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Archive for maggio 2017

La Strage Silenziosa dei Genitori dei Desaparecidos in Messico

di Fabrizio Lorusso da Huffington Post – 15 maggio 2017

Nel Messico dell’ipocrita guerra al narcotraffico il valore della vita umana s’avvicina drammaticamente allo zero. Il 10 maggio, giorno della Festa della Mamma, Miriam Elizabeth Rodríguez Martínez, una delle fondatrici ed esponente in vista della Collettivo dei Desaparecidos nello stato del Tamaulipas, è stata ammazzata dai sicari di un commando armato che, arrivati fuori da casa sua, hanno gridato il suo nome e poi hanno fatto fuoco. Qual era la sua colpa? Fare l’attivista? Denunciare? Parlare troppo con la stampa? Avere avuto una figlia sequestrata, fatta sparire nel nulla e aver condotto da sola le indagini fino a ritrovarla, morta, per poi continuare comunque la lotta per la giustizia affianco ad altre madri come lei?

Probabilmente la sua colpa era solo quella di essere una vittima che aveva deciso di reagire, tra le migliaia che ogni anno si sommano al triste e scabroso conteggio della narcoguerra messicana. Il Tamaulipas è al primo posto in Messico per il numero di desaparecidos (oltre 5500), cioè di persone che vengono fatte sparire, con la partecipazione attiva o la complicità delle autorità statali, e di cui non si sa più nulla. Il 10 maggio è una data simbolica ma non più perché è la Festa della Mamma, ma perché dal 2010 migliaia di madri del Messico e del Centroamerica sfilano in corteo a Città del Messico chiedendo verità e giustizia per i loro figli e le loro figlie desaparecidos e, dunque, è una giornata di lotta e protesta in cui, come dice l’hashtag di twitter #NadaQueFestejar utilizzato per convocare alla partecipazione popolare, “non c’è niente da festeggiare”.

Proprio in una di queste manifestazioni è nata l’idea di creare un’esposizione artistica per far marciare per il mondo i passi, le orme e le scarpe di questi familiari, stampando sulle loro suole e su dei fogli di carta i loro messaggi di dolore e dignità. La mostra Orme della Memoria, Huellas de la memoria, che fino alla fine di giugno sarà in varie città italiane, racconta cosa significhi per queste persone la ricerca e il ritrovamento dei loro cari, vivi o morti.

Ecco alcuni dei loro messaggi, impressi sulle loro scarpe e oggi in cammino per l’Europa. “Io mi chiamo Lety Hidalgo e cerco mio figlio; Roy è stato fatto sparire l’11 gennaio 2011”. “Sono figlia di Rafael Ramírez Duarte, desaparecido politico dal giugno del 1977. Seguire le tue orme è voler toccare i tuoi piedi coi miei, come il gioco della tana dei conigli tiepida che c’hanno rubato, papà, Tania”.

“Melchor Flores Landa, cerco mio figlio, Juan Melchor Flores Hernández, vittima di sparizione forzata. I fatti sono avvenuti a Monterrey il 25 febbraio 2009. Melchor, detto Cow-boy Galattico; Figlio mio, ti cerco da 7 anni e non mi sono ancora stancato, continuerò a cercarti finché Dio me lo permetterà e le mi forze e il mio corpo resistano, ovunque tu sia ti mando tutto il mio amore di padre, ti amo e ho bisogno di te”.

Nel 2010 a San Fernando, la città in cui abitava Miriam e dove è nato il comitato di genitori e vittime delle sparizioni forzate da lei fondato, furono trovati i cadaveri di 72 migranti messicani, centroamericani e sudamericani, trucidati e gettati in una fossa comune dai membri dell’organizzazione criminale degli Zetas. Qui molti casi di sparizioni, violenze e mattanze sono legati alla sanguinosa faida tra questi e il cartello del Golfo, l’altra organizzazione mafiosa che lotta per la supremazia nella regione nord-orientale del Messico. Lo Stato? Assente, se non connivente. Ciononostante i cittadini e le vittime si organizzano, anche a costo della vita.

