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Archive for maggio 2015

LizbethCompagna base d’apoggio Lizbeth. 6 maggio

Buonanotte, compagni e compagne, fratelli e sorelle.

Noi spiegheremo un po’ come stiamo vivendo e facendo i lavori nell’autonomia dopo la sollevazione armata del 1994.

Noi giovani zapatiste e zapatisti di oggi, non sappiamo nemmeno come sia un capoccia, un proprietario terriero o padrone, e tantomeno sappiamo com’è El Amate, né come andare dai presidenti dei municipi officiali perché risolvano i nostri problemi. Perché grazie all’organizzazione dell’EZLN abbiamo le nostre autorità in ogni villaggio, abbiamo le nostre autorità municipali e la nostra giunta di buon governo per risolvere qualsiasi tipo di problema di qualsiasi compagna e compagno, zapatista o no, in ogni villaggio.

Noi abbiamo ora la libertà e il diritto, come donne, di avere opinioni, discutere, analizzare, e non come prima, come ha già detto la compagna.

Il problema che abbiamo ancora è che abbiamo timore a partecipare o spiegare come stiamo lavorando, ma comunque stiamo facendo i lavori come compagne.

Anche noi donne stiamo partecipando in qualsiasi tipo di lavoro, nella salute: ultrasuoni, laboratorio, Pap test, colposcopia, otontologia, infermeria; e anche in tre aree, ovvero, ostetriche, osteopate e piante medicinali.

Stiamo anche lavorando nell’educazione, come formatrici e coordinatrici, promotrici di educazione.

Abbiamo speaker, tercios compas.

Partecipiamo ai collettivi di compagne, a incontri di donne, e di giovani.

Stiamo partecipando anche come autorità municipali, e lì c’è qualsiasi tipo di compito che possiamo fare come donne. Stiamo lavorando anche nelle giunte di buon governo, come responsabili locali, e vendita di prodotti fatti dalle compagne.

In diverse aree di lavori dell’autonomia, stiamo partecipando insieme ai compagni, anche se noi come giovani non sappiamo come governare, ma ci nominano per essere autorità per il popolo, perché vedono che sappiamo qualcosa sul leggere e scrivere, e lavorando stiamo apprendendo.

La maggior parte dei lavori che stiamo realizzando è di sole donne, ma va detto chiaro che fare questi lavori costa, non è facile, ma se abbiamo il valore della lotta possiamo fare questi lavori, in cui il popolo comanda e il governo obbedisce.

Ora noi uomini e donne pratichiamo ogni giorno questo modo di lottare e governare. Per noi fa già parte della nostra cultura.

E’ tutto ciò che intendevo dire, compagni e compagne.

Testo originale

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

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SelenaCompagna ascolta Selena. 6 maggio

Buonanotte, compagni e compagne della Sexta.

Buonanotte, fratelli e sorelle.

Buonanotte a tutti in generale.

Il tema di cui vi parlerò, ossia che leggerò, è lo stesso tema che stava leggendo la compagna, ma dice di più sui giovani come zapatisti e non zapatisti.

Anche noi come giovani zapatisti stiamo affrontando la guerra a bassa intensità che ci fa il malgoverno e i capitalisti. Ci mettono in testa idee di modernità, come i cellulari, i vestiti, le scarpe, ci mettono in testa cattive idee attraverso la televisione, come le telenovelas, le partite di calcio e anche la pubblicità, affinché noi giovani siamo distratti e non pensiamo a come organizzare la nostra lotta.

Ma noi, come giovani zapatisti, non ci siamo cascati molto, perché nonostante tutto questo, i vestiti li compriamo, ma non compriamo quelli di moda, compriamo vestiti che sono quelli che usano i poveri, che è come ci vedete vestiti. Allo stesso modo compriamo le scarpe, ma sono scarpe qualsiasi, come usano i poveri; non compriamo quel genere di scarpette con quei tacchi, perché dove viviamo noi c’è molto fango, e se noi giovani camminiamo restiamo impantanate e dobbiamo tirar fuori le scarpe con le mani; ugualmente, non compriamo gli stivali di pelle, perché allo stesso modo si possono scollare nel fango perché non sono resistenti… sì, certo, compriamo degli stivali ma sono per lavorare, resistono al fango, non compriamo le scarpe che non resistono.

E compriamo anche i cellulari ma li sappiamo usare come zapatisti, che ci servano a qualcosa. Abbiamo anche la televisione, ma la usiamo per ascoltare notizie, non per distrarci.

Insomma compriamo tutto questo ma prima dobbiamo versare sudore, lavorare la madre terra per poter comprare quel che vogliamo.

Ma in cambio i giovani che non sono zapatisti sono quelli che sono caduti maggiormente in questa trappola dei malgoverni, perché anche se non ci credete questi giovani sono poveri-poveri, abbandonano la loro famiglia, il loro villaggio, se ne vanno a stare negli Stati Uniti, a Playa del Carmen o in altri paesi, solo per poter avere un cellulare, dei pantaloni, una camicia, scarpe alla moda. Se ne vanno perché non vogliono lavorare la terra, perché sono sfaticati, ma perché diciamo che sono poveri-poveri? Perché sono poveri come noi, ma sono poveri nel pensare perché quando vanno via dai loro villaggi e poi ritornano portano altre brutte idee, e altre usanze, perché vengono con l’idea di assaltare, di rubare, consumare e seminare marihuana, e tornando a casa dicono che non vogliono più lavorare con il machete, ed è perché non sono più abituati, ed è meglio che tornino dov’erano, perché non vogliono nemmeno più bere pozol, nemmeno sanno più cosa sia il pozol, sebbene siano cresciuti con il pozol, con i fagioli. Ma dove sono andati credono che non si conosca il cibo dei poveri, credono di essere figli di ricchi, ma è menzogna, sono poveri come noi.

Ma in cambio, noi come zapatisti siamo poveri ma ricchi nel pensare, e perché? Perché sebbene ci mettiamo scarpe e vestiti, e i cellulari, non cambiamo il nostro modo di pensare e di vivere, perché a noi giovani zapatisti non importa come siamo vestiti, o come siano le cose che usiamo, l’importante è che i lavori che facciamo siano per il bene del popolo, che è ciò che vogliamo noi zapatisti; che è ciò che vuole tutto il mondo, che non ci siano capi, che non ci siano sfruttatori, che non siamo sfruttati come indigeni.

Non so se avete capito quel che ho letto.

Era tutta la mia parola e chissà che vi possa servire.

Testo originale

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

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Subcomandante MoisesParole del Subcomandante Insurgente Moisés. 6 maggio 2015

6 maggio 2015

Buonasera, compagni, compagne, fratelli e sorelle.

Vi parlerò di come noi usiamo a resistenza e la ribellione come armi.

Prima di iniziare su come facciamo la resistenza e la ribellione, voglio ricordarvi che noi siamo armati. Abbiamo le nostre armi, come un attrezzo tra gli altri nella lotta, così diciamo ora. Le nostre armi sono un attrezzo di lotta, come il machete, l’ascia, il martello, il piccone, la pala, la zappa, eccetera; perché ogni attrezzo ha la sua funzione, ma l’arma, se la usi, ha la funzione di uccidere.

Perciò all’inizio, quando uscimmo all’alba dell’anno 1994, venne fuori il movimento di migliaia di messicani e messicane, da tutte le parti, fino ad arrivare a milioni, a far pressioni al governo, al pelatone, come diciamo noi, al pelatone Salinas, che dovette sedersi a dialogare con noi; e anche a noi stavano dicendo che dovevamo dialogare e negoziare.

Bene, capimmo la voce del popolo del Messico. Allora si diede l’ordine di ripiegare dalla lotta violenta; scoprimmo quindi, poiché avevamo avuto i nostri morti in combattimento, che da parte delle compagne stava prendendo forma un altro modo di combattere, diciamo così. Perché allora il governo, mesi, uno o due anni dopo, tentò di comprarci, come diciamo noi, tentò di farci accettare perché dimenticassimo la lotta.

Allora molte compagne parlarono e dissero: perché e a che scopo i compagni sono morti all’alba del ’94? Così come le e i combattenti uscirono a combattere contro il nemico, allora dobbiamo vedere come nemico anche chi ci vuole comprare, ovvero non dobbiamo accettare ciò che ci vogliono dare.

Così iniziò. Ci costò molto perché non riuscivamo a tenere i contatti tra le zone perché si riempirono di militari, ma poco a poco ricostituimmo i contatti con i compagni delle varie zone per iniziare a far girare la voce di ciò che stavano dicendo le compagne, che non si doveva accettare quel che dava il malgoverno, che così come i combattenti erano usciti a combattere contro il nemico che ci sfrutta, allo stesso modo bisognava fare come basi d’appoggio e non accettarlo. Così, poco a poco, andò estendendosi in tutte le zone.

E ora possiamo intendere in vari sensi cosa siano la ribellione e la resistenza per noi, perché lo scoprimmo man mano all’atto pratico, nei fatti, cioè possiamo ormai teorizzare, come si dice. Per noi resistenza vuol dire farsi forti e duri per dare risposta a tutto, a qualsiasi attacco del nemico, del sistema; e ribelle è essere coraggiosi e coraggiose per rispondere allo stesso modo o per fare le azioni, secondo la necessità, essere coraggiose e coraggiosi per le azioni o per quel che c’è da fare.

Perciò scoprimmo che la resistenza non è che resistere al tuo nemico, non accettare quel che dà, elemosine o avanzi. Scoprimmo che la resistenza è resistere alle minacce o provocazioni del nemico, perfino, ad esempio, al chiasso degli elicotteri; basta solo il chiasso degli elicotteri per iniziare ad aver paura, perché la testa ti avvisa che ti uccideranno, e allora esci di corsa allo scoperto ed è così che ti vedono, è così che ti mitragliano. Quindi possedere resistenza è non avere paura, cioè farsi forti e non correre al sentire il chiasso. Il casino dell’elicottero fa paura in sé, ti spaventa, e non c’è che da non averne paura, restare quieto, quieta.

Scoprimmo che non è soltanto non accettare. Dobbiamo resistere anche alla nostra rabbia contro il sistema, e la cosa difficile o buona, difficile e buona al tempo stesso, è che la resistenza e la ribellione vanno organizzate. E qual è il lato difficile? E’ che siamo migliaia a usare l’arma della resistenza e siamo migliaia a poter far esplodere la rabbia, e allora come controllarla, come usarla allo stesso tempo per lottare, sono due cose difficili da fare, e perciò ho iniziato dicendo che abbiamo le nostre armi.

Ma quel che abbiamo visto è che la resistenza bisogna saperla organizzare e anzitutto avere organizzazione, naturalmente non si può avere resistenza e ribellione senza organizzazione, perciò organizzare quelle due armi di lotta ci ha aiutato molto ad avere la mente, diciamo, più aperta nel modo di vedere le cose.

Ricordo in proposito, perché si fa con il lavoro politico, ideologico, con molta discussione, e molto orientamento dei villaggi sulla resistenza e la ribellione, di un’assemblea di compagni e compagne. Ricordo che i compagni e le compagne misero sulla bilancia quella che si dice la lotta politica pacifica e la lotta violenta. Alcuni dei nostri compagni e compagne dicono: cos’è accaduto ai nostri fratelli del Guatemala? – ci chiediamo – 30 anni di lotta violenta e cos’hanno in mano ora i nostri fratelli?

A che scopo dobbiamo organizzare bene la resistenza nella lotta politica pacifica? A che scopo dobbiamo preparare la nostra resistenza militare? Quale ci conviene?

Ci rendemmo conto che quel che vogliamo è la vita, come dicevamo prima a proposito della società civile messicana, che fece quella mobilitazione del 12 gennaio ’94 perché voleva la nostra vita, che non morissimo. E allora come dobbiamo fare? Che cos’altro dobbiamo fare per fare la resistenza e la ribellione?

