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Archive for marzo 2018

Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas: Gruppi armati di Chenalhó provocano lo sfollamento di due comunità ad Aldama e minacciano la vita, la sicurezza e l’integrità della popolazione, tra cui, famiglie Basi di Appoggio Zapatiste.

Chiediamo di inviare appelli allo Stato messicano per garantire la vita, la sicurezza e l’integrità delle comunità a rischio nel municipio di Aldama, Chiapas; fornire assistenza integrale urgente alla popolazione sfollata in applicazione dei Principi delle Nazioni Unite sui Profughi Interni; e per un cessate il fuoco nella regione.

Qui per firmare: https://frayba.org.mx/bases-de-apoyo-zapatistas-en-riesgo-de-desplazamiento-forzado/ 

#FirmaEnSolidaridad

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La Commissione Sexta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale convoca al CONVERSATORIO (o semenzaio): “Sguardi, Ascolti e Parole: Proibito Pensare?” 

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE 

Commissione Sexta dell’EZLN 

Messico 

Marzo 2018

Alle persone, gruppi, collettivi ed organizzazioni che, in tutto il mondo, hanno compreso e fatto propria l’iniziativa del Consiglio Indigeno di Governo e della sua portavoce:

Alla Sexta nazionale e internazionale:

A chi ha firmato per la portavoce del Consiglio Indigeno di Governo:

CONSIDERANDO CHE:

Primo ed unico:

La Famiglia Felice.

Un villaggio, o città, o come si chiami. Un luogo del mondo. Un muro. Incollato alla rugosa superficie del grande muro, un poster, cartellone, o una cosa così. Nell’immagine, un uomo e una donna sorridono ad una tavola traboccante di cibo. Accanto alla coppia, una bambina sorride; di lato, un bambino mostra la sua brillante dentatura. Su di essi, a lettere grandi e intimidatorie, si legge “LA FAMIGLIA FELICE”. Il cartellone è ormai vecchio, con la patina del tempo a spegnere i colori che, supponiamo, una volta fossero brillanti e, si potrebbe dire, felici. Mani anonime hanno aggiunto su dei foglietti di carta: “La famiglia felice è felice solo con la benedizione del divino”; “No alla famiglia omosessuale, a morte i froci e le lesbiche!”; “È la maternità a rendere felice la donna”; “Si stappano tubi. Preventivi senza impegno”; “Si affitta casa felice per famiglia felice. Astenersi famiglie infelici”.

Di fronte, sul marciapiede ai piedi del muro, la gente va e viene senza prestare attenzione all’immagine sbiadita. Ogni tanto, qualcuno sembra schiacciato da un pezzo caduto dal muro decrepito. Vero, questi crolli parziali si verificano con sempre più frequenza. Pezzi di muro si staccano e schiacciano a volte una sola persona o un piccolo gruppo, a volte comunità intere. La commozione tra la moltitudine dura solo pochi istanti, poi riprende la sua strada sotto lo sguardo pallido della famiglia felice.

Catastrofi grandi e piccole che non devono distrarci dall’essenziale: ad un certo intervallo di tempo, il supremo artefice di “famiglie felici” annuncia l’elezione, libera e democratica, del custode del poster. E proprio adesso, il felice calendario, di cui ora ti accorgi, che si vede dietro la famiglia felice segna che è tempo di scegliere. In queste date, un’attività febbrile percorre la folla che, senza fermarsi, pensa, discute e litiga sulle diverse opzioni offerte per custodire il gigantesco cartellone.

C’è chi segnala il pericolo che l’imperizia manifesta dei suoi rivali metta a rischio la malconcia immagine, simbolo di identità del villaggio, città, o cose così. Una persona si offre di rimodernarlo e restituirgli la lucentezza ed il colore di una volta (in realtà, nessuno ricorda quel tempo, quindi non si può nemmeno dire che una volta sia realmente esistito – certo, solo nell’indubbio caso che si possa attribuire esistenza al tempo -). Un altro dice che le amministrazioni precedenti hanno trascurato l’immagine e a questo si deve il suo visibile deterioramento.

Le diverse proposte infiammano le discussioni tra i passanti. Si incrociano accuse, calunnie, menzogne, argomenti con la solidità dell’effimero, condanne e sentenze apocalittiche. Si riflette sull’importanza e trascendenza del momento, sulla necessità della partecipazione cosciente. Non si è lottato tanti anni invano per poter scegliere chi custodisca la felice immagine della famiglia felice.

Si formano bande: là quella di chi insiste in un rinnovamento prudente; un’altra insiste nel postulato scientifico che “meglio il cattivo che si conosce, che il buono che non si conosce”; un’altra banda riunisce chi offre probità, buon gusto, modernità. Gli uni e gli altri gridano: “Non pensare! Vota!”. Uno striscione che ostacola l’andirivieni della gente, recita “Qualunque appello a ragionare sul voto, è un invito all’astensione. Non è il momento di pensare, ma di prendere partito”.

Le discussioni non sempre sono misurate. È così importante scegliere il responsabile dell’immagine, che non poche volte le bande arrivano alla violenza.

C’è chi parla di abbondante quantità di felicità per chi risulti vincitore, ma, lungi dagli interessi mondani, sui volti austeri dei contendenti si avverte la serietà della questione: è un dovere storico, il futuro è nelle mani titubanti di chi dovrà scegliere, è una grave responsabilità che pesa sulle spalle della gente; peso che, felicemente, sarà alleviato quando si saprà chi sarà il vincitore e procurerà felicità alla felice immagine della famiglia felice.

È tale la frenesia che tutti si dimenticano completamente dell’immagine ritratta. Ma la famiglia felice, nella solitudine del muro, indossa il suo perenne e inutile sorriso.

Ai piedi della lunga e alta parete, una bambina alza la mano chiedendo di parlare. Le bande non la vedono nemmeno, ma non manca qualcuno che dice: “poverina, è una bimba e vuole parlare, lasciamola parlare”. “No”, dice un’altra banda, “è un trucco della banda avversaria, è per dividere il voto, è una distrazione affinché non riflettiamo sulla gravità del momento, è un chiaro invito all’astensione”. La banda più in là, obietta: “Che capacità può avere una bambina di opinare sul cartellone? Le mancano studi, deve crescere, maturare”. E da quella parte: “non perdiamo tempo ad ascoltare una bambina, dobbiamo concentrarci sulla cosa importante: decidere chi è il migliore per custodire il cartellone”.

La “Commissione per la Nitidezza e Legittimità per l’Elezione dell’Addetto alla Custodia dell’Immagine della Famiglia Felice” (CNLEACIFF), ha emesso un serio e breve comunicato, conforme alla gravità dei tempi: “Le regole sono chiare: NON SONO AMMESSE BAMBINE”.

Nuove riflessioni degli analisti esperti: “l’unica cosa ottenuta dalla bambina è stato legittimare la CNLEACIFF. Chiedendo la parola, la bambina è entrata nel gioco ed ha perso, il resto non conta”; “Il fallimento della bambina è sintomo del fallimento del processo di rinnovamento, le istituzioni dovrebbero lasciare che la bambina parli”; “È stato commovente, lei, con la sua manina alzata a chiedere attenzione, poverina”; “È stato un risultato avverso, il prodotto di un’analisi sbagliata della congiuntura, il contesto e la correlazione di forze, questo segnala l’assenza di un’avanguardia rivoluzionaria che guidi le masse”; “Eccetera”.

Ma le discussioni sono durate solo pochi minuti, e l’andirivieni dei passi e delle ingiustizie ha seguito il suo corso. Non si è ascoltato la bambina mentre indicava non l’immagine, ma il muro su cui la famiglia felice mostrava la sua ormai deteriorata placidità.

In piedi su un mucchio di macerie, circondata da cadaveri di bambine e pietre sbriciolate, la bambina denunciava, laconica, l’evidente:

“Cadrà”.

Ma nessuno ha sentito…

Un momento… nessuno?

(Continua?…)

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In base a quanto sopra esposto, la Commissione Sexta dell’EZLN convoca il:

CONVERSATORIO (o semenzaio):

“Sguardi, Ascolti e Parole: Proibito Pensare?”

In cui diverse persone del Congresso Nazionale Indigeno, del Consiglio Indigeno di Governo, delle arti, delle scienze, dell’attivismo politico, del giornalismo e della cultura, condivideranno quello che vedono e sentono.

Il conversatorio si svolgerà dal 15 al 25 aprile 2018 presso il CIDECI-Unitierra, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico.

Hanno confermato la loro partecipazione, tra altr@:

Marichuy (portavoce del Consiglio Indigeno di Governo).

Lupita Vázquez Luna (consigliere del Consiglio Indigeno di Governo).

Luis de Tavira Noriega (direttore di Teatro).

Mardonio Carballo (scrittore).

Juan Carlos Rulfo (cineasta).

Paul Leduc (cineasta).

Cristina Rivera-Garza (scrittrice).

Abraham Cruzvillegas (artista visivo).

Néstor García Canclini (antropologo).

Emilio Lezama (scrittore e analista politico).

Irene Tello Arista (columnist e attivista).

Erika Bárcena Arévalo (avvocata e antropologa).

Ximena Antillón Najlis (psicologa, specializzata in vittime di violenza).

Jacobo Dayán (accademico e attivista dei Diritti Umani).

Marcela Turati (giornalismo d’indagine).

Daniela Rea Gómez (giornalista).

Carlos Mendoza Álvarez (filosofo).

John Gibler (giornalista).

Javier Risco (giornalista).

Alejandro Grimson (antropologo).

Enrique Serna (romanziere).

