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Archive for dicembre 2011

Los de Abajo

 Maggiorenne

Gloria Muñoz Ramírez

18 anni fa l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) irrompeva nella vita pubblica del paese e del mondo. Questo primo di gennaio l’insurrezione diventa maggiorenne, una maturità politica rappresentata dal lavoro quotidiano di più di mille comunità indigene che organizzano la propria autonomia in un processo ancora non comparabile con i molti altri presenti in tutto il paese. Nelle cinque regioni del Chiapas dichiarate in ribellione continua ad esserci un esercito regolare armato. Non usa le armi, vero, perché è vigente l’impegno per la pace che ha stipulato con la società civile nelle prime settimane del 1994.

18 anni fa gli zapatisti arrivarono per restare, nonostante le molte offensive militari, paramilitari, di contrainsurgencia, intellettuali, i mezzi di comunicazione ed i partiti, alle quali hanno resistito durante i governi federali di Carlos Salinas, Ernesto Zedillo e Vicente Fox, ed attualmente di Felipe Calderón.

18 anni fa gli zapatisti tzotziles, tzeltales, zoques, mames, tojolabales, choles e meticci, fecero la loro apparizione pubblica con la presa di sette capoluoghi municipali del Chiapas. Non sono gli stessi di allora, come non lo è il paese che li vide nascere nella clandestinità nel 1983, quello che li ricevette l’alba del primo gennaio del 1994, quello che percorsero da sud a nord nel 2006, né quello che in questo momento è infognato in una guerra in “contro il narcotraffico” che è costata la vita a più di 50 mila persone.

Il 6 maggio scorso, in un’affollata manifestazione, dopo cinque anni di assenza al di fuori del loro territorio, più di 20 mila basi di appoggio hanno unito il loro grido e silenzio a quello del Movimento per la Pace. La loro posizione è stata la stessa di 18 anni fa: “Non siamo qui per indicare strade, né per dire che cosa fare, né per rispondere alla domanda: che cosa succederà”.

La lotta zapatista non è nata né è proseguita sulla base di rivendicazioni puramente indigene. Fin dall’inizio, raccontano, si pensò alla lotta nazionale. Il tenente colonnello Moisés una volta spiegò che nel 1983 si domandavano: “Come faremo per avere buona assistenza sanitaria, buona educazione, buone case per tutto il Messico? In quei primi 10 anni acquisimmo molte conoscenze, esperienze, idee, modi di organizzarci. E pensavamo: come ci accoglierà il popolo del Messico (non lo chiamavamo ancora società civile)? E pensavamo che ci avrebbero accolto con gioia, perché avremmo combattuto e saremmo morti per lui, perché vogliamo che ci siano libertà, democrazia e giustizia per tutti. Ma nello stesso tempo pensavamo, come sarà? E se non ci accetteranno?” http://www.jornada.unam.mx/2011/12/31/opinion/013o1pol

losylasdeabajo@yahoo.com.mx

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada-Sabato 31 dicembre 2011

Seminario in Chiapas sui parametri imposti dal potere. Il progresso: falsa promessa dei ricchi per rubare ai poveri

Dopo 18 anni le comunità indigene ancora devono far fronte alla guerra

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 30 dicembre. Con la sfida di affrontare il concetto innovativo della “potenza dei poveri“, che l’intellettuale tzeltal Xuno López ha definito “provocatorio”, a mezzogiorno è iniziato il secondo Seminario Internazionale di Riflessione ed Analisi, nella Cideci-Università della Terra, in questa città. Ha dato avvio al dibattito la presentazione del libro-conversazione dei pensatori Jean Robert e Majid Rahnema, che ha proprio questo titolo. Come intendere da lì lo sviluppo, il progresso ed in generale i parametri imposti dal potere?

Convocato alla vigilia del diciottesimo anniversario dell’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, nella sessione del mattino il seminario ha anche dato luogo ad una precisa effemeride dell’antropologa Mercedes Olivera, sulla ribellione zapatista e la guerra occulta, economica e paramilitare che ancora devono affrontare le comunità indigene del Chiapas dalla resistenza e l’autonomia, dalle quali emana la loro forza. Sarebbe questa la “potenza” cui allude l’opera di Rahnema e Robert.

Lo stesso Robert, durante la prima sessione, ha enunciato l’opposizione tra “la povertà come sintomo della ricchezza” e “la ricchezza come sintomo della povertà”. Da dove guardare? O come López ha sottolineato: “i poveri, lo sono secondo chi?”, cercando di trovare una traduzione nella sua lingua, oppure in tzotzil, di quel concetto generalizzato dal sistema di dominazione. Poi, Rafael Landerreche, educatore e collaboratore di Las Abejas di Acteal, ha fornito una caratterizzazione di questo “dogma” imposto dall’educazione e dall’ideologia, citando l’infallibile scrittore inglese Chesterton, che diceva che il progresso è la storia che i ricchi raccontano ai poveri ogni volta che i ricchi li vogliono derubare di qualcosa.

Xuno López, originario di Tenejapa, che ha iniziato il suo intervento in tzotzil, in considerazione che questa è la lingua di un gran numero dei presenti, ha fatto un esempio molto eloquente, che di fatto è servito ad illustrare tutta la sessione: “la falsa promessa evidente” della città rurale di Santiago el Pinar, una comunità degli Altos reputata dal governo povera tra i poveri alla quale il governo e diverse imprese hanno costruito una “città” affinché abbandonasse le case sui loro terreni per andare, si presume,” a vivere meglio”.

Seguendo la similitudine del bastone e la carota,utilizzata da quasi tutti i conferenzieri, López ha detto che i coloni di El Pinar, quasi obbligati ad accettare la promessa, “hanno beneficiato di queste case, se così si possono definire” ed abbandonato le proprie abitazioni. Dopo essersi stabiliti nelle nuove case hanno perso ogni illusione. Le loro case di origine erano ampie. Ora andavano a vivere meglio, ma secondo chi? La delusione dei fratelli, ha detto, è dovuta al fatto di aver accettato il concetto di povertà dettato dal sistema, poiché “l’arte di vivere dei popoli parte da quello che è necessario, arte che si può trovare nelle comunità”.

Come ha scritto Landerreche nel libro (“che critica i kaxlanes”), esiste una differenza sostanziale tra “un uomo di potere” e “un essere con potenza”. Da qui “si può rinunciare al potere, non alla potenza” (la possibilità di fare, decidere, governarsi). I popoli originari ed i movimenti organizzati si oppongono alla logica divoratrice dell’accumulo di capitale che Jean Robert colloca al primo paragrafo del Capitale di Karl Marx. La logica che impone una ch’ulel (coscienza, anima o spirito, in lingue maya) sbagliata ed aliena, come diceva López, alle persone che si convincono di avere bisogno di quello di cui non hanno affatto bisogno, accettando il bastone per raggiungere la carota del progresso promesso.

