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La Jornada – Lunedì 4 novembre 2013

Intervista ad Alberto Patishtán “Nel paese, almeno la metà dei detenuti è innocente”

Blanche Petrich

Guardando avanti, più col cuore che con gli occhi che gradualmente hanno perso la vista a causa di un tumore cerebrale, il maestro Alberto Patishtán, appena liberato dopo 13 anni di prigione ingiusta, valuta le grandi sfide da affrontare per risanare il sistema giudiziario ed evitare che, come sostiene, restino nelle prigioni del paese almeno la metà dei detenuti ammucchiati lì con accuse senza prove, innocenti a pagare reati di altri per la cecità delle autorità.

Nell’intervista con La Jornada, parlata dei detenuti conosciuti nelle prigioni dove ha trascorso la sua prima gioventù: Come posso dimenticarmi di loro se io stesso ho vissuto la prigione ingiusta?

Come il caso di Alejandro Díaz Santiz, tzotzil come lui, di Mitontic, da 15 anni in carcere deve scontarne altri 15 nel Cereso 5, di San Cristóbal. Fu arrestato e processato in un tribunale di Veracruz, accusato di avere ucciso il proprio figlio. Díaz sostiene la sua innocenza e denuncia un altro come l’omicida, ma la sua dichiarazione non fu presa in considerazione. Ebbe traduttore, ma in lingua nahua. E dicono che il suo processo è stato giusto. E’ una bugia!

Quasi un Gandhi per il suo discorso non violento e la sua spiritualità, a 42 anni Patishtán nell’intervista continua: “Sembra impossibile cambiare le cose, ma si deve fare. L’autorità parla di giustizia e democrazia e tutte queste cose, ma non è così. Se abbandonassero tutte le loro smanie ed ambizioni, se sgomberassero la mente e veramente prendessero coscienza… io gli dare i miei occhi affinché potessero vedere il fondo delle cose. Credo che sarebbe diverso”.

– Che cosa¿Qué propone?

– Vorrei aiutare tante persone. Ma credo che il compito principale spetti allo stesso detenuto che deve cominciare a gridare da dove si trova. Perché se non si fanno conoscere, se non fanno conoscere i loro nomi, non avviene il collegamento con la gente che vuole aiutare da fuori.

E poi, sempre perseverare. Che faccia caldo, freddo, che si abbia fame o no, accompagnato o senza compagnia, bisogna sempre avere perseveranza.

Che non si ripeta la stessa storia

Indigeno tzotzil, maestro in più materie, aderente di un movimento di resistenza, gli è piovuta addosso la fabbricazione di prove per l’omicidio di sette poliziotti nel 2000, in una comunità remota negli Altos del Chiapas. Condannato a 60 anni di prigione, Patishtán era il candidato ideale a restare dietro le sbarre fino al fine dei suoi giorni. Invece è diventato il volto di un ampio movimento di solidarietà iniziato con il piccolo collettivo, Ik, che è cresciuto fino ad incorporare le organizzazioni dei diritti umani del Messico e del mondo con qualche competenza sulla questione indigena.

– Diceva che se lei è un simbolo, lo è semmai per quello che ancora c’è da fare. Che cosa manca?

– La gente adesso potrebbe dire, bene abbiamo finito, Patishtán è uscito. No, manca ancora molto da fare affinché non si ripeta la stessa storia. Questo non possiamo permetterlo più. Ci sono molti compagni carcerati che meritano di uscire e che non escono. L’autorità è inflessibile, senza coscienza.

“Quando uno entra in prigione, gli dicono: qui non ci sono diritti. Ma se uno, anche se carcerato, mantiene la propria libertà interiore, può fare molte cose. Il Potere Giudiziario esiste per applicare la legge, ma non la giustizia; loro cercano qualcuno che paghi per un reato, non il colpevole.

“Quando mi arrestarono, chiesi loro di usare gli strumenti tecnologici, di sottoporre me e chi mi accusava alla macchina della verità. Io non sapevo se questi strumenti esistevano, ma li chiedevo. Ma neppure mi ascoltavano….”

E’ stato un prigioniero indomabile. Fin dal primo momento, a Cerro Hueco, Tuxtla Gutiérrez, organizzò i detenuti nella Voz de la dignidad rebelde. Per disarticolare il suo lavoro lo trasferirono nella prigione di El Amate, a Cintalapa, dove fondò La Voz del Amate. Per questo fu trasferito in un carcere federale di massima sicurezza a Guasave, Sinaloa.

Patishtán chiama quella prigione il cimitero dei vivi, l’unica prigione che conosco senza alcuna assistenza medica. Rinchiuso tutta la settimana, con un’ora d’aria, né un orologio, proibito parlare, tutto morto. Ho perfino imparato il linguaggio dei segni dei sordomuti.

– Lì non ha potuto organizzare i detenuti…

– Sì, ci sono riuscito, per poco, solo nella mia cella, con i miei compagni. Raccontavo loro delle storie con una morale, perché molti volevano ormai morire. E cantavo per loro.

Non c’è dubbio, è un uomo che guarda le avversità in maniera differente.

“Eì quello quello che mi hanno insegnato i miei nonni, Mariano e Andrea da parte materna e Lorenzo e María, già scomparsi, dal lato paterno. Mi hanno insegnato che bisogna saper ascoltare più che parlare. Per questo abbiamo due orecchie ed una sola bocca. Per ascoltare molto e parlare poco.

