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Posts Tagged ‘Difesa Zapatista’

Difesa Zapatista considera il suo obiettivo come qualcosa da compiere in collettivo e non concepisce il suo ruolo come leader o capa, perché ha scelto la posizione meno brillante che  ci sia, quella di difesa, e lo fa per aiutare il cavallo orbo che sta in porta. Il suo lavoro è cercare e trovare chi si unisce, chi lavora in squadra e, nello stesso tempo, è parte della squadra, il ponte per incorporarsi ad essa. E quando considera sullo stesso piano posizioni come quella di raccattapalle, o il cagnolino o gatto-cane che corre storpio, e pone come unico requisito quello di voler giocare, questo è il suo modo di dire “voler lottare”. 

DAL QUADERNO DI APPUNTI DEL GATTO-CANE.

CHE NARRA DI COME SI INCONTRARONO I DUE PIÙ GRANDI DETECTIVE, UN FRAMMENTO DI QUELLO DI CUI ELÍAS CONTRERAS ED IL SUPGALEANO PARLARONO RIGUARDO AL CASO DELLA NON PIÙ MISTERIOSA SPARIZIONE DELLE BRIOCHE, E DI QUANDO DIFESA ZAPATISTA FECE A PEZZI LA SCIENZA DEL LINGUAGGIO, COSì COME DI ALCUNE OZIOSE RIFLESSIONI DEL SUP CHE CASCANO A PROPOSITO.

30 dicembre 2017

Buoni e reiterati giorno, pomeriggio, notte, mattino.

Prima di tutto, vogliamo mandare un abbraccio al popolo Mapuche che continua ad essere aggredito dai malgoverni dei paesi chiamati Cile ed Argentina. Ora, con le loro trappole giuridiche, sono tornati a sottoporre a giudizio la Machi Francisca Linconao, insieme ad altre ed altri mapuche. Un’altra dimostrazione che, nel sistema che ci opprime, quelli che distruggono la natura sono i buoni, mentre quelli che resistono e difendono la vita sono perseguiti, assassinati ed imprigionati come se fossero criminali Ma, nonostante questo, o proprio per questo, basta una sola parola per descrivere la lotta del popolo Mapuche e di tutti i popoli originari di questo continente: Marichiweu, dieci, mille volte, vinceremo sempre.

-*-

Ieri, uno degli scienziati ci ha informati che c’è un concorso per il messaggio che una navetta spaziale trasporterà verso un altro pianeta, e che il premio è di un milione di dollari.

Il messaggio che proponiamo, e che sicuramente vincerà è: “Non permettete che noi ci stabiliamo nel vostro mondo. Se non abbiamo risolto i problemi che noi abbiamo provocato, ripeteremo gli stessi errori. E quindi non arriveremo soli, con noi arriverà un sistema criminale. Per il vostro mondo saremo un Alien apocalittico, il temuto ottavo passeggero che cresce e si riproduce grazie alla morte e alla distruzione. La spinta per conoscere altri mondi dovrebbe essere la sete di conoscenza, il bisogno di imparare e il rispetto per il diverso, e non la ricerca di nuovi mercati per la guerra, né il rifugio per l’assassino fatto sistema”.

Per favore, depositare il milione di dollari sul conto corrente dell’associazione civile “Llegó la hora del florecimiento de los pueblos” che appoggia il Consiglio Indigeno di Governo.

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Quella che leggerò doveva essere il nostro contributo al tavolo di ieri ma, come al Pedrito, mi hanno applicato la “equità di genere”, ceffone compreso e, tanto per cambiare, hanno vinto le “donne in quanto donne”. Proseguiamo, dunque:

Il dottor John Watson si guarda allo specchio preoccupato. Si pettina su entrambi i lati, davanti e dietro. Si guarda di fronte, di profilo destro, sinistro e, con l’aiuto di altro specchio in mano, dietro. Mentre è così curiosamente indaffarato mormora tra sé:

Capelli di tortilla… perché dice “capelli di tortilla?” … sarà per il colore? … per la pettinatura… forse i capelli bianchi che ormai competono per numero con i capelli scuri… o sarà per la pettinatura? … capelli di tortilla… dannata bambina…”.

In quel mentre, Sherlock Holmes, consulente investigativo, si alza di scatto dall’amaca in cui, sdraiato, strappava al violino alcune note malinconiche. Sistemandosi con cura l’impermeabile, Sherlock sollecita il dottore:

Svelto Watson, non abbiamo molto tempo”.

E dove dovremmo andare, Holmes? Il freddo punge e dalla Giunta dicono che peggiorerà”, protesta Watson uscendo dalla capanna che le autorità autonome gli hanno assegnato per il loro soggiorno nelle montagne del sudest messicano.

