzione di diversi conflitti agrari. Il governo di Juan Sabines ha accordato di legalizzare 215 ettari delle terre occupate. Inoltre, è stato firmato un patto di governabilità per dare soluzione ad alcune istanze sociali, agrarie e legali. Cioè, nel momento dell’aaresto di Don Chema la sua organizzazione era al tavolo del dialogo col governo dello stato.Il conflitto a Venustiano Carranza è ancestrale. La comunità fu fondata nel 1529 col nome di comunità indigena San Bartolomé de los Llanos. Gli indios comperarono le terre con monete d’oro. Tuttavia, con l’espansione dell’allevamento, i ladinos si appropriarono di quasi tutte le proprietà. I comuneros diventarono peones acasillados (schiavi – N.d.T.).A partire dal 1930, i contadini cercarono di farsi restituire i beni comunali dalle autorità agrarie. Ma questo non accadde fino al 1965 quando il governo della Repubblica decretò una risoluzione per la comunità in cui le veniva riconosciuta solo una superficie territoriale di 50 mila 152 ettari, lasciando le terre migliori ai latifondisti. Nonostante questo, i proprietari terrieri non furono d’accordo.Nel 1974 fu attuata la risoluzione presidenziale a favore della comunità con una superficie di 42 mila ettari, ed un esproprio di 5 mila 45 ettari, per la costruzione di una diga idroelettrica. Stanchi, un anno più tardi i comuneros decisero di diventare indipendenti dal governo e recuperare le loro terre, perché, nonostante i documenti nelle loro mani, le terre continuavano a restare in possesso dei ricchi. Da allora la loro tattica consiste nel prendere le proprietà e poi fare pressioni sul governo per la loro regolarizzazione. Per questo si sno scontrati col cacicco Carmen Orantes (personaggio che sembra uscito da un romanzo di Gabriel García Márquez), con i suoi pistoleri e con i diversi governi di turno.Oggigiorno la regione è controllata da Jesús Alejo Orantes Ruiz, alleato di Juan Sabines ed uno più dei 100 figli che vengono attribuiti a Carmen Orantes. Il nuovo cacicco ha ereditato dal padre e dallo zio il potere politico ed economico nella regione della canna da zucchero di Pujiltic. L’arresto di José Manuel Hernández Martínez è un grave oltraggio ai diritti umani da parte del governo di Juan Sabines. Inoltre, è un atto di insensibilità politica che crea squilibrio in una regione storicamente conflittuale del Chiapas. Per quello che si vede, c’è a chi piace governare gettando benzina sul fuoco. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/04/index.php?section=opinion&article=015a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Los de Abajo.

La Jornada – Sabato 3 ottobre 2009     –   Los de Abajo

Minaccia poliziesca

Gloria Muñoz Ramírez

La settimana scorsa la popolazione tzeltal di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, Chiapas, ha recuperato pacificamente il controllo della cabina di riscossione delle cascate di Agua Azul, esercitando il loro legittimo diritto di salvaguardare ed amministrare le risorse naturali del loro territorio. La risposta del governo guidato da Juan Sabines è stata il minaccioso invio di circa 250 poliziotti. Gli indigeni di Bachajón sono aderenti all’Altra Campagna convocata dall’EZLN e fanno parte della resistenza ai megaprogetti turistici che il governo del Chiapas impone alle comunità della regione, motivo per cui sono stati repressi e sbattuti in carcere in diverse occasioni, senza però ottenerne la resa. Il Centro dei Diritti Umani San Bartolomé de las Casas, che ha assistito la comunità e denunciato la costante persecuzione, ha documentato la presenza minacciosa di circa 250 effettivi statali chi si trovano al crocevia di Agua Azul e nel villaggio di Xhanil, su cinque camion tipo Torton e 12 pattuglie, oltre ad agenti della Polizia Ministeriale. L’organizzazione dei di diritti umani spiega che il recupero della cabina di riscossione è stato deciso dopo un “processo di consultazione in assemblee realizzate nei tre centri dell’ejido: Ch’ich, Centro Alan Sacjun e Centro Bachajón”. Con questa azione i coloni tzeltales rivendicano l’esercizio dell’uso delle loro risorse naturali riconosciuto dal Trattato 169 della OIT (Organizzazione Internazionale del lavoro) che il governo messicano si è impegnato a rispettare.  Al governo del Chiapas poco importano gli accordi internazionali che non contemplino gli investimenti stranieri ed il saccheggio delle risorse naturali. Sono innumerevoli gli esempi che lo dimostrano: proprio in questa comunità, il passato 17 aprile, la cabina di riscossione era stata smantellata con un operativo al quale hanno partecipato poliziotti statali e federali, violando il diritto al territorio dei popoli indigeni, attaccando la loro integrità personale e torturando ed imprigionando arbitrariamente i fratelli Antonio e Jerónimo Gómez Saragos. Ora, davanti al possibile sgombero degli ejidatarios e a causa della pressione e del chiaro atto di persecuzione, in Internet circola una lettera di protesta nella quale si esige il rispetto dei diritti del popolo tzeltal di San Sebastián Bachajón, il ritiro della polizia e la liberazione di Jerónimo ed Antonio Gómez Saragos.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Poliziotti a Agua Azul.

La Jornada – Sabato 3 ottobre 2009

 Il governo del Chiapas invia centinaia di poliziotti ad Agua Azul

Hermann Bellinghausen

San Sebastián Jotolá Mitzitón, 2 ottobre. La persecuzione contro le comunità dell’Altra Campagna in Chiapas che si oppone all’autostrada San Cristóbal de las Casas-Palenque si è trasformata in questione “politica” delle autorità statali e federali, in particolare per le prime. In pochi giorni si sono susseguiti fatti violenti ed aggressioni a Jotolá e in diverse località dell’ejido San Sebastián Bachajón, fomentati da funzionari pubblici, come il delegato a Chilón della segreteria generale di Governo, Carlos César Santiago Ángel, che davanti ai rappresentanti della filogovernativa Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic) ha detto che i fondi del programma Oportunidad non arriveranno a nessuno di Alan Sacum a causa dei membri dell’Altra Campagna. Questo ha scatenato la persecuzione contro il responsabile di Alan Sacum, Antonio Gómez Álvaro, ed il consigliere di vigilanza, Juan García, entrambi ejidatarios di San Sebastián. Quelli della Opddic vogliono “consegnarli” alla polizia ed espellerli. Il primo è il padre di Jerónimo ed Antonio Gómez Saragos, i due aderenti dell’Altra Campagna in carcere a El Amate dall’aprile scorso. Questa “politica” è manifestata anche dai 250 agenti della Polizia Statale Preventiva (PEP) che domenica scorsa si sono piazzati al crocevia di Agua Azul e nella comunità vicina di Xhanil, su cinque camion Torton e 12 pattuglie, oltre ad agenti della Polizia Ministeriale (PM). Quello stesso giorno, gli aderenti dell’Altra Campagna avevano recuperato pacificamente la cabina di riscossione che ad aprile la polizia statale e quelli della Opddic avevano occupato, all’ingresso delle cascate di Agua Azul. Da allora si teme un operativo contro l’ejido che difende i suoi diritti territoriali. Sulla stessa linea si trova la reiterata presenza a Jotolá della pattuglia 025 della PEP che continua a riunirsi con i membri della Opddic che a settembre hanno aggredito a spari e bastoni gli ejidatarios dell’Altra Campagna ed un avvocato del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas. Lo scorso fine settimana, dopo la nuova visita della polizia, quelli della Opddic si sono raccolti in atteggiamento minaccioso muniti di machete, bastoni ed armi. Quelli dell’Altra Campagna da allora temono un possibile nuovo attacco, poiché in ripetute occasioni di notte si sentono spari esplosi vicino alle loro case. Questa volta, i poliziotti di pattuglia si sono uniti con quelli della Oppdic di fronte alla casa della famiglia Cruz Méndez, una delle più aggressive della comunità, alla quale appartengono i principali istigatori degli attacchi. D’altra parte, sono arrivati a Mitzitón, San Cristóbal de las Casas (un altro ejido i cui coloni si oppongono all’autostrada e sono anche aderenti all’Altra Campagna), rappresentanti della Segreteria delle Comunicazioni e Trasporti, “volevano ingannarci per farci firmare una bozza di verbale – denunciano gli indigeni – dove si dice che in presenza delle autorità, il malgoverno ha soddisfatto le nostre richieste.” Gli ejidatarios negano che sia così. L’ingegnere della SCT ha detto che non si vuole fare nessuna autostrada, solo un’ampliamento della strada per Comitán. Secondo i progetti della stessa SCT, a Mitzitón si troverebbero il chilometro zero ed i primi 10 della progettata autostrada. Non ci faremo ingannare dal malgoverno; difenderemo la nostra terra costi quel che costi, fino a che il malgoverno rispetterà il nostro diritto all’autonomia e alla libera determinazione, sostengono. Inoltre, denunciano che martedì 29 settembre la SCT ha consegnato loro un documento datato febbraio che parla del progetto della strada. Abbiamo visto la menzogna del malgoverno quando ha negato che esisteva il progetto. Ma ora confermiamo che esiste e prosegue. Denunciano che i paramilitari e i criminali dell’Ejército de Dios-Alas de Águila continuano a sparare e ad aggirarsi nel villaggio con le loro mimetiche militari protetti dal malgoverno. Sono guidati – dicono – da Esdras Alonso González, Carmen Díaz López e Refugio Diaz Ruiz, che continuano a godere dell’impunità. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/03/index.php?section=politica&article=012n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 2 ottobre 2009

Si cerca di vincolare alla guerriglia il dirigente della OCEZ arrestato

Ángeles Mariscal. Carcere El Amate, Cintalapa, Chis., 1º ottobre. Il dirigente campesino José Manuel Hernández Martínez, catturato ieri nel municipio di Venustiano Carranza, è stato arrestato per esproprio di proprietà altrui e danneggiamenti, ma negli interrogatori gli hanno chiesto con insistenza se apparteneva all’Esercito Popolare Rivoluzionario (EPR) o ad altri gruppi guerriglieri od organizzazioni civili come il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba). Il componente dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ) è stato portato davanti al giudice 12 ore dopo la sua cattura e dopo 10 ore dall’interrogatorio presso la Procura Generale di Giustizia dello Stato (PGJE). Il campesino ha dichiarato al Pubblico Ministero ed al suo avvocato difensore che nell’interrogatorio presso la PGJE hanno insistito affinché si dichiarasse membro di qualche gruppo armato. “Mi hanno domandato se appartenevo all’EPR. Quando ho risposto che l’unica organizzazione alla quale appartengo è la OCEZ e che questa organizzazione lotta per la via civile e pacifica, allora mi hanno accusato di appartenere all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). “Insistevano a chiedermi se avevo rapporti con il vescovo Samuel Ruiz, col parroco del municipio di Venustiano Carranza; con Diego Cadenas, presidente del Frayba, o con Yolanda Castro, del FNLN (Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo). Mi hanno chiesto se possedevo armi.” Il Pubblico Ministero del tribunale, Neftalí Arcia Marroquín, assistito da una persona che si è presentata come rappresentante della Procura per le Questioni Rilevanti della PGJE, ha insistito nel domandargli se aveva rapporti con l’EPR fino a che l’avvocato difensore ha chiesto di smetterla con queste domande perché il reato di cui è accusato Hernández Martínez è l’esproprio della proprietà El Desencanto, presumibilmente commesso nel luglio del 2003 a Venustiano Carranza. Dopo aver reso la sua deposizione, Hernández Martínez ha dichiarato in un’intervista che la sua detenzione è per motivi politici, ed ha tacciato di tradimento il governo statale, perché dopo lo sciopero della fame realizzato nel giugno scorso, le autorità gli avevano promesso che avrebbero trattato la sua richiesta di terra. Il comunicato del governo statale che ammette l’arresto del campesino, segnala che contro di lui ci sono 16 istruttorie aperte, tutte per presunti reati commessi nel contesto di proteste agrarie a Venustiano Carranza. Oggi è stata presa in esame solo una di queste.

Nel frattempo, circa duemila elementi della OCEZ sono andati a Venustiano Carranza a portare il corpo di Jordán López Aguilar, il campesino morto mercoledì, quando con altri compagni cercava di raggiungere i poliziotti che avevano preso Hernández Martínez. A San Cristóbal de Las Casas, il Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo (FNLS) ha condannato “l’arresto illegale” di Hernández Martínez, definendolo “un colpo vigliacco al movimento sociale chiapaneco, nel contesto della crescente criminalizzazione delle legittime lotte sociali del popolo”. “Il modo in cui è stato catturato, da individui che sono arrivati su un camioncino della Commissione Federale di Elettricità con uniformi di questo ente, è un’ulteriore dimostrazione del carattere arbitrario con cui il governo fascista di Felipe Calderón reprime gli attivisti sociali“, aggiunge. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/02/index.php?section=estados&article=029n1est Con informazioni del corrispondente Elio Henríquez

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Arrestato leader della OCEZ.

chemaLa Jornada – Giovedì 1 ottobre 2009

Uno dei suoi compagni è morto inseguendo gli agenti; altri tre sono rimasti feriti
La Procura Generale Della Repubblica e la Procura del Chiapas catturano un leader campesino della OCEZ

Ángeles Mariscal e Elio Henríquez. Tuxtla Gutiérrez, Chis., 30 settembre. La Procura Generale di Giustizia dello Stato (PGJE) ha comunicato che questa notte, in un’operazione congiunta con la Procura Generale della Repubblica (PGR), nel municipio di Venustiano Carranza ha fermato José Manuel Hernández Martínez, dirigente dell’Organizzazione Campesina Emiliano Zapata (OCEZ), indagato, tra altri reati, per associazione a delinquere, occupazione aggravata e danneggiamento. In un comunicato spiega: “Questa persona è stata messa a disposizione del giudice istruttore e rinchiusa nel Centro di Reinserimento Sociale numero 14, El Amate, nel municipio di Cintalapa”.  Secondo la procura, l’indagato è accusato di danni a proprietà altrui, furto aggravato e saccheggio, reati per lui quali nel 1999 erano stati emessi sei mandati di cattura contro di lui. Inoltre, ha “precedenti” per tento omicidio ed omicidio aggravato, ed è accusato di essersi impadronito di terreni occupati. Secondo i suoi compagni, Hernández è stato catturato la mattina nella sua abitazione, nel municipio di Venustiano Carranza, da sconosciuti che indossavano divise dei lavoratori della Commissione Federale di Elettricità (CFE). José Manuel de la Torre Hernández, un altro dirigente della OCEZ, ha informato che a mezzogiorno circa, diverse persone sono giunte nella comunità 28 de Junio su due camioncini e si sono portate via il contadino. Quindi, alcuni dei suoi compagni sono saliti su un’auto per seguire i veicoli ma sono stati intercettati da un’altra automobile i cui occupanti hanno sparato e li hanno fatti andare fuori strada. Nell’incidente è morto Jordán López Aguilar, di 27 anni, e sono rimasti feriti José Santos López Aguilar, Juan Jiménez Zepeda e Ballardo Hernández de la Cruz, che sono stati ricoverati nell’ospedale da campo dell’Istituto Messicano della Previdenza Sociale. Noé Castañón León, segretario di Governo del Chiapas, ha dichiarato che la “cattura” di Chema, nome con il quale è conosciuto il dirigente della OCEZ, “è di competenza federale, non nostra”. I compagni di Chema ricordano che Chema “è già stato più volte segnalato dai servizi di intelligenza del governo federale come leader dell’Esercito Popolare Rivoluzionario, ma questa è una menzogna”. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/01/index.php?section=estados&article=031n1est

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La nuova Strada di Chamula.

La Jornada – Lunedì 28 settembre 2009

La nuova Strada di Chamula

Hermann Bellinghausen

La nuova Strada di San Juan Chamula (non “a”), che aspira ad essere una strada a quattro corsie, un viale con arie di grandezza (in questo caso, quella dei cacicchi del posto) verso la una volta orgogliosa Ciudad Real nella valle di Jovel, è rivelatrice dei tempi che corrono. Il popolo chamula prende il suo nome da un insulto (come per “tarasco” o “chilango”) che è diventato segno di identità. Per il padrone coloniale, questi tzotziles delle montagne erano i muli che trasportavano merci e persone. Essendo gli immediati vicini della città creola dei cashlanes (meticci, non indigeni), furono gli schiavi, la manodopera a basso costo ed accessibile. La prima vittoria culturale dei chamula è relativa a questa condizione di inferiorità. Oggi la Ciudad Real porta il nome del vescovo cattolico Bartolomé de las Casas, l’ideologo, progressista per il suo tempo, che dimostrò alla corona spagnola che gli indios erano persone, “avevano un’anima”. Ciò nonostante, i “chamulitas” continuarono ad essere peones senza diritti, sottouomini. Gli anni e la naturale malizia insegnarono loro a trasformarsi in compari del padrone urbano. Non senza guerre, come quella del Pajarito. Il “chamula”, come definizione generale di “indio” negli Altos del Chiapas, è sempre risultato essere una minaccia per i cashlanes. Il regime post-rivoluzionario, che come tutto in Chiapas fu anomalo e patriarcale, sempre nelle mani di poche famiglie, seppe associarsi a questo ineludibile popolo. Il PRI, quello dei proprietari terrieri e degli accaparratori, lo trasformò in compare. Almeno i cacicchi…   La storia moderna di San Juan Chamula è intrisa di fondamentalismi “cattolici”, tragedie dell’intransigenza, e strumentalizzazioni politiche lubrificate con posh e Coca-Cola.  Ha reso possibili fortune personali, poteri politici o con licenze celestiali. I perseguitati evangelici del passato, oggi, fuori da Chamula, aono anche potenti, e molto chamulas. Poiché l’identità è una delle risorse di questo popolo di “uomini pipistrello”. San Juan Chamula continua ad essere territorio di povertà e disuguaglianze, di terre contese, di espulsione migratoria. I potenti, gli alleati del grande potere, sono pochi. Oggi, il capoluogo municipale è sorprendente. Risaltano come templi grandi costruzioni di tre e quattro piani, la volta di un grande mercato in costruzione, spacci di bibite e di materiali da costruzione. Lì e negli abitati ai bordi  delle strade che lo circondano verso Chenalhó, e verso Tenejapa, proliferano le case fastose dei nuovi ricchi che possiamo solo supporre, sono di colori sgargianti e con splendide finiture in ferro battuto. Il potere politico, sempre priista, il monopolio del commercio, ma legale, e diverse attività illegali (traffico di clandestini, droga o armi, per esempio) hanno favorito la nascita di una casta di ricchi. Una villa di colore giallo sgargiante, di due piani e numerose stanze, con archi, grate e parcheggio per diversi veicoli, vicina al capoluogo municipale, ostenta due grandi bandiere, una messicana ed una statunitense. La sua gratitudine avrà a che fare col dollaro, perché si sa che appartiene ad un fiorente pollero (trafficante di clandestini – N.d.T.).  È anche un popolo di saggi agricoltori, iloles (medici tradizionali – N.d.T.) e guaritori ancor più saggi, maestri, professionisti, carpentieri che forniscono mobili tutte le case di San Cristóbal, ed un’impressionante ed inspiegabile massa critica di giovani poeti nella lingua di questo popolo. Senza dubbio si tratta di un popolo di lavoratori, uomini e donne con notevoli capacità artigianali. Bisogna anche riconoscere che porta una storia di smisurata violenza interna, al di sopra della media: squadroni della morte, paramilitari, gruppi di scontro con armi di grosso calibro. È tra i chamulas “espulsi” che recluta i suoi migliori soldati l’Ejército de Dios, che si dice pacifico, di ispirazione evangelica e pratiche militariformi, e che ultimamente ha fatto molto parlare di sé. Gli investimenti governativi a Chamula sono stati abbondanti e molto spesso solo di facciata. Col pretesto del “piso firme” (campagna governativa per fornire di pavimentazione solida le case con pavimento in terra battuta – N.d.T.), mito dello sviluppo e della banca mondiale, “migliora” gli indici economici per i rapporti ufficiali ed i discorsi sul palco, in anni recenti si è generata un’inondazione di cemento, ferro e mattoni che ha trasformato in maniera orribile il paesaggio rurale chamula, senza cambiare le condizioni di miseria di decine di migliaia di contadini che ora dormono sul cemento, per la gioia delle statistiche e delle imprese di costruzione (alcune di chamulas, e la maggioranza delle città cashlanes). L’affare dello “sviluppo”. Attualmente si sta costruendo il boulevard chamula, indipendentemente dal fatto che serva, che aggraverà il collo di bottiglia per arrivare a Jovel e che, nel suo trionfale tragitto, si porterà dietro decine di case e proprietà, centinaia (forse migliaia) di alberi. Ma non viene dalla città, si dirige verso essa. Questo significa abbastanza cose. I coletos (abitanti di San Cristóbal discendenti dai conquistatori – N.d.T.) hanno di che preoccuparsi. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/28/index.php?section=opinion&article=a12a1cul

(Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

Grave provocazione contro l’EZLN.

La Jornada – Venerdì 25 settembre 2009

A CHI INTERESSA PROVOCARE L’EZLN?

Jaime Martínez Veloz

Venerdì 18 settembre. 15.45 ora del Pacifico. Squilla il telefono di casa.

– Chi parla?

–Sono tuo nipote, quello che vive dall’altra parte. Ho qui i flaconi di efedrina, i chili di cocaina e le carabine per Marcos

E chi diavolo è questo tipo?, mi domando contrariato.

Il bandito torna a ripetere il tutto affinché rimanga ben registrato in ogni sua parte.

– Ho qui i flaconi di efedrina, i chili di cocaina e le carabine per Marcos, te li mando al tuo indirizzo – lo ripete velocemente e poi riattacca. Era evidente che stava leggendo un “copione” preparato.

Non c’è dubbio: non è uno sbaglio né uno scherzo di cattivo gusto, non stava lasciando un messaggio per qualcun altro, l’indirizzo era il mio, non c’è alcun dubbio. Improvvisamente ti ritrovi coinvolto in una provocazione grossolana e schifosa.

Il coraggio e l’indignazione non mi offuscano la mente. Scrivo tre lettere insieme ad un vecchio amico della Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa): una per il governatore del Chiapas, un’altra per quello della Bassa California, ed un’altra per Los Pinos. Fornisco i dettagli: ora, luogo e telefono con la speranza che si indaghi. Mando copia di questa lettera ai miei famigliari per qualsiasi evenienza.

Luis Felipe Bravo Mena, segretario dell’Esecutivo e membro della Cocopa originale, mi manda a dire quale ente svolgerà l’indagine. Conosce a fondo la questione zapatista ed insieme a tutti i membri della Cocopa aveva affrontato la grossolana montatura di Ernesto Zedillo contro la comandancia zapatista il 9 febbraio del 1995.

Ripenso con attenzione ad ogni parola, all’atteggiamento del vigliacco personaggio che ha chiamato; vado a rivedere in internet i precedenti riguardanti estorsioni e minacce telefoniche, ma, salvo il dato del “nipote dell’altra parte”, non trovo similitudini.

I gruppi del crimine organizzato a Tijuana non avvisano, radono al suolo; non si è mai saputo che ricorrano a questo tipo di telefonate. Il loro “affare” non è la politica, non ancora.

Nella telefonata non c’erano né richieste di denaro né minacce, bensì l’intenzione che rimanesse ben inciso il vincolo efedrina-cocaina-carabine-Marcos. Lo ripete come se fosse una grazia e non un delitto. È ovvio che le informazioni che hanno dato a quel prostituito per dire quelle cose, sono completamente fuori strada. Non vedo Marcos dal 2006, quando andava per Ensenada con L’Altra Campagna. Come direbbero i vecchi imbonitori: “Ahi, figlio mio, per essere stupido, sei proprio stupido!”

Da 15 anni svolgo compiti di pacificazione in Chiapas, sono stato membro della Cocopa in quattro occasioni e svolgo i miei incarichi con discrezione e lealtà. Ho ancora nella memoria la giustificazione di Zedillo il giorno che diede l’ordine di cattura contro la dirigenza zapatista il 9 febbraio: “Ieri la Procura Generale della Repubblica ha scoperto due covi clandestini dell’EZLN, a Città del Messico e nello stato di Veracruz. In questi covi è stato fermato un gruppo di persone appartenenti proprio all’EZLN, che erano in possesso di un arsenale di armi di grosso calibro, bombe a mano, teste di mortaio ed esplosivi. Le indagini avviate indicano che l’EZLN stava per realizzare nuove azioni di violenza… Questi fatti e le prove scoperte permettono di stabilire che lungi dal prepararsi al dialogo ed al negoziato, la strategia dell’EZLN era guadagnare tempo per equipaggiarsi ed allargarsi al fine di realizzare altri atti di violenza”…

La storia ha seppellito tutte queste bugie. Non è stato l’EZLN a sparare un solo colpo, né quello che ha realizzato atti di violenza; al contrario, gli zapatisti sono stati vittime della violenza paramilitare e dell’inadempimento dei patti. Voler vincolare l’EZLN al narco è una canagliata.

Trovandomi in Bassa California, dove è avvenuto questo fatto, non escludo l’intromissione di qualche transnazionale colpita dalle mie opinioni. Nelle mie mani arrivano note, fatture, assegni e relazioni di operazioni della Sempra Energy che colpiscono la sovranità nazionale. Non hanno pudore: dalla California ingaggiano servizi di spionaggio contro istituzioni e cittadini messicani. Ho delle prove che ho fatto arrivare nelle mani di legislatori amici. Sarebbe grave che un’impresa di questa importanza si vedesse coinvolta in un’azione di provocazione antizapatista. Non posso affermare che sia stata lei, ma non lo escludo. Quello che posso dire è che ritengo responsabile Sempra Energy, i suoi lacchè e dipendenti Eugenio Elorduy e Bernardo Martínez, di qualsiasi cosa possa accadere alla mia famiglia.

Finché avrò vita e salute continuerò a lottare per il compimento degli Accordi di San Andrés e per impedire che le multinazionali continuino a trasformare la Bassa California nella sala macchine degli Stati Uniti. È responsabilità dello Stato verificare ed investigare su questo fatto e dare una spiegazione convincente. Nel frattempo, nessuno deve abbassare la guardia. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/25/index.php?section=opinion&article=023a2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Denuncia del Frayba.

La Jornada – Giovedì 24 settembre 2009

 Denuncia la volontà dei governi del Chiapas e federale di neutralizzare la ONG

Hermann Bellinghausen. San Cristóbal de las Casas, Chis., 23 settembre. Di fronte ai fatti violenti che venerdì scorso hanno messo a rischio l’integrità fisica di uno dei suoi avvocati, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) sostiene che l’attacco a colpi d’arma da fuoco perpetrato da elementi dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic) “fa parte della strategia contrainsurgente portata avanti dal governo statale e federale nel suo tentativo di neutralizzare le organizzazioni civili che accompagnano coloro che in Chiapas difendono e rivendicano diversi diritti”.

Il CDHFBC assicura di sapere da “fonti attendibili” che lo stesso governatore Juan Sabines Guerrero “ha insultato e criminalizzato il lavoro di questo centro”. In un comunicato urgente diffuso ieri sera si afferma che questo discorso del governatore “coincide con le segnalazioni che hanno fatto alcuni mezzi di comunicazione vicini al suo progetto politico”, che “segue le linee de Plan de Campaña Chiapas 94, il cui obiettivo è che il governo dello stato, insieme ad altre autorità, applichi censura e controllo ai mezzi di comunicazione di massa”. Amnesty International aveva manifestato preoccupazione al riguardo, in particolare che “un gruppo armato attacchi i coloni di Jotolá, perché hanno ricevuto costanti minacce”. Da parte loro, le autorità ejidali di Jotolá, municipio di Chilón, denunciano che le aggressioni del “gruppo minoritario” della Opddic sono quotidiane. “Ci vogliono distruggere con la forza delle armi. Le autorità del governo sanno che il problema è di carattere agrario”, e che è stato creato da quelli della Opddic. Indicano come “capi criminali del gruppo paramilitare” Juan Medardo Carmelino, Guadalupe e Rogelio Cruz Méndez, Jerónimo Demeza Romero e Miguel Gómez Hernández, che dopo l’aggressione di venerdì “vogliono fare la ripartizione della terra senza il consenso delle autorità ejidali e dell’assemblea”. Secondo il CDHFBC, l’attacco all’avvocato Ricardo Lagunes Gasca ed ai contadini aderenti all’Altra Campagna il giorno 18 a Jotolá, “prova l’impunità con cui gruppi civili armati continuano ad agire in Chiapas, in complicità con poliziotti e militari”. Puntualizza che elementi della Polizia Statale Preventiva “ore prima si erano riuniti con gli aggressori”, e che molto vicino al luogo dei fatti “si trova una postazione di controllo” dell’Esercito. Ai molteplici fatti denunciati durante l’anno da diversi organismi, comprese le giunte di buon governo zapatiste, si somma “l’omissione” delle autorità chiapaneche che “esprime chiaramente la sua complicità con i piani contrainsurgentes nello stato”. In più di una decina di fatti documentati da febbraio ad oggi, si è andato configurando un nuovo “scenario di contrainsurgencia”. Il centro Fray Bartolomé avverte: “la mancata azione del governo statale e federale per investigare, smantellare e disarmare i gruppi civili armati di stampo paramilitare”, che si scontrano “in maniera deliberata” con attori in resistenza, “acutizza ancora di più la situazione di ‘conflitto armato interno non risolto’”. Il segretario di Governo, Noé Castañón León, “sapendo che esiste un clima di ostilità contro il centro”, ha fatto “dichiarazioni confuse e segnalazioni che contribuiscono ad acutizzare le condizioni di vessazione e persecuzione”. Il CDHFBC esige la sospensione della guerra di bassa intensità in Chiapas, l’uscita dell’Esercito dal territorio indigeno, lo smantellamento dei gruppi paramilitari che agiscono con la copertura del governo negli Altos, nella zona nord e nella selva, e che si sospenda la politica di “censura, controllo e strumentalizzazione dei media per insultare il lavoro dei difensori dei diritti umani e criminalizzare la protesta sociale”. Chiede l’azione penale contro gli autori materiali ed intellettuali dell’attacco a Jotolá contro gli ejidatarios di lì e del vicino San Sebastián Bachajón, aderenti all’Altra Campagna, e contro l’avvocato Lagunes Gasca. Il CDHFBC chiede inoltre che cessino le azioni “di polarizzazione e stigmatizzazione realizzate da funzionari” e dirette a “ostacolare o impedire” la difesa dei diritti umani.  http://www.jornada.unam.mx/2009/09/24/index.php?section=politica&article=016n1pol 

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

CCIODH lancia l’allarme.