“Mi dicevano di dire le cose come stanno, per non perdere credibilità, perché altrimenti nessuna si fiderà di te. E mi hanno insegnato a fare attenzione alla natura. Quando bisogna tagliare l’albero per la capanna? Se si taglia con la luna crescente, non va bene, solo con la luna piena non ci sarà il pericolo delle tarme. E quando le formiche camminano in fila trasportando il loro cibo, quella stessa settimana pioverà. Quando l’uccello tzuntzerek cambia il suo cinguettio, come una seconda voce, sta avvisando che qualcosa succederà. E se succede, chi lo sa se è per coincidenza o volere di dio….”

– Quanto sono serviti questi insegnamenti in prigione?

– Potevo vedere al fondo delle cose, trascendere quello che si vede in superficie.

Lo zapatismo ed il maestro

Aveva 23 anni quando c’è stata l’insurrezione zapatista. Già era un attivista, simpatizzava con i compagni comprendendo che se la gente si era ribellata era per l’oppressione, per la politica faziosa. Partecipò alla creazione del Movimiento del Pueblo di El Bosque e del municipio autonomo San Juan de la Libertad, smantellato violentemente durante il governo di Roberto Albores Guillén, nel 1998, con una massacro.

“Il mio villaggio, El Bosque – dice –, non è grande. Ma nemmeno tanto piccolo, ma con diffusa emarginazione. I presidenti municipali governavano come se stessero facendo del bene, ma non era così. Loro se ne approfittano sempre, rubano dalle risorse della gente.”

Nel 2000, quando avvenne l’imboscata nella quale morirono sette poliziotti, il presidente municipale Manuel Gómez accusò falsamente Patishtán ed altri compagni.

– Che cosa accadde allora a El Bosque?

– Fecero germogliare i semi che regalai ad ognuno…

– Cosa significa essere portatore di semi?

– Il seme me lo dà un uomo molto conosciuto… il mio Dio. Mi dà questi semi ed io non me li tengo ma li devo condividere. E lì ecco il frutto, il Movimiento del Pueblo de El Bosque che si mantiene fermo, che dice sempre la verità. Non esige né chiede più di ciò di cui ha bisogno la gente, ma ciò che merita. Purtroppo le autorità non la vedono così, non siamo ben visti. Ma anche la mia prigionia ha fatto sì che le persone solidarizzassero di più; che l’organizzazione, invece di scemare, crescesse per la rabbia, il coraggio. La gente sapeva che ero innocente, e lo sa.

– È difficile contare quante marce si sono organizzate a El Bosque per la sua liberazione, vero?

– Il giorno che mi arrestarono fecero un presidio di un mese, occuparono il municipio. Ma il governo di Albores Guillén firmò con loro un accordo affinché lasciassero il municipio in cambio della mia liberazione, ma non rispettarono la parola e non mi liberarono. Per questo hanno continuato ad andare a San Cristóbal, a Tuxtla, fino a Città del Messico, con una piccola commissione per le risorse limitate. Così per 13 anni, fino a pochi giorni fa.

http://www.jornada.unam.mx/2013/11/04/politica/007e1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Messico e ingiustizie: resta in prigione il Prof. Alberto Patishtán

Pubblicato il 13 settembre 2013 · in Osservatorio America Latina ·

di Fabrizio Lorusso

patish 3La fabbrica dei colpevoli messicana non si ferma mai e il professore Alberto Patishtán ne è vittima da 13 anni, accusato e sentenziato ingiustamente per omicidio. Il primo tribunale collegiale del ventesimo circuito del Chiapas ha dichiarato infondate le prove con cui gli avvocati di Alberto Patishtán, professore messicano d’etnia tzotzil detenuto ingiustamente da 13 anni e condannato a 60 anni di reclusione per omicidio, volevano ottenere il riconoscimento della sua innocenza (link notizia Desinformémonos). La “fabbrica” è una scure inarrestabile, la giustizia dei più forti contro i più deboli, l’ingiustizia perpetrata col sostegno della legge, anzi, ormai senza nemmeno quello. Anche quando sbaglia, anche quando è palese, anche quando un paese si mobilita contro i suoi meccanismi perversi e ne dimostra le nefandezze, fuori da ogni ideologia, la fabbrica dei colpevoli non torna indietro perché sarebbe un ammissione di colpa, un’azione culturalmente inaccettabile.

Dunque è meglio affondare la lama e scavare, punire chi alza la voce, beffarsi degli scioperi della fame e del mondo che ti osserva, incredulo. Patishtán è un detenuto politico, discriminato per la sua appartenenza a un gruppo etnico indigeno e per la sua militanza politica nella comunità de El Bosque, Chiapas, di cui è originario.

E proprio in questo territorio del Messico profondo e (para)militarizzato, comincia l’odissea dell’attivista che è stato accusato dell’omicidio di sette poliziotti federali, avvenuto il 12 giugno del 2000, nella cosiddetta “strage di Simojovel” (a questo link un racconto dettagliato in italiano). Il 19 giugno il Profe viene praticamente sequestrato mentre va al lavoro da quattro poliziotti in borghese sprovvisti del mandato di arresto. Il giorno dopo viene preso anche due militanti legati all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, i fratelli Manuel e Salvador López González, anche loro accusato di aver preso parte all’imboscata-strage.

Patishtán è stato malmenato, umiliato, torturato e poi messo agli arresti domiciliari per 30 giorni mentre si “raccoglievano” le prove contro di lui. La presenza degli interpreti delle lingue indigene messicane è quasi un’utopia e “el Profe” non fa eccezione, quindi niente traduzione. Come spesso accade in questi casi, in pratica le condanne dell’attivista si basano sul racconto contraddittorio, nel senso che è stato cambiato in diverse occasioni, di un testimone che prima dice di “non aver riconosciuto nessun partecipante dell’imboscata” e poi sostiene di “aver visto il professore poco prima di perdere i sensi”.