Paul Theroux (scrittore).

Juan Villoro (scrittore).

Pablo González Casanova (sociologo e zapatista, non necessariamente in questo ordine).

Gilberto López y Rivas (antropologo).

Alicia Castellanos Guerrero (antropologa).

Magdalena Gómez Rivera (avvocata).

Bárbara Zamora (avvocata).

Margara Millán Moncayo (sociologa femminista).

Sylvia Marcos (psicologa e sociologa femminista).

Jorge Alonso Sánchez (antropologo).

Fernanda Navarro y Solares (filosofa).

Néstor Quiñones (artista grafico).

Raúl Romero (sociologo).

Rafael Castañeda (militante politico).

Luis Hernández Navarro (giornalista).

Carlos Aguirre Rojas (sociologo ed economista).

Sergio Rodríguez Lascano (militante politico).

Carlos González (avvocato e attivista nella lotta dei popoli originari).

Adolfo Gilly (militante politico, storico e analista).

Carolina Coppel (videasta).

Mercedes Olivera Bustamante (antropologa femminista).

María Eugenia Sánchez Díaz de Rivera (sociologa).

“Lengua Alerta” (musicista).

“Panteón Rococó” (musicisti).

“El Mastuerzo” (guacarockero).

“Batallones femeninos” (musiciste femministe).

“Los Originales de San Andrés” (musicisti zapatisti).

“La Dignidad y la Resistencia” (musiciste zapatiste).

Quando anche le/gli altr@ invitati (i cui nomi non sono indicati per proteggere le/gli innocent@) confermeranno la loro presenza, renderemo pubblico l’elenco completo, così come i giorni e l’ora degli interventi di ognuno.

L’indirizzo per registrarsi come escucha-vidente [spettatore – n.d.t.], media libero o prezzolato, è:

asistentesemillero@enlacezapatista.org.mx

(per favore, indicare nome, città, stato o paese, singolo o collettivo).

 

Come detto prima, che ci siate… o non ci siate, la questione è che guardiate, ascoltiate e pensiate.

 

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per la Commissione Sexta dell’EZLN (sezione “Inviti e ovvietà)

SupGaleano.

Messico, marzo 2018

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2018/03/20/la-comision-sexta-del-ejercito-zapatista-de-liberacion-nacional-convoca-al-conversatorio-o-semillero-segun-miradas-escuchas-y-palabras-prohibido-pensar/

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Come ha spiegato Jan Jarab, rappresentante dell’Ufficio dell’Alto Commissariato, il rapporto documenta una doppia ingiustizia: quella per coloro che sono stati torturati e quella per i familiari dei 43 giovani scomparsi e dei sei assassinati che ancora aspettano la verità. Ayotzinapa, ricorda l’ONU-DH, continua ad essere un caso aperto.

Ayotzinapa, caso aperto.

Luis Hernández Navarro

Ayotzinapa segna lo spartiacque nell’amministrazione di Enrique Peña Nieto. Nel suo mandato c’è un prima e un dopo la sparizione forzata dei 43 studenti. Da allora, inizia il deterioramento dell’immagine presidenziale e del mexican moment spacciato dai mercati che si approfondisce irrimediabilmente col passare dei giorni. Il nome del mandatario passerà alla storia associato alla notte di Iguala.

Impossibile sfuggirne. Nello stesso modo in cui, nonostante gli anni trascorsi dal 1997, il massacro di Acteal perseguita l’ex presidente Ernesto Zedillo ovunque si presenti, l’ombra della sparizione forzata degli studenti della Scuola Normale Rurale Raúl Isidro Burgos accompagnerà Enrique Peña Nieto dovunque vada.

Prima che il dibattito sulle fake news diventasse argomento quotidiano sulla stampa internazionale, il governo federale ha fabbricato la verità storica. Doveva porre fine alla tragedia. Ha clamorosamente fallito nel tentativo. Non è mai riuscito seriamente ad accreditare la sua versione dei fatti. Il suo racconto è stato divorato dalle fiamme della sua stessa inconsistenza e delle prove a disposizione. Inoltre, si è scontrato con lo scetticismo documentato dei genitori dei ragazzi scomparsi.

Senza andare troppo lontano, malgrado le autorità assicurassero che molti degli arrestati per l’aggressione erano i capi della banda dei Guerreros unidos, il gruppo criminale è oggi più forte che mai in ampie regioni di Guerrero e Morelos.

Ad Ayotzinapa si sintetizzano molte delle violazioni dei diritti umani esistenti nel paese da decenni: sparizione forzata, tortura, impunità. Quanto accaduto ad Iguala il 26 settembre 2014 non è qualcosa che succeda solo in Guerrero. Accade in lungo e in largo del territorio nazionale. Ma le barbarità perpetrate quella notte contro gli studenti ed il comportamento del governo federale, a partire da allora hanno raggiunto un livello inusitato.

Il più recente promemoria che colpisce e perseguita l’amministrazione di Peña Nieto riguardo il crimine di Ayotzinapa e che ha un’enorme rilevanza per la comunità internazionale dei diritti umani, è il rapporto dell’Ufficio in Messico dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, intitolato Doppia ingiustizia.

Il rapporto ha inferto un colpo mortale alla verità storica proprio quando il governo voleva riproporla per cercare di chiudere il caso. E, benché l’ufficio dell’ONU-DH non sia un organo giurisdizionale (cioè, non è un tribunale), ha documentato con rigore e fermezza la grave violazione dei diritti umani commessa dalle autorità nell’indagine che va da settembre 2014 a gennaio 2016.

Il documento conclude che esistono forti elementi di convinzione sulla presenza di tortura, detenzioni arbitrarie ed altre violazioni. In altre parole, la verità storica è stata costruita a partire da testimonianze estorte con la forza agli accusati. La tortura viola l’obbligo dello Stato di investigare in maniera seria ed imparziale e di dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che l’accusato abbia commesso il reato.

L’ONU-DH ha esaminato 63 casi di 129 persone processate. In 51 casi ci sono prove di tortura. La sua indagine prende in esame 34 di questi casi. La maggioranza delle detenzioni furono ad opera della Polizia Federale Ministeriale, ascritta all’Agenzia di Investigazione Criminale (guidata a quel tempo dall’oggi famoso Tomás Zerón), con l’appoggio di elementi della Semar.

In tutti i casi analizzati – assicura l’ONU-DH – gli individui presentavano numerosi danni fisici certificati da esami clinici come compatibili con lesioni da tortura.

L’indagine ha seguito un “iter colmo di violazioni dei diritti umani ed un modus operandi praticamente uniforme” che iniziava con le detenzioni arbitrarie delle persone, passava per ritardi significativi nella loro presentazione alle autorità, tortura, e successivo trasferimento al Pubblico Ministero.

Le torture applicate sui detenuti rientrano nel catalogo degli orrori con cui operano i poliziotti messicani. Sembrano estratte da un romanzo sulla guerra sporca. La lista è tremenda: violenza sessuale; scariche elettriche su genitali, capezzoli e ano; botte in diverse parti del corpo con pugni, calci e armi; colpi contundenti sulle orecchie, asfissia con borse di plastica in testa e annegamento con stracci sul viso sul quale si versa acqua [waterboarding – n.d.t.].

Molte persone sono state obbligate a denudarsi. Altre sono state minacciate di essere gettate nel vuoto da un elicottero. Altre sono state avvolte in lenzuola per ostacolare la respirazione e movimento. Altre ancora avvolte con nastro adesivo perché non riuscissero a muoversi.

Il governo ha incassato male il rapporto ed ha risposto con goffaggine. La Procura Generale della Repubblica si è detta molto preoccupata dal rapporto ed ha precisato che le torture sono state solo dei casi eccezionali.

Come ha spiegato Jan Jarab, rappresentante dell’Ufficio dell’Alto Commissariato, il rapporto documenta una doppia ingiustizia: quella per coloro che sono stati torturati e quella per i familiari dei 43 giovani scomparsi e dei sei assassinati che ancora aspettano la verità. Ayotzinapa, ricorda l’ONU-DH, continua ad essere un caso aperto. http://www.jornada.unam.mx/2018/03/20/opinion/017a2pol

Twitter: @lhan55

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Bugie e torture in Messico, “doppia ingiustizia” per i 43 studenti desaparecidos. 

Ayotzinapa. Rapporto Onu accusa autorità e Procura generale della Repubblica. 

Con un rapporto presentato il 15 marzo a Ginevra l’Onu ha dato il colpo di grazia alla cosiddetta “verità storica” della Procura generale della Repubblica (Pgr) messicana sul caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, vittime di sparizione forzata nella città di Iguala la notte del 26 settembre 2014 e tuttora desaparecidos.

Il documento “Doppia ingiustizia: relazione sulle violazioni ai diritti umani nell’indagine sul caso Ayotzinapa” dell’Ufficio dell’Alto commissariato Onu per i Diritti umani analizza i casi di 63 dei 129 detenuti nell’inchiesta sulla sparizione degli studenti che, lungi dall’essere “chiusa”, presenta una lunga serie di inconsistenze e piste tralasciate deliberatamente dagli inquirenti.

Jan Jarab, rappresentante del Commissariato Onu in Messico, ha spiegato che, in base ai referti medici della stessa PGR, si può affermare che almeno 34 persone, che “presentavano lesioni multiple” sono state torturate dalle autorità messicane e, inoltre, l’ex direttore dell’Agenzia per le Indagini criminali, Tomás Zerón, s’è comportato “in modo fraudolento” nei confronti della stessa Onu.

