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Chiapas, il ritorno di Paz y Justicia

Luis Hernández Navarro

15 settembre 2020

Il terrore è tornato a Tila, Chiapas, dalla rinascita del gruppo paramilitare Desarrollo, Paz y Justicia. Uno dopo l’altro si succedono attacchi armati, omicidi, assedi ed ogni tipo di aggressione contro gli 836 ejidatarios che hanno recuperato i loro diritti territoriali.

Tra il 1995 e il 2000, Paz y Justicia nella zona nord del Chiapas ha assassinato oltre 100 indigeni chol, cacciato dalle proprie comunità almeno duemila contadini e le loro famiglie, chiuso 45 chiese cattoliche, attentato alla vita dei vescovi Samuel Ruiz e Raúl Vera, rubato più di 3 mia capi di bestiame e violentato 30 donne. Equipaggiati con armi di grosso calibro, i paramilitari controllavano strade, amministravano risorse pubbliche.

Il gruppo civile armato contava sull’appoggio del generale Mario Renán Castillo, capo della settima Regione Militare. Il portavoce castrense confessava – come scrisse Jesús Ramírez Cuevas – che quell’organizzazione era un orgoglio del generale (https://bit.ly/3mik0gy). Giorni prima che il militare lasciasse l’incarico, fu salutato dai leader di Paz y Justicia con parole di complice gratitudine. Non la dimenticheremo mai, signore. Tutto quello che lei ha fatto per noi, obbliga alla gratitudine, gli dissero.

Paz y Justicia è stato l’attore centrale nella guerra di bassa intensità che il governo di Ernesto Zedillo orchestrò contro l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Cercò di controllare territorialmente il corridoio strategico che mette in collegamento le valli del Chiapas con lo stato di Tabasco e distruggere cn la violenza il processo autonomistico del popolo chol.

Il 2 luglio 1997 il governo chiapaneco decise di consegnare a Desarrollo, Paz y Justicia 4 milioni 600 mila pesos per progetti agroecologici e produttivi. Il documento fu firmato dai capi paramilitari, dall’allora governatore Julio César Ruiz Ferro e da Uriel Jarquín, sottosegretario di Governo dello stato. Il generale Mario Renán Castillo lo firò come testimone d’onore ( Masiosare, 21/12/1997).

Oltre i suoi legami militari, l’iniziativa per formare Paz y Justicia provenne dalle associazioni degli allevatori di Salto de Agua. Nacque al marzo del 1995. I suoi operatori politici furono dirigente priisti di Tila. Secondo una relazione del CDHFBC (https://bit.ly/3mhvTn9), Salto de Agua, Palenque e Playas de Catazajá sono, nella Zona Nord del Chiapas, i municipi nei quali è presente il maggior numero di proprietà private e in cui gli ejidos e le comunità agrarie rappresentano la minore percentuale di proprietà della terra.

Il suo principale capo, oggi in prigione ma prima deputato del PRI, Samuel Sánchez Sánchez, spiegò che la creazione di Paz y Justicia ubbidì alla radicalizzazione dei simpatizzanti zapatisti e perredisti negli ejidos e nelle comunità (di Tila, Sabanilla, Salto de Agua e Tumbalá).

I suoi membri erano parte di Solidaridad Campesino-Magisterial (Socama), organizzazione originariamente formata da parte della dirigenza della sezione 7 della SNTE proveniente dal gruppo Pueblo, guidato da Manuel Hernández, Jacobo Nasar e Pedro Fuentes, ed un gruppo dissidente della CNC, diretto da Germán Jiménez. Il gruppo, che prendeva il nome dal sindacato polacco Solidarnosc, si legolò strettamente con le lotte contadine nello stato. Tuttavia, cominciò la sua deriva filogovernativa a seguito della detenzione dei suoi principali leader nel 1986. Con l’arrivo di Carlos Salinas alla Presidenza divennne rappresentante delle organizzazioni contadine filogovernative e, a partire dall’insurrezione zapatista del 1994, incubatrice di gruppi paramilitari (https://bit.ly/3hvViWq).

