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@lhan55 Il bacio del diavolo

López Obrador si è opposto pubblicamente alla maggioranza delle riforme previste dal Pacto por Mexico denunciandole come parte degli affari della mafia al potere. Tuttavia non ha mai invitato a mobilitarsi contro di esse e benché parte dei suoi simpatizzanti si siano inseriti direttamente nella lotta contro quelle riforme, lui non l’ha fatto ed ha concentrato le sue forze ad organizzare il suo partito, Morena, e costruire la sua candidatura. È stato un leader politico di partito e non un dirigente sociale. Ha vinto la scommessa.

 La Jornada, Luis Hernández Navarro, 3 luglio 2018. Nel calendario del potere emerge una data: 20 dicembre 2012. Quel giorno, nel Castello di Chapultepec, raggiante, dopo aver firmato il Patto per il Messico, si fecero fotografare i firmatari: il presidente Enrique Peña Nieto; Gustavo Madero, leader del Partito Azione Nazionale; Cristina Díaz, dirigente ad interim del Partito Rivoluzionario Istituzionale, e Jesús Zambrano, alla guida del Partito della Rivoluzione Democratica.

Cinque anni e mezzo dopo, le cose sono cambiate. Quelle figure politiche ed i loro partiti che allora credevano di avere il futuro nelle proprie mani, sono ridotti quasi in macerie. L’uragano elettorale del primo luglio li ha travolti, in grande parte come risultato di quel patto.

Il patto, in essenza un accordo copulare ed autoritario per intraprendere un nuovo ciclo di riforme neoliberali, quel giorno fu annunciato con grande clamore come il potente strumento per smuovere il Messico e modernizzarlo. La realtà sarebbe stata un’altra. In quell’occasione, oltre alle intenzioni dei suoi promotori, come è successo in ogni occasione in cui una élite ha voluto riformare radicalmente dall’alto il paese contro quelli che stanno in basso, il paese reale ha presentato il conto ai modernizzatori sbaragliando le loro riforme.

Così accadde quando il Messico era ancora la Nuova Spagna, con le riforme borboniche che sfociarono nella Rivoluzione di Indipendenza; così è successo con la modernizzazione e la pax sociale porfirista, deragliata nella Rivoluzione Messicana, e così è avvenuto con la riforma dell’articolo 27 della Costituzione e la firma del Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord durante l’amministrazione di Carlos Salinas de Gortari, severamente contestato dalla sollevazione zapatista del primo gennaio del 1994.

L’implementazione del Patto per il Messico ha lasciato sul suo passaggio una sequela di devastazione sociale e distruzione del tessuto comunitario. Lungi dal potenziare la crescita ed il benessere economico, le nuove norme hanno inaugurato un nuovo ciclo di depredazione ed acutizzazione delle disuguaglianze.

Invece di restare a braccia conserte, i disastrati dalle riforme hanno protestato. Tuttavia, invece di rispondere ai loro reclami, il governo federale e la classe politica li hanno insultati. Hanno seguito la massimo salinista del non li vedo né li sento. Fingendo di non sapere. Di fronte ad ogni nuova protesta, assicuravano che la situazione era sotto controllo. Invece di ascoltare la tempesta che si avvicinava i firmatari del patto ed i loro successori alla guida dei partiti si sono ostinati a continuare a sorridere per le foto.

Per cinque anni e mezzo le vittime delle controriforme del Patto per il Messico hanno resistito. In ondate successive di indignazione organizzata, centinaia di migliaia di insegnanti hanno contestato la riforma della scuola. All’inizio del 2017 moltitudini iraconde hanno saccheggiato i grandi magazzini e bloccato le strade per esprimere il loro scontento col gasolinazo, eredità diretta della riforma energetica. Industriali indignati dalla riforma fiscale hanno fatto tintinnare i gioielli e sventolato portafogli per fare sentire la loro disapprovazione verso le nuove norme. Lungi dall’interrompere il monopolio delle grandi società di telecomunicazione, la riforma del settore ha riunito nelle proteste grandi consorzi.