Holmes non si cura nemmeno di rispondere. A grandi falcate avanza sulla strada principale della comunità e si dirige alla casetta sulla cui facciata ci sono un cartello dove si legge “Commissione di Vigilanza” ed un murale dai colori vivaci che sfida l’umidità. Al suo interno una giovane indigena osserva attenta il monitor di un computer.

“Te´ oyot Tzeb”, (ti saluto “jóvena”) dice nel suo miglior tzotzil Sherlock Holmes, al quale, apparentemente, sono bastati pochi giorni per imparare l’indispensabile per farsi capire nelle lingue maya di quelle zone.

Watson lo guarda divertito quando la donna che sta di commissione di vigilanza gli risponde in perfetto inglese: “Good Afternoon” (“buon pomeriggio”). Benché il suo accento, più che britannico, a Watson suoni più vicino a quello di Dublino.

Holmes ignora lo sguardo sarcastico di Watson e in impeccabile spagnolo chiede:

Dónde me pueden dar razón de una persona con la que quiero hablar?” (“Cosa mi puoi dire di una persona con cui voglio parlare?”).

La donna, una giovane indigena, piccoletta, con lunghe trecce e vivaci occhi neri, sembra molto divertita e risponde in perfetto tedesco: “Und wie heißt diese Person?” (“e come si chiama questa persona?”).

Holmes immediatamente capta la faccenda e, in un francese da migrante “sans papiers” risponde:

Je ne connais pas son nom, mais sa profession est un enquêteur privé” (“Non conosco il suo nome, ma di professione è investigatore privato”).

Non capisco niente”, dice la giovane indigena in un italiano di quartiere rabbioso e indomito.

Il dottor John Watson sembra divertito delle difficoltà di Holmes, ma guarda preoccupato la strada con il timore che appaia la bambina.

Sherlock Holmes sta pensando a come si dice “investigatore privato” o “detective” in russo, quando i timori di Watson si confermano.

Come un piccolo uragano, la bambina che dice di chiamarsi Difesa Zapatista scende di corsa dalla strada piena di pozzanghere ed entra intempestivamente nella casetta mentre Watson istintivamente si sistema i capelli e Sherlock si chiede se sia meglio usare il cinese mandarino o il polacco.

Difesa Zapatista abbraccia Sherlock gridando “Jol-mes, testa di scopa!”.

Beh, abbracciarlo non è la parola esatta. Le rispettive altezze di Holmes e della bambina fanno sì che il detective riceva l’abbraccio intorno alle ginocchia.

Il detective consulente è sconcertato. La statura minima delle persone con le quali ha avuto a che fare a Londra è di 1 metro e 75 centimetri, mentre in terre zapatiste ha dovuto abbassare il suo standard al metro e mezzo. Rispetto ai bambini, beh, oltre a prendere le dovute distanze ogni volta che ne vede uno e mostrarsi infastidito se ne sente il pianto, la sua esperienza era zero. Ma, per qualche strana ragione, il più grande dei detective provava simpatia per Difesa Zapatista.

La bambina si volta e salta al collo dell’egregio Dottore e blogger John Watson con un “Waj-tson, capelli di tortilla!” che non fa per nulla felice l’ex medico militare.

Difesa Zapatista prende i due per mano e li trascina fuori: “Svelti, che arriviamo tardi!”.

La giovane donna della Commissione di Vigilanza, delusa dal repentino finale del suo internazionalismo linguistico, chiude le 7 finestre del browser aperte sul traduttore di google e torna al blog che informa sulle attività della portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, María de Jesús Patricio Martínez.

Holmes non ha bisogno di correre, per ognuna delle sue falcate la bambina deve fare molti passi. Sherlock nella mano destra tiene il bastone con cui è uso frugare tra i cespugli alla ricerca di insetti. Watson ritarda di proposito quando vede che il cosiddetto “gatto-cane” morde l’orlo dei pantaloni di Holmes. Sicuramente per costringerlo a ridurre la sua falcata e così camminare-correre al pari della bambina.

All’improvviso la bambina si ferma di colpo ed esclama sollevata: “Siamo arrivati”.

Sono nel campo utilizzato come pascolo collettivo del bestiame, per le partite di calcio delle squadre che si alternano per allargare ed approfondire la crepa nel muro (è riportato nel racconto precedente dove credo si comprenda che cosa rappresenta e forse non c’è bisogno di una nota esplicativa), per feste, balli e festival, oltre ad essere il campo di allenamento per l’incompleta squadra di Difesa Zapatista.

