30 anni di tradimenti e autonomia in Chiapas
Il governo che riscrive la legge, il silenzio e quindi l’autonomia ed il Comune. Il grande sogno, tradito, del dialogo è diventato il motore del progresso neo-zapatista che ancora oggi illumina.
Andrea Cegna – 15 febbraio 2026
Il Finestrino https://ilfinestrino.substack.com/p/30-anni-di-tradimenti-e-autonomia
Il 16 febbraio 1996 il Messico sognava la pace e la giustizia sociale: allo stesso tavolo siedono il Subcomandante Marcos, la comandanta Ramona, Jaime Martínez Veloz – delegato del governo – e il vescovo di San Cristóbal de Las Casas, Samuel Ruiz. Quel tavolo si trovava nel municipio di San Andrés Larráinzar, sulle montagne del Chiapas, e rappresenta uno dei rarissimi momenti di negoziazione formale tra un movimento armato indigeno e lo Stato messicano dopo decenni di conflitti sociali repressi o invisibilizzati.
È il momento della firma degli Accordi di San Andrés, frutto di mesi di assemblee e consultazioni. Il loro obiettivo era rompere con una lunga tradizione di colonialismo e razzismo, ma anche con la cultura dell’indigenismo: una politica pensata da non indigeni per indigeni, che mirava a integrarli attraverso l’assimilazione e quindi la cancellazione delle differenze, per creare una nazione uniforme.
È il momento in cui il dialogo, iniziato nel 1994 tra l’EZLN e il governo, nonostante il tentativo dello Stato di catturare i comandi rivoluzionari all’uscita di uno degli incontri di negoziazione, sembrava poter condurre al riconoscimento dei diritti e delle culture dei popoli indigeni, così come alla possibilità che le comunità organizzassero autonomamente il proprio territorio e vivessero secondo usi e costumi. Ciò significava passare dall’idea dell’indigeno come popolazione da assistere all’idea dei popoli indigeni come soggetti collettivi, sociali e storici, titolari di diritti politici propri e non semplici destinatari di politiche pubbliche.
Gli accordi diventeranno legge solo nel 2001, con il governo di Vicente Fox. Una legge che, secondo l’EZLN, tradiva però quanto firmato cinque anni prima. Tradimento è la parola usata dai neozapatisti: non per indicare una semplice applicazione parziale o ritardata, ma la rottura di un patto e la fine dello spazio di dialogo.
Venticinque anni dopo, nel 2021, il Centro per i Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas conferma quella lettura, affermando che l’inadempienza degli accordi di pace «è legata all’offensiva continuata di guerra contro i popoli organizzati» e che «i segni di guerra e di logoramento continuano» perché le riforme dello Stato favoriscono «il grande capitale che alimenta la macchina di morte».
A pochi giorni dal trentesimo anniversario della firma, anche Jaime Martínez Veloz – allora presidente della COCOPA e rappresentante dello Stato al tavolo di San Andrés – scrive che «la verità è tanto chiara quanto dolorosa: lo Stato messicano ha tradito la sua parola». Sottolinea che la COCOPA, prevista e tuttora obbligatoria per legge, non è stata reinsediata: «non è una dimenticanza, non è un errore, è una decisione politica consapevole». La sua scomparsa ha fatto sparire «la via istituzionale del dialogo, il ponte tra lo Stato e i popoli indigeni e la possibilità di una pace vera» (El Coahuilense, 9 gennaio 2026).
Per chi quel giorno firmò gli accordi in nome del governo, San Andrés «non fu un gesto simbolico, ma un patto profondo per trasformare la relazione dello Stato con i popoli indigeni», oggi ridotto a un «impegno di Stato trasformato in impegno infranto». La prova del tradimento, scrive, è visibile nelle comunità senza cliniche né medici, nelle strade distrutte che isolano i villaggi, nella mortalità materna e infantile ancora altissima, negli sfollamenti verso il Guatemala causati dalla violenza armata e nella crescente militarizzazione dei territori. Tutto questo «contraddice frontalmente gli Accordi di San Andrés».