Nella fotografia del Patto per il Messico di quel 20 dicembre 2012 non c’è Andrés Manuel López Obrador. Non è un piccolo dettaglio. Solo qualche mese prima era arrivato secondo alle elezioni per la presidenza della Repubblica con quasi 16 milioni di voti. A loro non importava. Credevano che lasciandolo fuori dall’accordo e cancellandolo dall’immagine lo avrebbero escluso dalla scena politica nazionale. Se non appare nella foto del potere – si sono detti – non esiste. In realtà, gli hanno fatto un favore.

López Obrador criticò l’accordo. In realtà, il Patto per il Messico – dichiarò in molte occasioni – un Patto contro il Messico. Si tratta – spiegava – di una mera manovra per privatizzare l’industria petrolifera. Si è opposto pubblicamente alla maggioranza delle riforme che l’accompagnavano. Le ha denunciate come parte degli affari della mafia al potere. Tuttavia, salvo nel caso della riforma energetica (e molti anni dopo essere stata approvata, in un’occasione, quella della scuola) non ha mai invitato a mobilitarsi contro di esse. Benché parte dei suoi simpatizzanti si siano inseriti direttamente nella lotta contro quelle riforme, lui non l’ha fatto ed ha concentrato le sue forze ad organizzare il suo partito, Morena, a partecipare alle elezioni e costruire la sua candidatura. È stato un leader politico di partito e non un dirigente sociale.

Ha vinto la scommessa. Senza partecipare direttamente in Morena, e senza che i suoi dirigenti siano stati candidati nelle sue liste, una parte di chi ha organizzato la contestazione nell’ultima fase delle riforme neoliberali si è unita all’onda lopezobradorista. Hanno votato contro i partiti del Patto per il Messico e premiato elettoralmente chi ha preso le distanze criticamente da una modernizzazione verticale, autoritaria ed escludente. Per i suoi firmatari, il Patto per il Messico è risultato essere il bacio del diavolo. http://www.jornada.com.mx/2018/07/03/opinion/019a1pol

Twitter: @lhan55

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I promotori del voto utile possono stare tranquilli. María de Jesús Patricio non sottrarrà voti a nessuno nella corsa presidenziale. La voce dei popoli indigeni non ci sarà sulla scheda elettorale. L’unica aspirante alla Presidenza che negli ultimi mesi ha parlato chiaramente della depredazione, lo sfruttamento, l’oppressione e la discriminazione che subisce il Messico del basso non sarà candidata. La campagna di Marichuy è diventata la prova evidente che una vera transizione democratica continua ad essere la questione in sospeso centrale dell’agenda politica nazionale. 

Marichuy e l’esclusione politica 

Luis Hernández Navarro 

I promotori del voto utile possono stare tranquilli. María de Jesús Patricio non sottrarrà voti a nessuno nella corsa presidenziale. La voce dei popoli indigeni non ci sarà sulla scheda elettorale. L’unica aspirante alla Presidenza che negli ultimi mesi ha parlato chiaramente della depredazione, lo sfruttamento, l’oppressione e la discriminazione che subisce il Messico del basso non sarà candidata.

Marichuy aveva bisogno di 866 mila 593 firme per essere ammessa alla contesa elettorale. Anche se ancora manca la verifica finale, ha raccolto 281 mila 952 firme. (…).

Il livello di affidabilità delle firme consegnate dalla portavoce del Consiglio Indigeno di Governo (CIG) è del 94,48%. Il più alto tra tutti gli aspiranti alla candidatura indipendente. Gli altri hanno compiuto vere magie. La percentuale di firme convalidata di Jaime Rodríguez, El Bronco, è stata solo del 59,46%; quello di Armando Ríos Piter, 65,66%, e quello di Margarita Zavala, 67,59%. L’aspirante Édgar Portillo ha presentato solo il 2,63% di firme vere.