Watson, che non si è ancora orientato nel villaggio dove trascorrono la maggior parte del tempo, con disappunto riceve la conferma che si tratta di un pascolo quando sotto la suola delle scarpe avverte la presenza di una molle e tiepida merda bovina.

Difesa Zapatista dice “Voi aspettate qui, vado a prendere il cavallo orbo”, e se ne va correndo con dietro il gatto-cane.

Allora, un uomo indigeno di indefinibile età si avvicina alla coppia di britannici.

Sherlock Holmes lo guarda avvicinarsi e, con l’acutezza che gli ha dato fama, comincia a costruirsi un profilo dell’indigeno ma, prima che la completi, il personaggio gli dice:

Buongiorno signor Jol-mez, signor Waj-tson. Non si preoccupi, dice rivolgendosi a Sherlock, il suo sarto di Londra rimedierà senza problemi allo strappo. Credo anche che nella calzoleria zapatista potrà trovare degli stivali del suo numero. Qui succede così, a volte sembra che non ci sia niente da fare, ma dovrebbe cercare di non fumare così tanto la pipa, è dannoso per la sua salute. Le raccomando il violino invece della pipa per far passare la giornata. E non le consiglio di parlare male delle donne da queste parti, perché si arrabbiano, soprattutto Difesa Zapatista”.

Sherlock Holmes ammutolisce attonito, e Watson lo guarda curioso. Sembra che il detective abbia ricevuto il fatto suo.

Holmes passa dallo stupore all’ammirazione ed applaude “Bravo! Ha indovinato quasi tutto, benché mi permetta di dissentire dall’accusa di misoginia”.

Watson, come sempre, non capisce niente.

È l’indigeno che glielo spiega, mentre Holmes annuisce ad ogni affermazione:

Elementare, mio caro “Capelli di Tortilla”: Il signore ha indossato frettolosamente il suo costoso impermeabile e, senza volerlo, ha strappato leggermente il polsino sinistro. Uno che si veste così deve stare molto attento a ciò che indossa, cosicché si spera che tra i suoi pensieri ci sia anche quello di andare dal sarto per sistemare l’impermeabile. Che il sarto sia a Londra è facile, siccome porta l’impermeabile semiaperto, si riesce a leggere l’etichetta.

Le macchie di nicotina alla base del dito indice e su parte del palmo della mano, indicano che fuma molto la pipa, perché sono segni che lascia il tabacco che esce dal fornelletto. Per quanto riguarda gli stivali, gli scarponcini che indossa qui non dureranno molto e c’è da sperare che abbiate pensato di procurarvi degli stivali come quelli che usiamo noi, che sono fatti da calzolai insurgentes e che si comperano nel negozio dei compas.

Naturalmente, mi sono dimenticato di dire che il signor Jol-mes è destrimano, tiene la pipa con la sinistra perché usa la destra, per esempio, per suonare il violino.

Il violino, beh, il modo in cui tiene la bacchetta è lo stessa del Pablito, dei mariachi zapatisti, quando suona il violino alle feste, e il rossore del collo sul lato sinistro è perché suona il violino o perché l’ha punta qualche insetto… o perché le hanno fatto un succhiotto. Il parlare male delle donne è stato solo per vedere se ci azzeccavo, ma è in compagnia di un uomo, quindi, o pensa male delle donne o preferisce gli uomini”.

Holmes applaude di nuovo. L’insinuazione di omosessualità fatta dall’indigeno non lo turba affatto. Ma Watson è molto geloso della sua eterosessualità e tenta di spiegare:

“Mi scusi, ma Holmes ed io non siamo una coppia. Voglio dire, sì siamo una coppia ma non nel senso di un succhiotto, ma, beh, cioè, diciamo, è una relazione…professionale”.

L’indigeno lo interrompe: “Non ti preoccupare Waj-Tson, qui ognuno fa come gli pare e si rispetta”.

“Lo so”, dice Watson, “ma non è quello che sembra, certo, non è che io condanni le relazioni di quel tipo, solo voglio chiarire che…”.

Ora è Holmes che lo interrompe e si inchina con rispetto dicendo:

Se non erro, lei deve essere Elías Contreras, commissione di investigazione”.

A sua volta con rispetto, Watson si toglie la bombetta con cui, inutilmente, cerca di nascondere i suoi “capelli di tortilla”, e saluta.

Holmes aggiunge: “Solo qualcuno come Elías Contreras potrebbe infilare questa catena di osservazioni, ragionamenti e deduzioni ad una velocità che mi supera”.