Ecco dove scoprimmo che bisogna resistere allo scherno della gente sul nostro governare, la nostra autonomia. Bisogna resistere alle provocazioni dell’esercito e alla polizia. Bisogna resistere ai problemi che possono causare le organizzazioni sociali. Bisogna resistere a tutte le informazioni che escono nei media, di quelle che dicono che gli zapatisti ormai sono finiti, ormai non hanno forza, in questo caso che il defunto Marcos sta negoziando sottobanco con Calderón, o che gli sta dando soldi per la sua salute il Calderón perché ormai sta morendo, va be’, in effetti è già morto, morto (inascoltabile), ma non perché se ne sia andato a (inascoltabile) a Calderón, ma per dar vita a un altro compagno.

Ebbene, tutto questo bombardamento psicologico, si può dire, è affinché si demoralizzino le nostre basi: un mucchio di cose a cui resistere.

Poi scoprimmo la resistenza in tutti noi, perché iniziammo ad avere vari lavori, responsabilità, da noi poi ci sono problemi sul piano della casa, non so, magari per voi no, e allora sorgono i problemi e la resistenza si inizia ad applicare individualmente, e allo stesso tempo la resistenza si applica collettivamente.

Quando la facciamo individualmente è quando mio papà, mia mamma o mia moglie dicono: dove sei? Che stai facendo? Con chi vai?, eccetera, no? E allora uno deve resistere al fatto che non farebbe nulla che affligga la moglie o non abbandonerebbe mai il suo lavoro, perché poi ci sono i reclami, che non c’è mais, non ci sono fagioli, non c’è la legna, e ci sono problemi con i figli. Ecco dove si individualizza la resistenza.

Quando si fa in collettivo la resistenza si fa con disciplina, cioè con accordo. Ci mettiamo d’accordo su come affrontare alcuni problemi. Vi farò un esempio recente. All’incirca… credo nel mese di febbraio, un gruppo di persone ebbe a che fare con un altro gruppo in un terreno recuperato, dove appunto vive questa gente non zapatista, cui non stiamo dicendo nulla: questo gruppo si mette in testa di diventare padrone della terra, e si mette a gestire la terra per legalizzarla.

Si vede che il signor Velasco gli ha detto che c’è bisogno di una certa quantità di persone, e allora queste persone iniziano a cercare dappertutto altri membri del villaggio, e allora questi membri iniziano ad arrivare armati. Arrivano a essere 58 persone, e a invadere il terreno dei compas, la terra recuperata. Come compagni non possiamo permetterglielo.

“Quanti sono?”
“Circa 60″.
“Basta che portiamo 600 armi e li facciamo fuori, perché ce ne hanno fatte fin troppe”.

Nel recinto dei cavalli dei compagni misero il liquido per bruciarlo, con il liquido uccisero un semenzaio, distrussero prima case dei compagni. E allora i compagni erano così ribelli e infuriati da non volere più tutto il male che gli facevano.Ecco che i compagni intervengono così:
“Ricordatevi, compas, noi siamo un collettivo”
E dicono ai compagni, i 600 riuniti:
“Ricordatevi dell’arancia. Cos’abbiamo detto che succede a un frutto beccato? Che succede?”
“Ah, sì. Sì, ma se quei bastardi magari non la vedono allo stesso modo?”
“Quei bastardi non ci imporranno i loro tempi, sta a noi”.

Che succede a un’arancia o un lime se lo becchiamo? Succede che va a male, e in questo caso che vuol dire? Che colpiremo il resto della nostra organizzazione. Dobbiamo chiedere alla base se dare risposte violente, che sappiano che entreremo in un altro modo. Come già stavamo pensando nel fatto stesso di realizzare quel che stiamo facendo ora, in questo momento, le nostre basi non permettono che si faccia così.

Quindi, ciò che si disse ai compagni più presi dalla ribellione, infuriati, incazzati, è di non andare, di far sapere attraverso i loro rappresentanti soltanto che non vanno perché se ci vanno sarà per uccidere, e quindi è meglio che non vadano: lo dicano al loro responsabile e che si sappia, e per chi non recepisce è un problema suo. E non vadano nemmeno quelli che hanno molta paura. Solo quelli che capiscono devono andare, non bisogna andare a provocare, bensì a lavorare la terra, ovvero lavorare il campo, la casa e quel che si deve costruire. All’alba, i 600 se ne andarono, lasciarono da parte le armi. Si coordinarono su chi dovesse controllare.

Così si controllano entrambe le cose, la rabbia come anche la paura. Si cerca di spegare, si discute, si fa capire, perché è la verità, che la gran maggioranza dei compagni non lo permetterà.

Questa resistenza su cui abbiamo lavorato per 20 anni, all’inizio ci costò molto perché sono situazioni che affrontiamo e dobbiamo saper risolvere. Vi farò un esempio: in che modo ci costa cambiarlo? Quando era al governo Salinas, elargivano progetti, elargivano progetti effettivi, cioè davano credito: i compagni ricevevano, ma immaginatevi che fossero miliziani, caporali, sergenti, cioè zapatisti. Quel che elargiva quel bastardo se ne andava per metà i munizioni, armi ed equipaggiamenti, e l’altra metà nel comprare una vacca, cioè si recuperò una vacca da quel che dava il governo, perciò il governo smise di dare, diede solo ai fratelli affiliati ai partiti.

I compagni avevano questa idea, perciò lo sto dicendo, quando venne fuori questo iniziammo a pianificare questo fatto di non ricevere. Ci costò molto, ma i compagni lo capirono. Dissero i compagni, bene, lo faremo, faremo questa resistenza. Perciò il negativo che ne risulta è che quando ci riuniamo dicono ‘io non sono potuto venire perché io sono in resistenza, non ho i soldi per muovermi’, questo è il pretesto, non è che per nascondersi, è un pretesto.

Ma non appena afferrammo sul serio questa cosa di non accettare niente dal sistema, scoprimmo di dover lavorare duro la madre terra, come vi ho già raccontato negli altri giorni che siamo stati qua. Fu allora che i compagni iniziarono ad avere i loro prodotti e a rendersi conto che val meglio lavorare la terra, e così ci scordammo di quel che dà il governo.

Perciò nella resistenza e nella ribellione iniziammo a renderci conto della sicurezza dell’organizzazione nella quale stiamo. Si iniziò a scoprire un mucchio di cose, per esempio ciò che vi dico sul fatto che non parliamo con il governo, neppure le nostre basi, nemmeno in caso di omicidi. Scoprimmo che con la resistenza e la ribellione possiamo governarci, e con la resistenza e la ribellione possiamo sviluppare le nostre proprie iniziative.

La nostra resistenza nel fare le cose, che sia sul terreno economico, che sia sul terreno ideologico, politico, qualsiasi organizzi la zona. Alcuni hanno più possibilità, altri hanno meno possibilità, perciò sperimentiamo. Ad esempio, i compagni di Los Altos nel corso della loro vita comprano il mais, seminano molto poco, la maggior parte la devono comprare; e da altre zone allora portano il mais; invece che comprare nel magazzino, nel negozio del governo, e che il denaro dei compagni de Los Altos vada al governo, è meglio che vada a un altro caracol. Alcune volte ci è riuscito bene, altre volte ci è riuscito male, ma è un male prodotto da noi stessi, perché il fatto è che si trasporta a tonnellate, e quindi i compagni incaricati di mettere insieme il mais non lo controllano e i compagni basi d’appoggio, così da stupidi, mettono in mezzo il (inascoltabile) del mais, e nemmeno gli altri compagni lo controllano, e quindi passa, va. E quando arriva a destinazione dove si consumerà, lì viene controllato bene, e da lì viene fuori che stanno vendendo mais (inascoltabile) tra compagni, ai compagni insomma.

Allora lo correggiamo, perché il problema non è quello. Se siamo in resistenza, è organizzarla bene. Lo scambio, come si dice, o il baratto, non ha funzionato per noi, perché dagli Altos non possiamo esportare tonnellate di pere o mele, non si vendono nella selva queste cose che producono molto i compagni, la verdura. No, stiamo vedendo come fare, stiamo discutendo la cosa, e siamo quasi a metà strada su come organizzarci.

Vi farò una serie di esempi. Nel ’98, cioè quando smantellarono i nostri municipi autonomi, quando c’era ancora il Croquetas, il governatore Albores, a Tierra y Libertad, nel Caracol I, a La Realidad, entrò la polizia giudiziaria, distrusse la casa del municipio autonomo e allora i compagni, soprattutto miliziani, chiedevano di andargliele a dare a questi della polizia giudiziaria, che in realtà erano soldati camuffati da polizia giudiziaria, eppure gli si disse di no. Interpellammo le basi d’appoggio, perché gli arrabbiati erano i compagni miliziani, sul perché e il percome ci stessero distruggendo la nostra casa dell’autonomia.

Interpelliamo quindi i villaggi, e i villaggi dicono: che la distruggano, l’autonomia la teniamo qui e qui, la casa non è casa. Quindi ricevemmo sostegno e a maggior ragione si diede l’ordine ai miliziani di non fare nulla, e noi pagammo il costo della rabbia, infatti i nostri miliziani dicevano ‘fottuti comandanti’. Da queste cose iniziammo a scoprire che a volte la rabbia della base non ci è d’aiuto rispetto a quel che si deve fare, e a volte ne fa le spese il comitato clandestino, a volte il regionale, o chi ha la responsabilità.

Un altro esempio è di quando l’esercito ci distrusse il nostro primo Aguascalientes. E’ lo stesso: noi insorgenti e miliziani eravamo pronti, perché sapevamo che se ti tolgono una parte ti senti ormai sconfitto, e il fatto è che pensammo in maniera molto militare. Perché militarmente se perdi una battaglia sei fottuto e ti viene voglia di recuperare, ma devi fare il doppio per recuperare. E allora di nuovo fu questo a orientarci.
“Cosa vogliamo, la morte o la vita?”
“La vita”.
“E allora che entrino questi bastardi, non li uccideremo ma nemmeno ci faremo uccidere”.
“Ma come lo faremo, se sono già tese le imboscate?”
“Bisogna mandare la comunicazione”.

Così dovemmo fare ed evitammo molte morti, dalla nostra parte e anche dalla parte del nemico. In una delle imboscate in effetti si diede la (inascoltabile), e fu lì che cadde, poi lo (inascoltabile), il generale che cadde a Momón, il generale Monterola, che a quel tempo credo fosse colonnello.

Così avvenne anche nel Caracol de la Garrucha quando vennero smantellati i municipi autonomi, sul municipio autonomo Ricardo Flores Magón. Allo stesso modo, si comandò di dire di non rispondere alla violenza voluta dal nemico e dal governo. E così abbiamo superato tante provocazioni cercate da quelli che si lasciano manipolare, in questo caso gli affiliati ai partiti.

Questo è accaduto ai compagni che hanno ricevuto molti colpi e tentativi di provocazione: sono i compagni dei caracol di Morelia, Oventik, Garrucha e Roberto Barrios. Dove i militari hanno agito in maniera molto crudele, è a Roberto Barrios, Garrucha, Morelia, Oventik.

Ad esempio, a San Marcos Avilés, dove ci sono le nostre basi, ci hanno molestato molte volte. Ciò che fanno i paramilitari è obbligarti a cadere nella provocazione, e si vede che sono ben addestrati da parte dell’esercito e del governo, perché ti infastidiscono; stai coltivando caffè, fagioli, mais, e loro ti strappano le piante che semini, abbattono il bananeto, si portano via le ananas che coltivi, cioè ti infastidiscono. Finché un giorno le nostre basi d’appoggio dissero basta, e va bene che questa ribellione e questa resistenza sono organizzate in collettivo, allora i compagni e compagne basi di San Marcos Avilés interpellano la Giunta di Buon Governo dicendo: veniamo a dire che non ce la facciamo più, non ci importa di morire, li trascineremo con noi.

A quel punto la Giunta di Buon Governo e il Comitato Clandestino chiamano i compagni e gli spiegano: noi non diremo di no, in primo luogo siamo un’organizzazione; in secondo luogo, se tra voi resteranno dei sopravvissuti non potranno stare nel vosto villaggio, vi dovrete nascondere perché non vi lasceranno vivi e vive quei bastardi, perché ciò che vogliono è far fuori tutte le basi. Ciò che bisogna fare è produrre uno scritto, una registrazione e noi faremo in modo di farli arrivare al fottuto governo, che sappia che moriranno quelli che stanno lì e anche noi, e che accada quel che accada.