Le adesioni di Marichuy sono state raccolte da un esercito di volontari che non hanno ricevuto alcun compenso e senza risorse economiche per comperare gli apparecchi telefonici necessari per scannerizzare e trasmettere le sigle all’Istituto Nazionale Elettorale (INE). Mentre il resto degli aspiranti ha commissionato ad agenzie specializzate o a personale stipendiato la raccolta delle firme, la squadra di Marichuy, molti giovani studenti, ha cooperato al compito senza nessun compenso e senza altra spinta che quella di contribuire ad una giusta causa. In un paese in cui i voti si comprano e l’anagrafe elettorale si vende, il gruppo di appoggio del CIG ha dato una lezione di dignità e autentico senso civico.

Praticamente in tutto il mondo, partecipare alle elezioni richiede grandi somme di denaro. Anni fa, il film statunitense intitolato Chi più spende… più guadagna! mostrava come le campagne elettorali sono una bestia insaziabile che divora fortune. Nel film, Montgomery Brewster, un giocatore di baseball in disgrazia, avrebbe ricevuto un’eredità di 300 milioni di dollari a condizione che fosse stato in grado di spenderne 30 milioni in un mese senza comprare niente. Per superare la sfida non trovò modo migliore che candidarsi come sindaco di New York.

Como sucede in Chi più spende… più guadagna!, nelle campagne elettorali in Messico circolano fiumi di denaro. Partiti e candidati spendono enormi fortune per vincere o per impedire che i loro avversari vincano. Molte di queste risorse non sono lecite, ma si usano. Controcorrente a questo comportamento, in questi mesi Marichuy si è spostata praticamente per tutto il paese con pochissimi soldi. Ha rifiutato l’aiuto ufficiale e si è affidata essenzialmente al lavoro spontaneo e gratuito dei suoi simpatizzanti. Le comunità che ha visitato negli angoli più reconditi del paese sono state i suoi anfitrioni. Si è così dimostrato che è possibile fare un’altra politica che non giri intorno ai soldi.

Ancora prima dell’avvio della sua campagna, María de Jesús Patricio è stata vittima del razzismo e della più bassa misoginia. La sua doppia condizione di donna e indigena ha tirato fuori il peggio della società e della politica messicane. Molte coscienze belle liberali, tanto pronte a saltare sul pulpito alla prima occasione per criticare personaggi della nostra vita politica, sono stati in silenzio di fronte alle aggressioni.

Gli esempi delle assurdità circolate in rete sono numerosi. L’account @nopalmuino ha scritto: “Quella di #Marichuy è una pagliacciata, votare per lei solo perché indigena e donna… bisogna proprio essere stupidi”. Un altro che si firma Avvocato del diavolo, ha detto: “sì voterei per #Marichuy. Si vede che è esperta di pulizie in Messico”. Un altro che si fa chiamare Gonz and Roses tha twittato: “Quella #Marichuy somiglia a quella che pulisce casa mia”. L’enigmatico 0111001Or ha sparato: “Chi è #Marichuy e perché non sta facendo pozole?”.

Tuttavia, queste non sono state le uniche espressioni contro di lei dalla politica più becera. Dalle file di una certa sinistra, alcuni personaggi l’hanno presentata non per quello che è, una donna indigena brillante e intelligente con una lunga esperienza politica, che difende una causa ignorata nella campagna elettorale, quella dei popoli indigeni e l’anticapitalismo, ma come un burattino dello zapatismo per sottrarre voti a chissà chi e perfino come uno strumento del governo o di Carlos Salinas de Gortari.

La campagna di María de Jesús Patricio ha riscosso grande successo evidenziando l’esistenza di quei rabbiosi razzisti, misogini ed escludenti nella società e nella politica messicane. In realtà, tutta questa spazzatura emersa dalla campagna elettorale mostra una delle ragioni per cui è stata necessaria questa incursione.

