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29° Anniversario

L’EZLN, ispirazione dei guardiani indigeni del Messico

Hermann Bellinghausen e Gloria Muñoz Ramírez

Un viaggio in questi 29 anni dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), permette di vedere la coerenza e congruenza di un movimento creato da un gruppo di tre indigeni e tre meticci che arrivarono nella Selva Lacandona nell’autunno del 1983. Non tutto è cominciato con la sollevazione armata con la quale si sono fatti conoscere all’alba del primo gennaio 1994. Dieci anni avevano preceduto il momento nel quale si sarebbero presentati al mondo intero e quasi 19 sono trascorsi da quando lanciarono la Prima Dichiarazione della Selva Lacandona. Di questo processo si è parlato e scritto molto, ma l’anniversario serve a ricordare scampoli della storia di un movimento che si è installato nella vita politica del paese e del mondo, e che continua ad essere un riferimento di organizzazione per molti movimenti che lottano, come loro, per libertà, democrazia e giustizia.

Alcuni anni fa, il tenente colonnello Moisés riassumeva con parole semplici il processo col quale i primi zapatisti si incontrano con le comunità indigene e trasformano la loro visione rivoluzionaria tradizionale, a partire da una semplice formula: ascoltare i popoli: “Dal 1983 al 1993 l’organizzazione trovò il modo di incontrare le persone. Il nostro EZLN seppe adattarsi ai nostri popoli indigeni, cioè l’organizzazione seppe fare i cambiamenti necessari per crescere. Durante il reclutamento non dovevamo comportarci come commissari politici… I compagni hanno un loro proprio stile di vita e andare incontro al loro modo di vivere ci permise di radunare sempre più persone e comunità”.

Intervistato in occasione del 20° anniversario zapatista, il comandante insurgente spiegò allora come si organizzarono con le comunità e come si svolgevano gli incontri politici. “Si dice loro che siamo contro il governo, che lottiamo contro il sistema che ci opprime. Spieghiamo ogni punto del perché lottiamo. Per esempio, quando gli spieghiamo del problema della salute e dell’educazione, loro capiscono che a poco a poco si potranno avere un buon sistema sanitario e buone scuole. Poi si passa a spiegare che la lotta sarà lunga… Gli spieghiamo in che condizioni vivono perché prendano coscienza della loro situazione ed allora ci chiedono che cosa bisogna fare. E noi gli raccontiamo le lotte di Villa, di Zapata, di Hidalgo, e di come si sono ottenute le cose, spieghiamo loro che grazie a quei movimenti si ottennero alcune cose, ma che ne mancano ancora molte.”

L’EZLN spiegò i suoi propositi ed ascoltò i bisogni e le forme di lotta dei popoli. E’ questo il segreto. Saper ascoltare ed agire di conseguenza. Moisés ricordava: “Allora spiegavamo alle comunità il nostro sogno, dicendo loro che la lotta è per una buona educazione, un buon sistema di salute, la casa e per tutto quello per cui lottiamo… L’organizzazione crebbe così tanto che si dovettero creare nuovi meccanismi di comunicazione. Perché prima la comunicazione avveniva a piedi e ci volevano giorni per entrare in contatto, ma quando l’organizzazione è cresciuta si è ricorsi all’uso delle radio per tenere in comunicazione le comunità e loro con noi in montagna”.

La spiegazione che si dava alle comunità 29 anni fa è assolutamente valida oggi e si può applicare ad ognuna delle lotte che si conducono attualmente a Wirikuta, nella Montagna e sulla Costa di Guerrero, nell’Istmo di Oaxaca, tra i popoli della meseta purhépecha o tra la tribù yaqui di Sonora. Raccontava Moisés: “Le comunità capivano che i progetti che il governo elargiva non erano per decisione della gente, a loro non chiedono mai che cosa vogliono. Il governo non vuole soddisfare i bisogni dei popoli, si vuole invece continuare a tenerli in stato di bisogno. E già da qui nasce l’idea che bisogna essere autonomi, che bisogna imporsi, che si deve essere rispettati e che bisogna fare in modo che si prenda in considerazione quello che i popoli vogliono che si faccia. Il governo li trattava come se non sapessero pensare.”