Un altro caso drammatico e sconcertante, ancora irrisolto, è quello dei 43 studenti della scuola di Ayotzinapa che la polizia locale e il crimine organizzato hanno sequestrato sotto gli occhi dell’esercito e dei federali a Iguala, nel meridionale stato del Guerrero, nel settembre 2014. E sono altri 31mila i desaparecidos nel Paese negli ultimi 10 anni. Sono numeri che ci rimandano alle dittature del Cono Sud negli settanta e ottanta o ai conflitti bellici attuali dell’area mediorientale, mentre invece si tratta del Messico, un Paese che formalmente non è in guerra, ma che vive un conflitto interno gravissimo in cui regnano impunità e corruzione.

La popolazione, e specialmente le persone più esposte come gli attivisti, i difensori dei diritti umani e i giornalisti, vivono tra due fuochi: le mafie e le bande delinquenziali, da una parte, e quella parte degli apparati statali che è connivente, indolente e, in certi casi, agisce come un vero e proprio cartello della delinquenza oppure si confonde con questi.

Si dice che Miriam abbia avuto un “privilegio” rispetto ad altre famiglie di desaparecidos: era riuscita, dopo due anni di ricerche, per lo meno a ritrovare il corpo della figlia, Karen Alejandra, che era scomparsa nel 2012, e a darle una degna sepoltura. Molti familiari di desaparecidos non cercano nemmeno più la verità su quanto è successo o una condanna per i responsabili, ma lottano per ritrovare almeno i resti dei loro cari. E le magliette che portano durante le ricerche o in manifestazione dicono “Figlio, finché non t’avrà interrato, continuerò a cercarti” e “Ti cercherò fino a ritrovarti”.

Miriam, comunque, era andata oltre, anche dopo aver trovato il corpo di sua figlia. Era diventata un’attivista per i diritti umani e aveva costruito una rete nazionale dei familiari che cercano i loro cari scomparsi. Era stata capace di far aprire l’indagine che condusse all’arresto della banda dei responsabili del femminicidio della figlia. Sapeva di essere sotto tiro, era stata minacciata più volte e aveva pure sventato il sequestro di suo marito, ma il pericolo era aumentato dopo che uno degli assassini era fuggito di prigione il marzo scorso, Miriam aveva quindi chiesto alle autorità una protezione che non è mai arrivata.

L’impiego delle forze armate con funzioni di polizia ha condotto alla militarizzazione del paese e all’aumento esponenziale delle violazioni ai diritti umani, tra cui spiccano le sparizioni forzate, la tortura e le esecuzioni extragiudiziarie come strategie di controllo di massa, e in 10 anni di “lotta” ai cartelli della droga i morti per omicidio arrivano alla cifra di 200mila e i desaparecidos sono oltre 31mila secondo i numeri ufficiali.

Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di vittime innocenti, di gente comune coinvolta in un conflitto armato non riconosciuto ufficialmente, e non di “criminali cattivi” in guerra contro “i buoni” difensori della legge, come invece il governo e la procura cercano di far credere all’opinione pubblica nazionale e ai media internazionali. Le droghe, chiaramente, continuano a fluire massicciamente verso gli Stati Uniti, principale mercato di consumo del mondo, ed anche a restare in Messico, dove l’erosione dei legami sociali e comunitari sta portando a una catastrofe umanitaria e quindi il richiamo dei gruppi criminali, in cerca di manovalanza, di nuovi consumatori o di entrambe le cose, diventa preponderante.

I familiari organizzati in movimenti per le ricerche e per obbligare le autorità a seguire i casi e a riparare il danno sono sotto attacco. La comunità internazionale ha un ruolo importante nel denunciare, mantenere viva l’attenzione e la pressione sul governo messicano e non far dimenticare i casi di coloro che hanno pagato con la vita la loro attività sul campo (di battaglia, letteralmente).

Il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, nato nel 2011 proprio come conseguenza della “narcoguerra” imposta dall’allora presidente Felipe Calderón e continuata dall’attuale, Enrique Peña Nieto, ha stilato una lista, che riporto di seguito, per conservare la memoria delle 17 persone che sono state uccise per avere “osato” cercare la verità.

