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Archive for 2013

LORO E NOI

VI – GUARDARE 4.

4.- Guardare e comunicare.

Vi racconto qualcosa di molto segreto, ma non andate a spifferarlo in giro… oppure sì, insomma, vedete voi.

Nei primi giorni della nostra insurrezione, dopo il cessate il fuoco, giravano molte voci sull’ezetaelene. Ovviamente, si era sollevato il circo mediatico che la destra normalmente scatena per imporre silenzio e sangue. Alcuni degli argomenti usati allora sono gli stessi utilizzati adesso, il che dimostra quanto poco moderna sia la destra e quanto paralizzato il suo pensiero. Ma non è questo l’argomenti di adesso, e nemmeno lo è quello della stampa.

Vi dico che all’epoca si disse che quella dell’EZLN era la prima guerriglia del XXI° secolo (già, noi che per seminare usavamo ancora la zappa, che della coppia di buoi – senza offendere – sapevamo solo per sentito dire, e che avevamo visto il trattore solo in fotografia); che il supmarcos era il guerrigliero cibernetico che, dalla selva lacandona, lanciava nel cyberspazio i proclami zapatisti che facevano il giro del mondo; e che utilizzava la comunicazione satellitare per coordinare le azioni sovversive che si realizzavano in tutto il mondo.

Sì, si dicevano queste cose, ma… compas, già alla vigilia della sollevazione, il “potere cibernetico zapatista” che avevamo era un computer con ancora gli enormi floppy disk con sistema operativo DOS versione meno uno punto uno. Imparammo ad usarlo con un vecchio tutorial, non so se ancora ne esistono, che ti diceva che tasto premere ed una voce, con accento madrileno, ti diceva “Molto bene!“; e se sbagliavi ti diceva “Molto male, idiota, ritenta!“. Oltre ad usarlo per giocare a pacman, l’abbiamo utilizzato per la “Prima Dichiarazione della Selva Lacandona”, che abbiamo riprodotto con una di quelle vecchie stampanti a punto d’inchiostro che faceva più rumore di una mitragliatrice. La carta era a flusso continuo e si inceppava in ogni momento, ma avevamo la carta carbone e riuscivamo a stamparne 2 ogni qualche ora. Abbiamo fatto un sacco di stampe, credo 100. Sono state distribuite ai 5 gruppi di comando che, ore dopo, avrebbero preso le 7 città dello stato sudorientale messicano del Chiapas. A San Cristóbal de Las Casas, che toccò a me prendere, la piazza arresa alle nostre forze, abbiamo incollato ai muri col nastro adesivo le nostre 15 copie. Sì, lo so che i conti non tornano e che sarebbero dovute essere 20, ma le 5 mancanti chissà dov’erano finite.

Bene, quando ci ritirammo da San Cristóbal, all’alba del 2 gennaio 1994, la nebbia umida che copriva il nostro ripiego, staccò i proclami dai freddi muri della superba città coloniale ed alcuni restarono sparsi per le strade.

Anni dopo qualcuno mi raccontò che mani anonime avevano strappato alcuni di questi proclami che conserva gelosamente.

Poi vennero i Dialoghi della Cattedrale. Io allora avevo uno dei quei computer portatili e leggeri (pesava 6 chili senza la batteria), marca La Migaja, 28 ram, voglio dire 128 kilobyte di ram, hard disk da 10 mega, cioè poteva contenere t-u-t-t-o, ed un processore velocissimo che, quando lo accendevi, potevi andare a preparare il caffè, tornavi ed ancora potevi riscaldare per 7 volte il caffè prima di poter cominciare a scrivere. Una figata di macchina. In montagna, per farla funzionare usavamo un trasformatore di corrente collegato alla batteria di un’auto. Poi, il nostro dipartimento di alta tecnologia zapatista progettò un sistema che faceva funzionare il computer con batterie “D”, ma pesavano più del computer e, sospetto, centrino qualcosa con la morte del PC dopo una fiammata, quella sì molto vistosa, ed un fumo che scacciò le zanzare per 3 giorni di seguito. Il telefono satellitare col quale il Sup comunicava con “il terrorismo internazionale“? Un walkie-talkie con portata massima di 400 metri su terreno piano (dovrebbero esserci ancora delle foto del “guerrigliero cibernetico“, già!). Internet? Nel febbraio del 1995, quando l’esercito federale ci inseguiva (e non esattamente per un’intervista), il PC portatile finì nel primo torrente che guadammo, ed i comunicati di quell’epoca si facevano con una macchina da scrivere meccanica prestataci dal commissario ejidale di una di quelle comunità che ci proteggevano.

Questa era la potente attrezzatura ad alta tecnologia che possedevano allora i “guerriglieri cibernetici del XXI° secolo“.

Mi dispiace davvero se, oltre al mio già malconcio ego, distruggo alcune illusioni che sono poi nate da lì, ma era così, proprio come ve lo sto raccontando.

Infine, poco dopo, venimmo a sapere che…

Un giovane studente del Texas, USA, forse un “nerd” (come direste voi), aprì una pagina web che chiamò solo “ezln“. Quella fu la prima pagina web dell’ezln. E questo compa cominciò a “caricare” tutti i comunicati e le lettere che venivano diffusi sulla stampa scritta. Persone di altre parti del mondo che sapeva della sollevazione attraverso foto, immagini video registrate, o attraverso notizie giornalistiche, cercavano lì la nostra parola.

Non abbiamo mai conosciuto quel compa. O forse sì.

Forse qualche volta è venuto in terre zapatiste, come uno dei tanti. Se ci è venuto, non ha mai detto: “sono quello che ha fatto la pagina dell’ezln“. Neanche: “grazie a me sanno di voi in molte parti del mondo“. Tanto meno: “sono qui affinché mi ringraziate ed a prendere omaggi“.

Avrebbe potuto farlo, ed i ringraziamenti sarebbero stati sempre pochi, ma non l’ha fatto.

Forse non lo sapete, ma c’è anche gente così. Gente buona che fa le cose senza chiedere niente in cambio, senza farsi pagare, “senza chiasso”, come diciamo noi zapatist@.

Poi il mondo ha continuato a girare. Sono arrivati compas che ne sapevano di computer e sono state fatte altre pagine web fino a quelle di adesso. Cioè col maledetto server che non funziona come dovrebbe, neanche se gli cantiamo e balliamo “quella del moño colorado” a ritmo di cumbia-corrido-ranchera-norteña-tropical-ska-rap-punk-rock-ballata-popolare.

Anche noi senza tanto chiasso, ringraziamo quel compa: che gli dei tutti e/o il supremo nel quale crede o dubiti o diffidi, lo benedicano.

Non sappiamo che cosa sia stato di questo compa. Forse è un Anonymous. Forse continua a navigare in rete cercando una nobile causa da appoggiare. Forse è disprezzato per il suo aspetto, forse è diverso, forse i suoi vicini, i suoi colleghi di lavoro o di studio lo guardano male.

O forse è una persona normale, una delle milioni che percorrono il mondo senza che nessuno se ne accorga, senza che nessuno le guardi.

E forse questa persona riesce a leggere quello che sto raccontando, e leggere quello che ora le scriviamo:

Compa, ora qua ci sono scuole, dove prima cresceva solo l’ignoranza; c’è cibo, poco ma dignitoso, dove sulle tavole era la fame la sola invitata quotidiana; e c’è sollievo dove l’unica medicina per il dolore era la morte. Non so se te l’aspettavi. Forse lo sapevi. Forse hai visto qualcosa nel futuro in quelle parole che hai rilanciato nel cyberspazio. O forse no, forse l’hai fatto solo perché sentivi che era tuo dovere. Ed il dovere, noi zapatiste e zapatisti lo sappiamo bene, è l’unica schiavitù che si abbraccia per volontà propria.

 Noi abbiamo imparato. E non mi riferisco ad imparare l’importanza della comunicazione, o conoscere le scienze e le tecniche dell’informatica. Per esempio, al di fuori di Durito, nessuno di noi è riuscito nella scommessa di fare un comunicato twit. Di fronte ai 140 caratteri non solo sono un incapace, cadendo e ricadendo nelle virgole, (le parentesi), i puntini di sospensione… ci metto un sacco di tempo e non mi bastano i caratteri. Credo che sia improbabile che un giorno ci riesca. Durito, per esempio, ha proposto un comunicato che al limite del twit dice:

123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 1234567890

 Ma il problema è che il codice per decifrare il messaggio occupa l’equivalente di 7 tomi dell’enciclopedia “Le Differenze”, che l’umanità intera sta scrivendo da quando ha iniziato il suo doloroso cammino sulla terra, e la cui edizione è stata vietata dal Potere.

 No. Quello che abbiamo imparato è che là fuori, lontano o vicino, c’è gente che non conosciamo, che forse non ci conosce, che è compa. E lo è non perché ha partecipato ad una marcia di appoggio, ha visitato una comunità zapatista, porta un paliacate rosso al collo, o ha firmato un appello, una lettera di adesione, un carnet da membro, o come si chiami.

  Lo è perché noi zapatiste, zapatisti, sappiamo che così come sono molti i mondi che abitano il mondo, molte sono le forme, i modi, i tempi e i luoghi per lottare contro la bestia, senza chiedere né aspettarsi niente in cambio.

  Ti mandiamo un abbraccio, compa, dovunque tu sia. Sono sicuro che puoi risponderti alla domanda che uno, una, si fa quando comincia a camminare: “ne vale la pena?”.

  Sappi che in una comunità o in un quartiere, un ufficio di computer zapatista si chiama “él”, così, con le minuscole. Sappi che, quando qualche persona invitata, entrando nell’ufficio e notando il cartello chiede chi sia questo “lui”, noi rispondiamo: “non lo sappiamo, ma lui sì”.

Bene. Saluti e, sì, credo ne sia valsa la pena.

Da eccetera, eccetera.

Noi, zapatiste, zapatisti dell’ezetaelene punto com punto org punto net o punto come si chiami”.

-*-

 E tutto questo capita a proposito, perché forse avete capito che confidiamo molto sui media liberi e/o libertari, o come si chiamino, e sulle persone, gruppi, collettivi, organizzazioni che hanno i propri modi per comunicare. Persone, gruppi, collettivi, organizzazioni che hanno le proprie pagine elettroniche, i loro blog, o come si chiamino, che danno spazio alla nostra parola e, ora, alle musiche e alle immagini che l’accompagnano. E persone o gruppi che forse non hanno nemmeno un computer, ma anche conversando, o con un volantino, o un periodico murale, o tracciando un graffito o un quaderno o su un autobus, o in un’opera teatrale, un video, un compito scolastico, una canzone, una danza, un poema, una tela, un libro, una lettera, guardano le lettere che il nostro cuore collettivo disegna.

Se non ci appartenete, se non siete nostri organici, se non vi diamo ordini, se non vi comandiamo, se siete autonomi, indipendenti, liberi (vuol dire che vi comandante da sol@), o come si dica, allora, perché lo fate?

Forse perché pensate che l’informazione è un diritto di tutt@, e che ognuno ha la responsabilità di cosa fare o disfare di questa informazione. Forse perché siete solidali e sentite l’impegno di appoggiare in questo modo chi lotta, anche se con altri modi. Forse perché sentite il dovere di farlo.

O forse per tutto questo ed altro.

Voi lo sapete. E sicuramente l’avete scritto nella vostra pagina web, nel vostro blog, nella vostra dichiarazione di principio, nel vostro volantino, nella vostra canzone, sulla vostra parete, nel vostro quaderno, nel vostro cuore.

Cioè, parlo di chi comunica e con altri comunicano quello che sentono nel nostro cuore, ovvero, ascoltano. Di chi ci guarda e si guarda pensandoci e si fa ponte ed allora scopre che le parole che scrive, canta, ripete, trasforma, non sono degli zapatisti, delle zapatiste, che non lo sono mai state, che sono sue, e di tutti, e di nessuno, e che sono parte di uno spartito che chissà dov’è, ed allora scopre o conferma che quando ci guarda mentre l@ guardiamo, sta toccando e parlando di qualcosa di più grande per cui non c’è ancora definizione nel vocabolario, e che non appartiene ad un gruppo, collettivo, organizzazione, setta, religione, o come si chiami, ma comprende che la tappa per l’umanità ora si chiama “ribellione“.

Forse, prima di fare “click” e decidere di mettere nei vostri spazi la nostra parola vi domandate: “ne vale la pena?”. Forse vi domandate se non starete contribuendo a far stare marcos su una spiaggia europea a godersi il clima mite di quei calendari in quelle geografie. Forse vi domandate se non sarete al servizio di un’invenzione della “bestia” per ingannare e simulare la ribellione. Forse vi rispondete da sol@ che la risposta alla domanda “ne vale la pena?” devono darla le/gli zapatist@, e che facendo “click” sulla tastiera, sulla bomboletta spray, sulla matita, la chitarra, il cidi, la macchina fotografica, ci state impegnando a rispondere ““. Ed allora fate “click” su “upload” o “subir” o “caricare” o sull’accordo iniziale o sul primo passo-colore-verso, o come si chiami.

Forse non lo sapete, anche se credo sia evidente, ma ci fate un favore. E non lo dico perché la nostra pagina a volte “cade”, come se si lanciasse nel vuoto da un ponte e non ci fosse nessuna mano amica ad alleggerire la caduta che, se sul cemento, fà molto male qualunque sia il calendario e la geografia. Lo dico perché riguardo alla nostra parola ci sono molti che non sono d’accordo e lo manifestano; ce ne sono altrettanti che non sono d’accordo ma non si prendono il disturbo di dirlo; ci sono pochi che sono d’accordo e lo manifestano; ce ne sono di più di questi pochi che sono d’accordo e non lo dicono; e c’è una grande, immensa maggioranza che non ne sa niente. E’ a questi ultimi che vogliamo parlare, cioè, guardare, cioè, ascoltare.

-*-

 Compas, grazie. Lo sappiamo. Ma siamo sicuri che, anche se non lo sapevamo, voi lo sapete. E, noi zapatist@ crediamo, si tratta esattamente di questo, di cambiare il mondo.

(continua…)

 Da qualunque angolo in qualunque mondo.

SupMarcos
Pianeta Terra
Febbraio 2013

 P.S.- Sì, forse nella lettera a lui, c’è una pista per la prossima password.

P.S. CHE CHIARISCE ANCHE SE SUPERFLUO. – Non abbiamo un account di twiterfacebook, né posta elettronica, né numero telefonico, né casella postale. Quelli che appaiono nella pagina elettronica sono della pagina, questi compagni ci appoggiano e ci mandano quello che ricevono, così come loro mandano quello che inviamo. Per il resto, siamo contrari al copyright, cosicché chiunque può avere il suo twiter, il suo facebook, o come si chiami, ed usare i nostri nomi, benché sia chiaro che non siamo noi né ci rappresentano. Ma, come mi hanno detto, la maggioranza di questi chiarisce che non sono chi si suppone sia. E la verità è che ci diverte immaginare la quantità di insulti e commenti che hanno ricevuto e riceveranno, originalmente diretti all’ezetaelene e/o a chi scrive ora.

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Ascolta e guarda i video che accompagnano questo testo: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/02/11/ellos-y-nosotros-vi-las-miradas-parte-4-mirar-y-comunicar/

Dal Giappone, la canzone e coreografia “Ya Basta”, di Pepe Hasegawa. Si suppone presentato nella prefettura di Nagano, Giappone, nel 2010. La verità è che non so assolutamente cosa dicano le scritte.

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Dalla Svezia, ska con il gruppo Ska´n´ska, di Stoccolma. La canzone si chiama “Ya Basta” e fa parte del loro disco “Gunshot Fanfare”.

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Dalla Sicilia, Italia, il grupoo Skaramanzia con la canzone “Para no olvidar”, parte del disco “La lucha sigue”.

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Dalla Francia.- “Ya basta – EZLN” con il grupo Ska Oi. Del disco “Lucha y fiesta”

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Intervista a Nataniel Hernández dopo il suo rilascio

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LORO E NOI

VI – GUARDARE 3.

3.- Qualche altro sguardo.

uno: Un sogno in questo sguardo.

 Una strada, una milpa, una fabbrica, una valle, un bosco, una scuola, un negozio, un ufficio, una piazza, un mercato, una città, un campo, un paese, un continente, un mondo.

Il Capo è gravemente ferito, la macchina rotta, la bestia esausta, il selvaggio rinchiuso.

A niente sono serviti i cambi di nome e di bandiere, le botte, le prigioni, i cimiteri, il flusso di denaro attraverso le mille arterie della corruzione, i “reality show“, le feste religiose, gli annunci a pagamento, gli esorcismi cibernetici.

Il Capo chiama il suo ultimo scagnozzo. Gli mormora qualcosa all’orecchio. Lo scagnozzo esce ed affronta la folla.

Dice, domanda, chiede, esige:

Vogliamo parlare con lui …”

Un dubbio, la maggioranza di chi gli sta di fronte sono donne.

Si corregge:

Vogliamo parlare con la …

Altro dubbio, non è piccolo il numero di altr@ che si trova davanti.

Si ricorregge:

Vogliamo parlare con chi è al comando”.

Nel silenzio generale si avvicinano un@ anzian@ ed un bimb@, si fermano di fronte a lui e, con voce innocente e saggia, dicono:

Qui tutte e tutti comandiamo”.

Lo scagnozzo trema, come trema la voce del Capo nel suo ultimo grido.

Lo sguardo si sveglia. “Che strano sogno“, dice tra sé. E, senza che importi il calendario e la geografia, la vita, la lotta, la resistenza proseguono.

Dello strano sogno ricorda solo alcune parole:

Qui tutte e tutti comandiamo”

due: Un altro sguardo da un altro calendario e un’altra geografia.

(frammento di una lettera ricevuta nel quartiere generale dell’ezetelene, senza data)

   “Saluti Compas.

 (…)

   La mia opinione è che è stato tutto una figata. Ma, non nego che tutto questo è in retrospettiva. Sarebbe molto facile dire che capii perfettamente il silenzio e che nulla mi sorprese. Falso, anch’io mi sono spazientito del silenzio (naturalmente non ha niente a che vedere con quello che si dice che gli zapatisti non parlvano, io ho letto tutte le denunce). La questione è che alla luce dei fatti avvenuti, e che stanno avvenendo, naturalmente la conclusione è logica: siamo nel mezzo dell’iniziativa più audac, degli zapatisti, per lo meno dall’insurrezione. E questo riguarda tutto, non solo con la situazione nazionale, ma io credo anche internazionale.

   Permettimi di raccontare quello che io ho capito di quello che, secondo me, è stato il fatto più significativo dell’azione del 21 [di dicembre 2012]. Ci sono naturalmente molte cose: l’organizzazione, lo sforzo militante, la dimostrazione di forza, la presenza dei giovani e delle donne, etc. Ma, quello che più mi ha impressionato è stato che avevano delle tavole di legno e una volta arrivati nelle piazze installavano dei palchi. Intanto si raccontava quello che succedeva, molti media privati, ed alcuni dei media liberi, speculavano sull’arrivo dei leader zapatisti. E non si rendevano conto che i leader zapatisti erano lì. Che erano le persone che salivano sul palco e dicevano, senza parlare, siamo qui, siamo questi, e questi saremo.

Il palco è toccato a chi doveva starci. Nessuno ha notato, credo, che è proprio lì, in questo fatto, in una noce, il significato profondo di un nuovo modo di fare politica. Che rompe con tutto il vecchio, l’unico modo veramente nuovo, l’unico che vale la pena di avere [illeggibile nell’originale] “secolo XXI”.

   L’anima plebea e libertaria di quello che nella storia sono stati momenti congiunturali, qui si è costruito senza grandi voli teorici. Piuttosto con una pratica sotterranea. Ha già troppi anni per essere considerata solo un evento. È ormai un processo storico sociale lungo e solido sul terreno dell’auto organizzazione.

   Alla fine, hanno rimosso il loro palco, tornato ad essere tavole di legno, e tutti dovremmo provare un po’ di vergogna ed essere più modesti e semplici e riconoscere che qualcosa di inaspettato e nuovo sta di fronte ai nostri occhi e che dobbiamo guardare, tacere, ascoltare ed imparare.

 Un abbraccio a tutt@. Spero che, per quanto possibile, stiate bene.

 El Chueco.” 

tre: “Istruzioni su cosa fare nel caso che … vi guardino”

 Se qualcuno vi guarda, e vi accorgete che…

Non vi guarda come se foste trasparenti.

Non vuole convincervi per il sì o per il no.

Non vuole cooptarvi.

Non vuole reclutarvi.

Non vuole guidarvi.

Non vuole giudicarvi-condannarvi-assolvervi.

Non vuole usarvi.

Non vuole dirvi cosa potete o non potete fare.

Non vuole darvi consigli, raccomandazioni, ordini.

Non vuole rimproverarvi perché non sapete, neanche perché sapete.

Non vi disprezza.

Non vuole dirvi quello che dovete fare o non dovete fare.

Non vuole comprarvi la vostra faccia, il vostro corpo, il vostro futuro, la vostra dignità, la vostra volontà.

Non vuole vendervi qualcosa…

(un tempo condiviso, un televisore lcd in 4D, una macchina super-ultra-iper-moderna con pulsante di emergenza istantaneo (attenzione: non confondetevi col pulsante di espulsione, perché la garanzia non comprende amnesia per ridicoli mediatici), un partito politico che cambia ideologia ad ogni cambiar di vento, un’assicurazione sulla vita, un’enciclopedia, un ingresso vip allo spettacolo o rivoluzione o sfilata di moda, un mobile a piccole rate, un piano di telefonia mobile, un’iscrizione esclusiva, un futuro regalato dal leader generoso, un alibi per arrendersi, vendersi, tentennare, un nuovo paradigma ideologico, etc.).

Dunque…

Primo. – Escludete che si tratti di un depravato o depravata. Potete essere la/il più sporc@, brutt@, cattiv@ e volgare che ci sia, ma, ognuno possiede quel tocco sexy e provocante che può risvegliare le più basse passioni di chiunque. Mmh… bene, sì, una pettinata non sarebbe male. Se non si tratta di un(a), depravat@, non scoraggiatevi, il mondo è rotondo e gira, e andate sotto (in questa lista, si capisce).

Secondo. – Siete sicuri che guarda proprio voi? Non starà guardando il cartellone pubblicitario dei deodoranti alle vostre spalle? O, non sarà che sta pensando (chi vi guarda, si capisce): “E’ così che sono quando non mi pettino?”. Se avete scartato anche questo, proseguite.

Terzo. – Ha la faccia da poliziotto che deve racimolare la mazzetta da portare al suo superiore? Se sì, correte, siete ancora in tempo a non farvi prendere. Se no, passate al punto successivo.

Quarto. – Restituitegli lo sguardo, con piglio severo. Uno sguardo misto a collera, mal di pancia, fastidio e look da assassin@ seriale può essere utile. No, così sembrate stitic@. Ritentate. Ok, passabile, ma continuate a fare esercizio. Ora, non fugge spaventat@?, non distoglie lo sguardo?, on vi si avvicina esclamando “ehi@! Non ti avevo riconosciuto!  Ma con quella faccia…”? No? Ok, continuate.

Quinto. – Ripetete i passi primo, secondo, terzo e quarto. Possono esserci delle falle nel nostro sistema (è fatto in Cina). Se arrivate sempre a questo punto, passate al punto seguente:

Sesto. – Avete molte probabilità di esservi imbattuti in qualcuno della Sexta. Non sappiamo se congratularci o farvi le condoglianze. In ogni caso, è su vostra decisione e responsabilità quello che seguirà a questo sguardo.

quattro: Uno sguardo in una postazione zapatista.

(calendario e geografia imprecisati)

 Il SupMarcos: Sbrigati perché il tempo sta finendo.

La insurgenta di sanità: Senti Sup, il tempo non finisce, finiscono le persone. Il tempo viene da molto lontano e segue la sua strada fino láaaaaa, dove non riusciamo a vederlo. E noi siamo come pezzetti di tempo, cioè, il tempo non può procedere senza di noi. Noi facciamo che il tempo proceda, e quando noi finiamo arrivo un altro che lo manda avanti, fino che si arriva dove si deve arrivare, ma non vediamo dove arriva ma altri lo vedranno se arriva con tutto a posto o se improvvisamente non ha avuto la forza di arrivare ed allora bisogna spingerlo un’altra volta, fino a che arrivi giusto.

(…)

La capitana di fanteria: Perché ci hai messo tanto?

La insurgenta di sanità: Stavo facendo lezione di politica al Sup, lo stavo aiutando a spiegare bene che bisogna guardare lontano, fino a dove non arriva né il tempo né lo sguardo.

La capitana di fanteria: Ah, e allora?

La insurgenta di sanità: Mi ha punito perché mi sono attardata coi lavori e mi ha mandato in posta.

 (…)

 cinque: Estratto da “Appunti per guardare l’Inverno”.

 (…)

E sì, tutt@ sono saliti sul palco col pugno in alto. Ma non hanno guardato bene. Non hanno guardato lo sguardo di quegli uomini e donne. Non hanno visto che, quando erano lì sopra, volgevano lo sguardo in basso e guardavano le loro decine di migliaia di compagni. Cioè, si sono guardati. Là in alto non hanno visto che ci guardavamo. Là in alto non hanno capito, né capiranno niente.

(…)

sei: Inserite qui il vostro sguardo (o il vostro pensiero).

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(continua…)

 Da qualunque angolo di qualunque mondo.

SupMarcos
Pianeta Terra
Messico, Febbraio 2013 

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Ascolta e guarda i video che accompagnano questo testo: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/02/08/ellos-y-nosotros-vi-las-miradas-parte-3-algunas-otras-miradas/ 

Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico
7 febbraio 2013

 Nota Informativa URGENTE

ARRESTATO ATTIVISTA DEI DIRITTI UMANI

Secondo informazione ricevute da questo Centro dei Diritti Umani, oggi, intorno alle ore  13:30, nella città di Tonalá, Chiapas, è stato arrestato Nataniel Hernández Núñez, Direttore del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa, AC 1.

Nataniel si trovava in una riunione con funzionari del Governo dello Stato del Chiapas, tra i quali Benigno Hernández Hidalgo, Sottosegretario di Governo della Regione IX Istmo Costa del Chiapas. La riunione si svolgeva nell’ambito delle mobilitazioni a livello nazionale convocate dalla Rete Nazionale di Resistenza Civile Contro le Alte Tariffe dell’Energia Elettrica.

Secondo le informazioni ricevute, circa 20 poliziotti federali e della Procura Generale della Repubblica sono entrati nel luogo dove si stava svolgendo la riunione ed hanno trattenuto Nataniel. Fino ad ora non si sa dove si trovi.

Questo Centro dei Diritti Umani manifesta la sua preoccupazione per il fermo di Nataniel Hernández, difensore dei diritti umani, e sollecita le autorità del Messico a comunicare il luogo in cui si trova ed il motivo della sua detenzione.

Seguiamo inoltre con attenzione le notizie che inviano le diverse organizzazioni e comunità che partecipano a questa Giornata di Mobilitazioni a livello statale e nazionale.