Perciò quel che cercammo fu un modo diverso. I compagni e le compagne produssero una registrazione, e trovammo il modo di farla arrivare al governo, e fino a ora questo sistema è vigente. Allora il governo, lo sappiamo, io credo che diede dei soldi agli aderenti ai partiti di quelle parti, ed essi si calmarono, perché così li calma il governo. In tutto ciò che fanno il metodo del governo è dargli un progetto o un po’ di soldi da dividere, il governo ha sempre fatto così. Chissà cosa succederà ora che il governo non avrà i soldi.

Solo per menzionare questo, come resistere, perché ci abbiamo provato, perché ci rendiamo conto dell’assurdità di uccidere un altro indigeno. Questo ci dà rabbia, se io lo dicessi tale e quale a come ne parliamo nella nostra assemblea sarebbe orribile, perché iniziamo a rivolgere ogni tipo di insulto al governo. Perché la rabbia che ci dà sta nel fatto che sono così bastardi a manipolarli; e poi perché, scusate la parola, perché ci sono gli scemi, le sceme che lasciano che la loro stessa razza venga manipolata.

Per esempio, quelli della ORCAO. Una parte della ORCAO si sta ormai rendendo conto che quel che stanno facendo è del tutto sbagliato, ma c’è un’altra parte che se ne frega di tutti, per i soldi, e continua con le minacce. Un mese fa i compagni di Morelia hanno resistito a un mucchio di azioni fatte da quelli della ORCAO. La CIOAC? Non se ne parli, c’è questo fatto del compagno Galeano e c’è quel che è accaduto a Morelia, sono la stessa roba della CIOAC-Histórica.

Perciò, siccome vogliamo la vita e grazie alla resistenza che applichiamo, non abbiamo più pensato di ucciderci tra noi a causa delle manipolazioni del governo.

Abbiamo anche resistito ad alcune visite dal Messico, di gente che ci viene a dire, a noi e ai nostri villaggi, perché non proseguiamo nella lotta armata, perché siamo dei riformisti, o altri che dicono che siamo degli estremisti, e allora a chi credere? No, bisogna resistere a questi discorsi, perché le cose si dicono, ma la nostra risposta è che un conto è ciò che si dice e un conto ciò che si fa, perché parlare è molto facile, si può anche gridare e tutto il resto, ma quando ci sei dentro la cosa è diversa, cambia.

Grazie alla resistenza, compagni, compagne, sorelle e fratelli, non diciamo che non siano necessarie le armi, ma abbiamo visto che, come si è detto, la disobbedienza, non è che una disobbedienza organizzata, ed è la verità, qui il malgoverno non entra più grazie ai compagni, alle compagne, e allora vediamo che possiamo migliorare, rendere più organizzata la resistenza e la ribellione nel dimostrare che non chiediamo permesso a nessuno.

Quel che ci anima è metterci d’accordo su ciò che dobbiamo fare, e in più la generazione che è ora dei nostri, cioè quella dei ventenni, i giovani e le giovani, dice: noi ci siamo, ma insegnateci come si fa a governarci. E ora le zone, con l’organizzazione della resistenza e della ribellione stanno formando la nuova generazione di giovani perché si possa realmente realizzare quanto abbiamo detto, la parola che è per i secoli dei secoli e per sempre, sembra un discorso religioso, ma in realtà è ribelle; perché è per sempre, e c’è bisogno che si preparino le generazioni affinché non tornino il nipote di Absalón Castellanos Domínguez, o di Javier Solórzano, o di qualcuno dei grandi proprietari terrieri insomma.

Abbiamo da fare un gran lavoro per migliorare in questo. Non vuol dire, compagni e compagne, fratelli e sorelle, non vuol dire che stiamo rinunciando alle nostre armi, ma che è questa comprensione politica, ideologica, ribelle, che ci fa vedere come bisogna realmente convertire in arma di lotta questa resistenza. I compagni delle Giunte di Buon Governo ci stanno dicendo che c’è bisogno di un’altra istanza, e noi chiedevamo ai compagni del CCRI: perché dite questo, compagni, compagne? E loro: ‘il fatto è che abbiamo compreso il motivo per cui dovette nascere la Giunta di Buon Governo’.

Ci parlarono, ci dissero, ci spiegarono. Quando i MAREZ, i municipi autonomi ribelli zapatisti, vennero sciolti, alcuni avevano progetti, altri no, nulla, e allora quando si formò la Giunta di Buon Governo iniziò a controllare i municipi perché i progetti andassero avanti ugualmente per tutti. Ora come Giunta di Buon Governo si stanno nuovamente rendendo conto che non è uguale per tutti. Alcuni hanno più progetti perché sono più a portata di mano, lungo la strada, e altri stanno molto lontani, e quindi no, ma noi come Giunta di Buon Governo non possiamo che porre le questioni all’assemblea e alla condivisione delle zone: lì si deve discutere se è il caso di dare vita ad altre istanze, perché stiamo organizzando questa resistenza e ribellione contro la tormenta che viene. E ora i compagni dicono: è giunta l’ora per far questo che ci dite, oppure è l’ora di fare un’altra cosa, perché dobbiamo iniziare ad agire nella resistenza e ribellione, e bisogna organizzarsi. Ma questo terreno di lotta, di resistenza e ribellione è ciò che ci ha aiutato, ci ha orientato sul da farsi. E se per noi, che non chiederemo permesso a nessuno, è ormai chiusa la storia del non averci riconosciuto la Legge sui Diritti e Cultura Indigena, andremo avanti; dato che non la vogliono rispettare, ecco gli strumenti.

Testo originale

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

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Caracol de Resistencia Hacia un Nuevo Amanecer.

Junta de Buen Gobierno El Camino del Futuro La Garrucha Chiapas México, 11 maggio dell’anno 2015

DENUNCIA PUBBLICA

All’opinione pubblica:

Ai media alternativi, autonomi o come si chiamino:

Alle/Agli aderenti alla Sexta nazionale e internazionale:

Alle organizzazioni oneste per i diritti umani:

Fratelli e sorelle del Messico e del mondo: Denunciamo energicamente quello che stanno facendoci i gruppi paramilitari della comunità Rosario composti da 21 persone paramilitari e da 28 paramilitari del barrio Chikinival appartenente all’ejido Pojkol municipio di Chilón, Chiapas.

A Rosario vivono i nostri compagni basi di appoggio, perché è terra recuperata, appartenente al municipio autonomo di San Manuel del caracol III La Garrucha.

A Rosario vivono 21 paramilitari che sono appoggiati dai 28 paramilitari del barrio Chikinival e che stanno invadendo la nostra terra recuperata.

È lo stesso problema che si era presentato ad agosto del 2014, quando ci hanno ammazzato un toro riproduttore, hanno distrutto le case e la nostra cooperativa collettiva, hanno rubato i nostri beni ed hanno sparso erbicidi su un ettaro di pascolo, hanno sparato ed hanno scritto a fuoco sul terreno: “territorio Pojkol”

I FATTI.

Alle 9:35 della mattina del 10 maggio del presente anno, 28 persone del barrio Chikinival dell’ejido Pojkol, Municipio ufficiale di Chilón, che si trova a 40 minuti di macchina dal villaggio di Rosario, sono arrivate a bordo di otto motociclette nel villaggio recuperato di ROSARIO dove vivono i compas basi di appoggio, perché ci vogliono sottrarre con la forza la nostra terra.

Questi paramilitari di Rosario accompagnati dai paramilitari del barrio Chikinival dell’ejido Pojkol, hanno cominciato a fare delle misurazioni sui luoghi dove già vivono i compagni basi di appoggio, mentre questi ultimi erano fuori a lavorare.

Alle 15:15 pm, un gruppo di loro se n’è andato, un altro gruppo è rimasto sul posto e 5 minuti dopo tre di questi si sono diretti verso la casa di un compagno base di appoggio, mentre la maggioranza restava a 30 metri dalla casa del compagno.  Nella casa del compagno base di appoggio si trovava solo sua figlia di tredici anni che stava pulendo casa, il padre non c’era e la madre si trovava sul retro della casa, di questi aggressori paramilitari, 2 sono del barrio Chikinival dell’ejido Pojkol, e 1 è del villaggio stesso di Rosario, ed il suo nome è ANDRES LOPEZ VAZQUEZ. Questi 2 di Chikinival sono entrati in casa, mentre Andrés, paramilitare di Rosario, è rimasto di guardia sulla porta e quando la figlia del compa base di appoggio è uscita correndo di casa, Andrés le ha sparato 4 colpi con una pistola calibro 22 mentre stava sopraggiungendo il padre che, per difendere la figlia, ha scagliato un sasso colpendo alla testa lo sparatore. Fortunatamente gli spari non hanno raggiungo la bambina. Poi il ferito è stato portato via dai suoi compagni che si trovavano a 30 metri dalla casa.

Ieri sera, 11 maggio, l’aggressore ferito è tornato alla casa del compagno base di appoggio, che ha una moglie e 3 figli, pretendendo di avere 7 mila pesos per curare la ferita.

Ovviamente il compagno non pagherà nulla, perché non è stato lui a provocare l’accaduto.

Alle 18:50 pm dello stesso 10 maggio, nel villaggio Nuevo Paraíso dal municipio autonomo Francisco Villa, sono arrivate a bordo di 8 motociclette 16 persone, tre loro erano armati di 2 pistole calibro 22 e di un’arma a canna lunga calibro 22. Queste persone del barrio Chikinival dell’ejido Pojkol, hanno lanciato per strada una lettera in cui accusano i compagni basi di appoggio di provocare questi problemi.

In realtà noi non siamo causa di alcun problema, perché stiamo cercando alternative per vie pacifiche per risolvere questa questione, ma loro non vogliono capire anche se abbiamo perfino consegnsato un ettaro di terra ad ognuna delle 21 persone che stanno facendo queste provocazioni, e ciò nonostante ci minacciano. Da febbraio fino ad oggi 11 maggio, ci minacciano ogni giorni quelli di Chikinibal dell’ejido Pojkol, per far sì che quelli di Rosario chiediamo a quelli di Pjkol di pattugliare armati, sempre armati tutti i giorni.

Per questo smentiamo tutto quello di cui ci accusano. È evidente chi sono i provocatori.

Abbiamo interpellato le autorità dell’ejido Pojkol ma ci hanno detto che non possono fare niente, perché quel gruppo è sconosciuto all’ejido e sono dei malviventi, non rispettano nulla e non obbediscono all’ejido. Di questo è stato avvertito anche l’ente statale di Manuel Velasco Coello che però non fa nulla, perché questi sono i suoi paramilitari.

Compagni e compagne, fratelli e sorelle di tutto il mondo, queste sono le strategie con le quali i tre livelli del malgoverno federale, statale e municipale ci provocano, usando la gente che non capisce la nostra giusta causa affinché così cadiamo nelle sue trappole, ma siamo ben consapevoli di quello che sta facendo questo malgoverno che organizza, prepara e finanzia organizzazioni e persone che si lasciano comprare.

Noi diciamo a quelli senza cervello là in alto: non smetteremo mai di resistere né cadremo nelle loro trappole, noi continueremo a resistere lavorando le nostre terre e costruendo la nostra autonomia.

Riterremo responsabile diretto il governo federale, statale, municipale ed i paramilitari del barrio Chikinival dell’ejido Pojko e di Rosario, di qualsiasi cosa possa succedere.

Sorelle e fratelli, continueremo ad informarvi sugli sviluppi degli eventi e vi chiediamo di vigilare su quanto potrebbe accadere.

DINSTINTAMENTE Giunta di Buon Governo

         Jacobo Silvano Hernández                                                  Lucio Ruiz Pérez

Testo originale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Parole del Subcomandante Insurgente Moisés

7 maggio 2015

Compagni, compagne, fratelli, sorelle.