Nello stato del Tamaulipas Miriam Elizabeth Rodríguez Martínez viene uccisa da dei sicari in casa sua. Aveva ritrovato il corpo della figlia, Karen Alejandra, desaparecida e aveva fatto incarcerare i responsabili.

In Chihuahua la famiglia Reyes Salazar è stata distrutta, tra il 2008 e il 2011 cinque di loro sono stati uccisi: Josefina, Rubén, Elías, María Magdalena Reyes e María Luisa Ornelas cercavano giustizia per il figlio di Josefina.

A Ciudad Juárez Maricela Escobedo è stata ammazzata il 16 de dicembre del 2010 davanti al palazzo del governo e chiedeva giustizia per la sparizione e l’assassinio di sua figlia.

Nello stato di Sonora Nepomuceno Moreno Núñez, ucciso il 28 novembre 2011, cercava suo figlio di 17 anni, che era sparito un anno prima.

Heriberto López Gastelum, assassinato il 30 de novembre 2016, cercava suo figlio scomparso alcuni mesi prima.

In Sinaloa Sandra Luz Hernández, assassinata il 12 maggio 2014 con 15 spari, cercava suo figlio Edgar Guadalupe Hernández, scomparso nel 2012.

Luis Abraham Cabada Hernández, ucciso il 19 dicembre 2015. Cercava suo fratello e due cugini.

In Guerrero Norma Angelica Bruno è stata uccisa il 13 febbraio 2015 e cerca sua cugina desaparecida.

Miguel Ángel Jiménez Blanco, ucciso l’8 agosto 2015, era il leader delle ricerche dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa.

Bernardo Carreto González, assassinato il 22 dicembre 2015, esigeva la presentazione con vita dei suoi tre figli.

Nello Stato del Messico (intorno alla capitale) Cornelia San Juan Guevara, ammazzata il 15 gennaio 2016 cercava suo figlio desaparecido dal 2012.

In Veracruz José Jesus Jiménez Gaona, ucciso il 22 giugno 2016, cercava sua figlia desaparecida di 23 anni.

In Jalisco Gerardo Corona Piceno, ucciso il 19 aprile del 2017, cercava suo fratello scomparso nel 2012.

 

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Giornata di fuoco in Messico, altri tre giornalisti uccisi  dal narcopotere.

Javier Valdez, nello stato di Sinaloa, lo stato del “Chapo” Guzman, Jonathan Rodríguez Córdova e Sonia Cordova, nello stato di Jalisco.

Javier Valdez, reporter per il settimanale Riodoce e corrispondente per il quotidiano  La Jornada, è stato intercettato da un gruppo di sicari al suo arrivo nella sede del suo giornale e ucciso a colpi di arma da fuoco in mezzo alla strada e alla luce del giorno, nel centro di Culiacan, la capitale di Sinaloa. Valdez è stato uno dei più importanti e coraggiosi giornalisti nel raccontare le interconnessioni tra poteri economici (legali e illegali) e stato. Aveva vinto una serie di premi in Messico e all’estero, fra cui il Press Freedom Award americano. Il suo ultimo libro è intitolato “Narco-giornalismo: la stampa fra il crimine e la denuncia”.

Sonia Cordova, era direttrice commerciale de “El Costeño de Autlan Jalisco” è stata uccisa assieme al figlio, giornalista dello stesso settimanale, Jonathan Rodriguez Cordova, l’esecuzione attorno alle 7 della sera. Jonathan nei mesi precedenti aveva subito intimidazioni da gruppi armati.

Jalisco e Sinaloa sono stati altamente attraversati dalla “guerra alla droga” che dal 2006 è diventata strumento di spartizione di potere e scontri tra gruppi del narcotraffico, stato messicano e multinazionali. Chi paga il conto sono giornalisti, attivisti sociali, donne e chiunque si opponga e chieda giustizia sociale.

Sale così a 8 dall’inizio dell’anno il numero dei giornalisti uccisi in Messico dal narcopotere.

