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Posts Tagged ‘Intervista Marichuy’


Radio Onda d’Urto intervista  Maria de Jesus Patricio Martinez, più conosciuta come Marichuy, la portavoce del Consiglio Nazionale Indigeno che le popolazioni native, insieme all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, hanno deciso di candidare alle elezioni presidenziali del Messico in calendario nel 2018 http://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2018/01/chiapas-marichuy-intervista.mp3

523 comunità appartenenti a 25 stati del Messico, in rappresentanza di 43 popoli originari, hanno così designato Marichuy come la propria candidata. “La nostra lotta non è per il potere, non lo stiamo cercando. Chiediamo ai popoli orginari e alla società civile di organizzarsi per fermare questa distruzione, rafforzarci nelle nostre lotte di resistenza e ribellione, ossia nella difesa della vita di ogni persona, di ogni famiglia, collettivo, comunità o quartiere. Di costruire la pace e la giustizia, per riannodare i legami dal basso, dove siamo quello che siamo”, hanno detto in una nota congiunta il Cni e l’EZLN. Da diversi mesi Marichuy sta percorrendo tutto il Messico per spiegare il percorso nato nel gennaio del 2017 con la costituzione del Congresso Indigeno di Governo e la necessità di raccogliere ben un milione di firme, il numero previsto dalla legge messicana per rendere effettiva la candidatura.

Andrea Cegna, della nostra redazione, ha intervistato Marichuy durante una tappa della raccolta firme a Città del Messico, la capitale federale messicana. Ascolta o scarica qui.

Messico, intervista a Marichuy: «Una candidatura dal basso e femminista»

Messico. Intervista a Marichuy proposta alla presidenza del Messico dagli zapatisti, durante il suo tour per raccogliere le firme necessarie.

Andrea Cegna, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico. Dicembre 2017.

Il viaggio senza sosta di Marichuy, iniziato a metà novembre alla ricerca delle firme necessarie per rendere reale la sua candidatura a presidentessa del Messico, si è fermato solo a inizio gennaio.

Una pausa solo «spaziale» perché i giorni a Città del Messico sono serviti per riunioni di verifica, valutazione e coordinamento tra i delegati del «Congreso Nacional Indígena», la società civile e gli intellettuali che supportano il percorso.

Tra una riunione e l’altra Marichuy ha dialogato con la stampa nazionale e internazionale. Sono quasi un milione le firme necessarie per rendere reale e «sostanziale» una candidatura fuori dai partiti; si tratta di un numero molto alto che mostra lo iato tra la democrazia apparente e reale del sistema politico messicano. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Marichuy per capire il significato del percorso intrapreso dal CNI sulla spinta dell’EZLN arrivata ormai un anno fa.

Una parte della sinistra messicana ha paura che porterete via voti a MoReNa (vedi scheda) e alla possibilità di un cambio di governo che rompa la dicotomia Pan/Pri, se potessi rispondere alle loro paure cosa diresti?
Che noi non toglieremo voti a nessuno. Credo che la gente sappia cosa vuole votare. Quello che stiamo chiedendo per ora è una firma per rendere effettiva la candidatura, non un voto. Firmare ora per me non implica votare per me a luglio. Non sappiamo nemmeno se raccoglieremo le firme necessarie. La nostra proposta è stata chiara dall’inizio: si tratta di una proposta organizzativa. Chi voterà ha chiaro chi appoggiare alle elezioni. Noi abbiamo sempre sostenuto la nostra sfiducia in coloro che governano ogni sei anni. Nelle comunità non abbiamo visto alcun cambiamento, la situazione nei villaggi è sempre peggio. La nostra proposta è diversa: attraverso l’organizzazione dal basso il popolo avrà il potere nelle sue mani e il governo deve ascoltare il popolo organizzato. Starà alla gente decidere.

Cos’è il femminismo per te, e perché oggi è fondamentale in Messico e nel mondo?
Quando una donna decide di partecipare, non c’è nulla che può fermarla. Ancor di più in questi tempi segnati da un numero esorbitante di femminicidi, non solo in Messico ma nel mondo. Le strutture patriarcali costruite non facilitano la partecipazione delle donne. Dobbiamo quindi partecipare con più decisione, senza paura. Se come hanno fatto tante donne, riusciremo anche noi a modificare le relazioni di forza, lottando, e se riusciremo a metterci d’accordo e così facendo costruire dal basso ciò che vogliamo, è chiaro che otterremo un altro mondo. Lottiamo anche per chi verrà dopo di noi. Come Congresso Nazionale Indigeno dobbiamo partecipare insieme, gli uomini valgono quanto le donne. Noi donne dobbiamo partecipare con più decisione e coraggio, dobbiamo essere forti per continuare a costruire l’autonomia.