Le prove presentate da Patishtán, che lo avrebbero scagionato dimostrando la sua NON partecipazione all’imboscata e il suo alibi, cioè la sua presenza a una riunione in un altra città chiamata Huitiupan, sono state rigettate. Alla fine non sono state “reperite” le prove contro i due attivisti zapatisti. Invece il Profe è rimasto in galera, ha affrontato processi viziati da numerose irregolaritò e da 13 anni la sua lotta contro l’ingiustizia e gli abusi è diventata un caso internazionale, una battaglia epica e disperata contro la fabbrica dei colpevoli e la burocrazia

Quindi il caso è chiuso in Messico e i motivi veri sono chiari, hanno poco a che vedere con il famigerato rispetto dello stato di diritto. Resta solo la possibilità di un ennesimo ricorso, presso la Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), che potrebbe esprimersi a favore de “el Profe”, come viene soprannominato l’attivista Patishtán, ed “obbligare” lo stato messicano a metterlo in libertà, sempre che le istituzioni decidano di ascoltare e applicare le risoluzioni della CIDH che spesso passano inosservate. patish libero

I tre magistrati del tribunale chiapaneco con sede a Tuxtla Gutiérrez, la capitale di questo martoriato stato meridionale del Messico, si sono espressi all’unanimità. Niente dubbi, niente perplessità. Fuori dal tribunale, già da vari giorni, c’era un picchetto di sostenitori e difensori della libertà di Patishtán che non si muoveranno da lì finché un funzionario non si sarà presentato per realizzare una chiara e dettagliata esposizione delle motivazioni della sentenza.

“Né Alberto Patishtán né noi come avvocati chiederemo un indulto all’esecutivo”, ha spiegato Lionel Rivero, avvocato difensore del Profe.  ”La decisione è una porcheria per tutti i messicani e non ci arrenderemo” sostiene senza mezzi termini Trinidad Ramírez, del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra, che si trovava nell’accampamento di protesta allestito a Città del Messico l’11 settembre scorso. Il Comitato per la Libertà di Patishtán continuerà a lottare per la sua liberazione, rispettando la volontà del professore. Andrea Spotti, in un articolo su Globalist dell’aprile scorso ha ben descritto il contesto della regione in cui si svilupparono e si sviluppano queste vicende:

“Siamo nel Chiapas degli anni successivi all’insurrezione zapatista e la tensione politica e (para)militare nella regione, dove i conflitti locali si moltiplicano, é assai alta. Ad El Bosque, un imponente movimento chiede la destituzione del sindaco Manuel Gómez, priista (membro del PRI, Partido Revolucionario Institucional, al governo attualmente in Messico) accusato di corruzione, nepotismo e abuso di potere; e Patishtán, come spesso accade ai maestri rurali – in molti casi veri e propri intellettuali organici delle loro comunità -, é il portavoce della protesta. Il governo, timoroso che la situazione possa degenerare dando vita a nuove sollevazioni, manda sul posto rinforzi della polizia federale. Durante uno dei pattugliamenti delle forze poliziesche, nei pressi del villaggio di Las Limas, avviene l’imboscata, effettuata da una decina di uomini a volto coperto armati di R-15 e di AK-47. 

Inizialmente, governo statale e federale puntano il dito contro le guerriglie dell’Ezln e dell’Epr (Esercito Popolare Rivoluzionario). Gli zapatisti, attraverso le parole del Subcomandante Marcos, rispondono invece indicando nei gruppi paramilitari legati al Pri  i probabili autori della strage, la quale sarà utilizzata come pretesto per intensificare ulteriormente la militarizzazione della regione. Dopo l’arresto di Patishtán, che scatena immediatamente vivaci proteste nella sua comunità (si arriverà fino ad occupare il palazzo municipale), vengono coinvolti nelle indagini anche due basi d’appoggio dell’Ezln, uno dei quali, Salvador López, sarà arrestato”.

patishtan-12Nel marzo scorso anche la Suprema Corte messicana, che in altri casi s’era dimostrata sensibile a ingiustizie macroscopiche e disposta ad annullare sentenze in base a eventuali vizi di forma dei processi, ha voltato le spalle al Profe ha rigettato il ricorso dei suoi avvocati contro le decisioni dei tribunali del Chiapas. Una recente decisione della Corte Suprema di Giustizia messicana, la quale ha stabilito un orientamento giurisprudenziale in materia di diritti umani, ha aperto la strada all’applicazione interna, a livello costituzionale, dei trattati internazionali che siano considerati migliorativi per quanto riguarda la protezione dei diritti dell’uomo rispetto alle norme vigenti in Messico. Ciononostante l’applicazione di tale orientamento, che potrebbe forse servire a Patishtán una volta ottenuta, eventualmente, una sentenza favorevole della CIDH, è stato depotenziato dalla stessa Corte Suprema con la previsione di eccezioni, casistiche e limiti che hanno fatto parlare addirittura di un retrocesso sul fronte dei diritti. 