Zerón è stato indicato per gestioni illegali in una presunta scena del crimine nella discarica di Cocula, dove secondo la PGR i ragazzi sarebbero stati bruciati da narcotrafficanti. Inoltre ha dichiarato il falso, cioè che membri dell’Ufficio Onu in Messico l’avevano accompagnato il 28 ottobre 2014 nei pressi del Río San Juan, che scorre sotto la discarica, dove sono state ritrovate delle borse di plastica coi resti di uno degli studenti. L’ormai screditata versione ufficiale si basa anche su queste prove, raccolte irregolarmente e manipolate da Zerón.

Dunque l’Onu conferma quanto già denunciato dai familiari dei ragazzi, dai giornalisti e dagli esperti della Commissione interamericana dei Diritti umani, i quali hanno chiesto senza successo che s’investigasse il ruolo dell’esercito nel crimine.
“Una menzogna storica fabbricata in una discarica di spazzatura, così com’è spazzatura la storia che hanno creato”, ha gridato il 16 marzo in conferenza stampa Emiliano Navarrete, uno dei genitori dei 43. “Esauriremo tutte le vie legali fino ad arrivare alla verità, i delinquenti sono i funzionari di governo e dovranno guardarci in faccia, non permetteremo che ci mettano i piedi in faccia perché siamo poveri”.

La pista ufficiale sul caso è stata costruita quasi esclusivamente in base a testimonianze di persone che si sono autoaccusate dei delitti imputati in seguito alle torture, secondo il rapporto, di funzionari della Procura, della polizia federale e della Marina. “Tiriamo le somme delle responsabilità dello Stato”, commenta Mario Patrón, direttore del Centro per i Diritti umani Pro Juárez.
“Dal rapporto emerge il ruolo della Marina nella morte violenta del detenuto Blas Patiño”, ha spiegato Mario González, padre dello studente César Manuel. “Non difendiamo nessun delinquente ma non vogliamo neanche una verità estorta con la tortura”.
L’Onu insiste perché la PGR conduca “un’indagine autentica sulle torture e altre violazioni ai diritti umani, includendo le responsabilità dei superiori e il potere giudiziario. “Ringraziamo l’Onu, perché il governo vuole coprire i veri responsabili”, dice María de Jesús Tlatempa, madre di uno dei ragazzi. “Ora basta con le sparizioni forzate e le fosse clandestine”.

Il Manifesto – edizione 17.03.2018Fabrizio Lorusso León (Messico) https://ilmanifesto.it/bugie-e-torture-in-messico-doppia-ingiustizia-per-i-43-studenti-desaparecidos/

 

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Più delle parole, la forza delle immagini di Simona Granati.

PRIMO INCONTRO INTERNAZIONALE, POLITICO, ARTISTICO, SPORTIVO E CULTURALE DELLE DONNE CHE LOTTANO.
Migliaia di donne provenienti da tutto il mondo si incontrano dall’8 al 10 Marzo 2018 nel Caracol di Morelia con dibattiti e workshops. L’incontro è organizzato dalle donne zapatiste dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. https://simonagranati.photoshelter.com/gallery/PRIMO-INCONTRO-INTERNAZIONALE-POLITICO-ARTISTICO-SPORTIVO-E-CULTURALE-DELLE-DONNE-CHE-LOTTANO/G0000rYfFEyi2.Sw#.Wqo6RjrP1Iw.facebook

 

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Lei arriva all’8 marzo col volto cancellato, col nome nascosto. Con lei arrivano migliaia di donne. Ne arrivano sempre di più. Decine, centinaia, migliaia, milioni di donne in tutto il mondo ricordando che c’è ancora molto da fare, ricordando che bisogna lottare ancora molto. Perché risulta che la dignità è contagiosa e sono le donne le più propense ad ammalarsi di questa scomoda malattia… Questo 8 marzo è un buon pretesto per ricordare e dare la loro dimensione alle insorti zapatiste, alle zapatiste, a quelle armate e non armate.

 

12 Donne nell’Anno 12 (il secondo della guerra) 

11 marzo 1996

Nell’anno 12 dell’EZLN, lontano, a migliaia di chilometri da Pechino, 12 donne arrivano all’8 marzo 1996 con i loro volti cancellati…

  1. Ieri…

Dal volto fasciato di nero si vedono solo gli occhi e qualche ciocca di capelli. Nello sguardo la lucentezza di chi cerca. Una carabina M-1 al petto, in posizione “d’assalto”, ed una pistola in vita. Sul petto, a sinistra, luogo di speranze e convinzioni, porta i gradi di Maggiore di Fanteria di un esercito insorto che, da quell’alba gelida del primo gennaio 1994, si chiama Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Sotto il suo comando c’è la colonna ribelle che prende d’assalto l’antica capitale dello stato sudorientale messicano del Chiapas, San Cristóbal de Lasas Casas. Il parco centrale di San Cristóbal è deserto. Solo gli uomini e le donne indigene che comanda sono testimoni del momento in cui il Maggiore, donna, indigena tzotzil e ribelle, raccoglie la bandiera nazionale e la consegna ai capi della ribellione, il “Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno”. Via radio, il Maggiore comunica: “Abbiamo preso la bandiera. 10-23 passo”. Le ore 02:00, ora sudorientale del primo gennaio 1994. Le ore 01:00 dell’anno nuovo per il resto del mondo. Ha atteso dieci anni per dire quelle sette parole. Era arrivata sulle montagne dalla Selva Lacandona nel dicembre del 1984, a meno di venti anni e con in corpo tutta la storia di umiliazioni degli indigeni. A dicembre del 1984 questa donna dalla pelle bruna dice “Basta!”, ma lo dice così piano che solo lei lo sente. A gennaio del 1994 questa donna ed altre decine di migliaia di indigeni non dicono più, ma gridano “Basta!”, lo dicono tanto forte che tutto il mondo li sente…

Alla periferia di San Cristóbal un’altra colonna ribelle comandata da un uomo, l’unico di pelle chiara e naso grande tra gli indigeni che assaltano la città, ha appena occupato la stazione di polizia. Liberano dalle prigioni clandestine gli indigeni che trascorrevano l’anno nuovo rinchiusi per il reato più grave che esista nel sudest chiapaneco: essere povero. Il nome del Capitano Insurgente è Eugenio Asparuk, indigeno tzeltal e ribelle che, con quel naso enorme, guida la presa della stazione di polizia. Quando arriva il messaggio della Maggiore, il Capitano Insurgente Pedro, indigeno chol e ribelle, ha appena completato la presa del quartiere della Polizia Federale Stradale ed assicurato la strada che comunica San Cristóbal con Tuxtla Gutiérrez; il Capitano Insurgente Ubilio, indigeno tzeltal e ribelle, ha controllato gli accessi dal nord della città e preso il simbolo delle elemosine del governo agli indigeni, l’Istituto Nazionale Indigenista; il Capitano Insurgente Guglielmo, indigeno chol e ribelle, ha preso l’altura più importante della città, da lì domina a vista il silenzio stupefatto che si affaccia dalle finestre di case ed edifici; i capitani insurgentes Gilberto e Noé, indigeni tzotzil e tzeltal rispettivamente, ribelli allo stesso modo, prendono il quartiere della polizia giudiziaria statale, lo incendiano e vanno a mettere al sicuro la parte estrema della città che corrisponde al quartiere della 31a zona militare di Rancho Nuevo.

Alle 02:00, ora sudorientale del primo gennaio 1994, cinque ufficiali insurgentes, maschi, indigeni e ribelli, ascoltano via radio la voce del loro comandante, donna, indigena e ribelle, che dice “Abbiamo preso la bandiera, 10-23 passo”. Lo ripetono alle loro truppe, uomini e donne, tutti indigeni e ribelli, e traducono. “Cominciamo…”

Nel palazzo municipale, la Maggiore organizza la difesa della posizione e la protezione degli uomini e delle donne che in quel momento controllano la città, tutti sono indigeni e ribelli. Una donna in armi li protegge.

Tra i capi indigeni della ribellione c’è una donna piccola, la più piccola tra le piccole. Del viso fasciato di nero si vedono gli occhi e qualche ciocca di capelli. Nello sguardo la lucentezza di chi cerca. Un fucile corto calibro 12 a tracolla sulla schiena. Con il costume unico delle sandreseras, Ramona scende delle montagne insieme a centinaia di donne, in direzione della città di San Cristóbal l’ultima notte dell’anno 1993. Insieme a Susana ed altri uomini indigeni fa parte della direzione indio della guerra che vede l’alba del 1994, il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’EZLN. La comandante Ramona stupirà per statura e lucidità i mezzi internazionali di comunicazione quando apparirà nei Dialoghi della Cattedrale portando nel suo zaino la bandiera nazionale che la Maggiore aveva recuperato il primo gennaio. A quell’epoca Ramona non lo sa, e nemmeno noi, ma già porta nel corpo la malattia che le strappa la vita a morsi e le spegne la voce e lo sguardo. Ramona e la Maggiore, uniche donne nella delegazione zapatista che si mostra per la prima volta al mondo nei Dialoghi della Cattedrale, dichiarano: “Noi eravamo morte, non contavamo niente”, e lo dicono come tirando fuori i conti di umiliazioni e oblio. La Maggiore traduce a Ramona le domande dei giornalisti. Ramona annuisce e capisce, come se le risposte che le chiedono fossero state sempre lì, in quella figura piccola che ride dello spagnolo e del modo di essere delle cittadine. Ramona ride mentre non sa che sta morendo. Quando lo viene a sapere, continua a ridere. Prima non esisteva per nessuno, ora esiste, è donna, è indigena ed è ribelle. Ora Ramona vive, una donna di quel tipo che deve morire per vivere…

La Maggiore comprende che comincia la conquista delle strade di San Cristóbal. I suoi soldati organizzano la difesa dell’antica Jovel e la protezione degli uomini e delle donne che in quei momenti dormono, indigeni e meticci, tutti colti di sorpresa. La Maggiore, donna, indigena e ribelle, ha preso la città. Centinaia di indigeni in armi circondano l’antica Città Reale. Una donna in armi li comanda…

Minuti dopo cadrà nelle mani dei ribelli la città di Las Margaritas, ed ore dopo si arrendono le forze governative che difendono Ocosingo, Altamirano e Chanal. Huixtán e Oxchuc vengono prese da una colonna che avanza verso la prigione principale di San Cristóbal. Dopo le sette parole della Maggiore, sette capoluoghi sono nelle mani degli insorti.