Il “sviluppo” che accompagna il saccheggio capitalista “distrugge la povertà dignitosa con la povertà indegna”, nel senso che il sistema capitalista non smette mai di produrre “poveri”, critica al potere condivisa da tutti i partecipanti, tra i quali ci sono anche la ricercatrice Ana Valadez e lo studioso ed attivista zapoteco Carlos Manzo.

Manzo ha detto di trovare questa “potenza dei poveri” nella resistenza dei popoli, che include resistere al pensiero economico occidentale “che non necessariamente riflette la realtà della vita dei popoli indios”. Sostiene che “sono le vere rivoluziona quelle che permettono la libertà”, realizzate da “coloro che sono gli unici supporti degni delle rivoluzioni che funzionano” e garantiscono la dignità del buon vivere. Ha citato le esperienze oaxaqueñas degli ikoots, gli zapotechi e gli zoques dei Chimalapas come lotte concrete contro il saccheggio e per la dignità, che possono dirci “come costruire questi domani differenti”.

López ha affermato: “I popoli hanno contribuito molto al cammino verso il cambiamento attraverso la costruzione delle autonomie. È lì che si trova la nostra potenza come popoli, contro il ch’ulel dei dominatori”.

Le sessioni del Seminario Internazionale sono proseguite in serata con un incontro tra Xóchitl Leyva, Mercedes Olivera, Jerome Baschet e Ronald Nigh. http://www.jornada.unam.mx/2011/12/31/politica/013n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 22 dicembre 2011

Las Abejas commemorano il massacro di Acteal con una giornata di resistenza. Quattordici anni dopo chiedono di punire i responsabili

HERMANN BELLINGHAUSEN

San Cristóbal de las Casas, Chis. 21 dicembre. Da due giorni, dei tre previsti, si stanno svolgendo le commemorazioni della Società Civile Las Abejas del massacro di Acteal a Yabteclum, municipio di Chenalhó, dove le cinque zone dell’organizzazione tzotzil hanno iniziato da martedì alcune “giornate di digiuno e preghiera”; ma anche “di memoria della resistenza”, di conoscenza dell’attuale “situazione di violenza nel nostro paese”.

Le famiglie di Las Abejas hanno accolto nel pomeriggio la marcia “contro la violenza di Stato, per la pace, la memoria e contro l’impunità”, partita da San Cristóbal all’alba di ieri, per alcuni tratti a piedi ed altri in auto, alla maniera delle “torce” guadalupane. Intanto, adActeal, da martedì stanno giungendo gruppi di indigeni cattolici di Simojovel, Chenalhó, Pantelhó e Mitontic.

Come ogni anno in questo giorno, ed ogni giorno 22 di tutti i mesi dei passati quattordici anni, Las Abejas ricordano i loro 45 morti del 1997 e continuano a chiedere giustizia e rispetto da parte delle autorità, così come la punizione degli autori materiali ed intellettuali del massacro.

A nome dell’organizzazione, Antonio Gutiérrez ha dichiarato che nel nostro paese la giustizia viene “garantita unicamente ad amici e soci” dei governanti di turno. Ha citato la responsabilità nei fatti dell’allora governatore del Chiapas, Julio César Ruiz Fierro; del segretario di Governo, Emilio Chuayffet Chemor, e del presidente della Repubblica, Ernesto Zedillo Ponce de León.

Tutte le processioni convergeranno all’incrocio di Majomut, all’altezza della base militare, per dirigersi ad Acteal e celebrare il ricordo con l’abituale contributo di Las Abejas per la denuncia e la solidarietà, e per manifestare anche “contro l’impunità da nord a sud del nostro paese” e “l’accelerato processo di militarizzazione, paramilitarizzazione e mancanza di controllo sociale”, come deliberata strategia del governo di Felipe Calderón Hinojosa.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Domenica 18 dicembre 2011

Sospese le cure mediche al detenuto dell’Altra Campagna Alberto Patishtán

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 17 dicembre. I detenuto dell’Altra Campagna che tra settembre e novembre per 39 giorni avevano sostenuto uno sciopero della fame in tre prigioni del Chiapas, senza però ottenere la libertà, salvo per due di loro, annunciano l’intenzione di proseguire “in questa trincea della nostra resistenza” nelle prigioni, perché si dichiarano innocenti. La liberazione di Alberto Patishtán, oggi in una prigione federale in Sinaloa, continua ad essere la principale richiesta del movimento, che va oltre la protesta del digiuno conclusa il passato 7 novembre, per la mancanza di risposte del governo statale.

Il professor Patishtán “è sottoposto a condizioni molto dure nel carcere di Guasave”, informano i detenuti della Voz del Amate, Solidarios de la Voz del Amate e Voces Inocentes dal carcere N. 5 di San Cristóbal. In una conversazione telefonica, lo stesso Patishtán ha denunciato che gli è stato sospeso il trattamento medico contro il glaucoma e che è tenuto in isolamento. Non potrà ricevere nemmeno un libro prima di sei mesi. “Mi hanno completamente ignorato”, ha detto.

Uno dei suoi compagni, il promotore di salute Pedro López Jiménez, a conoscenza della malattia di Patishtán Gómez, racconta che quando questi arrivò nella prigione di El Amate a San Cristóbal nell’aprile del 2009, “ci si accorse che stava perdendo la vista dall’occhio destro; allora fu portato in ospedale dove rimase ricoverato per oltre cinque mesi”, e gli fu diagnosticato il glaucoma.

A causa dello sciopero della fame, del quale era portavoce, Patishtán è stato trasferito in una prigione di massima sicurezza “per isolarlo”. Oggi, aggiunge López Jiménez, “gli hanno tolto le gocce che i medici hanno raccomandato di non sospendere nemmeno per un solo giorno; io, come promotore di salute, conosco la malattia di Alberto perché gli mettevo le gocce tutti i giorni quando ero in quella prigione”. López Jiménez chiede al governo federale “di dare istruzioni affinché le gocce siano nuovamente concesse come trattamento del glaucoma”.

Come hanno dichiarato i suoi compagni Rosario Díaz Méndez, Alfredo López Jiménez, Juan Collazo Jiménez e Juan Díaz López, le autorità hanno trattato Patishtán “come un criminale pericoloso, benché il governo dello stato abbia riconosciuto pubblicamente la sua innocenza”. I detenuti indigeni esortano il governo di Felipe Calderón “ad intervenire per la sua liberazione, così come chiediamo il suo trasferimento vicino alla sua famiglia e le cure per la sua malattia”. Chiedono inoltre al governo di Juan Sabines Guerrero a concedere a tutti loro “la libertà incondizionata che ci è stata rubata”.