La situazione  raccontata a Radio Onda D’Urto da Federico Mastrogiovanni, giornalista italiano che vive in Messico. Ascolta oppure Scarica

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https://desinformemonos.org/olvido-la-impunidad-nosduelen56-ninas-guatemala/

In Guatemala abbiamo assistito ad uno dei massacri più atroci nella storia del paese e della Nostra America, 56 bambine sono state chiuse a chiave in una stanza e poi bruciate, di loro 41 sono decedute e 15 sono sopravvissute, gravemente ferite. Le bambine si trovavano sotto la “custodia e protezione” dello Stato, questo crimine non ha precedenti. Il processo penale contro tre dei funzionari pubblici direttamente responsabili della Hogar Seguro [Casa Sicura – n.d.t.] “Virgen de la Asunción” è appena cominciato.

Questo femminicidio è un crimine di Stato dietro al quale c’è una struttura criminale sofisticata che ha tentato di mettere a tacere la denuncia delle bambine di gravi crimini come tortura, tratta di esseri umani, violenze sessuali, sparizione forzata, tra altri crimini.

Dall’8 marzo scorso, giorno in cui è avvenuto l’incendio delle bambine, con il nostro lavoro, il nostro giornalismo, abbiamo cercato di mantenere la dimensione umana delle bambine e delle loro famiglie. Per questo, con la collaborazione di artisti del Guatemala e di altri luoghi del mondo, abbiamo lavorato ad una campagna con le immagini di ognuno dei volti delle 41 bambine per rendere omaggio alla vita di queste bimbe e come contributo alla lotta per la memoria e la giustizia.

Vogliamo invitarvi ad unirvi al lancio simultaneo della campagna Acción global por las niñas #NosDuelen56 e di farlo in maniera congiunta e simultanea l’8 maggio, a due mesi da questo crimine. A questa azione che parte con 41 immagini delle bambine morte, hanno partecipato artisti di Guatemala, Messico e Spagna.

L’oblio e l’impunità che esiste in Guatemala richiede l’appoggio e la solidarietà internazionale. Possono partecipare alla campagna tutte le più diverse realtà, media digitali e alternativi, collettivi, gruppi e chiunque lo desideri in qualunque luogo del mondo. Le immagini possono essere anche stampate e incollate ai muri delle strade, o esposte in centri culturali, sociali o comunitari.

Per unirsi alla campagna, inviate la vostra adesione e logo del vostro spazio/media all’indirizzo di posta elettronica: nosduelen56@yahoo.com

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… terre, territori e risorse naturali vengono spogliate selvaggiamente, devastate e sfruttate. Col settore minerario e la narcominería i popoli originari sono vittime di una nuova colonizzazione.

Industria mineraria, narco e comunità indigene

Luis Hernández Navarro

Rob McEwen è un facoltoso impresario canadese. È direttore e proprietario della società mineraria McEwen Mining, compagnia con ingenti investimenti in Messico. È il centesimo uomo più ricco del Canada ed un fervente credente nell’oro.

Nell’aprile del 2015 subì un duro colpo. Un commando assaltò la miniera El Gallo 1, ubicata nella zona montuosa di Mocorito, nello stato di Sinaloa, e rubò 198 chili di oro. I ladri si portarono via 8,4 milioni di dollari. Si è trattato del furto di oro più grande mai avvenuto in Messico, ed il quarto assalto più importante registrato nella storia per quantità.

Due giorni dopo McEwen rilasciò un’intervista alla tv canadese Business News Network. Senza peli sulla lingua confessò: “I cartelli lì sono attivi. Generalmente abbiamo un buon rapporto con loro. Se vogliamo andare ad esplorare da qualche parte, glielo chiediamo e ti dicono: ‘No, ma tornate tra un paio di settimane quando termineremo quello che stiamo facendo’ “.

Le dichiarazioni sollevarono un’aspra polemica. Tre giorni dopo McEwan ritrattò e si scusò per il malinteso che aveva generato l’impressione completamente falsa tra i media messicani che la sua società avrebbe avuto contatti regolari con elementi criminali.