-.-
1 Il CDH Digna Ochoa fa parte della Rete Nazionale dei DDHH TdT: http://www.redtdt.org.mx/gruposred.php#CHPS

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/02/08/frayba-informa-detienen-a-defensor-de-derechos-humanos/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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All’opinione pubblica
Ai mezzi di comunicazione statale, nazionale e internazionali 
Ai media alternativi
Alla Sexta
Alle organizzazioni indipendenti
Ai difensori dei diritti umani ONG

 Prigionieri politici della Voz del Amate e Solidarios del la Voz del Amate, aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN detenuti nella prigione numero 5 di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

Tutti i prodigi o miracoli di dio sono preziosi e preziosa è la vita che torna alla vita. Il nostro fratello e compagno prigioniero politico Alberto Patishtán Gómez, che stava per perdere la vista a causa del tumore cerebrale che lo ha colpito e che 4 mesi fa ha subito un delicato intervento chirurgico, il giorno 6 febbraio è stato nuovamente trasferito a Città del Messico causa l’evolversi della malattia ed affinché riceva assistenza adeguata per recuperare la vista.

Nello stesso tempo continuiamo ad esigere dal governatore dello stato, Manuel Velasco Coello, che ci liberi immediatamente e incondizionatamente perché siamo in prigione ingiustamente.

Per ultimo invitiamo la società civile, le organizzazioni indipendenti statali, nazionali e internazionale a non abbassare la guardia e vigilare sulla giustizia e le libertà.

Fraternamente,

I prigionieri politici della Voz del Amate e Solidarios del la Voz del Amate.

Prigione numero 5 di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, 7 febbraio 2013.

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/02/08/solidarios-y-la-voz-del-amate-informan-de-nuevo-traslado-de-alberto-patishtan/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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DENUNCIA DEI Prigionieri politici della Voz del Amate e Solidarios della Voz del Amate

 9 febbraio 2013 

All’opinione pubblica 
Ai mezzi di comunicazione statale, nazionale e internazionali 
Ai media alternativi 
Alla Sexta 
Alle organizzazioni indipendenti 
Ai difensori dei diritti umani ONG

Le autorità penitenziarie ci tengono nell’oblio, privati della nostra libertà ed ogni giorno aumenta la negligenza medica, e malattie curabili diventano incurabili per la mancanza di assistenza adeguata. 

Come accade nel caso del compagno professor Manuel Gómez Gutiérrez, al queale più di tre mesi fa sono stati diagnosticati due tumori alla schiena e da allora ha ricevuto solo blandi trattamenti che non sono idonei alla sua malattia, ed ora la situazione si è aggravata tanto che il compagno non muove più la mano sinistra, non parla più, non si alza più dalla branda ed ha perso totalmente la flessibilità del corpo. 

Denunciamo pubblicamente tutto questo e chiediamo che il governo statale di Manuel Velasco Coello intervenga il prima possibile nel caso del compagno malato che ha diritto di essere curato.  

Fraternamente,

Prigionieri politici della Voz del Amate e Solidarios della Voz del Amate, aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN detenuti nel carcere n. 5 di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/02/09/denuncia-voz-del-amate-y-solidarios-falta-de-atencion-medica-a-interno/

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LORO E NOI

VI – Guardare 2

2.- Guardare ed ascoltare dal/in basso.

 Possiamo ancora scegliere dove e da dove guardare?  

Possiamo, per esempio, scegliere tra guardare quelli che lavorano nelle catene dei supermercati, lamentando a@ lavorator@ di essere complici della frode elettorale, e fare scherno dell’uniforme arancione che sono obbligati ad indossare le/gli impiegat@, oppure guardare l’impiegata che, dopo avere consegnato il conto…?

/ La cassiera si toglie il grembiule arancione borbottando per la rabbia che le monta nel sentirsi dire di essere stata complice della frode che ha portato al Potere l’ignoranza e la frivolezza. Lei, donna, giovane o donna matura o madre o nubile o divorziata o vedova o madre celibe o in attesa o senza figli o quello che sia, che inizia a lavorare alle 7 del mattino e se ne va alle 4 del pomeriggio, chiaro, se non ci sono straordinari da fare, e senza contare il tempo che ci vuole per arrivare da casa al lavoro e ritorno, e poi occuparsi della scuola o della casa, dei “lavori-propri-del-suo-sesso-che-si-possono-svolgere-con-un-tocco-di-civetteria”, ha letto in una delle riviste che si trovano di fianco alla cassa, un giorno che non c’era molta gente. Lei, che si suppone sia tra quelli che salveranno, è solo questione di un voto e poi, tatàn, la felicità. “Per caso i padroni indossano un grembiule arancione?”, dice tra sé irritata. Lei sistema un po’ il disordine propositivo col quale riesce a lavorare per non farsi riprendere dal direttore. Esce. Fuori l’aspetta il suo compagno. Si abbracciano, si baciano, si toccano con lo sguardo, camminano. Entrano in un internet-caffè o cyber caffè o come si dice. 10 pesos l’ora, 5 la mezz’ora…/

Mezz’ora – dicono, facendo mentalmente i conti di quanto hanno in tasca-tempo-autobus-percorso.

– Fammi credito Roco, non fare lo stronzo – dice lui.

– Va bene, ma quando ti pagano il mese mi paghi, altrimenti il padrone mi licenzia e poi sarai tu a dovermi prestare i soldi

– Va bene, ma non sarà tanto presto perché sono al lavaggio di auto.

– Beh, amico, lavatela – dice Roco.

I 3 ridono.

La 7 – dice il Roco.

Dai, cerca – dice lei.

Lui inserisce un numero.

No – dice lei -, cerca quando è iniziato tutto.

Navigano. Arrivano a quando sono un poco più di 131. Parte il video.

Sono degli snob – dice lui.

Calmati avanguardia rivoluzionaria. Sei fuori di testa se giudichi le persone per il loro aspetto. A me, che ho la pelle chiara, mi chiamano biondina e snob, e non vedono che non arrivo a metà mese. Bisogna guardare la storia di ognuno e quello che fa, stupido – dice lei, accompagnando l’argomentazione con una botta in testa.

Continuano a guardare.

Guardano, non parlano, ascoltano.

Gliele hanno cantate in faccia a Peña Nieto… sono forti, si vede che hanno le palle -, dice lui.

E le ovaie, stupido – e parte un’altra botta in testa.

Ehi, mia regina, ti denuncio per violenza in famiglia.

Sarà violenza di genere, stupido – e giù un’altra botta in testa.

Finiscono di guardare il video.

Lui: – E’ così che cominciano le cose, con pochi che non hanno paura.

Lei: – Oh sì, invece, hanno paura, ma la controllano.

Mezz’ora! – grida Roco.

Sì, andiamo.

Lei sorride.

E adesso perché ridi?

Niente, mi sono ricordata – gli si avvicina di più – di quando hai detto “in famiglia”. Non è che vuoi che siamo una famiglia?

Lui, senza esitazione:

Calma, piccola, poi è tardi, lo faremo, però senza troppe botte, meglio i baci, e più in basso e a sinistra.

– Non prendermi in giro! – un’altra botta – E niente “mia regina”, non siamo contro la dannata monarchia?

Lui, prima della botta di rigore: – Ok, mia… plebea.

Lei ride. Dopo pochi passi, dice:

– Credi che gli zapatisti ci inviteranno?

– Bè, se il Vins è mio amico e ha detto che lui è suo amico del cuore perché l’ha fatto vincere nel mortal kombat, alle macchinette, non dobbiamo fare altro che dire che siamo della banda del Vins e delle streghe – dice lui entusiasta.

E potrei portare mia mamma?

Certo, parlando di streghe, e con un po’ di fortuna potrebbe restare incastrata nel fango la futura suocera – dice ritraendo la testa aspettandosi la botta che non arriva.

Lei, arrabbiata:

E che diavolo ci potranno dare gli zapatisti se sono così lontani? Magari uno stipendio migliore, mi faranno rispettare, faranno smettere gli stronzi di guardarmi il sedere per strada, e il bastardo del padrone di toccarmi con qualsiasi pretesto? Mi daranno i soldi per pagare l’affitto, per comprare i vestiti ai miei figli? Abbasseranno il prezzo dello zucchero, dei fagioli, del riso, dell’olio? Mi daranno da mangiare? Affronteranno la polizia che tutti i giorni molesta e deruba quelli del quartiere che vendono dischi pirata dicendo che è per non denunciarli al signor o signora Sony…?

Non si dice “pirata”, ma “produzione alternativa”, mia reg… plebea. E non prendertela con me che siamo uguali.

Ma lei è ormai partita e niente la ferma più:

E a te, ti restituiranno il lavoro allo stabilimento, dov’eri già qualificato non so in che cosa? A cosa valgono gli studi, i corsi di formazione e tutto il resto, perché poi quello stronzo del padrone si porti via l’impresa non so dove, e il sindacato e lo sciopero, e tutto quello che hai fatto, per poi finire a lavare automobili? O come il tuo amico del cuore, il chompis, che gli tolgono il lavoro e fanno sparire il padrone perché non possa difendersi ed il governo col suo ritornello di sempre che è per migliorare i servizi e il livello mondiale e la madre del morto e per caso hanno abbassato le tariffe, no sono più care, e la maledetta luce che se ne va via in ogni momento e il bastardo di Calderón che fa lezione di senza-vergogna dai gringos, che sono i veri maestri di questo schifo. E mio papà, che dio l’abbia in gloria, che voleva passare dall’altra parte, non per fare il turista, ma per fare un po’ di soldi, di grana, di denaro, un salario per mantenerci quando eravamo bambini e mentre attraversava la linea l’ha preso la migra come fosse un terrorista e non un onesto lavoratore e non ci hanno ridato neanche il corpo e c’è quello stronzo di Obama che sembra avere il cuore del colore del dollaro.

Dai, frena, mia plebea.

– È che ogni volta che mi ricordo mi fa rabbia, tanto darsi da fare e alla fine si prendono tutto quelli che stanno sopra, ci manca che privatizzino le risate, anche se non credo, perché di queste ce ne sono poche, ma le lacrime sì, queste abbondano e loro diventano ricchi… sempre più ricchi. E poi arrivi tu con la storia degli zapatisti di qua e gli zapatisti di là, e in basso e a sinistra e l’ottava…

La Sexta, non l’ottava – la interrompe.

Quello che è, e questi tizi sono lontani e parlano uno spagnolo peggiore del tuo.

Su, non essere cattiva.

Lei si asciuga le lacrime e sussurra: – Maledetta pioggia che mi rovina il trucco, ed io che mi ero sistemata per piacerti.

Ehi, ma tu mi piaci di più senza niente…. addosso.

Ridono.

Lei, seria: – Bene, ok, ma dimmi, questi zapatisti ci salveranno?

No, mia plebea, non ci salveranno. Questo ed altro lo dovremo fare noi.

E allora?

Ci insegneranno.

Cosa ci insegneranno?

Che non siamo soli.

Lei tace per un momento. Poi, improvvisamente:

E né sole, stupido – altra botta in testa.

L’autobus è stracolmo. Vediamo il prossimo.

Fa freddo, piove. Si abbracciano, non per non bagnarsi, ma per bagnarsi insieme.

Lontano qualcuno aspetta, c’è sempre qualcuno che aspetta. E mentre aspetta, con una vecchia matita e in un vecchio e sgualcito quaderno, tiene il conto del guardare in basso che si vede da una finestra.

(continua…)

 Da qualunque angolo di qualunque mondo.

SupMarcos
Pianeta Terra
Febbraio 2013

 http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/02/07/ellos-y-nosotros-vi-miradas-parte-2-mirar-y-escuchar-desdehacia-abajo/

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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LORO E NOI VI

LORO E NOI

VI – Guardare

1.- Guardare per imporre o guardare per ascoltare. 

Per una volta potrò dire
Senza che nessuno mi smentisca
Che non è lo stesso chi desidera
Da chi brama qualcosa
Come non sono uguali le parole
Dette per ascoltare
Da quelle dette per essere obbedite
Nemmeno è lo stesso chi mi parla
Per dirmi qualcosa
Da chi mi parla per farmi tacere”.
Tomás Segovia
“Quarta Traccia” in “Tracce ed Altri Poemi”
della casa editrice che ha il buongusto di chiamarsi “Senza Nome”.
Grazie ed un abbraccio a María Luisa Capella, ad Inés e Francisco
(onore al degno sangue che batte nei vostri cuori)
per i libri e le lettere-guida.

 

Guardare è un modo di domandare, diciamo noi zapatisti e zapatiste.

O di cercare…

Quando si guarda nel calendario e nella geografia, per quanto lontano siano l’uno e l’altra, si domanda, si interroga.

Ed è guardare dove l’altro, l’altra, l’altro appare. Ed è guardare dove questo altro esiste, dove si scorge il suo profilo come strano, come alieno, come enigma, come vittima, come giudice e boia, come nemico… o come compagn@.

È guardare dove si annida la paura, ma anche dove può nascere il rispetto.

Se non impariamo a guardare il guardarsi dell’altro, che senso ha il nostro guardare, le nostre domande?

Chi sei?

Qual’è la tua storia?

Dove le tue sofferenze?

Quando le tue speranze?

Ma non solo è importante che cosa o chi si guarda. Ma anche, e soprattutto, è importante da dove si guarda.

E scegliere dove guardare è anche scegliere da dove.

O è la stessa cosa guardare dall’alto il dolore di chi perde i propri amati cari, per la morte assurda, inspiegabile, definitiva, che guardarlo dal basso?

Quando qualcuno in alto guarda quelli in basso e si domanda “quanti sono?”, in realtà si sta chiedendo “quanto valgono?”

E se non valgono niente, che importa quanti sono? Per ovviare a questo inopportuno numero ci sono i grandi mezzi di comunicazione prezzolati, gli eserciti, i poliziotti, i giudici, le prigioni, i cimiteri.

Per il nostro guardare, le risposte non sono mai semplici.

Guardandoci guardare quello che guardiamo, ci diamo un’identità che ha a che vedere con sofferenze e lotte, con i nostri calendari e la nostra geografia.

La nostra forza, se ne abbiamo un po’, sta in questo riconoscimento: siamo quelli che siamo, e ci sono altr@ che sono quelli che sono, e c’è un altro per il quale ancora non abbiamo la parola per nominarlo e, tuttavia, è chi è. Quando diciamo “noi” non stiamo assorbendo, e così subordinando identità, ma risaltiamo i ponti che esistono tra le differenti sofferenze e le diverse ribellioni. Siamo uguali perché siamo differenti.

Nella Sexta, noi zapatiste e zapatisti ribadiamo il nostro rifiuto di ogni tentativo di egemonia, cioè, di ogni avanguardismo, sia che ci tocchi stare davanti oppure, come nel corso di questi secoli, allineati nella retroguardia.

Se con la Sexta cerchiamo i nostri simili per sofferenze e lotte, senza che importino i calendari e le geografie che ci distanzino, è perché sappiamo che non si sconfigge il Prepotente con un solo pensiero, una sola forza, una sola leadership (per quanto rivoluzionaria, conseguente, radicale, ingegnosa, numerosa, potente ed altre cose questa leadership sia).

I nostri morti ci hanno insegnato che la diversità e la differenza non sono debolezza per chi sta in basso, bensì forza per partorire, sulle ceneri del vecchio, il mondo nuovo che vogliamo, di cui abbiamo bisogno, che meritiamo.

Sappiamo che questo mondo non è immaginato solo da noi. Ma nel nostro sogno, questo mondo non è uno, bensì molti, differenti, diversi. Ed è nella sua diversità che risiede la sua ricchezza.

I ripetuti tentativi di imporre l’unanimità, sono responsabili dell’impazzimento della macchina che ad ogni minuto si avvicina al minuto finale della civiltà come conosciuta fino ad ora.

Nella tappa attuale della globalizzazione neoliberale, l’omogeneità non è altro che la mediocrità imposta come divisa universale. E se si differenzia in qualcosa dalla pazzia hitleriana, non è nel suo obiettivo, bensì nella modernità dei mezzi per ottenerla.

-*-

E sì, non solo noi cerchiamo il come, quando, dove, cosa.

Voi, per esempio, non siete Loro. Anche se non sembra abbiate alcun problema ad allearvi con Loro per… ingannarli e sconfiggerli dall’interno? per essere come Loro ma non proprio Loro? per rallentare la velocità della macchina, limare i canini della bestia, umanizzare il selvaggio?

Sì, lo sappiamo. C’è una montagna di argomenti per sostenerlo. Si potrebbero perfino forzare alcuni esempi.

Ma…

Voi ci dite che siamo uguali, che siamo nella stessa barca, che è la stessa lotta, lo stesso nemico… Mmh… no, non dite “nemico“, dite “avversario“. D’accordo, anche questo dipende dall’evenienza di turno.

Voi ci dite che bisogna unirci tutt@ perché non c’è altra strada: o le elezioni o le armi. E voi, che con questo pretesto fallace sostenete il vostro progetto di invalidare tutto quello che non si assoggetti al reiterato spettacolo della politica dell’alto, ci intimate: morite o arrendetevi. Ci offrite perfino l’alibi, perché, sostenete, siccome si tratta di prendere il Potere, ci sono solo queste due strade.

Ah! e noi così disubbidienti: né moriamo, né ci arrendiamo. E, come dimostrato il giorno della fine del mondo: né lotta elettorale né lotta armata.

E se non si tratta di prendere il Potere? O meglio: se il Potere non risiede più in questo Stato Nazione, questo Stato Zombi popolato da una classe politica parassita che pratica la rapina sulle rovine delle nazioni?

E se gli elettori che tanto vi ossessionano (per il fascino delle masse) non fanno altro che votare per qualcuno che altri hanno già scelto, come ogni volta vi dimostrano Loro mentre si divertono con ogni nuovo tipo di trucco?

Sì, vero, vi nascondete dietro i vostri pregiudizi: quelli che non votano? “è per apatia, per disinteresse, per mancanza di educazione, fanno il gioco della destra”… la vostra alleata in tante geografie, in non pochi calendari. Votano ma non per voi? “è perché di destra, ignoranti, venduti, traditori, morti di fame, zombi!

  Nota di Marquitos Spoil: Sì, noi simpatizziamo per gli zombi. Non solo per la rassomiglianza fisica (non abbiamo bisogno di trucco ed anche così sbancheremmo il casting di “The Walking Dead”). Anche e soprattutto perché pensiamo, insieme a George A. Romero, che, in un’apocalisse zombi, la brutalità più folle sarebbe opera della civiltà sopravvissuta, non dei morti che camminano. E se restasse qualche vestigia di umanità, brillerebbe nei paria di sempre, i morti viventi per i quali l’apocalisse inizia alla nascita e non finisce mai. Come succede adesso in ogni angolo di tutti i mondi che esistono. Non c’è film, né fumetto, né telefilm che lo racconti.

Il vostro sguardo è segnato dal disprezzo quando rivolto in basso (anche se allo specchio), e di sospiri d’invidia quando rivolto in alto.

Non riuscite neppure ad immaginare che l’interesse per qualcuno di guardare “in alto” non sia altro che per vedere come toglierselo di dosso.

-*-

Guardare. Dove e da dove. Questo è ciò che ci separa.

Voi credete di essere gli unici, noi sappiamo che siamo uno di più.

Voi guardate in alto, noi in basso.

Voi guardate come sistemarvi, noi come servire.

Voi guardate come guidare, noi come accompagnare.

Voi guardate quanto si guadagna, noi quanto si perde.

Voi guardate quello che è, noi quello che può essere.

Voi guardate numeri, noi persone.

Voi calcolate statistiche, noi storie.

Voi parlate, noi ascoltiamo.

Voi guardate come vi vedete, noi guardiamo lo sguardo.

Voi ci guardate e ci rimproverate dove eravamo quando il vostro calendario segnava le sue urgenze “storiche”. Noi vi guardiamo e non vi chiediamo dove siete stati durante questi più di 500 anni di storia.

Voi guardate come approfittare della congiuntura, noi come crearla.

Voi vi preoccupate dei vetri rotti, noi della rabbia che li rompe.

Voi guardate i molti, noi i pochi.

Voi guardate muri insormontabili, noi le crepe.

Voi guardate le possibilità, noi l’impossibile solo fino alla vigilia.

Voi cercate specchi, noi i vetri.

Voi e noi non siamo uguali.

-*-

Voi guardate il calendario di sopra e ad esso subordinate la primavera delle mobilitazioni, le masse, la festa, la rivolta di massa, le strade colme di canti e colori, slogan, sfide, quelli che sono già molti di più di cento trenta e rotti, le piazze piene, le urne ansiose di riempirsi di voti, e voi accorrete subito perché è-chiaro-che-gli-manca-una-guida-rivoluzianaria-di-partito-una-politica-di-alleanze-ampie-flessibile-perché-quello-elettorale-è-il-loro-destino-naturale-ma-sono-molto-giovani-piccini-“bimb@ bene”-/-e poi-lumpen-quartiere-banda-proletari-numero-di-potenziali-elettori-ignoranti-inesperti-ingenui-rozzi-ostinati, soprattutto ostinati. E vedete in ogni atto di massa il culmine dei tempi. Poi, quando non ci sono più moltitudini ansiose di un leader, né urne, né feste, decidete che è finita, basta, che sarà per un’altra volta, che bisogna aspettare 6 anni, 6 secoli, che bisogna guardare altrove, ma sempre per il calendario di sopra: le liste, le alleanze, i posti.

E noi, sempre con lo sguardo di traverso, rimontiamo il calendario, cerchiamo l’inverno, nuotiamo controcorrente, attraversiamo il torrente, arriviamo alla sorgente. Lì vediamo quelli che cominciano, quelli che sono pochi, i meno. Non ci parliamo, non li salutiamo, non gli diciamo cosa fare, non gli diciamo cosa non fare. Invece li ascoltiamo, li guardiamo con rispetto, con ammirazione. E loro, forse non si accorgeranno mai di questo piccolo fiore rosso, così simile ad una stella, piccolo come un sassolino, e che la nostra mano resta in basso, vicino al loro piede sinistro. Non perché così vogliamo dire loro che il fiore-roccia è nostro, delle zapatiste, degli zapatisti. Non perché prendano questa pietra e la scaglino contro qualcosa, contro qualcuno, anche se non mancano voglia né motivi. Bensì forse perché è il nostro modo di dire loro, a tutt@ loro e a tutt@ nostr@ compagn@ della Sexta, che le case ed i mondi si cominciano a costruire con piccoli ciottoli e poi crescono e quasi nessuno si ricorda di quei sassolini dell’inizio, tanto piccoli, tanto poca cosa, tanto inutili, tanto soli, ed allora arriva una zapatista, uno zapatista, e vede la pietruzza e la saluta e siede al suo fianco e non parlano, perché le piccole rocce, come gli zapatisti, non parlano… fino a quando parlano, e poi secondo il caso, o la cosa, tacciono. No, non tacciono mai, ma succede che non c’è chi senta. O forse perché abbiamo visto più lontano nel calendario e sapevamo, da prima, che questa notte sarebbe arrivata. O forse perché così gli diciamo, anche se non lo sanno, ma lo sappiamo noi, che non sono sol@. Perché è con i pochi che le cose iniziano e ricominciano.

-*-

Voi non ci avete visto prima… e continuate a non guardarci.

E, soprattutto, non ci avete visto guardarvi.

Non ci avete visto guardarvi nella vostra superbia, distruggere stupidamente i ponti, scavare le strade, allearvi con i nostri persecutori, disprezzarci. Convincendovi che quello che non esiste sui media semplicemente non è.

Non ci avete visto guardarvi dire e dirvi che così eravate a riva, che la cosa possibile è sul terreno solido, che tagliavate gli ormeggi di quell’assurda barca di assurdi e impossibili, e che erano quei matti (noi) che andavano alla deriva, isolati, soli, senza rotta, pagando con la nostra esistenza l’essere conseguenti.

Siete riusciti a vedere la rinascita come parte delle vostre vittorie, ed ora la ruminate come un’altra delle vostre sconfitte.

Andate, proseguite per la vostra strada.

Non ascoltateci, non guardateci.

Perché con la Sexta e con le/gli zapatisti non si può guardare né ascoltare impunemente.

Questa è la nostra virtù o la nostra maledizione, dipende dove si guarda e, soprattutto, da dove si solleva lo sguardo.

(continua…) 

Da qualunque angolo di qualunque mondo.

SupMarcos
Pianeta Terra
Febbraio 2013

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/02/06/ellos-y-nosotros-vi-las-miradas/

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 6 febbraio 2013

Gli ejidatarios di Bachajón accusano il governo di “disprezzare gli indigeni”

HERMANN BELLINGHAUSEN

Gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón (municipio di Chilón, Chiapas) hanno accusato le autorità del governo e la giustizia di dimostrare “disprezzo per noi indigeni” dopo che un giudice federale ha negato loro il ricorso per recuperare le terre loro sottratte per scopi turistici. Esigerono anche la liberazione di tre loro compagni, attualmente detenuti in diverse prigioni dello stato. 

“I nostri compagni Miguel Vázquez Deara (nel carcere N. 16, El Encino, ad Ocosingo), Miguel Demeza Jiménez (nel carcere N. 14, El Amate, a Cintalapa de Figueroa) ed Antonio Estrada Estrada (nel carcere N. 17, a Playa de Catazajá), sono ingiustamente in prigione per reati montati e continuano a subire l’ingiustizia per la mancanza di imparzialità e indipendenza delle autorità giudiziarie che favoriscono gli interessi del malgoverno”.

Lo scorso 30 gennaio il giudice di Tuxtla Gutiérrez, José del Carmen Constantino Avendaño, “quale lacchè e servo del malgoverno che ruba le nostre terre, ha bocciato il ricorso” promosso dal legale degli ejidatarios, Mariano Moreno Guzmán.

“Dopo la violenza, il gruppo armato che lo stesso governo ha istruito per agire con violenza il 2 febbraio 2011, ne ha approfittato per stabilirsi illegalmente sulle nostre terre solo perché il commissario Francisco Guzmán Jiménez ed il consigliere di vigilanza Melchorio Pérez Moreno, filogovernativo, hanno tradit il loro popolo firmando un accordo, il 13 febbraio, di presunta pace e riconciliazione, ma che autorizza la consegna delle nostre terre senza l’autorizzazione dell’assemblea dell’ejido”.

Gli indigeni denunciano: “Più che pace, è un accordo di esproprio e sopruso ai danni del popolo di Bachajón. E se questo non bastasse, al processo di appello, Guzmán Jiménez ed il segretario di Governo, Noé Castañón León, hanno presentato un presunto verbale di assemblea” redatto “senza convocazione né firma degli ejidatarios; non ha alcuna validità perché quell’assemblea non è mai esistita, e c’è solo la firma dei rappresentanti filogovernativi dell’ejido che autorizzano la donazione delle nostre terre”.

Accusano il giudice Constantino Avendaño di “starsene tranquillamente seduto alla scrivania, con un ricco stipendio, e con un tratto di penna nega la giustizia al nostro popolo”, dimostrando di essere al servizio del potere “senza saggezza né onestà”. Dichiarano: “Andremo avanti con la causa e reresisteremo dal nostro territorio alla repressione dello Stato”. Così i loro antenati hanno difeso il territorio, sostengono, “ed è l’eredità che dobbiamo difendere”. 

Gli ejidatarios di San Sebastián riaffermano il loro impegno con la Sesta “nazionale e internazionale” e invitano “dai molti angoli del mondo e forme di lotte, ad adottare alternative per far fronte al mostro capitalista, sempre più impegnato a derubare chi è dei nostri, la nostra dignità per essere quello che siamo”. 