In carcere l’attivista ha sempre cercato di rendersi utile, inegnando a leggere a a scrivere ai detenuti analfabeti o fungendo da interprete-traduttore per i compagni di cella che non parlano lo spagnolo. Progressivamente si avvicina agli zapatisti, partecipa alle mobilitazione per il miglioramento delle condizioni di vita in prigione, si fa portavoce degli altri detenuti e nel 2006 entra a far parte della Otra Campaña, l’offensiva politica dell’EZLN, basata sulla VI Dichiarazione della Selva Lacandona, che irrompe nella campagna elettorale e denuncia la corruzione del sistema politico e di tutti partiti che lottano per il potere politico e il controllo dello stato. Sempre in quell’anno fonda

Nel 2006 entra a far parte de La Otra Campaña e fonda, insieme agli altri reclusi aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, il collettivo La Voz del Amate che, collegando tra loro le iniziative di resistenza delle carceri del Chiapas con movimenti sociali esterni, negli anni ha fatto ottenere il rilascio di 137 prigionieri. Nell’ottobre 2012 ha subito un intervento chirurgico per l’asportazione di un umore benigno al cervello e ha vinto la battaglia contro il cancro. In questa breve video-intervista del luglio scorso El Profe parla di un’altra dura battaglia, delle sue sofferenze e dell’allontanamento dalla sua famiglia, ma soprattutto ricorda con dignità al Messico e al mondo che “a volte uno deve passare da queste situazioni affinché altra gente si accorga di quello che viviamo” e che il suo caso è solo “uno dei tanti tra quelli di persone che sono detenute ingiustamente in qualunque prigione, molte volte per non saper parlare spagnolo, per non avere soldi o per non saper leggere e scrivere”.

Segnalo due raccolte di firme per la libertà di Patishtán: 1) qui LINK e 2) Appello e firme di Amnesty International “Nessun giorno in più senza giustizia”: LINK

Documentario sul caso di Alberto Patishtán: LINK

Hashtag Twitter: #LibertadPatishtan

Comitato Città del Messico Twitter @TodosxPatishtan

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 Los de Abajo

Patishtán, causa mondiale

Gloria Muñoz Ramírez

Oggi nessuno può negare la sua innocenza. Sono state presentate tutte le prove che avallano la sua estraneità all’imboscata in cui morirono sette poliziotti e due risultarono feriti; è stato dimostrato il cumulo di irregolarità nel suo processo. Il suo caso concentra la discriminazione, l’oltraggio e l’autoritarismo della giustizia in Messico, in particolare quando si tratta di indigeni.

Si dice che il professore tzotzil Alberto Patishtán, detenuto da 13 anni a scontare una condanna a 60 anni, in queste settimane sia di fronte all’ultima opportunità di uscire libero. Ma l’ultima opportunità non è per il difensore dei diritti indigeni in Chiapas, ma per il sistema di giustizia messicano, in concreto, del tribunale di Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, istanza che ha accolto il caso dopo il rifiuto della Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN).

Originario della comunità di El Bosque, municipio di Simojovel, negli Altos del Chiapas, il professore è stato condannato per i reati di criminalità organizzata, omicidio aggravato, porto d’armi di uso esclusivo dell’Esercito e lesioni aggravate. La mancanza di traduttori durante il processo, le bugie dimostrate dei testimone, l’assenza di prove ed un’infinità di irregolarità giuridiche, hanno provocato l’indignazione internazionale. Oramai il suo caso non appartiene più al Messico, ma è una causa mondiale.

E proprio per la sua internazionalizzazione, la Confederazione Generale del Lavoro (CGT), dello Stato spagnolo, ha presentato un amicus curiae alle istanze messicane, nel quale concludono che il professor Patishtán è stato condannato ingiustamente, senza salvaguardia delle minime garanzie e diritti secondo la legislazione internazionale e nazionale, concludendo che in presenza di tutti gli elementi concomitanti non resta che stabilire che Alberto Patishtán è stato condannato senza il dovuto rispetto delle norme di applicazione per il suo caso, in violazione dei suoi diritti umani, e secondo diritto non resta che la revoca della sua condanna e la sua conseguente messa in libertà.

Il riconoscimento di innocenza è il giusto procedimento nel caso Patishtán, e di conseguenza la sua immediata liberazione. Il tribunale collegiale, senza dubbio, ha l’ultima opportunità di dimostrare che i processi servono a qualcosa in questo paese. Alberto Patishtán è innocente ed il suo caso non si vede perché dovrebbe avere una soluzione politica, cioè, l’indulto presidenziale, perché? Di che cosa lo perdonano? Non è, dunque, compito del Potere Esecutivo, bensì del Potere Giudiziale, metterlo in libertà.

http://desinformemonos.org

losylasdeabajo@yahoo.com.mx

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 19 aprile 2013

Manuel Velasco si impegna ad agire per la libertà di Patishtán

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 18 aprile. Il governatore Manuel Velasco alle 16:30 di oggi ha visitato, nel carcere numero 5 di San Cristóbal de las Casas, il professor Alberto Patishtán Gómez ed i detenuti della Voz del Amate e Solidarios e si è impegnato ad agire per la libertà di Patishtán ed una nuova revisione dei casi degli altri detenuti con i quali ha parlato personalmente.

Questo è stato comunicato dallo stesso Patishtán via telefonica a La Jornada.

Accompagnavano il governatore il procuratore generale di giustizia locale, Raciel López Salazar, ed il segretario statale di Pubblica Sicurezza, Jorge Luis Llavén. Ad essi incaricò Velasco Coello ha incaricato loro di occuparsi dei casi dei detenuti che ritengono di essere in prigione ingiustamente.

Davanti a Patishtán, il governatore ha manifestato l’interesse personale per il suo caso dicendosi convinto della sua innocenza e si è impegnato ad esporre al presidente Enrique Peña Nieto la sua situazione durante la visita che il presidente farà questo venerdì in Chiapas.