Il fatto è ben lungi dall’essere un incidente isolato. Mostra la complessa relazione che si è stabilita in Messico tra le compagnie minerarie ed il crimine organizzato. Una relazione che mostra vari aspetti: l’aperta collaborazione tra i due ambiti affaristici, la conversione dei narcotrafficanti in impresari del settore e l’estorsione e il furto dei cartelli ai danni delle compagnie.

Narcotrafficanti e minatori condividono territori e rotte di passaggio della loro produzione. Molti depositi minerari si trovano in regioni produttrici di papavero e marijuana, o in luoghi in cui si cucinano droghe chimiche. Entrambi hanno i propri eserciti privati o guardie di sicurezza. Occasionalmente, i minatori stringono accordi e collaborazioni con i sicari che operano sulle remote catene montuose.

I narcos si incaricano di ripulire il terreno affinché le imprese possano estrarre i minerali spopolando le comunità o dissuadendo gli abitanti che si oppongono allo sfruttamento delle risorse. In non pochi siti, di comune accordo con gli impresari, riscuotono dai lavoratori un’imposta di cooperazione per avere il diritto di lavorare nella miniera e dai villaggi una quota per le regalie che le società minerarie devono elargire ai villaggi dove si stanziano.

Il crimine organizzato ha trovato nel settore minerario una prospera attività economica, sia per il lavaggio del denaro derivante dalla vendita degli stupefacenti sia come un modo di diversificare i suoi affari. E così ottiene legittimità sociale e politica.

In Michoacán, Los caballeros templarios spedivano in Cina navi cariche di ferro. Nel 2010 La Familia, il cartello da cui sono nati i templarios, avevano già compiuto incursioni in questa attività. Secondo uno dei suoi riciclatori di denaro arrestato un anno dopo, avevano esportato in Cina 1,1 milioni di tonnellate di minerale di ferro attraverso tre compagnie, intascando per questo 42 milioni di dollari.

In Coahuila, Los Zetas entrano con successo nel bacino carbonifero, già di per sé una rotta di passaggio della cocaina verso gli Stati Uniti. Si stabilirono lì controllando lo sfruttamento di piccole miniere di carbone. Nel 2012 si calcolò che il commercio aveva fruttato loro tra i 20 e 22 milioni di dollari.

Nell’ottobre de 2014 l’imprenditore minerario José Reinol Bermea Castillo, strettamente legato al PRI in Coahuila, accusato di essere una figura prominente della narcominería regionale, è stato assassinato nella città di Sabinas.

Le compagnie minerarie lamentano la concorrenza sleale e le estorsioni del crimine organizzato che pretende diritti di suolo e sequestra i loro lavoratori. Secondo la Camera Mineraria del Messico (Camimex) questo settore industriale è uno dei più vulnerabili al crimine organizzato (http://bit.ly/1ztgI8T).

Le compagnie destinano tra il 2% e il 4% dei loro bilanci alla sicurezza. Ma società minerarie come First Majestic investono ancora di più in sicurezza e guardie armate: il 10%. Altre compagnie hanno ridotto le loro operazioni in Messico o si rifiutano di investire qui (http://bit.ly/1E4efpF).

Come segnala l’analista Simón Vargas, sono così significative le perdite economiche che hanno subito che le grandi multinazionali estrattive hanno ormai a disposizione polizze assicurative contro il narcotraffico, come quelle fornite dall’agenzia Marsh Brockman e Schuh, che in Messico offrono coperture fino a 25 milioni di dollari di perdite (https://goo.gl/gaJxys).

Ma, al di là delle modalità che assume la complessa e perversa relazione tra narcotraffico e compagnie minerarie, un fatto risulta fondamentale: le terribili conseguenze che le comunità rurali in generale e quelle indigene in particolare, subiscono per l’intervento di entrambi. Le loro terre, territori e risorse naturali vengono spogliate selvaggiamente, devastate e sfruttate dagli uni e gli altri. Col settore minerario e la narcominería i popoli originari sono vittime di una nuova colonizzazione.

Twitter: @lhan55

Testo originale: http://www.jornada.unam.mx/2017/05/09/opinion/017a2pol

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