Invece di ringraziare, Elías Contreras sorride beffardo e dice:

Nah, il fatto è che il SupGaleano ha qualche libro che parla di voi due e che racconta i vostri modi, la pipa, il violino e quelle cose lì, e nell’ufficio di vigilanza ho visto i vostri nomi tra la lista dei visitatori e, siccome siete gli unici cittadini qui nel villaggio, beh…”.

Watson, con disappunto, si calca in testa la bombetta. Ma Holmes sorride ed è lieto di imbattersi nel per nulla famoso detective, quello che chiamano “commissione di investigazione dell’ezetaelene”.

Ha ragione mio caro Elías Contreras, o devo chiamarla in un altro modo?”, dice mentre gli tende calorosamente la mano.

Basta Elías”, risponde lo zapatista offrendogli una sigaretta da rollare, che entrambi cordialmente rifiutano. Sherlock riprende la parola:

“Lo sa? Mi succedeva qualcosa di simile con Sir Arthur, che mi dava da leggere le bozze della deplorevole cronaca dei miei ritrovamenti che poi attribuiva inspiegabilmente al dottor Waj-tson, qui presente”.

Watson tenta di protestare, ma ci ripensa e si cala in testa il cappello.

“Vedevo che Sir Arthur adornava, in maniera superflua a parer mio, il lavoro che faceva. E dico che era ozioso perché quello facevo era applicare la scienza per risolvere i crimini.

E la scienza e le sue spiegazioni, mio caro Elías, sono ben lontane dal fascino che le attribuiscono i romanzieri ed in generale la gente.

Oltre al fatto che non è esente da errori, dalla continua e spossante sperimentazione e dallo studio profondo e sistematico dei progressi che, a vari titoli, avvengono in tutti gli angoli del mondo; la scienza e la sua applicazione sono difficili.

Il rigore scientifico trasforma il suo esercizio in qualcosa di arido e lo contrappone alla pigrizia intellettuale che si ritrova di continuo nelle opinioni, nei commenti e nelle superstizioni comuni. Per lo stesso motivo, quando hanno l’opportunità di studiare, alcune persone normalmente optano per le mal denominate scienze sociali, o per quelle umanistiche in generale che, a loro intendere ed erroneamente, non richiedono il rigore, la minuzia e la complessità delle conoscenze scientifiche.

Le arti, e quello che si riferisce ad esse, non richiedono rigore nel senso dell’esattezza ma, a differenza delle scienze esatte, naturali ed umanistiche, possono immaginare non solo altre realtà, ma possono inoltre meravigliare con le forme, i suoni e i colori con cui plasmano quell’immaginario.

Forse per questo le arti sono più vicine alle scienze esatte e naturali. A differenza delle scienze cosiddette umanistiche.

La scioltezza che la storia immaginaria richiede, per fare un esempio, nel caso della scienza sarebbe un’imperdonabile irresponsabilità ed una e una vera e propria violazione del codice etico che ogni scienziato deve includere nella sua pratica.

Ma un problema che presto o tardi si deve affrontare è che, il fatto di imporsi una rigida disciplina e possedere solide conoscenze, fa sì che chi fa della scienza la sua professione, non poche volte assuma un atteggiamento pedante e miserabile verso la gente comune.

Tendono ad essere arroganti e, non di rado, giustificano una certa frivolezza e mancanza di buon senso riguardo alle questioni quotidiane. Come se la vita reale fosse una faccenda solo per noi gente comune, e che loro, ellos, ellas, elloas(*), fossero al di sopra di tutto questo.

Ma a volte, nonostante gli scienziati stessi, è innegabile che le scienze naturali e quelle dure sono indispensabili. Qualsiasi possibilità reale e praticabile di uscire dall’incubo infido che è l’attuale sistema globale omogeneo, dovrà avere le scienze naturali e dure come fondamento principale. E se così non fosse, dovremo continuare a consolarci con la fantascienza”.

Watson guarda sorpreso Holmes mentre pensa “Incredibile, Sherlock Holmes si sta descrivendo con toni di disapprovazione”.

Holmes avverte lo sguardo di Watson e, rivolgendosi a lui, chiarisce:

“Ti sbagli, Watson, non sono autocritico. Ovviamente questo monologo non è mio ma mi è stato assegnato da quel tale SupGaleano, perché gli zapatisti pensano che il riconoscimento e un lieve rimprovero saranno meglio accolti dalla comunità scientifica se provengono da uno dei migliori detective della storia mondiale piuttosto che se provengano da un naso mascherato che usa ancora il modello del danese Niels Henrik David Bohr in riferimento all’atomo e che, per descriverlo, usa espressioni come “è una pallina formata da tante palline attaccate tra loro, intorno alle quali girano altre palline”.

