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Desinformémonos – Postales de la revuelta

Governanti e magnati potranno rompere il paese ma non i suoi popoli originari che dureranno più di questa guerra, e che sono il migliore esempio per il resto di un paese sull’orlo della deriva senza ritorno.

La guerra che “non è” e i suoi anticorpi

di Hermann Bellinghausen

21 ottobre 2017

1.

È curioso che lo Stato messicano, che ha fatto tutto per disunire, far scontrare e discriminare il popolo, ora si riempia la bocca richiamandolo all’unità. I disastri naturali, economici, diplomatici, di sicurezza, o quelli derivati della corruzione e dalla perdita di sovranità nazionale, richiamano a tutto tranne che ad “unirsi” con un governo disonesto, opportunista e traditore.

Questa disunione-confronto programmato e indotto dal potere si manifesta sistematicamente nei territori dei popoli indigeni che possiedono identità forti, sono molto riconoscibili e non tanto facili da “disunire” come vorrebbe il potere. Dopo l’insurrezione zapatista, il Chiapas si è trasformato nel laboratorio della contrainsurgencia nel profondo Messico. Dividere, confrontare, corrompere le relazioni comunitarie con pretesti concatenati: programmi sociali (denaro), militanze di partito, diversi credo cristiani (più sono, meglio è), perfino dispute familiari. Tutti sono stati priorità per lo Stato, con gli ingredienti di una militarizzazione massiccia ed aggressiva (strumento per l’applicazione delle tattiche di divisione più determinanti), così come il controllo totale dell’informazione televisiva e di buona parte degli altri media in relazione al “conflitto armato” ed alla miriade di eventi scatenati nel vasto e recuperato territorio maya e zoque del Chiapas.

Quello che hanno fatto gli zapatisti nel 1994 è stato dare nome ad una guerra già in iniziata e non da parte dei popoli originari ma contro di loro. Gli hanno dato pure il cognome: Guerra di Sterminio. E l’hanno resa visibile.

Per l’intellighenzia ed i benpensanti della società maggioritaria, questi termini erano sicuramente un’esagerazione con mala intenzione; non bisogna fidarsi degli indios. Operò in automatico un razzismo che assolve sempre le aggressioni contro villaggi, comunità e persone di “razze” e strati inferiori. E incolpa i “professionisti della violenza” come li chiamavano i salinisti, i preti “della liberazione”, gli antropologi, perché agli indigeni non è riconosciuta capacità di iniziativa. Quale guerra?

È passata molata acqua sotto i ponti, sessenni progressivamente ignominiosi, trascendentali cambiamenti tecnologici e climatici, e gli zapatisti sono ancora lì, autonomi, efficienti e pacifici dopo oltre due decenni di sostenuto martellamento contrainsurgente e militare. E che cosa sarebbe “contrainsurgente“? Semplicemente: tutto quello che divide.

L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) previde l’ampiezza di questa guerra, e con le sue diffuse basi di appoggio si è preparato a resistervi in condizioni degne, in continua creatività.

Presto la guerra senza nome morse più forte in quasi tutta la mappa indigena nazionale. Partiva dalla controriforma costituzionale dell’articolo 27 perpetrata nel 1992. Le espressioni insurrezionali nei territori indigeni di Guerrero e Oaxaca soprattutto, hanno portato lo Stato a disseminare le sue dottrine e tattiche sviluppate in Chiapas. Il periodo zedillista è stato un periodo di militarizzazione, contrainsurgencia e persecuzione o controllo degli attivisti. Le prigioni si sono riempite di prigionieri politici indigeni.

L’impatto dello zapatismo nelle comunità, nei suoi educatori, pensatori e rappresentanti, ha trovato terreno fertile in quel Messico invisibile ma deciso, abituato all’organizzazione comune di lunghe radici. In questo si è imbattuta la prima generazione neoliberale dello Stato con la sua contrainsurgencia di fine secolo.