Quello che abbiamo visto ed ascoltato ci preoccupa, e pensiamo una serie di cose. Si tratta di come vediamo il capitalismo, se parlassi con le compagne, i compagni basi di appoggio, conosco il modo, la forma per farlo. I compagni, le compagne vengono avvisati in anticipo dell’argomento che tratteremo, così ognuno porta il suo pensiero, come adesso che abbiamo anticipato pubblicamente l’argomento da trattare.

Non sappiamo se tutte le persone sanno leggere e scrivere, altrimenti esiste il dizionario dove andare a cercare le parole, come, la parola seminario. Ma, a volte ci sono problemi con il dizionario perché vai, cerchi la parola seminario, e poi ti rimanda ad un’altra parola e così ti perdi, e questo è un problema.

Un’altra cosa che raccomandiamo come zapatisti quando si va a discutere dell’argomento, è che ci sono due modi di considerarlo. Uno è la critica del capitalismo, che sono dei cabrones, come diciamo qua. Altro è come consideriamo il male che vediamo.

Cioè, non si tratta solo di saper criticare il male che fa il capitalismo, ma di cosa dobbiamo fare, quale è il cambiamento che dobbiamo fare. Questo è quello che ci preoccupa, per questo abbiamo dovuto cambiare, perché pensiamo che questa riflessione si debba moltiplicare. L’abbiamo detto all’inizio del seminario, i poveri sono milioni, mentre sono pochi quelli che ci tengono così; allora, perché succede questo?

E’ necessario che dove ci si incontri, ci si riunisce, si parli del male, della ferocia, della sofferenza, della tristezza, dell’amarezza e di cosa si è fatto rispetto a queste parole, sofferenza, tristezza, amarezze se non c’è stata soluzione. Pensiamo che questo ci possa portare a che cosa fare, o da lì si arrivi poco a poco a che cosa fare, come fare, la scommessa è arrivarci.

Ma dobbiamo aiutarci a capirlo, a conoscere.

Ed un’altra cosa, sta bene che pensiamo ai mali del capitalismo, ma anche noi, donne e uomini che lottiamo, dobbiamo sapere anche come lottare tutti insieme. Ve lo dico perché abbiamo bisogno uno dell’altro, cioè quelli che qui ci hanno spiegato in teoria di come stanno le cose, ci hanno detto anche cifre e numeri per aiutarci a capire, ma ci sono altre cose che si devono imparare, si deve fare.

Dobbiamo sentirci come un solo popolo. Per esempio, guardate, io sono qui, ma non mi piace essere qui così, non mi piace stare qui a questo tavolo, ma i compagni, le compagne dicono che è necessario che io trasmetta quello che stiamo facendo, e quello che sto dicendo non è il mio pensiero. Allora, come dicono i compagni, le compagne: compagni e compagne che capite, perché avete studiato, avete avuto l’opportunità di capire, di conoscere, non potete distruggere il capitalismo solamente con tutta la teoria, c’è bisogno d’altro.

Noi possiamo essere bravi, ottimi strateghi, tattici eccellenti, ma a cosa serve se non abbiamo il popolo con noi. Si deve aiutare il nostro popolo a conoscere, a sapere come stanno le cose ed allora ci accompagnerà nella lotta. Cioè abbiamo bisogno gli uni degli altri, cioè, nessuno è più in gamba di un altro; tutti siamo in gamba ma bisogna lavorarci su. Bisogna discutere, bisogna pensarci.

E’ questo che ci preoccupa, perché quello che vorremmo è che davvero aiutassimo i nostri popoli, facessimo nascere una buona discussione, un buon modo di pensare e vedere, cioè un buon modo di fare analisi. Forse ci metteremo meno tempo ad analizzare, oppure no, ma la situazione in cui viviamo ci obbliga a farlo.

Ci resta poco tempo per capire come affrontare il capitalismo. Quindi, avanti tutti noi che pensiamo così del capitalismo, aiutiamoci a capire cosa fare contro il sistema capitalista. (…) Bisogna lavorare insieme per trovare il modo comune di fare [sintesi della traduttrice].

Volevamo che lo sapeste, perché noi abbiamo già percorso questo cammino in questi 20 anni, pubblicamente; abbiamo fatto molti incontri per discutere e chiarire vari temi ed abbiamo visto che ne escono mille idee ma dalle mille idee non ne esce una che dica cosa fare, come fare, perché non si sanno vedere i vantaggi e gli svantaggi di ogni idea; è questo che manca; e manca l’unità, perché tutti crediamo che la propria idea, la propria proposta siano le migliori. Quindi, ci manca di capire questo, che è la cosa principale per farci arrivare a cosa è meglio fare di tutte le nostre idee.

In questo caso il tema è che sta arrivando il peggio del capitalismo, non rispetterà nessuno, nelle campagne e nelle città, allora, che cosa facciamo? È qui che noi diciamo che quelli che hanno studiato sui libri, hanno studiato la storia, hanno le idee più chiare sull’argomento, che vi aiutino a capire, perché quello che manca è che lo capiamo bene, e molto bene altrimenti, come diciamo da queste parti, finisce come i compas che vanno alla milpa e trovano il topo che dorme e questo non si accorge che lo ammazzano perché stava dormendo. È quello che succederà a noi, che stiamo qui a dirci tante cose solo tra di noi fino allo sfinimento, poi stanchi torniamo a casa ed il capitalismo ci coglie nel sonno.

Allora noi diciamo che non importa se siamo stanchi, ma sapremo che arriverà la tormenta, stanchi da tanto cercare e lavorare, i suoi colpi ci sveglieranno ma sapremo che cosa fare, ma solo quelli che si saranno organizzati sapranno cosa fare.

Allora lasciamo da parte le nostre differenze, perché molte volte si arriva perfino a male parole per la divergenza di idee, ma tutti noi che siamo qua, non siamo capitalisti, non siamo noi quelli che sfruttano il popolo, allora prima di tutto pensiamo a quelli che ci sfruttano, e dopo aver sconfitto il capitalismo, vedremo se ci resterà ancora la voglia di regolare le nostre divergenze, o per allora forse ci saremo capiti.

Abbiamo voluto dirvi tutto questo perché vi sia chiaro, tornate nei vostri luoghi e diffondete questi semi, ma in questo modo, con queste idee di cui abbiamo parlato direttamente con voi in questo seminario. E si saprà chi lavorerà bene, si saprà chi si addormenterà, e chi parlerà bene o male, del bene e del male si saprà tutto. Rispetto al nemico, al capitalismo, pensiamo che dobbiamo aiutarci a capire, a trovare i modi per organizzarci, perché vogliamo tanti semenzai da tutte le parti.

Questo è quello che vogliamo dirvi, compagni, compagne, fratelli e sorelle.

Testo originale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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Parole del Subcomandante Insurgente Moisés (5 maggio 2015)

Buonasera a tutti, compagne, compagni, fratelli e sorelle.

Visto quanto stiamo spiegando da ieri e dall’altro ieri, stavamo discutendo con la commissione di compagni e compagne del CCRI, sul fatto che ci sembra che vada verso quel che vogliamo fare, e sulla domanda in merito, perché tutti noi che eravamo qua, a meno che non stessimo sognando o dormendo, abbiamo in testa ciò che si è detto, o che hanno stabilito e discusso i compagni, i fratelli. Ci hanno detto molte cose su cosa sia l’idra: cosa dobbiamo fare contro di essa?

Organizzarci. Se rispondiamo questo, organizzarci, vogliamo dire che il nostro cervello ci sta già dicendo cosa bisogna fare in primo luogo, poi in secondo, poi in terzo, quarto e così via. Perciò c’è l’idea: se sta nel cervello è in forma d’idea. Ora, se muovi la lingua è in forma di parola. Manca l’azione, ossia organizzarsi. E quando sei in fase organizzativa, attento, perché non verrà fuori tale e quale a com’era nell’idea, nella parola. A quel punto inizierai a incontrare molti intoppi, molte difficoltà.

Perché altrimenti arriveremo al 2100, almeno quelli che ci arriveranno, e saremo ancora al punto di dire idee, parole, pensieri, e intanto ci sarà ancora il capitalismo: allora dove eravamo noi che abbiamo parlato tanto male del capitalismo? Che avremo combinato se continueranno a stare così le cose?

Ebbene, questa è una riflessione che stavamo facendo con i compagni del CCRI, della Commissione Sesta dell’EZLN. Continueremo con il tema di ieri, o su com’è l’economia nella lotta, nella resistenza delle e degli zapatisti, ma in pratica, non in teoria. Dalla pratica traiamo quel poco di teoria che abbiamo condiviso al momento.

Per esempio, perché da noi va così, sul fatto che non riceviamo nulla dal governo, eaddirittura nemmeno ci parliamo col governo, nessuna base d’appoggio lo fa. A costo di essere ammazzati, non parliamo col malgoverno, perciò: come facciamo a far sapere qualcosa al malgoverno? Da una parte ci sono le denunce pubbliche della Giunta di Buon Governo perché si sappia dei malgoverni. Altrimenti, dalle radio comunitarie zapatiste, perché come stavamo dicendo ieri, il governo ha le sue spie, le sue orecchie, qualcuno che registra i messaggi delle radio comunitarie zapatiste, ed ecco come lo otteniamo. Poi c’è un altro modo, ma di questo parleremo a suo tempo.

Raramente maneggiamo soldi. Ad esempio, nel mobilitarci, perché bisogna pagare la benzina in pesos, non sono accettati kili di mais o fagioli. Su questo terreno lottiamo, combattiamo. Tutto ciò che vi spiegherò in forma di esempi, si fa con il lavoro politico, ideologico, con molta analisi, molta discussione di ciò che è importante, necessario secondo ciò che vogliamo fare.

Per esempio, l’educazione. L’educazione della scuola zapatista, vi racconterò come ce la inventiamo. Un compagno che è formatore nell’educazione della zona, è stato sei mesi nel caracol a preparare i promotori e le promotrici di educazione dei villaggi, dove arrivano centinaia di alunni, alunni-maestri in formazione.

A un certo punto questo compagno formatore nell’educazione se ne andò a trovare la sua famiglia. Arrivando a casa di suo papà disse: “Sono tornato, papà”. E il papà di questo compagno formatore dice: “Hai portato il mais? Hai portato i fagioli? Perché qui non c’è nulla per te”. E il compagno formatore dice:

“Come?”

“Come? Se non stai lavorando!”

“Come non sto lavorando, papà, se sto lavorando là con i compagni?”

“E che ti hanno dato i tuoi compagni, o i compagni? Se va anche a beneficio nostro, perché non pensano che anche qua devi poter avere qualcosa per vivere?”

“Ma no, è che siamo in lotta”, dice il compagno.

“Sì, ma dobbiamo anche avere di che sopravvivere per lottare”.

“Sì”, dice il compagno formatore.

“Sai cosa, figlio”, dice il padre, “figlio, devi tornarci. Parla con le autorità autonome perché sarà sempre così, senza organizzazione”.

Il compagno dovette tornare. Parla con la Giunta di Buon Governo, e la Giunta di Buon Governo si organizza con i compagni che stanno dentro alla commissione, che noi chiamiamo la commissione di vigilanza e la commissione di informazione, cioè compagni e compagne del CCRI. Si organizzarono e cominciarono a discutere del problema, perché ormai era un problema.

E la Giunta e il CCRI dicono che di sicuro questa è una questione che si protrarrà nei secoli dei secoli, perciò bisogna metterci mano. Allora inizia la discussione, ora sì, sul da farsi.

“No, è che dobbiamo tirar fuori quel poco che abbiamo”.

“Sì, ma quanto durerà quel poco che abbiamo?”

“No, ecco, appena per un anno”.

Allora iniziano a pensarci su, ed ecco quel che ne viene fuori: per esempio, la zona lavora collettivamente, e così il villaggio, cioè il villaggio del promotore o del formatore di educazione, che partecipa con le basi d’appoggio nel lavoro collettivo; dunque la proposta della giunta è che i membri basi d’appoggio del villaggio del formatore non vadano a fare il lavoro collettivo, ma che lavorino nel campo di mais e fagioli, nel campo di caffè, nell’allevamento della famiglia del compagno formatore. Allora avrà mais, avrà fagioli, avrà caffè, avrà degli animali, ma sono i compagni di base che provvederanno a questo lavoro, in modo che possa avere un po’ di paga. Perciò non gli si dà un aiuto economico, non gli si dà un salario ai compagni e compagne formatori di educazione, e lo stesso a quelli che preparano i compagni e compagne promotori di salute.