Grazie allo sciopero, il 16 novembre Juan Collazo Jiménez è stato trasferito dal carcere N. 6 di Motozintla a quello di San Cristóbal de las Casas. Non è stato rilasciato, ma non è più “in punizione” lontano dalla sua famiglia e dai suoi compagni da un anno, sottoposto a tortura psicologica e punizioni fisiche come parte di “una strategia di destrutturazione sociale e politica”, sostengono i detenuti.

Il 15 novembre, grazie allo sciopero della fame, sono stati liberati due dei detenuti dell’Altra Campagna, Andrés Núñez Hernández e José Díaz López.

Tuttavia, Alfredo López Jiménez e Rosario Díaz Méndez hanno denunciato “la carente assistenza medica” nel carcere N. 5, per mancanza di personale, medicine e risorse materiali. Con queste pratiche, denunciano, “l’istituzione penitenziaria a carico del Sottosegretariato degli Istituti Penali del Chiapas, viola gli articoli 4 e 18 della Costituzione sul diritto alla salute dei reclusi nei penitenziari della Repubblica”, così come i relativi trattati internazionali.

Qualche giorno fa, i detenuti aderenti all’Altra Campagna hanno così ringraziato per la solidarietà internazionale ricevuta: “Anche se non abbiamo ottenuto politicamente nulla, abbiamo ottenuto molto più di quello che immaginavamo, perché abbiamo il vostro immenso appoggio nel chiedere la giustizia e la libertà. Siamo qui con rinnovata volontà di continuare a lottare con coraggio e forza. Non importano gli ostacoli e gli oltraggi, perché noi siamo una famiglia numerosa quante sono le stelle la cui luce è visibile da lontano, che è la solidarietà con le nostre lotte”. http://www.jornada.unam.mx/2011/12/18/politica/016n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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IIº Seminario Internazionale di riflessione e analisi “Pianeta terra: movimenti antisistema”. CIDECI, dal 30 dicembre al 2 gennaio

Partecipanti confermati:

… Pablo González Casanova, Sylvia Marcos,
Boaventura de Souza, Fernanda Navarro, Javier
Sicilia, Julieta Paredes (Bolivia),
Jean Robert, Anselm Jappe, Mercedes Olivera,
Gustavo Esteva,
Luis Villoro, Carlos Marentes (Texas), Paulina
Fernández C., Luis Andrango (Ecuador), Xóchitl
Leyva, Nelson Maldonado T., Jérôme Baschet…

30-31 dicembre 2011
1-2 gennaio 2012

CIDECI-UNITIERRA CHIAPAS
Camino Viejo a San Juan Chamula s/n.
Colonia Nueva Maravilla.
San Cristóbal de las Casas, Chiapas, Messico
email: unitierra_chiapas@prodigy.net.mx

Questo è quello che ci dicono le loro parole ed i loro silenzi: Che la storia del Messico è tornata a macchiarsi di sangue innocente. Che decine di migliaia di persone sono morte in questa guerra assurda che non porta da nessuna parte. Che la pace e la giustizia non hanno più posto in nessun angolo del nostro paese. Che l’unica colpa di queste vittime è essere nati o abitare in un paese malgovernato da gruppi legali e illegali assetati di guerra, di morte e di distruzione. Che questa guerra ha come principale bersaglio militare esseri umani innocenti, di tutte le classi sociali, che non hanno niente a che vedere né col narcotraffico né con le forze governative. Che i malgoverni, tutti, federale, statali e municipali, hanno trasformato le strade in zone di guerra senza che chi le percorre e vi lavora fosse d’accordo ed avesse gli strumenti per proteggersi (…) Che i malgoverni hanno creato il problema e non solo non ‘hanno risolto, ma l’hanno esteso ed approfondito in tutto il Messico. Che c’è immenso dolore e pena per tante morti senza senso.  Stop alla guerra. Basta sangue. Ne abbiamo abbastanza. Ora basta.

Parole dell’EZLN a sostegno della Marcia Nazionale per la Pace
7 maggio 2011

Sì, è vero, possiamo organizzarci. E non solo i sapienti malgoverni, anche noi abbiamo una testa, abbiamo idee per pensare a come organizzare, come organizzarci… Anche noi lotteremo con tutto il popolo del Messico… ed invitiamo tutta la gente ad organizzarsi per unirsi alla lotta, perché se non lotteremo, se cederemo ai malgoverni ci inganneranno…  Sì, possiamo governarci, lo abbiamo già visto che possiamo formare il nostro municipio, anche se non piace al malgoverno… ma, lo abbiamo fatto perché è un nostro diritto.

Comandanta Dalia (“Intervista a Radio Insurgente”, Rebeldía, 78, 2011)

 Oggi più che mai le forze globali modellano la vita dei popoli. Il nostro lavoro, salute, casa, educazione e pensioni sono controllate da banche, mercati, paradisi fiscali, corporazioni e crisi finanziarie. L’ambiente è distrutto dall’inquinamento. La nostra sicurezza è determinata da guerre internazionali e dal commercio internazionale di armi, droga e risorse naturali.  Stiamo perdendo il controllo sulle nostre vite. Questo si deve fermare. Questo si fermerà.  I cittadini del mondo devono prendere il controllo sulle decisioni che li colpiscono a tutti i livelli, dal globale al locale. Questa è la democrazia globale. Questo è quello che oggi chiediamo.  Come zapatisti messicani, diciamo “Ora basta. Qui il popolo comanda ed il governo obbedisce!”. Come nelle piazze occupate in Spagna diciamo “Democrazia Vera Adesso! “. Oggi ci rivolgiamo ai cittadini del mondo:  Globalizziamo Piazza Tahrir! Globalizziamo la Puera del Sol!

Manifesto ” Uniti per una democrazia globale” (15 ottobre 2011)

Media liberi che copriranno l’evento dal vivo e con aggiornamenti:

http://chiapas.indymedia.org
http://www.komanilel.org
http://radiopozol.blogspot.com

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2011/12/08/ii%C2%BA-seminario-internacional-de-reflexion-y-analisis-planeta-tierra-movimientos-antisistemicos-cideci-dic-30-a-ene-02/

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La Jornada – Lunedì 12 dicembre 2011

ONG: I governi del Chiapas e federale minacciano l’integrità dei popoli indigeni, che respingono il programma REDD+, “perché implica la privatizzazione di un bene comune” come l’aria

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 11 dicembre. Una ventina di comitati ed organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno diffuso una dichiarazione nella quale esprimono il timore della “minaccia costituita sia dal governo del Chiapas sia dal governo federale ed imprese private, per l’integrità dei territori dei popoli indigeni e rurali e dei loro stili di vita”.