Sherlock Holmes rabbrividisce. Un po’ per la scandalosa descrizione dell’atomo e un po’ perché sembra che finalmente sia stato liberato dal monologo che lo zapatismo gli ha imposto, supportato da quella che viene chiamata “licenza poetica”.

Elías Contreras, commissione di investigazione dell’ezetaelene, interviene solo con un “mmh”.

Quello che è successo dopo lo sappiamo perché il dottor John Watson ha preso nota di ciò che è stato detto lì, anche se non con l’intenzione di pubblicarlo, ma solo per l’interesse che la conversazione aveva suscitato. In seguito, Holmes gliene sarebbe stato grato, perché ciò che Elías Contreras disse continua ad essere rivelatore.

Sherlock Holmes prese da parte Elías, mentre il dottor Watson seguiva a prudente distanza. La ragazzina, accompagnata dai latrati-miagolii del cane-gatto, era impegnata a cercare di convincere il cavallo orbo ad occupare la sua posizione in porta.

“Adesso facciamo qualche tiro libero”, Watson sentì dire dalla bambina, e vide che un bambino si accomodava, beffardo, sotto la traversa di quella che sembrava essere una porta.

Sherlock Holmes sussurrò:

“Mio caro Elías, sono venuto da lei per sapere se non ha per le mani un caso che richieda l’ausilio della mia abilità di detective. Certo, prometto di essere discreto e di non reclamare per me alcun credito nell’ipotesi che abbiamo successo”.

Elías Contreras si fermò e disse nello stesso tono confidenziale:

“Beh, in effetti sì. Tuttavia, la problema che stiamo esaminando è piuttosto ampio e tutto ciò che abbiamo è la nostra mente per cercare di capirlo e affrontarlo. E poi, beh, di quello che mi viene in mente posso parlare più tardi con i compagni e le compagne del comitato”.

“Eccellente!”, esclamò Sherlock Holmes. “La riflessione astratta richiede uno sforzo extra che costringe il cervello a sublimare. Faccia attenzione Watson, perché ora, credo, stiamo per affrontare la più grande sfida per qualsiasi detective: risolvere un crimine con solo gli strumenti della logica e della conoscenza scientifica”.

Holmes era molto eccitato. Watson non ricordava di averlo visto così dal caso di “Uno Studio in Rosso” che ha dato nome e prestigio mondiale al detective.

Sherlock Holmes non fece fretta ad Elías Contreras. Accese la sua pipa, sì, ma più per accompagnare Elías che stava rollando una sigaretta, piuttosto che per il desiderio del gusto tagliente del fumo del tabacco in bocca.

Elías Contreras cominciò:

“Va bene: il problema è grande ma semplice. Cioè, conosciamo l’assassino, la vittima, l’arma usata, i tempi e la collocazione della cosiddetta “scena del crimine”, cioè, dove è stato compiuto il fattaccio e quando. Quindi, come dice il Sup, abbiamo il calendario e la geografia.

Ma la problema è grande perché è tutto confuso. Ma non so se è realmente stravolto di suo, o se è il mio modo di pensare ad essere confuso.

In questo caso, il crimine è già stato commesso, ma è anche in corso e verrà ulteriormente compiuto. Cioè, non è solo un casino che è già accaduto e basta, o che sta accadendo ora, ma è anche qualcosa che succederà”.

Holmes si mostrò ancora più interessato, ma non interruppe Elías Contreras, che proseguì:

“Quindi dobbiamo scoprire cosa è successo, cosa sta succedendo e cosa deve ancora accadere in modo che possiamo impedire che accada, perché se succede, sarà una tragedia così grande che non si può nemmeno immaginare”.

Sherlock Holmes approfitta dell’impasse aperta dalla commissione di investigazione per arrischiare:

Credo di capire: dobbiamo conoscere il crimine commesso per capire il crimine che si sta commettendo ed evitare così che si commetta l’altro crimine: il peggiore e più grande crimine nella storia dell’umanità”.

Elías Contreras annuisce e prosegue:

“Il criminale non si nasconde, al contrario, si mostra e si vanta di quello che ha fatto. Dice che è stato un bene il suo crimine di ammazzare, distruggere e rubare per farsi conoscere. Io penso che proprio lì, quando è nato come criminale, quando ha preso le sue modalità, è lì che possiamo imparare per sapere come sta facendo il suo casino e come lo farà”.

“Il criminale non si nasconde; al contrario, si mostra e si vanta di ciò che ha fatto. Dice che il suo crimine andava bene e che ha ucciso, distrutto e rubato per farsi conoscere. Penso che sia lì, quando è nato come criminale, cioè quando ha sviluppato il suo modo di fare, che possiamo sapere come si sviluppa il suo casino e come lo farà”.