La guerra attraverso la parola è cominciata…

In questi altri luoghi, altre donne, indigene e ribelli, rifanno il pezzo di storia che è toccato loro portare in silenzio fino a quel primo gennaio. Sono anche senza nome né volto:

Irma. Capitana Insurgente di Fanteria, l’indigena chol Irma guida una delle colonne guerrigliere che prendono la piazza di Ocosingo il primo gennaio 1994. Da uno dei lati del parco centrale ha attaccato, insieme ai combattenti al suo comando, la guarnigione che protegge il palazzo municipale fino alla sua resa. Allora Irma scioglie la sua treccia e l capelli le arrivano alla vita. Come se dicesse “sono qui, libera e nuova”, i capelli della capitana Irma brillano, e continuano a brillare quando la notte copre una Ocosingo ormai in mani ribelli…

Laura. Capitana Insurgente di Fanteria. Donna tzotzil, valorosa nel combattimento e nello studio, Laura arriva a diventare Capitana di una unità di soli maschi. Ma non è tutto, oltre ad essere uomini, la sua truppa è formata da reclute. Con pazienza, come la montagna che la vista crescere, Laura insegna ed impartisce ordini. Quando gli uomini al suo comando dubitano, lei da da esempio. Nessuna porta tanti pesi né cammina tanto quanto lei nella sua unità. Dopo l’attacco ad Ocosingo, repiega la sua unità, completa e in ordine. Questa donna di pelle chiara non ostenta nulla, ma tra le mani ha la carabina che ha strappato ad un poliziotto di quelli che guardavano le indigene solo per umiliarle o violentarle. Dopo essersi arreso, il poliziotto scappa in mutande; lui che fino a quel giorno pensava che le donne servivano solo per cucinare e partorire marmocchi…

Elisa. Capitana Insurgente di Fanteria. Come trofeo di guerra porta disseminate nel corpo alcune schegge di mortaio. Prende il comando della sua colonna nella rottura del cerchio di fuoco che riempie di sangue il mercato di Ocosingo. Il Capitano Benito è stato ferito ad un occhio e, prima di perdere conoscenza, informa ed ordina: “Mi hanno fottuto, prendi il comando Capitano Elisa”. La Capitana Elisa è già ferita quando riesce a tirare fuori dal mercato un pugno di combattenti. Quando impartisce ordini da Capitana Elisa, indigena tzeltal, sembra chiedere scusa… ma tutti le obbediscono…

Silvia. Capitana Insurgente di Fanteria, dieci giorni dentro la trappola in cui si era trasformata Ocosingo a partire dal 2 gennaio. In abiti civili sfugge per tra le strade di una città piena di federali, carri armati e cannoni. Viene fermata ad un posto di blocco. La lasciano passare quasi immediatamente. “Impossibile che una ragazza tanto giovane e tanto fragile sia ribelle”, dicono i soldati mentre la guardano allontanarsi. Quando si ricongiunge con la sua unità in montagna, l’indigena chol Silvia, ribelle zapatista, è triste. Con delicatezza le chiedo la causa della pena che le spegne il sorriso. “Là ad Ocosingo”, risponde abbassando lo sguardo, “là ad Ocosingo ho lasciato lo zaino con tutte le musicassete, ed ora non ne abbiamo più”. Sta in silenzio. Io non dico niente, mi unisco al suo dolore e capisco che in guerra ciascuno perde ciò che più ama…

Maribel. Capitana Insurgente di Fanteria. Prende la stazione radio di Las Margaritas quando la sua unità assalta il capoluogo il prima gennaio 1994, ha trascorso nove anni di vita sulle montagne per sedersi di fronte a quel microfono e dire: “Siamo il prodotto di 500 anni di lotte: primo contro la schiavitú…”. La trasmissione non va in onda per problemi tecnici e Maribel per coprirsi le spalle ripiega con l’unità che avanza su Comitán. Giorni dopo, scorterà il prigioniero di guerra, il generale Absalón Castellanos Domínguez. Maribel è tzeltal ed aveva meno di quindici anni quando arrivò sulle montagne del Sudest messicano. “Il momento più difficile di quei nove anni è stato quando ho dovuto scalare la prima altura, il colle dell’inferno, poi tutto è andato via liscio”, dice l’ufficiale ribelle. Nella consegna del generale Castellanos Domínguez, la Capitana Maribel è la prima ribelle che entra in contatto col governo. Il commissario Manuel Camacho Solís le stringe la mano e le chiede l’età: “502”, risponde Maribel che conta gli anni dalla nascita della ribellione…

Isidora. Insurgente di Fanteria. Isidora entra in Ocosingo il primo gennaio come soldato semplice. Come soldato semplice Isidora esce da Ocosingo in fiamme, per ore tira fuori la sua unità composta di soli uomini, con quaranta feriti. Ha schegge di granata nelle braccia e nelle gambe. Isidora raggiunge la postazione sanitaria e consegna i feriti, chiede un po’ d’acqua e si alza. “Dove vai?”, le chiedono mentre cercano di curarle le ferite che sanguinano sul viso e colorano di rosso l’uniforme. “A prendere gli altri”, dice Isidora mentre carica la sua arma. Tentano di fermarla ma non ci riescono, la soldatessa semplice Isidora ha detto che deve tornare ad Ocosingo a tirare fuori i compagni dalla musica di morte che cantano i mortai e le granate. La devono arrestare per fermarla. “La cosa buona è che se mi puniscono non possono degradarmi”, dice Isidora mentre è chiusa nella stanza che serve da prigione. Mesi dopo, quando le conferiscono la stella che la promuove ad ufficiale di fanteria, Isidora, tzeltal e zapatista, guarda la stella ed il comandante e chiede, come una bambina in castigo, “perché?”. Non aspetta la risposta.

Amalia. Sottotenente di Sanità. La risata più rapida del Sudest messicano, Amalia, prende il Capitano Benito dalla pozza di sangue in cui si trova incosciente e lo trascina fino ad un luogo sicuro. Se lo carica in spalla e lo porta fuori dalla cintura di morte che cinge il mercato. Quando qualcuno parla di arrendersi, Amalia, facendo onore al sangue chol che le scorre nelle vene, si arrabbia ed comincia a discutere. Tutti l’ascoltano, nonostante il fragore delle esplosioni e degli spari. Nessuno si arrende.

Elena. Tenente di Sanità. E’ arrivata nell’EZLN analfabeta. Qui ha imparato a leggere, a scrivere e a fare l’infermiera. Da curare diarree e vaccinare, Elena passa a curare ferite di guerra nel suo piccolo ospedale che è anche casa, magazzino e farmacia. Con difficoltà estrae i pezzi di mortaio conficcati nei corpi degli zapatisti che arrivano alla sua postazione sanitaria. “Alcuni si possono rimuovere ed altri no”, dice Elenita, chol ed insurgente, come se parlasse di ricordi e non di pezzi di piombo…

A San Cristóbal, già la mattina del 1° gennaio 1994, si comunica attraverso il grande naso dalla pelle chiara: “C’è una persona che sta facendo domande ma non capisco la lingua, sembra che parli inglese. Non so se è un giornalista ma ha una telecamera”. “Vado io”, dice il nasone e si infila il passamontagna.

Da un’auto prende le armi recuperate nella stazione di polizia e si dirige nel centro della città. Scaricano le armi e le distribuiscono agli indigeni che controllano il palazzo municipale. Lo straniero è un turista che domanda se può uscire dalla città. “No”, risponde il passamontagna dal naso sproporzionato, “è meglio che torni in hotel. Non sappiamo che cosa succederà.” Il turista straniero si ritira dopo aver chiesto il permesso di registrare un video. Nel frattempo la mattina avanza, arrivano curiosi, giornalisti e domande. Il naso risponde e spiega a locali, turisti e giornalisti. La Maggiore è dietro di lui. Il passamontagna parla e scherza. Una donna armata gli copre le spalle.