Riuniti in questa città nel Forum Regionale per la Difesa dei Diritti Umani “per discutere i problemi e le sfide” della validità di queste garanzie nella regione, organismi indipendenti di tutto lo stato hanno concluso che “la vita delle comunità indigene e contadine deve affrontare molte minacce  di fronte al deterioramento e saccheggio dei territori e dei suoi beni naturali, che genera altra povertà e la rottura del tessuto sociale, che si traduce in crescente emigrazione e scontento”.

Ritengono che “le politiche restrittive di migrazione alle nostre frontiere sud e nord generano condizioni di gravi violazioni dei diritti fondamentali, attentano alla vita, all’integrità fisica ed alla libertà dei migranti da parte degli agenti statali o di gruppi criminali protetti dai primi”.

La protesta sociale derivante “dallo scontento e dall’indignazione” sono “durante soffocate dalle forze di sicurezza o per via giudiziaria, in particolare contro i difensori dei diritti umani”.

Le organizzazioni si sono espresse in particolare contro il programma Reducción de Emisiones por Deforestación y Degradación Evitada plus (REDD+), promosso dai governi chiapaneco e federale, “perché implica la mercificazione e privatizzazione di un bene comune, come l’aria pura, e perché è stato studiato come parte della strategia di saccheggio del territorio ed abuso sociale nella Selva Lacandona, ed implica lo sgombero ed il ricollocamento forzato di 40 comunità indigene”.

Esprimono preoccupazione “per la latente riattivazione” della miniera in Chicomuselo, data in concessione ad una società canadese “che, secondo alcune voci, sarebbe stata trasferita ad un’impresa a capitale cinese”. L’attività della miniera ha già colpito l’ambiente delle comunità limitrofe, senza rispettare il diritto di essere consultate. Il pronunciamento si unisce alle organizzazioni locali che esigono la cancellazione dei permessi di sfruttamento.

Importanti organizzazione del Chiapas come Frayba, Fray Matías de Córdova, Oralia Morales, Digna Ochoa e Melel Xolobal, hanno chiesto di fermare la costruzione delle città rurali “perché colpiscono le forme tradizionali di produzione e di vita della popolazione locale, oltre a non apportare i millantati miglioramenti  nell’accesso ai servizi”. Esprimono preoccupazione perché il ricollocamento “è una forma velata di spostamento forzato in favore di interessi economici alieni alle comunità”. Citano l’annunciata costruzione di una quinta diga sul fiume Grijalva, a Copainalá, di una città rurale nello stesso municipio e di un’altra aIxhuatán, dove sono state denunciate prospezioni minerarie.

Manifestano solidarietà “con la lotta per la terra ancestrale dei fratelli zoques nella regione dei Chimalapas, e si augurano che “le comunità oggi vessate dai governi di Chiapas e Oaxaca trovino accordi di convivenza pacifica”. Nello stesso tempo, si uniscono alla richiesta di tariffe eque rispetto a bollette “irrazionali ed ingiustificate” della Commissione Federale dell’Elettricità.

In particolare, denunciano “il terribile deterioramento ambientale delle paludi di Centla, casa dei nostri fratelli maya chontales , le cui tradizioni culturali legate alla madre terra sono state pregiudicate dallo sfruttamento sconsiderato della Petróleos Mexicanos e dalla gestione delle acque del governo di Tabasco e della Commissione Nazionale dell’Acqua, che deviano l’acqua da Villahermosa verso le paludi, obbligando da cinque anni gli abitanti a vivere inondati. http://www.jornada.unam.mx/2011/12/12/politica/013n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Subcomandante Insurgente Marcos. UNA MORTE… O UNA VITA (Quarta lettera a Don Luis Villoro nello scambio su Etica e Politica)

UNA MORTE… O UNA VITA

Ottobre-Novembre 2011

Chi nomina chiama. E qualcuno accorre, senza appuntamento, senza
spiegazioni, nel luogo in cui il suo nome, detto o pensato, lo sta
chiamando.
Quando ciò accade, si ha il diritto di credere che nessuno se ne va del
tutto finché non muore la parola che chiamando, lo riporta.
Eduardo Galeano.
“Finestra sulla Memoria”, da Las Palabras Andantes. Ed. Siglo XXI.

Per: Luis Villoro Toranzo.
Da: Subcomandante Insurgente Marcos.

Don Luis:

Salute e saluti.

Prima di tutto, auguri per il suo compleanno il 3 novembre. Speriamo che con queste lettere riceva anche l’abbraccio affettuoso che, anche se a distanza, le mandiamo.

Proseguiamo quindi in questo scambio di idee e riflessioni. Forse ora più solitari per la confusione mediatica che si solleva intorno alla definizione dei nomi dei tre bricconi che si disputeranno la guida sugli insanguinati suoli del Messico.

Con la stessa frenesia con cui spediscono le loro fatture per “spese di promozione immagine”, i mezzi di comunicazione si allineano alle diverse parti. Tutti concordano che le scempiaggini che esibiscono con impudicizia i rispettivi aspiranti, si possono coprire solo facendo più rumore sopra quelle dell’avversario.

Il periodo dell’ansia degli acquisti natalizi coincide con la vendita delle proposte elettorali. Chiaro, come la maggioranza degli articoli che si vendono in questo periodo dell’anno, senza garanzia alcuna e senza la possibilità di restituzione.

Dopo le esequie del suo ex-segretario di governo, Felipe Calderón Hinojosa è corso gioioso “all’estremo saluto” per dimostrare che ciò che importa è consumare, non importa che i sottosegretari di Stato siano morituri e con indeterminata data di scadenza.

Ma, anche in mezzo al rumore ci sono suoni per chi sa cercare ed ha la determinazione e la pazienza sufficienti per farlo.

Ed in queste righe che le mando ora, Don Luis, palpitano morti che sono vite.

 

I.- Il potere del Potere.

“La libertà di scelta ti permette di scegliere la salsa con
la quale sarai mangiato.”

Eduardo Galeano.
“Finestra sulle Dittature Invisibili” Ibid.

“Che ci governino, giudichino e se ne occupino le puttane,

visto che i loro figli hanno fallito”
dal blog laputarealidad.org

 

Devo averlo letto o sentito da qualche parte. Era qualcosa come “il Potere non è avere tanti soldi, ma mentire e fare che ti credano molti, tutti, o almeno tutti quelli che contano.”