La Jornada – Martedì 22 settembre 2009

ONG internazionale lancia l’allarme sulla situazione “molto grave” presente in Chiapas
Hermann Bellinghausen

San Cristóbal de las Casas, Chis., 21 settembre. Di fronte all’incremento delle azioni violente ed armate da parte di organizzazioni denunciate ripetutamente come paramilitari, mentre autorità e mezzi di comunicazione locali “intraprendono una campagna contro i difensori dei diritti umani”, la situazione nell’entità “si può definire molto grave”, sostiene oggi la Commissione Civile Internazionale di Osservazione per i Diritti Umani (CCIODH).
L’organizzazione che dal 1998 realizza viaggi di osservazione nello stato, segnala la proliferazione di denunce in diverse zone e la constatazione di “un uso sempre più frequente e pubblico di armi da fuoco da parte degli aggressori”.
A sua volta, La Otra Magisterial, formata da docenti aderenti all’Altra Campagna dell’EZLN, denuncia “l’assoluta impunità con la quale agiscono i gruppi paramilitari protetti da coloro che proclamano lo stato di diritto”, e denuncia che, “come strategia di guerra contrainsurgente, i governi federale e statale hanno creato e protetto l’azione di questi gruppi allo scopo di reprimere chi, con la sua vita, difende il diritto all’autonomia ed alla libera determinazione sulla terra e il territorio”.
Il crescente allarme nazionale ed internazionale per i fatti di violenza contro comunità in resistenza e difensori dei diritti umani è salito di tono dopo lo scorso 18 settembre, quando Ricardo Lagunes Gasca, avvocato del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas è stato aggredito a Jotolá, Chilón, da un gruppo di persone armate dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic).
La Otra Magisterial elenca gli recenti scenari della strategia di impunità: Tila, Sabanilla ed Acteal, così come le aggressioni a Cruztón, San Sebastián Bachajón, Mitzitón, Jotolá e Casa Blanca, “solo alcuni esempi dell’azione dei gruppi contrainsurgentes”.
Per La Otra Magisterial in Chiapas, “la persecuzione e le vessazioni contro le comunità contadine che resistono ai voraci progetti neoliberisti si sono intensificate.”
L’impunità, sostiene da Barcellona la CCIODH, “provoca che aumentino le loro attività senza che ci sia nessuna risposta da parte delle autorità”. Benché le denunce identifichino chiaramente “le persone, autorità civili e di polizia che intervengono o sono presenti durante le aggressioni”, non si aprono indagini né si segnalano responsabilità. Le diverse denunce, ritiene la CCIODH, “segnalano la connivenza delle autorità, specialmente del governo del Chiapas, incoraggiando l’attività paramilitare”, con l’obiettivo di neutralizzare le istanze delle comunità “contro i progetti infrastrutturali studiati e sviluppati contro la loro volontà, e senza che rispetti il loro diritto ad essere consultati riguardo a tutto ciò che coinvolge il loro territorio.”
I tentativi delle autorità “e di alcuni media” di presentare i fatti come uno scontro tra indigeni per motivi religiosi o di possesso della terra, nascondono “i motivi veri del conflitto” che implicano di “risolvere le cause e rispondere alle domande di autonomia delle comunità indigene”. L’aggressione del giorno 18 a Jotolá “è la conseguenza di queste politiche.”
La sentenza della SCJN sul caso Acteal, con la liberazione di 20 dei condannati come autori materiali del massacro del 1997, “aggiunge un altro motivo di preoccupazione ed allerta a questa fragile situazione, in un contesto di guerra di bassa intensità.” http://www.jornada.unam.mx/2009/09/22/index.php?section=politica&article=021n1pol
(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 21 settembre 2009

La ONG Maderas del Pueblo del Sureste stigmatizza l’attacco contro gli indigeni a Jotolá

Hermann Bellinghausen

La recente aggressione “di stampo paramilitare” a Jotolá, Chiapas, contro indigeni aderenti all’Altra Campagna dell’EZLN e contro un avvocato del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, non può essere svincolata dall’ambizione dei potenti interessi nazionali e transnazionali di impadronirsi del controllo dei territori indigeni, ricchi di risorse naturali strategiche (biodiversità, acqua, foreste, minerali, bellezze naturali), con l’intenzione di privatizzarli per il lucro miliardario di impresari e politici associati”.

Questo ha affermato a San Cristóbal de las Casas l’organizzazione ambientalista Maderas del Pueblo del Sureste, dopo che l’avvocato Ricardo Lagunes Gasca è stato “imboscato, aggredito e sequestrato” venerdì scorso da elementi della Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic), già in diverse ocasión segnalata come “entità paramilitare” che opera impunemente nella selva Lacandona e nella selva nord del

Chiapas. Nell’aggressione, Carmen Aguilar Gómez, abitante di San Sebastián Bachajón, è rimasto ferito da colpi d’arma da fuoco.

Maggiore persecuzione

Maderas del Pueblo sottolinea che “dall’inizio dell’amministrazione del governatore Juan Sabines Guerrero, coincidente con l’amministrazione federale di Felipe Calderón e di quella municipale a Chilón del priista Antonio Bruno López, sono aumentate le azioni di persecuzione e provocazione da parte della Opddic contro simpatizzanti zapatisti di San Sebastián Bachajón, dentro l’Area Naturale Protetta (ANP) Cascadas de Agua Azul.. Queste aggressioni, ricorda l’ONG, hanno contato “sul surrettizio appoggio della Conanp-Semarnat”.

In questo caso, come nelle recenti aggressioni armate contro indigeni dell’ejido di Mitzitón (municipio di San Cristóbal de las Casas) che si oppongono all’apertura dell’autostrada a Palenque, Maderas del Pueblo ritiene che, “benché ufficialmente lo si neghi, il bottino in disputa sono l’acqua e le bellezze naturali di quella bella zona naturale, la stessa che travestita da un falso ‘ecoturismo’ (in realtà un turismo elitario e di avventura) è lo sfondo delle aggressioni impunite.”

L’organizzazione ripudia “l’appoggio e la copertura concesse alla Opddic dalle segreterie statali di Governo e Sviluppo Sociale, così come dei corpi di polizia del Chiapas”. http://www.jornada.unam.mx/texto/017n2pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 21 settembre 2009

I vescovi di San Cristóbal indignati per la sentenza della Corte sul massacro di Acteal

La decisione è ingiusta ed aumenta l’insicurezza a Chenalhó, dichiarano. In una lettera denunciano che gli accusati recentemente liberati devono scontare le pene che meritano.

Elio Henríquez

San Cristóbal de Las Casas, Chis., 20 settembre. I vescovi della diocesi di San Cristóbal, Felipe Arizmendi Esquivel ed Enrique Díaz Díaz, accompagnati da 120 agenti pastorali raggruppati nell’organizzazione Pueblo Creyente, hanno affermato che “l’ingiusta” decisione della Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) di liberare 20 indigeni accusati di aver partecipato al massacro di Acteal, “aumenta l’insicurezza nelle”comunità” del municipio di Chenalhó. 

In una lettera indirizzata alla Corte Suprema, chiedono la punizione agli autori materiali del massacro “che sappiamo bene chi sono per la testimonianza dei sopravvissuti”, e di quelli intellettuali “che tanto male hanno causato al nostro paese, indipendentemente da incarichi e funzioni che svolgono ai diversi livelli di governo, oscurando con questa decisione il sistema di applicazione della giustizia”.

Inoltre aggiungono: “lotteremo fino a che giustizia sia fatta per i nostri fratelli e sorelle di Acteal”, assassinati il 22 dicembre 1997 mentre pregavano e digiunavano per la pace in Chiapas.

Lo scorso 13 agosto sono stati liberati 20 indigeni condannati per la loro partecipazione nell’assassinio, grazie ad una risoluzione del Potere Giudiziario Federale, mentre altri 37 che rimangono in prigione hanno richiesto appello e la Corte Suprema dovrà pronunciarsi al riguardo prossimamente. http://www.jornada.unam.mx/texto/017n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Aggressioni e impunità.

La Jornada – Domenica 20 settembre 2009

Denunciata l’aggressione della Opddic contro l’avvocato del centro Fray Bartolomé, a Jotolá

Elementi de gruppo priista Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic), gruppo “di stampo paramilitare”, che questo venerdì hanno imboscato ed aggredito a Jotolá (municipio di Chilón) Chiapas, Ricardo Lagunes Gasca, avvocato del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC), e ferito con armi da fuoco Carmen Aguilar Gómez, hanno agito “sotto copertura dal governo dello stato”, ha dichiarato il CDHFBC, che ha accusato in particolare il sottosegretario generale di Governo, Nemesio Ponce Sánchez. Questo funzionario ha già operato con pericolosa inefficienza nel caso dei conflitti di San Sebastián Bachajón e Mitzitón, tra altri, in mal dissimulata alleanza con i priisti della Opddic e dell’Ejército de Dios. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/20/index.php?section=politica&article=015n1pol

La Jornada – Sabato 19 settembre 2009

Elementi della Opddic aggrediscono ejidatarios aderenti all’Altra Campagna. L’attacco del gruppo priista ha provocato un ferito da arma da fuoco ed un avvocato del Frayba picchiato.

Hermann Bellinghausen

San Cristóbal de las Casas, Chis., 18 settembre. Questa mattina dopo essersi riuniti in “assemblea” con elementi della Polizia Statale Preventiva (PEP), circa venti membri dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic) a Jotolá (municipio di Chilón) hanno aggredito a pugni e spari gli ejidatarios di Jotolá e San Sebastián Bachajón, aderenti all’Altra Campagna dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionae (EZLN). http://www.jornada.unam.mx/2009/09/19/index.php?section=politica&article=018n1pol

Paz y Justicia, oltre 10 anni di impunità

Ángeles Mariscal

Masojá Shucjá, Tila, Chis., 18 settembre. I famigliari di 122 indigeni morti o desaparecidos per mano del gruppo paramilitare Paz y Justicia, hanno denunciato che a più di un decennio dai crimini, lo stato non ha fatto nulla contro gli aggressori, e che nella zona nord del Chiapas c’è ancora paura di parlare e di spostarsi perché persiste il timore di subire imboscate e sequestri. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/19/index.php?section=politica&article=018n2pol

Decretato l’arresto per due tzeltales simpatizzanti dell’EZLN

Hermann Bellinghausen

La difesa denuncia irregolarità nel processo. Il Centro Frayba respinge la decisione del giudice perché “senza elementi probatori sufficienti”. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/19/index.php?section=politica&article=019n1pol

La Jornada – Giovedì 17 settembre 2009

Il governo di Juan Sabines usa il tzotzil come “ostaggio politico”, denuncia la ONG Voces Inocentes. Nonostante aver dimostrato la sua innocenza, Patishtán Gómez è ancora in prigione. Senza progressi il processo per trasferire il caso in ambito statale.

Hermann Bellinghausen

San Cristóbal de las Casas, Chis. 16 settembre. La liberazione del professor Alberto Patishtán Gómez è una questione ancora pendente del governo del Chiapas. E’ l’unico imputato dell’organizzazione di prigionieri politici de La Voz del Amate a restare in carcere, e non più a El Amate ma, dall’aprile scorso, nel carcere di Los Llanos, a San Cristóbal de las Casas. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/17/index.php?section=politica&article=021n1pol

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 11 settembre 2009

Inizierà ad Acteal la campagna per la liberazione dei prigionieri di Atenco

Elio Henríquez e Javier Salinas

Il Fronte dei Popoli a Difesa della Terra (FPDT) di San Salvador Atenco, stato di México, inizierà questo venerdì nella comunità di Acteal, municipio di Chenalhó, Chiapas, la seconda tappa di una campagna nazionale ed internazionale per chiedere la liberazione di 12 dei suoi membri, in carcere da maggio del 2006. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/11/index.php?section=politica&article=017n1pol

La Jornada – Domenica 13 settembre 2009

Gli Ataquensi in campagna per la liberazione dei loro prigionieri incontrano la JBG degli Altos

Hermann Bellinghausen

Caracol di Oventic, Chis., 12 settembre. In un incontro privato la giunta di buon governo (JBG) degli Altos questo pomeriggio ha ricevuto la delegazione di rappresentanti del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (FPDT) che inizia in Chiapas la seconda tappa della sua campagna nazionale per la liberazione di Ignacio del Valle e degli altri detenuti che si trovano nelle prigioni di El Altiplano e Molino de Flores: la delegazione percorrerà 12 stati per i suoi 12 prigionieri. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/13/index.php?section=politica&article=014n1pol

Read Full Post »

Ancora aggressioni.

La Jornada – Martedì 8 settembre 2009

Ejidatarios di Mitzitón denunciano una nuova provocazione di paramilitari e criminali

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis., 7 settembre. Mentre le opere dell’ambiziosa autostrada San Cristóbal-Palenque sono orami alle porte di Mitzitón, gli ejidatarios del luogo, aderenti all’Altra Campagna, hanno denunciato che questa mattina “un gruppo di non cooperanti, delinquenti e paramilitari, tra loro Luis Rey Pérez Heredia e Javier Jiménez Heredia, hanno distrutto a colpi d’ascia i cartelloni con cui facciamo conoscere il nostro rifiuto dell’autostrada, dove comincia il chilometro zero, nel quartiere di Mirabel.” In questo quartiere vivono i “non cooperanti” più ostili dell’ejido; i loro dirigenti ed i pastori della chiesa Alas de Águila vivono nel vicino municipio di Teopisca. (…..) L’8 agosto, in un comunicato stampa che proclamava nuovamente il suo rispetto per le giunte di buon governo zapatiste, il governatore Juan Sabines Guerrero aveva dichiarato: “Il progetto dell’autostrada San Cristóbal-Palenque ubbidisce alla situazione non più sopportabile dell’attuale strada e non ad oscuri progetti di investimenti turistici. Non esiste l’intenzione di colpire popoli né siti. Non esiste nemmeno il tracciato definitivo. E non si contempla il suo passaggio per Mitzitón. La problematica di Mitzitón ha elementi di complessità diversa e si cercano meccanismi di accordo e soluzione.” Questo non sembra chiaro agli ejidatarios. Molestati dai non cooperanti, seguaci dell’Ejército de Dios, si ritengono ingannati dal governo. E le macchine degli appaltatori sono già arrivate a Mitzitón. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/08/index.php?section=politica&article=018n1pol

La Jornada – Giovedì 10 settembre 2009

La Opddic, ariete priista contro gli zapatisti

Si citano dirigenti del gruppo quali istigatori dell’aggressione nell’ejido Santo Tomás.Fermato Francisco Jiménez Vicente, accusado della morte di Aurelio Díaz Hernández.

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis., 9 settembre. Dietro il clima prevalente di aggressioni e tentativi di esproprio contro basi di appoggio zapatiste in diverse comunità e contro altri aderenti all’Altra Campagna dell’EZLN, appare in maniera cospicua la mano dell’organizzazione priista Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic), strumento politico del gruppo tricolore dominante in Chiapas, guidato dall’ex funzionaria alborista Arely Madrid. Questo è stato appena confermato dall’attacco agli zapatisti del municipio autonomo San Manuel nell’ejido Santo Tomás, nel tentativo di sottrarre la proprietà Casa Blanca, recuperata dopo l’insurrezione del 1994. Sebbene la disputa specifica di queste terre sarebbe tra le due fazioni priiste della Asociación Rural de Interés Colectivo, ARIC (e ne esiste già un’altra, panista, in detta comunità), chi ha incoraggiato l’azione il passato 1° settembre, dove c’è stato un morto (della ARIC) ed almeno 23 feriti, sono stati i dirigenti di Opddic di San Jacinto, Rancho Primavera e Las Tacitas. Tra il 2006 e 2007 Opddic si era diffusa da Ocosingo verso Altamirano, Chilón e la zona nord, con l’evidente sostegno istituzionale e delle truppe federali. Così è avvenuto nella valle di Las Tazas, dove si trova Santo Tomás. Dopo avere reclutato membri di diverse organizzazioni, come Paz y Justicia ed ARIC ufficiale, Opddic ha smesso di crescere ed ha subito defezioni, spinte dal governo formalmente perredista del Chiapas per il quale Opddic era un alleato scomodo. (…..)  http://www.jornada.unam.mx/2009/09/10/index.php?section=politica&article=015n1pol

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 7 settembre 2009

Gli zapatisti sementiscono di aver negoziato con le autorità

Le terre non si trattano, dichiara la giunta di buon governo El camino del futuro

Hermann Bellinghausen – Inviato

Caracol de La Garrucha, Chis. 6 setembre. La giunta di buon governo (JBG) El camino del futuro ha negato aver negoziato con rappresentanti del governo dopo i fatti violenti del 1° settembre scorso nell’ejido di Santoo Tomás, quando basi di appoggio zapatiste sono state aggredite da un gran numero di elementi di tre organizzazioni priiste del municipio ufficiale di Ocosingo.

Viene così smentita la versione di fonti governative di un accordo tra zapatisti e funzionari. Se hanno fatto accordi a Santo Tomás di dare denaro o altro, sono affari tra loro, afferma un membro della JBG nel caracol di questa comunità. Circondato da circa 15 membri della giunta dichiara: la terra non si negozia.

La mattina di martedì scorso circa 150 persone hanno attaccato un gruppo di basi di appoggio zapatiste che lavoravano nella proprietà Casa Blanca, nel villaggio insediato recentemente su terre che coltivano da 12 anni, dentro il municipio autonomo San Manuel. Nello scontro è morto un membro della Aric Unión de Uniones e ci sono stati oltre 20 feriti, la maggioranza zapatisti. Sette di loro sono stati fermati, imprigionati e torturati a Santo Tomás. Uno è stato appeso ad un albero con l’intenzione di impiccarlo.

Secondo la JBG, durante lo scontro Manuel Santiz Clara, il caduto, stava per “colpire alla testa con il suo ‘Acapulco’ (nome che danno ai machete molto grandi) un compagno che era già a terra ferito dai colpi di machete, ed un altro anch’egli ferito dai fendenti, ha difeso il compagno che stava per essere ucciso”. (…)

Tra gli otto compagni fermati e torturati, c’era Antonio al quale hanno fatto firmare un documento che gli hanno impedito di leggere (…) dicendogli che con la sua firma accettava di consegnare tre ettari di terra e tutto il raccolto alla famiglia del deceduto negli scontri. (…)

I prigionieri sono stati poi consegnati seminudi e completamenti derubati di scarpe ed orologi, ai centri dei diritti umani Fray Pedro Lorenzo de la Nada e Fray Bartolomé de las Casas. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/07/index.php?section=politica&article=016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Zapatisti aggrediti a La Garrucha.

La Jornada – Sabato 5 settembre 2009

La Garrucha denuncia aggressioni di Aric e Opddic contro gli zapatisti di Santo Tomás

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis., 4 settembre. La giunta di buon governo (JBG) di La Garrucha, nella selva tzeltal, ha dato la sua versione dei fatti di violenza avvenuti il 1° di settembre nel municipio autonomo San Manuel. La JBG sostiene che le basi zapatiste hanno subito una nuova aggressione dai membri delle Asociaciones Rurales de Interés Colectivo (Aric), chiamate Oficial e Histórica (o Unión de Uniones) di Santo Tomás, Ocosingo, e dei loro alleati dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic). Secondo informazioni del governo, lì ha perso la vita Manuel Santiz Chiaro, della Aric-UU.

La JBG riferisce che il 28 luglio, le due fazioni priiste della Aric dell’ejdo Santo Tomas, avevano deciso di occupare la proprietà Casa Blanca, 200 ettari recuperati nel 1994 che sono coltivati dalle basi di appoggio zapatiste. Questi gruppi sono entrati nella proprietà dicendo che la terra era loro, “mentre i nostri compagni non stavano facendo nessuna provocazione. Il giorno 30 sono arrivate 150 persone con machete, pietre e bastoni e da allora le basi zapatiste non hanno fatto altro che resistere.”

“Quasi un mese dopo, il 25 agosto, gli elementi della Aric hanno rotto le zampe delle nostre mucche e ne hanno accecata una”, denuncia la JBG. E non hanno smesso più di minacciare, sempre ubriachi e fumando marijuana per farsi coraggio e sono entrati nel nuovo villaggio con i machete guidati da César Ruiz Mendoza.”

“Il giorno 26 sono arrivate 30 persone a cercare di impedire che i nostri compagni costruissero le loro case, ed hanno chiamato altre persone. Sono arrivati 150 uomini, donne e bambini con machete, pietre e bastoni. Dapprima hanno mandato avanti le donne approfittando che i compagni erano solo 60, e poi ne hanno colpiti due, distruggendo il tetto di legno e rubando attrezzi, utensili, corde per misurazioni e forconi.”

(….).

Il 1° settembre, approfittando che solo circa 50 zapatisti stavano lavorando, quelli di Santo Tomás, un gruppo di 15 persone, bloccavano gli zapatisti mentre altri li circondavano accerchiandoli. Nello scontro otto zapatisti sono rimasti feriti da colpi di machete e bastoni e inseguiti fin sulla soglia di casa.

Sette sono stati trattenuti. Uno di loro completamente colpito e ferito dai machete non sapevano se era vivo. Sono stati trattenuti per 26 ore e dichiarano di essere stati torturati; uno di loro presenta i segni sul collo dove l’hanno appeso. In prigione sono stati inzuppati d’acqua, feriti con i machete ed hanno infilato la canna della pistola in gola; li hanno fatti correre senza scarpe, hanno tagliato ferendoli i testicoli e gli hanno fatto firmare dichiarazioni con gli occhi bendati..

La JBG ritiene responsabili i governi federale, statale e municipale di Ocosingo, perché “sanno che la terra è recuperata dal 1994 e la stanno riassegnando proprio perchè succedano fatti come questi. Il piano di contrainsurgencia si è rivelato con l’arrivo di 35 poliziotti, per imprigionare e torturare i nostri compagni fermati; ovviamente non l’abbiamo permesso. Sono arrivati gli elicotteri a provocare ulteriormente lo scontro sapendo che il clima era teso.”

La JBG ha identificato i leader del gruppo aggressore di Santo Tomás: César Ruiz Mendoza, Jacinto Hernández Gómez, Feliciano Ruiz Santiz, Francisco Clara Méndez, Mario Ruiz Santiz e Juan López Gómez. E quelli di Opddic sono Caralampio Álvarez Gómez e Mariano Ruiz Toledo, tra gli altri. Questo giovedì hanno accusato gli zapatisti di rubare mucche, cavalli e rotoli di filo di ferro. È completamente falso, sostiene la JBG. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/05/index.php?section=politica&article=014n1pol

Comunicato originale della JBG: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/jbg/2386

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 3 settembre 2009

Commissariato e consiglio di vigilanza di Mitzitón denunciano altre aggressioni dell’Ejército de Dios

Hermann Bellinghausen – Inviato

 Il commissariato ejidael ed il consiglio di vigilanza di Mitzitón denunciano che mentre proseguono le aggressioni contro la comunità da parte di membri del gruppo evangelico Ejército de Dios, il governo statale vorrebbe indire una riunione questo mercoledì nella comunità. Giorni fa, il 27 agosto, Enrique Hernández Hernández, di 17 anni, è stato aggredito da tre degli evangelici “non cooperanti” mentre procedeva da Flores Magón verso l’accampamento Sibacá, dove vive. Uno degli aggressori, Félix Jiménez Heredia, settimane fa ha partecipato all’attacco in cui ha perso la vita Aurelio Díaz Hernández. 

Gli aggressori risiedono a Mitzitón. Lo stesso giorno, questi sparavano in aria e spaventando i pastori di agnelli, e dalla casa di Carmen Gómez Gómez, anche lei dell’Ejército de Dios, hanno continuato a sparare per minacciare il villaggio. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/03/index.php?section=politica&article=017n2pol

 Ocosingo: le parti negozieranno il possesso delle terre

Elio Henríquez, corrispondente

 San Cristóbal de las Casas, Chis., 2 settembre. Gli abitanti del villaggio Santo Tomás ed indigeni basi di appoggio zapatiste della comunità Avellanal, municipio di Ocosingo, hanno deciso di dialogare per risolvere il conflitto per la disputa delle terre che martedì ha provocato degli scontri in cui una persona è morta e 16 sono risultati feriti. Fonti ufficiali hanno informato che grazie all’accordo, firmato questo mercoledì, sono stati rilasciate sette basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), fermati dagli abitanti di Santo Tomás, di dove era originario Manuel Sántis Chiaro, di 24 anni, membro dell’Associazione Rurale di Interesse Collettivo-Unione di Unioni, morto negli scontri. L’accordo è stato siglato dopo che il governo dello stato si è impegnato a versare 200mila pesos ai famigliari del defunto. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/03/index.php?section=politica&article=017n3pol

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

Focolai di conflitti.

La Jornada – Mercoledì 2 settembre 2009

L’autostrada invaderà diverse comunità in resistenza

Alcuni gruppi legati alla criminalità appoggiano l’autostrada San Cristóbal-Palenque

Hermann Bellinghausen

San Cristóbal de las Casas, Chis. 1º settembre. Nella regione indigena che attraverserebbe l’autostrada tra questa città e quella di Palenque sono presenti focolai di conflitti, in apparenza isolati, ma che in comune hanno  che sono in comunità in resistenza, zapatiste o dell’Altra Campagna, che si oppongono a sacrificare i loro territori sull’altare del turismo.

Le località dove questi “conflitti” risultano più evidenti, lungo i 174 chilometri che coprirebbe l’autostrada – con una velocità media calcolata dalla Segreteria di Comunicazioni e Trasporti (SCT) di 110 chilometri l’ora – sono: Mitzitón, Bosque Bonito (appartenente al municipio autonomo zapatista 17 de Noviembre), Jotolá (Ocosingo), aderente all’Altra Campagna, ed il suo vicino San Sebastián Bachajón (Chilón), anch’esso aderente. Più avanti, ad Agua Clara, dove basi di appoggio zapatiste del municipio autonomo Comandanta Ramona gestiscono lo stabilimento balneare del luogo.

In tutti i casi c’è una controparte filogovernativa, a volte legata alla criminalità, che contende le terre e l’usufrutto delle risorse in certe comunità. La maggioranza sono del PRI, ma anche del PRD, in municipi governati dal PAN o dal PRI. Benché siano alleati del governo statale, per questo risultano essere alleanze scomode, per la varietà di azioni violente ed illegali in cui incorrono questi gruppi.

Le organizzazioni filogovernative che osteggiano le comunità che si oppongono alla strada sono principalmente L’Ejército de Dios e la chiesa Alas de Águila (oggi della Confederación Nacional Campesina, priista); l’Organizzazione Regionale dei Coltivatori di Caffè di Ocosingo (Orcao), di filiazione perredista, e l’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic), priista e camaleontica.

I conflitti, ammorbiditi nell’informazione ufficiale ma non nei fatti, cominciano dal “chilometro zero” dell’autostrada, nell’ejido di Mitzitón, dove gli alleati del progetto appartengono alla chiesa Alas de Águila ed all’Ejército de Dios, organizzazione di stampo militare che proclama non avere altre armi se non la Bibbia ma che dal 2008 ha realizzato diverse aggressioni contro l’assemblea ejidale; il più grave due mesi fa, quando un gruppo di “non cooperanti” evangelici ha investito intenzionalmente diversi indigeni causando la morte, fino ad ora impunita, di Aurelio Díaz Hernández.

Il punto conflittuale successivo si trova nelle vicinanze del crocevia di Cuxuljá, dove la Orcao ha occupato e commercializzato terre recuperate della regione autonoma zapatista Che Guevara, in particolare Bosque Bonito, che quelli della Orcao hanno battezzato Jetjá.

Non lontano, a Carrizalito e dintorni, la Organización Campesina Emiliano Zapata (Ocez), subisce le aggressioni della Orcao, che insistentemente si ritiene paramilitare.

Nelle comunità di Jotolá e San Sebastián Bachajón (entrambe dell’Altra Campagna), il gruppo filogovernativo che li aggredisce, e che collabora con la prevista autostrada dietro la promessa di partecipare all’abbondanza turistica che prevede il governo e gli impresari (turistici, delle pompe di benzina ed appaltatori) è la Opddic. A volte sotto altre sigle, ma sempre del PRI, nei municipi ufficiali di Ocosingo, Chilón, Tumbalá, Salto de Agua e Palenque.

San Sebastián Bachajón si trova tra le cascate di Agua Azul e la regione autonomo zapatista San José. Lì, come hanno recentemente ricordato gli ejidatarios, “poliziotti statali e federali continuano ad occupare illegalmente il nostro territorio, minacciando con loro paramilitari della Opdicc e spogliandoci del nostro diritto di controllare il nostro territorio e le risorse naturali”.

A sua volta, gli ejidatarios di Jotolá la settimana scorsa hanno denunciato minacce ed aggressioni da parte di membri della Opddic “che sparano con le loro armi spaventando le nostre compagne e compagni ed i nostri figli.” http://www.jornada.unam.mx/2009/09/02/index.php?section=politica&article=015n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 2 settembre 2009

Un morto negli scontri tra ARIC-UU e zapatisti

Elio Henríquez

San Cristóbal de Las Casas, Chis., 1º settembre. Indigeni dell’Asociación Rural de Interés Colectivo-Unión de Uniones (ARIC-UU) e basi di appoggio del Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) si sono affrontati questo martedì per la disputa di 200 ettari di terra nel municipio di Ocosingo, con il risultato di un morto, almeno 15 feriti e 4 fermati, informano fonti ufficiali.

Lo scontro è avvenuto a mezzogiorno nel villaggio Santo Tomás, dove è stato attivo per anni un accampamento dell’Esercito Messicano. Un mese fa, hanno dichiarato le fonti, basi di appoggio dell’EZLN sono arrivate nel villaggio per misurare le terre, cosa che ha provocato l’aggravamento delle divergenze tra i due gruppi.

Santo Tomás è stato fondato dopo l’insurrezione del 1994 da non zapatisti della vicina comunità di Avellanal, quando i suoi abitanti si erano divisi per questioni ideologiche. Il villaggio è stato costruito su due poderi: Casa Blanca e Monte Limar, comprati dal governo federale nel 1993, e assegnati quando i coloni erano ancora uniti.

Le famiglie basi di appoggio dell’EZLN, che sono la maggioranza, rimasero ad Avellanal ma sostengono che le terre sono loro, cosa che ha portato entrambi i gruppi ad un costante scontro, perché i loro concorrenti sostengono la stessa cosa e dicono di avere i documenti.