Un giornalista dietro una telecamera chiede: “E lei chi è?”. “Chi sono io?”, si chiede il passamontagna mentre lotta contro il sonno. “Sì”, insiste il giornalista, “si chiama `comandate tigre’ o `comandante leone’? “Ah! No”, risponde il passamontagna sfregandosi gli occhi con fastidio. “Allora, come si chiama?”, dice il giornalista mentre avvicina il microfono e la telecamera. Il passamontagna nasuto risponde: “Marcos. Subcomandante Marcos…”. In alto volteggiano gli aerei Pilatus…

A partire da lì, l’impeccabile azione militare della presa di San Cristóbal si dilegua, e con essa si cancella il fatto che è stata una donna, indigena e ribelle a comandare l’operativo. La partecipazione delle donne combattenti nelle altre azioni del primo gennaio e del lungo cammino decennale della nascita dell’EZLN resta relegata. Il volto cancellato dal passamontagna si cancella ancor di più quando i riflettori si concentrano su Marcos. La Maggiore non dice niente, continua a guardare le spalle a quel naso pronunciato che ora ha un nome per il resto del mondo. A lei nessuno chiede il nome…

All’alba del 2 gennaio 1994, questa donna guida il ripiegamento da San Cristóbal verso le montagne. Torna a San Cristóbal cinquanta giorni dopo, come parte della sicurezza dei delegati del CCRI-CG dell’EZLN al Dialogo della Cattedrale. Alcune giornaliste donne la intervistano e le chiedono il nome. “Ana María. Maggiore Insurgente Ana María”, risponde guardando con i suoi occhi scuri. Esce dalla Cattedrale e scompare per il resto del 1994. Come le altre sue compagne, deve aspettare e tacere…

A dicembre del 1994, dieci anni dopo essere stata soldato, Ana María riceve l’ordine di preparare la rottura dell’accerchiamento teso dalle forze governative intorno alla Selva Lacandona. All’alba del 19 dicembre, l’EZLN prende posizione in trentotto municipi. Ana María comanda l’azione nei municipi degli Altos del Chiapas. Dodici donne ufficiali sono con lei nell’azione: Mónica, Isabela, Yuri, Patricia, Juana, Ofelia, Celina, María, Gabriela, Alicia, Zenaida y María Luisa. Ana María stessa prende il capoluogo Bochil.

Dopo il ripiegamento zapatista, l’alto comando dell’esercito federale ordina che non si dica niente circa la rottura dell’accerchiamento e che ai media si dica che è solo un’azione propagandistica dell’EZLN. L’orgoglio dei federali è doppiamente ferito: gli zapatisti hanno rotto l’assedio e, oltretutto, era una donna a comandare l’unità che ha strappato loro il controllo di vari capoluoghi. Impossibile da ammettere, bisogna spendere un sacco di soldi affinché l’azione non venga portata a conoscenza del pubblico.

Una volta per l’azione involontaria dei suoi compagni d’armi, un’altra per l’azione deliberata del governo, Ana María, e con lei le donne zapatiste, vengono minimizzata e rimpicciolite …

  1. Oggi…

Sto finendo di scrivere questo testo quando viene da me…

Doña Juanita. Morto il vecchio Antonio, doña Juanita si lascia andare alla vita con la stessa lentezza con cui prepara il caffè. Forte ancora nel corpo, doña Juanita ha annunciato che morirà. “Non dica sciocchezze, nonna”, le dico evitando il suo sguardo. “Ehi tu, guarda”, risponde, “se per vivere moriamo, nessuno mi impedirà di vivere. E tanto meno un ragazzino come te”, dice e rimprovera la nonna doñ Juanita, la moglie del vecchio Antonio, una donna ribelle per tutta la sua vita e, come si vede, anche per tutta la sua morte…

Nel frattempo, dall’altro lato dell’accerchiamento, appare…

Lei. Non ha grado militare, né uniforme né armi. È zapatista ma solo lei lo sa. Non ha volto né nome, come le zapatiste. Lotta per democrazia, libertà e giustizia, come le zapatiste. Fa parte di quello che l’EZLN chiama “società civile”, gente senza partito, gente che non appartiene alla “società politica” composta da governanti e dirigenti di partiti politici. Fa parte di quel diffuso, ma reale, che è la parte della società che dice, “Basta!”. Anche lei ha detto “Basta!”. Al principio si è sorprese lei stessa di queste parole, ma poi, a forza di ripeterle e, soprattutto, di viverle, a smesso di avere paura, di tenersi la paura. Lei ora è zapatista, ha unito il suo destino a quello degli zapatisti in questo nuovo delirio che tanto atterrisce partiti politici ed intellettuali del potere, il Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale. Ha già combattuto contro tutti, contro suo marito, il suo amante, il suo fidanzato, i suoi figli, il suo amico, suo fratello, suo padre, suo nonno. “Sei pazza”, è stato il giudizio unanime. Non è poco quello che si lascia dietro. La sua rinuncia, se si trattasse di dimensione, è più grande di quella delle insorte che non hanno niente da perdere. Il suo tutto, il suo mondo, le dice di dimenticarsi di “quei pazzi zapatisti” ed il conformismo la invita a sedersi nella comoda indifferenza del farsi i fatti propri. Lascia tutto. Lei non dice niente. Presto, di buon mattino, affila la tenera punta della speranza ed emula il primo gennaio dei suoi fratelli zapatisti molte volte in uno stesso giorno che, almeno 364 volte all’anno, non ha niente a che vedere con il primo di gennaio.

Lei sorride, ammirava le zapatiste ma ora non più. Ha smesso di ammirarle nel momento in cui si è resa conto che erano solo lo specchio della sua ribellione, della sua speranza.

Lei scopre di essere nata il primo gennaio del 1994. Da allora sente che è viva e che quello che le hanno sempre detto essere sogno e utopia, può essere vero.

Lei conserva in silenzio e senza alcun guadagno, insieme ad altre ed altri, questo complicato sogno che alcuni chiamano speranza: quel per tutti tutto, niente per noi.

Lei arriva all’8 di marzo col volto cancellato, col nome nascosto. Con lei arrivano migliaia di donne. Ne arrivano sempre di più. Decine, centinaia, migliaia, milioni di donne in tutto il mondo ricordando che c’è ancora molto da fare, ricordando che bisogna lottare ancora molto. Perché risulta che la dignità è contagiosa e sono le donne le più propense ad ammalarsi di questa scomoda malattia…

Questo 8 marzo è un buon pretesto per ricordare e dare la loro dimensione alle insorti zapatiste, alle zapatiste, a quelle armate e non armate.

Alle donne messicane ribelli e scomode che si ostinano a sottolineare che la storia, senza di loro, non è altro che una storia fatta male…

  1. Domani…

Se c’è, sarà con loro e, soprattutto, per loro…

 

Dalle montagne del Sudest Messicano

Subcomandante Insurgente Marcos

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/1996/03/11/12-mujeres-en-el-ano-12-segundo-de-la-guerra/

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PAROLE A NOME DELLE DONNE ZAPATISTE ALL’INIZIO DEL PRIMO INCONTRO INTERNAZIONALE, POLITICO, ARTISTICO, SPORTIVO E CULTURALE DELLE DONNE CHE LOTTANO. 

8 marzo 2018. Caracol della zona Tzots Choj.

 

BUONGIORNO SORELLE DEL MESSICO E DEL MONDO:

BUONGIORNO COMPAGNE DELLA SEXTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE:

BUONGIORNO COMPAGNE DEL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO E DEL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO:

BUONGIORNO COMPAGNE COMANDANTI, BASI DI APPOGGIO, AUTORITÀ AUTONOME, RESPONSABILI DI AREA, MILIZIANE E INSURGENTAS:

PRIMA DI TUTTO, VOGLIAMO INVIARE UN GRANDE ABBRACCIO ALLA FAMIGLIA DELLA COMPAGNA DELLA BASSA CALIFORNIA SUD, ELISA VEGA CASTRO, DELLE RETI DI SUPPORTO AL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO, CHE È MORTA MENTRE ACCOMPAGNAVA LA DELEGAZIONE DEL CIG IL 14 FEBBRAIO SCORSO.

ABBIAMO ASPETTATO FINO AD OGGI PER OMAGGIARE LA MEMORIA DI ELOISA IN MODO CHE IL NOSTRO ABBRACCIO FOSSE ANCORA PIÙ GRANDE E ARRIVASSE LONTANO, FINO DALL’ALTRA PARTE DEL MESSICO.

E QUESTO ABBRACCIO E QUESTO OMAGGIO SONO GRANDI PERCHÉ SONO DI TUTTE LE ZAPATISTE E DI TUTTI GLI ZAPATISTI QUI PRESENTI OGGI, 8 MARZO, PER QUESTA DONNA CHE HA LOTTATO E CI MANCA: ELOISA VEGA CASTRO. ALLA SUA FAMIGLIA VA TUTTO IL NOSTRO AFFETTO.

SORELLE E COMPAGNE CHE CI FATE VISITA:

GRAZIE A TUTTE COLORO CHE SONO GIÀ QUI PRESENTI PER QUESTO PRIMO INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE DONNE CHE LOTTANO.

GRAZIE PER AVER FATTO LO SFORZO DI VENIRE QUI IN QUESTO ANGOLO IN CUI CI TROVIAMO DA TUTTE LE PARTI DEL MONDO.

SAPPIAMO BENE CHE NON È STATO FACILE ARRIVARE FINO A QUI E CHE PROBABILMENTE MOLTE DONNE NON SONO RIUSCITE A VENIRE ALL’INCONTRO.

IL MIO NOME È INSURGENTA ERIKA, PERCHÉ COSÌ CI CHIAMIAMO NOI INSURGENTAS QUANDO NON PARLIAMO DI INDIVIDUI MA DEL COLLETTIVO. SONO CAPITANA INSURGENTA DI FANTERIA E MI ACCOMPAGNANO ALTRE COMPAGNE INSURGENTAS E MILIZIANE DI DIVERSI GRADI.

IL NOSTRO LAVORO SARÀ CONTROLLARE QUESTO LUOGO, AFFINCHÉ CI SIANO SOLO DONNE, SENZA LASCIARE CHE SI INTRODUCA ALCUN UOMO. PERCHÉ LO SAPPIAMO CHE SONO DEI VOLPONI.

