Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 2011

POPOCATÉPETL
La lava del Messico
a cura di Gianni Proiettis
28 marzo 2011

El amigou amerikano

Wikileaks comincia a fare le prime vittime nella diplomazia. Dopo il ritiro di Gene Cretz, ambasciatore Usa in Libia, che si dileggiava a descrivere le bionde e formose infermiere di Gheddafi, è la volta di Carlos Pascual, ambasciatore gringo – anche se nato a Cuba –a Città del Messico che ha presentato il 19 marzo le dimissioni “per motivi personali”.

In realtà, il ritiro di Pascual è la logica conclusione di una serie di incidenti che hanno messo a nudo l’inarrestabile interventismo statunitense a sud del Rio Bravo – iniziato con il Piano Mérida di lotta al narcotraffico e arrivato recentemente a sopravvoli di droni a sud della frontiera – così come il simmetrico servilismo del governo messicano, che è arrivato a chiedere aiuto a Washington per rendere governabile Ciudad Juárez.

La notizia che ha innescato una dinamica distruttiva nei rapporti fra Messico e Stati uniti è stata la venuta a galla dell’operazione “Fast & Furious”, una notizia che non smette di sollevare onde: negli ultimi quindici mesi le autorità statunitensi, attraverso l’Atf (Alcohol, Tobacco and Firearms, l’ufficio federale incaricato del controllo delle armi da fuoco), hanno rifornito di armi da guerra i cartelli dei narcos messicani.

La rivelazione, fatta in un programma di Cbs News lo stesso giorno (3 marzo) in cui il presidente Calderón era in visita ufficiale a Washington, ha già provocato un terremoto negli ambienti politici dei due paesi.

Non fosse stato per la morte di due agenti gringos crivellati da quelle stesse armi – il primo, Brian Terry, era un agente della Border Patrol ucciso in uno scontro a fuoco a dicembre in Arizona, l’altro, Jaime Zapata, un agente dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) trucidato da una banda armata a metà febbraio nel corso di una missione undercover in Messico – dell’operazione Fast & Furious non se ne sarebbe saputo nulla. E’ stato uno degli agenti che vi partecipavano, il 39enne John Dodson, con una grave crisi di coscienza e ora con una gran paura di perdere il posto, a fungere da gola profonda.

Nel programma della Cbs, John Dodson ha vuotato il sacco: l’operazione Fast & Furious, che era stata approvata dal dipartimento di Giustizia, prevedeva che, contrabbandando armi all’interno del Messico e seguendone il percorso, si sarebbe arrivati agli ultimi destinatari, sgominando così intere gang di criminali. In realtà, l’Atf non aveva mai effettuato alcun arresto di rilievo – solo ora, a scandalo esploso, sono stati resi noti una ventina di arresti, ma di semplici “straw buyers”, trafficanti minori e prestanomi – e aveva finito per mettere in mano alla delinquenza organizzata un arsenale sufficiente per un piccolo esercito. Più di duemila armi di grosso calibro, dai classici kalashnikov ai famigerati Barrett 50 prediletti dai narcos, i mitragliatori con mira telescopica che sfondano le auto blindate (e, secondo un marine dimostratore in Youtube, “se ben usati, possono segare in due un uomo a duemila metri”).

Il fatto che quell’armamento cominciasse a seminare vittime fra i loro colleghi ha spinto vari agenti che partecipavano all’operazione, fra cui lo stesso Dodson, a manifestare le loro inquietudini ai propri superiori. Che, a quanto pare, li avrebbero tranquillizzati dicendo: “Ragazzi, se si vuole fare un’omelette, bisogna per forza rompere le uova”. Significa che una certa dose di illegalità è necessaria e tollerabile, se si vuole imporre la legge?

Sia come sia, gli agenti “ribelli” hanno deciso di portare alla luce quella strana operazione e hanno richiamato l’interesse dei media dediti al giornalismo investigativo – primo fra tutti www.publicintegrity.org -, della Cbs e finalmente della commissione giustizia del Senato, presieduta dal repubblicano Charles Grassley, che ha aperto subito un’inchiesta.

In questi giorni, come bombe a grappolo, si sono ascoltate ripetute smentite da vari organi del governo Usa: nessuno ne sapeva un piffero dell’operazione Fast & Furious. Né Janet Napolitano, che pure dovrebbe vegliare sulla sicurezza interna del paese, né Hillary Clinton, che comunque ne ha approfittato per lamentare la violenza a sud del Rio Bravo e chiedere un rafforzamento della frontiera Messico-Guatemala, magari con l’aiuto statunitense. Anche il procuratore generale Eric Holder ha considerato “inaccettabile” un’operazione che ha fatto entrare illegalmente un armamento letale in Messico lasciandolo nelle mani della delinquenza organizzata.

A chi resterà in mano il cerino? Ai dirigenti dell’Atf che si sono inventati l’operazione, all’ufficio del dipartimento di Giustizia che l’ha autorizzata, a qualche funzionario minore che ci ha lucrato sopra? Perché c’è anche da considerare il giro d’affari milionario che sta sotto l’operazione, tanto che non è chiaro – ma dovrebbe uscir fuori – se si tratta di un business travestito da operazione di polizia o viceversa.

Per ora, a più di tre settimane dalle rivelazioni sul caso e con due commissioni d’inchiesta ancora al lavoro nei due paesi, la palla non smette di rimbalzare. Obama, il 26 marzo, ha dichiarato che è normale che i messicani non ne sapessero niente, visto che lui stesso era stato tenuto all’oscuro dell’operazione. Ma il dipartimento di Giustizia, secondo i propri funzionari, l’aveva autorizzata “dai suoi massimi livelli”.

Quello che difficilmente si saprà, a meno di un miracolo futuro di San Wikileaks, è se queste operazioni – Fast & Furious, secondo lo stesso John Dodson, sarebbe solo la punta di un iceberg e neanche conclusa – rispondono a una strategia segreta diretta a destabilizzare il vicino del sud, lo storico “cortile posteriore”, per estendervi il controllo e aumentare le ingerenze.

Sebbene con ritmi più latini, il pandemonio è scoppiato anche in Messico, dove si sente puzza di sovranità incenerita. Davanti a un governo che dice di non saperne assolutamente niente di questo “Rápido y Furioso”, Camera e Senato stanno reclamando spiegazioni e avviando inchieste su un episodio considerato gravissimo e suscettibile di mettere in questione i rapporti fra i due paesi. Il Senato ha convocato urgentemente il ministro degli esteri Patricia Espinosa e l’ambasciatore messicano a Washington Arturo Sarukhán perché informino sull’argomento.

Le relazioni fra il Messico e gli Stati uniti, già in crisi da prima, hanno toccato fondo con l’esplosione del caso Fast & Furious, che potrebbe rivelarsi tanto dirompente come un nuovo scandalo Iran-contras. La recente visita di Calderón a Washington, che ha segnato il quinto incontro fra lui e Obama, si è centrata soprattutto sulla fallita guerra al narcotraffico, che ha aumentato l’ingovernabilità in Messico e rischia di contagiare con la crescente violenza il potente vicino del nord. Ora, le rivelazioni di Fast & Furious gettano una luce schizofrenica sulla lotta al narcotraffico imposta dall’amministrazione Obama e aprono interrogativi inquietanti.

Fast & Furious, il serial cinematografico

A Washington, fino a una settimana fa, mentre Calderón si lamentava dell’ambasciatore statunitense in Messico Carlos Pascual – che lo ha dipinto come un presidente debole e incompetente nei cablo di Wikileaks – ma lo faceva allo sportello sbagliato (in interviste ai giornali, anziché per i canali ufficiali), il governo Usa aveva riconfermato la sua fiducia incondizionata al diplomatico, che non è solo un esperto in “stati falliti”, quindi molto ben collocato sullo scacchiere, ma stava anche ottenendo succosi contratti con Pemex, l’ente petrolifero di stato, a beneficio delle compagnie statunitensi e in spregio alla Costituzione messicana.

Poi improvvisamente, lunedì scorso, ha presentato le dimissioni, riscuotendo il pieno apprezzamento di Obama e della Clinton, che lamentano il suo ritiro. Per Felipe Calderón, dicono gli opinionisti messicani, la caduta del proconsole Carlos Pascual, in carica dall’agosto 2009, è una vittoria di Pirro, che i gringos gli faranno pagare cara.

Nel gossip di Città del Messico faceva rumore la relazione dell’ambasciatore con Gaby Rojas,  figlia del capogruppo parlamentare del Pri, il dinosauro che vuole tornare al potere.

ANCHE I GRINGOS PIANGONO

Senza troppo rumore, giovedì 10 marzo nella cittadina di Columbus, in New Mexico alla fontiera con Chihuahua, agenti federali hanno arrestato il sindaco, il capo della polizia e altri 11 funzionari pubblici della località di confine accusandoli di traffico di armi e droga. Gli arresti sono frutto di un’indagine realizzata congiuntamente dalla Dea (Drug Enforcement Administration), l’Atf (Alcohol, Tobacco and Firearms Department) e l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) e confermano i sospetti di una crescente corruzione fra i funzionari della zona di frontiera.

Secondo un portavoce del Fbi citato dall’agenzia Notimex, i narcotrafficanti hanno aumentato le ricompense agli agenti e ai funzionari per ottenerne la collaborazione. “Esiste una tremenda tentazione, per qualcuno che è meno onesto, a lavorare con i delinquenti. Chi lavora sulla frontiera può farsi vari anni di stipendio in un paio di notti.”

Due mesi fa è entrata in vigore una nuova legge che obbliga tutti gli aspiranti ad entrare in un corpo di polizia di frontiera a sottomettersi a un test con la macchina della verità.

Gli arresti di Columbus sono stati eseguiti un giorno dopo la commemorazione (non festiva) di un evento storico localmente rilevante: una scorribanda oltreconfine, con relativo saccheggio della cittadina, perpetrata da Pancho Villa e le sue truppe il 9 marzo del 1916. Curiosamente, il motivo dell’incursione era una rappresaglia contro un mercante d’armi che aveva truffato il generale Villa vendendogli munizioni inservibili.

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 25 marzo 2011

Le autorità premiano con aiuti sociali chi diserta dalla resistenza zapatista

HERMANN BELLINGHAUSEN

La strategia contrainsurgente in Chiapas, ampiamente denunciata e documentata fin dal 1995, non ha cessato di svilupparsi principalmente sul piano militare ed economico. Sebbene oggi sia poco visibile, la militarizzazione attiva viene mantenuta nelle zone indigene. Le strategie economiche, frammiste a programmi istituzionali che cambiano nome, privilegi e consegna di denaro, soddisfano gli stessi fini.

La Jornada recentemente ha documentato in comunità delle varie regioni indigene, che i programmi sono più immediati e generosi verso chi abbandona la resistenza ribelle zapatista, e con priorità più bassa verso ex aderenti all’Altra Campagna. Indigeni priisti e di altre organizzazioni affini al governo degli Altos, per esempio, si lamentano che “tutto è per quelli che erano zapatisti”. Questo, mentre il governatore elargisce elogi ed espressioni di rispetto alle giunte di buon governo ed alle comunità autonome.

In questo contesto, un tribunale del Chiapas questo martedì ha giudicato innocente della sua partecipazione nel massacro di Acteal, l’indigeno Juan Pérez, dopo 13 anni di prigione. La risoluzione si basa su una sentenza della Corte Suprema di Giustizia della Nazione che nel 2009 aveva stabilito che la Procura Generale della Repubblica “falsificò le prove” per incolpare Pérez. Degli oltre 80 paramilitari che scontavano condanne fino a 35 anni per la loro partecipazione al massacro del 1997, ne restano in carcere solo 23 che potrebbero essere presto liberati.

Nello stesso tempo, tra i giornalisti circola un documento che lascia facilmente immaginare chi sia il vero autore. Anonimamente firmato da “membri di organizzazioni sociali di San Sebastián Bachajón, Mitzitón, Tila, Tumbalá, Sabanilla, Chilón, Tonalá, Mapastepec e Pijijiapan” (esattamente le comunità e le zone dove la resistenza si scontra col potere statale ed i suoi piani di investimento), non si specifica mai di che organizzazioni si tratta.

Diffuso sui media locali e scritto in una forma affine agli argomenti dei funzionari della Segreteria di Governo e dei poliziotti statali, i suoi autori dicono di essersi organizzati “da febbraio” in quella che chiamano “l’altra dell’altra civile”, in “risposta alla campagna mediatica dell’Altra Campagna EZLN (sic), che attraverso le sue reti sociali vuole screditarci ed usarci come carne da macello contro il governo e contro la comunità nazionale e internazionale, per i suoi più oscuri ed abietti scopi di terrore e morte”.

Citati nel “pronunciamento”, ma evidentemente non consultati, gli evangelici di Mitzitón (in lotta con gli ejidatarios dell’Altra Campagna per il progetto di un’autostrada privata sulle le loro terre) hanno subito appoggiato il testo alla pagina La Voz de los Mártires.

Secondo lo scritto, gli aderenti all’Altra Campagna “non sono nativi di qui, vengono da altri stati, appoggiati logisticamente da gruppi ribelli, molti di origine straniera, i cui propositi sono volti a creare la divisione tra noi a favore di gruppi guerriglieri e terroristi”. Ed avvertono che “ad ogni attacco” dell’Altra Campagna via Internet,  “ci sarà una risposta”.

Rispetto al conflitto all’entrata delle cascate di Agua Azul (Tumbalá) che attraversa il territorio dell’ejido San Sebastián Bachajón (Chilón), si sostiene senza fondamento che “gli invasori vogliono impadronirsi della zona turistica e del controllo del botteghino di riscossione”. Bisogna dire che il botteghino di riscossione a San Sebastián era stato installato dagli ejidatarios stessi che non vogliono impadronirsene, ma recuperarlo.

Gli autori del testo fanno capire falsamente che sarebbero stati loro ad essere aggrediti e che il botteghino appartiene all’ejido Agua Azul. Si descrivono anche “propensioni al dialogo” col governo, e senza smentirla, rispondono all’accusa di essere paramilitari sostenendo che “L’Altra Campagna e l’EZLN sono un gruppo militare, armato, violento, insorto, terrorista e al servizio degli interessi del crimine organizzato della regione”. Lo scritto si ostenta come ufficiale, perché conclude dicendo: “Aspettiamo la comunicazione, attraverso questo mezzo, della riunione col segretario di Governo, come da risposta dell’ufficio della Presidenza della Repubblica”. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/25/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 24 marzo 2011

Las Abejas: Los Zetas son il prodotto della contrainsurgencia in Chiapas

Hermann Bellinghausen

Commemorando il massacro di Acteal A Chenalhó, Chiapas, la Società Civile Las Abejas questo martedì ha dichiarato: “Tutto il Messico ogni giorno sta vivendo dei massacri. In luoghi come Ciudad Juárez e Sinaloa, si uccidono intere famiglie, si bruciano le loro case, si minacciano i sopravvissuti ed il governo non fa niente, dice che sono i narcotrafficanti. Ma quando uccidono un agente degli Stati Uniti, in una settimana hanno già i presunti responsabili. Quando viene assassinata gente del popolo, quando ammazzano una donna proprio sulla porta del palazzo di governo, quando famiglie intere sono distrutte, il governo non fa niente”.

Ricordando l’offensivo contrainsurgente che subiscono da quattro lustri, gli indigeni sostengono che “tutto questo” ha seguito un piano di contrainsurgencia che i militari messicani “hanno appreso nelle scuole militari degli Stati Uniti, ed ora i loro cani coraggiosi che li hanno addestrati sono usciti dall’Esercito e continuano a massacrare innocenti, ma ora come il gruppo che si chiama Los Zetas”.

Da Acteal, Las Abejas dicono: “Il governo dice che quelli che muoiono sono delinquenti o gente che per caso passava da quelle parti durante le sparatorie, ma noi vediamo che molti sono morti per difendere la vita di fronte ai progetti di morte e distruzione. Vediamo che in Chiapas e in Messico c’è il massacro di gente innocente a favore della pace, ci sono persecuzioni dei leader di molte organizzazioni, carcere per coloro che chiedono giustizia, pace e dignità”.

Con questi fatti, aggiunge l’organizzazione tzotzil, “vediamo che il governo ha paura del popolo e vuole far tacere la sua voce. Uccide chi difende la vita; mentre quelli che ammazzano, quelli che organizzano guerre ed i delinquenti sono liberi o vengono liberati, come agli autori del massacro di Acteal”. Colpevoli di questi fatti e della violazione dei diritti umani sono i governanti “che non sanno amministrare la giustizia”.

Citano come esempio quelli che sono perseguiti “per difendere la vita” dei propri compagni aderenti all’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón (Chilón), “che subiscono repressione, persecuzione, criminalizzazione delle loro lotte ed arresti ingiusti come conseguenza della difesa della Madre Terra”. Ciò mette in evidenza la strategia contrainsurgente del governo “ed il modo in cui si continui ad agire” per “il dominio sui popoli e sulle comunità in resistenza”.

Las Abejas di Acteal sostengono: “Non scoraggiamoci mai di commemorare i nostri padri e madri e chiedere giustizia per i nostri cari massacrati nel 1997. Non dimentichiamo questo crudele avvenimento compiuto dai paramilitari organizzati dal presidente Ernesto Zedillo, dal governatore Julio César Ruiz Ferro e dal comandante della zona militare, Mario Renán Castillo”. Il loro piano di contrainsurgencia si proietta al presente, ora con Los Zetas.

Nel loro modo caratteristico, Las Abejasi, insistono: “Anche se i governanti considerano quell’anno ormai parte della storia, noi non possiamo dimenticare. Come pacifisti diciamo che ‘la pallottola non uccide, quello che uccide è l’oblio’ ed è fondamentale per noi mantenere viva la memoria”.

Da parte sua, il Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa del Chiapas, anch’esso dell’Altra Campagna, denuncia: “In queste settimane abbiamo vissuto circondati da governi, funzionari, procuratori, poliziotti, falsi avvocati, servizi di intelligence al punto che il paesaggio non era tale se non erano presenti”. Riconosce che il Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa “ha svolto un ruolo di intermediazione”, e ciò nonostante, i suoi membri sono perseguitati dalla giustizia.

“Non abbiamo nessun impegno col governo, solo domande e richieste. Non abbiamo firmato nessun patto di governabilità, perché la governabilità c’è solo quando esiste giustizia sociale e siamo molto lontano da questa realtà. Vogliamo dire al governo che non ci sarà nessun tavolo di lavoro, dialogo o colloquio, perché non crediamo nelle sue parole piene di bugie, non ci sarà nessuno che parlerà a nome del Consiglio Autonomo, continueremo a mettere per iscritto le istanze delle comunità ed a mobilitarci se queste non saranno soddisfatte”, precisa il Consiglio. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/24/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 21 marzo 2011

L’ondata di violenza colpisce i difensori dei diritti umani nel sudest del Paese

Attivisti di Chiapas, Tabasco e Yucatán operano in condizioni estremamente ostili

Le aggressioni alle donne nella zona sono sempre più simili a quelle di Ciudad Juaréz

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 20 marzo. La violenza generalizzata nel paese e l’impunità diffusa acutizzano il contesto di repressione, povertà, criminalizzazione, emigrazione, esproprio territoriale ed attacchicontro chi promuove, difende ed esercita i diritti per tutti, ha dichiarato oggi la Rete Nazionale di Organismi Civili ‘Tutti i Diritti per Tutte e Tutti’, con enfasi particolare nel sudest del Messico.

A conclusione della 41a Assemblea Nazionale, i difensori si sono pronunciati sulle ostili condizioni in cui lavorano i loro colleghi in Chiapas, Tabasco e Yucatan, in una regione del paese dove le violazioni dei diritti non sono minori.

L’estesa Rete, alla quale appartengono 72 organizzazioni, constata che l’esproprio territoriale è pratica ricorrente di governi ed impresari contro chi difende le risorse naturali e si rifiuta di cedere i propri territori per gli investimenti privati (sfruttamento delle miniere, progetti turistici e stradali), perché hanno deciso di praticare l’autonomia esercitando in pienezza i loro diritti fondamentali.

Mentre questa mattina si svolgeva un nutrito corteo nel viale Juan Sabines di questa città contro il progetto governativo di trasformare i campi sportivi in grandi centri commerciali con il pretesto di creare posti di lavoro (benché non vengano accompagnati da diritti del lavoro), la Rete ha denunciato che la cancellazione degli spazi pubblici e sportivi è un’azione di governi municipali e statali che favoriscono gli interessi economici e commerciali delle imprese, e provocano la distruzione dell’ambiente.

La crescente militarizzazione, l’occupazione poliziesca e la paramilitarizzazione di comunità e città del sudest, giustificata da una presunta lotta contro la criminalità organizzata, vuole smobilitare e controllare le dinamiche dei popoli che si organizzano. Tra gli aggiustamenti strutturali si strumentalizzano i poteri Legislativo e Giudiziario per legalizzare la criminalizzazione dell’azione sociale, in particolare contro gli avvocati difensori.

La violenza sulle donne, aggiunge la Rete nella sua dichiarazione finale, è arrivato a livelli simili agli stati del nord, al punto da incoraggiare la violenza contro le donne come parte di una strategia che vuole frammentare il tessuto sociale. Inoltre, la migrazione che transita sui nostri territori non è più solo dei popoli dell’America Centrale; è delle comunità e città impoverite del sudest.

Denuncia inoltre che un forte investimento a livello mediatico presenta i governi statali “come ‘avanguardia’ nel compimento degli standard dei diritti umani”, quando in realtà è nulla la loro applicazione a causa della corruzione strutturale.

La difesa delle garanzie si traduce in azioni di denuncia, formazione, processi, azioni politiche, incidenza pubblica, accompagnamento sociale, solidarietà ed articolazione permanente; l’abbiamo imparato da chi tiene viva la memoria delle lotte e delle resistenze che i nostri popoli portano avanti giorno per giorno.

La Rete riafferma il suo impegno di proseguire vigile ed attiva di fronte alla crescente violazione dei diritti umani che la guerra ufficiale sta generalizzando contro la popolazione civile. A dispetto del crescente rischio per la loro vita ed integrità fisica, riconosciamo nei compagni avvocati difensori in Chiapas, Tabasco e Yucatan un impegno permanente nella difesa della dignità umana.

In maniera particolare trovandosi in Chiapas, i difensori hanno annunciato che seguiranno attenti i loro compagni dei centri dei diritti umani Fray Bartolomé de Las Casas, dei Diritti Indigeni e Fray Matías de Córdova, il collettivo Educazione alla Pace e ai Diritti Umani, i comitati Fray Pedro Lorenzo de La Nada e Por la Defensa y Libertad Indígena, e Iniciativas para la Identidad y la Inclusión, che svolgono il loro compito in un contesto in cui le azioni di contrainsurgencia sono studiate ed attuate dallo Stato. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/21/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

Marzo 2011

Alla 41 Assemblea Nazionale della Rete Nazionale di Organizzazioni Civili “Todos los Derechos para Todas y Todos.”

Da: Subcomandante Insurgente Marcos.

Signore e signori.

Vi mandiamo i nostri saluti. Prima di tutto vogliamo ringraziare il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas AC. per l’invito che ci hanno fatto di mandare un messaggio amico alla vostra Assemblea Nazionale.

Ho il privilegio di conoscere personalmente qualcun@ di voi, ma conosciamo la maggioranza in un modo gratificante, cioè, per l loro lavoro.

Per questo, permettetemi di usare un tono colloquiale per questo messaggio-saluto. Se non me lo permettete, basta saltare tutto quello che segue e dire solo “l’EZLN manda un saluto”. In ogni caso, ci sono sentimenti che non hanno ancora un alfabeto che permetta di esprimerli.

Se state leggendo già queste righe, significa che mi avete concesso la forma colloquiale, ergo, procedo.

_*_

Sono sicuro che la maggior parte di voi, se non tutti, sapranno ascoltare in queste righe non i pensieri del SupMarcos, bensì quelli degli uomini, donne, bambini ed anziani dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Nello stesso modo in cui noi, zapatiste e zapatisti, abbiamo saputo vedere nelle azioni di Don Samuel non solo quelle di un individuo, ma quelle di una collettività.

Ma oggi ricordiamo che, è vero, ora manca un viandante, ma la strada è lì. E sappiamo che chi la percorre collettivamente, riuscirà a trasformare il dolore in bandiera e deciderà di non dimenticare, e nemmeno di fermarsi.

Noi pensiamo che sia così perché, come nella storia di quest’assenza fisica, la sua strada ed il suo passo è la sua collaborazione, la sua ragion d’essere, la sua vita.

So che qualche idiota (solo maschi, bisogna ammetterlo) ha approfittato della scomparsa di Don Samuel per mettere l’EZLN contro la diocesi, e Don Samuel contro il SubMarcos rispetto a quello che accadde in queste terre quel Primo Gennaio 1994, per qualcuno ora dimenticato (non sono pochi quelli che, considerando i contributi democratici e sociali, saltano dal 1998 al 2006), o per vedere chi ha fatto o fa di più per i popoli originari del Chiapas e del Messico.

Con argomenti del tipo il “mio papa è più bravo”, o ostentando la potenza maschilista del “vediamo chi ce l’ha più grande” o “vediamo chi arriva più lontano” o “vediamo chi fa più schiuma”, questi personaggi hanno voluto infangare la significativa assenza di Don Samuel.

C’è stato chi ha partecipato a questo gioco per bambini idioti o per politici (che sono la stessa cosa). E così hanno rivisto la storia per coprire la loro ignoranza, o per manipolare i nostri coscienti e premeditati silenzi. Arriverà il momento in cui la nostra parola raggiungerà quegli angoli oscuri, che sono stati occupati da chi vuole vincere questa contesa senza senso.

Noi no. Noi zapatisti non contendiamo un credito che in realtà appartiene a chi da 500 anni vuole uscire da un incubo che cambia regime politico o partito al potere, ma che continua ad imporre la sua dose di sfruttamento, abuso, repressione, disprezzo.

Neppure aspiriamo o aneliamo ad una nota a piè di pagina nel pesante libro della storia contemporanea di questo angolo del mondo.

L’unico credito che ci riconosciamo è quello dei nostri errori e mancanze che, è vero, non sono pochi né lievi, ma non comprendono l’incoerenza in nessuno dei suoi ipocriti aspetti.

Chi ha fatto o fa di più per le comunità indigene di questo angolo del Messico?

Per quanto riguarda l’EZLN, noi rispondiamo che abbiamo fatto poco o niente. Invece, aggiungiamo umilmente che è molto, è tutto, quello che i popoli indios del Chiapas e del Messico hanno fatto per noi. Niente meno che darci identità, strada, direzione, destino, ragion d’essere.

E non solo a noi. Anche a molti distanti e distinti nei calendari e nelle geografie del Messico e del mondo.

Il posto che Don Samuel ha avuto ed ha tra le comunità indigene è quello che si è guadagnato nel suo cammino. Non solo lì, certo, ma ora parlo solo di quello che ho conosciuto di prima mano. E questo non dipende dalle qualità banali che, nei funesti giorni della sua scomparsa fisica, hanno condito gli interventi, articoli ed interviste di chi copre con le chiacchiere la sua mediocrità ed opportunismo.

_*_

Uno dei meriti di Don Samuel, gli dissi una volta, è che potendo scegliere se essere Onésimo Cepeda, scelse di essere Don Samuel Ruiz García.

Proprio come tutte e tutti voi potevate scegliere di essere un’altra cosa rispetto a cosa siete ora, tuttavia avete scelto di essere, nei vostri rispettivi calendari e geografie, difensori promotori dei diritti fondamentali dell’essere umano.

E scegliendo questa identità, nello stesso tempo comune e differente (comune nel suo spirito, differente nella sua storia, luogo e tempo), non avete scelto la strada più facile, la più comoda, quella con più privilegi e maggiori compensi, ma una delle più difficili, scomode, ingrate.

Perché, chi difende i diritti umani delle/dei difensori dei diritti umani?

Infine, voi potevate scegliere, per fare un esempio, se essere Diego Fernández de Cevallos (chiedo scusa per le parolacce) e trasformare la gestione perversa delle leggi in una fonte di ricchezza e potere.

O potevate scegliere di lavorare agli ordini di chi viola i diritti umani, cioè, con governi statali o federali, e nascondervi dietro il fragile alibi del “cambiare le cose dall’interno” o “attenuare le arbitrarietà dei governanti”.

Ma voi, meglio di nessun altro conoscete le mille e una forma, alibi, pretesti e giustificazioni per fare o per smettere di essere quello che ora siete (e che è quello che motiva questa Assemblea ed il nostro saluto), cioè, la vostra identità.

In sintesi: voi potevate scegliere di essere altre, di essere altri, tuttavia avete scelto di essere quello che ora vi convoca e vi riunisce

Ognuno ha la sua storia privata e personale di come è nata questa decisione, questo cammino, ed il fatto fondamentale, l’essere ora ostinati viandanti per un mondo migliore, non dipende da regali, articoli sui media, aneddoti in dibattiti o incontri, o capacità di stimare il valore umano in centimetri.

Ed il riconoscimento di questa decisione non viene solo da chi vi persegue, vi minaccia, vi calunnia, vi colpisce, vi imprigiona, vi assassina o cerca di convincervi ad arrendersi, a cedere, a vendersi. Cioè, non viene solo dai molti governi di diverso colore.

Il riconoscimento per quello che avete scelto di essere, può venire anche da chi non ha i diritti elementari o li vede calpestati da chi ha la forza perché non ha la ragione. Da chi ha trovato nei vostri progetti, nei vostri passi, l’accompagnamento nella domanda del diritto fondamentale. Il diritto di avere tutti i diritti e di esercitarli.

_*_

A noi zapatisti hanno sempre suscitato ammirazione e rispetto le persone che, potendo scegliere di stare sopra, scelgono di stare sotto e con quelli che stanno sotto.

Notare che non sto parlando di filiazione politica o di credo ideologico, ma di una posizione, di qualche chiara e semplice risposta alle domande “dove?”, “con chi?”, “di fronte a chi?”

E notare anche che, messe così, queste domande mettono in ridicolo le domande “chi è il migliore?”, “chi fa di più?”, “chi vince?”

Forse per qualcuno di lì la cosa importante saranno le risposte alle domande competitive. Non lo mettiamo in discussione. Ognuno fa uso del suo tempo secondo le sue possibilità… ed amicizie.

Quello che voglio dire è che sono le vostre domande alle domande che danno identità, quelle che si riconoscono qua in basso. Dove, in basso, con chi, con chi lotta, contro chi, contro chi opprime.

Questo riconoscimento che viene dal basso nessuno lo può contendere, né aspetta la certificazione di chicchessia delle geografie politiche, da un estremo all’altro.

Ed a volte questo riconoscimento prende la forma di un saluto, come in questo caso in cui, attraverso le mie lettere, le comunità indigene zapatiste vi mandano un abbraccio col pretesto di questa Quarantesima Assemblea Nazionale.

_*_

Quarantuno assemblee sono molte, è vero, ma sembra che quella di quest’anno si svolga in tempi particolarmente delicati.

Delicati per la violenza diffusa su tutto il territorio nazionale, e delicati per la violazione/negazione dei diritti umani che è la conseguenza di quella violenza esercitata fondamentalmente dallo stato.

Difficilmente si potrà trovare un altro calendario in cui la violazione e negazione dei diritti umani abbraccia tutta la geografia nazionale… e dove la difesa di questi diritti sia tanto pericolosa.

Perché gli attentati ai diritti fondamentali (vita, libertà, beni, verità) ora vengono subito non solo dai settori sociali cosiddetti “vulnerabili”.

La violenza dilagante, col governo federale guidato dalla macabra brigata, non solo si estende su tutto il territorio nazionale e distrugge tutti gli ambiti della vita quotidiana. Ora  “democratizza” il suo arbitrio facendo vittime in tutti gli strati sociali.

Un oltraggio così nazionale e così attuale dovrebbe provocare una reazione di uguale estensione in identico tempismo, ma si vede che il calendario tracciato dall’alto, quello elettorale, impone altre priorità.

Anche per questo questi tempi delicati. Perché lassù vogliono prendere posizione nella falsa alternativa elettorale. Non c’è bisogno che mi dilunghi nei pericoli che, per la strada che avete intrapreso, rappresentano questi appelli all’emergenza.

Chi lavorano sul serio nella difesa dei diritti umani sa bene che i diversi simboli politici al potere si contendono con entusiasmo solo la sistematica violazione dei diritti fondamentali.

Noi confidiamo in coloro che hanno saputo ascoltare e guardare, e di conseguenza, hanno cercato di comprendere.

Perché così come per noi il loro impegno è fuor di dubbio, così lo è anche la loro intelligenza e la loro capacità di analisi.

_*_

Bene, non voglio disturbare oltre. Ho visto l’agenda preliminare della vostra Assemblea e so che avete molto da fare… e solo un pranzo in 3 giorni (cosa che chiaramente è una violazione al diritto di fare pausa).

Con l’abbraccio che vi mandiamo, va anche il nostro augurio di una buona assemblea.

Come tutte le decisioni che realmente sono importanti e che fanno la differenza, quelle che voi prenderete in questi giorni non avranno eco né conseguenze immediate, ma saranno fondamentali per la geografia ed il calendario che sceglierà la vostra identità.

Perché chi cammina sa che ogni passo conta, benché il percorso si renderà visibile solo giunti a destinazione.

Salve e che, senza che importino rischi e maldicenze, si mantenga la vostra identità.

Dalle montagne del Sudest Messicano

Subcomandante Insurgente Marcos

Messico, Marzo 2011

P.S. – Mi dispiace che la mia firma, e la data che scrivo in calce, contraddica le dicerie apparse su twitter, notizie e comunicati governativi sul mio stato di salute. Benché, bisogna dirlo, la cosa dell’enfisema polmonare e del cancro abbia provocato che non mi mandano più tabacco, questa è un chiara manovra contrainsurgente. Quindi è ufficiale. Non ho quello che dicono che ho… o non ancora. Dunque non temete e mandate tabacco, ed avrò cura di coprire la scritta che recita. “Fumare è causa di cancro ed enfisema polmonare. Fumare in gravidanza aumenta il rischio di parto prematuro e di neonato sotto peso (ovvero non potrò più dire “fat is beatifull”?) ed altri rischi riproduttivi” (cioè, non potrò vincere al concorso di “vediamo chi ce l’ha più grande”? bah, io ero già in fondo alla lista). In ogni caso, mandate tabacco.

Ora sì. Vale de nuez.

Dalle montagne… cof…cof…cof…arghhh…cof…cof…puah!…

Oh,oh… cos’è questo, un pezzo di polmone o di zucca non digerita?

Il Sup, che alimenta i pettegolezzi.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 16 Marzo 2011

Invasione di un complesso scolastico in una comunità tzeltal chiapaneca

Hermann Bellinghausen

La comunità tzeltal di Guaquitepec, nel municipio di Chilón, Chiapas, è nota da 15 anni per accogliere un progetto educativo innovativo, un riferimento obbligato per le zone indigene dello stato. Ora è lo scenario della riapparizione dei vecchi cacicchi, si presume appoggiati dal governo statale come ai vecchi tempi, con il sostegno e la consulenza dell’ex deputato perredista Carlos Bertoni Unda, legato all’organizzazione Oruga, con sede ad Ocosingo, già denunciata come strumento di contrainsurgencia economica contro la resistenza indigena.

Lo scorso 17 gennaio, il plesso scolastico della secondaria interculturale Emiliano Zapata Salazar è stato invaso da milizie clientelari dell’ex deputato Bertoni, che nel 2009 è stato in carcere per frode ed oggi prepara il terreno per la prossima tornata elettorale. La proprietà invasa, ed ora distrutta, è dove si svolgono le attività comunitarie educative, artistiche e culturali dalla secondaria.

Le autorità della comunità e degli ejidos vicini, e lo stesso direttore della scuola, Mariano Méndez López, denunciano che l’amministrazione statale, “per mezzo della segretaria Generale di Governo, è intervenuta nel problema senza dare soluzione all’invasione, ed il gruppo invasore ha approfittato per rubare e distruggere il patrimonio educativo del progetto, senza che si applichi la giustizia per questi atti criminali”.

Denunciano direttamente la sottosegretaria di Governo, Ana del Carmen Valdivieso Hidalgo, con ufficio a Yajalón, ed il titolare di Governo, Noé Castañón León, “che si erano presentati come coadiuvanti nella soluzione del conflitto, ma non hanno agito realmente”. Gli indigeni da gennaio avevano informato Castañón, ed il 28 di quel mese erano stati ricevuti a Tuxtla Gutiérrez dall’assessore giuridico dell’ente, che avrebbe parlato anche con gli invasori promettendo loro 15 ettari di terra da un’altra parte. L’unica cosa certa è che “i cacicchi che guidano l’invasione stanno costruendo delle case nell’appezzamento scolastico”.

Bisogna dire che non è un centro scolastico qualunque. Fa parte di un progetto interculturale bilingue riconosciuto a livello internazionale, appoggiato dal Patronato Pro Educazione Messicana e con la partecipazione di pedagoghi nazionali di primo livello. L’esperienza, modello per i popoli indigeni dell’area è, insieme al sistema educativo zapatista, una delle alternative di istruzione più avanzate e di successo in regioni dove l’educazione ufficiale è molto carente.

“I cacicchi hanno sempre ostacolato lo sviluppo”, sostengono maestri, comuneros ed ejidatarios. “Il loro metodo è armare il gruppo per reprimere e minacciare”. Nonostante le reiterate denunce, le autorità statali e municipali hanno permesso i loro abusi.

Gli indigeni descrivono il dirigente Bertoni Unda come “un destabilizzatore sociale, che è già stato in prigione per quelle attività che perseguono il lucro” ed ora funge da “consulente” dei cacicchi filogovernativi. Riferiscono che il 20 febbraio è stato festeggiato dagli invasori: “Com’è possibile che qualcuno che si dice servitore del popolo fa di tutto per provocare divisione e scontri tra fratelli”. Dicono di ignorare gli “interessi” di Bertoni a Guaquitepec, “ma siamo convinti che non sono per il bene delle comunità, ma per approfittarsi di loro”.

Appoggiano la denuncia l’Organizzazione Sociale Indigena Yip Lumaltik, la Fondazione Colosio regionale, le autorità di Maquejá, San Vicente, Pinabetal e San Antonio Bulujib, i Principales di Guaquitepec, così come le basi zapatiste e il direttore del liceo Bartolomé de las Casas. Si dichiarano a favore di “equità, uguaglianza, giustizia, dignità ed una vera democrazia” per vivere liberamente. “Si stanno violando i nostri diritti all’educazione, allo sviluppo come popoli indigeni e a vivere in pace ed armonia”, concludono. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/16/index.php?section=politica&article=025n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Scambio Epistolare su Etica e Politica

La classe politica e la guerra

Sergio Rodríguez Lascano

Nella lettera che il Subcomandante Insurgente Marcos scrive a don Luis Villoro, dal titolo “Appunti sulla guerra”, si illustra in maniera molto dettagliata il bilancio utilizzato da Felipe Calderón per portare a termine la sua guerra contro la popolazione messicana, seguendo gli obiettivi del vicino mandante del Nord. Questo è molto importante perché, a parte tutto, una guerra deve essere analizzata nei suoi costi. Quello che mi piacerebbe sottolineare, partendo da questo punto relativo ai costi per poi passare ad altri argomenti, è il ruolo che l’insieme della classe politica messicana ha svolto in questa guerra.

Racconta chi c’era, che quando Lenin lesse su un giornale svizzero che la socialdemocrazia di Germania e Francia aveva votato i crediti di guerra che autorizzavano entrambi i governi ad avviare quella follia che si chiamava Prima Guerra Mondiale, pensò che si trattasse di un’edizione falsa di quel giornale. Da allora, è molto importante sapere come si comportano i diversi partiti politici presenti nei parlamenti quando si vota sui soldi per fare una guerra. Sebbene in Messico il presidente ogni anno elabori una proposta di bilancio, chi ne decide l’importo e le destinazioni sono i deputati e i senatori di ogni partito politico.

In Messico, negli ultimi quattro anni – e si potrebbe dire anche negli ultimi dieci anni – i bilanci sono stati votati praticamente all’unanimità, con l’eccezione di alcuni deputati la cui obiezione non riguarda il bilancio di guerra. Con questo possiamo dire che la guerra che ha deciso di lanciare Calderón ha contato sull’avallo e l’appoggio di tutta la classe politica messicana. L’unica critica che gli muove il dissidente contumace, López Obrador, si incentra unicamente sul fatto che Calderón ha sollevato un bel vespaio, e così – volente o no – cade nella logica che il governo ha tentato di imporre: che ci troviamo di fronte ad una guerra contro il crimine organizzato, in particolare, contro il narcotraffico.

Nello stesso modo in cui Felipe Calderón utilizza questa guerra come suo unico elemento di legittimazione, la screditata classe politica messicana si aggrappa a questa guerra e giura e spergiura che, accada quel che accada nel 2012, questa politica non cambierà.