Altri compagni e compagne di altre zone vivono situazioni differenti, ad esempio nella zona Selva Fronteriza o la zona Selva Tzeltal la situazione non è come quella dei compagni de Los Altos, è differente. Ci sono zone che lavorano collettivamente nell’allevamento, perciò quando i compagni cercano di organizzarsi nei loro primi passi, si rendono conto immediatamente.

Per esempio, questo sto dicendo, nel realizzare il lavoro collettivo di zona ci sono comunità che si trovano in punti molto lontani, e quindi i compagni spendono molto per recarsi al punto di lavoro collettivo. È costoso, perciò quel che fanno i compagni è distribuire i lavori, ma in collettivo. Vale a dire: immaginiamo che l’interno di questa costruzione sia una zona, ma che ci siano alcuni lontanissimi, alcuni a 10 ore di macchina, e quindi si giunge a un accordo, magari trattandosi di differenti lavori collettivi, di qua la panetteria, lì nell’altro angolo la calzoleria, lì la fattoria e qui un altro lavoro collettivo della zona. In questo caso tra tutti i villaggi e le basi vanno solo i più vicini ai luoghi di lavoro, per evitare ulteriori spese, e poi si riuniranno solo i rappresentanti per informare su come vanno le cose.

Il succo è che non ci sia nessuno che non lavori collettivamente. E prima che ne dubitiate o che un giorno chiediate “che ne è di quelli che non vogliono fare il lavoro collettivo?” diciamo: non li obblighiamo. Non li obblighiamo, semplicemente gli diciamo “va bene compagno, compagna, che tu non voglia, ma come zapatista quando ci sarà da raccogliere per la cooperazione dovrai tirar fuori dal tuo borsello.

Nei fatti e nella pratica i compagni stanno vedendo che è così che sono potuti sopravvivere e come hanno fatto il proprio movimento i compagni. E ci sono alcuni che non volevano fare i lavori collettivi che si integrano.

Quindi è uguale anche per le zone che lavorano collettivamente nell’allevamento, tutti i lavori che si fanno sono per il movimento di lotta o per il movimento dell’autonomia. Qui quel che si è scoperto nella pratica è che non si può fare quel che facevamo prima, che ci siamo sbagliati, equivocati, quando il lavoro collettivo era il 100%. Vedemmo che non stava funzionando perché c’erano lamentele, molti problemi.

Lamentele dovute al non avere sale, al non avere sapone. Lamentele nel senso che non si scandiscono per tempo le semine di ciò che si raccoglie. Lamentele nel senso che ci sono compagni che hanno molti figli, mentre la divisione prevede uguali quantità per i compagni che hanno pochi figli. Tutte queste cose ci hanno fatto riflettere sul fatto che sia meglio che i villaggi, le regioni, i municipi autonomi e la zona si mettano d’accordo su come vogliono lavorare.

La sostanza è che ci sia tempo per la famiglia e tempo per i lavori collettivi. Così lavorano i compagni. Ad esempio nel campo dell’allevamento. Quando parlo di allevamento non indico una sola forma. Ci sono per esempio collettivi di allevamento di vacche riproduttrici; altri nei quali si tratta semplicemente di comprare i torelli, tenerli alcuni mesi e poi venderli, tirarli fuori e tornare a comprarne, come fossero generi alimentari. Ci sono zone che lavorano anche nella calzoleria, i compagni fabbricano da sé le scarpe. C’è una forte critica e un richiamo all’attenzione che si sono dati i compagni, parlando di allevamenti: le pelli del bestiame che viene mangiato o che muore, vanno a male, siano di cavalli, di asini, di muli, vanno a male perché non c’è chi sappia scuoiare. I compagni hanno tentato di cercare qualcuno, ma nessuno glielo vuole insegnare, perché quando hanno cercato chi glielo insegnasse non hanno trovato che lo stesso che compra il cuoio. Be’, chissà se da queste parti c’è qualcuno in grado di insegnarcelo.

Un’altra forma di economia zapatista è quella delle cosiddette, e vai a sapere perché i compagni hanno messo questo nome, quella delle banche autonome. Le cosiddette BANPAZ, BANAMAZ; ora risulta che si dicono BAC, che vuol dire Banca Autonoma Comunitaria. In gioco ci sono due idee. Una riguarda le necessità, il sapone, il sale, lo zucchero e cose così. I soldi che ricavano i compagni dalla vendita dei fagioli, del mais, del maiale o di quel che c’è, oltre che nei generi alimentari, vanno alla cooperativa collettiva e quel denaro, quel po’ di guadagno va al movimento dell’autonomia o della lotta, perché non vada agli affiliati ai partiti.

Così fanno anche nel BAC o nelle banche autonome, perché chi contraeva prestiti con altre persone, fosse zapatista o no, si ritrovava a pagare fino al 15% di interesse mensile, cioè se ne approfittavano. Perciò i compagni hanno creato questo fondo, questa Banca autonoma, per la salute e per il commercio. Hanno avuto problemi i compagni, non crediate che vada tutto bene, hanno avuto problemi. Su questi problemi miglioreranno, ma ci sono per così dire anche cose buone, e sono decisione dei villaggi,  uomini e donne.

Per esempio, se per delle cure io prendo in prestito 10.000 pesos dalla Banca autonoma, se sarò riuscito a curare mio figlio o mia moglie pagherò il 2% di interesse; se invece non sarò riuscito a curarlo, e mio figlio o mia moglie saranno morti, ebbene anche il prestito si sarà perso, non dovrò restituirlo. È un accordo che hanno stabilito nella zona: così come si è persa la vita della famiglia, allo stesso modo se ne va anche il denaro.

Dove trovano i fondi per le banche autonome? Ci sono vari sistemi messi in atto dai compagni della zona. Uno è stabilire un accordo che non gravi troppo sui compagni, le basi, come un accordo che preveda un peso al mese, per ogni base d’appoggio. Ovvero questo mese di maggio devo depositare un peso, e poi a giugno un altro peso, vuol dire che sono 12 pesos che apporto io come base d’appoggio all’anno, ed essendo migliaia allora ce ne saranno 12000,15000, e così via. Ecco quanto va al fondo, ovvero alla banca autonoma.

Un’altra cosa riguarda le donazioni che danno i nostri fratelli e sorelle, compagni e compagne solidali. Una parte di esse va nel fondo, nella banca autonoma, e altre parti se ne vanno nei lavori collettivi della zona. Un’altra maniera di ottenere risorse è che le zone si mettano d’accordo. Al tempo di vendere i raccolti, caffè o mais che sia, si mettono d’accordo, e allora ad esempio ogni base d’appoggio deve apportare 80 chili di mais, 50 chili di fagioli, poi si vende a tonnellate e il ricavato entra in un fondo. Poi decidono se quel fondo andrà alla banca autonoma o sarà investito in altro.

Un’altra maniera di agire per zone è che i compagni facciano un lavoro collettivo nel campo, nella coltivazione di caffè, e quando si raccoglie si ottiene un’altra entrata.

Bene, c’è una cosa che vorremmo condividere qui, perché, se un giorno vi dovesse capitare durante la lotta, sappiate che funziona così. Ieri stavamo discutendo di ONG, e dicevamo che i progetti sono diminuiti, ma questo non avviene perché non ci siano ONG o perché ormai le ONG non gestiscano progetti, che invece proseguono. È che c’è qualcosa che non gli è piaciuto. Vari anni fa una ONG arrivò dai compagni della Giunta di Buon Governo e disse loro di un progetto di salute, e i compagni lo accettarono, un progetto da 400.000 pesos. Poi torna un altro membro della ONG, a spiegare come si farà programma del progetto di salute, e allora la Giunta di Buon Governo gli chiede dov’è il foglio del progetto e con l’ammontare totale del progetto.

“Ah, non lo avete ancora?”, dice.

“No, perciò lo stiamo chiedendo”.

“Ah, allora con molto piacere”.

Lo tirano fuori e lo consegnano, e il progetto dice 1.400.000 pesos. Da lì abbiamo visto che quella ONG ci stava dando 400.000 pesos e le stavano rimanendo 1 milione di pesos. Ovvio, era per pagare la luce, ecco cosa dissero dopo, che era per pagare l’affitto o chissà che altro. Da allora noi abbiamo iniziato a fare esperienza di quel che realmente significa, non so come dirvi, ma insomma ONG sta per  Organizzazioni Non Governative, no?

A partire da questo episodio venne comunicato ai compagni delle giunte delle zone di fare attenzione. Perciò adesso ogni ONG che presenti i suoi progetti è richiesta di mostrare il bilancio totale. “Sì, ve lo porto”, ma in anni non sono potuti tornare, si vede che non trovano la macchina.

Ecco quel che accadde. Alcuni sono rimasti, e stanno accompagnando i compagni delle Giunte di Buon Governo. Ma non vuol dire che le ONG non stiano cercando progetti. Sì, vanno in giro, a volte anche dicendo che stanno lavorando con i municipi autonomi ribelli zapatisti, ma va bene, lo vedranno.

Un modo di risparmiare usato dai compagni, ad esempio, riguarda la salute, perché i compagni delle giunte si mettono d’accordo con alcuni medici che aiutano. I medici ci dicono che ci sono due interventi chirurgici, il minore e il maggiore, e che il minore costa 20 o 25.000 pesos, e il maggiore molto di più. Quel che fanno i medici che aiutano i compagni è andare negli ospedali autonomi e realizzare l’intervento chirurgico.

È davvero un grande appoggio perché tagliano ed estraggono quel che devono estrarre e basta, i compagni non pagano. I compagni si incaricano soltanto dell’antibiotico, perché non ci sia infezione, ed è roba da 1000 o 2000 pesos. Cioè è un bel risparmio.

Un altro sistema è che corra la voce di ciò di cui vi ho già raccontato. Corre nelle comunità, e infatti ieri stavamo parlando del fatto che gli affiliati dei partiti vanno e non trovano un dottore, non trovano un chirurgo o una chirurga, e correndo la voce di come si organizzano i compagni, anche tutti gli affiliati ai partiti vanno all’ospedale in cui arrivano i medici solidali. Perciò quel che fanno i compagni dell’assemblea della zona è mettersi d’accordo sul fatto che devono incassare qualcosa, ma non troppo.

Ad esempio, se medico dice che un intervento costa 6000 pesos, il paziente affiliato a un partito dovrà pagare 3000 pesos. E se dice che un altro intervento costa 8000, l’affiliato a un partito deve pagarne 4000. Ma anche così, l’affiliato al partito sta risparmiando perché altrove costa dai 20 ai 25.000 pesos.

Sono tutte maniere di cercare di avere entrate. Ci sono zone che possiedono lavori collettivi di artigianato. Ci sono compagne nelle zone che lavorano in collettivo nell’allevamento o nella vendita di cibo, che sono temporanei perché non funzionano tutto il tempo, ma ogni volta che ci sono le nostre feste funziona il collettivo della mensa.

In questi lavori collettivi delle zone, i compagni autorità dei Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti e delle Giunte di Buon Governo sono quelli che si incaricano di promuovere e di animare, e cercano sostegno e orientamento nei compagni del Comitato Clandestino.

Ora c’è la partecipazione dei compagni basi d’appoggio, che fanno proposte anche in assemblea su quale lavoro collettivo si può fare. Questi lavori collettivi di cui parliamo ci sono serviti molto per capire cosa significa veramente vigilare sul governo, su quelli che amministrano, e che sono governo, cioè la Giunta di Buon Governo e i MAREZ. Ed essendo lavoro e sudore del popolo i compagni esigono che le loro autorità debbano rendere conto, quante sono state le entrate totali, quante le spese totali, in cosa si è speso e quanto resta. Perciò non lasciano in pace le proprie autorità, che devono rendere conto e immaginatevi se viene fuori un inghippo, perché ora invece di andare in carcere si va al lavoro collettivo, perché bisogna pagare con il lavoro collettivo quel che si ruba o si spreca.