Tanto Patishtán, come gli organizzatori nel municipio di El Bosque di una peregrinazione di Pueblo Creyente della diocesi di San Cristóbal de las Casas, convocata per la mattina di questo venerdì nella capitale dello stato, avevano ricevuto pressioni per sospendere detta mobilitazione da parte di funzionari statali.

Si presume poiché coincidente con la visita del presidente Peña Nieto in Chiapas, accompagnato dall’ex presidente brasiliano Luiz Inazio Lula da Silva, per rilanciare da Navenchauc, in Zinacantán, non lontano da Tuxtla Gutiérrez, la Crociata Nazionale contro la Fame.

Martedì scorso, il sottosegretario di Governo della regione nord, Moisés Zenteno, aveva intimato al Movimento di El Bosque per la Libertà di Alberto Patishtán di sospendere la manifestazione a Tuxtla Gutiérrez, dando perfino un ultimatum agli indigeni. Ma questi hanno replicato che non era in suo potere fermare la manifestazione.

Successivamente, quella notte, inviati del sottosegretario avevano incontrato Patishtán in carcere per chiedergli sospendere la mobilitazione di Pueblo Creyente e di diverse organizzazioni sociali davanti al Tribunale. Il Profe, come è conosciuto, è da quasi 13 anni in carcere senza altro motivo che la vendetta per una vecchia disputa politica nel suo villaggio.

Sostenendo che il governatore Velasco Coello ha ribadito pubblicamente che, secondo lui, Patishtán dovrebbe essere messo in libertà, gli inviati della segreteria di Governo del Chiapas hanno tentato, infruttuosamente, di compromettere la manifestazione di venerdì. Questa culminerà, come annunciato dagli organizzatori, davanti alla sede del tribunale di Tuxtla Gutiérrez che si pronuncierà nei prossimi giorni sulla richiesta di revisione del caso e riconsiderare la condanna di 60 anni che pesa sul docente tzotzil.

Sembra che il magistero democratico, attualmente riunito per definire le misure rispetto alla riforma del sistema scolastico, si unirà alla peregrinazione per la libertà di Patishtán. http://www.jornada.unam.mx/2013/04/19/politica/023n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 23 marzo 2013

 

Il Massacro di Simojovel

Cronaca di un massacro di poliziotti (quasi) dimenticato

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 22 marzo. La notorietà raggiunta dalla lotta di Alberto Patishtán Gómez per la libertà ha impedito che il crimine che ha causato la sua personale disgrazia di 12 anni di prigione (e, secondo la sentenza ne mancano altri 48) fosse dimenticato, cosa che sicuramente ha contrariato molte autorità, almeno statali, dal 2000 ad oggi, dopo quattro governatori letteralmente di tutti i partiti. Che cosa successe la mattina del 12 giugno del 2000 a Las Lagunas de Las Limas, Simojovel? Quale il movente? Che cosa stava succedendo in quei giorni da quelle parti?

L’omicidio di sette poliziotti – il comandante Francisco Pérez Morales, cinque agenti ai suoi ordini ed il comandante municipale di El Bosque, Alejandro Pérez Cruz – rappresentava un fatto di enorme gravità. Oggi forse ci siamo abituati a notizie di questo genere, ma allora, perfino nel Chiapas militarizzato e paramilitarizzato, questo risultava un fatto straordinario. Ovviamente, la notizia finì sulle prime pagine di tutti i giornali.

Dopo tre settimane si sarebbero svolte le elezioni nelle quali il PRI avrebbe perso la Presidenza, ed in agosto il governatorato. Il presidente Ernesto Zedillo, storicamente e personalmente coinvolto nella guerra contro gli indigeni del Chiapas in generale, e quelli di El Bosque in particolare, si preparava a visitare l’entità martedì 13 per inaugurare una strada nella Selva Lacandona, ma sospese la visita. Il candidato priista a governatore, Sami David, pensò ai suoi affari. L’Esercito federale inviò centinaia di effettivi, occupò il luogo dell’imboscata, la città, le strade e fece incursioni nelle comunità zapatiste. Tuttavia, la prima ipotesi della Segreteria della Difesa Nazionale fu che poteva trattarsi di “una cellula dell’Esercito Popolare Rivoluzionario (EPR)” (La Jornada 13/06/2000), cosa che sorprese molto perché né allora né mai l’EPR è stato presente nella zona.

Più credibile sembrò l’ipotesi, diffusa lo stesso giorno, della Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos (CIOAC), storicamente presente nella regione: potevano essere stati i “paramilitari” del Mira (anche se visto in prospettiva, il gruppo paramilitare a El Bosque, temibile e letale, era conosciuto come Los Plátanos, dal nome della comunità in cui vivevano i suoi membrid, insieme a poiziotti judiciales, da dove erano partiti il 10 1998 per partecipare al massacro di zapatisti a Unión Progreso; a Los Plátanos, io stesso ero stato presente, mesi prima dell’imboscata, ad “una distruzione mediatica” di coltivazioni di marijuana col pretesto, alla fine fallito, di accusare l’EZLN.

La polizia federale inizialmente parlò di narcotrafficanti; non era un mistero il passaggio di marijuana proveniente da Huitiupán.