Da un mese crescente tensione

Da un mese i membri della ARIC-UU avevano avvertito che se il governo non cacciava le basi di appoggio zapatiste lo avrebbero fatto loro, perché contano sull’appoggio dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti dei Popoli Indio e Contadini, che è stata denunciata essere di stampo paramilitare.

Alla fine, questo martedì i due gruppi si sono affrontati. Secondo le informazioni, negli scontri ha perso la vita Manuel Santis Clara, di 24 anni, della ARIC-UU, e 15 dei suoi compagni sono rimasti feriti. Non è stato comunicato il numero degli zapatisti feriti.

In rappresaglia, i coloni di Santo Tomás hanno fermato quattro membri del gruppo avversario. La situazione nella zona è molto tesa, poiché gli zapatisti hanno minacciato di liberare i loro compagni.

Le fonti hanno segnalato che nel pomeriggio, vicino alla comunità San Marcos, decine di indigeni basi di appoggio dell’EZLN hanno fatto tornare ad Ocosingo il sottosegretario di Governo della regione selva, Alejandro Constantino, mentre insieme ad altri funzionari ed accompagnato da poliziotti statali si dirigevano nella zona. http://www.jornada.unam.mx/2009/09/02/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Ancora su Mitziton.

La Jornada – Martedì 1 settembre 2009

La contestata autostrada da San Cristóbal a Palenque passa per l’ejido Mitzitón

Hermann Bellinghausen

Il progetto dell’autostrada San Cristobal de las Casas-Palenque, in Chiapas, è stato reso noto dalla Segreteria di Comunicazioni e Trasporti (SCT) prima dell’inizio della sua costruzione lo scorso primo giugno. Il primo tratto, di otto chilometri, avanza oggi speditamente fuori i della città di San Cristóbal fino alla base militare di Rancho Nuevo, seguendo la strada esistente nell’ejido El Aguaje e le installazioni militari ed è solo un allargamento della strada verso Comitán.

Secondo la SCT, la nuova autostrada inizierà dopo Rancho Nuevo, a Mitzitón (il “chilometro zero”). Ciò nonostante, il governo statale ha negato che questo accadrà, sebbene ammetta che l’opera sarà a carico dell’ente federale. Uno studio sulla “apertura e costruzione” della strada, presentato dalla SCT ed il programma Biologia Integrale nell’Impatto Ambientale (BIIA) mostra chiaramente il tragitto dell’opera attraverso il nord di Mitzitón fino all’attuale strada per Ocosingo, dove attraverserebbe in direzione di Huixtán, e più avanti Oxchuc. (….)

Le tipologie di suolo colpite dall’infrastruttura, “sulla base di rilevamenti fotografici del 2008”, saranno così distribuite: “44% zone agricole ed urbane”, 35% foreste, 17% boschi frammentati, 3% frammenti isolati di boschi, ed un 1% girasoli.

L’autostrada attraverserà boschi mesofili di montagna. Il Chiapas possiede il 20% del totale nazionale di questi boschi, considerati “gli ultimi rifugi pleistocenici”. Data la topografia della zona, l’opera scenderà dai 2.500 metri sul livello del mare, precisamente a Mitzitón, fino ad un’altitudine inferiore ai 10 metri sul livello del mare, nella piana di Palenque.

Riveste speciale significato che tra i chilometri 50 e 120 dell’autostrada, percorrerà 70 chilometri del denominato Corridoio Biologico Mesoamericano, includendo le cascate di Agua Azul, l’obiettivo turistico più importante dell’opera oltre a Palenque, la sua zona archeologica e l’annunciato aeroporto internazionale, a 180 chilometri da Mitzitón. Si prevedono inoltre ponti di grandi dimensioni e tunnel in località montuose.

In sintesi, il progetto della SCT offre tre “proposte sociali” della BIIA per “l’integrazione delle comunità indigene”: realizzazione di collegamenti necessari alle comunità, costruzione di stazioni per trasporto pubblico, così come “incentivare l’ingresso del turismo nelle comunità indigene attraverso l’autostrada”. (…)  . http://www.jornada.unam.mx/texto/015n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Acteal: l’impronta di Zedillo.

La Jornada – Martedì 1 settembre 2009

Luis Hernández Navarro

Ritorno ad Acteal: l’impronta di Zedillo

Non è diffidenza. È il peso delle prove. Dopo che da molti anni il massacro di Acteal giaceva nel limbo politico e giuridico, improvvisamente il caso divenne un tema dell’agenda politica nazionale a partire dalle elezioni presidenziali del 2006. Si trattava di riscrivere la storia del crimine di Stato per discolpare davanti all’opinione pubblica i suoi responsabili intellettuali.

La sequenza dei fatti è incontrovertibile. Primo, nel 2006 si è firmata un’alleanza per appoggiare la candidatura presidenziale di Felipe Calderón e l’associazione politica Encuentro Social. Punto centrale di questo patto era “rivedere lo stato processuale degli atti relativi al massacro di Acteal.”

Secondo, il direttore di Encuentro Social, Hugo Eric Flores Cervantes, professore del Centro de Investigación y Docencia Económicas (CIDE), pubblicò due articoli sulla rivista Nexos che diedero il via all’impresa di costruire una nuova versione del massacro. Quasi un anno dopo, la stessa rivista divulgò, come parte del suo progetto revisionista, una nuova cronaca dei fatti.

Terzo, nel dicembre del 2006 il CIDE informò di aver assunto la difesa di 75 dei detenuti di Acteal e chiese alla Corte Suprema di Giustizia della Nazione di stabilire nuovi parametri di attuazione.

Quarto, il 12 agosto 2009 la Corte Suprema ha ordinato la liberazione immediata di 20 dei paramilitari accusati del crimine, perché non fu concesso loro un giusto processo.

Uno degli attori chiave di questa storia è Hugo Eric Flores. Nel 1999 fu consulente del presidente Ernesto Zedillo, indicato come principale responsabile intellettuale del massacro. Benché egli lo neghi, in quello stesso anno si offrì agli avvocati dei detenuti di intercedere davanti al capo di stato ed al suo segretario personale.

Il 17 agosto 2009 il direttore di Encuentro Social ha dichiarato in un’intervista a Carmen Aristegui, che il suo interesse per il caso di Acteal deriva da una visita che egli fece nell’anno 2000 alla cappella dove avvenne il massacro. In questa il pastore evangelico Manuel Arias lo informò che persone innocenti si trovavano in carcere per il crimine, ed egli notò che le pareti di legno della cappella non presentavano segni di pallottole e seppe che non erano state cambiate. Lì nacque in lui l’interesse di investigare e documentare con prove peritali se veramente era successo quello che si diceva fosse successo. Da allora si è impegnato nella difesa dei detenuti.

Flores Cervantes ha dichiarato ad Aristegui che lui non ha mai affrontato il tema di Acteal col presidente Zedillo. “Ha mai parlato dell’argomento con Ernesto Zedillo prima, durante o dopo la sua decisione di investigare sul caso?“, gli ha chiesto la giornalista. Lui ha risposto: “Mai“. Ed ha assicurato di non aver mai affrontato il tema nemmeno con qualche membro del gabinetto.

Arturo Farela Pacheco ha una versione radicalmente diversa dei fatti. E le prove che la dimostrano. Afferma che dal 1999 Flores Aguilar si occupò del tema essendo consulente di Zedillo. Così disse il 24 agosto 2009 durante il programma Relieves, di Radio Educación, condotto da Lenica Ávila. Il dott. Farela sa di cosa parla. È stato membro della squadra legale della Confraternita Nazionale delle Chiese Evangeliche Cristiane (Confraternice), tra gennaio del 1999 e 2003 avvocato dei detenuti accusati di essere i responsabili del massacro ed una delle figure rilevanti di questo caso.

Secondo la sua testimonianza, nei primi mesi dell’ultimo anno dell’amministrazione di Zedillo, Hugo Eric Flores si avvicinò all’ufficio della confraternita per chiedere del caso Acteal. “Sapeva – narra – che l’ufficio di Confraternice portava avanti la difesa. Spiegammo una serie di violazioni al procedimento, abbondanti, e ci chiese di preparare una specie di sintesi da portare ad Ernesto Zedillo. A quel tempo Hugo Eric era suo consulente. Naturalmente, procedemmo a consegnargli subito tre o quattro cartellette che contenevano gli elenchi dettagliati e specifici delle violazioni al procedimento. Le prese e disse: ‘le consegnerò immediatamente al dott. Zedillo e, a sua volta, anche, a Liébano Sáenz’. Ho l’impressione che lui ci disse che quello fu il tramite attraverso il quale arrivò ad essere consulente di Ernesto Zedillo.”

Confraternice diede a Flores Cervantes i documenti. Frequentemente gli avvocati gli domandavano se li avesse consultati. E, secondo Farela Pacheco, Hugo Eric Flores “diceva di sì, che il dott. Ernesto Zedillo aveva ricevuto le cartelle che noi gli avevamo dato con tutte le violazioni al procedimento, ma che alla fine aveva preferito non toccare più l’argomento perché stava lasciando la presidenza. Questi sono i fatti. Alla fine le informazioni che gli abbiamo dato gli sono state utili, in parte, per la pubblicazione del suo libro.

In due occasioni precedenti l’intervento del CIDE, alla Corte Suprema fu chiesto di riprendere il caso. Il 16 gennaio 1998 l’avvocata dei diritti umani Mariclaire Acosta presentò la prima richiesta di riapertura; un mese dopo fu respinta. Più avanti, a causa di un appello, Confraternice chiese alla Corte la riapertura argomentando violazioni al procedimento penale. La richiesta fu nuovamente respinta.

Il CIDE ammette che furono Hugo Eric Flores ed Alejandro Posadas a coinvolgere le istituzioni nella difesa dei detenuti di Acteal, ma assicura che vennero a sapere della loro alleanza con Felipe Calderón “solo tempo dopo” (La Jornada, 28/8/08). Ovvero, che nella migliore delle ipotesi i dirigenti del centro di investigazione di eccellenza né leggono i giornali né sono in grado di valutare l’impatto politico delle avventure nelle quali vengono (o sono) coinvolti.

Chi difende il comportamento del CIDE e della Corte nel caso del massacro di Acteal e la liberazione degli assassini, assicura che la sua azione si basa su norme di legge. Nega il carattere politico del caso. Dice di basarsi su una legge che, come disse Anatole France, “nella sua magnifica equanimità, proibisce, tanto al ricco come al povero, di dormire sotto i ponti, mendicare per le strade e rubare il pane.” http://www.jornada.unam.mx/texto/017a1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Minacce a Mitzitón.

La Jornada – Giovedì 27 agosto 2009

Evangelici “non cooperanti” minacciano gli ejidatari tzotzil

Hermann Bellinghausen

Le autorità ejidali di Mitzitón, villaggio tzotzil nel municipio di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, hanno denunciato che questo martedì 24 due membri di un gruppo di evangelici “non cooperanti” hanno minacciato di morte Julio de la Cruz Vicente, ejidatario e aderente dell’Altra Campagna, brandendo i machete davanti a sua moglie sulla porta di casa sua.

Membri del “gruppo di delinquenti”, come definiscono quelli che recentemente hanno aggredito gli ejidatari ed assassinato Aurelio Díaz López il mese scorso, Pedro Heredia Jiménez e “un altro sconosciuto”, secondo la testimonianza degli ejidatari, sono arrivati a bordo di un veicolo Suburban con i vetri oscurati di proprietà del primo. “Erano le 10:20 quando il veicolo si è fermato di fronte alla casa dei nostri compagni, le due persone sono scese, hanno bussato alla porta, e la nostra compagna Sebastiána Hernández Díaz, moglie di Julio de la Cruz, ha aperto. I due uomini, con i machete in mano, hanno detto: ‘E’ qui tuo marito? Che esca il figlio di puttana, che dobbiamo parlargli”‘.

Sebastiana ha detto loro che Julio non c’era. “I due uomini hanno allora risposto: ‘Dicci dov’è che l’andiamo a prendere e presto o tardi gliela faremo vedere’. Poi se ne sono andati”. 

La denuncia sottolinea che questi individui appartengono al gruppo “appoggiato da Edras Alonso González (dirigente della chiesa Alas de Águila e dell’Ejército de Dios) e dal governo del Chiapas”.”

Nel documento si evidenzia che Heredia Jiménez è uno dei “non cooperanti e delinquenti organizzati”. E ricorda che dalla casa di questo, nel febbraio scorso erano usciti “i fratelli migranti picchiati dalla Polizia Statale Preventiva, e tre assassinati, a El Carmen Arcotete (San Cristóbal de las Casas)”. 

Sebastiana “si è molto spaventata e si è rinchiusa in casa”. Più tardi, quando è arrivato suo marito Julio, “ha avvertito le autorità del villaggio”, le quali ora dichiarano: “Nel nostro villaggio abbiamovisto che il malgoverno non ci ha rispettati né ha investigato sull’assassinio del compagno Aurelio né sui cinque gravemente feriti il 21 luglio. Tuttavia, pretende di farci sedere a dialogare per coprire il vero problema che viviamo”.

Chiedono “di punire i paramilitari, i trafficanti di clandestini, ben organizzati ed armati”, e gli assassini di Díaz Hernández. “Noi abbiamo sofferto molto a causa di questi delinquenti, ed hanno perfino costruito false accuse davanti alla Procura Generale della Repubblica. Riteniamo responsabile il malgoverno di tutto quello che potrebbe accadere alla famiglia De La Cruz Vicente, così come a tutti gli abitanti del villaggio”.

Il problema di fondo, eluso dal governo statale, è il passaggio dell’annunciata (e già avviata) autostrada a Palenque su un buon tratto dell’ejido. Solo la settimana scorsa gli stessi ejidatari denunciavano: “I paramilitari continuano a minacciare con armi da fuoco, sparando in aria di notte.”

In questo contesto, il 18 agosto si sono presentati nell’ejido dei funzionari della Segreteria di Comunicazioni e Trasporti (SCT) “per ingannarci e farci firmare un verbale di assemblea che concedeva il permesso di passare sul nostro territorio per costruire la strada”. 

Il governo del Chiapas ha insistito nel dire che la strada non attraverserà Mitzitón, ma i piani della SCT (e le sue azioni, per quanto si è visto) dimostrano che la comunità è considerata “il chilometro zero” della controversa opera. 

“Abbiamo detto loro che qui non avevano niente da fare e di andarsene, perché il governo sa che non diamo il nostro consenso per colpire il nostro territorio, e mente sui mezzi di comunicazione quando dice che il progetto della strada non esiste ancora e che non passerà per Mitzitón”. I governi federale e statale “vogliono ingannarci”, sostengono gli ejidatari. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/27/index.php?section=politica&article=016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

Gli assassini di Acteal.

La Jornada – Lunedì 24 agosto 2009

Carlos Fazio

Gli assassini di Acteal

Il massacro di Acteal fu un’operazione di guerra. E come tale, un crimine di Stato. L’assassinio di 45 indigeni tzotziles per mano di paramilitari provvisti di armi di grosso calibro e pallottole ad espansione diede inizio ad una nuova fase della guerra di bassa intensità del regime di Ernesto Zedillo contro l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), le sue basi di appoggio comunitarie e gli alleati civili.

L’azione genocida si iscrisse nel contesto di una guerra irregolare studiata dalla Segreteria della Difesa Nazionale (sedena) a fronte dell’insurrezione zapatista. La prima versione della strategia contrainsurgente è contenuta nel Plan de Campaña Chiapas 94, attribuito al generale Miguel Godínez, comandante della settima regione militare (1990-95). L’obiettivo strategico di questo piano era distruggere la volontà di combattere dell’EZLN isolandolo dalla popolazione civile. Come obiettivi tattici figuravano la distruzione, disorganizzazione o neutralizzazione della struttura politica e militare dell’insurgencia, per cui, insieme ad operazioni di intelligenza, psicologiche e di controllo della popolazione, si istruiva l’organizzazione ed addestramento di “forze di autodifesa”.

Si ordinava testualmente di “organizzare segretamente certi settori della popolazione civile, tra gli altri, allevatori, piccoli proprietari ed individui caratterizzati da alto senso patriottico, che saranno impiegati ad eseguire ordini a sostegno delle nostre operazioni“. Secondo il piano, le operazioni militari includevano “l’addestramento, assistenza ed appoggio delle forze di autodifesa ed altre organizzazioni paramilitari“, compiti che rimanevano a carico di istruttori dell’Esercito. I paramilitari dovevano partecipare “ai programmi di sicurezza e sviluppo” della Sedena. Tra altri compiti, dovevano fornire informazioni che alimentassero i diversi rami dell’intelligenza militare (controinformazione, intelligenza di combattimento, intelligenza per l’appoggio di operazioni psicologiche, intelligenza della situazione interna). Inoltre, in coordinamento col governo del Chiapas ed altre autorità, la settima regione militare doveva “applicare la censura” ai mezzi di comunicazione di massa.

La Sedena stimava allora che tra truppe di élite e miliziani l’EZLN contava su 4.800 effettivi, mentre il suo mare territoriale (organizzazioni di massa) comprendeva 200.000 persone. I gruppi paramilitari cominciarono ad agire in Chiapas quasi contemporaneamente all’offensiva militare del 9 febbraio 1995. Questa azione, conosciuta come “il tradimento di Zedillo“, fallì nel suo intento di catturare il subcomandante Marcos e decapitare il comando indigeno, ma diede inizio alla fase di guerra sporca e paramilitarizzazione del conflitto.

La campagna militare fu guidata dal comandante della settima regione militare, generale Mario Renán Castillo (1995-1997), uscito dal Centro di Addestramento alla Guerra psicologica, Operazioni Speciali e Forse Speciali di Fort Bragg, Stati Uniti. Il generale creò la Fuerza de Tarea Arcoiris e gruppi di forze aerotrasportate dell’Esercito. Seguendo l’esempio dei baschi verdi del Pentagono in Vietnam, dentro la strategia di guerra irregolare creò in Chiapas una dozzina di gruppi paramilitari. Tale strategia contrainsurgente, perfezionata dai kaibiles in Guatemala negli anni ’80, consisteva nel reclutare, armare ed addestrare indios per cercare di ammazzare, da dentro, il seme dell’autonomia zapatista. Per i comandi castrensi, i municipi ribelli rappresentavano la nascita di un nuovo soggetto politico indipendente che bisognava distruggere.

Il crimine di lesa umanità di Acteal fu un’azione bellica orchestrata con freddezza. Rispose ad una logica profonda: l’intensificazione del conflitto. Il generale Castillo applicò ad Acteal gli insegnamenti del Manuale di Guerra Irregolare, Operazioni di Controguerriglia e Ristabilimento dell’Ordine, pubblicato dalla Sedena e di cui gli si attribuisce la paternità. In questo manuale si insegna come combattere l‘insurgencia. Citando Mao Tse-Tung si afferma che “il popolo sta alla guerriglia come l’acqua al pesce“. Ma al pesce, aggiunge, si può rendere impossibile la vita nell’acqua, agitandola, introducendo elementi dannosi alla sua sussistenza, o pesci più aggressivi che lo attacchino, lo perseguano e lo obblighino a sparire. Secondo il manuale, per fare della “vita del pesce un incubo” è necessario mantenere azioni interconnesse tra le operazioni per controllare la popolazione civile e le azioni tattiche di controguerriglia. In questo senso il coinvolgimento di civili in operazioni militari fu coordinato con azioni psicologiche, l’azione civica e l’implementazione di un’ampia rete di informazione. Tale strategia fu diretta a tendere un cerchio sanitario intorno all’EZLN, per fissarlo ad un terreno previamente tracciato e, una volta isolato dalla sua base sociale, cercare di distruggerlo ed annichilirlo.

Nei fatti di Acteal la politica e la giustizia rimasero subordinate alla logica della guerra di bassa intensità. Ora, la liberazione di 20 paramilitari, poiché non sono state osservate le procedure del giusto processo, lascia aperto il problema della verità. Un rapporto recentemente desecretato, elaborato dall’Agenzia di Intelligence della Difesa degli Stati Uniti (DIA), conferma il vincolo diretto tra l’Esercito ed i paramilitari in Chiapas e contraddice la storia ufficiale e gli scribi revisionista di Nexos ed il CIDE.

Seguendo verso l’alto la catena di comando, la paternità intellettuale del massacro arriva ai due comandanti della settima regione militare dell’epoca; il segretario della Difesa, generale Enrique Cervantes, ed il comandante supremo delle Forze Armate, l’allora presidente Ernesto Zedillo.   http://www.jornada.unam.mx/texto/018a1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

Info del 24 agosto.

La Jornada – Lunedì 24 agosto 2009

RIVIELLO: L’ESERCITO FIN DAL 1984 SI PREPARAVA AD AFFRONTARE L’INSURREZIONE IN CHIAPAS

Jesús Aranda

L’irruzione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Chiapas obbligò all’Esercito Messicano a modernizzare la sua struttura operativa, materiale e di armamento; migliorare l’addestramento dei soldati in territorio nazionale ed all’estero; modificare la divisione territoriale ricollocando e creando nuove unità, oltre ad affrontare i problemi di corruzione e mancanza di aiuti economici che colpivano le sociali, la morale e la vita dei soldati e delle loro famiglie. http://www.jornada.unam.mx/texto/008n1pol.htm

 Il caso Acteal debe essere riaperto “a partire dall’ipotesi che fu un crimine di Stato”

Alfredo Méndez

L’origine del massacro di Acteal e l’individuazione dei suoi autori intellettuali e materiali devono essere indagati dalla Procura Generale della Repubblica (PGR) a partire dall’ipotesi che pongono i rapporti desecretati del servizio di intelligenza del governo degli Stati Uniti, nei quali si rivela che gli ex presidenti Carlos Salinas ed Ernesto Zedillo appoggiarono la creazione di gruppi paramilitari in Chiapas, afferma il costituzionalista Elisur Arteaga Nava.    http://www.jornada.unam.mx/texto/009n1pol.htm

Il caso Acteal per la giustizia internazionale è ancora

Gabriel León Zaragoza

Sebbene i rapporti desecretati dal governo degli Stati Uniti rivelano che gli ex presidenti Carlos Salinas ed Ernesto Zedillo appoggiarono la creazione e l’addestramento di gruppi militari in Chiapas, non si tratta di informazioni nuove, perchè già cinque anni fa queste furono rese note e fanno parte dell’interpellanza presentata alla Corte Interamericana dei Diritti Umani contro lo Stato messicano per il massacro di Acteal, ha sottolineato il Segretariato Internazionale Cristiano di Solidarietà con i Popoli dell’America Latina (Sicsal).   http://www.jornada.unam.mx/texto/010n1pol.htm

 ARIC si dice disposta al dialogo con gli zapatisti

Elio Henríquez

San Cristóbal de las Casas, Chis., 23 agosto. La Asociación Rural de Interés Colectivo (ARIC) Unión de Uniones Independiente y Democrática ha deciso in assemblea generale di “riprendere gli spazi di dialogo con i fratelli zapatisti per cercare soluzioni ai diversi conflitti relazionati con la terra, in maniera pacifica e positiva”. 

Durante l’incontro svolto nei giorni scorsi nella comunità di Las Tazas, municipio di Ocosingo, si è inoltre deciso di appoggiare “totalmente” tre villaggi situati nella riserva dei Montes Azules per impedire che vengano ricollocati o sgomberati con la forza, hanno dichiarato i partecipanti nel loro pronunciamento.

“Ci preoccupa la chiusura delle autorità statali e federali per regolarizzare le terre, perché offrono solo indennità o ricollocamento alle tre comunità situate nel bacino del Río Negro”, hanno affermato i partecipanti. 

Si chiede inoltre di analizzare e risolvere l’inesistenza o precarietà dei servizi prioritari perché solamente nell’ambito della salute la segreteria statale di settore ignora le comunità iscritte all’organizzazione – molte di queste situate nella selva Lacandona – e le strutture esistenti non hanno medicine o le hanno ormai scadute.   http://www.jornada.unam.mx/texto/010n2pol.htm

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 21 agosto 2009

Un rapporto dell’Agenzia di Intelligence della Difesa (DIA) parla della partecipazione dell’Esercito

CSG e Zedillo autorizzarono l’appoggio ai paramilitari in Chiapas, dicono gli Stati Uniti

Questi gruppi armati erano sotto la supervisione dell’intelligenza militare messicana nelle date in cui si perpetrò il massacro di Acteal

L’Archivio Nazionale della Sicurezza ha mostrato i documenti

David Brooks – Corrispondente

New York, 20 agosto. L’Agenzia di Intelligence della Difesa degli Stati Uniti (DIA) ha informato circa “l’appoggio diretto” dell’Esercito Messicano ai paramilitari in Chiapas dato fin dalla metà del 1994, con l’autorizzazione dell’allora presidente Carlos Salinas, come parte della strategia contrainsurgente contro le basi zapatiste, e segnala che questi gruppi armati erano sotto la supervisione dell’intelligenza militare messicana durante le date in che si perpetrò il massacro ad Acteal, già con Ernesto Zedillo come titolare dell’Esecutivo. Tutto questo è riportato in documenti ufficiali statunitensi recentemente resi pubblici e presentati oggi dall’organizzazione denominata National Security Archive (Archivio Nazionale di Sicurezza).

Un cablogramma inviato dalla Difesa degli Stati Uniti in Messico alla direzione dell’Agenzia di Intelligence della Difesa (DIA), istanza del Pentagono, datato 4 maggio 1999, informa che “a metà del 1994, l’Esercito Messicano contava sull’autorizzazione presidenziale per istituire squadre militari incaricate di promuovere gruppi armati nelle aree conflittuali del Chiapas. L’intento era addestrare personale indigeno locale per resistere all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Inoltre, durante il massacro di Acteal del 1997, ufficiali dei servizi dell’Esercito erano coinvolti nella supervisione dei gruppi armati negli Altos del Chiapas“.

Descrivendo “l’appoggio diretto” dell’Esercito Messicano a gruppi indigeni armati nella zona del Chiapas dove si trova Acteal, il cablogramma informa di una rete clandestina di “squadre di uomini dell’intelligence” formati dall’Esercito a metà del 1994, con l’autorizzazione dell’allora presidente Carlos Salinas de Gortari. Queste squadre avevano il compito di infiltrare comunità indigene per ottenere informazioni su “simpatizzanti” zapatisti.

Furono queste squadre, aggiunge, a promuovere gruppi armati antizapatisti – che significa, paramilitari – fornendo sia “formazione” sia protezione di fronte alle autorità di pubblica sicurezza ed unità castrensi nella regione. Il cablogramma informa che queste attività si realizzavano già dal dicembre del 1997, quando avvenne il massacro di Acteal.

La cosa più importante sui documenti della DIA è che contraddicono direttamente la storia ufficiale sul massacro raccontata dal governo dell’allora presidente Ernesto Zedillo“, afferma Kate Doyle, direttrice del Progetto México del National Security Archive, nella sua presentazione dei documenti che la sua organizzazione ha ottenuto secondo le leggi sulla libertà di informazione e diffusi attraverso il suo sito internet. Doyle ricorda che la relazione del procuratore generale della Repubblica, Jorge Madrazo, nel 1998, affermava che la Procura Generale della Repubblica aveva documentato l’esistenza di gruppi civili armati a Chenalhó, “non organizzati, articolati, addestrati né finanziati dall’Esercito Messicano né da altre istanze governative, ma la loro nascita ed organizzazione risponde ad una logica interna determinata dallo scontro tra le comunità e dentro le comunità, con le basi di appoggio zapatiste“.

Il cablogramma della DIA offre anche dettagli fino ad ora sconosciuti sul funzionamento delle squadre di “intelligence umana” dell’Esercito Messicano nel concedere questo appoggio. Il cablogramma descrive che queste squadre erano composte “al principio da ufficiali giovani con gradi di capitano in seconda e in primo, così come da alcuni sergenti scelti che parlavano i dialetti della regione“.

Il rapporto inviato alla sede della DIA aggiunge che le squadre di intelligence “erano composte da tre/quattro persone incaricate di coprire le comunità per un periodo di tre o quattro mesi. Dopo tre mesi, gli ufficiali appartenenti alle squadre venivano trasferiti a rotazione in una comunità differente in Chiapas. La preoccupazione per la sicurezza delle squadre era la ragione principale della rotazione di questi ogni tre mesi“.

Per Doyle questi documenti portano alla conclusione che la logica della Segreteria della Difesa Nazionale (Sedena) era “una strategia di contrainsurgencia accuratamente studiata che combinava programmi di azione civica – spesso annunciati dalla Segreteria della Difesa con dichiarazioni alla stampa – con operazioni di intelligence segrete studiate per rafforzare i paramilitari e provocare il conflitto contro i sostenitori dell’EZLN“.

Doyle critica la mancanza di accesso da parte del governo messicano a tutta la documentazione su Acteal. “Fino a che l’amministrazione attuale non deciderà di onorare il suo obbligo di informare i cittadini sulla verità del massacro del 1997, il reclamo della gente per i fatti rimarrà perso negli archivi scomodi. Ed a noi non resta che ricorrere agli Stati Uniti alla ricerca di informazioni sull’Esercito Messicano ed Acteal“.

Spiegamento di truppe

Nel secondo dei due documenti declassificati e presentati dal National Security Archive, si trasmettono informazioni sullo spiegamento di 5.000 elementi di truppa da parte del governo di Zedillo – per rinforzare i 30.000 dispiegati permanentemente in Chiapas, o in quella che è chiamata “zona di conflitto” – immediatamente dopo il massacro dei 45 indigeni tzotziles ad Acteal, il 22 dicembre 1997.

Citando “fonti aperte” ai mezzi di comunicazione, così come segrete, l’ufficio aggiunto della Difesa degli Stati Uniti in Messico informa la DIA nel cablogramma datato 31 dicembre 1997, che circa 2.000 truppe, più altre forze, sono state dispiegate nella zona di Chenalhó per offrire “legge ed ordine” nella regione, così come “compiti sociali” a comunità indigene, in particolare alle comunità sfollate dal gruppo MIRA. Indica che elementi di questo gruppo paramilitare hanno governato la zona con “minacce e violenza nella regione di Chenalhó“. Nello stesso tempo, si informa che altre unità sono state “messe in allerta per intervenire nel caso di un’insurrezione”.