Vero”, interrompe Holmes, “è necessario ricostruire la genealogia del crimine che, in questo caso e se ho ben capito, è anche la genealogia del criminale. Ma, prego prosegua”.

“Bene”, prosegue Elías, “da lì vediamo che il criminale si è modernizzato, cioè è un criminale ma sta attento che nessuno lo scopra, e si traveste da buono, come se non stesse tramando nulla, come se niente fosse”.

“Poi, ha i suoi complici, cioè i suoi compari nel crimine. E questi complici si incaricano di essere la faccia buona del criminale. Ma siccome si vede chiaramente che è una fregatura, allora questi compari del male inventano un colpevole. Cioè, il loro lavoro è gettare la colpa su qualcun altro.

Così vanno a cercare qualcuno da incolpare per la tragedia. A volte sono le donne che sono colpevoli di non obbedire, si dice, perché vanno in giro con abiti succinti, o perché studiano e lavorano, o anche perché vogliono autogestire il proprio corpo, la loro vita, essere autonome, perché pensano come un municipio autonomo ribelle.

Ma altre volte incolpano quelli che hanno la pelle di un colore diverso, o che hanno un altro modo di essere, come la Magdalena che è morta combattendo contro il male ed il maligno e che era una donna ma come dicono, dio si è incasinato e le ha dato un corpo di uomo e la Magdalena, beh, lei non si è nascosta né si è adattata, ma se n’è fregata di quello che gli altri pensavano e lei era altra, e dal momento che aveva quell’altro corpo era otroa(*). E lei, o lui, o elloa(*) ha combattuto per essere quello che era.

Molto coraggiosa la Magdalena, non si è mai arresa”, dice Elías e gli occhi si inumidiscono al ricordo di colei che, a modo suo, ha amato ed ancora ama.

Holmes e Watson restano in rispettoso silenzio.

Elías si ricompone e prosegue: “e poi danno la colpa anche a noi indigeni del fatto che le cose non funzionano perché non siamo civilizzati; dicono che non permettiamo che il progresso avanzi e si installino le miniere nei luoghi dove ci sono boschi e sorgenti. E risulta che noi popoli viviamo dove ci hanno buttato, perché ci hanno derubato e cacciato da dove vivevamo prima, e ci hanno imprigionato e anche ammazzato, ma comunque sia, noi resistiamo. E il criminale, queste terre prima non le voleva nemmeno, ma ora sì, le vuole perché sono merce, dicono che l’acqua si può comprare e vendere e che la terra, l’aria, il sole, gli alberi, gli animali, perfino i più piccoli, e beh, perfino quello di cui è fatto il pozol(**) sono merce.

Questo è ciò che fa questo criminale, trasforma tutto in merce, persino le persone, le donne, i bambini, gli uomini, la loro dignità, e se qualcosa non può essere mercificato, allora il criminale non è interessato perché non può essere comprato o venduto. Ma la problema non è esattamente questo, ma piuttosto che il criminale può fare tutto questo casino perché ha un’arma chiamata proprietà privata dei mezzi di produzione con cui gestisce l’intero piano. Quindi il problema non è che le cose vengono prodotte, ma piuttosto che ci sono alcuni che hanno la proprietà di quello che viene usato per costruire quelle cose, e tu hai solo il tuo lavoro per il quale sei pagato, male, come una merce. Quindi il criminale distrugge e uccide grazie alla sua arma che è la proprietà privata, e allo stesso tempo fa di tutto affinché non gli portino via quest’arma.

Beh, non so come spiegarlo, anche se lo capisco bene non conosco le parole per dirlo in castigliano o nelle vostre lingue.

Ma è più o meno come l’ho detto, ossia c’è il criminale, c’è la vittima fatta passare come colpevole per rubare ed ingannare altri, e c’è l’arma. E la scena del crimine è tutto il mondo. Penso che tutto è stravolto perché la sistema capitalista mondiale ci mette tutto: mette la vittima e lui stesso è l’assassino, l’arma che uccide e distrugge, e la scena del crimine.

Di questo abbiamo parlato col SupGaleano quando ha commesso il reato delle mantecadas per il quale è stato punito ed ora a suo carico c’è un altro reato perché ha preso il cellulare del SupMoy, e credi che il SupMoy non se ne accorga? Bene, dobbiamo continuare a pensare al problema perché se non fermiamo il criminale tutto il mondo sarà la vittima e non solo le persone, ma tutto, anche gli animali, le piante, le pietre, l’acqua, tutto.

E la problema è anche che non c’è dove imprigionare il criminale, quindi l’unica maniera per fermare il crimine è distruggere la sistema capitalista.