Mentire in grande e farlo impunemente, questo è il Potere.

Bugie giganti che includono accoliti e fedeli che diano loro validità, certezza, status.

Bugie che diventano campagne elettorali, programmi di governo, progetti alternativi di nazione, piattaforme di partito, articoli su giornali e riviste, commenti in radio e televisione, slogan, credo.

E la bugia deve essere così grande da non essere statica. Deve cambiare, non per diventare più efficace, ma per provare la lealtà dei suoi seguaci. I maledetti di ieri saranno i benedetti appena girate alcune pagine del calendario.

È il Potere – o la sua vicinanza – il grande corruttore?

A lui arrivano uomini e donne con grandi ideali, ed è l’agire perverso e corruttore del Potere quello che li obbliga a tradirli fino ad arrivare a fare il contrario e contraddittorio?

Dal pieno impiego alla guerra sanguinosa (e persa)…

Da “la mafia nel potere” alla “repubblica amorevole”…

Da “seimila pesos al mese bastano per tutto” a “alla fine nemmeno un sondaggio mi è favorevole”…

Da “Dio mio, rendimi vedova” a “Lupita D´Alessio, fammi leonessa di fronte all’agnello”…

Dal gruppo San Ángel allo Yunque totalmente scoperto…

Da… da… da… scusate, ma non trovo niente di significativo che abbia detto Enrique Peña Nieto…

Anzi, trovo che non abbia detto proprio niente, come se si trattasse di una pessima comparsa, di quelle che si vedono nei teleromanzi che balbettano qualche cosa che nessuno capisce. Visto che è così evidente, non gli farebbe male iscriversi al CEA di Televisa (secondo il programma di studi, al primo anno insegnano “espressione verbale”).

So bene che sui mezzi di comunicazione si “è letta” la fotografia della lista di Peña Nieto come unico candidato del PRI (dove appaiono i personaggi principali di questo partito), come dimostrazione del sostegno del partito a questo signore.

Mmh… a prima vista mi era sembrata la foto di una notizia giornalistica su un nuovo colpo al crimine organizzato. Che era stata smantellata una banda di ladri e che il giubbotto antiproiettile, col quale normalmente presentano gli “indiziati”, era stato sostituito dalla camicia rossa.

Poi ho guardato la foto con più attenzione. Beh, quelli non stanno dando dimostrazione di sostegno. È una banda di avvoltoi che si è resa conto che Peña Nieto non è altro che un burattino orfano e che bisogna metterci mano perché, se arriverà alla presidenza, di lui non importerà, ma piuttosto il ventriloquo che lo muove.

La sua designazione come candidato alla presidenza sarà un’ulteriore dimostrazione della decomposizione del Partito Rivoluzionario Istituzionale, e la disputa per vedere chi lo guiderà sarà a morte (e tra i priisti questa non è un’immagine retorica).

Sarà così patetica la situazione che perfino Héctor Aguilar Camín si offrirà per l’adozione… e l’urgente alfabetizzazione della creatura.

Alla fine, continuiamo a chiedere:

È il Potere che corrompe o si deve essere corrotto per accedere al Potere, per restarvi… o per aspirarvi?

Durante uno dei lunghi viaggi dell’Altra Campagna, passando per la capitale del Chiapas, Tuxtla Gutiérrez, dissi che la poltrona governativa chiapaneca doveva avere qualcosa che trasformava persone mediamente intelligenti in stupidi finqueros con pose da piccoli tiranni. Julio guidava, Roger era il copilota. Uno dei due disse “oppure erano già così, ed è per questo che sono diventati governatori”.

Poi aggiunse, parola più, parola meno, il seguente aneddoto: “Passando davanti all’edificio in cui era riunito il congresso, una signora sentì gridare: “Ignorante! Idiota! Puttana! Ladro! Criminale! Assassino!” ed altri epiteti più rudi. La signora, inorridita, si rivolge ad un uomo che fuori dall’edificio legge un libro. “È uno scandalo”, gli dice, “noi li manteniamo con le nostre tasse e questi deputati non fanno altro che litigare e insultarsi”. L’uomo guarda la signora, poi l’edificio legislativo e, tornando al suo libro, dice alla signora: “non stanno litigando né insultandosi, stanno facendo l’appello”.

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II.- Il Potere e la Riflessione sulla Resistenza.

La sinistra è la Voce dei Morti
Tomás Segovia. 1994.

Mmh… il Potere… la prova inconfutabile, il sogno degli intellettuali dell’alto, la ragion d’essere dei partiti politici…

Ora, morto il maestro Tomás Segovia, lo nominiamo, lo evochiamo e lo riportiamo a sedersi tra noi per rileggere, insieme, alcuni dei suoi testi.

Non le sue poesie, ma le sue riflessioni critiche sul e rispetto al Potere.

Pochi, molto pochi, sono stati e sono gli intellettuali che si sono impegnati a capire, non a giudicare, questo nostro accidentato percorso che chiamiamo “zapatismo” (o “neozapatismo” per alcuni). Nell’elenco striminzito ci sono, tra gli altri, Don Pablo González Casanova, Adolfo Gilly, Tomás Segovia e lei Don Luis.

Abbracciamo tutti loro, e lei, come solo abbracciano i morti, cioè, per la vita.

E chi ora ricorda Tomás Segovia solo come poeta, lo fa per scindere quell’uomo dal suo essere libertario. Siccome Don Tomás non può fare niente ora per difendersi e difendere la sua parola completa, si sprecano gli omaggi “taglia e incolla”, che pubblicano e riprendono i pezzi gentili, lascia nell’oblio quelli scomodi… fino a che altr@ incomod@ li ricordano e li citano.

E per non interpretare le sue parole (che può essere intesa come una forma gentile di usurpazione) trascrivo parti di alcuni scritti.

Nel 1994, in piena euforia accusatoria della destra, quella sì istruita perché la guidava Octavio Paz (uno dei suoi cortigiani era l’impresario Enrique Krauze – oh, non si offuschi Don Krauze, agli intellettuali non si può rimproverare di essere di destra o di sinistra, ma, come nel suo caso, che per emergere, invece di usare l’intelletto, ricorrano all’adulazione di ganster come quelli che ora sono al governo -), Tomás Segovia scrisse (le sottolineature sono mie):

Che prevalga una o un’altra forma di fascismo, la verità e la giustizia prendono la forma della Resistenza. 

Ma si può dire che la sinistra è per costituzione resistenza. Senza dubbio la sinistra nel nostro secolo è piombata in un irrimediabile errore storico, e questo errore è stato credere che la sinistra potesse prendere il potere. La sinistra al potere è una contraddizione, la storia di questo secolo ce l’ha abbondantemente dimostrato (…).