La riforma costituzionale approvata nel 2001 manteneva, tra le sue varie criticità, l’impostazione indigenista classica: riconoscimento culturale e simbolico, ma senza un reale trasferimento di poteri, funzioni e competenze alle comunità. Ancora oggi quella misura legislativa permette alle popolazioni indigene del paese di rivendicare l’autonomia e il rifiuto del voto e del sistema dei partiti: ciò avviene soprattutto in Michoacán e in Guerrero, due stati del centro del Messico. In diversi municipi questo si traduce in governi comunitari eletti in assemblea, polizie indigene e gestione collettiva del territorio e delle risorse, rompendo con l’idea che il destino inevitabile dei popoli originari fosse dissolversi nella cittadinanza meticcia, perdendo identità e istituzioni proprie.
L’EZLN insorse in armi il 1° gennaio 1994, quando entrò in vigore il Trattato di Libero Commercio del Nord America firmato con Canada e Stati Uniti. L’insurrezione occupò diverse città del Chiapas e denunciò come quel trattato avrebbe accelerato lo spossessamento delle terre comunitarie e la distruzione delle economie contadine indigene: una previsione che oggi è tristemente verificabile in un Messico divorato dai grandi progetti e sempre più attraversato dall’estrattivismo e da altre forme di speculazione sul territorio.
Lo scontro armato aperto durerà dodici giorni, ma la tregua verrà violata più volte dal governo del Messico. Negli anni successivi, operazioni militari, gruppi paramilitari, sfollamenti forzati e sparizioni colpirono molte comunità ribelli o solidali. Un fenomeno che, con intensità diverse, non si è mai fermato, tanto che il Subcomandante Moisés, nel giorno del trentaduesimo anniversario dell’inizio pubblico della lotta neozapatista, ha ricordato che per le donne e gli uomini che si riconoscono nell’EZLN la priorità è la pace, che loro costruiscono la pace, ma che se verranno di nuovo attaccati si difenderanno.
L’EZLN ha sviluppato in modo autonomo ciò che era stato stabilito negli Accordi di San Andrés: la sua strategia è diventata politica e organizzativa, fatta di educazione autonoma, salute comunitaria, giustizia propria e autogoverno come pratica quotidiana dell’autodeterminazione. Ancora oggi l’EZLN autogoverna una parte importante del territorio del Chiapas. I dialoghi con il governo restano interrotti e nessun ponte è stato teso dalla cosiddetta Quarta Trasformazione per tentare di ricomporre la frattura; al contrario, le politiche federali e statali non hanno fatto altro che approfondirla.
Se il mondo ha guardato soprattutto a Marcos e alla Comandancia zapatista, è la popolazione indigena civile quella che ogni giorno sostiene l’autonomia e l’autodeterminazione del proprio futuro, costruendo — dove prima non c’erano — scuole, cliniche, radio, cooperative. Queste strutture funzionano senza finanziamenti governativi e si basano su lavoro collettivo, rotazione degli incarichi e decisioni assembleari. L’EZLN e le sue basi sociali rivendicano la loro appartenenza a un progetto civico-militare; riconoscono la via armata come parte della propria storia e come elemento di difesa del presente, così come la loro organizzazione, la loro struttura e i loro ruoli. Allo stesso tempo, da anni, in modo pubblico e anche interno, cercano di mettere in discussione le logiche verticali dell’organizzazione militare e di ridurre la centralità e la visibilità di Marcos, utilizzando il suo peso mediatico come strumento tattico. Hanno inventato forme di governo orizzontali e non verticali. E quando l’EZLN si è reso conto che le Juntas de Buen Gobierno e il sistema autonomo sperimentato dal 2003 per quasi vent’anni avevano problemi profondi, ha deciso di mettere tutto in discussione e darsi un nuovo modello che hanno chiamato El Común.