Tu sei donna e indigena e i tuoi messaggi al riguardo sono molto chiari. Per chi non è donna e indigena, quindi, puoi spiegarci cosa significa vivere questa condizione in un paese come il Messico?
Essere donna significa essere considerata di seconda categoria. Essere donna e indigena significa essere considerata di terza categoria. Significa non essere mai prese in considerazione. La donna è considerata unicamente capace di fare figli e stare a casa per occuparsi della famiglia. Questo dovrebbe essere il suo compito per i più. La nostra proposta si basa sulla partecipazione delle donne. Tante donne hanno preso parte con ruoli importanti alla nostra lotta pur senza essere prese in considerazione. Quindi crediamo in un’organizzazione dal basso che, senza la partecipazione delle donne, non sarebbe per niente completa.

Il percorso elettorale si basa anche sui «numeri» se non raggiungerete l’obiettivo delle firme cosa può succedere? Si rischia di dare un segnale di debolezza? Se invece raccoglierete le firme sarà una prova di forza?
Abbiamo detto che avremmo partecipato nel processo elettorale e abbiamo assunto il compito di raccogliere le firme per poter apparire sulla scheda elettorale a luglio, ma allo stesso tempo pensiamo che il nostro percorso non si fermerà se non raggiungeremo questo risultato. La partecipazione al processo elettorale ha uno scopo organizzativo: se non raccogliamo le firme, ma riusciamo a creare un’organizzazione forte, dal basso, che duri, questa sarebbe una vittoria. Metteremo tutto le energie necessarie per nella raccolta delle firme necessarie e continueremo a creare e rafforzare la rete che stiamo creando giorno dopo giorno.

Il Messico è un paese magico e meraviglioso e nonostante le lotte sociali sta perfino peggiorando. La violenza è una forma di controllo, e con la scusa della guerra ai narcos si danno pieni poteri all’esercito. Come pensi che sia cambiato il tuo paese negli ultimi 20 anni?
Proprio adesso che è stata approvata la legge di sicurezza interna noi vediamo una minaccia. Nel caso di una manifestazione o di qualsiasi iniziativa contro qualunque ingiustizia la risposta sarà la repressione. Nessuna legge emanata negli ultimi anni fa gli interessi delle comunità o dei lavoratori o delle lavoratrici o di chi soffre povertà e discriminazioni. Difendono unicamente gli interessi di chi sta in alto, degli alleati del sistema capitalista che porta solo morte e distruzione e cammina mano nella mano con la polizia e l’esercito. Niente di tutto quello che viene dall’alto serve veramente ai popoli. La distruzione viene sempre accompagnata dalla repressione dello stato. Il prezzo lo pagano i poveri che si vedono saccheggiati di tutto.

La proposta del CNI non si rivolge solo al mondo indigeno. Come spiegheresti il senso politico della vostra proposta anche a chi indigeno non è?
È una proposta che viene dai popoli indigeni per il Messico. Che vuol dire questo? Noi popoli indigeni che abbiamo partecipato al CNI abbiamo visto i danni che i mega progetti del sistema capitalista hanno generato portando solo distruzione, inquinamento, e deterioramento della natura. L’impatto su tutti e tutte, non solo sui popoli indigeni. Se l’acqua è contaminata, è contaminata per tutte e tutti. Anche per gli alberi, così si modifica l’intero ciclo della vita. Guardiamo come viene distrutta la terra, come viene contaminata. Quando la terra morirà, moriremo insieme a lei. Proprio per questo la nostra è una proposta rivolta a tutte le persone che soffrono e vivono in Messico e nel mondo. Questo processo di organizzazione è per la difesa della vita, perché vogliamo che la vita continui ad esistere per tutte e tutti. Non solo per i popoli indigeni, non solo fino a luglio.

Che differenza c’è tra la «otra campaña» del 2006 (lanciata dagli zapatisti per coordinare la sinistra radicale e internazionale, con un tour che partì in motocicletta – ndr) e il tuo percorso per il Messico?
La vediamo come una continuazione. Questa volta attraverso la partecipazione diretta al processo elettorale. È la sua naturale continuazione nella costruzione dal basso di qualcosa di nuovo, una maniera per rafforzare l’autonomia in ogni comunità, in ogni quartiere, in ogni zona delle città e di tutto il mondo.
Un’ultima domanda, come funziona il Consiglio Indigeno di Governo(CIG)?
I CIG sono formati da sorelle e fratelli che hanno ricevuto il mandato dalle proprie comunità e dai propri popoli per partecipare al processo elettorale. Visto che alla presidenza della repubblica non si può candidare un gruppo di persone è stata scelta una portavoce, in questo caso la sottoscritta. Il CIG è la nostra proposta di governo: dove il popolo comanda e il governo esegue. Se il governo non obbedisce al popolo, il popolo lo può destituire. Molte comunità già si governano così. È quello che vogliamo proporre, ma più in grande, per tutto il Messico. Con l’organizzazione dal basso quindi vigilare l’operato del governo. Come ho già detto la nostra è una proposta diversa.

Pubblicato da il Manifesto edizione del 13.01.2018  https://ilmanifesto.it/edizione/il-manifesto-del-13-01-2018/

 

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