Tra le “fonti aperte” citate dal documento, comprese alcune pubblicazioni, si menziona La Jornada, alla quale si riferisce come “un giornale ritenuto ben scritto, inclinato a sinistra, con buona copertura delle notizie“. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/21/index.php?section=politica&article=003n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 20 agosto 2009

Il Congresso chiederà a Calderón una nuova inchiesta su Acteal

Si rileva che gli autori intellettuali restano impuniti

C. Pérez Silva e G. Saldierna

La Commissione Permanente del Congresso dell’Unione ha trovato ieri un punto di accordo nel quale si esorta il presidente Felipe Calderón ed il governatore del Chiapas, Juan Sabines, a riaprire una nuova indagine sul massacro del 22 dicembre 1997 nel villaggio di Acteal.http://www.jornada.unam.mx/2009/08/20/index.php?section=politica&article=011n1pol

Read Full Post »

ONU chiede giustizia per Acteal.

La Jornada – Mercoledì 19 agosto 2009

ONG chiedono di riaprire il processo di Acteal

Presa di posizione dell’Alto Commissariato dell’ONU che solleverà la richiesta di giustizia in ambito internazionale http://www.jornada.unam.mx/2009/08/19/index.php?section=politica&article=012n1pol

Foto Moysés Zúñiga Santiago

Foto Moysés Zúñiga Santiago

Su invito dell’organizzazione civile Las Abejas, Alberto Brunori, rappresentante in Messico dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha visitato la località nel municipio di Chenalhó, dove 45 indigeni furono assassinati il 22 dicembre 1997. Il funzionario ha dichiarato che la sentenza della Corte Suprema cheha permesso la liberazione di 20 implicati nel massacro, rivela “che non ci fu un’indagine adeguata alla gravità dei fatti e, pertanto, non è stata garantita giustizia per le vittime”.

Read Full Post »

Acteal, un’altra volta.

La Jornada – Martedì 18 agosto 2009

Acteal, un’altra volta

Luis Hernández Navarro

Non è una visione manichea e semplicista. Il massacro di Acteal è quello che è: un crimine di Stato perpetrato dal governo di Ernesto Zedillo. La liberazione di 20 dei paramilitari responsabili del massacro da parte della Corte Suprema di Giustizia della Nazione (SCJN), col pretesto che non è stato garantito oro un giusto processo, non copre questo fatto. La ragione giuridica non può occultare la verità storica.

L’imminenza del bagno di sangue ad Acteal era stata avvertita da molti giornalisti, analisti e conoscitori della regione. I drammatici reportage di Hermann Belinhausen, Blanche Petrich e Juan Balboa mostravano le tracce della preparazione del crimine prima ancora che si verificasse. Il sacrificio era annunciato.

Per comprendere appieno la tragedia bisogna capire tanto quello che succedeva nella comunità e in Chiapas. Luoghi come la regione chol ed il municipio di Bachajón vivevano situazioni simili da mesi. Anche se parlava di pace, Ernesto Zedillo faceva la guerra. Nei posti chiave dello stato si promuoveva la formazione di gruppi paramilitari. Ma molte delle sue vittime non furono zapatisti, ma civili pacifici e disarmati che, come nel caso di Acteal, pregavano per la pace.

Editoriali de La Jornada del 22 novembre e del 17 dicembre 1997 dicevano senza ambiguità quello che sarebbe successo ad Acteal. Nel primo si segnalava che (la crescita della violenza) “è estremamente preoccupante poiché il tipo di conflitto in atto a Chenalhó ha grandi similitudini con quanto accaduto nella zona nord dello stato, dove agisce Paz y Justicia“. Il supplemento Masiosare dedicò la copertina del 14 dicembre 1997 a questo tema e titolò: “Chenalhó, un altro giro di guerra“.

Padre Miguel Chateau, parroco di Chenalhó ed uno dei più profondi conoscitori della regione avvertiva: “la guerra di bassa intensità annichilisce il mondo tzotzil” (La Jornada, 15/12/97). Il prete non parlava tanto per dire. Egli stesso era minacciato di morte. Jacinto Arias, presidente municipale del PRI ed uno dei principali promotori dei paramilitari, gli mise una birra in mano e gli disse: “Se non controlla la sua gente, un giorno o l’altro l’ammazziamo. Glielo dico faccia in faccia, padre. Bruceremo il suo corpo perchè non brucino i vermi“.

In un reportage televisivo sugli indigeni sfollati del municipio dai paramilitari, intitolato Chiapas: testimonianza di un’infamia, Ricardo Rocha percepiva la tempesta che si stava avvicinando. Intervistando don Samuel Ruiz e don Raúl Vera, il giornalista confessò loro: “Vengo dagli Altos del Chiapas e sono profondamente indignato, attonito che ancora possano succedere queste cose (…) anche profondamente addolorato per quello che succede là e che sicuramente voi conoscete: è inumano…

Andrés Aubry e Angélica Inda, due dei più grandi conoscitori della dinamica sociale degli Altos del Chiapas, analizzarono con rigore la nascita dei paramilitari nella regione in nove illuminanti articoli pubblicati da La Jornada. Il primo di questi, “Chenalhó in bilico“, apparso il 30 novembre 1997, tre settimane prima del massacro, smontava l’ipotesi che dietro la violenza in corso c’era un conflitto religioso. “A Chenalhó i due dirigenti antagonistici, il presidente costituzionale (del PRI) ed il suo concorrente, il presidente (ribelle) della sede autonoma dello stesso municipio, sono evangelici“, scrivevano.

Mesi prima nell’articolo: “Chenalhó: i pericoli dell’anima“, pubblicato da La Jornada a giugno del 1997, analizzavo la gestazione dell’offensiva paramilitare in quel municipio per concludere: “Quello che oggi è in pericolo non è l’anima, ma la vita degli uomini pipistrello“. Il 2 dicembre, ne “La guerra che non osa dire il suo nome“, scrivevo che la paramilitarizzazione era la risposta governativa all’espansione politica e sociale dello zapatismo, evidenziata dalla trionfale marcia dei mille 111 ribelli a Città del Messico a settembre di quell’anno, così come alla sua crescente installazione in territorio chiapaneco. “I paramilitari – scrivevo – a differenza dell’Esercito o della polizia, non devono rendere conto a nessuno, esulano dal giudizio pubblico. Possono agire con la più assoluta impunità e, perfino, presentarsi come vittime.” Purtroppo la recente sentenza della SCJN dà ragione a quelle parole.

Il massacro non fu un fatto isolato o fortuito, prodotto dalla rivincita di fazioni indigene in lotta per problemi comunitari. Non fu uno scontro. In Chiapas c’è una guerra, e non c’è attività umana più pianificata di questa. Acteal è stata un’azione bellica che rispondeva alla sua logica profonda: l’intensificazione del conflitto, che avviene, secondo Clausewitz, quando due eserciti si affrontano e “devono divorarsi tra loro senza tregua, come l’acqua ed il fuoco che non si equilibrano mai.”

La strategia governativa era tracciata in anticipo. Immediatamente dopo il massacro l’Esercito ampliò la sua presenza in Chiapas con più di 5.000 effettivi oltre a quelli già presenti ed autorizzò la sua partecipazione “nella prevenzione di nuovi fatti violenti“. Si trasferirono verso le Cañadas truppe distaccate in Campeche e Yucatan, mentre si stabilirono nuovi accampamenti nella regione degli Altos. Si volle tendere un nuovo accerchiamento militare allo zapatismo, un nuovo cordone sanitario, per tentare di frenare la sua espansione e l’esrcizio dei municipi autonomi.

Questa logica venne allo scoperto nei mesi successivi. La guerra sporca contro lo zapatismo seguì il suo corso sanguinoso. Acteal fu il segnale di partenza per accrescere l’offensiva bellica. Forze combinate di diverse polizie ed eserciti attaccarono violentemente i municipi di Taniperlas, Amparo Aguatinta, Nicolás Ruiz e El Bosque, fino a che il 6 luglio 1998, a Chavajeval ed Unión Progreso, le forze repressive cozzarono contro un muro.

La liberazione degli assassini di Acteal e la pretesa di riscrivere la storia del massacro non sono un atto di giustizia: sono la continuazione della guerra con altri mezzi. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/18/index.php?section=opinion&article=019a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Su Acteal 16 ago.

La Jornada – Domenica 16 agosto 2009

Tra i paramilitari liberati, uno dei 5 assassini rei confessi
Hermann Bellinghausen
– Attivista: nonostante la loro scarcerazione non cessano di essere colpevoli
– La Corte, un esecutore in più nel massacro di Acteal, dice il CDHFBC http://www.jornada.unam.mx/2009/08/16/index.php?section=politica&article=011n1pol

L’Osservatorio Ecclesiale chiede di fare luce sulla “inusuale” liberazione di 20 autori del massacro di Acteal
Gabriel León Zaragoza
– L’Osservatorio Ecclesiale chiede al governo di porre fine all’impunità nel paese
– La sentenza della Corte Suprema non è un fatto isolato né casuale, ma studiato  http://www.jornada.unam.mx/2009/08/16/index.php?section=politica&article=010n1pol

Read Full Post »

Su Acteal 15 ago.

La Jornada – Sabato 15 agosto 2009

Il caso non è chiuso, c’è una denuncia internazionel
  A rischio i sopravvissuti del massacro: ONG
Gabriel León, Emir Olivares e Elio Henríquez
Il Segretariato Internazionale Cristiano di Solidarietà con i Popoli dell’America Latina (Sicsal) ha segnalato che nonostante la decisione della Corte Suprema di Giustizia della Nazione (SCJN) di liberare 20 degli autori materiali del massacro di Acteal),il caso non è chiuso, poiché esiste un processo aperto contro lo Stato messicano – promosso dalle vittime e dal Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas – presso la Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), poiché non sono stati arrestati tutti gli autori materiali né si è arrivato ai responsabili intellettuali.  http://www.jornada.unam.mx/2009/08/15/index.php?section=politica&article=012n3pol

I rilasciati chiedono di tornare nelle proprie comunità
Il governatore Juan Sabines chiede loro di non tornare a Chenalhó
Ángeles Mariscal
Alcuni degli indigeni liberati per il caso Acteal che si trovano in un hotel a 15 chilometri da Tuxtla, hanno espresso l’intenzione di tornare nelle loro comunità, mentre il governatore Juan Sabines Guerrero li ha esortati a non farlo – neanche in visita – ed ha annunciato che cercherà di garantire le condizioni affinché siano ricollocati in un luogo “il più lontano possibile” da Chenalhó. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/15/index.php?section=politica&article=011n1pol

Read Full Post »

Su Acteal 14 ago.

La Jornada – Venerdì 14 agosto 2009

Amnesty International chiede una nuova indagine
Emir Olivares Alonso
La liberazione dei condannati per il massacro di Acteal “è un’altra dimostrazione delle gravi deficienze del sistema giudiziario messicano che sembra incapace di investigare, processare e sanzionare attraverso un processo giusto i responsabili di violazioni dei diritti umani”, ha dichiarato Amnesty International (AI). http://www.jornada.unam.mx/2009/08/14/index.php?section=politica&article=005n3pol

Gli indigeni liberati “accettano” di non tornare nelle loro comunità
Ángeles Mariscal e Elio Henríquez
– In maniera riservata, sono usciti dalla prigione di El Amate alle 3:15 di giovedì
– Si vogliono “evitare provocazioni ed aggressioni”, dice il governo del Chiapas  http://www.jornada.unam.mx/2009/08/14/index.php?section=politica&article=007n1pol

Condanna di partiti e ONG alla decisione della Corte su Acteal
Alma E. Muñoz, Roberto Garduño e Georgina Saldierna, reporter; Sergio Ocampo Arista, corrispondente
La direzione nazionale del PRD ieri ha chiesto che rendano conto i funzionari politici che erano al corrente dei fatti di Acteal, tra i quali si trovano l’ex procuratore generale della Repubblica Jorge Madrazo Cuéllar, l’ex governatore del Chiapas Julio César Ruiz Ferro, l’ex segretario di Governo Emilio Chuayffet e l’allora presidente Ernesto Zedillo.  http://www.jornada.unam.mx/2009/08/14/index.php?section=politica&article=006n1pol

Read Full Post »

La verità occulta.

La Jornada – Giovedì 13 agosto 2009

I becchini di Ruiz Ferro distrussero la scena del crimine

Acteal, il racconto degli assassini e la verità occulta

Niente suggeriva la possibilità di fuoco incrociato o scontro

Hermann Bellinghausen

Era l’alba del 23 dicembre 1997. Forse le cinque e mezzo o le sei del mattino. Era buio. Una colonna di veicoli civili e della polizia, furgoni, auto ed ambulanze, scendevano dagli Altos provenienti da Acteal. Li seguiva nella sua auto il corrispondente di La Jornada Juan Balboa. Ci disse che lì c’erano i corpi che venivano portati a Tuxtla Gutiérrez, e che lui avrebbe seguito il convoglio. L’aveva incontrato più su. I morti, che non eravamo riusciti a contare, sarebbero risultati essere 45, visti solo da quelli che li trasportavano, quindi dai medici forensi.

Inviati dal governatore Julio César Ruiz Ferro, i funzionari responsabili delle operazioni di pulizia (Jorge Enríque Hernández Aguilar, David Gómez Hernández, Uriel Jarquín Gálvez e gli agenti del Publico Ministero) avevano fatto qualcosa di insolito: smontare la scena del crimine. Lì sentii per la prima volta l’ordine che avevano: “Prima che arrivino i giornalisti”.

“Non andateci di notte”

Nessuno della stampa era ancora salito a Chenalhó su raccomandazione di uno dei sopravvissuti la notte precedente nell’ospedale regionale di San Cristóbal de las Casas: “Non andateci di notte. Continuano a sparare alle auto da Acteal Alto”. Gli credemmo.

Mentre le prove materiali del massacro scendevano nella valle di Tuxtla per perdersi nella nebbia burocratica per tutto un giorno (chiave), io con il corrispondente dell’agenzia Reuters Jesús Ramírez Cuevas e l’antropologo Arturo Lomelí proseguimmo verso il luogo dei fatti. Nelle ultime settimane avevamo percorso questa strada innumerevoli volte.

Dopo esserci lasciati alle spalle Chenalhó e Yabteclum senza un’anima, arrivammo nel commovente villaggio di Polhó, già allora immenso accampamento di rifugiati zapatisti. I sopravvissuti del massacro erano concentrati nella sede autonoma. Bambini, anziani, adulti. Credo di ricordare che tutti piangevano. Molti ci circondarono, raccontandoci in tzotzil le loro diverse storie e lamenti, e qualcuno traduceva, per quanto possibile. Molti erano ricoperti di sangue, non il suo, ma quello dei morti e dei feriti. Un bambino di 10 anni, illeso, aveva la maglietta insanguinata del sangue dei suoi genitori morti sopra di lui, salvandogli così la vita.

Da lì proseguimmo per Acteal, pochi chilometri avanti. Ci guidavano un giovane zapatista ed un membro di Las Abejas, che aveva inoltre il compito di trovare una bambina ed un’anziana che mancavano (sarebbero ricomparse vive poco dopo tra i rifugiati). Avevano già l’elenco dei sopravvissuti, quello dei feriti, e per evidenza o deduzione abbastanza precisa, quello dei morti. Il governo dovette ammettere quello stesso giorno che erano deceduti 45 indigeni, di diversa età e sesso. Per il governo non avevano nome. Li restituì numerati.

Ad Acteal, su una collina, l’accampamento di profughi zapatisti era deserto. Tutti erano a Polhó. Poco più avanti incontrammo due poliziotti in uniforme ma senza contrassegni. Poi sapemmo chi erano. Uno, il comandante Roberto García Rivas, con la faccia di circostanza e cercando di mostrarsi sollecito e tranquillo, ci disse che il giorno prima si erano sentiti degli spari, ma gli era sembrato normale, “qui si ammazzano così”, e che non aveva ricevuto l’ordine di intervenire. Non dava importanza al fatto, come se lo avesse sorpreso la quantità di cadaveri estratti dal terrapieno dell’accampamento. Ignoro se il comandante si fosse mai recato sul luogo dei fatti.

Alle nostre spalle, verso l’alto, ad Acteal Alto, spuntavano degli uomini che cercavano di non farsi vedere. “Sono loro”, dissero le nostre guide. Nessuno dubitava che fossero armati.

Scendemmo nel burrone chiamato Campamento Los Naranjos, nome che non dovrebbe significare niente. Nemmeno esistere. La vegetazione circostante la ricordo rovinata, calpestata, distrutta. Le povere casupole e tende dei rifugiati erano distrutte. In una piccola grotta c’erano ancora abiti insanguinati; l’uomo di Las Abejas riconobbe di chi erano. La sterpaglia che scendeva nel burrone fino al fiume mostrava tracce di sangue lascaite durante la fuga, o la caduta, dei sopravvissuti, che poi salirono a Polhó a rifugiarsi con gli zapatisti.

La scena del crimine

In quel momento era ormai impossibile ricostruire la scena del crimine; quello che si poteva ancora fare (ignoro se accadde, ma ne dubito) era rifare la “modifica” realizzata per ordine degli inviati del governo. “Quella” scena del crimine era intatta.

Lì ascoltammo i primi racconti in loco, soprattutto per bocca dell’uomo di Las Abejas. Qui c’era il tal dei tali, qui ce n’era un altro, da lì erano arrivati gli aggressori, gli aggrediti avevano reagito così o così, e come alcuni fossero rimasti nella cappella (per modo di dire: tutto era rudimentale) dove li raggiunse la morte.

Il giovane zapatista riferì che aveva cercato di scendere per due volte il pomeriggio precedente, accompagnato da tre donne, ma la polizia glielo impediva dicendogli: “No, stanno ancora sparando, magari vi arriva una pallottola in testa”; ma alla fine li lasciarono passare e videro i feriti. “Quindi scesi da solo e portai su un ferito, non so se era un bambino o una bambina, lì nel ruscello c’erano alcuni compagni (Abejas), allora l’ho portato nella scuola ed ho chiesto a quei compagni se c’erano altri feriti e morti, e loro dissero che ce n’erano molti altri (…) e lo dissi al capitano” (della polizia); questo si trovava nella scuola, dalla quale non si mosse mai. Arrivarono altri poliziotti e la Croce Rossa, e dissero agli indigeni che i morti “erano dei loro”, e li invitarono a recuperarli. (Dagli appunti di quel giorno.)

Gli stessi indigeni recuperarono i feriti. Chi alla fine raccolse i cadaveri, più tardi, furono gli inviati del governo; li portarono sulla strada, in alto, per portarli a Tuxtla per l’autopsia o qualunque cosa abbiano fatto.

Quando dieci anni dopo, nel 2006, cominciò a circolare la voce di una qualche “battaglia” tra bande, o la possibilità che qualcuno, oltre agli aggressori, avesse “deturpato”, “colpito a machete” o “finito” i caduti, mi sembrò molto sorprendente. L’unica fonte di questa “versione” erano gli stessi paramilitari rei confessi e condannati, senza che nessuno a Chenalhó potesse confermarla.

Né l’incontro col comandante García Rivas (sarà poi arrestato), né la testimonianza immediata dei sopravvissuti, né l’ambiente di fratellanza tra zapatisti ed abejas in quei momenti, né il luogo dei fatti suggerivano, nemmeno come ipotesi, la possibilità di fuoco incrociato, scontro o “liquidazione”. Si sa solo che la polizia aveva sparato in aria per proteggersi (almeno così sostengono nelle versioni alla PGR), e che tutti gli altri spari erano dei paramilitari.

Noi fummo i primi ad arrivare “da fuori” (senza contare i barellieri, la cui testimonianza non si sa se esiste). I poliziotti lì distaccati “non uscirono mai dalla scuola”, disse la nostra guida zapatista. Rozzamente, senza dubbio, raccogliemmo le prime testimonianze (tanto difficili da ascoltare, tanto facili da capire), quando neanche i poliziotti avevano margine per mentire.

Chi oggi riesuma i morti attraverso le inchieste ufficiali ed i racconti degli assassini, ha solo una pista concreta, e che persegue: quella dei becchini di Julio César Ruiz Ferro; ovvero, i primi interessati a che la verità esatta non si sapesse mai. Il resto non è né letteratura, ma pura menzogna. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/13/index.php?section=politica&article=007n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 13 agosto 2009

 L’impunità di Acteal, niente di nuovo

Neil Harvey

Niente di nuovo.” Questa era la risposta ufficiale quando, quel 22 dicembre 1997, si chiedeva ai poliziotti, ‘che cosa sta succedendo ad Acteal?’ Per sette ore più di cento persone armate e vestite da poliziotti di pubblica sicurezza compirono il massacro di 45 indigeni indifesi. Vari degli autori materiali di questo crimine stanno per essere liberati dalla Corte Suprema di Giustizia della Nazione (SCJN), nonostante le testimonianze dei sopravvissuti, e questo rappresenta un altro passo indietro per i diritti umani in Messico.

La difesa degli accusati si basa sui vizi procedurali delle istituzioni giuridiche incaricate del caso. Come è ben noto, detti vizi sono molto comuni e colpiscono migliaia di detenuti, soprattutto indigeni ed attivisti sociali come, per esempio, quelli di Atenco e Oaxaca. Tuttavia, l’argomento a favore della liberazione degli accusati del massacro di Acteal commette due errori fondamentali. Il primo è che, contestando le procedure, contesta anche le accuse fatte dai sopravvissuti, mettendo in dubbio la veridicità della loro parola. In secondo luogo, l’argomento evita di intendere il contesto politico di questo massacro, soprattutto la partecipazione di diverse istituzioni dello Stato nel fomentare le attività dei gruppi paramilitari.

Bisogna dire che è preoccupante la maniera in cui il tema è stato affrontato nella trasmissione Espiral, la sera di lunedì 10 agosto su Canal 11.

In quel programma, gli analisti – tutti a favore della decisione di liberare gli accusati – hanno manipolato la verità dei fatti per lo meno in tre punti centrali. Uno, che le prove erano incongruenti perché i sopravvissuti dicevano che gli aggressori portavano passamontagna e, pertanto, come era possibile identificarli con nome e cognome? Secondo, che i testimone erano confusi e realmente non sapevano quanti aggressori c’erano e chi erano, e semplicemente fecero una lista con i nomi di più di cento persone che poi presentarono alle autorità. E, terzo, che non ci si poteva fidare della parola dei sopravvissuti, se questi dicevano che c’erano 45 persone che stavano pregando in una cappella di solamente 12 metri quadrati quando furono assassinati alla schiena. In ognuno di questi punti, i partecipanti al programma hanno cercato di mettere in dubbio la veridicità della parola degli indigeni che sopravvissero a questo attacco. Ci hanno provato, ma hanno fallito.

Basta semplicemente rivedere alcune delle testimonianze per rettificare questa erronea ed offensiva versione dei fatti. Per esempio, citando 11 testimonianze incluse nell’istruttoria, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) , spiega chiaramente che i sopravvissuti non avevano nessun problema ad identificare chi erano gli autori del massacro. (Vedere: CDHFBC, Por la verdad y la justicia: Acteal 11 años 5 meses y 17 días de impunidad. ¿Cuántos más? 8 de junio de 2009, pp. 29-33. http://www.frayba.org.mx/archivo/informes/090608_informe_para_scjn.pdf).

In nessuna di queste testimonianze si parla dell’uso di passamontagna da parte degli aggressori. Invece, quello che notarono fu la diversità di armi lunghe e corte che usavano ed il colore nero o blu delle loro uniformi, nello stile dei poliziotti della Pubblica Sicurezza. Cioè, fu un massacro “sfacciato.” Le stesse testimonianze rendono conto della conoscenza intima degli assassini. In alcuni casi erano vicini, in altri erano altri membri della stessa comunità. Dopo avere subito per diversi mesi la persecuzione dei gruppi paramilitari, per i membri di Las Abejas non era un mistero chi li voleva ammazzare e non dovevano inventare una lista di nomi per chiedere giustizia. È anche ben noto che, benché le vittime fossero riunite a pregare nella cappella, il massacro si è svolto nell’arco di sette ore, durante il quale gli assassini li hanno inseguiti per tutto il villaggio.

Sebbene l’argomento a favore della liberazione degli accusati si basa sui vizi procedurali, questo non implica la loro innocenza e vari sono esattamente quelli identificati nelle testimonianze già citate. Quella che abbiamo imparato dagli indigeni che sono sopravvissuti all’attacco, è l’importanza di intendere il contesto politico nel quale è avvenuto il massacro. Loro parlano dell’esistenza di gruppi che ricevevano armi, uniformi ed addestramento dalle stesse istituzioni dello Stato, che si presume abbia come missione la sicurezza di tutti. Negando l’esistenza di gruppi paramilitari, i difensori degli accusati partecipano alla difesa di misure di contrainsurgencia che portarono alla morte dei 45 indigeni ad Acteal ed allo sfollamento di migliaia di altri prima e dopo il massacro. Se non si mettono in discussione le ragioni politiche che stanno dietro il massacro, come si vuole impedire che in futuro si tornino a commettere crimini della stessa portata?

La liberazione di questi detenuti non è segno di una “nuova epoca” di giustizia per la SCJN e la cittadinanza. Neanche convince quando Calderón manda un messaggio al Congresso degli Stati Uniti dicendo che in Messico si rispettano i diritti umani, affinché continuino ad affluire gli aiuti de programma Iniciativa Mérida. Piuttosto, è un’altra prova dell’indifferenza delle istituzioni quando si tratta di praticare la giustizia. Nel 2009, come nel 1997, l’impunità continua a regnare ad Acteal, “niente di nuovo.”   http://www.jornada.unam.mx/2009/08/13/index.php?section=opinion&article=019a2pol

(*) Professore-ricercatore dell’Università Statale del Nuevo México, Las Cruces, e autore del volume La ribellione in Chiapas (Edizioni Era, 2000)

(Traduzione “Maribel”» – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 13 agosto 2009

Con una decisione inedita la Corte libera i condannati per Acteal

Alfredo Méndez

portada

Vittima e Giudice (Foto di Cristina Rodríguez e Marco Peláez)

In una sessione storica della Corte Suprema di Giustizia della Nazione (SCJN), che per la prima volta dalla riforma del sistema giudiziario penale del 2005 è diventato tribunale di legalità e non solo di costituzionalità – rivedendo tutti i dettagli e le prove di un processo –

ieri quattro ministri hanno accolto il ricorso di 26 indigeni chiapanechi ed hanno ordinato la liberazione immediata di 20 di loro già condannati per il massacro di 45 tzotziles ad Acteal, Chiapas, avvenuto nel dicembre del 1997.

Per quattro voti contro uno, la prima sala (composta da cinque ministri) ha stabilito che la Procura Generale della Repubblica (PGR), insieme ai giudici e magistrati che condannarono questi indigeni, hanno violato gravemente le garanzie processuali di questi, fabbricando prove e testimnianze.

Nei prossimi giorni almeno altri 30 implicati in quei fatti possono venire beneficiati da questa sentenza, la quale, tuttavia, non implica un riconoscimento di innocenza.

“Non si deve intendere che questo tribunale sta assolvendo dei colpevoli. Unicamente la sala sta negando valore a comportamenti contrari all’ordine costituzionale, perché dalle risultanze della causa penale non è possibile affermare che giuridicamente ci siano dei colpevoli”, ha sottolineato il ministro José Ramón Cossío, spiegando le motivazioni dell’accoglimento del ricorso.

“Qui si è solo stabilito che agli accusati non è stato concesso un giusto processo, cosa che non equivale assolutamente ad una sentenza, di facto, di innocenza”, ha aggiunto.    (…………..)

Con questa conclusione, la PGR sostiene che il massacro fu il risultato di un lungo conflitto tra un gruppo di indigeni che simpatizzavano apparentemente con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ed un altro che appoggiava il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), e che nei mesi precedenti all’uccisione dei 45 indigeni, ad Acteal questo aveva provocato, in fatti diversi, almeno 23 omicidi, la maggioranza di presunti paramilitari priisti. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/13/index.php?section=politica&article=003n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 11 agosto 2009

La Corte ed “i suoi complici”, saranno i colpevoli se la violenza ritornerà ad Acteal: Las Abejas

dalla Redazione

Di fronte alla possibile sentenza della Corte Suprema di Giustizia della Nazione che potrebbe liberare 40 degli indigeni accusati di aver partecipato al massacro di Acteal, l’organizzazione civile Las Abejas, del municipio di San Pedro Chenalhó, riterrà responsabili la Corte e tutti i suoi “complici” – da Héctor Aguilar Camín, agli avvocati del CIDE ed il governo federale di Felipe Calderón – se col ritorno di questi “paramilitari” tornerà anche la violenza in questo municipio dello stato del Chiapas.

In una lunga lettera indirizzata anche alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani, l’organizzazione Las Abejas ha lanciato un appello alle più alte autorità del paese affinché “riflettano su quello che stanno facendo”, perché se ad un’organizzazione come la loro, che respinge la violenza come mezzo per difendere i propri diritti, dicono che il sistema di giustizia e le istituzioni dello Stato stanno dalla parte dei complici del governo, “allora, che strada ci lasciano? Che speranza ha il popolo del Messico? Il governo dice di essere contro la violenza, ma tutti i giorni vediamo che è il primo a promuoverla”, si dice nella lettera.

Respingono apertamente la versione di alcuni mezzi di informazione che dicono che con questa sentenza della Corte Suprema si farà un passo avanti per l’ottenimento della giustizia nel caso Acteal. “E’ piuttosto un passo indietro rispetto a quel poco accertato, ed un passo avanti dell’impunità”, dice l’organizzazione Las Abejas che contesta anche il Centro di Investigazione e Docenza Economica (CIDE) che da due anni ha assunto la difesa dei detenuti accusati del massacro.  (……..) http://www.jornada.unam.mx/2009/08/11/index.php?section=politica&article=010n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Lettera di Hermann Bellinghausen

La Jornada – Martedì 11 agosto 2009 – El Correo Ilustrado

Lettera di Hermann Bellinghausen

Nella sua “Replica” all’articolo “I riesumatori di Acteal”, Héctor Aguilar Camín trova similitudini tra la sua cronaca ed il mio racconto dell’episodio della cattura di una ventina di paramilitari il Natale del 1997. Mancherebbe altro che non ci fossero. Ma bisogna rilevare che, quando i paramilitari furono bloccati dal corteo funebre, gli “incappucciati” zapatisti che lo accompagnavano erano disarmati, siccome erano civili. Le uniche armi presenti erano quelle dei poliziotti municipali che controllavano i paramilitari (uno addirittura con giubbotto antiproiettile). Riportandolo, ora ed allora, ci si appella alla percezione oculare del momento; a quasi 12 anni di distanza continua a sembrarmi obiettiva.

I fermati non furono “denunciati lì“, e basta. Erano chiaramente identificati come membri della banda armata di priisti di Chenalhó, i paramilitari ai quali le indagini successive (fino alla procura specializzata) hanno sempre fatto allusioni con eufemismi per spogliarli di qualsiasi connotazione militare.