QUINDI CI VEDRETE ANDARE DA TUTTE LE PARTI ED È PER CONTROLLARE CHE GLI UOMINI NON SI INFILTRINO E SE NE BECCHIAMO UNO LO PRENDIAMO E LO BUTTIAMO FUORI PERCHÉ È STATO DETTO CHIARAMENTE CHE GLI UOMINI NON SONO INVITATI E PER QUESTO GLI TOCCA STARE FUORI, POI AVRANNO TEMPO DI CAPIRE COSA È SUCCESSO QUI.

VOI POTETE ANDARE DOVE VOLETE. POTETE USCIRE O ENTRARE QUANTE VOLTE VOLETE, AVETE SOLO BISOGNO DEL PASS E BASTA. GLI UOMINI INVECE NON POSSONO ENTRARE FINO ALLA FINE DELL’INCONTRO.

CI SONO ANCHE LE COMPAGNE PROMOTRICI DI SALUTE E ALCUNE DOTTORESSE. QUINDI SE QUALCUNA SI AMMALA O NON SI SENTE BENE, BASTA CHE LO DICA A CHIUNQUE DI NOI E AVVISEREMO RAPIDAMENTE AFFINCHÉ VENGANO CONSULTATE DALLE PROMOTRICI E SE NECESSARIO DALLA DOTTORESSA E NEL CASO ABBIAMO UN’AMBULANZA PRONTA A PORTARVI ALL’OSPEDALE.

CI SONO ANCHE COMPAGNE COORDINATRICI, TECNICHE DEL SUONO, DELLA LUCE SEMPRE CHE FUNZIONI, DELL’IGIENE, DELL’IMMONDIZIA E DEI BAGNI E PER FAR SÌ CHE QUESTE COMPAGNE POSSANO PARTECIPARE ANCHE LORO ALL’INCONTRO, VI CHIEDIAMO DI PRENDERVI CURA DELLA SPAZZATURA, DELL’IGIENE E DEI BAGNI.

OGGI SIAMO IN TANTE MA È COME SE FOSSIMO UNA SOLA PERSONA AD ACCOGLIERVI AFFINCHÈ VI SENTIATE MEGLIO CHE POTETE SECONDO LE NOSTRE CONDIZIONI.

SORELLE E COMPAGNE:

LA NOSTRA PAROLA È COLLETTIVA, PER QUESTO LE MIE COMPAGNE SONO QUI CON ME.

MI TOCCA LEGGERE, MA QUESTA PAROLA LA PRONUNCIAMO IN COLLETTIVO CON TUTTE LE COMPAGNE CHE ORGANIZZANO E COORDINANO QUESTO INCONTRO.

PER NOI DONNE ZAPATISTE È UN GRANDE ORGOGLIO ESSERE QUI CON VOI E VI RINGRAZIAMO PERCHÉ CI AVETE OFFERTO UNO SPAZIO PER CONDIVIDERE CON VOI LE NOSTRE PAROLE DI LOTTA COME DONNE ZAPATISTE.

VISTO CHE PARLO A NOME DELLE MIE COMPAGNE, LA MIA PAROLA SARÀ UN MISCUGLIO PERCHÉ SIAMO DI ETÀ DIVERSE E DI VARIE LINGUE, E ABBIAMO STORIE DIVERSE.

PERCHÉ HO LAVORATO COME SERVA IN UNA CASA IN CITTÀ PRIMA DELLA SOLLEVAZIONE, E POI SONO CRESCIUTA CON LA RESISTENZA ZAPATISTA E LA RIBELLIONE ZAPATISTE DELLE NOSTRE NONNE, MAMME E SORELLE MAGGIORI.

HO COMUNQUE VISTO COME ERA LA SITUAZIONE DEI NOSTRI POPOLI PRIMA DELLA LOTTA, UNA SITUAZIONE MOLTO DIFFICILE DA SPIEGARE CON PAROLE E ANCOR PIÙ DIFFICILE DA VIVERE, VISTO COME MORIVANO PER MALATTIE CURABILI I BAMBINI E LE BAMBINE, I GIOVANI, GLI ADULTI, GLI ANZIANI E LE ANZIANI.

E TUTTO PER MANCANZA DI CURE MEDICHE, DI UNA BUONA ALIMENTAZIONE, DI ISTRUZIONE.

MA MORIVAMO ANCHE PER ESSERE DONNE E MORIVAMO DI PIÙ.

NON C’ERANO ANCORA LE CLINICHE, O SE C’ERANO ERANO LONTANE. E I MEDICI DEL MALGOVERNO NON CI CURANO PERCHÉ NON SAPPIAMO PARLARE SPAGNOLO E PERCHÉ NON ABBIAMO SOLDI.

NELLA CASA IN CUI HO LAVORATO COME SERVA NON AVEVO UNO STIPENDIO, NON SAPEVO PARLARE SPAGNOLO E NON HO POTUTO STUDIARE, HO A MALAPENA IMPARATO UN PO’ A PARLARE.

POI APPRESI CHE C’ERA UN’ORGANIZZAZIONE CHE LOTTAVA E INIZIAI A PARTECIPARE COME BASE D’APPOGGIO. USCIVO DI NOTTE A STUDIARE E TORNAVO AL SORGERE DEL SOLE PERCHÉ A QUEI TEMPI NESSUNO SAPEVA DELLA LOTTA CHE FACEVAMO PERCHÉ ERA TUTTO CLANDESTINO.

A QUEI TEMPI PARTECIPAVO A LAVORI COLLETTIVI CON ALTRE DONNE ZAPATISTE COME L’ARTIGIANATO, LA RACCOLTA DEI FAGIOLI, IL LAVORO NEI CAMPI E L’ALLEVAMENTO DI BESTIAME.

E FACEVAMO TUTTO CLANDESTINAMENTE, SE AVEVAMO INCONTRI O RIFLESSIONI POLITICHE, DOVEVAMO DIRLO IN UN ALTRO MODO, ALCUNI NON SAPEVANO NULLA, NEANCHE ALL’INTERNO DELLE PROPRIE FAMIGLIE.

MA SONO ANCHE NATA E CRESCIUTA DOPO L’INIZIO DELLA GUERRA.

SONO NATA E CRESCIUTA CON LE PATTUGLIE MILITARI CHE SI AGGIRANO PER LE NOSTRE COMUNITÀ E LE NOSTRE STRADE, ASCOLTANDO I SOLDATI DIRE VOLGARITA’ ALLE DONNE SOLO PER IL FATTO CHE LORO SONO SOLDATI ARMATI E NOI SIAMO DONNE.

MA NON ABBIAMO AVUTO PAURA IN COLLETTIVO, ABBIAMO INVECE DECISO DI LOTTARE E SOSTENERCI IN COLLETTIVO COME DONNE ZAPATISTE.

COSÌ ABBIAMO IMPARATO CHE SIAMO IN GRADO DI DIFENDERCI E CHE POSSIAMO DIRIGERE.

E NON ERANO SOLO PAROLE, ABBIAMO DAVVERO PRESO LE ARMI E COMBATTUTO IL NEMICO, E IN VERITÀ ABBIAMO PRESO IL COMANDO E GUIDATO LOTTE CON TRUPPE COMPOSTE IN MAGGIORANZA DA UOMINI.

E CI HANNO OBBEDITO PERCHÉ NON IMPORTAVA SE FOSSI UN UOMO O UNA DONNA, MA CHE FOSSI DECISA A COMBATTERE SENZA ARRENDERTI, SENZA VENDERTI E SENZA CEDERE.

E SEBBENE NON AVESSIMO STUDIATO, AVEVAMO TANTA RABBIA, MOLTO CORAGGIO DATO DA TUTTI I TORTI CHE CI HANNO FATTO.

PERCHÉ HO VISSUTO IL DISPREZZO, L’UMILIAZIONE, LE DERISIONI, LE VIOLENZE, I COLPI, LE MORTI PER IL FATTO DI ESSERE DONNA, DI ESSERE INDIGENA, DI ESSERE POVERA E ORA DI ESSERE ZAPATISTA.

E SAPPIATE CHE NON ERA SEMPRE UN UOMO CHI MI SFRUTTAVA, MI DERUBAVA, MI UMILIAVA, MI COLPIVA, MI DISPREZZAVA, MI AMMAZZAVA.

MOLTE VOLTE ERANO ANCHE DONNE. E FANNO ANCORA COSÌ.

E SONO CRESCIUTA ANCHE CON LA RESISTENZA E HO VISTO COME LE MIE COMPAGNE HANNO MESSO IN PIEDI LE SCUOLE, LE CLINICHE, I LAVORI COLLETTIVI E I GOVERNI AUTONOMI.

E HO VISTO LE FESTE PUBBLICHE, DOVE TUTTE SAPEVANO DI ESSERE ZAPATISTE E SAPEVAMO DI ESSERE INSIEME.

E HO VISTO CHE LA RIBELLIONE, CHE LA RESISTENZA, CHE LA LOTTA, SONO ANCHE UNA FESTA, SEBBENE A VOLTE NON CI SIANO NÉ MUSICA NÉ BALLI E CI SIA SOLO IL PESO DEL LAVORO, DELLA PREPARAZIONE, DELLA RESISTENZA.

E HO VISTO CHE DOVE PRIMA SI POTEVA SOLO MORIRE PER IL FATTO DI ESSERE INDIGENE, DI ESSERE POVERE, DI ESSERE DONNE, ABBIAMO COSTRUITO COLLETTIVAMENTE UN NUOVO PERCORSO DI VITA: LA LIBERTÀ, LA NOSTRA LIBERTÀ.