La ricostituzione delle comunità chol come popolo e la costruzione della loro autonomia ha una lunga storia. Una storia che, nella sua fase moderna, abbraccia la lotta per la fine del mosojüntel (il tempo in cui eravamo servi), contro l’oppressione kaxlana e delle grandi compagnie produttrici di caffè, la riforma agraria cardenista che permise il recupero della terra, il ritorno alla produzione contadina dei generi di base, la formazione di una chiesa autoctona, l’organizzazione di cooperative di caffè per appropriarsi del processo produttivo, la sollevazione zapatista, la lotta elettorale (1994 e 1995), la riconquista degli ejidos e la formazione di governi autonomi.

All’inizio del nuovo secolo, Paz y Justicia cadde temporaneamente in disgrazia. Prima litigarono tra loro per le risorse economiche. Poi, alcuni dei suoi dirigenti furono arrestati. Tuttavia, riuscirono a ricomporrsi nella regione con la copertura del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM).

Nei fatti, chi ha attaccato l’ejido Tila sono l’ex presidente municipale Arturo Sánchez Sánchez e suo figlio Francisco Arturo Sánchez Martínez, rispettivamente fratello e nipote di Samuel Sánchez Sánchez che si trova ancora in prigione; l’attuale sindaco Limbert Gutiérrez Gómez, del PVEM, così come il delegato regionale di Paz y Justicia e il segretario tecnico dell’Istituto Chiapaneco di Educazione per Giovani e Adulti, Óscar Sánchez Alpuche, socio di Ismael Brito Mazariegos, segretario di Governo dello stato (https://bit.ly/3mjT93S).

La riattivazione di Paz y Justicia nel nord del Chiapas e la sua politica di terrore non sono un fatto isolato. Altri gruppi paramilitari sono risorti a Chenalhó, Chilón, Oxchuc e Ocosingo immediatamente dopo l’annuncio zapatista dell’espansione dei suoi governi autonomi e la sua opposizione alla costruzione del Treno Maya. La guerra di contrainsurgencia continua.

Fonte: https://www.jornada.com.mx/2020/09/15/opinion/017a2pol

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Tila

A Tila, Chiapas, si riattivano i paramilitari

Ejidatarios della comunità di Tila, in Chiapas, aderenti alla Sesta Dichiarazionedella Selva Lacandona, accusano Edgar Leopoldo Gómez Gutiérrez, presidente municipale, di riattivare il gruppo paramilitare Paz y Justicia per i suoi interessi e per “smania di potere”.

In un comunicato, gli organi di rappresentanza ejidale di questa comunità denunciano Mateo Rey, originario di ruz Palenque, Mateo Guzmán, di Agua Fría, e Pascual, di El Limar, quali responsabili di incentivare le attività del gruppo armato Paz y Justicia – lo stesso che dal 1996 avrebbe massacrato molte persone – allo scopo di “imporre il presidente a ferro e fuoco”.

La loro denuncia si estende anche a Regino e Nicolás, questo ultimo agente rurale della comunità Unión Juárez. Ritengono questi due uomini responsabili di quello che potrebbe succedere nell’ejido di Tila, in quanto, come affermano, sono loro che coordinano il gruppo paramilitare.

Gli ejidatarios di Tila spiegano che la loro lotta è per la terra e il territorio, in concreto, per la difesa dei 130 ettari che il municipio vuole sottrarre. Riferiscono di non voler stabilire dialogo né negoziazione alcuna con i governi, perché le loro terre non si negoziano né si vendono.

Nella loro denuncia del 26 dicembre – http://laotraejidotila.blogspot.mx/2015/12/denunciamos-la-reactivacion-de-los.html – firmata dal commissario e dal consiglio di vigilanza, chiedono alle organizzazioni sociali di mantenersi in allerta, poiché, come specificano, “la violenza la praticano sempre i tre livelli di governo, nascondendosi dietro i gruppi paramilitari al loro servizio affinché poi possano dire che si tratta di confitti tra comunità”.