Che il processo a partire dalla loro cattura (azzardata, progettata o provvidenziale da parte della PGR) sia stato spazzatura, non dimostra che gli arrestati non meritassero di essere indagati né che fossero liberi da responsabilità penali: l’errore processuale come parte del metodo. Inoltre, chi nel governo di allora voleva andare davvero fino in fondo con le indagini. Se il poco che portarono alla luce costò la poltrona al segretario di Governo ed al governatore del Chiapas, chissà dove avebbero potuto portare le indagini.

Rispetto all’altro punto della “Replica”, riferito al giorno ed a luogo del massacro, non è questo lo spazio per tornare su quell’esperienza.

Hermann Bellinghausen    http://www.jornada.unam.mx/2009/08/11/index.php?section=opinion&article=002a2cor

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 10 agosto 2009 – El Correo Ilustrado

Replica di Héctor Aguilar Camín a Hermann Bellinghausen

A Hermann Bellinghausen è sembrato pessimo il mio racconto dell’arresto dei primi catturati per il massacro di Acteal (“I riesumatori di Acteal“, La Jornada 5/8/09 https://chiapasbg.wordpress.com/2009/08/05/i-riesumatori-di-acteal/ ). Ma il mio racconto non è molto diverso da quello da lui pubblicato su questo stesso giornale il 25 dicembre 1997.

Il mior acconto dice: “Mentre il corteo funebre per le vittime di Acteal percorreva la strada, un camioncino con rimorchio trasportava al capoluogo del municipio di Chenalhó diverse prsone delle comunità convocate dal sindaco per una riunione. Erano tutti antizapatisti, della parte contraria alle vittime”.

Il racconto di Hermann dice: “Pochi metri sopra la spianata (quella del villaggio di Acteal) corre la strada… sulla quale stavano passando alcuni dei coinvolti su un veicolo ufficiale, si presume protetti dalla polizia municipale del municipio costituzionale di Chenalhó.”

Il mio racconto prosegue: “Il camioncino fu bloccato dal corteo che, per ragioni di sicurezza, era scortato da agenti della Procura Generale della Repubblica. Alcune donne gridarono indicando le persone che viaggiavano sul camioncino: ‘Sono loro gli assassini. Sono loro’ “. Il racconto di Hermann prosegue: “Furono riconosciuti dalla processione che accompagnava i 45 corpi.”

Il mio racconto conclude: “La PGR fermò 24 persone senza altra prova che la denuncia dei partecipanti al corteo funebre“. Quello di Hermann finisce così: “Siccome con il corteo funebre c’erano agenti della Polizia Giudiziale Federale e la CNDH, i sospettati furono immediatamente catturati.”

Quale è la differenza nei fatti tra i due racconti? Che chi proteggeva il corteo funebre, dice Hermann, non erano gli agenti della PGR, bensì “centinaia” di incappucciati zapatisti. E che furono loro ad impedire il linciaggio degli arrestati: “Un cordone di zapatisti incappucciati circondò il camion, con disciplina ed efficacia, per impedire che la folla raggiungesse i passeggeri del furgone e Samuel Ruiz intervenne per calmare gli animi.

Non ho nessun problema ad aggiungere questo fatto al mio racconto. Il mio punto continua a reggere: la PGR catturò lì su indicazione dei partecipanti al funerae i suoi primi arrestati e non li liberò più. (…..)

Rispetto alla “battaglia” di Acteal precedente al massacro, che tanto molesta Hermann, devo dire che nemeno quella l’ho inventata io. Viene dal racconto fatto dagli aggressori rei confessi di Acteal, e che io citai nella mia cronaca: “Il giorno indicato”, Nexos, dicembre 2007.

In quella stessa cronaca sottolineo alcuni degli enigmi ancora irrisolti nel caso di Acteal. In particolare il fatto che 12 dei 45 corpi ritrovati non morirono per colpi d’arma da fuoco, ma pr i colpi di machete che distrussero le loro teste.

Non c’è niente nelle indagini riguardo queste ferite mortali. Non c’è un solo testimone oculare che le descriva o almeno le menzioni. Ma nell’avvallamento dove furono ammucchiati i cadaveri di Acteal c’erano 12 corpi di persone morte per colpi al cranio.

Forse Hermann, con la sua conoscenza di anni della zona, potrebbe aiutarci a chiarire questo aspetto particolarmente brutale del massacro, sul quale fino ad ora non è riuscito a dirci niente di concreto, dopo migliaia e migliaia e migliaia di parole  .

Héctor Aguilar Camín http://www.jornada.unam.mx/2009/08/10/index.php?section=politica&article=009n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 9 agosto 2009

Il dirigente chiede all’Istituto di Migrazione di verificare la “situazione migratoria” dell’inviato de La Jornada

Il leader evangelico denuncia il Frayba e gli ejidatarios di Mitzitón

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis., 8 agosto. Il dirigente della chiesa evangelica Alas de Águila e dell’Ejército de Dios, Esdras Alonso González, ha sporto denuncia alla Procura Generale della Repubblica (PGR) contro il direttore del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) e contro gli ejidatarios della comunità di Mitzitón.

In maniera rivelatrice ha dichiarato: “Hanno fatto lo stesso ad Acteal nel ’95, ’96 e ’97 (sic), quando hanno portato la nostra gente in prigione accanendosi contro di loro, per questo riterremo responsabile il Frayba di qualsiasi cosa possa accadere ai nostri fratelli; non è un fatto isolato”, ha detto Alonso González questo venerdì ai giornalisti nella piazza di questa città, accompagnato dal pastore Refugio Díaz Ruiz.

Il dirigente che nel 1988 fu uno dei primi difensori dei paramilitari detenuti, insieme al pastore Arturo Farela (essendo il primo, d’ufficio, Pedro Raúl López, oggi ombudsman statale degli avvocati dei diritti umani, e non “un praticante di 19 anni”, come sostengono i suoi nuovi difensori mediatici), approfittando del fatto che la metà dei detenuti per il massacro di Acteal potrebbero uscire liberi, ha comunicato, quale consulente legale degli evangelici di Mitzitón, che la PGR ha aperto la causa APPR6/CHIS/SC/III/075/2009 contro Diego Cadenas Gordillo, direttore del CDHFBC; gli indigeni Silviano Pérez Díaz, Juan Díaz Heredia e Manuel López Heredia, ed il giornalista Hermann Bellinghausen, “perché ci stanno colpendo attraverso Internet con bugie contro noi”. I reati contestati nella denuncia sono “attacco alle vie di comunicazione, contro la pace e la sicurezza delle persone, la biodiversità e violazione di domicilio”.

Sostiene che gli evangelici di Mitzitón vengono aggrediti fin dal 1999 “dai cattolici tradizionalisti”. Ricorda l’esistenza di 11 indagini preliminari “nascoste” presso la Procura degli Altos, dove “purtropo sono state mandate perché di competenza indigena”. Lo stesso Alonso González era stato accusato di promuovere il possesso di armi per il gruppo evangelico Guardián de tu Hermano (antecedente L’Ejército de Dios) nel quartiere La Hormiga.

Nell’intervista per la radio sancristobalense XEWM, l’ex pastore “ha chiesto” al governo ed a l’Istituto Nazionale di Migrazione di verificare “la situazione migratoria” dell’inviato di La Jornada e che, “come straniero”, che cosa fa in Chiapas e Mitzitón. Lo stesso ha chiesto per Cadenas Gordillo, che accusa di “introdurre stranieri nelle comunità”.

Da parte sua il governo del Chiapas ha diffuso un comunicato sugli avvenimenti di Mitzitón, citando la sua Legge Contro la Discriminazione ed il suo pronunciamento alle giunte di buon governo zapatiste (2008).

In quanto al progetto dell’autostrada San Cristóbal-Palenque, denunciato come origine del conflitto che ha causato già la morte di un ejidatario che si opponeva alla sua realizzazione sulle sue terre, dice che, “sebbene sia reale, non è ancora un progetto esecutivo”, e “si sta ancora studiando il suo tracciato, data l’estrema attenzione al coinvolgimento di terre comunitarie o collettive, zone archeologiche, impatti ecologici e per evitare la divisione trai comunità”.

Riferisce che la Segreteria pr lee Comunicazioni e Trasporti “non ha terminato il progetto, né il governo del Chiapas ha conoscenza del tratto definitivo”, ma assicura che l’autostrada “non passa per Mitzitón, quindi nessuno in questa comunità deve farsi ingannare da chi non ha convenienza per i suoi interessi particolari e per la pace duratura che viviamo in Chiapas dalla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN”.

Chiede “l’apertura di un tavolo di discussione e accordo per Mitzitón, nella sede di Governo di San Cristóbal”, considerando che i problemi “agrari, religiosi e sociali” devono essere “dipanati” per “garantire la convivenza sociale ed armonica della comunità”. Per questo chiede “rispettosamente” al querelato CDHFBC “la volontà di intervenire per cooperare alla mediazione tra le parti discordi”. Invita inoltre la presidenza municipale di San Cristóbal, le autorità della comunità “ed ai rappresentanti dei diversi gruppi religiosi”.

Questa “decisione unilaterale” del governo di Chiapas (che non menziona l’indigeno morto ed i cinque feriti del 21 luglio), “è la dimostrazione della volontà permanente per la distensione dei conflitti sociali attraverso l’apertura al dialogo”. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/09/index.php?section=politica&article=007n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – mercoledì 5 agosto 2009

Acteal, una lunga catena di indagini e poca giustizia

Ángeles Mariscal – Corrispondente

Tuxtla Gutiérrez, Chis., 4 agosto. Con l’omicidio di 45 indigeni ad Acteal – compiuto il 22 dicembre 1997 – iniziò il fiorire di gruppi paramilitari nelle zone di influenza dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), la cui esistenza era smentita e ritenuta solo “un mito”.

Dopo il massacro, l’allora titolare della Procura Generale della Repubblica (PGR), Jorge Madrazo Cuéllar, ammise solo l’esistenza di “civili armati” ed intraprese l’arresto in massa degli avversari dell’organizzazione civile Las Abejas, alla quale appartenevano le vittime.

Tra dicembre 1997 e marzo 1998 la PGR avviò 13 indagini preliminari e fermò 87 indigeni e 15 funzionari di secondo e terzo livello; iniziato il processo, nel cosiddetto Libro Bianco di Acteal sostenne che il massacro derivò da un conflitto per il possesso di un banco di sabbia o fu la vendetta per l’assassinio di Agustín Vázquez Secum, commessi giorni prima da persone di Acteal.

La procura argomentò che mesi prima del multiplo omicidio la disputa tra Las Abejas ed i suoi rivali – tra i quali c’erano militanti del Partito Rivoluzionario Istituzionale e del Fronte Cardenista – provocò la morte di una trentina di persone di entrambe le parti senza che le autorità statali e municipali intervenissero, cosa che scatenò mutuo rancore.

Con tale argomento la PGR voleva invalidare l’ipotesi che il massacro fosse stato commesso da un gruppo paramilitare creato per resistere all’avanzata dell’EZLN, e la oggi estinta Unità Speciale per i Delitti Commessi da Probabili Gruppi Civili Armati, creata ex professo, dopo quattro anni di indagini concluse che la maggioranza dei gruppi paramilitari “non esistevano”.

Inoltre – nell’agosto del 2001 – l’allora pubblico ministero Armando del Río Leal disse che le 56 indagini preliminari avviate e la comparizione di 948 persone non aveva permesso di accreditare l’esistenza di gruppi civili armati eccetto per Paz y Justicia, che più che un gruppo paramilitare era una “banda criminale”.

Oggi, a quasi 12 anni dai fatti, solo cinque degli indigeni civili detenuti: Roberto Méndez, Lorenzo Pérez, Alfredo Hernández, Felipe Luna e Mariano Luna hanno confessato la loro partecipazione, ma secondo il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (che sostiene Las Abejas nel processo) le indagini mancarono sempre di tecnica scientifica.

Questo – assicura – ha lasciato nell’impunità le autorità locali, statali, della polizia e dell’Esercito implicate nei fatti, e contraddistingue la politica contrainsurgente dello Stato. “Questo brutale massacro si inseriva in un contesto di guerra in cui le azioni paramilitari erano parte della strategia implementata dal governo federale contro l’EZLN”.

Attualmente, salvo Jacinto Arias Cruz (ex sindaco di Chenalhó) tutti gli ex dipendenti pubblici processati sono liberi perché le loro condanne non superavano gli 8 anni; mentre degli 87 indigeni sei sono stati assolti e gli altri scontano pene da 18 a 40 anni di prigione, ma sono ancora pendenti 27 mandati di cattura ed il risarcimento dei danni. http://www.jornada.unam.mx/2009/08/05/index.php?section=politica&article=019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

I riesumatori di Acteal.

Acteal_2I riesumatori di Acteal

Hermann Bellinghausen

Sono terminate le deliziose e molto meritate ferie dei magistrati della Corte Suprema di Giustizia della Nazione ed inizia la nuova stagione di caccia. In un paese in cui non si punisce mai la responsabilità governativa, per quanto criminale possa essere (dal ’68 all’asilo ABC di Hermosillo e la violenza istituzionale oggi contro il narco e i migranti e, non ultimi, i legittimi movimenti sociali che protestano), un gruppo di intellettuali ed avvocati si sono dati il nobile compito di difendere alcuni indigeni del Chiapas che ritengono indebitamente arrestati come “colpevoli costruiti”. Si tratta dei paramilitari condannati per il massacro di Acteal del 1997. Perché una cosa è certa: tutti gli arrestati erano paramilitari. Il gruppo al quale appartenevano deve rispondere non solo delle vite di Acteal, ma di molte altre nei mesi precedenti il massacro.

Il “salvataggio” dei detenuti per Acteal è già stato tentato nel 2007 dagli stessi che lo fanno ora. Con gli stessi mezzi, con gli stessi argomenti studiati fin dal 2006 dal dipartimento giuridico del Centro di Ricerche e Docenza Economiche (CIDE) e da avvocati evangelici.

Essendoci tanti indigeni ingiustamente detenuti in tutto il Messico (per non parlare dei morti, sfollati, usurpati, donne violentate), quale notevole forzo è prendere proprio ‘questi‘ per provare che la giustizia messicana è fallita e opportunista.

O “era”, come suggerisce Ana Laura Magaloni, che, facendo sfoggio di benevolenza, ritiene che ormai siamo in democrazia, che i governi priisti sono “il vecchio regime” e questo incarceramento irregolare di indigeni è la remora di un Messico che non esiste più. Cose che succedevano “negli anni dell’autoritarismo messicano” (Reforma, 1° agosto 2009).

A qualcuno verrebbe da pensare che gente come questa ricercatrice legga qualcosa di più dei giornali per sapere come vanno le cose. O almeno i giornali. Nel paese militarizzato di oggi, “l’autoritarismo” non esiste, per quanto si vede. E la giustizia è giusta ed equilibrata, senza nessuna influenza politica, davvero indipendente. E lo si vedrà quando uscirà qualcuno di questi paramilitari: sarà il trionfo della giustizia “in democrazia”.

Questi avvocati hanno le loro ragioni. Fanno un’elaborazione meticolosa e fantasiosa. Soprattutto di certi episodi della loro “ricostruzione”, già descritta alla fine del 2007 da Ricardo Raphael ne El Universal; Héctor Aguilar Camín, in Nexos, così come Magaloni ed altri studiosi ed editorialisti. Un esempio di questa ricostruzione sarebbe la fantastica “battaglia” di Acteal (Nexos, dicembre 2007). Un altro, la cattura di 24 paramilitari durante il corteo funebre di Las Abejas e delle basi di appoggio dell’EZLN diretti ad Acteal, il 24 dicembre 1997.

Secondo Aguilar Camín (Milenio, 4 agosto), quel Natale la PGR fermò queste persone “nel modo seguente”: “Mentre si svolgeva il corteo funebre per le vittime di Acteal, un camioncino a rimorchio diretto verso il capoluogo del municipio di Chenalhó trasportava diversi personaggi delle comunità convocati dal sindaco per una riunione.

“Erano tutti antizapatisti, della fazione avversaria. Il camioncino fu bloccato dal corteo che, per ragioni di sicurezza, era scortato da agenti della PGR. Alcune donne gridarono indicando quelli che viaggiavano sul camioncino: ‘Sono gli assassini. Sono loro’. La PGR fermò 24 persone senza altra prova che la segnalazione dei partecipanti al corteo.”

Come molti altri testimoni, anche io mi trovavo lì. Il momento è stato filmato. Chi scortava il corteo erano centinaia di zapatisti incappucciati, non agenti della PGR, ed i defunti erano accompagnati dal vescovo Samuel Ruiz García. Il dolore e l’orrore dei presenti era immenso. In quel momento, con precisione sospetta, arrivò in direzione opposta un camion a rimorchio pieno di contadini scortato dalla polizia municipale di Chenalhó. Letteralmente, si scontrò con i morti di Acteal, ad Acteal. E con i sopravvissuti.

Immediatamente salirono le voci, il clamore, e non solo delle donne. I partecipanti al corteo funebre li identificarono come paramilitari. Un momento di insostenibile tensione. Non ho mai smesso di pensare che qualcuno aveva preparato a tavolino la situazione per un linciaggio. Con cronometrica perversione. Ma non era un corteo violento, e non lo sarebbe diventato. Un cordone di zapatisti incappucciati circondò il camion, con disciplina ed efficacia, per impedire che la folla raggiungesse i passeggeri e Samuel Ruiz intervenne per calmare gli animi.

In quel momento nessuno dei paramilitari negò di esserlo. La loro fu la reazione di colpevolezza e di paura. Chinarono la testa. Perché nessuno disse “non sono stato io”? Almeno uno. Non sarebbe stata la cosa più normale? No, poi scoprirono solo di essere stati ingannati. Usati.

Per il resto, non fu la PGR che li “salvò” dalla folla. Semplicemente, agli occhi del mondo e delle vittime vive, la polizia federale si vide obbligata a compiere il suo dovere. Qualsiasi camion con passeggeri visibili a bordo avrebbe suscitato quella denuncia immediata e dolorosa? Sono sicuro di no.

Non è l’unico episodio inesatto nelle ricostruzioni del revisionismo storico degli autonominati riesumatori di Acteal. Uguali le loro versioni della violenza nella cava di Majomut mesi fa, e la “battaglia” di Acteal dove un presunto (e indimostrabile) fuoco incrociato avrebbe liquidato 45 persone che si trovavano lì in mezzo, in ginocchio, a pregare.

In un’intervista ancora inedita, registrata questo anno, Aguilar Camín spiega diffusamente la sua versione di tutto questo, con disinvoltura da storiografo convinto delle sue fonti. E per esemplificare la tesi secondo la quale i cattivi non erano i cattivi, e neanche i buoni erano così buoni, sostiene con soddisfazione che Las Abejas di Acteal, “sono api di notte, e bestie di giorno” (dove bestie equivale a zapatisti armati, come sono riuscito a capire).

Il linguaggio non perdona.

La Jornada – Mercoledì 5 agosto 2009 http://www.jornada.unam.mx/2009/08/05/index.php?section=opinion&article=019a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo )

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 4 agosto 2009

I responsabili appartengono al gruppo evangelico chiamato “non cooperanti”

Sequestrate cinque bambine di Mitzitón

Hermann Bellinghausen

San Cristóbal de las Casas, Chis., 3 agosto. A  Mitzitón proseguono le aggressioni contro gli ejidatarios da parte degli evangelici denominati “non cooperanti”. Ora sono state sequestrate da questo gruppo cinque bambine della famiglia Heredia Heredia, praticamente in presenza degli agenti della Polizia Statale Preventiva (PEP). I fatti sono avvenuti venerdì 31 luglio e fino ad oggi le ragazze sono ancora rinchiuse nella casa di Pascual Heredia Díaz, uno degli aggressori che lo scorso 21 luglio ferirono cinque indigeni e causarono la morte di Aurelio Díaz Hernández.

Le autorità ejidali riferiscono che “mentre la famiglia del nostro compagno Fernando Heredia Heredia discuteva del problema presente nella comunità, della distruzione del loro camioncino e di una delle sorelle che appartiene al gruppo dei non cooperanti, è arrivata la Polizia Statale Preventiva.”.

Nel frattempo, “il signor Pascual Heredia Díaz è entrato in casa dei genitori di Fernando, Julio Heredia Hernández e Juana Heredia Ruiz, ed insieme ai suoi tre figli ha preso con violenza e portato a casa sua nel quartiere di Calvario le sorelline di Fernando: María di 16 anni; Carmela di 11; María Magdalena di 7 e Teresa Heredia Heredia di 4.” Ed anche la più grande, Olga, che è evangelica.

Il camioncino sopracitato, di colore bianco, è quello che è stato distrutto il giorno 21 dai seguaci della chiesa Alas de Águila e membri dell’Ejército de Dios. Lo stesso Fernando era stato gravemente ferito a bastonate mentre lo tirarono fuori a botte dal veicolo, qualche attimo prima che un veicolo Chevrolet blu degli aggressori investisse quattro indigeni, uccidendo uno di loro.

“Fino ad oggi non vuole consegnare le bambine”. I parenti hanno saputo “che stanno male, perché non danno loro da mangiare.”

Il commissario ejidale Juan Díaz Heredia ed il consiglio di vigilanza, guidato da Jesús Heredia de la Cruz, dopo aver sporto denuncia presso il Palazzo di Giustizia di San Cristóbal de las Casas , questo pomeriggio hanno dichiarato: “Quest’azione dei ‘non cooperanti’ e delinquenti sempre per farci cadere nella loro provocazione, ma la nostra comunità sarà sempre vigile per difendere la sua autonomia ed il suo diritto. Chiediamo al malgoverno il suo intervento immediato affinché queste bambine siano riconsegnate ai loro famigliari. Perché conosce molto bene quali sono gli accordi della nostra comunità.”.

Inoltre, venerdì scorso erano stati fermati altri due membri del gruppo di evangelici guidato da Carmen Díaz López, mentre trasportavano 47 clandestini centroamericani. Nonostante la flagranza del reato, Miguel Díaz Gómez e Julio Gómez Hernández sono stati liberati due ore dopo, senza accuse.

Mercoledì 29 luglio, l’avvocato e pastore evangelico Esdras Alonso González, capo dell’Ejército de Dios, ha tenuto una conferenza stampa in questa città per difendere i suoi correligionari dalle accuse mosse loro dagli ejidatarios di Mitzitón, rispetto all’invasione di terre comunali per far passare l’autostrada a Palenque, ed al ferimento di cinque indigeni e l’uccisione di un altro.

Alonso González ha dichiarato che la chiesa Alas de Águila “non proteggerà mai chiunque sia fuori dalle legge. ” Ed ha aggiunto: “Il traffico di clandestini non è cosa di adesso, ma dura da molto tempo. L’autostrada, se passerà da qui, bloccherà il traffico di clandestini ed è un bene che si faccia. Si puniscano i responsabili.”

In una curiosa contraddizioni in termini, ha dato ad intendere che l’opposizione alla strada a Mitzitón “è perché colpisce gli interessi del traffico di clandestini e del disboscamento illegale”, attribuendo i reati agli ejidatarios dell’Altra Campagna.

Il pastore ha ammesso: “Non siamo contro la costruzione dell’autostrada perché è per lo sviluppo. Se loro hanno le loro ragioni, che le espongano e le difendano, ma senza metterci in mezzo, perché da tre o quattro mesi ci accusano di avere degli interessi nella costruzione dell’autostrada, ma non è vero.”

Due giorni dopo cadevano nelle mani dai poliziotti due polleros (trafficanti di clandestini – n.d.t.) della sua chiesa, Alas de Águila. Per la terza volta, con tutto la “mercanzia”. E per la terza volta sono stati immediatamente liberati. Ciò nonostante, il pastore insiste nell’incolpare gli ejidatarios del traffico illegale, e perfino di aver ammazzato il loro proprio compagno. Tale versione è sostenuta da lui e da Refugio Alcázar, quali avvocati degli evangelici.   http://www.jornada.unam.mx/texto/014n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Scontri tra basi EZLN e Orcao.

La Jornada – Martedì 4 agosto 2009

Si riaccendono gli scontri tra le basi di appoggio dell’EZLN e la Orcao

Ángeles Mariscal

Tuxtla Gutiérrez, Chis., 3 agosto. Più di 15 persone sono rimaste ferite dopo uno scontro tra basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e militanti dell’Organizzazione Regionale dei Coltivatori di Caffè di Ocosingo (Orcao) che si disputano la proprietà Bosque Bonito ed una porzione di El Prado, nella zona di Cuxuljá, municipio di Ocosingo.

Gli scontri si sono verificati venerdì, ma la Segreteria di Pubblica Sicurezza del Chiapas lo ha reso noto solo oggi, comunicando che diverse persone sono state aggredite con armi da taglio. 

Alcune persone si erano recate presso la presidenza municipale di Ocosingo per riferire dello sgombero che presumevano avrebbero commesso le basi di appoggio dell’EZLN residenti nel municipio autonomo di Moisés Gandhi.

La stessa presidenza ha comunicato che secondo la Segreteria della Riforma Agraria le due proprietà non superano i 2.000 ettari, su cui vivono circa 600 coloni, ma fanno parte di circa 50 poderi che nel 1994 occuparono prendendone possesso gli indigeni di Ocosingo, in azioni congiunte con l’EZLN e le organizzazioni contadine e sociali della zona.

Quindi i gruppi si separarono ed a Bosque Bonito e El Prado la Orcao gestì i terreni a suo favore. Fece sì che li comprasse il governo federale grazie al cosiddetto Fideicomiso 95; ma le basi di appoggio dell’EZLN hanno continuato a reclamarli come propri e lo scorso venerdì hanno cercat di recuperarli. 

Elementi della Orcao hanno chiesto alle organizzazioni non governative ed al “popolo credente della diocesi di San Cristóbal” di accorrere nella zona e fare da mediatori nel conflitto.                                            http://www.jornada.unam.mx/texto/014n2pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

Manifestazione a Mitzitón.

La Jornada – Venerdì 31 luglio 2009

Ejidatarios di Mitzitón chiedono di fermare la costruzione dell’autostrada e di far luce sull’omicidio

Hermann Bellinghausen012n1pol-1

Mitzitón, Chis., 30 luglio. Per sei ore gli ejidatarios di Mitzitón hanno realizzato un blocco del traffico sulla strada San Cristobal de las Casas-Comitán, all’altezza della casa ejidale, per manifestare la loro contrarietà alla costruzione dell’autostrada verso Palenque e per esigere che si puniscano gli assassini di Aurelio Díaz Hernández, morto il 21 scorso durante l’aggressione subita da inviati dell’assemblea ejidale che stavano effettuando misurazioni sui terreni comunali, occupati senza autorizzazione da un gruppo di persone guidato da Carmen Díaz López e dal pastore evangelico Refugio Díaz.

Intanto, Las Abejas di Chenalhó hanno dichiarato in un comunicato: “Quello che è successo qui a Mitzitón è quello che è accaduto in altri villaggi del Messico i cui abitanti difendono le loro terre ed i propri diritti, e come è successo ad Acteal. La morte del nostro fratello ci indigna perché sappiamo che è avvenuta a causa del progetto della costruzione dell’autostrada San Cristóbal-Palenque, anche se il segretario di Governo del Chiapas continui a negarlo.”

Il blocco è iniziato alle 11 del mattino, ma ogni ora i manifestanti permettevano il deflusso dei veicoli. Ci sono stati momenti in cui la fila delle auto ferme ha raggiungo il kilometro in entrambe le direzioni.

Si è trattato di un’importante mobilitazione pacifica alla quale hanno partecipato centinaia di indigeni rappresentanti di oltre 20 comunità dei municipi di Teopisca, Amatenango del Valle, Venustiano Carranza, Oxchuc, Ixtapa, Ocosingo, Villa Las Rosas, Chilón, Comitán, Las Margaritas e San Cristóbal de las Casas, tutti aderenti all’Altra Campagna.

Erano presenti numerosi gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón e di Jotolá, di recente minacciati dall’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic). Erano inoltre presenti la Rete Statale di Resistenza Civile La Voz de Nuostro Corazón, l’organizzazione di ex prigionieri politici e familiari Voces Inocentes, Cosidep ed il Fronte Popolare Lucio Cabañas.

Donne tzotziles con le loro camicette azzurre sosteneva cartelli che chiedevano “rispetto per la Madre Terra ed il territorio”, e punizione degli assassini. Sull’asfalto, con vernice rossa, era scritto: “Punire i paramilitari dell’Ejército de Dios”. Verso mezzogiorno si è svolta una processione con alcuni uomini che portavano in spalla un feretro simbolico dietro al quale decine di donne pregavano e portavano fiori. Si dinstingueva il pianto della madre di Aurelio.

Secondo la società civile Las Abejas di Acteal, “quello che sta accadendo a Mitzitón è per gli interessi politici del governo, non credete a quello che dicono i mezzi di comunicazione che è per conflitti religiosi”. Gli aggressori sono “un gruppo criminale di trafficanti di clandestini che si riparano sotto il nome di evangelici per fare credere che tutto questo è un conflitto per divergenze religiose; ve lo diciamo per esperienza, perché è così che il governo ha gestito il massacro di Acteal, come un conflitto inter-religioso, quando in realtà era parte della guerra di contrainsurgencia.”

Las Abejas hanno chiesto agli abitanti di Mitzitón di “non cadere nella provocazione, tanto meno nella vendetta; è questo ciò che vuole il governo, la divisione, lo scontro tra fratelli e sorelle e poi, quando le nostre comunità sono spaccate, ci impone i suoi megaprogetti.” (…)

Nel chiedere “rispetto per i territori ereditati dai nostri nonni”, l’organizzazione di Chenalhó ha concluso: “Se è vero, come dicono nei loro discorsi, che rispettano i diritti dei popoli originari, chiediamo che facciano una consultazione nelle comunità e villaggi che vengono interessati da qualche progetto, in particolare per la costruzione dell’autostrada. Se il risultato della consultazione sarà la cancellazione della strada, il governo dovrà difendere questa decisione ed immediatamente dovrà sospendere il progetto.”    http://www.jornada.unam.mx/texto/012n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo   https://chiapasbg.wordpress.com )

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 29 luglio 2009

 L’accordo dopo le tre aggressioni contro i membri dell’assemblea

Mitzitón: delegittimati i 98 indigeni non cooperanti

Hermann Bellinghausen

Mitzitón, Chis 28 luglio. L’assemblea ejidale di Mitzitón non ha legittimato i diritti agrari di 98 indigeni “non cooperanti”, seguaci della religione evangelica, per “mancarnza di rispetto” nei confronti della comunità e per aver provocato “disorganizzazione”. Questo accordo è stato siglato dopo tre aggressioni consecutive di un gruppo di evangelico contro membri dell’assemblea. Nell’ultimo attacco, avvenuto lo scorso 21 luglio, è morto un ejidatario e cinque sono rimasti feriti, tutti aderenti all’Altra Campagna.