Il massacro avvenne un lunedì. Il sabato precedente gli zapatisti aveva commemorato il secondo anniversario dei fatti di Unión Progreso e Chavajeval e l’arresto delle autorità autonome di San Juan de la Libertad. Diego Cadenas, allora giovane avvocato del Frayba, il giorno dell’imboscata dichiarò a La Jornada che quel 10 giugno, mentre si stava recando ad Unión Progreso per partecipare alle cerimonie religiose per il secondo anniversario del massacro del 1998, ai posti di blocco di Puerto Caté e San Andrés Larráinzar i militari gli dissero che erano “sospese le garanzie individuali”. Non era così.

Due giorni dopo, un commando di 10 o 15 individui, con equipaggiamento ed armi di grosso calibro, tese un’imboscata al pick up verde scuro su cui viaggiavano, provenienti da Simojovel, otto poliziotti e l’autista del municipio di El Bosque, minorenne e figlio del sindaco Manuel Gómez Ruiz. Il giovane Rosemberg Gómez Pérez, che guidava il veicolo con i due comandanti in cabina, e l’agente di Pubblica Sicurezza Belisario Gómez Pérez nel rimorchio con i suoi commilitoni, gravemente feriti e creduti morti dagli aggressori, sarebbero sopravvissuti e quindi gli unici testimoni oculari.

La Jornada scriveva che nel corso del 2000 questa era “l’ottava imboscata”; gli aggressori avevano già lasciato 20 morti ed un ugual numero di feriti. I poliziotti caduti a Las Lagunas erano Francisco Escobar Sánchez, Rodolfo Gómez Domínguez, Guadalupe Margarito Rodríguez Félix, Arbey Vázquez Gómez e Francisco Pérez Mendoza. Oggi due di loro sono ancora ricordati da due croci di cemento sulla curva dove furono crivellati di colpi. Si contarono 85 colpi di AK-47 e R-15.

L’EZLN si dissocia e indaga

Il giorno dopo l’imboscata, il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, Comando Generale dell’EZLN emise un breve comunicato: “Secondo i dati raccolti, l’attacco è avvenuto con tattiche da narcotrafficanti, paramilitari o militari. L’uso del cosiddetto ‘colpo di grazia’ è ricorrente in questi gruppi armati. L’attacco è avvenuto in una zona satura di truppe governative (Esercito e polizia), dove è molto difficile che un gruppo armato possa muoversi senza essere scoperto e senza la complicità delle autorità. Il gruppo attaccante possedeva informazioni privilegiate sui movimenti e sul numero di persone imboscate. Una tale informazione può essere ottenuta solo da persone del governo o vicine ad esso”.

Il comando ribelle segnalava: “L’EZLN sta investigando per fare luce sull’identità e sui motivi del gruppo aggressore. Tutto indica che sarebbero del governo (o con il sostegno governativo) le persone che hanno compiuto l’aggressione, poiché in questo modo avrebbero il pretesto per aumentare la militarizzazione in Chiapas, e per giustificare l’attacco contro comunità zapatiste o l’EZLN. È da notare che questo fatto rafforza il clima di instabilità di cui minaccia il candidato ufficiale se non vincerà”.

“Provocazione o no, il fatto violento è già diventato un pretesto per aumentare la presenza militare in tutto lo stato, perfino in zone molto lontane dal luogo dell’aggressione”, aggiunge il comunicato (13/6/2000), dettagliando che “nelle ultime ore si sono rafforzati i quartieri federali di Guadalupe Tepeyac, a Las Margaritas; Cuxuljá, Ocosingo; Caté, a El Bosque, e le città di Simojovel ed El Bosque. Contemporaneamente si è incrementato il numero di aerei da guerra e sorvoli nelle zone Altos, selva e nord”. E infine, “l’EZLN si dissocia da questo atto e rivolge un appello all’opinione pubblica affinché non si lasci ingannare”.

La cattura di Patishtán

Ciò nonostante, il governo statale di Roberto Albores Guillén, attraverso il suo procuratore Eduardo Montoya Liévano, spinse subito l’ipotesi che gli aggressori potessero essere zapatisti, per la presunta vendetta per il massacro contro di loro ordinato dallo stesso Albores Guillén due anni prima, anche se ammise che avrebbero potuto essere degli “assalitori”. Il convoglio attaccato, si disse, pattugliava per “combattere i pistoleros“.

Il senatore Carlos Payán Velver, membro della Cocopa, propose che l’istanza legislativa si recasse sul luogo perché la situazione era “grave e critica”. Il deputato Gilberto López y Rivas, della Cocopa, segnalò che quell’imboscata aveva tutto l’aspetto di “una provocazione dei paramilitari fomentata dal governo stesso dello stato” (La Jornada 14/6/2000).

Nella stessa data, Victor Manuel Pérez López, dirigente della CIOAC, rivelò che il governo del Chiapas nel 1997 armò e finanziò “dissidenti del Partito del Lavoro” per combattere il fugace governo municipale di quel partito e della CIOAC. “Nella zona tutti sanno chi sono”, disse, e che “una volta centrato l’obiettivo” di restituire al PRI il comune, “questi si sarebbero dedicati agli assalti e al narcotraffico”. Agiscono, aggiunse, “in completa impunità, in pieno giorno, anche se militari e poliziotti realizzano pattugliamenti frequenti”.

Allora, in due imboscate precedenti, erano state assassinate quattro persone, secondo la CIOAC “basi zapatiste”. Il 13 gennaio, sulla strada per Chavajeval, fu assassinato Martín Sánchez Hernández da incappucciato armati, e poi, il primo febbraio, Rodolfo Gómez Ruiz, Lorenzo Pérez Hernández e Martín Gómez. Tutti tzotzil.