E HO VISTO CHE DOVE PRIMA AVEVAMO SOLO LA CASA E IL CAMPO, ORA ABBIAMO SCUOLE, CLINICHE, LAVORO COLLETTIVO IN CUI COME DONNE FACCIAMO FUNZIONARE MACCHINARI E DIRIGIAMO LA LOTTA, NON SENZA ERRORI, MA STIAMO ANDANDO AVANTI, SENZA CHE NESSUNO CI DICA COME DOBBIAMO FARE A PARTE NOI STESSE.

E ADESSO VEDO CHE SIAMO ANDATE AVANTI, ANCHE SE DI POCO MA È PUR QUALCOSA.

E NON CREDETE CHE SIA STATO FACILE. È COSTATO E CONTINUA A COSTARE MOLTO.

E NON SOLO PER COLPA DEL FOTTUTO SISTEMA CAPITALISTA CHE CI VUOLE DISTRUGGERE, MA ANCHE PERCHÉ DOBBIAMO LOTTARE CONTRO IL SISTEMA CHE FA CREDERE E PENSARE AGLI UOMINI CHE NOI DONNE SIAMO INFERIORI E NON SERVIAMO A NULLA.

E A VOLTE, BISOGNA DIRLO, PERSINO TRA DONNE CI SFOTTIAMO E CI PARLIAMO MALE, VALE A DIRE CHE NON CI RISPETTIAMO.

PERCHÉ NON SOLO GLI UOMINI, ANCHE LE DONNE DI CITTÀ CI DISPREZZANO PERCHÉ NON CONOSCIAMO LA LOTTA DELLE DONNE, PERCHÈ NON ABBIAMO LETTO LIBRI IN CUI LE FEMMINISTE SPIEGANO COME DEVONO ESSERE LE COSE E TUTTO QUELLO CHE DICONO E CRITICANO SENZA SAPERE COM’È LA NOSTRA LOTTA.

PERCHE UNA COSA È ESSERE DONNA, UN’ALTRA È ESSERE POVERA E ANCORA UN’ALTRA COSA È ESSERE INDIGENA. E LE DONNE INDIGENE CHE MI ASCOLTANO LO SANNO BENE. ED È QUALCOSA DI ANCORA MOLTO DIVERSO ESSERE DONNA INDIGENA ZAPATISTA.

E CHIARAMENTE SAPPIAMO CHE CI MANCA ANCORA MOLTO, MA VISTO CHE SIAMO DONNE ZAPATISTE, NON CI ARRENDIAMO, NON CI VENDIAMO E NON CAMBIAMO IL NOSTRO PERCORSO DI LOTTA, VALE A DIRE CHE NON CEDIAMO.

E COSA POSSIAMO FARE? POTETE VEDERLO IN QUESTO INCONTRO, PERCHÉ L’ABBIAMO ORGANIZZATO TRA DI NOI DONNE ZAPATISTE.

PERCHÉ NON È UN’IDEA QUALUNQUE.

DA QUALCHE MESE, QUANDO IL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO E IL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO HANNO DICHIARATO CHE COME DONNE AVREMMO DETTO DI NON AVERE PAURA O CHE, ANCHE SE L’ABBIAMO LA CONTROLLIAMO, ABBIAMO INIZIATO A PENSARE CHE COLLETTIVAMENTE AVREMMO DOVUTO FARE QUALCOSA.

QUINDI IN TUTTE LE ZONE, ALL’INTERNO DI TUTTI I COLLETTIVI DI DONNE, GRANDI E PICCOLI, ABBIAMO INIZIATO A DISCUTERE SUL DA FARSI COME DONNE ZAPATISTE.

E DURANTE IL COMPARTE DELL’ANNO SCORSO È NATA L’IDEA CHE NOI DONNE ZAPATISTE AVREMMO PARLATO E ONORATO IL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO DA SOLE. E COSÌ È STATO, PERCHÉ SIAMO NOI DONNE AD ACCOGLIERE LE NOSTRE COMPAGNE DEL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO E LA PORTAVOCE MARICHUY QUI PRESENTE.

MA NON SOLO, ANCHE ALL’INTERNO DEI COLLETTIVI ABBIAMO PENSATO E DISCUSSO SUL FATTO CHE DOVREMMO FARE DI PIÙ VEDENDO QUEL CHE STA SUCCEDENDO.

QUEL CHE VEDIAMO, SORELLE E COMPAGNE, È CHE CI STANNO AMMAZZANDO.

E CHE CI UCCIDONO PERCHÉ SIAMO DONNE.

COME SE FOSSE UN CRIMINE E CI STESSERO CONDANNANDO A MORTE.

QUINDI ABBIAMO PENSATO DI ORGANIZZARE QUESTO INCONTRO E INVITARE TUTTE LE DONNE CHE LOTTANO.

ED ECCO PERCHÉ L’ABBIAMO PENSATO:

SONO VENUTE DONNE DA DIVERSE PARTI DEL MONDO.

CI SONO DONNE CHE HANNO STUDIATO, CHE HANNO IL DOTTORATO, LA LAUREA, CI SONO INGEGNERE, SCIENZIATE, MAESTRE, STUDENTESSE, ARTISTE, DIRIGENTI.

ECCO, NON ABBIAMO MOLTO, ALCUNE DI NOI PARLANO A MALAPENA LO SPAGNOLO.

VIVIAMO IN QUESTE MONTAGNE, LE MONTAGNE DEL SUD-EST MESSICANO.

QUI SIAMO NATE, QUI SIAMO CRESCIUTE. QUI LOTTIAMO. QUI MORIREMO.

E VEDIAMO AD ESEMPIO QUEGLI ALBERI LAGGIÙ CHE VOI CHIAMATE “FORESTA” E NOI CHIAMIAMO “MONTAGNA”.

E SAPPIAMO CHE IN QUELLA FORESTA, SU QUELLA MONTAGNA, CI SONO MOLTI ALBERI DIVERSI.

E SAPPIAMO CHE CI SONO, AD ESEMPIO, L’OCOTE E IL PINO, CHE CI SONO IL CAOBA, IL CEDRO, IL BAYALTÉ E CI SONO MOLTI ALTRI TIPI DI ALBERI.

MA SAPPIAMO ANCHE CHE OGNI PINO E OGNI OCOTE NON È LO STESSO, CIASCUNO È DIVERSO.

LO SAPPIAMO, SÌ, MA QUANDO LA VEDIAMO COSÌ LA CHIAMIAMO FORESTA O MONTAGNA.

BENE, SIAMO QUI COME UNA FORESTA O COME UN MONTE.

SIAMO TUTTE DONNE.

MA SAPPIAMO CHE CI SONO DONNE DI DIVERSI COLORI, ALTEZZE, LINGUE, CULTURE, PROFESSIONI, PENSIERI E FORME DI LOTTA.

MA DICIAMO CHE SIAMO DONNE, CHE SIAMO DONNE CHE LOTTANO.

QUINDI SIAMO DIVERSE MA SIAMO UGUALI.

E NONOSTANTE CI SIANO DONNE CHE LOTTANO CHE NON SONO QUI ORA, NOI PENSIAMO A LORO ANCHE SE NON LE VEDIAMO.

E SAPPIAMO ANCHE CHE CI SONO DONNE CHE NON COMBATTONO, CHE SI ADATTANO, VALE A DIRE CHE SI LASCIANO ANDARE.

QUINDI POSSIAMO DIRE CHE CI SONO DONNE IN TUTTO IL MONDO, UNA FORESTA DI DONNE, E CHE QUEL CHE LE RENDE UGUALI È L’ESSERE DONNA.

MA NOI, COME DONNE ZAPATISTE, VEDIAMO QUALCOS’ALTRO CHE STA SUCCEDENDO. E SI TRATTA DEL FATTO CHE A RENDERCI UGUALI CI SONO ANCHE LA VIOLENZA E LA MORTE.

ECCO LA MODERNITÀ DI QUESTO FOTTUTO SISTEMA CAPITALISTA. VEDIAMO CHE HA FATTO DIVENTARE FORESTA LE DONNE DI TUTTO IL MONDO CON LA SUA VIOLENZA E LA SUA MORTE CHE HANNO IL VOLTO, IL CORPO E LA TESTA IDIOTA DEL PATRIARCATO.

QUINDI VI ABBIAMO INVITIATE PER PARLARCI, PER ASCOLTARCI, PER GUARDARCI, PER FESTEGGIARCI.

ABBIAMO PENSATO DI STARE SOLO TRA DONNE PER POTERCI PARLARE, ASCOLTARE, GUARDARE E FESTEGGIARE SENZA LO SGUARDO DEGLI UOMINI, NON IMPORTA CHE SIANO SONO BUONI O CATTIVI.

L’IMPORTANTE È CHE SIAMO DONNE E CHE SIAMO DONNE CHE LOTTANO, VALE A DIRE CHE NON CI ADATTIAMO A QUEL CHE STA SUCCEDENDO E OGNUNA, CON I PROPRI MODI, CON I PROPRI RITMI E I PROPRI LUOGHI, LOTTA E SI RIBELLA. SI INCAZZA INSOMMA E FA QUALCOSA.

QUINDI, SORELLE E COMPAGNE, POSSIAMO SCEGLIERE COSA FARE DURANTE QUESTO INCONTRO.

INSOMMA POSSIAMO DECIDERE.