Recentemente, la dichiarazione di un vecchio priista ha suscitato clamore. Sócrates Rizzo García, ex governatore di Nuevo León, ha detto: “Durante i regimi priisti, il presidente della Repubblica aveva il controllo sulle rotte del narcotraffico, cosa che impediva che ci fossero attacchi alla popolazione. In precedenza, i presidenti definivano le strade che doveva seguire il traffico di droga per non coinvolgere la società civile… In qualche modo, si era risolto il problema del transito della droga. Esisteva un controllo e c’era uno stato forte ed un presidente forte ed una Procura forte e c’era il ferreo controllo dell’esercito… Dicevano: ‘Tu passi di qui; tu di qua; ma non toccare questi posti’… “. Subito, Enrique Peña Nieto ha dichiarato che se arriverà alla presidenza, continuerà la strada intrapresa da Calderón.

Marcelo Ebrard insistentemente ha dato il suo appoggio a Calderón in questa guerra, sostenendo che sarebbe stato meschino lesinare l’appoggio. Il consenso alla guerra comprende molti altri e molte altre istituzioni. Tutti i governatori degli stati e praticamente tutti i sindaci condividono questa strategia. Per questo, governatori e sindaci di varie regioni del paese hanno respinto le dichiarazioni di Felipe Calderón, nel senso che sfuggivano dalle loro responsabilità nella lotta al crimine organizzato, e gli hanno chiesto di “precisare meglio” le sue parole, perché sembra avere un panorama incompleto di quello che accade.

Felipe Calderón in un intervista ha dichiarato che in stati, municipi ed in altri ambiti del potere pubblico si elude la corresponsabilità prevista dalla Costituzione per affrontare in forma congiunta il crimine organizzato. Ha detto che quei livelli di governo credono che “sia facile passare la palla al governo della Repubblica”. Mario Anguiano, mandatario di Colima, ha detto che in nessuna circostanza ha eluso “né sfuggiremo mai da questa responsabilità costituzionale e stiamo lavorando in funzione degli obiettivi che abbiamo definito e garantiremo la sicurezza alla popolazione”. Al di là degli sfoghi isterici di Calderón, la realtà è che tutti sono coinvolti in questa politica.

Si potrebbe dire, ed è vero, che esiste una forte corruzione tra i governatori o i presidenti municipali, ma questo non è diverso da quello che accade nell’insieme delle istituzioni federali. Così, per esempio, il Revisore dei Conti Superiore della Federazione (ASF) ha riscontrato errori amministrativi ed omissioni in una fiduciaria della Segreteria della Difesa Nazionale (Sedena) che, nel 2009, ha gestito risorse per 1.640 milioni di pesos “per urgenze e spese per la sicurezza nazionale”. Nella revisione delle risorse, l’ASF ha rilevato la mancanza di licitazioni negli acquisti e contratti milionari che fanno perdere risorse all’Esercito, tra altre anomalie. Per un contratto firmato con un’impresa russa per la riparazione di cinque elicotteri, la Sedena ha dovuto sborsare 10,5 milioni di pesos solo per la cancellazione dell’accordo, poiché le condizioni non erano convenienti per l’ente.

Ugualmente, si potrebbe dire che molti governatori o presidenti municipali o deputati fanno parte delle reti del crimine organizzato, ma la stessa cosa si può dire di una serie di agenti federali, membri delle forze armate o dello stesso potere esecutivo.

Mentre l’insieme della classe politica partecipa attivamente a questa guerra, i presunti obiettivi che si è posta per portarla a termine non solo sono lontani, ma lo sono più che mai. La violenza non è diminuita, ma è aumentata in maniera esponenziale. Ogni settimana si supera il record precedente di violenza. Ogni volta sono più morti, ogni volta più scomparsi, ogni volta più arrestati, ogni volta più bambini coinvolti nella guerra, da una parte e dall’altra. Per esempio, la Rete per i Diritti dell’Infanzia in Messico (Redim), formata da 67 organizzazioni civili, ha documentato che, nel 2009, la Segreteria della Difesa Nazionale ha arruolato dei minorenni nel servizio militare anticipato per lo sradicamento di coltivazioni di marijuana e papavero. Ha inoltre denunciato, sulla base di documenti ufficiali, che nella lotta dell’esercito contro il narcotraffico partecipano dei minorenni reclutati mediante il Servizio Militare Nazionale ed il Sistema Educativo Militare. Lo scorso 31 di gennaio, la Redim ha presentato il documento “Infanzia e conflitto armato in Messico”, elaborato con informazioni della stessa Sedena, nella cui Terza Relazione dei Lavori 2009 consta che, dal 25 maggio al 1 agosto di quell’anno, 314 adolescenti hanno svolto questo compito in Michoacán. Secondo la Redim, è la prima volta che “si sa” con certezza che degli adolescenti sono coinvolti in azioni di “lotta contro il narcotraffico”.

E se l’obiettivo di ridurre la violenza non si raggiunge, non lo è neppure quello di ridurre il consumo di droga. Mentre il consumo di marijuana nel paese aumenta, la distruzione di colture di questa droga ed i sequestri diminuiscono. Durante l’amministrazione del presidente Felipe Calderón, la media annuale della distruzione di coltivazioni documentata dall’esercito è inferiore a quella dei mandati di Ernesto Zedillo e Vicente Fox. Dal 1995 al 2000, secondo la relazione della Segreteria della Difesa Nazionale, ogni anno venivano distrutti 19.523 ettari di marijuana, in media; dal 2001 al 2006, la cifra è stato di 25.800; ma nell’attuale  amministrazione, dal 2007 al 2009, è crollata a 17.014 ettari l’anno.

Il consumo di droga in Messico è schizzato: il suo valore attuale sul mercato nazionale supera gli 8.780 milioni di dollari l’anno, secondo informazioni della Segreteria di Pubblica Sicurezza (SSP) federale. “In Messico è aumentata in maniera importante la dipendenza, e devo segnalare che è uno dei fattori più importanti che bisognerebbe denunciare e assistere”, ha ammesso il suo titolare, Genaro García Luna durante la sua comparizione davanti ai legislatori. “La parte più importante nel consumo è occupata dalla marijuana, con una proporzione quadruplicata negli ultimi dodici anni”.

Naturalmente, per realizzare un’analisi completa sull’argomento è impossibile non considerare che si tratta di un grande affare. Affare del quale fanno parte i grandi industriali del paese e del mondo. E fino a che questo sarà un grande affare, i capitali continueranno a fluire verso questo settore.

Come segnala il Subcomandante Insurgente Marcos nella lettera citata, in questo grande affare il capitale nordamericano guadagna su due fronti: vendendo armi alle forze incaricate della violenza dello Stato e vendendo le stesse armi ai capi della droga. Lo fa anche, ed ora si sa, dagli uffici stessi delle istituzioni incaricate di vigilare sulla vendita delle armi.

Ma l’affare non si ferma lì. Secondo Víctor Cardoso, del quotidiano La Jornada, nei quattro anni del governo di Felipe Calderón sono stati riciclati 25.991 milioni di dollari. Parlando solo di quello che si lava attraverso il sistema bancario, per non parlare della quantità di hotel, scuole, centri ricreativi, eccetera, che sono semplicemente la facciata che occulta il riciclaggio di denaro sporco.

Stando così le cose, possiamo dire che, dentro le finanze di questa guerra, è possibile incontrare il sistema bancario messicano, oggi prevalentemente in mani straniere, e dunque non si può negare che una buona parte della quantità di soldi che si trovano in questo settore viene dal narcotraffico.

Inoltre, sappiamo che ogni anno entrano in Messico 29 mila milioni di dollari dal narcotraffico. Questo spiega, in buona parte, perché il Messico nel 2009 non sia caduto in una crisi peggiore ed quello che sta dietro la ripresa tanto esaltata del 2010, in un momento in cui le esportazioni di petrolio sono minori così come l’entrata di valuta grazie alle rimesse degli emigrati. Questa cifra è superiore a tutto l’Investimento Straniero Diretto che solo l’anno scorso è stato di 16 mila milioni di dollari, e di questo affare beneficia una buona parte della classe politica messicana. Per questo, questa guerra non è realmente contro il narcotraffico, perché sarebbe come tagliare la mano che ti nutre.

Il potere corrompe dice la vecchia massima, ma il potere e il denaro corrompono due volte. Per questo il panorama nel Messico del 2011 è quello di funzionari dello Stato che scoprono le mille e una strada per accedere a quella fonte inesauribile di entrate. Nella loro opera Mil mesetas, Delleuze e Guattari dicevano: “Così come il capitale cresce in maniera costante e smisurata rispetto al capitale variabile, la guerra diventa sempre più una guerra di armamenti. La crescita della composizione organica di capitale si traduce così nella crescita della composizione organica di capitale militare”.

Con questo si è aperta un’epoca di degrado ed umiliazione. Una guerra fatta con l’ordine di combattere il crimine organizzato cerca di contendere a quest’ultimo i guadagni. Si tratta dell’azione degradata del potere che utilizza una copertura ideologica per uno scopo inconfessabile. Ma vuole anche un’altra cosa: umiliare la società, facendole pagare i costi di sangue di questa guerra, cercando di distruggere l’ambito collettivo che trova sul suo passaggio; ogni ambito sociale che riesca a calpestare. Epoca di degrado e umiliazione che tutto annuncia proseguirà dopo il 2012 mentre si sta realizzando tutto quello che i candidati avevano presentato nel 2006; compreso quello che López Obrador aveva esposto nel suo libro Proyecto alternativo de nación, in cui segnalava che era giusto utilizzare l’esercito contro i narcos, poiché si trattava di un problema di sicurezza nazionale.

Oggi, in Messico, le elite politiche ed economiche che esercitano il potere, inteso non unicamente come l’esecutivo ma come l’insieme del potere, incarnano gli obiettivi più eccessivi tanto nell’accaparramento di denaro come di capacità di comando sulla società.

Tuttavia, questo slancio, questa volontà, questa apparente sicurezza svanisce quando il suo padrone alza la voce perché gli hanno ucciso un agente doganale, invece di chiedersi, là in alto, cosa ci faceva un agente doganale degli Stati Uniti a San Luis Potosí – forse la dogana non è più sul Río Bravo?- no, immediatamente, si scopre “l’assassino”.

Gli esperti sui mezzi di comunicazione mettono in discussione la rapidità con la quale si è saputo nel vicino paese del nord dell’arma assassina e dove è stata venduta, e non mettono in discussione il fatto che, in due giorni, lo Stato messicano – lo stesso che non sa chi ha assassinato Maricela Escobedo, lo stesso incapace di trovare chi ha ucciso gli studenti dell’Istituto Tecnologico di Monterrey, lo stesso che ha quasi distrutto la famiglia Reyes – ora, in due giorni, trovi un ragazzo, si presume l’assassino del funzionario statunitense, conosciuto come el Piolín.

Il problema che sorge dall’inizio è il seguente: quale è il livello di credibilità del potere politico in Messico? Perché dovremmo credergli? Chi può dire che i 35 mila assassinati in questa guerra erano membri del crimine organizzato? Perché davanti alle telecamere appaiono con armi, pistole, granate, fucili? Lo Stato, storicamente, non si è mai premurato di mettere davanti alle telecamere qualche ragazzo, vivo o morto, circondato da un arsenale? Ci siamo già dimenticati degli anni della guerra sporca contro le organizzazioni rivoluzionarie?

Queste domande sorgono, soprattutto, quando si conoscono bene le velleità cinematografiche del genio della menzogna, García Luna, che monta operativi a beneficio dei mezzi di comunicazione.

Per questo ha ragione Julio Scherer quando, nel suo libro Historias de muerte y corrupción, dice: “Dietro ogni vittima c’è un nome, un cognome, una storia, ma arriverà il giorno della resa dei conti da parte di chi si è visto coinvolto in questa tragedia che non cessa”.

Tutto questo in piena democrazia rappresentativa

Già nel numero precedente avevamo parlato del carattere di Stato d’emergenza che sta acquisendo lo Stato messicano, che lo sta trasformando in uno Stato penale di controllo che ha perso ogni prospettiva di legittimità sociale, a partire dalla mancanza di consenso. Il dominio è diventato crudo, privo di qualsiasi copertura sociale. Per questo, per il potere tutto è guerra.

Ma la cosa peculiare è che tutto questo si svolge nella cornice del sistema di democrazia rappresentativa, con un potere legislativo e giudiziario apparentemente separati dall’esecutivo.

Dalla prospettiva di detta democrazia rappresentativa, nessuno sta presentando un progetto di nazione diversa, non diciamo socialista – che sarebbe chiedere troppo – ma semplicemente alternativo alla politica della terra bruciata che si sta portando avanti contro la società e il paese.

In ultima istanza, se qualcuno vuole un’ulteriore dimostrazione dei limiti di questo sistema rappresentativo, oggi la può trovare in quello che sta accadendo in Messico.

Hanno diviso il paese in amici e nemici. I primi si trovano nel potere politico ed economico, e i secondi sono ogni cittadino al quale si vogliono togliere tutti i diritti, ad eccezione di quello di votare per i suoi carnefici.

Questo sistema consente solo una cittadinanza sotto controllo; per questo il cumulo di leggi che vogliono criminalizzare, non diciamo la protesta sociale, ma chiunque voglia esercitare i propri diritti più elementari come quello del libero transito o quello di fare una festa con gli amici, o uscire di scuola e camminare per le strade, o essere un vero difensore dei diritti umani, o dipingere graffiti, o chiamarsi Reyes, o vivere ad Apatzingán o a Ciudad Mier o a Ciudad Juárez, o quello di non andare negli Stati Uniti, o andare ad una festa, o, perfino consumare uno stupefacente.

Gli unici che hanno diritti sono i membri della classe politica e quelli che appaiono nell’elenco della rivista Forbes.

La democrazia rappresentativa, si presume, ha come base il fatto che il potere è il risultato di un’autorizzazione concessa da tutti e da ognuno degli individui. Questo, ora è chiaro, non è così. Il potere esiste nonostante lo stato di malessere che regna nella società, ed ora governa per i mezzi di comunicazione e per sé stesso.

Prima, il potere rappresentativo esisteva in funzione dell’esistenza dei diritti dell’essere umano. Oggi, questo potere rappresentativo si è trasformato in una brutta caricatura da quando i messicani sono stati espropriati dei propri diritti.

L’obiettivo non è più semplicemente garantire la vendita della forza lavoro, ma il controllo della vita stessa (il biopotere) dei cittadini in quanto tali: di quello che fanno, con chi passeggiano, con chi vanno alle feste, con chi giocano, con chi convivono, con chi si rapportano, con chi fanno l’amore.

In questo senso, si vuole generare l’idea di unanimità, di omogeneità. Non sorprende la campagna a favore del film Presunto colpevole, prodotta e diretta dagli avvocati degli assassini di Acteal. Tutti nella classe politica si sono lanciati nella difesa della libertà di espressione, come se questa fosse in pericolo, quando è completamente inesistente per la stragrande maggioranza della società, e si perseguita un ragazzo che aveva osato presentare un ricorso, mentre non è stato interpellato sull’utilizzo della sua immagine in un documentario che non è vero che semplicemente rifletteva quello che era successo in tribunale, ma rivelava quello che il direttore e l’editore volevano.

E’ stato patetico sentire commentatori “progressisti” parlare di qualcuno che strumentalizzava quel ragazzo, perché non poteva essere che uno così ignorante, che aveva fatto solo le elementari potesse presentare un ricorso.

Con un’azione di potere sono stati eliminati i diritti civili di un giovane povero, mentre gli avvocati dei criminali vivevano i loro 15 minuti di gloria. Queste sono le cause di tutta la classe politica. Ed i morti di Acteal? Qui è meglio voltare pagina e non importunare le buone coscienze che controllano i mezzi di comunicazione. Qui abbiamo un buon esempio di quello che in altri paesi è noto come “governanza”. Si crea l’immagine che, dalla società civile, esiste un movimento per frenare gli “eccessi” dello Stato e tutti i mezzi di comunicazione si muovono in quella direzione. Lo Stato felice crea un movimento di distrazione. Alla fine, si autorizza l’esibizione del documentario che mostra che la società civile ha vinto, la libertà di espressione è garantita. Nel frattempo, la guerra rade al suolo il paese.

Si può dire lo stesso dei partiti politici, concentrati come sono nel 2012. Tutti sono fuochi artificiali: alleanze sì o no, l’arrivo di Moreira al PRI, la crisi terminale del PRD, le campagne di AMLO ed Ebrard, eccetera.

Nessuno si occupa né si preoccupa dei 35 mila morti, del fatto che il mandante del Nord inonda con armi il territorio nazionale. L’unica cosa che a loro interessa è quello che succede nella propria bottega. Mai prima nella loro storia, la classe politica e le istituzioni statali sono state così inutili come oggi.

“Se prendo uno Zeta lo uccido. Perché interrogarlo?”

Così ha dichiarato il titolare della Sicurezza della città di Torréon, il generale Carlos Viviano Villa Castro. Questa è la filosofia dei militari in questa guerra. Il problema è che con questa dichiarazione è evidente che viviamo in stato di emergenza. Il fermato non richiede un processo, neanche un interrogatorio; la sola cosa da fare è ucciderlo.

A questo si aggiunge che il generale dice che bisogna “avere le palle”. E’ comprensibile quando si ha il cervello nei genitale, e così, aggiunge: “Io diffido dei poliziotti federali perché non uccidono, arrestano soltanto”. Ma, più ancora, basta e avanza che il generale creda che si tratti di uno Zeta per ucciderlo. E questo riguarda i testimoni sotto protezione, le voci, il non fermarsi ad un posto di blocco, ecc. Ed il generale dice che tutto questo fa parte del “codice d’ onore”.

Stato penale di controllo man mano che si riduce lo Stato sociale: non si tratta più di prevenire o di aiutare, si tratta di infliggere punizioni. Tutti siamo suscettibili di punizione, di morte. La punizione come metodo pedagogico. Come insegnare? Con le pallottole.

Naturalmente, dietro c’è l’obiettiva centrale di questa guerra che come abbiamo già visto non è sconfiggere il narcotraffico, ma distruggere il tessuto sociale. Paralizzare con la paura. Governare attraverso questi strumenti.

Per i mezzi di comunicazione, questi sono i nuovi eroi nazionali, per lo meno li presentano come qualcosa di spiritoso, folcloristico. Dietro, la realtà è che questa è la nuova filosofia del potere. E qui è indispensabile ripeterlo: non è un solo uomo il portatore di questa filosofia, ma l’insieme della classe politica, per azione o per omissione, è comproprietaria di questa struttura politica che si chiama Stato penale di controllo.

L’alternativa può venire solo dal basso

Se, come abbiamo detto e dimostrato, a nessuno là in alto importa niente di questo problema, ma sono la causa dello stesso; la sola alternativa reale, più reale che mai, verrà dal basso.

Seguendo le orme dei ragazzi che a Ciudad Juárez hanno deciso di controllare la loro paura ed uscire per strada a mostrare il corpo, comprendendo qualcosa che in prima istanza è complicato capire: che è lo Stato a causare il terrore; che questo è responsabile di aver messo la società civile nella situazione in cui si trova; che non è possibile parlare di due bande, mentre uno, lo Stato, è l’unico responsabile, in teoria, nel garantire la sicurezza dei cittadini.

Seguendo le orme di coloro che, tra i popoli originari, lottano per non permettere che i propri territori si trasformino in zone militarizzate e si perdano tutti i segni d’identità delle comunità.

E, soprattutto, seguendo le orme delle comunità zapatiste che hanno dimostrato, nel momento più terribile del paese, quando sembra che tutto sia ormai terra bruciata, che si può costruire un’altra cosa: una dove i militari non hanno potuto introdurre la loro filosofia di morte; dove lo Stato e la classe politica non sono riuscite ad imporre la loro agenda. Un’altra cosa dove la violenza è esiliata e si impone solo quando i paramilitari del PRI, del PRD o del Partito Verde attaccano su ordine del governatore più popolare del quotidiano La Jornada.

Lì dove non entra la droga, lì dove ciò che avanza è l’educazione, la salute, i progetti agroecologici. Lì, dove si sta costruendo il nuovo che ci permette di avere un punto di riferimento e propaganda in tutto il paese e nel mondo.

Come è stato possibile arrivare a questo?

Una parte della società civile è stata abbagliata dai giochi elettorali. Dice si sia costituito un governo legittimo, ma sembra che a questo governo i problemi reali della società facciano un baffo, e la sola cosa che ripete, in un interminabile e noioso monologo, è che è necessario prepararsi per il 2012. E, mentre si arriva a quell’appuntamento, se ci saranno altri 16 mila morti, anche questi saranno danni collaterali per raggiungere il grande obiettivo (che, d’altra parte, è sempre più remoto).

Mentre in alto si fa questo, in basso, non senza difficoltà, si sono costruite nuove organizzazioni che, indipendentemente dalla loro dimensione, fanno quello che devono fare; ancora una volta possiamo riprendere l’esempio di Ciudad Juárez.

Il malessere di fronte all’epoca in cui viviamo, epoca di morti, desaparecidos e imprigionati; epoca piena di soldati per le strade sempre con le armi spianate; epoca di canaglie che dagli scranni parlamentari si vantano della propria inettitudine e malvagità; epoca in cui, dalle corti, inclusa quella suprema, si dà copertura legale all’estremamente illegale; questa epoca richiede che avanzino le organizzazioni sociali per frenare la mano visibile del crimine che lo Stato sta compiendo. Nuove organizzazioni che guardino le comunità zapatiste e dicano “sì, si può”. Organizzazioni sociali che impediscano che questo paese sia raso al suolo dalla politica che dall’alto ha decretato che “tutti sono miei nemici”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Intervento di Sergio Rodríguez Lascano in castigliano: http://revistarebeldia.org/revistas/numero77/11rodriguez.pdf

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 14 marzo 2011

Proseguono le proteste in 12 nazioni per la liberazione degli indigeni dell’Altra Campagna

Le azioni a New York, Londra, Parigi, Berlino, Buenos Aires, ed in altre città

Hermann Bellinghausen

Sono proseguite questa domenica le azioni pubbliche per chiedere la liberazione degli indigeni dell’Altra Campagna che si trovano in carcere in Chiapas, in particolare dei cinque coloni di San Sebastián Bachajón reclusi nelle prigioni di Catazajá e Berriozabal. Da lunedì 7 scorso si sono svolti meeting, mostre ed azioni di protesta davanti a consolati ed ambasciate messicane, o in piazze pubbliche in una dozzina di paesi.

A Città del Messico, New York, Londra, Edimburgo, Parigi, Berlino, Barcellona e Buenos Aires si sono visti striscioni con scritto “assassini” e “repressori” ai governi federale e chiapaneco, e si sostegno ai diritti alla terra ed al territorio delle comunità indigene zapatiste e dell’Altra Campagna. Ci sono state proteste anche in Sudafrica, Puerto Rico, Austria, Marocco, Filippine e Colombia.

Collettivi, organizzazioni ed aderenti all’Altra Campagna, membri della Rete Contro la Repressione e per la Solidarietà, hanno tenuto oggi una manifestazione sul piazzale del palazzo delle Belle Arti, come parte delle azioni per la liberazione dei cinque tzeltales di San Sebastián, così come del maestro Alberto Patishtán Gómez (tzotzil in prigione a San Cristóbal de las Casas) e Máximo Mojica Delgado (a Tecpan di Galeana, Guerrero).

Nello stesso tempo, attivisti dell’Altra Campagna in Messico chiedono al governo di Oaxaca la liberazione di Álvaro Sebastián Ramírez, “prigioniero politico e di coscienza”. Tutti loro sono aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona.

I collettivi della Rete sostengono che gli ejidatarios di San Sebastián “difendono il loro territorio che vogliono togliere loro perché è molto bello”, per progetti presuntamente turistici alle cascate di Agua Azul, “ma in realtà sono a beneficio degli interessi di quelli che stanno in alto e delle multinazionali”. Per questo, come i contadini choles dell’ejido di Tila, “gli vogliono togliere le terre”.

Ricordano i fatti che hanno scatenato la repressione a San Sebastián: “Coltivavano la terra e gestivano l’accesso al sito con un botteghino ed il 2 febbraio sono stati aggrediti da priisti e paramilitari, appoggiati dalle autorità municipali di Chilón. Negli scontri è morto uno degli aggressori, vittima delle armi della sua stessa gente”. Il giorno 3, quando gli ejidatarios erano in riunione “per concordare la risposta da dare al governo statale sull’offerta di iniziare un tavolo di dialogo, sono stati attaccati a tradimento da centinaia di poliziotti statali, federali e da elementi dell’Esercito”.

Furono fermati 117 ejidatarios. 107 furono presto rilasciati e gli altri restarono in carcere con  gravi accuse come omicidio aggravato. Successivamente, “grazie alle azioni in Messico ed in altri paesi”, dice la Rete, ne sono stati rilasciati cinque. Sono ancora in prigione Mariano Demeza Silvano, Domingo Pérez Álvaro, Domingo García Gómez, Juan Aguilar Guzmán e Jerónimo Guzmán Méndez.

Rispetto ai maestri Patishtán e Mojica, L’Altra Campagna inizierà attività su scala nazionale, soprattutto nelle scuole inferiori, medie e superiori, contro la loro “detenzione arbitraria ed ingiustificata” da anni.

 

Condannato per reati mai commessi

 

I collettivi vogliono “richiamare l’attenzione su un problema che sta diventando angoscioso: la continua repressione contro la società civile da parte di polizia, militari e paramilitari”.

Questo appello si rivolge ai lavoratori della scuola, genitori, piccoli commercianti, operai, contadini. “I nostri compagni devono stare in classe ad insegnare e non in prigione”.

Un altro caso è la domanda di appello per Álvaro Sebastián Ramírez, di Loxicha, condannato a 29 anni per gravi reati che non ha mai commesso. È da 13 anni in carcere, ora nel penitenziario di Santa María Ixcotel (Oaxaca).

In un’analisi sul caso, l’ex prigioniero politico Jacobo Silva Nogales ha spiegato in dettaglio e con fondamento giuridico perché Ramírez non è responsabile dei reati a lui imputato. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/14/index.php?section=politica&article=021n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

SULLE GUERRE

Scambio epistolare tra Luis Villoro ed il Subcomandante Marcos su Etica e Politica – Gennaio-Febbraio 2011

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

Gennaio-Febbraio 2011

Per: Don Luis Villoro.
Da: Subcomandante Insurgente Marcos.

Dottore, La saluto.

Speriamo davvero che stia meglio in salute e che accolga queste righe non solo come uno scambio di idee, ma anche come un abbraccio affettuoso da noi tutti.

La ringraziamo per aver accettato di partecipare a questo scambio epistolare. Speriamo che da questo sorgano riflessioni che ci aiutino, qua e là, a tentare di comprendere il calendario che patisce la nostra geografia, il nostro Messico.

Mi permetta di iniziare con una specie di bozza. Si tratta di idee, frammentarie come la nostra realtà, che possono seguire una loro strada indipendente o intrecciarsi (l’immagine migliore che ho trovato per “disegnare” il nostro processo di riflessione teorica), e che sono il prodotto della nostra inquietudine per quanto sta attualmente accadendo in Messico e nel mondo.

E qui iniziano questi veloci appunti su alcuni temi, tutti loro in relazione con l’etica e la politica. O piuttosto su quello che noi riusciamo a percepire (e a patire) di loro, e sulle resistenze in generale, e la nostra resistenza in particolare. Come c’è d’aspettarsi, in questi appunti regneranno la schematicità e la riduzione, ma credo che bastino a tracciare una o molte linee di discussione, di dialogo, di riflessione critica.

E si tratta proprio di questo, che la parola vada e venga, scavalcando posti di blocco e pattugliamenti militari e di polizia, del nostro da qua fino al Suo là, anche se poi accada che la parola se ne vada da altre parti e non importa se qualcuno la raccoglie e la rilancia (è per questo che sono fatte le parole e le idee).

Sebbene il tema su cui ci siamo accordati sia Politica ed Etica, forse è necessaria qualche deviazione, o meglio, avvicinamenti da punti apparentemente distanti.

E, dato che si tratta di riflessioni teoriche, bisognerà iniziare dalla realtà, quello che gli investigatori chiamano “i fatti”.

In “Scandalo in Boemia“, di Arthur Conan Doyle, il detective Sherlock Holmes dice al suo amico, il Dottor Watson: “È un errore capitale teorizzare prima di avere dati. Senza rendersi conto, uno comincia a deformare i fatti affinché si adattino alle teorie, invece di adattare le teorie ai fatti“.

Potremmo cominciare dunque da una descrizione, affrettata e incompleta, di quello che la realtà ci presenta nella stessa forma, cioè, senza anestesia alcuna, e ricavare alcuni dati. Qualcosa come cercare di ricostruire non solo i fatti ma la forma con la quale prendiamo conoscenza di essi.

E la prima cosa che appare nella realtà del nostro calendario e geografia è una vecchia conoscenza dei popoli originari del Messico: La Guerra.

I.- LE GUERRE DELL’ALTO.

“E in principio erano le statue”.

Così potrebbe iniziare un saggio storico sulla guerra, o una riflessione filosofica sulla reale genitrice della storia moderna. Perché le statue belliche nascondono più di quanto mostrano. Erette per glorificare in pietra la memoria di vittorie militari, non fanno altro che occultare l’orrore, la distruzione e la morte di ogni guerra. E le figure in pietra di dee o angeli incoronati con l’alloro della vittoria non solo servono affinché il vincitore abbia memoria del suo successo, ma anche per forgiare la smemoratezza del vinto.

Ma, attualmente questi specchi di roccia sono in disuso. Oltre ad essere seppelliti quotidianamente dalla critica implacabile di uccelli di ogni tipo, hanno trovato nei mezzi di comunicazione di massa un avversario insuperabile.

La statua di Hussein, abbattuta a Baghdad durante l’invasione nordamericana dell’Iraq, non è stata sostituita da una di George Bush, ma dai cartelloni pubblicitari delle grandi multinazionali. Benché il volto ebete dell’allora presidente degli Stati Uniti sarebbe stato adatto a promuovere cibo spazzatura, le multinazionali hanno preferito auto-erigersi l’omaggio di un nuovo mercato conquistato. All’affare della distruzione, è seguito l’affare della ricostruzione. E, benché si susseguano le perdite tra le truppe nordamericane, la cosa importante è che il denaro vada e venga come deve essere: con fluidità e in abbondanza.

La caduta della statua di Saddam Hussein non è il simbolo della vittoria della forza militare multinazionale che invase l’Iraq. Il simbolo sta nel rialzo delle azioni delle aziende sponsor.

“Nel passato erano le statue, ora sono le borse valori”.

Potrebbe essere questa la storiografia moderna della guerra.

Ma la realtà della storia (questo caotico orrore guardato sempre meno e in maniera sempre più asettica), compromette, presenta conti, esige conseguenze, domanda. Uno sguardo onesto ed un’analisi critica potrebbero identificare i pezzi del rompicapo e dunque ascoltare, come un macabro urlo, la sentenza:

“In principio era la guerra”.

La Legittimazione della Barbarie.

Forse, in qualche momento della storia dell’umanità, l’aspetto materiale, fisico, di una guerra è stata la cosa determinante. Ma, con l’avanzare della pesante e turpe ruota della storia, questo non è bastato. Così, come le statue sono servite per il ricordo del vincitore e la smemoratezza del vinto, nelle guerre i contendenti hanno dovuto non solo sconfiggere fisicamente l’avversario, ma anche servirsi di un alibi propagandistico, cioè, di legittimità. Sconfiggerlo moralmente.

In qualche momento della storia è stata la religione a conferire questo certificato di legittimità alla dominazione guerriera (benché alcune delle ultime guerre moderne non sembrano aver progredito molto in questo senso). Ma poi è stato necessario un pensiero più elaborato e la filosofia ha rilevato il testimone.

Ricordo ora alcune sue parole: “La filosofia ha sempre avuto un rapporto ambivalente col potere sociale e politico. Da un lato, ha preso il posto della religione come giustificazione teorica della dominazione. Ogni potere costituito ha tentato di legittimarsi, prima con un credo religioso, poi con una dottrina filosofica. (…) Sembrerebbe che la forza bruta che sostiene il dominio manchi di significato per l’uomo se non si giustificasse con un fine accettabile. Il discorso filosofico, che subentra alla religione, è stato incaricato di conferirgli questo senso; è un pensiero di dominio.” (Luis Villoro. “Filosofia e Dominio”. Discorso di ingresso nel Colegio Nacional. Novembre 1978).

In effetti, nella storia moderna quest’alibi è riuscito ad essere talmente elaborato come una giustificazione filosofica o giuridica (gli esempi più patetici li ha dati l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ONU). Ma la cosa fondamentale era, ed è, munirsi di una giustificazione mediatica.

Se una certa filosofia (per seguire Lei, Don Luis: il “pensiero di dominio” in contrapposizione al “pensiero di liberazione”) ha sostituito la religione in questo compito di legittimazione, ora i mezzi di comunicazione di massa hanno sostituito la filosofia.

Qualcuno ricorda che la giustificazione della forza armata multinazionale per invadere l’Iraq, era che il regime di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa? Su questo si è costruita una gigantesca impalcatura mediatica che è stata il combustibile per una guerra che non è ancora finita, almeno in termini militari. Qualcuno ricorda che non si sono mai trovate queste armi di distruzione di massa? Non importa più se è stata una bugia, se c’è stato (e c’è) orrore, distruzione e morte, perpetrati con un falso alibi.

Si racconta che, per dichiarare la vittoria militare in Iraq, George W. Bush non aspettò i rapporti che dicevano del ritrovamento e distruzione di queste armi, né la conferma che la forza multinazionale controllava ormai, se non tutto il territorio iracheno, almeno i suoi punti nodali (la forza militare nordamericana era trincerata nella cosiddetta “zona verde” e non riusciva nemmeno ad avventurarsi nei quartieri vicini – si leggano gli stupendi reportage di Robert Fisk per il giornale britannico “The Independent” -).

No, il rapporto che ricevette Washington e gli permise di dichiarare finita la guerra (che di sicuro non è ancora finita), arrivò dai consulenti delle grandi multinazionali: l’affare della distruzione può cedere il passo all’affare della ricostruzione (su questo si vedano i brillanti articoli di Naomi Klein sul settimanale statunitense “The Nation“, ed il suo libro “La Dottrina dello Shock“).

Dunque, la cosa essenziale nella guerra non è solo la forza fisica (o materiale), è anche necessaria la forza morale che, in questi casi, è fornita dai mezzi di comunicazione di massa (come prima dalla religione e dalla filosofia).

La Geografia della Guerra Moderna.

Se l’aspetto fisico lo riferiamo ad un esercito, cioè, ad un’organizzazione armata, quanto più forte è (cioè, più potere di distruzione possiede), tante più possibilità di successo ha.

Se è l’aspetto morale ad essere riferito ad un organismo armato, quanto più legittima è la causa che lo anima (cioè, quanto più potere di convocazione ha), tanto maggiori sono le possibilità di raggiungere i suoi obiettivi.

Il concetto di guerra si è allargato: si tratta non solo di distruggere il nemico nella sua capacità fisica di combattimento (soldati ed armi) per imporre la volontà propria, ma è anche possibile distruggere la sua capacità morale di combattimento, benché abbia ancora sufficiente capacità fisica.

Se le guerre si potessero mettere unicamente sul terreno militare (fisico, poiché ci riferiamo a questo), è logico aspettarsi che l’organizzazione armata con maggiore potere di distruzione imponga la sua volontà all’avversario (tale è l’obiettivo dello scontro tra forze) distruggendo la sua capacità materiale di combattimento.

Ma non è più possibile collocare nessun conflitto sul terreno puramente fisico. È sempre più complicato il terreno su cui si svolgono le guerre (piccole o grandi, regolari o irregolari, di bassa, media o alta intensità, mondiali, regionali o locali).

Dietro quella grande ed ignorata guerra mondiale (“guerra fredda”, come la chiama la storiografia moderna, noi la chiamiamo “la terza guerra mondiale”), si può trovare una sentenza storica che segnerà le guerre a venire.

La possibilità di una guerra nucleare (portata al limite dalla corsa agli armamenti che consisteva, grosso modo, in quante volte si era capaci di distruggere il mondo) offrì la possibilità di “un altro” finale di un conflitto bellico: il risultato di uno scontro armato poteva non essere l’imposizione della volontà di uno dei contendenti sull’altro, ma poteva presupporre l’annullamento delle volontà in lotta, cioè, della loro capacità materiale di combattimento. E per “annullamento” mi riferisco non solo a “incapacità di azione” (dunque un “pareggio”), ma anche (e soprattutto), alla “scomparsa”.

In effetti, i calcoli geomilitari ci dicevano che in una guerra nucleare non vi sarebbero stati vincitori né vinti. E ancora, non ci sarebbe stato nulla. La distruzione sarebbe stata così totale e irreversibile che la civiltà umana avrebbe ceduto il passo a quella degli scarafaggi

L’argomento ricorrente tra le alte sfere militari delle potenze dell’epoca era che le armi nucleari non servivano per combattere una guerra, ma per inibirla. Il concetto di “armi di contenimento” si tradusse allora nel più diplomatico “mezzi di dissuasione”.

In sintesi: la dottrina “moderna” militare si sintetizzava così: impedire che l’avversario imponga la sua volontà (o “strategia”), equivale ad imporre la propria volontà (“strategia”), cioè, spostare le grandi guerre verso le piccole o medie guerre. Non si trattava più di distruggere la capacità fisica e/o morale di combattimento del nemico, ma di evitare che la usasse in uno scontro diretto. Invece, si cercava di ridefinire i teatri di guerra (e la capacità fisica di combattimento) dall’ambito mondiale all’ambito regionale e locale. Insomma: diplomazia pacifica internazionale e guerre regionali e nazionali.

Risultato: non c’è stata guerra nucleare (almeno non ancora, sebbene la stupidità del capitale sia tanto grande quanto la sua ambizione), ma al suo posto ci sono stati innumerevoli conflitti a tutti i livelli che hanno lasciato milioni di morti, milioni di profughi di guerra, milioni di tonnellate di materiale distrutto, economie rase al suolo, nazioni distrutte, sistemi politici fatti a pezzi… e milioni di dollari di profitti.

Ma era stata data la definizione delle guerre “più moderne” o “postmoderne”: sono possibili conflitti militari che, per la loro natura, siano irrisolvibili in termini di forza fisica, cioè, nell’imporre con la forza la propria volontà all’avversario.

Potremmo supporre dunque che si iniziò una lotta parallela SUPERIORE alle guerre “convenzionali”. Una lotta per imporre una volontà sull’altra: la lotta del potente militarmente (o “fisicamente” per transitare nel microcosmo umano) per impedire che le guerre si svolgessero su terreni dove non si potevano raggiungere risultati convenzionali (del tipo “l’esercito meglio equipaggiato, addestrato ed organizzato sarà potenzialmente vittorioso sull’esercito peggio equipaggiato, addestrato ed organizzato”). Potremmo supporre, quindi, che al contrario, c’è la lotta del militarmente (o “fisicamente”) debole per fare che le guerre si svolgano su terreni dove il predominio militare non sia un fattore decisivo.

Le guerre “più moderne” o “postmoderne” non sono, quindi, quelle che mettono sul terreno le armi più sofisticate (e qui includo non solo le armi come tecnica militare, ma anche quelle considerate tali negli organigrammi militari: la fanteria, la cavalleria, i blindati, etc.), bensì quelle che sono portate su terreni dove la qualità e la quantità del potere militare non è il fattore determinante.

Con secoli di ritardo, la teoria militare di quelli che stanno in alto scopriva che sarebbero possibili conflitti nei quali un concorrente terribilmente superiore in termini militari sia incapace di imporre la sua volontà su un rivale debole.

Sì, sono possibili.

Gli esempi nella storia moderna abbondano, e quelli che adesso mi vengono in mente sono di sconfitte della più grande potenza bellica al mondo, gli Stati Uniti d’America, in Vietnam e a Playa Girón. Anche se potremmo aggiungere alcuni esempi dai calendari passati e della nostra geografia: le sconfitte dell’esercito realista spagnolo da parte delle forze insorte nel Messico di 200 anni fa.

Tuttavia, la guerra è lì con la sua questione centrale: la distruzione fisica e/o morale del rivale per imporre la propria volontà, continua ad essere il fondamento della guerra di quelli che stanno in alto.

Allora, se la forza militare (o fisica, ripeto) non solo non è rilevante ma può essere prescindibile come variabile determinante nella decisione finale, abbiamo che nel conflitto bellico entrano altre variabili o alcune di quelle presenti come secondarie passano in primo piano.

Questo non è nuovo. Il concetto di “guerra totale” (sebbene non come tale) ha precedenti ed esempi. La guerra a tutti i costi (militari, economici, politici, religiosi, ideologici, diplomatici, sociali ed anche ecologici) è sinonimo di “guerra moderna”.

Ma, manca la cosa fondamentale: la conquista di un territorio. Ovvero, questa volontà si impone sì in un calendario preciso, ma soprattutto in una geografia delimitata. Se non c’è un territorio conquistato, cioè, sotto il controllo diretto o indiretto della forza conquistatrice, non è vittoria.

Benché si possa parlare di guerre economiche (come il blocco che il governo nordamericano mantiene contro la Repubblica di Cuba) o di aspetti economici, religiosi, ideologici, razziali, ecc. di una guerra, l’obiettivo continua ad essere lo stesso. E nell’epoca attuale, la volontà che vuole imporre il capitalismo è distruggere/spopolare e ricostruire/riordinare il territorio conquistato.