La pax foxiana aveva supposto un cambiamento di rotta della guerra contro le comunità indigene. Senza che le truppe federali cedessero un palmo di territorio già militarizzato né cessassero le pratiche divisive, si è andata estendendo una nuova “realtà” strettamente criminale strutturata intorno al narcotraffico che ha abbandonato l’ombra per occupare piazze e strade. Questo cresceva senza essere intaccato dalla feroce repressione dello Stato ad Atenco e Oaxaca nel 2006, nell’anticamera della dichiarazione di guerra (altra faccia della stessa) da parte del calderonato, la stessa che il peñato ha mantenuto nel suo corso.

Viviamo in un paese profondamente scosso, a pezzi, confuso. Ora si annuncia la scorpacciata elettorale di ogni sei anni. Ed ognuno degli ingredienti della guerra è presente – l’ingrediente politico, narco, militare, ideologico, estrattivista – e funziona a pieno regime.

La guerra contro i popoli indigeni non l’hanno vinta le autorità né le imprese beneficate dalle controriforme dell’ultimo decennio; nemmeno il crimine organizzato. I popoli indigeni della Montaña di Guerrero non smettono di essere organizzati nonostante li dividano, e mantengono sicura e in pace a buona parte del territorio indigeno, mentre lo stato di Guerrero affonda nel malgoverno e nell’orrore. L’attacco ad Iguala contro gli studenti nel settembre del 2014, la morte e la sparizione di un centinaio di giovani della scuola normale rurale di Ayotzinapa, è stato un capitolo stellare di questa guerra di sterminio, una provocazione che si è scontrata con la saggezza pacifica dei popoli ñu savi, nahuas, me’phaa e ñomndá per i quali la lotta per i 43 desaparecidos è un altro fronte delle loro resistenze.

Sulla Meseta Purépecha sono arrivati alle spalle. La guerra contro le comunità indigene è stata crudele, svergognata, e le complicità istituzionali troppe. In una situazione incerta, si levano oggi in Michoacán come una luce del possibile le resistenze fondamentali di Cherán e Ostula. Ai rarámuri, pimas e tepehuanos in Chihuahua, come ai mixtecos del sud, il papavero ha divorato i campi, mentre la voracità del legname, turistica e mineraria porta avanti la guerra di sterminio che non si vede, né si ammette, né si considera, salvo che in maniera isolata.

Che dire della pinza stringente del fracking petrolifero e del crimine organizzato nelle Huastecas e sulle catene montuose del nord di Puebla e Veracruz. Come nella sierra Wixárika, sono scenario di depredazioni e di resistenze comunitarie, battaglie legali alle quali si oppone la spietata contrainsurgencia sotto i travestimenti “innocenti” di partiti politici, religioni o “accordi” con imprese minerarie, costruttrici ed energetiche. Solo mele avvelenate. Per esempio, i territori binnizá ed ijkoot dell’Istmo di Tehuantepec sono stati severamente danneggiati dall’industrializzazione dei loro venti, prodotto, un’altra volta, della divisione indotta nelle comunità.

2.

Chiese e partiti politici sembrano essere mali inevitabili, onnipresenti, obbligatori nella vita dei popoli indigeni. Come se non bastasse la tutela imposta (che si traduce in controllo) dallo Stato. Secondo il panorama visto dalle accademie e dai centri di analisi e prospezione, la validità dello Stato e la “libertà” dei partiti sembrano del tutto desiderabili per il corso della Repubblica. Che siano screditati e inaffidabili, che facciano acqua e producano purulenze per la corruzione, è il male minore. “Così è la democrazia”, ci dicono i dotti, “imperfetta”.

Chi può avere pazienza per queste imperfezioni in luoghi come Chilapa, Guerrero; gli omicidi, assalti, sequestri, stupri, il regno del terrore, hanno reso impossibile il trasporto pubblico nella capitale Chilpancingo e nel municipio nahua di Zitlala, entrambe le strade si suppone che siano protette dalle forze federali e statali. Ma questo è solo il caso più urgente della settimana scorsa. L’assedio sotto il quale vivono i popoli originari ha molte facce e le sue intensità variano per zone e stagioni, sono permanenti e tengono sotto sequestro grandi estensioni di terreno e vita sociale dei villaggi e delle città che ne sono ostaggio.