Certo, non vi sto dicendo tutto ciò di cui abbiamo parlato, voglio dire, non è tutto il discorso, ma se vi dico tutto allora quelli che stanno ascoltando e leggendo e guardando questa storia inizieranno a scervellarsi per pensare a cosa indossare per ballare alle feste di domani, perché un anno sta finendo e un altro inizia, e forse pensano che il cambiamento nel calendario cambierà le cose, ma non è così; per cambiare le cose dobbiamo lottare, molto, ovunque e sempre, senza tregua”.

Holmes e Watson rimasero in silenzio fino a quando Elías li salutò dicendo: “Devo andare, state attenti e non vergognatevi degli altri amori, se c’è un domani sarà anche per elloas, con elloas”.

E rivolgendosi a Watson aggiunse: “Se non hai la chiave dell’armadio, sfonda la porta [gioco di parole in spagnolo: romper el closet significa “fare coming-out” – N.d.T.]. Bisogna venire fuori senza paura, come la Magdalena. O con paura ma controllandola”.

Watson avrebbe voluto di nuovo chiarire che lui e Sherlock non erano quello che sembravano, ma Elías Contreras, commissione di investigazione dell’ezetaelene era già per strada e il pomeriggio sfumava sotto le ombre della notte che già si prometteva fredda.

-*-

Ci sono stati giorni, non molte lune fa, in cui la bambina Difesa Zapatista decise di esprimersi verbalmente solo con i colori. E non con espressioni del tipo “questo è azzurro” o “mi sento arancio” o cose del genere, ma solo nominando i colori.

Tutte le teorie sul linguaggio e sul discorso sono state messe in scacco dall’impertinenza di una bambina indigena zapatista.

Un giorno, è entrata nella capanna del SupGaleano e ha detto: “giallo”.

Il Sup non ha nemmeno sollevato gli occhi dal computer ed ha risposto: “nel giubbotto, tasca destra”.

Difesa Zapatista è andata dove era appeso il giubbotto e dalla tasca destra ha estratto un pacchetto di mantecadas ed è poi uscita di corsa esclamando allegra: “violetto”.

Contrariamente a quanto si possa pensare, ogni colore non aveva un significato preciso. Per capire Difesa Zapatista bisognava considerare il suo tono di voce, il contesto in cui lo diceva, dove guardava, l’espressione del suo viso, i gesti e la postura.

Una volta ha detto “giallo” mentre stava andando a scuola come se fosse diretta al patibolo.

Il Sup dice che fino ad allora sapeva che Difesa zapatista era una bambina normale e non un organismo cibernetico creato dalla mente perversa del SupMarcos per farci impazzire. L’eredità maledetta di un Moriarty(***) dal naso impertinente, un interrogatorio continuo e tedioso avvolto nell’apparente innocenza di una bambina alta solo poche spanne da terra. Un robot la cui fonte di energia non è solare o atomica, ma sono le mantecadas.

Un pomeriggio qualsiasi, il SupGaleano spiegava a Elías Contreras:

“È una bimba, senza ombra di dubbio. È la cosa più normale del mondo che una bambina che va a scuola lo faccia malvolentieri, con l’angoscia e la disperazione di chi va alla schiavitù di lettere, numeri, nomi e date. Nessuno potrebbe esprimere meglio di lei cosa significa andare a scuola e credo che portare con sé il gatto-cane, anche se nascosto nello zainetto, sia il modo di aggrapparsi al mondo di Difesa Zapatista, che non ho idea che cosa o chi sia, ma lei è felice in quel mondo ed è felice nel suo compito di completare la squadra che, forse, è il suo modo di dire “cambiare il mondo”.

Perché lei non sogna di essere una super eroina, con super poteri o con una katana per fare a pezzi i suoi nemici che, se fai attenzione, sono sempre maschi. Non parla mai del goal che ha segnato con una tecnica sorprendete e che ha suscitato le più disparate spiegazioni. Invece, il defunto SupMarcos ricordava sempre, e la maggior parte delle volte a sproposito, che quando era alla secondaria aveva segnato un goal. Certo, dimenticando di dire che lui era sempre in panchina e che solo una volta è entrato in campo e solo perché all’allenatore mancava un uomo e che l’ha segnato scivolando e, senza volerlo, come si dice, “ha buttato la palla in rete”.

E neppure assume la parte della principessa sperduta che aspetta la salvezza dall’immagine della mascolinità in sella ad un baldo destriero. In realtà, credo che la sua relazione col Pedrito sia precisamente l’inverso: lei deve aiutare, orientare e riscattare il Pedrito, anche se forse il suo metodo di menare ceffoni non sia il più adeguato.