Oggi è chiaro, mi sembra, che la sinistra non è diversa dalla destra, collocate entrambe in una relazione opposta ma simmetrica rispetto al potere: la sinistra è innanzitutto l’altro del potere, l’altro ambito e l’altro senso della vita sociale, quello che resta sepolto e dimenticato nel potere costituito, la riscossa del represso, la voce della vita in comune soffocata dalla vita comunitaria, la voce dei diseredati prima di quella dei poveri (e quella dei poveri solo perché sono in maggioranza, ma non esclusivamente, i diseredati) – la sinistra è la Voce dei Morti.

Una delle idee che più ci hanno fatto danno è stata l’idea di “reazionario”, che ci ha fatto pensare che la destra che si oppone al progresso, è resistenza e parla in nome del passato, delle radici, di tutto quanto è “superato”. Così la sinistra si convinceva che la resistenza è il potere nella misura in cui continuava ad essere di destra e si opponeva al progressismo della sinistra nel tentativo disperato di conservare i suoi privilegi e il suo dominio, senza vedere che il potere, sia di destra che di sinistra, è solo resistenza nel significato diverso e molto più semplice: nel rifiutarsi di essere sostituito da un altro potere, sia di sinistra che di destra; ma che di fronte alla storia il potere è sempre progressista.

In Messico, normalmente, questo si vede con particolare nitidezza data la crudezza dei rapporti di potere in questo paese: oggi sappiamo con chiarezza che nessun governo è stato più deciso ed attivamente progressista di quello di Porfirio Díaz, e che ai nostri giorni è il PRI quello che monopolizza e sfrutta la retorica del progresso, del cambiamento, della modernizzazione, del superamento dei nostalgici “emissari del passato”, e perfino di democrazia.

(E questo mi fa pensare che anche la democrazia al potere o del potere è una contraddizione: la democrazia non è “demoarchia” – il popolo al potere è un’utopia o una metafora, molto pericolosa da prendere alla lettera, perché “il popolo”, supponendo che esista o anche se non esiste se non come entelechia, è per definizione ciò che non è al potere, l’altro del potere.)

Ma i miei affascinanti colleghi, quando si consegnano al Governo ben consci che le sue promesse sono false, sono sedotti? Impossibile: la seduzione è desiderio allo stato puro, implica la visione folgorante che il tuo piacere è il mio piacere. Non è possibile una visione in cui il piacere del Potere sia il piacere del “popolo”.

E nel 1996 segnalò:

Parallelamente, in un paese che non pratichi più la proibizione violenta delle espressioni dirette della vita sociale primaria, l’ideologia del potere ci ricatterà chiamandoci puttane – cioè disgregatori, negativi, risentiti, violenti -, o tenterà di persuaderci, come i politologi ed altri intellettuali cercano di persuadere gli zapatisti, come tentano di persuadermi i miei colleghi (incominciando da Octavio Paz), che la “vera” via di esprimerci e di influire sulla vita sociale è entrare nelle istituzioni – o in quell’istituito in generale.

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Don Luis, credo che concorderà con me che, rispondendo a questi testi provocatori di Tomás Segovia, la riflessione su Etica e Politica deve toccare il tema del Potere.

Forse in un’altra occasione, e chiamando altri, possiamo scambiare idee e sentimenti (che altro non sono i fatti che animano queste riflessioni), su questo argomento.

Per adesso, vada questa evocazione a Don Tomás Segovia, che dichiarava di non avere tempo di non essere libero e senza imbarazzo confessava: “quasi tutta la vita l’ho guadagnata onestamente, cioè, non come scrittore”.

Non solo per portare qui la sua parola irredenta, perché capita a proposito.

Ma anche, e soprattutto, perché più che il poeta, è il pensatore che ha aperto una terza porta verso il movimento indigeno zapatista. Guardando, vedendo, sentendo ed ascoltando, Don Tomás Segovia attraversò quella porta.

Cioè, capì.

III.- Il Potere e la Pratica della Resistenza.

Municipio Autonomo Ribelle Zapatista San Andrés Sacamchen de Los Pobres, Altos del Chiapas. La mattina del 26 settembre 2011, il comandante Moisés stava andando a lavorare nella sua piantagione di caffè. Come tutti i dirigenti dell’EZLN, non riceveva salario o prebenda alcuna. Come tutti i dirigenti dell’EZLN, doveva lavorare per mantenere la sua famiglia. L’accompagnavano i suoi figli.

Il veicolo sul quale viaggiavano si ribaltò. Tutti rimasero feriti, ma le ferite subite da Moisés erano mortali. Quando arrivò alla clinica di Oventik era ormai morto.

Nel pomeriggio, com’è abitudine a San Cristóbal de Las Casas rincorrere le voci, la morte di Moisés attrasse giornalisti avvoltoi che pensarono che il morto era il Tenente Colonnello Insurgente Moisés. Quando seppero che non era lui, ma un altro Moisés, il Comandante Moisés, persero ogni interesse. A nessuno di loro importava qualcuno che non era apparso in pubblico come dirigente, qualcuno che era sempre stato nell’ombra, qualcuno che apparentemente era solo un altro indigeno zapatista…

Nel calendario doveva essere il 1985-1986. Moisés seppe dell’EZLN e decise di unirsi allo sforzo organizzativo quando negli altos del Chiapas gli zapatisti si contava sulle dita delle mani… (ed avanzavano le dita).

Insieme ad altri compagni (Ramona tra loro), cominciò a percorrere le montagne del sudest messicano, ma allora con un’idea di organizzazione. La sua piccola sagoma sbucava dalla nebbia nei territori tzotziles degli Altos. Con la sua parlata lenta snocciolava il lungo elenco di oltraggi perpetrati contro chi è del colore della terra.

“Bisogna lottare”, concludeva.

L’alba del primo gennaio 1994, come uno dei combattenti, scese dalle montagne sull’altezzosa città di San Cristóbal de Las Casas. Era nella colonna che prese la presidenza municipale, costringendo alla resa le forze governative che la difendevano. Insieme agli altri membri tzotziles del CCRI-CG, si affacciò al balcone dell’edificio che dava sulla piazza principale. Dietro, nell’ombra, ascoltò la lettura che uno dei suoi compagni faceva della cosiddetta “Dichiarazione della Selva Lacandona” ad una folla di meticci increduli o scettici, e di indigeni colmi di speranza. Con la sua truppa ripiegò sulle montagne alle prime ore del 2 gennaio 1994.