Deputati del PRD e del PAN accusarono di negligenza il segretario di Governo Mario Lescieur Talavera, e dissero che l’imboscata era il pretesto per l’invio di ulteriori elementi della Polizia Federale Preventiva. I carri armati, gli elicotteri e l’artiglieria dell’Esercito federale erano già arrivati.

L’episodio usciva allo scoperto. Urgeva correre ai ripari. Il governo credette di riuscirci, cosicché il presidente Zedillo il 19 giugno si recò a Marqués de Comillas per inaugurare una strada. Quello stesso giorno a El Bosque, l’Esercito e la PFP catturarono, senza mandato di cattura, il maestro Alberto Patishtán Gómez. Un gruppo di abitanti, membri del PRI, “visibilmente emozionati” (La Jornada, 20/6/2000) sollecitarono l’intervento del Congresso statale sostenendo che il prigioniero era innocente, “si dissociarono dai fatti violenti del 12 giugno” e dichiararono di non essere armati né di appartenere a nessun gruppo paramilitare. Non furono ascoltati, anzi, furono minacciati.

Patishtán rimase illegalmente “in stato di fermo” per un mese nell’hotel Safari di Tuxtla Gutiérrez. I suoi parenti, amici e correligionari occuparono la presidenza municipale e chiesero la liberazione del professore. Neanche il loro stesso partito li appoggiò. E non solo. L’allora deputato priista Ramiro Miceli Maza, compadre del sindaco, cioè padrino di battesimo del giovane Rosemberg, risultò un elemento chiave nello spaventarli ed accusare il maestro e leader comunitario che finì nella prigione di Cerro Hueco.

Quel 19 giugno, pronunciandosi rispetto alle imminenti elezioni del 3 luglio 2000, il subcomandante Marcos scrisse: “Nel frattempo qua stiamo tremando. E non perché ‘el croquetas‘ Albores abbia ingaggiato Alazraki per rifarsi l’immagine (probabilmente Albores cerca un posto per promuovere cibo per cani), né per i seicentomila dollari che gli verserà (soldi destinati originalmente a ‘risolvere le condizioni di povertà ed emarginazione degli indigeni chiapanechi’, Zedillo dixit). Neanche per i latrati del ‘cucciolo‘ Montoya Liévano (sempre più nervoso perché si sta scoprendo che sono stati i suoi ‘ragazzi ‘- cioè, i suoi paramilitari – i responsabili dell’attacco alla Pubblica Sicurezza a El Bosque, il 12 giugno scorso). No, stiamo tremando perché siamo zuppi di pioggia. E tra elicotteri e temporali, non si trova un buon riparo”.

Ora contro gli zapatisti

Il 10 luglio seguente, passate le elezioni federali, un mese dopo l’imboscata, la polizia statale fermò a Bochil due basi di appoggio dell’EZLN residenti ad Unión Progreso, con l’accusa di aver partecipato al crimine. Questo, anche se la Procura Generale della Repubblica sostenesse che gli attaccanti erano un gruppo di priisti dissidenti, tra i quali Patishtán; queste due basi zapatiste da mesi lanciavano accuse al sindaco Manuel Gómez Pérez per la sua scandalosa corruzione.

La Procura Generale di Giustizia dello Stato (PGJE) seguiva le proprie linee di indagine. “Ricorrendo alla polizia distaccata a Los Plátanos, al corrente dei fatti, le autorità hanno raccolto prove del delitto a carico di due indigeni di Unión Progreso” (La Jornada, 15/7/2000). Uno di loro, Salvador López González, torturato e interrogato senza traduttore, firmò una confessione ad hoc e fu imprigionato. In prigione si trovò col suo coimputato: Patishtán. Senza nemmeno conoscersi, i due si portavano addosso tutto il peso dell’imboscata.

La Jornada scrisse da Unión Progreso: “Il distaccamento di polizia che ha fermato gli zapatisti ha avuto sotto gli occhi, per lungo tempo, le coltivazioni di marijuana che ci sono a Los Plátanos. La violenza interna in quel villaggio, controllato da un noto gruppo paramilitare, è sempre servita da pretesto per accusare ed attaccare i vicini zapatisti. Secondo il rappresentante di Unión Progreso, ‘ci accusano di quello che fanno loro’. L’Esercito federale è entrato a Los Plátanos per distruggere queste coltivazioni, le uniche scoperte nella regione. Almeno in due occasioni, e senza arrestare nessuno”.

Salvador e suo fratello Manuel “furono fermati” il 10 luglio; i loro familiari dichiararono: “Quelli della Pubblica Sicurezza (SP) li hanno denudati e picchiati fino a ridurre Salvador senza conoscenza”. Con gli arrestati c’erano un bambino (“che piangeva molto”) ed un adolescente che “ci vennero ad avvisare che avevano portato via i compagni”.

Siccome quelli della SP non erano di Bochil ma di El Bosque, “affittarono la prigione “. Poi i fermati furono portati a Cerro Hueco. “Quelli della SP gli misero addosso un pugno di marijuana e delle pallottole” e rubarono 28 lattine di bibite. Manuel sarebbe poi stato rilasciato.

Esattamente un mese prima, il 10 giugno, ore prima del massacro dei poliziotti, la SP acquartierata a Los Plátanos intercettò un camioncino di Unión Progreso. L’autista era lo stesso Salvador. Lo interrogarono “su una lista di nomi. Da quel momento volevano accusare i compagni”, dichiarò un rappresentante della comunità: “Non sappiamo quanti ce ne sono nella lista. Forse siamo accusati tutti”. (Curiosamente, quasi con le stesse parole avevano espresso lo stesso timore i correligionari di Patishtán quando questi fu arrestato).