La lotta zapatista, formata in maggioranza da indigeni tzotziles, tzeltales, tojolabales, choles, zoques e mames, non nacque con rivendicazioni puramente indigene. All’inizio, raccontano i ribelli, ci si proponeva una lotta su scala nazionale. Nel 1983 l’EZLN si chiedeva: “Come facciamo a far avere un buon sistema di salute, buone scuole, la casa a tutto il Messico? Questo è un impegno veramente grande. Ma la vedevamo così. In quei primi dieci anni acquisimmo molte conoscenze, esperienze, idee, modi per organizzarci. E pensavamo, come ci accoglierà il popolo del Messico (non lo chiamavamo società civile)? E pensavamo che ci avrebbero accolto con gioia perché avremmo lottato e saremmo morti per loro, perché volevamo libertà, democrazia e giustizia per tutti. Ma, contemporaneamente pensavamo, come sarà? Ci accetteranno?”

Poi è arrivata la guerra con tutte le sue sofferenze e l’irruzione civile del popolo del Messico. Sono seguiti poi gli oltre 18 anni di lotta pubblica, di incontri e scontri, di dichiarazioni e presa di posizioni. Il subcomandante Marcos nel 2003 dichiarava che “se non ci fosse stata la sollevazione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, molte cose a beneficio dei popoli indios e del popolo del Messico, perfino del mondo, non ci sarebbero state nella forma in cui ora ci sono. Era l’unico modo per cambiare le cose…”. Senza dubbio c’è ancora molto da fare e le sfide sono maggiori, ma le conquiste di 29 anni di organizzazione non si possono né devono essere svendute.

Prima del ‘94…

Nel 1983, quando nella selva Lacandona nasce l’EZLN, il Chiapas è governato dal generale Absalón Castellano Domínguez. Tre anni prima, nella primavera del 1980, quando era capo militare della zona, truppe dell’Esercito federale ai suoi ordini perpetrarono il più grande massacro dei tempi moderni del Chiapas. Golonchán (o Wolonchán) era il nome della comunità distrutta e dispersa nel municipio tzeltal di Sitalá. Sebbene non si conoscano le cifre esatte (“all’epoca non c’erano organizzazioni dei diritti umani che contassero i morti”, si è detto molte volte), le vittime furono molte di più che ad Acteal. E Golonchán non esiste più.

L’operativo del generale Castellanos fu a beneficio dei proprietari terrieri risentiti con le comunità indios, e proseguendo l’inerzia di una società dominante abituata ad abusare degli indigeni in molti modi: come peones, esercitando diritti territoriali, riscuotendo imposte illegali ed uccidendo indiscriminatamente. Nel 1993 gli allevatori potevano ancora dire senza pudore che la vita di una gallina valeva più di quella di un indio. Quello che ripeteva, ancora senza pudore e già nel gennaio del 1994, l’allevatore di Altamirano, Jorge Constantino Kanter.

Quando i fondatori dell’EZLN arrivarono nella selva e formalizzarono la loro esistenza come gruppo armato che lotta per la liberazione nazionale, forse non sapevano quanto erano profonde le sofferenze delle comunità indigene del Chiapas. In esse già germinava quel “Ya Basta!” del 1994. E si ritrovarono con i popoli maya delle montagne che avevano già iniziato il cammino verso la loro liberazione all’interno della selva Lacandona. Popoli giovani di tzeltales, tzotziles, tojolabales e choles, provenienti dalle loro antiche, perfino ancestrali, comunità degli Altos, della zona Nord, di Chilón e Comitán, che si addentravano in quelli che allora erano gli immensi municipi di Ocosingo e Las Margaritas, il “Deserto della Solitudine” dei frati missionari che culminava nel Petén guatemalteco.