Le difficoltà che Marichuy ed il CIG hanno affrontato per essere presenti sulla scheda elettorale dimostrano che, benché formalmente esistano per legge le candidature civiche, ciò che prevale è un regime partitocratico in cui le carte sono a favore del monopolio della rappresentanza politica dei partiti. Possono inserirsi nella politica come candidati indipendenti, principalmente e quasi esclusivamente, i politici tradizionali.

Questo regime partitocratico, elitario ed escludente, nato dal Pacto de Barcelona del 1996 tra PRI, PAN e PRD, lascia senza rappresentanza politica un’enorme settore del paese. Lungi dal mettere in discussione la partitocrazia, la logica dei comizi del 2018 la rafforza. Basta guardare le liste dei candidati a deputati e senatori delle diverse coalizioni e le loro proposte in futuri ministeri di governo, per vedere che, essenzialmente, benché competano per sigle differenti, molti sono gli stessi di sempre. La campagna di Marichuy è diventata la prova evidente che una vera transizione democratica continua ad essere la questione in sospeso centrale dell’agenda politica nazionale. http://www.jornada.unam.mx/2018/02/27/opinion/019a2pol

Twitter: @lhan55

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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ezln22 L’EZLN, il CNI e le elezioni

Luis Hernández Navarro – La Jornada 18 ottobre 2016

L’EZLN ed il CNI hanno concordato di consultare i villaggi e le comunità a proposito della candidatura di una donna indigena alla Presidenza della Repubblica per le elezioni del 2018. La decisione ha sollevato una polemica enorme. Alcuni vedono in questa scelta una svolta di 180 gradi della sua linea d’azione. Altri, il suo ingresso in politica. Altri ancora, una manovra per la formazione di una coalizione contro Andrés Manuel López Obrador.

Queste tre opinioni sono, oltre che sbagliate, pregiudizievoli. Si basano sulla disinformazione e su uno schema di analisi che ha come punto di partenza: chi non è con me, è contro di me. Questi punti di vista ignorano la storia e la traiettoria politica, sia dell’EZLN sia delle organizzazioni indigene che fanno parte del CNI.

Fin da quando l’EZLN è emerso nella vita pubblica, non è mai stata una forza astensionista. Non ha incitato né all’astensione né al boicottaggio delle elezioni, ma all’organizzazione e alla lotta. E, almeno in un’occasione, ha promosso il voto per un candidato.

Nelle elezioni presidenziali del 21 agosto 1994, invitó a votare contro il PRI, come parte della sua lotta contro il sistema partitico di stato e del presidenzialismo. Inoltre, il 15 maggio dello stesso anno, a Guadalupe Tepeyac, le basi zapatiste e il subcomandante Marcos ricevettero il candidato del PRD, Cuauhtémoc Cárdenas e il suo entourage. I ribelli li accolsero e riconobbero che l’allora candidato li aveva ascoltati con attenzione e rispetto. Tra l’altro, criticarono il sol azteca.

Pochi giorni dopo, tramite la Seconda Dichiarazione della Selva Lacandona, convocarono “una Convenzione Nazionale Democratica che emani un governo provvisorio o di transizione, attraverso le dimissioni dell’Esecutivo federale o per via elettorale”. Segnalarono successivamente che il processo avrebbe dovuto portare alla stesura di una nuova Costituzione e allo svolgimento di nuove elezioni.

Ben presto, l’EZLN sostenne la candidatura del giornalista Amado Avendaño, in quanto membro della società civile, come governatore del Chiapas. E, dopo la truffa elettorale che impedì il suo trionfo, lo riconobbe come governatore ribelle e lo trattò come tale.

Alla fine del 2005 gli zapatisti promossero l’organizzazione di un grande movimento nazionale per trasformare le relazioni sociali, sviluppare un programma di lotta nazionale e creare una nuova costituzione politica. In questo contesto, inaugurarono l’altra campagna, un’iniziativa di politica popolare dal basso e a sinistra, indipendente dai partiti politici ufficiali, di stampo anticapitalista.