Con due capri espiatori così simbolici come Alberto e Salvador, il caso cominciava ad essere “risolto”, o almeno dimenticato dai media nazionali.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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CENTRO DEI DIRITTI UMANI FRAY BARTOLOME DE LAS CASAS

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico
21 marzo 2013

Comunicato stampa No. 08

Lottando per la #LibertadPatishtan, festeggiamo il suo compleanno

9 aprile, 4 mila 686 giorni in prigione

Lo scorso mercoledì 20 marzo 2013, nella sede di questo Centro dei Diritti Umani, il Professor Alberto Patishtán (d’ora in avanti Patishtán), prigioniero politico in Chiapas, ha convocato per via telefonica una nuova tappa nella ricerca della giustizia e richiesta della sua libertà.

Dopo la sfortunata decisione della Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) di non rilevare il caso, questo ora passerà al Primo Tribunale Collegiale di Tuxtla Gutierrez nel mese di aprile. Per tale motivo, la famiglia di Patishtán, Organizzazioni Civili, Collettivi e Persone riteniamo importante realizzare azioni per esigere la sua libertà.

Per questo invitiamo ad unirvi a questa iniziativa chiamata: Luchando por la #LibertadPatishtan, festejemos su cumpleaños.

Per questo proponiamo le seguenti azioni:

  1. Vogliamo raggiungere l’obiettivo di inviare 4 mila 686 lettere dal 21 marzo al 15 aprile, una lettera per ogni giorno che Patishtán ha trascorso in prigione, indirizzate al Presidente del Consiglio della Magistratura Federale, Juan N. Silva Meza ed ai giudici del Primo Tribunale Collegiale di Tuxtla Gutierrez (qui sotto trovate i modelli di lettera da inviare).

Potete inviare le vostre lettere ai seguenti indirizzi:

  1. Ministro Juan N. Silva Meza (modello lettera a Silva Meza)

Consejo de la Judicatura Federal

2.- Ai giudici del Primer Tribunal Colegiado del Vigésimo Circuito

(modello lettera ai giudici)

Inviare copia delle vostre lettere all’indirizzo: presoschiapas@gmail.com

Invitiamo inoltre a realizzare azioni attraverso le reti sociali:

  1. Su Facebook a partire da venerdì 23 marzo chiediamo di sostituire la foto sul vostro profilo con quella per la libertà di Alberto Patishtán. (l’immagine la trovate sulla Facebook di Alberto Patishtán www.facebook.com/alberto.patishtan) e vi invitiamo ogni venerdì ad invitare i vostri amici ad unirsi in questa azione.
  2. Su Twitter ogni venerdì vogliamo arrivare a 4 mila 686 Retwit per la #LibertadPatishtan; Iniziando questo 23 marzo, e continuando ogni venerdì, 29 marzo e 5, 12 e 19 aprile, fai un Retwit #LibertadPatishtan

Proponiamo che il # dell’iniziativa sia: #LibertadPatishtan

  1. Un’altra delle azioni proposte è che dal 21 marzo al 15 aprile inviamo una foto, una poesia, un pensiero, un disegno, un cartellone, eccetera, per la libertà di Patishtán, in commemorazione del suo 42° compleanno. Potete inviarli all’indirizzo presoschiapas@gmail.com o se volete, potete consegnarli materialmente al Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, calle Brasil No. 14 Barrio de Mexicanos, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México, C.P. 29240.

Quello che manderete sarà esposto durante le mobilitazioni da realizzare il 19 aprile e poi consegnato a Patishtán come dimostrazioni di solidarietà e affetto.

  1. Per il 19  aprile, giorno del compleanno di Patishtan, invitiamoa ad azioni di mobilitazione pacifiche, in forma simultanea a livello nazionale ed internazionale, per chiedere la libertà di Patishtán.

Sarebbe importante consegnare fisicamente le lettere quel giorno negli spazi dedicati:

A Città del Messico (D.F) presso il Consejo de la Judicatura Federal, che controlla l’operato di magistrati e giudici in Messico, indirizzo: Insurgentes Sur No. 2417, San Ángel. Álvaro Obregón. C.P. 01000, México D.F.

A Tuxtla Gutiérrez al Primer Tribunal Colegiado del Vigésimo Circuito, nel Palazzo di Giustizia Federale edificio “C”, planta baja, ala “A”, Boulevard Ángel Albino Corzo N0. 2641.

A livello mondiale, si può manifestare e consegnare le lettere presso le ambasciate ed i consolati del Messico.

Vi chiediamo di informarci delle azioni che realizzerete il 19 aprile e di mandarci una foto e/o videoc all’indirizzo presoschiapas@gmail.com per informare i media nazionali ed il professor Patishtán di tutte le dimostrazioni di appoggio per la sua libertà.

Per maggiori informazioni sulla situazione del Professor Alberto Patishtán invitiamo a consultare il sito http://www.albertopatishtan.blogspot.mx dove si possono trovare informazioni sul suo caso e sulle azioni per la sua liberazione.

Audio di Patishtán nella Conferenza Stampa del 20 marzo 2013: http://www.goear.com/listen/176cb99/conferencia-nueva-etapa-acciones-libertad-patishtan-alberto-patihtan-

Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, AC
BRASIL 14, BARRIO MEXICANOS, CP 29240. SAN CRISTÓBAL DE LAS CASAS, CHIAPAS, MÉXICO.
TELEFAX + 52 (967) 678 3548, 678 3551, 678 7395, 678 7396
www.frayba.org.mx,  frayba@frayba.org.mx

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