El Común, nelle parole del Subcomandante Insurgente Moisés pronunciate a Oventic durante il trentaduesimo anniversario dell’insurrezione, è qualcosa di «molto più difficile e molto più grande del ’94», perché significa «strappare alla radice il sistema capitalista» e togliere dalla testa ciò che ci hanno messo con la forza. Non si tratta solo della terra, ma di tutto: «Non vogliamo essere proprietari. Non sto parlando solo della terra, ma di tutto. Non vogliamo più il “mio” né l’“io”. Quello che diciamo con il comune forse alcuni diranno che è una follia. Sì, una follia. Ma per tutti, non per pochi».
Non è un semplice cambio di nome né un nuovo livello di governo autonomo. È la messa in discussione simultanea delle due colonne del capitalismo: la proprietà e la piramide del potere. Mettere in discussione la proprietà significa rompere con l’idea che la terra, il lavoro, il tempo e la vita possano essere appropriati da qualcuno. Mettere in discussione la piramide significa rifiutare che il comando si accumuli e si separi dalle comunità. Non sostituire un’élite con un’altra, ma togliere il terreno stesso su cui crescono le élite.
Per questo Moisés insiste sul fatto che la lotta zapatista vuole la pace ma non accetta la sottomissione: «Continueremo nella nostra lotta politica, ideologica e pacifica. Noi non vogliamo la morte, vogliamo la vita. Ma vogliamo una vita che decidiamo noi, non quella che decidono quelli di sopra». E chiarisce immediatamente il limite: «Saremo sempre pacifici. E se non ce lo permettono, ci difenderemo».
El Común non è un programma applicato dall’alto, ma un processo che si costruisce dal basso, senza manuali già scritti. Studio, riflessione, prova ed errore, decisioni collettive. È un orizzonte di lungo periodo, pensato per decenni e perfino per più di un secolo, che nasce dalla pratica quotidiana: assemblee che decidono, incarichi a rotazione, lavoro collettivo che garantisce cibo e cura senza mercato né comando verticale.
Non è nemmeno qualcosa di “solo zapatista”. Le comunità lo presentano come un invito rivolto al popolo del Messico e al mondo: immaginare e costruire forme di vita basate sull’uguaglianza, sulla collettività e sul rispetto della terra, di fronte a una crisi civilizzatoria e ambientale sempre più profonda. Non una ricetta universale, ma una proposta aperta: il cammino si fa camminando, a partire dalla realtà concreta di ogni territorio. In questo senso El Común non sostituisce la precedente autonomia zapatista: la radicalizza. Dall’autogoverno dei territori alla messa in comune della vita stessa. Come ha detto Moisés: «Il comune serve per finire con la proprietà ed è anche la nostra forma comune di governarci autonomamente».
Questa scommessa non nasce da una vocazione per la guerra, ma dal suo contrario: «Continueremo nella nostra lotta politica, ideologica e pacifica. Perché noi non vogliamo la morte. Noi vogliamo la vita. Ma vogliamo una vita che decidiamo noi».
È la messa in pratica di un altro mondo possibile: una forza morale e politica riconosciuta in tutto il mondo, mentre nel Messico di oggi le grandi opere e gli interessi economici si impongono attraverso la violenza e il crimine organizzato. Nel presente questa tensione tra autonomia e imposizione passa anche attraverso la resistenza contro i megaprogetti infrastrutturali, la militarizzazione dei territori e le nuove forme di controllo e spossessamento denunciate sia dalle organizzazioni per i diritti umani sia dai popoli organizzati. Mentre la violenza criminale cresce in Chiapas e le comunità zapatiste denunciano le complicità strutturali tra criminalità e politica, l’EZLN costruisce una clinica nella Selva Lacandona per tutte e tutti. Non come gesto simbolico, ma come pratica quotidiana di autogoverno e di cura collettiva: un segnale che l’autonomia non aspetta il riconoscimento dello Stato, ma si realizza nel concreto delle comunità, al di là di appartenenze e gruppi politici.
Oggi, mentre lo Stato continua a non dare pieno compimento a quanto firmato a San Andrés, le esperienze autonome indigene e zapatiste restano un riferimento vivo per movimenti e comunità ben oltre il Chiapas, dimostrando che una promessa tradita può trasformarsi, dal basso, in progetto praticato, vita concreta, esperimento in corso.