La Rivoluzione Messicana aveva solo sfiorato il Chiapas, l’ultimo lembo del paese. Il potere era detenuto da poche famiglie di proprietari terrieri e politici da cui proveniva il generale Castellanos Domínguez, il suo predecessore Juan Sabines Gutiérrez, ed il suo successore, Patrocinio González Garrido, imparentato col potere ovunque. Molto prima c’erano stati Manuel Velasco Suárez, la mummia di Salomón González Blanco, prominente priista (beh, tutti priisti). E più avanti Juan Sabines Guerrero e Manuel Velasco Coello. Nel 2012 sembrerebbe che siano le stesse famiglie a detenere il potere istituzionale e politico in Chiapas. Ma non è più come prima. Quella lenta marcia di liberazione dei popoli indigeni ha finito per creare quella che oggi è la più grande e longeva esperienza di autonomia intranazionale e di resistenza del mondo. Le migliaia di ettari di terre delle vecchie proprietà in possesso di queste e di altre poche famiglie negli anni ’80 del XX° secolo, sono ora nelle mani degli indigeni, gli abitanti ancestrali, che inoltre le governano.

Dalla fine degli anni ottanta la proprietà “caxlana“, incluso la sua presenza, è andata scomparendo nella regione degli Altos, a Bachajón, sebbene abbiano conservato i loro ranchos e latifondi nelle valli e gole di Ocosingo, Las Margaritas, Altamirano, Palenque, Comitán. La liberazione interna dei popoli progressivamente è diventata territoriale, con una notevole componente religiosa attraverso la peculiare diocesi di San Cristóbal de las Casas, guidata da Samuel Ruiz García, e nel marco delle successive esperienze di lotta contadina di ispirazione comunista (le storiche CIOAC, CNPA, OCEZ), del cooperativismo maoista che avrebbe alimentato la ARIC e simili, ed altri fronti di lotta e resistenza, sistematicamente repressi/cooptati ma che non smettevano di sbocciare tra gli interstizi, come formiche. Così si sarebbe proprio chiamata l’ultima espressione pacifica prima dell’insurrezione dell’EZLN, con la marcia degli Xi’Nich (formiche) di Palenque nella capitale della Repubblica nel 1992, l’anno di grazia in cui cadeva la statua del conquistatore Diego de Mazariegos nella piazza di Santo Domingo, a San Cristóbal de las Casas, durante un corteo indigeno di inusitata forza al quale partecipavano, si seppe più tardi, coloro che due anni dopo si sarebbero presentati come zapatisti.

Un segreto era cresciuto nelle montagne del Chiapas. Qualcosa di più di una guerriglia: un esercito contadino, con tutte le sue implicazioni. Qualcosa di più di un’organizzazione politica tradizionale e delle trappole del negoziato/controllo alle quali sono esposte. Qualcosa di più di un effetto della lettura liberazionista del Vangelo cristiano, non esclusivamente cattolico. Un’inedita struttura comunitaria e militare, col suo nucleo nel Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno (CCRI) dell’EZLN, che invertiva l’abituale organizzazione rivoluzionaria e militare di ispirazione marxista-leninista, per mettere il comando, la Dirigenza, nelle mani degli stessi popoli che, sempre più collettivamente, nella misura in cui l’organizzazione clandestina si estendeva, designava i comandi militari, paradossalmente civili, responsabili della preparazione della guerra e delle date e condizioni per l’insurrezione, alla fine realizzata a capodanno del 1994.