Dopo aver resistito ai bombardamenti ed alle incursioni delle forze governative, tornò a San Cristóbal de Las Casas come parte della delegazione zapatista che partecipò ai cosiddetti Dialoghi della Cattedrale con rappresentanti del governo supremo.

Ritornò e continuò a percorrere i territori per spiegare e, soprattutto, per ascoltare.

“Il governo non mantiene la parola”, concludeva.

Insieme a migliaia di indigeni, costruì l’Aguascalientes II, ad Oventik, quando l’EZLN subiva ancora la persecuzione zedillista.

Fu uno delle migliaia di indigeni zapatisti che, a mani nude, affrontarono la colonna di carri armati federali che volevano posizionarsi ad Oventik nei giorni funesti del 1995.

Nel 1996, nei dialoghi di San Andrés vigilava, come uno dei tanti, sulla la sicurezza della delegazione zapatista, accerchiata da centinaia di militari.

In piedi, nelle gelate albe degi Altos del Chiapas, resisteva sotto la pioggia che faceva scappare i soldati a rifugiarsi sotto un tetto. Non si muoveva.

“Il Potere è traditore”, diceva come per scusarsi.

Nel 1997, con i suoi compagni, organizzò la colonna tzotzil zapatista che partecipò alla “Marcia dei 1,111”, e raccolse informazioni vitali per fare luce sul massacro di Acteal, il 22 dicembre di quell’anno, perpetrato dai paramilitari sotto la direzione del generale dell’esercito federale, Mario Renán Castillo, e con Ernesto Zedillo Ponce de León, Emilio Chuayfett e Julio César Ruiz Ferro quali autori intellettuali.

Nel 1998, dagli Altos del Chiapas, organizzò e coordinò l’appoggio e la difesa delle compagne e dei compagni sfollati dagli attacchi contro i municipi autonomi da parte del “Croquetas” Albores Guillén e di Francisco Labastida Ochoa.

Nel 1999 partecipò all’organizzazione e coordinamento della delegazione indigena tzotzil zapatista che partecipò alla consultazione nazionale, quando 5 mila zapatisti (2500 donne e 2500 uomini) coprirono tutti gli stati della Repubblica Messicana.

Nel 2001, dopo il tradimento di tutta la classe politica messicana degli “Accordi di San Andrés” (allora si allearono PRI, PA e PRD per chiudere le porte al riconoscimento costituzionale dei diritti e della cultura dei popoli originari del Messico), continuò a percorrere i territori tzotziles degli Altos del Chiapas, er parlare ed ascoltare. E, dopo aver ascoltato, diceva: “Bisogna resistere”.

Moisés era nato il 2 aprile 1956, ad Oventik.

Senza che se lo fosse prefissato e, soprattutto, senza guadagnarci niente, divenne uno dei capi indigeni più rispettati nell’EZLN.

Dopo pochi giorni prima della sua morte, lo vidi in una riunione del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’EZLN, dove si analizzava la situazione locale, nazionale ed internazionale, e si discutevano e decidevano i passi da fare.

Spiegavamo che una nuova generazione di zapatisti stava giungendo ad incarichi di dirigenza. Ragazzi e ragazze nati dopo la sollevazione e che si sono formati nella resistenza, educati nelle scuole autonome, sono ora scelti come autorità autonome ed arrivano ad essere membri delle Giunte di Buon Governo.

Si discuteva e concordava come aiutarli nei loro compiti, come accompagnarli. Come costruire il ponte della storia tra i veterani zapatisti e loro. Come i nostri morti ci lasciano in eredità impegni, memoria, il dovere di andare avanti, di non indebolirsi, di non vendersi, di non tentennare, di non arrendersi.

Non c’era nostalgia in nessuno dei miei capi e cape.

Né nostalgia dei giorni e delle notti in cui, in silenzio, forgiavano la forza di quello che sarebbe stato conosciuto nel mondo come “Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale”.

Né nostalgia per i giorni in cui la nostra parola era ascoltata in molti angoli del pianeta.

Non c’erano risate, vero. C’erano facce serie, preoccupate di trovare insieme il percorso comune.

C’era, questo sì, quello che Don Tomás Segovia una volta ha chiamato “nostalgia del futuro”.

“Bisogna raccontare la storia”, disse il Comandante Moisés, a conclusione della riunione. Ed il Comandante tornò nella sua capanna ad Oventik.

Quella mattina del 26 settembre 2011, uscì di casa dicendo “torno subito”, ed andò nel suo campo per ricavare dalla terra il sostentamento e il domani.

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Scrivere di lui mi fa dolere le mani, Don Luis.

Non solo perché siamo stati insieme all’inizio della sollevazione e poi in giorni luminosi e albe gelide.

Ma soprattutto, perché facendo questo rapido resoconto della sua storia, mi rendo conto che sto parlando della storia di ognuno delle mie cape e capi, di questo collettivo di ombre che ci indica la rotta, la strada, il passo.

Di chi ci dà identità ed eredità.

Forse, agli specialisti del pettegolezzo coletos e simili non interessa la morte del Comandante Moisés perché era solo un’ombra tra le migliaia di zapatisti.

Ma a noi lascia un debito molto grande, tanto grande come il senso delle parole con le quali, sorridendo, mi salutò in quella riunione:

“La lotta non è finita”, disse mentre raccoglieva il suo zaino.

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IV.- Una morte, una vita.

Si potrebbe elucubrare su cos’è quello che porta le mie parole a lanciare questo complicato e multiplo ponte tra Don Tomás Segovia ed il Comandante Moisés, tra l’intellettuale critico e l’alto capo indigeno zapatista.

Si potrebbe pensare che è la loro morte, perché evocandoli li riportiamo tra noi, tanto simili perché erano, e sono, diversi.

Ma no, è per le loro vite.

Perché la loro assenza non produce in noi frivoli omaggi o sterili statue.

Perché lasciano in noi una pendenza, un debito, un’eredità.

Perché di fronte alle tentazioni alla moda (mediatiche, elettorali, politiche, intellettuali), c’è chi afferma che non si arrende, né si vende, né tentenna.

E lo fa con una parola che si pronuncia in maniera autentica solo quando si vive: “Resistenza”.

Là in alto la morte si esorcizza con omaggi, a volte monumenti, nomi a strade, musei o festival, premi con i quali il Potere festeggia il tentennamento, il nome in lettere dorate su qualche parete da abbattere.

Così si afferma quella morte. Omaggio, parole di circostanza, giro di pagina e avanti un altro.

Ma…

Eduardo Galeano dice che nessuno se ne va del tutto finché c’è qualcuno che lo nomina.