Anche se l’altra campagna non mai incitato ad astenersi o a boicottare le elezioni, ha criticato aspramente i candidati dei tre principali partiti politici, tra cui Andrés Manuel López Obrador. Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2 luglio 2006, a seguito della repressione di San Salvador Atenco (3 e 4 maggio dello stesso anno) che cambió le dinamiche di quest’iniziativa politica, con una cerimonia al cinema Rivoluzione di Città del Messico, il subcomandante Marcos si oppose personalmente a mettere in discussione chi aveva intenzione di votare. “Chi vuole votare, che voti”, disse in quell’occasione.

Gli zapatisti sono stati considerati responsabili per il risultato finale delle elezioni del 2006 e addirittura per la frode che strappò la vittoria alle urne di Andrés Manuel López Obrador. Pochi giorni fa, il leader di Morena ha dichiarato che in quei giorni, l’EZLN e la chiesa progressista invitarono a non votare per lui (cosa che non è mai successa), contribuendo indirettamente a rubargli le elezioni. Da allora, il dibattito è stato aspro e intenso e non ha cessato di esserlo, nonostante siano passati più di 10 anni.

Per anni, la posizione degli zapatisti non è cambiata. Ciò è stato confermato dal subcomandante Moisés nel comunicato intitolato “sulle elezioni: organizzarsi” datato aprile 2015, in cui avverte: “In questi giorni, come ogni volta che avviene questa cosa che chiamano “processo elettorale”, sentiamo e vediamo che se ne escono col fatto che l’EZLN chiama all’astensione, cioè che l’EZLN dice che non si deve votare. Dicono questa e altre stupidaggini”.

Più tardi chiarisce la posizione dei ribelli sulla situazione elettorale di quell’anno: “Come zapatisti che siamo non chiamiamo a non votare e nemmeno a votare. Come zapatisti che siamo ciò che facciamo, ogni volta che è possibile, è dire alla gente che si organizzi per resistere, per lottare, per ottenere ciò di cui si ha bisogno”.

Il recente documento dell’EZLN e del CNI, “Tremi nei loro centri terra” rappresenta un cambiamento nella posizione dei ribelli. Ma non di 180 gradi, perché non sono mai stati astensionisti.

L’invito è ad avventurarsi in una nuova forma di azione, il cui asse centrale è la partecipazione diretta nel contesto elettorale, come forma di resistenza, di organizzazione e di lotta. Si tratta di mettere gli indigeni e i loro problemi al centro dell’agenda politica nazionale, di dare visibilità gli attacchi contro le popolazioni indigene, di costruire il potere dal basso. La decisione non significa l’ingresso dell’EZLN nella lotta politica. Gli zapatisti ci sono sempre stati. Non hanno mai smesso di fare politica da quando hanno fatto irruzione nella vita pubblica sollevandosi con le armi nel 1994. Si può essere o non essere d’accordo con la politica che hanno fatto, ma ridurre la loro partecipazione politica all’azione elettorale è una cavolata.

Lo stesso vale per le organizzazioni che compongono il CNI. La mobilitazione dei purépecha di Cherán (un’esperienza chiave nel nuovo corso della lotta indigena) per il riconoscimento del loro autogoverno e della loro autonomia è essenzialmente politica. Anche l’esperienza di autodifesa dei náhuatl di Ostula o la difesa della comunità otomí Xochicuautla del suo territorio e delle risorse naturali.

Nessuno ha il monopolio della rappresentanza politica della sinistra messicana. Questa rappresentanza si guadagna quotidianamente nella lotta. Accusare gli zapatisti e il CNI di assecondare il gioco del governo perché intendono partecipare alle elezioni del 2018, a margine dei partiti politici, è un segno di arroganza e d’intolleranza. In definitiva, sarà la società messicana in generale e i popoli indigeni in particolare, a decidere se questo percorso sia utile per trasformare il paese.

testo originale

traduzione a cura di 20ZLN

 

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