Nel lavoro collettivo che si fa, perché stiamo parlando di centinaia di uomini che ci lavorano, escono fuori problemini che poi si convertono in problemoni. Per esempio, magari io so che ci sarà un lavoro di preparazione del campo, e quindi voglio un machete (incomprensibile), e dunque il tale compagno porta un machetone. Qual è il problema? Il problema è che nello stesso tempo che ci metto io a fare un lavoro con il mio machete che ha un raggio d’azione limitato, lui che ha un machete grande ha un raggio d’azione più grande, cioè io faccio il furbo per lavorare meno. Quando succede questo, l’autorità, cioè l’incaricato del lavoro collettivo, stabilisce che a ciascuno tocchino 2 metri, e così resta fregato chi porta un attrezzo grande, piccolo, perché a chi tocca prima tocca.

Perché sono queste le cose che tolgono l’entusiasmo, demoralizzano, causano problemi, e cose tipo “il dirigente perché lo permette, sarà perché è suo cognato, suo suocero”, no? Si cerca la soluzione su come fare. Ah, sì, c’è chi fuma la sigaretta, e chi lima molto il proprio machete, per passare il tempo, cioè non c’è bisogno di fare i furbi. Che non gli succeda altrimenti non ci sarà da ridere.

E quindi il senso è che non ci lasciamo soli. Siamo molto testardi e cocciuti. Non li abbandoniamo. Cerchiamo la via d’uscita, consigliando, dando chiarimenti e spiegazioni, e così via.

I lavori collettivi di cui stiamo parlando ci hanno aiutato molto, secondo il sistema che il mese si divide in 10 giorni di lavoro collettivo e 20 giorni per il lavoro familiare. Ciascuno si mette d’accordo. Un altro dice no, cinque giorni per il lavoro collettivo e 25 per quello familiare. Ciascuno si mette d’accordo, che si tratti di villaggio ovvero comunità, o di regione, oppure di municipi autonomi o cdi zona. Questi sono i quattro livelli di assemblee, possiamo dir così, cioè di come si mettono d’accordo.

Ciò di cui stiamo parlando, compagni, è che ciò che ci dà la forza e il fatto di essere organizzati. E siamo organizzati in tutto e sotto un unico modo di vedere, perché teniamo presenti tutti noi, perché siamo noi a dover risolvere le cose. Non avremo bisogno di pensare a nessun altro, né al governo né a nessun altro. Perciò, compagni e compagne, dobbiamo risolvere questo problema, dobbiamo fare questo lavoro. Si deve pensare, si deve discutere, si deve analizzare, si deve spronare, si deve consultare le basi. I compagni hanno veramente approfondito molto questo e trovato il meccanismo da utilizzare, perché è laborioso.

Rendetevi conto che noi magari siamo qua e arriva una proposta della giunta di buon governo, e noi autorità che siamo qua comprendiamo la grande importanza e necessità che ha, ma le nostre basi non lo sanno, perciò dobbiamo tornare. Quindi la cosa ci porta via 10,15 giorni, e poi c’è da ritornare un’altra volta in assemblea e vedere il risultato. Ovvero, è laborioso il processo che porta a una decisione, ma ciò che permette che otteniamo quel che otteniamo, è il fatto che siamo organizzati.

L’organizzazione è ciò che ci unisce. Perciò è così importante dire organizzarsi. Nel momento stesso in cui siamo qui inizia tutto questo e iniziano i che faremo e come lo faremo, e tutte le montagne di problemi, vedrete, ora ve lo stiamo giusto dicendo, affinché i rappresentanti abbiano il fegato, perché lo vedranno, perché può essere che sarai tu il primo ad abbandonare. E quando dico abbandonare è per un mucchio di cose, perché ruberai quel che c’è, o perché sei buono solo a gridare e non lavori, cioè esigi soltanto, gridi ma non fai. O al contrario, tu ti sbatti e vedi che la tua gente non ti segue, e allora “cosa mi sto sbattendo a fare?”.

Lo vedrete, lo vedrete, perciò ve lo stiamo dicendo, ma è così, non c’è un’altra possibilità, anche volendo cercarla non c’è. C’è l’idea che dicono della disobbedienza, cioè che bisogna disobbedire al sistema, ma come? I compagni basi d’appoggio lo stanno facendo, stanno disobbedendo, e il governo ormai non ha un ruolo, né sul piano politico, né ideologico, né economico, eppure andiamo avanti più o meno allo stesso modo, perché noi non paghiamo i milioni di imposte, che sono milioni di pesos, ma nemmeno riceviamo i milioni che dice di dare, ed ecco perché diciamo che siamo messi più o meno uguale. Ma non ha un ruolo sul piano culturale, né sociale.

Ma vedo che avete ormai gli occhi che sembrano occhietti da armadillo. Domani continueremo e (inascoltabile).

Testo originale

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

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Parole del Subcomandante Insurgente Moisés (4 maggio 2015)

Buon pomeriggio compagni, compagne.

Quello di cui vi parlerò, non lo leggerò, ma vi parlerò, riguarda come era e come è l’economia nelle comunità, quindi del capitalismo. Vi parlerò di 30 anni fa e di 20 anni fa e di qualche anno fa. Ve ne parlerò in tre parti: come vivevano le comunità 30 anni fa; come vivono ora quelle che non sono organizzate come zapatisti e poi come viviamo noi zapatista adesso.

Non vuol dire che non sappiamo niente dei secoli passati, lo sappiamo. Quello che vogliamo è marcare questi 30 anni, dal 1983, quando il gruppo di compagni arriva qui, da allora sono passati 30 anni.

Quando ancora non c’era l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, per il sistema capitalista noi indigeni del Chiapas semplicemente non esistevamo, non eravamo persone, nemmeno esseri umani. Per loro non servivamo neppure come spazzatura. E così per gli altri fratelli indigeni nel resto del nostro paese. E così immaginiamo fosse anche in tutti i paesi dove c’erano indigeni.

Sulle montagne, nelle valli, dove loro vivevano, venivavano tenuti come nelle riserve. Non sapevano se ci fossero indigeni, come la chiamano, nella Biosfera dei Montes Azules. Quindi nessuno teneva il conto del numero di bambini che nascevano. Cioè, il capitalismo non sapeva niente, non teneva il conto perché per lui non esistevamo.

Dunque, come abbiamo fatto a sopravvivere? Grazie alla madre terra. La madre terra ci ha dato la vita, anche senza governo, governatori o presidenti che si ricordino di noi. Eravamo dimenticati. Nei nostri villaggi, sulle terre migliori, con qualche uomo e qualche donna, c’erano i proprietari terrieri, i finqueros, i latifondisti.

Loro sì che avevano migliaia di ettari di terre buone, buona acqua, buoni fiume. Per questo ci hanno cacciato sulle montagne, perché per loro le montagne non sono utili, non danno niente, e lì hanno gettato noi..

A cosa gli servono quelle migliaia e migliaia di ettari di buone terre? È per avere migliaia e migliaia di capi di bestiame, mucche. Come hanno potuto restare lì per così tanti anni? Perché avevano buoni pistoleros che noi chiamiamo guardias blancas che non ci lasciavano passare sui loro terreni, sulla terra che dicevano che era loro.

Quindi, come possiamo parlare di economia nelle comunità se eravamo lì dimenticati. L’unica cosa che facevano era sfruttare nelle loro proprietà il lavoro dei nostri nonni e bisnonni. Allora, abbiamo dovuto inventare, abbiamo dovuto immaginare come vivere, come sopravvivere nella nostra madre terra, resistendo a tutte le malvagità del proprietario terriero o del latifondista.

Non c’erano strade, non si sapeva nemmeno di nome cosa fossero cliniche od ospedali, tanto meno le scuole. Non c’erano campagne di salute, non c’erano programmi di aiuti, non c’erano borse di studio, non c’era niente, eravamo dimenticati.

Parlo di tutti i fratelli ed i compagni con i quali ora siamo organizzati, non parlo per me solo, dell’economia capitalista di 20 anni nelle comunità, come iniziarono ad interessarsi alle comunità, non tanto alle comunità stesse, ma a dove vivevano, dove viviamo, e dove molti  fratelli e compagni sono morti.

Ma non gli  bastava avere le migliori terre. Ora si accorgono che anche nelle montagne c’è un’altra merce molto redditizia per loro, come si è detto molte volte qui, che sono le risorse naturali. Allora si organizzano per tornare a cacciarci anche da lì. Cioè fanno depredazioni, sgomberi, perché vogliono quella ricchezza.

E quella ricchezza sta lì perché come noi coi nostri trisavoli l’abbiamo presevata, ma i capitalisti se la vogliono prendere ed in pochi anni distruggeranno quello che era lì da milioni di anni nella nostra madre terra.

Com’è potuo avvenire? Lo sapete, vi ricordo solo quale fu il trucco, la trappola del sistema capitalista, quando modificarono l’articolo 27 [della Costituzione – n.d.t.] affinché si potessero privatizzare gli ejidos, ed ora vogliono che la madre terra si possa vendere o affittare.

Vi devo chiedere di fare un eesercizio di immaginazione perché stiamo parlando di 20 anni fa, cioè quando siamo venuti fuori pubblicamente.

Allora il governo si accorse di noi e, mascherato in varie maniere, il malgoverno dice che sta soddisfando le nostre richeste e comincia a costruire strade, ma non è per risolvere le nostre domande, ma per andare incontro all’articolo 27 che privatizza gli ejidos. Allora, si accorge che ci siamo ribellati e ne approfitta dicendo che sta compiendo le richieste, costruisce strade, distribuisce progetti di sostegno; ed i progetti sono roba di un milione o due milioni di pesos, e sono cento, duecento, trecento progetti, da lì tirano fuori quel miserabile denaro che neanche arriva nelle comunità, ma resta tutto ai malgoverni; ma quello è ciò che annunciano, quello che ci dicono.

Se vi raccontassi tutto quello che dicono i compas ed i fratelli! Raccontano che ci sono perfino progetti che si chiamano “pececito“, ma vai a sapere che cosa diavolo vuol dire pececito. (…)

Ed iniziano ad esserci alcune scuole, qualche clinica. Gli alunni non sanno nemmeno leggere e gli danno la borsa di studio. E riguardo alle cliniche dicono che danno l’assicurazione popolare affinché con quella credenziale sei ben assistito, ma nel momento che hai bisogno di assistenza, vai alla clinica e ti dicono che non c’è il medico o la dottoressa, e ci sono le medicine, ma sono scadute. Ma siccome non sappiamo leggere, il dottore, dottoressa, ti dà la medicina scaduta, o ti dicono di prendere qualcosa che però non cura la tua malattia. La barzelletta è che ti danno una medicina che non si sa nemmeno se serve per la tua malattia.

Quindi hanno distribuito molti progetti e tutte quelle cose di cui vi ho parlato, e così sono trascorsi gli anni. Una delle cose che hanno fatto con tutti quei progetti del malgoverno, è stato distribuire un po’ di denaro ma esercitare il controllo; è proprio per controllare che il malgoverno fa questo, per infiltrarsi tra gli zapatisti. Si chiama credo campagna di contrainsurgencia o guerra di bassa intensità, non so come si chiami esattamente, ma questo è il controllo per farti smettere di lottare, per comprarti. Inoltre se vuoi andare con gli zapatisti, ti dicono: guarda il mio esercito, è molto più preparato, vai solo verso la morte. Dunque, questa è tutta una campagna controllarli.

Vi sto raccontando questo perché ora, in quelle comunità che hanno permesso di privatizzare i loro ejidos, perché c’è chi ha accettato di farlo, possiamo dire che vivono come nelle città, dove ci sono vagabondi, gente per strada che non ha casa, drogati e cose così. Uguale è ormai nelle comunità che hanno venduto la loro terra, hanno ricevuto i loro bei documenti di proprietà, sono diventati racheros, piccoli proprietari, allora hanno venduto quello che già era loro e sono rimasti per strada, non hanno più dove seminare il mais e i fagioli.