Senza dilungarsi sulla ricchezza simbolica e discorsiva dello zapatismo, abbondantemente riportata, esaminata ed imitata negli ultimi 18 anni in tutto il mondo, bisogna ricordare la cattura, nella valle di Las Margaritas, la prigionia ed il processo pubblico al generale Castellanos Domínguez le settimane immediatamente successive all’insurrezione. Rinchiuso in una delle sue proprietà quell’anno nuovo, l’impresentabile discendente del dottor Belisario Domínguez conobbe un nuovo (antichissimo) tipo di giustizia popolare che lo condannò a sostenere la vergogna per i suoi crimini, e per estensione, per quelli della classe dominante che egli rappresentava in tutta la sua brutalità e limitatezza intellettuale. Prima di essere riconsegnato ai rappresentanti del governo alla vigilia del primo negoziato tra i ribelli e lo Stato, il Mercoledì delle Ceneri del 1994, il generale conobbe l’arma più distruttiva: la dignità dei popoli ed un’etica rivoluzionaria che lo obbligava a sostenere il peso del perdono delle sue vittime.

“Ci parlano con la realtà”

L’alba del 1994 accelera tutto. Mostra, su scala di massa e universale, il trattamento che la Nazione ha riservato ai suoi popoli indigeni. Rivela la profondità delle radici, della convinzione e della determinazione dei popoli insorti. La sua inedita modernità offre una nuova strada e, per la prima volta dalla caduta del socialismo sovietico, parla dell’apparente trionfo del capitalismo neoliberale e della fugace “fine della Storia“, di un altro mondo possibile, dove stanno molti mondi. Mentre “ci parlano con la realtà“, come diceva Carlos Monsiváis, gli zapatisti realizzano un’autentica riforma agraria dal basso recuperando centinaia di migliaia di ettari di terre e distribuendoli in maniera organizzata e puntuale seguendo le loro avanzate leggi rivoluzionarie. Per il resto, l’impatto della ribellione portò molti altri indigeni, perfino filogovernativi (che all’epoca, come oggi, sigla più/sigla meno, erano priisti) a prendere le terre che gli allevatori, cacicchi e proprietari terrieri si erano accaparrati in buona parte dello stato. Un’ironia devastante di fronte all’annuncio del governo nazionale priista secondo cui la redistribuzione agraria, iniziata dopo la Rivoluzione Messicana, era conclusa.

In Chiapas ricominciava, e dava origine ad un nuovo ciclo storico della liberazione: l’autonomia dei popoli indigeni. La lotta è per la terra ed anche per l’autodeterminazione. In un paese ed un mondo dove le funzioni di governo sempre più spesso si trasformano in strutture criminali e illegittime, la ribellione zapatista è la pietra fondante di nuove forme di buon governo che comandano ubbidendo ed esistono per servire e non per servirsi del ruolo, che è un incarico e non un’assegnazione, una responsabilità e non una ricompensa. E si manifesta il paradosso di un esercito (l’EZLN) che permette l’esistenza di governabilità, giustizia e autodeterminazione pacifica. Il mondo delle lotte dal basso scoprì che, parafrasando Sartre, lo zapatismo è umanesimo.

Questo è il lungo viaggio di quella cellula originaria che credeva di andare a fare una rivoluzione ed è finita per farne un’altra: originale, ugualitaria, esemplare, e soprattutto, possibile.

Gli zapatisti non perdono tempo. Nel dicembre del 1994 il subcomandante Marcos annuncia a Guadalupe Tepeyac la creazione di nuovi municipi, ribelli e autonomi. Il governo di Zedillo finge di avere l’intenzione di negoziare ma improvvisamente li tradisce l’8 febbraio 1995 scatenando un’offensiva delle forze armate che militarizza centinaia di comunità che si dichiarano in resistenza. Mesi dopo, a San Miguel, si concordano i dialoghi di pace da tenersi a San Andrés Larráinzar, che già allora era stato ribattezzato dai ribelli San Andrés Sakamchén de los Pobres. Tra pressioni, inganni e miserie, nell’aprile del 1996 si firmano i primi accordi su cultura e diritti indigeni ma Zedillo si ritira poche ore dopo adducendo lo stato di ebbrezza del suo segretario di Governo e sprofondando nel ridicolo i suoi negoziatori.