Infine aveertono: “Non ci zittiranno con la loro Crociata Nazionale contro la Fame, non viviamo di elemosina, stiamo ancora aspettando che si realizzino gli accordi di San Andrés firmati dal governo messicano, che riconoscono i nostri diritti come popoli indigeni”. http://www.jornada.unam.mx/2013/02/06/politica/018n1pol

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 1° febbraio 2013

Respinto l’appello degli jidatarios di San Sebastián Bachajón

Hermann Bellinghausen. Inviato. Tuxtla Gutiérrez, Chis. 31 gennaio. Un giudice federale ha respinto l’appello presentato dagli ejidatarios tzeltales di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, che da due anni chiedono la restituzione delle terre occupate dalle autorità governative e da gruppi filogovernativi locali. Il 2 febbraio del 2011 gli ejidatarios, aderenti della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, erano stati spossessati violentemente da civili, con il sostegno della forza pubblica, delle terre ad uso comune, per favorire il progetto turistico delle cascate di Agua Azul, municipio di Tumbalá. Gli avvocati Ricardo Lagunes Gasca e Maribel González Pedro, rappresentanti legali degli ejidatarios, denunciano oggi che le considerazioni arbitrarie del giudice José del Carmen Constantino Avendaño costituiscono inequivocabilmente una mancanza di imparzialità ed indipendenza nella sua funzione giurisdizionale e denotano disprezzo per i popoli indigeni e per le riforme costituzionali della difesa e diritti umani. Oggi, come giudice di distretto, Constantino Avendaño ha reso pubblica la sentenza definitiva, emessa questo giovedì, relativa all’appello presentato dall’indigeno Mariano Moreno Guzmán contro la privazione parziale e definitiva di terre di uso comune di San Sebastián Bachajón, da parte di autorità locali e federali, con la complicità del Commissariato e Consiglio di Vigilanza filogovernativi in usurpazione delle loro funzioni. Secondo Lagunes e González Pedro, questa decisione è paradigmatica nell’evidenziare che alcuni giudici cedono davanti alle pressioni delle autorità che derubano i popoli indigeni dei loro territori, e mostra la grande sfida che deve affrontare  il Potere Giudiziale della Federazione per garantire un cambiamento di mentalità tra i suoi funzionari di tutte le gerarchie che permetta una forma diversa di applicare il diritto dalla prospettiva più ampia, progressista e a protezione dei diritti umani. Moreno Guzmán esibì davanti al giudice l’accordo del 13 febbraio di 2011 in cui le autorità ejidali di San Sebastián, senza autorizzazione né consenso dell’Assemblea, consegnarono delle terre di uso comune. Benché, di fatto, queste terre erano “già in possesso dello Stato dal 2 febbraio, dopo lo sgombero violento degli indigeni aderenti alla Sesta da parte di un gruppo di civili armati”. Durante l’iter del processo d’appello, la Segreteria Generale di Governo ed il presidente filogovernativo del Commissariato Ejidale, Francisco Guzmán Jiménez, hanno consegnato un documento definendolo verbale di assemblea. Questo verbale è stato contestato per tempi e forma non essendo conforme agli standard stabiliti dalla legislazione agraria e dai trattati internazionali in materia di diritti dei popoli indigeni. E’ stato “elaborata per simulare la legalità dell’accordo’ “. A giudizio dei difensori, questi documenti non hanno validità né costituiscono un consenso libero, previo e informato del massimo organo dell’ejido rispetto agli atti di esproprio. Inoltre, il comportamento precedente e successivo dei rappresentanti filogovernativi dimostra che non rappresentano gli interessi collettivi della loro comunità, ma proteggono gli interessi del governo per appropriarsi di quel territorio indigeno e minare il movimento sociale che lo difende. http://www.jornada.unam.mx/2013/02/01/politica/027n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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SupMarcos: P.S.

P.S. de La Sexta che, come si evince dal suo nome, era la parte quinta di “Loro e noi”

Gennaio 2013

P.S. CHE FORNISCE QUALCHE TIPS PER RAFFORZARE I VOSTRI SOSPETTI:

1.- Se qualcuno…

ha tutte, diverse od alcune delle seguenti aggravanti, come ad esempio: essere donna, essere uomo, essere bambin@, essere giovane, essere studente, essere impiegat@, essere ribelle, essere lesbica, essere gay, essere indigeno, essere operai@, essere colon@, essere contadin@, essere disoccupat@, essere credente, essere lavoratrice del sesso, essere artista, essere collaboratore/trice domestic@ ma non addomesticat@, allora faccia attenzione, può essere che sia della Sexta.

è diverso e non solo non ne soffre e non si nasconde, al contrario, sfida le coscienze belle, allora faccia attenzione, può essere che sia della Sexta.

è un’organizzazione, gruppo o collettivo libero e/o libertario, allora faccia attenzione, può essere che sia della Sexta.  

è qualcuno che non ci sta in una lista che non sia “prescindibili”, allora faccia attenzione, può essere  che sia della Sexta.

è qualcuno che non accetta ordini se non dalla sua coscienza, allora faccia attenzione, può essere  che sia della Sexta.

è qualcuno che non aspetta né vuole salvatori supremi, allora faccia attenzione, può essere che sia della Sexta.

è qualcuno che semina sapendo che non vedrà il frutto, allora faccia attenzione, può essere che sia della Sexta.

è qualcuno che, quando gli si spiega pazientemente e in buona maniera (cioè, sull’orlo dell’isteria), che la macchina è onnipotente ed invincibile, sorride, non come se non lo capisse, ma come se non gli importasse, allora faccia attenzione, può essere che sia della Sexta.

P.S. OPZIONE MULTIPLA.

State chiacchierando con un@ vostro@ compa, chiunque sia, in ogni caso, di cose vostre. Proprio quando state dicendo al vostro interlocutore (a): “poi, ci siamo accorti che ci avevano visto, in quel momento arriva un signore con la faccia da “sono-molto-rispettabile-ho-molte-conoscenze”, che vi sfodera davanti una lunga fila di carnet rivoluzionari da analista rivoluzionario di tutte le rivoluzioni passate e da venire, e comincia a spiegarvi, con tono stridulo, che dovete ubbidirgli e fare come lui vi consiglia-suggerisce-ordina. E, quando state dicendo al vostro compa “ma che vuole questo?”, il signore, alzando il tono di voce, dice, mostrando il suo alto livello intellettuale e tappandosi le orecchie, “non sento, non sento, non voglio sentire” e se ne va via arrabbiato. Allora voi:

a).- lo rincorrete per supplicarlo di non abbandonarvi nell’oscurità della vostra ignoranza e che per favore continui ad illuminarvi con la sua luce diafana.

b).- dite tra i singhiozzi, “è vero, sono stato un folle e un ingrato, non lo farò più”.

c).- completate il “ma che vuole questo?” rimasto in sospeso.

d).- dite al vostro compa “hei, accidenti, credevo che da un momento all’altro arrivassero gli sbirri, voglio dire, gli altri sbirri”.

e).- dite a voi stessi “ porca miseria. Questa città sta andando in malora”.

f).- continuate impalati a guardare quel muro così spoglio, solitario, senza macchia, e pensate a come racimolare i soldi per comprare qualche spray perché, pensate, a un muro così non si può negare una firma o un graffito, è questione di mettersi d’accordo con la “crew“, per l’ora e il posto, o, come dice qualcuno, il calendario e la geografia. Inoltre, avete già un’idea di quello che scriverete, sì, quella di Mario Bendetti che dice: “Di due pericoli deve guardarsi l’uomo nuovo: dalla destra quando è destra, dalla sinistra quando è sinistra”.

[gioco di parole in spagnolo tra derecha-destra; lato destro e diestra-malvagia; manipolatrice – izquierda-sinistra; lato sinistro e siniestra-perfida; sinistra – n.d.t.]

g).- tornate a casa, vicolo, capanna, abitazione, quale che sia, e dite al vostro compagno: “Credo che non mangerò più quei panini superimbottiti. Oggi ho sognato che, in mezzo strada, ero nel programma di Laura Bozzo e quando hanno gridato “passi il disgraziato”, mi spingevano e dicevano “dai, forza, è il tuo turno”.

h).- pensate, “miseria, è proprio vero che droga e alcol colpiscono il cervello”.

i).- vi domandate “a chi si riferirà?”.

Se avete risposto a e/o b, avete un futuro, ma vi mancano i dettagli. Per esempio, dovevate offrirvi di portargli i libri. Se non lo fate per servilismo, allora aggiungete alla pila di libri quello di Pascal Quignard dal titolo “Butes” o “Boutés” (adesso è di moda il francese) dell’editore Sextopiso (si chiama proprio così). Affinché il signore lo legga ed impari ad usare con più ingegno l’allegoria delle sirene. Ah, ma lui vi dice di continuare a remare per portare a casa l’eroe.

Se avete risposto ad una delle opzioni c, d, e, f, g, h, allora, compa, non avete scampo ed ovviamente non avrete un posto da VIP nell’inevitabile-rivoluzione-mondiale-che-porterà-l’aurora-alla-massa-abbandonata-guidata-dall’analisi-profonda-e-concreta-della-realtà-concreta dei saggi analisti. Ni pex, ma chi ve lo fa fare di quelle cattive vibrazioni della ribellione, della libertà e dell’autonomia.

Se avete risposto i, non preoccupatevi, non vale la pena.

P.S. CHE VI ORIENTA E VI DICE CHE…

State perdendo tempo se…

1.- Mentre argomentate con qualcuno che “La paura delle altezze è illogica. La paura di cadere, d’altra parte, è prudente ed evoluzionista”, come afferma Sheldon Cooper dando la sua versione del “in basso” sostenendo la convenienza di rimanere sotto, il vostro interlocutore, dopo aver ripassato mentalmente tutti i nomi degli autori rivoluzionari classici ed i nomi di tutti i segretari generali di tutti i partiti, vi domanda “chi diavolo è questo Sheldon Cooper, un altro barbone della Sexta?”.

2.- Se state ripetendo ad alta voce:

C’è sempre una possibilità, seppur piccola. Ci troviamo di fronte ad un lungo e duro viaggio, forse più duro di quanto si possa immaginare. Ma non può essere più difficile del viaggio fatto fino ad ora. Siamo rimasti in pochi. Per questo dobbiamo restare uniti, lottare per gli altri, essere disposti a dare la nostra vita per gli altri se è necessario.”

E qualcuno vi interrompe, irritato,per dirvi:

Smettila di recitare quello che scrive quella testa-di-cavolo. Sono stufo, razza di ingenui. E quella spiegazione della tappa successiva della Sesta non è altro che letteratura a buon mercato del subcomediante marcos. Non ti accorgi che usa gli indigeni solo per farsi i soldi per andare in Europa a passeggio con la Cassez? Perché lo sanno tutti che il “ciuffo” è sceso a patti con quel pagliaccio di marcos per la liberazione della francesina, e che assolveranno il PRI dalla frode elettorale”.

Chi ha parlato così se ne va soddisfatto di avervi illuminato e non riuscite più a spiegargli che è una battuta del personaggio Rick Grimes (interpretato da Andrew Lincoln) nel primo episodio della seconda stagione della serie televisiva “The Walking Dead“, prodotta da Frank Darabont, basata sul fumetto omonimo creato da Robert Kirkman e Tony Moore, e prodotto da AMC.

  Nota di Marquitos Spoil: Sì, anch’io penso che Daryl Dixon (interpretato da Norman Reedus) né Michone (interpretata da Danai Gurira) devono morire, ma forse gli sceneggiatori temono che i due aderiscano alla Sexta, combaciano col profilo.

P.S. CHE CONSIGLIA:

Potete recuperare un po’ del tempo perduto se, dopo i 2 episodi riferiti prima, e dopo averci pensato un po’, vi domandate “Che diavolo è la Sexta?”.

Allora andate sul vostro motore di ricerca preferito: “Sexta” e…

vi appaiono sullo schermo tutti i possibili e impossibili WARNINGS, dal “attento,questo nuoce gravemente alla tua salute mentale”, “url pericolosa” (ah, omaggio involontario di questo programma antivirus, grazie), fino al classico “rilevato virus libertario, non colpisce l’hardware ma fa un casino del software del vostro pensiero”; ed a continuazione: “eliminate il virus immediatamente”, “inseritelo in quarantena tra gli “argomenti da evitare”, “passate alla sezione della cause perse”, “archiviare nelle ingenuità“, etc.

Siete evidentemente contrariate (se no, perché continuate a leggere?) e vi rompe il ca.. (bip di censura), cioè, vi disturba che vi dicano che cosa si può o si deve fare e che cosa no, cosicché date un click e vi pentite quasi immediatamente perché, per dirla in termini non cibernetici, lo schermo diventa un emerito casino, con talmente tanti colori che nemmeno il salvaschermo più aggiornato ha previsto, poi musica (senza offendere i lettori) di ogni tipo. Chiaramente vi state domandando cos’è successo al computer e, già che ci siamo, che non ci siano spie e intercettazioni, e in quel mentre, tatàn, parole, tante parole, che dopo che si sono sistemate riuscite a leggere:

La Sexta“.- Nome con il quale gli zapatisti dell’EZLN si riferiscono alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e/o a chi aderisce a detta dichiarazione. Nome con il quale si autodefinisce un piccolo, molto piccolo, piccolissimo, infimo, gruppo di uomini, donne, bambini, anziani ed altr@ che resistono e lottano contro il capitalismo e si propone di fare un mondo migliore, non perfetto, ma migliore.  Nome con il quale si designa gente sporca, brutta, cattiva, villana e ribelle che vuole costruire un altro modo di fare politica (cioè, che pisciano controvento perché per questo non esiste finanziamento, né incarichi, né prestigio socialmente riconosciuto). Nome con il quale si identifica un numero indeterminato ma disprezzabile di persone e gruppi che si sentono convocati ma non subordinati dagli zapatisti, mantengono la propria autonomia, il proprio calendario e la propria geografia (la maggioranza non è soggetto di credito, pertanto sono perfettamente prescindibili). Ho già detto che sono sporchi, brutti, cattivi, rozzi? Ah, è che lo sono davvero.  Per “zapatisti”, vedere anche “scarpe”, “pantofole”, “calzolai”, “ribelli”, “fastidiosi”, “molesti”, “inutili”, “irriverenti”, “senza tessera elettore”, “non nati”, “volgari, soprattutto volgari”, “sì, anche sporchi, brutti e cattivi”.

P.S. SULLA CITATA (in più di un senso) PASSWORD:

Compas della Sexta e non della Sexta: Ho ricevuto un numero imprecisato (è più elegante che scrivere “un casino”) di messaggi riguardanti la password. Fermi tutti che vi spiego:

Come avete potuto vedere, la nostra pagina scade al settimo click di tentativo. Potrei unirmi alle teorie del complotto e giustificarci con un attacco cibernetico del villano di turno, del supremo governo, del pentagono, del MI6, della DGSE, la CIA o del KGB (non c’è più il KGB? Ecco, avete la prova che siamo nella preistoria), ma la verità è che abbiamo un server, molto alternativo, che funziona a pozol e, quando abbiamo detto ai compas incaricati, “datelo al server”, se lo sono bevuti loro il pozol e non ne è rimasto altro per il server. Ma abbiamo visto che ci sono compas che conoscono queste cose ed hanno i propri media liberi, blogs, pagine web, etc. E sono quelli che catturano gli scritti e, a volte, anche i video. I video sono molto importanti nei testi, tanto che li prepariamo nello stesso modo ed anche meglio delle parole. Per questo li mettiamo nella pagina elettronica “Enalce Zapatista”, perché la sola parola viene meglio se è accompagnata da musica e video che completano la parola, come se fosse un poscritto molto postmoderno, molto di queste parti. Bene, ma stavo dicendo che que@ compas dei media liberi e libertari, gruppi, collettivi, individui, catturano quello che diciamo e lo lanciano più lontano ed in molte parti.

Allora abbiamo fatto delle prove. Sappiamo che per que@ compas non c’è password che tenga e, anche se non sanno qual’è, provano e riprovano e zac!, ecco che leggono il testo. Ed abbiamo pensato, che cosa succede se, per dire, i malgoverni ci oscurano la parola ed i media prezzolati ci puniscono con il loro disprezzo? L’hanno già fatto altre volte, per questo c’è gente che ci dà e ci dà con la litania del perché stavamo in silenzio, e perché fino adesso e bla, bla, bla. Allora abbiamo pensato che se ci oscurano, se questi compas catturano la nostra parola la soffieranno ad altri. Perché a noi interessano come interlocutori anche coloro che si informano attraverso di loro. Allora abbiamo pensato, proviamo se i compas che stanno là, soprattutto quelli che non sanno ancora che sono i nostri compas (nemmeno noi lo sappiamo, ma non è questo l’argomento) bussano per sapere di noi: che cosa fanno? ne cercano altri? o cosa. E questo abbiamo fatto. E questo abbiamo visto: perché quei compas cibernetici hanno beccato o aggirato subito la password ed immediatamente hanno lanciato il testo completo, in maggioranza con video e tutto. (…). Ok, ok, ora sapete, compas, che se non riuscite ad entrare nella pagina web, cercate nelle pagine degli altri compas. Ed a quei compas liberi e/o libertari dei media, blog, pagine, o come si chiamino, davvero, di cuore: grazie. Credetemi quando vi dico che (ne abbiamo passate tante) non è facile per noi, gli zapatisti, le zapatiste, dire questa parola. Perché noi pesiamo molto le parole, tanto che abbiamo fatto una guerra per esse.

Ogni tanto ci saranno parti con password, ma sarà per cose molto concrete e per non annoiare le persone con argomenti che forse non interessano, a quelli della Sexta forse sì, ma non a tutt@, a molto poch@. Per esempio: un invito che per agosto di quest’anno del 2013, quando le Giunte di Buon Governo zapatiste compiranno 10 anni di autonomia libertaria; e che ci sarà una piccola festa nelle comunità zapatiste; e che per quella data pioverà molto, e che qua, oltre alla dignità, la cosa che abbonda è il fango, cosicché quelli che verranno si portino il necessario per non ritrovarsi del colore della terra. Bene, queste cose, compas, lo metteremo con password, perché alla maggioranza non interessa quest’informazione, solo a quell@ della Sexta e a qualche invitat@. E’ così. (…).

D’accordo. Salute e, davvero, scriveteci e leggeremo tutto quello che scriverete, sia positivo che negativo, da ogni parte. Perché sappiamo che il mondo è molto grande, che ha molti mondi, e che l’unanimità esiste solo per le teste dei fascisti di tutto lo spettro politico che vogliono imporre la loro omogeneità.

Da un qualunque angolo di ogni mondo.
SupMarcos
Gennaio 2013

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Ascolta e guarda i video che accompagnano questo testo: LINK

(Traduzione “Maribel” – bergamo)

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La Jornada – Lunedì 28 gennaio 2013

Il tribunale di Simojovel può riparare all’ingiustizia di 7 anni

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 27 gennaio. Cresce la richiesta di assoluzione e liberazione di Rosario Díaz Méndez, aderente della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e membro della Voz del Amate, attualmente detenuto nella prigione statale del municipio di San Cristóbal. La soluzione del suo caso ha avuto molti ritardi. Ora esiste una nuova opportunità di rendergli giustizia dopo quasi otto anni di privazione della libertà. 

Per questo, 37 collettivi ed organizzazioni di diversi paesi e vari stati della Repubblica hanno chiesto al tribunale di prima istanza di Simojovel de Allende ed al governo del Chiapas di emettere sentenza di assoluzione per Díaz Méndez riguardo al reato a lui imputato di omicidio.

Dal 10 gennaio, quando si è celebrata l’udienza nel tribunale di Simojovel, decorre un termine di 15 giorni perché venga emessa una nuova sentenza su Díaz Méndez, accusato di un omicidio che non ha mai commesso. Questo, in relazione ai fatti avvenuti il 4 aprile del 2005, quando cinque persone che in auto si dirigevano nel municipio di Huitiupán furono assaltate da quattro individui armati. L’autista morì ed il 23 agosto 2005 Díaz Méndez fu arrestato con l’accusa di aver partecipato all’omicidio. 

Le organizzazioni sostengono: È imprigionato con un’accusa basata su prove insufficienti o fabbricate dal Pubblico Ministero. Secondo le testimonianze raccolte dalle autorità di giustizia, non esiste alcuna prova che confermi la sua colpevolezza.

Come ha già fatto la difesa del detenuto tzotzil, le organizzazioni solidali citano le prove a carico e discarico. Rosario Díaz Méndez si è sempre dichiarato innocente, perché al momento dei fatti si trovava a Playa del Carmen, in Quintana Roo, a lavorare come muratore insieme a due dei suoi figli che sostengono questa versione. I quattro testimoni oculari, vittime dell’assalto, hanno dichiarato di aver visto quattro uomini armati, descrivendo con dettaglio l’evento. Questi testimoni in nessun momento dicono chi erano quegli assalitori, e nessuno di loro ha mai detto di aver visto Rosario partecipare al delitto. Quando nel 2008 c’è stato un confronto con i testimoni, questi non lo hanno riconosciuto come uno degli aggressori, riferisce l’ingiunzione ai giudici.

L’agente del Pubblico Ministero Pubblico si è basato sulla testimonianza di una presunta testimone che nel 2005 ha dichiarato di avere visto i fatti e riconosciuto gli aggressori includendo Díaz Méndez. Tuttavia, il confronto avvenuto il 19 gennaio 2011 tra l’imputato e questo testimone a caricoha dimostrato che questa testimonianza era stata montata dalle autorità, perché il testimone non ha confermato la dichiarazione fatta al pubblico ministero, né riconosce la sua firma né le sue impronte sul documento. Quando la polizia lo catturò nel 2005, Díaz Méndez subì la tortura e multiple violazioni dei suoi diritti umani. 

I collettivi e le organizzazioni ritengono evidente che non ci sono motivi per dichiararlo colpevole, perché non esistono prove sufficienti alla sua condanna. Dunque, il tribunale di Simojovel ha nelle sue mani la possibilità di mettere fine ad un’ingiustizia che dura da oltre 7 anni. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/28/politica/018n1pol

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LORO E NOI

V – LA SEXTA

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

Gennaio 2013

Per: le/i compagn@ aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona in tutto il mondo.

Da: Le zapatiste, gli zapatisti del Chiapas, Messico.

Compagne, compagni e compañeroas:

Compas della Rete contra la Repressione e per la Solidarietà:

Le donne, gli uomini, i bambini e gli anziani dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, i più piccoli tra i vostri compagni, vi mandano il loro saluto.

Abbiamo deciso che la nostra prima parola particolarmente rivolta a@ nostr@ compagn@ della Sesta, sia resa nota in uno spazio di lotta, come lo è quello della Rete Contro la Repressione e per la Solidarietà.  Ma le parole, i sentimenti ed i pensieri che qui si scorgono hanno come destinatario anche chi non è presente.  Sono, soprattutto, per loro.

-*-

Ringraziamo per l’appoggio che avete dato per tutto questo tempo alle nostre comunità, ai nostri compagni basi di appoggio zapatiste ed ai compas aderenti detenuti in Chiapas.

Nel nostro cuore sono custodite le vostre parole di incoraggiamento e la mano collettiva che si è stretta alla nostra.

Siamo sicuri che uno dei punti da trattare nella vostra riunione sarà, o è già stato, quello di lanciare una grande campagna in appoggio al compa Kuy, per denunciare l’aggressione di cui è stato oggetto e chiedere giustizia per lui e per tutti quelli feriti in quell’occasione, e per chiedere la liberazione immediata di tutti gli arrestati a Città del Messico e a Guadalajara in occasione delle proteste contro l’imposizione di Enrique Peña Nieto quale titolare dell’esecutivo federale.

Non solo, ma è importante anche che quella campagna contempli di chiedere fondi per appoggiare il compa Kuy per le spese di ospedalizzazione e di riabilitazione che le zapatiste e gli zapatisti augurano avvenga presto.

Per appoggiare questa campagna di fondi, stiamo mandando una piccola somma di denaro.  Vi chiediamo che, benché piccola, la sommiate a quella che raccoglierete per il nostro compagno di lotta.  Quando potremo raccoglierne di più, faremo arrivare il nostro contributo a chi nominerete per questo compito.

-*-

Approfittiamo di questa riunione non solo per salutare il vostro impegno, ma anche e soprattutto, per salutare, attraverso voi, tutti i compas in Messico e nel mondo che si sono mantenuti fermi in questo nodo che ci unisce e che chiamiamo la Sesta. 

  Sappiate che è stato un onore avervi come compañeroas.  

  Può sembrare un addio, ma non lo è.  Significa solo che abbiamo dato per conclusa una tappa nel percorso della Sesta, e che pensiamo che bisogna compiere un altro passo.  

  Non sono stati pochi i dispiaceri che abbiamo sofferto, a volte insieme, a volte singolarmente, ognuno nella propria geografia. 

  Ora vogliamo spiegarvi ed informarvi di alcuni cambiamenti che faremo nel nostro percorso sul quale, se siete d’accordo e ci accompagnerete, ritorneremo, ma in un altro modo rispetto al lungo elenco di sofferenze e speranze che prima si è chiamato L’Altra Campagna in Messico e la Zezta Internazional nel mondo, e che ora sarà semplicemente La Sexta.  Ora andremo più in là, fino a… 

Il Tempo del No, il Tempo del . 

Compagne, compagni: 

  Definito chi siamo, la nostra storia passata e attuale, il nostro posto ed il nemico che ci troviamo di fronte, com’è plasmato nella Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, resta ancora in sospeso definire perché lottiamo. 

  Definiti i “no“, bisogna delineare i ““. 

  Non solo, mancano anche altre risposte ai “come“, “quando“, “con chi“. 

  Tutti voi sapete che il nostro pensiero non è quello di costruire una grande organizzazione con un centro che dirige, un comando centralizzato, un capo, individuo o in collegiale.  

  La nostra analisi del sistema dominante, del suo funzionamento, delle sue forze e debolezze, ci ha portato a dire che l’unità di azione può esserci se si rispettano quelli che noi chiamiamo “i modi” di ognuno. 

  I “i modi” non sono altro che le conoscenze che ognuno di noi, individualmente o collettivamente, possiede della sua geografia e calendario.  Cioè, le sue sofferenze e le sue lotte.  

  Noi siamo convinti che ogni tentativo di omogeneità non è altro che un tentativo fascista di dominazione, anche se si nasconde dietro un linguaggio rivoluzionario, esoterico, religioso o simile. 

  Quando si parla di “unità”, si omette di dire che questa “unità” è sotto la direzione di qualcuno o qualcosa, individuale o collettivo.  

  Sul falso altare della “unità” non si sacrificano solo le differenze, si nasconde anche la sopravvivenza di tutti i piccoli mondi di tirannie e ingiustizie in cui viviamo.  

  Nella nostra storia, la lezione si ripete continuamente.  E in ogni angolo di mondo, per noi il posto è sempre quello dell’oppresso, del disprezzato, dello sfruttato, del derubato.  

  Quelle che chiamiamo le “4 ruote del capitalismo”: sfruttamento, furto, repressione e disprezzo, si sono ripetute per tutta la nostra storia, con differenti nomi dati sopra, ma sotto ci siamo sempre noi. 