Sì, ora le guerre non si accontentano di conquistare un territorio e ricevere il tributo dalla forza vinta. Nella tappa attuale del capitalismo è necessario distruggere il territorio conquistato e spopolarlo, cioè, distruggere il suo tessuto sociale. Parlo dell’annichilimento di tutto quello che dà coesione ad una società.

Ma la guerra di quelli che stanno in alto non si ferma qui. Contemporaneamente alla distruzione ed allo spopolamento, si opera la ricostruzione di questo territorio ed il riordino del suo tessuto sociale, ma ora con un’altra logica, un altro metodo, altri attori, un altro obiettivo. Insomma: le guerre impongono una nuova geografia.

Se in una guerra internazionale questo complesso processo avviene nella nazione conquistata e si opera dalla nazione assalitrice, in una guerra locale o nazionale o civile il territorio da distruggere/spopolare e ricostruire/riordinare è comune alle forze in lotta.

Cioè, la forza attaccante vittoriosa distrugge e spopola il proprio territorio.

E lo ricostruisce e riordina secondo il suo piano di conquista o riconquista.

Anche se non ha un piano… “qualcuno” opera quella ricostruzione/riordino.

Come popoli originari messicani e come EZLN possiamo dire qualcosa sulla guerra. Soprattutto se si svolge nella nostra geografia ed in questo calendario: Messico, inizi del secolo XXI…

II – LA GUERRA DEL MESSICO DELL’ALTO.

“Io darei il benvenuto a qualsiasi guerra
perché credo che a questo paese ne serva una”.
Theodore Roosevelt

Ed ora la nostra realtà nazionale è invasa dalla guerra. Una guerra che non solo non è più lontana per chi era abituato a vederla in geografie o calendari distanti, ma incomincia a governare le decisioni e le indecisioni di chi pensava che i conflitti bellici erano solo nei notiziari o nei documentari di luoghi lontani come… Iraq, Afghanistan,… Chiapas.

Ed in tutto il Messico, grazie al patrocinio di Felipe Calderón Hinojosa, non dobbiamo ricorrere alla geografia del Medio Oriente per riflettere criticamente sulla guerra. Non è più necessario risalire il calendario fino al Vietnam, Playa Girón, sempre la Palestina.

E non dico il Chiapas e la guerra contro le comunità indigene zapatiste, perché si sa che non sono più di moda (per questo il governo dello stato del Chiapas ha speso un mucchio di soldi per far sì che i media non lo collochino sull’orizzonte della guerra, ma dei “progressi” nella produzione di biodiesel, nel “buon” trattamento degli emigranti, dei “successi” in agricoltura ed altre storielle ingannevoli passate a comitati di redazione che firmano come proprie le veline governative povere di forma e contenuti).

L’irruzione della guerra nella vita quotidiana del Messico attuale non arriva da un’insurrezione, né da movimenti indipendentisti o rivoluzionari che 100 o 200 anni dopo, si contendono la riedizione nel calendario. Viene, come tutte le guerre di conquista, dall’alto, dal Potere.

Questa guerra ha in Felipe Calderón Hinojosa il suo iniziatore e promotore istituzionale (e vergognoso).

Chi si è impossessato della titolarità dell’esecutivo federale per le vie di fatto, non si è accontentato del supporto mediatico ed è dovuto ricorrere a qualcosa di più per distrarre l’attenzione ed eludere la sua evidente mancanza di legittimità: la guerra.

Quando Felipe Calderón Hinojosa ha fatto suo il proclama di Theodore Roosevelt (alcuni attribuiscono la frase a Henry Cabot Lodge): “questo paese ha bisogno di una guerra”, ha ricevuto la sfiducia timorosa degli industriali messicani, l’entusiasta approvazione degli alti comandi militari ed il caloroso plauso di chi realmente comanda: il capitale straniero.

La critica a questa catastrofe nazionale chiamata “guerra contro il crimine organizzato” dovrebbe essere completata da un’analisi approfondita dei suoi sostenitori economici. Non mi riferisco solo al vecchio assioma che in epoche di crisi e di guerra aumenta il consumo superfluo. Nemmeno solo agli incentivi che ricevono i militari (in Chiapas, gli alti comandi militari ricevevano, o ricevono, un salario extra del 130% per essere in “zona di guerra”). Bisognerebbe cercare anche tra le licenze, i fornitori ed i crediti

internazionali che non rientrano nella cosiddetta “Iniciativa Mérida”.

Se la guerra di Felipe Calderón Hinojosa (benché si sia tentato, invano, di addossarla a tutti i messicani) è un affare (e lo è), manca la risposta alla domanda per chi o quale è l’affare, e a che cifra ammonta.

Qualche stima economica.

Non è poco quello che è in gioco:

(Nota: le cifre indicate non sono esatte poiché non c’è chiarezza nei dati governativi ufficiali. Per cui, in alcuni casi si è ricorsi a quanto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Federazione completando con dati forniti da enti e organi di informazione seri).

Nei primi 4 anni della “guerra contro il crimine organizzato” (2007-2010), i principali enti governativi incaricati (Segreteria della Difesa Nazionale – cioè: Esercito e Forza Aerea -, Segreteria della Marina, Procura Generale della Repubblica e Segreteria di Pubblica Sicurezza) hanno ricevuto dal Bilancio di Spesa della Federazione una somma superiore ai 366 mila milioni di pesos (circa 23 miliardi di Euro al cambio attuale). I 4 enti governativi federali hanno ricevuto: nel 2007 più di 71 mila milioni di pesos (4.366.070.000 Euro); nel 2008 più di 80 mila milioni (4.919.520.000 Euro); nel 2009 più di 113 mila milioni (6.948.820.000 Euro) e nel 2010 sono stati più di 102 mila milioni di pesos (6.272.390.000 Euro). A questo bisogna sommare oltre 121 mila milioni di pesos (7.440.770.000 Euro al cambio attuale) che riceveranno nel 2011.

Solo la Segreteria di Pubblica Sicurezza da 13 mila milioni di pesos di finanziamenti nel 2007, è arrivata a gestire uno degli oltre 35 mila milioni di pesos previsti nel 2011 (forse perché le produzioni cinematografiche sono più costose).

Secondo il Terzo Rapporto di Governo del settembre 2009, nel mese di giugno di quell’anno, le forze armate federali contavano su 254.705 elementi (202.355 di Esercito e Aereonautica e 52.350 dell’Armata).

Nel 2009 il bilancio per la Difesa Nazionale è stato di 43 mila 623 milioni 321 mila 860 pesos (2.682.570.000 Euro), ai quali si sono aggiunti 8 mila 762 milioni 315 mila 960 pesos (538.830.000 Euro, il 25,14% in più), in totale: più di 52 mila milioni di pesos (3.197.690.000 Euro) per l’Esercito e l’Aereonautica. La Segreteria della Marina: più di 16 mila milioni di pesos (983.904.000 Euro); Pubblica Sicurezza: quasi 33 mila milioni di pesos (2.029.300.000 Euro); e Procura Generale della Repubblica: più di 12 mila milioni di pesos (737.928.000 Euro).

Bilancio totale per la “guerra contro il crimine organizzato” nel 2009: più di 113 mila milioni di pesos (6.948.820.000 Euro).

Nel 2010 un soldato semplice federale guadagnava circa 46.380 pesos l’anno (2.852 Euro); un generale di divisione 1 milione 603 mila 80 pesos l’anno (98.575 Euro), ed il Segretario della Difesa Nazionale percepiva redditi per 1.859.712 pesos (114.317 Euro).

Se la matematica non mi difetta, con il bilancio bellico totale del 2009 (113 mila milioni di pesos per i 4 enti – 6.948.820.000 Euro) si sarebbero potuti pagare i salari annui di 2 milioni e mezzo di soldati semplici; o di 70.500 generali di divisione; o di 60.700 titolari della Segreteria della Difesa Nazionale.

Ovviamente, non tutto quello che è a bilancio viene speso per stipendi e prestazioni. C’è bisogno di armi, attrezzature, munizioni… perché quelle a disposizione non servono più o sono obsolete.

“Se l’Esercito messicano entrasse in combattimento contro qualsiasi nemico interno o esterno con le sue poco più di 150 mila armi e le sue 331,3 milioni di munizioni, il suo potere di fuoco sarebbe al massimo di 12 giorni di combattimento continuo, segnalano stime dello Stato Maggiore della Difesa Nazionale (Emaden) elaborate da ognuna delle armi dell’Esercito e dell’Aereonautica. Secondo le previsioni, il fuoco di artiglieria dei cannoni da 105 millimetri, per esempio, potrebbe combattere solo per 5,5 giorni sparando in maniera continuative 15 granate per ogni arma. Le unità blindate, secondo l’analisi, hanno in dotazione 2.662 granate da 75 millimetri.

Entrando in combattimento, le truppe blindate esaurirebbero tutte le munizioni in nove giorni. In quanto all’Aereonautica, si segnala che esistono poco più di 1,7 milioni di munizioni calibro 7.62 mm impiegate sugli aerei PC-7 e PC-9, e sugli elicotteri Bell 212 e MD-530. In un conflitto, questo 1,7 milione di cartucce si esaurirebbe in cinque giorni di fuoco aereo, secondo i calcoli della Sedena. L’ente rileva che i 594 equipaggiamenti per la visione notturna ed i 3.095 GPS usati dalle Forze Speciali per combattere i cartelli della droga, “hanno già concluso la loro vita di servizio”.

Le carenze e l’usura nelle file dell’Esercito e dell’Aereonautica sono palesi e raggiungono livelli inimmaginabili praticamente in tutte le aree operative dell’istituzione. L’analisi della Difesa Nazionale segnala che le maschere per la visione notturna ed i GPS hanno tra i cinque e i 13 anni di vita, ed “hanno ormai svolto il loro compito”. Lo stesso succede per i “150 mila 392 caschi antiframmentazione” in uso tra le truppe. Il 70% ha esaurito la sua vita utile nel 2008 ed i 41 mila 160 giubbotti antiproiettile lo faranno nel 2009. (…).

In questo panorama l’Aereonautica risulta il settore più colpito dal ritardo e dalla dipendenza tecnologica dall’estero, in particolare da Stati Uniti e Israele. Secondo la Sedena, nei depositi di armi dell’Aereonautica ci sono 753 bombe da 250 a mille libbre ognuna. Gli aerei F-5 e PC-7 Pilatus usano queste armi. Le 753 esistenti potrebbero combattere aria-terra per un giorno. Le 87 mia 740 granate calibro 20 millimetri per i jet F-5 potrebbero combattere contro nemici esterni o interni per sei giorni. Infine, la Sedena rivela che i missili aria-aria per gli aerei F-5 sono solo 45 pezzi, che significa solo un giorno di fuoco aereo.” Jorge Alejandro Medellín su “El Universal”, Messico, 2 gennaio 2009.

Questo è quanto noto per il 2009, due anni dopo l’inizio della cosiddetta “guerra” del governo federale. Lasciamo da parte la domanda ovvia di come sia stato possibile che il capo supremo delle forze armate, Felipe Calderón Hinojosa, si lanciasse in una guerra (“di lungo respiro”, dice lui) senza avere le condizioni materiali minime per sostenerla, non diciamo per “vincerla”. Allora domandiamoci: Quali industrie belliche beneficeranno dell’acquisto di armi, equipaggiamenti e munizioni?

Se il principale promotore di questa guerra è l’impero delle torbide stelle e strisce (a conti fatti, in realtà gli unici complimenti ricevuti da Felipe Calderón Hinojosa sono arrivati dal governo nordamericano), non bisogna dimenticare che a nord del Río Bravo non si concedono aiuti, ma si fanno investimenti, cioè, affari.

Vittorie e sconfitte.

Gli Stati Uniti vincono con questa guerra “locale”? La risposta è: sì. Tralasciando i guadagni economici e gli investimenti monetari in armi, munizioni ed equipaggiamenti (non dimentichiamo che gli USA sono il principale fornitore di tutto questo materiale alle due bande rivali: autorità e “criminali” – la “guerra contro la criminalità organizzata” è un affare per l’industria militare nordamericana -), il risultato di questa guerra è la distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordino geopolitico a loro favore.

Questa guerra (persa dal governo in quanto concepita non come la soluzione di un problema di insicurezza, bensì di un problema di mancanza di legittimità), sta distruggendo l’ultima cosa che resta ad una Nazione: il tessuto sociale.

Quale migliore guerra per gli Stati Uniti che una che gli garantisca profitti, territorio e controllo politico e militare senza le imbarazzanti “body bags” [i sacchi neri in cui vengono messi i corpi dei soldati morti in guerra – N.d.T.] e gli invalidi di guerra che gli arrivavano dal Vietnam, prima, ed ora dall’Iraq e dall’Afghanistan?

Le rivelazioni di Wikileaks sulle opinioni dell’alto comando nordamericano circa le “deficienze” dell’apparato repressivo messicano (la sua inefficienza e la sua frequentazione con la criminalità) non sono nuove. In Messico questa è una certezza non solo tra la gente comune, ma tra le alte sfere del governo e del Potere. La barzelletta che questa è una guerra impari perché il crimine organizzato è organizzato mentre il governo messicano è disorganizzato, è una triste verità.

Questa guerra è iniziata formalmente l’11 dicembre 2006, con l’allora cosiddetta “Operazione Congiunta Michoacán”. 7 mila elementi dell’Esercito, della Marina e della Polizia Federale lanciarono un’offensiva (conosciuta come “el michoacanazo”) che, passata l’euforia mediatica di quei giorni, risultò essere un fallimento. Il comando militare era del generale Manuel García Ruiz ed il responsabile dell’operazione era Gerardo Garay Cadena della Segreteria di Pubblica Sicurezza. Dal dicembre del 2008 ad oggi, Gerardo Garay Cadena è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Tepic, Nayarit, con l’accusa di collusione con “el Chapo” Guzmán Loera.

Ad ogni passo di questa guerra, per il governo federale è sempre più difficile spiegare dove sta il nemico da sconfiggere.

Jorge Alejandro Medellín è un giornalista che collabora con diversi organi di informazione – la rivista “Contralínea”, il settimanale “Acentoveintiuno”, ed il portale di informazione “Eje Central”, tra gli altri – e si è specializzato sulle questioni del militarismo, forze armate, sicurezza nazionale e narcotraffico. Ad ottobre del 2010 ha ricevuto minacce di morte per un articolo in cui denunciava possibili legami del narcotraffico col generale Felipe de Jesús Espitia, ex comandante della V Zona Militare ed ex capo della Sezione Settima – Operazioni Contro il Narcotraffico – nel governo di Vicente Fox, e responsabile del Museo della Droga che si trova negli uffici della S-7. Il generale Espitia è stato rimosso dall’incarico di comandante della V Zona Militare per il clamoroso fallimento degli operativi ordinati da lui a Ciudad Juárez e per la risposta insufficiente data ai massacri compiuti nella città di confine.

Ma il fallimento della guerra federale contro la “criminalità organizzata”, il gioiello della corona del governo di Felipe Calderón Hinojosa, non è un dispiacere per il Potere in USA: è l’obiettivo da raggiungere.

Per quanto i mezzi di comunicazione di massa si sforzino di presentare come vittorie della legalità le scaramucce che tutti i giorni si verificano sul territorio nazionale, non riescono ad essere convincenti.

E non solo perché i mezzi di comunicazione di massa sono stati superati dalle altre forme di scambio di informazioni a disposizione della gran parte della popolazione (non solo, ma anche dalle reti sociali e dalla telefonia mobile), ma anche, e soprattutto, perché il tono della propaganda governativa è passato dal tentativo di inganno al tentativo di scherno (da “anche se non sembra stiamo vincendo”, fino alla definizione di “una minoranza ridicola”, passando per le battute da bar del funzionario di turno).

Su quest’altra sconfitta della stampa, scritta e radio e televisiva, tornerò in un’altra missiva. Per ora, e rispetto al tema di cui adesso ci occupiamo, basta ricordare che la dichiarazione “a Tamaulipas non succede niente” lanciata dai notiziari (marcatamente di radio e televisione), è stata sbugiardata dai filmati girati dalla gente con i cellulari e le video-camere portatili e diffusi in internet.

Ma torniamo alla guerra che, secondo Felipe Calderón Hinojosa, non ha mai detto essere una guerra. Non l’ho detto, non lo è?

“Vediamo se è guerra o non è guerra: il 5 dicembre 2006 Felipe Calderón disse: “Lavoriamo per vincere la guerra alla criminalità…”. Il 20 dicembre 2007, durante una colazione con del personale navale, il signor Calderón utilizzò per quattro volte in un solo discorso il termine guerra. Disse: “La società riconosce in maniera particolare l’importante ruolo dei nostri marinai nella guerra che il mio Governo guida contro l’insicurezza…”, “La lealtà e l’efficienza delle Forze Armate sono una delle più potenti armi nella guerra che stiamo portando avanti contro essa…”, “iniziando questa guerra frontale contro la criminalità, ho avvertito che questa sarebbe stata una lotta di lungo respiro”, “…le guerre, sono proprio così…”.

Ma ce n’è ancora: il 12 settembre 2008, durante la Cerimonia di Chiusura ed Apertura dei Corsi del Sistema Educativo Militare, l’autoproclamato “Presidente del lavoro”, si è lasciato andare pronunciando fino a una mezza dozzina di volte il termine guerra contro il crimine: “Oggi il nostro paese combatte una guerra molto diversa da quella che affrontarono gli insorti nel 1810, una guerra diversa da quella che affrontarono i cadetti della Scuola Militare 161 anni fa…” “… tutti i messicani della nostra generazione hanno il dovere di dichiarare guerra ai nemici del Messico… Per questo, in questa guerra contro la criminalità”… “È imprescindibile che noi tutti ci uniamo in questo fronte comune, passiamo dalle parole ai fatti e veramente dichiariamo guerra ai nemici del Messico…” “Sono convinto che vinceremo questa guerra…” (Alberto Vieyra Gómez. Agencia Mexicana de Noticias, 27 gennaio 2011).

Contraddicendosi, sfruttando il calendario, Felipe Calderón Hinojosa non si corregge né testualmente né concettualmente. No, il fatto è che le guerre si vincono o si perdono (in questo caso, si perdono) ed il governo federale non vuole ammettere che il punto principale della sua gestione è fallito militarmente e politicamente.

Guerra senza fine? La differenza tra la realtà… e i videogiochi.

Di fronte all’innegabile fallimento della sua politica guerrafondaia, Felipe Calderón Hinojosa cambierà strategia?

La risposta è NO. E non solo perché la guerra dell’alto è un affare e, come ogni affare, si tiene in piedi finché continua a produrre profitti.

Felipe Calderón Hinojosa, il comandante in capo delle forze armate; il fervente ammiratore di José María Aznar; l’auto-denominato “figlio disubbidiente”; l’amico di Antonio Solá; il “vincitore” della presidenza per mezzo punto percentuale di voti grazie all’alchimia di Elba Esther Gordillo; quello degli atteggiamenti autoritari che sfociano in collera (“o scendete o vi mando a prendere”); quello che vuole coprire con altro sangue quello dei bambini assassinati nell’Asilo ABC, di Hermosillo, Sonora; quello che ha accompagnato la sua guerra militare con una guerra contro il lavoro degno ed il salario giusto; quello del calcolato autismo di fronte agli omicidi di Marisela Escobedo e Susana Chávez Castillo; quello che etichetta come “membri del crimine organizzato” bambini e bambine, uomini e donne morti, che sono stati e vengono assassinati perché si trovavano nel calendario e nella geografia sbagliati, e non possono nemmeno essere nominati perché nessuno ne tiene il conto, né la stampa, né le reti sociali.

Lui, Felipe Calderón Hinojosa, è anche un fan dei videogiochi di strategia militare.

Felipe Calderón Hinojosa è il “gamer“che in quattro anni ha trasformato un paese nella versione banale di The Age of Empire – il suo videogioco preferito -, (…) un amante – e cattivo stratega – della guerra” (Diego Osorno per “Milenio Diario”, 3 ottobre 2010).

È lui che ci porta a chiedere: il Messico è governato come un videogioco? (io credo di poter fare questo tipo di domande compromettenti senza il rischio che mi licenzino per mancato rispetto del “codice etico” che si regge sulla pubblicità a pagamento).

Felipe Calderón Hinojosa non si fermerà. E non solo perché le forze armate non glielo permetterebbero (gli affari sono affari), anche per l’ostinazione che ha caratterizzato la vita politica del “comandante in capo” delle forze armate messicane.

Rinfreschiamoci un po’ la memoria: A marzo 2001, quando Felipe Calderón Hinojosa era il coordinatore parlamentare dei deputati federali di Azione Nazionale, ci fu quel deplorevole episodio del Partito Azione Nazionale che negò ad una delegazione indigena del Congresso Nazionale Indigeno e dell’EZLN di utilizzare la tribuna del Congresso dell’Unione in occasione della “Marcia del colore della terra”.

Malgrado il PAN stesse dando l’immagine di un’organizzazione politica razzista ed intollerante (e lo è) volendo negare agli indigeni il diritto ad essere ascoltati, Felipe Calderón Hinojosa mantenne il rifiuto. Tutto gli diceva che era un errore assumere quella posizione, ma l’allora coordinatore dei deputati panisti non cedette (ed andò a nascondersi, insieme a Diego Fernández de Cevallos ed altri illustri panisti, in uno dei saloni privati della Camera a guardare in televisione gli indigeni che parlavano nel luogo che la classe politica riserva alle sue farse).

“Non m’importa dei costi politici”, avrebbe detto allora Felipe Calderón Hinojosa.

Ora dice la stessa cosa, benché oggi non si tratti dei costi politici che si assume un partito politico, ma dei costi umani che paga il paese intero per questa ostinazione.

Mentre concludevo questa missiva, ho trovato le dichiarazioni della segretaria della sicurezza interna degli Stati Uniti, Janet Napolitano, che speculava sulle possibili alleanze tra Al Qaeda ed i cartelli messicani della droga. Il giorno prima, il sottosegretario dell’Esercito degli Stati Uniti, Joseph Westphal, ha dichiarato che in Messico c’è una forma di insurgencia guidata dai cartelli della droga che potenzialmente potrebbero prendere il governo, cosa che implicherebbe una risposta militare statunitense. Ha aggiunto che non desiderava vedere una situazione in cui i soldati statunitensi fossero mandati a combattere un’insurrezione “alla nostra frontiera… o doverli mandare ad attraversare la frontiera” col Messico.

Nel frattempo, Felipe Calderón Hinojosa, presenziava ad un’esercitazione militare in un villaggio, a Chihuahua, e saliva su un aereo da combattimento F-5, si sedeva sul sedile del pilota e scherzava dicendo “fuori i missili”.

Dai videogiochi di strategia ai “simulatori di combattimento aereo” e “spari in prima persona”? Da Age of Empires a HAWX?

Il HAWX è un videogioco di combattimento aereo dove, in un futuro prossimo, le società militari private (“Private military company”), in molti paesi hanno sostituito gli eserciti governativi. La prima missione del videogioco consiste nel bombardare Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico, perché le “forze ribelli” si sono impadronite della piazza e minacciano di avanzare in territorio nordamericano.

Non nel videogioco, ma in Iraq, una delle società militari private contrattate dal Dipartimento di Stato nordamericano e dalla CIA era la “Blackwater USA”, che poi ha cambiato nome in “Blackwater Worldwide”. Il suo personale ha commesso gravi abusi in Iraq, compreso l’assassinio di civili. Ora ha cambiato nome in “Xe Services LL” ed è il più grande appaltatore di sicurezza privata del Dipartimento di Stato nordamericano. Almeno il 90% dei suoi profitti provengono da contratti col governo degli Stati Uniti.

Lo stesso giorno in cui Felipe Calderón Hinojosa scherzava sull’aereo da combattimento (10 febbraio 2011), nello stato di Chihuahua una bambina di 8 anni moriva raggiunta da una pallottola vagante durante una sparatoria tra persone armate ed elementi dell’esercito.

Quando finirà questa guerra?

Quando sullo schermo del governo federale apparirà la scritta “game over” della fine del gioco, seguito dai nomi dei produttori e finanziatori della guerra?

Quando Felipe Calderón potrà dire “abbiamo vinto la guerra, abbiamo imposto la nostra volontà al nemico, abbiamo distrutto la sua capacità materiale e morale di combattere, abbiamo (ri)conquistato i territori che erano in suo potere?”

Da come è stata concepita, questa guerra non ha fine ed è persa.

Non ci sarà un vincitore messicano in queste terre (a differenza del governo, il Potere straniero ha un piano per ricostruire/riordinare il territorio) e lo sconfitto sarà l’ultimo ambito dell’agonizzante Stato Nazionale in Messico: le relazioni sociali che, dando identità comune, sono la base di una Nazione.

Ancora prima della presunta fine, il tessuto sociale sarà completamente distrutto.

Risultati: la Guerra in alto e la morte in basso.

Vediamo cosa dice il Segretario di Governo federale sulla “non guerra” di Felipe Calderón Hinojosa:

“Il 2010 è stato l’anno più violento del sessennio con 15.273 omicidi legati al crimine organizzato, il 58% in più dei 9.614 registrati nel 2009, secondo con i dati diffusi questo mercoledì dal Governo Federale. Da dicembre 2006 alla fine del 2010 sono stati registrati 34.612 crimini, dei quali 30.913 sono casi indicati come “esecuzioni”; 3.153 sono definiti “scontri” e 544 rientrano nel capitolo “omicidi-aggressioni”. Alejandro Poiré, segretario tecnico del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ha presentato il database ufficiale elaborato dagli esperti che a partire da ora mostrerà “informazioni disgregate mensili, a livello statale e municipale” sulla violenza in tutto il paese.” (Periodico “Vanguardia”, Coahuila, Messico, 13 gennaio 2011)

Domanda: Di questi 34.612 assassinati, quanti erano criminali? E gli oltre mille bambini e bambine assassinati (che il Segretario di Governo “ha dimenticato” di estrapolare dal suo conto), erano anche loro “sicari” del crimine organizzato? Quando nel governo federale si proclama che “stiamo vincendo”, a quale cartello della droga si riferiscono? Quante altre decine di migliaia fanno parte di quella “ridicola minoranza” che è il nemico da sconfiggere?

Mentre là in alto cercano inutilmente di sdrammatizzare con le statistiche i crimini che la loro guerra ha provocato, è necessario segnalare che si sta distruggendo anche il tessuto sociale in quasi tutto il territorio nazionale.

L’identità collettiva della Nazione sta per essere distrutta e soppiantata da un’altra.

Perché “l’identità collettiva non è altro che l’immagine che un popolo si crea per riconoscersi come appartenente a quel popolo. Identità collettiva sono quei tratti in cui un individuo si riconosce come appartenente ad una comunità. E la comunità accetta questo individuo come parte di essa. Questa immagine che il popolo si crea non è necessariamente la conservazione di un’immagine tradizionale ereditata, ma generalmente se la crea l’individuo che appartiene ad una cultura, per consolidare il suo passato e la sua vita attuale con i progetti che ha per questa comunità.

Dunque, l’identità non è un semplice lascito che si eredita, ma è un’immagine che si costruisce, che ogni popolo si crea, e pertanto è variabile e può cambiare secondo le circostanze storiche”. (Luis Villoro, novembre 1999, intervista con Bertold Bernreuter, Aachen, Germania).

Nell’identità collettiva di buona parte del territorio nazionale non esiste, come si vuole far credere, la contesa tra l’inno nazionale e il narco-corrido (se non si appoggia il governo allora si appoggia la criminalità, e viceversa).

No.

C’è invece l’imposizione, con la forza delle armi, della paura come immagine collettiva, dell’insicurezza e della vulnerabilità come specchi nei quali si riflette questa collettività.

Che relazioni sociali si possono mantenere o tessere se la paura è l’immagine dominante con la quale un gruppo sociale si può identificare, se il senso di comunità si rompe al grido di “si salvi chi può”?

Da questa guerra non solo ne verranno migliaia di morti… e lucrosi guadagni economici.

Ma anche, e soprattutto, ne verrà una nazione distrutta, spopolata, irrimediabilmente spezzata.

III.- NIENTE DA FARE?

A chi trae le sue meschine somme e sottrazioni elettorali da questo conteggio mortale, ricordiamo che:

17 anni fa, il 12 gennaio 1994, una gigantesca mobilitazione cittadina (attenzione: senza capi, comandi centrali, leader o dirigenti) qui fermò la guerra. Di fronte all’orrore, la distruzione e le morti, 17 anni fa la reazione fu quasi immediata, contundente, efficace.

Ora è lo shock, l’avarizia, l’intolleranza, la meschinità che lesina appoggi e convoca all’immobilismo… e all’inefficienza.

La lodevole iniziativa di un gruppo di lavoratori della cultura (“NON PIU’ SANGUE”) è stata screditata fin dall’inizio per non “essersi piegata” ad un progetto elettorale, per non aver rispettato il mandato di aspettare il 2012.

Ora che hanno la guerra nelle loro città, per le strade, nelle proprie case, che cosa hanno fatto? Dico, oltre a “piegarsi” davanti a chi ha “il progetto migliore”.

Chiedere alla gente di aspettare il 2012? Che bisogna tornare a votare per il meno peggio, perché allora si rispetterà il voto?

Se si contano più di 34 mila morti in 4 anni, sono oltre 8 mila morti all’anno. Cioè, bisogna aspettare altri 16 mila morti per fare qualcosa?

Perché si metterà al peggio. Se gli attuali candidati alle elezioni presidenziali del 2012 (Enrique Peña Nieto e Marcelo Ebrard) governano le entità con maggior numero di cittadini, non dobbiamo aspettarci che lì aumenterà la “guerra contro la criminalità organizzata” con la sua scia di “danni collaterali”?

Che cosa faranno? Niente. Proseguiranno sulla stessa strada dell’intolleranza e della demonizzazione di quattro anni fa, quando nel 2006 tutto quello che non era a favore di López Obrador era accusato di fare gli interessi della destra. Quell@ che allora ci attaccarono e calunniarono, ora seguono la stessa strada nei confronti di altri movimenti, organizzazioni, proteste, mobilitazioni.

Perché la presunta grande organizzazione nazionale che si prepara perché alle prossime elezioni federali vinca un progetto alternativo di nazione, non fa qualcosa adesso? Dico, se pensano di poter mobilitare milioni di messicani affinché votino per qualcuno, perché non mobilitarli per fermare la guerra e il paese sopravviva? O è un calcolo meschino e vile? Che il conto dei morti e delle distruzione sottragga punti al rivale e ne aggiunga al favorito?

Oggi, in mezzo a questa guerra, il pensiero critico viene di nuovo rimandato. In primo luogo: il 2012 e le risposte alle domande sui “galletti”, nuovi o riciclati, per quel futuro che già da oggi si sta gretolando. Tutto deve essere subordinato a questo calendario ed ai suoi passaggi: prima, le elezioni locali in Guerrero, Bassa California Sud, Hidalgo, Nayarit, Coahuila, Stato del Messico.

E mentre tutto precipita, ci dicono che la cosa importante è analizzare i risultati elettorali, le tendenze, le possibilità. Invitano a resistere fino al momento di tracciare il segno sulla scheda elettorale, e poi di aspettare che tutto si sistemi e si torni ad innalzare il fragile castello di carta della classe politica messicana.

Si ricordano che si burlavano ed attaccavano chi nel 2005 invitava la gente ad organizzarsi secondo le proprie esigenze, storia, identità e aspirazioni, e non scommettere su qualcuno là in alto che risolvesse tutto?

Ci siamo sbagliati noi o loro?

Chi nelle principali città può dire di uscire di casa tranquillo se non all’alba, almeno al tramonto?

Chi fa suo quel “stiamo vincendo” del governo federale e guarda con rispetto, e non con paura, soldati, marinai e poliziotti?

Chi sono quelli che adesso si svegliano senza sapere se saranno vivi, sani o liberi al termine della giornata che comincia?

Chi non riesce ad offrire alla gente una via d’uscita, un’alternativa, che non sia aspettare le prossime elezioni?

Chi non riesce a lanciare un’iniziativa che davvero attecchisca localmente, non diciamo a livello nazionale?

Chi è rimasto solo?

Perché alla fine, chi rimarrà sarà chi resisterà; chi non si sarà venduto; chi non si sarà arreso; chi non avrà tentennato; chi avrà compreso che le soluzioni non vengono dall’alto, ma si costruiscono in basso; chi non avrà scommesso né scommette sulle illusioni che vende una classe politica vecchia che appesta come un cadavere; chi non avrà seguito il calendario di chi sta in alto né adeguato la sua geografia a quel calendario trasformando un movimento sociale in una lista di numeri di schede elettorali; chi non sarà rimasto immobile di fronte alla guerra, aspettando il nuovo spettacolo di giochi di prestigio della classe politica nel circo elettorale, ma avrà costruito un’alternativa sociale, non individuale, di libertà, giustizia, lavoro e pace.

IV.- L’ETICA E LA NOTRA ALTRA GUERRA.

Prima abbiamo detto che la guerra è inerente al capitalismo e che la lotto per la pace è anticapitalista.

Lei, Don Luis, prima ha detto anche che “la moralità sociale costituisce solo un primo livello, pre-critico, dell’etica. L’etica critica incomincia quando l’individuo si allontana dalle forme di moralità esistenti e si pone domande sulla validità delle sue regole e comportamenti. Ci si può rendere conto che la moralità sociale non obbedisce alle virtù che proclama”.

È possibile portare l’Etica nella guerra? È possibile farla irrompere nelle parate militari, tra i gradi militari, posti di blocco, operativi, combattimenti, morti? È possibile portarla a mettere in discussione la validità delle regole e dei comportamenti militari?

O l’ipotesi della sua possibilità non è altro che un esercizio di speculazione filosofica?

Forse l’inclusione di questo “altro” elemento nella guerra sarebbe possibile solo come paradosso. Includere l’etica come fattore determinante di un conflitto avrebbe come conseguenza un’ammissione radicale: il rivale sa che il risultato della sua “vittoria” sarà la sua sconfitta.

E non mi riferisco alla sconfitta come “distruzione” o “abbandono”, bensì alla negazione dell’esistenza come forza belligerante. È così, una forza fa una guerra che, se la vince, significherà la sua scomparsa come forza. E se la perde è lo stesso, ma nessuno fa una guerra per perderla (beh, Felipe Calderón Hinojosa sì).

E qui sta il paradosso della guerra zapatista: se perdiamo, vinciamo; e se vinciamo, vinciamo. La chiave sta nel fatto che la nostra è una guerra che non vuole distruggere il rivale nel senso classico.

È una guerra che vuole annullare il terreno della sua realizzazione e le risorse dei contendenti (noi compresi).

È una guerra per smettere di essere quello che ora siamo e così essere quello che dobbiamo essere.

Questo è stato possibile perché riconosciamo l’altro, l’altra, l’altro che, in altre terre del Messico e del Mondo, e senza essere uguale a noi, soffre le stesse pene, sostiene resistenze simili, che lotta per un’identità molteplice che non annulli, assoggetti, conquisti, e che anela ad un mondo senza eserciti.

17 anni fa, il 1 gennaio 1994, si è resa visibile la guerra contro i popoli originari del Messico.

Guardando la geografia nazionale su questo calendario, noi ricordiamo:

Non eravamo noi, gli zapatisti, i violenti? Non ci accusavano di voler dividere il territorio nazionale? Non si diceva che il nostro obiettivo era distruggere la pace sociale, minare le istituzioni, seminare il caos, promuovere il terrore e distruggere il benessere di una Nazione libera, indipendente e sovrana? Non si segnalava fino alla nausea che la nostra richiesta di riconoscimento dei diritti e della cultura indigeni minava l’ordine sociale?

17 anni fa, il 12 gennaio 1994, una mobilitazione civile, senza definita appartenenza politica, ci chiese di tentare la strada del dialogo per ottenere le nostre richieste.

Noi abbiamo obbedito.

Più e più volte, nonostante la guerra contro di noi, abbiamo insistito con iniziative pacifiche.

Per anni abbiamo resistito ad attacchi militari, ideologici ed economici, ed ora al silenzio su quello che sta accadendo qua.

Nelle condizioni più difficili non solo non ci siamo arresi, né ci siamo venduti, né abbiamo tentennato, ma abbiamo anche costruito migliori condizioni di vita nei nostri villaggi.

Al principio di questa missiva ho detto che la guerra è una vecchia conoscenza dei popoli originari, degli indigeni messicani.

Più di 500 anni dopo, più di 200 anni dopo, più di 100 anni dopo, ed ora con questo altro movimento che reclama la sua molteplice identità comune, diciamo:

Siamo qua.

Abbiamo un’identità.

Abbiamo il senso della comunità perché non abbiamo aspettato né sospirato che le soluzioni di cui necessitiamo e che meritiamo arrivassero dall’alto.

Perché non sottomettiamo il nostro cammino a chi guarda verso l’alto.

Perché, mantenendo l’indipendenza della nostra proposta, ci relazioniamo con equità con l’altro che, come noi, non solo resiste, ma ha costruito un’identità propria che gli dà appartenenza sociale, e che ora rappresenta anche l’unica solida opportunità di sopravvivenza al disastro.

Noi siamo pochi, la nostra geografia è limitata, non siamo nessuno.

Siamo popoli originari dispersi nella geografia e nel calendario più lontani.

Noi siamo un’altra cosa.

Siamo pochi e la nostra geografia è limitata.

Ma nel nostro calendario non comanda l’insicurezza.

Noi solamente teniamo a noi stessi.

Forse è poco quello che abbiamo, ma non abbiamo paura.

Bene, Don Luis. La saluto e che la riflessione critica animi nuovi passi.

Dalle montagne del Sudest Messicano.
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, Gennaio-Febbraio 2011

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2011/03/09/apuntes-sobre-las-guerras-carta-primera-completa-del-sci-marcos-a-don-luis-villoro-inicio-del-intercambio-epistolar-sobre-etica-y-politica-enero-febrero-de-2011/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Scambio Epistolare su Etica e Politica

 Questione di interezza

Gustavo Esteva

Marzo 2011:

Don Gustavo: Saludos. Abbiamo letto uno dei suoi ultimi scritti editi e crediamo di trovarci sulla stessa barca. Per questo vogliamo invitarla a scrivere su questo dimenticato e disdegnato (da chi sta in alto) tema dell’Etica e Politica. Un abbraccio. SupMarcos.

Interezza. a. Integrità | b. Rettitudine | c. Forza, costanza, fermezza d’animo.

Mi azzardo ad entrare in conversazione. Non voglio interferire. Ma nemmeno posso non farlo: tanto le circostanze come la lettera impongono esigenze etiche. E mi accingo a partecipare sostenuto dalle stampelle prestate da qualche amico – qualcuno vicino e immediato ed altri con la vicinanza data dai libri e dalle incarnazioni delle loro idee.

Pensare con la propria testa

Domandando provocatoriamente se pensiamo e perché ci rifiutiamo di farlo, Pietro Ameglio poco tempo fa ha mostrato il modo in cui il rumore a cui siamo continuamente sottoposti ostacola i pensieri e porta ad accettare infantilmente quello che viene affermato con autorità. Evoca Fromm quando segnala che, per ottenere questo risultato, si procede col distruggere ogni immagine strutturata del mondo, riducendola a piccoli pezzettini, ognuno separato dall’altro e sprovvisto di qualunque senso di totalità. I notiziari televisivi, mescolando notizie di massacri o ingiustizie sociali con cronache rosa o sport, illustrerebbero questo dispositivo che ci conduce ad ubbidire all’autorità, a piegarci ai suoi ordini. Per questo Pietro ci chiede di pensare, come condizione per essere liberi. E cita Canetti: “L’uomo libero è quello che ha imparato a liberare gli ordini” e non quello che, come un soldato, “è costantemente in attesa di essi”. 1

Arrivo all’argomento, anche prima di mettere le carte in tavola. Mi chiedo, con allarme e preoccupazione, perché milioni di messicani sono in attesa dell’ordine che indicherà loro cosa segnare sulla scheda elettorale l’anno prossimo… Mi domando come potremmo riflettere criticamente su quello che è davvero importante, senza cortine di fumo né fuochi d’artificio.

Pensare criticamente

Nella lettera, il sup segue don Luis per mostrare come la filosofia può prendere il posto della religione al fine di giustificare la dominazione e la barbarie, conferendo loro un fine accettabile, e come i mezzi di comunicazione di massa prendono ora il posto della filosofia in questa funzione.

Riflettendo sulla fine dell’era attuale, in una conversazione con David Cayley, Illich fa riferimento agli annunci pubblicitari che ci inondano di istruzioni e consigli che non sono più trasmessi con delle frasi, ma con icone. Le immagini sono impiegate come argomenti. “Un’icona è una cornice, scelta non da me, ma da un altro per me. Non è il caso di una frase: mediante quella libertà singolarmente bella e inerente al linguaggio che impone al mio interlocutore di aspettare pazientemente che mediti quelle parole nella mia bocca, le mie frasi possono sempre rompere la cornice che tu vuoi imporre loro. L’icona, invece, fissa subito ciò che evoca, producendo una paralisi visiva che immediatamente viene interiorizzata… La rappresentazione visiva, iconica, determina la parola al punto che non si può più pronunciare una senza evocare l’altra”. Per Illich, “la guerra del Golfo, quella guerra informatizzata che ha mostrato agli uomini la sua perfetta impotenza e contemporaneamente la sua grande assiduità dagli schermi sui quali la videro” illustra bene la condizione a cui siamo arrivati.