Gli accordi sono stati una conquista non solo degli zapatisti del Chiapas, ma anche di decine di rappresentanti indigeni di tutto il Messico. Ma saranno gli zapatisti i primi a trasformarli in legge e sulla base di questi costruire un’esperienza autonomistica con cinque Giunte di Buon Governo organizzate in cinque Caracoles e decine di municipi e regioni autonome ribelli. Da allora, contro questa esperienza hanno combattuto i successivi governi federali e statali, con il dispiegamento massiccio di truppe federali, poliziotti e, dove hanno potuto, gruppi civili armati (paramilitari). Un’offensiva scatenata dai comandanti in capo Zedillo, Vicente Fox e Felipe Calderón, aperta anche su altri fronti: economico, propagandistico, diseducativo.

In breve, vale la pena ricordarlo, l’organizzazione autonoma dei popoli zapatisti non parte nel 2003 con la creazione dei cinque Caracoles ubicati in ognuna delle regioni sotto di loro influenza. Neppure con l’annuncio della nuova demarcazione, il 19 dicembre 1994, congiuntamente alla rottura dell’accerchiamento. Già si parlava dell’autonomia e, cosa più importante, già ci si lavorava, dall’arrivo dei primi insorti nei villaggi della selva.

La salute e l’educazione, due dei pilastri dell’autonomia e, soprattutto, il concetto del comandare ubbidendo, principio sul quale si organizzano i governi autonomi, sono elaborati in quel periodo di incontro e conoscenza tra i popoli e la guerriglia. Più avanti prendono forma in una nuova geografia e a partire dal 2003 in governi composti formalmente nelle Giunte di Buon Governo, dove si pratica la democrazia comunitaria, come la chiama il filosofo Luis Villoro.

“Noi avevamo già un territorio controllato ed è stato per organizzarlo che sono stati creati i municipi autonomi”, spiegò allora il maggiore Moisés. “Noi creammo i municipi autonomi e poi pensammo ad una Associazione di Municipi, che è precedente alle Giunte di Buon Governo. Questa Associazione è una pratica, è una prova di come dobbiamo organizzarci. Da qui nasce l’idea di come migliorare e così spunta l’idea della Giunta di Buon Governo. A noi viene un’idea e la mettiamo in pratica. Pensiamo che siano idee buone ma nella pratica vediamo se ci sono problemi, o come risolvere i problemi”.

Anni dopo, il comandante Moisés, appartenente alla zona degli Altos e morto in un incidente, così sintetizzava la storia dell’autonomia: “Noi volevamo dialogare, ma vedete quello che è successo con gli Accordi di San Andrés (firmati a febbraio del 1996 e fino ad oggi incompiuti). Per questo non abbiamo chiesto il permesso ed abbiamo iniziato a costruire. La cosa essenziale è l’organizzazione del popolo e non il denaro, perché il denaro se è in eccesso corrompe, ma l’organizzazione non si corrompe. L’idea che ha per obiettivo la vita non si distrugge con la prigione né con la morte…”

Nel 2012 l’autonomia di questi popoli continua ad essere un riferimento inedito nel mondo. Non c’è un’esperienza paragonabile, e sicuramente non si tratta solo del fatto che esista, ma la sua esistenza è il motore di molte delle lotte in corso in Messico ed in molte parti del pianeta. Oggi, per esempio, una rete di medici e attivisti affrontano la crisi e i tagli in Grecia attraverso l’organizzazione di un ospedale autogestito a Salonicco, che si ispira a questa forma organizzativa. Una foto della clinica La Guadalupana, di Oventik, campeggia su una delle pareti degli ambulatori.

Esempi come il precedente sono molti, soprattutto nei villaggi indios del Messico che attualmente conducono mille battaglie contro l’espropriazione di cui sono oggetto. La resistenza e molte delle sue forme organizzative sono d’ispirazione zapatista e lo si riconosce con orgoglio.