  Ma l’attuale sistema è arrivato ad uno stadio di follia estrema.  Il suo affanno predatore, il suo disprezzo assoluto per la vita, il suo diletto per la morte e la distruzione, il suo impegno nell’instaurare l’apartheid per tutti i diversi, cioè, tutti quelli di sotto, sta portando l’umanità alla sua scomparsa come forma di vita sul pianeta.  

  Come qualcuno potrebbe consigliare, possiamo aspettare pazientemente che quelli di sopra finiscano per autodistruggersi, senza pensare che la loro insana superbia porta alla distruzione di tutto. 

  Nella loro smania di stare sempre più in alto, minano le fondamenta. L’edificio, il mondo, finirà per collassare e non ci sarà chi incolpare come responsabile.  

  Noi pensiamo che qualcosa sta andando male, molto male.  Ma che se, per salvare l’umanità e la malconcia casa in cui vive, qualcuno deve andarsene, questo devono essere quelli di sopra.  

  E non ci riferiamo solo alle persone che stanno sopra.  Parliamo di distruggere le relazioni sociali che fanno sì che qualcuno stia sopra a costo di qualcuno che sta sotto.  

  Noi zapatisti e zapatiste sappiamo che linea che abbiamo tracciato sulla geografia del mondo non è per niente un classico.  Questo “sopra” e “sotto” dà fastidio, imbarazza e irrita.  Sì, non è la sola cosa che irrita, lo sappiamo, ma ora ci stiamo riferendo a questo fastidio. 

  Possiamo sbagliarci.  Sicuramente ci sbagliamo. Arriveranno i poliziotti e i commissari del pensiero per giudicarci, condannarci ed eseguire l’esecuzione… magari solo nei loro brillanti scritti e non nascondano la loro vocazione di boia dietro quella di giudici.  

  Ma è così che noi zapatiste e zapatisti vediamo il mondo ed i suoi modi:  

  C’è machismo, patriarcato, misoginia, ecc., ma una cosa è essere donna di sopra ed un’altra completamente differente esserlo di sotto.  

  C’è omofobia, ma una cosa è essere omosessuale di sopra ed una molto diversa è esserlo di sotto. 

  C’è disprezzo per il diverso, ma una cosa è essere diverso sopra, ed un’altra è esserlo sotto.  

  C’è la sinistra come alternativa alla destra, ma una cosa è essere di sinistra sopra e un’altra cosa completamente diversa, ed opposta, aggiungiamo noi, esserlo sotto. 

  Ponete la vostra identità in questo parametro e ve ne renderete conto.  

  L’identità più fasulla, di moda ogni volta che lo Stato moderno entra in crisi, è quella di “cittadinanza”. 

  Il “cittadino” di sopra ed il “cittadino” di sotto non hanno niente in comune ma tutto all’opposto e in contrapposizione. 

  Le diversità sono perseguite, emarginate, ignorate, disprezzate, soffocate, derubate e sfruttate.  

  Ma noi vediamo una differenza più grande che attraversa queste diversità: il sopra e il sotto, quelli che hanno e quelli che non hanno.  

  E vediamo che questa differenza ha qualcosa di sostanziale: quello che sta sopra, sta sopra a quello che sta sotto; quello che ha, possiede perché deruba quelli che non hanno. 

  Sempre secondo noi, il sopra e sotto determina i nostri obiettivi, le nostre parole, i nostri ascolti, i nostri passi, i nostri dolori e le nostre lotte. 

Forse ci sarà un’altra opportunità per spiegare meglio il nostro pensiero al riguardo.  Per ora diremo solo che obiettivi, parole, ascolti e passi di sopra tendono alla conservazione di questa divisione. Chiaramente questo non implica immobilismo. Il conservatorismo sembra essere molto lontano da un sistema che scopre altre e migliori forme di imporre le 4 ferite che il mondo di sotto subisce. Ma queste “modernizzazioni” o “progressi” non hanno altro obiettivo che quello di conservare sopra quelli che stanno sopra, nell’unico modo in cui ciò è possibile, cioè, sopra quelli che stanno sotto. 

  L’obiettivo, la parola, l’ascolto ed i passi di sotto, secondo noi, sono determinati dalla domanda: Perché così?  Perché loro? Perché noi?   

  Per dare risposte a queste domande, o per evitare che le facciamo, si sono costruite cattedrali gigantesche di idee, alcune più o meno elaborate, il più delle volte tanto grottesche che non solo stupisce che qualcuno le abbia elaborate e qualcun’altro ci creda, ma che anche si siano costruite università e centri di studio e analisi sostenute da esse.  

  Ma c’è sempre un guastafeste che rovina la festa al culmine della storia. 

  E risponde a queste domande con un’altra: “potrebbe essere altrimenti?”  

  Forse questa domanda potrebbe essere quella che scatena la ribellione nella sua accezione più ampia.  E può esserlo perché c’è un “no” che l’ha partorita: non deve per forza essere così.  

  Scusate se questa confusa circonvoluzione vi ha irritato. Attribuitela al nostro modo di fare, o ai nostri usi e costumi.  

  Quello che vogliamo dire, compagne, compagni, compañeroas, è che quello che ci ha convocato nella Sesta è stato quel “no” ribelle, eretico, rozzo, irriverente, fastidioso, scomodo. 

  Siamo arrivati qua perché le nostre realtà, le nostre storie, le nostre ribellioni ci hanno portato a quel “ non deve per forza essere così”..

 

  Intuitivamente o riflettendo, abbiamo risposto “sì” alla domanda “potrebbe essere altrimenti?”  

  Bisogna rispondere alle domande che si affollano dopo questo “sì”:  

  Com’è quest’altra maniera, quest’altro mondo, quest’altra società che immaginiamo, che vogliamo, di cui abbiamo bisogno?  

  Che cosa bisogna fare?  

  Con chi? 

  Dobbiamo cercare le risposte a queste domande se non le abbiamo.  E se le abbiamo, dobbiamo farle conoscere tra di noi. 

-*- 

  In questa nuova tappa, ma nello stesso tracciato della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, come zapatisti cercheremo di mettere in pratica qualcosa di quello che abbiamo imparato in questi 7 anni e faremo cambiamenti nel ritmo e nella velocità del passo, sì, ma anche nella compagnia.  

  Voi sapete che uno dei molti e grandi difetti che abbiamo noi zapatiste e zapatisti è la memoria.  Ricordiamo chi c’era quando e dove, che cosa ha detto, che cosa ha fatto, che cosa non ha detto, che cosa ha disfatto, che cosa ha scritto, che cosa ha cancellato.  Ricordiamo i calendari e le geografie. 

  Non fraintendeteci.  Non giudichiamo nessun@, ognuno si costruisce come può il suo alibi per quello che fa e disfà. Il lento corso della storia dirà se è stato un bene o un errore.  

  Da parte nostra, vi abbiamo guardato, vi abbiamo ascoltato, da tutt@ abbiamo imparato. 

  Abbiamo visto quelli che si sono avvicinati solo per trarre un proprio vantaggio politico dall’Altra Campagna, che saltellano da una mobilitazione all’altra, sedotti dalle masse, colmando così la loro incapacità di generare qualcosa da soli. Un giorno sono anti-elettorali, un altro dispiegano le loro bandiere nella mobilitazione di moda; un giorno sono maestri, un altro studenti; un giorno sono indigenisti, il giorno seguente si alleano con finqueros e paramilitari. Incitano il fuoco giustiziere delle masse e poi spariscono quando arrivano i getti d’acqua dei blindati antisommossa. 

  Non torneremo a camminare con loro. 

  Abbiamo visto quelli che arrivano quando ci sono i palchi, i dibattiti, la stampa, l’attenzione, e spariscono quando c’è bisogno di lavorare in silenzio ma necessariamente, come sa bene la maggioranza di chi ascolta o legge questa lettera. In tutto questo tempo il nostro sguardo e il nostro ascolto non sono stati per chi stava sul palco, ma per chi l’ha montato, per quelli che hanno preparato il cibo, spazzato, accudito, organizzato, volantinato, si sono fatti il mazzo, come si dice qua. Abbiamo anche visto ed ascoltato chi si è approfittato degli altri. 

  Non torneremo a camminare con loro. 

  Abbiamo visto i professionisti delle assemblee, le loro tecniche e tattiche per mandare a monte le riunioni in modo che solo loro, e chi li segue, rimangano per approvare le loro proposte. Distribuiscono sconfitte dove arrivano a dirigere tavoli di discussione, mettendo all’angolo i “piccoli borghesi” che non capiscono che all’ordine del giorno si gioca il futuro della rivoluzione mondiale. Quelli che guardano male qualunque movimento che non finisca in un’assemblea condotta da loro. 

  Non torneremo a camminare con loro. 

  Abbiamo visto quelli che si presentano come attivisti per la libertà dei detenuti negli eventi e durante le campagne, ma che ci hanno chiesto di abbandonare gli arrestati ad Atenco e continuare il percorso dell’Altra Campagna perché ormai avevano programmato la loro strategia e gli eventi. 

  Non torneremo a camminare con loro.

-*-

La Sesta è un’iniziativa zapatista. Convocare non è unire. Non pretendiamo di unire sotto una direzione, né zapatista né di qualunque altra filiazione. Non vogliamo cooptare, reclutare, sostituire, dimostrare, simulare, ingannare, dirigere, subordinare, usare. La destinazione è la stessa, ma la differenza, l’eterogeneità, l’autonomia dei modi di procedere sono la ricchezza della Sexta, sono la sua forza. Garantiamo e garantiremo rispetto, e chiediamo e chiederemo rispetto.  Alla Sexta si aderisce senz’altro requisito che il “no” che ci convoca e l’impegno di costruire i “sì” necessari.

-*-

Compañeroas, compagni, compagne: 

  Da parte dell’EZLN vi diciamo:  

1.- Per l’EZLN non ci saranno più una Altra Campagna nazionale ed una Zezta Internazional. A partire da adesso cammineremo insieme a quelli che invitiamo e ci accettano come compas, dalla costa del Chiapas fino alla Nuova Zelanda. 

  Quindi il territorio della nostra azione ora è chiaramente delimitato: il pianeta chiamato “Terra”, ubicato nel cosiddetto Sistema Solare.  

  Saremo ora quello che siamo: “La Sexta”. 

2.- Per l’EZLN, essere della Sexta non richiede iscrizione, quota, originale e/o copia di un documento d’identità, rendiconti, stare al posto del giudice, o della giuria, o dell’accusato, o del boia. Non ci sono bandiere. Ci sono impegni e conseguenze derivanti da questi impegni. Ci convocano i “no”, ci muove la costruzione dei “sì”. 

2.- Chi, con la ricomparsa dell’EZLN si aspettava una nuova stagione di palchi e grandi concentramenti, e le masse affacciate al futuro, e l’equivalente degli assalti al palazzo d’inverno, sarà deluso. È meglio che se ne vada subito. Non perda tempo, e non ci faccia perdere tempo. Il camminare della Sexta è di lungo respiro, non per nani del pensiero. Per azioni “storiche” e “congiunturali” ci sono altri spazi dove sicuramente troverà posto. Noi non vogliamo solo cambiare governo, vogliamo cambiare il mondo. 

3.- Ratifichiamo che come EZLN non ci alleeremo con nessun movimento elettorale in Messico. La nostra concezione è stata chiara nella Sesta e non c’è variazione. Comprendiamo che ci sia chi pensa che è possibile trasformare dall’alto le cose senza diventare uno in più di quelli di sopra. 

4.- La nostra parola con le proposte di iniziative organizzative, politiche e di diffusione sarà ESCLUSIVAMENTE per chi ce lo chiede e che accettiamo, ed inviate per posta elettronica agli indirizzi che abbiamo. Apparirà anche nella pagina di Enlace Zapatista, ma si potrà accedere al contenuto completo solo tramite una password che cambierà continuamente. Faremo arrivare questa password in qualche modo, ma sarà facile da dedurre per chi legge con attenzione quello che scriviamo e per chi ha imparato a decifrare i sentimenti che si fanno lettere nella nostra parola. 

  Ogni individuo, gruppo, collettivo, organizzazione o come ognuno si chiami, ha il diritto e la libertà di passare questa informazione a chi crede opportuno. Tutt@ aderenti alla Sexta avranno il potere di aprire la finestra della nostra parola e della nostra realtà a chi desidera. La finestra, non la porta. 

5.- L’EZLN vi chiede la pazienza di aspettare di conoscere le iniziative che per 7 anni abbiamo maturato, ed il cui principale obiettivo sarà quello di restare in contatto diretto con le basi di appoggio zapatiste nella forma in cui, nella mia umile opinione e lunga esperienza, è meglio, cioè: come alunni. 

6.- Per ora vi anticipiamo solo che chi può e voglia, e che sarà invitato espressamente dalla Sexta-EZLN, metta insieme i soldi per poter viaggiare in terre zapatiste in date da precisare. Più avanti forniremo ulteriori dettagli. 

Per chiudere questa missiva (che, com’è evidente, ha lo svantaggio di non essere accompagnata e completata da un video o una canzone), mandiamo il migliore dei nostri abbracci (e ne abbiamo uno solo) agli uomini, donne, bambini ed anziani, gruppi, organizzazioni, movimenti, o come ognuno voglia definirsi, che in tutto questo tempo non ci hanno allontanato dai loro cuori, hanno resistito e ci hanno appoggiato come compagne, compagni e compañeroas.

Compas:

Siamo la Sesta.

Ci costerà caro.

Non sarà di meno il nostro dolore nell’aprirci a quelli che soffrono nel mondo. La strada sarà più tortuosa.

Combatteremo.

Resisteremo.

Lotteremo.

Forse moriremo.

Ma sempre, una, dieci, cento, mille volte vinceremo sempre.

 

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale

dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

La Sexta-EZLN

Subcomandante Insurgente Marcos

Chiapas, Messico, Pianeta Terra

Gennaio 2013

 P.S.- Per esempio, la password per leggere questo messaggio è, come risulta evidente, “marichiweu“, in minuscolo e partendo da sinistra. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/26/ellos-y-nosotros-v-la-sexta-2/

 (Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Sabato 27 gennaio 2013

Francisco Sántiz López è libero

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 25 gennaio. Francisco Sántiz López, base di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), è uscito questo pomeriggio dal carcere di San Cristóbal per insufficienza di prove dopo 13 mesi e mezzo di prigione. 

Padre di otto figli e nonno di 12, contadino e commerciante tzeltal che milita nelle basi zapatiste da più di 20 anni, appena uscito dal carcere ha dichiarato: Continueremo a seguire la lotta nell’EZLN, a seguire la strada, vinceremo.

La richiesta della sua liberazione aveva suscitato un movimento internazionale di solidarietà in circa 30 paesi che hanno manifestato per tutto il 2012 in piazze pubbliche e di fronte a consolati ed ambasciate del Messico nei cinque continenti. In queste mobilitazioni è stata chiesta anche la liberazione di Alberto Patishtán Gómez, aderente dell’Altra Campagna chè è in prigione dal 2000. (….)

La liberazione del civile zapatista è stata accelerata ieri quando il magistrato Leonel Jesús Hidalgo ha ordinato di risolvere in 24 ore la sua situazione giuridica, considerando che non sono state considerate tutte le prove esistenti a beneficio di Sántiz López che indicano che non partecipò agli eventi che gli sono imputati. (….)

http://www.jornada.unam.mx/2013/01/26/politica/019n1pol

 

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LORO E NOI IV

LORO E NOI

IV – Le sofferenze del basso

Gennaio 2013

Quante volte una pattuglia ci ha fermato per strada per il reato di “avere una faccia” sospetta o una cresta e dopo un po’ di botte ci hanno derubato e poi lasciato andare?

“Repressione e Criminalizzazione”, Cruz Negra Anarquista-México. Gennaio/2013

– E i giovani che ora vedono in te un eroe e l’esempio di una persona che è stata ingiustamente punita da un sistema repressore? –

– Eroe, no. Eroe è ognuno di quei giovani che escono ogni giorno in strada ad organizzarsi per cambiare questa società ingiusta e questo sistema economico, politico. E si organizzano, si difendono… Non temano, la paura sarà dall’altra parte –

Alfonso Fernández, detenuto secondo il 14N, nello Stato Spagnolo,
intervistato da Shangay Lily, per Kaos en la Red. gennaio 2013

“È necessario un nemico per dare al popolo una speranza. (…) Ora, il sentimento dell’identità si fonda sull’odio verso chi non è uguale. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. È necessario avere chi odiare per trovare giustificazione della propria miseria. Sempre. L’odio è la vera passione primordiale.”

Umberto Eco. Il Cimitero di Praga.

Dove e quando comincia la violenza?

Vediamo.

Di fronte allo specchio, in qualunque calendario e in qualunque geografia… 

Immagina di essere diverso dalla gente comune. 

Immagina di essere molto altro. 

Immagina di avere un certo colore della pelle o dei capelli. 

Immagina di essere disprezzato e umiliato e perseguitato e imprigionato e ucciso

per questo motivo, per essere diverso. 

Immagina che da quando nasci, tutto il sistema ti dice e ti ripete che sei strano, anormale, malato, che devi pentirti di quello che sei e che, dopo averlo attribuito alla sfortuna e/o alla giustizia divina, devi fare tutto

quanto possibile per modificare questo “difetto di fabbrica”.  

/ Bene, vede, abbiamo proprio un prodotto che fa semplicemente m-e-r-a-v-i-g-l-i-e per i difetti congeniti. Questo pensiero la solleva dalla ribellione e da quel fastidioso lamentarsi sempre di tutto. Questa crema le cambia il colore della pelle. Questa tintura per capelli le dà la tonalità di moda. Questo corso di “come farsi gli amc@ ed essere popolare nella rete” le fornisce quello che serve per essere una persona moderna. Questo trattamento le restituirà la giovinezza. Questo dvd le mostrerà come comportarsi a tavola, per strada, sul lavoro, al letto, nelle aggressioni illegali (ladri), nelle aggressioni legali (banche, governanti, elezioni, imprese legalmente riconosciute), nelle riunioni sociali… come? Oh, non la invitano alle riunioni sociali?… ok, le dice anche come farsi invitare. Infine, da qui conoscerà il segreto di come vincere nella vita. Avrà più follower in twitter di Lady Gaga e yustin biber! Include una maschera a sua scelta. Ne abbiamo di ogni tipo! Anche quella di CSG ok, ok, ok, questo è stato un brutto esempio, ma ne abbiamo una per ogni necessità. Non la guarderanno più schifati! Non le diranno più rozz@, indi@, plebeo, negr@, región 4, zombie, filozapatista! /

Immagina che, nonostante tutti i tuoi sforzi e buone azioni, non riesci a nascondere il suo colore della pelle o dei capelli. 

Ora immagina che si lanca una campagna per eliminare tutt@ quelli come te. 

Non è che ci sarà un evento per dare inizio a questa campagna, o una legge che lo stabilisca, ma ti accorgi che tutto il sistema comincia a rivolgersi contro di te e contro chi è come te. Tutta la società trasformata in una macchina il cui scopo principale è annichilirti. 

Dapprima ci sono sguardi di disapprovazione, schifo, disprezzo. Seguono gli insulti, le aggressioni. Poi ci sono arresti, deportazioni, prigioni. Quindi morti qua e là, uccisioni legali e illegali. Infine, la vera campagna, la macchina in tutta la sua capacità, per far sparire te e tutt@ quell@ come te. L’identità di chi forma la società si regge sull’odio verso di te. La tua colpa? Essere diverso.

-*-

Ancora non lo vedi?

Ok, immagina dunque di essere… (coniuga al maschile, al femminile o altro, secondo il caso).

Un indigeno in un paese dominato da stranieri. Una squadra di elicotteri militari si dirige sulle tue terre. La stampa dirà che l’occupazione del parco eolico impediva la diminuzione dell’inquinamento o che la selva veniva distrutta. “Lo sgombero era necessario per ridurre il riscaldamento globale del pianeta”, segretario di governo.

Un nero in una nazione dominata da bianchi. Un giudice WASP emette la sentenza. La giuria ti ha dichiarato colpevole. Tra le prove presentate dalla procura c’è un’analisi della pigmentazione della tua pelle.

Un ebreo nella Germania nazista. L’ufficiale della Gestapo ti guarda fisso. Il giorno dopo nel rapporto si dirà che la razza umana è stata depurata.

Un palestinese nella Palestina attuale. Il missile dell’esercito israeliano punta sulla scuola, l’ospedale, il quartiere, la casa. Domani i media diranno che si sono abbattuti su obiettivi militari.

Un immigrato dall’altra parte di qualsiasi frontiera. Si avvicina una pattuglia della migra. Il giorno dopo non apparirà niente nei notiziari.

Un prete, una suora, un laico che ha optato per i poveri, in mezzo all’opulenza del Vaticano. Il discorso del Cardinale si rivolge contro chi si immischia nelle cose terrene.

Un venditore ambulante in un centro commerciale esclusivo in una zona residenziale esclusiva. Il furgone della celere staziona. “Difendiamo il libero commercio”, dichiarerà il delegato governativo.

Una donna sola, di giorno o di notte, su un mezzo pubblico pieno di uomini. Una piccola variazione nella percentuale di “violenza di genere”. L’agente di polizia dirà: “è che sono loro a provocare.” 

Un gay solo, di giorno o di notte, su un mezzo pubblico pieno di maschi. Una minima variazione nella percentuale di “violenza omofobica”.

Una lavoratrice del sesso in una strada isolata… si avvicina una pattuglia. “Il governo combatte con efficienza la tratta delle bianche” dirà la stampa.

Un punk, un rasta, uno skater, un cholo, un metallaro, per strada, di notte… si avvicina un’altra pattuglia. “Vogliamo inibire le condotte asociali e il vandalismo”, capo di governo. 

Un grafittaro mentre “scrive” nel World Trade Center… si avvicina un’altra pattuglia. “Faremo tutto il necessario per avere una città bella e attraente per il turismo”, qualsiasi funzionario.

Un comunista in una riunione del partito fascista di destra. “Siamo contro i totalitarismi che tanto danno hanno fatto nel mondo”, il presidente del partito.

Un anarchico in una riunione del partito comunista. “Siamo contro le deviazioni piccolo-borghesi che tanto danno hanno fatto alla rivoluzione mondiale”, il segretario generale del partito.

Un programma del notiziario “31 minutos” nella striscia informativa della CNN. Tulio Triviño e Juan Carlos Bodoque si guardano sconcertati, non dicono niente.

Un gruppo musicale alternativo che cerca di vendere il suo disco ad un concerto di Lady Gaga, Madonna, Justin Bieber, o chiunque altro. La folla si avvicina. I fan gridano arrabbiati.

Un’artista che danza fuori dal grande centro culturale (sì-di-gala-solo-su-invito-spiacenti-signorina-lei-sta-disturbando) dove si sta esibendo il balletto del Bolshoi. La Sicurezza procede a ristabilire la tranquillità.

Un anziano in una riunione presieduta dal ministro giapponese delle finanze Tarò Asó (ha studiato a Stanford e poco tempo fa ha chiesto agli anziani di “sbrigarsi a morire” perché costa molto che continuino a vivere). Altri tagli alla spesa sociale.

Un Anonymus che critica il “copyright” in una riunione degli azionisti di Microsoft-Apple. “Un pericoloso hacker dietro le sbarre“, tuonano i media.

Un giovane Mapuche che in Chile reclama il territorio dei suoi antenati mentre arrivano i blindati e il verde minaccioso dei carabineros. La pallottola che lo ferirà mortalmente alla schiena resterà impunita.

Un ragazzo e/o studente o disoccupato ad un posto di blocco dell’esercito-polizia-guardia civilcarabineros. L’ultima cosa che ha sentito “Sparate!

Un comunero nahua negli uffici di una multinazionale. Uomini in divisa lo sequestrano. “Stiamo indagando”, i rispettivi govierni.

Un dissidente di fronte ai muri di grigio metallo, mentre dall’altra parte della frontiera la classe politica messicana ingoia il rospo di una nuova imposizione. Riceve il colpo di una pallottola di gomma che gli fa perdere un occhio o gli rompe il cranio. “Ci appelliamo all’unità nazionale per il bene del paese. E’ ora di lasciarci dietro le controversie”, prime pagine dei notiziari.

Un contadino di fronte a un esercito di avvocati e poliziotti che si sente dire che la terra che coltiva, dove sono nati e cresciuti i suoi genitori, i suoi nonni, i suoi trisnonni, e così fino a che il tempo si confonde, ora è di proprietà di un’impresa immobiliare e che sta derubando i poveri impresari di qualcosa che legalmente appartiene loro. La prigione.

Un oppositore alla frode elettorale che vede assolti i 40 ladroni e i loro leccapiedi. La beffa: “bisogna voltare pagina e guardare avanti”.

Un uomo o una donna che vanno a vedere il motivo del baccano e improvvisamente sono “incapsulati” dalle forze dell’ordine. Mentre ti spintonano, picchiano e prendono a calci per portarti sul blindato, riesci a vedere che le telecamere di un noto canale televisivo sono puntate dall’altra parte.

Un indigeno zapatista nelle prigioni del malgoverno (PRI-PAN-PRD-PT-MC) da molti anni. Legge sul giornale: “Perché l’EZLN ricompare ora che il PRI è tornato al Potere? E’ molto sospetto.

-*-

Ci segui?

Ora…

Senti la certezza di essere fuori posto?

Senti la paura di essere ignorat@, insultat@, picchiat@, schernit@, umiliat@, violentat@, incarcerat@, assassinat@ solo por essere quello che sei?

Senti l’impotenza di non poter fare nulla per impedirlo, per difenderti, per essere ascoltato?

Stai maledicendo il momento in cui ti sei messo lì, il giorno in cui sei nato, l’ora in cui hai cominciato a leggere questo testo?

-*-

Molti degli esempi sopra riportati hanno un nome, un calendario e una geografia:

Juan Francisco Kuykendall Leal. Il compa Kuy, della Sexta, professore, drammaturgo, direttor teatrale. Cranio spaccato il 1° dicembre 2012 da una pallottola delle “forze dell’ordine”. Voleva realizzare un’opera teatrale su Enrique Peña Nieto.

José Uriel Sandoval Díaz. Giovane studente dell’Università Autonoma di Città del Messico e membro del Consiglio Studentesco di Lotta. Ha perso un occhio nella repressione del 1° dicembre 2012 a causa dell’attacco delle “forze dell’ordine”. Si opponeva all’imposizione di Enrique Peña Nieto.

Celedonio Prudencio Monroy. Indigeno Nahua. Sequestrato il 23 ottobre 2012 dalle “forze dell’ordine”. Si opponeva all’esproprio delle terre nahuas da parte delle compagnie minerarie e dei taglialegna.

Adrián Javier González Villarreal. Studente della Facoltà di Ingegneria Meccanica ed Elettrica dell’Università Autonoma di Nuevo León, Messico, assassinato nel gennaio del 2013 dalle “forze dell’ordine”. Voleva laurearsi ed essere un professionista di successo.

Cruz Morales Calderón e Juvencio Lascurain. Contadini catturati in Veracruz, 2010-2011, dalle “forze dell’ordine”. Si opponevano all’esproprio delle loro terre da parte delle imprese immobiliari. 