Illich in quell’occasione ricordava che uno dei suoi amici, il linguista tedesco Uwe Pörksen, chiamava quelle icone visiotipi, che sono forme elementari di interazione sociale che, al contrario delle parole, non permettono di formulare una frase. Nascono quando già si sono generalizzati gli “spazi virtuali” che sono apparsi negli anni settanta. “Ogni volta che vediamo un visiotipo lasciamo che la virtualità di cui è portatore ci contamini”.

Faccio questo giro perché pensare alla libertà richiede oggi di difenderci attivamente dai visiotipi che ci catturano col loro bombardamento programmato dagli specialisti e formano percezioni generali. Questo sarà sempre più difficile. Siamo in una nuova fase di programmazione. Siccome la guerra ha creato “più gente spaventata che gente insicura”, ora si cercherà di far sì che i media “modulino con rigore e intelligenza l’informazione”. Così Héctor Aguilar Camín ha spiegato il nuovo decalogo che uniformerà i criteri editoriali dei principali mezzi di comunicazione del paese. Alle 10 del mattino del 24 marzo, i 10 comandamenti dell’Accordo per la Copertura Informativa della Violenza furono presentati su una “catena nazionale volontaria” alla presenza di alti “rappresentanti” della società – lo stesso rettore della UNAM che i dirigenti del Consiglio Messicano degli Industriali, l’Unione Nazionale dei Genitori o il Comitato Centrale della Comunità Ebraica… Felipe Calderón celebrò immediatamente l’Accordo, preso per “non ignorare la violenza che quotidianamente accompagna i messicani in tutti gli ambiti della vita”. Gli sembrò “cruciale per consolidare la politica dello Stato in materia di sicurezza”. Avrebbe permesso “la gestione dell’informazione legata alla violenza”.

Cittadini allarmati, coscienti della nuova minaccia, reagirono immediatamente su twitter contro questa “gestione”: “uniformare invece di informare”; “nasce un nuovo cartello della disinformazione”; “meglio che la censura, l’autocensura”; “perché non si senta parlare di massacri prima delle elezioni”… Qualcuno decise di “spegnere la televisione e la radio”. Va bene, ma non basta scollegarsi. Per pensare con la nostra testa bisogna arrivare alla riflessione critica. “L’etica critica inizia”, scrisse Villoro, come cita il sup, “quando l’individuo si allontana dalle forme di moralità esistenti e si pone domande sulla validità delle sue regole e comportamenti. Può comprendere che la moralità sociale non rispetta le virtù che proclama”. Gli zapatisti ci convocano oggi a praticare questa etica critica.

In un momento come questo, dice Jean Robert, una dimensione etica addizionale permette di raggiungere “una nuova comprensione del nostro posto nel mondo e nella storia”. Esplorando il suo significato, Jean ricorda cosa diceva Hugo, l’amico di Illich nel secolo XII: “attraverso quello che si dice di fare, si vuole dire qualcosa che si deve fare”. Di questo si tratta, in effetti. La guerra zapatista “è una guerra per smettere di essere quello che ora siamo e così essere quello che dobbiamo essere”, sottolinea il sup, perché “vuole annullare il terreno della sua realizzazione e le possibilità dei contendenti” (zapatisti compresi), e si riconosce in altri “che anelano un mondo senza eserciti”. Se ci arrendiamo, ci fanno essere quello che non siamo. Invece di farci essere, senza senso critico, dobbiamo passare alla condizione in cui quello che facciamo è anche quello che dobbiamo fare.

La via armata

“La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza”. Queste erano le parole d’ordine del Partito Interno nel racconto allucinante di Orwell.

Tutti i giorni si ripete che la violenza di ogni tipo scatenata contro di noi non ha altro scopo che “portare tranquillità e sicurezza ai messicani”. Così ha detto Felipe Calderón celebrando l’accordo sull’uniformità, la censura e la disinformazione, che sarebbe “pieno rispetto della libertà di espressione e della libertà editoriale”.

Sì, ha detto questo.

Orwell ricorse alla sua immaginazione letteraria per avvertirci della strada che seguivano gli Stati del suo tempo – strada che sembrava invisibile benché fosse sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo trasferire il suo avvertimento nella nostra attuale situazione.

Andrés Manuel López Obrador ripete continuamente che le uniche opzioni per accedere al potere politico sono la via armata e l’esercizio elettorale. Siccome la prima sembra essere condannata dalla storia dalla maggioranza dei messicani, secondo lui non ci resta altra scelta che le elezioni. Per questo, contro ogni esperienza, dobbiamo concentrare la nostra energia su quelle del 2012; ora sì, afferma, potremo sconfiggere la mafia politica che si è impadronita del paese.

È vero che la maggioranza dei messicani respinge la violenza. Ma nella sua rappresentazione orwelliana AMLO dissimula che queste opzioni politiche sono diventate una. Felipe Calderón ha adottato la via armata. Incapace di governare con un potere politico che non ha mai avuto – come ha constatato perfino l’ambasciatore statunitense – è ricorso ad esercito e polizia per dimostrare che governava, immagine che i media si sono affrettati a rafforzare. Le elezioni fanno parte del dispositivo. Cambiare killer non modifica la caratteristica dell’arma né la sua funzione.

“Perché – rileva la lettera a don Luis – perché la presunta grande organizzazione nazionale che si prepara affinché nelle prossime elezioni federali vinca un progetto alternativo di nazione, non fa qualcosa adesso? Se pensano di poter mobilitare milioni di messicani a votare per qualcuno, perché non mobilitarli per fermare la guerra e far sì che il paese sopravviva?”.

Non cadiamo nella trappola di valutare l’entità e la qualità di questa “organizzazione nazionale”, ancora rinchiusa nelle sue beghe di cortile, che si spegneranno solo nel circo mediatico della campagna elettorale. Speculare sulle sue possibilità non sarebbe pensare liberamente. Implicherebbe attenersi agli ordini del Ministero della Verità e del Partito Interno, rifiutarsi di pensare.

Dobbiamo rendere evidente, come dice don Luis, che la moralità attuale non ha le virtù che proclama. Il paese cade a pezzi. “Si sta distruggendo il tessuto sociale su quasi tutto il territorio nazionale”. Dalla guerra attuale “non solo ne verranno migliaia di morti…. e lauti  guadagni economici. Ma anche, e soprattutto, ne verrà una nazione distrutta, spopolata, irrimediabilmente spezzata”. È questo quello che ci sta accadendo. Dobbiamo guardarlo con chiarezza per agire di conseguenza. Queste proposte, invece, sostenendo in maniera equivoca, che non c’è altra strada che le elezioni, ci condannano alla paralisi. Vogliono alimentare illusioni statistiche per inciampare di nuovo nella stessa pietra. Ostacolano la nostra attuale lotta.

È necessario riconoscere fortemente, senza vacillare, senza paura, la condizione in cui siamo. Al margine di qualsiasi discussione teorica e storica sul valore e sul significato della democrazia rappresentativa, le elezioni oggi in Messico non costituiscono un’autentica alternativa politica. Non importa chi vincerà. Sono solo un’altra forma della via armata che prevale nel paese, quella che tiene la quinta parte dei messicani negli Stati Uniti ed esclude gli altri, abbassa le loro condizioni di vita, distrugge i loro ambienti naturali e cancella passo dopo passo le loro libertà.

Le elezioni di 2012 non farebbero largo al cambiamento per ricostruire in pace quello che rimane del paese. Esposte come unica opzione, presuntamente pacifica, non sono altro che un ingrediente in più della guerra scatenata contro di noi. Contribuiscono ad estenderla ed approfondirla. Alzano un muro, nella percezione di milioni di persone, che impedisce loro di costruire un’alternativa reale.

Alcuni, diceva Foucault, vogliono cambiare l’ideologia senza modificare le istituzioni: sostituire solamente le teste. Altri vogliono riformare le istituzioni senza cambiare l’ideologia. Quella che manca è l’incontro simultaneo tra ideologie e istituzioni. Per questo dobbiamo chiederci in che misura si impone, oggi e qui, quello che esprime con eloquenza Ali Abu Awwad, un giovane palestinese che guida un nuovo movimento nei territori occupati da Israele: “La pace stessa è la strada per la pace…e non c’è pace senza libertà”.

Il Messico non è Gaza

No, no lo è. Ma potrebbe esserlo. Esistono analogie scandalose che meritano considerazione. Non sarebbe utile riflettere su alcuni somiglianze raccapriccianti, come quella che sembra esistere tra i palestinesi in Israele ed i messicani in Arizona? O la sproporzione tra la forza militare/fisica di Israele e quella della Palestina e quella che esiste tra i corpi militari, polizia, paramilitari e parapolizie degli Stati Uniti e del Messico, da una parte, e la gente, dall’altra? E c’è qualcosa di più grave di queste analogie. La cosa più grave, là e qui, è il silenzio, l’abitudine: abituarsi a vedere con naturalezza l’insopportabile.

Molte voci esprimono, dentro lsraele, crescente preoccupazione per gli atteggiamenti che osservano nella loro società. Neppure riescono a risvegliarla gli orrori del recente libro che riporta le testimonianze dei saldati israeliani che hanno partecipato negli ultimi 10 anni all’occupazione della Palestina. “Quello che passa come normalità sotto l’occupazione”, segnala David Shulman, “è anche peggiore che negli anni di combattimento per il giogo incessante, quotidiano, disumanizzante. Chiunque leggerà questo libro vedrà il modo in cui l’occupazione si è trasformata in un sistema degradante di controllo… Ho constatato gli effetti devastanti della droga dell’abitudine… Ho visto come il male, inserito in un sistema ramificato e spesso impersonale, può scomporsi in piccole azioni quotidiane che, per molto ripugnanti che siano al principio, presto diventano routine” . 2

Non voglio mettere l’analogia al servizio del mio argomento. Forse, dopo l’Accordo, dagli schermi scompariranno gli spettacoli di violenza che sono andati aumentando. Si ridurrà la dose di droga. Forse, come hanno commentato flemmaticamente alcuni giornalisti dopo aver ascoltato il decalogo dei criteri editoriali, cambierà il linguaggio. Ora si dirà: “Due decapitati con poca violenza”. Oppure: “Gli asociali hanno smembrato gli arti della vittima che non ha sofferto”… Mi preoccupa che in qualche misura ci siamo abituati a quelle immagini di violenza. Ma mi preoccupa molto più che si sia fatta l’abitudine alla criminalizzazione dei movimenti sociali. I media si accanirono in alcuni aspetti della violenza ad Atenco o Oaxaca. Ma eludono od omettono sempre di più quella che si impiega quotidianamente in tutto il paese contro i più diversi movimenti sociali, ed in particolare quella che si è impiegata per anni in tutti i territori indigeni e contro le comunità zapatiste e che si è recentemente intensificata.

Mi preoccupa che questo silenzio non copra solamente i media ma abbracci già ampi settori sociali – perfino quelli che teoricamente difendono le cause popolari. Gli stessi che denunciano con risalto ogni gesto di Calderón o dei suoi rivali politici. Quelli che proclamano il loro impegno per la giustizia sociale o per il bene del paese e promettono di riportare quello che i neoliberali ci hanno tolto e portare molte altre benedizioni. Quelli che tracciano la loro linea rispetto alla repressione. Perché restano in silenzio davanti agli oltraggi costanti contro la gente ed i movimenti che dicono di difendere? Perché non denunciano, con lo stesso risalto, le repressioni e le aggressioni in cui incorrono i loro stessi colleghi e soci di partito e di governo? Perché ormai al potere adottano gli stessi comportamenti, incorrono nella stessa corruzione, proteggono la stessa impunità? Alla luce dell’esperienza, con quale autorità morale pretendono ora che si cancelli tutto e non si prenda in considerazione quello che è successo e continua a succedere in nome di una nuova illusione, di una semplice promessa?

Di questo passo, se invece di iniziative degne e conseguenti seguitiamo a intrattenerci con questi passatempi, non ci sarà nazione nella quale possa materializzarsi il sogno di un vago “progetto alternativo” che si continua ad alimentare.

“Vi auguro l’Egitto”, ha scritto alcuni giorni fa il palestinese Omar Barghouti. “Vi auguro la capacità di resistere, di lottare per la giustizia sociale ed economica e di ottenere la vostra vera libertà.

“Vi auguro la volontà e la capacità di uscire dalla vostra prigione camuffata con tanta cura. Nella nostra parte del mondo i muri delle prigioni sono troppo ovvi, dominanti, asfissianti. Per questo siamo ancora ribelli, preparandoci al giorno della nostra libertà. Quando raccoglieremo potere popolare sufficiente, romperemo le catene ossidate che hanno imprigionato per tutta la vita menti e corpi. Le celle della vostra prigione sono differenti. I muri sono ben nascosti, non sia mai che evochino la volontà di resistere. Non ci sono porte nelle celle della vostra prigione: potete spostarvi ‘liberamente’ senza riconoscere mai la prigione più grande nella quale siete confinati….

“Vi auguro l’Egitto per decolonizzare le vostre menti e fare a pezzi la scheda con la domanda: ‘che cosa volete?’, perché tutte le risposte che date sono sbagliate. Lì la vostra unica opzione sembra essere tra il male e il male minore.

“Vi auguro l’Egitto affinché, come i tunisini, gli egiziani, i libici, i bahreinesi, gli yemeniti, e certamente i palestinesi, possiate gridare: “No! non vogliamo scegliere la risposta meno brutta. Vogliamo un’altra opzione che non c’è nella vostra maledetta lista”. “Vi auguro l’Egitto affinché possiate collettivamente, democratica e responsabilmente ricostruire le vostre società, per restaurare le leggi affinché siano al servizio del popolo, non del capitale selvaggio e del suo esercito di banche; per farla finita col razzismo ed ogni tipo di discriminazione; per preservare ed essere in armonia con l’ambiente; per tagliare guerre e crimini di guerra e non posti di lavoro, prestazioni sociali e servizi pubblici; per abbattere il governo tiranno ed oppressore delle multinazionali, e per cacciare l’inferno dall’Afghanistan, dall’Iraq e da tutti i luoghi in cui, col pretesto di “diffondere la democrazia”, i vostri moralmente superiori crociati hanno sparso la disintegrazione sociale e culturale, la povertà abietta e la disperazione assoluta…

“La nostra oppressione e la vostra sono profondamente correlate e intrecciate… La nostra battaglia collettiva per diritti e libertà non è uno slogan, ma una lotta per la vera emancipazione e l’autodeterminazione, un’idea il cui momento è arrivato. Dopo l’Egitto toccherà a noi. È l’ora della liberazione e della giustizia per la Palestina. È ora che tutti i popoli di questo mondo, in particolare i più sfruttati ed oppressi, riaffermiamo la nostra comune umanità e recuperiamo il controllo sul nostro destino comune”.

Rese e resistenze

 

La lettera a don Luis descrive con precisione la situazione attuale in Messico e le prospettive. Voglio aggiungere un altro aspetto che permette di illustrare le risposte.

Felipe Calderón non ha saputo governare, ma può ancora distruggere e prosegue nell’azione che ha orientato le politiche ufficiali degli ultimi 30 anni: mettere il paese nelle mani del mercato, del capitale. Non c’è altra soluzione, sosteneva Salinas, che salire sulla locomotiva statunitense, anche se come camerieri. Per facilitare l’aggancio aprì al mercato la terra ejidale e comunale, e nella sua febbre privatizzatrice smantellò buona parte del settore pubblico.

Aggrappato a questa tradizione, Calderón ha messo in vendita quanto ha potuto ed ora deve consegnare la merce. Per esempio: ha ceduto in concessione quasi la decima parte del paese per 50 anni, e queste concessioni prevedono l’obbligo da parte del governo messicano di disfarsi della gente che abiti nei territori dati in concessione. Un altro affare sta nel demandarle se questo non avviene nei termini previsti. Ed i termini non si rispettano perché la gente resiste.

La resistenza incomincia di solito come lotta localizzata di un piccolo gruppo che cerca di proteggere le proprie terre e acque, ma presto incontra legami orizzontali e s’incatena a lotte simili in altre parti fino a formare ampie alleanze che si estendono in tutto il paese. Questa lotta racchiude una mutazione politica di grande trascendenza: rappresenta il passaggio dalla lotta per la terra alla difesa del territorio. Chi è riuscito ad ottenere un pezzo di terra che assicuri la sua sussistenza e mantenere il tessuto sociale comunitario, affronta in maniera organizzata la nuova sfida. Non difende più, o non solo, quel pezzo di terra. Esercita una forma di sovranità popolare in cui la difesa del suo territorio è anche la difesa della sovranità nazionale. Abbondano esempi di queste lotte specifiche che si collegano anche con alte simili, come quelle contro le dighe e contro molti megaprogetti. In tutti i casi è evidente il significato e le conseguenze della guerra descritti nella lettera a don Luis. La distruzione, a prima vista insensata, irrazionale, senza ragione, una distruzione che colpisce la natura ma ancor di più la gente che si occupa di essa e vive dei suoi frutti, acquisisce il suo senso ultimo nella ricostruzione – quando sono spariti il tessuto sociale e la sussistenza autonoma, e gli individui, uno alla volta, separati, restano esposti alla volontà del mercato, del capitale, alla schiavitù che questi impongono. “Che facciano i giardinieri in Texas o mettano su un negozietto”, diceva Fox quando gli domandavano che cosa avrebbero fatto quelli che il suo governo sgomberava. Anche quelli di Calderón se ne vanno dal paese, sono già sotto terra o sono “antisociali” – l’etichetta che le forze pubbliche appiccicano indistintamente a delinquenti e ribelli.

Oggi abbiamo bisogno della spinta che ci augura il palestinese Barghouti, quella che 17 anni fa ci permise di fermare la guerra di sterminio di Salinas ed oggi può fermare quella di Calderón e liberarci di lui. Ma non basterebbe disfarci delle classi politiche… per poi ricominciare di nuovo con la pratica elettorale, fosse anche con facce nuove. Cerchiamo un’altra trasformazione, una molto altra, più vicino e più lontano: vogliamo smantellare gli apparati politici ed economici della dominazione, invece di tentare di conquistarli con l’illusione di utilizzarli in maniera diversa; e vogliamo mantenere nelle nostre mani la transizione, per assicurare che sia l’inizio della nostra ricostruzione, non più della stessa cosa. E per quello che bisogna fare, adesso e dopo, abbiamo bisogno dell’etica critica.

Perché don Luis?

È utile domandarci perché gli zapatisti hanno deciso una corrispondenza pubblica col filosofo Luis Villoro richiamando nuovamente la nostra attenzione. Non si tratta più di estendere l’omaggio che gli resero a San Cristóbal. È che don Luis incarna, come molte poche persone, i temi che gli zapatisti considerano urgente esaminare. Esprime in pieno il rapporto tra etica e politica.

Negli anni ’90 scrisse El poder y el valor: Fundamentos de una ética política, un libro che segue e culmina la sua opera. Aveva vissuto, come filosofo, nel seno della ragione sul cui dominio ha confidato l’Occidente negli ultimi due secoli – quella che concepì “il progetto storico di rompere con la dominazione e la miseria e di raggiungere, finalmente, una società liberata e razionale, degna dell’uomo”. Invece di arrendersi al fallimento di quella ragione e la sua sequela di conformità e delusione, don Luis tentò una riflessione innovativa. “È ancora possibile – si domandò – un comportamento politico che proponga di contrastare il male? Si potrebbe rinnovare, davanti alla delusione, una riflessione etica?… È inevitabile l’opposizione tra la volontà di potere e la realizzazione del bene? Come si può articolare il potere col valore?”. Il libro risponde radicalmente a queste domande: “È un progetto di riforma del pensiero politico moderno, con la speranza di contribuire, in questa triste epoca, a scoprire i ‘mostri della ragione’ che hanno devastato il nostro secolo”.

Don Luis ha sofferto e goduto, come tanti di noi, la scossa del 1994 – quella che mosse il mondo intero, come riconoscono oggi tutti i movimenti antisistema. Da allora ha accompagnato gli zapatisti, vicino o lontano a seconda delle circostanze. Fu loro consulente nei negoziati col governo, nel 1996, e fu uno dei tre che si sedettero al tavolo principale in cui si giunse ai principali accordi. Soffrì come pochi la conclusione – che non dobbiamo dimenticare. Siamo nel 10º anniversario della Marcia del Colore della Terra, alle cui riunioni parteciparono circa 40 milioni di messicani. Migliaia di organizzazioni, a nome di milioni di persone, appoggiarono l’iniziativa di riforma costituzionale concordata con la commissione del Congresso, la Cocopa. Non ci fu una sola organizzazione, una sola, che si oppose. Ma il Congresso produsse una controriforma infame e la Corte Suprema, ovviamente, se ne lavò le mani.

Il culmine dell’opera di don Luis, in quel libro ed in altri testi, riflette la sua stessa trasformazione. Trovò ispirazione negli zapatisti e nelle comunità indios e lì scoprì l’alternativa che stava cercando. Trasformandosi, don Luis ci trasforma: la sua lucida riflessione apporta elementi centrali a quello che oggi manca. L’utopia si è fatta realtà nel presente, ci dice dal 2009; ha già posto in questo mondo, nelle comunità zapatiste. La democrazia non può stare in un luogo diverso da quello in cui sta il popolo, affermò, ed osservò “un’inversione dei rapporti di potere esistenti” e “l’abolizione di ogni dominazione dall’alto” nell’azione comunitaria che riorganizza la società dal basso, nella propria geografia, nel proprio calendario…

“Il desiderio di autenticità”, insiste don Luis, “è l’impulso a liberarsi dell’oppressione della farsa”. Della farsa, dice; la farsa. La ragione che risponde a quel desiderio scopre i veri valori, e così “assumono primato quelli che integrano la dignità insostituibile della persona: libertà, autenticità, responsabilità, uguaglianza”. E non dimentichiamo le ultime parole di quel libro eccezionale: si tratta di “compiere il proposito dell’amore: realizzare sé stesso per l’affermazione dell’altro”. Oltre ogni farsa.

Tra interminabili risse e circhi mediatici, aggrappati alle loro poltrone, le classi politiche continuano a lacerare il tessuto sociale e distruggere la natura fino a minare le basi stesse della sopravvivenza. E’ una strada senza uscita. È inutile, profondamente immorale continuare a percorrerla. Dobbiamo uscirne. E questo esige, innanzitutto, impegnarci seriamente nella riflessione, nella critica, nell’etica. Con integrità. Seguendo le orme di don Luis e la nuova convocazione degli zapatisti.

San Pablo Etla,

marzo 2011

Note:

1 Tomo della rivista Conspiratio, 2, nov.-dic. 2009, citazioni di Pietro Ameglio, Iván Illich e Jean Robert.

2 David Shulman, “Israel & Palestine: Breaking the Silence”, The New York Review of Books, LVIII-3, February 24-March 9, 2011, p.43

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Versione in castigliano http://revistarebeldia.org/revistas/numero77/10esteva.pdf

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 10 marzo 2011

Castañón León accusato di usare la violenza per sottrarre Agua Azul agli ejidatarios

Hermann Bellinghausen

Gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón aderenti all’Altra Campagna nel municipio di Chilón, in Chiapas, accusano il governo dello stato, il segretario di Governo, Noé Castañón León, ed il Consiglio Statale dei Diritti Umani (CEDH) “dello sgombero violento dei compagni lo scorso 2 febbraio, da parte di un gruppo di priisti che lo stesso segretario di Governo ha organizzato con le autorità del municipio di Chilón”.

Sostengono che l’operazione per spogliarli dell’accesso alle cascate di Agua Azul “è stata finanziata dai tre livelli di governo, a fronte di un accordo con le autorità del municipio di Tumbalá ed i filogovernativi di San Sebastián Bachajón “per consegnare al governo il sito turistico” che ora è sotto la gestione della Segreteria delle Entrate dello stato in base “agli accordi firmati tra loro”.

Gli ejidatarios di San Sebastián sottolineano che “questo ‘accordo’ è stato fatto in un’assemblea del 3 e 5 febbraio”, convocata due giorni prima, quando “normalmente la convocazione avviene 15 giorni prima, con notifica affissa in luoghi visibili, e secondo la Legge Agraria, almeno con 8 giorni di anticipo”.

In un’inserzioni sulla stampa, la CEDH il giorno 8 marzo ha affermato che “il problema” è dovuto “alla non presenza dell’Altra Campagna” ai tavoli dei negoziati installati dal governo e che per questo “il conflitto non è stato risolto”. La commissione stessa ha accusato i membri dell’Altra Campagna, che lunedì scorso hanno bloccato la strada, di essere “armati di machete e bastoni, alterare l’ordine, commettere danni a terzi”.

Questo, replicano gli ejidatarios, quando “l’arma peggiore che portavano i manifestanti erano i loro slogan e le loro richieste”. Questa volta, “la strategia del malgoverno è un risultato vergognoso, avendo fatto ricorso ad un accordo povero di contenuti che è solo uno strumento per ingannare la gente ed impadronirsi delle nostre terre e delle sue risorse. Per questo, “purtroppo, i nostri compagni sono in carcere”.

Rispetto alla versione della CEDH, gli indigeni affermano: “È vergognoso che essendo un organismo per i diritti umani, sia stato la maschera per il malgoverno”, che vuole “nascondere la vera intenzione di spogliare con violenza, crudeltà, odio e rabbia chi difende la propria dignità, la terra, il territorio e la propria autonomia”.

Di fronte alle accuse, ejidatarios ed aderenti all’Altra Campagna, questo mercoledì a San Cristóbal de las Casas dichiarano: “Non ci arrenderemo, che sia ben chiaro al governo di Juan Sabines Guerrero, che fino a che non libererà i nostri compagni carcerati ingiustamente, continueremo a manifestare e in maniera sempre più decisa”.

Sostengono che il loro “è un territorio autonomo e non per progetti transnazionali; difenderemo le nostre terre e le risorse senza badare alle conseguenze”.

Annunciano che, come “padroni legittimi di queste terre, eredità dei nostri antenati”, sospenderanno “l’attività” che stavano svolgendo (il blocco della strada Ocosingo-Palenque), “per cercare altre alternative ed ottenere la libertà incondizionata dei nostri compagni prigionieri politici”. Avvertono che continueranno “a smascherare il malgoverno corrotto, che con il suo operato ci ha voluti intimorire”.

Concludono che “è il momento di organizzarci meglio e continuare a dimostrare realmente al governo chi siamo e perché lottiamo, ed al CEDH che siamo un’organizzazione pacifica che lotta per le proprie terre, territori e autonomia, che non si inganni”. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/10/index.php?section=politica&article=022n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 6 marzo 2011

Rilasciati quattro membri dell’Altra Campagna

Elio Henríquez. Corrispondente. San Cristóbal de las Casas, Chis., 5 marzo. Con la rinuncia dell’azione penale da parte della Procura Generale di Giustizia dello Stato (PGJE), da mercoledì ad oggi sono stati liberati quattro dei dieci indigeni dell’Altra Campagna fermati il 3 febbraio scorso nel centro turistico delle Cascate di Agua Azul, dopo uno scontro con ejidatarios priisti di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón che ha provocato un morto e due feriti.

Fonti ufficiose hanno detto che la notte di mercoledì è stato rilasciato Pedro García Alvarado, presuntamente non in possesso delle facoltà mentali, che era accusato di danneggiamenti ed attentato contro la pace e la collettività. Tra giovedì e sabato sono stati scarcerati Miguel Álvaro Deara, Pedro Hernández López e Miguel López Deara.

Per il minorenne di 17 anni, Mariano Demeza Silvano, uno dei sei che ancora sono in prigione, è stata stabilita una cauzione di 22 mila pesos. È probabile che nei prossimi giorni o settimane possano essere scarcerati gli altri cinque che si trovano nella prigione del municipio di Playas de Catazajá, a nord del Chiapas, hanno dichiarato le fonti consultate.

In questo contesto, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas ha comunicato che gli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, aderenti all’Altra Campagna, hanno presentato un esposto contro la costruzione del botteghino di ingresso alle cascate da parte del governo statale, su mandato delle segreterie delle Infrastruttura e del Fisco, le quali il 13 febbraio hanno sottoscritto un accordo “in maniera illegale ed arbitraria, perché non è stata consultata l’assemblea”.

Ricardo Lagunes, avvocato dell’organizzazione, ha detto che la costruzione del botteghino di riscossione conteso dai due gruppi di ejidatarios, colpisce i diritti collettivi dell’ejido San Sebastián Bachajón, come comunità, come nucleo agrario e come popolo indigeno.

Aggiunge che il settimo tribunale di distretto esaminerà l’esposto presentato nei giorni scorsi affinché si sospenda immediatamente la costruzione su una superficie ad uso comune. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/06/index.php?section=politica&article=014n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Sabato 5 marzo 2011

Mobilitazioni in Stati Uniti ed altri paesi per la liberazione dei “prigionieri politici” in Chiapas

Hermann Bellinghausen

Gli ejidatarios dell’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, Chiapas, annunciano che nei giorni 7 e 8 marzo realizzeranno “un blocco a tempo indefinito” davanti alla sede della regione autonoma zapatista San José en Rebeldía, vicino al crocevia di Agua Azul, sulla strada Ocosingo-Palenque. “Per chiedere la liberazione dei nove compagni detenuti nel carcere di Playas de Catazajá”, ed un minorenne nel centro Villa Crisol, “autorità comunitarie, familiari dei carcerati, donne e uomini saranno in digiuno e preghiera”.

“Sappiamo molto bene che il malgoverno di Juan Sabines Guerrero ha elaborato una strategia per spogliarci delle nostre terre, usando i vari leader priisti di altri municipi”.

Denunciano “l’ondata di violenza, intimidazioni e minacce da parte di leader del Partito Verde Ecologista”, al quale appartiene l’attuale sindaco di Chilón. Questo si ostenta come “il primo presidente cristiano”, e secondo gli ejidatarios è “esperto nel convincere la gente con progetti di ecoturismo degli investitori internazionali, violentando i diritti di uomini, donne e bambini”.

Attualmente il posto è occupato da poliziotti, in “spazi privati” della comunità e senza il consenso dei proprietari. È il caso di una chiesa cattolica della comunità Sakil Ulub, che mostra “una situazione preoccupante: donne, uomini e poliziotti, l’hanno presa come un gabinetto privato, mentre gli indigeni nativi di questa comunità l’hanno conservata come un’area sacra per le preghiere”.

Aggiungono che il cosiddetto “tavolo di dialogo” che il governo ha proposto ai detenuti “per ottenere la loro liberazione”, è “solo una dimostrazione degli interventi del governo per espropriare il centro turistico rispondendo ad interessi economici, senza tenere conto di cultura, tradizione, né dell’eredità dei nostri antenati, che è la nostra madre Terra”.

Gli ejidatarios tzeltales lamentano “che il denaro del malgoverno ha reso ignoranti persone che sono indigeni, aumentando la tensione, la minaccia e l’intimidazione”.

Con la loro mobilitazione, gli ejidatarios dell’Altra Campagna insisteranno sulla liberazione immediata dei detenuti, “il rispetto della loro dignità e quella dei loro familiari” ed il ritiro della polizia da Agua Azul.

Esigono anche “la soluzione dei conflitti di Agua Azul, Mitzitón, Tila, Chicomuselo ed altre comunità, per problemi legati all’uso delle risorse naturali ed il controllo delle terre e territori, e lo stop alla violenza del sistema capitalista neoliberale patriarcale contro le donne, le loro famiglie e le comunità, ed alla violenza nelle regioni indigene, contadine e nei territori autonomi zapatisti”.

Nella città di New York per il prossimo lunedì 7 si svolgerà “La giornata mondiale per la liberazione dei prigionieri politici di San Sebastián Bachajón”, la cui eco raggiungerà molte parti dell’Europa, America Latina e Messico.

La convocazione è stata fatta dal Movimento per la Giustizia del Barrio, nell’est di Harlem, aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. Sono confermate azioni in Sudafrica, Francia, Inghilterra, Scozia, Stati Uniti, Catalogna, e Germania.

La giornata internazionale culminerà martedì 8 con una commemorazione del “Giorno Internazionale in Onore delle Donne dell’Altra Campagna”. Gli organizzatori di New York – la maggior parte immigrati messicani che hanno sconfitto molte volte le imprese costruttrici multinazionali a El Barrio – condividono l’appello degli ejidatarios: “I nostri fratelli di San Sebastián sono riusciti a rompere la frontiera neoliberale che ci impongono quelli che stanno in alto, inviandoci un videomessaggio. Hanno toccato i nostri cuori. Il videomessaggio include una spiegazione della loro degna lotta, degli attacchi recenti e dell’arresto dei loro compagni”. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/05/index.php?section=politica&article=021n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 4 marzo 2011

I conflitti in Chiapas, “creati e gestiti dal governo”

Il Frayba denuncia Noé Castañón León quale “autore intellettuale

Hermann Bellinghausen

In una rapporto Rapporto presentato a San Cristóbal de las Casas, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC, noto anche come Frayba) rileva che il governo del Chiapas “crea e gestisce i conflitti per il controllo del territorio”, a scapito dei diritti delle comunità indigene.

Si tratta di un’analisi documentale sulla situazione imperante e gli interessi nel marco del “conflitto armato interno, ora nella fase di disputa del territorio, poiché il Chiapas è una vena di enorme ricchezza per gli investimenti privati, promossi con i progetti turistici”. Secondo lo studio, i progetti d’investimento “vogliono sottrarre le terre alle comunità attraverso sgomberi forzati, cooptazione per la firma di ‘accordi di sviluppo’, occupazione poliziesca e militare, e criminalizzazione di attivisti e avvocati”.

In questa cornice, prosegue il Centro, i fatti successi il 2 febbraio nella zona di Agua Azul, nell’ejido San Sebastián Bachajón (Chilón), dove ha perso la vita Marcos García Moreno ed è rimasto ferito Tomás Pérez Deara, e la cattura di 117 persone, 10 delle quali restano in carcere come “prigionieri”, rappresentano “l’implementazione di una strategia calcolata dal governo dello stato, che ha generato lo scontro per poi inserirsi come mediatore e gestire il conflitto”.

Il CDHFBC assicura di essere in possesso di testimonianze che denunciano il segretario generale di Governo, Noé Castañón León, come uno dei “autori intellettuali” dell’aggressione. Sottolinea che il governo statale “ha rotto un processo di dialogo comunitario che gli attori stavano portando avanti dal 2010” affinché gli abitanti della zona amministrino e preservino le proprie risorse.

Il Rapporto include la testimonianza di una persona presente ad una delle riunioni dove si sarebbe deciso di affrontare gli ejidatarios, “creando gruppi di scontro”, e “catturare gli aderenti all’Altra Campagna” per distrarli con una lotta per la liberazione dei loro prigionieri. Lo scopo ufficiale di occupare il botteghino di ingresso ejidale è stato attuato il 2 febbraio. “Non è un conflitto comunitario”, aggiunge. Come nemmeno lo è a Mitzitón né lo fu adActeal nel 1997. Castañón León sarebbe “l’artefice del conflitto” per favorire i piani di investimento privato. Inoltre, “c’è l’interesse militare di controllare quest territorio”, che si trova vicino a comunità autonome zapatiste come San José en Rebeldía e Bolón Ajaw (che, con le nuove disposizioni amministrative, verrebbe circondata).

La situazione “è il prodotto di una guerra di logoramento che genera le condizioni per affrontare le organizzazioni della regione; ciò che è in disputa non è un botteghino di ingresso alle cascate, ma la difesa della terra e del territorio dei popolo indigeni che stanno costruendo un progetto di autonomia”. Sulla base delle informazioni raccolte (documenti, testimonianze, denunce di ejidatarios), il CDHFBC afferma che “il governo messicano non è intervenuto per prevenire il conflitto” e “ha pianificato gli eventi mediante una strategia per il controllo del territorio nell’ambito di un conflitto armato irrisolto”.

Il CDHFBC comunica di aver assunto la difesa legale degli arrestati di San Sebastián. I filogovernativi (priisti e del Partito Verde Ecologista) “hanno consegnato le terre al governo Juan Sabines Guerrero senza l’autorizzazione dell’assemblea degli ejidatarios”. Questo gruppo è utilizzato dal governo “per cacciare le comunità dell’Altra Campagna e spingere la privatizzazione delle cascate di Agua Azul”.

In questo modo si attacca il progetto di autonomia “che impedisce al governo di privatizzare la terra per progetti imprenditoriali”. Attizzare il conflitto non è cosa nuova. “La strategia è la stessa, ma più aggressiva”. Giorni fa il presidente Felipe Calderón Hinojosa ha visitato la regione ed avrebbe “dato il benestare” all’incursione della polizia.

Per il resto, è stato ignorato il fatto che nell’aggressione filogovernativa ci sono stati dei feriti dell’Altra Campagna. Questi ribadiscono che è stato il gruppo di scontro guidato da  Carmen Aguilar Gómez “che ha ucciso il proprio compagno”, e non gli arrestati che nemmeno si trovavano sul luogo dei fatti. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/04/index.php?section=politica&article=024n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Da: Cruz Negra mexico <cna.mex@gmail.com>
Giovedì 3 marzo 2011, 17:14

Intorno alle ore 22:20 abbiamo ricevuto la notizia della liberazione degli avvocati del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa. La Carovana del Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa del Chiapas, in presidio davanti al palazzo di governo dello stato del Chiapas, si è in parte diretta verso il carcere El Amate per accogliere i compagni liberati. Aspettiamo oer domani ulteriori informazioni al riguardo.

fonte: http://radiopozol.blogspot.com/2011/03/companeros-liberados.html

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 2 marzo 2011

Gli arrestati di San Sebastián Bachajón denunciano di essere stati ricattati dal governo del Chiapas

Hermann Bellinghausen

Dalla prigione di Playas de Catazajá, Chiapas, i nove contadini tzeltales dell’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón dichiarano: “Ci tengono in prigione solo in cambio delle nostre terre”. Altri di loro si trovano nella prigione di Villa Crisol (municipio di Berriozábal).

Denunciano che alcuni rappresentanti del governo li hanno visitati ripetutamente nel penitenziario “proponendoci di accettare il dialogo riguardo al territorio su cui sorge il botteghino di accesso alle cascate di Agua Azul”, promettendo in cambio la loro liberazione, “ma conosciamo bene quanto siano ingannevoli le autorità, che vogliono impadronirsi delle risorse e delle terre dei nostri antenati”.

I rappresentanti governativi sostengono l’accordo con gli ejidatarios filogovernativi guidati da Francisco Guzmán Jiménez (Goyito) e Melchorio Pérez Moreno. I reclusi sostengono che “quelli del governo statale sono bugiardi, corrotti e traditori”, visto che ai dirigenti filogovernativi “vengono regalate auto nuove perché convincano la gente a consegnare i terreni che hanno ereditato dai loro genitori”. E ribadiscono: “Ci tengono rinchiusi ingiustamente. Il malgoverno sa che non abbiamo niente a che vedere con i fatti del 2 febbraio scorso”. Come si ricorderà, quel giorno perse la vita uno degli aggressori filogovernativi, vicino al botteghino degli ejidatarios dell’Altra Campagna, appena sgomberati a pistolettate.

Con una visita alla prigione di Catazajá, nove note organizzazioni civili che formano la Rete per la Pace in Chiapas, hanno appoggiato questi indigeni arrestati il 3 febbraio. La rete esprime il suo rifiuto “alla nuova ondata di violenza nello stato, ed in questo contesto di deterioramento guardiamo con preoccupazione la mancanza di volontà o capacità del governo di intervenire nei conflitti, evitando di affrontarli, oppure cercando ‘soluzioni’ a breve termine e, non riuscendoci, ricorrono alla repressione contro gruppi contrari alla sua politica”.

I recenti attacchi a San Sebastián e Mitzitón “sono un’espressione di questa conflittualità sociale, ed entrambi i conflitti sono cresciuti in violenza e polarizzazione”, ed una soluzione “dialogata e pacifica è sempre più urgente”. La rete sottolinea che, nel primo caso, “i gruppi a confronto avevano stabilito meccanismi di dialogo per costruire soluzioni che garantissero l’unità dell’ejido ed il controllo delle risorse naturali a beneficio dei suoi abitanti”. Questa via negoziata si è interrotta “con l’azione unilaterale, appoggiata dal governo dello stato, di occupare con la forza il botteghino di ingresso alle cascate, reprimere una delle parti nel conflitto e condizionare la liberazione dei detenuti all’accettazione delle condizioni imposte. Invece di privilegiare il dialogo, il governo è intervenuto con la repressione ed ha finito per gestire il conflitto prendendo il controllo della zona”.

Questo metodo “è già stato usato” dai governi di Ruiz Ferro ed Albores Guillén, nella zona Nord e negli Altos. “Il risultato di questa strategia è stato un alto numero di morti, sparizioni, migliaia di sfollati e la distruzione del tessuto sociale. Ripetere questo modo di agire è un grave errore in questi tempi di crescente violenza nel paese”, conclude la Rete per la Pace.