Altri, quelli che hanno accettato i progetti di vario tipo, stanno pagando gli interessi al capitalismo. Nel caracol della Realidad c’è una comunità che si chiama Agua Perla, dove scorre il fiume Jataté. In quel villaggio hanno accettato i progetti, ora è arrivato un gruppo di, come li chiamiamo, caxlanes, meticci, che gli dicono: sapete una cosa, signori, qui c’è quello che dovete pagare; quella terra non è più vostra, e se non volete problemi, andate ad Escárcega – cioè in Campeche, credo che  Escárcega sia in Campeche – o andatevene in Oaxaca – dove il governo del Chiapas e quello di Oaxaca si stanno combattendo per i confini de Las Chimalapas -.

E’ lì che stanno dicendo di andare a quelle comunità legate ai partiti, perchè una volta erano i priisti a fregarti, ed ora ti fregano tutti i partiti.

Un’altra comunità a Roberto Barrios, si chiama Chulum Juárez, ha accettato progetti. Hanno offerto una strada e la comunità ha accettato. Sono arrivati ed hanno fatto una bella strada asfaltata.  Dopo la strada hanno ricevuto i tetti di lamiera. Poi siccome c’era la strada hanno portato la sabbia ed altre cose, e quando è stato tutto sistemato hanno detto alla comunità: sapete una cosa, signori? Ve ne dovete andare perché in questa montagna c’è l’uranio che il governo vuole estrarre, se volete vivere andate in Oaxaca, se volete, o alla peggio dovrete andarvene.

Questo è quello che avevano preparato 20 anni fa, e che ora stanno applicando. Più ancora adesso che hanno cambiato le leggi, il sistema capitalista c’è riuscito a fare quello che diceva, è quello che dicono le carte. È quello che diciamo noi: le carte dicono che c’è l’autorizzazione, ma devi scontrarti con la gente, devi vedere se davvero la gente lo permette, e devono vedersela con noi, gli zapatisti.

Allora, abbiamo studiato la nostra storia passata e ci siamo chiesti, se il capitalismo cambia il suo modo di dominare per avere più di quello che già ha, perché noi, sfruttati e sfruttate, non facciamo la stessa cosa?

Così lo abbiamo chiesto ai fratelli e sorelle dei partiti, e anche qui facciamo delle distinzioni. Noi chiamiamo fratelli, sorelle, quelli che stanno coi partiti, quelli che non ci fanno del male. Non chiamiamo fratelli e sorelle i fottuti paramilitari, quelli sono figli di puttana.

Quando siamo venuti fuori pubblcamente, come dice la compagna Vilma, noi zapatisti abbiamo detto che bisognava recuperare la madre terra. È come se ci avessero tolto nostra madre e dovevamo andare a cercarla e recuperarla (…).

E’ successo  qualcosa  del genere, ci avevano tolto nostra mamma e cominciammo ad organizzarci perché è la prima cosa da fare. Per prima cosa bisogna organizzarsi, ed è quello che abbiamo fatto. Ci siamo organizzati donne e uomini per andare a recuperare le terre, non c’è altro modo di dirlo.

Perché dalla madre terra viene tutto, allora dovevamo recuperare la madre terra e ci siamo organizzati per lavorarla. Il malgoverno e i padroni, i proprietari terrieri, dicono che per colpa degli zapatisti quelle terre, quelle migliaia di ettari di terra sono improduttive. E noi zapatiste e zapatisti, diciamo che è vero, non sono produttive per i proprietari terrieri o per il capitalismo, sono produttive per noi, perché lì non ci sono più le migliaia di capi di bestiame; lì ora ci sono migliaia e migliaia di pannocchie di mais, come questa.

La madre terra ha ricominciato a dare i suoi frutti, piccoli, piccoli, perché era stata così maltrattata che riusciva a dare solo piccoli frutti. Siccome i nostri nonni sapevano come lavorarla, a poco a poco ci siamo  ritrovati con la nostra madre terra.

Lavoriamo collettivamente le terre recuperate. Quando diciamo collettivamente, c’è bisogno di molta pratica per fare queste cose. Per esempio, all’inizio lavoravamo la terra tutti insieme, cioè, nessuno faceva il suo pezzo di milpa, ma lo facevamo tutti insieme. Poi succedeva che cadeva molta pioggia, o molta siccità, o arrivava una tempesta, e quindi il raccolto andava perso. Allora i compagni hanno capito che così non andava bene, era meglio organizzarci e ci siamo accordati sui giorni per lavorare nella milpa collettiva e sui giorni per lavorare nella nostra milpa.

Ma soprattutto sono le compagne quelle che portano l’idea, perché sono loro che seminano i prodotti per il cibo, come le cipolle ed altre vedure che le compagne usano in cucina, ma siccome si fa collettivamente, le compagne mandavano le figlie o i figli a raccoglierle nella milpa, ma se qualcuno raccoglieva tutto, poi non restava niente, perchè è di tutti, e bisognava trovare un accordo.

Allora si comincia a vedere un problema, ed è così che i compas scoprono molte cose. Poi altri vogliono elote, e siccome la milpa è collettiva, se uno li raccoglie tutti, poi non ne restano più, e questo non va, quindi bisogna trovare un accordo. Quindi i compas si mettono d’accordo, tanti giorni facciamo il lavoro collettivo, e tanti giorni lavoriamoper noi.

Il lavoro collettivo si fa nel villaggio, a livello locale, in comunità; si fa a livello regionale, una regione comprende 40, 50 o 60 villaggi; il lavoro collettivo si fa anche a livello municipale, un municipio raggruppa 3, 4 o 5 regioni, questo è il municipio autonomo ribelle zapatista. E quando diciamo lavoro collettivo di zona, intendiamo in tutti i municipi che sono nella zona della Realidad, o di Morelia o della Garrucha, delle cinque zone.

Quando parliamo di zone, sono centinaia di villaggi, quando si parla di municipi sono decine di villaggi. Il lavoro collettivo si fa sulla madre terra.

Vi ricordo solo, come aveva detto il defunto Sup Marcos, che a quei tempi ci dicevano che non eravamo anticapitalisti perché bevevamo coca cola, non so se qualcuno si ricorda. Ci idealizzano e basta. No, compagni e compagne, fratelli e sorelle. Il fatto è che noi siamo organizzati.

Vi farò un esempio più chiaro. Ricordo che una compagna della città si era arrabbiata moltissimo perché aveva visto un compa zapatista che stava sgridando la sua compagna, perché era ubriaco. Allora abbiamo detto alla compagna: tranquilla, compagna, perché quella compagna lo denuncerà all’autorità domani, e quel compa sarà punito. Il fatto è che si pensa che se diciamo una cosa, è solo quella. No, questo vuol dire idealizzare. Ma la compagna si rivolge alle autorità e poi c’è la sanzione.

La cosa importante è essere organizzati. Perché prima, quante ce n’erano di donne picchiate, non c’era sindaco, non c’era consigliere comunale, non c’era presidente municipale che risolvesse il problema delle compagne, perché era ancora peggio il sindaco, il consigliere comunale o il presidente municipale.

Bene, stavamo parlando del lavoro collettivo. Si fanno altri lavori collettivi, per esempio la vendita di questi prodotti, non è perché ci piace, perché per noi, zapatiste e zapatisti, per distruggere il capitalismo dobbiamo abolirla. Ed una maniera di abolirla è prederci i mezzi di produzione e gestirci da noi la produzione. Allora se vendiamo delle cose, per esempio qui c’è questo, la terra, ma quello che c’è lì?, i fiori?, è prodotto del capitalismo?, quegli occhiali?, e tutto quello che avete addosso?

Così lo intendiamo, perché è una maniera di graffiare il capitalismo. Così intaccheremo i suoi profitti, è la verità. Non è una bugia, lo capiamo. Poi una cosa è dire, ed altra fare. Per esempio, ricordo qua molte ONG che dicevano non permetteremo la costruzione del Chedrahui, non compreremo mai lì dentro. Non passarono nemmeno due settimane. Quindi, una cosa è dire, e un’altra cosa fare.

Vi dirò delle tante cose che abbiamo scoperto con il lavoro collettivo, che non riguardano solo la madre terra, ma scoprimmo la resistenza.

Incominciò la resistenza dei nostri compagni e compagne dei nostri villaggi, voglio dirvi come è nata l’idea dalla resistenza. Ai tempi della sollevazione, il malgoverno cominciò ad usare, ad utilizzare, non so come si dice, le spie per sapere come si muovevano gli zapatisti. I compagni e le compagne scopriono spie tra i maestri e le maestre, e li cacciarono.

Allora è sorto un problema, perché non c’erano più maestri nelle comunità.Bene, abbiamo dovuto inventare, immaginare, creare. Allora, come dicevo, il governo faceva vedere che distribuiva molti progetti, come per farci invidia, ma poco a poco abbiamo capito che dava quello che dava perché non voleva che ci fosse un governo zapatista, dato e fatto da noi stessi. Ah, bene, abbiamo detto.

Poi le compagne cominciano a dire no, perché nel ’94 sono morti compagni insurgentes ribelli. Quelle compagne sono quelle che hanno cominciato a dire: se noi ci siamo armati ed i nostri compagni sono morti, non dobbiamo accettare quello che avanza, le elemosine, le briciole del malgoverno che vuole comprare quelli che non sono zapatisti perchè non diventino zapatisti.

Quest’idea ha iniziato a diffondersi e non accettare niente dal malgoverno è come andare a combattere – così è cominciata. Poi abbiamo scoperto che non è niente male non accettare niente dal malgoverno. Ve lo dico perchè è stato proprio mentre il governo distribuiva progetti e aiuti a quelli dei partiti, mentre noi dicevamo che dovevamo coltivare la madre terra. E quando abbiamo cominciato a dire così, i compagni e le compagne dicevano: sì,  perché quando c’erano i nostri bisnonni e trisavoli, per caso gli davano fagioli, riso, olio, latte? No, al contrario, tutta la forza lavoro dei nostri bisnonni era per il padrone. E allora perché ora il governo ti dà il tuo chilo di farina, miscela, fagioli? Inoltre è pure transgenico, come si dice, chimico che neanche il latte è latte vero.

Allora abbiamo detto che dovevamo lavorare la madre terra, allora abbiamo dato forza a quella resistenza e quelli che l’hanno capito, i compas, presto hanno avuto fagioli, mais, caffè, maiali, tacchini, animali. E quando quelli che stanno con i partiti ricevono le lastre di lamiera, il cemento, la sabbia, quelle cose, hanno bisogno poi della carriola, ma siccome non lavorano la terra non hanno soldi per comprarla. Mentre i compas possono comperare gli attrezzi perchè lavorano la terra.

Allora i compas hanno visto che funzionava, noi indigeni siamo pratici. Quindi abbiamo detto, facciamo tutti così, e così i compas hanno coltivato la terra ancora con più entusiasmo.

Allora il governo comincia a dire che sta distribuendo molti progetti e che tutte quelle case con i tetti di lamiera sono grazie ai suoi progetti. Ma non è vero. Sono case costruite dai compas. Così il governo si è accorto che doveva controllare chi costruiva la sua casa autonomamente, e quando dà le case a quelli che stanno con i partiti, questi devono dimostrare che sono case di un progetto governativo, altrimenti sono accusati di essere zapatisti.

A noi zapatisti dispiace vedere come vivono i fratelli che stanno con i partiti, perché molti dei loro ragazzi e ragazze li abbiamo conosciuti e non sono più in comunità, sono andati via ad inseguire il sogno americano, alla ricerca del biglietto verde, del dollaro. Molti non sono più tornati, altri sono ormai un pugno di cenere, altri che sono tornati sono drogati, fumano marijuana. E quelli che non fumano marijuana hanno cambiato cultura, dicono che non vogliono bere pozol, che non lo conoscono più, e questo è ancora peggio.

E quando un figlio o una figlia ritorna, trovano i genitori che non fanno niente perché il governo li ha abituati a non fare niente ma solo a ricevere aiuti. Cioè, i fratelli dei partiti sono diventati inutili, non lavorano più la terra. La parola che li definisce, credo sia, sottomessi.

