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La Jornada – Giovedì 9 febbraio 2012

Ejidatarios cedono alle pressione del governo e cominciano a vendere le terre

Hermann Bellinghausen. Inviato. Estación Catorce, SLP, 8 febbraio. Ha suscitato forte emozione in tutta la regione dell’Altopiano potosino la mobilitazione dei popoli wixaritari, conclusasi questo martedì sul monte El Quemado. Già da giorni prima, mentre i pellegrini “huicholes” iniziavano il loro viaggio verso Wirikuta, in questi villaggi ed ejidos, fino alle lontate città di Matehuala e Saltillo, la notizia correva di bocca in bocca, per radio, nei sermoni nelle parrocchie, e alle vigilia, nei notiziari. Tutti sapevano il motivo dell’arrivo degli indigeni. Per protestare e difendere le terre del deserto.

I conflitti sono iniziati quando a Santa Gertrudis l’intrusione del Progetto Universo, di un’importante impresa mineraria canadese, Revolution Resources, sta provocando sgomberi violenti, incursioni dell’Esercito federale per reprimere ed espellere i coloni. Uno dei leader è stato fermato dalla polizia statale ed ora si trova in carcere. sembra che proprio sotto il villaggio passi una grande vena d’oro che percorre il deserto all’estremità di ponente.

A differenza dei wixaritari che hanno convissuto con questo deserto per secoli e di questi ejidos stabiliti qui da oltre un secolo che si oppongono in blocco allo sfruttamento minerario e all’industria agroalimentare del pomodoro, molti ejidatarios hanno ceduto alle pressioni del governo e delle imprese e stanno affittando o vendendo le loro terre senza opporre resistenza. Molti di loro sono agricoli ed allevatori di capre, soli e scoraggiati  come le donne, spesso senza marito perché andato “al nord”.

Meglio che arrivino le imprese minerarie a dare lavoro che morire di sete, senza lavoro né soldi. I huicholes non ci danno lavoro, e se tutto questo è per il loro peyote, le terre sono nostre e basta – dice una commerciante in questa stazione ferroviaria dove una volta c’era la vita quando passava il treno del nord.

Pochi ejidos si sono rifiutati di vendere, come Las Margaritas e San Antonio el Coronado. Nelle città, l’opposizione alle miniere viene repressa. A Charcas, che è un insediamento  minerario ma presenta zone rurali, le case degli oppositori, a sud del deserto, sono state incendiate. Mentre all’estremo nord, a Cedral, presunti narcotrafficanti hanno minacciato chi si oppone all’industria dei pomodori, l’altro invasore e devastatore dell’altopiano.

La presenza di gente armata e gruppi dediti all’estorsione hanno fatto sì che a Vanegas ci sia ormai un accampamento militare, ed un paio di mesi fa c’è stato uno scontro a fuoco con inseguimenti che ha raggiunto l’acciottolato che sale a Real de Catorce, dove dopo un nuovo scontro sono morti due presunti criminali. Parlandone in giro, tutti li chiamano Zeta. Questo dicono di essere.

Qui i contadini vivono del taglio e lavorazione dell’agave lechuguilla, allevano capre, sono agricoltori. Ma quest’anno il mais non è cresciuto nemmeno di 20 centimetri. Si tratta di una regione colpita da quelle calamità oggi così diffuse in Messico: siccità cronica, povertà, disoccupazione, settore minerario su vasta scala, abbandono del governo, criminalità organizzata, crescente militarizzazione, delusione e paura tra la popolazione.

Sia gli ejidatarios che i wixaritari dicono che si devono trovare soluzioni che portino beneficio agli agricoltori ed ai commercianti del deserto, che fermino l’emigrazione e si possa avere qui un buon livello di vita, sfruttando questo territorio che è duro, ma è stato anche generoso fino a poco tempo fa. Gli interessi economici sono sul punto di devastarlo.

“Un centro cerimoniale molto esteso, di oltrei 140 mila ettari”, come lo vede un pellegrino wixárika. Una vera e propria miniera d’oro per gli investitori internazionali. Un luogo senza futuro per molti dei suoi abitanti. Una riserva naturale ineguagliabile, secondo gli scienziati e gli ambientalisti. http://www.jornada.unam.mx/2012/02/09/sociedad/041n1soc

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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