Matías Valentín Catrileo Quezada. Giovane indigeno Mapuche, assassinato il 3 gennaio del 2008 in Cile, America Latina, dalle “forze dell’ordine”. Si opponeva all’esproprio della terra mapuche da parte di governo, latifondisti e imprese transnazionali. 

Francisco Sántiz López, indigeno zapatista, arrestato ingiustamente dalle “forze dell’ordine”. Si opponeva alla contrainsurgencia governativa di Juan Sabines Guerrero e Felipe Calderón Hinojosa.

-*-

Dai… non disperarti, abbiamo quasi finito…

Ora immagina di non avere paura, o che ce l’hai ma la controlli. 

Immagina di andare allo specchio e di non nascondere o mascherare la tua differenza, ma di sottolinearla. 

Immagina di fare scudo e arma del tuo essere diverso, di difenderti, di trovare altr@ come te, di organizzarsi, resistere, lottare, e, senza accorgersene, passare dal “sono diverso” al “siamo diversi”. 

Immagina di non nasconderti dietro la “maturità” ed il “buonsenso”, dietro “non è il momento”, “non ci sono le condizioni”, bisogna aspettare”, “è inutile”, “non c’è rimedio”. 

Immagina di non venderti, di non tentennare, di non arrenderti. 

Riesci ad immaginarlo? 

Bene, perché anche se né tu né noi ancora lo sappiamo, siamo parte di un “noi” più grande e ancora da costruire. 

(continua…)

 Da qualche parte di tutti i mondi.
SupMarcos
Pianeta Terra
Gennaio 2013 

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Ascolta e guarda il video che accompagna questo testo: LINK 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Giovedì 24 gennaio 2013

Le autorità sanno della nostra innocenza, dicono gli indigeni reclusi in Chiapas

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 23 gennaio. E’ trascorso più di un anno dal nostro sciopero della fame ed ancora non c’è risposta alla richiesta del nostro rilascio, né al risarcimento per tutte le irregolarità giudiziarie contro di noi, ha dichiarato Pedro López Jiménez, a nome del gruppo di detneuti dell’Altra Campagna nel Carcere N. 5. Le autorità sanno della nostra innocenza. 

Si tratta di detenuti indigeni che scontano pene basate su montature e irregolarità nei loro processi. I più noti sono Alberto Patishtán, della Voz del Amate, e Francisco Santiz López, base di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, i cui casi sono di competenza federale e, nonostante le promesse dei governi chiapanechi, dormono indebitamente il sonno dei giusti.

Denunciando le condizioni carcerarie degli oltre 500 detenuti nel carcere degli Altos, López Jiménez, del grupo Solidarios de la Voz del Amate, sostiene che il nuovo direttore, Wenceslao Urbina Gutiérrez, “ha limitato molte cose, violando i diritti dei detenuti senza rispettare gli usi e i costumi di tutti noi che siamo in stragrande maggioranza indigeni. 

Chiediamo al governatore Manuel Velasco Coello che intervenga in questa situazione di ingiustizia”, aggiunge. Da lunedì scorso impediscono ai suoi familiari di portargli cibo, come banane, pozol, tortillas. “Siamo poveri, ma le nostre famiglie ci portano cose che compensano il cibo della prigione che non è buono né sufficiente, ed ora ci proibiscono questo diritto”. 

Inoltre, “le autorità del Carcere N. 5 stanno limitando le visite senza giustificazioni e in malo modo. Questa situazione colpisce la totalità della popolazione, non solo chi è organizzato”, dichiara il portavoce tzotzil.

Gli altri detenuti dell’Altra Campagna sono Alfredo López Jiménez, Rosa López Díaz, Juan Collazo Jiménez, Juan López Díaz e Alejandro Díaz Santiz. Tutti hanno documentato detenzione arbitraria, tortura, negazione dell’interprete nella propria lingua, corruzione degli agenti del Pubblico Ministero, confessioni estorte e fabbricazione delle accuse. 

Intanto, Santiz López, base di appoggio zapatista, continua a restare in carcere senza motivo ed il suo caso congelato, più come ostaggio politico che imputato. Anche il professor Patishtán aspetta che la Corte Suprema di Giustizia della Nazione rispetti il suo obbligo di considerare il suo caso, un’altra collezione di irregolarità processuali che l’ha condannano a 60 anni di prigione (ne ha già scontati 12) per un crimine che non ha commesso. 

Infine, in un’altra dilazione inspiegabile, la giudice di Simojovel che deve pronunciarsi sull’invalidità delle accuse contro Rosario Díaz Méndez, membro della Voz del Amate, ha ritardato per settimane il suo intervento, non rispettando i successivi termini legali. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/24/politica/022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo=

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LORO E NOI

III – I Capoccia.

In qualche luogo del Messico…

L’uomo colpisce, furioso, il tavolo.

Annientateli!

– Signore, con tutto il rispetto E’ da più di 500 anni che ci proviamo. Gli imperi che si sono succeduti hanno tentato con tutto il potere militare dell’epoca.

– E perché sono ancora lì?

– Emm… stiamo ancora cercando di capirlo – il lacchè guarda con rimprovero il tipo in divisa militare.

Il militare si alza e, sull’attenti, tende il braccio destro, con la mano estesa, e grida con entusiasmo:

Heil…! Scusate, volevo dire, saluto, signore – Dopo aver rivolto un’occhiata minacciosa che zittisce le risatine degli altri commensali, continua:

Il problema, signore, è che quegli eretici non ci affrontano dove siamo forti, ci girano intorno, ci attaccano nelle nostre debolezze. Se fosse una questione di piombo e fuoco, già da tempo quelle terre, con i loro boschi, acqua, minerali, persone, sarebbero state conquistate e così lei avrebbe potuto offrirle in tributo al grande Capo, signore. Quei codardi, invece di affrontarci con i loro eroici petti nudi, o con archi, frecce e lance, e morire da eroi (sconfitti sì, ma da eroi), si preparano, si organizzano, si mettono d’accordo, ci prendono in giro, si nascondono quando si tolgono la maschera. Ma non saremmo in questa situazione se mi avessero coinvolto quando tutto è cominciato – e guarda con riprovazione il commensale sulla cui targhetta sul tavolo si legge “chupa-cabras versione 8.8.1.3“.

Il commensale sorride e dice:

Generale, con tutto il rispetto, non avevamo una bomba atomica. Ed anche se ne avessimo potuta avere una dai nostri alleati (il commensale che ha la targhetta con scritto “ambasciatore” ringrazia per la menzione), saremmo riusciti ad annichilire tutti gli aborigeni, ma avremmo distrutto anche i boschi e l’acqua, oltre a rendere i lavori di esplorazione e sfruttamento di minerali  impossibili per, diciamo, vari secoli.

Interviene un altro dei lacchè:

Abbiamo promesso loro che alla loro morte ci sarebbero state canzoni e poemi in lode al loro sacrificio, corridos, film, tavole rotonde, saggi, libri, opere teatrali, statue, il loro nome in caratteri d’oro. Li abbiamo avvertiti che se si impegnavano a resistere e continuare a vivere, avremmo diffuso voci e dubbi sul perché non sono spariti, perché non sono morti, e che avremmo detto che loro erano una nostra creazione, che avremmo intrapreso una campagna di discredito tale che avrebbero perfino avuto il sostegno di alcuni intellettuali, artisti e giornalisti progressisti – I commensali ai quali allude fanno un gesto di approvazione, benché più di uno si mostri infastidito per così tanti “isti.

L’uomo interrompe impaziente:

E?

Ci hanno risposto così – (il lacchè mostra il pugno col dito medio alzato).

I commensali si agitano indignati e reclamano:

Plebei! Villani! Rozzi! Barboni!

Il lacchè è ancora col dito medio alzato di fronte all’uomo che lo riprende:

Ok, ho capito, abbassa la mano.

Il lacchè abbassa lentamente la mano mentre strizza l’occhio agli altri commensali. Poi continua:

Il problema, signore, è che queste persone non hanno il culto della morte, ma della vita. Abbiamo cercato di eliminare i loro leader visibili, comprarli, sedurli.

Quindi?

Oltre al fatto che non ci siamo riusciti, ci siamo resi conto che il problema maggiore sono i leader invisibili.

Ok, trovateli.

Li abbiamo già incontrati, signore

E?

Sono tutt@, signore.

Come tutt@?

Sì, tutte, tutti. Questo è uno dei messaggi che hanno lanciato il giorno della fine del mondo. Ma siamo riusciti a non far trapelare sui mezzi di comunicazione, e credo che qui possiamo dirlo senza paura che qualcun altro lo sappia, che hanno usato un codice affinché noi capissimo: quello che sta sopra il palco è il capo.

Cosa?! 40 mila capi?

Emm… signore, scusi, questi sono quelli che abbiamo visto, bisognerebbe aggiungere gli altri che non abbiamo visto.

Allora corrompeteli. Immagino che abbiamo denaro a sufficienza – aggiunge rivolgendosi al commensale con la targhetta “cassiere non automatica”.

Il cosiddetto “cassiere” dice balbettando:

Signore, dovremmo vendere qualche bene dello Stato ma ormai non c’è quasi più nulla.

Il lacchè interviene:

Signore, c’abbiamo provato.

E?

Non hanno prezzo.

Dunque, convinceteli.

Non capiscono quello che diciamo. E a dire il vero, anche noi capiamo quello che dicono. Parlano di dignità, di libertà, di giustizia, di democrazia…

Bene, allora facciamo come che se non esistessero. Così moriranno di fame, malattie curabili, con un buon blocco informativo, nessuno se ne accorgerà fino a che sarò troppo tardi. Ok, uccidiamoli di oblio.

Il commensale che somiglia sorprendentemente ad un chupa-cabras fa un segno di approvazione. L’uomo ringrazia per il gesto.

Sì, signore, ma c’è un problema.

Quale?

Anche se li ignoriamo, si ostinano a continuare ad esistere. Senza le nostre elemosine, scusate, volevo dire senza il nostro aiuto, hanno costruito scuole, hanno coltivato la terra, realizzato cliniche ed ospedali, migliorato le abitazioni e la loro alimentazione, abbassato i livelli di criminalità, sconfitto l’alcolismo. Oltre ad aver proibito la produzione, distribuzione e consumo di stupefacenti, elevato la loro speranza di vita quasi equiparandola con quella delle grandi città.

Ah, cioè che continua ad essere più alta nelle città – l’uomo sorride soddisfatto.

No signore, quando dico “quasi” è che la loro è più alta. La speranza di vita nelle città si è ridotta grazie alla strategia del suo predecessore, signore.

Tutti si voltano a guardare con scherno e riprovazione il personaggio con la cravatta blu.

Vuoi dire che quei ribelli vivono meglio di quelli che corrompiamo?

Assolutamente, signore. Ma non dobbiamo preoccuparci di questo, abbiamo predisposto una campagna mediatica ad hoc per rimediare a questo.

E?

Il problema è che né loro né i nostri guardano la televisione, leggono i nostri giornali, non hanno twitter, né facebook, nemmeno il cellulare. Loro sanno di stare meglio ed i nostri sanno di stare peggio.

Si alza la commensale con il cartellino “sinistra moderna”:

Signore, se permette. Con il nuovo programma di Solid… scusi, volevo dire con la Crociata Nazionale…

Il lacchè la interrompe spazientito:

Dai Chayo, non cominciare con i discorsi per i media. Tutti noi concordiamo che il nemico principale sono quei maledetti indios e non l’altro innominabile. Quello l’abbiamo ben infiltrato e circondato da personale del signore qui presente.

Quello con cartellino chupa cabras annuisce con soddisfazione e riceve grato le pacche sulle spalle dei vicini commensali.

Il lacchè continua:

Ma tu ed io, e tutti i presenti, sappiamo che la faccenda dei programmi sociali è una bugia, che non importa quanti soldi si investano, alla fine dell’imbuto non resta niente. Perché ognuno si prende la sua fetta. Dopo il signore, con tutto il rispetto, tu ne prendi una buona parte, e così tutti i presenti, poi i signori governatori, i comandi delle zone militari e navali, le legislature locali, i presidenti municipali, i commissari, i leader, gli addetti, i cassieri, alla fine, resta poco o niente.

L’uomo interviene:

Allora bisogna fare qualcosa, altrimenti il Capo cerca altri capoccia e voi sapete bene, signore e signori, cosa significa: la disoccupazione, lo scherno, forse la prigione o l’esilio.

Il personaggio titolato “chupa-cabras” trema e fa un gesto affermativo.

Ed è urgente, perché se quegli indios zampa-storta… (la figlia del signore fa una smorfia schifata, la signora improvvisamente si sente male e diventa verde). La signora si ritira adducendo qualcosa su una gravidanza.

L’uomo prosegue:

Se quegli stronzi di indios si uniscono, ci troveremmo con grossi problemi perché…

Emm, emm, signore – interrompe il lacchè.

Sì?

Temo che ci sia un problema più grande, cioè, peggiore, signore.

Più grave? Peggiore? Cosa può esserci di peggio degli indios insorti?

Beh, che si mettano d’accordo con gli/le altr@, signore –.

Gli/le Altr@? Chi sono?

Mm… aspetti che guardo… beh, contadini, operai, disoccupati, giovani, studenti, maestri, impiegati, donne, uomini, anziani, professionisti, gay, punk, rasta, skater, rapper, hip-hopers, rocker, metallari, autisti, coloni, ong, ambulanti, bande, razze, villani, plebei…

Basta!, ho capito… credo.

I lacchè si scambiano un sorrisetto complice.

Dove sono i leader che abbiamo corrotto? Dove sono quelli che abbiamo convinto che la soluzione di tutto è diventare come noi?

Sono sempre in meno a crederci, signore. E’ sempre più difficile controllare i loro uomini.

Cercate chi corrompere! Offrite soldi, viaggi, programmi televisivi, seggi, governi! Ma soprattutto soldi, tanti soldi!

Lo stiamo facendo, signore, ma … – il lacchè tentenna.

E? – lo pressa l’uomo.

Ne troviamo sempre di più…

Magnifico! Allora, c’è bisogno di altri soldi?

Signore, voglio dire che ne troviamo sempre di più che non si lasciano corrompere.

E col terrore?

Signore, sono sempre di più a non aver paura, o se ce l’hanno, la controllano.

L’inganno?

Signore, sono sempre di più le persone che pensano con la propria testa.

Allora bisogna distruggerli tutti!

Signore, se spariscono tutti, spariscono anche i nostri. Chi seminerà la terra, chi farà funzionare le macchine, chi lavorerà nei grandi media, chi ci servirà, chi combatterà le nostre guerre, chi ci loderà?

Allora bisogna convincerli che noi siamo necessari quanto loro.

Signore, oltre al fatto che ci sono sempre più persone che rendono contro che non siamo necessari, sembra che il Capo stia dubitando della nostra utilità, e per “nostra” mi riferisco a tutti noi.

Gli invitati al tavolo del signore si agitano nervosamente sulle sedie.

Dunque?

Signore, mentre cerchiamo un’altra soluzione, perché quella del “Patto” non è servita a niente, e visto che bisogna evitare la vergogna di ospitarlo di nuovo in un bagno, abbiamo acquisito qualcosa di più adatto: una “stanza antipanico!”

I commensali si alzano e applaudono. Tutti si affollano intorno alla macchina. L’uomo entra e si mette ai comandi.

Il lacchè, nervoso, avverte:

Signore, faccia attenzione a non premere sul tasto “espulsione”.

Questo?

Nooooooooooooooo!

Truccatori e burattinai corrono a prestare aiuto.

Il lacchè si rivolge ad uno dei cameraman che ha filmato tutto:

Cancella questa parte… E dì al Capo che prepari un fantoccio di scorta. Questo bisogna “resettarlo” ogni volta.

I commensali si aggiustano la cravatta, la gonna, si pettinano, tossicchiano cercano di richiamare l’attenzione. I click delle telecamere e la luce dei flash oscurano tutto…

(continua…)

Da qualche luogo di tutti i mondi.

SupMarcos
Pianeta Terra
Gennaio 2013

Dati ricavati dalla Relazione #69 del Servizio di Intelligenza Autonoma (SIA) su quanto sentito e visto in una riunione ultra-arci-super-iper segreta, realizzata in Messico, D.F. cortile degli Stati Uniti, latitudine 19° 24´ N, longitudine 99° 9´ W. Data: alcune ore fa. Classificazione: solo per i tuoi occhi. Raccomandazione: non rendere pubblica questa informazione perché ci sgamano. Nota: mandate altro pozol perché Elías l’ha finito al grido di “reggetevi che c’è fango!”, e sta ballando ska sul motivo dei Tijuana No, “Trasgresores de la Ley”, nella versione di Nana Pancha. Sì, il pezzo è forte, ma è dura entrare in slam perché Elías indossa scarponi da minatore con punta di acciaio.

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Ascolta e guarda il video che accompagna il testo: Link

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/23/ellos-y-nosotros-iii-los-capataces/

 

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LORO E NOI

II – La Macchina in 2 cartelle

Gennaio 2013

Parla il venditore:

Si chiama “globalizzazione neoliberale versione 6.6.6., ma preferiamo chiamarla “la selvaggia” o “la bestia”. Sì, un appellativo aggressivo, d’impulso, molto grrr. Sì, l’ho imparato al corso di sviluppo personale “Come vendere un incubo” … ma torniamo alla macchina. Il suo funzionamento è molto semplice. È autosufficiente (o “sostenibile”, come poi si dice). Produce guadagni esorbitanti… Che cosa? Investire parte di quei guadagni per ridurre la fame, la disoccupazione, la mancanza d’istruzione? Ma se sono esattamente queste carenze a far funzionare questa meraviglia! Che ne dice, eh? Una macchina che produce contemporaneamente il combustibile di cui necessita per funzionare: la miseria e la disoccupazione.

Certo, produce anche merci, ma non solo. Guardi: supponiamo di produrre qualcosa di completamente inutile, di cui nessuno ne ha bisogno, senza mercato. Bene, questa meraviglia non solo produce l’inutile, ma crea anche il mercato dove questa inutilità si trasforma in un genere di prima necessità.

Le crisi? Certo, prema questo pulsante qui… no, quello no, quello è di “espulsione” l’altro… sì. Bene, prema questo tasto e tatan!, ecco la crisi che serve, completa, coi suoi milioni di disoccupati, i suoi carri armati antisommossa, le sue speculazioni finanziarie, le sue siccità, la sua fame nera, la sua deforestazione, le sue guerre, le sue religioni apocalittiche, i suoi salvatori supremi, le sue prigioni e cimiteri (non per i salvatori supremi), i suoi paradisi fiscali, i suoi programmi assistenziali con sigla musicale e coreografia incluse… certo, un po’ di carità sarà sempre ben vista.

Ma non è tutto, mi permetta di mostrarle questo demo. Quando lo imposta su “distruzione/spopolamento-ricostruzione/riordino” fa miracoli. Guardi questo esempio: vede questi boschi? No, non si preoccupi per quegli indigeni… sì, sono del popolo Mapuche, ma potrebbero essere yaquis, mayos, nahuas, purépechas, maya, guaranì, aymarás, quechúas. Bene, prema il tasto “play” e vedrà che i boschi spariscono (anche gli indigeni, ma non sono importanti), ora guardi come tutto si trasforma in una landa, aspetti… lì arrivano le macchine, e voilá!: ecco il campo da golf che aveva sempre sognato, col suo residence esclusivo e con tutti i servizi. Ah, meraviglioso no?

E’ accompagnato da un software di ultimissima versione. Faccia click qui, dove dice “filtro”, e nella sua tv, radio, giornali, riviste, feisbuc, tuiter, yutub, appariranno solo complimenti e lodi per lei e per i suoi. Sì, elimina ogni commento, scritto, immagine, rumore, tutta la cattiva energia che le viene da quei plebei anonimi, sporchi, brutti e cattivi… e volgari, sì.

Ha il cambio a leva (anche se può passare al pilota automatico con un solo click); eliporto; un biglietto aereo no, perché poi non esiste posto dove fuggire, però sì, un posto sarebbe sulla navetta spaziale più prossima alla partenza; ha anche il suo “mall” super-iper-mega esclusivo; campo da golf; bar; yacht club; un diploma di Harvard già incorniciato; casa di villeggiatura; pista di ghiaccio… sì, lo so, che cosa faremmo senza la sinistra moderna e le sue trovate? Ah, e con questa meraviglia lei potrà stare in “tempo reale” e simultaneamente in qualunque parte del pianeta, è come se avesse il proprio ed esclusivo bancomat globale.

Mmh… sì, include una bolla papale per assicurarsi un posto V.I.P in cielo. Sì, lo so, ma sull’immortalità ci stiamo lavorando. Nel frattempo, possiamo installare come accessorio (costo a parte, chiaro, ma sono sicuro che questo non è un problema per qualcuno come lei): una stanza antipanico! Sì, perché poi a quei vandali vengono delle pretese come quella che “la terra è di chi la lavora”. Oh, ma non c’è da preoccuparsi. Per questo abbiamo governanti, partiti politici, nuove religioni, “reality show”. Ma, è solo una supposizione, e se per caso fallissero? Ovviamente, in questioni di sicurezza nessuna spesa è onerosa. Certo, lasci che prenda nota: “includere Stanza Antipanico”.

Comprende inoltre uno studio TV, uno radiofonico ed un tavolo di redazione. No, non mi fraintenda. Non sono per guardare la televisione, né ascoltare la radio, né leggere giornali e riviste, quello è per porci. Sono per produrre l’informazione e il divertimento di quelli che fanno funzionare la macchina. Non è geniale?

Cosa? Oh… bene… sì… mi temo che questo piccolo problema non sia stato risolto dai nostri specialisti. Sì, se la materia prima, voglio dire, se la moltitudine plebea si ribella non c’è niente da fare. Sì, forse anche la “stanza antipanico” sarebbe inutile in quella situazione. Ma non bisogna essere pessimisti, pensi che quel giorno… o notte… è molto lontano. Sì, l’ottimismo “new age” l’ho imparato sempre nel corso di sviluppo personale. Eh? Come? Sono licenziato?

(continua…)

Da qualche luogo di tutti i mondi.

SupMarcos
Pianeta Terra
Gennaio 2013

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Ascolta e guarda il video che accompagna questo testo: link

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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40web2

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

 21 GENNAIO 2013

Per: Alì Babà e i 40 ladroni (governatori, capo di governo e leccapiedi).

Da: Io

 Non troviamo le parola per esprimere i nostri sentimenti sulla Crociata Nazionale Contro la Fame, quindi, senza parole:

 

P.S. Pessima coreografia e coordinamento. L’applauso degli acarreados era assolutamente fuori tempo, perfino il “precisino” se n’è accorto. Ricordate bene che il principio è la forma (oppure era il contrario?) Mmh… e poi i balbettamenti, oltre agli errori nell’uso del plurale, del singolare, del maschile e del femminile. Bisogna fere più pratica. Mmh… a meno che questo non sia lo stile di governo. Infine, bisogna sforzarsi di più. Infatti nessuno vi crede e poi con quei cartelloni, ancora meno. 

ALTRO P.S. Neta che aspettava la sigla musicale del teleton per estrarre gli accendini e prendersi per mano tutti a cantare “s-o-l-i-d-a-r-i-e-t-à” e poi, certo, “messico clap, clap, clap”, “messico clap, clap, clap”. 

ALTRO P.S. Un consiglio: l’elemosina andate a farla da un’altra parte, qui non vive nessun Gesù di nome Ortega Martínez o Zambrano. O potete farla con il “Pacto por México”. (Ah, le mie carambole sono sublimi, no?)

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Enrique Peña Nieto e l’EZLN

Magdalena Gómez

E’ in atto una strategia governativa mascherata da discorso benevolo che offre una mela avvelenata virtuale all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Due elementi la rivelano chiaramente: il cambio di nome alla commissione per il dialogo e la decisione di intraprendere la campagna nazionale contro la fame a Las Margaritas, territorio in cui morì il comandante Pedro, secondo al comando nell’insurrezione zapatista del 1º gennaio 1994.

Sembrerebbero le risposte ai comunicati dell’EZLN, dove in uno l’arrivo di Peña Nieto è stato definito un colpo di Stato mediatico e in un altro è stato risposto in maniera contundente all’affermazione di Osorio Chong, non ci conoscono. (…).

Lo scorso 14 gennaio in una conferenza stampa, senza comunicato ufficiale, il segretario di Governo ha annunciato, su accordo presidenziale, verbale suppongo, la trasformazione della Commissione per il Dialogo e la Negoziazione in Chiapas in una nuova Commissione per il Dialogo con i Popoli Indigeni del Messico. A sostegno di tale decisione ha pronunciato alcune parole che, ascoltandole, sembrava stesse presentando la sua compaesana Nuria, inserita giorni prima nella Commissione per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni (alla quale nel 2003 per legge hanno cambiato il nome; si chiamava INI, come dicevano da parte indigena). Senza fare riferimento alla Legge per il Dialogo e la Pace Degna in Chiapas né agli accordi di San Andrés, tanto meno all’EZLN, ha dichiarato che “c’è un debito sociale con i popoli indigeni, per cui si lavorerà con una visione di insieme che dia risposte a domande come quelle dei popoli indigeni… uno dei compiti centrali è generare politiche pubbliche con equità. Quello che si vuole è che i popoli indigeni esercitino nella pratica gli stessi diritti ed opportunità del resto dei messicani, diritto alla giustizia, salute e infrastrutture che risolvano l’ingiusta arretratezza nei loro diritti e chiudano la breccia che ci separa per raggiungere il benessere che meritano… Comunità e popoli indigeni sono uno dei temi più importanti nell’agenda pubblica, poiché dimostrano la loro diversità, quel Messico profondo (ovviamente, non quello illustrato da Guillermo Bonfil) che esige soluzioni, che richiede di risposte immediate; il Patto Per il Messico si riferisce a questo”.

Presentò anche il funzionario che si farà carico della nuova commissione (no comment). Una domanda era emersa fra tutte: “Lei parla di ascoltare tutte le voci sul tema degli indigeni. Vedremo Marcos sedersi al tavolo con voi per risolvere questo problema in Chiapas?”. Risposta: Nel messaggio che ho appena letto ho appena detto che la nuova nomina obbedisce ad una nuova realtà, in particolare nella regione del Chiapas, ma, soprattutto e inoltre, con tutti i popoli indigeni. L’invito è a sederci tutti insieme per risolvere i problemi, è dall’ambito politico che dobbiamo risolverli per dare via allo sviluppo, al rispetto delle comunità indigene. (Fonte: i registratori dei giornalisti).