L’accordo, firmato nella Casa Ejidale lo scorso 23 luglio da oltre 500 ejidatarios e cooperanti, è stato reso noto questo lunedì. Ribadendo la loro opposizione all’autostrada San Cristóbal de las Casas-Palenque, che appare sullo sfondo di questi attacchi e di diversi episodi di minacce e disaccordi tra i due gruppi, gli ejidarios segnalano che “i problemi si sono aggravati dal febbraio 2009, quando abbiamo saputo che il malgoverno vuole spogliarci delle nostre terre” per l’autostrada “che non ci porta nessun beneficio e ci spoglia solo e distrugge la nostra cultura”, assicurano.

Questa mattina le autorità ejidali di Mitzitón si sono recate presso la Procura Indigena, nel Palazzo di Giustizia di San Cristóbal, per presentare denuncia formale contro gli aggressori appartenenti al gruppo guidato da Carmen Díaz López, già in precedenza accusato di diversi reati come il traffico di clandestini. Per “non aver scontato la loro punizione per i reati commessi” tempo addietro erano stati “delegittimati” Carmen, Pablo e Francisco Díaz López, Francisco Jiménez Vicente e Refugio Díaz Ruiz.

Dopo aver elencato i 98 “non cooperanti”, nell’accordo si dichiara: “Rimangono delegittimati e senza diritto sia alle case che alle terre”. Si afferma che sia ben chiaro a “tutti gli abitanti della nostra comunità, che non siamo solo un gruppo di persone che si stanno mettendo d’accordo, ma siamo gli ejidatarios, i cooperanti e le donne che formano il villaggio.”

Nel suo accordo l’assemblea ejidale sottolinea che “se il malgoverno non lavorerà per cacciare via i non cooperanti dalla nostra comunità, lo faremo noi”. Di nuovo dichiarano che non negozieranno col governo “la decisione della nostra comunità che è il popolo e la massima autorità.”

Inoltre respingono qualsiasi “risarcimento dei danni” per la morte di Aurelio Díaz Hernández, investito da elementi del gruppo di Díaz López, e le lesioni subite da cinque indigeni. “Per noi questi danni non si possono risarcire. Se il governo vuole risarcire i danni, è meglio che, il più presto possibile, compri terreni ai non cooperanti in un altro posto affinché nella nostra comunità possiamo vivere in pace ed evitare altro spargimento di sangue.”.

Queste persone appartenenti alla chiesa Alas de Águila e legate all’Ejército de Dios, “si sono prese gioco” della comunità e delle sue autorità. “Sono un gruppo di delinquenti molto ben organizzati, il malgoverno lo sa, ma non li punisce e li protegge”. Inoltre, “senza permesso dell’assemblea, che è il popolo, hanno preso terre ed abbattuto alberi, mancanze molto gravi per la nostra comunità.”.

Invocando il Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, gli ejidatarios esigono il rispetto per il loro territorio e la loro autonomia.

Oggi, in presenza del pubblico ministero indigeno Cristóbal Hernández López, ha presentato la sua testimonianza e denuncia Hermelinda Jiménez, la vedova di Aurelio Díaz Hernández (l’ejidatario che ha perso la vita deliberatamente investito da un veicolo del gruppo evangelico, accusato di omicidio). Si sono presentati anche alcuni feriti. Non l’ha fatto Javier Gómez Heredia “che è in condizioni molto gravi per le ferite riportate”..

Oggi ha visitato Mitzitón una rappresentanza dell’organizzazione civile Las Abejas, di Chenalhó, per solidarizzare con gli ejidatarios e con Hermelinda Jiménez. 

Il commissario ejidale di Mitzitón questo pomeriggio ha puntualizzato le sanzioni decise dall’assemblea: “Non è un’espulsione, è la richiesta di ricollocamento (dei non cooperanti), dove non insultino la comunità né manchino di rispetto alle autorità”.

Per il momento il governo ha rafforzato la vigilanza di polizia, già continua dal passato martedì, di fronte alla Casa Ejidale. Questo mercoledì 29 si svolgeranno i funerali dell’indigeno morto e per giovedì sono previste diverse azioni di comunità dell’Altra Campagna in Chiapas per chiedere giustizia per Mitzitón.   http://www.jornada.unam.mx/texto/017n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo   https://chiapasbg.wordpress.com)

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 28 luglio 2009

Nell’ejido Mitzitón religione e politica alimentano i conflitti

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis., 27 luglio. Antecedente alla diaspora chamula del 1974-1995, l’ejido di Mitzitón è il prodotto della ripartizione agraria cardenista degli anni ’30. Situato nella zona rurale di San Cristóbal fu raggiunto dal fenomeno degli espulsi che ne diventarono gli abitanti essendo stati ricollocati dal governo statale di Absalón Castellanos Domínguez e dei successivi.

Estese aree rurali di questo municipio e di Teopisca diedero asilo alle comunità di espulsi, in maggioranza evangelici o testimoni di Geova. Gli evangelici fondarono comunità come Betania che ha prosperato notevolmente grazie al commercio. Crearono anche strade da La Frontera (ai confini con Chamula) fino a Teopisca, che attraversano per tutta San Cristóbal il “corridoio” degli espulsi. Grazie al loro successo fecero incursioni in politica, alcuni col Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) che li aveva espulsi, e poi col Partito della Rivoluzione Democratica (PRD).

Da loro nasce il gruppo Guardián de mi Hermano, nel 1996, e benché si dicessero pacifici, furono attribuiti loro scontri armati contro i cacicchi di San Juan Chamula, in questa città, alla fine degli anni ’90. Nel 1997 fu ucciso crivellato di colpi il loro leader, Salvador Collazo, si presume dai suoi rivali di Chamula.

Nel 1997 si verificarono i primi conflitti religiosi a Mitzitón, quando una parte dei suoi abitanti divenne evangelista sotto l’influenza di predicatori e pastori di San Cristóbal e della regione di Betania. Smettono di cooperare nella vita comunitaria. All’inizio furono incendiate chiese evangeliche, ma in tempi più recenti ad essere incendiate sono chiese cattoliche.

Nel 2006 l’ejido aderisce all’Altra Campagna dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), quando i problemi col gruppo evangelico non sono già più religiosi, bensì politici. Inoltre, le persone guidate da Carmen Díaz López sono accusate di traffico di clandestini e di altre azioni criminali. I loro capi furono espulse dall’ejido proprio per questo motivo.

Sempre nel 2006 nasce l’Ejército de Dios, che si diffonde negli Altos attraverso la chiesa Alas de Águila. Le sue basi si uniscono alla campagna di Andrés Manuel López Obrador e votano per il PRD, come hanno ammesso in un’intervista rilasciata a Jovel Semanal nel dicembre del 2007.

Nel 2008 cominciano le pressioni del governo per costruire l’autostrada per Palenque che partirebbe esattamente da Mitzitón. Gli ejidatarios si oppongono ed ora sono in resistenza.

Gli evangelici hanno occupato terre comunali ed hanno permesso l’ingresso ai tecnici per effettuare i rilevamenti. Non è un segreto per nessuno che solo alleandosi con loro i governi statale e federale potranno attraversare Mitzitón. Le aggressioni della settimana scorsa nelle quali un ejidatario è morto per mano dei seguaci di Díaz López, volevano impedire alle autorità ejidali di recuperare la proprietà Chixtetik, sul tragitto della prevista autostrada. http://www.jornada.unam.mx/2009/07/28/index.php?section=politica&article=013n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com)

Read Full Post »

La Rete dei Media Liberi.

La Jornada – Sabato 25 luglio 2009

 Los de Abajo

 La Rete e lo Stato

Gloria Muñoz Ramírez – .   losylasdeabajo@yahoo.com.mx

 Furono mesi di viaggi ed accumulo di sofferenze e resistenze. Mesi nei quali, in precarie condizioni, si svolse il viaggio dell’Altra Campagna in tutto il territorio dimenticato del Messico. Con modeste apparecchiature audio e video si raccolsero e registrarono storie e si assunsero impegni. Giovani, in maggioranza provenienti da esperienze autonome, comunitarie e libertarie, cominciarono a lavorare, ancora senza proporselo, in quello che poi sarebbe diventata la Red de Medios Libres Abajo y a la Izquierda (Rete dei Media Liberi in Basso e a Sinistra).

Fu nel 2007, durante il passaggio della delegazione dell’EZLN per il nord del paese, quando Regeneración Radio ed il Frente Popular Francisco Villa Independiente-UNOPII “cominciarono a lavorare all’idea di poter costruire media liberi che accompagnassero i processi organizzativi nel luogo in cui si costruivano”, a partire dalla premessa che “sono sempre pochi che decidono che cosa si trasmette e come, non sono mai i popoli”.

Durante questi due anni il lavoro della Rete si è definito in due campi: l’elaborazione di laboratori sui media ed il lavoro politico ed organizzativo. Hanno realizzato campagne nazionali unitarie, scambiato materiali ed organizzate coperture.

Di fronte all’aperta criminalizzazione dei movimenti sociali, la Rete si propone di creare i meccanismi per rispondere alla repressione basandosi sull’informazione diffusa. “Pensiamo – si dice nel documento di invito – che una lotta si rafforza quando ha la capacità di diffondere le sue problematiche ed istanze, e la sicurezza che i suoi compagni, nonostante la distanza, sapranno sempre quello che sta succedendo loro e cercheranno il modo di solidarizzare.

Fin dalla sua nascita la Red de Medios Libres si è dichiarata autonoma criticando “le leggi che impediscono ogni possibilità al nostro popolo di creare propri media”. Non chiedono niente allo Stato. Non hanno bisogno del permesso per trasmettere, dipingere, scrivere, stampare, fotografare e realizzare graffiti. L’obiettivo è costruire autonomia e rafforzare il movimento sociale che lotta contro il capitalismo. Per questo e molto altro si riuniscono questo fine settimana nella città di Oaxaca in un incontro al quale sono invitati i media liberi che “lavorano quotidianamente nella creazione di nuovi canali e forme di comunicazione indipendenti da partiti politici, organizzazioni non governative ed associazioni civili che, in maniera interessata, cercano concessioni, permessi e finanziamenti”.

La Rete è chiara nel suo rifiuto “dello Stato come spazio di mediazione tra i nostri desideri e la necessità di comunicazione”. Non è il momento di concessioni, ma del lavoro congiunto ed organizzato.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo   https://chiapasbg.wordpress.com)

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 26 luglio 2009

Impu015n1pol-1ni gli assassini degli indios tzotzil a Mitzitón

 I presunti assassini appartengono all’Ejército de Dios

Hermann Bellinghausen – Inviato

 San Cristóbal de Las Casas, Chis., 25 luglio. Senza alcun risultato le indagini promesse dal governo statale, sta per compiersi una settimana dalla morte del contadino tzotzil Aurelio Díaz Hernández, investito in maniera criminale a Mitzitón da un veicolo con a bordo uomini dal volto coperto che sparavano contro gli ejidatarios della località.

Gli aggressori appartengono ad un gruppo guidato da Carmen Díaz López e Refugio Díaz Ruiz, pastori della chiesa Alas de Águila e membri dell’Ejército de Dios, organizzazione di stampo militare che dice di perseguire propositi divini. Si ispirano alla “filosofia” dei kaibiles (di infausta memoria in Guatemala) e da loro hanno preso il motto: “Se avanzo, seguitemi. Se mi fermo, spingetemi. Se indietreggio, uccidetemi”.  Promossa dal pastore tuxtleco Esdras Alonso, “comandante” di questo esercito ed attivista politico, la chiesa Alas de Águila possiede, dunque, un braccio di difesa (“sociale e politico”, lo definiscono), di principio non armato, che conta su uno “stato maggiore” di 12 membri ed una milizia di centinaia di eletti. Sono “soldati” il cui dovere è “diffondere la parola di Dio”. La loro uniforme comprende basco verde con l’insegna del grado, pantaloni mimetici e anfibi. Realizzano pratiche militari e studiano le Scritture. Fanno parte di questo gruppo i contadini tzotziles, anche loro originari di Mitzitón, che otto giorni fa minacciarono gli ejidatarios e due giorni dopo misero in pratica la minaccia.

 Senza proclamare apertamente la loro appartenenza partitica, i suoi pastori sono legati al PRD ed uno di loro è attualmente consigliere comunale nel municipio di San Cristóbal. A sua volta Esdras Alonso è stato coordinatore degli affari religiosi e segretario della presidenza municipale nell’amministrazione passata.  Dunque, in un municipio governato dal PRI, le basi dell’Ejército de Dios sono perrediste (in uno stato governato da quello che si capisce dal PRD).

Una spiegazione molto in voga ora del conflitto a Mitzitón – che lo scorso 21 provocò la morte del contadino tzotzil, aderente all’Altra Campagna, e cinque feriti gravi – è che si tratti di divergenze religiose fuori controllo. Esistendo una storia di questa natura, in generale negli Altos del Chiapas ed in particolare nel municipio di San Juan Chamula e le sue successive diaspore ad altre località (una delle quali è Mitzitón, sebbene risalga a 70 anni fa), è importante considerarla.

Uno dei capitoli più drammatici della storia recente dei popoli indigeni negli Altos è la persecuzione religiosa e politica dei “protestanti” a San Juan Chamula ed in altri luoghi del cuore geografico tzotzil. Una storia di sofferenza che ha trasformato la coscienza di questo popolo e la sua condizione.

Nei dieci anni del 1980 sono stati espulsi da Chamula circa 30.000 indigeni. Ci sono stati omicidi sanguisoni, case rase al suolo, chiese incendiate. Gli espulsori erano i cacicchi chamulas,in un impenetrabile bastione storico del PRI strutturato intorno ad una variante “tradizionalista” del cattolicesimo, al consumo di alcool (posh) come parte del rituale ed all’appartenenza obbligatoria al tricolore.

Decine di chiese riformiste di ogni tipo accolsero questa peculiare dissidenza. La migrazione al vicino municipio di San Cristóbal fu massiccia. Le aree rurali si popolarono di insediamenti che col tempo si sono trasformati in ejidos e comunità. La città cambiò profondamente. Smise di essere l’orgogliosa Città Reale dei caxclanes (o meticci) per trasformarsi nella maggiore città indigena del Messico paragonabile solo a Juchitán e Tehuacán. Quartieri e colonie chamulas circondano la città e gli indios dominano importanti settori dell’economia e del territorio. Queste colonie sono piene di chiese e centri di molteplici denominazioni evangeliche: presbiteriane e testimoni di Geova, tra altre. Ed ovviamente anche di migliaia di cattolici seguaci della chiesa della liberazione del vescovo Samuel Ruiz, o semplicemente cattolici vaticani, cosa che a Chamula, negli anni dell’orrore, equivaleva alla dissidenza, perché i cacicchi priisti erano nemici della diocesi progressista di San Cristóbal.

In questo clima e di fronte alla mancanza di protezione ed ai pregiudizi che colpivano migliaia di espulsi evangelici, nacque l’organizzazione di autodifesa Guardián de mi Hermano, predecessore diretto dell’Ejército de Dioshttp://www.jornada.unam.mx/2009/07/26/index.php?section=politica&article=015n1pol

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com)

Read Full Post »

Venduti terreni di zapatisti.

La Jornada – Giovedì 23 luglio 2009

 Appartengono al territorio autonomo Pueblo Maya Tzeltal, ad Ocosingo

Denunciata vendita irregolare di terreni della comunità zapatista

Un dipendente dell’ex proprietaria ha rivenduto dei lotti e non si presenta alle citazioni della JBG

Hermann Bellinghausen

San Cristóbal de las Casas, Chis., 22 luglio. Il consiglio autonomo del municipio Francisco Gómez, appartenente al caracol di La Garrucha, ha denunciato la vendita illegale di terreni che appartengono al territorio autonomo di Pueblo Maya Tzeltal, già podere San Jacinto, nella zona urbana della città di Ocosingo. Il consiglio chiede “che si ricollochnoi immediatamente le persone che vogliono occupare le proprietà”.

L’autorità autonoma sostiene che la professoressa María Tirsa (o Tilsia) Robles Ramírez, con il signor Ciro Hernández Gómez, era venuta  a “donare” l’atto di proprietà alla giunta di buon governo (JBG) “con la quantità di ettari e misurazioni di 89 lotti di terreno che è dei compagni di Pueblo Maya Tzeltal che sono basi di appoggio dell’EZLN.

La proprietà è occupata dalle basi di appoggio dell’EZLN dall’insurrezione del 1994; dieci anni dopo, il 27 ottobre 2005, la proprietaria Robles Ramírez consegnò alla JBG l’atto di proprietà. La signora possiede terreni anche in altre parti della regione delle valli di Ocosingo, così come San Quintín ed in altre località rurali.

Ora, Ciro Hernández Gómez, che lavorava per l’ex proprietaria dei terreni, ha rivenduto i lotti della comunità zapatista. Bisogna ricordare che poco tempo fa c’è stata una denuncia simile della JBG di Morelia, dove terre recuperate nella comunità 16 de Febrero stavano per essere “rivendute” da privati di Ocosingo.

Il consiglio autonomo del municipio Francisco Gómez denunciano che “questo affare è gestito” da Ernesto Cruz Gómez, Ciro Hernández Gómez e Francisco Pérez Sánchez, che sono già stati denunciati tre volte all’ufficio del consiglio ed altre tre alla JBG, “ma non si sono mai presentati.”

Gli zapatisti insistono nel ricollocamento immediato di queste persone, “prima che accadano scontri, perché se toccano uno dei compagni, toccano tutti noi.”

Pueblo Maya Tzeltal ha subito anche il taglio della luce e la persecuzione da parte della Commissione Federale dell’Elettricità (CFE) e del municipio panista. Lo stesso gruppo di Cruz Gómez ed Hernández Gómez nel marzo scorso aveva tentato di esercitare pressioni sulle basi zapatiste affinché pagassero la CFE, svolgendo così il ruolo di elemento di divisione nelle comunità che l’ente parastatale ha “assegnato” a persone e gruppi dentro, o nelle vicinanze, comunità in resistenza in tutta l’entità.

Le pressioni della CFE contro Pueblo Maya Tzeltal si sono acuite dal marzo 2007, con un primo taglio. Questo si è ripetuto a maggio del 2008 ed a marzo di questo anno.

Nella lettera consegnata nel caracol di La Garrucha alla professoressa Robles Ramírez nel 2005, la JBG El camino del futuro scriveva per ringraziarla “di avere consegnato di sua spontanea volontà gli atti di proprietà e le planimetrie di quella proprietà affinché potessero utilizzarla i compagni basi di appoggio zapatiste del quartiere di San Jacinto senza nessun problema, e per questa ragione la JBG la ringrazia. Inoltre vogliamo che sia chiaro che non negozieremo col governo”. Firmavano la giunta, e in conformità, la destinataria.

Frayba: a Mitzitón l’incapacità del governo

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas si è pronunciato sui fatti di violenza nell’ejido di Mitzitón, dove questo martedì è stato investito in maniera criminale Aurelio Díaz Hernández, aderente all’Altra Campagna, che ha perso la vita sul colpo.

In diversi momenti questo centro è stato messo a conoscenza, attraverso comunicati delle autorità di Mitzitón, notizie di stampa ed informazioni fornite da funzionari del governo dello stato, della situazione di conflittualità in detta comunità, e che secondo il governo dello stato il conflitto è di carattere religioso.”

Il problema “è pubblico e noto da tempo al governo del Chiapas che ha perfino mantenuto un tavolo di dialogo col sottosegretario agli Affari Religiosi, Enrique Guillermo Ramírez Coronado; ciò nonostante, visti i risultati fatali, riteniamo che questo tavolo sia stato insufficiente poiché i funzionari che vi partecipano non hanno la necessaria capacità per tale compito.” http://www.jornada.unam.mx/2009/07/23/index.php?section=politica&article=015n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo  https://chiapasbg.wordpress.com)

Read Full Post »

Un morto e cinque feriti.

La Jornada – Mercoledì 22 luglio 2009

  Gli aggressori sono protetti dalle autorità chiapaneche, denunciano gli ejidatarios

AGGRESSIONE CONTRO ADERENTI ALL’ALTRA CAMPAGNA LASCIA UN MORTO E CINQUE FERITI

vittimaHermann Bellinghausen

Mitzitón, Chis. 21 luglio. Un morto e cinque feriti, tre dei quali gravi, è il saldo dell’annunciata aggressione contro i contadini da parte di un gruppo di “non cooperanti” dell’ejido che ha tentato di impadronirsi di una proprietà comunale attraverso la quale passerebbe il primo tratto dell’autostrada a Palenque. Gli aggressori hanno sempre contato sulla tolleranza più o meno aperta del governo.

Le vittime dell’aggressione, aderenti all’Altra Campagna, avevano manifestato il loro rifiuto alla strada, annunciando perfino con cartelloni che non permetteranno che attraversi i loro campi, boschi e sorgenti. “I problemi sono aumentati a partire dal nostro rifiuto dell’esproprio a cui ci porterà la presunta autostrada del malgoverno”, affermavano oggi.

Si potranno dire molte cose degli uccisori di Aurelio Díaz Hernández, ma non che non avevano avvisato che avrebbero aggredito il tzotzili di 31 anni e gli altri ejidatarios di Mitzitón, aderenti all’Altra Campagna. Solo il pomeriggio di domenica 19 il gruppo, guidato da Carmen Díaz López, minacciava i contadini nei seguenti termini: “Se non la smettete di rompere, vi veniamo a prendere uno alla volta”, mentre brandivano machete, bastoni e pietre. Hanno eseguito la loro minaccia.

Gli aggressori ancora in flagranza, questa mattina sono stati visti in atteggiamenti amichevoli con la polizia statale quando sono arrivate a Mitzitónon le pattuglie della municipale di San Cristóbal, della federale e, fugacemente, elementi dell’Esercito la cui base di Rancho Nuevo è vicina a Mitzitón. Sono arrivati sul posto anche agenti del Pubblico Ministero e funzionari del governo.

Gli ejidatarios li chiamano “non cooperanti” perché non partecipano alle attività comunitarie ed in realtà erano sconosciuti alla maggioranza degli ejidatarios. Nel 2001 si è dimostrato che trafficavano con i clandestini (li consegnavano alla polizia, loro e tutta la “merce”) ma fino ad ora sono impuni. Díaz López fu espulso da Mitzitón ed oggi vive, molto prosperamente (possiede case e numerose auto) nel vicino municipio di Teopisca.

La notte di lunedì, verso le 22:30, i suoi seguaci hanno intercettato una brigata di ejidatarios che stava misurando i terreni comunali per la prossima semina, per il pascolo o la parte conservata a bosco. I primi hanno sparato varie volte ed almeno due colpi hanno colpito il veicolo su cui viaggiavano gli ejidatarios. Secondo questi ultimi le armi erano AR-15. I colpi mostrano un arma di grosso calibro. Non ci sono stati feriti.

Questa mattina circa 30 ejidatarios di Mitzitón stavano andando a proseguire le misurazioni decise in assemblea. Uscendo dalla casa ejidale hanno attraversato la strada per Comitán; 18 erano a piedi, il resto a bordo di un camioncino dell’ejido. Stavano entrando nei campi quando sono sbucati 60 uomini armati di machete, bastoni, fionde e pietre. Hanno preso il loro veicolo e l’hanno semidistrutto. Di seguito parte della testimonianza dell’autorità ejidale:

Di nuovo abbiamo subito aggressioni dai non cooperanti appoggiati dal malgoverno, perché a loro non fa niente. Oggi alle 9:30 del mattino un gruppo dei nostri compagni incaricati di visionare i terreni, sono stati intercettati da un gruppo di 60 non cooperanti che hanno aggredito i nostri compagni. In quel momento è arrivato un camioncino blu Chevrolet senza targa con cinque persone a bordo, due di loro armati di AR-15. Sono partiti due spari.”

Prosegue: “Il camioncino viaggiava ad alta velocità ed ha investito i nostri compagni. Ha perso la vita Aurelio e sono rimasti feriti Fernando Heredia Heredia al quale hanno rotto il braccio destro a bastonate; Javier Gómez Heredia a cui hanno rotto le gambe passandogli sopra con il camioncino; Raymundo Díaz Heredia, con fratture al piede perché schiacciato dai pneumatici del camioncino; José Heredia Jiménez ferito alla testa da bastonate e sassate, e Marcelino Jimenez Hernández, con fratture al piede destro per il passaggio sul piede del camioncino“. I feriti sono stati trasportati all’Ospedale Regionale di San Cristóbal.

Secondo gli ejidatarios il veicolo era guidato da Francisco Jiménez Vicente riconosciuto nonostante avesse il volto coperto. Sostengono inoltre che l’investimento è stato intenzionale e che loro non hanno risposto assolutamente alla violenza.

Il volto e la testa di Aurelio erano sfigurati. Le autorità hanno solo controllato il pluricontuso cadavere senza eseguire l’autopsia. “Investimento”, hanno stabilito, e l’hanno lasciato a Mitzitón per i funerali in comunità. http://www.jornada.unam.mx/texto/017n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo   https://chiapasbg.wordpress.com)

Read Full Post »

CENTRO DIRITTI UMANI FRAY BARTOLOME DE LAS CASAS
CHIAPAS, MESSICO

Martedì 21 luglio 2009

Ieri avevamo diffuso pubblicamente la denuncia degli ejidatarios della comunità di Mitizitón nella quale si avvertiva del rischio di aggressioni da parte di un gruppo di persone “non cooperanti nei lavori comunitari”.

Oggi martedì 21 luglio gli ejidatarios di Mitzitón, municipio di San Cristóbal de Las Casas, sono stati aggrediti da un gruppo di circa 60 persone “non cooperanti“. L’aggressione ha provocato un morto e diversi feriti che sono stati investiti da un’auto in corsa. ejidatario_asesinado

Il conflitto esistente tra ejidatarios di Mitzitón ed i vicini “non cooperanti“, si è acutizzato poiché i primi difendono il loro diritto al territorio e si oppongono alla costruzione di una strada che invaderà le loro proprietà, mentre i secondi sono disposti a “fare affari e traffici”, secondo le denunce degli stessi ejidatarios.

Dei fatti accaduti ritengono responsabili per azione Carmen Diaz López, già precedentemente espulso dalla comunità, ed il governo di Juan Sabines per omissione delle denunce presentate.

Per questo, e su richiesta dei firmatari, inviamo la seguente denuncia pubblica dei fatti accaduti nella comunità di Mitzitón dove si segnalano le aggressioni. Denuncia Originale degli Ejidatarios di Mitziton

Ai seguenti link si possono vedere le fotografie e la denuncia resa pubblica ieri:

http://www.frayba.org.mx/fotos.php?ID=1219&language_ID=1&hl=es

http://www.frayba.org.mx/archivo/denuncias/090720_denuncia_publica.pdf

Saluti
Víctor Hugo López
Área de Sistematización e Incidencia
Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas AC
Brasil #14, Barrio Mexicanos, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas
29240, MEXICO
Tel +52 (967) 6787395, 6787396, 6783548
Fax +52 (967) 6783551

frayba@frayba.org.mx

www.frayba.org.mx

(Traduzione “Maribel” – Bergamo https://chiapasbg.wordpress.com)

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 21 luglio 2009

Si conclude in Chiapas il Forum regionale indigeno Resistencias y Alternativas

ONG: Il governo ignora le istanze sociali

Hermann Bellinghausen

San Cristóbal de las Casas, Chis., 20 luglio. Questa domenica si è concluso nell’ejido di Arimatea, Palenque, il Forum Regionale Indigeno di Resistenze e Alternative, al quale hanno partecipato comunità dei municipi di Palenque, Salto de Agua, Comitán, Tumbalá, Chilón e San Cristóbal de Las Casas. Tutte aderenti all’Altra Campagna ed in resistenza civile.

I partecipanti hanno espresso il loro rifiuto dei progetti ecoturistici “che il governo mette nelle mani di gente che milita nei partiti Rivoluzionario Istituzionale o Azione Nazionale, allo scopo di disputare spazi e indebolire le organizzazioni sociali di sinistra, come ad Agua Azul, Agua Clara, Misol-há, San Sebastián Bachajón, El Naranjo e Roberto Barrios, dove quelli che ne risultano aggrediti e colpiti sono principalmente i fratelli basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e gli aderenti all’Altra Campagna.”

Il forum si è pronunciato contro la costruzione delle strade da San Cristóbal-Palenque-Ruinas, e Suclumpá (Salto de Agua). Queste “saranno a beneficio solo dei ricchi e colpiranno terre e proprietà delle comunità indigene” che non sono state consultate né prese in considerazione.

I partecipanti, membri di Xi’nich, Resistenza Civile, l’organizzazione Cedic ed abitanti del municipio autonomo Comandante Ramona, tra altri, hanno denunciato la riconversione produttiva che vuole “soppiantare la produzione tradizionale ed ancestrale delle comunità a beneficio delle imprese transnazionali agroindustriali”, e l’uso di sostanze chimiche in agricoltura e pesticidi “che promuovono gli enti ufficiali ed i mezzi di comunicazione.”  (….)

Il forum si è pronunciò per la liberazione immediata dei prigionieri politici di Candelaria (Campeche), San Sebastián Bachajón e di tutto il paese, e chiede di cessare “la repressione dei processi organizzativi che contestano questo malgoverno.”.

I partecipanti sono giunti ad una conclusione preoccupante: “Abbiamo visto che cortei, incontri, comunicati stampa e denunce delle organizzazioni a difesa dei diritti umani non hanno più effetto sul governo, mentre la repressione continua come una delle forme in cui il governo si mantiene al potere.”.

Alla fine il forum regionale si è pronunciato per il rispetto ed il riconoscimento delle organizzazioni sociali che lottano per la difesa della terra e del territorio; per il rafforzamento degli usi e costumi dei popoli e delle comunità autonome, e che queste “rafforzino la loro sovranità alimentare cercando di preservare e recuperare le produzioni tradizionali.”