POSSIAMO SCEGLIERE DI FARE A GARA PER VEDERE CHI È PIÙ IN GAMBA, CHI PARLA MEGLIO, CHI È PIÙ RIVOLUZIONARIA, CHI È PIÙ PENSATRICE, CHI È PIÙ RADICALE, CHI È PIÙ EDUCATA, CHI È PIÙ EMANCIPATA, CHI È PIÙ BELLA, CHI È PIÙ BUONA, CHI BALLA MEGLIO, CHI DISEGNA MEGLIO, CHI CANTA MEGLIO, CHI È PIÙ DONNA, CHI VINCE NELLO SPORT, CHI LOTTA DI PIÙ.

IN OGNI CASO NON CI SARANNO UOMINI A DIRCI CHI VINCE E CHI PERDE. SOLO NOI.

O POSSIAMO ASCOLTARE E PARLARE CON RISPETTO COME DONNE IN LOTTA, POSSIAMO DEDICARCI ALLA DANZA, ALLA MUSICA, AL CINEMA, AL VIDEO, ALLA PITTURA, ALLA POESIA, AL TEATRO, ALLA SCULTURA, AL DIVERTIMENTO, AL SAPERE E ALIMENTARE COSÌ LE LOTTE CHE PORTIAMO AVANTI DOVE VIVIAMO.

QUINDI POSSIAMO SCEGLIERE, SORELLE E COMPAGNE.

O FACCIAMO A GARA TRA DI NOI E ALLA FINE DELL’INCONTRO, QUANDO TORNEREMO AI NOSTRI MONDI, CI RENDEREMO CONTO CHE NESSUNA HA VINTO.

O DECIDIAMO DI COMBATTERE INSIEME, CON LE NOSTRE DIFFERENZE, CONTRO IL SISTEMA CAPITALISTA PATRIARCALE CHE CI VIOLENTA E AMMAZZA.

QUI NON IMPORTA L’ETÀ, SE SIETE SPOSATE OPPURE NO, SE SIETE VEDOVE O DIVORZATE, SE VENITE DALLA CITTÀ O DALLA CAMPAGNA, SE SIMPATIZZATE PER I PARTITI, SE SIETE LESBICHE, ASESSUATE O TRANSGENDER O COME VOGLIATE DEFINIRVI, SE STUDIATO O MENO, SE SIETE FEMMINISTE OPPURE NO.

SIETE TUTTE BENVENUTE E, COME DONNE ZAPATISTE, VI ASCOLTEREMO, VI GUARDEREMO E VI PARLEREMO CON RISPETTO.

CI SIAMO ORGANIZZE AFFINCHÉ IN TUTTE LE ATTIVITÀ, PROPRIO TUTTE, CI SIA QUALCUNA DI NOI CHE PORTA IL MESSAGGIO ALLE NOSTRE COMPAGNE DEI VILLAGGI E DELLE COMUNITÀ.

ORGANIZZEREMO UN TAVOLO SPECIALE PER ACCOGLIERE LE VOSTRE CRITICHE, LÌ POTRETE DIRE QUELLO CHE VEDETE CHE ABBIAMO FATTO O CHE FACCIAMO MALE.

OSSERVEREMO E ANALIZZEREMO E, SE IN EFFETTI È COME DITE, VEDREMO COME FARE PER MIGLIORARE.

ALTRIMENTI, IN OGNI CASO PENSEREMO AL PERCHÉ CE L’AVETE DETTO.

QUEL CHE NON FAREMO È DARE LA COLPA AGLI UOMINI O AL SISTEMA PER GLI ERRORI CHE SONO NOSTRI.

PERCHÉ LA LOTTA PER LA LIBERTÀ COME DONNE ZAPATISTE È NOSTRA.

NON È COMPITO DEGLI UOMINI O DEL SISTEMA DARCI LA NOSTRA LIBERTÀ.

AL CONTRARIO, IL COMPITO DEL SISTEMA CAPITALISTA È MANTENERCI SOTTOMESSE.

SE VOGLIAMO ESSERE LIBERE, DOBBIAMO CONQUISTARCI LA LIBERTÀ NOI STESSI IN QUANTO DONNE.

VI OSSERVEREMO E ASCOLTEREMO CON RISPETTO, COMPAGNE E SORELLE.

DI TUTTO QUELLO CHE POTREMO OSSERVARE E ASCOLTARE, SAPREMO PRENDERE QUELLO CHE CI AIUTA NELLA NOSTRA LOTTA COME DONNE ZAPATISTE, E LASCIARE DA PARTE QUEL CHE NON CI AIUTA.

MA NOI NON GIUDICHIAMO NESSUNO.

NON DIREMO CHE UNA COSA VA BENE O NON VA BENE.

NON VI ABBIAMO INVITATE PER GIUDICARVI.

NÉ VI ABBIAMO INVITATE PER COMPETERE.

VI ABBIAMO INVITATE PER TROVARCI, UGUALI EPPURE DIVERSE

QUI CI SONO COMPAGNE ZAPATISTE DI DIVERSE LINGUE TRADIZIONALI. ASCOLTERETE LE PAROLE COLLETTIVE DELLE DONNE DI OGNI ZONA.

NON CI SIAMO TUTTE.

SIAMO MOLTE DI PIÙ, COME PURE LA NOSTRA RABBIA E IL NOSTRO CORAGGIO.

MA LA NOSTRA RABBIA E LA NOSTRA LOTTA NON SONO SOLO PER NOI, MA PER TUTTE LE DONNE VIOLENTATE, ASSASSINATE, ABUSATE, COLPITE, INSULTATE, DISPREZZATE, DERISE, SCOMPARSE, PRIGIONIERE.

QUINDI, COMPAGNA E SORELLA, NON TI CHIEDIAMO DI VENIRE A LOTTARE PER NOI, COSÌ COME NON VERREMO A COMBATTERE PER TE.

OGNUNA HA IL PROPRIO STILE, I PROPRI MODI E I PROPRI TEMPI.

L’UNICA COSA CHE VI CHIEDIAMO È DI CONTINUARE A LOTTARE, DI NON ARRENDERVI, DI NON VENDERVI, DI NON RINUNCIARE AD ESSERE DONNE CHE COMBATTONO.

E PER CONCLUDERE VI CHIEDIAMO QUALCOSA DI SPECIALE PER QUESTI GIORNI CHE PASSERETE CON NOI.

DA VARIE PARTI DEL MESSICO E DEL MONDO SONO VENUTE ANCHE SORELLE E COMPAGNE DI UNA CERTA ETÀ, “DI GIUDIZIO” LE CHIAMIAMO DA QUESTE PARTI.

SONO DONNE CHE LOTTANO DA MOLTI ANNI.

VI CHIEDIAMO DI AVERE UN RISPETTO E UNA CONSIDERAZIONE SPECIALE, PERCHÉ VOGLIAMO DIVENTARE COME LORO, SAPERE CHE CONTINUEREMO A LOTTARE ANCHE QUANDO AVREMO UNA CERTA ETÀ.

VOGLIAMO DIVENTARE ANZIANE E POTER DIRE CHE ABBIAMO TANTI ANNI E CHE OGNI ANNO VUOL DIRE UN ANNO DI LOTTA.

MA PER QUESTO DOBBIAMO RIMANERE VIVE.

PER CIO’ QUESTO INCONTRO È PER LA VITA.

E NESSUNO CE LA REGALERÀ, SORELLE E COMPAGNE.

NÉ DIO, NÉ L’UOMO, NÉ IL PARTITO, NÉ UN SALVATORE, NÉ UN CAPO, NÉ UN COMANDANTE, NÉ UNA COMANDANTA, NÉ UNA CAPA.

DOBBIAMO LOTTARE PER LA VITA.

INSOMMA, COSÌ CI È TOCCATO, A NOI COME A VOI SORELLE E COMPAGNE, E A TUTTE LE DONNE CHE COMBATTONO.

FORSE, QUANDO L’INCONTRO SARÀ FINITO, QUANDO TORNERETE AI VOSTRI MONDI, AI VOSTRI TEMPI, AI VOSTRI MODI, QUALCUNO VI CHIEDERÀ SE SARA’ STATA PRESA QUALCHE DECISIONE. PERCHÉ SONO MOLTO DIVERSI I PENSIERI CHE SONO ARRIVATI IN QUESTE TERRE ZAPATISTE.

FORSE, RISPONDERETE DI NO.

O FORSE RISPONDERETE DI SI`, CHE ABBIAMO PRESO UNA DECISIONE.

E FORSE, QUANDO VI CHIEDERANNO QUALE SIA LA DECISIONE, DIRETE: “ABBIAMO DECISO DI VIVERE, E VISTO CHE PER NOI VIVERE SIGNIFICA LOTTARE, ABBIAMO DECISO DI LOTTARE OGNUNA A MODO SUO, SECONDO IL PROPRIO LUOGO E CON I PROPRI TEMPI”.

E FORSE RISPONDERETE ANCHE “E ALLA FINE DELL’INCONTRO ABBIAMO DECISO DI TROVARCI L’ANNO PROSSIMO IN TERRE ZAPATISTE PERCHÉ CI HANNO INVITATE DI NUOVO”.

È TUTTO QUELLO CHE VOLEVAMO DIRE, GRAZIE PER AVERCI ASCOLTATO.

VIVA TUTTE LE DONNE DEL MONDO!

A MORTE IL SISTEMA PATRIARCALE!

 

Dalle montagne del sud-est messicano.

Le donne zapatiste.

8 marzo 2018, Chiapas, Messico, Mondo.

 

Testo originale http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2018/03/08/palabras-a-nombre-de-las-mujeres-zapatistas-al-inicio-del-primer-encuentro-internacional-politico-artistico-deportivo-y-cultural-de-mujeres-que-luchan/

 

Traduzione a cura di 20ZLN

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