La commissione che cambia nome viola l’obiettivo della legge vigente per il dialogo, emessa dal Congresso Generale; questa è, in effetti, speciale nell’essenza: definisce lo status dell’EZLN. Nel suo articolo primo dice: Questa legge ha per oggetto stabilire le basi giuridiche che favoriscano il dialogo e la conciliazione per raggiungere, attraverso un accordo di concordia e pacificazione, la soluzione giusta, degna e duratura del conflitto armato iniziato il primo gennaio 1994 nello stato del Chiapas. Agli effetti della presente legge, si intenderà come EZLN il gruppo di persone che si identifica come un’organizzazione di cittadini messicani, in maggioranza indigeni, che si è formata per diverse cause ed è coinvolta nel conflitto al quale si riferisce il paragrafo precedente. Oggi, secondo la logica di Governo, questa forza, farà la fila per il dialogo? Non si è mai equiparato ad un popolo indigeno, ma è stato colui che ha ceduto il tavolo a tutti i popoli affinché le loro istanze fossero incluse negli accordi di San Andrés. Il governo può creare tutte le commissioni di dialogo che vuole e duplicare le funzioni della CDI, ma questa del nuovo delegato per tutti i popoli non è quella che fa riferimento alla legge menzionata. Non dimentichiamo che il dialogo è sospeso per i successivi oltraggi subiti e che si traducono in violazione del principio giuridico pacta sunt servanda. Seconda scena: se l’EZLN ha dichiarato che in territorio zapatista vivono con dignità e producono il cibo che portano sulle loro tavole, ecco che ora arriva la sceneggiata del governo di offrire aiuti nazionali contro la fame. Una sfida? Mera continuità della strategia applicata dal delegato precedente, dividere mediante l’immissione di denaro. Non li hanno visti, non li hanno ascoltati. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/22/opinion/022a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Martedì 22 gennaio 2013

Il potere politico al completo saluta la Crociata contro la Fame. Uno scenario ad hoc per un programa antidemagogico

Hermann Bellinghausen. Inviato. Las Margaritas, Chis., 21 gennaio. Anche se sarebbe ingiusto definire un gioco la crociata governativa annunciata oggi – i politici la prendono molto sul serio, a loro sembra prioritaria e questo pomeriggio si dimostravano molto soddisfatti – viene da pparagonarla al film Los juegos del hambre, almeno per la scena dell’atto di presentarsi di persona di fronte, come si ammette, alla sofferenza dei poveri della Federazione.

Lo scenario era montato. C’era buona parte dell’attuale potere politico. I membri chiave del gabinetto presidenziale (in prima fila, Difesa Nazionale, Marina, Procura Generale della Repubblica, Sviluppo Sociale, le Finanze, Economia, Governo), di fianco ad un sorridente Enrique Peña Nieto con la moglie, Angélica Rivera, al governatore Manuel Velasco Suárez e signora madre.

Alle sue spalle, praticamente tutti i governatori, altri membri del suo gabinetto (Pubblica Sicurezza, Educazione, Turismo, i consulenti strategici). Il primo cerchio. Tra i presenti che riempivano un tendone monumentale in una proprietà alla periferia di Las Margaritas, ad un lato del quartiere tojolabal di Sacsalum, le prime file erano occupate da senatori della Repubblica, deputati federali e statali. Inoltre, praticamente tutto il governo del Chiapas.

Le cifre ufficiali più entusiaste hanno parlato di 30 mila presenti, anche se secondo il calcolo dei giornalisti locali non superassero i 15 mila. In ogni caso, un buon numero hanno abbandonato il luogo prima dell’inizio dell’evento perché non hanno trovato posto. Benché buona parte dei presenti fossero indigeni, non è stato un evento propriamente indigeno. Poco sono stati menzionati come tali nei discorsi (salvo nel discorso di César Duarte, di Chihuahua, oratore a nome dei governatori). Si è parlato di povertà, carenze alimentari e cose così. Quello che hanno invece ripetuto tutti gli oratori è stato segnalare la presenza del capo di Governo del Distrito Federal, Miguel Ángel Mancera, come se solo la sua presenza procurasse loro speciale piacere.

C’era la maggioranza dei 122 presidenti municipali ufficiali del Chiapas ed i loro gruppi di accompagnatori. Quelli di Tapachula sono stati molto rumorosi volendo stringere la mano al presidente della Repubblica che è arrivato sul palco con 40 minuti di ritardo, godendosi un bagno di folla contenuta con reti metalliche; si comportavano come veri fan. In generale c’era un clima di festa.

A lato, in seconda fila, un poco più dietro, c’era l’elite del potere indigeno filogovernativo: i lacandoni, Oxchuc, Chamula, Santiago El Pinar, Zinacantán, cacicchi della zona nord e della selva. E dietro, a riempire il vasto auditorium coperto, un miscuglio di indigeni e ladinos (come i primi chiamano i meticci) che mostra il rango filogovernativo degli invitati, in Chiapas sempre di radice priista, anche se le ascrizioni ai partiti sono variabili, come nella stessa Las Margaritas, che negli anni scorsi ha avuto sindaci del PRI, del PRD, del PT ed ora del PVEM.

La segretaria per lo Sviluppo Sociale, Rosario Robles Berlanga, ha parlato di numeri: 7.4 milioni sono la popolazione obiettivo. La cifra, ha spiegato, è il risultato dell’incrocio del numero di coloro che vivono in povertà estrema e quelli che soffrono di carenze alimentari. La Crociata Nazionale contro la Fame quest’anno toccherà 400 municipi. Ha garantito che ci saranno dispositivi antidemagogici ed un esercito di promotori. Ed ha aggiunto che questo municipio era simbolico, ma non ha spiegato perché.

Anche se generali, i numeri sono stati i protagonisti dei discorsi. Cinque dei 10 municipi più poveri del paese sono in Chiapas, ha detto il governatore locale. Il secondo è in Chihuahua, ha detto César Duarte. Si è parlato di località dove tre persone su quattro sono povere, ed una su tre è in povertà estrema. Carenze alimentari, dispersione, luoghi erosi dall’esclusione, sono stati i concetti protagonisti, oltre a povertà estrema e la parola chiave: fame, che sarà affrontata con una strategia di nuova generazione.

Prima e dopo l’evento, è stato frequente l’andirivieni dei grandi elicotteri militari che trasportavano i partecipanti più in vista verso la base militare ed aeroporto di Copalar, a Comitán. E’ stata una significativa mobilitazione del potere politico, anche se non è stato fatto alcun annuncio spettacolare. L’unica cosa spettacolare è stato lo spettacolo stesso. Li ha riuniti qui la fame. La preoccupazione per essa. La determinazione di trasformarla nell’asse di una politica sociale denominata crociata.

Sia il presidente Enrique Peña Nieto sia gli altri oratori (Robles, Duarte Jaques, Velasco Coello) hanno utilizzato un linguaggio affettuoso e concetti vagamente francescani. Non hanno parlato di autonomia, diritti dei popoli, compimento di accordi (si aggirava soddisfatto Emilio Chuayffet), sovranità territoriale o alimentare. Ma siamo giusti: lo selezionata platea (meticcia, contadina e indigena) non se l’aspettava. Sono venuti a dire sì al Presidente, a celebrare la sua firma davanti a loro di un decreto per creare il Sistema Nazionale contro la Fame. Anche se non sanno ancora di che si tratta. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/22/politica/009n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Colpi alla cieca

di GUSTAVO ESTEVA

La frattura tra le classi politiche si allarga continuamente, sia nei confronti della gente che della realtà, ciò che approfondisce il vuoto attorno a loro. Anche se questa mancanza di sostegno sociale e politico rende inevitabile la loro caduta, rappresenta anche un pericolo: stanno cadendo su di noi e devono far ricorso alla forza.

Il discorso quotidiano di queste classi politiche e dei loro intellettuali organici o inorganici, moltiplicato dai media, acquista crescente irrilevanza. Si tratta della proverbiale aspirina contro il cancro, di bambini che fischiano nel buio… Non funziona nemmeno a nascondere il sole con un dito, per simulare… Ma crea una nebbiolina di confusione che aggrava la confusione imperante. Abbiamo bisogno, prima o poi, di ritrovare la prospettiva.

La prima globalizzazione contemporanea, quella dell’espansione commerciale alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, ha provocato un collasso del sistema che ha attraversato tre fasi sovrapposte: la Prima Guerra Mondiale, la Grande Depressione del 1929, la Seconda Guerra Mondiale. Solo nel 1945, dopo 100 milioni di morti e una immesa distruzione, l’economia ha mostrato segnali reali di ripresa.

La seconda globalizzazione, l’attuale, è entrata in crisi da tempo, un tipo di collasso che Wallerstein giudica terminale. Senza voler essere apocalittici, si può sostenere che le conseguenze saranno molto peggiori di quella della prima globalizzazione. Ha già prodotto, questo collasso, una distruzione naturale e sociale senza precedenti e mette a rischio la stessa sopravvivenza del pianeta e della specie umana.

Tradurre tutto questo in termini messicani dà i brividi. Tutte le cifre sono impressionanti: quella dei migranti, la più grande migrazione della storia del paese; quelle dei morti, scomparsi, sequestrati, sfollati, o quelle dei poveri, affamati, disoccupati… Non c’è rifugio. La distruzione ambientale, la minaccia al mais (da parte delle sementi transgeniche, ndt), la vendita di gran parte del territorio, la Walmartiizzazione del paese (allusione alla catena Wal-Mart e alla sua invasione del Messico, fino alla soglia di siti archeologici importanti come Teotihuacan: vedi http://www.democraziakmzero.org/2013/01/12/un-supermercato-a-teotihuacan/ , ndt)…

Lassù in alto… sulla luna, con una visione miope dei propri interessi, c’è chi chiacchiera di riforme strutturali, alleanze e populismi che solo aggravano la crisi … mentre altri giocare la scommessa vaga e lontana della lotteria elettorale. Aggrappate a istituzioni e dispositivi in agonia, le classi politiche non riescono a vedere chiaramente il presente, la drammatica realtà in cui viviamo, tranne quando si tratta di controllare la gente. Con il bastone e la carota cercheranno di vincere ogni resistenza al saccheggio che si cerca di mettere in pratica, utilizzando vecchi padroni del clientelismo, l’introduzione di nuove forme di cooptazione e repressione e trasformando la guerra civile in meccanismo di controllo.

Nell’esaminare le prospettive e nell’irrobustire le condizioni della resistenza, dobbiamo considerare i cambiamenti nel modello di dominio. Dal punto di vista economico, il neoliberismo si fa statalista, vale a dire che si impossessa degli apparati pubblici per organizzare il saccheggio e lo sfruttamento e rimediare agli eccessi e alle assurdità del mercato, cui era stata affidata il governo degli affari sociali. Dal punto di vista politico, l’amministrazione pubblica non solo usa il monopolio della violenza legittima che il patto sociale stato-nazione le attribuisce. Ora i poteri costituiti diventano gli imprenditori di violenza, gli organizzatori e i promotori: sono quelli che mettono in moto la violenza per stabilire il loro comando nella palude in cui affondiamo sempre di più, dove non è più possibile tracciare una linea che separi nettamente il mondo delle istituzioni del mondo criminale.

Una crisi, diceva Gramsci, consiste precisamente nel fatto che il vecchio deve ancora morire e il nuovo deve ancora nascere. A noi tocca organizzare ambedue le cose, dar loro realtà..

Il regime politico ed economico dominante non morirà di morte naturale, sopraffatto dalle famose contraddizioni strutturali. Può tentare anche, il sistema, come a quanto pare sta facendo, forme ancora peggiori di espropriazione e di autoritarismo. L’unico modo per finirla veramente ed evitare l’autoriproduzione che il sistema sta organizzando è fermarlo, smantellarlo. Né tanto meno sarà naturale la nascita del nuovo regime: si fa controcorrente, lottando in primo luogo contro la mentalità dominante che permea i cuori e le teste.

Il 21 dicembre abbiamo avuto l’opportunità di ricordare a noi stessi la via per fare tutto questo (allusione all’apparizione di 40 mila indigeni zapatisti in cinque città del Chiapas, ndt). Un ordine organico autonomo riafferma la sua presenza pubblica e mostra la realtà e praticabilità di un altro modo di fare politica. Smantellare il regime dominante comincia con il rendere inutili le funzioni dei suoi apparati, minando la sua esistenza dalla base. Resistere significa non solo opporsi, dire di no a politiche e azioni pubbliche e private, affrontare con coloro che cercano di aumentare e arricchire il saccheggio. Resistere implica creare un’altra opzione, dare realtà ai sogni. Di questo si tratta oggi.

da La Jornada di Città del Messico di lunedì 21 gennaio 2013

Gustavo Esteva è l’autore di “L’insurrezione in corso”. La recensioen di DKm0 è a questo indirizzo

http://www.democraziakmzero.org/2012/11/15/linsurrezione-in-corso/

gustavoesteva@gmail.com

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Loro e noi. I.- Le (non) ragioni di sopra.

 Gennaio 2013

Parlano quelli che stanno sopra:

“Siamo noi che comandiamo. Siamo più potenti anche se siamo di meno. Non c’importa quello che dici-senti-pensi-fai, basta che stai muto, sordo, immobile. 

Possiamo imporre al governo gente mediamente intelligente (anche se è molto difficile trovarne nella classe politica), ma scegliamo uno che neanche riesce a far finta di sapere che cosa va a fare.

Perché? Perché possiamo farlo.

Possiamo usare l’apparato di polizia e militare per perseguire ed imprigionare veri delinquenti, ma questi criminali sono la nostra parte vitale. Invece scegliamo di perseguire te, picchiarti, catturarti, torturarti, imprigionarti, assassinarti.

Perché? Perché possiamo farlo.

Innocente o colpevole? ¿E chi se ne importa se sei uno o l’altro? La giustizia è solo una prostituta in più sul nostro libro paga e, credici, non è la più costosa. 

Ed anche se fai alla lettera quello che imponiamo, anche se non fai niente, anche se innocente, ti schiacceremo.

E se insisti a chiedere perché lo facciamo, ti rispondiamo: perché possiamo farlo.

Questo è avere il Potere. Si parla molto di soldi, ricchezze, e di queste cose. Ma credici, quello che eccita è questa sensazione di poter decidere sulla vita, la libertà ed i beni di chiunque. No, il potere non è il denaro, è quello che puoi avere grazie ad esso. Il Potere non è solo esercitarlo impunemente, ma anche e soprattutto, farlo irrazionalmente. Perché avere il Potere è fare e disfare senz’altra ragione che il possesso del Potere.

E non importa chi compaia davanti, per occultarci. Destra e sinistra sono solo indicazioni per far parcheggiare l’autista. La macchina funziona da sola. Non dobbiamo nemmeno ordinare che si punisca l’insolenza di sfidarci. Governi grandi, medi e piccoli, di tutto lo spettro politico, oltre ad intellettuali, artisti, giornalisti, politici, gerarchi religiosi, si contendono il privilegio di compiacerci.

Quindi fottiti, marcisci, crepa, disilluditi, arrenditi. 

Per il resto del mondo non esisti, non sei nessuno. 

Sì, abbiamo seminato l’odio, il cinismo, il rancore, la disperazione, il menefreghismo teorico e pratico, il conformismo del male minore, la paura fatta rassegnazione. 

Tuttavia, temiamo che questo si trasformi in rabbia organizzata, ribelle, senza prezzo.

Perché il caos che imponiamo lo controlliamo, lo gestiamo, lo dosiamo, lo alimentiamo. Le nostre forze dell’ordine sono le nostre forze per imporre il nostro caos.

Ma il kaos che viene dal basso …

Ah, quello… non capiamo nemmeno cosa dicono, chi sono, quanto costano.

E poi sono così volgari da non mendicare, sperare, chiedere, supplicare, ma esercitare la loro libertà. Mai vista una tale oscenità! 

Questo è il vero pericolo. Gente che guarda da un’altra parte, che esce dagli schemi, o li rompe, o li ignora.

Sai cosa ci ha dato buoni risultati? Il mito dell’unità ad ogni costo. Intendersi solo col capo, dirigente, leader, caudillo, o come lo si voglia chiamare. Controllare, gestire, contenere, comprare qualcun@ è più facile che comprarne molti. Sì, e più a buon mercato. Le ribellioni individuali. Sono tanto commoventemente inutili.

Quello che invece è un pericolo, un vero caos, è quando qualcuno si mette in collettivo, gruppo, banda, razza, organizzazione, e impara a dire no e a dire sì, e che si mettano poi d’accordo tra loro. Perché questo non punta a chi comandiamo. Eh sì… uff… questo sì è una calamità, immagina che ognuno costruisca il proprio destino, e decida che cosa essere e fare. Sarebbe come rivelare che noi siamo prescindibili, che siamo d’avanzo, che disturbiamo, che non siamo necessari, che dobbiamo essere imprigionati, che dobbiamo sparire.

Sì, un incubo. Vero, ma ora per noi. Ti immagini di che cattivo gusto sarebbe questo mondo? Pieno di indios, di neri, di caffè, di gialli, di rossi, di rasta, di tatuaggi, di piercing, di estoperoles, di punk, di darket@s, di chol@s, di skater@s, di quella bandiera con la A così senza nazione da essere comprata, di giovani, di donne, di put@s, di bimb@, di vecchi, di chicanos, di autisti, di contadini, di operai, di nacos, di proletari, di poveri, di anonimi, di… di altr@. Senza uno spazio privilegiato per noi, “the beautiful people”… la gente per bene che si capisce…. perché si vede da lontano che tu non hai studiato ad Harvard.

Sì, quel giorno per noi sarebbe notte… Sì, tutto esploderebbe. Che che cosa faremmo? 

Mmh… non ci avevamo pensato. Pensiamo, pianifichiamo e realizziamo cosa fare per impedire che accada, ma…… no, non c’avevamo pensato.

Bene, nel caso, dunque… mmh… non so… forse cercheremmo i colpevoli e poi, non so, penseremmo a un piano B. Indubbiamente per allora tutto sarebbe inutile. Credo che allora ricorderemo la frase di quel maledetto ebreo rosso… no, Marx no… Einstein, Albert Einstein. Mi sembra che sia stato lui a dire: “La teoria è quando si sa tutto e non funziona niente. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa perché. In questo caso abbiamo combinato la teoria e la pratica: non funziona niente… e nessuno sa perché”.

No, hai ragione, non riusciremmo neppure a sorridere. Il senso dell’umorismo è sempre stato un patrimonio non espropriabile. Non è una pena? 

Sì, senza dubbio: sono tempi di crisi.

Senti, non scatti qualche foto? Dico, così, per sistemarci un po’ e farci un po’ più decenti. Naah, questo modello l’abbiamo già usato in Hola… ah, ma che ti raccontiamo, si vede che non hai letto il Libro Vaquero (fumetto di storielle ambientate nell’ovest del Messico alla fine del XIX° secolo – n.d.t.).

Ah, non possiamo aspettare di raccontarlo a@ nostr@ amic@ che sono venuti ad intervistarci uno così… così… così… altro. Gli piacerà. E a noi daranno un’aria così cosmopolita…

No, certo che non ti temiamo. In quanto a questa profezia… bah, si tratta solo di superstizioni, così… così… così autoctone… Sì, così di bassa qualità … hahahaha… buona questa barzelletta, prendi nota per quando vedremo i ragazzi… 

Cosa?… non è una profezia?… 

Oh, è una promessa… 

(…) (suono di titutata-tatatatà dello smartphone)

Pronto, polizia? Sì, è venuto qualcuno a trovarci. Sì, pensiamo che fosse un giornalista o qualcosa così. Sembrava così… così… così altro, sì. No, non ci ha fatto niente. No, non si è nemmeno portato via niente. Sì, ora che siamo usciti dal club per incontrare i nostr@ amic@ vediamo che hanno dipinto qualcosa sul portone d’ingresso del giardino. No, le guardie non hanno visto chi è stato. No! certo che i fantasmi non esistono. Sì è di molti colori… No, non abbiamo visto nessun barattolo di vernice qui intorno… Bene, stavamo dicendo che è dipinto in molti colori, così, molto variopinto, molto naif, molto altro, niente a che vedere con le gallerie dove… che cosa? No, non vogliamo che mandi nessuna pattuglia. Sì, lo sappiamo. Ma lo diciamo per vedere se è possibile indagare per capire che cosa vuol dire quello che è dipinto. Non sappiamo se è un codice, o una di quelle strane lingue che parlano i proletari. Sì, è una sola parola, ma non capiamo perché ci fà venire i brividi. Dice:

 MARICHIWEU!” (*)

(continua…)

Da qualche luogo di tutti i mondi.

SupMarcos

Pianeta Terra

Gennaio 2013

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/20/ellos-y-nosotros-i-las-sin-razones-de-arriba/

  (*) parola mapuche che significa “vinceremo sempre!”

(Traduzione “maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Martedì 15 gennaio 2013

Il governo crea una commissione per saldare il debito con gli indigeni. Sostituirà la Cocopa e sarà guidata da Martínez Veloz.

In un breve incontro con la stampa il segretario di Governo interrogato sulla possibilità di dialogo con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha così spiegato: “La nomina della nuova commissione ubbidisce ad una nuova realtà, particolarmente nella regione del Chiapas, ma soprattutto ed inoltre, con tutti i popoli indigeni. L’invito è a sederci tutti insieme a risolvere i problemi politici per dare avvio allo sviluppo rispetto alle comunità indigene. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/15/politica/003n1pol

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Los de Abajo

Autodifesa contro la criminalità

Gloria Muñoz Ramírez

Le complicità del crimine organizzato con i diversi livelli di governo ed il saccheggio nelle comunità di molti stati del paese, come Michoacán e Guerrero, per citarne solo due, che sono alla mercé delle bande di delinquenti, li ha portati all’autodifesa e all’organizzazione della sicurezza dei loro villaggi.

La polizia comunitaria della Montaña e Costa Chica di Guerrero dal 1995 è uno delle esperienze più notevoli in quanto all’organizzazione della propria difesa. Nei mesi scorsi si è assistito alla contesa di questo territorio tra i narcos, il governo dello stato ed organizzazioni vicine alle istituzioni governative. L’autonomia, tuttavia, prevale nell’autodifesa.

In Michoacán, nell’aprile del 2011, il villaggio di Cherán fu protagonista di una sollevazione contro i taglialegna ed il crimine organizzato che opprimevano la comunità da tre anni, esperienza che si è diffusa in altri villaggi della meseta purépecha. Urapicho è una di queste comunità. E questa settimana gli abitanti sono tornati sulle barricate.

Urapicho, nel municipio di Paracho, parallelamente alla sua autodifesa, aveva chiesto l’installazione di una Base di Operazioni Miste (BOM) formata da elementi dell’Esercito Messicano, della Segreteria di Pubblica Sicurezza, Polizia Federale e procura statale, la quale si era installata nell’ottobre del 2012, ma è stata ritirata l’8 gennaio 2013, ed i comuneros, in disaccordo, il giorno dopo hanno tenuto in ostaggio per alcune ore i funzionari municipali per esigere il ritorno delle forze di polizia e militari. L’accordo raggiunto prevede che le altre BOM vicine amplieranno la loro azione per comprendere il municipio. Inoltre, il governo statale provvederà alla formazione della polizia municipale ed asegnerà una pattuglia.

Urapicho, Sevina, Comachuén e Turicuaro sono alcuni dei villaggi della meseta purépecha vittime della delinquenza, los malos, come li chiamano in Michoacán, stato nel quale era partito il programma di militarizzazione di Felipe Calderón e dove, lamentano gli abitanti, la criminalità è lungi dal diminuire ma è aumentata in tutti i villaggi.

Ogni popolo che intraprende la sua autodifesa segue storie e dinamiche proprie. Quello che succede a Urapicho non è lo stesso che a Cherán, e tanto meno è uguale a ciò che avviene in Guerrero, anche se le motivazioni siano le stesse. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/12/opinion/015o1pol

losylasdeabajo@yahoo.com.mx. – http://desinformemonos.org

 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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SPEGNERE IL FUOCO CON LA BENZINA

(post scriptum alla vignetta) 

11 gennaio 2013

P.S. PER LOR ILLUSTRISSIMI SIGNORI – Cosicché non sapete di chi si parla, forse perché non guardate la televisione? Ok, ok, ok, siete tutt@ molto erudit@ e niente a che vedere con la cultura dei maleducati, ma… non sapete nemmeno chi è Umberto Eco?

P.S. CULTURA SPORTIVA GENERALE – Lionel Messi, argentino; gioca a calcio nella squadra spagnola del Barcellona; quando non fa spot commerciali per pane di marca, come il rimpianto Memín Pingüín è sospettato di avere una gomma da masticare sulla scarpa, perché gli rimane incollato il pallone che si stacca solo quando lo abbattono (Messi, si capisce) o quando il pallone “giace in fondo alla rete”. Cristiano Ronaldo, portoghese; gioca calcio nella squadra spagnola del Real Madrid; noto anche come CR7; quando non fa pubblicità di deodoranti, fa buoni goal. Per maggiori informazioni sul calcio come business e come divertimento (esempio: Pelé contro Garrincha) vedre Eduardo Galeano… mmh… lo sapete chi è Eduardo Galeano? E no, né Barcellona né Real Madrid, io tifo per i Jaguares de Chiapas, in Messico, e per l’Internazionale di Milano, in Italia (leggo che stanno prendendo dei goal, deve essere per colpa della maglietta che usano fuori casa). Ma noi zapatisti siamo fedeli, siamo come i veri simpatizzanti dei Pumas (saluti a la Rebel) che stanno con la squadra sia che vinca sia che perda, ed anche se nella dirigenza c’è gente come Joaquín López Dóriga e Carlos Slim; o come i simpatizzanti dell’America (saluti a La Polvorilla ) che, quando gli dicono che sono odiosi, rispondono “odiami di più”; o come quelli della macchina blu che si mettono delle borse in testa come segno di vergogna ma non smettono di appoggiare la propria squadra; o come quelli che tifano Atlas (saluti Jis e Trino) che continuano sempre costi quel che costi; ecc., ecc. Sì, so che direte che il calcio è l’oppio dei popoli e che promuovo l’alienazione, l’incultura, bla, bla, bla, bla.

P.S. LEZIONI DI GEOGRAFIA – Città del Messico, Distrito Federal, Messico. Luoghi in cui ci si può procurare, a modico prezzo, qualunque serie televisiva (perfino con puntate non ancora trasmesse) o film (in alcuni posti ti offrono i film candidati all’Oscar ancora prima che il comitato dell’accademia delle scienze e delle arti cinematografiche di Hollywood si riunisca), senza dover tradire il vostro principio di non guardare la televisione: Eje Central “Lázaro Cárdenas” (anticamente conosciuto come “San Juan de Letrán”); Pericoapa; Tepito, Calzada de Tlalpan; qualunque uscita/entrata della metro; i corridoi di qualunque facoltà della UNAM; quasi in ogni angolo di ogni colonia popolare; se volete gli originali, a tonnellate nelle Librerie Gandhi (un saluto alla famiglia di Don Mauricio), El Sótano, o El Parnaso… El Parnaso ha chiuso? (un abbraccio da qua per Tony), che peccato. Ok, ok, ok, lo so, ma il mondo ha più angoli che i vostri Mixup preferiti. Attenzione: non sorprendetevi se, andando a procurarvi questi divudì vi capita di vedere la polizia estorcere gli ambulanti o tentare di sloggiarli “perché imbruttiscono la città.” E se vi capita di assistere ad uno scontro non spaventatevi, è normale che gli oppressi resistano.

P.S. CONSIGLIO PER CHI SI RECA AL IFE PER REGISTRARSI – Forse vi andrebbe meglio alle elezioni se invece di dare dei “morti di fame” (è la cosa più carina che vi hanno detto con le carte prepagate) a chi non ha votato per voi, cercaste di capirli. Beh, milioni di messican@ che hanno votato per voi vi possono spiegare chi è ognuno dei personaggi o delle serie menzionati.