Il Vecchio Antonio diceva che la vita era un lungo e complicato puzzle che si riusciva a completare solo quando gli eredi nominavano il defunto.

Ed Elías Contreras dice che la morte deve avere la sua dimensione, e che ce l’ha solo quando si mette di fianco ad una vita. Ed aggiunge che bisogna ricordare, quando se ne va un pezzo del nostro cuore collettivo, che quella morte è stata ed è una vita.

Già.

Nominando Moisés e Don Tomás, li riportiamo, completiamo il puzzle della loro vita di lotta, e riaffermiamo che, qua in basso, una morte è soprattutto una vita.

-*-

V.- Arrivederci.

Don Luis:

Credo che con questa missiva possiamo concludere la nostra partecipazione a questo fruttuoso (per noi lo è stato) scambio di idee. Almeno per ora.

La pertinenza delle finestre e delle porte che si sono aperte con l’andare e venire delle sue idee e delle nostre, è qualcosa che, come tutto qua, si andrà sistemando nelle geografie e nei calendari ancora da definire.

Ringraziamo di cuore l’accompagnamento delle penne di Marcos Roitman, Carlos Aguirre Rojas, Raúl Zibechi, Arturo Anguiano, Gustavo Esteva e Sergio Rodríguez Lazcano, e della rivista Rebeldía, che è stata anfitrione.

Con questi testi, né loro, né lei, né noi, siamo in cerca di voti, seguaci, fedeli.

Cerchiamo (e credo troviamo) menti critiche, vigili ed aperte.

Ora in alto proseguirà il frastuono, la schizofrenia, il fanatismo, l’intolleranza, i tentennamenti mascherati di tattica politica.

Poi arriverà la risacca: la resa, il cinismo, la sconfitta.

In basso prosegue il silenzio e la resistenza.

Sempre la resistenza…

Bene Don Luis. Salute e che siano vite quelle che ci lasciano i morti.

 

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Subcomandante Insurgente Marcos.
Messico, Ottobre-Novembre 2011

 

 

VI. P.S. ATTACA DI NUOVO.- Non volevamo dire niente. Non perché non avessimo niente da dire, ma perché chi ora si indigna giustamente contro la calunnia analfabeta, ci ha calunniato fino a chiuderci i ponti verso altri cuori. Ora, piccoli noi e piccola la nostra parola, solo pochi, alcuni di quegli ostinati che fanno ruotare la ruota della storia, cercano il nostro pensiero, ci cercano, ci nominano, ci chiamano.

Non volevamo dire niente, ma…

Uno dei tre imbroglioni che si disputeranno il trono sulle rovine del Messico, è venuto nelle nostre terre a chiederci di stare zitti. È lo stesso che è appena maturato e riconosce i suoi errori ed inciampi. Lo stesso che guida un gruppo avido di potere, pieno di intolleranza, che ha cercato, cerca e cercherà in altri la responsabilità dei suoi errori e schizofrenie. Con un discorso più vicino a Gaby Vargas e Cuauhtémoc Sánchez che ad Alfonso Reyes, ora predica e basa le sue ambizioni nell’amore… per la destra.

Quelli che criticavano a Javier Sicilia le sue dimostrazioni di affetto verso la classe politica, criticheranno ora la “Repubblica Affettuosa”? Quelli che predicavano che Televisa era il male da sconfiggere, criticheranno ora l’affettuosa stretta di mani col lacchè dell’orario stellare?

Octavio Rodríguez Araujo scriverà adesso un articolo per chiedere “coerenza, leader, coerenza”? John Ackerman chiederà radicalità sostenendo che è questo quello che la gente vuole e spera? Il ciro-gómez-leyva di La Jornada, Jaime Avilés, lancerà le sue camicie brune a denunciare per negoziare con i cani e gli impresari, il suo odiato López Dóriga? Il laura-bozzo di La Jornada, Guillermo Almeyra, lo giudicherà e condannerà come collaborazionista intonando il ritornello “via, disgraziato!”?

No, guarderanno dall’altra parte. Diranno che è una questione tattica, che lo sta facendo per guadagnare i voti della classe media. Bene, così niente è ciò che sembra: il presidio di Reforma non era stato fatto per chiedere il riconteggio dei voti che avrebbe reso palese la frode, ma affinché la gente non si radicalizzasse; le critiche a Televisa non erano per denunciare il potere dei monopoli mediatici, ma affinché si aprissero le porte di questa impresa (ed essere di nuovo suo cliente con gli spot elettorali). E poi? Le brigate che raccolgono soldi per il teletón?

Ma potremmo intendere che egli stia solo seguendo una tattica (rozza ed ingenua, secondo noi, ma una tattica). Che non creda sul serio che gli impresari lo appoggeranno, che i cani non lo tradiranno, che il PT ed il Movimento Cittadino sono partiti di sinistra, che Televisa sta cambiando, che il suo interlocutore privilegiato in Chiapas deve essere il priismo (come prima fu il sabinismo). Perfino che creda di essere più intelligente di tutti loro e che li imbroglierà tutti facendo finta di servirli o scambiando usi e costumi nell’impossibile gioco politico di “tutti vincono” e “amore e pace”.

Ok, è una tattica… o una strategia (in ogni caso non si capisce cosa una ecosa è l’altra). Quello che si capisce è che sta raccogliendo a destra (disertori del PAN inclusi) e che non c’è niente alla sua sinistra. Segue gli stessi passi del suo predecessore, Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, che si alleò con i potenti contando sul fatto che le sinistre non avrebbero potuto fare altro che appoggiarlo “perché non si poteva fare altro”. Ok, strategia o tattica, lo spiegheranno i burattini nelle loro sedi. Noi domandiamo solo: quando, in Messico, ha dato risultati positivi alla sinistra, spostarsi a destra? Quando l’essere servili con i potenti è andato oltre il fatto di divertirli? Certo, i “cagnolini” renderanno conto del successo di questa tattica politica (o strategia?), ma non si sta percorrendo la stessa strada… o no?

Nel frattempo, il gruppo di intelligentoni che lo promuove continuerà a fare equilibrismi per giustificare il cambiamento di rotta… o scommetteranno sulla smemoratezza.

In ogni modo, non mancherà chi incolpare del terzo posto, no?

Salve di nuovo.

Il Sup che fuma in attesa della valanga di calunnie che, in nome della “libertà di espressione” e senza diritto di replica, prepara l’opposizione dell’alto.

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2011/12/07/sci-marcos-una-muerte-o-una-vida-carta-cuarta-a-don-luis-villoro-en-el-intercambio-sobre-etica-y-politica/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+EnlaceZapatista+%28Enlace+Zapatista%29

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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