Non potendo essere altrimenti, la sfida degli indigeni zapatisti a partire dal 1994 ha portato il governo alla scommessa criminale di distruggerli. Seguendo i manuali yankee di guerra irregolare e con guerriglieri traditori come consulenti (Joaquín Villalobos di El Salvador, Tomás Borge del Nicaragua ed un pugno di locali ex membri della Liga 23 de Septiembre ed annessi), il governo salinista, e soprattutto quello zedillista, decisero di giocare alla contrainsurgencia, visto che le ricette applicate in Guatemala e Vietnam non servivano a niente di fronte ad un esercito contadino e popolare che per giunta, ascoltando saggiamente la richiesta di pace nel paese, aveva messo a tacere le sue armi e si preparava a difendere le proprie istanze che si generalizzavano tra i popoli ed i movimenti del paese. Per sua voce parlavano i senza voce.

La strategia di contrainsurgencia si attualizzò nella sfera militare, mentre lo Stato inondava il Chiapas di risorse, investimenti e promesse, permettendo l’arricchimento delle stesse famiglie di sempre, ora nel ruolo di amministratrici delle risorse economiche della Federazione. Inoltre, spargeva i semi perversi della divisione, della paramilitarizzazione e della corruzione politica su scala comunitaria. Incapace di vincere la sfida indigena, il governo di Carlos Salinas de Gortari durante i dialoghi di pace mostrò tutta la sua meschinità e lasciò in eredità ad Ernesto Zedillo una ribellione prodiga di sorprese.

I popoli non sono retrocessi. La loro esperienza di governo ha fatto sì che, almeno a parole, i governatori “oppositori” ma priisti, Pablo Salazar Mendiguchía e Juan Sabines, abbiano riconosciuto la probità e l’efficacia dei consigli municipali autonomi e delle Giunte di Buon Governo. Molti popoli indigeni messicani hanno tentato di stabilire autonomie simili (amuzgos, nahuas, mixtecos, purépechas) ed hanno subito criminalizzazione, repressione, prigione e morte senza ottenerle pienamente. L’autonomia di tzeltales, tzotziles, choles, tojolabales, mames e contadini del Chiapas è stata possibile grazie all’estensione del loro territorio e della loro organizzazione e all’esistenza di un esercito proprio, dove gli insorti ed i miliziani sono figli e figlie di quei popoli. Un esercito che, onorando la tregua alla quale si è impegnato con la società civile messicana, non combatte, ma nemmeno depone le armi.

Il nuovo governo priista di Ernesto Peña Nieto si trova con una dichiarazione di guerra tuttora vigente ed eredita la responsabilità di un rosario di crimini e tradimenti governativi contro i popoli ribelli del Chiapas. È l’eredità maledetta di essere un malgoverno, come sostengono ripetutamente gli zapatisti. Affronterà anche la sfida costruttiva, alternativa e fattibile di governi autonomi che presto o tardi condurranno al riconoscimento del Messico come paese plurinazionale e multiculturale, e con un altro dei paradossi che prodiga questa rivoluzione indigena, saranno garanzia del fatto che continuiamo ad essere una Nazione libera e sovrana, e non la tragica commedia in cui oggi il servile neoliberismo governativo lacera il Messico e mette a serio rischio il futuro nazionale.

Il piccolo esercito indigeno del sudest che ha compiuto 29 anni questo 17 novembre continua ad essere difesa e garanzia. Con la sua pratica ed il suo esempio i popoli zapatisti ed il loro esercito ribelle ispirano i guardiani indigeni del Messico in Guerrero, Sonora, Michoacán, Jalisco, Oaxaca ed in molte altre parti.


http://desinformemonos.org/2012/11/el-ezln-inspiracion-de-los-guardianes-indigenas-de-mexico

Fotoreportage: http://desinformemonos.org/2012/11/ezln-29-anos-de-ser-valladar-y-garantia/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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