Redazione Desinformémonos, 28 dicembe 2015 – http://desinformemonos.org.mx/reactivan-a-paramilitares-en-tila-chiapas/

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La Jornada – Martedì 12 marzo 2013

La Corte Suprema potrebbe porre fine al conflitto di 30 anni per l’ejido Tila

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 11 marzo. Nel caso di una sentenza favorevole della Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) alla richiesta di restituzione delle terre nell’ejido di Tila, nella zona nord, sarebbe restituito ai choles il controllo sulla totalità del territorio che secondo i documenti ufficiali iniziali compete loro, sostiene il Servizio Internazionale per la Pace (Sipaz) in una relazione sull’argomento.

Si chiuderebbe così una lunga disputa tra ejidatarios ed autorità municipali e statali, si aggiunge nel documento. Esistono molti elementi giuridici a suo favore. La riforma della Costituzione in materia di diritti umani nel 2011, ha armonizzato la Legge Suprema con i trattati internazionali firmati dal Messico. La SCJN ha ora nelle sue mani l’opportunità di far valere questa riforma.

Sipaz segnala che esiste la possibilità che il Potere Legislativo federale decida di approvare la proposta di riforma inviata a novembre scorso dall’allora presidente Felipe Calderón che si propone di abbreviare i procedimenti per la privatizzazione delle terre di proprietà collettiva, cosa che potrebbe acuire la già difficile situazione dei contadini e dare avvio alla disintegrazione sociale del settore e significherebbe una retrocessione storica delle conquiste della Rivoluzione Messicana.

Di fronte al pericolo di accelerare la privatizzazione della proprietà collettiva, una sentenza favorevole della SCJN darebbe un segnale di protezione di un settore vulnerabile e riconoscerebbe i diritti collettivi dei popoli. Per il resto, sarebbe una sentenza nel senso degli Accordi di San Andrés, riconosciuti recentemente da una parte della classe politica come un debito verso i popoli originari, renderebbe giustizia ed aprirebbe la porta del sistema di giustizia messicano agli altri popoli indigeni del paese che lottano contro il saccheggio delle terre e per il diritto al loro territorio.

La relazione di Sipaz rileva che nelle terre indigene sono aumentate le lotte per la difesa del territorio contro le concessioni minerarie e diversi progetti energetici, turistici o di infrastrutture che minacciano le diverse forme legittime di proprietà collettiva.

In questo contesto la SCJN ha rimesso in agenda per la sua discussione il caso delle terre dell’ejido di Tila, 130 ettari che le autorità statali hanno espropriato più di 30 anni fa per uso privato. I magistrati discuteranno le coperture che  la giustizia offre all’ejido che nel 1980 ha vinto un ricorso contro un decreto di esproprio. Nel 2009 gli ejidatarios hanno ripreso la lotta politica e legale iniziata mezzo secolo fa. Ora la SCJN ha nelle sue mani la decisione sulla restituzione dei diritti, o manifestare l’impossibilità di dar luogo alla restituzione di terre compensandole con denaro.

Sipaz ricorda che tra il 1995 ed il 1997 si verifica uno degli episodi più sanguinosi della strategia dello Stato per affrontare l’EZLN attraverso la formazione di gruppi paramilitari. Si crea il gruppo Desarrollo, Paz y Justicia e si militarizza la regione chol. Gli ejidatarios denunciano che quelli di Paz y Justicia hanno sottratto loro le terre e non vogliono che lottino per difenderle.

E’ giusto ricordare che il Santuario del Signore di Tila rappresenta l’entrata di risorse economiche important, fino ad oggi a beneficio del governo municipale. Inoltre, col tempo si sono stabiliti dei commercianti senza diritti ejidali che sono stati sempre alleati del municipio. Tuttavia, gli ejidatarios non hanno nessuna intenzione di cacciarli se recupereranno le loro terre, sottolinea Sipaz.

Dopo la sollevazione zapatista, sulle terre dell’ejido è stato installato un accampamento militare. Nella regione di Tila “è in corso il processo di costruzione dell’autonomia dell’EZLN e la presenza dell’Esercito funziona come elemento di controllo della popolazione in resistenza. Nel caso le terre vengano recuperate dall’ejido, questo potrebbe comportare la partenza dell’Esercito”. http://www.jornada.unam.mx/2013/03/12/politica/023n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Ejido Tila.