Da parte sua, una carovana di molte organizzazioni chiapaneches di donne, dopo aver visitato nei giorni scorsi i detenuti a Catazajá, ha dichiarato: “La guerra in Chiapas non si può nascondere con promesse né con la guerra contro il crimine organizzato. La violazione dell’autonomia delle comunità fa parte delle strategie attualmente rivolte contro la resistenza organizzata di San Sebastián, Mitzitón, Tila e Chicomuselo”. http://www.jornada.unam.mx/2011/03/02/index.php?section=politica&article=021n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Nomina del direttore del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas

2 marzo 2011

Il Consiglio Direttivo del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, A.C. (Frayba), presieduto da Mons. Raúl Vera López, O.P., dopo un processo di consultazione e riflessione ha nominato Victor Hugo López Rodríguez direttore per i prossimi tre anni. Questa nomina è effettiva a partire da oggi.

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 28 Febbraio 2011

Scatena le proteste l’arresto in Chiapas degli avvocati del Centro Digna Ochoa

Hermann Bellinghausen

L’arresto in Chiapas dei tre avvocati del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa e la persecuzione al Consiglio Regionale Autonomo della Zona Costa ha generato numerose proteste su scale nazionale ed internazionale. Circa 25 organizzazioni dell’Altra Campagna, chiedendo la liberazione di questi “prigionieri politici”, fanno gravi denunce: “Il governo del Chiapas, guidato da Juan Sabines Guerrero, applica una politica aggressiva e repressiva mediante l’arresto di membri di organizzazioni e comunità indigene”.

Sostengono che, “mentre la strategia di persecuzione delle comunità zapatiste non si è fermata, agli inizi di questo mese, in chiara violazione dei diritti umani e di qualunque garanzia giuridica”, sono stati fermati ejidatarios tzeltales di San Sebastián Bachajón. Citano anche il recente attacco a componenti dell’Altra Campagna a Mitzitón “con la complicità delle autorità chiapaneche”.

Segnalano che, “mentre la retorica del governatore è piena di riconoscimenti per lo zapatismo, le sue azioni rafforzano la strategia contrainsurgente contro le sue comunità. Mentre nei discorsi il governatore nega la persecuzione e la repressione, oggi le prigioni si riempiono, per controllare e disarticolare chi lotta in maniera indipendente e si organizza. Mentre il governatore parla della riduzione della povertà, gli agenti operano per controllare e cooptare e contemporaneamente isolare chi in maniera degna e ribelle si rifiuta di essere controllato.

“Il vecchio priismo si è solo rivestito di giallo e rosso per governare alla maniera di sempre: con una mano il potere distribuisce soldi, con l’altra punisce chi si rifiuta di prenderli. Questa strategia di ‘governabilità’ si completa con l’amichevole alleanza col governo federale e l’Esercito”.

Questo 22 febbraio la persecuzione contro il Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa si è aggravata. “La sua lotta contro il caro tariffe della luce e per l’autorganizzazione di pescatori, comunità e donne, oltre ad una forte solidarietà con le lotte chiapaneche e nazionali, rappresenta ora uno degli obiettivi di questa politica repressiva. Il Consiglio è diventato un problema per il governo chiapaneco”.

Migliaia di persone si sono unite al consiglio ed ai suoi progetti, come la tortillería autonoma per far scendere il prezzo della tortilla, i corsi sui diritti delle donne, l’auto-organizzazione contro le alte tariffe.

Il Consiglio è uscito per le strade a manifestare il suo ripudio per i continui attacchi contro le comunità zapatiste, per appoggiare la liberazione dei prigionieri politici, così come altre comunità ed organizzazioni aderenti all’Altra Campagna come loro. Per questo, “il governo sa che tenere in prigione i tre avvocati Nataniel Hernández, José María Martínez Cruz ed Eduardo Alonso Martínez Silva significa colpire il Consiglio”.

Oltre a ripudiare “la strategia di criminalizzazione della protesta sociale” del governo chiapaneco “come meccanismo di controllo politico”, la persecuzione delle comunità zapatiste e gli arresti di membri della comunità di San Sebastián Bachajón, le organizzazioni chiedono la liberazione di tutti i “prigionieri politici” arrestati questo mese.

Il pronunciamento è sottoscritto da movimenti in resistenza contro l’autoritarismo di governi perredisti, come quello del Chiapas, che impongono autostrade, miniere, dighe, superstrade o repressione in Guerrero (Consiglio di Ejidos e Comunità Contro la Diga La Parota, Polizia Comunitaria e Radio Ñonmdaa La Palabra del Agua) ed il Distretto Federale (Collettivo Autonomia dei Quartieri di Magdalena Contreras, Fronte dei Popolo dell’Anáhuac-Tláhuac e Fronte Popolare Francisco Villa-UNOPII), così coome il municipio autonomo di San Juan Copala (Oaxaca), Fronte Ampio Contro la Miniera San Xavier (San Luis Potosí) e Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (stato del Messico), tra gli altri. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/28/index.php?section=politica&article=020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Una lezione ed una speranza

Luis Villoro

Per il Subcomandante Insurgente Marcos

da Luis Villoro

Febbraio 2011

Ho accettato con piacere e interesse questo scambio di scritti. Condivido la preoccupazione per la situazione che attraversa il nostro paese ed ammiro, da tempo, quello che sta facendo il movimento zapatista.

Nel 1992, due anni prima della sollevazione zapatista, ho avuto l’opportunità di scrivere un libro dal titolo El Pensamiento Moderno. Filosofía del Renacimiento, edizioni del Fondo di Cultura Economica. Rileggendolo ora, ho trovato grandi affinità con quello che l’EZLN avrebbe detto e fatto più avanti, e questo conferma le nostre coincidenze fin dall’inizio. Quello che allora pensavo oggi è diventato ancor più pertinente ed urgente che mai: l’etica e la giustizia devono stare al centro della vita sociale. Non dobbiamo permettere che politici di tutto lo spettro ideologico le espellano da lì e le trasformino in mere frasi da discorso.

Incomincerò in primo luogo a menzionare la situazione attuale: il dominio del capitalismo mondiale. Questo controlla, con alcune eccezioni, le politiche economiche che determinano la vita delle grandi maggioranze così come i mezzi di comunicazione che vogliono giustificarle. Esprime, insomma, un pensiero di dominazione.

Si tratta, in effetti, di una guerra stabilita dal potere. Si suppone sia diretta contro il narcotraffico e contro il crimine organizzato, ma è una guerra di chi detiene il potere economico senza altro progetto che accrescere i guadagni del capitale.

Guerra dall’alto, morte in basso, come lei afferma. Si esprime in un pensiero di dominazione che potrebbe condurre effettivamente alla distruzione del tessuto sociale, essenza di ogni società.

Questa è, in sintesi, la situazione mondiale. Tuttavia, possiamo segnalare luoghi in cui si scorge l’inizio di una strada verso un mondo migliore. È questa una delle principali ragioni per cui la sua esperienza continua ad essere tanto importante. Lì, in Chiapas, a partire da antiche radici indigene, dalla cosmovisione e dai vostri particolari modi di nominare il mondo, voi avete dimostrato la possibilità di realizzazione anche di valori opposti. Mentre nel capitalismo vige l’individualismo (i sacrosanti diritti individuali) in questa alternativa sorge un altro tipo di valori: valori comunitari che rispettano la persona nella sua individualità e si realizzano in una comunità. Si manifesta così, in tutta chiarezza, “l’etica del bene comune”.

In queste piccole comunità, nel sudest messicano, esiste una nuova organizzazione politica: le cosiddette “Giunte di Buon Governo” (JBG) che cercano di realizzare valori etici differenti ed anche opposti a quelli del capitalismo. Sono valori collettivi basati sull’idea di comunità o comunanza. Di fronte all’individualismo occidentale moderno propizia la proprietà comune che prospera rispetto alla proprietà privata.

Ci dà una lezione anche in ordine giuridico: rispetto alla punizione con la prigione opta per l’assegnazione di un lavoro a beneficio della comunità per scontare la pena, a differenza della reclusione nelle nostre società.

Insomma, contro l’individualismo moderno, si potrebbe ricorrere ad un’altra tradizione precedente già esistente in Indoamerica, la tradizione comunitaria. Questo è un esempio che un altro mondo è possibile rispetto alla modernità occidentale.

Un altro esempio che segna una differenza sostanziale con l’Occidente, per quanto si riferisce ai valori, è la vostra gestione di concetti contrari come vincitore-vinto, buono-cattivo, ecc. Lo spiega molto bene il paradosso della guerra zapatista che lei, Sup Marcos, segnala alla fine del suo scritto e che mette in chiaro che l’obiettivo non è vincere distruggendo il nemico, perché, in realtà, nelle guerre non si può parlare di vincitori o vinti poiché, dal punto di vista umano, per le morti, il sangue versato e la distruzione materiale, entrambe le parti risultano perdenti.

Senza parlare dei sopravvissuti. Come lei dice: “La chiave è nel fatto che la nostra è una guerra che non vuole distruggere l’avversario nel significato classico. È una guerra che vuole annullare il terreno della sua realizzazione e le possibilità dei contendenti (noi compresi)”.

Con riferimento al tema dello Stato nazionale, la cui crisi si avvertiva già da decenni – come dico a pag.153 del mio libro qui citato – “era chiaro che i problemi planetari di allora superavano la sua capacità di risolverli e, d’altra parte, non riusciva ad affrontare le complesse domande delle diverse e particolari comunità, come la crescente attività di nazionalità, etnie, comunità e gruppi sociali che affermavano la propria identità ed esigevano il diritto della diversità dentro l’uguaglianza” (parole, quest’ultime, che mostrano un’indubbia affinità coi postulati zapatisti).

“Con ciò si annunciava un cambiamento profondo nel modo di considerare il posto dell’uomo nell’ordine sociale, che non si delineava più come risultato della volontà maggioritaria di individui uguali, bensì dalla interrelazione complessa tra comunità e gruppi eterogenei. Il potere politico sarà giustificato se sancirà, insieme all’uguaglianza, la differenza.” (Idem)

In quanto al tema tanto reiterato dei “diritti umani che condensano il diritto di ogni persona a realizzarsi pienamente, sembrano ignorare che la persona non può realizzarsi in solitudine; quindi implicano il riconoscimento dei valori specifici di ogni gruppo e comunità; implicano, per esempio, il diritto delle etnie allo sviluppo autonomo della propria cultura e dei propri stili di vita” (pag.154), esattamente il motivo che ha dato luogo alla storica marcia del colore della terra nel 2001, la cui sfortunata e vergognosa conclusione anche lei menziona nella sua missiva.

Tuttavia, gli indiscutibili progressi che abbiamo potuto vedere nelle nostre diverse visite ai Caracoles zapatisti (sedi delle JBG) dal 2003, frutto dell’esercizio della propria autonomia applicata ai campi dell’educazione, salute ed auto-governo, dimostra che un altro tipo di relazione umana è possibile dove governano la fraternità, il rispetto e la fiducia. E dove è possibile esercitare un altro tipo di democrazia più autentica: la democrazia partecipata, tanto distante da quella rappresentativa che noi conosciamo.

In quanto ai processi elettorali ed ai partiti politici, posso dire che non ho nessuna fiducia. Dato che si tratta di etica e giustizia e che è necessario incarnare i valori che ci sostengono, non posso depositare la mia speranza in chi lotta indefinitamente per i suoi piccoli pezzi di potere e tralascia ogni impegno serio di occuparsi del bene comune.

I risultati prima menzionati nella zona zapatista – ed in particolare tra la gioventù – mostrano una realtà assolutamente diversa da quello che i mezzi di comunicazione vogliono mostrarci col loro silenzio circa questo movimento che ha risvegliato un’impressionante solidarietà internazionale. Conosciamo bene la continua distorsione con cui informano e con la quale occultano la costante persecuzione rivolta contro le comunità e basi di appoggio, col fine di modellare l’opinione pubblica e cancellare la sua capacità critica.

Fortunatamente con la tecnologia moderna, sono sorte alternative che stanno cambiando questa realtà: dalle reti sociali fino alle radio comunitarie, impegnate nel portare alla luce quanto taciuto e manipolato dai media di massa, che promettono il recupero del pensiero critico che oggi sembra relegato ad un stato di eccezione.

Infine, posso dire che resta una lezione ed una speranza a chi ha avuto l’opportunità di seguire da vicino la resistenza zapatista negli ultimi 17 anni, così come la trasformazione che hanno apportato nel loro territorio a partire dalla loro autonomia per costruire comunità fraterne dove la paura, che oggi invade l’intero paese, non ha possibilità. Questo costituisce una voce di speranza in momenti come gli attuali in cui il degrado e la violenza sembrano aver offuscato il nostro panorama.

Saluti e avanti.

Luis Villoro

http://revistarebeldia.org/revistas/numero77/07villoro.pdf

Read Full Post »

Scambio epistolare su Etica e Politica

L’etica ha bisogno di un luogo altro per mettere radici e fiorire

Raúl Zibechi

Febbraio 2011:
Don Raúl: Saluti. Abbiamo letto alcuni dei tuoi ultimi scritti e pensiamo di essere in sintonia. Per questo vogliamo invitarti ad unirti e a portare il tuo contributo sul tema Etica e Politica.

Un abbraccio.

SupMarcos

Su invito del SCI Marcos, dall’Uruguay, Raúl Zibechi si unisce con questa lettera allo scambio epistolare su Etica e Politica.

Lettera all’EZLN

Marzo 2011

Per: Subcomandante Insurgente Marcos – Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Da: Raúl Zibechi.

Un abbraccio alle compagne e ai compagni zapatisti da questo angolo del continente sudamericano. E un abbraccio di cuore a quelle bambine e a quei bambini che subiscono la guerra dell’alto, quella guerra alla cui direzione vanno alternandosi conservatori e progressisti, destre e pseudo sinistre che in comune hanno la propria avversione – e timore- a tutti quelli che stanno in basso. Che solamente vengono considerati come masse passive nei loro cortei, che adesso chiamano manifestazioni, e soprattutto nel sacrosanto giorno in cui si accorre alle urne.
Man mano che il mondo, il nostro continente e i nostri differenti modi di stare in basso sono sempre più colpiti dalle molteplici guerre di quelli in alto – la guerra della fame a causa della speculazione sugli alimenti, la guerra del silenzio informativo per cancellarci, la guerra delle politiche sociali per addomesticarci, e la guerra-guerra di pallottole e cannoni per eliminare ammazzando – diventa urgente tracciare “frontiere” tra i più svariati “noi” e “loro”, anche a rischio di trovarci con qualche sorpresa sgradita.
Di fronte ad ogni salto in avanti della rivolta mondiale di quelli in basso, quando moltitudini armate di pietre si scontrano con elicotteri d’attacco e cacciabombardieri, arriva il momento di chiedersi: da quale parte? con chi? Domande a cui si può solo rispondere con il cuore e il più elementare senso di solidarietà umana, anche se tutti i giorni vediamo quelli che occupano i piedistalli in alto fare calcoli di guadagni e perdite, con mediocri motivazioni utili a spiegare qualsiasi cosa perché alcune parole, come diceva León Felipe della giustizia, valgono di meno, infinitamente meno della piscia dei cani.
Quando migliaia e i milioni di persone conquistano le strade, come fecero nel gennaio 1994 in Messico e al Río de la Plata nel dicembre 2001, non bisogna far altro che festeggiare, accompagnare, lasciare le faccende del momento e uscire con loro condividendo allegria e dolore. “E dopo?”, era la domanda che ci facevano a bruciapelo intelligenti analisti e dirigenti di sinistra. Dopo, non si può sapere. L’unica cosa che possiamo dire è: adesso, e basta.
Mentre le acque sono calme, i margini per la speculazione si allargano fino a diventare oceani di discorsi; parole e ancora parole possono essere pronunciate una dopo l’altra, una e un’altra volta, perché non sono legate a fatti, azioni, decisioni, impegni. Sono, diciamo, parole. Come quelle del politico in alto, che rispondono al capriccio e all’interesse individuale.
Ma quando le acque si increspano, quando le onde esplodono in mareggiata, niente resta al proprio posto. I tempi per il calcolo e la speculazione lasciano il passo a risposte quasi automatiche, ed è lì dove ciascuno risponde secondo i valori che ha coltivato man mano. Nelle crisi, come nei naufragi, ci sono solo vie d’uscita collettive, per il semplice fatto che l’opzione individuale non contiene tutti. Questa è la prima lezione che stanno rispolverando le ribellioni che scuotono il mondo.

Un sistema in disfacimento

Possiamo fare tutti gli sforzi intellettuali necessari a comprendere quello che sta accadendo nel mondo. Raccogliere dati, classificarli, analizzarli, rapportarli, sottoporli a verifica, e così via fino a circoscrivere alcune ipotesi su ciò che chiamiamo crisi sistemica, che assomiglia sempre più a un caos sistemico.
Come capire la crisi del sistema? Dicono che ci sono leggi economiche che mostrano tendenze e segnali inequivocabili del fatto che stiamo entrando in un periodo nel quale il capitale incontra limiti per la sua accumulazione. E ci sono altre teorie che dicono che la caduta del capitalismo è inevitabile e che il mondo unipolare, cioè il mondo basato sull’egemonia di un solo paese, gli Stati Uniti, non è più sostenibile.
Secondo alcuni, e possiamo sbagliarci, quella che chiamiamo crisi sistemica, non è né più né meno che un Ya Basta! collettivo, contundente e generalizzato di quelli in basso in tutti gli angoli del mondo. Crisi è: quando donne e giovani, bambini e bambine, contadini e operai, indigeni e studenti, non non tollerano oltre e le loro battaglie si fanno così forti che quelli in alto, i padroni del capitale, cominciano a portare i soldi in posti più sicuri. E quello che provocano è un casino gigantesco nel quale i capitalisti giocano a togliersi i soldi l’un l’altro, perché quelli in basso non si lasciano più derubare e sfruttare tanto facilmente.
Giovanni Arrighi e Beverly Silver, nel loro lavoro che abbraccia cinque secoli di storia del capitalismo, “Caos e governo del mondo“, dicono che questa crisi ha una caratteristica ben diversa da tutte quelle precedenti. Adesso la lotta di quelli in basso è così potente che da sola fa entrare in crisi il sistema. Così è successo in tutta l’America latina dal Caracazo del 1989 fino alla seconda guerra del gas in Bolivia nel 2005 e alla comune di Oaxaca nel 2006. Non sono state le “leggi oggettive” a mettere in crisi la forma di dominio, ma le persone nelle strade che hanno sconvolto il modello neoliberista.
Ciò che chiamiamo crisi sistemica sembra un uragano che ci colpisce tutti e tutte. Non c’è popolo o gruppo sociale che sia al sicuro, e molti degli strumenti che hanno saputo costruire nel corso dei secoli di resistenza sono diventati inutili. Non solo le prime organizzazioni “storiche” di quelli in basso, ma anche una parte delle più giovani, i cosiddetti movimenti sociali si sono trasformati poco a poco in obiettivi essi stessi, in gruppi guidati dalla logica della sopravvivenza. Per inerzia o per quel che sia, una parte di quanto inventato per resistere non sta servendo a resistere in questo periodo in cui tutto si scompone. Perfino il nostro mondo si sta disgregando. Per questo siamo costretti a reinventare i nostri attrezzi di resistenza e i nostri mondi.
Che dire delle teorie, le ideologie, le analisi scientifiche. Le previsioni dei “narratori” sociali e politici assomigliano a quei bollettini meteorologici dove l’unica cosa cosa che azzeccano è dire a che ora spuntano il sole e la luna e tutto il resto è incerto. I “narratori” sociali, come si addice, non si fanno carico dei propri pronostici. Non mettono il corpo insieme alle analisi.
Cosa fa un marinaio quando le mappe di navigazione si mostrano sbagliate, quando le bussole e gli orologi e i sestanti non segnano più con la precisione di un tempo? E cosa fanno i ribelli sociali quando non ci si può aspettare più niente dallo Stato e dalle istituzioni, dai partiti e dalle organizzazioni che parlano di cambiamento e rivoluzione ma in realtà stanno cercando il miglior modo di accomodarsi in questo mondo?
Possiamo confidare nell’etica come supporto e guida dei nostri movimenti, delle nostre scelte e come machete per aprire sentieri?

È possibile unire etica e politica

Gli zapatisti propongono di aprire un dibattito su etica e politica. “È possibile portare l’Etica nella guerra?”, ci chiede il Subcomandante Insurgente Marcos nella sua lettera a Luís Villoro. Possiamo allargare la domanda alla politica. Etica e politica possono andare assieme? La risposta non è così evidente.
Come sarebbe? C’è chi pensa di mettere qualche dose di etica in qualcuno dei partiti che occupano ministeri? E alla Camera dei deputati e dei senatori? Quanta? Fino a riempire quante pagine di discorsi? Quale dovrebbe essere la dosi necessaria di etica per rimuovere decenni di pratiche guidate dal calcolo meschino dei benefici quantificati in incarichi, viaggi e compensi straordinari? È evidente che là in alto l’etica è il convitato di pietra o argomento di conversazione. Sono due dimensioni che vivono in mondi diversi e che non possono dialogare né capirsi.
Una notte fredda del 1995, il comandante Tacho si rivolse alla folla nella piazza di San Andrés per spiegare quello che avevano discusso quel giorno con i rappresentanti del governo durante alcune trattative che alla fine sfociarono negli Accordi di San Andrés. “Ci hanno chiesto di spiegare cos’è la dignità”, disse, provocando un terremoto di risate. Con l’etica accade qualcosa di simile. È o non è, ma non può essere spiegata, anche se ho visto intere biblioteche di libri con la pretesa di analizzarla.
L’etica ha bisogno di un luogo altro per mettere radici e fiorire. E quel luogo è in basso e a sinistra, lì dove è nato poco a poco un altro modo di fare politica, dove la parola è intrecciata alla vita e la vita è fatta di realtà che fanno male, né grandi né piccoli, le realtà quotidiane di quelli in basso. Questa politica altra, quella che nasce nel sottosuolo per restarci, la politica che non cerca scale per arrivare in alto ma ponti per arrivare ad altri in basso, e con tutti quelli in basso cerca di costruire un mondo diverso, questa politica è etica, e solo lei può esserlo.
La barca della politica dell’alto, che è la stessa politica di quelli che vogliono arrivare in alto, vicino al timone ha un bussola enorme che punta sempre verso un nord che si chiama pragmatismo o realismo. Che è l’arte di giocare con gli elementi esistenti, con la “correlazione delle forze” (il frustino più usato delle sinistre in alto), con la reale realtà. Il pragmatico e realista misura con maggiore esattezza la congiuntura, la sventra per levarle tutto il succo possibile, per giocare con lei il gioco di sistemare le pedine degli scacchi sulla scacchiera per i propri interessi nel miglior modo possibile. (Si noti che il politico in alto non fa differenza tra politica ed economia, e utilizza gli stessi concetti in entrambi gli ambiti).
Il politico pragmatico e realista, quando si sollevano i popoli, quando contro i proiettili e i cannoni del tiranno ci mettono il corpo, non si turba per il sangue sparso. Si limita a calcolare a chi può beneficiare e a chi nuocere la caduta del tiranno e il trionfo degli insorti.
Fa i suoi calcoli, con lo stesso fervore e la stessa ripugnante indifferenza con cui conta i voti elettorali.
Rinuncia, per tanto, a creare un mondo nuovo. Che non può essere la semplice disposizione delle pedine esistenti, ma un’altra cosa, un altro gioco. Amministrare le cose che esistono, giocare con le pedine del sistema, implica l’accettare le regole del sistema e quelle regole si chiamano, in secondo luogo, elezioni. In primo, sottostare alla violenza dell’alto, quello che chiamano monopolio-della-violenza-legittima. (Gli zapatisti lo subiscono quotidianamente, è violenza tout court, e non vale la pena dilungarsi ora). La politica altra, la politica etica, rifiuta le pedine e le regole del gioco che vuole farci giocare la politica dell’alto.
Con quali pedine la politica altra prepara il gioco del nuovo mondo?
Nella politica altra, la politica dal basso e a sinistra, non ci sono pedine né gioco, a meno che metterci il corpo si chiami gioco.

Etica è metterci il corpo

Gli zapatisti dicono che il pensiero critico è stato rinviato, nuovamente, dall’urgenza dei calcoli del momento. Al suo posto guadagna spazio il marketing elettorale. Pensare criticamente non è altro che pensare contro se stessi, contro quello che siamo e facciamo; non per smettere di essere e fare, ma per crescere e avanzare. Il pensiero critico non può adeguarsi al luogo cui è arrivato, per quanto interessante esso sia.
Adesso le sinistre e gli “intellettuali Petrobras” (quelli che si fanno finanziare i libri dalle multinazionali progressiste e stampano il logo dell’azienda sulla quarta di copertina), si dedicano ad abbellire le supposte realizzazioni dei governi progressisti. Il loro “pensiero critico” è più che curioso: criticano l’imperialismo del Nord, come se al Sud non esistesse, e l'”estrema sinistra” che, dicono, lavora per le destre. Intere popolazioni sono state soggiogate da Petrobras, così avida di profitti da voler diventare la prima compagnia petrolifera del mondo (già è la seconda). Questi intellettuali parlano di pensiero critico ed emancipazione, come se non sapessero che le aziende che li finanziano sono macchiate di sangue.
Per noi il pensiero critico è sempre stato e sempre sarà autocritica. È il modo di levigare quello che siamo, di migliorarci, di farci migliori, più veri. Non siamo mai soddisfatti di quello che facciamo perché vogliamo sempre andare oltre. Non per smania di perfezionismo né di risalto. Quelli in basso hanno bisogno di quel motore che è la critica/autocritica perché non possono adeguarsi al posto che occupano in questo mondo. Non è un pensiero scientifico nel senso accademico, perché non viene convalidato da altri accademici ma dalla gente comune, quelli in basso organizzati in movimenti.
Il pensiero critico è un pensiero in transito, che non ha vocazione per ancorarsi ma per stare in movimento, non solo con i movimenti. Non è fine a se stesso, perché deve servire ai più per la loro resistenza sempre impegnata ad affrontare nuove sfide. Se no che senso ha il pensiero? Non si aggrappa alle idee che ha formulato in un determinato momento, è disposto a modificarle perché non vuole avere ragione per essere più di altri, ma con tutti.
È un pensiero a cielo aperto, nasce e cresce e sente vicino agli spazi delle resistenze. Non trova posto nelle accademie e negli uffici riscaldati/condizionati, e non dipende da bilanci. Se è vero, se è sincero e impegnato, insieme alle idee e ai ragionamenti ci mette il corpo. Non pensa e invia altri al fronte, come i generali codardi degli eserciti che spendono milioni di dollari in droni, quegli aerei senza pilota che radono al suolo villaggi evitando ogni rischio per la vita di chi attacca. Per chi fa la guerra, è un videogioco: i droni vengono manovrati sugli schermi da un altro continente, per adesso gli Stati Uniti. Per chi la subisce, è il genocidio impersonale.
Il pensiero critico, che è un pensiero etico, non può essere un videogioco dove il politico mette le idee e gli altri il corpo.
Nelle ultime pagine del romanzo di Alejo Carpentier, “Il secolo dei lumi“, Sofia si lancia nelle strade di una Madrid insorta contro le truppe di Napoleone, il 2 di maggio 1807. Esteban cerca di fermarla perché sarebbe stata morte certa: cannoni e fucili contro urla e coltelli. Entrambi uscivano sofferenti dal tradimento degli ideali della Rivoluzione Francese:
– Andiamo là!
– Non essere stupida: stanno mitragliando. Non ci farai niente con quei ferri vecchi.
– Resta se vuoi. Io vado!
– E per chi vai a combattere?
– Per quelli che si sono buttati nelle strade! Bisogna fare qualcosa.
– Cosa?
– Qualcosa!

L’etica come pensiero critico e viceversa

Per navigare a favore di corrente, per lasciarsi trasportare senza sforzo, non serve né pensiero critico né etica. Che senso possono avere la critica e l’etica se tutto consiste nel seguire la corrente? Se il sentiero è già tracciato, come dice la canzone di un amico uruguayano, e non resta che seguirlo, e in più è in discesa, la critica è un impiccio e l’etica, al massimo, un ornamento. La critica ci spinge ad uscire dal sentiero, a cercare pendenze scoscese, a entrare nel fango fino alle orecchie. L’etica non può fare compromessi con il conformismo.
Lo stesso può essere detto di quelle pratiche politiche condotte da dirigenti che concentrano tutto il sapere e il potere e che devono essere seguiti ciecamente. Chi abbia conosciuto da vicino l’esperienza di Sendero Luminoso in Perù, ha potuto constatare che la relazione tra i capi “rivoluzionari” e i militanti di base riproduceva fedelmente la relazione verticale e autoritaria tra i proprietari terrieri feudali e i loro braccianti. Lì non c’è mai stato cambiamento ma mera riproduzione di relazioni di oppressione, basate sul “partito d’avanguardia” i cui timonieri navigavano sospinti dal vento della storia.
“Nulla ha corrotto la classe operaia tedesca come l’idea che essa nuota con la corrente”, scrisse Walter Benjamin nelle “Tesi sulla Storia”. Le donne e gli indigeni, che non erano contemplati in quella Storia grande, hanno fatto il loro cammino contro corrente e per questo si sono trasformati nei soggetti delle proprie vite. Sarà che la politica elettorale è fedele erede di quella tradizione conformista in cui non serve metterci il corpo ma un foglio nell’urna ogni quattro cinque anni?
Nella frase di Benjamin il soggetto non è “essa”, la classe operaia, ma la corrente storica, così come in altre esperienze è il partito o il capo supremo. L’infallibile. Quelli che come me vengono dall’esperienza marxista/maoista ne sanno qualcosa. I soggetti non sono mai stati i contadini in carne ed ossa ma il Grande Timoniere, il Libretto Rosso (o era verde?) o la dirigenza superiore. La gente comune, quella che chiamiamo sempre massa, era quello: materiale blando modellabile dalla dirigenza e/o dalla linea corretta. Nella massa non abbiamo mai saputo vedere persone, non è mai apparso un Vecchio Antonio o una bambina di nome Patricia, uomini e donne veri con pensieri, tradizioni, identità, con le quali potessimo dialogare e dalle quali imparare. I pochi nomi propri che compaiono nei principali racconti del Grande Timoniere, sono personaggi stranieri o ben altri dirigenti dell’alto. Mai la persona comune, mai quelli in basso.
Di conseguenza, ci siamo dedicati a seguire i passi dei “grandi”, di quelli veramente importanti, dei capi storici (maschi, istruiti, abili nel maneggiare la parlata corretta). Ogni frase dei dirigenti era letta e riletta fino a cavarne un senso straordinario, ogni gesto veniva studiato, ogni fotografia scandagliata e quell’esercizio – guardare sempre verso l’alto – ci ha accorciato la capacità di vedere, ascoltare, sentire l’allegria e il dolore di quelli in basso. Di tutti quelli che non avevano un discorso pulito, che non frequentavano i luoghi e le forme del potere. Essi ed esse erano tanto invisibili per i “rivoluzionari” quanto lo erano stati per i funzionari imperiali. (Se mi inoltro in questa tradizione non è perché sia eccezionale, ma perché fa male, ferisce, e mantenerne vivo il dolore è l’unica forma che conosco per non ripeterlo).
Questa dolorosa tradizione arriva fino ai nostri giorni e assume forme molto più raffinate e cortesi, impersonali e scientifiche. Tra gli accademici: cifre e dati oggettivi che nascondono gli esseri umani dietro grafici e statistiche. Non c’è qualcosa in comune tra tutti i modi di fare e di pensare che nascondono il dolore umano?
Se è certo, come dice Benjamin, che la vita quotidiana degli oppressi è uno “stato d’eccezione” permanente, e per constatarlo basta andare in una comunità indigena o in qualsiasi quartiere povero di qualsiasi periferia urbana latinoamericana, sorge un imperativo etico. Non è più possibile pensare criticamente fuori dallo stato d’eccezione, lontano dal luogo dove viene esercitato il potere nudo della violenza fisica. Per prendere distanza, per parlare in nome di quelli in basso, sono state create le agenzie per lo sviluppo. Più in là, il pensiero critico nascerà nelle condizioni che ci vengono imposte dallo stato d’eccezione, o non sarà pensiero critico.
Diranno che così si perde il distacco necessario per poter esercitare la critica. Qui c’è una differenza fondamentale, che è inerente al modo con cui si elabora la conoscenza: da dove e in quali circostanze si parla, si pensa, si scrive. Ci sono due opzioni. O quelli in basso sono un pretesto perché altri facciano politica o elaborino tesi, oppure entrambe si sviluppano in minga, lavoro comunitario, con quelli in basso. “Non vogliamo continuare ad essere le vostre scale”, gridano gli aymara boliviani ai politici dell’alto; a quelli di destra, a quelli di sinistra e adesso anche ai politici “plurinazionali”, l’ultima fauna nata per parassitare i movimenti.
La maggiore ambizione che possiamo avere come militanti, pensatori, scrittori, quel che sia… è smettere di essere quello che siamo. Che gli altri ci superino, ci sorpassino, che diventando pensatori collettivi, scrittori collettivi, militanti che comandano obbedendo, “annullino il terreno della loro realizzazione”, come dice la lettera a don Luís Villoro. Quale gioia più grande di un pensiero che lanciato al vento arrivi a rappresentare i collettivi più disparati, i quali lo amplificherebbero, arricchirebbero e modificherebbero fino a far diventare irriconoscibile la sua origine, diventando così patrimonio di tutti e tutte!
Lascio alcune idee disordinate, scritte al calore della rabbia che provoca l’impotenza di constatare come la ribellione dei popoli cerca di essere negoziata sul mercato degli interessi geopolitici.
Salute agli indigeni del Chiapas che ci insegnano che la paura può essere vinta collettivamente.

Raúl Zibechi
Montevideo, marzo 2011.

(traduzione a cura di rebeldefc@autistici.orghttp://www.caferebeldefc.org/)

.pdf dell’intervento di Zibechi in castigliano qui: http://revistarebeldia.org/revistas/numero77/09zibechi.pdf

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 27 Febbraio 2011

Sono nel carcere di El Amate, accusati di sommossa, i tre attivisti catturati in Chiapas il 22 scorso

Svolgevano azione di osservazione per possibili violazioni dei diritti umani

Gli avvocati denunciano l’uso fazioso del sistema giudiziario a scopo di intimidazione

HERMANN BELLINGHAUSEN

I tre giovani avvocati, difensori dei diritti umani, fermati a Pijijiapan (Chiapas) lo scorso 22 febbraio, sono stati rinchiusi nel carcere di El Amate, a Cintalapa. José María Martínez Cruz ed Eduardo Alonso Martínez Silva, del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa, così come Nataniel Hernández Núñez, direttore dello stesso, con sede nella città di Tonalá, sono accusati del reato di sommossa.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (CDHFBC) ha espresso la sua preoccupazione per questi arresti, eseguiti mentre gli avvocati realizzavano “attività di osservazione e documentazione di possibili violazioni dei diritti umani da parte delle autorità statali mentre si svolgeva un blocco stradale sulla strada Tonalá-Pijijiapan, nel punto conosciuto come La Pilita”. Inizialmente, la polizia federale e statale aveva fermato mezzo centinaio di manifestanti.

Al blocco, organizzato dal Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa del Chiapas, partecipavano diverse comunità dei municipi di Mapastepec, Tonalá e Pijijiapan, nel contesto delle azioni di protesta di molte organizzazioni civili, comunità indigene e contadine per chiedere la liberazione di 10 ejidatarios tzeltales, aderenti all’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, arrestati all’inizio di febbraio ed attualmente carcerati nella prigione di Playas de Catazajá.

Gli avvocati del Centro Digna Ochoa rinchiusi nel carcere di El Amate, municipio di Cintalapa, sono stati messi a disposizione del tribunale penale con procedimento 34/201. Il giudice ha ritirato le accuse di attentato contro la pace e l’integrità corporale e patrimoniale della collettività dello stato, e mantenuto solo il presunto reato di sommossa.

Il Centro Digna Ochoa da parte sua denuncia che l’arresto dei suoi compagni significa che “continua la criminalizzazione dei difensori dei diritti umani da parte del governo del Chiapas”.

La relatrice speciale sulla Situazione dei Difensori dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha dichiarato che i governi si servono dal sistema giudiziario come strumento di ostilità e punizione contro i difensori dei diritti umani. Secondo loro, la difesa dei diritti umani è un atto criminale, e “normalmente accusano i difensori dei diritti umani di reati contro la sicurezza dello Stato”.

Di conseguenza, il CDHFBC teme l’utilizzo di azioni legali contro i difensori “con l’obiettivo di vessarli giuridicamente e screditare il loro lavoro”. Pertanto, esige dal governo del Chiapas “che rispetti il suo obbligo di mettere fine a tutte le aggressione ed ostruzione al lavoro degli avvocati”.

Ricordiamo che a giugno del 2010, Nataniel Hernández Núñez era già stato oggetto di persecuzione giudiziaria, accusato di “attacco alle vie generali di comunicazione”, in relazione con altre proteste sulla costa chiapaneca. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/27/index.php?section=politica&article=017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 25 febbraio 2011

Arrestati membri del CARZCC e del Centro Digna Ochoa

Terza offensiva ufficiale contro L’Altra Campagna in Chiapas

HERMANN BELLINGHAUSEN

Con una nuova operazione repressiva iniziata martedì scorso in Chiapas contro aderenti dell’Altra Campagna, oggi si troverebbero in carcere 16 membri del Consiglio Autonomo Regionale della Zona Costa del Chiapas (CARZCC). Tra gli arrestati ci sono tre avvocati del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa, contadini e pescatori di almeno cinque comunità, appartenenti al Consiglio Autonomo Regionale. Dopo le sei del pomeriggio 13 di loro sono stati rilasciati, restano in prigione i giovani avvocati Nataniel Hernández, José María Martínez Cruz ed Eduardo Alonso Martínez Silva. che sarebbero stati trasferiti nel carcere di El Amate o in un domicilio coatto di Tuxtla Gutiérrez.

È la terza aggressione diretta contro L’Altra Campagna dall’inizio di febbraio, dopo il violento sgombero degli ejidatarios di San Sebastián Bachajón, all’entrata delle Cascate di Agua Azul (10 sono ancora in carcere con gravi accuse non provate) e l’attacco dell’Ejército de Dios a Mitzitón, con un saldo di due feriti gravi. Ora, sulla costa dello stato; lì, il CARZCC sta sostenendo una forte resistenza regionale contro gli abusi governativi.

Nel pomeriggio di oggi, il Consiglio Regionale ha sfilato nella città di Tonalá fino alla Procura di Distretto Istmo-Costa, per chiedere la liberazione degli arrestati. La manifestazione è proseguita in serata fino a bloccare per breve tempo la Panamericana.

Come riferisce lo stesso consiglio, lo scorso 22 febbraio “è stata bloccata la strada internazionale nel municipio di Pijijiapan, all’altezza di Las Pilitas, da un gruppo di 300 compagni del CARZCC che manifestavano contro le aggressioni, gli sgomberi e gli arresti avvenuti nella loro regione ed in solidarietà con i compagni di San Sebastián Bachajón e Mitzitón, con i quali condividono un sentimento di fratellanza”.

Quel giorno, verso le 16, “il blocco è stato rimosso perché a Tonalá si stava insediando un tavolo di dialogo con i rappresentanti del governo”.

Un’ora più tardi, mentre i delegati al dialogo tornavano nelle rispettive comunità, “avvenivano gli arresti da parte della PF aiutata dall’AFI, che durante il blocco, con l’aiuto di un elicottero della presunta Protezione Civile, aveva individuato i suoi obiettivi”.

Il consiglio riferisce che i fermi “sono stati indiscriminati ed hanno coinvolto perfino donne e minori, che più tardi sono stati fatti scendere dai camion a suon di spintoni e insulti”. Davanti a questi fatti, il direttore del Centro Digna Ochoa, Nataniel Hernández, insieme a Martínez Cruz e Martínez Silva, si sono presentati al blocco, “per scoprire che quelli del CARZCC erano stati circondati, impedendo loro di tornare a casa”. In quel momento gli agenti di polizia hanno fermato oltre 50 persone trasferendole su otto camion alla Procura Regionale Istmo Costa di Tonalá. Anche se durante il tragitto “lasciavano andare donne e bambini”, alla stazione di polizia sono arrivati anche due minorenni.

Ai fermati, coloni di La Central, Joaquín Amaro, El Carmen, Mapastepec e Tonalá, non sono state rispettate le garanzie legali ed il diritto di difesa, prosegue il CARZCC, “cosa che ha dato origine ad un presidio” per chiedere la loro liberazione. Diciannove di loro sono stati portati al comando di polizia, e 16 sono rimasti in custodia. Dopo ore “di attesa e mancanza di informazioni” si è saputo che gli avvocati dei diritti umani, che non sono stati rilasciati, sono stati accusati di: attacco alle vie di comunicazione, ammutinamento e cospirazione.

Si vogliono criminalizzare i difensori del centro Digna Ochoa come “massimi rappresentanti del movimento”, quando la loro funzione, segnala il consiglio, “è stato proteggere le garanzie delle comunità nel corretto esercizio delle loro funzioni, che dovrebbe essere la regola visti i tempi che corrono, poiché il governo utilizza la vecchia politica di ‘si el mensajero es malo, muerte al mensajero’” .