I presenti hanno riconosciuto “lo sforzo delle organizzazioni e comunità che lottano per un processo alternativo nella difesa della terra rifiutando i programmi di privatizzazione e nominando le proprie autorità alternative, formando i tecnici per gestire l’energia elettrica, costruendo una produzione biologica e sana e perseguendo la sovranità alimentare, tra altri processi già avviati nei villaggi, per conservare i propri semi e potenziare l’uso della medicina tradizionale.”     http://www.jornada.unam.mx/texto/015n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Ancora proteste a Palenque.

La Jornada – Martedì 21 luglio 2009

 Gli aggressori hanno dichiarato che “il governo” aveva ordinato loro di perseguitare i contadini

Perseguitati gli ejidatarios che si oppongono alla costruzione dell’autostrada in Chiapas

Hermann Bellingahusen

 San Cristóbal de las Casas, Chis., 20 luglio. Questa domenica persone ostili all’assemblea di Mitzitón, ejido tzotzil del municipio sancristobalense hanno aggredito contadini che facevano misurazioni su terreni dove presumibilmente passerà l’autostrada verso Palenque, fortemente respinta dagli indigeni che rifiutano di essere il “chilometro zero” dell’ambiziosa opera.

 L’ejido, aderente all’Altra Campagna, accusa dell’aggressione i “non cooperanti, quelli che non eseguono i lavori comunali e sono appoggiati dal malgoverno”. Ieri domenica, su accordo dell’assemblea, le autorità hanno annunciato: “facciamo le misurazioni delle aree comunali affinché lunedì le possiamo ripartire in parti uguali tra gli ejidatarios ed i cooperanti, lasciando liberi i boschi.”

Mentre misuravano le terre nei paraggi di Chixtetik, alle ore 12 di ieri, sul posto sono giunti 10 camioncini ed un camion con “la gente di Carmen Díaz López che otto anni fa fu espulsa dalla comunità per aver commesso dei reati, come il traffico di clandestini, tra altri.” Circa 40 persone “con bastoni, machete, pietre e fionde”, che dichiaravano che il governo “aveva dato loro l’ordine di farci smettere, con le buone o le cattive, di misurare le nostre terre, altrimenti saremmo andati in prigione.”

Il citato Díaz López, capoccia degli aggressori, gridava: “Se non la smettete vi veniamo a prendere uno alla volta.” Gli ejidatarios legittimi hanno quindi scelto di ritirarsi, “mentre loro cercavano altri bastoni.” 

 Chixtetik è precisamente dove tempo fa Díaz López recintò, arò e seminò mais senza il permesso della comunità, “essendo questo posto minacciato dalla costruzione dell’autostrada San Cristóbal-Palenque.” 

 Anche ieri, alle ore 10:30, Mauro Díaz Jiménez è stato catturato e portato nella casa del pastore evangelico Refugio Díaz Ruiz, “appartenente alla banda di delinquenti di Díaz López”. Quando l’hanno preso Elemesio Jiménez Vicente “gli ha messo la lama del machete sul collo, obbligandolo a salire sull’auto, prima gli avevano bucato i pneumatici dell’auto.”

 L’assemblea comunale ha deciso di difendere la sua terra e il suo territorio. In questi giorni gli ejidatarios faranno le misurazioni e la ripartizione delle terre, e chiedono a “tutti i nostri fratelli di lotta di stare attenti a quello che succederà.”

 

Esigono rispetto alla “decisione del popolo”, ed aggiungono che, “come comunità non abbiamo più bisogno della Procura Agraria, del Tribunale Agrario né di altri enti del malgoverno, e tanto meno della ‘riconciliazione’, poiché i non cooperanti hanno fatto solo danni alla comunità in complicità col malgoverno.”                      http://www.jornada.unam.mx/texto/014n1pol.htm

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Resistencias y Alternativas.

La Jornada – Sabato 18 luglio 2009

Si vuole “organizzare un piano di lotta regionale” contro il progetto economico neoliberista

Organizzato in Chiapas il forum Resistencias y Alternativas

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis., 17 luglio. Organizzazioni e gruppi di resistenza civile dello zona nord dello stato, aderenti all’Altra Campagna, realizzeranno questo fine settimana il Forum Regionale Indigeno di Resistenze e Alternative, nella comunità di Arimatea, municipio di Palenque. Tra le diverse lotte che li uniscono emerge la resistenza contro le alte tariffe dell’energia elettrica. Tutti partecipano ad una protesta che ormai è diffusa in buona parte del paese.

Un recente studio del Centro di Ricerche Economiche e Politiche di Azione Comunitaria (Ciepac) metteva in prospettiva queste resistenze ogni giorno sempre più diffuse nonostante i programmi palliativi del governo: “In Chiapas ci sono le tariffe di elettricità più alte per le comunità indigene e contadine.”.

In particolare in questi giorni l’arresto a Candelaria, Campeche, di cinque attivisti contro le tariffe elettriche, su denuncia della Commissione Federale dell’Elettricità (CFE), ha galvanizzato queste resistenze e risvegliato la solidarietà di organizzazioni di diversi stati.

Secondo gli organizzatori l’obiettivo immediato del forum è “conoscersi per condividere esperienze ed organizzare un piano di lotta alternativo regionale contro i piani del progetto economico neoliberista.”

A ciò si sommano “obiettivi strategici”: “organizzarsi per unire la nostra lotta con altri settori a livello regionale, statale e nazionale, per costruire un nuovo modello di paese dove ci sia una nuova Costituzione, dignità, democrazia, giustizia, pace e libertà per tutti i messicani e le messicane.”

I temi dell’incontro

Nel forum si discuteranno almeno sei temi: le alte tariffe dell’energia elettrica e la resistenza civile; il progetto della superstrada San Cristobal-Palenque e le resistenze a detta opera; i progetti ecoturistici annunciati nella regione; riconversione produttiva, produzione transgenica e sovranità alimentaria, così come progetti alternativi per difendere la terra, il territorio e l’ambiente.

La domanda dei movimenti di resistenza civile alla quale si vuole rispondere ad Arimatea è: “che cosa fare per resistere uniti?”, soprattutto davanti alla crescente persecuzione delle loro lotte.

Il citato studio sottolineava che: “Il Chiapas è lo stato messicano con maggiore produzione di energia idroelettrica”. Il bacino del fiume Grijalva (Angostura, Chicoasén, Malpaso e Peñitas) nel 2006 rappresentava il 45% della capacità totale attiva. Di questa, “in Chiapas se ne consuma solo l’1%.” Il resto viene distribuito su scala nazionale o si esporta a prezzo di favore in Stati Uniti, Belize e Guatemala. “Paradossalmente, nello stato circa 275.000 persone non hanno accesso all’energia elettrica.”.

Secondo la Segreteria delle Finanze Statale, di più di un 1.427.420 utenti sono in resistenza e non pagano le bollette, e questo rappresenta il 40% degli utenti.

L’ampia analisi di Ciepac ((Norma Iris Cacho Niño e Antoine Lambert Amico: bollettini 569 e 570, dicembre 2008), ricorda che “molte comunità indigene e contadine del Chiapas sono da 15 anni in resistenza al pagamento dell’energia elettrica, poiché le tariffe hanno raggiunto cifre impossibili da pagare.”

Dal 1994 “lo scontento che già esisteva si generalizzò in gran parte dei municipi chiapanechi ed attualmente molte di queste comunità confluiscono nella Red Estatal de Resistencia Civil La Voz de Nuestro Corazón, in un processo di resistenza civile organizzata principalmente intorno alla difesa dell’energia elettrica, una delle ultime risorse pubbliche, ancora, in Messico.”

Come parte di un processo organizzativo “che va molto oltre il semplice non pagamento della luce, le comunità della rete hanno cercato di appropriarsi di un servizio per le comunità” e non dipendere più dalla CFE. L’analisi osserva: “Le comunità sanno, e lo affermano nel loro agire quotidiano, che l’energia elettrica non è proprietà del governo, né dei funzionari, né delle imprese private. La luce è proprietà dei popoli del Messico.” http://www.jornada.unam.mx/2009/07/18/index.php?section=politica&article=015n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Contro la tortura.

La Jornada – Venerdì 17 luglio 2009

L’organizzazione Mondiale Contro la Tortura chiede di garantire la sicurezza di due detenuti a El Amate
Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de Las Casas, Chis., 16 luglio. L’organizzazione Mondiale Contro la Tortura (OMCT) esprime preoccupazione per la situazione e la sicurezza deu fratelli Gerónimo e Antonio Gómez Saragos, ejidatarios di San Sebastián Bachajón, aderenti all’Altrs Campagna, reclusi nel Centro di Reinserimento Sociale n. 14 (El Amate), a Cintalapa de Figueroa.

In un comunicato inviato oggi da Ginevra, Svizzera, il segretariato generale della OMCT sollecita le autorità messicane ad “adottare le misure appropriate e necessarie” per garantire la loro sicurezza ed integrità fisica e psicologica, “compresa l’assistenza attenzione medica”. Le esorta inoltre ad ordinare la loro immediata liberazione “nel caso fossero detenuti in assenza di validi reati a carico” e, “nel caso questi esistessero, di portarli davanti ad un tribunale indipendente, competente, giusto ed imparziale.”

L’organizzazione esprime anche “soddisfazione” per la liberazione di Gerónimo Moreno Deara, Sebastián Demeza Deara, Pedro Demeza Deara, Alfredo Gómez Moreno e Miguel Demeza Jiménez, altri cinque ejidatarios tzeltales dello stesso luogo che hanno lasciato El Amati lo scorso 6 luglio per la rinuncia all’azione penale contro di loro da parte della Procura Generale di Giustizia dello Stato. (….)

La OMCT sottolinea che i fratelli Gómez Saragos sono stati catturati durante gli stessi operativi e tutti hanno subito “maltrattamenti e torture allo scopo di far firmare loro una confessione”. Non è stato messo loro a disposizione un traduttore né un avvocato che conoscesse la loro lingua e cultura, “violando i loro diritti alla libertà, integrità personale, protezione e garanzie legali.” (….)  http://www.jornada.unam.mx/2009/07/17/index.php?section=politica&article=012n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 16 luglio 2009

Cresce la protesta contro le tariffe elevate dell’energia elettrica
Si chiede la liberazione degli attivisti di Campeche   

Hermann Bellinghausen

Il Consiglio Autonomo Regionale della Costa del Chiapas ha chiesto ai governi federale e di Campeche “la liberazione immediata di Sara López González, Joaquín Aguilar, Guadalupe Borja, Guadalupe Liscano ed Élmer Castellanos, accusati ingiustamente ed arbitrariamente dalla Commissione Federale dell’Elettricità (CFE).” Il Consiglio ammette che gli attivisti di Campeche “dalle loro terre stanno lottando, come noi, per tariffe giuste della luce.”

Di fronte alla criminalizzazione della protesta sociale e del movimento di resistenza civile di Campeche, l’organizzazione della costa, aderente all’Altra Campagna dell’EZLN, ha avvertito che, “se non saranno immediatamente liberati, occuperemo a tempo indeterminato le strade, le presidenze municipali di Tonalá e Pijijiapan ed il Sottosegretariato di Governo Istmo-Costa, come protesta per i nostri prigionieri e prigioniere di Candelaria, affinché sappiano che non sono soli e che qua hanno dei compagni di lotta che non si fermeranno fino a che non li vedremo fuori di prigione.”.

Nel contesto della protesta nazionale che i movimenti contro le alte tariffe elettriche hanno realizzato questo mercoledì in vari stati del paese, l’organizzazione autonoma ha annunciato a Tonalá il suo appoggio ai cinque attivisti arrestati a Candelaria, Campeche, con cui da anni condividono la lotta.

Il Consiglio ha diffuso anche le sue denunce. Accusa le presidenze municipali della costa chiapaneca; il Sottosegretariato di Governo, guidato da Miguel Gordillo Vázquez, e la delegazione di Governo, rappresentata da Mario Ramón Becerra, di fare proselitismo ed aver condizionato il voto nelle recente elezioni attraverso programmi sociali, come Oportunidades.

Assicura che funzionari ed impiegati governativi hanno tentato di obbligare la gente a votare per il candidato del PAN; nel caso non l’avessero fatto, “sarebbe stato cancellato l’appoggio del governo federale, come hanno detto le persone incaricate dei pagamenti.” Le assemblee di ejidos, colonie e racherías “hanno alzato la voce contro questi politici.”

“Hanno fatto lo stesso col programma Chiapas Solidario, dove ci si è messo tutto l’apparato governativo a favore del candidato del PAN ed alla gente che votava hanno distribuito briciole” (tra i 200 e 400 pesos). (….)

Il consiglio formato da quartieri, colonie e comunità, si dichiara in resistenza civile al pagamento delle bollette dell’energia elettrica per usi domestici, pubblici e rifornimenti di acqua, “fino a che non ci saranno tariffe giuste.” Inoltre, si oppone al pagamento dell’acqua “perché è un diritto umano universale.”

Nel frattempo a San Cristóbal de las Casas, la Rete Statale di Resistenza Civile La Voz de Nuestro Corazón, il Centro de Ricerche Economiche e Politiche di Azione Comunitaria ed il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas hanno annunciato la consegna formale delle loro dichiarazioni contro la repressione a Campeche negli uffici della CFE di detta città. Anche a Palenque si sono svolte proteste davanti agli uffici dell’ente.

 http://www.jornada.unam.mx/2009/07/16/index.php?section=politica&article=015n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 10 luglio 2009

Nel marzo scorso le aggressioni sono culminate con l’incendio delle case, denunciano le vittime

“Violenta espulsione “di 138 indigeni dell’ejido Damasco da parte dell’organizzazione paramilitare Opddic

L’organizzazione opera “apertamente coperta” dal segretario di Governo del Chiapas

Hermann Bellinghausen – Inviato

Dieci famiglie indigene – un totale di 138 persone – sono state espulse dall’ejido Damasco (municipio di Ocosingo, Chiapas) da membri dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic). Oggi hanno denunciato i maltrattamenti subiti dal febbraio 2008 e che erano aumentati nel marzo scorso.

Gli aggressori, apertamente protetti dalla Segreteria di Governo statale e dal suo rappresentante nella regione, José Manuel Morales Vázquez (militante del PAN), hanno espulso “in maniera violenta” gli ejidatarios privandoli dei loro diritti agrari. Il gruppo della Opddic, “circa 30 persone”, è guidato dal commissario ejidale, Pablo Espinosa Jiménez, e da Miguel Hernández Gómez, che dicono di appartenere alla Opddic, riconosciuta come paramilitare in diverse parti della selva e della zona nord del Chiapas. “Hanno saccheggiato e rubato nelle nostre case, hanno completamente bruciato due magazzini”, denunciano le vittime.

“Tutto è cominciato nel febbraio del 2008, quando il delegato Morales Vázquez voleva raccogliere gente per entrare nel PAN, facendoci pressioni attraverso il commissario ejidale. Siccome non accettavamo, ci hanno intimidito e minacciato per un anno utilizzando tutti gli strumenti politici in possesso del rappresentante che utilizzò la radio per ricattarci e varie pattuglie della polizia di settore per spaventare le nostre famiglie”, aggiungono.

Le vittime sostengono di non appartenere a nessun partito politico, producono ed esportano miele d’api “in maniera indipendente” da più di 30 anni, oltre a falegnameria, allevamento di bestiame bovino e commercio. “Abbiamo migliorato la qualità della vita e questo ha suscitato invidia in certi leader, perché loro invece si dedicano solo alle estorsioni e a dipendere dal governo”.

Nel 1976 gli ejidatarios oggi espulsi acquisirono due casolari per un negozio ed un’officina di falegnameria. Lo scorso 17 marzo, mentre erano in udienza presso il Tribunale Unitario Agrario di Tuxtla Gutiérrez, quelli della Opddicc, che reclamano i citati casolari, “hanno avvertito il magistrato Rafael García Cimerman (sic) che se non avesse emesso una sentenza a loro favorevole, avrebbero subito ordinato di bruciare le nostre case; detto fatto, il commissario ha chiamato col cellulare Miguel Hernández Gómez ordinando di procedere come concordato”. Quel giorno hanno bruciato i magazzini, rubato e saccheggiato case e negozi, distrutto le forniture di acqua ed energia ed espulso le famiglie, “gettando le nostre cose ai bordi della strada”.

Quelli della Opddic – denunciano gli espulsi – “hanno legato come un animale” Francisco Bruno Méndez, un ragazzo minorenne, accusandolo di violenza e possesso di arma ad uso esclusivo dell’Esercito, mettendogli in tasca una pistola giocattolo e consegnandolo al Pubblico Ministero di Ocosingo. “Siccome era tutto falso, qualche giorno dopo l’hanno liberato. Hanno anche legato un altro ragazzo vicino a dove era stato appiccato il fuoco ai nostri magazzini per incolparlo dell’incendio.”

Le perdite materiali ammontano ad un milione e cinquecentomila pesos. Dalle strade di Palenque, dove “vivono” da allora, dicono: “Nessuno ci fa giustizia. Vogliamo pensare che non tutto il villaggio è coinvolto nella nostra espulsione, ma solo alcuni guidati dal commissario ejidale, dal consiglio di vigilanza e da un agente municipale, contro i quali alcuni privati hanno sporto denuncia per estorsione, minacce e fabbricazione di reati”. Denunciano il rappresentante del Governo “come autore intellettuale dello sgombero forzato”.

Questo 6 luglio hanno chiesto al Pubblico Ministero di Palenque di eseguire un mandato di cattura già emesso contro gli aggressori, quello che ha fatto al crocevia di Chancalá, ma per liberarli subito dopo un’ora. L’operazione è stata eseguita dal comandante Hugo Delgado che ha spiegò alle vittime di aver rilasciato quelli della Opddic “su ordini dall’alto, riferendosi al segretario generale di Governo a Tuxtla”, dichiarano gli sfollati.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

http://www.jornada.unam.mx/2009/07/10/index.php?section=politica&article=015n1pol

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 9 luglio 2009

Erano accusati di essere rapinatori di strada

Sono stati liberati cinque dei sette indigeni tzeltales di Bachajón detenuti nel carcere di El Amate

Continuano gli assalti agli autobus turistici; ci sono voice secondo le quali I poliziotti proteggono i delinquenti

Hermann Bellinghausen

Sono liberi cinque dei sette ejidatari tzeltales di San Sebastián Bachajón, Chiapas, arrestati nell’aprile scorso nelle vicinanze di Agua Azul in diverse operazioni di polizia. Da maggio erano detenuti nella prigione di El Amate, a Cintalapa de Figueroa, dopo diverse settimane di “fermo” nella Quinto Pitiquitos di Chiapa de Corzo. Erano accusati, senza prove, di essere assalitori di strada nel tratto di strada Ocosingo-Palenque.

Le autorità ejidali di San Sebastián, aderenti all’Altra Campagna dell’EZLN, ed il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, hanno reso noto oggi che la liberazione è avvenuta lunedì scorso 6 luglio, “grazie alla solidarietà nazionale e internazionale”.

Con la rinuncia all’azione penale da parte delle autorità giudiziarie del Chiapas, cinque dei sette indigeni dell’Altra Campagna “rimasti ingiustamente in carcere per tre mesi per aver svolto azioni in difesa del loro territorio”, sono liberi.

Sono: Gerónimo Moreno Deara, Alfredo Gómez Moreno, Miguel Demeza Jiménez, Sebastián Demeza Deara e Pedro Demeza Deara. Sono ancora detenuti a El Amate, “ingiustamente” come sostengono i loro compagni e la difesa, i fratelli Gerónimo e Antonio Gómez Saragos, sui quali pende l’accusa di rapina aggravata e criminalità organizzata.

Con loro era stato arrestato Miguel Vázquez Moreno, base di appoggio dell’EZLN, abitante del municipio autonomo Comandanta Ramona, liberato poche settimane dopo gli operativi di polizia, anche lui senza accuse a carico.

Per questi arresti, organizzazioni sociali e dei diritti umani denunciarono non solo l’infondatezza delle accuse, ma che alcuni di loro avevano subito torture fisiche e psicologiche per dichiararsi colpevoli ed erano stati obbligati a firmare dichiarazioni senza l’assistenza di un traduttore nella loro lingua né di un avvocato che conoscesse la loro cultura e la loro lingua, come stabilisce la legge.

La giunta di buon governo zapatista del caracol di Morelia a maggio aveva diffuso i nomi di una banda di rapinatori, identificati nel vicino ejido di Agua Clara. Il governo statale si era impegnato ad investigare, fino ad ora senza risultati, sebbene le rapine agli autobus turistici nella zona sono proseguite.

(….)

In tutte queste azioni la polizia statale Preventiva (PEP) e Stradale (PEC), così come la Segreteria di Governo, erano associati con una minoranza priista dell’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic) i cui membri hanno svolto opera di delazione nei confronti degli ejidatari detenuti, risultando inoltre beneficiati dalla distruzione della stazione di ingresso a pagamento e dalla sottrazione della cava di ghiaia. Nel primo luogo p stato installato un accampamento della PEP, mentre le pattuglie della PEC e della Polizia Federale Preventiva pattugliavano costantemente la strada e, secondo le denunce degli abitanti del posto, proteggono i veri rapinatori.

Così rimangono in carcere due indigeni dell’Altra Campagna e la cava di ghiaia lviene sfruttata da imprese costruttrici private, mentre i dirigenti della Opddic ricevono forti somme di denaro per la “concessione”. Tutto questo nel contesto della costruzione di una controversa autostrada a Palenque che colpirebbe l’ejido in maniera significativa e senza l’accordo dei suoi abitanti.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

http://www.jornada.unam.mx/2009/07/09/index.php?section=politica&article=021n1pol

Read Full Post »

Vessazioni contro zapatisti.

La Jornada – Sabato 4 luglio 2009

Una Carovana di osservatori denuncia minacce contro la JBG

Contadini priisti perseguitano gli zapatisti di Agua Clara

Hanno installato un blocco stradale e chiedono 20 pesos a persona per il transito

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis. 3 luglio. La presenza di una carovana civile di osservazione nel municipio autonomo zapatista Comandanta Ramona ha posto un’altra volta in rilievo la situazione di conflitto nella regione di fiumi e stabilimenti balneari compresa tra Chilón e Palenque.

Dopo essere stata nel sito turistico El Salvador, su terre recuperate dell’ejido Agua Clara, la Carovana di Osservazione e Solidarietà con le Comunità Zapatiste, dell’Altra Campagna, ha diffuso una relazione nella quale riporta le azioni ostili di cui è stata oggetto ad Agua Clara da parte di contadini priiste che hanno cercato di impedire il passaggio della carovana e di una delegazione della giunta di buon governo (JBG) Torbellino de nuestras palabras, del caracol di Morelia.

La carovana formata da persone di Messico, Stati Uniti, Austria, Francia, Argentina e Germania, è rimasta dal 22 al 26 giugno nello stabilimento balneare El Salvador, ad Agua Clara, gestito dalla JBG e protetto da basi di appoggio zapatiste dopo averlo recuperato l’ottobre scorso.

La carovana ha constatato “il clima di persecuzione contro le comunità zapatiste e l’Altra Campagna”. Il 22 giugno “stavamo andando a El Salvador guidati da un’auto della JBG quando siamo stati intercettati da gruppi priisti che hanno installato un picchetto a due chilometri dallo stabilimento balneare; hanno lasciato passare l’auto della JBG ma fermato l’autobus che trasportava i partecipanti alla carovana pretendendo 20 pesos a persona per lasciarci passare”.

Nello stesso tempo, circa 15 persone si sono lanciate minacciose verso l’auto della JBG. “Visto che le ostilità contro l’auto della JBG diventavano sempre più serie”, si è deciso di ripiegare al crocevia di Agua Azul dove si trova la sede della regione autonoma San José en Rebeldía.

Lì c’era un camion della polizia di stato e sette agenti statali “con le armi e, dietro l’autobus, un camioncino della Polizia Federale Preventiva”. Praticamente questo è la normalità nella zona, permanentemente pattugliata da poliziotti e militari. Alcune località dell’ejido San Sebastián Bachajón, aderente all’Altra Campagna, sono occupati dal governo.

Il gruppo è tornato ad Agua Clara ed è entrato a El Salvador accompagnato da una colonna di basi di appoggio zapatiste. “A El Salvador ci hanno ospitato nelle loro strutture che mantengono in ottimo stato”, sottolinea il rapporto. I giorni seguenti sono stati pedinati da diversi veicoli.

“Le minacce e la persecuzione dei gruppi priisti vicini al governo statale sono fatti quotidiani”, aggiunge la carovana. I 20 pesos che richiedono al visitatore sono “per le persone che hanno messo quel picchetto, non per entrare nello stabilimento balneare né tanto meno per opere comunitarie”.

Il modo in cui si rivolgono alle basi zapatiste, alla JBG ed allo stesso EZLN “è apertamente aggressivo, provocatorio e scurrile”. Ai turisti che arrivano nel sito “raccontano bugie: che è un posto pericoloso perché lì ci sono gli zapatisti, e raccomandano loro di non proseguire”.

Gli osservatori civili esprimono preoccupazione per “il clima di provocazione e persecuzione che vivono gli zapatisti di questa comunità da parte di un piccolo gruppo di persone vicine al PRI, in totale rapporto con la polizia statale”.

Ciò nonostante, concludono: “Gli zapatisti che gestiscono il posto ci hanno mostrato il modo in cui lo tengono in funzione con un vero piano ecoturistico alla portata di tutti”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

http://www.jornada.unam.mx/2009/07/04/index.php?section=politica&article=012n1pol

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 3 luglio 2009

Il progetto riguarda Tuxtla Gutiérrez, Chiapa de Corzo, Comitán, San Cristóbal de las Casas e Palenque

COMUNITA’ CHIAPANECHE CONTRARIE AL PROGETTO GOVERNATIVO DI SVILUPPO TURISTICO

HERMANN BELLINGHAUSEN

San Cristóbal de las Casas, Chis., 2 luglio. Più passa il tempo e sembra imminente l’avvio del progetto di sviluppo turistico promosso dai governi federale e statale per unire in un corridoio le città di Tuxtla Gutiérrez, San Cristóbal de las Casas e Palenque, sempre più comunità indigene manifestano il loro rifiuto.

Questo avviene dal “chilometro zero” dell’autostrada, nella comunità tzotzil di Mitzitón che verrebbe tagliata a metà e che ha già detto che non permetterà l’opera. Lo stesso hanno concordato le assemblee di alcuni dei seguenti ejidos coinvolti, come Los Llanos (San Cristóbal), o Chempil e López Mateos (Oxchuc), tra altri.

Il conflitto incubato e non risolto intorno alle cascate di Agua Azul ha risvegliato la resistenza delle comunità zapatiste nei municipi autonomi Comandanta Ramona e La Paz, dei caracoles di Morelia e Roberto Barrios.

I sette contadini in carcere da aprile, originari di San Sebastián Bachajón ed aderenti all’Altra Campagna, sono parte di questa resistenza. In questa regione la strategia di contrainsurgencia è molto attiva. Le autorità proteggono gruppi filogovernativi indicati come paramilitari, in particolare l’Organizzazione per la Difesa dei Popoli Indigeni e Contadini (Opddic) e membri dell’Organizzazione Regionale di Coltivatori di Caffè di Ocosingo (Orcao).

C’è un investimento pubblico statale e federale volto a dividere e far scontrare le comunità. Programmi come Procede ed Oportunidades, ispirati dalla Banca Mondiale, si sommano ad una militarizzazione costante che nelle settimane scorse è diventata più visibile intorno a Palenque e perfino nelle vicinanze di Temó (Chilón).

Mentre la resistenza viene criminalizzata, ma cresce, il governo a giugno ha celebrato la prossima costruzione dell’aeroporto internazionale di Palenque, estremo opposto del “chilometro zero” di Mitzitón e candidato a diventare “elefante bianco” come altri come lui a Monte Albán (Yucatan), Corazón de María e lo scomparso Llano San Juan.

C’è un Chiapas lontano dagli indigeni. In questo i progetti fervono. Alla fine di giugno la direzione per lo sviluppo turistico municipale di Tuxtla Gutiérrez ha annunciato che l’Organizzazione Mondiale del Turismo (OMT) ha terminato lo studio del progetto Chiapas 2015. Jorge Trujillo Rincón, titolare dell’ente, ha comunicato alla stampa locale che lo studio definisce un piano strategico per promuovere un corridoio turistico internazionale “che attraverserebbe altri quattro municipi fino ad arrivare a Palenque”, nel quale non sono considerate le comunità indigene.

Trujillo Rincón ha citato i municipi che rientrerebbero nel corridoio internazionale: Tuxtla Gutiérrez, Chiapa de Corzo, Comitán, San Cristóbal de Las Casas e Palenque.

L’indagine della OMT stabilisce le linee guida che dovranno realizzare questi cinque municipi, “così come gli adeguamenti e migliorie che permettano di motivare il maggiore numero di turismo internazionale”. Il funzionario aggiunge che il progetto Chiapas 2015 contempla “un piano di competitività ed un catalogo di prodotti e servizi che favoriscano lo sviluppo turistico dell’entità”.

Il fatto che si ignorino i municipi indigeni che subiranno la strada, chissà se è una buona o cattiva notizia per le comunità che verrebbero invase dal “corridoio” con l’autostrada in quota, centri ecoturistici, parcheggi, hotel ed altro. I municipi tzotziles, tzeltales e choles di Huixtán, Oxchuc, Ocosingo, Chilón, Salto de Agua, Tumbalá, e la San Cristóbal rurale non compaiono tra gli invitati al banchetto di Chiapas 2015.

(Traduzione “Maribel”  – Bergamo)

http://www.jornada.unam.mx/texto/014n1pol.htm

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 2 luglio 2009

Si tratta di una strada asfaltata da Tiontiepa a Chulum Juárez

Indigeni Choles di Tila protestano contro a costruzione della strada

“E’ a beneficio solo di altri mentre a noi ha rovinato le coltivazioni” affermano

HERMANN BELLINGHAUSEN

San Cristóbal de las Casas, Chis., 1º luglio. Contadini choles del municipio di Tila, aderenti all’Altra Campagna dell’EZLN, denunciano la costruzione di una strada che non porta loro nessun beneficio e sta distruggendo le loro terre nelle comunità Joljá Tiontiepa, Wilis Segunda Sección e Chulum Juárez, dove “il malgoverno e le sue imprese private distruggono come rapaci le nostre terre, piantagioni di caffè ed alberi da frutta”.

Queste comunità partecipano alla resistenza contro le alte tariffe elettriche all’interno dell’organizzazione Pueblos Unidos en Defensa de la Energía Eléctrica (Pudee). Il 22 aprile 2008 l’impresa costruttrice Desarrollo Mexicano, di Campeche, ha iniziato la costruzione della strada da Joljá Tiontiepa a Chulum Juárez, “colpendo la nostra vita come popoli indigeni distruggendo le nostre terre e coltivazioni”, affermano in un documento collettivo.