I popoli indigeni, con tanto contro di loro, danno dimostrazione di una capacità di resistenza e coesistenza che né la contrainsurgencia, né la criminalità, né il neoliberismo con la sua guerra sterminatrice hanno potuto rompere. La mobilità e vitalità delle comunità indigene è incessante. Non possono riposare perché la guerra, una volta scatenata, non riposa. Solamente negli scorsi giorni di ottobre è successo quanto segue:

  • Il portavoce del Consiglio Indigeno di Governo del Congresso Nazionale Indigeno ha percorso il territorio ribelle del Chiapas ed è stata accolta in massa dalle comunità zapatiste e da molti altri.
  • Sulla Montaña di Guerrero la Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias-Policía Comunitaria ha commemorato il suo 22° anniversario con una grande mobilitazione a Colombia de Guadalupe, con repliche in altre località. Questo segna un recupero dei conflitti interni che hanno distrutto i comunitari con forte componente di intrusione governativa.
  • Facendo valere la autonomia ben guadagnata, il municipio purépecha di Cherán ha respinto la legge di consultazione abbozzata dal congresso michoacano per far arretrare le conquiste delle comunità nell’ambito dei loro diritti alla libera determinazione e autogoverno.
  • E solo giorni prima, i wixaritari di San Sebastián Teponahuaxtlán e Tuxpan de Bolaños hanno recuperato la loro terra a Huajimic, ma l’indolenza del governo e le minacce degli allevatori invasori hanno provocato il differimento della vittoria legale degli indigeni ed alimentano una situazione che può risultare esplosiva.

Nello stesso tempo, c’è una repulsione (non prostrazione) dei popoli originari devastati dal sisma di settembre: ijkoots, binnizá, ayuuk e tu’un savi di Oaxaca, nahua e tlahuica di Morelos, otomí e nahua dello Stato del Messico e Puebla. Nel frattempo, il governo e le imprese minacciano di approfittare della crisi per i loro piani di crescita ed espulsione graduale attraverso l’esproprio. Che cosa succederà loro e come reagiranno all’avversità nel medio termine è incerto, ma tutto indica che, come sta accadendo nel Messico profondo e del basso, non ci sarà una sconfitta. Come dice mirabilmente Irma Pineda nella sua cronaca “Aquí estamos” pubblicata su Ojarasca di questo mese, dopo il sisma “ricordiamo… che siamo binnizá, che siamo stati guerrieri, che discendiamo dalle fiere, dagli alberi e dalle pietre, questo ci hanno insegnato le nonne per dirci che il valore, la fermezza ed il carattere sono nei nostri geni, che non possiamo restare accasciati come case vecchie, perché il nostro spirito è più forte di questo sisma” (http://ojarasca.jornada.com.mx/2017/10/13/rari2019-nuudu-aqui-estamos-246-5956.html).

L’Istituto Nazionale Elettorale, Slim e la banca sabotano tecnicamente la campagna per la registrazione alla candidatura presidenziale della portavoce del CIG del CNI, ma non possono impedire che questa portavoce percorra il paese ad alta voce senza partito né elemosine, cercando l’unione dei popoli indigeni che sanno coesistere alla lunga, nonostante le incessanti differenze.

La scienza contrainsurgente inciamperà, e continuerà a farlo, su una civiltà comunitaria che pensa ed agisce diversamente, per questo non la distrugge nemmeno con tutta la sua escalation di violenze. Governanti e magnati potranno rompere il paese (con la spinta dell’impero), ma non i suoi popoli originari che dureranno più di questa guerra, e che sono il migliore esempio per il resto di un paese sull’orlo della deriva senza ritorno.

Testo originale: https://desinformemonos.org/la-guerra-no-antidotos/?platform=hootsuite – 

Foto: Raúl Ortega

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