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La Jornada – Giovedì 27 ottobre 2011

Gli avvocati ritengono che il caso di Alberto Patishtán debba essere rivisto nel contesto del clima di repressione che si viveva all’eopoca dei fatti

Hermann Bellinghausen

Questa è la storia di Alberto Patishtán Gómez, professore tzotzil e membro della Voz del Amate, da anni uno dei più importanti prigionieri indigeni e di coscienza del Messico. Si dichiarò in digiuno Dal 29 settembre scorso è in sciopero della fame, come i detenuti dell’Altra Campagna che chiedono la loro liberazione.

E’ stato arrestato nel 2000 e condannato a 60 anni di prigione con l’accusa di aver ucciso sette poliziotti a Las Limas (El Bosque) a giugno di quell’anno. Nello stesso processo fu assolto un altro imputato, Salvador López González, base di appoggio zapatista, perché il giudice ritenne che l’unico sopravvissuto, Rosemberg Gómez, “non fu sincero quando lo denuncò”.

Secondo la sua difesa, rappresentata all’epoca del suo primo sciopero della fame, tra febbraio ed aprile del 2008, da Gabriela Martínez López, “l’unico testimone fu indotto in maniera inverosimile a testimoniare contro López e Patishtán”.

Il giudice ignorò le contraddizioni e condannò alla massima pena il secondo, che aveva presentato prove ragionevoli di non aver partecipato all’imboscata. Nonostante l’appello ed il ricorso, a maggio del 2003 fu condannato. “Chi lo conosce sa della sua innocenza e della sua forza morale. La condanna è una vendetta delle autorità nel caso dei poliziotti uccisi”. Avevano bisogno di un “capro espiatorio”, fatto che ricorda il celebre caso del leader lakota Leonard Peltier, condannato all’ergastolo negli Stati Uniti “perché qualcuno doveva pagare” per la morte di un agente dell’FBI.

Patishtán apparteneva ad un gruppo di comuneros in contrasto con l’allora presidente municipale di El Bosque, il priista Manuel Gómez Ruiz, che li teneva sotto minaccia. Un mese prima dell’imboscata marciarono nella capitale dello stato. Il giorno dei fatti Patishtán si trovava nel municipio di Huitiupan insieme ai genitori, perché lì dirigeva un albergo. Le prove sono numerose.

I suoi avvocati hanno ripetutamente chiesto di ripresentare il caso nel contesto di quegli anni, quando la rappresaglia politica era la regola.

Si ricordi che nella zona operava, fuori controllo, il gruppo criminale-paramilitare dei Los Plátanos, circa 80 ragazzi addestrati dalla polizia e dall’Esercito federale che si erano stabiliti nella comunità di Los Plátanos.

Il periodo del governatore Roberto Albores Guillén (1998-2000) “fu un periodi di repressione, morte ed azioni paramilitari”. Il 10 giugno 1998, centinaia di poliziotti e soldati attaccarono le comunità Chavajeval, Unión Progreso e El Bosque, con un saldo di otto morti e più di 50 arresti. Nel 1999 la violenza in Chiapas si rifugiava sotto la protezione dell’Esercito federale che aumentò la sua presenza da 66 a 111 municipi. Alla fine del 2000, solo negli Altos erano avvenute altre otto esecuzioni.

Le prime indagini della Procura Generale della Repubblica indicavano che gli autori potevano essere stati uno dei “gruppi armati” sui quali indagava (alla fine inutilmente) l’Unità Speciale per i Reati Commessi da Presunti Gruppi di Civili Armati, che concluse che il gruppo aggressore si era impadronito delle armi dei sette poliziotti uccisi, armi ad uso esclusivo dell’Esercito. “Come potevano farlo solo due persone? Come avevano potuto mettersi insieme un priista (Patishtán lo era a quel tempo) ed uno zapatista, Salvador López, per tendere un’imboscata ai poliziotti? Non si conoscevano nemmeno. A questo non è mai stata data una spiegazione”, ancora tre anni fa sosteneva la sua difesa..

Patishtán adduce una rappresaglia dell’allora sindaco Gómez Ruiz, chi obbligò suo figlio Rosemberg ad accusarlo.

“Oggi sappiamo dai familiari di Patishtán che la testimonianza fu comprata con un camioncino Ford. Ogni volta che Rosemberg si ubriaca confessa di essere stato costretto a ‘mandare in prigione Patishtán”, riporta la relazione della sua difesa.

Il professore tzotzil è stato trasferito ingiustificatamente in una prigione federale a Guasave, Sinaloa, lo scorso 20 ottobre, e fino ad ora nessuno ha potuto mettersi in contatto con lui. http://www.jornada.unam.mx/2011/10/27/politica/026n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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