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada- Venerdì 18 febbraio 2011

Le donne del Chiapas sostengono gli indigeni arrestati dell’ejido di San Sebastián Bachajón

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 17 febbraio. Collettivi di donne indigene organizzate della zona nord dello stato, comprese le appartenenti agli ejidos San Sebastián e San Jerónimo Bachajón, hanno manifestato il loro appoggio ai 10 arrestati di  San Sebastián Bachajón accusati di crimini che assicurano non aver mai commesso, ed hanno rivolto un eloquente messaggio al governo statale per chiedere la loro immediata liberazione.

“Non vogliamo centri turistici sulle nostre terre”, dicono. “Non vogliamo la privatizzazione della terra e delle risorse naturali, né minacce e repressione nelle nostre comunità. Non vogliamo divisioni e scontri per colpa vostra, e neanche la vostra compassione, ma il vostro rispetto. Non potete cacciarci dalle nostre terre, le coltiviamo e le difenderemo perché ci danno da mangiare e da vivere”.

Appartenenti ai collettivi Las Gaviotas, Las Golondrinas, Las Palomas, Las Colibrí, Mujeres de Johosil, ed all’Altra Campagna e donne comuni, le donne tzeltales e choles hanno dichiarato: “Sappiamo degli incidenti del 2 febbraio tra gruppi dell’Altra Campagna e del PRI (e PVEM) per la presa del botteghino per l’ingresso alle cascate di Agua Azul, e del morto, dei molti feriti e 117 fermati, dei quali 10 ora sono in carcere nella prigione di Playas de Catazaja”.

Respingono “la grave repressione contro i nostri compagni e compagne dell’Altra Campagna, e sappiamo che l’obiettivo del governo è comprare tutti e tutte, dividerci e impadronirsi delle nostre terre, ma non lo permetteremo”.

Avvertono il governo del Chiapas che continueranno ad organizzarsi “come donne nella difesa della nostra terra e della nostra dignità”. E gli dicono: “Deve capire che noi viviamo di quello che coltiviamo e la terra è la radice di una vita degna per noi e le nostre famiglie. Vogliamo una proprietà familiare e che le autorità siano del popolo, che rispettino quello che decide il popolo e la sua maniera di organizzarsi”.

In riferimento ai problemi legati alla situazione attuale, che hanno causato la repressione contro gli ejidatarios di San Sebastián perché si oppongono ai progetti di sviluppo turistico e riconversione produttiva, le donne organizzate dicono: “Non vogliamo più l’alcolismo nella nostra comunità, perché genera violenza verso le donne; non vogliamo che il governo dia il permesso di vendere alcool nelle comunità. Esigiamo rispetto e giustizia per i nostri popoli indigeni. Che la smetta di farci firmare accordi per la privatizzazione della terra. Sappiamo che abbiamo dei diritti e li difenderemo. Che smetta di dividerci. Sappiamo che i progetti e i programmi di governo servono per dividere le nostre comunità, affinché tra noi, uomini e donne indigene ci scontriamo”.

La Jornada ha potuto osservare un’alta incidenza di alcolismo e tossicodipendenza nel centro Alan Sacum, uno dei villaggi di San Sebastián Bachajón, dove il gruppo filogovernativo tiene le famiglie sotto la paura, e nei giorni scorsi ha obbligato molte di esse a firmare i verbali che hanno permesso al governo di ottenere un “accordo” sul botteghino di ingresso alle cascate di Agua Azul, cosa che contravviene la volontà degli ejidatarios aderenti all’Altra Campagna.

I collettivi chiedono il rispetto per le loro forme di organizzazione e decisione: “Non vogliamo che la Procura Agraria ci imponga le autorità nell’ejido. Vogliamo un commissario che rispetti la lotta per la difesa della nostra terra, perché anche i compagni dell’Altra Campagna stanno lottando per difenderla dalla privatizzazione”.

Chiedono che si garantisca il rispetto del diritto delle donne alla terra: “Che si ascolti la nostra parola nelle assemblee, perché la terra è anche nostra: l’abbiamo ereditata dai nostri nonni e nonne ed abbiamo il diritto anche di decidere riguardo ad essa, perché la coltiviamo. Che si fermi la repressione, le vessazioni e la violenza verso uomini e donne, non vogliamo più la presenza di militari e poliziotti nelle nostre comunità. Vogliamo dire al governo che come donne siamo organizzate, siamo forti e non saranno né le minacce né i progetti a fermarla”.

Hanno manifestato per la liberazione dei prigionieri di San Sebastián anche altre organizzazioni comunitarie, quali Pueblos Unidos por la Defensa de la Energía Eléctrica a Tila ed il Consejo Regional Autónomo de la Región Costa, tra gli altri. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/18/index.php?section=politica&article=024n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Giovedì 17 Febbraio 2011

I genitori Jyri Jaakkola chiedono di far luce sulla sua morte e chiedono al Parlamento Europeo di vigilare

Víctor Ballinas

I genitori di Jyri Jaakkola, attivista finlandese ucciso il 27 aprile 2010 insieme all’attivista per i diritti umani Bety Cariño, quando il convoglio umanitario su cui viaggiavano è stato sulla strada per San Juan Copala, Oaxaca, hanno riferito che funzionari della Procura Generale della Repubblica (PGR) e della segreteria degli Interni e degli Esteri “si sono impegnati a completare l’indagine sull’omicidio a breve termine”.

David Peña, avvocato che si occupa di questi crimini, e il direttore di Amnesty International in Messico, Alberto Herrera, hanno espresso la speranza che l’inchiesta si concluda prima del primo anniversario della morte di Jyry e Bety Cariño, ed hanno chiesto che “questi due omicidi non restino impuniti”.

I genitori del giovane finlandese assassinato nel 2010, hanno detto in una conferenza stampa: “Martedì abbiamo incontrato i funzionari degli Affari Esteri, PGR e di governo, e siamo stati accompagnati dall’avvocato David Peña, da funzionari dell’Ambasciata di Finlandia e dell’Unione europea in Messico per conoscere lo stato delle indagini, ed abbiamo chiesto protezione per i testimoni degli omicidi e per i sopravvissuti all’agguato, perché è cruciale che vengano protetti”.

Eeve e Raimo Jaakkola hanno dichiarato che “chiederanno al Parlamento Europeo di inviare in Messico una missione di ispezione per dare continuità al caso. Ci troviamo in Messico per aggiornare il caso e presentarlo al Parlamento”.

Peña ha ricordato che “dai primi giorni dell’omicidio di Jyri e Bety Cariño, la procura di Oaxaca ha rinunciato alla facoltà di investigare mandado il caso alla PGR. Dai primi giorni di maggio del 2010 dei testimoni hanno dato forza alle indagini, ma vediamo che ci sono problemi di incapacità di indagare da parte della PGR”. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/17/index.php?section=politica&article=021n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Scambio epistolare su Etica e Politica

La guerra, la politica e l’etica

Riflessioni su una lettera

Carlos Antonio Aguirre Rojas

Febbraio 2011:

Don Carlos: Saluti. Le allego la prima lettera di uno scambio epistolare su Etica e Politica. Vogliamo invitarla ad unirsi e a portare il suo contributo su questo tema. Un abbraccio. SupMarcos.

(Ringrazio il SCI Marcos dell’invito a partecipare a questo scambio epistolare su un tema vitale come quello che tratta nella sua bella lettera a don Luis Villoro)

“E si tratta proprio di questo, che la parola vada e venga (…) e non importa se qualcuno la raccoglie e la rilancia (è per questo che sono fatte le parole e le idee)”.

(SUBCOMANDANTE INSURGENTE MARCOS, APPUNTI SULLE GUERRE, FEBBRAIO 2011)

Il contesto di uno scambio epistolare

Il testo del Subcomandante Insurgente Marcos intitolato “Appunti sulle guerre”, pensato per dare inizio ad uno scambio epistolare con Luis Villoro, ha l’esplicita pretesa di suscitare una riflessione più approfondita che ci aiuti a capire “quello che accade in Messico e nel mondo”. E lo fa, in particolare, dal singolare osservatorio dei vincoli che si stabiliscono tra la politica e l’etica, tra l’etica e la politica e, quindi, dal punto di vista di come viviamo oggi e di come assumiamo entrambe le dimensioni della realtà e anche di come da lì si generano le resistenze sociali in generale e la resistenza neozapatista in particolare.

Quindi, per dare la giusta la rilevanza a questo testo, è importante ricordare brevemente la storia che lo precede immediatamente, e da lì le circostanze in cui ora si presenta. Perché dopo il rapido ed enorme successo che ebbe l’iniziativa dell’Altra Campagna, durante il 2006 e il 2007, e come risposta all’imponente costruzione di una vasta Rete Nazionale di molteplici ribellioni che si articolarono nell’Altra Campagna, il governo di Felipe Calderón non trovò altra via d’uscita che quella di moltiplicare e aumentare in maniera considerevole l’attacco e l’aggressione alla basi d’appoggio e alle comunità indigene neozapatiste dello stato di Chiapas, perseguitandole allo stesso tempo attraverso diversi partiti politici (tra questi il PRD di Chiapas), l’azione contro-insurrezionale e ipocrita del governo statale chiapaneco, l’aumento delle truppe e delle attività militari dell’esercito federale, l’azione ogni volta più aperta e provocatoria dei gruppi paramilitari come la OPDDIC e altri simili.

Così, nel dicembre 2007, i compagni neozapatisti decisero di ritirarsi nei propri territori, per riorganizzare le basi d’appoggio e tutte le comunità neozapatiste, in maniera che fossero pronte a far fronte e rispondere, nel caso fosse necessario, a questa nuova e criminale offensiva del governo.

Con ciò, il processo già avviato della discussione e costruzione, dal basso e a sinistra, del Programma Nazionale di Lotta, che dovrà nascere dalle discussioni delle centinaia e migliaia di movimenti, collettivi, gruppi e individui che formano l’Altra Campagna, in quel momento è rimasto semi-posticipato e semi-sospeso, e si è aperto un tempo di attesa, interrotto solo per il Primer Festival de la Digna Rabia nel gennaio 2009 e durato tre anni che, speriamo, finisca ora con questa lettera e con questo sforzo di riflessione su ciò che oggi avviene nel nostro paese e in tutto il mondo.

E sebbene durante questi tre anni l’Altra Campagna abbia proseguito il suo paziente lavoro continuando a sviluppare molteplici lotte locali e regionali e continuando a tessere e alimentare quella diversa e multicolore Rete Nazionale Anticapitalista dei movimenti e delle organizzazioni che lottano in basso e a sinistra, al contrario, il lavoro sulla costruzione del Programma Nazionale di Lotta è diminuito considerevolmente o, in alcuni casi, è stato addirittura sospeso del tutto.

Perciò, è significativo che questo scambio epistolare, pensato per riflettere sulla situazione presente del Messico e del mondo, ruoti attorno alla relazione tra etica e politica. Perché, a nostro avviso, è da questa relazione che può trarre adeguatamente fondamento l’attività dell’Altra Politica rivendicata e sostenuta dall’Altra Campagna, Altra Politica che, riprendendo la costruzione del Programma Nazionale di Lotta e la riarticolazione del movimento nazionale anticapitalista dell’Altra Campagna, ricomincerà speriamo molto presto, con nuova forza ed energia, il processo interrotto poco più di tre anni fa. Per questo, crediamo, è importante pronunciarsi su questa lettera recente scritta dal Subcomandante Insurgente Marcos.

Guerra e politica nel secolo XXI

“E a questo punto, invertendo la proposizione di Clausewitz diremmo che la politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi”.

(MICHEL FOUCAULT, PRIMA LEZIONE DEL CORSO AL COLLÈGE DE FRANCE, GENNAIO 1976)

Leggendo le riflessioni contenute nel testo “Appunti sulle guerre”, viene subito alla mente la tesi che postulò Michel Foucault invertendo la classica frase di Karl Clausewitz, nel libro Della Guerra, per affermare che “la politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi”. Perché se alla base di tutte le società capitaliste contemporanee – per limitarci solamente ad un unico esempio – vi è una chiara e cruda guerra tra le classi principali opposte di questa società, allora una delle funzioni centrali della politica capitalista sarà precisamente quella di prolungare, occultandola e attenuandola, questa guerra costituente tra sfruttatori e sfruttati, tra oppressi ed oppressori, tra classi e gruppi egemonici e gruppi e settori subalterni di questa stessa società capitalista.

Per questo Foucault afferma che la politica è una sorta di “guerra silenziosa”, o in forma moderata, presentabile e più o meno sopportabile, della suddetta guerra o lotta di classe costituente e originaria. Tesi provocatoria e suggestiva dell’autore de Le parole e le cose, che a nostro avviso è facilmente compatibile con la concezione di Marx sulla centralità strutturale e sul carattere costituente della lotta di classe nell’epoca capitalista, e che nemmeno si allontana troppo dalla tesi sostenuta da Walter Benjamin, quando nel testo Sul concetto di storia afferma che “la tradizione degli oppressi ci insegna che lo ‘stato d’eccezione’ in cui viviamo oggi è in realtà la regola”.

Allora, se la politica capitalista è stata, per cinque secoli, questo avatar mistificatore e addolcito della guerra reale, dobbiamo chiederci perché e in quali condizioni questa politica è tornata a vestire, in tempi recenti, la sua forma originaria di guerra aperta e spietata. E la risposta a queste domande, dal nostro punto di vista, risiede in un doppio processo che, a partire dalla congiuntura iniziata con il doppio crack del 1968 e del 1973 e arrivata fino al giorno d’oggi, vive l’umanità tutta e l’intero sistema mondiale capitalista, doppio processo della crisi terminale del capitalismo mondiale, ma anche e oltre ciò, tra altri processi fondamentali sottostanti questa crisi terminale, il processo della morte stessa dell’attività umana della politica.

Così, come Marx sostiene in Miseria della filosofia, con la fine del capitalismo termina anche li lungo ciclo della storia delle società divise in classi sociali, e con esso termina anche la lotta di classe stessa come principio strutturale e organizzatore delle società umane. Ma concludendosi la lotta di classe, e scomparendo con essa le classi sociali stesse, scompaiono anche lo Stato e i partiti politici e allo stesso modo le classi politiche di qualsiasi sorta, insieme alla super struttura politica nel suo complesso. Con ciò, il “politico” si estingue per sempre, per essere di nuovo riassorbito dal sociale, sfera da cui derivò in maniera parassitaria 2 mila e 500 anni fa, e da cui finì per separarsi poco a poco.

Entrando così in questa tappa della crisi terminale del capitalismo, entriamo simultaneamente nella tappa della crisi, anch’essa ultima e definiva, della politica in quanto forma di espressione deformata e parassitaria della peculiarità del sociale, e in quanto attività umana in generale. E naturalmente, se assumiamo che il capitalismo è entrato nella sua fase terminale, ciò non significa che collasserà da solo, né che dobbiamo sederci ad aspettare il passaggio del suo cadavere, ma semmai che il nostro impegno di lotta raddoppia e diventa più complesso, poiché adesso non solo dobbiamo lottare per distruggere e seppellire il capitalismo che ancora subiamo a livello mondiale, ma anche lottare per cominciare a generare, qui ed ora, le premesse dei nuovi mondi e delle nuove relazioni sociali con cui dovremo sostituire il capitalismo di oggi in crisi.

Per ciò, questa doppia crisi terminale del capitalismo come sistema storico e della politica come forma classista separata di espressione dello stesso potere sociale, è forse quella che spiega il perché, in tempi più recenti, la politica cominci a degradarsi e perdere pezzi da tutte le parti, oscillando, a seconda delle circostanze storico-concrete di ogni paese, tra la forma cruda e spietata della guerra diretta tra classi e gruppi sociali, e la sua antica forma, sempre meno credibile e sempre più instabile, di guerra silenziosa, attenuata e fino ad un certo punto persino tollerabile e presentabile. Oscillando cioè, rapidamente e instabilmente, dalla politica cruda e guerrafondaia di Bush fino alle guerre ipocrite di Hillary Clinton e Barack Obama, o dal bellicismo ridicolo di Silvio Berlusconi o José María Aznar al bellicismo vergognoso e moderato di Romano Prodi o di José Luis Zapatero.

Oscillazione costante e caotica che nel caso del Messico diventa oltretutto singolare, da un lato per la frode gigantesca del 2006 e per la simultanea illegittimità assoluta di Felipe Calderón, e dall’altro il crescente fermento sociale di contestazione e ribellione delle classi subalterne messicane, quelle che lentamente ma costantemente hanno maturato una situazione che oggi è solo paragonabile alla vigilia del 1810 e del 1910, cioè, a una situazione di un vicino e imminente scoppio sociale di enormi proporzioni.

Così, l’attuale guerra di Felipe Calderón in realtà sono due guerre simultanee, o forse una sola, ma estesa su due fronti molto diversi tra loro. Il primo è quello della guerra contro il popolo messicano, popolo degno e ribelle, organizzato oggi nel movimento pacifico nazionale anticapitalista dell’Altra Campagna, e che si prepara con cura e attenzione all’imminente arrivo dell’anno 2010 storico, non cronologico. Anno 2010 storico in cui l’orologio messicano dovrà mettersi al passo con l’attuale orologio latinoamericano, dove i movimenti sociali degli ultimi anni pacificamente rovesciano presidenti e governi illegittimi e antipopolari, oggi ancora per dar spazio ai tiepidi governi socialdemocratici di Lula, Hugo Chávez, Evo Morales o Rafael Correa, ma molto presto, domani, per instaurare nuovi governi che realmente “comandino obbedendo” a partire dalla logica del vero autogoverno popolare.

Primo fronte della guerra di Calderón, contro tutte le classi sociali e i gruppi subalterni del Messico, che spiega il perché dell’estesa criminalizzazione della protesta sociale e la sistematica politica di diffusione della paura tra la popolazione in generale con lo scopo di inibire il crescente malcontento e l’organizzazione ogni volta maggiore dei popoli del Messico, così come si è reso evidente nelle recenti esperienze di Atenco e della APPO in Oaxaca, e in Chiapas dal 1994, ma anche dei nuovi Chiapas, Oaxaca e Atenco che proprio ora nascono in tutta la geografia messicana e che molto presto dovranno certamente irrompere sulla scena nazionale.

Però, un secondo fronte della guerra attuale di Felipe Calderón, o forse una seconda guerra, è quella che scatena verso altri settori delle classi dominanti, in un contesto dove il dominio di classe stesso comincia a sgretolarsi, arrivando così alla situazione prevista da Lenin in cui “quelli in basso non vogliono più vivere alla vecchia maniera e quelli in alto non possono più conservare e riprodurre quella maniera vecchia di dominio”. Contesto di crisi profonda dei meccanismi di potere sulle classi subalterne, nel quale, inoltre, i diversi settori o frazioni di questa classe dominante messicana si giocano apertamente il controllo dell’affare oggi più redditizio in Messico, e anche in molte altre parti del mondo, che è il business del traffico illegale di droga, nel nostro caso, dal Sudamerica verso gli Stai Uniti e l’Europa.

Poiché dietro il reale bagno di sangue in cui Calderón ha sprofondato tutto il Messico, ciò che si distende è anche la lotta per la costruzione di un possibile monopolio unico e centralizzato, come ogni monopolio, per l’espansione del traffico illegale di droga. E se nel Medio Evo, come ha ben spiegato Norbert Elías, i prìncipi lottavano tra loro all’interno di un cruento e radicale processo di selezione e affermazione del più forte su tutti, diventato poi Re, e che dal suo principato costruì l’allora emergente nuova nazione, subordinando e annettendo tutti i prìncipi e principati vicini, così, oggi i cartelli messicani della droga si combattono per provare a definire chi tra essi potrà essere all’altezza, eventualmente e nell’ipotetico caso che questa lotta possa realmente condurre a ciò, di quel monopolio esclusivo dei circuiti commerciali del narcotraffico che attraversano i territori e le acque del nostro paese.

Lotta o concorrenza “intercapitalista” tra i distinti cartelli messicani, che non si sviluppa solo a livello sociale, pratico e militare, ma anche dallo Stato, nello Stato e attraverso lo Stato dei distinti livelli, corporazioni, gruppi e sfere dell’intero apparato statale messicano. Lotta estremamente violenta, sanguinosa e spietata, vera guerra senza quartiere, secondo fronte della guerra di Felipe Calderón in terra messicana.

E se la politica attuale si trova nella sua crisi terminale, oscillando dalla forma “moderata” e “presentabile” alla forma cruda e spietata della guerra aperta e diretta, questa crisi si esprime allora a tutti i livelli e in tutti i settori che compongono la politica contemporanea permettendoci di comprendere fenomeni mondiali, presenti anche in Messico, come quelli dei governi delegittimati e totalmente separati dalle proprie popolazioni, cosa che oggi si dimostra in maniera clamorosa in tutto il mondo arabo, ma anche e sempre più in Europa e da tempo in America Latina, ecc. E questo avviene insieme allo sviluppo di quello che Immanuel Wallerstein ha chiamato un chiaro “antistatalismo diffuso”, il quale fa in modo che l’insieme delle popolazioni del pianeta non abbiano più fiducia nei rispettivi Stati e nella loro attività anomala, così come nella possibilità di ottenere da essi nuove conquiste o istanze. E tutto questo, al di là dei governi, delegittima la stessa istituzione statale in tutto il mondo.

Però, allo stesso modo e oltre questa crisi dei governi, e ad un secondo livello anche degli Stati, vi sono un disfacimento e un degrado generalizzati di tutte le classi politiche del mondo intero, cosa che in Messico diventa evidente con la vergognosa controriforma indigena del 2001 e che, ad esempio, in Argentina diede vita all’emblematico grido “Andatevene via tutti”, indirizzato precisamente a tutto l’insieme della classe politica argentina. Alla fine, e oltre la crisi di questi tre livelli, si consuma anche la crisi del potere politico stesso e, soprattutto, la messa in discussione radicale della separazione tra potere sociale e potere politico, messa in discussione che avanza per vie molteplici, e che in termini positivi ha prodotto l’inizio della rottura e del superamento di questa separazione, ad esempio, tra i tanti casi, nelle recenti esperienze delle Giunte di Buon Governo neozapatiste, negli Insediamenti dei Sem Terra e anche nei quartieri piqueteros genuinamente autonomi dell’Argentina.

Con ciò, e partendo da questa molteplice crisi dei quattro livelli della politica e del politico, si può comprendere il fatto, segnalato a suo tempo da Gramsci, che nelle condizioni attuali, l’egemonia politica delle classi dominanti traballa e il suo baricentro oscilla, in generale, dalla ricerca soprattutto del consenso all’esercizio, invece, del crudo e brutale dominio oggi.

In questo modo, tutte le classi politiche del pianeta, muovendosi verso una situazione ogni volta più vicina a quella di un “dominio senza egemonia”, come il celebre titolo del libro di Ranajit Guha, fanno in modo che anche il consenso e la fabbrica del consenso si trasformino radicalmente, diventando più fragili, più effimeri, più strumentali e molto più funzionali. Per questo, la filosofia e l’ideologia possono oggi essere sostituite dal lavoro dei mezzi di comunicazione di massa, che non hanno più il compito di creare, come era prima, consensi stabili, più o meno duraturi, validi per periodi di dieci, venti, trenta o cinquanta anni, ma semmai oggi devono solo fabbricare consensi veloci ed effimeri e addirittura, a volte, si accontentano di fabbricare il consenso passivo e momentaneo ma sufficiente delle grandi maggioranze, così che lascino passare senza gran protesta questo o quel torto, questo o quell’errore delle classi dominanti.

Si tratta allora della creazione di un “consenso” effimero o puramente funzionale, valido esclusivamente per una sola azione o, forse, per una breve congiuntura di mesi o pochi anni, come dimostrano a livello mondiale la giustificazione dell’invasione dell’Iraq o, più recentemente, la gestione della crisi di fine 2008, che vogliono farci credere essere terminata, quando appena si trova al suo vero inizio. Ma anche in Messico, come dimostrano le campagne elettorali di turno o le repressioni ad Atenco e Oaxaca nel 2006 o, attualmente, il vergognoso e spudorato favoreggiamento e occultamento della guerra ad alta intensità, del governo di Chiapas e del governo federale, contro le degne comunità indigene neozapatiste.

I limiti della guerra: la resistenza e l’etica

“Il guerriero deve esistere per il bene dell’umanità, per questo vive, per questo muore”.

(ELÍAS CONTRERAS, L’ETICA DEL GUERRIERO, 2006 CIRCA)

La guerra è senza dubbio un affare florido per i fabbricanti di armi, cioè, per il complesso industriale-militare degli Stati Uniti e anche di Inghilterra, Francia, ecc. Anche la distruzione di un paese è un buon affare per quelli che vogliono impossessarsi di quel territorio e riordinarlo a piacimento e secondo i propri interessi.

Tuttavia, al di là di questo complesso industriale-militare, la guerra non è un così buon affare per l’industria multinazionale non militare. Per questo A George Bush succede, circondato da false illusioni, Barack Obama, mentre Tony Blair viene rimpiazzato, senza illusione alcuna, da Gordon Brown. Perché il limite ultimo delle guerre, a rigor di logica capitalista, si attiva nel momento in cui le perdite cominciano a superare i profitti. E allora, quando le “sacche nere” dei propri cadaveri oltrepassano la soglia di ciò è che ancora tollerabile per la maggioranza della popolazione dello stesso stato aggressore, la guerra per il controllo di una nazione diventa difficile.

O anche quando la lotta intercapitalista per il controllo del monopolio di un affare succulento, ad esempio il traffico illegale di droga, comincia a paventare il possibile risultato del totale annientamento di tutte le parti in lotta.

Così come, quando la guerra della classe dominante contro le classi oppresse rischia di spezzare ogni equilibrio possibile e scatenare senza freno la risposta radicale e organizzata delle “moltitudini plebee”.

E anche se è ancora vero che il penultimo capitalista venderebbe la fune per impiccare l’ultimo capitalista, è anche chiaro che oggi, in Messico, un settore sempre più grande della stessa classe dominante, degli imprenditori e dei ricchi messicani, è già stanco della guerra di Felipe Calderón e considera assurda la sua strategia sanguinosa nell’affrontare le dispute intercapitaliste e interclassiste di quella stessa classe dominante nazionale, e anche la sua guerra di criminalizzazione assoluta di qualsiasi forma di protesta sociale.

D’altra parte, il limite della guerra permanente di classe e dei torti, velati o espliciti, della classe dominante verso le classi subalterne è sempre stato e continua ad esserlo oggi quello della resistenza popolare. Resistenza delle classi subalterne che, in Messico come in America latina e in tutto il mondo, cresce giorno dopo giorno come una sempre più degna rabbia mondiale, sempre più organizzata, nell’Altra Campagna come nei movimenti genuinamente antisistemici dell’America Latina e di tutto il mondo.

Per questo, di fronte alla crisi terminale della politica capitalista attuale e di fronte anche al disfacimento progressivo ed evidente della classe politica stessa in generale, la resistenza popolare contrappone e rivendica un’Altra Politica, una politica molto altra, che in fondo e a nostro avviso, non è altro che una forma storica di transizione verso la completa estinzione e scomparsa di qualsiasi politica possibile, verso la morte della politica, sia sotto forma addolcita e ancora presentabile, sia secondo la modalità guerrafondaia e spietata, e anche verso il completo riassorbimento di questa politica e delle sue funzioni legittime da parte del potere sociale e della sfera stessa del sociale in generale.

Un’Altra Politica che, naturalmente, può esistere solo se si unisce nuovamente con l’etica.

Perché la politica stessa, nel suo lungo corso secolare e millenario, dai tempi dell’antica Grecia fino ad oggi, andò poco a poco adottando un carattere di politica classista, allo stesso tempo che si separava dal sociale e si trasformava in una attività sempre più funzionale, pragmatica e strumentale. E questo processo che separa la politica dalla società divorzia in gran parte anche dai criteri sociali, dai principi etici e dalle cosmovisioni culturali più universali, così da far predominare i criteri di efficienza, i principi pragmatici e le concezioni più pratiche e strumentali.

E questi processi, che si dispiegano in tutta la storia delle società divise in classi sociali, si accentuano enormemente e raggiungono il culmine nella società capitalista. Per questo, la politica capitalista è una politica pragmatica, che pensa sia corretto scegliere tra due mali, optando per il presunto “male minore”, essendo inoltre una politica lontana dalle profondità della storia e della memoria, che vengono degradate e trasformate in semplici strumenti di legittimazione del proprio fare, impoverite a memoria e storia ufficiali, cioè, memoria glorificatrice del potere e storia dei vincitori.

Inoltre, e secondo la stessa logica, pensando che sia vero che il fine giustifica i mezzi, difendendo e affermando che è corretto dire che ciò che non è esplicitamente permesso è permesso, la politica capitalista è una politica lontana dall’etica, dalla morale e dalla vera giustizia. Politica capitalista lontana dal sociale, dalla storia e dall’etica, a cui naturalmente si contrappone l’Altra Politica, quella che rivendica apertamente la propria riconnessione e il vincolo stretto con il sociale, con la memoria e con la storia, e anche con la morale e l’etica.

Ma non con l’etica cristiana né con la morale religiosa, piuttosto con l’etica e con la morale popolari, con quello che lo storico Edward Palmer Thompson chiama precisamente “l’economia morale della moltitudine”. Un’etica popolare che è frutto del sapere popolare decantato nei millenni, sapere che, ad esempio, si manifesta nei discorsi e nelle posizioni del Vecchio Antonio e che riproduce anche i codici principali della cultura popolare, così brillantemente spiegati da Michail Bachtin, codici che stabiliscono quello che dal punto di vista delle classi subalterne è accettabile o non accettabile, ma anche ciò che è corretto e non corretto, quello che è etico e al contrario deve essere condannato eticamente.

Etica popolare la cui bussola più importante è quella del principio, a volte rivendicato da Mao Tse Tung, di “Servire il popolo”. O anche, quello che Elías Contreras teorizza per l’etica del guerriero, cioè “esistere per il bene dell’umanità”. Perché, se come stabilì Engels, l’etica e la morale sono sempre costruzioni storiche specifiche e non principi generali dalla validità atemporale, allora, in queste condizioni specifiche della crisi terminale del capitalismo e dell’attuale morte dell’attività politica, l’etica che deve alimentare L’Altra Politica è necessariamente l’etica di servire il popolo, di cercare la sua definitiva liberazione ed emancipazione, di perseguire il bene dell’umanità intera e di essere disposti per essa a vivere e anche morire.

Etica delle classi subalterne che, sulla stessa linea di servire il popolo e cercare il bene dell’umanità, deve sempre anteporre il “noi” all’”io”, superando l’egoismo possessivo del capitalismo e promuovendo, qui ed ora, la ricostruzione di nuovi vincoli comunitari e di nuove forme di comunità. Cosa che, nei fatti, comincia già a materializzarsi nelle Giunte di Buon Governo neozapatiste, in alcuni quartieri argentini di piqueteros, negli Accampamenti e Insediamenti del movimento brasiliano dei Sem Terra, o in alcune comunità indigene radicali dell’Ecuador o della Bolivia.

Morale ed etica di quelli in basso, che rinuncia alle ricompense materiali, ai benefici personali e individuali, materiali e simbolici, per sostituirli con la semplice “appagamento del dovere compiuto”, in una logica che, ancora una volta, cerca di trascendere, qui ed ora, la logica perversa del capitalismo di avere e possedere, affermando di fronte a essa la logica più profonda e duratura dell’essere. Cosa che allo stesso modo diventa realtà già ora nelle diverse esperienze dei movimenti antisistemici dell’America Latina appena sopracitati.

Etica degli oppressi, che ancora deve essere approfondita e sviluppata ampiamente, e che si esprime molto chiaramente, tanto nei sette principi dell’”Etica del Guerriero” copiati nel suo quaderno da Elías Contreras, come anche nei sette principi del Buon Governo neozapatista. Principi che, in maniera diretta, alimentano e articolano non solo l’Altra Politica neozapatista, ma anche l’importante, degna ed esemplare resistenza di quello stesso neozapatismo messicano che ventisette e diciassette anni dopo, non si arrende né si svende, ma con dignità resiste ancora e ancora combatte.

Città del Messico, 7 di marzo 2001.

(traduzione a cura di rebeldefc@autistici.org – http://www.caferebeldefc.org/)

.pdf dell’intervento di Aguirre Rojas in castigliano qui: http://revistarebeldia.org/revistas/numero77/08aguirre.pdf

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 16 febbraio 2011

Felipe Arizmendi: Porterà altri scontri il mancato riconoscimento degli Accordi di San Andrés

Per gli zapatisti sono vigenti, dice il vescovo a 15 anni dalla loro firma

Elio Henríquez. Corrispondente. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 15 febbraio. Gli accordi di San Andrés, firmati 15 anni fa, il 16 di febbraio 1996, non devono restare ” congelati”, ha dichiarato il vescovo Felipe Arizmendi Esquivel, che ha chiesto “a tutte le parti di aprire la loroa mente ed il loro cuore e di mettersi nei panni degli indigeni per riconoscere i diritti che spettano loro”.

In unìintervista collettiva, ha aggiunto che i trattati sono delle linee per avanzare, poiché con gli accordi internazionali che il Messico ha firmato su diritti indigeni, la Costituzione federale “ne risulta un poco azzoppata”.

Arizmendi Esquivel sostiene che conflitti come quello successo nei giorni scorsi per la disputa del botteghino alle Cascate di Agua Azul, tra ejidatarios priisti ed aderenti all’Altra Campagna di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón – che ha provocato un morto, due feriti e 10 arresti – sono conseguenza dell’inadempimento degli accordi firmati dal governo federale e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) il 16 febbraio 1996.

“Per chi non è dell’EZLN, questi accordi non valgono, anche c’è chi li mette in pratica, anche giuridicamente; ma gli zapatisti li considerano validi, e questo crea confronti che possono arrivare allo spargimento di sangue che tutti deploriamo. Per questo conviene che si riprenda il tema”, afferma il gerarca cattolico.

(…)

Ha aggiunto che “non possiamo pensare che oggi siano assunti come si firmarono allora, perché alcune forze politiche non si fidano e pensano che se si approvassero così come sono questo produrrebbe una frattura nazionale, si legittimerebbero alcuni poteri che danneggerebbero la nazione, e quindi che bisogna discuterli, ma i fratelli zapatisti non hanno mai pensato di fondare un altro paese, ma di essere messicani come tutti, ma riconoscendo che gli indigeni hanno diritti molto particolari per la loro storia e cultura, e noi insistiamo affinché si riprendano quegli accordi come base per continuare nei dialoghi”.

Secondo Arizmendi Esquivel, “la cosa peggiore che può succedere è una rottura totale del dialogo, perché sappiamo che in questo caso si attiverebbero i mandati di cattura che furono sospesi durante i negoziati, ed in questo momento, ufficialmente il dialogo non è sospeso, ma in pausa, ma è per questioni puramente giuridiche; i pratica è come se non ci fosse niente”. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/16/index.php?section=politica&article=025n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 16 febbraio2011

Frayba: Sono state violate le garanzie legali dei dieci indigeni arrestati pera aver difeso le proprie terre

Molti degli accusati delle violenze a Bachajón non erano neppure sul posto quando sono avvenute

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 15 febbraio. Dopo l’arresto formale dei 10 ejidatari che difendevano il loro territorio a San Sebastián Bachajón, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) sostiene che nel procedimento “ci sono state violazioni delle garanzie legali degli arrestati, prigionieri politici perseguiti dal governo di Juan Sabines Guerrero”.

Come documentato dall’organizzazione, Jerónimo Guzmán Méndez, accusato di omicidio aggravato, e Domingo Pérez Álvaro, di tentato omicidio, così come molti degli accusati, “non si trovavano nemmeno sul luogo dei fatti” successi il 2 febbraio alle cascate di Agua Azul, dove ha perso la vita Marcos Moreno García ed è rimasto ferito Tomás Pérez Deara, entrambi del gruppo che aveva preso con le armi il botteghino dell’ejido.

Gli arrestati si dichiarano. Gli altri sono Pedro Hernández López, Miguel López Deara, Domingo García Gómez, Juan Aguilar Guzmán, Pedro López Gómez, Miguel Álvaro Deara, Pedro García Álvaro (con handicap mentale) ed il minorenne Mariano Demeza Silvano, accusati di “attentato contro la pace e l’integrità fisica del patrimonio dello stato e danneggiamenti”.

La Procura Generale di Giustizia dello Stato sostiene che almeno cinque di loro sono risultati positivi al guanto di paraffina, mentre questi negano di aver sparato ed il CDHFBC documenta la “infinità di violazioni processuali e dei diritti umani” compiute dalle autorità.

Rispondendo alla dichiarazione del governo statale che ai detenuti sono stati garantiti i diritti legali, il CDHFBC certifica, tra le altre cose, che l’avvocato d’ufficio Yolanda Álvarez Cruz – che li ha assistiti – è di lingua chol, e l’attuale avvocato, Darío Sánchez Escobar, ignora la lingua di suoi difesi (tzeltal). Inoltre, i testimoni che hanno testimoniato a favore degli arrestati “non sono stati assistiti da interpreti qualificati”, ma da poliziotti municipali in divisa, presentati come interpreti, “cosa che ha intimorito molti”.

Successivamente – aggiunge il CDHFBC – i 10 arrestati “hanno ricevuto pressioni affinché i loro familiari o autorità comunitarie, aderenti all’Altra Campagna, partecipassero ad un ‘tavolo di negoziazione’ promosso dal governatore e dal suo segretario generale di Governo, Noé Castañón León”. Le autorità hanno inscenato questo “tavolo” col piccolo gruppo di filogovernativi dell’ejido di San Sebastián (Chilón) e con i priisti del vicino Agua Azul (Tumbalá). Ad Ocosingo hanno firmato un “patto di civiltà e concertazione per la pace nel Centro Turistico Agua Azul”, escludendo i veri interessati: la maggioranza degli ejidatari di San Sebastián, dove passa la strada su cui sarebbe conteso il pedaggio turistico.

Le dichiarazioni delle persone che accusano i detenuti risultano “non chiare e confuse”. Almeno 25 dei 117 indigeni inizialmente fermati “hanno firmato dichiarazioni senza conoscerne il contenuto, dove (sembra) denunciavano i loro compagni”. Altri affermano che la loro libertà dipendeva dalla firma di quel documento, ed altri ancora, che sono stati minacciati: “Mi hanno detto che se non collaboravo mi avrebbero torturato e infilato la testa in un sacchetto di plastica”.

Gli oltre 100 uomini e donne di San Sebastián rilasciati il 4 febbraio sono stati denunciati e minacciati di venire arrestati “se non desistevano dalla lotta per la difesa del territorio e dalla loro organizzazione sociale e politica attraverso L’Altra Campagna”.

Per il CDHFBC, la cattura e le procedure contro le persone “ingiustamente” arrestate configura “uno scenario di repressione da parte delle autorità del governo dello stato, che priva arbitrariamente della libertà 10 persone per la loro azione politica e sociale a difesa dei propri diritti”.

(…)

Per questo mercoledì, collettivi ed organizzazioni dei diritti umani convocano una giornata di proteste ed azioni su scala nazionale ed internazionale per chiedere la liberazione degli ejidatari dell’Altra Campagna e la fine degli oltraggi nelle loro terre.

Tensione a Mitzitón

A Mitzitón (San Cristóbal) un’altro ejido dove gli indigeni aderenti all’Altra Campagna sono stati aggrediti recentemente da gruppi filogovernativi, il governo assicura che “è tornato l’ordine”. E nelle vicinanze del villaggio c’è una forte presenza di polizia.

I rappresentanti comunitari informano che c’è ancora tensione, perché persone del gruppo evangelico Ejército de Dios minacciano di “sequestrare” le donne per “scambiarle” con i 23 evangelici fermati dalla polizia all’alba di lunedì. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/16/index.php?section=politica&article=025n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 15 febbraio 2011

EZLN: la guerra di Calderón produrrà migliaia di morti e lauti guadagni economici

Marcos discute su chi beneficerà di questo affare e a quale cifra ammonta

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 14 febbraio. Se la guerra di Felipe Calderón Hinojosa (benché si sia cercato, invano, di addossarla a tutti i messicani) è un commercio (e lo è), manca la risposta alla domanda per chi o quale è l’affare, e a che cifra ammonta, perché non è poco quello che è in gioco, sostiene il subcomandante Marcos in uno scritto sulla guerra del Messico dell’alto, diffuso oggi.

Da questa guerra non solo ne verranno migliaia di morti e lucrosi guadagni economici. Ma anche, e soprattutto, ne verrà una nazione irrimediabilmente distrutta, spopolata, spezzata, avverte il capo militare dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN): La nostra realtà nazionale è invasa dalla guerra, per il resto persa dal governo perché concepita non come la soluzione ad un problema di insicurezza, ma ad un problema di mancanza di legittimità. Questa guerra ora distrugge l’ultima cosa che rimane di una nazione: il tessuto sociale.

L’esperienza bellica non solo non è più lontana per chi era abituato a vederla in geografie o calendari distanti, ma incomincia a governare le decisioni e le indecisioni di chi pensava che i conflitti stavano solo nei notiziari e nei documentari di luoghi lontani come Iraq, Afghanistan o Chiapas.