P.S. CHE RIVEDE LE AFFERMAZIONI SULL’EZLN SOSPETTO – Buona parte degli argomenti usati quando ci criticano, sono gli stessi che usavano le grandi televisioni, la radio commerciale e la cosiddetta “stampa venduta” dal 1994-95 fino ad oggi.

P.S. CHE SUGGERISCE, INSINUA, O; COME SI DICE, PROPONE UNA SUPPOSIZIONE – Possibile rotta che avrebbe preso il “dibattito caricaturizzato” (chiaro, senza la signorina aiutante di campo che tanto ha impressionato il signor Quadri): gli interessati rispondono con una caricatura dove il Sup è in poltrona, che si gratta, pancia di fuori ad ingozzarsi di cibo spazzatura mentre guarda la televisione (probabilmente col logo di Televisa, perché se ne guardano bene dall’attaccare Tv Azteca – ah, e noi non li accusiamo di essere pagati da Salinas Pliego o Carlos Slim, o che la loro campagna contro i lavoratori di Soriana era pagata da Wal-Mart -), il titolo o un fumetto con qualcosa come “sto preparando il prossimo comunicato”. Il Sup contrattacca con un’altra caricatura dal titolo: “Il Passato Mediato”, dove è sulla sedia a rotelle ed un indigeno di fronte gli dice: “I compas dicono che sono pronti, che ti tocca e che sai cosa fare”. Il Sup risponde: “Ok, devo parlare con Elías Contreras per commissionargli qualche divudì“. I media e gli amic@ che li accompagnano, non pubblicherebbero più la caricatura, ma incomincerebbero con elucubrazioni tipo “Il Sup è invalido; è per questo che non appare pubblicamente?”, seguite da indagini “molto serie” sulle possibili malattie che avrebbero come conseguenza lo stare su una sedia a rotelle.

P.S. LEZIONI DI RAZZISMO NELLA COMUNICAZIONE – Ho letto da qualche parte “ezetaelleenne sì, marcos no” e che vogliono ascoltare gli indigeni zapatisti, non quell’ego maniaco del Sup. Ok, va:

– Ultima volta che il Sup ha sottoscritto un comunicato a nome dell’EZLN: maggio del 2011, in occasione della marcia di appoggio al giusto e degno movimento guidato da Javier Sicilia. Nel comunicato del CCRI-CG dell’EZLN si salutava il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità e la sua lotta per le vittime dell’assurda guerra di Felipe Calderón Hinojosa.

– Tra il 7 maggio 2011 ed il 21 dicembre 2012 ci sono 27 denunce delle Giunte di Buon Governo, cioè, degli indigeni zapatisti SENZA INTERMEDIARI meticci, bianchi e barbuti (e tutti i vari luoghi comuni), tutte twittate e facebookate (o come si dice) dalla pagina web “Enlace Zapatista“. In media, le 27 denunce sono state visitate-lette 1500 volte ognuna, e tutte sono rimaste diversi giorni sulla pagina principale-centrale di questo sito web.

Per esempio, la denuncia della Giunta di Buon Governo di La Realidad del 15 agosto 2012, è rimasta 24 giorni sulla pagina principale del sito web zapatista ed ha ricevuto 1080 visite-letture. Numero di twit (o come si dice) provocati: zero. Numero di giornalisti che hanno “rilanciato” la denuncia: uno. Numero di commenti degli intellettuali nei loro scritti: zero. Numero di retwit (o come si dice): zero. Numero di commenti che accusano l’EZLN di essere un’invenzione di Salinas de Gortari: zero. Numero di elucubrazioni sul perché l’EZLN appare solo in periodi elettorali: zero. Numero di giornali che hanno pubblicato sulla loro edizione stampata la denuncia: zero. Vero, il testo della JBG denunciava l’alleanza tra il governo statale e municipale col PVEM ed il PRD per aggredire le comunità zapatiste.

Numero di visite alla caricatura del Sup che ha tanto offeso le persone colte: più di 5 mila visite in meno di 48 ore (più i twitter – o come si dice -, più i pingback – o come si dice -, i copia incolla, ecc.).

Ora, riguardate il periodo che va da Agosto del 2003, anno in cui si sono formate le Giunte di Buon Governo e sono diventate portavoce dirette dei popoli zapatisti, e controllate quante volte si sono pronunciate con le proprie parole e senza intermediari. Fate il conto di quante volte avete almeno saputo che questa parola esisteva. Ok, ora sì, scrivete sul silenzio “sospetto” degli zapatisti e domandatevi perché gli zapatisti e marcos “appaiono” solo quando il PRI, che non se n’è mai andato, ritorna.

P.S. CHE TWITTA (o come si dice) SULL’EZLN –

Twit 1: “Gli/le zapatist@ sono quell@ che alle corride tifano per il toro”.

Replica 1: “Che ingenui, alla fine uccidono sempre il toro”.

Twit 2: Non sempre”.

Replica 2: I fiori sono sempre per il torero, non per il toro, gli/le zapatist@ sono fuori posto”.

Twit 3: (annullato per aver superato i 140 caratteri): “I partiti politici litigano per vedere chi è il torero: qualcuno dice che è meglio che i picadores ci diano dentro così da facilitare il lavoro; altri che bisogna essere pii ed offrire al toro consolazione spirituale prima di essere sacrificato: altri dicono che quello che bisogna fare è ridurre le spese in modo che l’amministrazione taurina non sia così onerosa; altri dicono “di quanto?”.

Replica 3: (Non c’è perché il 3 non è partito).

Twit 4: Le corride spariranno. Nel frattempo, gli/le zapatist@ applaudono il toro quando, nonostante le ferite, riesce ad abbattere il torero”.

Replica 4: (Non c’è, sono andat@ tutt@ a dormire).

Il PS continua a twittare (o come si dice). Dopo un po’ qualcuno si accorge del twit e replica Perché appare solo in situazioni sospette?”.

Tan-tan?

P.S. CHE ADESSO NON SUPERA I 140 CARATTERI (credo): “Durito: gli zapatisti sono come il Dottor House: indovinano quasi sempre la diagnosi e la cura, ma alla maggioranza non piace il metodo. Del paziente, non parliamone”.

P.S. CHE CHIARISCE – Li abbiamo letti con attenzione. Vediamo come, quando uno dissente dall’altro, si accusano di essere un “pezzo di zombie” o “televiso“, e così via. Noi non pensiamo che le disparità abbiano necessariamente una filiazione politica. Per esempio, quando qualcuno dice “l’EZLN è un’invenzione di Salinas de Gortari”, noi non pensiamo che sia necessariamente un “troll“, un pezzo di zombie, un televiso o un tvazteco (o come si dica per entrambi). Può essere, pensiamo, che si tratti solo di qualcuno con un basso coefficiente intellettivo, troppo pigro per leggere più di 140 caratteri, o che sta tentando di collegarsi con qualcuno che ha già detto questo.

P.S. CHE SFIDA LA GEOMETRIA – Il mondo è tondo, gira, cambia. Ma nel mondo imposto dall’alto, non importa quanti giri faccia, noi restiamo sempre sotto. Anche il mondo che vogliamo noi è tondo, e gira anche, e cambia, ma nessuno sta sopra a costo di quelli che stanno sotto.

P.S. CHE FA UN PO’ DI MEMORIA – Quando una parte della sinistra colta faceva ancora equilibrismi per tentare di dare fondamento teorico alla sfortunata trovata della “dolce repubblica”, e viveva una torrida luna di miele con i grandi media (e spendeva grandi somme di denaro per la pubblicità sui media elettronici e stampati), i giovani studenti di quello che poi si sarebbe conosciuto come “#yosoy132”, già denunciavano il ruolo dei grandi mezzi di comunicazione nella “democrazia” messicana. Poi è successo quello che è successo, e quella stessa sinistra colta ha voluto ergersi a tutore dei giovani ribelli (o “rivoltosi”, come li chiamano ora). Siccome non sono più di moda, si dimenticano di loro e dicono che hanno “perso la loro occasione”, “molto rumore e non hanno ottenuto niente”, “rivoluzionari da Starbucks (o come si dice)”, “non si può cambiare il mondo con uno smartphone (o come si dice)”. Il calendario continuerà a girare e, all’improvviso, risorgeranno, migliori, più forti, di più. E quelli che ora si dimenticano di loro o li criticano, diranno “chiaro, sapevamo che non erano spariti”, oppure “ora gli diciamo cosa devono fare”, ma altri diranno loro “è molto sospetto che voi apparite ogni volta che succede qualcosa”.

P.S. CHE SI MOSTRA COMPRENSIVA – Non c’è veleno, capiamo. Noi siamo “quello” che, nelle vostre case e scuole, susciterebbe la raccomandazione dei vostri genitori, amic@ e di altra gente sensata e decente: “non ti conviene metterti con quella gente, si dicono tante cose di loro”. E del Sup nemmeno parlarne, sarebbe qualcosa come “quell’uomo non ti conviene, non si sa nemmeno chi sia realmente”. O “una cosa è aiutare i poveri piccoli indios e un’altra mischiarsi con quei maleducati che non hanno neppure la linea per il cellulare, per non parlare di uno smartphone, sia pure di marca “la briciola”.

P.S. CHE FA UN GHIGNO – “Nerd is hot”.

P.S. SUI MILIONI CONTRO LE MIGLIAIA, O CENTINAIA, O DECINE, O ALCUNI – L’argomento delle maggioranze contro le minoranze ci annoia e mi fa ricordare un vecchio graffito (o come si dice) che ho visto su un vecchio muro. Tutto a colori, diceva: “Mangia merda. Milioni di mosche non possono sbagliarsi”.

P.S. CHE CONSIGLIA PAZIENZA – Oh, non disperate. Ancora qualche parola (o disegno, audio, video) e potrà ascoltarci solo chi realmente ci interessa avere come interlocutore.

Bene. Salute e, credeteci, lo capiamo: ragioni e non ragioni per basare il cinismo, l’apatia, il menefreghismo, o i sinonimi che volete, sono molte, troppe, tutte. Trovarle per fare qualcosa per cambiare e migliorare è un compito che in pochissimi sono disposti a compiere.

Il Sup che cerca di fare una combofatality” per il testo di fine stagione.
(ma dai… ora se ne esce coi videogiochi).

Testo originale

Ascolta e guarda il video che accompagna questo testo

 

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Venerdì 11 gennaio 2013

Il Frayba chiede la liberazione immediata di Francisco Santiz López

Hermann Bellinghausen

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) sostiene che il governo federale non ha elementi per continuare a privare della libertà Francisco Santiz López, base di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), e deve liberarlo immediatamente, considerando che lo scorso 3 gennaio il magistrato del primo tribunale ha concesso protezione e supporto da parte della giustizia federale al commerciante e contadino tzeltal di Tenejapa, Chiapas, la cui liberazione è chiesta da decine di organizzazioni e collettivi e migliaia di persone di 30 paesi e dalla giunta di buon governo di Oventic.

La sentenza riconosce che il giudice primo per i reati penali federali in Chiapas ha trasgredito le garanzie giudiziarie tenendolo in prigione. Secondo il Frayba, per avvalorare il reato di detenzione di armi da fuoco ad uso esclusivo delle forze armate, attribuito all’indigeno, si è basato solo su prove che lo pregiudicavano, senza valutare tutte le altre prove esistenti, come le otto testimonianze che riferiscono testualmente che Santiz López non aveva nessun’arma; esistono anche altre prove che il giudice ha omesso di considerare.

Bisogna ricordare che lo zapatista civile, accusato falsamente di aver partecipato ad un’aggressione di gruppi priisti contro le famiglie di Banavil, municipio di Tenejapa, più di 13 mesi fa, è rinchiuso nel Centro Statale di Reinserimento Sociale N. 5, a San Cristóbal de las Casas, dal 4 dicembre 2011. Sebbene assolto da tutte le accuse pochi mesi dopo il suo arresto, le autorità hanno deciso di tenerlo in prigione con la tardiva accusa di aver posseduto un’arma proibita, accusa che non sono mai riusciti a provare.

Il Frayba sottolinea che, in conseguenza della protezione concessa, si ordina al giudice di determinare la situazione giuridica del detenuto prendendo in considerazione tutte le prove e non solo quelle che lo accusano, come fatto nell’atto di arresto impugnato.

Di fronte a ciò, il citato giudice ha l’opportunità di fare giustizia potendo concedere la libertà immediata all’indigeno. Anche il Frayba ritiene che è una buona opportunità per il governo del Chiapas di fare la cosa giusta per compiere quello che il governatore Manuel Velasco Coello ha dichiarato il primo di gennaio in riferimento alla situazione di Santiz López e del professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez, aderente dell’Altra Campagna: Per il governo statale è necessaria la loro pronta scarcerazione.

Non dimentichiamo che il suo predecessore, Juan Sabines Guerrero, fu prodigo di simili dichiarazion e promesse al riguardo che non ha mai mantenuto.

Per il resto, il Frayba chiede di porre fine alle pratiche in cui lo Stato messicano utilizza il sistema giudiziario per criminalizzare le basi di appoggio dell’EZLN. Considera imprescindibile rispettare i progressi nel diritto alla loro libera determinazione, attraverso l’autonomia zapatista, in base agli accordi di San Andrés e suoi riferimenti internazionali: Trattato 169 dell’OIT e la Dichiarazione delle Nazioni Unite dei Diritti dei Popoli Indigeni.

Intanto, Rosario Díaz Méndez, detenuto dell’Altra Campagna e membro della Voz del Amate, negli ultimi tre mesi ha subito i ritardi ingiustificati del giudice di Simojovel. La magistrata ha ripetutamente rimandato la data dell’udienza di revisione del suo caso e quindi dare avvio alla sua liberazione. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/11/politica/020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Risposta del Sup ai “critici del cavolo

8 gennaio 2013

Dopo essere ricomparso sulla scena pubblica riattirando l’attenzione di attori politici e dei media, il Subcomandante Marcos si è burlato con una caricatura delle critiche fatte da parte di media, governi e politici.

 cartonmarcos

Link all’immagine: Sup

 Ascolta e guarda il video che accompagna il messaggio: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/09/carta-grafica-del-sup-a-los-criticos-chafas-8-de-enero-del-2013-2/

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Lo zapatismo, Salinas ed il PAN

Luis Hernández Navarro

Ignoranza, perdita di memoria o malafede sono alcune delle ragioni che spiegano l’opinione di chi asserisce che lo zapatismo è una creazione di Carlos Salinas de Gortari, o che ha interrotto la sua lotta durante i governi di Vicente Fox e Felipe Calderón accordandosi con loro. Non c’è un solo fatto che dimostri queste accuse.

Se c’è una forza che ha demolito il progetto di potere di Salinas, quella è stato l’EZLN. Se c’un movimento che ha ammaccato la corona del mandatario che voleva passare alla storia a rulli di tamburo, quello è stato l’insurrezione indigena del sudest. 

Il bilancio che fa lo zapatismo sul modo in cui 12 anni di amministrazioni di Azione Nazionale, in generale, e sei di Felipe Calderón in particolare, hanno affrontato la sfida dell’EZLN non fa concessioni. Il suo giudizio è definitivo: hanno fallito.

Ironie della storia –avverte il subcomandante Marcos–: il Partito Azione Nazionale (PAN) nel gennaio del 1994 chiese di annichilire i ribelli perché minacciavano di sprofondare il paese in un bagno di sangue e, una volta al governo, ha portato il terrore e la morte in tutto il Messico. Ed i suoi legislatori hanno votato contro gli accordi di San Andrés perché significavano la frammentazione del paese, solo per poi consegnare una nazione a pezzi.

L’esatto bilancio dei due sessenni del PAN fatto dai ribelli chiude i 12 anni di resistenza di cui sono stati protagonisti contro di loro. Resistenza che ha combinato mobilitazioni nazionali di grande respiro con la costruzione dell’autonomia nei loro territori senza chiederne il permesso; la denuncia dei governi di Vicente Fox e Felipe Calderón con lo sviluppo di idee precise sul necessario rapporto tra etica e politica, e sulla teoria e la pratica.

È assolutamente falso che gli zapatisti abbiano smesso di lottare in questi ultimi 12 anni. Nel marzo del 2001 hanno realizzato la Marcia del Colore della Terra, la mobilitazione per il riconoscimento dei diritti e della cultura indigeni più importante nella storia del paese. A Los Pinos c’era Vicente Fox ed i suoi portavoce insistevano nel dire che la lotta dell’EZLN non aveva più senso perché si era consumato l’alternanza politica.

In quell’occasione, lungi dal dare soluzione alle domande degli zapatisti ed aprire la porta alla soluzione del conflitto, la classe politica nel suo insieme decise di non dare compimento agli accordi di San Andrés. In cambio, emanò una riforma costituzionale che non riconosce ai popoli indigeni il diritto al territorio, all’uso e sfruttamento collettivo delle risorse naturali, non riconosce le comunità come entità di diritto pubblico, il rispetto dell’esercizio della libera determinazione dei popoli indigeni, e molti altri punti concordati. Mesi dopo, la Corte Suprema di Giustizia della Nazione si rifiutò di riparare al danno causato.

L’8 agosto del 2003, anniversario del compleanno di Emiliano Zapata, migliaia di indigeni zapatisti e distaccamenti della società civile si incontrarono nella comunità di Oventic per celebrare la nascita delle giunte di buon governo. Lì fu presentata la relazione sul primo anno di attività dei caracoles e delle giunte di buon governo, nel quale si dava conto di come i popoli zapatisti costruiscono la loro autonomia, cioè, si sono dotati di un organo di governo proprio con funzioni, facoltà, competenze e risorse. Hanno ripresero il controllo della loro società e l’hanno reinventata.

Nel 2005 e durante il 2006 l’EZLN ha emesso la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e promosso l’organizzazione dell’Altra Campagna, iniziativa non elettorale, in tempo di elezioni, che si è diffusa in tutto il paese, che ha cercato organizzare la resistenza popolare dal basso e a sinistra. La mobilitazione ha affrontato il clima avverso del potere e di settori della sinistra, e la selvaggia aggressione governativa contro gli abitanti di San Salvador Atenco, uno di suoi aderenti. 

Senza ambiguità alcuna, sia nel 2006 che nel 2012, gli zapatisti hanno denunciato la frode elettorale. Nel loro ultimo comunicato sostengono che Enrique Peña Nieto è arrivato al potere con un colpo di Stato mediatico.

Alla fine del 2008 e l’inizio del 2009 si è svolto il Festival della Degna Rabbia, nel quale sono state anticipate molte delle espressioni di disagio sociale che, da allora, sono nate nei paesi sviluppati. Notevoli sono stati i successivi seminari di analisi sulla realtà internazionale e le esperienze autonomistiche tenuti a San Cristóbal de las Casas, con la partecipazione di intellettuali come John Berger, Immanuel Wallerestein e Naomí Klein, per citarne solo alcuni.

Nel 2011 Marcos ed il filosofo Luis Villoro hanno avuto uni scambio epistolare sulla relazione tra etica e politica. Nella sua prima lettera, il subcomandante scrisse: “Ora la nostra nazione è invasa dalla guerra. Una guerra che non è più lontana da chi era abituato a vederla su geografie o calendari distanti (…) questa guerra ha in Felipe Calderón Hinojosa il suo iniziatore e promotore istituzionale (…) Chi si è impossessato de facto della titolarità dell’Esecutivo federale non si è accontentato del supporto mediatico ed è ricorso a qualcosa di più per distrarre l’attenzione ed eludere la messa in discussione della sua legittimità: la guerra”.

Coerente con questa posizione, il 7 maggio 2011, circa 25 mila zapatisti hanno sfilato per le strade di San Cristóbal a sostegno della Marcia Nazionale per la Pace e la Giustizia e contro la guerra di Calderón guidata dal poeta Javier Sicilia. Si mobilitarono all’appello di chi lotta per la vita, ed ai quali il malgoverno risponde con la morte. Nessun’altra forza politica nel paese è riuscita a portare in strada così tanta gente per affrontare questa sfida.

Nessuno nel paese detiene il monopolio della lotta di resistenza contro il potere. In questa resistenza, gli zapatisti hanno svolto un ruolo centrale. Pretendere di sottovalutarla o falsificarla, suggerendo che la loro esistenza favorisce il PRI o il PAN, non fa altro che favorire i signori del potere e del denaro. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/08/opinion/015a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Gustavo Esteva.

In ebollizione, dispersi

di GUSTAVO ESTEVA

Siamo in ebollizione. Fervono indignazione e malcontento, se non frustrazione e perfino la disperazione, lo stesso accade con iniziative e mobilitazioni. Siamo in ebollizione, ma sconcertati: confusi e senza accordo, senza concertazione.

Non lo siamo solo noi. In mezzo a una delle peggiori crisi della storia, alla fine di un ciclo e forse di un’epoca, il disincanto verso le istituzioni, i governi e le politiche dominanti è sempre più generalizzato. Le loro risposte insensate alla mobilitazione popolare che si allarga continuano ad aggravare la crisi allargando il solco tra quelli che sono in alto e coloro che stanno in basso.

In questo contesto, le iniziative che gli zapatisti stanno prendendo potrebbero risultare ancora più importanti di quella del primo gennaio 1994 (data dell’insurrezione zapatista in Chiapas, ndt). Vi fu allora un risveglio nazionale e mondiale. Loro furono i primi a dire “basta!” di fronte all’ondata letale del neoliberismo, come riconoscono tutti i movimenti anti-sistemici nati dopo quell’appello. In Messico cambiò l’equilibrio politico delle forze e furono spinti alla sconfitta i piani autoritari di Salinas (presidente messicano dell’epoca, ndt).

Dicendo loro che non erano soli, tuttavia, a loro la signora società civile comunicò allora che non voleva più violenza e chiese loro di tentare una vaga via istituzionale. Gli zapatisti obbedirono. Non solo si convertirono in campioni della nonviolenza attiva e fecero della parola e dell’organizzazione i loro principali strumenti di lotta. Essi si impegnarono anche seriamente nel dialogo e nella trattativa con le istituzioni.

Accadde quel che accadde. Sia il governo federale, nelle amministrazioni successive, come i poteri legislativo e giudiziario, i governi locali e tutti i partiti politici tradirono la parola data e gli accordi (gli Accordi di San Andrés, firmati dall’EZLN e dal governo nel 1995, ndt) e isolarono, diffamarono e attaccarono senza sosta gli zapatisti e lo zapatismo.

Contro ogni previsione, cancellati dai media e dalle classi politiche, sistematicamente aggrediti da gruppi paramilitari o politici nonché dalla polizia, gli zapatisti hanno consolidato e approfondito la loro costruzione autonoma. Ora dimostrano che la alternativa non istituzionale che hanno intrapreso è ormai una realtà, un cammino percorribile ed efficace per l’azione politica. Come resistenza organizzata, pone dei limiti all’offensiva dall’alto. Come impegno radicale, mina le basi dell’esistenza del sistema dell’oppressione e procede nella riorganizzazione della società dal basso.

Milioni di persone, in Messico e nel mondo, attraverseranno i ponti che gli zapatisti cominciano a gettare per concertare l’azione. Hanno imparato, con loro, che per resistere all’orrore che è caduto su di noi non basta dire di no, rifiutando radicalmente politiche e azioni dall’alto che si feriscono e ci depredano. Abbiamo anche bisogno della costruzione autonoma che dà senso all’impegno, prende la forma della nuova società e nella stessa lotta stessa prefigura l’esito. E abbiamo bisogno di fare tutto questo insieme, in accordo. Dobbiamo ascoltarci e farci sentire, comporre tra tutti una sinfonia armoniosa.

Gli zapatisti mostrano chiara consapevolezza delle difficoltà che affronteranno e dei rischi che correranno. Non si fermano per questo. Sono ben consapevole della povera condizione umana di coloro che dirigono le istituzioni. Sanno che il famoso patto dei partiti o le promesse di Peña (attuale presidente messicano, ndt) agli indigeni, citate dal ministro degli interni. non sono che nuove minacce: costoro arretrano verso l’indigenismo dell’omologazione e spacciano come sviluppo i saccheggi che stanno pianificando. Gli zapatisti sanno anche che coloro che non possono pensare o agire al di fuori del quadro convenzionale e si rifiutano di riconoscere che il problema è nel sistema stesso dell’oppressione, non solo nei suoi operatori, continueranno a concentrare l’energia su nuove fantasie a proposito del 2018 (anno delle prossime elezioni presidenziali in Messico, ndt). Ma non trattano i primi come nemici né ignorano i secondi.

Già si realizzano tentativi truffaldini di ridurre le iniziative zapatiste alla questione indigena. E’ certamente necessario riattivare il Congresso Nazionale Indigeno (organismo che rappresenta tutti i popoli indigeni del Messico, oltre 50 etnie e oltre und decimo della popolazione del paese, ndt) e tenere il dito sulla piaga della violazione degli accordi di San Andrés, ma non a costo di negare la portata delle attuali iniziative zapatiste che sfidano lo stato delle cose dominante e si propongono, grazie alla sapienza indigena, un cammino di trasformazione che comprende ugualmente indigeni e non indigeni.

Per tutto questo, centinaia di partecipanti al Terzo Seminario Internazionale di riflessione e analisi, che dal 30 dicembre al 2 gennaio dal CIDECI e dalla Universidad de la Tierra, in Chiapas, insieme alle migliaia di persone che lo hanno eguito via internet, hanno celebrato con uno spirito rinnovato l’anniversario della ribellione dell’EZLN. La presenza entusiasta e lucida di collettivi, organizzazioni e movimenti di una dozzina di paesi è servito a dimostrare la rilevanza delle iniziative zapatiste al di là dei nostri confini e per iniziare il lavoro di paziente e serena concertazione della nostra degna rabbia. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/07/opinion/018a1pol

da La Jornada di lunedì 7 gennaio 2013. Tradotto da DKm0.

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Essere zapatista in Spagna

Marcos Roitman Rosenmann

In Spagna ci troviamo con una situazione particolare. La sinistra istituzionale si divide continuamente. Durante l’ultimo anno sono apparsi partiti che si sono staccati da Izquierda Unida, per proseguire, curiosamente, nel suo seno. E’ incomprensibile. Si declama l’unità e la coesione, ma si pratica la divisione. I problemi crescono e le soluzioni non arrivano. Prevale il protagonismo e l’ansia di potere. Si discute solo del nome del prossimo segretario generale o regionale, e non i principi, il progetto e l’obbligo etico e politico di elaborare un programma di azione in basso e a sinistra.

L’ombrello dell’inefficienza è grande; sotto si proteggono le mafie interne. Le mafie scatenano le loro azioni per mantenere ed accrescere, se possibile, il controllo del comando. Un giovane militante riceve un apprendistato nefasto. Per essere protagonista deve crescere nell’organizzazione. Appartenere ad un gruppo, avere padrini e tacere a comando. L’organizzazione sembra campo di battaglia. I suoi affiliati vivono di rissa in rissa. Tutto si negozia al tavolo dei ristoranti, tra caffè e aneddoti. Così si spartiscono la torta. La segreteria generale per me, internazionale per voi, per l’organizzazione vedremo poi. La cosa importante, il finanziamento. Posto chiave: tesoriere. Questa realtà non credo sia molto diversa in Francia, Germania, Cile, Messico o Italia.