No, Difesa Zapatista assume il suo obiettivo come qualcosa da portare avanti collettivamente e non concepisce se stessa come un capo o una capa; in effetti ha scelto la posizione meno brillante che potrebbe esserci, la difesa, e lo fa per aiutare il cavallo orbo che sta in porta. Il suo compito è quello di cercare e trovare chi vuole unirsi, chi giocherà come una squadra e non solo come un membro della squadra, ma anche un ponte per far partecipare gli altri. E quando apprezza posizioni altrettanto importanti come il raccattapalle, o il cagnolino o gatto-cane che corre storto, e pone come unico requisito il desiderio di giocare, questo è il suo modo di dire “voler lottare”.

In Difesa Zapatista non troviamo un mondo nuovo, è vero, ma forse qualcosa di ancora più terribile e meraviglioso: la sua possibilità.

E quando parla a colori, forse sta provando nuove forme di comunicazione per quel mondo che neppure immaginiamo, ma che lei assume già come in arrivo, non senza la lotta necessaria e urgente per realizzarlo, dovunque si trovi, in questa nostra dolorosa realtà.

Non immagino niente di più zapatista di quanto sintetizzato nell’azione di questa bambina.

Di questo parlava il SupGaleano ad un Elías Contreras silenzioso e attento. In quel mentre, sulla porta della capanna apparve Difesa Zapatista che, col pallone in una mano ed il gatto-cane nell’altra, chiese: “rosa?”.

“Adesso arriviamo, poi ti raggiungiamo”, rispose il Sup. Difesa Zapatista annuì solo con un “nero” e se ne andò di corsa.

Elías Contreras chiese al Sup: “Ma, cosa ha detto?”.

“Non ne ho idea”, gli rispose il Sup, mentre decideva se indossare la maglia dell’Inter di Milano (che, mi dicono, sembra abbiano comprato i cinesi) o quella dell’Atalanta (che sta in quel mercato di giocatori che si chiama UEFA), o quella dei Jaguares de Chiapas (che chi lo sa dove stanno messi) che aveva trovato nel baule dei ricordi del defunto. Alla fine si mise la maglia dell’EZLN con la quale, nel 1999, una squadra di basi di appoggio zapatiste debuttò allo stadio “Palillo Martínez” nella Cittadella dello Sport di Città del Messico, in una partita dove segnarono solo un goal e che il defunto SupMarcos sintetizzò così: “non abbiamo perso, è che non abbiamo avuto abbastanza tempo per vincere”.

“La verità è che tento di indovinare quello che vuole dire. A volte ci riesco, a volte sbaglio. Cioè, come dire, applico il metodo scientifico di tentativi ed errori. Forza Elías, credo che dobbiamo andare al campo perché c’è una squadra da completare. Presto si allargherà sì, ed un giorno saremo di più”, aggiunse a sua giustificazione il SupGaleano.

Sul campo c’erano già il cavallo orbo che masticava con perseveranza la stessa bottiglia di plastica, il Pedrito che discuteva di qualcosa con la bambina, il gatto-cane che tentava invano di mordere il nuovo pallone che il buon Vlady ha regalato a Difesa Zapatista, e due figure assurde che stavano ai bordi del presunto campo da calcio.

Nessuno lo notò, ma tra Testa di Scopa, Capelli di Tortilla, Elías Contreras e il SupGaleano ci fu uno scambio di sorrisi complici ed un cenno di saluto.

Difesa Zapatista rideva, mentre il gatto-cane le saltellava intorno cercando di prenderle il pallone.

Il freddo si era attenuato ed il pomeriggio si stava scaldando.

E ciò che qui ho narrato è accaduto in un qualsiasi calendario, ma in una geografia precisa: le montagne del sudest messicano.

In fede:

Il gatto-cane.

Guao-miao.

Dal CIDECI-UniTierra.

SupGaleano.

Messico, dicembre 2017

 

(*) elloa, elloas, otroa, otroas: Traduzione letterale “egliella, altrei”, desinenze coniate dagli zapatisti per includere anche nella terminologia tutti i generi: maschile, femminile, transgender e altri generi che non sono maschile, femminile, transgender.

(**) Il pozol, dal Nahuatl “pozolli” è un cibo/bevanda ottenuto da una massa di mais cotto e fermentato.

(***) Il Professor Moriarty è un personaggio di Arthur Conan Doyle presente nel ciclo di Sherlock Holmes.

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/12/30/participacion-de-la-comision-sexta-del-ezln-en-la-clausura-del-conciencias-por-la-humanidad-del-cuaderno-de-apuntes-del-gato-perro-supgaleano/

 

 

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