La Jornada – Venerdì 1 marzo 2013

Gli indigeni chol di Tila esigono la fine del furto delle terre che dura da oltre 50 anni

HERMANN BELLINGHAUSEN. San Cristóbal de las Casas, Chis., 28 febbraio. Gli abitanti chol dell’ejido Tila, nella zona nord, hanno comunicato che nei prossimi giorni la Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) dovrà risolvere il caso del loro territorio e sperano che finisca “il saccheggio e l’ingiustizia che subiamo da oltre 50 anni”. Esigono la “restituzione totale ed il pieno rispetto delle terre ejidali.

“Finalmente è giunto il momento in cui si deciderà sul rispetto della terra e del territorio dell’ejido”, sostengono gli indigeni, aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e membri del Congresso Nazionale Indigeno.

“La presidenza municipale protetta dal governo dello stato, con un decreto illegale del 1980 ha venduto e si è appropriata delle nostre terre. La denuncia dice chiaramente che le terre appartengono all’ejido e che il decreto è illegale. Si volevano impadronire di 130 ettari, 52 occupati dal villaggio di Tila e 78 di terre coltivate. Vogliono privatizzare ed arricchirsi e proseguire nella loro azione di corruzione e furto nel nostro villaggio. Questa è la radice del problema e la sua ingiustizia”.

Gli ejidatari puntualizzano: “Colpevoli di questa malvagità e furto sono le persone appartenenti al gruppo paramilitare Paz y Justicia, che hanno portato violenza e massacri a Tila ed in altri municipi per assecondare i piani del governo federale contro l’EZLN” (1995-1998). Non solo “vivono nell’impunità”, ma “hanno sono dentro i partiti politici, il municipio ed altri enti del governo” e la presidenza “ha ingaggiato ex soldati che fanno le spie”.

L’amministrazione municipale “rappresenta la menzogna e la falsità”, quando sostiene che “non può consegnare le terre perché già vendute illegalmente, e che se la SCJN ci restituisce le terre, ‘siccome siamo indigeni distruggeremo le case, faremo scappare gli abitanti e genereremo conflitto sociale’. Mentono, affinché la corte non ci restituisca le terre. Mentono, perché a vivere nel villaggio sono in maggioranza le nostre stesse famiglie, anche se altra gente è venuta da fuori”. Ora si deciderà sul fatto che non vogliono rispettare il ricorso presentato nel 1982, contro il decreto di esproprio del 1980, che abbiamo vinto nel 2008; un secondo tentativo di esproprio, perché il primo tentativo è del 1966.

“Noi chol abbiamo fondato il villaggio di Tila. Questa terra appartiene legittimamente al nostro popolo; da tempi immemorabili era abitato dai nostri nonni e nonne. Prima che questo fosse territorio messicano. Abbiamo subito la colonizzazione, l’invasione e la dominazione. Abbiamo visto nascere questo paese e siamo stati spogliati e sfruttati dai proprietari terrieri alla fine del 1800 per colpa del malgoverno che consegnò le nostre terre ad impresari stranieri.

“Grazie alla rivoluzione di Emiliano Zapata abbiamo potuto legalizzare le nostre terre, perché i padroni delle fincas erano scappati. La risoluzione presidenziale del 1934 dice chiaramente che abbiamo il possesso delle terre, che non fu una donazione, ma riconoscimento del possesso”.

Gli indigeni hanno confermato con verbali d’assemblea che “riconoscono il diritto di tutti, indigeni e non indigeni, come abitanti, ma è su proprietà ejidale che vivono, e non privata, come per anni ha detto, ingannando, il municipio”. L’assemblea generale ha amministrato queste terre secondo i nostri usi e costumi; abbiamo donato la terra per scuole e servizi; amministriamo il parco centrale, il cimitero, l’acqua, il commercio, le feste e ci prendiamo cura dei luoghi sacri”.

La SCJN “dimostrerà se la sua sentenza sarà a favore dell’illegalità e l’impunità, o se ordinerà la piena restituzione delle terre all’ejido e rispetterà la Legge Agraria, il nostro ricorso ed i trattati internazionali” in materia. http://www.jornada.unam.mx/2013/03/01/politica/021n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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