Le sinistre che si sono sistemate dentro il sistema hanno deciso di trasformarsi nei cortigiani delle immoralità del capitalismo. Ma hanno rinunciato al sogno di costruire un altro mondo. Un mondo dove stanno tutti i mondi, dove la dignità, l’etica, il senso democratico di comandare ubbidendo sia il principio che apre le porte ad una vita in libertà, giustizia sociale, equità e democrazia. Vogliono semplicemente ottenere una percentuale di sindaci, deputati, senatori. Più sono, meglio è. Così si fa rumore e si conquistano più voti.

Nell’ultimo comunicato dell’EZLN, firmato dal subcomandante Marcos, “Non vi conosciamo?” sono indicati 10 principi dai quali è possibile riconoscere un non zapatista. Tra questi: se vuole una carica, nomina, regali, premi; se ha paura; se si vende, arrende o tentenna; se si prende molto sul serio; se non fa venire i brividi al solo vederlo; se non dà la sensazione di dire più con quello che tace; se è un fantasma che svanisce. Ha davvero ragione. Per questo essere zapatista oltrepassa le frontiere nel campo del pensiero e dell’agire della sinistra il cui obiettivo è distruggere, dico bene, distruggere i meccanismi di dominazione e sfruttamento del capitale che negano la condizione umana.

Nel pieno di un capitalismo che si arroccato, il campo della sinistra istituzionale a pezzi è deserto. In questo contesto, lo ya basta! sollevato nel 1994 mantiene tutta la sua vitalità. E non solo per denunciare il cattivo ed illegittimo governo di Salinas de Gortari, ma per l’impegno espresso in basso e a sinistra. L’EZLN ha superato le frontiere. Non è un modello. Nella storia non esistono, per quanto lo propongano eruditi e manipolatori d’opinione. Dobbiamo accontentarci dell’esplosione di processi politici, sociali e lotte di resistenza nelle strutture di potere di ogni popolo, nazione e Stato. Esiste un colonialismo interno, dipendenza, imperialismo, oligarchie, borghesie dirigenti, traditori e imprese transnazionali. Contro ciò si lotta. Le armi utilizzate sono diverse e rispondono a realtà multiple e dissimili. L’EZLN ha avuto ed ha la virtù di ricreare forme di resistenza ed utilizzare armi potenti: la parola degna, il silenzio, il noi, il comandare ubbidendo e l’etica politica.

Essere zapatista in Spagna non presuppone di riprodurre schemi. Non si tratta di fare solidarietà. È un’attitudine, uno stile di vita, un modo di agire. Un comportamento. Oggi, segno e identità di tutti quanti sono in basso e a sinistra, indignati, con degna rabbia, anticapitalisti, esclusi ed emarginati, popoli originari, che lottano e resistono al capitalismo. Il suo silenzio in Messico è il nostro in Spagna. La sua dignità in Messico, la nostra in Spagna. Le sue speranze in Messico, le nostre in Spagna. Sono la forza contro l’ingiustizia, la corruzione, la vigliaccheria e il tradimento. Niente ci separa, tutto ci unisce. In questo consiste essere zapatista in Spagna.

Ma lo zapatismo è vilipeso da chi si sente il padrone della verità, del mondo e l’unica sinistra possibile. In questo attacco si cerca il suo annichilimento attraverso le aggressioni, le provocazioni e gli atti di sabotaggio. I suoi comandanti sono caricature, diffamati e considerati luogotenenti del subcomandante Marcos, a sua volta demonizzato. Attacchi destinati a provocare scoraggiamento in chi milita nello zapatismo. Puri attacchi vuoti che alla fine si ritorcono contro chi li fomenta. Il loro uso dimostra l’incapacità politica di rispondere alle proposte di autonomia, pace, giustizia sociale, democrazia, dignità e libertà, lanciate dall’EZLN. Non c’è dubbio. Militare nello zapatismo è un orgoglio e un dovere. Bisogna continuare ad essere zapatista. Non si può smettere di esserlo in questo momento. Né rinunciare né scoraggiarsi. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/05/opinion/016a1mun

Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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EZLN: più forte che mai

Gilberto López y Rivas

 I maya zapatisti organizzati nell’EZLN sono tornati sui loro passi del 1994, e questa volta senza armi, il 21 dicembre scorso si sono presi simultaneamente le cinque città dell’inizio del loro movimento: San Cristóbal de las Casas, Altamirano, Las Margaritas, Palenque e Ocosingo. In silenzio, in perfetta sincronia, organizzazione e simultaneità, più di 40 mila uomini e donne integrati nei contingenti della multietnicità che ha caratterizzato lo zapatismo, sono arrivati all’alba di questo giorno memorabile, annunciatori di fine del mondo e inizio di una nuova era, per rispettare, ancora una volta, un altro appuntamento con la storia di questo paese d’impunità di governo e di popoli che resistono con la dignità ed il comandare ubbidendo che l’EZLN ha stabilito come effettiva e reale alternativa democratica.

Preceduti sempre dall’azione, prima della vuota parola della classe politica, questa singolare sfilata di colonne dei maya zapatisti che senza eccezione, inclusi i bambini, sono saliti – col pugno alzato – sui palchi collocati di fronte ai palazzi di governo delle città prese e drappeggiati dalla bandiera nazionale e dalla bandiera rossa e nera di questa organizzazione, ratificano con questo atto simbolico chi sono quelli che comandano e che sono protagonisti di questa lotta che compie 19 anni dalla suo ingresso sulla scena pubblica e che ha scosso il mondo dell’emancipazione e delle ribellioni.

La riapparizione dell’EZLN il 21 dicembre in Chiapas ed i comunicati del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comando Generale dei giorni successivi, costituiscono una dimostrazione della forza di questo movimento sorto dall’intreccio delle lotte di liberazione nazionale in America Latina – che si sviluppano dopo il trionfo della Rivoluzione Cubana il primo gennaio del 1959 – col mondo indigeno, matrice civilizzatrice della nazione messicana che ha prevalso a dispetto dei tentativi dei poteri oligarchici di tutti i colori politici di cancellarli come popoli con identità, cultura e governi propri. Le esperienze della nuova autonomia che si sono stabilite in territorio ad egemonia zapatista segnano la differenza della nuova era, nella quale i popoli vivono nella dignità di una forma di espressione del potere popolare, senza burocrazie né mediazioni.

I comunicati zapatisti risultano trascendenti e freschi, in questo deserto della politica messicana e globale, con il tratto peculiare impresso dal SCI Marcos ai documenti dell’organizzazione che costituisce, nei suoi termini, la migliore prova in vita di una foto o un video: parole dirette, senza evoluzioni né significati nascosti da agenda elettorale, che mettono a nudo strutturalmente il potere tale e quale è, violento-sfruttatore, senza volto umano e capacità riformabili; precise caratterizzazioni delle forze politiche principali del paese: il panismo, attraverso la “Lettera del SCI Marcos dell’EZLN a Luis Héctor Álvarez Álvarez”, la sinistra istituzionalizzata ed il priismo con la descrizione dei noti personaggi che ora governano, con i suoi assassini, complici del crimine organizzato, e sinistrensi pronti a mettersi all’opera foraggiati dal clientelismo e dal corporativismo dei partiti. Speciale menzione in questi comunicati che stabiliscono la riapparizione zapatista è per chi, dalla limitata sinistra, nelle parole del Sub: “prima ci hanno calunniato e poi hanno cercato di zittirci… Incapaci e disonesti per vedere che in se stessi avevano ed hanno il germe della loro rovina, hanno tentato di farci sparire con la bugia ed il silenzio complice… Sei anni dopo, due cose sono chiare: loro non hanno bisogno di noi per fallire. Noi non abbiamo bisogno di loro per sopravvivere”.

Oltre all’analisi delle forze politiche e la congiuntura che segna questa riapparizione dell’EZLN, sono di interesse primario per le lotte antisistema messicane le azioni da sviluppare da parte della sua dirigenza nel futuro prossimo, delle quali rilevo quella che mi sembra la più strategica, necessaria ed opportuna: riaffermare e consolidare l’appartenenza al Congresso Nazionale Indigeno (CNI), correttamente considerato lo spazio di incontro con i popoli originari del nostro paese. Il CNI fu fondato nell’ambito del dialogo tra l’EZLN ed il governo federale che portò alla firma dei mai rispettati accordi di San Andrés e fu il risultato delle discussioni tra tutte le organizzazioni indigene per dare coerenza nazionale al loro movimento per l’autonomia e le resistenze anticapitaliste. Nell’attuale offensiva delle corporazioni capitaliste contro i popoli, appoggiate dal regime dei partiti di Stato, per spogliarli dei loro territori e risorse, è vitale la presenza dei maya zapatisti al fine di unificare sforzi, condividere esperienze e consolidare strategie comuni.

E’ altresì importante la decisione di riprendere il contatto con gli aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona in Messico e nel mondo; la costruzione di ponti necessari verso i movimenti sociali che sono sorti e sorgeranno; con individui e gruppi, in Messico e nel mondo, che mantengono ancora vivi la convinzione e l’impegno per la costruzione di un’alternativa non istituzionale di sinistra; il mantenimento della distanza critica dell’EZLN di fronte alla classe politica messicana che, nel suo insieme, non ha fatto altro che crescere a costo delle necessità e le speranze della gente umile e semplice.

Sicuramente, con questa riapparizione arriveranno anche le critiche e le note analisi antizapatiste. Tuttavia, queste sono le azioni e le parole di coloro che non tentennano, non si vendono né si arrendono. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/04/opinion/019a1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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Come stabilito, l’incontro europeo a Parigi il 2 e 3 febbraio 2013 è in marcia. Mai come nel contesto attuale questo incontro acquisisce un significato importante.  Vi informiamo che siamo pronti ad accogliervi a partire dal pomeriggio di venerdì 1° febbraio fino a domenica 3 febbraio (in fondo, il link con indicazioni, mappa e tariffe). Coloro che non potessero essere presenti a questo incontro possono ugualmente condividere con noi idee e suggerimenti. Inviamo questo messaggio per avanzare nell’organizzazione dell’incontro e stabilire con voi il programma.

Vogliamo sottoporvi i temi che ci sembrano interessanti discutere insieme:

  1. Analisi, riflessioni e proposte relativamente agli ultimi comunicati dell’EZLN
  2. Bilancio della solidarietà in Europa e riflessioni sulle possibilità di sviluppare reti di resistenza e solidarietà. Ci sembra molto importante rafforzare le nostre reti, scambiare e coordinare la nostra solidarietà.
  3. Dalla Sesta Dichiarazione ci pare necessario continuare a discutere sui nostri obiettivi, il nostro agire ed i nostri punti di vista. Cioè, come organizzare punti comuni intorno alle nostre solidarietà con tutte le lotte in basso e a sinistra contro il capitalismo e tutto quello che l’accompagna.
  4. Fin dall’inizio, gli zapatisti hanno aperto le porte alle lotte che si svolgono in ogni parte del mondo. Ci sembra necessario un dibattito sulle lotte in corso in Spagna, Grecia o in altre parti, per esempio. Ognuno dei nostri paesi è coinvolto in lotte di fronte alla crisi attuale ed ai grandi progetti inutili. Da parte nostra parte potremmo presentare la lotta contro l’aeroporto in Notre Dame des Landes che fa parte ormai di una rete di lotte al livello europeo.
  5. Purtroppo, sappiamo che questa lotta ha le sue vittime colpite dalla repressione. Non possiamo continuare questa lotta senza organizzare la solidarietà tutti loro.

Insieme a queste proposte, aspettiamo di ricevere le vostre idee su come dovrebbe essere questo incontro.

Fino ad ora hanno risposto 10 collettivi, che ringraziamo. Vi chiediamo per favore di farci sapere il prima possibile se altri parteciperanno ed il numero di persone, così come la data di arrivo e partenza e necessità di alloggio.

Grazie per le vostre proposte e risposte,

CSPCL, Parigi http://cspcl.ouvaton.org/

Acceso Encuentro Paris 2013

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La Jornada – Giovedì 3 gennaio 2013

E’ il tempo della ribelione, messaggio degli zapatisti al seminario

La lezione dell’EZLN: non si può silenziare la storia, affermano Villoro e Navarro a chiusura dell’incontro

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 2 gennaio. Celebrando “il fragore del silenzio dei nostri fratelli zapatisti che hanno svegliato il mondo – anche i più increduli – tornando ad accendere la fiamma della speranza”, i filosofi Luis Villoro e Fernanda Navarro hanno salutato il Terzo Seminario Internazionale di Riflessione e Analisi Pianeta Terra, Movimenti Antisistemici che si è chiuso oggi.

Nel loro messaggio, Villoro e Navarro affermano: Ci hanno dato una nuova lezione: che la storia non si può mettere a tacere. Non molto diverso è quello che sono venuti a dire in questo particolare dialogo interculturale le voci dell’America indigena, da esperienze differenti, cariche dell’energia (newen, la chiamano i mapuche) del divenire della storia.

Nella sessione finale sono risuonate forte le voci dell’intellettuale di lingua mapundungun Luis Cárcamo-Huechante e del dirigente amazzonico dell’Ecuador Severino Sharupi Tapuy. Non sono tempi per procedere lentamente, ha detto il secondo, in rappresentanza dell’importante Confederazione Nazionale Indigena dell’Ecuador (Conaie). Ha esposto una valutazione dell’impatto del movimento indigeno sulla vita del suo paese nei passati 20 anni, non esente da autocritiche, perché ha ammesso che, a dispetto dei risultati, hanno commesso errori legati all’intenzione di prendere il potere (e sono stati vicino a farlo, abbattendo tre presidenti e ottenendo una nuova Costituzione).

Secondo Sharupi, non si è costruito un potere dal basso per l’idea di prendere il potere esistente. Le sue parole risultano urgenti: Non è più il momento di resistere soltanto. È il momento di fare un passo avanti. È il tempo della parola e della ribellione. La consonanza con i messaggi zapatisti che hanno permeato questo seminario internazionale è evidente: Siamo un popolo in costruzione, ha detto, e paradossalmente ha concluso: Come la tartaruga che è lenta, ma, siccome procede sulle sue quattro zampe, non cade.

Il dire facendo/fare dicendo degli ecuadoriani si sposa anche, senza ripeterlo, con l’uso della parola che ha caratterizzato il movimento zapatista del Chiapas nei due stessi decenni in cui la Conaie ha percorso le proprie strade, e non è la prima volta che si incrociano. 

Cárcamo-Huechante, mapuche cosmopolita per l’esilio, ha parlato a nome della Comunità di Storia Mapuche, organizzazione di lotta culturale in Cile che ha trovato nei libri e nella radio strumenti di autonomia. Ha descritto l’esperienza di auto-pubblicarsi, con una visione propria della storia, la geografia, l’interpretazione del territorio e la comprensione della legge.

L’opera collettiva Historia, colonización y resistencia en el País Mapuche è una pietra miliare nell’attuale e contundente risveglio dei popoli di Wall Mapu, in Cile (e Argentina). Continuano ad essere colonizzati dallo Stato cileno, tradizionalmente razzista e che li ha perseguitati e derubati. Dalla dittatura di Pinochet viene loro applicata l’infame legge antiterrorista. 

Ma anche in Ecuador, col suo governo più progressista (ma fondamentalmente favorevole alle estrazioni minerarie, dice Sharupi), si applica una legge simile contro i dirigenti indigeni.

Insieme a queste voci, quelle di Félix Díaz, qarashé della comunità qom dell’Argentina; del mapuche Andrés Cuyul, e quelle del Congresso Nazionale Indigeno del Messico, sentite ieri. Tutti questi interventi sono stati tradotti o commentati in tzeltal e tzotzil, in considerazione del pubblico locale venuto ad ascoltare gli analisti, i dirigenti ed i saggi, come Luis Villoro e Jean Robert.

Fedele al pensiero attivo che ha caratterizzato la sua vita, Robert ha parlato con generosità del mondo contadino, dove risiede la resistenza, ed ha avvertito del pericolo della sua scomparsa di fronte al disastro ecologico che si diffonde nel pianeta. La parola chiave per lui è costruzione. 

Anche Villoro e Navarro, rispondendo all’appello zapatista dichiarano: dietro quel silenzio ci invitano, ci incitano a far camminare la parola, la loro parola, per mostrare quello che loro hanno ottenuto resistendo e costruendo un mondo nel quale tutto quello che ha vita si ama e si rispetta, perché ha cuore. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/03/politica/005n1pol

http://seminarioscideci.org/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 2 gennaio 2013

Il governatore del Chiapas chiede di applicare gli accordi di San Andrés

Si impegna a rispettare i terreni in possesso delle comunità indigene

Velasco Coello dice che sosterrà le iniziative che contribuiscano alla pace giusta e degna

 Dalla Redazione

San Cristóbal de las Casas, Chis. 1° gennaio. Il governatore Manuel Velasco Coello ha chiesto il rispetto degli accordi di San Andrés in materia di diritti e cultura indigeni, come concordati nel febbraio del 1996 dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ed il governo federale.

Nel 19° anniversario dell’insurrezione armata dell’EZLN, Velasco Coello ha reso nota la sua posizione di fronte alla rinascita della lotta zapatista; ha annunciato azioni di governo e manifestato la sua disponibilità e sostegno ad ogni iniziativa che contribuisca alla pace giusta e degna.

Il governo del Chiapas, ha dichiarato, si impegna a rispettare le proprietà zapatiste che oggi sono ad uso e beneficio sociale, nel contesto del rispetto di ogni forma di proprietà della terra. Rispetteremo il diritto alla resistenza e all’autodeterminazione degli zapatisti.

Il governo statale sarà attento alla proposta e implementazione di ogni programma statale di sviluppo nelle comunità con presenza zapatista, ha promesso Velasco.

Non è nostro obiettivo la divisione delle comunità, ma il benessere, lo sviluppo e l’unità di tutti i popoli indigeni del Chiapas, ha affermato.

Manuel Velasco ha dichiarato che il suo governo si adopererà per la difficile e tesa situazione nelle comunità zapatiste Comandante Abel e San Marcos Avilés, nella regione nord, cercando di contribuire ad una soluzione duratura e giusta. In quelle località le basi zapatiste lottano per la loro autonomia.

Sulla richiesta di liberazione del professore tzotzil Alberto Patishtán Gómez e di Francisco Santiz López, originario del municipio di Tenejapa, il governo statale ritiene necessaria la loro immediata scarcerazione.

Il governatore considera che il veemente silenzio dell’EZLN è un’opportunità per costruire un movimento per la pace con giustizia.

Ciò nonostante, il governo del Chiapas ritiene che sono i fatti programmati e coerenti, e non le vaghe dichiarazioni, a poter spianare la strada ad una soluzione giusta e duratura; fatti che, a loro momento, dovranno essere vagliati da parte dell’EZLN e della società nel suo insieme, completando così e continuando il non facile processo di soluzioni ferme e durature.

Le mobilitazioni zapatiste del 21 dicembre scorso non sono passate inosservate dal nuovo governo dello stato, sono un fatto trascendente che deve segnare l’inizio di un processo di soluzioni ferme e durature, ha detto Velasco Coello.

Nel 19° anniversario dell’insurrezione armata, il governatore del Chiapas ha affermato che le ultime parole dello zapatismo sono costruttive, pacifiche, politiche ed arricchiscono la pluralità. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/02/politica/007n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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La Jornada – Mercoledì 2 gennaio 2013

Lo zapatismo, l’opzione di fronte al dilemma riforma/rivoluzione

Voci dal Seminario di riflessione e analisi: Planeta Tierra

 Hermann Bellinghausen. Inviato.San Cristóbal de las Casas, Chis., 1º gennaio. Ci troviamo di fronte all’opportunità di organizzare a livello mondiale un’immensa rete di collettivi a difesa del territorio, della terra e della Terra, ha dichiarato Pablo González Casanova davanti a un auditorium strapieno dell’Università della Terra in questa città; ciò, in riferimento alla persistente e crescente costruzione dell’autonomia delle comunità zapatiste. “Questo è il compito fondamentale, se pensiamo alla ‘altra politica’, costruita dal basso”.

La proposta zapatista, ha aggiunto, è una nuova alternativa al vecchio dilemma riforma/rivoluzione che ha caratterizzato il dibattito e le lotte della sinistra nel XX° secolo. Siamo di fronte ad un nuovo momento che cambia la geometria politica, che va oltre l’opposizione destra-sinistra, parlando, come fanno gli zapatisti, del sopra e del sotto.

Crisi ad ampio spettro

González Casanova sostiene che il mondo affronta una crisi ad ampio spettro, più grande di una crisi finanziaria o economica. Non ciclica, né di breve o lunga durata, dovuta al modello di accumulo intrapreso dal capitalismo nella sua fase attuale che mette in rischio la sopravvivenza stessa del mondo.

Ha rimarcato la novità del modo di presentare le alternative rivoluzionarie, lì dove le grandi trasformazioni promulgate da Lenin e Mao sono fallite. Ha origine il sudest messicano, abitato dai popoli maya, e rappresenta un progetto universale, non per una nuova politica indianista o solo indigenista, ma di emancipazione umana che, per quanto possibile, sarà pacifica.

Il sociologo messicano si domanda: che cosa hanno Cuba e la sua rivoluzione per continuare ad esistere dove altre esperienze come quella sovietica o quella del Vietnam hanno portato al tipo di capitalismo che attualmente guida quelle nazioni? È la combinazione di Marx e Martí, ha azzardato. Sostiene che oggi è l’esperienza del Venezuela quella che è arrivata più lontano nel continente, senza ignorare quello che succede in Ecuador, Bolivia ed Uruguay, che pure essendo insufficiente, punta a come può resistere l’attuale fase di ricolonizzazione e saccheggio del capitalismo.

Mentre nei loro cinque caracoles nella selva e sulle montagne del Chiapas migliaia di basi di appoggio zapatiste celebrano a porte chiuse il 19° anniversario dell’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), in questa città si svolge il Terzo Seminario di riflessione e analisi Pianeta Terra: movimenti antisistemici, dove questa sera è intervenuto González Casanova.

Uno striscione sul portone del caracol di Oventic, negli Altos, recitava in caratteri rossi e neri: “Lunga vita ai compagni aderenti all’Altra Campagna del Messico e del mondo”. Le guardie incappucciate indicavano ai giornalisti che si poteva riprendere o fotografare solo questo. Su altri due striscioni si leggeva la richiesta di liberazione immediata di Francisco Santiz López, base di appoggio dell’EZLN, ed Alberto Patishtán Gómez, aderente all’Altra Campagna. Ieri sono giunti nei caracol migliaia di indigeni in numerosi gruppi provenienti dalle diverse comunità.

Autonomia comunitaria

Il terzo seminario internazionale ha fatto da eco al deliberato silenzio della marcia zapatista questo 21 dicembre. Ed anche per riannodare il dialogo della società civile e degli intellettuali che continuano ad essere interlocutori dello zapatismo; ora, dopo il recente comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, Comandancia Generale dell’EZLN, e le lettere al governo federale passato e nuovo del subcomandante Marcos. Tutto conferma il vigore e l’urgenza dell’autonomia comunitaria che nelle montagne del Chiapas oggi rappresenta l’esperienza di autogestione più estesa e longeva al mondo, in permanente resistenza.

Il Congresso Nazionale Indigeno (CNI) si è espresso ampiamente attraverso la voce del dirigente purépecha Salvador Campanur, della comunità autonoma di Cherán, Michoacán, come spazio di riflessione ed incontro di tutti i popoli e nazioni indios disposti a procedere in autonomia, libertà e resistenza. Non a caso la figura ed il nome di don Juan Chávez Alonso, morto mesi fa, è risuonata per bocca di sua figlia Margarita, arrivata qui dalla comunità di Nurío, e di altri suoi compagni.

Erano presenti per salutare e ribadire la loro lotta i wixaritari di Jalisco e la difesa contro le imprese minerarie nel deserto sacro di Wirikuta; gli yaquis che difendono il loro fiume omonimo contro la barbarie del governo panista di Sonora, e gli amuzgos di Suljaá, Gueriero, per voce della sua Radio Ñomndaá. L’Assemblea dei Popoli Indigeni dell’Istmo in Difesa della Terra e del Territorio ha insistito nel denunciare gli abusi colonizzatori delle multinazionali dell’energia eolica che infestano le comunità zapotecas di Unióne Hidalgo e Juchitán, come i popoli ikoot di San Dionisio e San Francisco del Mar, nel sud di Oaxaca. Le spagnole Mareña Renovables, Femosa ed altre, con l’inganno, violando i diritti dei popoli, ed appoggiate dal governo oaxaqueño, hanno causato grandi danni sociali ed ambientali, e minacciano di causarne ancora di più se i popoli non le fermeranno.

Dal suo inizio, il seminario ha adottato come indirizzo di riflessione la condizione dell’ascolto attento: È un nuovo tempo delle lotte dei popoli, ha detto il giorno 30 l’antropologa femminista Mercedes Oliveira, al CIDECI-Università della Terra. Hanno partecipato Jerome Baschet, Xóchitl Léyva e Ronald Nigh, anche come attenti ascoltatori del silenzio e della parola dei ribelli che l’Anno Nuovo del 1994 si sono sollevati in armi contro il malgoverno e quasi due decenni dopo sono ancora presenti e contano. Ora annunciano nuove iniziative ed azioni. Anche Sylvia Marcos ha affermato quello che ha sentito dall’impressionante silenzio e dai corpi dei 40 mila zapatisti che il 21 dicembre hanno sfilato in cinque città del Chiapas, e dopo le più recenti parole dell’EZLN.

Hanno illustrato le loro lotte ed affinità anche Emory Douglas, figura storica del partito delle Pantere Nere statunitensi; Andrés Cuyul, rappresentante del popolo mapuche; la cineasta e nazionalista portoricana Ivonne María Soto, e Juan Haro, del Movimento per la Giustizia del Barrio di New York. Il pensatore belga François Houtart, nella sua interpretazione del disastro capitalista, ha affermato che esiste una resistenza generalizzata contro la disuguaglianza economica ed il sistema che si è costruito nel mondo, e che di fronte alla crisi della logica dello sviluppo dobbiamo trovare alternative e non solo regolamentazioni; bisogna ripensare in maniera completa la realtà della Terra e la realtà umana.

Gustavo Esteva ha parlato di questa crisi all’interno della crisi del capitalismo ed enumerato i dati minimi delle condizioni di disastro sociale, politico, economico, alimentare, ambientale e di vita in cui si trova il Messico, ed ha invitato a consolidare le vie dell’autonomia, l’autosufficienza alimentare, la difesa delle risorse e, soprattutto, il pensiero libero, decontaminato, senza il quale non sarà possibile la costruzione di un mondo diverso.

Poco prima, Silvia Ribeiro aveva tracciato le coordinate dell’imminente appropriazione, da parte di Monsanto e simili, del mais e della vita in Messico, aiutati dall’entusiasmo riformatore dei legislatori di tutti i partiti che spianano la strada alle multinazionali ed alle loro coltivazioni transgeniche, per di più, con diritto di brevetto.

Ben riassume quello che il CNI ed i relatori sono venuti ad esporre in questo seminario internazionale molto partecipato, la gratitudine di Margarita Chávez Alonso a suo padre per avere insegnato il percorso dell’EZLN alle comunità di Michoacán. http://www.jornada.unam.mx/2013/01/02/politica/005n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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