“Nella storia dei nostri antenati il malgoverno vuole sempre imporre la sua volontà ai popoli, non domanda e neanche chiede che cosa è la cosa migliore per il popolo, perché non gli importa, vuole distruggere le ricchezze naturali dove vivono le comunità. La strada fa bene solo al governo e a quelli che hanno l’auto, noi non ricaviamo beneficio e ci ha solo colpiti nelle nostre coltivazioni, il caffè è l’unica coltivazione che abbiamo e che ci aiuta a vivere.”

Estensioni significative delle loro colture, casolari e piantagioni di acahuales sono ormai inutilizzabili a causa dei lavori e dei materiali di riporto. “Per questi rapaci del governo lo sviluppo è distruggere gli indigeni, toglierci le nostre terre e costruire strade, hotel, centri turistici solo per guadagnare più denaro e farci lavorare come loro sguatteri, come vorrebbero fare con i nostri compagni e compagne tzeltales di San Sebastián Bachajón”.

(….).

Come hanno fatto altre comunità ed organizzazioni di diverse regioni indigene, i contadini choles in resistenza avvertono che se non saranno ascoltati “adotteremo altre misure”.

(Traduzione “Maribel”  – Bergamo)

http://www.jornada.unam.mx/texto/017n1pol.htm

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 1 luglio 2009

Numerose irregolarità durante il processo

Campesinos tzeltales aspettano la sentenza dei magistrati che ordinino la loro liberazione

HERMANN BELLINGHAUSEN

San Cristóbal de las Casas, Chis. 30 giugno. I sette campesinos tzeltales di San Sebastián Bachajón aderenti all’Altra Campagna arrestati per presunta rapina e criminalità organizzata, e che hanno proclamato la loro innocenza fin dal primo momento, hanno presentato appello al giudice per chiedere la risoluzione del caso e la loro liberazione immediata. Per ora restano rinchiusi nella prigione di El Amate, a Cintalapa de Figueroa, obbligati a svolgere forzatamente lavori (“talachas“) imposti dalla mafia del carcere.

Secondo l’avvocato Ricardo Lagunes Gasca, in un esposto presentato il 5 giugno, denunciava la mancanza del traduttore e difensore che conoscessero la lingua tzeltal e la cultura di Bachajón e si pronunciava contro il valore probatorio della “confessione” di Gerónimo Gómez Saragos estorta sotto tortura e senza piena conoscenza del contenuto del documento che questi firmò”. Detta “confessione” è stata utilizzata come testimonianza a carico contro gli altri arrestati..

Un’altra violazione è stato dare “valore probatorio” alle procedure di identificazione “sulla base delle quali poliziotti ed autisti dell’impresa Cristóbal Colón (OCC) dichiararono di ‘riconoscere’ gli arrestati come responsabili di diversi assalti”. Tali procedure non si sarebbero svolte in conformità al Codice di Procedura Penale dello stato”.

Il difensore segnala che dopo l’udienza del 23 giugno, “i magistrati hanno 15 giorni di tempo per emettere la loro risoluzione riguardo l’atto formale di arresto”.

In quanto ai lavori che i detenuti svolgono forzatamente, denunciati da quando sono entrati a El Amate, l’avvocato afferma che “le autorità non hanno preso nessuna posizione al riguardo”.

In una memoria di oltre 40 pagine, Lagunes indica che suoi assistiti sono ejidatarios aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, “movimento sociale pacifico mediante il quale difendono il loro territorio e le loro risorse naturali dai progetti economici neoliberisti del governo federale e statale che vogliono spogliarli della terra che è la loro vita”. Il diritto di difendere territorio e risorse naturali, ed esercitare la loro autonomia e libera determinazione si basa sulla loro condizione di popoli originari e in accordo alle garanzie che riconosce loro la Costituzione, gli accordi di San Andrés, il Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli Indigeni delle Nazioni Unite.

Nell’esercizio della loro autonomia questi ejidatarios controllano la strada Ocosingo-Palenque per fornire sicurezza all’ejido ed ai turisti che visitano la regione, dato che la corruzione e l’inefficienza degli agenti della Polizia Stradale, Statale e Federale Preventiva ha permesso che gli assalti rimanessero impuniti “e perfino privano arbitrariamente della libertà i contadini senza giustificazione legale”, aggiunge nella memoria.

Nell’atto di arresto formale impugnato, il giudice “ha eluso le violazioni alle norme di procedura nelle indagini preliminari della Procura Specializzata Contro la Criminalità Organizzata” dello stato.

http://www.jornada.unam.mx/texto/019n1pol.htm

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Nuovi metodi di esproprio

La Jornada – Martedì 30 giugno 2009

“Vendono” poderi della comunità 16 de Febrero, per i quali il governo aveva già indennizzato gli allevatori

Si provano nuovi metodi per espropriare le terre recuperate dalle basi zapatiste

L’autorità autonoma avverte che non le lascerà “perché sono state pagate col sangue”

HERMANN BELLINGHAUSEN

San Cristóbal de las Casas, Chis. 29 giugno. Ad una settimana dalle elezioni federali appare sulla scena un nuovo “metodo” per tentare l’esproprio delle terre recuperate dalle comunità zapatiste: le invasioni fraudolente. Questo vuole fare un gruppo di privati contro la comunità autonoma 16 de Febrero, appartenente al caracol Torbellino de nuestras palabras, di Morelia.

La giunta di buon governo (JBG) Corazón del Arco Iris de la Esperanza oggi ha denunciato che un tale Baltazar Domínguez Trejo “ha venduto” a dei privati le terre di questa comunità e lo scorso 16 giugno “ha mandato” un gruppo di 12 persone “nel villaggio 16 de Febrero sembra per impossessarsi delle terre, dove già vivono i nostri compagni basi di appoggio, terre prese dall’EZLN fin dal 1994”.

Gli intrusi hanno minacciato gli zapatisti di “cacciarli dalle loro case, ed erano pronti a rimanere per costruire le loro case, succedesse quel che succedesse, perché portavano machete, tende e coperte”. Erano sul punto di scontrarsi quando “è arrivato un funzionario del governo, di nome Óscar Pérez Hernández, per calmare gli animi”, riferisce la giunta.

Con argomenti “assolutamente incredibili”, Domínguez Trejo ha realizzato delle transazioni su terreni che da anni appartengono agli zapatisti, e per i quali i vecchi allevatori che li possedevano erano già stati indennizzati. Il truffatore “sta rinegoziando la terra recuperata”, oltre tutto già pagata dal governo.

“La posizione dei nostri compagni, e di tutti noi, è che non lasceremo mai le terre recuperate perché sono state pagate col sangue dei nostri compagni caduti”, nota l’autorità autonoma. E denuncia che “l’incaricato per la terra” del municipio ribelle Lucio Cabañas, Juan Cruz Pérez, da due giorni è perseguitato dai sedicenti nuovi proprietari dei poderi, cioè, i clienti di Domínguez Trejo. Ora minacciano Cruz Pérez con un mandato di cattura, “inventandosi dei reati”.

La JBG protesta: “Come possiamo fidarci di loro quando sappiamo che sono gli stessi del malgoverno che è parte ed attore nel fomentare la contrainsurgencia nelle nostre regioni e senza vergognarsene. Il tipo è venuto per calmare la violenza, ma sappiamo che rientra nei piani dei tre livelli di governo distruggere le comunità indigene e le loro culture”.

E racconta quanto accaduto a Cruz Pérez: “Mentre stava partendo per un viaggio, il nostro compagno, che è stato nominato dai villaggi zapatisti incaricato della commissione per la terra, il 27 giugno, verso le otto del mattino, si è accorto di essere seguito da quattro delle dodici persone che hanno tentato di occupare il terreno dove vivono i nostri compagni”. L’hanno seguito con un’auto. “La situazione attuale è difficile a causa delle minacce che ricevono i nostri compagni. Negli ultimi giorni, per bocca di queste 12 persone, si dice che porteranno a vivere ed impossessarsi del villaggio 16 de Febrero 80 persone di Huixtán ed altre 30 di Ocosingo.”

Del gruppo che “fomenta le minacce” la JBG ha identificato Nasario Hernández, Gerónimo Demesa Guzmán e José López Pérez, abitanti della colonia urbana Los Pinos 3 di Ocosingo.

Ma non è l’unico caso, sottolineano gli autonomi: “Così succede in altri villaggi dei nostri compagni. Esiste un piano di provocazioni in cui sono senza dubbio coinvolte le istituzioni del malgoverno. Facciamo questa denuncia pubblica per evitare spargimento di sangue e noi come JBG abbiamo questa preoccupazione, perché non cerchiamo la morte. Benché il governatore Juan Sabines Guerrero dica di rispettare i nostri villaggi, nei fatti vediamo atti di provocazione, cercando la maniera di come cacciarci”.

Rispetto alla truffa degli invasori gli zapatisti ritengono responsabile il presidente Felipe Calderón e Sabines Guerrero di questa provocazione.

Comunicato integrale della JBG http://enlacezapatista.ezln.org.mx/denuncias/2047

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

http://www.jornada.unam.mx/texto/014n2pol.htm

Read Full Post »

Varie de La Jornada

La Jornada – Sabato 27 giugno 2009

EJIDATARIOS CONTINUANO A CHIEDERE AL GOVERNO DI LIBERARE I SETTE INDIGENI DETENUTI

Hermann Bellinghause

San Sebastián Bachajón, Chis., 26 giugno. I rappresentanti ejidales di San Sebastián Bachajón pongono tre richieste al governo dello stato, come dichiarato questo pomeriggio: “In primo luogo, vogliamo la liberazione immediata dei nostri sette compagni arrestati perché sono innocenti. Secondo, che se ne vadano dalle nostre terre tutti gli agenti della ‘polizia di settore’ (o Statale Preventiva, PEP). Terzo che ci restituiscano il banco di ghiaia dell’ejido.”

http://www.jornada.unam.mx/2009/06/27/index.php?section=politica&article=017n1pol

La Jornada – Domenica 28 giugno 2009

La Opddic non è riuscita a prendere il controllo di Bachajón nonostante i privilegi concessi dal governo

Hermann Bellinghausen

San Sebastián Bachajón, Chis., 27 giugno. I privilegi concessi dal governo statale al gruppo minoritario della Organizzazione per i Diritti Indigeni e Contadini (Opddic) non sono serviti a far sì che l’organizzazione si impadronisse della gestione di questo vasto ejido, molto conteso per lo sfruttamento turistico. Sono serviti invece per arricchire i suoi dirigenti locali e consegnare al governo ed alle imprese costruttrici il banco di ghiaia della comunità.

In una catena di arbitri e corruzione, oggi è sfruttato intensivamente da diverse ruspe, due scavatrici, forni ed innumerevoli camion a rimorchio che portano il materiale in località sconosciute, in combutta con commissari e rappresentanti dell’assemblea ejidale.

http://www.jornada.unam.mx/2009/06/28/index.php?section=politica&article=015n1pol

La Jornada – Lunedì 29 giugno 2009

Restano in carcere 8 aderenti dell’Altra Campagna nonostante le irregolarità del loro processo

Le autorità chiapaneche accusate di fabbricare reati per arrestare i leader

Ejidatarios di San Sebastián Bachajón aspettano una sentenza favorevole al ricorso in appello. Il maestro Alberto Patishtán continua ad essere privato della libertà dal governo di Albores Guillén.

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis. 28 giugno. In Chiapas esistono detenuti considerati politici benché la loro carcerazione si basi su presunti reati comuni che in determinati casi non sono stati dimostrati o sono state istruite indagini apposite per sostenere sentenze erronee. Otto di essi sono aderenti dell’Altra Campagna dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).

Sette sono gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón in carcere dall’aprile scorso per aver difeso i loro diritti territoriali sulle rive del fiume Agua Azul, minacciate da progetti turistici di grande ampiezza e senza l’autorizzazione dei contadini tzeltales che vi abitano. Oggi sono ancora nella prigione El Amate ed entro questa settimana aspettano la risposta del giudice al ricorso in appello presentato il 22 giugno.

L’ottavo detenuto dell’Altra Campagna, Alberto Patishtán Gómez, è l’unico membro de La Voz del Amate a restare dietro le sbarre. Ora prosegue la sua lunga condanna nella prigione di Los Llanos, a San Cristóbal de las Casas. Rispettato maestro tzotzil nel municipio El Bosque, in maniera inverosimile nove anni fa fu accusato di aver partecipato ad un’imboscata contro dei poliziotti, accusa che permise all’allora governo di Roberto Albores Guillén di archiviare la questione, che era molto seria.

http://www.jornada.unam.mx/2009/06/29/index.php?section=politica&article=017n1pol

Read Full Post »

Pattugliamenti a Morelia

La Jornada – Venerdì 26 giugno 2009

“Ejidatarios filogovernativi” hanno cercato di impedire il passaggio della carovana di appoggio agli indigeni

Pattugliamento militare nei dintorni del sito turistico di Agua Clara gestito dalle basi zapatiste

Nel 2008 la JBG di Morelia aveva rioccupato le strutture che i priisti avevano trasformato in un motel

HERMANN BELLINGHAUSEN

Agua Clara, Chis., 25 giugno. Lo scorso lunedì decine di ejidatarios filogovernativi hanno tentato di impedire il passaggio della carovana civile nazionale ed internazionale arrivata qui per solidarizzare con le basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che montano la guardia in questa località balneare, in difesa del progetto alternativo di turismo avviato qui dal governo autonomo zapatista nell’ottobre scorso.

Tanto la carovana come gli indigeni mandati dalla giunta di buon governo (JBG) di Morelia per accompagnarli, hanno deciso di evitare l’inaspettato scontro e si sono rivolti alle autorità della regione autonoma San José en Rebeldía, alla quale appartiene Agua Clara. I rappresentanti priisti sono quindi andati a Tuxtla Gutiérrez per consultarsi col governo statale.

Herminio, ejidatario del luogo e responsabile del presidio, racconta che ore dopo la carovana è entrata nello stabilimento balneare accompagnata dalle basi di appoggio zapatiste che hanno impedito un’eventuale aggressione. “Da allora, un’auto del governo passa a chiedere su di noi ai priisti, ma non osa entrare.”

È un altro episodio delle tensioni nella zona, dove in aprile è stato realizzato un operativo di polizia per cacciare gli ejidatarios dell’Altra Campagna. Attualmente la Polizia Statale Preventiva mantiene una presenza massiccia. Oggi, truppe dell’Esercito federale hanno realizzato inusuali pattugliamenti. “Sono passati nove volte; vanno e vengono”, dice Herminio.

Situato sul tratto di strada tra il crocevia di AguamAzul e Palenque, lo stabilimento balneare si trova sulle rive del fiume Xumuljá, che nasce dall’unione dei fiumi Pashilá ed Agua Azul che attraversano il municipio di Chilón fino a qui, a Salto de Agua, ma contiguo al tormentato ejido San Sebastián Bachajón, quello dei sette campesinos dell’Altra Campagna arrestati ad aprile con l’accusa di essere “rapinatori di strada”.

Si tratta di uno stabilimento balneare più modesto e meno frequentato di Agua Azul. Prima faceva parte del podere Agua Clara, di proprietà dell’ingegnere Flavio Coutiño. Gli indigeni che vivevano dentro o nelle vicinanze della proprietà l’hanno occupato dopo l’insurrezione dell’EZLN, nel 1994, anche se, come accaduto in molti casi, non si erano dichiarati zapatisti.

Verso il 1996, un’organizzazione civile – sostenuta dal governo – spinse la costruzione di un motel nell’attuale ejido Agua Clara. Herminio imparò a fare lo chef e si incaricò della cucina. Quando lui e altri indigeni si dichiararono apertamente zapatisti, furono cacciati. Siccome sono contadini, si dedicarono a coltivare le generose terre che circondano il fiume.

Il gruppo priista trasformò l’immobile in bar e motel per poliziotti e soldati, e cadde nell’abbandono. I turisti smisero di arrivare. Nell’ottobre del 2008 la JBG decise di restaurare le strutture, pulire le rive del fiume e realizzare lo stabilimento balneare El Salvador, portando avanti un progetto di turismo non speculativo che privilegia la conservazione naturale e la preservazione delle rive.

Fu allora che i priisti “ricordarono” l’uso turistico del sito e installarono un casello a pagamento vicino alla strada per Palenque, dopo che le basi zapatiste del municipio autonomo Comandanta Ramona ne avevano installato uno per accedere al fiume. Oggi il visitatore paga 20 pesos ai priisti della società Chen Ajaw, e 10 agli zapatisti che si occupano del sito.

Le tensioni e le aggressioni contro i simpatizzanti dell’EZLN si acutizzarono, mentre nel tratto di strada di Betel Yochip si moltiplicavano gli assalti agli autobus dei turisti. In diverse occasioni i priisti di quella comunità e di Agua Clara, in combutta con la Polizia Stradale dello Stato, cercarono di incolpare delle rapine le basi zapatiste, coprendo i veri delinquenti.

Agli inizi del 2008 erano stati catturati, torturati ed incarcerati gli zapatisti Eliseo Silvano (padre e figlio dello stesso nome). Davanti allo scandalo internazionale, la mobilitazione civile per l’ingiusta detenzione degli indigeni e la flagranza dei poliziotti negli atti di tortura e falsa testimianza, furono presto liberati. Le rapine proseguirono, benché fosse orami evidente la connivenza tra priisti e poliziotti che proteggevano (e proteggono) i veri rapinatori, identificati dalla JBG come abitanti di Agua Clara e Betel Yochip.

(Traduzione “Maribel”  – Bergamo)

http://www.jornada.unam.mx/texto/021n1pol.htm

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 23 giugno 2009

Si chiude l’Incontro Americano Contro L’Impunità

Zapatisti: scopo del Plan Mérida è eliminare i dissidenti

Hermann Bellinghausen – Inviato

Caracol di Morelia, Chis. 22 giugno. Chiudendo l’Incontro Americano Contro l’Impunità la sera di domenica, la giunta di buon governo (JBG) zapatista della regione Tzotz Choj ha dichiarato che il Plan Mérida non è contro la criminalità, ma è uno strumento per “imprigionare, torturare e far sparire” coloro che lottano per i propri diritti.

Davanti a partecipanti di 15 nazioni americane ed osservatori di altrettanti paesi europei, la JBG ha riassunto la problematica dell’impunità, dibattuta qui per due giorni, dove si è unanimemente riconosciuto il sistema capitalista come origine delle ingiustizie che oggi affliggono il mondo.

“Il governo di ‘Pelipe‘ Calderón (si pronuncia così da queste parti, perché non c’è il suono ‘f’ nelle lingue tzotzil né tzeltal) ed il suo padrone il presidente degli Stati Uniti sono concentrati nel Plan Mérida, grazie al quale, dicono loro, sconfiggeranno la criminalità legato al narcotraffico. In realtà non è come raccontano dai mezzi di comunicazione di massa. In realtà tutto questo serve per perseguitare, imprigionare, torturare e far sparire la gente che si organizza per difendere i propri diritti.”

Per voce della compagna Victoria, vestita nel costume tradizionale di Huixtán, la JBG ha affermato che l’Incontro è servito a raccontare “le ingiustizie in ognuno dei paesi per mano dei malgoverni e dei padroni che hanno il nome di capitalisti. Essi impongono leggi proprie in favore dei grandi impresari, lasciando il popolo nell’oblio nella povertà e nella miseria, e ci tolgono le risorse naturali senza poter godere di ciò che è nostro.”

Ha esortato a “cercare forme di unità affinché un giorno tutti siamo liberi da questa schiavitù che oggi si subisce in tutte le parti del mondo. Siamo obbligati a cercare spazi e strade che permettano che i nostri compagni privati della loro libertà ed i nostri figli abbiano una vita degna”.

(…………….)

http://www.jornada.unam.mx/2009/06/23/index.php?section=politica&article=016n1pol

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 22 giugno 2009

Solo in Guerrero sono documentati 1.100 casi di morti violente non legate al narco

In America Latina si moltiplicano i crimini di Stato che continuano a restare impuniti

La lotta contro gli abusi unisce i popoli della regione che condividono le loro esperienze

Hermann Bellinghausen – Inviato

Caracol di Morelia, Chis. 21 giugno. Non c’è modo di sfumarlo: è il resoconto dell’orrore, e non tanto per i crimini di Stato del recente passato, ma per l’impunità che li copre, lo stesso in Argentina che ad Acteal. E la cosa preoccupante: quelli che si succedono e moltiplicano oggi in Perù, Guatemala e nel nostro stato di Guerrero.

Solo in questo ultimo, come documenta L’Agenzia di Sviluppo Comunitario (Tadeco) di Chilpancingo, nell’entità governata dal perredista Zeferino Torreblanca si sono registrati più di 1.100 morti violente, diverse da quelle del narcotraffico e della delinquenza comune. Nella maggioranza è coinvolto qualche corpo di polizia o militare, in relazione o no con movimenti o azioni della società; tutti, civili innocenti.

Nello stesso periodo ci sono più di 200 sparizioni non risolte e 70 sequestri, secondo il Comitato Familiari ed Amici di Rapiti, Scomparsi ed Assassinati di Guerrero. L’avvocato Javier Monroy, che partecipa all’Incontro Americano Contro l’Impunità conclusosi oggi nel caracol zapatista Torbellino de nuestras palabras, ha descritto la militarizzazione di quell’entità come massiccia ed onnipresente.

Gli orrori dell’Argentina

Da questo paese “che ogni giorno riconosciamo sempre meno”, come ha dichiarato la filosofa Fernanda Navarro, coordinatrice della sessione plenaria di questa mattina, è venuto Andrea Benítez, dell’Associazione Familiari dei Desaparecidos dell’Argentina, dove sono stati identificati e denunciati 9.026 colpevoli diretti del piano di sterminio scatenato nel suo paese negli anni ’70. Un numero esiguo di loro è stato processato, non diciamo condannato.

“Devono essere puniti anche i complici del genocidio, come i mezzi di comunicazione, i padroni del capitale, i partiti politici”, aggiunge. I “governi Kirschner” non hanno fatto niente, né si è risolta la recente sparizione di Julio López, che ha già suscitato la protesta internazionale.

Contro l’impunità garantita dalle leggi del perdono e l’oblio nel cono sud dopo le dittature, si è pronunciato anche Andrea Caraballo, dell’organizzazione Contraimpunidad dell’Uruguay: “Non dimentichiamo, non ci arrendiamo, non perdoniamo”.

In Guatemala i desaparecidos politici sono 45.000, riferisce Julio Rosales, del Movimento Nazionale per i Diritti Umani del vicino paese, unico sopravvissuto egli stesso di una famiglia desaparecida. “Nessuno paga per questi crimini”. Il principale responsabile, Efraín Ríos Mont, oggi è un deputato. A 12 anni dagli incompiuti accordi di pace che posero fine a 36 anni di guerra, “in tutto il mondo si è chiesta a gran voce giustizia, ma niente.”

Continuano ad esserci perseguitati, come Ramiro Choc, il prigioniero politico più importante in Guatemala, e desaparecidos; popoli cacciati ed aggrediti dalle miniere a cielo aperto, che oggi suscitano il maggiore “no” nazionale. Inoltre, l’uccisione delle donne (feminicidios) è costante ed “il crimine organizzato ha occupato gli spazi omicidi e destabilizzatori che prima erano monopolio di militari e paramilitari”.

Sono presenti e testimoniano anche alcune vittime del governatore messicano Enrique Peña Nieto, così come la dirigente mazahua Magdalena García Durán, vessata ed imprigionata senza motivo durante la repressione ad Atenco due anni fa. Gli anziani matlatzincas di Santa Cruz Atizapán perseguitati e spogliati nella valle di Toluca.

Ci sono las Abejas di Acteal, Chiapas, e la voce dei carcerati di Loxichas (Oaxaca), solo due dei casi di massacro, ingiustizia ed impunità accaduti durante il funesto sessennio di Ernesto Zedillo. Fuerza Indígena Chinanteca Kia-nan ed i coloni perseguitati da privati a Lomas de Poleo, Ciudad Juárez, raccontano le loro dolorose resistenze.

María Teresa Contreras Rodríguez, vedova di un minatore sepolto a Pasta de Conchos (Coahuila), dichiara che non tollereranno più inganni. “Siamo pronti ad occupare la miniera”.

In esclusiva per l’incontro lo scrittore inglese John Berger ha mandato Tre Sogni. All’apertura della sessione di oggi è stato letto uno di questi: “Un sogno che ho fatto dieci anni fa. Stavano frugando. C’era gente che cercava i morti. Molti pensavano che non si trovassero più lì. Tra la folla c’erano anche cani. Io, mentre cercavo, guardavo lo scavo. All’improvviso, come un sibilo nel vento, i morti invisibili uscirono dalla fossa e penetrarono tutto il mio essere mentre gridavo: ‘Vi porterò con me!’ Mi svegliarono il sibilo ed il mio grido ed il sibilo. Ma svegliai contento sapendo quello che dovevo fare. Se in questi dieci anni sono riuscito o no a svolgere questo compito, non lo so”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

http://www.jornada.unam.mx/2009/06/22/index.php?section=politica&article=022n1pol

Read Full Post »

La Jornada – Sabato 20 giugno 2009

http://www.jornada.unam.mx

In questo clima inizia in Chiapas L’Incontro Americano Contro l’Impunità

Denunce di pedinamenti contro attivisti ed il Centro Fray Bartolomé de las Casas

L’attualità a San Cristóbal sono le telenovelas; l’EZLN è ormai solo storia, dice un giornalista TV

Hermann Bellinghausen – Inviato

San Cristóbal de las Casas, Chis. 19 giugno. L’Incontro Americano Contro l’Impunità si apre questo fine settimana nel caracol zapatista di Morelia con sette ejidatarios tzeltales di San Sebastián Bachajón nella prigione di El Amate torturati dalla polizia ed accusati di essere “rapinatori di strada” (in realtà difensori del loro territorio e diritti) ed in mezzo ad una crescente campagna di spionaggio e pedinamenti contro attivisti dei diritti umani.

Giorni dopo la firma del governo statale dei nuovi accordi col Centro di Investigazione e Sicurezza Nazionale (Cisen) per “restringere le attività di informazione e intelligenza” nello stato (La Jornada, 16 giugno), il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) denuncia persecuzione e pedinamenti da parte di “agenti non identificati” nei confronti del suo direttore, Diego Cadenas Gordillo, e di altri membri dell’organizzazione e dei suoi uffici nel quartiere de Mexicanos.

L’ostentato pedinamento di Cadenas è proseguito fino ad oggi, secondo una nuova denuncia del CDHFBC, il quale dichiara che “atti di pedinamento costituiscono una violazione al diritto all’integrità e sicurezza personale”. La Commissione Interamericana dei Diritti Umani ha ribadito, aggiunge, la “sua preoccupazione di fronte al fatto che le forze di sicurezza dello Stato rivolgano le loro funzioni di intelligenza contro le organizzazioni che difendono le garanzie individuali, esclusivamente in ragione delle loro attività.”

Nello stesso modo, il Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo (alcuni dei cui membri hanno ricevuto minacce di morte, persecuzioni domicialiari, intimidazioni con presunti mandati di cattura durante negoziazioni agrarie, persecuzioni e pedinamenti da parte di poliziotti o agenti in borghese ed il tentativo di perquisizione di intere comunità da parte dell’Esercito Federale e della Polizia Statale Preventiva) denuncia oggi che due dei suoi membri, Yolanda Castro Apreza e Daniel Luna Alcántara, sono oggetto di insistenti pedinamenti e minacce.

Per il resto, qui risuona ancora il massacro di Acteal. Dodici anni dopo gli autori intellettuali godono di totale impunità e molti dei paramilitari che fecero il massacro e che sono in carcere, a breve potrebbero essere rimessi in libertà.

La televisione lo sa

Ma non c’è di che preoccuparsi, “il Chiapas è di moda”, come recita lo slogan del ‘Fashion Show Passion and Love’ che si girerà la prossima settimana nel Cañón del Sumidero, col deciso sostegno del governo dello stato.

In vista dell’esordio della telenovela Mi pecado (anche questa decisamente sostenuta dal governo), il giornalista Java, inviato della catena OEM-Informex, offre un’immagine commovente di San Cristóbal de las Casas: “L’insurrezione armata dell’EZLN in questa regione è ormai solo parte della storia, una leggenda, e gli abitanti di questa bella città chiapaneca oggi osservano la registrazione della telenovela Mi pecado, produzione di Juan Osorio, piuttosto che ricordarsi del subcomandante Marcos“.

La stessa cosa sostengono, da alcuni anni, antropologi e ricercatori dei fori accademici locali. Non si possono lamentare: sono stati ascoltati.

Il citato giornalista constata che “qui non c’è un solo incappucciato di Ocosingo, né di Las Margaritas, né di Larráinzar, né di nessun altro posto, come neppure negoziati ‘di pace’ (le virgolette sono sue) nella cattedrale locale, come quelli guidati una volta dal vescovo Samuel Ruiz, in cambio ci sono stelle della televisione che emozionano la vita dei sancristobalensi”.

Molti di loro, riferisce l’inviato, “si sono raggruppati in una tipica stradina per mettersi davanti alla cinepresa e farsi vedere in televisione, perché Juan Osorio ed i suoi attori erano in collegamento con il programma Hoy. Uomini, donne e bambini ad un segnale hanno lanciato in aria palloncini bianchi con la scritta ‘Viva Chiapas’. Un messaggio per riattivare il turismo e dire alla gente che l’emergenza sanitaria per l’influenza è passata” (anche se secondo la Segreteria di Salute i casi sono già 400 e continuano a crescere, ma è un piccolo dettaglio).

Bene dice uno dei “buoni” in Piel Morena, l’altra telenovela del momento ambientata ad Agua Azul come scenario della selva Lacandona: “Il Chiapas è indimenticabile”.

In sintonia con tanta bellezza lo scorso mercoledì il presidente Felipe Calderón ne ha approfittato per una gita per il centro dell’entità per dare buone notizie. Inaugurando un’immensa imbottigliatrice di Pepsi Cola a Chiapa de Corzo, il presidente ha comunicato che “al 15 di giugno, si sono registrati nel paese 17.600 nuovi posti di lavoro”, ed ha confermato “l’incremento nel consumo di energia elettrica” (sarà per così tanti televisori accesi), assicurando che “questo significa che l’economia sta riprendendo piede”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

A Morelia l’Incontro Americano

La Jornada – Venerdì 19 giugno 2009

Mega