Per lo meno all’epoca dello schiavismo eri cosciente che era il tuo padrone a schiavizzarti, ma in questo caso no, perché ti vizia, ti abitua, ti programma nel tuo chip, cioè nella tua testa, nel tuo cervello. Allora non capisci più e quindi non riesci a vedere la vera faccia di Peña Nieto, né di Velasco, né di altri che ti inganneranno.

Perché lo fanno? Perché è uno dei modi per ottenere quello che vogliono, cioè la madre terra per sfruttarne le risorse. Non è il solo modo per strapparci con la forza la madre terra, quando non riescono così, allora mandano l’esercito e la polizia ad ucciderci, ma arriva il giorno in cui il popolo non lo permette più. Uno si abitua a ricevere aiuti dal governo e così non lavora più la terra, ed è ancora peggio se ti danno i documenti di proprietà della terra, perché finisci col venderla.

Questo è quello che succede ai fratelli che stanno con i partiti. Questo è quello che vuole il capitalismo, quello che c’è nella madre terra.

Vi faccio un esempio di come è triste la situazione delle comunità affiliate ai partiti, e se per caso qui ci sono fratelli e sorelle di queste comunità, lo potranno confermare. C’è una comunità nella zona della Realidad, si chiama Miguel Hidalgo, vicina al villaggio di Nuevo Momón. Lì quei fratelli erano, fino a pochi mesi fa, della CIOAC-Histórica ed erano d’accordo con quanto fatto al nostro compagno maestro Galeano. Settimane dopo quello che fecero del compa maestro Galeano, quei fratelli, ora ex cioaquistas, non vogliono più essere della CIOAC per divergenze politiche di partito, ideologiche riguardo ai progetti, ed hanno dovuto farsi da parte per non essere ammazzati. Sono quindi scappati e si sono rifugiati su una terra recuperata nel ’94 quando sono stati cacciati violentemente dalla loro comunità.

Non c’è rispetto, i leader delle organizzazioni sociali sono responsabili di tutto questo perché si arrendono, si vendono, e così uomini e donne di quell’organizzazione è necessario che si organizzino.

Per questo diciamo che è un disastro. Ora quelle comunità dei partiti, circa un mese e mezzo fa, si sono viste tagliare gli aiuti del governo, e nelle comunità davano borse di studio anche senza saper leggere né scrivere, per ogni alunno davano mille o milleduecento pesos. I genitori che magari avevano quattro figli a scuola, si prendevano i loro cinquemila pesos, così si erano abituati.

Adesso, per quattro figli a scuola quelle famiglie prendono 800 peso per tutti e quattro, e sono fregati. Già, siete stati fregati, fratelli. Cosa possiamo dirvi? Tra gli indigeni la comunicazione è veloce, come con un cellulare; se succede qualcosa a qualcuno, la comunità viene subito a saperlo; se qualcuno è malato, la comunità ne viene subito a conoscenza. Come per telefono.

Con i compas dei villaggi, con le basi, facciamo riunioni dove spieghiamo che la situazione peggiorerà e non solo per noi indigeni, ma per tutto il Messico, campagne e città, e non solo in Messico. Noi zapatisti abbiamo parenti che non sono zapatisti, ci sono alcuni che sono brave persone; ce ne sono altri che non vogliono avere niente a che vedere con noi. Noi parliamo con le basi che capiscono la situazione e la voce si diffonde. (…).

Questa è la parte che abbiamo letto ieri, domandandoci che cosa possono fare quei fratelli. Quello che diciamo loro è: organizzatevi, fratelli.

Che cosa fare nell’organizzazione? Pensateci.

Ma come facciamo? Pensate a come vivete.

Riguardo alla vita di quelli dei partiti, vediamo che i bambini, le bambine, non hanno nessuna colpa per come stanno le cose. Nonostante quello che fa il malgoverno, i bambini sono lo stesso abbandonati. Cosa ne sarà di loro? Si sveglieranno quando si renderanno conto di quello che succede, ma per questo pensiamo che devono succedere  molte cose. Diventeranno ladruncoli, banditi, ruberanno mais, fagioli, di tutto, peggio se saranno drogati. Ci sono comunità dove i giovani fumano solo marijuana, davvero, non mento. Per questo dico che lì i bambini, le bambine, sono come galline abbandonate.

Questo che vi raccontiamo è come viviamo noi. Voi sapete come vivete voi dove vivete. L’unica cosa che diciamo è che si deve passare a mettere in pratica le nostre idee, altrimenti è solo parlare, e parlare. (…).

Compagne, compagni, fratelli, sorelle, non vi stiamo dicendo di sollevarvi in armi, né di copiare paro paro il nostro esempio. No. Ognuno veda cosa può fare sul  suo terreno, ma ora è necessario passare alla pratica.

Quello che vogliamo costruire è per i secoli , per sempre, allora, come facciamo? Se gli attivisti, vecchi zapatisti non preparano i loro figli, cioè la nuova generazione, quelli che adesso hanno 19 o 20 anni, da qui a 50, 60 anni, ritornerà il nipoe del generale Absalón Castellanos Domínguez, l’ex generale, l’ex governatore del Chiapas, ritornerà e comanderà un’altra volta nelle comunità se non si prepareranno le nuove generazioni. E così si deve preparare la generazione successiva, affinché quello che diciamo duri secoli e secoli e per sempre.

Una delle basi della nostra resistenza economica, è la madre terra. Non abbiamo le case che dà il malgoverno, ma abbiamo sistemi di salute, abbiamo scuole, abbiamo i governi che obbediscono al popolo.

Poi, una cosa è l’economia, e un’altra cosa è come governiamo. Mi è molto difficile spiegarlo, perchè i compas non lo fanno in un unico modo.

Per esempio: alcuni collettivi di compas si organizzano collettivamente per vendere mais, fagioli, bestiame, diciamo che fanno i coyote per competere col coyote. Per esempio, se io sono zapatista ed il compratore del caffè, del bestiame, del mais, è compa, il caffè dovrebbe essere intorno ai 23 pesos al kilo, allora io zapatista indago per sapere quanto costa dove compera il coyote, se là si vende a 40 pesos e qui il coyote lo compera a 23, allora ci sta guadagnando. Io faccio il conto di quanto spendo per il trasporto e di quanto posso aumentarlo al chilo, se lui paga 23 pesos al kilo io ne devo pagare 24. Quindi arrivano a comprare i compas zapatisti e perfino quelli dei partiti, così il coyote non ha più clienti. Quando il coyote sente che io pago 24 pesos e lui 23, torna a competere con me e paga 24 pesos. Allora lo zapatista rifà i conti e può pagare 25 pesos al kilo. E’ concorrenza tipo da coyote a coyote, mi capite? Questa è la lotta.

Quelli dei partiti dicono: gli zapatisti pagano di più. Questa è la vita nelle comunità. Per questo vi dicevo che non esiste un unico modo di fare le cose, si cercano atlri modi. E questo ha a che vedere con l’economia nell’essere autorità autonoma.

Per esempio, nell’ambito dell’autonomia tutto andava bene nel settore della salute, dell’educazione,  dell’agroecología, o delle tre aree, come dicono i compas, hueseras, levatrici e piante medicinali; ma quando sono diminuiti i progetti o le donazioni dei compagni e compagne solidali e delle ONG, allora la costruzione dell’autonomia ne ha risentito in questi ambiti.

Allora abbiamo pensato che avevamo sbagliato un’altra volta, perché avevamo solo speso e nient’altro, perché non era risultato del nostro sudore, come dicono i compas. Perché quando è il risultato del proprio sudore, te ne prendi ben cura, non lo butti via. Abbiamo deciso che così non va bene e che dovevamo correggerlo.

Nel momento in cui abbiamo cercato di correggere questo aspetto, sono cominciati i problemi. Molte delle cose che facciamo, come ci stiamo organizzando, non credete siano frutto della nostra bella immaginazione, perché siamo dei superman. No, compagni, compagne, fratelli, sorelle. Continuiamo ad inventare, continuiamo a creare. Di fronte ai problemi cerchiamo di risolverli, non ci arrendiamo. Il vantaggio di questo è che siamo noi stessi a risolvere i problemi, non dipendiamo più da nessuna istanza del governo. Se va male,va male per tutti. Se va bene, va bene per tutti.

Vi stavo dicendo dei progetti e delle donazioni ched ovevamo correggere la modalità e quando abbiamo trovato la soluzione, questa non è piaciuta a chi ci presentava i progetti. Perché abbiamo detto: non si tratta solo di spendere soldi, dobbiamo pensare bene a quello che realizzeremo, perché un giorno quando non ci sarà più il sostegno al progetto dei compagni solidali, dobbiamo essere in grado di andare avanti e resistere da soli.

Quell’errore, quella falla in ambito economico, ci ha fatto ricordare i tempi trascorsi in clandestinità, perché in clandestinità siamo riusciti a costruire cliniche, e non sapevamo che avremmo visto compagni e compagne del continente asiatico, dei cinque continenti perché, non ce lo sognavamo proprio, tuttavia siamo riusciti a farlo. Non era della solidarietà, era dal sudore. Allora abbiamo detto ai compagni, ora ci rimettiamo a lavorare, ed è quello che facciamo adesso.

Per questo diciamo che ci stiamo rieducando, riorganizzando per la tormenta che verrà. Davvero, compagni e compagne, le cose non sono facili, ma la scommessa è non arrendersi.

Il lavoro collettivo, è cosa di due o tre mesi fa, perché ci stiamo riorganizzando, ci stiamo  rieducando, allora dobbiamo lavorare duro collettivamente affinché sappiamo come dovremo muoverci, o lottare.

Se in occasione di assemblee dei compas nei villaggi, regioni, municipi e zone, un compa zapatista dice, compagni, compagne, io non voglio lavorare collettivamente perché non me ne viene niente, ma non è perché non voglio restare nella lotta, io continuo ad essere zapatista e se c’è bisogno di cooperare per la lotta, io sono d’accordo.

I compas gi dicono, compa è male quello che dici, devi ricordare quello che sei, sei zapatista, perché qui non si tratta solo del lavoro collettivo, qui si tratta di essere zapatista. Lo zapatista deve affrontare tutto. Allora se tu dici che non vuoi andare a lavorare nel collettivo perché ci vogliono quattro, tre, cinque giorni, allora ti toccherà essere municipio autonomo ribelle zapatista, e dovrai svolgere quel servizio per tre anni , e solo tre, quattro giorni per andare a fare lavoro collettivo. Pensa bene a quello che stai dicendo.

(…)

Vi ho raccontato tutto questo, compas, perchè capiate che la scommessa è non mollare, è fare, non solo parlare. Affrontatelo, fatelo, cercatelo, inventatelo, credeteci. È questo.

Perché potevate immaginare quello che dicevamo sul fatto di lavorare la madre terra, e poi l’avete visto, vi ci hanno portato i vostri guardiani, le vostre guardiane a vedere se non lavorano gli zapatisti! Gli zapatisti non emigrano! Pensate a quello che vi ho detto del compa base di appoggio che non vuole fare il lavoro collettivo, perché è così che nascono i problemi. Uno esce, o si autoespelle, perché qua l’essere zapatista è che devi affrontare tutto, ma qualcuno non ci riesce e se  ne va. Quelli che se ne vanno è perché non vogliono più lottare, hanno abbandonato l’organizzazione.

Noi non paghiamo luce, acqua, possesso della terra, niente. Ma non riceviamo niente dal sistema. E come abbiamo già detto, lo confermiamo qui col nostro lavoro collettivo, zona, regione, municipi o villaggi, noi andiamo avanti e se dobbiamo fare mobilitazioni per appoggiare altri fratelli, sorelle, compagni, compagne,lo facciamo, ma non per chiedere al governo di mantenere le sue promesse, non ci spendiamo per questo.

Riguardo a come siamo, quello che vogliamo fare e quello che pensiamo di fare, sono i compas, le comunità che autorizzano, sono loro che comandano, sono loro che decidono. Non dipendiamo dal governo. E continueremo con questo nostro modo di essere, lavorando, lottando, e moriremo così se è necessario, per difendere quello che ora siamo.

Testo originale

Traduzione “Maribel” – Bergamo

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