Scambio epistolare

Marcos sottolinea che la guerra si svolge ora in tutto il Messico. Grazie al patrocinio di Calderón Hinojosa non dobbiamo ricorrere alla geografia del Medio Oriente per riflettere criticamente sulla guerra, dice al filosofo Luis Villoro come parte di uno scambio epistolare in corso su etica e politica: Non è più necessario ripercorrere il calendario fino al Vietnam, Playa Girón, sempre la Palestina. E non cito il Chiapas e la guerra contro le comunità indigene zapatiste, perché si sa che non sono più di moda.

Per questo, aggiunge il capo zapatista, “il governo dello stato del Chiapas ha speso un mucchio di soldi per far sì che i media non lo collochino sull’orizzonte della guerra, ma dei ‘progressi’ nella produzione di biodiesel, nel ‘buon’ trattamento degli emigranti, dei ‘risultati’ in agricoltura ed altre storielle ingannevoli passate a comitati di redazione che firmano come proprie le veline governative povere di forma e contenuti”.

L’irruzione della guerra nella vita quotidiana del Messico attuale non arriva da un’insurrezione, né da movimenti indipendentisti o rivoluzionari. Secondo il subcomandante Marcos, viene, come tutte le guerre di conquista, dal Potere. E questa guerra ha in Felipe Calderón Hinojosa il suo iniziatore e promotore istituzionale (e vergognoso).

Calderón “si è impossessato della titolarità dell’esecutivo federale per le vie di fatto”, ma non si è accontentato del supporto mediatico ed è dovuto ricorrere a qualcosa di più per distrarre l’attenzione ed eludere la massiccia messa in discussione della sua legittimità: la guerra. Questo ha suscitato la sfiducia timorosa degli industriali messicani, l’entusiasta approvazione degli alti comandi militari ed il caloroso plauso di chi realmente comanda: il capitale straniero.

La critica a questa catastrofe nazionale chiamata “guerra contro il crimine organizzato”, riflette Marcos, dovrebbe essere completata da un’analisi approfondita dei suoi sostenitori economici. Non mi riferisco solo al vecchio assioma che in epoche di crisi e di guerra aumenta il consumo superfluo. Nemmeno “agli incentivi che ricevono i militari (in Chiapas, gli alti comandi militari ricevevano, o ricevono, un salario extra del 130% per essere in ‘zona di guerra’)”. Bisognerebbe cercare anche tra le licenze, i fornitori ed i crediti internazionali che non rientrano nella cosiddetta “Iniciativa Mérida”.

Ricorrendo a fonti d’inchieste giornalistiche e cifre ufficiali, il comandante ribelle rileva che nei primi quattro anni della guerra contro il crimine organizzato, gli enti governativi incaricati (Segreteria della Difesa Nazionale, Marina e Pubblica Sicurezza – SSP – e Procura Generale della Repubblica) hanno ricevuto dal Bilancio di Spesa della Federazione una somma superiore a 366 mila milioni di pesos (circa 23 miliardi di Euro al cambio attuale).

Il capo ribelle tira fuori cifre inquietanti: Nel 2010 un soldato semplice federale guadagnava circa 46.380 pesos l’anno (2.852 Euro); un generale di divisione 1 milione 603 mila 80 pesos l’anno (98.575 Euro), ed il Segretario della Difesa Nazionale percepiva redditi per 1.859.712 pesos (114.317 Euro). Con il bilancio bellico totale del 2009 (113 mila milioni di pesos per i 4 enti – 6.948.820.000 Euro) si sarebbero potuti pagare i salari annui di 2 milioni e mezzo di soldati semplici; o di 70.500 generali di divisione; o di 60.700 titolari della Segreteria della Difesa Nazionale.

Ovviamente, non tutto quello che è a bilancio viene speso per stipendi e prestazioni. C’è bisogno di armi, attrezzature, munizioni… perché quelle a disposizione non servono più o sono obsolete, aggiunge nell’analisi. “Lasciamo da parte la domanda ovvia di come è stato possibile che il capo supremo delle forze armate, Felipe Calderón Hinojosa, si lanciasse in una guerra (“di lungo respiro”, dice lui) senza avere le condizioni materiali minime per sostenerla, non diciamo per ‘vincerla’..”

Per il subcomandante zapatista, “il principale promotore di questa guerra è l’impero delle torbide stelle e strisce (a conti fatti, in realtà gli unici complimenti ricevuti da Felipe Calderón Hinojosa sono arrivati dal governo nordamericano)”. Stando così le cose, gli Stati Uniti vinceranno con questa guerra locale? La risposta è sì, sostiene.

Lasciando da parte i guadagni economici e gli investimenti monetari in armi, munizioni e equipaggiamenti, il risultato è la distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordino geopolitico che li favorisce.

Marcos lamenta che la guerra (persa dal governo perché concepita non come la soluzione ad un problema di insicurezza, ma ad un problema di mancanza di legittimità), sta distruggendo l’ultima cosa che rimane di una nazione: il tessuto sociale. E questo, per il potere statunitense, è l’obiettivo da raggiungere.

Ritiene che ad ogni passo di questa guerra, per il governo federale è sempre più difficile spiegare dove stia il nemico. E questo non solo perché i mezzi di comunicazione di massa sono stati superati dalle forme di scambio di informazioni della gran parte della popolazione (non solo, ma anche dalle reti sociali e dalla telefonia mobile); ma anche e, soprattutto, perché il tono della propaganda governativa è passata dal tentativo di inganno allo scherzo. Nello stesso tempo, le “rivelazioni di Wikileaks sulle opinioni dell’alto comando statunitense circa le ‘deficienze’ dell’apparato repressivo messicano (la sua inefficienza ed il suo connubio con la criminalità) non sono nuovi”.

Fin dall’origine, questa guerra non ha una fine ed è persa, perché non ci sarà un vincitore messicano (a differenza del governo, il potere straniero ha sì un piano per per ricostruire / riordinare il territorio), e lo sconfitto sarà l’ultimo angolo dello Stato Nazionale agonizzante: le relazioni sociali che, dando identità comune, sono la base di una nazione. In conclusione, l’identità collettiva del Messico sta per essere distrutta e soppiantata da un’altra.

La versione completa di questo passaggio dello scritto Sulle Guerre si trova on-line. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/15/index.php?section=politica&article=017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 15 febbraio 2011

Paramilitari sparano contro aderenti a Mitzitón, Chiapas

Elio Henríquez. Corrispondente. Mitzitón, Chis., 14 febbraio. Elementi del cosiddetto Ejército de Dios di questa comunità di San Cristóbal de Las Casas hanno attaccato a colpi d’arma da fuoco aderenti dell’Altra Campagna ferendo l’indigeno Carmen Jiménez Heredia.

Gli ejidatari denunciano che diversi uomini “tra le 22 e le 23 di domenica hanno circondato la casa ejidale, la cappella ed il campo di pallacanestro ed hanno sparato contro gli aderenti riuniti sul posto. Ci hanno sparato per ucciderci; la sparatoria è durata 15 minuti e la polizia che si trovava a pochi metri non ha fatto niente”, ha dichiarato uno dei rappresentanti di Mitzitón che ha chiesto l’anonimato.

Ha raccontato che l’aggressione è avvenuta dopo che i membri dell’Ejército de Dios avevano fermato l’aderente Andrés Heredia Hernández, col pretesto di aver insultato un uomo del gruppo avverso, cosa assolutamente falsa.

Ha detto che dopo essere stato fermato, Heredia Hernández è stato picchiato da alcuni uomini che viaggiavano su quattro veicoli, che l’hanno caricato su uno di questi e l’hanno portato nella prigione della comunità stessa gestita dal gruppo, guidato da Francisco Gómez e suo figlio Gregorio Gómez, alleati del gruppo evangelico Alas de Águila, appartenente all’Ejército de Dios.

Come risposta, ha aggiunto, quelli dell’Altra Campagna hanno fermato Miguel Jiménez González che hanno portato nella casa ejidale. Subito, entrambi i gruppi hanno bloccato la strada Panamericana che passa per Mitzitón, a 20 chilometri da San Cristóbal. Lì, a circa 200 metri di distanza gli uni dagli altri, entrambi i gruppi reclamavano la liberazione dei rispettivi compagni.

Qualche minuto dopo sono arrivati dei funzionari del governo statale per esortarli a liberare i fermati e rimuovere il blocco. Noi abbiamo detto che se loro liberavano Andrés noi avremmo fatto lo stesso con Miguel, e così è stato, ma quando abbiamo visto il nostro compagno malmenato la gente era molto contrariata, ha raccontato il rappresentante di Mitzitón.

Ha raccontato che alle 22 si era deciso di portare al’ospedale di San Cristóbal l’indigeno colpito, affinché fosse visto da un medico, mentre si liberava la strada.

Ha dichiarato che quelli dell’Altra Campagna si trovavano nella cappella e sul campo  in attesa del parere medico, quando siamo stati attaccati dai paramilitari dell’Ejército de Dios, che hanno ferito al petto Carmen Jiménez Heredia, di 23 anni, che è stato portato all’ospedale di San Cristóbal.

Nella cappella si trovavano Pedro Raúl López, membro del Consiglio Statale dei Diritti Umani e Luis Aguilar, operatore politico del Sottosegretariato di Governo, che hanno visto sparare i paramilitari.

Il rappresentante di Mitzitón ha dichiarato che perfino un veicolo della polizia è stato colpito da due pallottole. Dopo l’aggressione sono arrivati altri poliziotti che hanno fermato 23 membri dell’Ejército de Dios consegnandoli poi al Pubblico Ministero. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/15/index.php?section=politica&article=020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 14 febbraio 2011

Maderas del Pueblo accusa la Oppdic di vessare gli ejidatari di Bachajón e chiede la fine degli aiuti governativi a questa organizzazione

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 13 febbraio. L’organizzazione ambientalista Maderas del Pueblo del Sureste ha denunciato che “le azioni di vessazione e provocazione” contro gli ejidatari di San Sebastián Bachajón (Chilón), che “sono culminate con l’esproprio violento del botteghino di ingresso alle cascate di Agua Azul, sono state perpetrate impunemente da gruppi filogovernativi, appartenenti all’Organizzazione per la Difesa dei Diritti Indigeni e Contadini (Opddic)”, o vincolati ad essa.

L’organizzazione civile chiede la “sospensione immediata” di ogni “appoggio e copertura” governativa agli ejidatari filogovernativi ed ai membri della Opddic, e sottolinea: “Non possiamo slegare le azioni repressive del governo statale dagli interessi nazionali e transnazionali per il possesso dei territori indigeni chiapanechi, ricchi di risorse naturali strategiche”. La loro intenzione è “privatizzarle per il lucro miliardario di impresari e politici associati”. Questo “affare” è mascherato “dall’ingannevole schema di ‘pagamento per servizi ambientali’”.

Maderas del Pueblo sostiene che, anche se negato dalle autorità, “il bottino conteso è l’acqua e la bellezza paesaggistica di questa zona”, la ragione di “queste aggressioni impuni”, adducendo “un falso ‘ecoturismo’ (in realtà un turismo elitario d’avventura)”, e sotto la copertura “legale ma illegittima” di Area Naturale Protetta.

L’analisi ricorda la Dichiarazione di Comitán, elaborata dall’ex governatore Roberto Albores Guillén e firmata nel 2006 davanti al notaio pubblico dall’allora candidato perredista Juan Sabines Guerrero, che si impegnava ad includerla nel suo piano di governo. Detta dichiarazione si pronunciava per “costruire una nuova Cancun” nel nord del Chiapas, perché il governo federale “deve impegnarsi a sviluppare nei prossimi anni un programma turistico integrale che comprenda Palenque, Agua Azul, Misol-há, Toniná, Yaxchilán, Bonampak e Playas de Catazajá”.

Nella sua analisi documentale, Maderas del Pueblo riassume che lo scorso 3 febbraio sono stati fermati “in maniera arbitraria” 117 indigeni aderenti all’Altra Campagna, e sono stati oggetto “di gravi irregolarità durante la loro cattura e durante il loro arresto, subendo minacce e maltrattamenti”. Quel giorno, mentre gli ejidatari erano riuniti per concordare una risposta da dare al governo statale “sull’offerta di un tavolo di dialogo”, un gran numero di poliziotti statali “hanno eseguito un operativo a sorpresa con il risultato dell’arresto in massa, inseguendo perfino quelli che cercavano rifugio nelle case dei vicini”.

Felícitas Treue, del Collettivo Contro la Tortura e L’Impunità (CCTI) ritiene che “sono stati violati i diritti all’integrità personale, alla presunzione di innocenza, al giusto processo, garanzie giudiziarie e protezione legale”, e denunciando la “privazione arbitraria della libertà degli ejidatari”, segnala che “tra altre irregolarità, non hanno avuto un avvocato né un interprete qualificato, e sono stati minacciati da poliziotti statali e vessati dal Pubblico Ministero”.

Il CCTI specifica che il 5 febbraio scorso la Procura Generale di Giustizia dello Stato ha liberato 107 ejidatari, ed il giorno 11 è stato decretato l’arresto per dieci di loro, e condivide la preoccupazione per gli ejidatari tzeltales con la Segreteria Internazionale dell’Organizzazione Mondiale Contro la Tortura (La Jornada, 13-02-11).

Il giorno 6, il governo del Chiapas aveva annunciato un tavolo di de dialogo “tra le parti”, senza la presenzia degli ejidatari dell’Altra Campagna, che sostengono che non è stato rispettato il processo di dialogo interno in corso per la decisione comunitaria. Oltre ad essere stati “violentemente derubati del botteghino da un gruppo di ejidatari filogovernativi”, la polizia occupa le loro terre e dieci indigeni, tra loro un minorenne, sono in carcere nel Centro Statale di Reinserimento Sociale N. 17, con le accuse di omicidio aggravato, tentato omicidio, attentato contro la pace e l’integrità fisica e del patrimonio dello Stato (Istruttoria penale 39/2011) http://www.jornada.unam.mx/2011/02/14/index.php?section=politica&article=019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 14 febbraio 2011

Il Fisco amministrerà il capitale e lo consegnerà in forma equa alle comunità

Abitanti di Chilón e Tumbalá pattuiscono la gestione del botteghino d’ingresso as Agua Azul

Chilón, Chiapas., 13 febbraio. Ejidatari di San Sebastián Bachajón ed Agua Azul hanno firmato il Patto de civiltà e concertazione per la pace, col quale concordano l’installazione del botteghino unico per l’ingresso al sito turistico che sarà amministrato dalla Segreteria del Fisco che darà certezza e trasparenza alla gestione delle risorse, tutto con l’impegno che le entrate saranno suddivise in parti uguali tra i due gruppi. Al tavolo di dialogo dove è stato mostrato il verbale dell’assemblea firmato da 3 mila ejidatario di Bachajón ed Agua Azul, era presente il governatore Juan Sabines (….).  A partire da questo lunedì inizierà la costruzione del nuovo botteghino che sarà collocato al confine dei municipi di Chilón e Tumbalá e che sarà l’unico ingresso al sito turistico delle Cascate di Agua Azul. (…) L’incontro si è svolto in assenza di coloro che si proclamano dell’Altra Campagna, ai quali il governatore Juan Sabines Guerrero ha rinnovato l’invito al dialogo.  Il governatore Juan Sabines ha comunicato di aver istituito un vitalizio alla madre della persona deceduta durante gli scontri del 2 febbraio scorso. (…) http://www.jornada.unam.mx/2011/02/14/index.php?section=politica&article=018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 13 febbraio 2011

Si dichiarano innocenti gli indigeni arrestati in Chiapas per omicidio

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis. 12 febbraio. In contraddizione con la versione ufficiale che attribuisce loro un omicidio ed altri presunti reati, i 10 indigeni aderenti all’Altra Campagna dell’ejido San Sebastián Bachajón, attualmente detenuti nella prigione di Playas de Catazajá, si dichiarano innocenti. In questo stesso senso si è espressa l’assemblea degli ejidatarios di San Sebastián, che giovedì 10 ha installato un presidio di denuncia al crocevia per le cascate di Agua Azul, e sostengono che “i detenuti sono ostaggi del governo dello stato per obbligarli ad accettare il dialogo”.

Secondo l’assemblea degli ejidatarios tzeltales, “quelli che avevano le armi, erano del gruppo di priisti, con Carmen Aguilar Gómez e suo figlio, ed i suoi compagni, che ci sparavano addosso, e loro dichiarano che c’è stato un morto e dei feriti dando la colpa ai compagni dell’Altra Campagna”.

Nei fatti, successi lo scorso 3 febbraio, effettivamente ha perso la vita Marcos Moreno García, del gruppo priista che il giorno prima aveva preso con la forza la cabina di riscossione di accesso alle cascate. Poco dopo erano stati “fermati” dalla polizia 117 ejidatarios dell’Altra Campagna, con un misto di minacce ed inganni. Questi negano di avere ucciso (né sparando, né in altro modo) Moreno García. E denunciano di essere stati torturati.

Dalla fine di gennaio gli ejidatari denunciano minacce del gruppo priista (minoritario e senza rappresentanza legittima), che avrebbe preso la cabina di pedaggio che l’ejido gestisce dal 2008, e che è stato già causa di conflitti e repressioni poliziesche. La minaccia si è compiuta il 2 febbraio. Il giorno seguente gli ejidatari dell’Altra Campagna hanno tentato di recuperare il posto e sono stati affrontati dagli invasori, che come in altre occasioni contavano sul sostegno di poliziotti municipali e statali.

Dal carcere n.17, a Catazajá, gli indigeni formalmente arrestati sostengono che a provocare le violenze è stato il gruppo del “secondo commissario ufficiale” Francisco Guzmán Jiménez (Goyito), “e sono stati loro a bloccare la strada”. Bisogna ricordare che questo gruppo, filogovernativo, serve da punta di lancia per il progetto turistico privato Visión 2030, che comprende lo stabilimento balneare dell’ejido Agua Azul ed i terreni di San Sebastián.

Riferiscono che il giorno 3 gli ejidatari dell’Altra Campagna si erano riuniti vicino al crocevia: “I gruppi legati ai partiti avevano abbattuto degli alberi per impedirci di passare ed andare a recuperare la cabina di riscossione. Qualche ora dopo siamo stati circondati da centinaia di poliziotti e ci hanno chiesto se volevamo discutere della cabina, ma gli ejidatari hanno risposto di no”.

I comandanti di polizia hanno deciso che “se non volevamo parlarne era meglio portarci in un ‘posto sicuro’”. Così, gli indigeni sono stati obbligati “a mettersi in fila e salire uno alla volta su due autobus, su uno sono saliti 58 ejidatarios e sull’altro 59 e, trattati come animali siamo stati portati a Palenque, nella colonia Pakalná”. Lì “quelli che non capivano lo spagnolo” sono stati torturati.

In carcere attualmente si trovano Mariano Demeza Silvano (minorenne), Domingo Pérez Álvaro, Pedro Hernández López, Miguel López Deara, Domingo García Gómez, Juan Aguilar Guzmán, Pedro García Álvaro, Jerónimo Guzmán Méndez, Pedro López Gómez e Miguel Álvaro Deara.

Questi erano stati portati alla Procura Distretto Selva per rilasciare le loro dichiarazioni, come il resto dei fermati, “e siccome hanno visto che sapevamo un po’ leggere e scrivere, i Pubblici Ministeri insistevano che mettessimo per iscritto su un foglio il nome del colpevole dei fatti successi il 2 febbraio, ed uno di noi ha detto che non lo sapevamo perché quel giorno eravamo al lavoro” (pertanto, alcuni degli inquisiti non si trovavano nemmeno sul luogo dei fatti).

Jerónimo Guzmán Méndez, “uno degli ultimi ad essere stati ascoltati”, come altri suoi compagni, non ha avuto un adeguato interprete legale e gli sono state attribuite dichiarazioni false senza possibilità di smentirle, in uno scritto che “pur di accusarlo, gli hanno dato la colpa di tutto quanto è accaduto, ed è anche scritto che non sa parlare castigliano, né scrivere”. Gli ejidatari concludono definendosi “prigionieri politici in difesa delle nostre terre”. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/13/index.php?section=politica&article=019n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 7 febbraio 2011

Il Frayba accusa il governo di criminalizzare L’Altra Campagna

Elio Henríquez. Corrispondente . San Cristóbal de Las Casas, Chis., 6 febbraio. Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) ha documentato “violazioni al giusto processo” durante il fermo dei 116 indigeni dell’Altra Campagna del municipio de Chilón, nel centro turistico delle cascate di Agua Azul, 10 dei quali sono stati arrestati la notte di sabato come presunti omicidi e rinchiusi nel Carcere di Playas de Catazajá.

In un comunicato, segnala che secondo le testimonianze degli indigeni, è falsa la versione ufficiale secondo la quale avrebbero bloccato la strada San Cristóbal-Palenque e che ci fossero 17 turisti in ostaggio.

L’organizzazione presieduta dal vescovo di Saltillo, Coahuila, Raúl Vera López, sostiene che i fermati non sono 116, come assicurato dalla Procura Generale di Giustizia dello Stato (PGJE), bensì 117, quindi le persone liberate sabato sono 107, tra queste un minorenne.

Sostiene che le autorità statali “perseguono e criminalizzano gli ejidatarios, aderenti all’Altra Campagna, ogni volta che sono loro stessi ad essere aggrediti e derubati in maniera violenta della cabina di riscossione da parte di un gruppo numeroso di ejidatarios priisti”.

Aderenti e priisti dell’ejido San Sebastián Bachajón, Chilón, si sono scontrati il 2 febbraio scorso ad Agua Azul – a circa 150 chilometri da questa città – per il controllo della cabina di riscossione, con risultato di un morto ed almeno due feriti, militanti del PRI.

Il Frayba afferma che “il fermo delle 117 persone è avvenuto il 3 febbraio, alle 11:30 circa, quando il gruppo di ejidatarios si trovava in strada, all’altezza dell’entrata alle cascate di Agua Azul, per concordare la risposta da dare al governo statale riguardo l’offerta di dialogo e negoziazione che gli operatori politici della zona avevano presentato loro”.

Citando gli aderenti, aggiunge che erano in riunione quando “si sono avvicinati circa 300 poliziotti che hanno lanciato un lacrimogeno che è caduto in una dalle pentole di fagioli che stavano cuocendo, e poi un comandante del corpo si è avvicinato per chiedere la risposta”, che è stata negativa, nel senso di non accettare il dialogo proposto dal governo.

Segnala che “la risposta negativa degli ejidatarios era dovuta al fatto che prima avevano denunciato pubblicamente i piani del governo statale di creare uno scenario di scontro per reprimere e poi gestire il conflitto, prendendo il controllo definitivo della zona, perché ci sono interessi territoriali strategici di investimenti turistici e di esproprio contro le comunità che abitano in questo luogo”.

“Sulla base delle informazioni documentata che possiede, questo Centro conferma le violazioni al giusto processo che tutte le persone fermate hanno subito, consistenti nel non avere un avvocato o un rappresentante legale, né un traduttore, tra le altre. È chiara l’azione repressiva del governo dello stato, il quale agisce insieme alle autorità ufficiali (priiste) per segnalare e fermare in maniera arbitraria gli ejidatarios aderentiall’Altra Campagna”, conclude. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/07/index.php?section=politica&article=017n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 4 Febbraio 2011

Gilberto López y Rivas

Il piano della campagna del 1994 contro l’EZLN

In tempi di rilevazioni di documenti degli ambiti del potere, recentemente mi è passato per le mani un testo importante per capire la prospettiva strategica e le azioni tattiche dei militari messicani di fronte alla storica sollevazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale iniziata il primo gennaio del 1994. Si tratta della campagna del comando generale della VII Regione Militare della Segreteria della Difesa Nazionale (Sedena) di stanza a Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, datato ottobre di quell’anno.

Redatto da chi ostentava il nome in codice S-3 e con il lasciapassare del comandante della VII Regione Militare e del generale segretario della Difesa Nazionale, il piano stabilisce che l’obiettivo strategico-operativo è distruggere la volontà di combattere dell’EZLN, isolarlo dalla popolazione civile, ottenendo l’appoggio di questa a beneficio delle operazioni, mentre l’obiettivo tattico è distruggere e/o disorganizzare la struttura politica militare di quell’organizzazione. In tutto il documento si usano i termini di “sovversivi”, “trasgressori della legge” e “sovvertitori dell’ordine” riferiti agli zapatisti o alla sigla E.Z.L.N. Al riguardo, in quegli anni, e nella mia qualità di membro della Commissione di Concordia e Pacificazione, ricordo le ripetute affermazioni dei militari dei ranghi superiori: “in Messico c’è solo un esercito, quello messicano!”

Dopo aver esposto i propositi centrali del piano, i dirigenti dell’alto comando stabilivano quanto segue: evitare un conflitto internazionale con il Guatemala, gestire i rapporti con i mezzi di comunicazione a beneficio delle forze armate e limitare gli effetti negativi capaci di sviluppare le organizzazioni dei diritti umani e gli organismi non governativi, nazionali ed internazionali. Per fare ciò, si devono svolgere in forma coordinata azioni tattiche, di intelligenza, psicologiche, di questioni civili, tra le altre, ed una che richiama potentemente l’attenzione di chi denunciava allora l’appoggio della Sedena ai gruppi paramilitari: l’assistenza e l’organizzazione delle forze di autodifesa. Su questo argomento, si esplicita quanto segue: “Organizzare segretamente alcuni settori della popolazione civile, tra altri, allevatori, piccoli proprietari ed individui caratterizzati da un alto senso patriottico (sic), chi saranno impiegati agli ordini e a sostegno delle nostre operazioni”. Più avanti si citano allegati di riferimento che però non sono inclusi nel documento; il contenuto di uno di questo era il seguente: “Descrive attività dell’Esercito nell’addestramento ed appoggio delle forze di autodifesa o di altre organizzazioni paramilitari, che può essere il principio fondamentale della mobilitazione per le operazioni militari e di sviluppo. Comprende inoltre la consulenza e l’aiuto che si presta ad altre dipendenze del governo ed a funzionari governativi locali, municipali, statali e federali. Nel caso non esistessero forze di autodifesa, è necessario crearle”. Infine, per chi si affannava a negare la validità della nostra denuncia alla PGR riguardo all’esistenza di gruppi paramilitari addestrati ed appoggiati dall’Esercito, il piano sostiene: “Le operazioni militari includono l’addestramento di forze locali di autodifesa, affinché partecipino ai programmi di sicurezza e sviluppo”.

La lista degli alleati degli zapatisti o dei settori da neutralizzare con mezzi diversi e le misure da prendere, secondo i militari, è significativa: “In coordinamento col governo dello stato e le altre autorità, si dovrà applicare la censura ai diversi mezzi di diffusione di massa (…) I principali mezzi ad usare (per i trasgressori) continueranno ad essere la stampa nazionale e straniera, gli organismi non governativi, organizzazioni di sinistra e religiose che propugnano la teologia della liberazione”. Per la campagna offensiva si ordina: “1. – La sospensione delle garanzie individuali nell’entità: a) sgombero forzato della popolazione sotto l’influenza zapatista verso rifugi o zone di rifugio ufficiali; b) neutralizzazione dell’organizzazione e dell’attività della Diocesi di San Cristóbal del Las Casas; c) la cattura e arresto di messicani identificati con l’E.Z.L.N; d) la cattura e l’espulsione di stranieri perniciosi; (…) g) la morte o il controllo di bestiame equino e vaccino; h) la distruzione di semine e raccolti; i) l’impiego dell’autodifesa civile…1. – la rottura delle relazioni di appoggio esistenti tra la popolazione ed i trasgressori della legge”.

Anche la visione castrense dell’EZLN come organizzazione, nell’ambiente politico e militare, richiama l’attenzione: “L’auto-denominato E.Z.L.N, come ogni organizzazione maoista (sic), è costituita da una direzione politica, dalle forze armate e dalle organizzazioni di massa”, le quali sono: “la parte fondamentale ed il più importante elemento della strategia maoista, (e) si struttura con organizzazioni reali o di facciata, nei settori: magistrale, studentesco, popolare, lavorativo, etnico, religioso, contadino ed altri. In queste organizzazioni operano i comandi, le milizie messicane e le guerriglie locali”. Per l’aspetto militare dice che l’EZLN è organizzato con un comando generale, col suo stato maggiore, opera su tre fronti: nord, centro e sud, ognuno con un reggimento ed i rispettivi battaglioni, oltre ai comandi urbani e rurali (forze speciali scelte), guerriglie locali e milizie messicane, dando numeri precisi dei membri di ognuno di essi.

Il piano di questa campagna prova che, mentre il governo messicano fingeva di avviare il dialogo con i maya zapatisti, i militari spiegavano la fallita strategia di annichilimento che Zedillo ordinava il 9 febbraio 1995. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/04/index.php?section=opinion&article=025a1pol

Al compagno Samuel Ruiz

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

121 Arresti ad Agua Azul.

La Jornada – Venerdì 4 Febbraio 2011

Sgomberato il presidio dell’Altra Campagna sulla strada Ocosingo-Palenque

121 indigeni arrestati dopo gli scontri con i priisti

Elio Henríquez

San Cristóbal de Las Casas, Chis., 3 febbraio. Vicino a mezzo migliaio di poliziotti statali e federali, appoggiati da elementi dell’Esercito Messicano, hanno sgomberato centinaia di indigeni del municipio di Chilón, aderenti all’Altra Campagna, che bloccavano la strada Ocosingo-Palenque, ed hanno arrestato 121 persone, hanno comunicato fonti non ufficiali.

Gli indigeni avevano bloccato la strada in segno di protesta perché decine di priisti dello stesso municipio di Chilón mercoledì scorso avevano tolto loro il controllo della cabina di riscossione al sito turistico delle Cascate di Agua Azul, ad oltre 150 chilometri da questa città, controllo che mantenevano da due anni.

Secondo alcuni informatori, autorità statali e federali alle ore 10 di giovedì hanno trasferito per via aerea 17 turisti di Stati Uniti, Francia, Argentina e Messico, che non erano riusciti a lasciare il sito.

 

Un morto e due feriti

 

Membri dell’Altra Campagna, abitanti dell’ejido San Sebastián Bachajón, nel municipio Chilón, si erano scontrati con i priisti del luogo per il controllo della cabina di riscossione per entrare nel sito turistico; negli scontri c’è stato un morto (Marcos Moreno García), due feriti (Tomás Pérez de Ara ed un’altra persona di cui non si conosce il nome), militanti del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI).

Le autorità statali in un comunicato hanno dichiarato che l’operativo congiunto per il ritiro dei manifestanti è stato realizzato in maniera “pacifica”, e conformemente al “protocollo degli sgomberi”. Aggiungono che la Procura Generale di Giustizia del Chiapas, su mandato della Procura del Distretto Selva, ha avviato l’istruttoria numero 80/SE74-T2/2011 “per determinare i responsabili dei reati di omicidio, lesioni, danni, privazione illegale della libertà ed attacco alle vie di comunicazione”.

Sottolineano che il sito turistico è stato recuperato ed è protetto da elementi della Polizia di Pubblica Sicurezza e Protezione Civile, che la comunità di Agua Azul “è tornata alla normalità, e si mantengono le misure preventive corrispondenti, come il rafforzamento della presenza delle forze dell’ordine”.

Dichiarano che i 121 fermati sono stati portati a Palenque affinché rilascino le loro dichiarazioni al pubblico ministero e siano sottoposti alla prova del guanto di paraffina.

Il priista Francisco Guzmán, presidente del commissariato ejidale di San Sebastián, ha assicurato che, come rappresentante del gruppo, seguirà le vie legali per risolvere il conflitto, e che era programmata un’assemblea per il 18 di questo mese, allo scopo di decidere “che strada prendere, ma un gruppo di ejidatarios non ha aspettato” ed ha deciso di prendere la cabina, perché si devono riscuotere ancora 190 mila pesos di imposte.

Alla radio locale Guzmán ha detto che i suoi compagni sono tranquilli “perché hanno cacciato quelli dell’Altra Campagna; ci sono 120 arrestati che si trovano a Palenque. Le autorità sono intervenute grazie al governatore Juan Sabines Guerrero”. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/04/index.php?section=politica&article=023n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Un morto e feriti in Chiapas.

La Jornada – Giovedì 3 febbraio 2011

Scontro tra indigeni in Chiapas: un morto e due feriti

Elio Henríquez

San Cristóbal de Las Casas, Chis., 2 febbraio. Un morto e due feriti è il risultato dello scontro avvenuto questo pomeriggio tra indigeni aderenti all’Altra Campagna ed un gruppo priista per il controllo della cabina di riscossione all’ingresso del sito turistico delle cascate di Agua Azul, municipio di Chilón.

Una fonte ufficiosa rivela che il problema era sorto nella mattina, quando ejidatarios priisti di San Sebastián Bachajón, Chilón, avevano sgomberato in maniera “violenta” gli aderenti che da due anni tenevano sotto il loro controllo la cabina di riscossione.

Aggiunge che nel pomeriggio questi ultimi si erano organizzati per tentare di recuperare la cabina e questo ha generato lo scontro che ha lasciato diversi feriti che sono stati trasportati all’ospedale di Palenque.

Ha inoltre detto che sul posto è deceduto il priista Marcos Moreno García, di 26 anni, mentre Tomás Pérez di Ara è in gravi condizioni. Un altro indigeno, il cui nome non è stato fornito, è ferito alla testa da una pietra lanciata con una fionda, ed è ricoverato.

La fonte ha raccontato che poco dopo l’inizio degli scontri è arrivata la polizia statale per tentare di ristabilire l’ordine, ma la situazione questa notte era molto tesa.

Non è stato detto se gli aderenti hanno recuperato il controllo della cabina di Agua Azul – che si trovano a più di 150 chilometri da questa città – o se la polizia l’ha protetta.

Prima dello scontro gli aderenti dell’Altra Campagna in un comunicato avevano informato che: “noi come organizzazione non facciamo provocazioni e tanto meno insultiamo nessuno; stiamo lavorando e cercando altre alternative per proteggere le nostre risorse naturali e costruire l’autonomia interna, ma questi delinquenti (i priisti) agiscono agli ordini degli funzionari del governo”. http://www.jornada.unam.mx/2011/02/03/index.php?section=politica&article=020n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

PROCESO – 1 Feb 2011
http://www.proceso.com.mx/rv/modHome/detalleExclusiva/87963

Militari colpiscono attivisti che protestano per la visita di Calderón alla tomba di Tatic

Isaín Mandujano

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, 1 febbraio (apro).- Elementi dello Stato Maggiore Presidenziale (EMP) hanno picchiato due attivisti chiapanechi che protestavano durante la visita che questo pomeriggio ha effettuato il presidente Felipe Calderón alla tomba del vescovo emerito di San Cristóbal, Samuel Ruiz García, scomparso lo scorso lunedì 24 gennaio.

Come se non bastasse, i militari hanno anche aggredito un cittadino argentino che era intervenuto per far cessare il pestaggio contro l’attivista Concepción Avendaño Villafuerte ed il suo compagno Rusbel Lara González.

Intorno alle 17:15, protetto da uno spettacolare dispositivo di sicurezza, Calderón ha visitato la tomba di Tatic Samuel Ruiz nella cattedrale di San Cristóbal, dove ha posto una corona di fiori. Al termine dell’atto, alcuni attivisti seguaci del vescovo emerito hanno chiesto al presidente “di pregare per i 30 mia morti della sua amministrazione”.

Calderón era in visita nello stato per girare alcuni filmati promozionali sulle ricchezze naturali del paese ed ha inserito in agenda una visita alla cattedrale di San Cristóbal de Las Casas. Il sontuoso dispositivo di sicurezzaha disturbò gli abitanti del luogo e circa 40 persone che si trovavano in cattedrale.

Calderón Hinojosa è arrivato nella cattedrale di San Cristóbal, guidata da Samuel Ruiz per 40 anni e dove ora riposano i suoi resti, accompagnato dalla moglie Margarita Zavala e dal governatore del Chiapas, Juan Sabines Guerrero con la moglie, Isabel Aguilera.

I mandatari sono stati ricevuti dal vescovo della Diocesi di San Cristóbal, Felipe Arizmendi Esquivel, dal parroco della cattedrale Eugenio Figueroa, e da José Ruiz García, l’unico fratello vivente del vescovo emerito. (…)

All’interno della cattedrale c’erano circa 40 fedeli in attesa della messa delle sei del pomeriggio per la novena a Tatic, ed alcuni giornalisti ai quali è stato impedito di scattare fotografie.

All’esterno della cattedrale Concepción Avendaño Villafuerte ha gridato a Calderón “chiedi a Tatic di pregare per i 30 mila morti del tuo regime!”.

Immediatamente, elementi dello Stato Maggiore Presidenziale hanno preso Avendaño Villafuerte iniziando a picchiarla. Lei ha cercato riparo nel suo compagno, Rusbel Lara Gonzalez, che è stato anche lui picchiato ed allontanato.

Intervistata, l’attivista ha dichiarato di essersi sentita offesa dalla visita dei due personaggi politici.

Durante l’aggressione è intervenuto un turista argentino gridando che lasciassero in pace  Avendaño Villafuerte, dicendo che non avessero smetto di picchiarla, tutta la comunità internazionale sarebbe venuta a conoscenza di questa aggressione. Questo è bastato perché i militari picchiassero violentemente l’argentino che dopo essere stato sbattuto contro un muro è stato prelevato. Fino a questa notte non si ignora dove si trovi.

Avendaño ha ricordato che per Samuel Ruiz non ci sono mai state guardie del corpo che si interponevano tra lui e la sua parrocchia, ed ha criticato che fin dal suo funerale è stato evidente la volontà di sottrarre l’accesso alla tomba del vescovo ai suoi fedeli. L’attivista questo pomeriggio si è recato alla Procura Generale di Giustizia dello stato (PGJ) per presentare una denuncia penale per lesioni ed abuso d’ufficio contro gli elementi dello Stato Maggiore Presidenziale.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo

Read Full Post »

La Jornada – Sabato 29 gennaio 2011

Raúl Vera López è il nuovo presidente del Frayba

Elio Henríquez. Corrispondente. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 28 gennaio. Il consiglio direttivo del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) ha designato come presidente il vescovo Raúl Vera López in sostituzione del Vescovo emerito Samuel Ruiz García, morto lo scorso lunedì.

La ricchezza e l’esperienza acquisite dal centro in 22 anni di lavoro grazie alla forza che Samuel Ruiz la lasciato nel cuore di moltissime persone serviranno ora per lottare per la vita e la pace in un contesto nazionale di guerra e violenza, ha affermato Vera López.

“Vogliamo proiettare, assumere e sentirci responsabili del Messico che oggi dobbiamo costruire e contribuire alla speranza che una società nuova è possibile”, ha aggiunto il presidente entrante del Frayba, la cui nomina è stata annunciata venerdì in conferenza stampa.

Negli uffici del centro, accompagnato da Diego Cadenas Gordillo, Felipe Toussaint e da altri dirigenti, Vera López – attuale vescovo della diocesi di Saltillo, Coahuila – ha ricordato che da mesi era vicepresidente del Frayba, ma che ne era già membro come coadiutore di Ruiz García nella diocesi di San Cristóbal, dal 1995 al 1999.

Ha aggiunto che il Tatic (padre, in tzeltal) ha creato il Frayba nel 1989 per difendere i diritti dei fratelli indigeni dalla crescente repressione ufficiale, ed ora lotterà anche per sradicare la barbarie, secondo lo spirito, il lascito di speranza ed i principi pastorali di Ruiz García, che affermava che “una società giusta è possibile perché la stiamo costruendo”. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/29/index.php?section=politica&article=003n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Giornalisti aggrediti.

La Jornada – Sabato 29 gennaio 2011

Poliziotti di San Cristóbal de las Casas minacciano i giornalisti, che presentano esposti

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, 28 gennaio. Poliziotti municipali hanno aggredito e fermato alcuni giornalisti, tra questi i fotografi Víctor Camacho e Moysés Zúñiga, inviato e collaboratore, rispettivamente, di La Jornada. E’ accaduto all’alba di giovedì, mentre transitavano su un’auto privata nelle vicinanze della piazza centrale di questa città, dopo aver concluso il servizio sulle funzioni funebri del vescovo emerito Samuel Ruiz García.

Agenti agli ordini del comandante Adonai Robledo hanno sbarrato la strada mettendo davanti all’auto un Pick up Dodge, targa DA-62-622, numero PC-35, e dietro un’auto di pattuglia Nissan, modello Tiida, targa DPD 55-35, numero PC-26. Erano le 2 del mattino, a mezzo isolato dalla cattedrale, in Calle Guadalupe Victoria.

Sono stati aggrediti anche i giornalisti Carlos Herrera e Manuel de la Cruz, corrispondenti delle agenzie Efe, Ap e Afp, così come quelli dei giornali Cuarto Poder, Expreso, Mirada Sur e La Foja Coleta, tra altri media.

I giornalisti riferiscono che, senza identificarsi quali agenti, gli aggressori hanno cominciato ad interrogarli rispetto alla loro provenienza, destinazione e scopo. A queste domande i giornalisti non hanno risposto ma hanno chiesto che prima fossero informati di cosa li si accusasse.

Gli agenti accusavano i quattro giornalisti, ben conosciuti in Chiapas, di “prendersi gioco delle autorità”, minacciandoli di portarli nella base della polizia municipale, ma hanno desistito quando i fotografi hanno cominciato a scattare foto per documentare l’aggressione.

Successivamente, oltre una decina di professionisti di media statali e nazionali hanno inviato una lettera pubblica al governatore dello stato ed al sindaco di San Cristóbal, Victoria Cecilia Flores Pérez, dove esprimono: “Essendo il Messico uno dei paesi dove il lavoro dei giornalisti è considerato fra i più rischiosi per la quantità di omicidi, detenzioni e sequestri contro la categoria, non è infondato il sospetto di premeditazione nell’aggressione contro chi, in possesso dei suoi strumenti di lavoro, è stato fermato nella zona dove stava lavorando da almeno 48 ore durante un evento al quale erano presenti decine di agenti di vigilanza e sicurezza dei tre livelli di governo”.

Aggiungono che anche se i poliziotti di San Cristóbal non conoscevano i fermati, la situazione è “sempre preoccupante, poiché sono molti i cittadini che per lavoro, questioni familiari, per passatempo e turismo si muovono all’alba e sono esposti a subire quanto accaduto ai nostri compagni.

“Siamo a conoscenza della deplorevole situazione presente in diverse entità e regioni messicane dove l’insicurezza ha ristretto di fatto o perfino ufficialmente, la libertà di transito, di espressione e lavoro, ma fino a questo momento non ritenevamo che il primo isolato di questa città rientrasse in dette circostanze”, prosegue la lettera al governatore Juan Sabines Guerrero.

“Per quanto sopra, Le chiediamo di prendere posizione al riguardo e di informarci dei risultati o, in mancanza di questi, di informarci se per caso vi siano misure eccezionali, orari di coprifuoco o territori in Chiapas dove dobbiamo svolgere l’esercizio della nostra professione a nostro proprio rischio e pericolo”. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/29/index.php?section=politica&article=005n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Mercoledì 26 gennaio 2011

Don Samuel Ruiz riceve l’omaggio più gradito: quello degli indios

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 25 gennaio. È interminabile il fiume di persone che sfilano davanti al feretro del Tatic Samuel Ruiz García. In migliaia, di ogni età e condizione sociale, vogliono vederlo per l’ultima volta. È molto probabile che tutti l’abbiano conosciuto, o almeno visto di persona, e forse toccato.

Dall’alba, quando sono arrivati suoi resti nella cattedrale, buona parte della popolazione di questa città è venuta a vederlo. Si sono visti ex funzionari di diversi governi. Gente arrivata di altri stati. E molti indigeni. Prima dai municipi vicini come Zinacantán e San Juan Chamula. Poi San Andrés, Huixtán, Altamirano, Amatenango del Valle, Comitán. E poi Salto de Agua, Sabanilla, Palenque. Un fiume di gente scossa. Alcuni accarezzano il vetro che copre la bara, lo baciano o dicono qualcosa a voce bassa, nient’altro per il Tatic.

Hanno officiato le celebrazioni religiose i parroci chiave nella costruzione della chiesa indigena, che è il lascito sociale, e non solo religioso, di Ruiz García. Si sono convertiti vivendo nelle parrocchie di Simojovel (Joel Padrón), Tila (Heriberto Cruz Vera), Miguel Chanteau (Chenalhó), Gonzalo Ituarte (Ocosingo). Una generazione di preti politici: chi non incarcerato, espulso dalla Migrazione, minacciato dagli allevatori o calunniato sui media locali.

Sono stati testimoni dello straordinario processo sociale dei popoli maya chiapanechi degli ultimi 30 anni. In termini simbolici, oggi lo sono un’altra volta. Nell’atrio e nella cattedrale sono presenti membri di organizzazioni come Xi’Nich, Aric e Las Abejas, le cui lotte hanno preceduto, anticipato o accompagnato la sollevazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).

Una figura particolarmente significativa è Raúl Vera, vescovo di Saltillo, per alcuni anni coadiutore di Ruiz García. Come lo stesso Tatic, ha avuto la sua fulminazione sulla strada di Damasco. Quando ha conosciuto i popoli del Chiapas è sceso da cavallo, come il Saulo del passaggio biblico letto ieri sera all’arrivo del feretro nella cattedrale. Vera è il suo successore al posto del vescovo cattolico più scomodo per il potere del paese intero.

 

Viene da lontano l’omaggio degli indigeni chiapanechi al Tatic (padre, in tzeltal) che oggi convergono a migliaia nella cattedrale dedicata al santo cattolico dei viaggiatori, San Cristóbal. Viene da decenni addietro, e da tutte le regioni indie del Chiapas. Fin dall’alba sono arrivati gruppi di fedeli da Simojovel, Chenalhó, Chilón, Ocosingo, Tila, Las Margaritas, Motozintla. Dagli angoli più nascosti, a volte “l’angolo più dimenticato della patria”, come dissero gli zapatisti nel 1994.

Oggi si sono celebrate diverse messe; le più solenni a mezzogiorno e al tramonto. Organizzazioni politiche e sociali, gruppi parrocchiali, comunità tzeltales, tzotziles, choles, mam, tojolabales, “colorano” ancora una volta il passaggio di Ruiz García, che come un radioamatore si identificava come El Caminante. Nei decenni della sua presenza episcopale ha visitato la maggior parte di queste comunità. Ancora non esistevano le strade e i sentieri che hanno portato la guerra in queste terre, ma il Tatic arrivava sempre. A piedi o a dorso di mulo. Oggi sono quei popoli che arrivano qua, e domani lo seppelliranno proprio qui, nella cattedrale che occupa il centro di questa città storicamente a loro ostile.

Nel 1982 avvenne un terribile massacro di indigeni a Wolonchán (Chilón). A quell’epoca “non c’era chi contava i morti”, come disse una volta Andrés Aubry. Più di 50 vittime dimenticate. Più che ad Acteal, avvenuto nel 1997, quando la notizia fece il giro del mondo, fece tremare il governo della Repubblica ed è ancora una ferita aperta. Il Chiapas era già un altro, e don Samuel ha avuto gran merito in questo. Gli indios già contavano qualcosa. Non a caso qui risiede una delle culle della coscienza moderna dei diritti umani.

Precursore in material su scala nazionale, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, o Frayba, è stato creato alla fine del 1988 dallo stesso Ruiz García, che lo ha presieduto fino a lunedì scorso. Il Frayba oggi dice: “Nella sua instancabile lotta per la difesa dei diritti umani è stato ispiratore e guida di molte organizzazioni civili e di processi sociali nella costruzione della giustizia, mediatore nei dialoghi tra l’EZLN ed il governo messicano, un grande teologo della liberazione e promotore della teologia india. E’ stato candidato al Nobel della Pace ed ha ricevuto molti riconoscimenti per il suo lavoro a difesa dei diritti umani”.

Il Frayba ribadisce il suo impegno “di camminare a fianco ed al servizio del popolo povero, escluso ed organizzato che vuole superare la situazione socioeconomica e politica in cui vive, prendendo da lui direzione e forza per contribuire al suo progetto di costruzione di una società dove le persone e comunità esercitino e godano appieno di tutti i loro diritti”.

Da parte sua, Il Fronte Nazionale di Lotta per il Socialismo in Chiapas ha dichiarato: “Non dimentichiamo le dimostrazioni di solidarietà incondizionata che ci ha offerto nelle diverse tappe di lotta e conflitti, che abbiamo affrontato come popoli indigeni e come organizzazione, contro lo Stato che non cessa di annientare ogni tentativo di organizzazione del popolo”.

Ricorda la “sua collaborazione ed appoggio incondizionato alle lotte nei diversi angoli del paese, per la liberazione dei prigionieri politici e di coscienza, contro lo sfruttamento minerario, per la presentazione in vita dei desaparecidos ed il rispetto dei diritti umani, a favore degli oppressi e sfruttati”.

Nataniel Hernández Núñez, rappresentante del Centro dei Diritti Umani Digna Ochoa, con sede nella città costiera di Tonalá, ha dichiarato: “il Tatik Samuel ci ha lasciato in eredità la lotta e la difesa dei diritti umani, e per la giustizia. Per questo i membri di questo centro seguiranno i passi del Caminante e sorvegliante dei popoli per proseguire nel processo di pace, giustizia e rispetto dei diritti umani dei popoli in Chiapas”.

È stata notevole la partecipazione dei tre livelli di governo alle esequie di don Samuel. Luis H. Álvarez è arrivato come inviato personale del presidente Felipe Calderón. Ieri sera, il governatore Juan Sabines Guerrero ha accompagnato i resti fino all’altare della cattedrale, dopo essersi occupato del trasferimento da Città del Messico. La presidentessa municipale, Cecilia Flores, ha messo a disposizione le forze di polizia ed ha inviato una corona di fiori. Inoltre, si sono visti ex membri della Cocopa “storica” e della disciolta Conai, tutti amici del Tatic.

La stampa chiapaneca si è profusa in riconoscimenti per Ruiz García. Lo stesso ha fatto il vertice del PRI locale: Sami David, la senatrice María Elena Orantes e la ex segretaria di Governo Arely Madrid Tovilla, responsabile della politica contrainsurgente di Roberto Albores Guillén. Nemmeno per loro è un segreto che senza il Tatic sarebbe impossibile comprendere la storia moderna del Chiapas, e che la sua eredità sopravvivrà a tutti loro. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/26/index.php?section=politica&article=003n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDO GENERALE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Al Popolo Del Messico:

Il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale esprime il suo cordoglio per la morte del Vescovo Emerito Don Samuel Ruiz García.

Nell’EZLN militano persone di diversi credi religiosi e non credenti, ma la statura umana di questo uomo (e di chi, come lui, cammina dalla parte degli oppressi, degli sfruttati, dei disprezzati) ci induce ad esprimere la nostra parola.

Anche se non sono state poche né superficiali le differenze, i disaccordi e le distanze, oggi vogliamo rimarcare l’impegno ed il percorso che non sono solo di un individuo, bensì di tutta una corrente all’interno della Chiesa Cattolica.

Don Samuel Ruiz García non si è distinto solo per un cattolicesimo praticato tra e con i diseredati, con la sua squadra ha formato anche una generazione di cristiani impegnati in questa pratica della religione cattolica. Non solo si è preoccupato per la grave situazione di miseria ed emarginazione dei popoli originari del Chiapas, ma ha anche lavorato, insieme all’eroica squadra pastorale, per migliorare quelle condizioni di vita e morte.

Quello che i governi di proposito hanno dimenticato per coltivare la morte, si è fatto memoria di vita nella diocesi da San Cristóbal de Las Casas.

 

Don Samuel Ruiz García e la sua squadra non solo si sono impegnati per raggiungere la pace con giustizia e dignità per gli indigeni del Chiapas, ma hanno inoltre rischiato e rischiano la loro vita, libertà e beni in questo cammino ostacolato dalla superbia del potere politico.

Già da molto prima della nostra sollevazione del 1994, la Diocesi di San Cristóbal ha subito la persecuzione, gli attacchi e le calunnie dell’Esercito Federale e dei governi statali di turno.

Almeno da Juan Sabines Gutiérrez (ricordato per il massacro di Wolonchan nel 1980) e passando per il Generale Absalón Castellanos Domínguez, Patrocinio González Garrido, Elmar Setzer M., Eduardo Robledo Rincón, Julio César Ruiz Ferro (uno degli autori del massacro di Acteal nel 1997) e Roberto Albores Guillén (già noto come “el croquetas“), i governatori del Chiapas hanno perseguitato chi nella diocesi di San Cristóbal si opponeva ai loro massacri ed alla gestione dello Stato come fosse una tenuta porfirista.

Dal 1994, durante il suo lavoro nella Commissione Nazionale di Intermediazione (CONAI) in compagnia delle donne e degli uomini che formavano quell’istanza di pace, Don Samuel ricevette pressioni, vessazioni e minacce, compreso attentati contro la sua vita da parte del gruppo paramilitare mal chiamato “Paz y Justicia”.

E come presidente della CONAI Don Samuel, nel febbraio del 1995, subì anche una minaccia di arresto.

Ernesto Zedillo Ponce de León, come parte di una strategia di distrazione (tale e quale come ora) per occultare la grave crisi economica nella quale lui e Carlos Salinas de Gortari avevano sprofondato il paese, riattivò la guerra contro le comunità indigene zapatiste.

Mentre lanciava una grande offensiva militare contro l’EZLN (peraltro fallita), Zedillo attaccava la Commissione Nazionale di Intermediazione.

Ossessionato dall’idea di distruggere Don Samuel, l’allora presidente del Messico, ed ora impiegato delle multinazionali, approfittò dell’alleanza che, sotto la tutela di Carlos Salinas de Gortari e Diego Fernández de Cevallos, si era stretta tra il PRI ed il PAN.

In quelle date, in una riunione con la cupola ecclesiale cattolica, l’allora Procuratore Generale della Repubblica, il panista e fanatico dello spiritismo e della stregoneria più volgare, Antonio Lozano Gracia, brandì di fronte a Don Samuel Ruiz García un documento con il mandato di cattura nei suoi confronti.

E si racconta che il procuratore laureato in Scienze Occulte fu affrontato dagli altri vescovi, tra loro Norberto Rivera, chi si alzarono in difesa del titolare della Diocesi di San Cristóbal.

L’alleanza PRI-PAN (alla quale si uniranno poi in Chiapas il PRD ed il PT) contro la Chiesa Cattolica progressista non si è fermata lì. Dai governi federale e statale si sono favoriti attacchi, calunnie ed attentati contro i membri della Diocesi.

L’Esercito Federale non è rimasto indietro. Mentre finanziava, addestrava ed equipaggiava i gruppi paramilitari, si diffondeva la tesi che la Diocesi seminava la violenza.

La tesi di allora (e che oggi è ripetuta da idioti della sinistra da scrivania) era che la Diocesi aveva formato le basi ed i quadri della direzione dell’EZLN.

Un segno dell’ampia dimostrazione di questi argomenti ridicoli si ebbe quando un generale mostrò un libro come prova del legame tra la Diocesi ed i “trasgressori della legge”.

Il titolo del libro incriminante è “Il Vangelo secondo Marco”.

Oggigiorno quegli attacchi non sono cessati.

Il Centro dei Diritti Umani “Fray Bartolomé de Las Casas” riceve continuamente minacce e persecuzioni.

Oltre ad essere stato fondato da Don Samuel Ruiz García e di essere di ispirazione cristiana, il “Frayba” ha come “aggravante” il credere nell’Integrità ed Indivisibilità dei Diritti Umani, nel rispetto della diversità culturale e nel diritto alla Libera Determinazione, nella giustizia integrale come requisito per la pace, e nello sviluppo di una cultura del dialogo, tolleranza e riconciliazione, nel rispetto della pluralità culturale e religiosa.

Niente di più fastidioso di questi principi.

E questa molestia arriva fino al Vaticano, dove si opera per dividere in due la diocesi di San Cristóbal de Las Casas, in modo da diluire l’opzione per, tra e con i poveri, nel conformismo che lava le coscienze col denaro. Approfittando del decesso di Don Samuel, si riattiva questo progetto di controllo e divisione.

Perché là in alto sanno che l’opzione per i poveri non muore con Don Samuel. Vive ed agisce in tutto quel settore dalla Chiesa Cattolica che ha deciso di essere coerente con quello che predica.

Nel frattempo, la squadra pastorale, e specialmente i diaconi, ministri e catechisti (indigeni cattolici delle comunità) subiscono le calunnie, gli insulti e gli attacchi dei neo-amanti della guerra. Il Potere rimpiange i suoi giorni di dominio e vede nel lavoro della Diocesi un ostacolo al ripristino del suo regime di forca e coltello.

La grottesca sfilata di personaggi della vita politica locale e nazionale davanti al feretro di Don Samuel non è per onorarlo, ma per verificare, con sollievo, che è morto; ed i mezzi di comunicazione locali esprimono falso cordoglio ma in realtà festeggiano.

Al di sopra di tutti gli attacchi e cospirazioni ecclesiali, Don Samuel Ruiz García e le/i cristian@ come lui, hanno avuto, hanno ed avranno un posto speciale nel cuore scuro delle comunità indigene zapatiste.

Ora che è di moda condannare tutta la Chiesa Cattolica per i crimini, gli eccessi, le commistioni ed omissioni di alcuni dei suoi prelati…

Ora che il settore che si autodefinisce “progressista” si sollazza a si fa scherno della Chiesa Cattolica tutta…

Ora che si incoraggia a vedere in ogni sacerdote un pederasta potenziale o attivo…

Ora sarebbe bene tornare a guardare in basso e trovare lì chi, come prima Don Samuel, ha sfidato e sfida il Potere.

Perché qust@ cristiani credono fermamente che la giustizia deve regnare anche in questo mondo.

E così lo vivono, e muoiono, in pensieri, parole ed opere.

Perché sebbene sia vero che nella Chiesa Cattolica ci sono i Marciales e gli Onésimos, c’erano e ci sono anche i Roncos, Ernestos, Samueles, Arturos, Raúles, Sergios, Bartolomés, Joeles, Heribertos, Raymundos, Salvadores, Santiagos, Diegos, Estelas, Victorias, e migliaia di religios@ e secolari che, stando dalla parte della giustizia e della libertà, stanno dalla parte della vita.

Nell’EZLN, cattolici e non cattolici, credenti e non credenti, oggi non solo onoriamo la memoria di Don Samuel Ruiz García.

Salutiamo anche, e soprattutto, l’impegno conseguente de@ cristian@ e credenti che in Chiapas, in Messico e nel Mondo, non si rifugiano nel silenzio complice di fronte all’ingiustizia, né restano immobili di fronte alla guerra.

Don Samuel se ne va, ma rimangono molte altre, molti altri che, in e per la fede cattolica cristiana, lottano per un mondo terreno più giusto, più libero, più democratico, cioè, per un mondo migliore.

Salute a loro, perché anche dalle loro pene nascerà il domani.

LIBERTÀ!

GIUSTIZIA!

DEMOCRAZIA!

Dalle montagne del Sudest Messicano. Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’EZLN

Tenente Colonnello Insurgente Moisés    Subcomandante Insurgente Marcos

Messico, 26 gennaio 2011

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Martedì 25 gennaio 2011

Senza El Caminante, forse in Chiapas ci sarebbe stato un bagno di sangue

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 24 gennaio. Guardando la bella cattedrale gialla e bianca di San Cristóbal, scolpita da mani indigene ai tempi della Colonia, non si può non pensare a Samuel Ruiz García ed al suo passaggio assolutamente storico per le terre del sudest messicano. Da mezzo secolo questa città, e tutte le terre maya e zoques del Chiapas sono segnate dai passi del Caminante (Il Viandante), come egli stesso piaceva definirsi.

Dal pomeriggio di oggi ha cominciato a congregarsi (una parola che piaceva a jTatik), una grande quantità di persone nell’atrio e nelle navate del tempio, per aspettarlo per l’ultima volta. O “per sempre”, come dice un diacono tzotzil che sistema gli addobbi floreali che continuano ad aumentare ai piedi della scalinata fino all’altare, dove tante volte Don Samuel (la gente lo chiama semplicemente così) ha officiato e parlato, un vescovo come ce ne sono pochi, ed ora senza di lui, molti meno. A mezzanotte ancora lo aspettavano.

La sua impronta è ineludibile. Quanti governi statali e federali lo spiarono, calunniarono, minacciarono, schernirono. Quanti lo temettero. “Il pretino”, lo chiamava con sdegno un segretario di Governo negli anni della peggiore offensiva paramilitare filogovernativa contro choles e tzotziles alla fine del secolo XX, con al centro il massacro di Acteal (1997). Oggi si compiono 51 anni dalla sua consacrazione a vescovo della Chiesa cattolica nell’allora diocesi del Chiapas, che poi passò a quella di Tuxtla Gutiérrez; Ruiz rimase a San Cristóbal, la diocesi che comprende gli Altos, la Selva Lacandona, la zona nord, le selve e le catene montuose di confine: la vasta regione che a metà del decennio scorso scosse la coscienza nazionale con l’insurrezione zapatista e la rivelazione al Messico e al mondo di alcuni popoli indigeni profondi, coraggiosi ed esemplari.

Il vescoso stesso dovette scoprirli, come non lo fece nessuno dai suoi predecessori, ad eccezione del frate Bartolomeo de las Casas, il suo lontano precursore e definitivo maestro. Entrambi sono venuti ad imparare l’umanesimo nella terra degli “uomini veri”. Generazioni del popolo hanno amato Samuel Ruiz. Generazioni di cacicchi politici, finqueros e governanti l’hanno odiato come il nemico che effettivamente era per loro. Il suo prolungato contatto con le comunità lo portò alla sua famosa “opzione preferenziale per i poveri”, che acquisisce corpo verso il 1974, e si definisce ampiamente negli anni ’80.

Una corona di fiori del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, fondato qui dallo stesso Ruiz nel 1989, è posata accanto ad un’altra della famiglia di Mariano Díaz Ochoa, ex sindaco priista ed ex leader dei tristemente celebri “autentici coletos” che arrivarono a prendere a sassate la curia per considerare jTatik un rosso, irrimediabilmente alleato di quegli indios che erano disprezzati ed umiliati dai coletos, che come tali sono stati sconfitti dalla storia, cioè, da quei popoli ai quali il vescovo ha consacrato la sua vita. Oggi tutti gli rendono omaggio.

Polemico con i poteri ecclesiastici e politici, vituperato senza validi argomenti dagli intellettuali criollisti e filogovernativi, ebbe il suo momento culminante dopo la sollevazione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale nel 1994. Risultò l’unico mediatore valido per lo Stato ed i ribelli, e corse grandi rischi. In quei mesi, le sue omelie erano conferenze stampa per centinaia di giornalisti del mondo intero che accorrevano alle sue messe nella chiesa di Santo Domingo o in questa cattedrale; era “la notizia”, ed alcuni albergavano una certa morbosità, aspettando che lo assassinassero come don Arnulfo Romero, a San Salvador.

Contro quello che era un luogo comune, non era zapatista. Neanche filogovernativo, ma aveva la legittimità per servire da ponte. Senza di lui, in Chiapas forse ci sarebbe stato un bagno di sangue. Questa cattedrale si chiama da allora “della pace”. i Suoi corridoi, il suo atrio, le sue rustiche torri sono un monumento alla pace. Pochi menzionano ora che ha anche fatto da mediatore negli anni più duri dell’intolleranza religiosa tra cattolici tradizionali e nuovi evangelici. Don Samuel, cattolico, è corso in difesa degli indigeni. Ed il suo impegno per i diritti umani è stato pari. Lo sanno anche migliaia di maya guatemaltechi accolti in Chiapas durante la guerra nel loro paese, appoggiati dal jTatik e dalle sue squadre pastorali. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/25/index.php?section=politica&article=006n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Don Samuel Ruiz, riposa in pace.

Con profondo dolore comunichiamo che oggi, 24 gennaio, a Città del Messico, a 86 anni è scomparso Monsignor Samuel Ruiz García. Il nostro caro Jtatic ci ha trasmesso l’incorruttibile decisione di lottare per la giustizia e la costruzione della pace con dignità e perseveranza.

Jtatic Samuel Ruizè stato Vescovo Emerito della Diocesi di San Cristóbal de Las Casas e questo 25 gennaio avrebbe compiuto il 51° anniversario di ordinazione episcopale. E’ stato inoltre fondatore e Presidente di questo Centro dei Diritti Umani dal 1989.

Nella sua instancabile lotta per la difesa dei diritti umani è stato ispiratore e guida di molte organizzazioni civili e di processi sociali nella costruzione della giustizia, mediatore nei dialoghi tra l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ed il governo messicano, un grande teologo della liberazione e promotore della teologia india. E’ stato candidato al Nobel per la Pace ed ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro a difesa dei diritti umani in particolare a difesa dei popoli indigeni in Chiapas.

Fedeli alla sua ispirazione, tutte e tutti noi che facciamo parte di questo Centro, ratifichiamo la nostra Missione di camminare a fianco ed al servizio del popolo povero, escluso ed organizzato che vuole superare la situazione socioeconomica e politica in cui vive, prendendo da lui direzione e forza per contribuire nel suo progetto di costruzione di una società in cui le persone e comunità esercitino e godano di tutti i loro diritti in pienezza.

Il suo corpo sarà trasferito nel pomeriggio di oggi, lunedì 24 gennaio, nella città di San Cristóbal de Las Casas per essere vegliato nella Cattedrale di questa città che inizierà  alle ore 19:00 e proseguirà per tutta la notte. Le esequie si svolgeranno mercoledì 26 gennaio alle ore 12.00 nella cattedrale.

Ringraziamo anticipatamente per la vostra presenza alle diverse celebrazioni, potete portare una candela per accompagnare in questo percorso  jTatic Samuel.

26 gennaio, ore 12:00 – La cerimonia funebre sarà coperta dai seguenti media:

http://komanilel.blogspot.com/

http://chiapas.indymedia.org/

http://kuxaelan.blogspot.com/

http://acteal.blogspot.com/

http://chiapasdenuncia.blogspot.com/

http://frecuencialibre991.blogspot.com/

stream audio http://giss.tv:8000/komanilel.mp3

stream video http://www.livestream.com/komanilel

 

Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas A.C.
Calle Brasil #14, Barrio Mexicanos,
San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México
Código Postal: 29240
Tel +52 (967) 6787395, 6787396, 6783548
Fax +52 (967) 6783551
frayba@frayba.org.mxwww.frayba.org.mx

Read Full Post »

La Jornada – Venerdì 14 gennaio 2011

L’ejido di Bachajón si dissocia dall’invasione

Hermann Bellinghausen

Le autorità ejidali di San Sebastián Bachajón (municipio di Chilón, Chiapas), aderenti all’Altra Campagna si sono dissociati dall’occupazione violenta del rancho El Vergel, avvenuta il 31 dicembre scorso nel vicino municipio di Sitalá. Accusano dei fatti Carmen Aguilar Gómez ed i suoi figli, che mentendo si sono presentati come aderenti all’Altra Campagna.

Aguilar Gómez, originaria della comunità Chewal Nazareth (Chilón), “ha occupato” El Vergel, di proprietà di Alicia Victoria Díaz, accompagnata da individui armati. Gli indigeni tzeltales aderenti all’Altra Campagna sostengono di “non aver niente a che vedere con questo conflitto, poiché questa persona non appartiene più a questa organizzazione” dall’aprile scorso. Gli ejidatari rivelano che era stata espulsa “per diversi reati”.

Inoltre, assicurano che il delegato di governo a Chilón “ha qualcosa a che fare in tutto questo, poiché nei giorni precedenti le persone denunciate si erano incontrate con Noé Castañón León (segretario di Governo dello stato), insieme ad altri rappresentanti del malgoverno”.

Secondo gli indigeni, “gli stessi funzionari pubblici sono coinvolti in questo abuso”. Se il governo “realmente vuole applicare la legge contro questa delinquente, che chieda al delegato di governo a Chilón dove ha archiviato tutte le denunce controi Carmen Aguilar e suo figlio, i quali hanno cercato di sporcare l’immagine dell’organizzazione dicendo di esserne membri, cosa che non è vera”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 9 gennaio 2010

L’Altra Campagna indaga ed arresta i rapinatori

Hermann Bellinghausen. San Cristóbal de las Casas, Chis. 8 gennaio. Le autorità ejidali di San Sebastián Bachajón, municipio di Chilón, aderenti all’Altra Campagna, hanno informato dell’arresto in fragrante di un rapinatore a Xanil, sulla Strada che conduce ad Agua Azul, nel municipio di Tumbalá.

Lo scorso 3 gennaio le autorità ejidali erano state informate che al chilometro 87 sulla strada Ocosingo-Palenque, quattro individui “stavano assaltando i passeggeri di un’auto e qualche minuto dopo autorità dell’Altra Campagna si sono assunte il compito di indagare sul luogo dei fatti”.

Sul posto è stato bloccato uno dei rapinatori, Miguel Demeza Silvano, di 16 anni, originario del villaggio Maquin Chab. I fatti sono avvenuti alle 21:30 del giorno stesso. Il giorno 4, prosegue la comunicazione degli ejidatarios tzeltales, si è proceduto a metterlo a disposizione delle autorità della procura della zona Selva Palenque.

Comunicano inoltre che, come autorità dell’organizzazione, stanno lavorando intensamente per identificare i colpevoli degli assalti che si sono verificati di frequente su quel tratto di strada, e metterli a disposizione delle autorità (ufficiali) affinché applichino la legge come dev’essere.

Ricordano lo scorso 12 dicembre ci fu un altro assalto nella zona e giorni i colpevoli furono arrestati. Uno di loro risultò essere membro del commissariato ufficiale che, tuttavia, riceve il costante supporto del governo municipale di Chilón. Così, funzionari filogovernativi stanno intervenendo per liberare i veri delinquenti, poiché dicono che uno di loro è un’autorità e membro dirigente del suo commissariato.

Gli ejidatari dell’Altra Campagna dicono di sperare che l’arresto dei criminali non sia un affare lucroso per i diversi enti di governo. Questi, aggiungono “stanno sporcando l’immagine dell’Altra Campagna” con accuse false. Che sia ben chiaro che i membri della nostra organizzazione non sono quelli che rubano. Quelli che delinquono sono i membri del Partito Verde Ecologista del Messico (filogovernativo ed alleato del Partito Rivoluzionario Istituzionale) e membri del commissariato ufficiale.

Infine, rivolgendosi ai turisti nazionali e stranieri che numero in questo periodo visitano l’area, dicono: Stiamo lavorando per dare sicurezza a tutti quelli che visitano le cascate di Agua Azul. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/09/index.php?section=politica&article=015n2pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

Offensiva antizapatista.

Los de Abajo

Offensiva antizapatista

Gloria Muñoz Ramírez

Il prossimo 12 gennaio si compiono 17 anni dalla storica marcia di cui fu protagonista la società civile per chiedere il cessate il fuoco dell’Esercito federale contro le comunità indigene zapatiste che in Chiapas si erano ribellate quella prima alba del 1994. Una marcia per la pace che inondò lo zócalo della capitale ed obbligò l’allora presidente Carlos Salinas de Gortari a decretare la sospensione delle ostilità. L’EZLN fece la sua parte e da allora ha mantenuto il suo impegno di continuare la lotta per la via pacifica. Non così il governo ed i suoi complici.

Il 12 gennaio diventò il simbolo della partecipazione collettiva e della solidarietà tra popoli. Lo zapatismo è l’unico movimento in Messico che può vantarsi di avere costruito e mantenuto un movimento globale che condivide la sua causa e ha saputo rispondere in molte occasioni alle offensive dei diversi governi. E questo momento non è l’eccezione.

Di fronte alla campagna iniziata lo scorso 1° gennaio con la pubblicazione di un comunicato scritto da un’ipotetico membro dell’EZLN che ha rivendicato a questo movimento la paternità del sequestro di Diego Fernández de Cevallos, l’indignazione è esplosa in molte parti del mondo. Negli oltre tre lustri di vita pubblica dell’EZLN non è mai stata messa in dubbio la sua legittimità e tanto meno la sua etica, e così praticamente nessuno ha creduto all’autenticità del comunicato. Ma non è questo il problema, bensì le intenzioni della sua divulgazione che non sono altro che l’incremento alle ostilità contro i popoli in resistenza.

Intellettuali, sindacati, organizzazioni e collettivi di Messico, Argentina, Brasile, Uruguay, Colombia, Ecuador, Venezuela, Canada, Stati Uniti, Stato Spagnolo, Italia, Austria, Grecia, Francia, Svizzera, Olanda, Germania e Slovenia, tra altri, hanno diffuso una dichiarazione in cui respingono le notizie diffuse non solo contro l’EZLN, ma anche contro il movimento sociale e pacifico che unisce le organizzazioni e gli individui che formano L’Altra Campagna.

Quello che si vuole fare, avvertono nella dichiarazione collettiva, “è un nuovo attacco, con la speranza che questa volta siano creduti e che serva per facilitare una nuova scalata di aggressioni contro le comunità zapatiste, e nel contempo criminalizzare e reprimere ogni tipo di protesta, lotta sociale ed anticonformismo con le cattive ed impuni pratiche del governo messicano, le sue istituzioni e sbirri”.

E concludono: “… possono essere sicuri che non sono soli. Faremo particolare attenzione a quello che potrà accadere nei prossimi giorni e settimane”. (L’indirizzo di posta elettronica per inviare firme di appoggio all’EZLN è: contacto@cedoz.org). http://www.jornada.unam.mx/2011/01/08/index.php?section=politica&article=014o1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Lunedì 3 gennaio 2011

Nuova escalation repressiva contro il movimento, afferma la Cocopa

ENRIQUE MÉNDEZ

La Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa), del Congresso dell’Unione, “respinge decisamente qualunque tentativo di voler vincolare l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) col sequestro di Diego Fernández di Cevallos” ed ha chiesto al governo di Felipe Calderón un’indagine esaustiva sull’origine delle voci che, sostiene, vogliono scatenare una nuova campagna di diffamazione contro questo movimento.

Il presidente della commissione – formata da deputati e senatori – il petista José Narro Céspedes, ha contestato le notizie diffuse riguardo agli zapatisti che sarebbero coinvolti nel sequestro dell’ex candidato presidenziale del PAN. “Tutto indica che si tratta di documenti che vogliono essere l’inizio di una scalata repressiva contro l’EZLN”, ha dichiarato.

In un comunicato emesso ieri, il deputato petista ha affermato che nei fatti “L’EZLN ha dimostrato la sua volontà di trovare una soluzione al conflitto, per la via politica, ed ha fatto la sua parte”.

Narro Céspedes ha ricordato che dopo la riforma in materia di diritti e cultura indigena, dove si è lasciata fuori la sostanza degli Accordi di San Andrés Larráinzar, l’EZLN “decise di promuovere un innovativo processo di organizzazione e lavoro comunitario” con le giunte di buon governo… che sono un esempio di quello che può fare il popolo organizzato ed i cui risultati sono migliori di quelli che conosciamo nella politica tradizionale”.

Il titolare della Cocopa affermò che persiste la tentazione di isolare lo zapatismo e di distruggerlo attraverso il suo esaurimento, l’usura del suo discorso e la fine del suo impatto.

Ha ricordato che quasi un anno fa, come ora, “senza nessuna fonte di informazione seria”, gli zapatisti erano stati accusati di ricevere finanziamenti da ETA. (…)

http://www.jornada.unam.mx/2011/01/03/index.php?section=politica&article=011n2pol

(Traduzione “Maribel”-  Bergamo)

Read Full Post »

Falsa notizia 1.

La Jornada – Lunedì 3 gennaio 2011

L’EZLN e L’Altra Campagna si dissociano dal sequestro di Fernández de Cevallos

L’autore della notizia ha avuto i suoi 15 minuti di notorietà, affermano gli indigeni zapatisti

Hermann Bellinghausen. San Cristóbal de las Casas, Chis. 2 gennaio. Enlace Zapatista, pagina web ufficiale dell’Esercito Zapatista di Liberazione (EZLN) e dell’Altra Campagna, ha smentito le notizie giornalistiche che vincolano queste organizzazioni al sequestro dell’ex senatore del PAN Diego Fernández de Cevallos. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2011/01/02/se-desmiente-vinculacion-de-el-ezln-y-la-otra-campana-con-cualquier-secuestro/

Il documento, firmato da Javier Elorriaga e Sergio Rodríguez Lascano, editori di Enlace Zapatista, si riferisce al lancio dell’agenzia Efe, ripreso alla lettera da alcuni media, e ribadisce che L’Altra Campagna è un movimento politico, civile e pacifico. “Così è stato dalla sua fondazione e così si è mosso ed agito in questi anni. Non ricorre pertanto a sequestri per ottenere risorse né per fare propaganda politica”.

Il comunicato prosegue: “è a tutti noto che l’EZLN, e la sua storia e pratica da 27 anni dalla sua nascita fino ad oggi lo dimostrano, non compie sequestri, questo va contro i suoi principi”. Quindi, “l’EZLN non ha sviluppato né la struttura organizzativa né l’infrastruttura materiale per questo tipo di azioni”. Si ricorda che da 17 anni, quando gli zapatisti “hanno dichiarato il cessate il fuoco offensivo per dare un’opportunità alla costruzione della pace giusta e degna, rispettano la parola data, non così lo Stato messicano che li ha aggrediti militarmente, politicamente ed economica, dal primo gennaio del ’94 fino ai nostri giorni”.

Il 1° di gennaio “è circolata una notizia su alcuni giornali nazionali e stranieri, a partire dall’agenzia di stampa spagnola Efe, secondo la quale un componente delle forze ribelli dell’EZLN”, con un comunicato attribuiva il sequestro di Diego Fernández de Cevallos all’EZLN”. Nella “confusa nota” si accusano anche diversi collettivi dell’Altra Campagna “di essere complici di detto sequestro, …….. ”

In realtà, alcuni editorialisti, legati alle forze di sicurezza federali ed al governo del Chiapas hanno suggerito dietro addietro questa ipotesi che inaspettatamente ha preso forza nell’Anno Nuovo, senza ulteriore fondamento.

Elorriaga e Rodríguez Lascano riferiscono che il “comunicato” apocrifo è arrivato completo anche all’indirizzo di Enlace Zapatista, “tale e quale è arrivato ai media che ne hanno parlato dando la notizia”. E sottolineano: “Basterebbe con che lo pubblicassero integralmente perché qualsiasi lettore capisse che è impossibile che abbia origine dall’EZLN. È incoerente in tutto il suo contenuto ed è chiaro che chi lo ha scritto cerca solo protagonismo e vuole generare confusione e servire gli interessi dal potere”.

Esprimono la preoccupazione che “le comunità indigene zapatiste soffriranno una nuova scalata di aggressioni come risultato di questo tipo di trovate opportuniste e poliziesche”. Questo è “il vero pericolo”, concludono ed invitano a vigilare “di fronte a questa nuova provocazione contro i compagni zapatisti”. E ribadiscono che “né l’EZLN né L’Altra Campagna compiono sequestri”.

“Se qualcuno nutre simpatie o ritiene politicamente corretto praticare il sequestro, non ha posto nell’Altra Cmpagna. Il ‘guerriero Balam’, come si definisce chi ha inviato il comunicato ha avuto i suoi 15 minuti di fama, alcuni media hanno ripreso dei frammenti del suo scritto e sbattuti in prima pagina. Godeteveli. Nel frattempo, le comunità indigene zapatiste subiranno una nuova escalation di aggressioni come risultato di questo tipo di trovate opportuniste e poliziesche.

“Questo è il vero pericolo, restiamo vigili di fronte a questa nuova provocazione contro i compagni zapatisti”, conclude il comunicato. http://www.jornada.unam.mx/2011/01/03/index.php?section=politica&article=011n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

La Jornada – Domenica 2 gennaio 2011

Los de Abajo

Gloria Muñoz Ramírez

Diciassette anni dalla sollevazione in Chiapas

In silenzio e con il lavoro accumulato per la costruzione dell’autonomia, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) arriva al 17° anniversario della sollevazione che scosse il mondo intero. Quale altro movimento in Messico può, dopo tanti anni, andare a testa alta e senza vergogna per non aver mai tradito? Quale altro movimento è stato tanto duramente attaccato politicamente e militarmente per più di tre lustri e si mantiene vivo, coerente e degno?

Come ogni anno, molto inchiostro viene fatto scorrere per fare domande allo zapatismo, applaudirlo o, come ogni anno, darlo per morto. Intellettuali e giornalisti che si adattano al governo di turno riempiono pagine di giornali per dare sepoltura ad un movimento che, piaccia o no, è l’unico che può rivolgersi al Messico con la certezza che, benché non sempre si condividano le sue posizioni, è rimasto coerente e continua a guardare in basso e a sinistra.

Sotto o lontano dai riflettori e dopo 17 anni di costruzione interna e verso l’esterno, l’EZLN e la sua colonna vertebrale (le basi di appoggio appartenenti ai popoli che lo formano) non solo sono sopravvissuti a quattro presidenti che hanno cercato di annichilirli, ma hanno presentato al mondo la certezza che un altro mondo è possibile e che, nel sudest messicano, quest’altro mondo esiste già, nonostante la guerra di sterminio che si perpetua contro di loro.

La formazione dei suoi governi autonomi, nei quali si creano nuove relazioni comunitarie e la politica è luogo di incontro e convivenza dal basso, resta un riferimento e, benché non lo propongano, un esempio di organizzazione. Hanno ripetuto fino alla stanchezza che la loro esperienza è inimitabile, perché avviene in un tempo e spazio determinati ma, così come l’hanno spiegato, non si tratta di ripetere o copiare, bensì di sapere che ci sono alternative e che le risposte, quali che siano, non verranno mai dall’alto.

Nel gennaio del 1994 il mondo intero tornò a guardare il Messico diversamente. Non era per la prima Miss Universo messicana o per la celebrazione del Pentapichichi, né per il Trattato di Libero Commercio e l’ingresso nel primo mondo del Messico salinista. L’insurrezione degli indigeni maya mostrò un popolo fino a quel momento invisibile ed a partire da quel giorno molti cambiamenti sarebbero arrivati. Il Messico non è più lo stesso, anche se ora si nega allo zapatismo il suo ruolo decisivo nelle riforme che ebbero luogo.

La guerra iniziata in Chiapas il primo gennaio 1994 continua fino ai nostri giorni… e così le sue cause. L’EZLN ed i suoi popoli sono vivi, non si sono arresi e continuano ad essere una speranza. L’unica, per molti.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Read Full Post »

« Newer Posts